Gli USA fuggono dalla Libia

MK Bhadrakumar, 27 luglio 2014

13-modi-smileLa chiusura dell’ambasciata statunitense in Libia avviene probabilmente in ritardo, da quando tale Paese è disceso nell’anarchia. La ruota ha girato completamente dall’invasione occidentale della Libia, tre anni fa, sotto la bandiera della NATO a sostegno dell’agenda del ‘cambio di regime’. Da ovunque si veda, il defunto dittatore libico Muammar Gheddafi deve guardare con gioia gli europei e gli statunitensi che l’hanno braccato ora fuggire in preda al panico, temendo la prospettiva del massacro e della morte improvvisa, mentre la NATO non può più essere di alcuna utilità. In ogni caso, la NATO ha le mani occupate, impegnata nella mobilitazione nel Mar Nero e negli Stati baltici. Ma nella valanga mediatica sull’evacuazione degli statunitensi da Tripoli, ciò che attrae e costringe a pensare è il chiaro servizio di ABC News che spiega dall’interno come l’evacuazione ha avuto effettivamente luogo. Certo, non dal tetto dell’ambasciata statunitense a Tripoli in elicottero, ma comunque con assai alta drammaticità e dispiegamento di aerei da combattimento F-16, droni,  cacciatorpediniere e forza di reazione rapida. Non si sa se ridere o piangere in questi momenti dai sentimenti contrastanti. Certamente il servizio di ABC non trasmette un’immagine elegante della superpotenza in ritirata. Certo, tale spettacolo ferirà politicamente il presidente Barack Obama  divenendo bersaglio della politica mondiale, in particolare nella sicurezza internazionale. Non sorprende che Obama, o il suo vice Joe Biden, non si siano visti o sentiti e che il segretario di Stato John Kerry sia rimasto con la scatola dei vermi. Forse è una decisione prudente dalla Casa Bianca, attentamente presa. E Kerry si spertica annunciando che non ci sarà una ritirata “permanente” dalla Libia. Di certo, non sarà una ritirata permanente. Ovunque ci sia petrolio nella sabbia del Medio Oriente, ci saranno gli USA. Ma il vero sofisma è altrove, nella rivendicazione di Kerry che gli statunitensi in quanto tali non sono obiettivo della milizia libica scatenata. Ora, ciò è una mera bugia, dimentica l’uccisione grottesca dell’ambasciatore Christopher Stevens nel 2012, nell’attacco a Bengasi alla stazione CIA da parte degli assassini che aveva addestrato ad uccidere?
In realtà, l’amministrazione Obama si assicura che l’attacco di Bengasi, che tormenta ancora il futuro politico di Hillary Clinton e a oscura l’attesa avanzata di Susan Rice nel gabinetto di Obama al momento, non si ripeta. In teoria, la Libia potrebbe riapparire sulla via alle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti. Ma poi, sarà più roba da polemiche e protagonismi dei politici statunitensi. La grande domanda è perché le esperienze brucianti in Iraq, Libia e Afghanistan non convincono a un ripensamento all’ABC delle politiche regionali che sostengono l’ordine del giorno degli Stati Uniti del cambio di regime nei Paesi stranieri. