Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell’”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ustica 2.0: gli ucraini abbattono il Boeing-777 malese, scambiandolo per l’aereo di Putin

I militari ucraini abbattono il Boeing-777 malese scambiandolo per un bombardiere russo
Vsevolod Lvov PravdeVGlaza 17 luglio 20141051926Secondo una fonte dell’esercito, i militari ucraini della difesa aerea hanno abbattuto il Boing-777 di una compagnia aerea malese. Le vittime dell’incidente sono circa 300 tra passeggeri ed equipaggio. Come riportato dalle milizie, i militari ucraini presi dal panico hanno mobilitato militari e coscritti fiduciosi che il successo della milizia sia legato unicamente al fatto che la Russia li rifornisca di aiuti militari, cosa generalmente falsa. Come il miliziano “Tanchik” ha detto a PravdeVglaza.ru, la difesa aerea ucraina ha aperto il fuoco su un bersaglio non identificato, che non era stato rilevato dalle milizie, generando confusione tra i soldati dell’esercito della RPD (Novorossija). “Inizialmente, i ragazzi pensavano che si trattasse di un razzo lanciato da un MLRS Grad, ma l’angolo di lancio e la parabola indicavano che fosse chiaramente un missile antiaereo“, ha detto il miliziano.
Con alta probabilità, l’esercito ucraino, totalmente demoralizzato, ha scambiato l’aereo di linea per l’avvio dell’intervento diretto da parte delle Forze Armate russe, dopo di che ha deciso di aprire il fuoco sul bersaglio. L’incidente ha provocato la morte di circa 300 persone. Diversi media ucraini si sono affrettati a incolpare dell’incidente la milizia. La versione su PravdeVglaza.ru commentata da uno dei collaboratori di Strelkov, l’ex-capitano della difesa Fjodor Berezin, indica che per distruggere un bersaglio che vola ad un’altitudine di 10000 metri (vale a dire, alla quota del Boeing, quando è stato colpito da un proiettile) aveva bisogno di un sistema simile all’S-400, che semplicemente le milizie della Novorossija non possiedono; ma questi sistemi sono in possesso dei militari ucraini, e alcuni sono presenti nel loro corpo di spedizione. I Buk catturati alle unità della difesa aerea di Donetsk, sono in ristrutturazione, e come riporta Berezin, “oggi non abbatterebbero una grassa e pigra pernice“. Numerosi miliziani ed analisti militari ritengono che l’attacco al velivolo civile sia opera degli ucraini, per giustificare l’ingresso nel conflitto delle truppe della NATO. Infatti, è ormai chiaro che la forza antiterrorismo ucraina ha subito una sconfitta inevitabile, in poche settimane e senza aiuto esterno.

BswWlzrCUAAf08FL’aereo del Presidente Putin avrebbe potuto essere l’obiettivo del missile ucraino
RussiaToday 17 luglio, 2014

L’aereo della Malaysian Airlines MH17 stava volando lungo quasi la stessa rotta del jet del presidente russo Vladimir Putin, poco prima dell’incidente che ha ucciso 295 persone, riferisce Interfax citando fonti. “Posso dire che l’aereo di Putin e il Boeing malese s’intersecavano nello stesso punto e nello stesso momento. Presso Varsavia, scaglione 330-m e alla quota di 10100 metri. Il jet presidenziale era lì alle 16:21 ora di Mosca, e l’aereo malese alle 15:44 ora di Mosca“, ha detto una fonte anonima all’agenzia. “Le sagome degli aeromobili sono simili, le dimensioni molto simili, come la colorazione che, ad una distanza abbastanza lontana, sono quasi identici“, aggiunge la fonte.
Il Volo MH17 s’è schiantato in Ucraina sulla rotta Amsterdam – Kuala Lumpar, e trasportava 295 persone. L’aereo passeggeri doveva entrare nello spazio aereo russo alle 17:20 ora locale, ma non l’ha mai fatto, secondo una fonte dell’aeronautica russa citata da Reuters. “L’aereo è precipitato a 60 km dal confine, e aveva un allarme di emergenza“, citava la fonte ITAR-TASS.

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L’Ucraina ha inviato ieri una batteria di missili laddove è caduto oggi l’aereo malese
JMAlvarez

Le milizie antifasciste non hanno il sistema missilistico S-300, unica arma in grado di abbattere un aereo alla quota in cui si trovava il Boeing 777 della Malaysian Airlines. Sintomatico che le agenzie imperialiste invece di dire “schiantato” ora dicano “un missile russo ha abbattuto l’aereo…” La dittatura ucraina cerca l’aiuto della NATO per proseguire le operazioni contro gli antifascisti. Se non si sa perché e da chi è stato abbattuto il Boeing malese, significa esser sciocchi totali, mi si perdoni… “Secondo il comando ieri è stata trasferita una divisione di missili Buk delle forze armate ucraine nella zona del Donetsk, dove l’aereo della Malesia è caduto“, ha detto una fonte a RIA Novosti. Secondo la fonte, “l’aereo, volando a una quota di 10 km, può essere raggiunto solo da missili S-300. Le milizie non hanno tali armi“. L’aereo era scortato da due caccia ucraini 3 minuti prima di scomparire.

