Dal Bahrain all’Ucraina, arrivano gli spacciatori della sovversione e dell’inganno occidentali

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 09/12/2013

Chuck Hagel, Sheik Rashid bin Abdullah Al KhalifaIl Dialogo di Manama in Bahrain, tenutosi questo fine settimana in presenza del segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel e del ministro degli Esteri inglese William Hague, oltre ad altri alti funzionari occidentali, si è auto-presentato con gravità e importanza quale forum per discutere  “caldamente” dei “problemi della sicurezza” in Medio Oriente e altrove. In realtà, l’evento tenutosi nella capitale del Bahrein, Manama, non è altro che un ritrovo per chiacchierate false, atteggiamenti vuoti e concetti verbosi. Una vetrina vacua completa di manichini sgargianti, per nascondere il carattere macabro dei veri accordi politici occidentali che operano nel seminterrato della regione petrolifera. Come la posizione generale di Washington e Londra verso i regimi arabi del Golfo Persico, il Dialogo di Manama è volto a spacciare propaganda e inganni per coprire i fatti più brutali della vita, venduti da geniali e virtuosi commessi.
Uno di questi fatti brutali è che i governi occidentali sono pienamente complici della repressione da parte del loro cliente arabo del proprio popolo. Un altro fatto brutale è che i governi occidentali e i loro clienti del Golfo Persico alimentano insicurezza e violenza in tutto il Medio Oriente: in Siria, Iraq e Libano, sostenendo segretamente i mercenari estremisti nei cambi di regime; come al-Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, collegati ad al-Qaida. Un altro fatto brutale è che il Golfo Persico è uno dei luoghi più militarizzati e insicuri nel mondo, anche a causa del supporto occidentale ad Israele quale Stato nucleare illegale, e anche a causa delle sconsiderate vendite di armi statunitensi ed inglesi nella polveriera regionale. Tuttavia, gli alti rappresentanti degli Stati  guerrafondai occidentali hanno il coraggio di presenziare ad una conferenza regionale su “pace e sicurezza”. Come in un universo parallelo, portavoce e delegati vengono sistemati in un lussuoso hotel del Bahrain, per sproloquiare di democrazia, Stato di diritto e terrorismo. Nel frattempo, a pochi chilometri, il regime filo-occidentale del Bahrain impiega la polizia antisommossa sparando gas contro i pacifici sostenitori dei club pro-democrazia. I manifestanti cercavano di esercitare il diritto universale alla libertà di riunione pacifica e di espressione, gli stessi diritti umani di cui Washington e Londra ripetutamente affermano esserne i campioni della rivendita. Questi diritti civili sono sistematicamente negati in Bahrein negli ultimi tre anni (e anche prima), dalla monarchia assoluta del Bahrain, sostenuta da statunitensi e inglesi. Dal febbraio 2011, quando il movimento pro-democrazia si riaccese nel regno del Golfo Persico, le forze del regime hanno ucciso quasi 100 civili, alcuni sono morti sotto tortura in prigione; centinaia hanno subito mutilazioni grottesche, come la perdita di arti ed occhi per i proiettili antisommossa; neonati e anziani sono stati avvelenati nelle loro case dal deliberato uso eccessivo di gas lacrimogeni, e migliaia di famiglie sono in miseria perché padri e figli sono rinchiusi nelle carceri senza una parvenza di processo legale. Tutta questa barbarie avviene con l’appoggio tacito di Washington e Londra, e nell’indifferenza vergognosa dei media occidentali.
Per la popolazione di soli 600000 nativi del Bahrein (la popolazione di lavoratori immigrati è della stessa dimensione) le brutalità e le sofferenze inflitte dal regime dei Qalifa sono state immense. E in questa feroce aggressione alla popolazione sciita, i governanti bahraini hanno avuto completa assistenza dall’Arabia Saudita, che aveva inviato truppe nell’isola confinante nel marzo 2011, per schiacciare le manifestazioni pro-democrazia. Le truppe saudite rimasero in Bahrein da allora, seppur discretamente, indossando uniformi del Bahrain. Washington e Londra erano completamente informate della situazione. In realtà, Stati Uniti e Gran Bretagna diedero via libera alla Casa dei Saud nella repressione delle proteste in Bahrain, proprio come i governanti sauditi fanno nella propria provincia orientale e in altre regioni del regno petrolifero. E’ istruttivo confrontare e contrapporre ciò che accade in Ucraina occidentale e la reazione ufficiale. Le proteste a Kiev, evidentemente guidate da una minoranza determinata ad attuare la sovversione violenta e organizzata volta al rovesciamento delle autorità elette. Questo non è l’esercizio dei diritti umani internazionali, come in Bahrain; nel caso dell’Ucraina si tratta di una sedizione. Inoltre, i gruppi d’agitazione in Ucraina, come il Partito Patria e il neo-fascista Partito liberale, sono noti per i loro solidi legami con agenzie straniere impegnate a fomentare i cambiamenti di regime nei Paesi presi di mira. Queste agenzie sono la CIA e l’apparentemente innocua National Endowment for Democracy. Certo, le meticolose tattiche d’assalto recentemente usate contro gli edifici governativi di Kiev, indicano fortemente un’azione militare segreta… Rimproverare lo Stato ucraino per reagire con mano pesante alla sfrenata sovversione contro l’autorità sovrana, come i governi occidentali accusano, è nel migliore dei casi ingenuo e nel peggiore palese propaganda che falsa la situazione reale. A quanto pare, passanti inermi sono stati coinvolti nelle zuffe subendo lesioni. Tuttavia, non vi sono stati morti ed il primo ministro ucraino Mykola Azarov si è pubblicamente scusato per il comportamento della polizia. Dopo il culmine emotivo della settimana prima, le manifestazioni nella capitale ucraina si erano placate. Questa modalità indica che proteste e opinione pubblica vengono manipolati su un’altra agenda, non si tratta semplicemente di esprimere il dissenso verso il rifiuto del governo all’Unione europea, ma di uno scopo più sinistro: destabilizzare lo Stato.
Il contrasto con il Bahrain non potrebbe essere più lampante. Qui l’”autorità” è un regime non eletto in gran parte composto da una famiglia, gli al-Qalifa, guidata da un auto-nominatosi re, Hamad bin Isa al-Qalifa. Il suo successore sarà il primogenito, il principe ereditario Salman. Il regime del Bahrein domina con decreti assoluti e un “parlamento” consultivo “eletto” attraverso un processo fortemente manipolato. Il regime del Bahrain e i suoi sostenitori stranieri, Washington, Londra ed Arabia Saudita, sostengono che gran parte delle pacifiche proteste pro-democrazia sono manipolate da agenti stranieri. Sostengono che tali agenti provengono dall’Iran e dal movimento di resistenza libanese Hezbollah. I governi statunitensi e inglesi non lo ribadiscono troppo forte o spesso, perché sanno benissimo che l’accusa è una fantasia assoluta. Non c’è un briciolo di prova del coinvolgimento di Iran, Hezbollah o qualsiasi altra agenzia straniera nelle manifestazioni del Bahrain. Queste proteste si svolgono da tre anni semplicemente per via del desiderio della popolazione di avere il diritto di eleggere democraticamente un governo, piuttosto che essere dominata da una cricca familiare venale e corrotta. A differenza dell’Ucraina, il Bahrain è un caso semplice e diretto di democrazia brutalmente negata alla popolazione che resta tranquilla nonostante la provocazione implacabile di un regime non eletto.
Il doppio standard e l’ipocrisia dei governi occidentali e dei media mainstream, come dimostrato dalla risposta divergente sugli eventi in Ucraina e in Bahrain, è lampante. Una manifestazione di breve durata per seminare il caos in Ucraina e una dimostrata sovversione estera contro un governo eletto, ottengono la massima attenzione dai governi e dai media occidentali, quale “nobile tentativo democratico contro un regime autocratico“. Considerando che in Bahrain, il continuo movimento pro-democrazia sostenuto da civili disarmati e pacifici contro un brutale autocrate viene, beh, semplicemente ignorato dall’occidente. Infatti, il Bahrain non è semplicemente ignorato dall’occidente. Viene accettato e tacitamente appoggiato, fino in fondo, da Washington e Londra. La presenza di figure di spicco come Chuck Hagel e William Hague al Dialogo di Manama, in Bahrain, durante questo fine settimana, dove disquisivano di luoghi comuni su sicurezza, democrazia e Stato di diritto, serve ai governi statunitense e inglese a rassicurare i regimi del Bahrein e dell’Arabia Saudita sul loro continuo supporto nella repressione della democrazia. Nel frattempo, Chuck Hagel annunciava in tale forum che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ridurre la propria presenza militare (leggi: vendita di armi) nel Golfo Persico, nonostante la recente distensione diplomatica con l’Iran. “La diplomazia deve essere sostenuta con la forza militare“, ha detto Hagel  ai delegati. Il capo del Pentagono ha anche rivelato che gli Stati Uniti concluderanno la vendita di 15000 missili anticarro all’Arabia Saudita per un miliardo di dollari. Questi missili probabilmente andranno ai militanti di al-Qaida ingaggiati nella guerra terroristica contro la Siria per imporvi un cambiamento di regime filo-occidentale. Ironia della sorte, e ridicolmente, il ministro degli Esteri inglese William Hague ha avvertito che gli “estremisti” che operano in Siria (con il sostegno segreto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Arabia Saudita, tra gli altri) rappresentano una grave minaccia alla sicurezza del Medio Oriente e dell’Europa.
Davanti alla conferenza di Manama, dove i manifestanti pacifici hanno avuto le teste spaccate dalla polizia antisommossa del Bahrein, uno striscione della folla diceva: “Perché i governi occidentali non chiedono la democrazia in Bahrain?” Che scherzo crudele. I governi occidentali non sostengono la democrazia in Bahrain, o in qualsiasi altro luogo, perché fanno soldi con la vendita di armi e petrolio sostenendo dittature, e frantumando e sovvertendo la democrazia. Bahrain e Ucraina sono solo due esempi del concetto generale. Nonostante la retorica con cui si pavoneggiano, Washington e Londra non sono altro che spacciatori di sovversione e inganni.

