“La Madre di tutte le battaglie”

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 14.06.2013

936417L’esercito siriano espande con successo la sua operazione più importante dall’inizio della guerra civile, lanciata il 9 giugno. Questa operazione, “Tempesta del Nord”, è volta a liberare la roccaforte principale dell’opposizione, Aleppo, città più grande e più importante centro economico del Paese, che si trova vicino al confine turco, dalle forze ribelli. E’ possibile che questa sarà la battaglia decisiva di tutta la guerra, non c’è da meravigliarsi che il Presidente Bashar al-Assad la chiami “la madre di tutte le battaglie”. Dopo molti mesi di confusione ed errori, le decisioni militari e politiche del leader del Paese e il comando dell’esercito siriano sono sorprendenti nella loro lungimiranza e anche nella loro eleganza strategica. Invece di correre per il Paese sprecando le forze, un errore compiuto nelle fasi precedenti, l’esercito occupa i punti chiave, tagliando le linee più importanti delle comunicazioni e degli approvvigionamento dell’opposizione, quindi determinando infallibilmente la direzione dei principali attacchi. E la leadership politica altrettanto abilmente si assicura l’aiuto degli alleati e la tutela dei fianchi dell’esercito. Ad esempio, dopo la vittoria di al-Qusayr, tutti si aspettavano che il governo iniziasse il rastrellamento a lungo atteso dei ribelli nelle vicinanze di Homs, la terza città più grande del Paese (oltre 800.000 abitanti), tuttavia, si è limitato a circondare i ribelli, trasferendosi a nord verso la Turchia, da cui minaccia il pericolo più grande. Rischioso? Sì, ma del tutto giustificato. Non è difficile vedere perché l’esercito compie una simile mossa, prima il fianco sinistro sul Libano viene protetto militarmente, e il fianco destro sull’Iraq è protetto diplomaticamente. Al tergo, importanti centri di difesa vicino alla Giordania sono stati messi sotto controllo all’inizio di quest’anno. Il momento è stato scelto in modo perfetto riguardo alla situazione in Turchia che, essendo preda delle turbolenze interne, è improbabile voglia invadere la Siria. In sostanza, ad Ankara i ribelli siriani “hanno perso sia il supporto militare che la copertura diplomatica da parte dello Stato più vicino e più amichevole verso di loro.” (1)
In larga misura le truppe devono il loro successo al talento militare del Vicecomandante in Capo delle Forze Armate della Siria, Ministro della Difesa dal luglio 2012, il Colonnello-Generale Fahd Jassim al-Freij (nato il 1 gennaio 1950 a Hama, ha ricevuto un’istruzione militare in Siria, è stato incluso nelle “lista nera” del governo statunitense) che, per inciso, è un sunnita che parla della tolleranza religiosa del regime di Damasco. (2) L’obiettivo della prima fase dell’operazione “Tempesta del Nord” è “liberare la strada statale che collega Aleppo con Azaz sul confine turco-siriano, che era controllata dai combattenti dell’opposizione da oltre un anno e che ha un significato strategico per il supporto logistico ai ribelli ad Aleppo”, ha riferito una fonte del comando dell’esercito all’agenzia di informazioni siriana Suria al-An. Domenica scorsa le truppe hanno attaccato postazioni dei ribelli lungo l’asse che passa per le città di Kafar-Hamra, Anadan, Haraytan e Atarib, sostenute da mezzi blindati. Feroci battaglie continuano in prossimità della base aerea militare di Minigh vicino Aleppo. (3) Le divisioni di Hezbollah ancora non partecipano all’operazione e sono collocate nella riserva strategica. (4)
Il Presidente Bashar al-Assad ha sottolineato un altro motivo per cui il processo si è capovolto a favore dell’esercito: un cambiamento di atteggiamento del popolo della provincia. “Queste persone supportavano i ribelli non tanto per mancanza di patriottismo, ma perché erano state ingannate.  Infatti credevano che la rivoluzione avesse avuto luogo contro le colpe dello Stato. Ora la loro posizione è cambiata, e molte persone hanno lasciato questi gruppi terroristici e tornano alla vita normale.” (5) Un esempio che fa riflettere è l’esecuzione pubblica di un ragazzino 15enne da parte degli islamisti di Aleppo, per una affermazione improvvida. Un elemento radicalmente nuovo negli sviluppi in Siria, che peggiora ulteriormente la situazione dei ribelli, è il coinvolgimento attivo di Baghdad nel conflitto. Fonti israeliane, per esempio, notano che mentre gli esperti concentravano la loro attenzione sulle azioni di Hezbollah libanese nella Siria occidentale, la dichiarazione di supporto del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ad al-Assad è un fattore molto più significativo. Diversamente dell’Iran, che è sotto sanzioni, i fondi occidentali scorrono liberamente in Iraq per il petrolio che vende, ed “essi vengono trasmessi in sempre maggiori quantità da Baghdad a Damasco”. Il governo iracheno ha anche approvato una legge speciale che prevede che le armi e le munizioni acquistate sui mercati internazionali, così come petrolio, olio e lubrificanti per l’esercito, devono essere forniti alla Siria a condizioni favorevoli. (6) In passato, le relazioni tra queste due capitali non sono sempre state rosee, dal momento che erano in competizione per la leadership regionale. Tuttavia, ora il governo sciita dell’Iraq ha capito che l’ascesa al potere in Siria dei militanti sunniti potrebbe destabilizzare in modo significativo la situazione nel suo Paese. La nuova ondata di attentati terroristici da parte degli alleati iracheni dei ribelli siriani (e quindi dell’occidente, anche se indirettamente) indica la stessa cosa. A maggio di quest’anno oltre un migliaio di iracheni sono stati uccisi a seguito degli attentati terroristici. Inoltre, per ordine di al-Maliqi 20.000 truppe sono state dispiegate al confine con la Siria per