Bisogna distruggere Qatar e Arabia Saudita per evitare la terza guerra mondiale

John Wayne Tunisie Secret 14 agosto 2014

Non è un mistero che John Wayne, pseudonimo di un ex-alto funzionario degli Interni e degli  Esteri della Tunisia, ostacoli mercenari e traditori in sonno. Seguendo il nostro articolo “Con prove, un oppositore del Qatar accusa il suo Paese di finanziare il terrorismo“, ci ha inviato le cinque osservazioni seguenti.

623930-11-03-31-bashar-al-assadFui il primo al mondo ad aver predetto il ritorno della Guerra Fredda, sulla rivista elettronica tunisina Business News, meno di un anno dopo il 14 gennaio 2011, quando la Siria era immersa in  violenze inaudite e il cui regime laico e nazionalista di Bashar a-Assad, ancora una volta, mostrava al mondo il suo rapporto storico, stretto e leale con la Russia. Sì, la guerra fredda è tornata e i nazionalisti arabi sono felici, perché dopo tutto, l’ex-Guerra Fredda vide il sostegno incrollabile dell’URSS al mondo arabo abbandonato e sabotato dall’occidente a favore di Israele. Chi non ricorda il momento di gloria del Canale di Suez, quando Mosca minacciò di colpire con i missili Parigi e Londra, e quando Israele, Francia e Gran Bretagna si ritirarono davanti a un Nasser determinato e un Canale di Suez chiuso alla navigazione con le navi affondate dal Rais? Quel giorno fu l’indipendenza della Tunisia, uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita.

La III guerra mondiale è iniziata
Ma questa non è una nuova guerra fredda. È l’inizio della terza guerra mondiale in cui le potenze nucleari NATO e Russia combattono tramite Paesi terzi… Per ora! Ciò che è peggio, è che la fine della guerra nel prossimo futuro è assai improbabile ed è molto probabile che si traduca anche nella morte di milioni di civili inermi, come nella Prima e Seconda Guerra Mondiale. Ma peggio ancora, questa guerra è arrivata alle porte della Russia, in Ucraina, dove l’incoscienza della NATO esegue esercitazioni militari sotto il naso di una Mosca infuriata e la cui costituzione prevede che il Paese, storicamente vicino agli arabi, si riserva il diritto di usare le armi nucleari per proteggere la propria sovranità e integrità territoriale. La III guerra mondiale è cominciata. E se si contano pogrom, abusi, atrocità e uccisioni in Siria, Libia e Iraq, tale guerra avrà presto il suo milione di morti e il genocidio di una minoranza religiosa, come nella seconda guerra mondiale. Mancano i campi di concentramento, ma esistono le prigioni in cui carcerieri libici salafiti, vicini a Bernard Henry Levi, ammucchiano neri africani accusati di lavorare per il regime di Gheddafi. E nel caso dei salafiti in avanzata nell’Iraq, hanno le camere a gas nelle tombe del deserto in cui seppelliscono vivi donne e bambini accusati del reato di essere cristiani.

Il 14 gennaio 2011 ci fu un colpo di Stato della CIA
Tale guerra non è iniziata con un incidente come l’assassinio di un arciduca o l’invasione della Polonia, ma con l’uccisione di un ex-detenuto trasformato in martire del regime per presunti abusi e le cui malefatte furono esagerate presso milioni di tunisini, uno più ignorante dell’altro. Un incidente istigato dalla CIA dopo aver incaricato un ufficiale dell’esercito tunisino, con il complesso dell’uomo bianco, compiendo uno dei colpi più intelligenti della sua storia. Anche più intelligente di quelli a Teheran, Saigon, Santiago, Cile e Guatemala. Il golpe della CIA dal 14 gennaio 2011 fu attuato così abilmente da lasciare ancora dubbi e confusione nella popolazione tunisina, che ancora crede fermamente che la piazza abbia cacciato Ben Ali dal palazzo di Cartagine, una vittoria del popolo che ha galvanizzato le rivoluzioni per la libertà e la dignità in altri Paesi arabi contro i tiranni. Le rivoluzioni di barbuti Gavroche in qamis che brandiscono teste mozze esangui e occhi vitrei. I colpi di Stato della CIA hanno generalmente la firma di tali servizi segreti distruttivi.  Questa volta non è così, in generale non ha alcuna maschera. Saigon e i suoi generali addirittura aspettarono ufficialmente il via libera dall’ambasciata degli Stati Uniti, sotto forma di una telefonata. A Santiago, in Cile, la CIA mobilitò cacciatorpediniere e sottomarini e migliaia di marines che effettuarono anche uno sbarco preventivo. A Teheran, il colpo di Stato contro Mossadeq vide Kermit Roosevelt, nipote del presidente Roosevelt supportato dai mullah di Qom, distribuire biglietti da 100 dollari negli inferi e nelle strade ai bazari iraniani, mentre l’esercito del generale Fazlollah Zahidi arrestava il presidente democraticamente eletto Mossadeq. Il golpe di Teheran fu un colpo di Stato in valuta, costando la modica somma di diecimila dollari. Diecimila dollari per rimuovere dalla carica il presidente di un Paese dal passato millenario così che la Anglo Persian Oil Company, poi chiamata British Petroleum, potesse restare inglese e rifornire le navi dell’impero di Londra che viaggiavano per l’India o il Corno d’Africa attraversando il Canale di Suez. A Tunisi, nel febbraio 2011, le banconote furono distribuite in Avenue Habib Bourguiba da ignoti alla guida di Mercedes, poco prima delle dimissioni di Muhammad Ghannuchi. Non c’è dubbio che l’uso dei dollari sia stato fin troppo evidente. A volte la CIA si rinnova nei suoi colpi, Come quando incaricò il suo servo Qatar di far crollare completamente il regime di Ben Ali e di non  lasciare al potere nessuno dei suoi geniali dirigenti. Gli spazi politici erano favorevoli ai parassiti dell’umanità, i cosiddetti islamisti alimentati nelle loro gabbie del fanatismo spirituale da CIA, MI6 e Mossad. C’è il diritto di porsi la domanda, oggi: quanto è costato il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, a Cartagine? Spero sia costato più di diecimila dollari, una somma che sarebbe umiliante e ridicola per la Tunisia, il suo passato e cultura con tremila anni di storia.

Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen
E questa guerra in cui i cristiani vengono sepolti vivi nel deserto iracheno, ha alla testa CIA, MI6 e Mossad, ma il corpo, e in particolare le banche, sono Qatar e Arabia Saudita, Paesi più ricchi da quando il prezzo del barile è rimasto elevato e stabile dopo che George W. Bush ha cancellato dalla mappa l’Iraq e immerso l’intera regione nella guerriglia permanente tra sciiti e sunniti. I regimi feudali di Golfo e Arabia Saudita hanno il massimo desiderio di perpetuare per secoli la loro sopravvivenza, che dipende dalla creazione di una zona che raccolga gli islamisti del mondo arabo. Tali Paesi non attaccheranno mai Israele, anche se compie un genocidio, in quanto servono lo Stato ebraico indirettamente, ed essendo essi stessi e Israele grandi basi militari statunitensi. Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Tunisia come altrove, sono sotto il comando statunitense. Condannano le atrocità di Israele, ma aiutano lo Stato ebraico obbedendo a Washington e promuovendo islamismo e barbarie nel mondo. Hamas è un’astuta creazione del Mossad affinché i palestinesi non abbiano mai uno Stato. Non ci saranno mai più altri accordi di Camp David con l’ostinazione degli islamisti palestinesi, caduti nella trappola della estrema destra israeliana che sogna sempre di radere la moschea di al-Aqsa di Gerusalemme.
Nei miei anni alla Sorbona, mi appassionai della cultura russa soprattutto perché ebbi la possibilità, come a Sadiqi e altrove, di frequentare gli insegnanti di storia più intelligenti e più colti. Per me c’è la civiltà russa e il resto del mondo. I russi, anche se a volte politicamente in pubblico appaiono maldestri nelle convenzioni internazionali in cui il sionismo è dilagante e domina, sono dei notevoli esseri umani. L’URSS ha combattuto il nazismo senza mendicare aiuti agli statunitensi e senza resistere pacificamente con dei governi di Vichy. I russi preferirono perdere dieci milioni di uomini affrontando la sesta armata del Führer, piuttosto che capitolare. La Francia cedette alla Blitzkrieg, ma peggio collaborò con i nazisti per mantenere lo stile di vita aristocratico, raffinato e sofisticato dei suoi politici. Infine, alcuni francesi erano buoni solo a uccidere civili algerini inermi, uccidendoli come si uccide un cane sospettato di avere la rabbia. Certo, la Francia mi ha istruito, ma ciò che rimprovero a questo Paese è il suo colonialismo il cui mascheramento ha attraversato i decenni. La Francia promuove i diritti umani nel mondo pur essendo uno dei Paesi più colonialisti. Falsifica il suo passato genocida in Algeria condannando i genocidi, tranne quelli d’Israele. Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen. Alcuni nuovi politici francesi sono dei Menachem Begin e Golda Meir in incognito, quando non degli Al Capone, come colui che ha distrutto la Libia e ora gioca al salvatore provvidenziale di una Francia economicamente malconcia. Sì, a volte ho un certo risentimento verso la Francia, anche se la sua cultura mi affascina e alcuni dei suoi grandi capi meritano rispetto. Ma non posso perdonare questo Paese per aver colonizzato il mio popolo e io celebro la sconfitta di Dien Bien Phu più spesso del mio compleanno. E nemmeno intendo soffermarmi sulla campagna militare in Libia con cui la Francia, come tutta le campagne coloniali, ha distrutto questo Paese e il suo povero popolo, aggrappato all’Islam come soluzione al sottosviluppo voluto. E neanche oso affrontare la questione del supporto logistico e delle armi fornite ai salafiti siriani da Francois Hollande, che ora decapitano i cristiani dell’Iraq e giocano a bocce con le loro teste. Sì, molti francesi e alcuni dei loro  politici, come del resto tunisini, sono dei pezzenti. Anche dopo secoli di colonizzazione e abusi impuniti, continuano ad oltraggiare il diritto del popolo arabo e glorificano Israele.