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una seria introspezione. La Siria è stata distrutta e presto potrebbe essere la volta dell’Ucraina, e in entrambi i casi è l’interferenza degli Stati Uniti in tali Paesi, in bilico tra delicate dinamiche interne, per freddi calcoli geopolitici e interessi personali, anche se camuffati da altro, a suscitare rivolte sanguinose. La Libia diventa particolarmente importante, perché gli islamisti pregustano la vittoria e sono potenzialmente parte del piano del califfato globale. Non sarà il sangue degli occidentali ad arrossare le sabbie libiche, ma sangue umano comunque, e il grido della ‘jihad’ in Libia risuonerà in tutto il Medio Oriente, e oltre. Basti dire che le politiche occidentali sono terreno fertile per il ‘jihadismo’ di oggi. Ovunque gli statunitensi vadano nel mondo musulmano a stabilire la loro egemonia, sono seguiti dai ‘jihadisti’. Il punto è, i demoni che USA-NATO hanno scatenato in Libia distruggendo il regime di Gheddafi, punteranno agli statunitensi, ora. E’ il tipico replay di Afghanistan e Iraq. Una seconda questione riguarda il ruolo della NATO come organizzazione della sicurezza globale, che Washington promuove. L’alleanza occidentale era euforico per la ‘vittoria’ in Libia nel 2011. Ed il modo in cui la NATO ha gestito la guerra l’ha proiettata quale “nuovo modello” (qui). Col senno del poi, la NATO ha così tanto sangue sulle mani che gli utili propagandati restano assai discutibili, per non dire altro. Mentre la NATO si prepara al vertice di settembre in Galles, la Libia si presenta come un ‘stimolante’ ripensamento per gli statisti occidentali sul futuro dell’alleanza. Ma possono far fronte a una sfida morale quanto intellettuale?
Tuttavia, una domanda molto più grande si pone. La ritirata diplomatica statunitense dalla Libia è  estremamente simbolica. Presenta l’immagine di una superpotenza allo sbando, ritirandosi tra paura e trepidazione. Certo, i taliban non dovranno guardare lontano per sapere cosa fare se sul serio scacceranno le basi militari statunitensi dal loro Paese, semplicemente lanciare uno o due razzi nel compound dell’ambasciata statunitense a Kabul. Inoltre, tale spettacolo indecoroso dai deserti libici dove uomini e donne di Obama battono in ritirata, non aiuterà il perno in Asia degli Stati Uniti ad essere una convincente strategia agli occhi scettici dei Paesi dell’Asia-Pacifico. Pregate, perché dovrebbe mai il primo ministro indiano Narendra Modi prendere sul serio l’invito sontuoso, esteso al suo governo la scorsa settimana, dal vicesegretario di Stato degli Stati Uniti Nisha Desai Biswal. di far svolgere all’India un “ruolo vitale” nel riequilibrio in Asia dell’amministrazione di Obama; o anche prendere sul serio ciò che ha lodato retoricamente come “scommessa strategica sul ruolo conseguente dei 4,3 miliardi di asiatici nel 21° secolo” di Washington? (qui). La cosa ottima dal punto di vista indiano, è che la ritirata libica dell’amministrazione Obama avviene pochi giorni prima del dialogo strategico USA-India a Delhi. Non può sfuggire ai politici di Delhi che l’autonomia strategica dell’India e la sua capacità di seguire un corso indipendente nel mondo contemporaneo, mantenendo le proprie priorità di sviluppo nazionali in piena prospettiva, non sia più una discutibile politica estera ideale, ma un’attuale necessità impellente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La distruzione della Libia, un avvertimento per Egitto, Siria ed Ucraina

