Ebola? E come fanno a saperlo OMS e CDC?

William Engdahl, New Eastern Outlook 20/10/2014

1053358_ebola-obama-et-hollande-demandent-a-la-communaute-internationale-de-faire-plus-web-tete-0203856348995C’è qualcosa di perversamente strano sul trambusto intorno ai cosiddetti focolai di ebola. Un africano è ricoverato in un ospedale di Dallas per sintomi, curato, rilasciato e riammesso, il “primo” caso ebola negli Stati Uniti. Ciò che i guardiani della verità nei media mainstream non si chiedono è quanto sia affidabile il test che decide se qualcuno è affetto da Ebola. I ricercatori hanno deciso che, per esempio, la prova che dovrebbe determinare se qualcuno abbia l’AIDS, l’esame sul sangue HIV inventato negli anni ’80 dall’ex-ricercatore sul cancro Robert Gallo, non indica se qualcuno ha il virus. Determina solo se il sangue ha un certo livello di cosiddetti “anticorpi HIV”. Il test di Gallo fu brevettato da lui e dalla sua squadra prima dell’annuncio sensazionale che avesse “identificato” il virus specifico che causa ciò che Gallo definiva, “l’epidemia più spaventosa del 20° secolo, che oggi chiamiamo AIDS”. Gallo aveva volutamente predeterminato il suo test HIV. Quando lo provò su siero del sangue di donatori sani, dimostrò che il 10% dei sani, secondo il test di Gallo, erano positivi all’HIV. Poiché non riusciva a commercializzare un simile test presso i medici, Gallo alterò arbitrariamente la sensibilità della misura della reazione. L’industria farmaceutica fu contenta di commercializzare i costosi farmaci chemioterapici AZT. Milioni di esseri umani sono stati condannati all’inferno, stigmatizzati dall’HIV come risultato del test di Gallo. Al mondo venne detto che un “virus letale” potrebbe infettare la popolazione mondiale. Infezioni quali sarcoma di Kaposi e polmonite Pneumocistis carinii furono trasformati in assassini feroci. Pochi scienziati onesti esaminarono criticamente i test di base che Gallo proteggeva con il suo brevetto. Uno scienziato coraggioso che mise in discussione l’ipotesi di Gallo su HIV-AIDS fu Kary Mullis, che nel 1996 scrisse “L’ipotesi dell’HIV/AIDS è un errore infernale“. Mullis vinse il premio Nobel per la chimica nel 1993, ma le sue osservazioni devastanti furono ignorate dai sempre vigili media mainstream e dai medici. Nel 1983 Gallo arbitrariamente trasformò la correlazione in causalità e disse di aver scoperto il “virus” che causa l’immunodeficienza acquisita o AID, poi chiamata “sindrome” o AIDS. Gallo appena prima dell’annuncio aveva brevettato il solo test noto per determinare se qualcuno ha l’AIDS. Un utente abituale di certi farmaci come il nitrito di amile o popper, o anche una donna incinta, si sarebbe rivelato positivo all’HIV con il test di Gallo. I timori su una nuova piaga globale furono alimentati sui media da scienziati irresponsabili. Gallo vendette il suo test dell’AIDS a cinque società farmaceutiche e si sedette di nuovo a raccoglierne i proventi.

Il test su ebola
KaryMullis_byKentClemenco_12361662351 Ora di nuovo leggiamo storie terrorizzanti simili sui mass media, questa volta sulla paura di ebola alimentata dall’OMS controllata dall’industria farmaceutica a Ginevra, sotto gli esperti del Gruppo di consiglieri scientifici della direttrice generale Margaret Chan, collegati ai giganti di Big Pharma, e all’US Centers for Disease Control di Atlanta. Cosa è esattamente il test su ebola utilizzato da medici e operatori sanitari in Sierra Leone o Liberia per “provare” che una persona ne è malata? Quando l’africano è stato nuovamente ricoverato nell’ospedale di Dallas, il capo del CDC Tom Frieden dichiarò che al paziente fu diagnosticato l’ebola con un test “molto accurato. Un test PCR del sangue”. Ma quel test PCR del sangue non è molto preciso. Piuttosto è assai viziato. Come sottolinea Jon Rappoport, “Tra i problemi del test PCR è che è aperto ad errori. Il campione prelevato dal paziente in realtà è un virus o un pezzo di virus? O è solo una parte irrilevante dei resti? Un altro problema è insito nel metodo del PCR. Il test si basa sull’amplificazione di un minuscolo granello di materiale genetico prelevato da un paziente che soffia milioni di volte fin quando viene osservato e analizzato. I ricercatori che l’utilizzano affermano che, a seguito del procedimento, possono anche dedurre la quantità di virus presente nel paziente. Questo è fondamentale, perché se un paziente ha milioni e milioni di virus ebola in corpo, non vi è assolutamente alcun motivo di pensare che ne sia malato o se ne ammali“. Può il test del sangue PCR dire quanto virus ebola ci sia nel corpo di una persona? Lo stesso Kary Mullis citato sull’ipotesi HIV/AIDS ha inventato il test PCR nel 1983, per cui ebbe il premio Nobel. Ne parlò con il giornalista John Lauritsen anni fa avvertendo contro un uso improprio. Lauritsen riporta: “Sui test virali, che tentano di utilizzare il PCR per contare il virus, Mullis ha dichiarato: “Il PCR quantitativo è un ossimoro”. Il PCR ha lo scopo di identificare le sostanze qualitativamente, ma per sua natura non può stimarne il numero. Anche se vi è una errata impressione comune che i test virali effettivamente contino il numero di virus nel sangue, non possono rilevare per nulla i virus infettivi; possono rilevare solo le proteine che si crede, in alcuni casi a torto, essere unici per l’HIV. I test rilevano le sequenze genetiche del virus, ma non il virus stesso”. Né il test PCR di Mullis può contare il numero di virus ebola nel sangue di una persona. Eppure il CDC afferma, a torto secondo Mullis, che si può. Può essere che l’intera campagna terroristica sull’ebola lanciata dall’OMS di Chan e dal CDC sia una finzione e che l’industria farmaceutica sia pronta a smerciare i suoi non testati “vaccini dell’ebola”? Alcuni anni fa, nel 2009, Margaret Chan, a capo dell’OMS, dichiarò senza fondamento scientifico, che l’influenza suina H1N1 era una pandemia globale allarmando e costringendo i governi di tutto il mondo ad accumulare milioni di dosi di vaccini contro l’influenza non testati. In un discorso, all’epoca, Chan dichiarò solennemente: “A fine aprile, si annunciava la nascita di una nuova influenza del virus A. Questo particolare ceppo dell’H1N1 non era presente presso gli esseri umani. Il virus è completamente nuovo. Il virus è contagioso, si diffonde facilmente da una persona all’altra e da un Paese all’altro. Ad oggi, quasi 30000 casi confermati sono stati segnalati in 74 Paesi… Sulla base delle prove disponibili, e delle valutazioni di esperti delle prove, i criteri scientifici per una pandemia influenzale sono stati raggiunti. Ho quindi deciso di alzare il livello di allerta pandemica influenzale da fase 5 a fase 6”. Non disse che l’OMS aveva cambiato la definizione di allerta pandemica lo stesso aprile 2009 a definizione puramente geografica da una precedente più severa. Chan, i suoi consiglieri e il CDC devono pensare che siamo tutti imbecilli e senza memoria, mentre cercano di alimentare timori simili sul pericolo allarmante di ebola. Non c’era una pandemia di H1N1 nel 2009. Il numero di decessi attribuibili anche alla normale influenza, era in modo imbarazzante (per lei almeno) basso.