Assad è il Georges Clemenceau degli arabi
Per vincere le guerre, si devono affrontare le infrastrutture e i finanziamenti dei nemici. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati bombardarono ogni notte gli stabilimenti della Ruhr e le raffinerie tedesche. Un Paese senza denaro o petrolio difficilmente può continuare la guerra.  Durante la prima guerra del Golfo, l’esercito statunitense avanzò con i carri armati Abrams in Quwayt seguiti da centinaia di autocisterne. In guerra, è il petrolio la linfa vitale. Questa terza guerra mondiale potrebbe durare anni, soprattutto se si tiene conto del fatto triste che Paesi come Iran e Libano potrebbero essere attaccati dai jihadisti trascinandoli in un conflitto sanguinoso. L’uomo che emerge da questo conflitto come un eroe leggendario non è il Maresciallo al-Sisi, ma il Dottor Bashar al-Assad. Il Maresciallo al-Sisi ha certamente salvato il suo Paese dalle grinfie dell’islam, ma deve spezzare gli accordi di Camp David. Se difficilmente si può battere militarmente Israele, dev’essere isolato e gli arabi vinceranno con una continua guerra fredda che riduca lo Stato ebraico a una repubblica delle banane nel deserto, affollata e avendo, come il Terzo Reich e la Gestapo, dei generali inquisiti dalle Nazioni Unite per aver commesso genocidi in serie. L’aiuto statunitense all’Egitto è una forma di colonizzazione e di pressione per mantenere delle relazioni diplomatiche con Israele prive di significato. Non deve conciliarsi con un Paese che un tempo aveva progettato di sganciare la bomba atomica su Cairo.
Come ho già detto, questo sanguinoso conflitto farà della Siria il Paese arabo militarmente più potente. La Russia ha bisogno della Siria, perché è una zona cuscinetto all’islamismo che ne minaccia la popolazione musulmana. Perché se la Siria cade, le popolazioni musulmane del Caucaso settentrionale, tra Mar Caspio e Mar Nero, cederanno alla Jihad e attaccheranno il Cremlino. Dopo tutto, un sesto della popolazione russa è musulmana. Questa guerra potrebbe essere breve se la Siria e la sua alleata Russia attaccassero le infrastrutture degli sponsor della Jihad globale, cioè Arabia Saudita e Qatar. Senza le loro infrastrutture del gas e petrolio, verrebbero neutralizzati per decenni e travolti dalla bancarotta. La Russia ha fornito alla Siria missili balistici di nuove generazioni, ma questi, anche se molto precisi, possono raggiungere solo città come Ankara e Istanbul. La Turchia di Erdogan è un Paese di pezzenti e colonia israeliana. Non vale un missile russo. Ma se la Russia dovesse inviare in Siria dei missili balistici a lungo raggio che possano colpire il complesso gasifero del Qatar e gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, la distruzione di essi sarebbe la svolta nella guerra globale, che potrebbe costare la vita di decine di milioni di innocenti. In ogni guerra serve una strategia di reciprocità. Qatar e Arabia Saudita preparano la loro versione crudele e falso di Islam, per distruggere il mondo arabo a vantaggio dell’espansione israeliana. Questi sono i nemici del mondo arabo e dell’umanità. La distruzione di questi due Paesi farebbe giustizia delle vittime del conflitto, ma anche del profeta Muhammad stesso, la cui parola è usurpata da regimi feudali assetati di sangue e privi di alcun rispetto per lui stesso o la specie umana.
Bashar al-Assad ha iniziato la guerra di logoramento contro i jihadisti della NATO da cui non può che emergere vittorioso. Una vittoria che farà della Siria un Paese distrutto, ma rafforzato, come la Russia, dopo l’Operazione Barbarossa di Hitler. L’Armata Rossa vittoriosa avanzò con i suoi carri armati fino a Berlino. I missili di Bashar devono colpire Doha e Riyadh. Bashar al-Assad è il Georges Clemenceau degli arabi, che devono sostenerne la linea dura.

Syria's President Bashar al-Assad and Russia's President Dmitry Medvedev review the honor guards at al-Shaaeb presidential palace in DamascusF. M. alias John Wayne. Ex-studente al Sadiqi College, laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università di Parigi – Sorbona. Ex funzionari dei ministeri degli Esteri e degli Interni dei governi tunisini di Habib Burguiba e Zin al-Abidin Ben Ali. Diplomatico di carriera ed esperto di sicurezza e intelligence.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria deve rafforzarsi per colpire il SIIS: schizofrenia di Iraq e Stati Uniti