interrompere tutte le vie di approvvigionamento all’opposizione siriana dall’Iraq. DEBKAfile del 9 giugno riferisce dei primi grandi scontri tra forze governative irachene e ribelli siriani, che hanno avuto luogo in due valichi di frontiera. Gli iracheni hanno subito perdite, ma i ribelli sono stati respinti. Fonti israeliane affermano che, nell’ambito di questa unione, le forze speciali preparano incursioni in profondità nel territorio siriano nella lotta contro i ribelli. (7) In occasione della riunione del Consiglio dei ministri iracheno che ha avuto luogo lo stesso giorno nella città di Erbil, nella parte settentrionale del Paese, il Primo ministro Nuri al-Maliqi ha avvertito che la regione è stata travolta da un’ondata di estremismo, a causa delle attività di organizzazioni terroristiche come al-Qaida e Jabhat al-Nusra, invitando tutti a resistervi. (8)
Tel Aviv sta vivendo anche crescenti difficoltà in connessione con il suo coinvolgimento nel conflitto siriano. Nei circoli militari d’Israele vi sono denunce contro i loro comandanti, mai sentite dalla fallita seconda guerra libanese nel 2006. Questo può essere visto su molti siti e blog. Forze speciali e d’intelligence militare sono deluse, in particolare, per l’alleanza de-facto con i “fondamentalisti barbuti” in Siria, dai quali “possono aspettarsi una coltellata nella schiena” in qualsiasi momento, quando si trovano a decine di chilometri di distanza da loro basi, così come dall’esagerazione dei successi dell’opposizione e dalla sottovalutazione delle vittorie delle forze del  governo (9). Credono che le false valutazioni della situazione nel teatro di operazioni “potrebbero portare a decisioni errate”. Ad esempio, il sito DEBKAfile, vicino all’intelligence militare israeliana, ha apertamente criticato il discorso del ministro della Difesa Moshe Ya’alon alla Knesset, quando il 3 giugno ha affermato che al-Assad detiene solo il 40% del territorio del Paese e che i ribelli controllano una parte significativa di Damasco. In realtà, l’intelligence israeliana possiede informazioni che l’opposizione sia stata quasi completamente sconfitta nella capitale; rimangono solo isolate sacche di resistenza. Il quadro è simile sugli altri fronti dove l’esercito, “grazie alle forniture russe e iraniane”, mette sotto pressione i ribelli ovunque. Inoltre, membri di questi circoli ammettono che l’interferenza d’Israele nel conflitto siriano, compresi i bombardamenti del deposito  munizioni, aumenta solo lo spirito combattivo dell’esercito siriano e indebolisce l’opposizione, facilitando la perdita di autorità agli occhi della popolazione. (10)
Non solo l’occidente, ma l’attuale leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, è turbato dalle sconfitte dell’opposizione in Siria. A giugno ha registrato un videomessaggio in cui ha esortato i suoi sostenitori in tutto il mondo ad aumentare il sostegno alle forze della jihad nel Paese, così come ad unire tutti i gruppi con orientamento simile in un unico movimento. La priorità principale per al-Qaida, in un messaggio di al-Zawahiri, non è al momento l’Afghanistan o l’Iraq, ma la Siria. (11) Il centro di consulenza statunitense Flashpoint Global Partners ha dichiarato che la maggior parte dei combattenti stranieri uccisi in Siria dal luglio 2012 al maggio 2013 è collegata ad al-Qaida. La relazione del Centro ha sottolineato, per esempio, che durante tale periodo almeno 280 combattenti stranieri provenienti da Stati Uniti, Cecenia, Kosovo, Egitto, Giordania, Tunisia, Libia e Arabia Saudita sono stati uccisi. (12) L’ultimo, un belga, è stato ucciso qualche giorno fa.
Il noto esperto di Medio Oriente Michael Young ritiene che, considerando i vantaggi che il Presidente al-Assad ha raggiunto nella guerra civile, le richieste dell’opposizione di non consentirgli di partecipare alla conferenza di Ginevra sono “non realistiche”, e il rifiuto dei suoi leader a parteciparvi è “un errore”, dal momento che in questo caso la colpa del fallimento del processo di pace ricadrà su di loro. Per l’opposizione siriana questo potrebbe rivelarsi “fatale”. Non molto tempo fa pochi credevano che Bashar al-Assad sarebbe rimasto al potere. “Forse abbiamo sbagliato”, si lamenta Young. Sfortunatamente, i segni che questa realizzazione sia giunta ai leader politici occidentali finora non appaiono. In particolare, questo può essere visto nelle manovre militari degli Stati Uniti e dei loro alleati e dallo sbarco di 4.500 truppe in Giordania al culmine della “Tempesta del Nord”. Simulando preparativi per l’invasione della Siria da sud, cercano di fermare l’avanzata dell’esercito siriano. Tuttavia, i siriani hanno già forze sufficienti per sopportare un attacco da quella direzione senza abbandonare la loro avanzata su Aleppo. Come fonti ufficiali della Casa Bianca hanno riferito ad AP, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama prenderà una decisione sulla fornitura di armi ai ribelli siriani questa settimana. Obama molto probabilmente approverà la decisione, “essendo in questi ultimi giorni la situazione dell’opposizione diventata abbastanza deplorevole”. Secondo l’AP, il segretario di Stato John Kerry ha rinviato il suo viaggio in Medio Oriente per diversi giorni, dal momento che deve partecipare alle riunioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale dove è in discussione la questione delle forniture delle armi. (14) Tuttavia, un tentativo di cambiare lo sviluppo oggettivo degli eventi pompando denaro e armi all’opposizione perdente, difficilmente potrà salvarla, e potrebbe causare soltanto innumerevoli nuove calamità al popolo siriano.
Se i “progressisti” di Europa e Stati Uniti non vogliono difendere il Medio Oriente dal medievalismo di al-Qaida, almeno non dovrebbero impedirgli dal farlo da se.