Hagel630La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Saud gettano petrolio sulla mossa USA-Iran

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 31.10.2013

1150146Il battibecco dell’Arabia Saudita con il suo storico alleato di Washington può finire in diversi modi. Punti dalla “doppia morale” degli USA in Medio Oriente (che ironia?), gli anziani della Casa dei Saud, tra cui il capo dell’intelligence, principe Bandar bin Sultan, hanno lasciato intendere che il regno petrolifero può acquistare altrove i suoi giocattoli bellici miliardari che tradizionalmente compra da Washington. Considerata la situazione critica dell’economia industriale degli Stati Uniti, la perdita dell’esportazione in un tale settore chiave delle entrate, sarebbe un brutto colpo… Un altro mezzo con cui l’Arabia Saudita potrebbe punzecchiare gli “inetti americani”, sarebbe far scivolare sul petrolio i cruciali colloqui USA-Iran sulla perenne questione nucleare. In particolare, l’Arabia Saudita, principale forza produttiva del cartello petrolifero dell’OPEC, potrebbe rendere problematica l’eliminazione delle sanzioni all’Iran. Non che Washington si preoccupi troppo di togliere le sanzioni che ha posto, ma la riluttanza saudita potrebbe danneggiare ciò che sembra essere la cinica mossa degli Stati Uniti impegnandosi diplomaticamente con l’Iran per ragioni geo-strategiche.
Per i sauditi, questo possibile vandalismo sarebbe la dolce vendetta per l’esasperazione dettata dall’indecisione statunitense su Siria e Iran. Il regno saudita wahabita è ossessionato dall’idea di sconfiggere l’Islam sciita rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati Siria ed Hezbollah libanese.  L’ossessione è confermata da un’arcana animosità settaria e anche da una più banale rivalità politica. Il prestigio della rivoluzione iraniana nel Medio Oriente e il suo tagliente anti-imperialismo sono ispirazioni pericolose per gli arabi comuni, dal punto di vista della Casa dei Saud. Quindi, l’apparente dietrofront degli Stati Uniti, prima rinunciando all’occasione di attaccare totalmente la Siria, il mese scorso, e poi con la sorpresa del riavvicinamento degli USA a Teheran sul decennale contenzioso nucleare, ha provocato le ire dei fondamentalisti sauditi. Ciò spiega la straordinaria stizza espressa dal principe Bandar, il capo delle spie saudite. Dati i suoi stretti contatti con le istituzioni di Washington, essendovi stato ambasciatore per 22 anni (1983-2005), possiamo essere certi che la chiusura e le minacce di Bandar ai diplomatici occidentali inviino un messaggio della Casa dei Saud ai vertici governativi degli Stati Uniti. I sauditi non solo sono scontenti dei loro mecenati statunitensi, ma sono addolorati da ciò che percepiscono come un tradimento. La situazione precaria della Casa dei Saud, in quanto governanti non eletti del più grande Paese esportatore di petrolio del mondo, dove la ricca élite è incongruamente affiancata dalla greve povertà dei 20 milioni di abitanti comuni, produce un’intensa mentalità da somma zero. Qualsiasi contrattempo percepito dai governanti o concessione ai rivali, risulta intollerabile per il regime dispotico dall’autorità insicura, sia all’interno che a livello regionale. Perciò le sue reazioni sono così veementi, come ad esempio il furioso rifiuto, all’inizio di ottobre, del seggio di membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ancora, un’altra azione diretta a mostrare disappunto verso Washington.
L’animosità saudita verso l’Iran, la Siria ed Hezbollah, la Mezzaluna sciita, ovviamente non è per nulla nuova. Tale invidia geopolitica può essere fatta risalire alla Rivoluzione Islamica del 1979.  Per sue ragioni egemoniche, Washington coltivò la rivalità saudita verso l’Iran, presentando le  monarchie arabe sunnite del Golfo Persico come il baluardo contro le sollevazioni popolari d’ispirazione iraniana. Il Bahrain è forse l’esempio migliore, dove Stati Uniti ed Arabia Saudita collusero per schiacciare il movimento pro-democrazia in Bahrain, sorto durante la primavera araba del 2011. La propaganda contro l’insurrezione in Bahrain del regime saudita, con il tacito consenso di Washington, incolpava della rivolta le agenzie sovversive di Iran e Hezbollah. L’Iran nega qualsiasi interferenza politica negli affari interni delle monarchie sunnite. Teheran afferma, con corretto ragionamento, che i disordini in Bahrain, Arabia Saudita e gli altri sceiccati del petrolio sono semplicemente il riflesso del pesante deficit democratico in questi Stati fascisti. La primavera araba ha anche dato alla Casa dei Saud l’occasione d’oro per colpire di nuovo la Mezzaluna sciita, unendosi alla guerra occulta occidentale per il cambio di regime in Siria. Scalzando il governo del Presidente Bashar al-Assad, secondo tale logica, avrebbe inflitto un potente colpo all’influenza regionale dell’Iran. Ma l’opzione militare contro la Siria e l’Iran s’è dimostrato uno strumento inefficace riguardo gli obiettivi strategici voluti dagli occidentali. I governi siriano e iraniano resistono indomiti, nonostante anni di brutale aggressione sotto forma di eserciti di ascari mercenari e la serie di sanzioni economiche contro il secondo. Ciò spiegherebbe perché Washington e i suoi alleati occidentali Francia e Gran Bretagna, sembrino pronti ad accettare l’opzione politica dei negoziati diplomatici. Non che Washington rinunci ai suoi obiettivi strategici contro Siria e Iran. Solo che la tattica passa dall’aggressione militare al wrestling politico. Come il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831) ha giustamente indicato, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e viceversa. Dal punto di vista di Washington, con questo passaggio prenderebbe due piccioni strategici con una fava. Impegnandosi in un processo politico con Iran e Siria, potrebbero scambiarsi rispettivamente delle concessioni, con il risultato importante di indebolire entrambi i governi. Una potenziale vulnerabilità sarebbe l’urgente bisogno dell’Iran di far togliere le sanzioni economiche. La prontezza della nuova spinta diplomatica dell’Iran, nello stallo nucleare, dimostra che la Repubblica islamica ha un acuto bisogno di togliersi l’embargo economico occidentale. Si calcola che la combinazione delle sanzioni dell’Unione europea e statunitensi imposte all’Iran a metà 2012, da sola abbia afflitto oltre la metà delle esportazioni di petrolio, con la conseguente perdita di 35 miliardi dollari di entrate l’anno scorso. Ciò può essere descritto solo come una devastante, se non criminale, aggressione.
L’elezione del presidente iraniano Hassan Ruhani a metà giugno e la nomina di Muhammad Javad Zarif, di formazione occidentale, a ministro degli Esteri, hanno comportato un cambiamento di rotta nelle relazioni dell’Iran con Washington e i membri del gruppo 5+1 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, della Germania, dell’UE e dell’osservatorio nucleare delle Nazioni Unite, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. I colloqui con l’AIEA questa settimana, a Vienna, sono stati descritti “gravi e seri”. Tutti questi colloqui sono stati indicati “costruttivi” e “progressivi”. Tale drammatico cambiamento può in gran parte essere la manifestazione dell’urgente necessità dell’Iran di togliere le restrizioni occidentali sulla sua economia. Ma questo sviluppo diplomatico può anche essere essere visto quale tentativo di Washington e dei suoi alleati occidentali d’impegnare politicamente l’Iran sulle loro pressanti ragioni tattiche, riguardo la realizzazione di obiettivi strategici verso l’Iran e la Siria. Dopo il primo ciclo di negoziati tra l’Iran e il gruppo P5+1 a Ginevra il mese scorso, vi furono i vertiginosi elogi di Washington e delle potenze europee. Ma in vista del secondo round di colloqui, in programma a Ginevra la prossima settimana, vi sono diversi segnali secondo cui Washington e gli europei ritornerebbero a giocare duro. L’amministrazione Obama afferma che non saranno tolte le sanzioni per molto tempo e che l’Iran dovrà presentare la prova concreta di non volere armi nucleari. Il Congresso degli Stati Uniti prepara anche l’approvazione di una legge che inasprirà ancor più le sanzioni, mentre l’UE starebbe intensificando l’applicazione del relativo embargo sul commercio e la finanza iraniani. L’effetto di tale indurimento spingerebbe l’Iran a concessioni politiche, tanto più che ne guadagnerebbe l’allettante prospettiva di eliminare le sanzioni. Qui l’Iran deve procedere con cautela, dato che la sua popolazione nazionalista è profondamente sospettosa verso le intenzioni occidentali. Finora, la presidenza Ruhani insiste sul fatto che il diritto del Paese di arricchire l’uranio del 20 per cento per scopi civili, non è negoziabile. E’ inconcepibile che il governo di Teheran sopravviva politicamente se dovesse cedere su un tema così cruciale. Ciò solleva la questione su quali altre concessioni l’occidente pretenderebbe dall’Iran per la tanto necessaria eliminazione delle sanzioni? Forse agli iraniani potrebbe essere chiesto di fungere da interlocutori consentendo all’occidente di strappare concessioni dal governo di Damasco riguardo l’imposizione di un governo di transizione.
Nel perseguire le sue macchinazioni politiche, l’occidente deve procedere con eleganza e delicatezza. Per prima cosa, deve far sembrare che conceda qualcosa agli iraniani, altrimenti l’Iran non si impegnerà o le masse iraniane richiederanno il completo ritiro da un processo inutile. A tal proposito, è significativo che la Casa Bianca dica di valutare di scongelare 50 miliardi di dollari in beni iraniani. Tale importo compenserebbe la perdita dei proventi petroliferi dell’Iran dell’anno scorso. E sembra che l’Iran stia anticipando il ritorno sui mercati internazionali del petrolio, grazie a un più agevole clima diplomatico. L’agenzia Reuters ha riferito la settimana scorsa: “L’Iran  incontrerà i suoi vecchi acquirenti petroliferi ed è pronto a ridurre i prezzi, se le sanzioni occidentali verranno tolte”. L’articolo aggiungeva: “L”offensiva del fascino’ del nuovo presidente iraniano Hassan Ruhani alle Nazioni Unite, lo scorso mese, assieme alla storica telefonata del presidente statunitense Barack Obama, ha fatto rivivere nei mercati la speranza che i barili iraniani possano ritornare come una vendetta, se il rumore diplomatico si traduce nella musica della svolta nel braccio di ferro sul controverso programma nucleare di Teheran”. Reuters citava un imprenditore petrolifero: “Gli iraniani già richiamano tutti dicendo ‘parliamone’… bisogna stare attenti, naturalmente, ma non c’è nessuna legge che vieti di parlare”.
Quindi, è qui che i sauditi comprendono che il “tradimento” degli USA potrebbe divenire pericoloso con l’impegno tattico di Washington verso Iran e Siria. Il ritiro forzato dell’Iran dai mercati del petrolio, a causa delle sanzioni occidentali, fu colmato dal picco di produzione petrolifera saudita, contribuendo l’anno passato a mantenere i prezzi di mercato sui 100 dollari al barile. La produzione di petrolio saudita sarebbe stato al suo massimo, quasi pari la piena capacità di 12 milioni di barili al giorno. Per Washington, impegnandosi nel processo politico con l’Iran, anche per motivi completamente cinici, dovrà mostrare un certo grado di flessibilità consentendo all’Iran di riprendere almeno una parte delle vitali esportazioni petrolifere. Tuttavia, l’apertura a quanto pare è anche prerogativa dell’Arabia Saudita, la cui produzione extra di petrolio ha coperto il deficit globale dovuto alle sanzioni alle forniture iraniane. I sauditi difficilmente sosterranno una qualsiasi ripresa del business petrolifero iraniano. In questo modo, i sauditi hanno il potere di gettare un bastone oleoso tra le ruote diplomatiche che Washington cerca di far girare verso l’Iran.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Consiglio di cooperazione del Golfo smascherato