Jibril Khoury e Lee Jay Walker, Tokyo Modern Times, 9 agosto 2014
1380760Il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad continua a combattere con coraggio contro le forze settarie e terroristiche sponsorizzate dall’estero. Dopo diversi anni di conflitto brutale sponsorizzato da potenze del Golfo e NATO, è chiaro che la destabilizzazione della Siria porta al collasso dell’Iraq. Allo stesso modo, il Libano è preoccupato dai taqfiri settari che cercano di compiere ulteriori incursioni al fine di creare caos. Pertanto, la destabilizzazione della Siria deve finire in modo che le forze centrali schiacciano il SIIS (Stato Islamico in Iraq e Siria) e altre forze settarie e terroristiche brutali. Altrimenti il SIIS continuerà a destabilizzare l’Iraq utilizzando le armi  che entrano in Siria grazie agli intrighi di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. E’ evidente che ogni soldato siriano morto è un ulteriore bonus al SIIS e alle altre forze settarie e terroristiche brutali. Tale realtà rende ridicolo, per le nazioni estere patrocinanti la destabilizzazione della Siria, preoccuparsi degli eventi in Iraq. Dopo tutto è chiaro che SIIS e la crescente minaccia settaria in Iraq è dovuta alle politiche brutali emanate da nazioni estere verso il popolo della Siria. Pertanto, le forze destabilizzanti anti-siriane di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito devono cessare le loro politiche brutali, altrimenti l’Iraq sarà in grave pericolo e in Libano potrebbe essere inghiottito nel caos.
Se si osservano le nazioni arse dal terrorismo e dal settarismo, sul punto di essere Stati falliti, basterà seguire l’intromissione delle potenze del Golfo e occidentali. Dall’Afghanistan degli anni ’80 e primi anni ’90 all’attuale crisi in Iraq, Libia e Siria, in cui i soliti giocatori sono coinvolti.  Naturalmente nazioni come Pakistan e Turchia sono coinvolte nei fattori geopolitici riguardo Afghanistan e Siria rispettivamente. Tale realtà crea caos e pertanto l’Iraq, è ancora una volta incendiato dalle brutali politiche delle nazioni estere per il loro odio collettivo verso la Siria indipendente. È interessante notare che, mentre la Turchia della NATO viene utilizzata per destabilizzare la Siria, la stessa nazione NATO non viene utilizzata per schiacciare il SIIL in Iraq.  Allo stesso modo, le stesse forze settarie e terroristiche sostenute contro la Siria laica sono gli stessi assassini psicopatici che massacrano cristiani, yazidi, shabak, sciiti e chiunque ritenuto fedeli al governo dell’Iraq. Infatti, anche i sunniti che s’oppongono alla brutale mentalità taqfirista vengono massacrati dai taqfiri salafiti. Inoltre, come di consueto, la brutale realtà dei petrodollari del Golfo è in gioco e lo stesso vale per i monarchi feudali che finanziano guerre per procura. Naturalmente, ciò  non sembra preoccupare troppo le potenze occidentali, perché non è stata intrapresa alcuna azione per arginare la marea di petrodollari del Golfo che sponsorizzano ovunque la barbarie taqfirita, e questo vale anche per il lavaggio del cervello con la propaganda. Tale realtà è evidente a tutti, perché molti barbari taqfiri che tagliano la gola agli sciiti e così via, sono nati e cresciuti in Europa, Nord America e Australia. In altre parole, i petrodollari del Golfo hanno anche permesso di propagare l’odio nelle società democratiche, perché sembrano avere via libera nel diffondere  divisioni nella società.