Note
(1) Iran.ru
(2) Fahd Jassem al-Freij
(3) Ruvr.ru
(4) Debka
(5) Sana
(6) Debka
(7) Debka
(8) Sana
(9) A questo proposito le pubblicazioni della fonte russa mignews.com, per esempio, sono molto eloquenti.
(10) Debka
(11) Joshua Landis
(12) Sana
(13) CFR
(14) Cursor

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La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Eager Lion”: operazione di esfiltrazione dei mercenari islamici in Siria? Parte II

Valentin Vasilescu AVIC 14 giugno 2013
482521Nella prima parte di questo articolo abbiamo mostrato le possibilità e forse i piani degli statunitensi per creare un corridoio per “la ritirata” dalla Siria alla Giordania, delle divisioni dei ribelli islamici circondate nei governatorati di Idlib e Hama. Vediamo ora perché questi mujahidin sono così importanti per gli Stati Uniti. Il primo passo è definire il termine “al-Qaida”, che comprende i ribelli islamici secondo gli statunitensi. Al-Qaida è un’invenzione statunitense che serve da pretesto alla Casa Bianca per consentire all’esercito statunitense d’invadere altri Paesi e quindi neutralizzare le lotte di liberazione dei popoli ostili o per ripristinare l’onore degli Stati Uniti, quando invasione e neutralizzazione falliscono. Per illustrare ciò, ecco tre esempi relativamente recenti.
Primo esempio. Dopo il ritiro sovietico dall’Afghanistan, i taliban presero il potere. Il loro comportamento profondamente religioso e la severa intransigenza erano limitati ai loro concittadini.  Nel 1996, il principe saudita Usama bin Ladin giunse in Afghanistan per unirsi ai combattenti di al-Qaida. Poco dopo, il 7 agosto 1996, i suoi accoglienti ospiti appresero dalla stampa che Usama bin Ladin era stato accusato degli attentati contro le ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, che fecero centinaia di morti e feriti. Gli Stati Uniti prima lanciarono un paio di missili da crociera contro i taliban, e dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 risposero attaccando e occupando militarmente l’Afghanistan.
Secondo esempio. Nella primavera del 2012, mentre il regime libico Gheddafi veniva sostituito dai ribelli islamici con il supporto militare dell’occidente, un movimento separatista tuareg nel nord del Mali era in procinto di creare un proprio Stato. Approfittando del fatto che il centro e il meridione erano crollati e che l’esercito nazionale era assai debole e incapace di combattere, i tuareg occuparono tutte le maggiori città del nord preparandosi a dividere il Paese. Allo stesso tempo, in Maghreb apparve al-Qaida, in conflitto con i tuareg per prendersi tutti i territori da loro conquistati. Finì tutto nei primi mesi del 2013, con una sorta di “lieto fine”’ dell’operazione Serval, che poi si dimostrò essere stata preparata da tempo e per cui la Francia aspettava soltanto un buona scusa per intervenire in Mali. A differenza dei taliban, i tuareg si erano quantomeno avvicinati all’indipendenza.
Terzo esempio. Alla fine di aprile 2013, per la prima volta in due anni, l’iniziativa nel conflitto siriano è stata presa dall’esercito fedele al Presidente Bashar al-Assad e la bilancia del successo militare è passata dalla parte del governo. La divisione al-Nusra, la principale forza militare dell’opposizione siriana caratterizzata da forte capacità di combattimento e disciplina di ferro,  responsabile della difesa dell’area strategica di Qusayr, era fondamentale per la difesa dei ribelli siriani. Unendo le forze di manovra al supporto della potenza di fuoco, l’esercito siriano ha condotto un’operazione da manuale riuscendo a circondare l’intera divisione al-Nusra. Gli esperti occidentali stimano che l’accerchiamento sia stato tale che non c’era alcun modo per i ribelli di fuggire. Questo quando, improvvisamente, alla fine di maggio 2013, probabilmente su suggerimento degli statunitensi, Abu Mohammad Golani comandante della divisione di al-Nusra, fece un giuramento pubblico di fedeltà all’attuale leader di al-Qaida Ayman al-Zawahiri. Su iniziativa degli Stati Uniti, le Nazioni Unite avevano inserito il fronte al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche, e soddisfacendo le richieste degli Stati Uniti, il Qatar e gli altri alleati smisero di fornire armi alla divisione al-Nusra che combatteva a Qusayr. I rifornimenti, che non potevano arrivare in ogni caso, non ebbero luogo dato che i ribelli erano stati circondati dall’esercito siriano. Quindi, il 5 giugno 2013, le truppe governative hanno spento l’ultima resistenza armata ad al-Qusayr; solo una frazione della divisione al-Nusra riuscì a fuggire in Libano.
Il secondo passo è capire da dove vengono e come sono stati selezionati, addestrati e armati i ribelli islamici che si ritrovano in tutti i Paesi in cui gli Stati Uniti hanno innescato una “primavera araba”? “Lupi grigi” ed “Ergenekon” furono creati in Turchia durante la guerra fredda, dalle forze speciali degli Stati Uniti in collaborazione con la CIA. Si tratta delle reti dell’organizzazione paramilitare Gladio al confine con l’URSS, essendo inizialmente composte da ex ufficiali della Wehrmacht nazista che passeranno più tardi, dopo la guerra, alla CIA.
Durante la guerra del Vietnam, il programma Phoenix fu progettato e coordinato dalla CIA ed attuato dal Comando Operazioni Speciali dell’Esercito USA (USSOCOM), aiutato dall’intelligence del Vietnam del sud. Il programma fu progettato per identificare e “neutralizzare” (via infiltrazione, cattura, terrorismo, tortura e omicidio) le infrastrutture gestite dal Fronte di Liberazione Nazionale, meglio conosciuto come Viet Cong. In sostanza, gli obiettivi di USSOCOM erano bambini, donne, anziani, cioè i membri delle famiglie dei combattenti Viet Cong. La neutralizzazione si basava su una legge speciale (Direttiva MACV 381-41/1967) pubblicata in segreto dal presidente degli Stati Uniti che comportava all’arresto e l’esecuzione di vietnamiti senza bisogno di alcuna prova o processo.
Durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, il generale David Petraeus utilizzò gli stessi veterani specializzati nella guerra “sporca” appartenenti alle forze speciali degli Stati Uniti per la creazione e la gestione di unità paramilitari irachene, denominata “Brigata Lupi”, per missioni di commando nell’omicidio e rapimento degli obiettivi, azioni non convenzionali che portarono a orribili torture durante l’occupazione statunitense, creando una vasta rete di centri di detenzione segreti in Iraq. La “Brigata Lupo” è uguale come gocce d’acqua all’organizzazione dei “Lupi grigi” e ad “Ergenekon“, creati in Turchia durante la guerra fredda. La loro missione era infiltrarsi in profondità nel territorio sovietico, condurre azioni di sabotaggio, costruire depositi di armi, reclutare persone del posto per attivare azioni di guerriglia e predisporre vie sicure di esfiltrazione e ritirata.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra imperialista contro la Siria: Erdogan Pasha, l’ultimo sultano ottomano