Dean Henderson – 29 giugno 2013

L’immagine del bramino bostoniano, il segretario di Stato John Kerry che, rannicchiato tra monarchi e despoti, annuncia che gli Stati Uniti avrebbero apertamente armato la creazione dell’MI6, al-Qaida siriana, ricorda una frase del “ricco sfondato”, coniato per descrivere i primi eccessi dell’ala templare dei bankster della City of London dei Rothschild. Con alleati come questi tirapiedi non eletti dei Fratelli musulmani, Kerry non ha bisogno di nemici.
Saudi ArabiaNel 1776 la British East India Company fondò una sede in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri kuwaitiani del clan hashemita al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti vicino Fao e Sufiyah, nel sud dell’Iraq. Kuwait era visto come altamente strategico dagli inglesi, per il suo ruolo a protezione delle rotte marittime nell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, che staccò il Kuwait dall’Iraq e ne fece un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che fu dichiarato Kuwait si oppose al piano britannico e voleva rimanere nell’Iraq. Nel 1914, nel bel mezzo della prima guerra mondiale, il residente inglese del Golfo promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento della Corona del suo nuovo Paese, in cambio del voltafaccia degli al-Sabah e dell’aggressione alle truppe dell’impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, in quello che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si guadagnò le sue strisce dell’Union Jack. La monarchia hashemita governa il Kuwait da quel giorno.
Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui dissero anche di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo, all’inizio della prima guerra mondiale. Nello stesso anno, la Camera dei Rothschild attraverso la Dichiarazione Balfour, spinse per aver il sostegno della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di voler stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono ricavate dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prese il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania e fu gestita da un emiro scelto dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (oggi Emirati Arabi Uniti) e la costa dell’Oman (oggi Oman) divennero anch’essi dei protettorati inglesi. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, dove lo misi una domenica pomeriggio a Gerusalemme”. Nel 1922 il trattato di Jeddah in Arabia Saudita le diede l’indipendenza dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una notevole influenza.  Nel corso degli anni ’20, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud conquistò altro territorio dagli ottomani, quando si annetté Riyadh. Inoltre occupò le città sante di Mecca e Medina degli hashemiti.
Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo, che contemplava concessioni petrolifere in Medio Oriente tra i due Paesi. Entro due settimane gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti dal gioco petrolio in Medio Oriente. Piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favorisse gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, le prime tre progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono alla British Petroleum e alla Royal Dutch/Shell, in gran parte di proprietà della Casa Reale olandese degli Orange e della famiglia Rothschild, e ai francesi della Compaignie de Petroles, nel spartirsi il quadro petrolifero del Medio Oriente. L’Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle aziende europee, mentre la saudita Aramco sarebbe stata posseduta dai cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso varie combinazioni dei quattro cavalieri. Una filiale dell’IPC, la Petroleum Development of Truce Coast, iniziò i sondaggi in ciò che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), nel 1935. Oggi negli Emirati Arabi Uniti, l’industria petrolifera ADCO è per il 24% di proprietà della BP Amoco, per il 9,5% della Royal Dutch/Shell e per il 9,5% di Exxon-Mobil. L’ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compaignie de Petroles, che ormai si è affermata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà di Exxon-Mobil. La Dubai Petroleum è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% del Dubai Marine Areas, di cui la BP Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total ne detengono i contratti per il trasporto a lungo termine con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, che avevano già aderito all’Aramco, e il loro ramo del marketing Caltex, formarono la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco oggi gestisce la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede buona parte della Qatargas, che attualmente fornisce al Giappone 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche partner al 30% del gigantesco giacimento di gas di Ras Luffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. La BP si unì alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che vende oggi greggio scontato agli ex-proprietari dell’Amoco, BP e Chevron-Texaco (Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio del Medio Oriente, mentre i Cavalieri anglo-olandesi il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Elf-Total-Fina e di altre società minori.
Gli inglesi cominciarono a concedere l’indipendenza ai loro protettorati del Golfo a partire dal 1961 con il Kuwait e terminarono nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti furono formati da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza inglese non scemò. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. Mercenari inglesi costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei Paesi del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie unifamiliari selezionate dai colonialisti britannici per realizzare il loro piano di dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime fin dal tardo 18° secolo. Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra esse, proprio come lo sono le famiglie reali d’Europa.