Non molto tempo fa diverse potenze della NATO erano sul punto di bombardare la Siria con un pretesto molto dubbio. Tale pretesto aveva tutte le caratteristiche di un’altra bugia grande quanto l’invasione dell’Iraq basata su falsità. Tuttavia, la Camera dei Comuni del Regno Unito si rifiutò di dare al primo ministro Cameron via libera. Allo stesso modo, il presidente Obama sapeva benissimo che era anche probabile che perdesse voti, e quindi la Federazione russa è intervenuta con il suo piano. Se le nazioni della NATO, soprattutto USA, Francia, Turchia e Regno Unito avessero bombardato la Siria, gli unici vincitori sarebbero state le forze del SIIS e gli altri terroristi brutali, barbari e settari taqfiri. Per fortuna, la cospirazione occidentale e del Golfo è fallita perché se il governo del Presidente Bashar al-Assad fosse crollato, la crisi in Iraq e in Libano sarebbe scoppiata in misura assai maggiore. A poco a poco sempre più individui che si opponevano al governo della Siria comprendono appieno la realtà sul terreno e vedono anche meglio il quadro. Ryan Crocker, ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, afferma: “E’ tempo di prendere in considerazione il futuro della Siria senza la cacciata di Assad, perché è estremamente probabile che così sarà in futuro… Meglio armato, organizzato, sostenuto e motivato, Assad non se ne andrà. Molto probabilmente, si riprenderà il Paese centimetro per centimetro sanguinoso. Forse al-Qaida terrà alcune enclave nel nord. Ma egli terrà Damasco. E vogliamo davvero l’alternativa di un grande Paese nel cuore del mondo arabo nelle mani di al-Qaida? Quindi dobbiamo fare i conti con un futuro che includa Assad e, considerandolo cattivo quanto si vuole, c’è qualcosa di peggio“. Naturalmente, quanto sopra distorce la realtà della Siria di Bashar al-Assad, perché la Siria ha accolto milioni di rifugiati dall’Iraq a prescindere dalla fede religiosa. Allo stesso modo, i cristiani e le altre minoranze in Siria fuggono dalle forze terroristiche e settarie sponsorizzate da Golfo e occidente. Pertanto, il vero nemico del ricco mosaico del Levante e del moderno Iraq proviene dai monarchi feudali del Golfo, dalle politiche della Turchia del primo ministro Erdogan e delle grandi potenze occidentali. Data tale realtà, è giunto il momento di fermare la destabilizzazione della Siria, al fine che il SIIS e gli altri siano schiacciati dalle forze armate siriane. Per farlo, Turchia e potenze del Golfo devono essere trattenute e le grandi potenze occidentali concentrarsi sulla realtà brutale che semina settarismo, terrorismo, consentendo ai taqfiri di crescere in influenza.
L’Iraq è ora in grave crisi a causa del SIIS intento a tagliare le gole di sciiti, cristiani, shabak e yazidi. Infatti, chiunque sia contrario al SIIS subisce gravi persecuzioni. Se l’attuale campagna aerea limitata degli USA ha lo scopo di cambiare la bilancia in Iraq, allora è chiaro che questo non accadrà mentre la Siria è destabilizzata. Pertanto, è essenziale che la Siria sia vittoriosa e che un riallineamento si affermi eliminando dal quadro i petrodollari del Golfo, l’ingerenza occidentale e gli intrighi brutali della Turchia di Erdogan. Dopo tutto, una forte Siria taglierà le arterie del SIIS e permetterà alle forze armate di Iraq, Siria e ai vari gruppi curdi di mettere la minaccia taqfira in un angolo.