Fida Dakroub, Global Research, 12 giugno 2013

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Generalità
Ad un ricevimento presso il palazzo presidenziale di Damasco, il 9 agosto 2011, il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu comunicò al presidente siriano Bashar al-Assad un messaggio duro e fermo, chiedendogli di porre fine alla “sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche in Siria [1]” prima che fosse troppo tardi. In quella giornata indimenticabile, Davutoglu arrivò a Damasco, dopo giorni e notti a cavallo dell’altopiano anatolico. Al suo arrivo davanti le mura della città, evitò il suq e i caravanserragli del vecchio quartiere e rapidamente si precipitò a Qasr al-Muhajerin, il palazzo presidenziale, circondato da fiori di acacia e gardenia. Senza far seccare il sudore sulla fronte o togliendosi la polvere che gli copriva il becco [2] si appoggiò sul bastone e il guanto di Carlo Magno [3], e si pose davanti Assad come Gano [4] davanti Marsiglia [5], e pieno di arroganza, iniziò il suo discorso da messaggero della Santa Alleanza arabo-atlantica. Infatti, Ahmet Davutoglu era arrivato nella capitale degli omayyadi con un messaggio “deciso”, secondo le parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan; Davutoglu fu inviato dalla Santa Alleanza a consegnare al presidente siriano Assad un messaggio occidentale, dentro una busta araba e con timbro di spedizione della turca PTT (posta ve telgraf teskilati) [6].