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/07/2014libyaL’articolo di RT, “Con il 90% degli aerei distrutti nell’aeroporto di Tripoli, la Libia può chiedere l’assistenza internazionale“, riferisce che: “La Libia valuta il dispiegamento di una forza internazionale per ristabilire la sicurezza, tra l’ondata di violenze a Tripoli che ha visto decine di razzi distruggere la maggior parte della flotta aerea civile nel suo aeroporto internazionale. “Il governo esamina la possibilità di un appello alle forze internazionali per ristabilire la sicurezza sul terreno e aiutare il governo ad imporre la sua autorità”, ha dichiarato il portavoce del governo, Ahmad Lamin”. Il “domani democratico” promesso dalla NATO nel 2011 s’è realizzato, sotto forma di brogli elettorali prevedibilmente da nessuno accettati, lasciando un vuoto di potere che chiaramente sarà risolto con conflitti armati sempre più violenti. Forse la cosa più ironica di tutte è che tali conflitti sono intrapresi dai vari fantocci armati che la NATO ha usato per la guerra  terrestre, mentre bombardava la Libia per quasi tutto il 2011.

Cannibalismo tra fantocci della NATO
Nel maggio 2014, i combattimenti nella città di Bengasi lasciarono decine di morti, e ancor più feriti e abitanti in fuga per salvarsi la vita, mentre ciò che i media occidentali chiamano “generale rinnegato” guida la guerra ai “militanti islamici” nella città. Reuters nel suo articolo, “Famiglie evacuano Bengasi mentre il generale rinnegato promette nuovi attacchi“, afferma: “L’autoproclamato esercito nazionale libico guidato da un generale rinnegato, ha detto ai civili di lasciare Bengasi prima di lanciare un nuovo attacco agli islamisti, il giorno dopo che decine di persone sono state uccise nei peggiori scontri da mesi”. Il generale rinnegato Qalifa Haftar (talvolta scritto Hiftar), che viveva negli Stati Uniti, presso Langley in Virginia, da anni a libri paga della CIA fino al suo ritorno in Libia nel 2011, per guidare le forze di terra nell’invasione per procura della NATO. Business Insider riferiva nel suo articolo del 2011 “Il generale Qalifa Hiftar è un uomo della CIA in Libia?“, che: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti nei primi anni ’90, Hiftar viveva in Virginia, presso Washington, DC. Badr ha detto che era incerto su cosa esattamente facesse Hiftar per sostenersi, e che si concentrava principalmente su come aiutare la sua numerosa famiglia. Così un ex-generale di Gheddafi, passato agli Stati Uniti, metteva radici in Virginia, presso Washington DC, dove in qualche modo manteneva la famiglia ingannando un collega che lo conosce da sempre. Hmm. La probabilità che Hiftar sia coinvolto in una qualche attività è piuttosto elevata. Proprio come figure quali Ahmad Chalabi, coltivato per l’Iraq post-Sadam, Hiftar può aver giocato un ruolo simile mentre l’intelligence statunitense lo preparava per una svolta in Libia”. L’ironia è che molti dei settari che Haftar combatte a Bengasi sono gli stessi che Muammar Gheddafi ha combattuto per decenni da leader della Libia, gli stessi militanti che la NATO ha armato e spalleggiato a fianco di Haftar per rovesciare Gheddafi nel 2011. Sulla sua campagna a Bengasi, Haftar ha affermato che continuerà fino a quando “Bengasi sarà ripulita dai terroristi“, e “abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo fino a quando raggiungeremo i nostri obiettivi. La piazza e il popolo libici sono con noi“. I sentimenti di Haftar fanno eco a quelli di Muammar Gheddafi nel 2011, solo che allora i media occidentali negarono l’esistenza dei terroristi presenti a Bengasi da decenni, e ritraevano le operazioni di Tripoli come un “massacro” di “pacifici manifestanti pro-democrazia“.

La NATO distrugge la Libia
Le atrocità citate dalla NATO per avviare l'”intervento umanitario” in Libia, in primo luogo, iniziarono immediatamente per mano delle stesse forze NATO e dei suoi fantocci. Intere città furono circondate, affamate e bombardate fino a quando non capitolarono. In altre città, intere popolazioni furono sterminate, sfrattate e respinte oltre i confini della Libia. La città di Tawarga, la patria di circa 10000 libici fu totalmente sradicata, indicata dal London Telegraph come “città fantasma“.
Dalla caduta di Tripoli, Sirte e altre città libiche che resistettero all’invasione per procura della NATO, ritornò in Libia scarsa stabilità di fondo, per non parlare della “rivoluzione democratica” promessa dalla NATO e dai suoi collaboratori. Il governo di Tripoli rimane nel caos, le sue forze di sicurezza sono divise e ora una “canaglia” della CIA guida una grande operazione militare contro Bengasi, usando anche aerei da guerra apparentemente senza l’approvazione di Tripoli. Anni dopo la conclusione della “rivoluzione”, la Libia resta un Paese sciancato che regredisce. I molti successi del governo di Muammar Gheddafi sono da tempo annullati, e difficilmente saranno ripristinati, e figuriamoci superati, nel prossimo futuro. La NATO ha effettivamente rovesciato e distrutto un intero popolo, non solo bruciandolo mentre le risorse sono saccheggiate dalle multinazionali occidentali, ma anche usandolo come modello per le future avventure extraterritoriali in Siria, Egitto, Ucraina e ora Iraq.