Pipistrelli della frutta nell’OMS e nel CDC?
E’ utile ribadire ciò che l’OMS definisce come sintomi di ebola. Il rapporto ufficiale dell’OMS su Ebola, che ora ha rinominato EVD per “malattia del virus ebola”, afferma “i primi focolai di EVD si ebbero in villaggi remoti in Africa centrale, nei pressi di foreste pluviali tropicali, ma la più recente epidemia in Africa occidentale ha coinvolto importanti zone urbane e rurali… Si pensa che i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae siano naturali veicoli del virus ebola. Ebola è introdotto nella popolazione umana tramite stretti contatti con sangue, organi, secrezioni o altri fluidi corporei di animali infetti come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie, antilopi forestali e istrici malati o morti nelle foreste pluviali“. Poi il rapporto ufficiale dell’OMS su ebola del settembre 2014, afferma: “Può essere difficile distinguere l’EVD da altre malattie infettive come malaria, febbre tifoide e meningite“. OMS poi elenca i sintomi possibili di ebola: “i sintomi di ebola comprendono improvvisa insorgenza di febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee, sintomi di compromissione renale e disfunzione del fegato e, in alcuni casi, emorragie interne ed esterne“. Tali sintomi, febbre, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, vomito, diarrea, eruzioni cutanee, si verificano su molte persone nelle regioni più povere dell’Africa occidentale, devastate dalle guerre per diamanti insanguinati e petrolio, con sanità pubblica e infrastrutture idriche devastate. E il “test altamente accurato del sangue PCR” citato dal CDC non è affatto preciso nell’identificare la concentrazione di virus ebola. Dovremmo osservare le ultime storie dell’orrore su ebola in modo razionale e sobrio, compresa l’accuratezza dei test che CDC utilizza; o prima sottoponiamo a vaccinazioni obbligatorie e quarantena, o ci lasciamo sopraffare dalla paura.

downloadF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, s’è laureao in politica alla Princeton University ed è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi gettano petrolio per fare leva sugli Stati Uniti

Moon of Alabama 13 ottobre 2014obamaL’anno scorso il presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato molto riguardo l’indipendenza energetica: “Al suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha celebrato gli sforzi della sua amministrazione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e anche lodato il recente aumento della produzione interna di petrolio e di gas. Obama ha detto all’inizio del discorso che ora “produciamo più petrolio di quanto ne compriamo dal resto del mondo”, per la prima volta in vent’anni”. Obama non ha detto che l’aumento della produzione statunitense di combustibili fossili è possibile solo perché i prezzi di petrolio e gas sono aumentati oltre la soglia magica dei 100 dollari al barile. Quindi il prezzo per l’estrazione di gas di scisto e la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è solo marginalmente redditizio o per nulla redditizio. Ma parlare di “indipendenza energetica” consente a vari esperti di sostenere che gli Stati Uniti potrebbero ora ignorare il Medio Oriente: “Chiaramente, il boom delle compagnie petrolifere e gasifere statunitensi non è esente da problemi, ma i vantaggi economici, geopolitici e ambientali di tale imminente indipendenza energetica superano di gran lunga gli svantaggi. I giorni in cui le dittature dei produttori di petrolio mediorientali e dei loro amici dell’OPEC potevano così facilmente imporre il loro potere su un tremolante ed assetato occidente stanno per divenire reliquia del passato”.
Essendovi una nuova strisciante recessione mondiale, il consumo di combustibili fossili è diminuito. Tipicamente, un tale declino potrebbe essere seguito dal calo della produzione dei principali produttori, per mantenere i prezzi e il loro reddito alquanto stabili. Ma ciò non accade.
I sauditi e gli altri governanti del Golfo non amano parlare molto dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, dovendo mantenere una certa influenza sulla politica degli Stati Uniti. Ora hanno deciso di porre fine alle chiacchiere sull'”indipendenza energetica” degli Stati Uniti e costringere gli Stati Uniti a rivolgersi di nuovo a loro. Il metodo semplice adottato è mantenere la produzione di petrolio abbastanza alta, in un periodo di cali dei consumi, accettando prezzi più bassi e far sì che la nuova produzione nazionale degli Stati Uniti sia in perdita: “Il regno (saudita), il maggiore produttore dell’OPEC, è pronto ad accettare prezzi sul petrolio al di sotto dei 90 dollari al barile, forse a 80, per un anno o due, secondo persone informate sui recenti colloqui. Le discussioni, alcune delle quali hanno avuto luogo a New York la scorsa settimana, indicano il chiaramente che il regno abbandona la vecchia strategia di tenere i prezzi a circa 100 dollari al barile per il Brent, a favore del controllo di quote di mercato in futuro”.
Lo scopo è chiaro. Espellere dal mercato i produttori dai maggiori costi dell’OPEC e quindi mantenere la quota di mercato globale, così come la leva necessaria per perseguire gli obiettivi politici dei Paesi del Golfo: “Il ministro del petrolio del Quwayt Ali al-Omayr avrebbe detto all’agenzia KUNA che l’OPEC difficilmente ridurrà la produzione di petrolio puntellandone i prezzi, perché una tale mossa non sarebbe efficace. Omayr ha detto che 76-77 dollari al barile potrebbe essere il livello ultimo della discesa del prezzo del petrolio, dato che si tratta del costo di produzione negli Stati Uniti e in Russia“. I sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tutti bilanci positivi (Fig 3). Possono facilmente permettersi dei prezzi più bassi. I costi della produzione di gas di scisto e sabbie bituminose degli USA sono superiori ai costi di produzione saudita o russo. Saranno i primi a chiudere se i prezzi restano bassi: “Permettere che il Brent scenda a meno di 85 dollari potrebbe rallentare il boom dello scisto negli Stati Uniti, perché alcuni produttori potrebbero perdevi a quel prezzo, ha detto Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime della Bank of America, in un rapporto del 9 settembre. … Limitare il boom shale negli USA ne assicurerebbe la continua dipendenza dall’energia mediorientale, ha detto Blanch. … “Per l’Arabia Saudita, non vedo il motivo per cui portino e mantengano i prezzi a meno di 90 dollari”, ha detto Torbjoern Kjus, analista della DNB di Oslo, il 10 settembre, “Va a vantaggio dei sauditi testare il limite del gas di scisto degli Stati Uniti”. Il leader de facto dell’OPEC ha la “potenza di fuoco fiscale” per tollerare prezzi a 70 dollari per due anni e senza difficoltà economiche, secondo la consulente londinese Energy Aspects Ltd. Il regno aveva riserve valutate per 741,6 miliardi dollari a luglio, quasi il doppio di cinque anni prima, secondo la Saudi Arabia Monetary Agency.
Tale strategia non solo permetterà ai dittatori del Golfo di conservare la loro quota di mercato, ma i sauditi e gli altri l’useranno per rallentare, se non fermare, le aperture statunitensi all’Iran, nonché per premere per il cambio di regime in Siria.