10511595Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia salva l’Iraq

L’Iraq salvato dalla Russia da una guerra civile come quella in Siria?
Valentin Vasilescu Reseau International 13 luglio 2014

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Chi ha addestrato i ribelli islamici del SIIL, ben armati ed appositamente preparati all’uso di efficaci sofisticate armi anticarro e alle condizioni specifiche del combattimento urbano nelle città irachene? Nel marzo 2013, Der Spiegel riferì che istruttori delle forze speciali statunitensi furono schierati dal febbraio 2012 nella base militare di Safawi, nel nord della Giordania. Casualmente, il dispiegamento militare statunitense in Giordania avvenne subito dopo l’incontro tra Hillary Rodham Clinton e re Abdullah II di Giordania, il 18 gennaio 2012. Safawi è la base utilizzata dagli statunitensi per addestrare i ribelli islamici cosiddetti “moderati”, nell’ambito del piano segreto di Stati Uniti e alleati per aiutare gli insorti a combattere contro il regime del Presidente Bashar al-Assad. L’addestramento dei combattenti islamici a Safawi fu la prima informazione a filtrare a smentiva il discorso ufficiale che affermava che Washington non aveva legami con i gruppi estremisti nemici. Gli Stati Uniti addestrarono in Giordania, nel 2012-2013, più di 200 ribelli, tra cui membri dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante, in particolare all’uso delle armi anticarro e nei combattimenti urbani. Successivamente, il Guardian integrava le informazioni di Der Spiegel, affermando che altri ribelli islamici furono addestrati da istruttori delle forze speciali inglesi e francesi, in un’altra base nel sud della Giordania. Ad integrazione di tali informazioni, WND.com  rivelò l’esistenza di un terzo campo di addestramento del gruppo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), oltre ai due in Giordania, sotto la supervisione di istruttori degli eserciti di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Tale base non è lontana dalla base aerea di Incirlik, nei pressi di Adana in Turchia. La base aerea di Incirlik è utilizzata dall’esercito turco e dall’esercito degli Stati Uniti e si trova 40 km ad ovest del terminale petrolifero di Ceyhan, sul Mar Mediterraneo.
I combattenti del SIIL sorprendono per le loro attrezzature, pari a quelle dell’esercito iracheno.  Sono dotati di mimetiche statunitensi con giubbotti antiproiettile e dispongono di visori notturni statunitensi AN/PVS-7. Le armi leggere sono i fucili d’assalto M-16 con lanciagranate M-203 da 40 mm già montati, e mitragliatrici M60E3. È l’equipaggiamento standard dei soldati statunitensi. La difesa antiaerea è fornita dai missili statunitensi FIM-92C Stinger, e la mobilità delle subunità del SIIL è facilitata da diversi mezzi, quali blindati Humvee, MRAP e APC. Tutte queste armi sono state acquisite dopo l’attacco a sorpresa e la conseguente cattura di Mosul, nel nord dell’Iraq, dove vi sono depositi di attrezzature, armi e munizioni della 2.nda Divisione di fanteria irachena, responsabile della difesa del settentrione. Poiché tali obiettivi militari della 2.nda Divisione di fanteria erano supportati da plotoni di carri armati statunitensi M1A1 Abrams appartenenti alla 36.ma brigata corazzata, i combattenti del SIIL si dotarono di mezzi anticarro, dimostrando  competenza nel loro uso. Sul posto, 28 carri armati furono distrutti, di cui 5 crivellati dai proiettili anticarro sparatigli contro. E ancora, il SIIL non ha utilizzato i missili anticarro a guida laser 9M133 Kornet che possono penetrare la corazza per 1000-1200 mm a una distanza di 8000 m, per la semplice ragione che non avevano molti. Al contrario, il SIIL aveva lanciagranate portatili RL90 M95 (versione modernizzato del M79 OSA) fabbricati in Croazia, che possono penetrare 400 mm di corazza. Il RL90 M95 fa parte dell’arsenale consegnato ai ribelli islamici in Siria dalla Croazia, Paese membro della NATO, su richiesta di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli Stati Uniti.
Nel luglio 2008, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti approvò la richiesta irachena per l’acquisto di armi per un valore di decine di miliardi di dollari. La maggior parte delle armi apparteneva da decenni alle forze armate statunitensi. Verso la fine del 2012, l’esercito iracheno acquisiva:
140 carri armati M1A1 Abrams
64 veicoli blindati M1151A1B1 Hummer
92 veicoli M1152
centinaia di APC
I tre battaglioni corazzati della 36.ma Brigata abbandonarono i carri armati sovietici per essere equipaggiati con carri armati statunitensi M1A1. L’attacco alla guarnigione a Mosul dimostra che i carri armati statunitensi M1A1 Abrams non sono immuni alle armi meno costose, anche se gli Stati Uniti si vantavano, fino a quel momento, che i loro carri armati fossero invulnerabili. Dopo l’occupazione dell’Iraq da parte dell’esercito degli Stati Uniti, tutti gli aviogetti MiG-21, MiG-23, MiG-29, Su-22, Su-24, L-39, Mirage F-1Q e gli elicotteri d’attacco Mi-24 rimasti illesi dopo i bombardamenti furono demoliti dalle truppe di occupazione. Al contrario, gli Stati Uniti permisero all’Iraq di acquistare:
36 aerei turboprop d’attacco al suolo Beechcraft AT-6B Texan II
8 aeromobili con motori a pistoni Cessna 208 Caravan, adattati al lancio di missili anticarro
10 elicotteri da ricognizione Bell OH-58 Kiowa
24 elicotteri civili Bell 407
Gli elicotteri sono armati con mitragliatrici e razzi. Durante i combattimenti contro i gruppi del SIIL, 6 elicotteri di produzione statunitense sono stati abbattuti dalle armi pesanti dei ribelli, perché privi di protezione. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha cercato l’aiuto della Russia per combattere il terrorismo, acquistando un primo lotto di 12 elicotteri corazzati Mi-35, che ora sopportano il peso della lotta contro il gruppo SIIL. Oltre agli equipaggiamenti di cui sopra, l’esercito iracheno è stato dotato dagli statunitensi di:
10 aerei da ricognizione Beechcraft 350 King Air
18 velivoli monomotori giordani Seabird SBL-360 Seeker/Westar dotati di sensori (velocità massima 207 kmh)
6 velivoli da trasporto C-130J Hercules.
Tutti questi mezzi si sono rivelati vulnerabili al fuoco delle mitragliatrici pesanti e ai missili portatili, pertanto inefficaci contro colonne e piccoli gruppi in movimento dei jihadisti del SIIL. Anche se nel marzo 2009 il governo iracheno comprò e ricevette l’approvazione del Congresso per l’acquisto di uno squadrone di 18 F-16E/F Block 60 o F-16 C/D Block 52+ (Desert Falcon) oggi nessuno di essi è ancora stato consegnato dagli Stati Uniti. Pressato dall’offensiva del SIIL, il primo ministro iracheno ha fatto di nuovo appello alla Russia, il 25 giugno 2014, ricevendo i primi 3 dei 5 velivoli d’attacco al suolo Su-25, armati e pronti al combattimento, che prenderanno parte ai combattimenti a 3-4 giorni dall’arrivo. Il 28 giugno 2014, sulla pagina facebook del primo ministro iracheno, apparve l’annuncio relativo alla fornitura dei 6 velivoli Su-30K, parte dei 12 Su-30K e 5 Su-25 che costituiscono il contratto da 500 milioni di dollari firmato con la Russia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia Delenda Est