Il modello libico: attenti Egitto, Siria e Ucraina
Proprio come in Libia, le “rivoluzioni” hanno cercato di mettere radici in Egitto, Siria e Ucraina.  Gli stessi racconti, testualmente, ideati da think tank politici e spin doctors dei media occidentali per la Libia, vengono ora riutilizzati per Egitto, Siria e Ucraina. Le stesse organizzazioni non governative (ONG) vengono usate per finanziare, armare e comunque sostenere i gruppi d’opposizione in ogni Paese. Termini come “democrazia”, “progresso”, “libertà” e lotta contro la “dittatura” sono temi familiari. Le proteste erano e sono ognuna accompagnate da estremisti armati totalmente sostenuti dall’occidente. In Siria, la pretesa delle proteste è stata eliminata così come il concetto dei “combattenti per la libertà”. I media occidentali ora trascorrono molto tempo a giustificare il motivo per cui la NATO e i suoi partner regionali finanziano e armano i settari, come al-Qaida, per rovesciare il governo siriano. In Egitto c’è ancora qualche ambiguità, come nel 2011 sulla Siria, su chi siano davvero i manifestanti, che cosa vogliono veramente e da quale parte del conflitto sempre più violento l’occidente stia. Un’attenta analisi rivela che proprio come i Fratelli musulmani furono usati in Siria per preparare il terreno per la devastante guerra che v’infuria, la Fratellanza musulmana egiziana fa altrettanto nei confronti di Cairo. Infine, in Ucraina, i manifestanti “pro-democrazia” “pro-Unione Europea” e “Euromaidan” si sono rivelati dei neo-nazisti e nazionalisti di ultra-destra che ricorrono regolarmente a violenze ed intimidazioni politiche. Proprio come in Siria nel 2011, e in Egitto oggi, l’intensità degli scontri armati aumenta  verso ciò che si può definire guerra per procura tra NATO e Russia in Europa orientale. Ma per queste tre nazioni, ed i partecipanti su tutti i campi, lo stato attuale della Libia dev’essere esaminato. Tali “rivoluzioni” hanno una sola conclusione logica e prevedibile: saccheggio, divisione e distruzione di ogni nazione, prima di essere piegata a Wall Street e al montante ordine sovranazionale di Londra, per essere sfruttata al massimo e per sempre da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea già da oggi. Coloro che chiedono cosa ne sarà di Egitto, Siria e Ucraina, se la NATO dovesse vincere, dovrebbero solo guardare alla Libia. E coloro che hanno sostenuto la “rivoluzione” in Libia, devono chiedersi se sono soddisfatti del suo esito finale. Non vogliono un tale risultato anche per Egitto, Siria e Ucraina? Hanno immaginano che i piani della NATO per ciascuno di tali Paesi finissero diversamente? E perché?

pepsi-libiaTony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’US intelligence nasconde la verità sul jet malese abbattuto in Ucraina