13921129000557_PhotoITraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

image
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad eletto in Siria: USA/UE si concentrino su Turchia, Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 5 giugno 2014

article-0-122FFA3C000005DC-776_634x680USA ed Unione europea cambiano democrazia e libertà religiosa a ogni alzata di cappello. Se si vuole visitare una nazione in cui varie sette cristiane e musulmane sono tutte trattate con dignità assieme alla comunità drusa, prima dell’ingerenza estera la Siria era un modello per tutta la regione.  Infatti, anche oggi la Siria è un modello nelle zone controllate dal governo, perché tutte le comunità religiose convivono liberamente. Non è così nelle zone controllate dai settari islamisti taqfiri e dalle forze terroristiche come l’Esercito libero siriano (ELS). Dopo tutto, dalle aree controllate da taqfiri ed ELS, tutte le minoranze religiose fuggono. Allo stesso tempo, i curdi sono inoltre discriminati  etnicamente, ma ciò non sembra preoccupare le potenze del Golfo e della NATO che supportano le varie forze terroristiche e settarie in Siria. Non a caso, la stragrande maggioranza dei siriani ha votato per il Presidente Bashar al-Assad perché il popolo di questo Paese conosce bene i problemi di Afghanistan, Iraq e Libia dopo l’ingerenza estera. Inoltre, data la natura barbarica dei taqfiri e dei gruppi terroristici nell’imporre la dhimma ai cristiani, nel massacrare sciiti e alawiti, e decapitare i sunniti filo-governativi, ovviamente la maggioranza dei siriani dentro e fuori il Paese sostiene il governo siriano. La BBC riferisce: “Il presidente siriano Bashar al-Assad ha vinto il terzo mandato dopo aver ottenuto l’88,7% dei voti nelle elezioni presidenziali, ha annunciato il presidente del parlamento… In precedenza, la Corte costituzionale della Siria ha indicato l’affluenza al voto al 73,47%“.
La condanna del voto di USA e Unione europea riassume i loro soliti paraocchi nello sguardo sui moderni Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Questi tre Paesi sostengono il terrorismo e il settarismo contro la Siria e chiaramente sono strettamente collegati alle principali potenze occidentali. Nella Turchia moderna l’attuale governo Erdogan arresta giornalisti, sostiene l’odio verso la comunità alevita e l’attuale capo esprime rancore verso gli sciiti. Allo stesso tempo, la Turchia della NATO ha permesso ai terroristi internazionali di entrare in Siria e questa politica comporta anche molti massacri contro il popolo curdo. Arabia Saudita e Qatar, due nazioni che finanziano i vari gruppi terroristici legati ad al-Qaida e ad altre forze settarie in Siria, non sono note per la democrazia e i diritti umani. Infatti, in Arabia Saudita non è consentita una sola chiesa cristiana e gli apostati dall’Islam subiscono la morte. Allo stesso tempo, il mosaico islamico e i vari gruppi religiosi in Siria non sarebbero mai tollerati in Arabia Saudita, quindi, alawiti, sciiti e drusi subirebbero enormi persecuzioni nella moderna Arabia Saudita. Non solo, ma in Arabia Saudita vecchi possono sposare bambine di otto e nove anni e le donne vengono frustate se non escono interamente coperte. Certo, la democrazia è un anatema in qualsiasi misura, in Arabia Saudita. Allo stesso modo, il Qatar è noto anche per molte realtà negative, tra cui la morte di migliaia di lavoratori migranti trattati come bestie da soma.
Prima dell’ingerenza estera, la Siria era l’ultimo bastione nel mondo arabo del laicismo e dell’indipendenza dai capricci del Golfo e delle potenze occidentali. L’Egitto era sempre benevolo da Camp David, ma USA, Qatar, Turchia e Regno Unito tirarono fuori dai loro cappelli la cerchia dei Fratelli musulmani. Tuttavia, una nuova speranza emerge in Egitto con l’elezione del Presidente Abdalfatah al-Sisi grazie al coraggioso popolo egiziano che ha manifestato a decine di milioni contro il settarismo islamista dei Fratelli musulmani. La BBC ha commentato i siriani che votavano in Libano, dichiarando: “E’ la prima elezione presidenziale con scelta multipla siriana degli ultimi decenni, avviata all’estero circa una settimana prima del voto in Siria“. “In Libano, molti elettori si presentano con zelo“. La BBC continua: “I siriani oggi dimostrano al mondo che sono gli unici a poter decidere del proprio futuro, non i ceceni o gli afgani“, ha detto un giovane elettore, riferendosi ai combattenti stranieri unitisi ai ribelli siriani contro l’attuale regime e i suoi alleati… Alcuni si sono ferite le dita per “votare con il sangue” Bashar al-Assad. Altri hanno semplicemente strappato le foto degli altri due candidati collocando solo l’immagine del Presidente Assad nell’urna”. In altre parole, le principali agenzie internazionali come la BBC non potevano nascondere la realtà, che la maggioranza dei siriani all’estero ha votato per Assad. Pertanto, la maggior parte dei siriani ha votato liberamente per Assad in Siria e all’estero dove non era obbligata da nessuno. Ciò in realtà significa che i siriani in Patria e all’estero sostengono ancora il governo di Assad, nonostante l’enorme propaganda e la destabilizzazione brutale contro la Siria.
Naturalmente, tutto ciò non ferma l’ingerenza del Golfo e occidentale perché le ratlines terroriste e settarie sono ancora attive. Nonostante questo, nel 2014 appare chiaro che le Forze Armate siriane liberano molte regioni strategiche della nazione preservandone il ricco mosaico. Nel frattempo, le forze dell’odio settario in Turchia, Arabia Saudita e Qatar continueranno a mostrare al mondo l’ipocrisia barbara dei cosiddetti Stati democratici che attuano le politiche brutali di Washington, Londra e Parigi. Inoltre, mentre USA ed Unione europea condannano il voto in Siria, tollerando il feudalesimo brutale settario e monarchico del Golfo, altre persone vengono massacrate in Iraq grazie all’ingerenza estera e la Libia non è altro che uno Stato fallito. Pertanto, il popolo della Siria, in Patria e fuori dal suo amato Paese mostra al mondo di sostenere Assad totalmente. Questa realtà dovrebbe respingere il terrorismo settario sponsorizzato dalle potenze occidentali e del Golfo. Tuttavia, data la grande freddezza delle potenze del Golfo e occidentali nelle loro politiche volte a distruggere l’Iraq e la Libia, purtroppo sembra che le stesse forze sinistre continueranno nella loro destabilizzazione contro il ricco mosaico della Siria secolare.

