La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington e Riyad a un passo dalla “soluzione finale” della questione siriana

Igor Pankratenko, Strategic Culture Foundation, 28/03/2014

562316Recentemente la questione siriana è divampata ancora una volta. Accese discussioni nei circoli politici statunitensi e discorsi emotivi dei partecipanti alla conferenza della Lega Araba in Quwayt, il 25-26 marzo, non riguardano piani per la risoluzione pacifica del conflitto siriano, ma come  conquistare Damasco e rovesciare il Presidente al-Assad nel modo più efficace. La situazione in Siria, per l’opposizione militante, le bande jihadiste internazionali e i mandanti stranieri della “razza di vipere” è in un vicolo cieco. Bashar al-Assad e la sua squadra hanno elaborato una tattica efficace per resistere ai ribelli e all’intervento dei jihadisti, che consiste nel scacciare opposizione e jihadisti dalle aree strategicamente importanti e nell’attaccarne i centri logistici. In sostanza, questa è la tattica della fase finale della campagna afgana dell’URSS, quando la cosa importante non era prendere il controllo di ogni centimetro di terreno, ma ridurre le possibilità dell’avversario ad un’“accettabile minaccia terroristica”. Damasco vince in ragione delle capacità di combattimento superiori delle forze governative, dei distaccamenti di Hezbollah e delle brigate di volontari sciiti, del supporto delle truppe dell’artiglieria pesante e del dominio dell’aria. Le grandi vittorie dell’esercito siriano quando ha preso Yabrud e ripreso il controllo della gola del Qalamun non significano la fine della guerra o anche una svolta strategica, ma rendono difficile alle forze antigovernative prima di tutto di raggiungere i porti libanesi, e in secondo luogo, di accedere all’enclave sunnita di Arsal nella valle della Beqa in Libano, che i ribelli hanno trasformato nella loro base di appoggio. Gli sciiti libanesi e le forze governative hanno ora la meravigliosa opportunità di cancellare Arsal che, attraverso gli sforzi dei jihadisti, è diventata non solo la loro base logistica ma un centro per la produzione di droga e il contrabbando di armi e persone.
I successi militari di Damasco hanno infatti messo in un vicolo cieco i suoi avversari; il principe ereditario dell’Arabia Saudita, shaiq Salman bin Abdulaziz ne ha parlato emotivamente al vertice in Quwayt, con passione ha accusato il mondo intero di “tradire l’opposizione” e trasformarla in “facile preda del dittatore sanguinario”. Washington e Riyadh vedono che il cambio dell’equilibrio militare a favore dei ribelli è in un vicolo cieco. L’essenza del discorso del principe ereditario era un appello ad inviargli armi pesanti, al fine di eliminare il dominio aereo delle forze governative e la superiorità delle potenza di fuoco dell’esercito. La mappa politica del Medio Oriente cambia rapidamente e la questione dell’egemonia saudita nella regione non è più solo soddisfare le ambizioni della dinastia, ma una questione di sopravvivenza. Dopo aver convinto i suoi partner, e non tutti, a “punire” il Qatar e, quindi, dopo aver stabilito la sua leadership nel Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo (CCG), Riyadh ha bisogno di un successo rapido e serio in politica estera. La cattura di Damasco è il premio più prezioso per Riyadh, rafforzerebbe la posizione dei sauditi nel mondo arabo permettendogli d’iniziare gli altri loro progetti: creare una federazione giordano-palestinese e formare una lega antisciita dalla Penisola araba al Pakistan. Questa è la ragione della rigidità dei sauditi nel loro dialogo con Obama. Le offerte di Washington a Riyadh, sistemi di difesa missilistica contro l’Iran, un programma di riarmo, supervisione degli affari in Palestina e Paesi del Magreb, nonostante la loro attrattiva finanziaria e i dividendi politici, non sono particolarmente compatibili per la dinastia reale, in quanto sono di natura difensiva e non rispondono alla questione principale dei sauditi: “Come possiamo fermare l’avanzata dell’influenza iraniana e del ‘Risveglio’ sciita?”