Una monarchia comoda
Il Kuwait fu creato ufficialmente a metà degli anni ’20 in virtù dell’accordo Sykes-Picot. La famiglia al-Sabah vi domina da allora. Su consiglio del re saudita Fahd, la cricca al-Sabah del Kuwait sciolse il parlamento nel 1975 e nel 1986, quando l’opposizione all’emiro divenne troppo forte. Il parlamento del Kuwait è una facciata, in quanto i leader dell’opposizione non possono andare al governo del Kuwait. Attualmente il 25% dei ministri sono membri della famiglia al-Sabah. Le donne non possono votare. Le decisioni politiche possono essere modificate con decreto dell’emiro. La ricca elite ereditaria che domina il Kuwait si affida a manodopera asservita immigrata per svolgere compiti sconvenienti come preparare la colazione o andare al negozio. L’80% della manodopera del Kuwait è composta da operai immigrati dai Paesi poveri dell’Asia come il Bangladesh, le Filippine e l’India. Questi lavoratori, che costituiscono il 63% della popolazione del Paese, spesso non vengono pagati. Lo stupro pubblico delle domestiche è un fatto comune.
L’economia del Kuwait è strettamente controllata da meno di venti famiglie. Lo sheik Ahmed Jaber al-Sabah, che morì nel 2006, aveva 4,8 miliardi di dollari. Come i Sudeiri sauditi, gli al-Sabah si tuffano nelle casse governative del Kuwait ogni volta che ne sentono il bisogno. Il clan al-Sabah è tristemente noto per il suo stile di vita opulento. La maggior parte del reddito annuo petrolifero del Kuwait, 60-100 miliardi di dollari, viene speso in beni di lusso. Molti dei giovani al-Sabah sono stati coinvolti in incidenti imbarazzanti con prostitute, gioco d’azzardo, alcol e droghe. In un’occasione, un nipote dell’emiro è stato arrestato mentre contrabbandava eroina in Francia. Il New York Times una volta definì il Kuwait, “meno che un Paese, una compagnia petrolifera di proprietà familiare con un seggio alle Nazioni Unite“. Un’altra potente famiglia kuwaitiana sono gli al-Ghanim, che ottenne grandi ricchezze aiutando BP e Gulf a costituire la Kuwait Oil Company. Nel 1945 gli al-Ghanim davano lavoro a metà dei kuwaitiani e spesso prestavano denaro alla famiglia al-Sabah. Possiedono la Yusuf Ahmed Alghanim & Sons, che alla fine degli anni ’70 divenne il più grande concessionario estero della General Motors. Gli al-Ghanim sono agenti di Isuzu, Holden, Phillips, Frigidaire, Link Belt Cranes, BP Lubricants, Learjet, Kirby, Hitachi, Qantas, British Airways, Gulf Air e Air India. Negli anni ’90 la famiglia al-Ghanim investiva 400 milioni di dollari l’anno. Nel 1975 Qutayba al-Ghanim comprò la Kirby Industries di Houston. Altre potenti famiglie kuwaitiane sono i bin Bihani e gli al-Qarafi.
In Qatar la famiglia dominante al-Thani s’è intrecciata con tutta la popolazione per consolidare il proprio potere. Nel giugno 1995 il re, lo sceicco Khalifa bin Hamad al-Thani era in vacanza in Svizzera, quando suo figlio Hamad, laureto a Cambridge, prese le redini del potere. Nonostante le mosse del giovane verso la democrazia, come ad esempio il lancio di al-Jazeera e un decreto che permetteva alle donne di votare, molti nel Golfo videro l’occupazione del palazzo come un colpo di Stato della CIA, in quanto l’anziano al-Thani era un alcolizzato e corrotto imbarazzante per Washington. Il Qatar ha la seconda riserva più grande di gas naturale (900 miliardi di piedi cubi) del mondo dopo la Russia. Ben presto gli Stati Uniti crearono Camp Snoopy alla periferia di Doha e posizionarono i loro caccia in due basi aeree del Qatar, al-Sayliyah e al-Udeid. Nel novembre 2001 il Qatar ha ospitato la riunione annuale dell’Organizzazione mondiale del commercio, in un edificio pacchiano di Doha comprendente uno Starbucks, un McDonalds e un Kentucky Fried Chicken. I monarchi al-Thani governano per decreto e sono piazzisti di molte multinazionali, tra cui BMW e International Harvester. Gestiscono diverse operazioni di franchising occidentali in Qatar, tra cui il Ramada Hotel. Un’altra famiglia vicina agli al-Thani, che esercita un notevole potere in Qatar, è la famiglia Darwish. Rappresenta Austin, Pirelli, Union Carbide, Phillips, Dunlop, GE, Hobart, Volkswagen, Audi e Fiat. La famiglia al-Mana è anch’essa influente, e rappresenta Peugeot e altre multinazionali.
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono un agglomerato di sette emirati diversi che ebbero concessa dagli inglesi l’indipendenza nel 1971. Il Primo ministro degli EAU sheik Rasid bin Said al-Maqtum è membro della monarchia governante degli al-Maqtum. Il suo patrimonio netto è stimato 4 miliardi di dollari. I suoi quattro figli occupano la carica di Viceprimo ministro, ministro delle Finanze e dell’Industria, ministro della Difesa e comandante delle Forze di difesa di Dubai. Due di loro sono anche miliardari. La famiglia al-Nahiyan governa l’emirato di Abu Dhabi degli Emirati Arabi Uniti.  Lo sceicco Zayed bin Sultan al-Nahiyan è diventato il più grande azionista della BCCI, che agiva  da ufficiale pagatore per le operazioni della CIA in tutto il mondo, negli anni ’80. In seguito gli al-Nahiyan avviarono Flying Dolphin Airlines, indicato dalle Nazioni Unite come vettore del “contrabbando” in Afghanistan, e del contrabbando di armi in spregio agli embargo delle Nazioni Unite nei punti caldi africani, come la Sierra Leone.
In Bahrain, a lungo importante avamposto britannico e sede della Bahrain Petroleum Company di proprietà della Chevron-Texaco, sheik Isa bin Salman al-Khalifa e il suo clan presiedono lo staterello petrolifero. Al-Khalifa è stato un investitore della Harken Energy di George W. Bush, che si aggiudicò una concessione petrolifera off shore senza precedenti nelle acque del Bahrain, poco prima della guerra del Golfo. Le famiglie mercantili saudite dominano su gran parte del resto dell’economia del Bahrain. La famiglia Qanoo di Dhahran è particolarmente prominente. I Qanoo rappresentano Exxon-Mobil, BP Amoco, Norwich Union Insurance, Holland Persian Gulf Lines e Royal Nedlloyd Lines. Il loro punto di forza è il trasporto di greggio per tutti i Quattro Cavalieri, soprattutto dal Porto del Bahrain e dalla gigantesca raffineria saudita di Ras Tanura, che fu costruita dalla Bechtel a metà degli anni ’40. I Qanoo recentemente hanno aggiunto la Kuwait Shipping Company al loro impero. Un’altra famiglia importante in Bahrain sono gli al-Moayad. Il Bahrein ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti ed è un importante centro bancario off-shore per JP Morgan Chase, Citigroup e altre mega-banche globali specializzate in riciclaggio di petrodollari. Non a caso, una grande percentuale del greggio saudita viene raffinata in Bahrain, sotto l’occhio vigile della Quinta Flotta degli Stati Uniti e dei banchieri internazionali.
L’Oman è governato dalla famiglia al-Qaboo. Il paese gode di relazioni particolarmente strette con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ospitando importanti basi militari statunitensi e frequenti esercitazioni congiunte militari USA/Regno Unito. La National Bank of Oman era di proprietà della BCCI e, a sua volta, possedeva una grossa fetta dei depositi della BCCI. La banca veniva usata dagli sceicchi del GCC per finanziare le operazioni segrete della CIA. Lo sceicco al-Qaboo, monarca di Oman, ottenne una preziosa proprietà nei pressi del porto di Karachi in Pakistan, come premio per il suo sostegno alla guerra decennale della CIA in Afghanistan, per poi cederla all’US Navy. Exxon-Mobil ha una grande presenza in Oman. Negli anni ’90, il 28% del greggio estero della società proveniva dall’Oman.
Ma l’Arabia Saudita rimane la più grande polveriera nella regione grazie ai suoi 255 miliardi di barili di riserve petrolifere. Aramco, Bechtel e altre multinazionali occidentali avevano appreso presto la necessità di elevare alcuni cittadini sauditi, come Sulaiman Olayan, a posizioni di potere al fine di avere accesso al trono saudita. Questo processo, che segue un modello praticato dalle multinazionali di tutto il mondo, ha creato l’enorme disparità di ricchezze nel Regno. Da una parte si ha la Casa dei Saud e meno di venti famiglie dell’élite legate al trono, diventate ricche in quanto partner di joint venture e agenti di vendita delle multinazionali occidentali. Questo jet set di miliardari passa il tempo volando a Montecarlo per gettare soldi nel gioco d’azzardo e in feste sontuose per diplomatici occidentali, consumando abbondanti quantità di alcool e vivendo in palazzi opulenti. Re Fahd, il patriarca attuale della Casa dei Saud, da solo vale circa 18 miliardi di dollari. Dall’altra parte c’è il 99% dei cittadini sauditi, per lo più devoti musulmani sciiti, che lottano ogni giorno per guadagnarsi un’esistenza misera e che non hanno assolutamente alcuna voce nella monarchia ereditaria che governa senza democrazia il loro Paese. Questa disparità di ricchezza si è spesso dimostrata esplosiva, più di recente negli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, dove 15 dei 19 dirottatori-fantocci degli aerei che colpirono le torri del World Trade Center e il Pentagono, erano di nazionalità saudita. Un grave motivo per cui gli Stati Uniti ora importano terrorismo saudita insieme al petrolio dell’Aramco. è che sono le aziende statunitensi che hanno contribuito a creare l’enorme disparità di ricchezza in Arabia Saudita, elevando alcune famiglie a dinastie finanziarie e attraverso di esse, avere l’appoggio incondizionato dei loro compari della  Casa dei Saud.
Negli anni ’50, la famiglia Alireza vendeva i suoi monili per conto di Cartier, Van Cleef e Arples. Oggi possiede l’Haji Abdullah Alireza & Company (HAACO). La HAACO ha collaborato con Mobil per fondare l’Arabian Petroleum Supply Company, che all’inizio forniva marketing per il carburante degli aerei presso l’aeroporto di Jeddah, e da allora le operazioni si sono espanse. Un’altra joint venture HAACO/Mobil è l’Arabian Maritime Company. HAACO è agente di vendita per l’Arabia Saudita di Goodyear, Ford, KLM Airlines, Air Algerie, Pepsi, Dunlop e Westinghouse. La società di Alireza si è unita alla ITT come subappaltatori della Lockheed per un progetto per il controllo del traffico aereo nel Regno. Un’altra società controllata da Alireza, il Gruppo Rezayat, ha due joint venture con l’azienda per l’energia di Tulsa Williams International, una chiamata Saudi Arabian Fabricated Metals Industry e un’altra conosciuta come Rezayat & Williams Construction Company. Una terza impresa degli Alireza è la Saudi Arabian Engineering Company, una joint venture con la multinazionale olandese Amindha NV. Ancora un altro passo degli Alireza è la Crescent Transportation, una joint venture con la Sea-Land Corporation, che gestisce il terminal dei container del porto di Damman. La ditta di Jeddah Haji Hussein Alireza è il primo importatore al mondo di veicoli Mazda. L’Alireza è collegata con Brown & Root, filiale di Houston della Halliburton che si è fusa con la MW Kellogg per divenire la KBR. Alireza e Brown & Root gestiscono una società off-shore per la costruzione di oleodotti in Arabia Saudita chiamata Root-Alireza. La famiglia Alireza possiede enormi quantità di immobili nel Regno e notevoli quantità di  azioni di molte delle più grandi aziende saudite tra cui National Pipe, in maggioranza di proprietà della giapponese Sumitomo.