000_was3227957.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le stupide sanzioni di Obama lasciano a Putin un nuovo premio petrolifero

William Engdahl New Eastern Outlook 13/10/2014167182064Il presidente degli USA Barack Obama, o almeno i falchi neocon guerrafondai nel mondo, vengono colpiti dal boomerang delle stupide sanzioni economiche contro la Russia di Putin. Pochi giorni fa, la maggiore società petrolifera russa statale, OAO Rosneft, guidata da un alleato di Putin, Igor Sechin, annunciava la scoperta di un nuovo gigantesco giacimento nell’Artico russo a nord di Murmansk. La stupidità della decisione di Obama è dovuta all’imposizione di sanzioni a Sechin e alla sua compagnia, e a vietare alle aziende statunitensi di farvi affari. Il 27 settembre, in un comunicato congiunto, Rosneft e il gigante petrolifero statunitense ExxonMobil annunciarono la scoperta di un nuovo enorme giacimento di petrolio con il pozzo Universitetskaja-1 nel Mare di Kara. Per più di due decenni le compagnie petrolifere russe avevano sognato di raggiungere ciò che ritenevano essere gli enormi giacimenti di petrolio nell’Artico. Nel 2011, il CEO di ExxonMobil, la maggiore megacompagnia petrolifera statunitense e cuore del gruppo petrolifero Rockefeller, firmava un accordo di joint venture con la Rosneft di Sechin per perforazioni nell’Artico russo. I dati di Universitetskaja-1 suggeriscono la scoperta di 750 milioni/1 miliardo di barili di petrolio greggio leggero e di alta qualità, per un valore di 7,5-10 miliardi di dollari ai prezzi attuali. La scoperta del mare di Kara è solo la prima in una regione che gli esperti ritengono possa divenire una delle più importanti aree di produzione di greggio nel mondo, più grande del Golfo del Messico. Le stime indicano che la regione d’esplorazione della Rosneft nel Mare di Kara, Universitetskaja, la cui struttura geologica è stata perforata, ha le dimensioni della città di Mosca ed è abbastanza grande da contenere oltre 9 miliardi di barili di petrolio. Il primo pozzo è stato il più costoso nella storia di ExxonMobil; 600 milioni di dollari per la perforazione. Con grande eufemismo, Sechin ha detto alla stampa “Supera le nostre aspettative. Questa scoperta è d’importanza eccezionale mostrando la presenza di idrocarburi nella regione artica“.
La scoperta di enormi giacimenti di petrolio in Russia, nel Mare di Kara, a nord est di Murmansk é una grande spinta alla geopolitica energetica di Putin e una grave sconfitta per Washington e ExxonMobil. Sechin ha detto che la produzione di petrolio dal giacimento Mare di Kara potrebbe iniziare entro cinque-sette anni. Il giacimento scoperto sarà chiamato “Vittoria”. C’è molta ironia in questo nome. A causa delle sanzioni del sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria del dipartimento del Tesoro USA, David S. Cohen, il 10 ottobre ExxonMobil sarà costretta a ritirarsi dal progetto russo incorrendo ad ingenti perdite o violando le sanzioni del governo statunitense, per cui affronterebbe severe sanzioni. L’amministrazione Obama ha appena segnato un autogol (Eigentor?) con la nuova brillante decisione dell’unità di guerra finanziaria ed economica del dipartimento del Tesoro. Bravo, Washington! Avete inflitto gravi danni a una delle più grandi aziende degli Stati Uniti. Quando ExxonMobil si accordò con Rosneft, scommise che la regione artica, la regione petrolifera inesplorata dal maggiore potenziale del mondo, potesse essere la salvezza della società assicurandosi le forniture di greggio a lungo termine. La scommessa si è rivelata corretta e l’ha fatto proprio mentre gli stupidi burocrati dell’amministrazione Obama impongono sanzioni a Sechin e al progetto sull’Artico con l’intenzione di danneggiare la Russia.

Rosneft ora guarda alla Cina
Ora con ExxonMobil e molto probabilmente MorganStanley come agenzia finanziaria che organizzava i miliardi per incrementare le perforazioni la prossima primavera, bloccate dalle sanzioni statunitensi, Sechin si volge ad est verso la Cina. Convenientemente per Rosneft, ExxonMobil è stata espulsa appena dopo aver terminato la parte più complessa e difficile del progetto. Il 1° settembre, il Presidente Putin ha detto personalmente ai cinesi che approvava la partecipazione finanziaria delle compagnie petrolifere statali cinesi nella grande società onshore controllata da Rosneft, Vankor. Sarà il più grande accordo azionario cinese con una compagnia petrolifera russa, ad oggi. Fino alla crisi Ucraina e alle sanzioni, la Russia aveva gelosamente limitato lo share-holding estero nelle proprie compagnie petrolifere e gasifere statali. L’accordo approfondisce i crescenti legami energetici tra Cina e Russia, ironia della sorte, è un risultato opposto a quello perseguito dalla strategia geopolitica in Eurasia di Washington. Come lo stratega statunitense Zbigniew Brzezinski scrisse nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera, la geopolitica degli Stati Uniti deve evitare a tutti i costi la sfida economica di un’Eurasia unificata all’egemonia globale statunitense. Oops, Obama avrebbe fatto l’opposto. Ecco cos’è abbastanza stupido, non riuscire a prevedere le conseguenze e i collegamenti delle proprie azioni.