L’aggressività dei sauditi, che per la sopravvivenza della dinastia hanno bisogno di una “piccola, guerra vittoriosa”, mette Obama in una posizione molto interessante. Da un lato, quasi il 46 per cento dell’arsenale chimico della Siria è stato distrutto, il che rende lo “scenario Iraq” impossibile  riguardo Damasco. L’opinione pubblica negli Stati Uniti è fortemente contraria a un intervento diretto in Siria, ciò è importante proprio prima delle elezioni congressuali di novembre, e la corsa presidenziale non è lontana. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno investito circa 2 miliardi di dollari nel rovesciamento di al-Assad. I neocon statunitensi, che hanno criticato duramente Obama per la sua indecisione sulla questione siriana, hanno perso ogni ritegno dopo la Crimea. Il ricatto e la minaccia di sanzioni contro la Russia non hanno funzionato. Ora gli statunitensi vedono la Siria come “vendetta per la Crimea” e la caduta di Damasco un’opportunità per privare Mosca di ogni posizione in Medio Oriente. La lobby saudita, dietro cui spiccano gli interessi del settore industriale militare e le multinazionali, ricatta la Casa Bianca con la minaccia di un raffreddamento serio dei rapporti tra Washington e il regno saudita. E mentre Obama in qualche modo resiste a tale ricatto, per John Kerry e le sue ambizioni presidenziali tali minacce creano numerosi problemi in futuro.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati in Siria molto più di quanto la Casa Bianca volesse. Oltre a due miliardi spesi per esportare la democrazia in Siria, ci sono altri quattro fronti della guerra non dichiarata contro Damasco, che Washington conduce sotto la copertura della retorica pacifica.
Il primo è la fornitura di armi alle forze antigovernative, con la consapevolezza del Congresso degli Stati Uniti. Il secondo è il finanziamento (il volume totale dei pagamenti da gennaio è stato di circa 3 milioni di dollari) e l’addestramento intensivo dei ribelli. Dalla fine del 2012, agenti della CIA e istruttori delle forze speciali statunitensi guidano i campi di addestramento dei ribelli nei territori di  Giordania e Turchia. L’addestramento prevede la gestione di armi pesanti, in particolare di sistemi anticarro e MANPAD. Questi campi di addestramento promuovono diverse centinaia di ribelli al mese, alcuni dei quali poi diventano istruttori dei combattenti sul territorio della Siria. Il terzo è l’invio di “aiuti non letali”, il cui volume è in crescita (attualmente quasi 80 milioni di dollari al mese) e cambia qualitativamente. Mentre all’inizio del 2013 gli “aiuti non letali” comprendevano per lo più farmaci e razioni alimentari, oggi si compone principalmente di apparecchiature per le comunicazioni, dispositivi per la visione notturna, attrezzature e veicoli. Il quarto è lo strumento preferito di Washington per esportare la democrazia: le sanzioni. A partire da ora gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione anti-siriana hanno congelato tutti i beni esteri di Damasco, ed eventuali investimenti, forniture di qualsiasi materiale e qualsiasi transazione dei prodotti petroliferi siriani sono vietati. Si deve aggiungere che tali sanzioni non si applicano ai territori sequestrati dai ribelli.
Washington è a un passo dalla decisione principale, fornire ai ribelli armi pesanti e MANPAD, così come la creazione di una no-fly zone lungo il confine turco o giordano, che diverrebbe il punto di partenza per un nuovo attacco a Damasco. La riunione dei rappresentanti dell’opposizione siriana che ha avuto luogo il 6 marzo presso l’Istanbul Wyndham Hotel è finita in una reciproca recriminazione dopo 30 minuti, durante cui Ahmad Jarba, che era stato incensato in modo eloquente al vertice della Lega Araba in Quwayt, è stato trascinato nella “discussione”; ciò tuttavia è il costo del processo di unificazione, per così dire. Secondo fonti d’intelligence occidentali, oggi circa il 70% dei gruppi dell’opposizione militante s’è “unito per contrastare congiuntamente sia il regime di al-Assad che gli islamisti”.
Obama visiterà Riyadh il 28-29 marzo. Alla fine della settimana sarà chiara quale strada gli oppositori di al-Assad hanno scelto per la “soluzione finale” della questione siriana.