siria_elezioni_gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’offerta saudita all’Iran, ammissione di sconfitta

Finian Cunningham PressTV 14 maggio 2014

1426312Sembra che la Casa dei Saud finalmente ammetta la sconfitta nelle sue guerre terroristiche per procura regionali.
Questa settimana il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal bin Abdulaziz ha annunciato a sorpresa, indicandolo chiaramente, che il regno petrolifero saudita vuole migliorare le relazioni con l’Iran. I media occidentali hanno suggerito che i governanti sauditi avviano un’apertura amichevole verso l’Iran. ‘L’Arabia Saudita agisce per alleviare le tensioni regionali con l’Iran‘, si legge sul Financial Times di Londra. Per decenni, la wahhabita Casa dei Saud, con le sue credenze religiose estreme taqfire e il suo sistema monarchico repressivo, ha visto nell’Iran sciita il suo acerrimo nemico dalla rivoluzione del 1979. L’Arabia Saudita, per esempio, finanziò il dittatore iracheno Sadam Husayn lanciando l’ingiustificata guerra contro l’Iran nel 1980-1988, con l’obiettivo di distruggere la Rivoluzione iraniana. Tale guerra provocò più di un milione di morti. I governanti sauditi hanno sempre accusato l’Iran di fomentare complotti per destabilizzare il regno autocratico o i suoi alleati arabi del Golfo Persico. Sostenevano senza alcuna prova che la mano iraniana suscitasse i disordini in Bahrayn, Yemen e nelle petrolifere province orientali del regno stesso. Ora, a quanto pare, una nuova era di conciliazione appare improvvisamente, con il ministro degli Esteri saudita che questa settimana invita il suo omologo iraniano Muhammad Javad Zarif, dicendogli che è il benvenuto “quando decidesse” di visitare la capitale Riyadh. “L’Iran è un vicino, abbiamo rapporti con esso e negozieremo“, ha detto al-Faysal ai giornalisti.
Si tratta di un marcato cambio di atteggiamento dei sauditi. Alla fine dello scorso anno, dopo l’accordo nucleare interinale di riferimento tra l’Iran e il gruppo P5+1 delle sei potenze mondiali, la proposta del ministro degli Esteri iraniano di visitare l’Arabia Saudita nell’ambito di un viaggio negli Stati del Golfo Persico, sarebbe stata snobbata dalla Casa dei Saud. I governanti sauditi erano irritati dal successo della diplomazia iraniana e dalla prospettiva di una svolta nella situazione di stallo nucleare, che avrebbe normalizzato le relazioni internazionali dell’Iran e migliorato notevolmente la presenza regionale del Paese. Allora, cos’è cambiato? Sembra più probabile che il fallimento della guerra terroristica segreta saudita in Siria abbia spinto tale brusca rivalutazione dell’atteggiamento di Riyadh. Questa settimana vede l’inizio della fine dell’operazione del cambio di regime filo-occidentale e filo-saudita in Siria. La guerra terroristica segreta eterodiretta è in corso da più di tre anni ed ha fatto circa 150000 morti. I governanti sauditi hanno speso miliardi di dollari finanziando i gruppi estremisti taqfiri nel tentativo di rovesciare il governo di Bashar Assad, stretto alleato dell’Iran. Ma questa settimana la base principale dei militanti, la Città Vecchia di Homs nella Siria centrale, è stata infine ripresa dalle forze governative, e migliaia di residenti rientrano reclamando le proprie case e proprietà. Ci sono state scene agrodolci con masse di civili che rientrano nelle case devastate dalla guerra. Homs, stucchevolmente spacciata dai media della disinformazione occidentale come la “culla” della cosiddetta rivoluzione, ora è il cimitero della guerra terroristica segreta eterodiretta. Con la cruciale perdita logistica di Homs per i gruppi mercenari, l’Esercito arabo siriano avanza ulteriormente nel riprendersi le ultime aree occupate dai militanti stranieri intorno la città settentrionale di Aleppo e nella provincia di Idlib. Inoltre, i cittadini siriani supportano massicciamente il presidente uscente Assad, in vista delle elezioni del 3 giugno. Assad dovrebbe avere un terzo mandato. C’è quindi il senso inequivocabile che la Siria stia lentamente ma inesorabilmente uscendo dall’incubo eterodiretto in cui il Paese era sprofondato nel marzo 2011.
1184761Le scene della vittoriosa risposta della nazione siriana dissipano i miti della propaganda occidentali sulla “rivolta democratica”. La riconquista di Homs, nel quadro di un accordo mediato da Russia e Iran la scorsa settimana, precisa inoltre il miserabile fallimento del complotto saudita per distruggere la Siria, insieme agli altri mandanti del terrorismo occidentali, turco ed israeliano. Ecco perché il ministro saudita sembra che questa settimana cercasse di negoziare la resa con l’Iran, senza però pronunciare la parola “resa”, naturalmente. “Noi negozieremo con esso (l’Iran)“, ha detto al-Faysal, come se il semplice fatto di parlare da diplomatico sia una grande concessione al nemico. “Parleremo con loro nella speranza che se ci sono differenze, saranno chiuse con soddisfazione di entrambi i Paesi“, ha aggiunto l’anziano della Casa dei Saud. In altre parole, i governanti sauditi non avvicinano all’Iran per un autentico movente conciliante. Cercano disperatamente di limitare i danni derivati dalle guerre terroristiche per procura che hanno alimentato in Siria, Iraq, Yemen e Libano. E vogliono che l’Iran li aiuti in qualche modo a scamparla limitando i danni. “La nostra speranza è che l’Iran faccia parte del tentativo di rendere la regione più sicura possibile“, ha detto al-Faysal. L’audacia di tale affermazione implica che l’Iran sia il Paese che ha istigato violenze e conflitti, quando i sauditi hanno scatenato il caos omicida in tutta la regione contro sciiti, sunniti, alawiti, armeni, cristiani e tutti coloro che coraggiosamente affrontano il totalitarismo taqfirita. E ora i sauditi vogliono che l’Iran “renda la regione più sicura possibile“. La Casa dei Saud ha bisogno di capire che gli sconfitti non possono dettare condizioni. Soprattutto quando i vinti sono colpevoli di enormi crimini contro l’umanità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Homs