Philippe Grasset Dedefensa 10 luglio 2014
Vladimir-Putin-3E’ stato confermato ieri da un funzionario statunitense a Novosti che la Russia ha accettato la nomina del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia John F. Tefft. (Novosti 9 luglio 2014). Presentato a fine febbraio dalla Casa Bianca, e confermato dal Congresso, Tefft è stato nominato ambasciatore il 30 giugno. Sembra che la Russia abbia subito accettato la nomina, anche se la conferma arriva dieci giorni dopo. La nomina di Tefft e l’accettazione immediata di Mosca offrono una sola spiegazione: Stati Uniti e Russia convengono di essere ora “nemici”, ma il timing è significativo perché è la prima scelta di Washington: gli Stati Uniti offrono o impongono tale antagonismo, ora dichiarato ed ufficiale. (Altre iniziative o interventi nelle relazioni USA-Russia negli ultimi mesi, in realtà mostrano che si tratta di un’iniziativa americanista, ampiamente confermata da estremisti di ogni tipo, neocon, R2P o d’obbedienza, che controllano senza ostacoli la “diplomazia” degli Stati Uniti). Tefft è un personaggio ampiamente discusso, che non lascia dubbi su ciò che farà a Mosca. Il predecessore di Tefft, Michael McFaul, fu senza dubbio un attivista della sovversione, in particolare presso l’opposizione anti-Putin, organizzando l’opposizione attiva “civile”, ecc., Ma lo fece presentandosi sorridente, con una politica di apertura verso la Russia e il governo russo, protestando le sue vere intenzioni o meglio non vedendo tali intenzioni come ostili nei confronti della Russia, ma piuttosto intenzionato ad “aiutare” la Russia ad avanzare verso la “democrazia” dell’inevitabile globalizzazione. Tefft è il contrario, mostra le sue intenzioni aggressive, necessarie al burocrate della sovversione brutale; fu lui che in Georgia, durante la guerra nell’agosto 2008, con mano molto pesante diresse Saakashvili, trattato da tirapiedi, nell’organizzazione dell’invasione del Ossezia del Sud che scatenò il conflitto. I commenti russi sono unanimi nel considerare la situazione: meglio affrontare un avversario scoperto, da cui si sa che non c’è nulla da aspettarsi se non combatterlo…
Tra i vari commenti che accompagnano la sua nomina, in primo luogo notiamo John Robles su Novosti il 30 giugno 2014 (l’annuncio della nomina definitiva di Tefft) che dettaglia la carriera del personaggio e il significato della sua nomina. “La scelta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dei falchi della guerra fredda neo-con che dirigono la politica estera degli Stati Uniti, di John F. Tefft a nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, dovrebbe far suonare i campanelli di allarme al Cremlino e in effetti in tutti i Paesi oggi presi di mira delle operazioni di cambio di regime e destabilizzazione degli Stati Uniti, tra cui Venezuela, Brasile, Siria e tutti gli altri Paesi che perseguono una politica estera indipendente. Con la catastrofe umanitaria e l’ascesa delle forze fasciste in Ucraina, il fatto che il capo architetto dell’operazione in Ucraina sia ora inviato in Russia, è agghiacciante e prevedibile. Dopo il clamoroso fallimento dell’ambasciatore statunitense Michael McFaul nell’istigare la rivoluzione colorata in Russia, liquidandolo come specialista delle rivoluzioni colorate/destabilizzazioni degli Stati Uniti, al solito piuttosto che ammettere di aver sbagliato e perseguire un cammino di pace e cooperazione reciproca, gli USA hanno deciso di snobbare ostinatamente il Cremlino e proseguire lungo la via del confronto. Con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti incline a dichiarazioni come quel famoso “si fotta l’UE” di Victoria Nuland, l’organo diplomatico è sempre sul piede di guerra ed organizzazioni come USAID, cooptate dalla CIA e coinvolte in operazioni di destabilizzazione di ogni Paese che non sia già stato “annesso” da Washington, dovrebbero osservare molto da vicino chi permettono di operare nel proprio Paese. Lo scorso aprile ho riassunto la sua nomina così: “John F. Tefft, odia la Russia ed era ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Georgia e Lituania, promosse l’invasione dell’Ossezia del Sud, quando era in Georgia, l’attuale crisi e rinascita delle forze fasciste in Ucraina e la russofobia rabbiosa e demonizzante in Lituania, è stato scelto come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia. Tefft è estremamente attivo e partecipe, e si potrebbe dire abbia contribuito a realizzare le suddette azioni antirusse. Se McFaul non è riuscito ad organizzare la destabilizzazione della Russia e la cacciata del presidente Putin, Obama sembra cercare mani più esperte”. [...] Gli Stati Uniti sono decisi a distruggere la Russia ed impedire che sia una potenza globale competitiva. Ciò è documentato, apertamente dichiarato e non è più un segreto. L’Ucraina ha reso più che evidente anche ai più convinti apologeti di Washington che l’idea di un “reset” o cooperazione pacifica degli Stati Uniti sia nient’altro che una fantasia...”