Inizio della guerra imperialista contro la Siria
Basta fare un parallelo con le dichiarazioni dei leader arabo-atlantici nello stesso periodo, per sapere fino a che punto la Turchia sia coinvolta, fin dall’inizio, nella guerra contro la Siria. La prova è che durante il suo incontro con il presidente Assad, Davutoglu disse che la Turchia non poteva rimanere spettatrice degli eventi che si verificavano in un Paese con il quale condivide un confine di circa 900 km, e legami storici, culturali e familiari. [7] Aggiunse anche che il messaggio di Ankara sarebbe stato più rigoroso, forte e chiaro, avendo la Turchia quasi perso la pazienza, aggiunse. [8] La sera stessa, la segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, chiese a Davutoglu di dire al presidente Assad che doveva “rimandare i suoi soldati nelle caserme” [9]. Da parte sua, l’Unione europea previde nuove sanzioni. Il servizio diplomatico europeo fu incaricato di preparare una lista di opzioni per andare oltre ciò che era in vigore [10] e la Francia, che nascondeva un rancore  colonialista verso la Siria, si dichiarò per l’attuazione della transizione di potere, “il tempo dell’impunità è finito per le autorità siriane”, dichiarò Christine Fages, allora vice-portavoce del ministero degli Esteri. [11]
Va notato qui che gli emiri e sultani arabi, temendo di perdere il bavaglio [12], esortarono la Siria a porre fine al “bagno di sangue”. Re Abdullah dell’Arabia Saudita disse che la Siria aveva solo due scelte per il futuro: “optare volontariamente nella saggezza o impantanarsi nel caos e nella violenza“, riassunse in una dichiarazione dal tono insolitamente duro verso lo Stato siriano. Da parte sua, il capo della diplomazia del Kuwait, lo sceicco Mohammed al-Sabah, rese omaggio alla decisione dell’Arabia Saudita. Più tardi, lo Stato del Bahrein si unì alla festa, e prese parte al Rot [13]: “Il Bahrein ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Damasco per consultazioni e chiede saggezza alla Siria“, disse il ministro degli Esteri del Bahrein, sheikh Khalid bin Ahmad al-Khalifa [14]. In effetti, gli emiri e sultani arabi, questi despoti e tiranni delle monarchie assolute del mondo arabo, si precipitarono al festino del Fagiano [15] dell’Unione europea, non solo per celebrare l’inizio della guerra imperialista contro la Siria, ma anche per versare olio sul fuoco dell’odio per le minoranze musulmane eterodosse religiose di tutto il mondo musulmano. Nonostante le minacce dirette e sottintese, la Siria respinse l’ultimatum della Santa Alleanza e la consulente politica del presidente siriano, Dr. Bouthaina Shaaban, avvertì il diplomatico [turco] che avrebbe dovuto aspettarsi una gelida accoglienza e che la Siria avrebbe presentato ad Ankara un messaggio ancor più fermo di quello di Davutoglu, rifiutando l’ultimatum: “Se [...] Davutoglu viene per consegnare un messaggio duro alla Siria, allora sentirà propositi ancor più duri sulla posizione della Turchia. La Turchia non ha ancora condannato i brutali omicidi di civili e soldati da parte dei gruppi armati terroristici”, riferiva l’agenzia SANA. [16] Dopo il rifiuto dell’ultimatum da parte dello Stato siriano, la guerra imperialista contro la Siria fu innescata, e l’ingerenza straniera prese una linea ascendente. Davutoglu tornò ad Ankara deluso senza riuscire a “spaventare” il presidente siriano Assad e le sue minacce furono portate via dal vento, la Siria aveva già preso una ferma e determinata decisione: resistere, confrontarsi e portare il Paese alla vittoria decisiva, nonostante i notevoli sacrifici.
In risposta alla decisione dello Stato siriano, la Santa Alleanza decise di togliersi la maschera e mostrare il suo volto spaventoso: o le dimissioni di Assad o la Siria sarà distrutta completamente.  Così, i presunti oppositori si riunirono ad Istanbul per creare un fronte unito contro lo Stato siriano e il giorno dopo, il miserabile Consiglio nazionale siriano (CNS) nacque, allora presieduto da un docente universitario di Parigi, Burhan Ghalyun [17]. Due giorni dopo, il 4 ottobre 2011, la creazione del CNS fu seguita dal progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la Siria, ma subì l’opposizione del doppio veto russo e cinese. Mosca si oppose “all’approccio del confronto” che andava “contro una soluzione pacifica della crisi“, mentre Pechino respinse “l’interferenza negli affari interni” di un Paese [18]. Eravamo ancora agli inizi della guerra imperialista contro la Siria.

Erdogan Pasha: il sigillo del califfato ottomano