1016729_La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia contro Siria: ultimo sussulto della NATO?

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 26/03/2014

1379912Le tensioni sono aumentate ancora una volta lungo il confine siriano-turco con mentre la Turchia abbatte un aereo da guerra siriano e terroristi appoggiati dalle truppe turche oltrepassano il confine verso la costa occidentale della Siria, nella provincia di Lataqia. Il rinnovato vigore della Turchia sembra essere in parte il risultato della pressione esercitata sul primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan la folla sostenuta dagli USA che occupa le piazze da mesi cercandone l’estromissione. Citando Reuters e riportando AFP, l’articolo di RT, “La Turchia abbatte un jet siriano vicino al confine ‘per la violazione dello spazio aereo‘”, osserva che: “Il jet dall’aeronautica siriana è stato abbattuto nei pressi del valico di Qasab, nella provincia di Lataqia, dove aspri combattimenti tra le forze siriane e i ribelli armati si svolgono da tre giorni, secondo la Reuters”. E che: “La dichiarazione (dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche) nota che il jet è stato abbattuto a “1200 metri a sud del confine in territorio siriano nella regione di Qasab“, aggiungendo che le guardie di frontiera turche “hanno osservato la sua caduta“. L’aereo abbattuto durante lo svolgimento di raid aerei contro i militanti che attraversano il confine turco-siriano e persino rientrano in territorio siriano, suggerisce che non solo la Turchia ha ingiustificatamente colpito un aereo da guerra siriano sapendo che non era una minaccia, ma l’ha fatto fornendo supporto antiaereo ai terroristi riconosciuti tali a livello internazionale e che ospita sul proprio territorio. Inoltre, è stato riportato che il cugino del presidente siriano Bashar al-Assad, Hilal al-Assad, è stato ucciso negli scontri a Lataqia insieme a molti altri combattenti della milizia di difesa, mentre combatteva contro i terroristi di al-Qaida, al-Nusra. Reuters, nell’articolo “il cugino di Assad ucciso a Lataqia nello scontro con i ribelli siriani“, afferma: “…Hilal al-Assad, capo locale della Forza di Difesa Nazionale, e sette dei suoi combattenti, sono stati uccisi negli scontri con il Fronte al-Nusra e altre brigate islamiste”. Mentre la notizia della morte di Hilal al-Assad sarà sfruttata dall’occidente per il suo valore propagandistico, si deve ricordare che la guerra per procura dell’occidente è contro la nazione della Siria, non contro una particolare famiglia o anche il governo della Siria. La Siria ha  istituzioni e quando i leader vengono rimossi, nuovi leader ne prendono il posto, proprio come fu  illustrato dall’assassinio/attentato a Damasco del luglio 2012. La morte di Hilal al-Assad temprerà ulteriormente la volontà dei siriani nella lotta contro le violenze sostenute dall’estero.

L’offensiva di Lataqia è l'”ultimo sussulto” della grande campagna terroristica
La battaglia presso Lataqia rientra in ciò che sembra essere una grande manovra a tenaglia filo-occidentale sulla Siria. L’altro fronte, chiamato “Fronte del Sud” dall’occidente, comprende presumibilmente 49 fazioni terroristiche che operano lungo il confine siriano-giordano vicino alla città di Dara. L’operazione include il supporto materiale continuo da Arabia Saudita e Stati Uniti, e dispone di una campagna di PR per ritrarre gli estremisti settari come “laici” e “pro-democrazia”. Sulla creazione del “Fronte del Sud”, la Carnegie Endowment for International Peace ha persino dichiarato sul suo articolo: “Il ‘Fronte del Sud’ esiste?” che: “Piuttosto che un’iniziativa dei ribelli stessi, sono gli ufficiali stranieri che hanno sollecitato i comandanti ribelli a firmare una dichiarazione attestante la loro opposizione all’estremismo, dicendo che è precondizione per avere altri armi e denaro. Dato che i mendicanti non possono essere schizzinosi, i comandanti hanno scrollato le spalle e firmato, senza dichiarare una nuova alleanza ma aiutando i funzionari statunitensi a spuntare tutte le caselle giuste nei loro rapporti, sperando che ciò apra un’altra cassa di fucili”. Tuttavia, nonostante il rinnovato vigore retorico, l’occidente ha diretto un torrente di denaro, armi, attrezzature e anche combattenti stranieri oltre i confini della Siria fin dal 2011, ma senza alcun risultato. L’avanzata irreversibile delle forze di sicurezza siriane contro questo torrente, indica che la strategia occidentale ha fallito l’obiettivo ultimo del cambio di regime, e avrebbe fallito anche nell’indebolire sufficientemente la Siria in vista di un attacco sempre più improbabile all’Iran. I tentativi per tutto il 2013 di giustificare l’intervento militare occidentale diretto sono falliti, ma il fatto che siano state tentate, in primo luogo indica il fallimento delle forze legate all’occidente nel sopraffare militarmente la Siria o anche di controllare territorio abbastanza a lungo per ritagliarsi le tanto desiderate “zone cuscinetto” della NATO, con cui sperava di proiettare un supporto militare ancor più profondo in Siria.