La situazione che simboleggia l’arrivo di Tefft a Mosca e la strategia della Russia verso tale nomina in linea con la sua accettazione, è riassunta da Karine Bechet-Golovko sul suo blog (Russiepolitic) del 9 luglio 2014, in termini netti e inequivocabili. “L’uomo forte della diplomazia statunitense, in Russia viene utilizzato per preparare e analizzare le rivoluzioni nello spazio post-sovietico. In Georgia al momento giusto, e in Ucraina fomentando una situazione esplosiva, il suo arrivo ufficiale a Mosca è un segnale per Stati Uniti e Russia: “Lanciamo l’attacco frontale alla Russia”. “Ne siamo consapevoli e pronti ad accogliervi.” I giochi sono fatti. [...] Per un po’ gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare tale individuo, John Tefft, inasprendo il conflitto con la Russia, proprio perché così poteva essere interpretato, data la sua carriera “dolosa”. Ma con l’accelerazione della sconfitta politica degli Stati Uniti davanti la Russia, la necessità di radicalizzare non lascia  tempo a una revisione, e le apparenze amichevoli sono l’ultima preoccupazione. In guerra come in guerra. E naturalmente la Russia accetta l’ambasciatore. Almeno sa come affrontarlo. È un nemico puro, tradizionale, classico e competente. Così il confronto è possibile…” Dal punto di vista dei commentatori statunitensi, c’è quasi la stessa analisi, notando che con l’ambasciatore Tefft in realtà “i giochi sono fatti” e tutti sanno cosa aspettarsi. Ecco cosa scrive Marc Champion, su Bloomberg News del 9 luglio 2014, dopo aver semplicemente legato introduzione e conclusione… “per capire quanto poco Stati Uniti e Russia si aspettino in questi giorni dalla loro relazione, considerate ciò: L’amministrazione di Barack Obama ha presentato John Tefft, una sorta di spauracchio per i russi, come prossimo ambasciatore a Mosca, e il Cremlino ha detto oggi che va bene [...] Gli Stati Uniti abbandonano qualsiasi idea di legami positivi con la Russia che accetta con una freddezza che ricorda la guerra fredda. Ciò si si adatta all’antiamericanismo di Putin utilizzato per costruirsi il sostegno interno. I due Paesi vogliono smetterla di fingere di essere amici. Ciò che cercano nell’ambasciatore degli Stati Uniti è qualcuno sicuro con cui avere rapporti senza illusioni. Tefft è perfetto nel ruolo“.
Si osserverà che, nella sua analisi, Champion si riferisce alla Guerra Fredda (“Gli Stati Uniti hanno rinunciato ad avere legami positivi con la Russia che ha accettato con una freddezza che ricorda la guerra fredda“), come fondamentalmente errata e misura della gravità della situazione ai vertici della politica aggressiva degli Stati Uniti (nessun altra parola si adatta a tale estrema “politica aggressiva”). Come abbiamo già detto (20 marzo 2014), la guerra fredda diede alle potenze (le due superpotenze) senso di responsabilità. Gli ambasciatori statunitensi a Mosca, Harriman (1945), Malcolm Toon (1976-1979), Jack Matlock (1986-1991) erano tutti diplomatici che cercavano di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, di capire la politica sovietica, creare accordi, evitare qualsiasi retorica aggressiva e interferenze nella sovranità del Paese ospitante. (Lo stesso vale per gli ambasciatori sovietici a Washington, in particolare con il grande Dobrynin nel 1962-1986, che svolse un ruolo fondamentale nel mantenere relazioni accettabili e migliorarle, avendo un ruolo quasi equivalente al ministro degli Esteri, con Kennedy, Nixon e Kissinger, ecc.) Oggi, con Tefft, è l’opposto, ma è anche un’eccezione nella storia diplomatica: l’ambasciatore nominato con l’esplicito scopo di esercitare una pressione aggressiva sul Paese ospitante. Un rovesciamento totale dell’ambasciatore nella tradizione diplomatica, e quindi un evento che rientra perfettamente nella tendenza generale del Sistema. E’ un momento di completa inversione, dove le attività umane della leadership politica del Sistema sono soggette alla costante ricerca di disintegrazione e dissoluzione. E’ anche necessario vedere il caso dell’ambasciatore Tefft non come eccezione, essendoci casi più estremi d’aggressione americanista al servizio del Sistema, naturalmente. Potremmo e dovremmo anche aggiungere  ictoria Nuland, la cui isteria attivista, sappiamo a volte apparire moderata nel clima generale di Washington… Per esempio, in un’udienza al Senato davanti la commissione Esteri, la povera Victoria “si fotta l’UE” ha disperatamente cercato di apparire una “dura” davanti l’assalto dei senatori. Facendo dichiarazioni assolutamente incredibili (i russi consegnano carri armati, artiglieria pesante, aerei da combattimento alle milizie del Donbas che massacrano sempre più), promettendo nuove sanzioni ai russi, ma niente funzionava venendo travolta dalla marea di critiche dei senatori che l’accusavano di compiacenza e debolezza… Spettacolo più che surreale; di un altro pianeta, un altro mondo. (The Daily Times 10 luglio 2014).