La famiglia Juffali è anch’essa di Jeddah. Ha un valore di oltre un miliardo di dollari. La loro società principale, EA Juffali & Brothers, possiede la più grande concessionaria Mercedes Benz del mondo ed è agente di vendita di oltre 60 multinazionali straniere, tra cui IBM, Siemens, Massey Ferguson, FMC, Borg-Warner, Kelvinator e Michelin. Ha formato una joint venture con Siemens chiamata Arabia Electric, una con Dow Chemical chiamata Arabian Chemical Company, una con Borg-Warner, conosciuta come Saudi Air Conditioning Manufacturing Company e un altro con Massey Ferguson chiamato Arabian Tractor Manufacturing Company. Sheik Ahmed Juffali è membro del prestigioso Advisory Board della Chase Manhattan Bank. Gli investimenti all’estero della famiglia sono gestite dalla Enpro International di New York. La relazione più importante della famiglia Juffali è con Fluor Daniel, seconda società di costruzioni più grande del mondo dopo la Bechtel. I due hanno fatto squadra in una joint venture denominata Fluor Arabia, che fornisce servizi di ingegneria per numerosi progetti petroliferi, gasiferi e petrolchimici dei Quattro Cavalieri. Fluor Arabia ha costruito due interi complessi petrolchimici per la tentacolare Jubail Industrial City ed è attualmente impegnata in un progetto da 20 miliardi dollari per sfruttare il gas naturale dell’Arabia Saudita.
La famiglia al-Gosaibi di Dhahran è la famiglia più ricca della provincia orientale. Ha programmi di costruzione congiunti con le imprese giapponesi Mitsubishi Electric, Mitsui Harbor, Sanki Engineering e Nippon Benkan attraverso l’azienda di famiglia Khalif Abdel-Rahman Algosaibi Contracting. La famiglia ha anche una joint venture con Fiat, è proprietaria del franchising cambiavalute dell’American Express per l’Arabia Saudita e gestisce i fast food e gli hotel di Grand Metropolitan, che fino a poco prima possedeva Burger King, Olive Garden, Red Lobster e Godfather’s Pizza. La Saudi United Insurance Company è una joint venture di al-Gosaibi con tre aziende svizzere: Swiss Reinsurance, Commercial Union e Baloise Insurance. Oil Field Chemical Company è una partnership di al-Gosaibi con Essochem Belgium controllata da Exxon. Attraverso la National Bottling Company, la famiglia è proprietaria del franchising della Pepsi-Cola nella provincia orientale.
La famiglia Qanoo è anch’essa di Dhahran, sede del quartier generale dell’Aramco. I Qanoo hanno interessi in tutta l’Arabia Saudita, Bahrain, Oman e Emirati Arabi Uniti. I Qanoo sono gli agenti spedizionieri dei Quattro Cavalieri, così come agenti di vendita di numerose grandi compagnie aeree. Hanno una joint venture con Otis Elevators chiamata Saudi Otis e di una linea di bus con Greyhound, chiamata Saudi Arabian Greyhound Services. La famiglia è un importante azionista della più grande ditta di riciclaggio di petrodollari, l’Investcorp-Bahrain. I Qanoo hanno interessi nell’Ocean Inchcape Ltd., una società di servizi di manutenzione per le perforazioni off-shore controllata dalla famosa PONC/HSBC della famiglia inglese Inchcape. I Qanoo detengono una joint venture con un altro colosso delle costruzioni statunitense, Foster Wheeler.
Altre importanti famiglie saudite sono i Bugshan, i Suliman, gli Abdul-Latif Jamil, i Zahid, i Rajhji, i Qaaqis, i bin Mahfuz e i bin Ladin. Abdul Latif Jamil vale oltre 2 miliardi di dollari ed è l’agente della Toyota nel Regno dal 1955. I suoi investimenti all’estero vengono gestiti dalle Jaymont Properties di New York. La famiglia al-Rajhi possiede l’Al-Rajhi Banking & Investment Corporation e ha un valore di oltre 4 miliardi di dollari. Lo sceicco Khalid bin Mahfuz ha un valore di oltre 2 miliardi di dollari. Possiede la National Commercial Bank, la più grande del mondo arabo, ed è stato uno dei maggiori azionisti della BCCI. L’ormai famigerata famiglia bin Ladin ha guadagnato le proprie fortune nel settore delle costruzioni costruendo il palazzo reale saudita e rinnovando le città sante di Mecca e Medina. Salim bin Ladin era uno stretto socio d’affari di George W. Bush e amico di James Bath. I bin Ladin ha finanziato una cattedra di studi islamici alla Harvard. George Bush padre lavora al Carlyle Group, che ha gestito il patrimonio della famiglia bin Laden fino al novembre 2001. Sia Mohammed (padre di Usama) che Salim bin Ladin sono morti in incidenti aerei.
La più importante delle famiglie saudite sono gli Olayan, il cui patriarca Sulaiman era lo spedizioniere dell’Aramco divenuto insider miliardario della Morgan Guaranty. Il suo gruppo Olayan fu istituito con l’aiuto di Bechtel, vicino al quartier generale dell’Aramco a Dhahran. Presto la Saudi Arabian Bechtel Corporation venne avviata, con Olayan come partner. La Saudi Arabian Bechtel costruì le enormi centrali elettriche Ghazlan I e II nella provincia orientale, che forniscono la maggior parte dell’energia elettrica del Regno. Costruì anche la maggior parte dei gasdotti e degli oleodotti del Paese e un impianto d’iniezione di acqua di mare per il più grande giacimento di petrolio offshore del mondo, a Ghawar. L’Arabian Bechtel Company è la più recente venture Olayan/Bechtel in cui il principe ereditario Mohammed Fahd ha degli interessi. Ha costruito e gestisce l’enorme Jubail Industrial City e costruito il nuovo aeroporto internazionale di Riyadh.  Un’altra joint venture, Saudi Arabian Bechtel Equipment Company, affitta le attrezzature pesanti nel Regno. Ma i rapporti della famiglia Olayan con Bechtel sono solo la punta di un iceberg. Il clan Olayan possiede la General Contracting Company che spesso subappalta i progetti dell’Aramco e funge da agente di vendita per International Harvester, FMC, United Technologies, Chrysler, Crane, Freuhauf, ITT, Grinnell, Cummins, British Leyland e Kenworth tra gli altri. Nel campo dei prodotti di consumo, l’Olayan General Trading Company è agente di vendita per American Tobacco, Armour, Nescafe, Quadrante, Bristol Meyers Squibb, Zuppa Campbell, Hunt-Wesson, 3M, Swisher, Sterling Drug e Kimberly-Clark. Attraverso altre società, l’Olayan rappresenta Kawasaki Steel, Hughes Tool, Mitsubishi e Owens-Corning. La sua Industrial Converting Company produce i prodotti di carta della Kimberly-Clark. Arabian Commercial Enterprises (ACE) è il braccio assicurativo della famiglia. I suoi clienti includono Aramco, Bechtel, BP Amoco, Mobil e Getty Oil. ACE possiede l’Al-Nisr Insurance Company in Libano e la Saudi Arabian Insurance of Bermuda. Gli Olayan hanno due joint venture chimiche con l’azienda svedese Nitro Nobel ed una con la Chemicals Champion di Houston. Il Gruppo Olayan possiede la metà della Saudi Arabian United Technologies, attraverso cui vende i motori Pratt & Whitney e gli ascensori Otis. Una joint venture con Texaco è la Sappco-Texaco Insulation Products. I Saudi Security Services dell’Olayan lavorano con la Burns International Security e la Freeport Security nella protezione delle operazioni delle multinazionali nel Regno. Alcune relazioni d’affari degli Olayan sono meno banali. Il suo partner nella joint venture Saudi Arabian Evergreen Aviation è l’Evergreen Aviation, la compagnia aerea del pilota trafficante di armi Richard Brenneke, che operò trasportando armi ai contras in Nicaragua. La ditta dell’Oregon ha una lunga storia quale compagnia aerea a contratto della CIA. L’Olayan Finance Company è legata alla Barclays Bank, un elemento chiave nel processo di riciclaggio dei narcodollari del Triangolo d’Argento dei Caraibi, e con Jardine Matheson, conglomerato di Hong Kong proprietario dell’Hong Kong Jockey Club e di gran parte della HSBC. Questa “triade” di joint venture è conosciuta come Barclays-Jardine-Olayan ed è insediata nelle Isole Cayman. L’Olayan è anche vicina ad American Express (AMEX), dove il rampollo di famiglia Sulaiman una volta era membro del consiglio assieme ad Henry Kissinger. AMEX ha legami con il narcotraffico globale, attraverso i suoi conttati con l’Edmund Safra Republic Bank, acquistata nel 1999 dalla HSBC.
Mentre gli Olayan accumulavano ricchezze e investivano in molte banche e società occidentali, incarnando il riciclaggio dei petrodollari, divennero la norma dell’élite saudita. Nel 1981 gli Olayan comprarono molte azioni di Chevron, Texaco, Amoco e Conoco. Sulaiman Olayan e il principe ereditario Khalid bin Abdullah bin Abdel Rahman al-Saud gestiscono Competrol, che detiene una quota dell’1% di JP Morgan Chase. Competrol possiede partecipazioni simili in Mellon Bank, Sud-Est Bancorp, Valley National First Bank Systems di Phoenix, First Interstate Bank e Hawaii Bancorp Competrol, e detiene il 19% delle società di private equity Donaldson, Lufkin & Jenrette e l’8% della First Chicago Corporation, da tempo centro di riciclaggio della CIA. Gli Olayan possiedono azioni di Occidental Petroleum, Westinghouse, Thermo Electron, Whittaker e United Technologies. Sulaiman Olayan è stato nei CdA di Morgan Guaranty, Exxon-Mobil e American Express. E’ presidente della Banca saudita-spagnola di Madrid e membro del Consiglio Internazionale della Morgan Guaranty Trust.
Il miliardario Sulaiman Olayan è una bella metafora delle relazioni Stati Uniti – Arabia Saudita. La sua immensa ricchezza e influenza sono il risultato diretto della volontà di sostenere la neo-colonizzazione delle riserve di petrolio del proprio Paese. Inoltre, la sua decisione d’investire questa ricchezza in illeciti occidentali, piuttosto che nello sviluppo del mondo arabo, ha contribuito alla povertà e ai disordini nella regione. Se Assad dovesse mantenere il controllo della Siria, Olayan e i suoi fratelli leccapiedi cominceranno a dormire male. La vendetta è amara.