Tutto quello che abbiamo detto prima appartiene già alla storia, lo Stato siriano ha resistito non solo alla peggiore guerra imperialista del secolo, ma il suo esercito ottiene vittorie decisive sul terreno contro le ondate di “nuovi mongoli” che hanno invaso il territorio siriano con la grazia e la benedizione del califfo di Istanbul, Erdogan Pasha. Tuttavia, Erdogan oggi non è più un Sadrazam [19] o Davutoglu un Reis Effendi [20]. Nella seconda settimana di proteste senza precedenti, le forze democratiche turche apprendono i loro preparativi. Continuano a occupare luoghi pubblici e a gridare i loro slogan contro il governo Erdogan. I manifestanti sono attivisti della società civile, studenti, disoccupati, sostenitori della sinistra e dell’estrema sinistra all’opposizione e ambientalisti. Le loro richieste: in primo luogo, l’abbandono da parte del governo del progetto immobiliare a Piazza Taksim, l’epicentro della rivolta in corso a Istanbul e simbolo storico della repubblica e della laicità turche. Un progetto che prevede la costruzione di una moschea e di un enorme centro commerciale. Tuttavia, l’opposizione a questo progetto è solo un pretesto per molti turchi nella loro frustrazione nei confronti di ciò che avvertono come le limitazioni delle libertà civili e politiche antidemocratiche dell’AKP, il partito di governo.
Su un altro livello, vale la pena ricordare qui l’articolo pubblicato questa settimana sulla rivista britannica The Economist, che segue gli ultimi sviluppi in piazza Taksim a Istanbul. L’interesse di un tale articolo non è certo nei contenuti, dei contenuti che non rompono ovviamente con il “classico” discorso occidentale sull’Oriente e gli orientali, o l’approccio che l’autore segue, ma piuttosto nel titolo che presenta: “I moti della Turchia: democratico o sultano” [21], nonché il fotomontaggio del ritratto del sultano ottomano Selim III con la faccia del primo ministro turco Erdogan. Tutto ruota intorno al seguente: per la rivista The Economist, una rivista monopolio certamente legata ai centri di potere imperialisti, pubblicare un tale articolo con un titolo e una foto del genere, criticando l’alleato più fedele della Santa alleanza nella guerra contro la Siria, dovrebbe avere una buona ragione. Tuttavia, questa “buona” ragione non risiede necessariamente nei paragrafi dell’articolo, né nel suo discorso sulla diffusione della democrazia. In altre parole, l’impressione creata leggendo l’articolo è la seguente: Erdogan Pacha abusa della democrazia e la rivista The Economist l’ha avvertito, semplicemente! Purtroppo, una tale lettura è parte del cosiddetto “grado zero di pensiero critico” o “massimo stadio d’ingenuità politica.” Certo, il motivo per cui questo articolo appare su The Economist, oggi, risiede altrove, soprattutto quando si sa che questa non è la prima volta in 10 anni di governo, che Erdogan “abusa” della democrazia nel suo Paese, né la prima volta che getta benzina sul fuoco dello sciovinismo e dell’odio religioso contro i gruppi etnici e religiosi della Turchia, come curdi, armeni e alawiti, senza che sia protetto e coperto dal silenzio dei monopoli mediatici che hanno giocato finora il ruolo delle tre scimmiette davanti le pratiche ostili di Erdogan.
Ritornando ad Erdogan e il ministro degli Esteri Davutoglu, si presentano come la punta di diamante della guerra imperialista contro la Siria, e per oltre due anni hanno pronunciato “sorprendenti” discorsi sui diritti, la democrazia, la libertà, la giustizia, la tolleranza, promettendo al popolo delle “vecchie province arabe” dell’impero ottomano una nuova era di luce, giustizia e prosperità al punto in cui avremmo immaginato Voltaire e Montesquieu, la pace sia su di loro, rivolgersi alle masse arabe nelle persone di Erdogan e del Reis Effendi Davutoglu.
A maggior ragione, la pubblicazione di un tale articolo nella rivista The Economist deve essere letta nel contesto delle vittorie decisive riportate sul campo dall’esercito arabo siriano contro i gruppi takfiri, che hanno nelle regioni di confine turche con la Siria le proprie retrovie. In altre parole, va detto che i centri del potere imperialista non conoscono amici o nemici permanenti, ma piuttosto  interessi permanenti, e dopo due anni e rotti di guerra imperialista contro la Siria, dove i principali “attori” erano fino a ieri il Sadrazam Erdogan e il Reis Effendi Davutoglu, la Santa Alleanza non è riuscita a rovesciare il regime del presidente Assad, nonostante le cifre catastrofiche in perdite umane e materiali, malgrado l’uso di tutti i centauri [22] e i minotauri [23] dell’Ade. Ciò significa che le potenze imperialiste ora cercano di sostituire Erdogan, che ha appena ricevuto il “cartellino rosso”, con un altro “giocatore” turco che sarebbe pronto a correre come Maradona nella fase del  compromesso internazionale sulla Siria pianificato tra Mosca e Washington.