“Siamo pronti ad imporre sanzioni maggiori, anche sanzioni mirate e specifiche per settore, molto presto, se la Russia non decide di cambiare rotta e rompere i legami con i separatisti”, ha detto Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici ai membri del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Nuland accusa i separatisti di aver usato il recente cessate il fuoco di 10 giorni per condurre “violenze, spargimento di sangue e sottrazione di territorio”, e che “la Russia ha permesso il flusso di carri armati, artiglieria pesante e combattenti” in Ucraina e inviato proprie forze sul confine tra Russia e Ucraina. Ha detto che Washington lavora strettamente con gli alleati europei sulle sanzioni, e che una decisione al più presto potrebbe aversi il 16 luglio, quando i leader europei s’incontreranno prima della pausa estiva. [...] Ma in una serie di scambi tesi, il capo repubblicano della commissione, senatore Bob Corker, ha detto a Nuland che gli Stati Uniti si “comportando come una tigre di carta”, nell’adottare misure specifiche contro Mosca. “Ne sono imbarazzato”, ha detto. “Vorrei solo che l’amministrazione smetta di parlare (e che gli Stati Uniti intervengano duramente) agendo”. Il presidente del comitato, senatore Robert Menendez, un democratico, ha anche espresso la preoccupazione che Washington non faccia pressione sulla Russia. Indicando che l’UE chiede alla Russia di por fine al supporto ai separatisti, controllare i confini, restituire i checkpoint sequestrati alle forze ucraine, rilasciare gli ostaggi e iniziare negoziati sul piano di pace del presidente ucraino Petro Poroshenko. “Non vedo avanzare alcuna di queste proposte. Allora, cosa aspettiamo?” chiese a Nuland. Nuland disse che anche se la nuove sanzioni sarebbero più efficaci se concertate con l’Europa, “il presidente ha sempre chiarito che, se necessario, agiremo da soli”.
Per descrivere la situazione, ancora una volta serve il giudizio dell’ex-capo dei servizi segreti sovietici Shebarshin (“L’unica cosa che l’occidente si aspetta dalla Russia è che la Russia non esista più”). Nonostante la sua politica sia oggetto di critiche dai principali circoli nazionalisti, la leadership politica russa è senza dubbio consapevole dei progressi irresistibili verso il confronto, perché è semplicemente impossibile negarlo ed ignorarlo, ecc. Siamo al punto in cui anche la capitolazione, sebbene impensabile, la leadership russa non fermerebbe probabilmente per nulla tale aggressione, visto come nuovo stratagemma ed incentivo per accendere altri incendi. La politica di Putin è volta ancora ad esercitare tutte le pressioni possibili per allontanare i Paesi europei dagli Stati Uniti d’America, con dei risultati. (Per esempio, la telefonata Fabius-Lavrov del 9 luglio, dove i due ministri concordano sul fatto che il potere a Kiev non rispetta il cessate il fuoco ottenuto a Berlino il 2 luglio). S’è parlato in questo sito del punto di confronto dei combattimenti nel Donbas, che potrebbero essere una sorta di “battaglia di Donetsk, e dell’ipotesi che il potere a Kiev sia in pericolo. C’è un’altra possibilità, l’ipotesi di un attacco alla Crimea. (La cosa è possibile, per esempio, se il potere a Kiev, di fronte alle difficili condizioni o minacce interne scelga la fuga in avanti lanciando un attacco per occupare la Crimea, come promesso dal nuovo ministro della Difesa ucraina). Nel corso di una conferenza stampa congiunta con la ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, Lavrov ha osservato, rispondendo a una domanda: “Suggerisco a chiunque (di non tentare una tale azione). Abbiamo una dottrina della sicurezza nazionale che illustra chiaramente quali azioni sarebbero decise in quel caso…” In un modo o nell’altro, e indipendentemente dalla località scelta, i russi non ignorano quindi che potrebbero trovarsi davanti alla scelta suprema, e Lavrov indica che non indietreggeranno in quel caso.