Generale Leonid Ivashov e Tamara Zamjatina, Global Research, 24 luglio 2014

mh17_brief_09-900Sei giorni dopo la tragedia del Boeing malese, funzionari dell’intelligence degli Stati Uniti hanno riconosciuto che Washington non aveva informazioni sul coinvolgimento diretto della Russia nell’incidente aereo del 17 luglio. “Pertanto, i servizi di sicurezza degli Stati Uniti hanno respinto la dichiarazione del Segretario di Stato John Kerry del 20 luglio, secondo cui il sistema missilistico della difesa aerea aveva abbattuto il Boeing-777 malese nella parte orientale dell’Ucraina era stato consegnato dalla Russia“, ha detto ad ITAR-TASS il presidente del Centro internazionale di analisi geopolitiche, Colonnello-Generale Leonid Ivashov. “I funzionari della sicurezza statunitensi continuano a sostenere che l’aereo di linea malese sia stato abbattuto ‘per errore’, avendo la milizia scambiato per un aereo da guerra, ma non insistono sul ruolo della Russia nell’invio di sistemi di difesa aerea alle forze di Donetsk. Non danno dettagli tecnici, così non cercano prove per indagare sull’incidente del Boeing, ma fare infondate accuse politiche“, ha detto Ivashov, ex-capo del dipartimento di cooperazione militare internazionale del Ministero della Difesa russo. “Dopo che il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i dati dell’intelligence raccolti dai sistemi di radiosorveglianza, la comunità internazionale ha compreso che Mosca sa chi sia responsabile dell’incidente del Boeing malese. L’esercito russo ha individuato i luoghi esatti in cui sono stati implementati i sistemi missilistici di difesa aerea Buk ucraini, individuato il decollo di un caccia  ucraino, presumibilmente un Sukhoj Su-25, e trasmesso queste informazioni all’Unione europea.  Gli Stati Uniti hanno dichiarato di avere le immagini satellitari, ma nulla è stato reso pubblico”, ha detto Ivashov. “In queste condizioni i servizi di sicurezza statunitensi hanno dovuto riconoscere che la Russia non è coinvolta nella tragedia dell’aereo di linea. Ma Washington nasconde la verità sul ruolo di Kiev nell’attacco al Boeing, anche se sicuramente possiede tali informazioni. I servizi di sicurezza non dicono mai tutta la verità sugli interessi di Stato“, ha detto. “Secondo una delle teorie, il Boeing è stato abbattuto da unità militari ucraine che non hanno un centro di comando comune, e agiscono da sole, ad esempio le forze del governatore (della regione di Dnepropetrovsk) (Igor) Kolomojskij, Fazione destra (partito ultra-nazionalista) e truppe ucraine. Gli statunitensi  certamente analizzano tale teoria“, ha aggiunto Ivashov. “La ragione per cui gli Stati Uniti cercano comunque di rigettare la responsabilità del Boeing abbattuto alla Russia, accusando il Paese di ‘creare le condizioni’ per la tragedia, è che l’incidente aereo ha scosso la comunità internazionale. Washington cerca di trattenere la rabbia dell’opinione pubblica e volgerla contro Mosca e Putin personalmente”, ha detto. “Gli Stati Uniti perdono posizioni geopolitiche in molte regioni del mondo: in Medio Oriente, dove un califfato islamico viene creato, nonostante la volontà di Washington; nel Vecchio Mondo, dove gli Stati Uniti non riescono ancora a spingere l’Unione europea ad imporre sanzioni industriali alla Russia, in Ucraina e anche in America Latina, dove si è tenuto il riuscito vertice BRICS e una nuova banca di sviluppo congiunta è stata creata per rivaleggiare con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Gli USA sfruttano la tragedia del Boeing d’indebolire la posizione in via di consolidamento della Russia nel mondo. I 298 passeggeri innocenti morti nello schianto del Boeing potrebbero essere pedine di un grande e sporco gioco politico“, ha detto Ivashov. “Gli Stati Uniti possono continuare i tentativi di destabilizzare la Russia, basandosi sulla ‘quinta colonna’ nel Paese e istigando conflitti interetnici. La questione è stata discussa in una riunione del Consiglio di sicurezza russo. Gli Stati Uniti possono consegnare armi all’Ucraina e poi spingere il Paese ad un’invasione della Crimea (divenuta parte della Russia a marzo)“, ha detto l’esperto. “L’attuale amministrazione statunitense non si calmerà prima di raggiungere l’obiettivo di confrontarsi con la Russia e l’Ucraina direttamente de, infine, spezzare i legami politici ed economici tra Russia ed Europa. Pertanto, la leadership e i cittadini russi non dovrebbero rilassarsi”, ha aggiunto Ivashov.

Leonid-Ivashov-Academia-Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ustica 2.0: gli ucraini abbattono il Boeing-777 malese, scambiandolo per l’aereo di Putin