Il popolo turco chiede la dipartita di Erdogan
Un anno e mezzo fa, precisamente il 22 novembre 2011, Erdogan ha esortato il presidente siriano Bashar al-Assad a dimettersi al fine di “evitare ulteriori spargimenti di sangue” nel Paese: “Per la salvezza del tuo popolo, del tuo Paese e della regione, ora lascia il potere“, disse in Parlamento davanti al gruppo parlamentare del suo partito Giustizia e Sviluppo AKP [24]. Ora, diciotto mesi dopo, a Piazza Taksim e al Gezi Park di Istanbul, migliaia di attivisti della società civile e delle forze democratiche turche, che sono scesi ogni giorno per le strade di tutto il Paese, chiedono le dimissioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che accusano di guidare un governo conservatore che cerca di islamizzare il Paese e di ridurne la democrazia e la laicità.

Nella pianura con i Dodici
Quindi Gesù discese dalla montagna con i dodici Apostoli e si fermò nella pianura. Vi era un gran numero di discepoli, e una folla di persone da tutta la Giudea, Gerusalemme e dal litorale di Tiro e  Sidone (…) Guardando poi i suoi discepoli, Gesù disse: “Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come potrai dire a tuo fratello, ‘ Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai bene per poter togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello“. [25]

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice

Note
[1] Today’s Zaman (8 agosto 2011) Davutoglu to deliver harsh message to Damascus.
[2] Il becco è una scarpa del Medioevo (XIV secolo), con un estremità a punta allungata fino a 50 cm, di solito sollevata. Più si apparteneva a una classe sociale elevata, più la punta era lunga. Per i re, la dimensione della punta poteva essere grande quanto desiderato. L’estremità era imbottita con schiuma o canapa per irrigidirne la punta.
[3] Ne “La Chanson de Roland“, il bastone e il guanto di Carlo Magno sono la potenza conferita al messaggero.
[4] Personaggio letterario de “La Chanson de Roland“, Gano è il figlio di Grifone, Conte di Hautefeuille. È il patrigno di Orlando. È il messaggero di Carlo Magno presso il re di Saragozza.  Eppure fu lui che ha tradito Orlando mettendolo nella retroguardia che doveva essere attaccata dai saraceni. Per questo motivo è in qualche modo diventato, nella tradizione francese, l’archetipo del criminale o del traditore.
[5] Marsilio è il nome di un leggendario personaggio che appare ne “La Chanson de Roland” o “La canzone di Roncisvalle.” E’ il re saraceno di Saragozza nemico di Carlo Magno.
[6] Acronimo turco per “Posta ve Telgraf Teskilati Genel Müdürlügü” o Direzione Generale delle Poste e Telecomunicazioni della Turchia.
[7] Le Point (9 agosto 2011) Syrie: le chef de la diplomatie turque arrivé à Damas avec un message ferme pour Assad.
[8] Today’s Zaman, op. cit.
[9] Le Monde (8 agosto 2012) Le président syrien de plus en plus isolé après le rappel d’ambassadeurs de pays arabes.
[11] ibidem
[12] Nel Medioevo, il banchetto iniziava con insalata o frutta fresca di stagione per preparare lo stomaco a ricevere i piatti più ricchi.
[13] Nel Medioevo, il banchetto comprendeva anche il “Rot”, un piatto principale che consisteva di carni arrostite accompagnate da varie salse.
[14] Le Monde (8 agosto 2012) op.  cit.
[15] La corte di Borgogna sviluppò un’etichetta a tavola senza precedenti per la sua raffinatezza e ritualità. Fece di ogni banchetto uno spettacolo permanente. Il più famoso, dove centinaia di ospiti e spettatori parteciparono, fu il banchetto del Fagiano tenutosi a Lilla nel 1454.
[16] Le Devoir (8 agosto 2011)  Damas passe de nouveau à l’attaque.
[17] Le Devoir (4 ottobre 2011) Mabrouk! – Syrie : euphorie et émotion accueillent la création du Conseil national
[18] Radio Canada (5 ottobre 2011) Résolution de l’ONU sur la Syrie: le veto sino-russe critiqué par l’opposition, applaudi par Damas.
[19] Sadrazam o gran visir era il Primo ministro dell’Impero Ottomano.
[20] Il Reis Effendi era il ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano.
[21] The Economist (8 giugno 2013) “Turkey’s troubles. Democrat or sultan?
[22] Nella mitologia greca, i centauri sono creature metà uomo metà cavallo. Discendono da Ixion, il primo uomo ad aver ucciso un membro della propria famiglia, che ideò il primo Centauro unendosi a una nuvola cui Zeus, il dio supremo, aveva dato la forma di sua moglie Hera. I centauri vivevano in Tessaglia, intorno a Monte Pelio, ed erano considerati esseri selvatici incivili.
[23] Nella mitologia greca, il Minotauro o “toro di Minosse” è un mostro abbastanza orrendo con  testa di toro e corpo umano. Il Minotauro è figlio dell’amore della regina Pasifae di Creta e di un toro bianco che Minosse non aveva sacrificato a Poseidone.
[24] Le Monde (22 novembre 2011) Le premier ministre turc demande le départ de Bachar Al-Assad.
[25] Vangelo di Gesù secondo Luca (6, 41-42).


Ricercatrice in Studi francesi (The University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice in teoria di Bachtin. È attivista per la pace e i diritti civili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Eager Lion”, operazione di esfiltrazione dei mercenari islamici in Siria?