Vladimir PutinUn “estremismo assoluto automatizzato”
Esaminiamo ora di cosa si tratta. A tale livello di impegno, pressione, irresponsabilità, mancanza d’interesse nel conflitto tra decisione e dichiarazione, le verità della situazione, ecc., sembra sempre più chiaro che ciò che avviene non ha nulla in comune con la politica estera, neanche con la pressione d’ambizione egemonica o un complotto per l’aggressione di una potenza, ecc. La dinamica in corso va oltre la consueta attività umana. La nostra valutazione è che siamo al di là di concezioni e inganni umani, e l’angoscia di Nuland che ha trovato gente più estremista di lei nel Comitato per le Relazioni Estere del Senato, ne è un grave indicatore. Nella frase “estremisti di ogni tipo, neocon, R2P o d’obbedienza, ecc. chi controlla la ‘diplomazia’ degli Stati Uniti non ha più alcun ostacolo” si dovrebbe cassare “controllare”, poiché la “politica” degli Stati Uniti è divenuta estremismo puro. L’attuale spinta furiosa, irresistibile, senza interessi ad un accordo politico, né regole o verità della situazione, sovrasta esseri umani e progetti rientrando nella dimensione metastorica da noi pensata. Oramai il sistema è scoperto e ciò che attiva direttamente sembra “politica”, ma non è che “aggressione”, il potere di scatenare esplosioni di rabbia, forza, sfogo cieco e nichilista, la cui logica ovviamente riporta alla nostra discussione iniziale sulla sequenza metastorica dello “scatenamento della Materia“, accompagnata dall’involucro concettuale della “potenza perfetta“. Tale dinamica si precipita su ciò che ritiene, giustamente, essere il principale ostacolo sulla via della disintegrazione e dissoluzione, cioè la Russia.
Si tratta di un’attiva dinamica che consideriamo quasi-autonoma dal sistema, o che appare tale, infatti identificabile come tale in vari casi in cui attori o comparse umani rinunciano ad ogni logica e ragione nei loro giudizi, perfino abbandonando proprie posizioni ideologiche sviluppando semplicemente un estremismo incontrollato. Tale attività è assai più probabile negli Stati Uniti che altrove, soprattutto per ragioni economiche, che rendono difficile sviluppare le solite polemiche come l’indebolimento del ruolo contraddittorio svolto dai “dissidenti” antisistema, che nella crisi ucraina trovano meno alimento alla loro critica al sistema politico e guerrafondaio imperialista dell’americanismo; abbiamo già notato che la crisi ucraina crea assai meno eco delle crisi in Medio Oriente, perché istintivamente identificata con la complessità europea, storicamente sospetta agli Stati Uniti, senza sollevare quell’interesse per le crisi in Medio Oriente, poiché fortemente legate alla narrativa sul terrorismo che governa la sequenza storica degli Stati Uniti dall’11 settembre. D’altra parte, vediamo l’estrema potenza e persistenza del riflesso antirusso negli Stati Uniti, per via degli oneri della storia e relativa narrazione (Russia socialista/comunista/statalista, ecc.), riducendo anche la possibilità che la crisi in Ucraina possa essere motivo di polemica tra sostenitori e oppositori della politica di Washington, e che la tensione estremista si quindi denunciata o rivolta contro se stessa dai dissidenti decisi. (Gli europei hanno un modo diverso di vedere e comprendere la crisi ucraina, essendo molto più vicini alla verità della situazione, e forse più sensibili alle sfumature apprese nella storia). In tali condizioni, gli Stati Uniti hanno sviluppato in particolare la loro tradizionale estrema sensibilità, come gruppo umano, al potere nebbioso e conformista della comunicazione del sistema, divenendo assai più facilmente trascinabili dall’impulso del Sistema. La psicologia americanista, che si basa sui caratteri di incolpevolezza e invincibilità, è di un’estrema vulnerabilità allo slancio del sistema, dato che tale dinamica è assimilata all’eccezionalismo americanista. (Si noti che tale psicologia s’è preparata all’estrema sensibilità che mostra oggi allo scatenarsi della dinamica del sistema, rinnovando dall’autunno del 2013, per via di Putin e del suo articolo sul New York Times, il dibattito sull’eccezionalità degli Stati Uniti, divenuto subito un’operazione comunicativa per riabilitare il concetto. L’azione del sistema può rafforzare tale orientamento). Il comportamento della leadership politica degli Stati Uniti in tutte le sue componenti, appare molto più automatizzato all’estremismo come costante, possibile interpretazione dell’estremismo assoluto automatizzato che comporta, nel modo più efficace, un’ipotesi così quasi auto-evidente da non aver nemmeno bisogno di essere espresso: la scomparsa della Russia (“L’unica cosa che l’occidente si aspetta dalla Russia è che la Russia non esista più“); tale “estremismo assoluto automatizzato” non ha più alcun rapporto con la solita etichettatura ideologica. L’episodio di Nuland al Congresso, scoperto per caso e che non pone alcuna domanda o interesse negli Stati Uniti, ci sembra particolarmente rivelatore. Il capo indiscusso della fazione neocon nella “diplomazia” degli Stati Uniti (dipartimento di Stato, NSC, ecc.) si trova quasi sotto accusa in quanto moderata, come lo furono durante la Guerra Fredda i sostenitori della deterrenza davanti le fazioni estremiste di destra. Ciò non perché la commissione per gli affari esteri abbia cambiato opinione, ma semplicemente perché cede alle dinamiche in questione, essendo particolarmente ben posizionato per farlo. Non c’è nemmeno bisogno di McCain (McCain presidente della minoranza repubblicana nel Comitato Forze Armate). Evolve, come sembra, pensando a “ruota libera”, cioè con un pensiero ridotto alle dinamiche in questione.
Siamo consapevoli che in tale caso continueremo a giudicare la crisi ucraina molto più grave della crisi irachena, che si dispiega in parallelo, mentre negli Stati Uniti la crisi irachena compare sui titoli della stampa così come negli attacchi al sistema dei critici delle reti antisistema, mentre l’accento sulla crisi ucraina è minimo. (In realtà le due crisi sono complementari e dovrebbero interferire sempre più se i russi si avvicinano marcatamente a iracheni e iraniani, in base a un giudizio chiaramente influenzato dall’antagonismo del blocco BAO subito nella crisi ucraina). Riteniamo infatti che l’episodio decisivo del sistema, più che mai, nascerà nel cuore della crisi ucraina e nelle sue varie estensioni, piuttosto che dalla crisi in Iraq e Medio Oriente. Tale episodio sarà esplosivo e necessariamente determinante negli USA sul piano della comunicazione e della psicologia, affrontando una psicologia ridotta agli elementi del disinteresse alla crisi e dell’estremismo antirusso assoluto, con la possibilità che si avveri brutalmente la possibilità del confronto con la Russia, con un possibile conflitto nucleare. Allora, quando si realizzerà tale potenziale, potremo notare gli estremamente brutali e completamente incontrollabili estensioni ed effetti indiretti di un episodio che potrebbe attivare l’ultima fase della crisi di collasso del sistema.

bigTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abu Baqr al-Baghdadi, mercenario di Qatar e Stati Uniti

Nabil Ben Yahmad Tunisie Secret 7 luglio 2014

Diversi media parlano, ma alcuno osa dire chi sia davvero Awad Ibrahim al-Baqri, alias Abu Baqr al-Baghdadi, creatura di CIA e servizi del Qatar sfuggita al loro controllo come il predecessore Usama bin Ladin. Precisazione: il ministero degli Interni iracheno ha negato che l’uomo che appare nei video sia Abu Baqr al-Baghdadi, gravemente ferito da oltre una settimana e trasferito in Siria.

irak_syrieIl capo del gruppo ultraradicale Stato islamico (SI), Abu Baqr al-Baghdadi (43 anni), recentemente auto-nominatosi “califfo” è apparso il 5 luglio, per la prima volta, in un video pubblicato sui siti jihadisti, invitando tutti i musulmani ad obbedirgli. La prima fedeltà gli è giunta da un tunisino, Sayfadin al-Rayas portavoce di Ansar al-Sharia nel Paese della “rivoluzione dei gelsomini”!

Omelia trionfalistica, califfato spettrale
Nella sua omelia, il presunto Abu Baqr al-Baghdadi ha detto: “Allah ha promesso la vittoria ai combattenti. Abbiamo un libro che guida e una spada che conquista… E ora Allah farà trionfare i musulmani che, dopo lunghi anni di jihad e pazienza, si precipitano ad annunciare il califfato e la designazione dell’Imam, un dovere dei musulmani. L’istituzione del califfato è un dovere trascurato per secoli, e così il califfato s’è eclissato dal mondo che ha ignorato i musulmani…” Ripetendo parola per parola il famoso discorso del primo califfo dell’Islam, Abu Baqr al-Sidiq, che governò nel 632-634, l’impostore di Mosul ha aggiunto: “Sono il Wali (sponsor) nominato alla guida e questa pesante responsabilità mi travolge perché non sono migliore di voi. Se mi vedete sulla retta via, aiutatemi; se mi vedete deviare consigliatemi ed obbedirò. Se non obbedisco ad Allah, non datemi obbedienza”. Continuando nel suo delirio, Abu Baqr al-Baghdadi ha detto: “Non vi faccio le promesse che re e governanti fanno, e cioè pace, prosperità e sicurezza. Prometto invece ciò che Allah ha promesso ai credenti!” Due giorni dopo, i jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL) proclamano la creazione del califfato nei territori occupati in Iraq e Siria, prima di annunciare di aver cambiato il nome del loro gruppo in “Stato islamico”, tout court, senza riferimento geografico.