12QTR-Map-of-Gulf-1979-mTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra imperialista contro la Siria: Erdogan Pasha, l’ultimo sultano ottomano

Fida Dakroub, Global Research, 12 giugno 2013

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Generalità
Ad un ricevimento presso il palazzo presidenziale di Damasco, il 9 agosto 2011, il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu comunicò al presidente siriano Bashar al-Assad un messaggio duro e fermo, chiedendogli di porre fine alla “sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche in Siria [1]” prima che fosse troppo tardi. In quella giornata indimenticabile, Davutoglu arrivò a Damasco, dopo giorni e notti a cavallo dell’altopiano anatolico. Al suo arrivo davanti le mura della città, evitò il suq e i caravanserragli del vecchio quartiere e rapidamente si precipitò a Qasr al-Muhajerin, il palazzo presidenziale, circondato da fiori di acacia e gardenia. Senza far seccare il sudore sulla fronte o togliendosi la polvere che gli copriva il becco [2] si appoggiò sul bastone e il guanto di Carlo Magno [3], e si pose davanti Assad come Gano [4] davanti Marsiglia [5], e pieno di arroganza, iniziò il suo discorso da messaggero della Santa Alleanza arabo-atlantica. Infatti, Ahmet Davutoglu era arrivato nella capitale degli omayyadi con un messaggio “deciso”, secondo le parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan; Davutoglu fu inviato dalla Santa Alleanza a consegnare al presidente siriano Assad un messaggio occidentale, dentro una busta araba e con timbro di spedizione della turca PTT (posta ve telgraf teskilati) [6].

Inizio della guerra imperialista contro la Siria
Basta fare un parallelo con le dichiarazioni dei leader arabo-atlantici nello stesso periodo, per sapere fino a che punto la Turchia sia coinvolta, fin dall’inizio, nella guerra contro la Siria. La prova è che durante il suo incontro con il presidente Assad, Davutoglu disse che la Turchia non poteva rimanere spettatrice degli eventi che si verificavano in un Paese con il quale condivide un confine di circa 900 km, e legami storici, culturali e familiari. [7] Aggiunse anche che il messaggio di Ankara sarebbe stato più rigoroso, forte e chiaro, avendo la Turchia quasi perso la pazienza, aggiunse. [8] La sera stessa, la segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, chiese a Davutoglu di dire al presidente Assad che doveva “rimandare i suoi soldati nelle caserme” [9]. Da parte sua, l’Unione europea previde nuove sanzioni. Il servizio diplomatico europeo fu incaricato di preparare una lista di opzioni per andare oltre ciò che era in vigore [10] e la Francia, che nascondeva un rancore  colonialista verso la Siria, si dichiarò per l’attuazione della transizione di potere, “il tempo dell’impunità è finito per le autorità siriane”, dichiarò Christine Fages, allora vice-portavoce del ministero degli Esteri. [11]
Va notato qui che gli emiri e sultani arabi, temendo di perdere il bavaglio [12], esortarono la Siria a porre fine al “bagno di sangue”. Re Abdullah dell’Arabia Saudita disse che la Siria aveva solo due scelte per il futuro: “optare volontariamente nella saggezza o impantanarsi nel caos e nella violenza“, riassunse in una dichiarazione dal tono insolitamente duro verso lo Stato siriano. Da parte sua, il capo della diplomazia del Kuwait, lo sceicco Mohammed al-Sabah, rese omaggio alla decisione dell’Arabia Saudita. Più tardi, lo Stato del Bahrein si unì alla festa, e prese parte al Rot [13]: “Il Bahrein ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Damasco per consultazioni e chiede saggezza alla Siria“, disse il ministro degli Esteri del Bahrein, sheikh Khalid bin Ahmad al-Khalifa [14]. In effetti, gli emiri e sultani arabi, questi despoti e tiranni delle monarchie assolute del mondo arabo, si precipitarono al festino del Fagiano [15] dell’Unione europea, non solo per celebrare l’inizio della guerra imperialista contro la Siria, ma anche per versare olio sul fuoco dell’odio per le minoranze musulmane eterodosse religiose di tutto il mondo musulmano. Nonostante le minacce dirette e sottintese, la Siria respinse l’ultimatum della Santa Alleanza e la consulente politica del presidente siriano, Dr. Bouthaina Shaaban, avvertì il diplomatico [turco] che avrebbe dovuto aspettarsi una gelida accoglienza e che la Siria avrebbe presentato ad Ankara un messaggio ancor più fermo di quello di Davutoglu, rifiutando l’ultimatum: “Se [...] Davutoglu viene per consegnare un messaggio duro alla Siria, allora sentirà propositi ancor più duri sulla posizione della Turchia. La Turchia non ha ancora condannato i brutali omicidi di civili e soldati da parte dei gruppi armati terroristici”, riferiva l’agenzia SANA. [16] Dopo il rifiuto dell’ultimatum da parte dello Stato siriano, la guerra imperialista contro la Siria fu innescata, e l’ingerenza straniera prese una linea ascendente. Davutoglu tornò ad Ankara deluso senza riuscire a “spaventare” il presidente siriano Assad e le sue minacce furono portate via dal vento, la Siria aveva già preso una ferma e determinata decisione: resistere, confrontarsi e portare il Paese alla vittoria decisiva, nonostante i notevoli sacrifici.
In risposta alla decisione dello Stato siriano, la Santa Alleanza decise di togliersi la maschera e mostrare il suo volto spaventoso: o le dimissioni di Assad o la Siria sarà distrutta completamente.  Così, i presunti oppositori si riunirono ad Istanbul per creare un fronte unito contro lo Stato siriano e il giorno dopo, il miserabile Consiglio nazionale siriano (CNS) nacque, allora presieduto da un docente universitario di Parigi, Burhan Ghalyun [17]. Due giorni dopo, il 4 ottobre 2011, la creazione del CNS fu seguita dal progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la Siria, ma subì l’opposizione del doppio veto russo e cinese. Mosca si oppose “all’approccio del confronto” che andava “contro una soluzione pacifica della crisi“, mentre Pechino respinse “l’interferenza negli affari interni” di un Paese [18]. Eravamo ancora agli inizi della guerra imperialista contro la Siria.