ExxonRussiaJay_snallF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, s’è laureato in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Golfo Arabo sbircia nel mondo multipolare

MK Bhadrakumar - 11 ottobre 2014
635302-01-08Il tradizionale sistema di alleanze prevalente nella regione del Golfo da quando l’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt lasciò il vertice di Jalta (1945) con Winston Churchill e Josif Stalin e si diresse senza preavviso in Egitto per un appuntamento segreto con re Abdul Aziz ibn Saud dell’Arabia Saudita, a bordo del cacciatorpediniere statunitense USS Murphy, nelle acque dei Grandi Laghi Amari, si sta inesorabilmente indebolendo. L’ultimo segno di tale processo è l’annuncio del Cremlino della visita del re del Bahrayn Hamad ibn Isa al-Qalifa, che lascia il resort della città russa di Sochi per incontrare il Presidente Vladimir Putin e di partecipare al capitolo russo della Campionato mondiale di Formula Uno. Il sovrano del Bahrayn è un compare della famiglia reale saudita e fu solo il brutale intervento militare saudita che l’ha finora aiutato a frenare la rivolta per la democrazia e i diritti umani della maggioranza sciita del Paese.
L’importanza di ciò che oggi accade nel cortile dell’occidente, è che sembra quasi che la Russia sia il centro di pellegrinaggio dei governanti del Golfo Arabo scontenti dei modi del presidente Barack Obama e della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente per la promozione di democrazia e diritti umani. Se va indicato il momento decisivo di tale crescente tendenza degli arabi del Golfo a disilludersi verso l’amministrazione Obama, è quando Hillary Clinton svelò drammaticamente e con molto clamore il Secolo del Pacifico Americano, la strategia del “pivot”in Asia degli Stati Uniti.
I Clinton affiancano la famiglia Bush del Texas per devozione ai regimi del Golfo Arabo e la segretaria di Stato Clinton non anticipava l’effetto devastante che la sua brillante strategia del “pivot” avrà sul morale degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Gli autocrati arabi del Golfo sono travolti dall’angoscia che gli Stati Uniti taglino la corda per l’Asia-Pacifico, lasciandoli ai lupi della regione e che Washington non si adopererà per la sopravvivenza dei loro regimi arcaici. La primavera araba e gli eventi catastrofici che portarono alla caduta di Hosni Mubaraq in Egitto, momento cruciale delle strategie statunitensi in Medio Oriente, hanno scosso la fede degli autocrati arabi del Golfo nella fedeltà degli Stati Uniti come pretoriani dei loro regimi, soprattutto con le prova accumulatesi su Washington che si mette dalla “parte giusta della storia” e tranquillamente s’impegna con i Fratelli musulmani, che allora sembravano l’emergente “forza vitale” in Medio Oriente. Inoltre, rapporti hanno cominciato a circolare sulla dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio dal Golfo in drastica diminuzione con la vertiginosa produzione di shale gas negli USA, che a sua volta si tradurrebbe in geopolitica nel disinteresse di Washington nella sopravvivenza delle oligarchie dei petrodollari regionali. La tesi in sé è falsa perché il coinvolgimento degli Stati Uniti verso gli Stati dei petrodollari non è solo in termini di consumo di petrolio, ma anche di traffico nel mercato energetico mondiale ed esportazione di tecnologia del petrolio, nonché di processo di riciclaggio dei petrodollari, pilastro fondamentale del sistema bancario-economico occidentale. Ma avanzò comunque la tesi della strategia del “pivot” in Asia di Clinton, guadagnandosi credibilità.
Se la caduta di Mubaraq fu un campanello d’allarme, la riluttanza degli Stati Uniti a farsi trascinare nel “cambio di regime” in Siria degli Stati arabi del Golfo, trasmise ulteriormente l’impressione che la presa statunitense in Medio Oriente sia in declino continuo. E poi venne l’impegno diretto degli Stati Uniti con l’Iran (sciita). Spargendo sale sulle ferite, Washington s’impegnava con l’Oman, Stato del GCC, ad agire da intermediario per discutere i termini dell’impegno, mantenendo l’Arabia Saudita all’oscuro di ciò che che si svolgeva. Sembra, infine, che i peggiori timori sauditi si avverino, Stati Uniti e Iran normalizzano le relazioni e Riyad perde lo status di alleato chiave di Washington in Medio Oriente. Naturalmente, lo scenario post-Guerra Fredda contro il quale tutto ciò viene dispiegato è importante da notare: l’illusione sfuggente degli Stati Uniti del “momento unipolare” e l’emergere del mondo multipolare. Gli arabi del Golfo iniziano ad intuire la possibilità che l’ordine mondiale multipolare possa salvaguardare i loro interessi fondamentali. In poche parole, per loro gli USA sono ancora il miglior spettacolo in città, ma non più l’unico.
Arriva la Russia. La guerra civile siriana è stata una rivelazione per gli arabi del Golfo, la cartina di tornasole di quanto Mosca avrebbe fatto a sostegno di un vecchio amico e alleato (anche se la Russia ha i suoi interessi, anche). In netto contrasto con il malcelato disinteresse o la riluttanza degli Stati Uniti nel salvare il regime di Mubaraq. In secondo luogo, Mosca ha sempre ridimensionato la primavera araba, senza mezzi termini fredda verso la ragion d’essere della trasformazione democratica del Medio Oriente. Al contrario, è stata abbastanza accomodante con l’idea di fare affari con regimi autoritari. In realtà, Mosca ridicolizza apertamente e ovunque il piano di democratizzazione degli Stati Uniti. In terzo luogo, la Russia continua a considerare i fratelli “terroristi” e la Fratellanza musulmana resta un gruppo radicale proscritto nella “watch list” russa. Gli autocrati arabi del Golfo sono immensamente soddisfatti di come la Russia chiaramente bolli l’islam politico come anatema nel mondo moderno. In quarto luogo, la Russia non ha perso tempo ad abbracciare senza esitazione la giunta militare che ha preso il potere a Cairo con il colpo di Stato sponsorizzato dai sauditi in Egitto, nel luglio 2013. Avendo davvero impressionato i sauditi che, nel momento cruciale, gli statunitensi ancora predichino la virtù della democrazia sulle rive del Nilo. (Probabilmente, i russi sono anche costretti a ripensare all’approccio statunitense verso la giunta di Cairo, qualcosa che i sauditi non hanno potuto compreso da soli). In quinto luogo, la crisi Ucraina ha convinto gli arabi del Golfo che il DNA russo non è cambiato e che Mosca persegue i propri interessi vitali in gioco, non importa cosa comporti. In altre parole, gli arabi del Golfo hanno iniziato a giocare con l’idea di fare della Russia attore del loro benessere e della sopravvivenza dell’attuale sistema oligarchico arcaico regionale. In sesto luogo, la fredda profonda spaccatura USA-Russia attrae gli arabi del Golfo. Se la frattura si approfondisce, sarà ancora meglio. In poche parole, gli statunitensi saranno costretti a pensare alle ombre russe nella regione del Golfo, a sua volta costringendo Washington a rinnovare l’interesse per il vecchio sistema di alleanze costruito intorno alla serie impressionante di basi militari statunitensi nella regione. Infine, nonostante tutti i protagonismi sulla comprensione strategica tra la Russia e Iran, che entrambi i Paesi si sforzano costantemente di pianificare, gli arabi del Golfo sanno essere un rapporto incredibilmente complesso radicato su animosità, sospetti reciproci e tradimenti sordidi tra le due potenze regionali, risalenti al lungo cammino nella storia moderna.