Valentin Vasilescu, AVIC 12 giugno 2013

562316Nella guerra civile siriana, la posizione russa è stata fin dal principio di non interferenza, ma  monitora la situazione con migliaia di agenti sul terreno, con le apparecchiature ELINT a bordo delle navi militari nel porto di Tartus, attraverso immagini satellitari, ecc. In sostanza, la Russia è l’unica superpotenza che sa perfettamente tutto ciò che si muove in Siria ed è in grado di rispondere in modo efficace. Il peso della vittoria ha iniziato a pendere dalla parte del Presidente Bashar al-Assad, con la sconfitta del cosiddetto Esercito libero nelle operazioni di accerchiamento e conquista di Damasco, terminate il 5 febbraio 2013. Dopo il successo del contrattacco del marzo 2013, seguito da un approccio globale nelle operazioni offensive aero-terrestri di maggio e inizio giugno, guidate da Hezbollah e sostenute dall’esercito siriano, assicurandosi le frontiere prendendo di mira le linee di rifornimento in reclute, armi e munizioni dei ribelli.
Prendendo l’iniziativa, l’esercito nazionale fedele al presidente siriano Bashar al-Assad, ha potuto avviare l’attacco generale soltanto con la protezione della flotta russa schierata nel Mediterraneo, che ha la sua base nel porto siriano di Tartus. In un articolo precedente ho descritto in dettaglio, in concomitanza con le battaglie a terra, che nel Mediterraneo si è svolta una guerra più complessa tra le flotte russe e statunitense, con manovre di riposizionamento strategico estremamente rischiose, secondo ogni regola dell’arte militare moderna. Il ruolo del gruppo navale russo è impedire che i sottomarini e i cacciatorpediniere della Sesta flotta statunitense, inviati nel Mediterraneo orientale, lancino missili cruise contro la Siria per contrastare offensiva militare del governo. Gli errori commessi dagli israeliani negli attacchi aerei del 3/4-4/5 maggio contro la Siria e la revoca dell’embargo dell’UE, hanno permesso a Mosca d’inserirsi inviando i sistemi missilistici S-300PMU2 per garantirsi che Israele ed Europa non intervengano in Siria sul modello libico. Anche se i missili S-300 non sono ancora in Siria, i russi possono farli arrivare e attivarli in poche ore. Vi sono solo quattro batterie per lanciare la prima salva di 32 missili S-300, che non dispongono di una vasta gittata. I missili che equipaggiano l’S-300PMU2 non sono indipendenti, ma sono elementi di un complesso sistema di difesa integrato antiaereo, costituiti da radar e vari elementi per la guerra elettronica, in cooperazione con altri sistemi di difesa aerea a breve e a medio raggio. Erano alcuni di questi gli elementi indicati dal Presidente Bashar al-Assad, quando ha detto che una parte degli S-300 era arrivata in Siria.
Sappiamo già che il risultato è stata la distruzione dei centri offensivi dei ribelli di al-Qusayr (nodo di passaggio per armi, munizioni e reclute provenienti dal Libano) e Daraa (situata a 10 km dal confine meridionale con la Giordania e a 30 km a est del confine con Israele). Allo stesso tempo, l’esercito fedele al Presidente Bashar al-Assad ha consolidato la striscia di confine con la Turchia, lunga 50 km, a nord del Governatorato di Latakia (sulle coste mediterranee), attraverso cui venivano riforniti i ribelli con armi e munizioni. Per questa ultima manovra, una divisione di ribelli islamici, circa 15.000 combattenti che occupavano le aree del governatorato di Hama, a nord di al-Qusayr (Homs), è stata isolata da un’altra divisione di ribelli operanti nel vicino governatorato di Idlib. Il 27 maggio 2013, il senatore repubblicano John McCain, accompagnato dal comandante dell’esercito ribelle, il generale Idris Salim, ha attraversato il confine tra Turchia e Siria per incontrare la brigata dei combattenti guidata da Mohammed Nur. Quel giorno McCain e Idris hanno incontrato, nella città turca di Gaziantep, i comandanti dei gruppi islamisti di al-Qusayr, Homs, Hama, Idlib, Aleppo, Daraa e provincia di Damasco. McCain ha avuto colloqui con funzionari di Ankara, ha visitato il contingente statunitense ufficialmente preposto ai sistemi missilistici Patriot nella base militare di Incirlik. Il viaggio del senatore statunitense è stato organizzato dalla SETF (Task force di emergenza siriana), una ONG statunitense che sostiene l’opposizione siriana. Uno dei più importanti risultati tratti da McCain, era che il primo ministro turco Erdogan ha iniziato lo smantellamento dei centri di raccolta dei mercenari e degli islamisti in Turchia, rifiutandosi di consentire il transito di armi e munizioni verso la Siria. Coincidenza o no, il 30 maggio 2013 nel centro di Istanbul è esplosa la protesta “spontanea” contro il primo ministro Erdogan, che si è amplificata secondo gli schemi dei movimenti della “primavera araba”.
Il 9 giugno 2013, l’esercito siriano fedele al Presidente Bashar al-Assad ha lanciato l’operazione “Tempesta del Nord”, l’offensiva per sgomberare il governatorato di Aleppo nella Siria nord-occidentale. Si prevede che la resistenza armata, formata da 25.000 ribelli islamici, sarà più forte e più lunga di quella di al-Qusayr. Il terreno nelle vicinanze di Aleppo favorisce i difensori, essendo l’area in una depressione circondata da colline e trovandosi a 20-30 km dal confine con la Turchia (sia a nord che ad ovest). Uno dei principi della scienza militare raccomanda che le manovre militari al confine di uno Stato in guerra civile siano pianificati con l’intenzione d’intervenire nel conflitto a favore dell’altra parte. Ora che i ribelli stanno per essere sconfitti da Bashar al-Assad, l’esercito statunitense ha iniziato in Giordania l’operazione “Eager Lion” per un periodo di 12 giorni, che coinvolge 8.000 truppe di Paesi arabi, Stati Uniti (4500) e Regno Unito. L’Expeditionary Unit 26 è formata dalla nave d’assalto anfibio USS Kearsarge, arrivata il 14 maggio 2013 nel porto israeliano di Eilat, dove ha sbarcato il 3° battaglione marines dotato di LAV-25 e AAVP-7A1 e lo Squadrone 226 di supporto, dotato di V-22 Osprey. Oltre a queste due unità, l’esercito statunitense è attualmente impegnato in manovre con le batterie dei MIM-104 Patriot, unità dell’esercito e un certo numero di squadroni di F-16.
Il nord-est della Giordania, luogo delle esercitazioni, è zona di responsabilità del comando orientale giordano. In questo comando vi è la 2° Brigata meccanizzata della guardia, composta da due battaglioni meccanizzati equipaggiati con 80 veicoli da combattimento della fanteria M113, un battaglione blindato dotato di 40 carri modernizzati M60A3 Patton e una divisione con 24 obici semoventi M109. A tutto questo si aggiunge la 90° Brigata meccanizzata dell’esercito giordano composto da due battaglioni meccanizzati. La 3° Divisione corazzata è la forza strategica dell’esercito giordano consistente nelle 40°, 60° e 91° Brigata, ciascuna dotata di 90 carri armati al-Hussein (carri armati britannici FV4030/4 Challenger 1 modernizzati dalla giordana KADDB). L’aviazione giordana dispone di 12 F-16A Block-15 e 34 F-16AM Block-40, comprati usati da Belgio e Olanda, e 29 elicotteri d’attacco AH-1F Cobra. Questo esercito, sotto il comando degli Stati Uniti, non può eseguire che operazioni offensive limitate nel tempo e nella portata contro la Siria. Può tuttavia creare un corridoio di “esfiltrazione” in Giordania per le divisioni ribelli musulmane, circondate dall’esercito siriano a Idlib e Hama. Perché è così importante per gli Stati Uniti non lasciare che i mujahidin cadano prigionieri dei siriani? Ecco una domanda alla quale vi invito a rispondere nella sezione commenti.
A causa del logoramento delle unità dell’esercito siriano, dopo due anni di guerra civile, il corpo giordano-statunitense può entrare, in 24 ore per quasi 300 km dal confine giordano, bypassando Damasco fino a Idlib. La difesa aerea siriana è composta da 8 batterie missilistiche S-200 Angara (SA-5), 50 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e S-125 Neva/S-125M Pechora, da 20 batterie di missili 2K12 Kub (SA -6), 14 batterie di 9K33 Osa (SA-8) e 12 batterie di Pantsir-S1E (SA-22). Dopo aver discusso e sviluppato il piano, si nota lo schieramento di aerei giordani e statunitensi nella zona degli scontri di Idlib, cosi come di 5-6 batterie di Dvina/S-75M (SA-2) e di S-125 Neva/S-125M Pechora.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante delle forze militari a Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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