Califfo di Allah o mercenario degli USA?
Abu Baqr al-Baghdadi, terrorista sunnita finora nell’ombra, ha fatto appello nel suo sermone a Mosul, la seconda città dell’Iraq occupata nell’offensiva lanciata il 9 giugno dai suoi combattenti in Iraq, occupando ampie fasce di territorio. Ma in una dichiarazione alla Reuters, il portavoce del ministero degli Interni iracheno ha detto che dall’”analisi del video, l’individuo proclamatosi califfo non è Abu Baqr al-Baghdadi, essendo stato ferito nella regione di al-Anbar con il suo compagno Abu Muhammad al-Tunisi, trasferendosi nei territori siriani sotto il controllo dei jihadisti”. Il 43enne presunto califfo con Rolex in realtà si chiama Ibrahim Awad al-Baqri. Ex-studente di teologia, si unì alla resistenza irachena durante l’invasione imperialista delle truppe anglo-statunitensi, nel 2003. Fatto prigioniero quello stesso anno, fu misteriosamente rilasciato nel 2006 con la missione d’infiltrare al-Qaida in Iraq, entrando in contatto con il capo di al-Qaida in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi. In Giordania si faceva chiamare Ahmad Fadil al-Nazat al-Qalayla. Autore di numerosi attentati che fecero migliaia di morti tra i civili sciiti, divenne il nemico n°1 delle forze colonialiste e imperialiste in Iraq. Fu lui che fece esplodere, il 19 agosto 2003, l’edificio che ospitava il personale delle Nazioni Unite a Baghdad, uccidendo 22 persone, tra cui il rappresentante delle Nazioni Unite, il brasiliano Sergio Vieira de Mello. È anche l’ideatore dell’attentato del 29 agosto 2003 contro la moschea di Ali a Najaf, città santa sciita, facendo 85 vittime. L’11 maggio 2004 diffuse su internet un video della decapitazione del giovane ostaggio statunitense Nicholas Berg. E’ da quel momento che sulla sua testa gli statunitensi posero una taglia di 25 milioni di dollari per la sua cattura, la stessa di Usama bin Ladin!
Il 7 giugno 2006, durante un bombardamento di 2 F-16 degli Stati Uniti su Hibhib, a nord di Baquba, 50 chilometri a nordest di Baghdad, Ahmad Fadil al-Nazat al-Qalayla, alias Abu Musab al-Zarqawi, venne eliminato con sette dei suoi assistenti, tra cui il consigliere religioso shayq Abdal Rahman. 24 ore prima aveva organizzato un “summit” jihadista al quale parteciparono Abu Baqr al-Baghdadi e il suo gruppo! Nabil Nuaym, terrorista egiziano pentito testimoniò alla TV egiziana “laddove passava al-Baghdadi, l’US Air Force compiva attacchi mirati dopo poche ore!

Missione compiuta, rinnovo del contratto
Rimossa la mente di al-Qaida in Iraq, Abu Baqr al-Baghdadi poté costituire un proprio gruppo, il SII, per sradicare ciò che restava di al-Qaida nel Paese di Sadam Husayn ed affrontare la vera resistenza patriottica e baathista. 30 milioni di dollari gli furono versati dai generosi donatori qatarioti e sauditi. Nel 2007-2009 il SII soppianta al-Qaida in Iraq, ma con la “primavera araba”, l’attenzione non era più rivolta alla guerra contro l’influenza iraniana in Iraq ma alla distruzione dello Stato siriano. Tutte le truppe furono poi trasferite da Baghdad ai territori siriani, unendosi ai mercenari accorsi da tutto il mondo, facendosi chiamare SIIL. Il mandato del nuovo accordo di Abu Baqr al-Baghdadi con gli sponsor statunitensi, qatarioti, sauditi e turchi doveva essere a tempo determinato, mentre l’eroica resistenza di popolo e governo siriani l’hanno fatto fallire. Non essendo riuscito a far cadere lo Stato siriano, i mercenari islamo-atlantista videro ampliato e modificato l’accordo: rientro nei territori iracheni per punire lo sciita Nuri al-Maliqi, accusato dagli imperialisti di sostenere il regime siriano, e scatenare una guerra spietata contro l’Iran, principale alleato tattico regionale della Siria. La prova che gli statunitensi tirino le fila è l’invio di 200 consiglieri militari per “inquadrare” l’esercito iracheno, invece d’inviare truppe per fermare le offensive jihadiste in Iraq, che occupano da tre settimane Mosul, la seconda città, e gran parte della provincia di Niniwa (nord), così come parte di Diyala (a est), Salahuddin (nord) e Kirkuk (ovest); a differenza della Russia, principale alleato strategico della Siria, che ha immediatamente consegnato 5 Sukhoj.
Come al solito, gli statunitensi giocano all’apprendista stregone. Se il loro piano ha avuto relativamente successo finora, il Kurdistan ha approfittato della situazione per avviare l’indipendenza dall’Iraq, come voluto da Israele e Stati Uniti, l’annuncio del califfato di Abu Baqr al-Baghdadi è una cattiva sorpresa soprattutto per i loro Stati satelliti, Qatar e Arabia Saudita. Come il loro robot Usama bin Ladin, Abu Baqr al-Baghdadi sembra un drone fuori controllo. La sua distruzione sembra imminente e la sua testa è già stata valutata dagli yankees 10 milioni di dollari. Molto meno rispetto a colui che contribuì ad eliminare, ossia Abu Musab al-Zarqawi, che valeva 25 milioni di dollari!

isisTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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