La collaborazione della Russia nella strategia del contenimento degli Stati Uniti verso l’Iran, negli ultimi anni, sul problema nucleare; la conformità della Russia con le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran; l’avversione dell’élite russa verso l’Iran; gli interessi sovrapposti di Russia e Iran nel Caspio, Caucaso e Asia centrale, tutto ciò sottolinea la complessità del rapporto. Più importante, l’emergere della leadership filo-occidentale in Iran e l’accelerazione dell’impegno tra Stati Uniti e Iran preoccuperebbero la Russia. Lo spettro che si aggira in Russia è naturalmente un Iran potenziale strumento chiave del piano USA per ridurre la forte dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche russe (dalle gravi implicazioni per la leadership transatlantica degli Stati Uniti). Infatti, l’Iran è l’opzione migliore per l’Europa nel ricercare la diversificare delle fonti di energia, tramite l’hub energetico della Turchia. D’altra parte, qualsiasi riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dall’energia russa è molto più questione di reddito drasticamente ridotto per la Russia, privandola del suo “strumento geopolitico” per sfruttare le politiche europee. Il punto è che un Iran integrato nella “comunità internazionale” cessa di avere qualsiasi convergenza di interessi con la Russia nel contestare le politiche regionali degli Stati Uniti. Sempre più spesso, Iran e Stati Uniti potranno anche trovarsi sullo stesso lato riguardo sicurezza e stabilità dell’Iraq (e forse della Siria pure). Tale tendenza potrebbe isolare la Russia e costringerla a cercare nuovi partenariati regionali per prepararsi ad ogni evenienza con la vicinanza strategica USA-Iran. Basti dire che le relazioni russo-iraniane sono a un bivio oggi. È vero, non vi è alcuna prospettiva imminente di un asse statunitense-iraniano, dato che il problema nucleare iraniano deve ancora essere risolto e non ci sono segni dagli Stati Uniti di un “salto di fede” verso l’Iran. Le lobby saudite e israeliane lavorano duramente a Washington per lo stallo sull’accordo nucleare, e gli interessi degli Stati Uniti inoltre sono troppo profondi ed estesi negli Stati arabi del Golfo, rendendo estremamente difficile all’amministrazione in carica alla Casa Bianca di cooptare apertamente l’Iran come alleato in Medio Oriente nel prossimo futuro. Detto questo, Mosca non perde alcuna possibilità, neanche. E ha fatto aperture verso gli Stati arabi del Golfo sperando che questi ultimi siano attratti dalle possibilità presentate dall’ordine mondiale multipolare; Mosca è riuscita ad avere un interlocutore costante nel re di Giordania Abdullah. L’anno scorso Abdullah ha visitato Mosca e quest’anno è già stato in Russia due volte (come il 2 ottobre) e ci sono altri due mesi ancora per una terza visita. Nel frattempo, Abdullah ha anche ospitato ad Amman un visitatore russo di eccezione, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. È interessante notare che Mosca sa perfettamente bene che non cessa la partecipazione della Giordania al “cambio di regime” saudita in Siria e che la Giordania è un pesce piccolo per una grande potenza come la Russia, ma rimane un Paese interessante data la possibilità di Abdullah di essere un tramite per i contatti con la leadership saudita e l’occidente. Così, un dialogo fitto si sviluppa tra Abdullah e Putin sulla base della realpolitik e di una corrispondenza d’interessi dallo spirito pragmatico. Più che altro, la Giordania ha stretti legami con Israele e visti i crescenti contatti saudita-israeliani, Mosca vedrebbe la possibilità di una base comune da sviluppare, ad un certo punto, dalla comune antipatia/disillusione dei quattro i protagonisti verso la politica regionale degli Stati Uniti.
L’ Egitto, senza dubbio, s’inserisce anche in questo paradigma. I legami russo-egiziani si sviluppano velocemente e la visita del Presidente Abdelfatah al-Sisi a Mosca ad agosto è stata interpretata come il messaggio agli Stati Uniti che Cairo ha opzioni strategiche nel contesto multipolare. Dal punto di vista russo, però, il pesce grosso è l’Arabia Saudita. Mosca non ha lasciato nulla d’intentato negli ultimi anni, anche a fronte degli sgarbi diplomatici di Riyadh, per sviluppare il rapporto e trasformarlo in una partnership, ma i sauditi erano pesanti e lenti, almeno finora. La guerra civile in Siria pone una contraddizione acuta. Ma il nocciolo della questione è che i sauditi sono lungi dall’aver rinunciato all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. I sauditi ancora sperano che l’amministrazione di Barack Obama possa fermarsi dal cercare un accordo con l’Iran entro novembre. Se nessun accordo nucleare fruttifica e se nel frattempo il Senato degli Stati Uniti cambia di mano finendo sotto il controllo dei repubblicani, l’impegno di Stati Uniti e Iran nato sotto cattive stelle, non andrebbe avanti per molto e, infatti, ci potrebbe anche essere una recrudescenza delle tensioni tra i due vecchi avversari. La strategia saudita, in breve, è sedersi e aspettare in qualche modo la fine della presidenza Obama nel 2016. Ma le cose possono cambiare drasticamente se ci sarà un accordo USA-Iran sulla questione nucleare. Mosca e Riyad avrebbero molto da perdere se l’integrazione dell’Iran con l’occidente iniziasse realmente. (E così in effetti anche Israele). In tale eventualità, il Medio Oriente probabilmente entrerà nel mondo multipolare. Ma poi ci sono tanti “se” e ‘ma’ impliciti in tale scenario. Molto dipenderà da come la guerra di Obama contro lo Stato islamico finirà. La grande questione è, cosa succede se lo Stato islamico prevale e arriva in Arabia Saudita? Dopo tutto, da movimento “neo-wahhabita”, l’obiettivo chiave dello SI è l’Arabia Saudita e non l’occidente. La sua strategia è provocare gli Stati Uniti ad intervenire militarmente in modo che possa cavalcare l’onda dei diffusi sentimenti antiamericani in Medio Oriente, che a loro volta apporterebbe alla causa nuove reclute e altri finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo.