I militari ucraini abbattono il Boeing-777 malese scambiandolo per un bombardiere russo
Vsevolod Lvov PravdeVGlaza 17 luglio 20141051926Secondo una fonte dell’esercito, i militari ucraini della difesa aerea hanno abbattuto il Boing-777 di una compagnia aerea malese. Le vittime dell’incidente sono circa 300 tra passeggeri ed equipaggio. Come riportato dalle milizie, i militari ucraini presi dal panico hanno mobilitato militari e coscritti fiduciosi che il successo della milizia sia legato unicamente al fatto che la Russia li rifornisca di aiuti militari, cosa generalmente falsa. Come il miliziano “Tanchik” ha detto a PravdeVglaza.ru, la difesa aerea ucraina ha aperto il fuoco su un bersaglio non identificato, che non era stato rilevato dalle milizie, generando confusione tra i soldati dell’esercito della RPD (Novorossija). “Inizialmente, i ragazzi pensavano che si trattasse di un razzo lanciato da un MLRS Grad, ma l’angolo di lancio e la parabola indicavano che fosse chiaramente un missile antiaereo“, ha detto il miliziano.
Con alta probabilità, l’esercito ucraino, totalmente demoralizzato, ha scambiato l’aereo di linea per l’avvio dell’intervento diretto da parte delle Forze Armate russe, dopo di che ha deciso di aprire il fuoco sul bersaglio. L’incidente ha provocato la morte di circa 300 persone. Diversi media ucraini si sono affrettati a incolpare dell’incidente la milizia. La versione su PravdeVglaza.ru commentata da uno dei collaboratori di Strelkov, l’ex-capitano della difesa Fjodor Berezin, indica che per distruggere un bersaglio che vola ad un’altitudine di 10000 metri (vale a dire, alla quota del Boeing, quando è stato colpito da un proiettile) aveva bisogno di un sistema simile all’S-400, che semplicemente le milizie della Novorossija non possiedono; ma questi sistemi sono in possesso dei militari ucraini, e alcuni sono presenti nel loro corpo di spedizione. I Buk catturati alle unità della difesa aerea di Donetsk, sono in ristrutturazione, e come riporta Berezin, “oggi non abbatterebbero una grassa e pigra pernice“. Numerosi miliziani ed analisti militari ritengono che l’attacco al velivolo civile sia opera degli ucraini, per giustificare l’ingresso nel conflitto delle truppe della NATO. Infatti, è ormai chiaro che la forza antiterrorismo ucraina ha subito una sconfitta inevitabile, in poche settimane e senza aiuto esterno.

BswWlzrCUAAf08FL’aereo del Presidente Putin avrebbe potuto essere l’obiettivo del missile ucraino
RussiaToday 17 luglio, 2014

L’aereo della Malaysian Airlines MH17 stava volando lungo quasi la stessa rotta del jet del presidente russo Vladimir Putin, poco prima dell’incidente che ha ucciso 295 persone, riferisce Interfax citando fonti. “Posso dire che l’aereo di Putin e il Boeing malese s’intersecavano nello stesso punto e nello stesso momento. Presso Varsavia, scaglione 330-m e alla quota di 10100 metri. Il jet presidenziale era lì alle 16:21 ora di Mosca, e l’aereo malese alle 15:44 ora di Mosca“, ha detto una fonte anonima all’agenzia. “Le sagome degli aeromobili sono simili, le dimensioni molto simili, come la colorazione che, ad una distanza abbastanza lontana, sono quasi identici“, aggiunge la fonte.
Il Volo MH17 s’è schiantato in Ucraina sulla rotta Amsterdam – Kuala Lumpar, e trasportava 295 persone. L’aereo passeggeri doveva entrare nello spazio aereo russo alle 17:20 ora locale, ma non l’ha mai fatto, secondo una fonte dell’aeronautica russa citata da Reuters. “L’aereo è precipitato a 60 km dal confine, e aveva un allarme di emergenza“, citava la fonte ITAR-TASS.

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L’Ucraina ha inviato ieri una batteria di missili laddove è caduto oggi l’aereo malese
JMAlvarez

Le milizie antifasciste non hanno il sistema missilistico S-300, unica arma in grado di abbattere un aereo alla quota in cui si trovava il Boeing 777 della Malaysian Airlines. Sintomatico che le agenzie imperialiste invece di dire “schiantato” ora dicano “un missile russo ha abbattuto l’aereo…” La dittatura ucraina cerca l’aiuto della NATO per proseguire le operazioni contro gli antifascisti. Se non si sa perché e da chi è stato abbattuto il Boeing malese, significa esser sciocchi totali, mi si perdoni… “Secondo il comando ieri è stata trasferita una divisione di missili Buk delle forze armate ucraine nella zona del Donetsk, dove l’aereo della Malesia è caduto“, ha detto una fonte a RIA Novosti. Secondo la fonte, “l’aereo, volando a una quota di 10 km, può essere raggiunto solo da missili S-300. Le milizie non hanno tali armi“. L’aereo era scortato da due caccia ucraini 3 minuti prima di scomparire.

10511595Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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