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 07/05/2014
10173734Le forze siriane ristabiliscono l’ordine nell’importante città di Homs, in queste settimane, assieme  ad altre importanti avanzate nel resto della Siria. I terroristi circondati e malridotti sono demoralizzati e hanno anche cominciato ad attaccarsi a vicenda nel tentativo dei loro mandanti stranieri di riprendere l’iniziativa, fallendo completamente in termini diplomatici e strategici. La città occidentale di Homs, terza città della Siria vicina al confine libanese-siriano, è stata teatro di uno dei diversi importanti campi di battaglia tra terroristi stranieri e forze di sicurezza siriane, negli ultimi 3 anni. I militanti furono armati e schierati contro la Siria dal territorio libanese, sotto gli auspici della fazione politica Hariri-Siniora, già nel 2007, anni prima della cosiddetta “primavera araba”. Il giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh ha affermato, nel suo approfondito articolo del 2007 “The Redirection“, che: “Gli Stati Uniti hanno anche sostenuto clandestinamente il governo Siniora, secondo l’ex-alto funzionario dell’intelligence e consulente del governo degli Stati Uniti. “Programmiamo di migliorare la capacità dei sunniti di resistere all’influenza sciita, e distribuiamo più denaro possibile”, ha detto l’ex alto funzionario dell’intelligence”. L’articolo inoltre precisava: “Funzionari statunitensi, europei e arabi con cui ho parlato mi hanno detto che il governo Siniora e i suoi alleati avevano permesso che qualche aiuto  finisse agli emergenti gruppi radicali sunniti nel nord del Libano, nella Valle della Biqa e nei campi profughi palestinesi nel sud. Tali gruppi, anche se piccoli, sono visti come un baluardo contro  Hezbollah; allo stesso tempo hanno legami ideologici con al-Qaida”. È evidente che questi terroristi, ospitati dai libanesi e finanziati dagli occidentali, sono la spina dorsale di una delle tre principali infiltrazioni straniere in territorio siriano, le altre avvengono dalla Giordania nella città siriana di Dara e dalla Turchia nella città di Aleppo. Homs, tuttavia, geograficamente può trarre vantaggio dalla logistica dal nord del Libano nonché dalle reti terroristiche basate in Turchia a nord. Se la forza dei terroristi a Homs declina, indicherebbe non il collasso di uno, ma di due fronti terroristici e la volontà di ritirarsi dei loro patroni occidentali e arabi. Nel caso Homs sia finalmente liberata dall’occupazione dei terroristi, significherebbe un cambiamento molto più ampio a favore della Siria, ripristinando l’ordine nel resto della nazione.

L’Esercito arabo siriano libera Homs
Homs è stata spacciata dai media occidentali come la capitale simbolica della cosiddetta “rivoluzione”. La sua liberazione da parte dell’Esercito arabo siriano è quindi non solo una vittoria tattica e strategica, ma un’immensa vittoria psicologica e politica di Damasco. Nelle ultime settimane, la vittoria è visibilmente alla portata di Damasco. Migliaia di civili e combattenti hanno avuto il permesso di lasciare la città vecchia di Homs, lasciandosi dietro una manciata circondata di malridotti combattenti. Nonostante un breve tentativo dei media occidentali di spacciare una “controffensiva” in città, ora ammettono il crollo delle forze terroristiche a Homs. L’Associated Press nell’articolo “I ribelli siriani nell’ultima resistenza ad Homs”, riferisce che: “I ribelli siriani compiono un’ultima disperata resistenza a Homs, contro le forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad che lanciano l’assalto più duro per espellerli dalla città, una volta conosciuta come capitale della rivoluzione. Alcune centinaia di ribelli rimasti in città, nel centro del Paese, parlano di resa, secondo gli attivisti dell’opposizione. Altri hanno risposto con autobombe suicide nei distretti sotto il controllo del governo. Alcuni combattenti attaccano i compagni sospettati di diserzione, spingendoli in battaglia. “Ci aspettiamo che Homs cada”, ha detto un attivista. “Nei prossimi giorni, potrebbe essere sotto il controllo del regime“. L’avanzata ad Homs si rispecchia altrove nel Paese mentre la guerra segreta dell’occidente contro la Siria lentamente svanisce irreversibilmente, un processo iniziato ai primi del 2013 con i terroristi efficacemente contrastati da Damasco a Dara e lungo i confini con il Libano.

La sconfitta della guerra segreta dell’occidente ad Homs ne riflette il declino generale
Le recenti rivelazioni sull’attacco chimico dell’agosto 2013 a Damasco, in realtà effettuato dalla NATO e dai suoi partner arabi, svela fino a che punto tale collasso sia avanzato. Il fallimento dell’attacco per giustificare l’intervento militare occidentale diretto, indica un problema molto più serio per l’occidente, la credibilità in collasso della sua agenda dalla Siria all’Iran, all’Europa orientale come l’Ucraina, e ai tentativi del “pivot” verso l’Asia. Con i fantocci terroristici dell’occidente spazzati via una città dopo l’altra in tutta la Siria, la già formidabile macchina di supporto occidentale ora sembra impotente, e le opzioni sono sempre più limitate non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente e oltre. Un recente articolo del New York Times intitolato “Homs è la svolta della futura Siria“, indica come l’occidente gestirà la sua inevitabile sconfitta in Siria. Sconfessa il ruolo di primo piano che l’occidente e i partner arabi hanno giocato finanziando, amando e addestrando i terroristi infiltrati ai confini della Siria, alimentando volutamente il conflitto distruttivo che ha devastato città come Homs. Si cerca inoltre di proporre una ricostruzione della Siria che includa l’opposizione filo-occidentale che ha scatenato il conflitto, mortale e costoso, per conto dei suoi mandanti esteri e dei loro piani di cambio di regime, nell’ambito del desiderato riordino geopolitico regionale.
Per la Siria e i suoi alleati, comunque a prescindere dai racconti dei media occidentali sposati dai politicanti occidentali, il processo di ricostruzione e riconciliazione sarà interamente deciso da loro. Tali ricostruzione e riconciliazione molto probabilmente riflettono la pazienza e la perseveranza dimostrata negli ultimi tre anni di sovversione, provocazioni e guerra occidentale inflitte alla nazione mediorientale assediata.

syaats-111-750x400Tony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 348 follower