3126fb7674e98090fe6701f5905ceea603d7cf74Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia negozia con la Cina l’alternativa al sistema bancario SWIFT

William Engdahl New Eastern Outlook 10/10/2014 C520N0021H_N71_copy1Russia e Cina, due strategiche nazioni eurasiatiche, punatno chiaramente a liberarsi infine dalla morsa del sistema del dollaro. Il 10 settembre colloqui ad alto livello hanno avuto luogo tra i due Paesi per la creazione di un sistema monetario interbancario indipendente dal sistema di pagamenti SWIFT, controllato dagli USA. Se approvato sarà un passo importante in difesa delle rispettive economie dall’ultima arma ideata da Washington nella guerra finanziaria contro i Paesi che non si comportano come certi ambienti potenti pretendono. Il 10 settembre, il primo Vicepremier russo Igor Shuvalov ha incontrato a Pechino le controparti cinesi per discutere la creazione di un sistema interbancario di compensazione delle transazioni internazionali che dovrebbe o potrebbe, in caso di aggravarsi delle sanzioni di Stati Uniti e Unione europea, sostituire il meccanismo di pagamento interbancario SWIFT. Secondo Shuvalov dopo i colloqui a Pechino, ha dichiarato alla stampa: “Sì, ne abbiamo discusso e abbiamo approvato questa idea”. La Russia reagisce all’attuale escalation della guerra finanziaria avviata dalle sanzioni economiche di Washington verso importanti leader russi, nell’ambito del programma di Washington per ricreare tensioni e scontri da Guerra Fredda, nel tentativo d’inserire un cuneo sanguinoso tra l’Unione europea, in particolare la Germania, e la Russia. Lo scorso marzo, su forte pressione degli Stati Uniti, l’UE ha adottato all’unanimità una serie di sanzioni contro importanti individui russi vicini al Presidente Putin. Le sanzioni sono una risposta al referendum per l’indipendenza della Crimea in cui la stragrande maggioranza, circa il 93%, degli elettori, ha deciso di chiedere l’adesione alla Federazione russa e la secessione dall’Ucraina.
La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, SWIFT, è uno dei collegamenti principali della Russia al sistema finanziario internazionale. Bloomberg ha riferito che il 30 agosto, per ironia della sorte proprio dopo che la Russia aveva proposto a Minsk i termini del cessate il fuoco tra il governo di Kiev ed i ribelli dell’Ucraina orientale, il governo del primo ministro David Cameron proponeva che l’UE degenerasse la guerra delle sanzioni alla Russia escludendo le banche russe da SWIFT. Se ciò accadesse, equivarrebbe alla dichiarazione della guerra economica tra UE e Russia. Le conseguenze per l’UE sarebbero chiaramente devastanti, qualcosa di cui i circoli dominanti di Wall Street e Washington senza dubbio ridacchierebbero in sorta di Schadenfreude. Le sanzioni UE imposte dagli Stati Uniti contro la Russia hanno danneggiato l’economia tedesca in modo significativo. Escludere la Russia dal sistema SWIFT sarebbe molto grave e causerebbe ugualmente dure ritorsioni dalla Russia. Escludendola da SWIFT, si causerebbero problemi nel settore bancario transfrontaliero che perturberebbero il commercio. Gli ultimi colloqui di Pechino rivelano che Mosca sa delle intenzioni di certi circoli di Washington d’aumentare la pressione sulla Russia per una nuova guerra fredda, o addirittura calda. Cina e Russia discutono anche la creazione di una nuova agenzia di rating internazionale indipendente dalle agenzie statunitensi, politicamente manipolate, come Moody e Standard & Poors. Queste mosse dei due principali Paesi del Consiglio di Cooperazione Eurasiatica di Shanghai, e anche principali Paesi dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, seguono la decisione di luglio, in Brasile, di tutti i BRICS di voler fondare l’alternativa al FMI e alla Banca mondiale, controllati da Washington, creando l’Infrastructure Bank e il fondo valutario dei BRICS. Parallelamente alle azioni per sganciarsi dalla presa del sistema del dollaro, Russia e Cina negoziano accordi per condurre importanti scambi energetici con le proprie valute e non, come prassi accettata dalla creazione nel 1944 del sistema di Bretton Woods, con il dollaro degli Stati Uniti. Dall’agosto 1971, quando il presidente Nixon decise di spezzare il legame giuridico tra dollaro e oro, il potere degli Stati Uniti riposa su un sistema in cui, che il dollaro salga o crolli, tutte le nazioni sarebbero costrette ad utilizzarlo nel commercio di petrolio, materie prime ed ordinario. Quando l’euro contestò il ruolo di “valuta di riserva” del dollaro USA, dopo la crisi finanziaria del 2008, Wall Street e l’unità da guerra economica dell’amministrazione Obama, il gruppo di lavoro sui mercati finanziari di Washington noto come “Plunge Protection Team” guidato dal segretario del Tesoro, comprendente il presidente della Federal Reserve, il presidente della SEC e il presidente della Commodity Futures Trading Commission, coordinarono ciò che divenne la “crisi greca”, di fatto la grande guerra finanziaria di Washington e Wall Street contro la stabilità dell’euro, con Federal Reserve, agenzie di rating, speculatori di hedge fund di Wall Street e Tesoro degli Stati Uniti che generarono la crisi dell’euro. Il dollaro è drammaticamente inflazionato per via delle economie di eurolandia devastate e indebolite da allora.
Chiaramente Cina e Russia e altre economie emergenti hanno compreso la nuova arma da guerra finanziaria di Washington, perfezionata con le misure finanziarie dell’11 settembre 2001, presumibilmente contro il riciclaggio di denaro dei terroristi internazionali, ma chiaramente applicabile a tutte le banche del mondo. Il mondo si avvicina a un decisivo “punto di non ritorno” economico e finanziario, e alla creazione di una joint alternativa russo-cinese a SWIFT, piantando un grosso chiodo sulla bara del dollaro. Difficilmente Washington e Wall Street accetteranno quel chiodo senza reagire. Siamo nell’era di una nuova guerra globale, dal golpe in Ucraina finanziato dagli USA nel febbraio 2014.

30871_large_Obama_Watching_WideF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, si è laureato in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO verso la Siria, l’Iran traccia la linea rossa