Erdogan Pasha: il sigillo del califfato ottomano
Tutto quello che abbiamo detto prima appartiene già alla storia, lo Stato siriano ha resistito non solo alla peggiore guerra imperialista del secolo, ma il suo esercito ottiene vittorie decisive sul terreno contro le ondate di “nuovi mongoli” che hanno invaso il territorio siriano con la grazia e la benedizione del califfo di Istanbul, Erdogan Pasha. Tuttavia, Erdogan oggi non è più un Sadrazam [19] o Davutoglu un Reis Effendi [20]. Nella seconda settimana di proteste senza precedenti, le forze democratiche turche apprendono i loro preparativi. Continuano a occupare luoghi pubblici e a gridare i loro slogan contro il governo Erdogan. I manifestanti sono attivisti della società civile, studenti, disoccupati, sostenitori della sinistra e dell’estrema sinistra all’opposizione e ambientalisti. Le loro richieste: in primo luogo, l’abbandono da parte del governo del progetto immobiliare a Piazza Taksim, l’epicentro della rivolta in corso a Istanbul e simbolo storico della repubblica e della laicità turche. Un progetto che prevede la costruzione di una moschea e di un enorme centro commerciale. Tuttavia, l’opposizione a questo progetto è solo un pretesto per molti turchi nella loro frustrazione nei confronti di ciò che avvertono come le limitazioni delle libertà civili e politiche antidemocratiche dell’AKP, il partito di governo.
Su un altro livello, vale la pena ricordare qui l’articolo pubblicato questa settimana sulla rivista britannica The Economist, che segue gli ultimi sviluppi in piazza Taksim a Istanbul. L’interesse di un tale articolo non è certo nei contenuti, dei contenuti che non rompono ovviamente con il “classico” discorso occidentale sull’Oriente e gli orientali, o l’approccio che l’autore segue, ma piuttosto nel titolo che presenta: “I moti della Turchia: democratico o sultano” [21], nonché il fotomontaggio del ritratto del sultano ottomano Selim III con la faccia del primo ministro turco Erdogan. Tutto ruota intorno al seguente: per la rivista The Economist, una rivista monopolio certamente legata ai centri di potere imperialisti, pubblicare un tale articolo con un titolo e una foto del genere, criticando l’alleato più fedele della Santa alleanza nella guerra contro la Siria, dovrebbe avere una buona ragione. Tuttavia, questa “buona” ragione non risiede necessariamente nei paragrafi dell’articolo, né nel suo discorso sulla diffusione della democrazia. In altre parole, l’impressione creata leggendo l’articolo è la seguente: Erdogan Pacha abusa della democrazia e la rivista The Economist l’ha avvertito, semplicemente! Purtroppo, una tale lettura è parte del cosiddetto “grado zero di pensiero critico” o “massimo stadio d’ingenuità politica.” Certo, il motivo per cui questo articolo appare su The Economist, oggi, risiede altrove, soprattutto quando si sa che questa non è la prima volta in 10 anni di governo, che Erdogan “abusa” della democrazia nel suo Paese, né la prima volta che getta benzina sul fuoco dello sciovinismo e dell’odio religioso contro i gruppi etnici e religiosi della Turchia, come curdi, armeni e alawiti, senza che sia protetto e coperto dal silenzio dei monopoli mediatici che hanno giocato finora il ruolo delle tre scimmiette davanti le pratiche ostili di Erdogan.
Ritornando ad Erdogan e il ministro degli Esteri Davutoglu, si presentano come la punta di diamante della guerra imperialista contro la Siria, e per oltre due anni hanno pronunciato “sorprendenti” discorsi sui diritti, la democrazia, la libertà, la giustizia, la tolleranza, promettendo al popolo delle “vecchie province arabe” dell’impero ottomano una nuova era di luce, giustizia e prosperità al punto in cui avremmo immaginato Voltaire e Montesquieu, la pace sia su di loro, rivolgersi alle masse arabe nelle persone di Erdogan e del Reis Effendi Davutoglu.
A maggior ragione, la pubblicazione di un tale articolo nella rivista The Economist deve essere letta nel contesto delle vittorie decisive riportate sul campo dall’esercito arabo siriano contro i gruppi takfiri, che hanno nelle regioni di confine turche con la Siria le proprie retrovie. In altre parole, va detto che i centri del potere imperialista non conoscono amici o nemici permanenti, ma piuttosto  interessi permanenti, e dopo due anni e rotti di guerra imperialista contro la Siria, dove i principali “attori” erano fino a ieri il Sadrazam Erdogan e il Reis Effendi Davutoglu, la Santa Alleanza non è riuscita a rovesciare il regime del presidente Assad, nonostante le cifre catastrofiche in perdite umane e materiali, malgrado l’uso di tutti i centauri [22] e i minotauri [23] dell’Ade. Ciò significa che le potenze imperialiste ora cercano di sostituire Erdogan, che ha appena ricevuto il “cartellino rosso”, con un altro “giocatore” turco che sarebbe pronto a correre come Maradona nella fase del  compromesso internazionale sulla Siria pianificato tra Mosca e Washington.

Il popolo turco chiede la dipartita di Erdogan
Un anno e mezzo fa, precisamente il 22 novembre 2011, Erdogan ha esortato il presidente siriano Bashar al-Assad a dimettersi al fine di “evitare ulteriori spargimenti di sangue” nel Paese: “Per la salvezza del tuo popolo, del tuo Paese e della regione, ora lascia il potere“, disse in Parlamento davanti al gruppo parlamentare del suo partito Giustizia e Sviluppo AKP [24]. Ora, diciotto mesi dopo, a Piazza Taksim e al Gezi Park di Istanbul, migliaia di attivisti della società civile e delle forze democratiche turche, che sono scesi ogni giorno per le strade di tutto il Paese, chiedono le dimissioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che accusano di guidare un governo conservatore che cerca di islamizzare il Paese e di ridurne la democrazia e la laicità.

Nella pianura con i Dodici
Quindi Gesù discese dalla montagna con i dodici Apostoli e si fermò nella pianura. Vi era un gran numero di discepoli, e una folla di persone da tutta la Giudea, Gerusalemme e dal litorale di Tiro e  Sidone (…) Guardando poi i suoi discepoli, Gesù disse: “Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come potrai dire a tuo fratello, ‘ Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai bene per poter togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello“. [25]

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice

Note
[1] Today’s Zaman (8 agosto 2011) Davutoglu to deliver harsh message to Damascus.
[2] Il becco è una scarpa del Medioevo (XIV secolo), con un estremità a punta allungata fino a 50 cm, di solito sollevata. Più si apparteneva a una classe sociale elevata, più la punta era lunga. Per i re, la dimensione della punta poteva essere grande quanto desiderato. L’estremità era imbottita con schiuma o canapa per irrigidirne la punta.
[3] Ne “La Chanson de Roland“, il bastone e il guanto di Carlo Magno sono la potenza conferita al messaggero.
[4] Personaggio letterario de “La Chanson de Roland“, Gano è il figlio di Grifone, Conte di Hautefeuille. È il patrigno di Orlando. È il messaggero di Carlo Magno presso il re di Saragozza.  Eppure fu lui che ha tradito Orlando mettendolo nella retroguardia che doveva essere attaccata dai saraceni. Per questo motivo è in qualche modo diventato, nella tradizione francese, l’archetipo del criminale o del traditore.
[5] Marsilio è il nome di un leggendario personaggio che appare ne “La Chanson de Roland” o “La canzone di Roncisvalle.” E’ il re saraceno di Saragozza nemico di Carlo Magno.
[6] Acronimo turco per “Posta ve Telgraf Teskilati Genel Müdürlügü” o Direzione Generale delle Poste e Telecomunicazioni della Turchia.
[7] Le Point (9 agosto 2011) Syrie: le chef de la diplomatie turque arrivé à Damas avec un message ferme pour Assad.
[8] Today’s Zaman, op. cit.
[9] Le Monde (8 agosto 2012) Le président syrien de plus en plus isolé après le rappel d’ambassadeurs de pays arabes.
[11] ibidem
[12] Nel Medioevo, il banchetto iniziava con insalata o frutta fresca di stagione per preparare lo stomaco a ricevere i piatti più ricchi.
[13] Nel Medioevo, il banchetto comprendeva anche il “Rot”, un piatto principale che consisteva di carni arrostite accompagnate da varie salse.
[14] Le Monde (8 agosto 2012) op.  cit.
[15] La corte di Borgogna sviluppò un’etichetta a tavola senza precedenti per la sua raffinatezza e ritualità. Fece di ogni banchetto uno spettacolo permanente. Il più famoso, dove centinaia di ospiti e spettatori parteciparono, fu il banchetto del Fagiano tenutosi a Lilla nel 1454.
[16] Le Devoir (8 agosto 2011)  Damas passe de nouveau à l’attaque.
[17] Le Devoir (4 ottobre 2011) Mabrouk! – Syrie : euphorie et émotion accueillent la création du Conseil national
[18] Radio Canada (5 ottobre 2011) Résolution de l’ONU sur la Syrie: le veto sino-russe critiqué par l’opposition, applaudi par Damas.
[19] Sadrazam o gran visir era il Primo ministro dell’Impero Ottomano.
[20] Il Reis Effendi era il ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano.
[21] The Economist (8 giugno 2013) “Turkey’s troubles. Democrat or sultan?
[22] Nella mitologia greca, i centauri sono creature metà uomo metà cavallo. Discendono da Ixion, il primo uomo ad aver ucciso un membro della propria famiglia, che ideò il primo Centauro unendosi a una nuvola cui Zeus, il dio supremo, aveva dato la forma di sua moglie Hera. I centauri vivevano in Tessaglia, intorno a Monte Pelio, ed erano considerati esseri selvatici incivili.
[23] Nella mitologia greca, il Minotauro o “toro di Minosse” è un mostro abbastanza orrendo con  testa di toro e corpo umano. Il Minotauro è figlio dell’amore della regina Pasifae di Creta e di un toro bianco che Minosse non aveva sacrificato a Poseidone.
[24] Le Monde (22 novembre 2011) Le premier ministre turc demande le départ de Bachar Al-Assad.
[25] Vangelo di Gesù secondo Luca (6, 41-42).