MK Bhadrakumar – 9 ottobre 2014Obama-US-Turkey-Nucle_Horo-e1368726239951Teheran ha apertamente avvertito la Turchia su “qualsiasi mossa che ulteriormente aggravi e complichi la situazione regionale con conseguenze irreparabili”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha rivelato che Teheran ha avviato un’iniziativa verso Ankara affinché agisca con grande circospezione. Questa è la prima reazione iraniana alla risoluzione approvata dal parlamento turco che autorizza il governo ad inviare truppe in Siria. La reazione iraniana è tagliente ed equivale all’avvertimento che se truppe turche attraversano il confine si avranno “conseguenze irreparabili”. Hmm. Le cose sono sempre più piuttosto esplosive. Perché una così tagliente reazione iraniana? Evidentemente Teheran vede il piano del primo ministro turco Recep Erdogan svolgersi su tre livelli. Erdogan vede che la campagna aerea dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico non sarà sufficiente a frenare la sfida estremista e che sarà necessario avere “stivali sul terreno”. Sa che la Turchia è l’unico Paese che può dispiegare truppe rafforzando la strategia degli Stati Uniti contro lo SI. Così Erdogan ha presentato una precondizione, vuole che gli Stati Uniti rielaborino la loro strategia anti-SI in Siria includendo un ‘cambio di regime’, ma Washington tergiversa. Allora, Erdogan gioca la sua seconda carta, far rivivere la vecchia proposta turca di creare una “zona cuscinetto” in Siria, e poi fare della zona cuscinetto condizione preliminare per l’intervento di Ankara a difesa della città siriana di Kobani sul confine turco, sotto attacco. Ancora una volta, Washington traccheggia. Kobani è caduta in mano allo SI. Nel frattempo Erdogan ha comunque segnato un gol, Kobani è una città curda e la sua cattura da parte dello SI indebolisce l’organizzazione separatista curda PKK che combatte l’esercito turco. In poche parole, Erdogan permette allo SI (che la Turchia sostiene segretamente) di schiacciare i curdi nel nord della Siria, mentre allo stesso tempo offre aiuto al presidente Barack Obama per combatterlo, a condizione naturalmente che gli Stati Uniti sostengano le ambizioni territoriali della Turchia (con l’alibi delle zone cuscinetto e ‘no-fly-zone’) in Siria, nel primo colpo per ‘balcanizzare’ il Paese.
Chiaramente, l’ordine del giorno di Erdogan si concentra sul “cambio di regime” in Siria e quindi su indebolimento e decimazione dei gruppi separatisti curdi, mentre il suo atteggiamento verso lo SI rimane sempre ambivalente. Per quanto il presidente Barack Obama resisterà al ricatto di Erdogan? La resistenza degli Stati Uniti all’idea della zona cuscinetto s’indebolisce come accennato dal segretario di Stato John Kerry oggi, in una nota dopo l’incontro con l’omologo inglese, anche se il Pentagono continua ad insistere che la “zona cuscinetto” non è considerata dalla strategia degli Stati Uniti. Il punto è che Obama è oggetto di critiche interne che ritengono “abbia fatto poco” per impedire la caduta di Kobani. Erdogan coprirebbe l’invio di truppe turche nell’ambito di una sorta d’intervento della NATO in Siria. Il che rende la visita ad Ankara, oggi, del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg assai significativa. (L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, generale John Allen, è arrivato ad Ankara, sempre oggi). Il presidente francese Francois Hollande esprime sostegno all’idea della “zona cuscinetto” in Siria. Il che naturalmente, significa che l’Arabia Saudita l’appoggia pure. Certo, si prepara lo slancio all’intervento della NATO in Siria. Può sembrare modesto all’inizio, con la NATO che offre “protezione” a un Paese membro (Turchia). Il potente presidente del comitato per le relazioni estere della Camera di Washington, Edward Royce, in una dichiarazione ha criticato aspramente l’amministrazione Obama, “Un esercito terrorista è alle porte della NATO. E’ tempo per la Turchia e gli altri membri dell’Alleanza di fare di più verso le forze coinvolte nella lotta contro il SIIL in Siria“.
Erdogan probabilmente valuta che se le truppe turche invadono Siria nell’ambito di un’operazione della NATO, l’Iran (e la Russia) esiterebbe a compiere contromosse per paura di entrare in collisione con l’alleanza occidentale. Ma Teheran sembra aver capito ciò che accade. Il portavoce del ministero degli Esteri ha annunciato, oggi, che l’Iran è disposto ad intervenire (militarmente) per liberare Kobani dallo SI se il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad lo richiede. In termini reali, Teheran anticipa il pretesto dell’intervento della NATO in Siria. Erdogan potrebbe esser sorpassato. In Turchia, l’opposizione è contro l’invio di truppe turche in Siria, anche nel campo islamista. Infatti, se i curdi liberano Kobane con l’aiuto iraniano, smaschereranno completamente Erdogan. Le ripercussioni possono essere assai gravi per la Turchia, perché i curdi non accetteranno il tradimento di Erdogan. Grandi violenze antigovernative sono esplose nelle regioni curde della Turchia orientale.

418481Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra di Obama a ebola

William Engdahl New Eastern Outlook 02/10/2014ObamaebolaIl presidente Nobel per la Pace Barack Obama sembra destinato ai libri di storia come il presidente che ha guidato la più aggressiva serie di guerre mai combattute dalle bellicose amministrazioni Washington. Nemmeno George Bush e Dick Cheney gli si avvicinano.
In primo luogo, prima che l’inchiostro si asciugasse sul suo diploma da premio Nobel, Obama annunciava il “surge” in Afghanistan, inviando altri 30000 militari statunitensi in quella parte distrutta del mondo. Poi venne la guerra di Obama contro la Libia di Gheddafi, subito seguita dalla guerra per cercare di rovesciare il siriano Bashar al-Assad. Subito dopo venne “la guerra per la democrazia in Ucraina”, altrimenti meglio nota come tentativo di Obama di provocare la Russia a un nuovo scontro con la NATO, appoggiando un branco di oligarchi, criminali e neo-nazisti a Kiev. A luglio, l’amministrazione Obama spingeva il presidente a tentare una seconda volta di bombardare la Siria, presumibilmente per distruggere il SIIL, fanatica setta sunnita jihadista che sarebbe una joint venture tra CIA e intelligence israeliana. Ora i consiglieri di Obama, senza dubbio guidati dalla sanguinaria consigliera della sicurezza nazionale Susan Rice, hanno creato una nuova guerra, quella contro ebola. Il 16 settembre, il presidente Obama dichiarava solennemente tale guerra, annunciando con grande sorpresa della maggioranza dei cittadini in salute, che aveva ordinato a 3000 soldati statunitensi, i cosiddetti “stivali sul terreno” che il Pentagono si rifiuta d’inviare in Siria, d’intraprendere la guerra contro… un virus?
Con un’accurata apparizione presso il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) statunitense, Obama ha letto un discorso agghiacciante. Definiva i presunti focolai di ebola in Africa occidentale “minaccia globale che richiede una risposta davvero globale. È un’epidemia che non solo minaccia la sicurezza regionale, ma potenziale minaccia alla sicurezza globale, se questi Paesi si spezzassero, se le loro economie si spezzassero, la gente andrebbe nel panico”. Obama continuava evocando immagini che avrebbero fatto sbavare d’invidia il romanziere di Andromeda Strain, Michael Chrichton. Obama ha aggiunto “ha effetti profondi su tutti noi, anche se non contraiamo direttamente la malattia. Tale epidemia è già fuori controllo“. Con tale introduzione da rizzare i capelli, il presidente della più grande potenza mondiale annunciava la sua risposta. Nel ruolo di comandante in capo degli Stati Uniti d’America annunciava di aver ordinato a 3000 soldati statunitensi di recarsi in Africa occidentale per ciò che chiama “la maggiore risposta internazionale nella storia del CDC“, senza chiarire se il loro compito sia sparare al virus ovunque appaia, o sparare a qualsiasi povero sventurato africano sospettato di aver l’ebola. Poco importa che l’esercito statunitense non abbia nemmeno 3000 uomini con una minima formazione in salute pubblica. Prima di andare tutti nel panico e fare la coda per comprare milioni di “vaccini anti-ebola” non testati ed altamente pericolosi che le principali aziende farmaceutiche si preparano a gettare sul mercato, alcune peculiarità dell’epidemia di ebola in Africa sono degne di nota.

Barack+Obama+Margaret+Chan+UN+Holds+High+Level+r2SjWn_35v2lMorti per ebola certificate?
La direttrice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Margaret Chan, in una conferenza stampa del 13 settembre lanciava l’allarme, avvertendo che ebola in Africa occidentale è fuori controllo. “Nei tre Paesi più colpiti, Guinea, Liberia e Sierra Leone, il numero di nuovi pazienti aumenta assai più velocemente rispetto alla capacità di gestirli“, affermava Chan, secondo cui quasi la metà dei 301 operatori sanitari che si occupavano dei presunti pazienti di ebola era morta, e che 2400 persone su 4784 casi in Africa erano morte di ebola. L’8 agosto, Chan dichiarava che l’ebola in Africa è un'”emergenza sanitaria internazionale”, qualunque cosa ciò significhi. Un grosso problema per Chan e i suoi sostenitori, tuttavia, è che le loro statistiche su ebola sono molto, molto dubbie. Per chi ha la memoria corta, è la stessa Margaret Chan dell’OMS di Ginevra colpevole, nel 2009, di aver diffuso il panico mondiale per far assumere vaccini non provati sull'”influenza suina”, dichiarandola pandemia globale con statistiche che basate sui sintomi del raffreddore comune spacciati per “influenza suina”, come nasi occlusi, tosse, starnuti, mal di gola. Mutando la definizione dell’OMS dell’influenza suina, permise che le statistiche della malattia dichiarassero la pandemia. Una frode totale, criminale, commessa da Chan consapevolmente o inconsapevolmente (potrebbe essere semplicemente stupida, ma le prove suggeriscono il contrario), a nome dei cartelli farmaceutici di Stati Uniti e Unione europea.
In un recente articolo del Washington Post si è ammesso che il 69% dei casi di ebola in Liberia non è stato confermato dagli esami del sangue nei laboratori. La Liberia è l’epicentro dell’allarme ebola in Africa occidentale. Più della metà dei presunti morti di ebola, 1224, e quasi la metà di tutti i casi, 2046, sono in Liberia, dice l’OMS. E il test diagnostico dell’US FDA per la conferma in laboratorio di ebola è talmente viziato che l’FDA ha proibito a chiunque di affermare che sia sicuro o efficace. Ciò significa che una parte significativa del restante 31% dei casi di ebola confermati in laboratorio potrebbe essere falso. In breve, nessuno sa di cosa 1224 liberiani siano morti nelle ultime settimane. Ma l’OMS afferma che sia ebola. Si noti che i Paesi colpiti dalla allarme ebola sono tra le regioni più povere e travagliate dalla guerra di tutto il mondo. Le guerre per i diamanti insanguinati e le guerre tribali coloniali genocide hanno lasciato una popolazione devastata e mal-nutrita. L’OMS indica ufficialmente ebola, ora rinominato EVD per malattia da virus ebola, “I primi focolai di EVD sono apparsi in villaggi remoti nell’Africa centrale, presso foreste pluviali tropicali, ma la più recente epidemia in Africa occidentale ha interssato importanti zone urbane e rurali...” OMS osserva inoltre che, “Si pensa che i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae siano naturali veicoli del virus ebola. Ebola è diffuso nella popolazione umana attraverso trasmissione di sangue, secrezioni e altri fluidi corporei da animali infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie, antilopi forestali e istrici trovati malati o morti nelle foreste pluviali“. Poi il rapporto ufficiale dell’OMS su ebola del settembre 2014, afferma: “difficilmente si distingue EVD da altre malattie infettive come malaria, febbre tifoidea e meningite“. Mi scusi, Margaret Chan, può ripeterlo lentamente? Difficile distinguere EVD da altre malattie infettive come malaria, febbre tifoidea e meningite? Ammettendo che il 69% dei casi dichiarati non sia mai stato adeguatamente testato? E affermate che i sintomi di ebola sono “improvvisa comparsa di febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee, disfunzione renale ed epatica, e in alcuni casi, emorragie interne ed esterne“? In breve, la nuova guerra del presidente Obama a ebola ha solo una base vaga ed infondata.

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Ebola-chan

Guerra a ebola o guerra per il petrolio?
Un aspetto sorprendente della nuova preoccupazione del presidente degli Stati Uniti per la situazione in Liberia e in altri Stati dell’Africa occidentale, in cui si parla di presunte ondate di ebola, è la presenza di enormi giacimenti di petrolio non ancora sfruttati. Le coste al largo della Liberia e dell’Africa occidentale, nella comoda mappa delle “zone di ebola”, presentano vaste risorse di gas e petrolio non sfruttate. La questione del petrolio in Africa occidentale, in particolare nelle acque del Golfo di Guinea, è sempre più strategica sia per la Cina che gira per il mondo in cerca di sicure future fonti d’importazione di petrolio, e gli Stati Uniti, la cui geopolitica del petrolio è riassunta da una battuta dell’allora segretario di Stato Henry Kissinger, nel 1970: ‘Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni‘. L’amministrazione Obama e il Pentagono continuano la politica di George W. Bush, che nel 2008 creò l’US Africa Command o AFRICOM, per combattere la crescente presenza economica cinese in Paesi africani potenzialmente ricchi di petrolio. L’Africa occidentale è un forziere petrolifero rapidamente emergente, a malapena sfruttato. Uno studio del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti prevede che la produzione di petrolio africano aumenti del 91 per cento tra il 2002 e il 2025, pertanto il presente allarme ebola nella regione. Le compagnie petrolifere cinesi sono sempre più attive in Africa occidentale, e in tutta l’Africa, in particolare Angola, Sudan e Guinea, ultimo epicentro della nuova guerra a ebola in cui Obama invia truppe.
Se il presidente degli Stati Uniti fosse sinceramente preoccupato di contenere una emergenza sanitaria, avrebbe potuto guardare all’esempio della nazione caraibica, dichiarata paria dagli statunitensi, Cuba. Reuters riferisce che il governo cubano, della piccola isola-nazione di 11 milioni di abitanti finanziariamente in difficoltà ed economicamente sanzionata, con un bilancio nazionale di 50 miliardi di dollari, un PIL di 121 miliardi e PIL pro capite di poco più di 10000 dollari, ha inviato 165 medici in Africa, nelle regioni con focolai di ebola. Washington invia 3000 truppe. C’è del marcio riguardo lo spaventoso ebola.

apc-map-bigF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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