Ricercatrice in Studi francesi (The University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice in teoria di Bachtin. È attivista per la pace e i diritti civili.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bahrain, la molla della ‘primavera’

Dedefensa 21 febbraio 2013

Bahrain-mapL’articolo di Jerome Taylor su The Independent del 21 febbraio 2013, c’informa sulla situazione in Bahrein. L’effetto della “primavera araba” è iniziato poco dopo l’inizio dei disordini in Egitto, nel febbraio 2011. Il Bahrain è molto meno soggetto alla “nostra” attenzione, in particolare a causa della politica del blocco BAO al riguardo; come sappiamo di questa politica, mostra una considerevole dose d’ipocrisia. In ogni caso, la situazione così descritta dimostra notevolmente, piuttosto che le situazioni libica, egiziana, siriana, ecc., il vicolo cieco che rappresenta la “primavera araba”, sia per le cinghie di trasmissione del blocco BAO in Medio Oriente, sia per la politica del blocco BAO. Taylor sottolinea in particolare una radicalizzazione significativa del potere in Bahrain, tramite intrighi di palazzo (non importano le influenze specifiche al riguardo, è importante che vi sia una logica tendenza), la più interessante è che l’effetto non è solo un indurimento nei confronti dei manifestanti, ma anche nei confronti del blocco BAO, Stati Uniti e Regno Unito in particolare. Taylor vi aggiunge, senza indugio, ma è almeno altrettanto importante, la radicalizzazione delle proteste, nel senso di una maggiore ostilità verso il blocco BAO.
La famiglia reale del Bahrein è sempre più controllata da una fazione estremista che mantiene stretti legami con l’Arabia Saudita e si oppone con veemenza a concessioni; ciò potrebbe portare in pochi mesi al conflitto settario nel travagliato regno. Relazioni da Manama suggeriscono che l’acquisizione della famiglia reale da parte della cosiddetta “fazione Khawalid”, sia diventata un tale successo che gli alleati principali del Bahrain, Londra e Washington iniziano a temere che la monarchia, normalmente filo-occidentale, stia per essere usurpata da un gruppo dalla virulenta visione antiamericana e antibritannica. Voci su un gruppo ultraconservatore sempre più influente, abbondano nel regno del Golfo fin da quando sono esplose le proteste della maggioranza sciita della popolazione del Paese, nel febbraio 2011, contro il dominio della dinastia sunnita degli al-Khalifa.
Gruppi di opposizione sciiti accusano i Khawalid di essere gli ispiratori della repressione contro di loro, che provocarono più di 80 morti e il blocco delle richieste riforme democratiche che avrebbero dato agli sciiti, emarginati, una voce più grande sulla gestione del Paese. Ma con un passo assai inusuale, i membri della famiglia reale oggi iniziano a criticare i loro rivali, la prima chiara ammissione che la famiglia regnante sia, infatti, divisa. In un’intervista anonima al quotidiano Wall Street Journal di questa settimana, un “reale” reagisce contro i suoi cugini lamentandosi del fatto “coloro che circondano il re sono tutti potenti khawalid.
Khawalid è un termine usato in Bahrain per descrivere la fazione ultraconservatrice nella famiglia reale, il cui lignaggio risale a Khaled bin Ali al-Khalifa, fratello minore del potente emiro negli anni ’20. Condusse la brutale repressione contro una rivolta sciita e fu imprigionato dagli inglesi. I suoi sostenitori erano noti per la loro intensa avversione verso la popolazione a maggioranza sciita dell’isola, trascorrendo gran parte del restante ventesimo secolo nei corridoi del potere. Figure chiave khawalid sono riuscite a entrare in posizioni di responsabilità nella famiglia reale, e negli ultimi anni sembrano aver messo da parte le figure più in sintonia con le riforme economiche e politiche, come il principe ereditario Salman bin Hamid al-Khalifa [...]
Ironia della sorte, l’ascesa di una fazione antioccidentale nella famiglia reale, coincide con l’aumento dei sentimenti antibritannici e antiamericani tra i gruppi di protesta sciiti. Inizialmente moderati, i gruppi sciiti come l’attuale principale partito Wefaq, speravano che Londra e Washington sostenessero le loro richieste di riforme democratiche. Quando ciò non accadde, i gruppi più radicali, come la Coalizione della Gioventù del 17 febbraio, divennero più influenti e cominciarono ad adottare sempre più la retorica antioccidentale“.
Il Bahrain è il modello del “vicolo cieco che rappresenta la ‘Primavera araba’ [...] secondo il criterio del blocco BAO” perché presenta una situazione in cui il potere, del tutto acquisito al blocco, è ancora al suo posto, mentre la contestazione a questo potere, nata dalla “primavera araba”, mostra una resistenza estrema che prosegue attivamente negli ultimi due anni, nonostante la repressione costante e consistente che affronta. Di fronte a questa situazione, la politica del blocco BAO (principalmente Stati Uniti d’America, il fedele seguace Regno Unito e il resto che segue) è stata sostenere il potere (l’interesse politico), pur criticandolo in messaggi riservati ma tuttavia pubblici (dirittumanitarismo politicamente corretto), mostrando ufficialmente una certa comprensione verso la contestazione (dirittumanitarismo politicamente corretto) senza far nulla per sostenerla attivamente, e addirittura aiutando sottobanco la repressione (interesse politico).
C’è in questa duplice attiva asimmetria tutta l’ipocrisia consustanziale della politica BAO (dimostrazione inutile, non c’è tempo da perdere), in particolare, qualcosa di più interessante, vi è una contraddizione costantemente operativa e quasi insolubile. Il risultato è che il BAO blocco supporta reciprocamente (potere e contestazione), nel limite della sua influenza, ovviamente, appena sufficiente per far continuare il conflitto, ma insufficiente per la risoluzione del conflitto con un compromesso o la vittoria di uno o dell’altro. Il blocco BAO manifesta la sua costante e impotente interferenza in un modo che non soddisfa nessuna delle due parti, e dà a tutti l’impressione che il blocco, alla fine, segretamente desideri che vinca l’avversario. La tendenza naturale, in questo termine, è in realtà la radicalizzazione di entrambi i partiti, in cui lo stesso blocco BAO viene preso di mira contemporaneamente da tutti come un avversario, perché visto corresponsabile nel sostenere l’attività dell’avversario. Non c’è dubbio che questa sia la “formula” destinata a diventare la classica posizione del blocco BAO. Essa mostra la finalità profonda, naturale e superiore della “primavera araba” come movimento collettivo, aldilà delle varie spiegazioni sulle manipolazioni non meno varie, nonostante gli avatar di Libia e Siria e in parte soltanto l’avatar egiziano, viene essenzialmente messa in discussione la catena dei poteri creati dal blocco BAO per i propri interessi, dimostrando come la “primavera araba” sia, prima di tutto, un attacco contro il sistema.
Da questo punto di vista, il Bahrain è in realtà un anello importante, dove la situazione può solo peggiorare presentando e ripristinando un’immagine costante, e in effetti molto corretta, della “primavera araba”, con importanti conseguenze, a lungo termine, proprio per il Bahrain (senza speculare sugli effetti più ampi dei cambiamenti nella situazione del Bahrain). Una delle conseguenze sarebbe la possibilità di mettere in discussione lo status dei critici impianti della Quinta Flotta degli Stati Uniti nel Paese, uno status che è già in stato d’incertezza. Ci sono in effetti voci di un trasferimento di parte delle strutture e delle funzioni degli Stati Uniti dal Bahrain al Qatar, che non è neanche esso un luogo più sicuro per la marina militare degli Stati Uniti, per motivi diversi dal caso del Bahrein, o anche negli Emirati Arabi Uniti, che non sono comunque molto entusiasti di tale impegno. (Vedasi per le voci in proposito, 23 ottobre 2012): “La domanda che rimane aperta è tra l’altro se questa base [installata in Qatar], sia solo un centro logistico che copre l’intera area, già vecchia, o se sia stato ampliato di recente e decisamente a centro di comando e controllo navale, riguardo al trasferimento di tutto o parte del personale operativo e del comando della Quinta Flotta della marina degli Stati Uniti [...] [La Quinta Flotta] è stata ufficialmente costituita nel Bahrein, nel porto di Manama, nel luglio 1995. Dei recenti cambiamenti, ma assai poco documentati, potrebbero essersi verificati (il condizionale giansenista è necessario)“. L’articolo sulla Quinta Flotta di Wikipedia implica che il centro comando operativo della flotta potrebbe essere stato trasferito discretamente nel 2011, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, in seguito ai disordini in Bahrain.)
Un’altra importante conseguenza di natura politica, mostrando un curioso “cambio di corrente” del tipo “occhio per occhio”, potrebbe essere l’influenza della situazione in Bahrain su quella già tesa in Arabia Saudita, mentre attualmente dovrebbe essere il contrario, data l’influenza della “tutela” saudita sulla  sicurezza del Bahrain, con il dispiegamento delle forze saudite in Bahrain. Invece, la radicalizzazione in Bahrain, notevolmente anti-BAO ma anche in direzione di una destabilizzazione potrebbe influire, nello stesso senso, sulla situazione in Arabia Saudita, già estremamente instabile. In tutti i casi, non vi è alcuna garanzia che i sauditi cerchino di fermare il Bahrain sul punto particolare del possibile indurimento anti-blocco BAO (anti-USA), nella misura in cui loro stessi evolvono in questa direzione, sempre per gli stessi motivi suscitati dall’impotente politica degli Stati Uniti del “troppo poco e troppo tardi” riguardo al loro sostegno ai regimi al potere pro-BAO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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