L’ipocrisia della Turchia ne espone la disperazione
L’abbattimento di un aereo siriano che si sapeva colpiva i terroristi, intenzionalmente ricoverati nel territorio della Turchia, è problematico per diversi motivi. In primo luogo, questi militanti che s’infiltrano in Siria dalla Turchia sono apertamente identificati come Fronte al-Nusra di al-Qaida dal suddetto articolo di Reuters; al-Nusra è un’organizzazione terroristica denunciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rendendo così il governo turco colpevole di violazione delle leggi degli Stati Uniti e del diritto internazionale. In secondo luogo, in quanto membro della NATO da decenni, il ruolo della Turchia in favore dei terroristi di al-Qaida, ospitandoli nel suo territorio, fornendogli supporto materiale e coordinandone le attività militari anche con la sua forza aerea, durante quest’ultima incursione nella vicina Siria, il tutto mentre la NATO presumibilmente combatte “al-Qaida” in Afghanistan, illustra ulteriormente la profonda ipocrisia turca non solo in politica estera, ma mina profondamente la legittimità della NATO e della politica estera di ogni suo membro. Inoltre, l’insistenza della Turchia, secondo cui la Siria non ha il diritto di inseguire i terroristi vicino od oltre i suoi confini, ne compromette la vecchia politica di perseguire i curdi vicino e oltre i suoi confini. Di recente, nel 2011, proprio mentre rimproverava la Siria che combatte i terroristi, la Turchia inviava truppe e aerei da guerra oltre la frontiera con l’Iraq, alla “ricerca” di “ribelli curdi”. McClatchy ha riportato nell’articolo, “La Turchia invade l’Iraq dopo che i ribelli curdi hanno ucciso 26 soldati turchi”, che: “La Turchia ha inviato truppe e aerei da combattimento in Iraq, “inseguendo” i ribelli curdi che hanno ucciso più di 25 soldati turchi in diversi attacchi nel sud della provincia turca di Hakkari. E’ stata la prima violenza transfrontaliera in cinque anni, tra le truppe turche e i guerriglieri curdi che secondo la Turchia si rifugiano nel nord dell’Iraq”. Per saperne di più.
La recente opposizione turca alla lotta della Siria contro i gruppi terroristici dentro e lungo i suoi confini, darà ai nemici di Ankara la possibilità di sfruttare ulteriormente la lotta per l’indipendenza curda contro gli interessi turchi. Su un altro livello internazionale, il comportamento della Turchia, in particolare da membro della NATO, potrebbe essere citato da nazioni come il Pakistan riguardo le incursioni transfrontaliere della NATO dall’Afghanistan. Se la Turchia può abbattere aerei militari siriani che combattono i terroristi di al-Qaida che apertamente dilagano dal suo territorio, perché il Pakistan non potrebbe fare pressione sulla NATO che compie attacchi assai più ambigui contro obiettivi nel territorio pakistano?

Ultimo sussulto
Legittimità e reputazione dell’occidente soffrono direttamente dell’ipocrisia sistematica e sempre più palese che ostenta. Incapace di rispettare le norme che ha stabilito nell’assai presunto ordine globale che guida, scuotendo la fiducia di coloro che si aspettano di trovarci il loro posto. Mentre tale ipocrisia si manifesta con invasioni, occupazioni, terrorismo, cambio di regime, destabilizzazione politica ed economica, nonché propaganda sfacciata delle enormi società mediatiche dell’Occidente, il mondo cercherà un ordine totalmente diverso. L’insistenza occidentale nella sua campagna ad oltranza siriana, invece di riconoscere la sconfitta e cambiare passo, assicura che questa sia una delle sue ultime avventure. Mentre manda truppe e ascari ovunque ad immischiarsi in nome dei suoi interessi particolari, l’occidente dovrà fare a meno di supporto autorevole, legittimità o giustificazione morale o altrimenti. I fatti sul terreno combinato con la concessione occidentale ai trucchi propagandistici piuttosto che a un successo effettivo in Siria, indica che quest’ultima spinta a Lataqia nel nord, e a Dara nel sud, finirà come tutte le altre spinte, nella sconfitta dei fantocci dell’occidente e con l’esercito siriano che si avvicina sempre più alla vittoria totale.

1514615Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta dell’Arabia Saudita in Siria

Ghaleb Kandil Tendenze d’Oriente No. 173, 10 febbraio 2014 Settimanale di informazioni e analisi specializzato nelle questioni  dell’Oriente arabo. New Orient News (Libano) – Global Research, 10 febbraio 2014

saudi-paki-dollar-terrorL’opposizione siriana subisce lo shock dell’avanzata dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo, nella provincia di Damasco e di Homs, mentre il processo di riconciliazione, che restaura il potere dello Stato nelle zone colpite dai gruppi taqfiristi, si diffonde dalla capitale. Nel frattempo, l’opposizione nella penisola arabica spiega le ragioni del regio decreto sui terroristi sauditi in Siria. L’opposizione saudita ha rivelato che il regime saudita ha ricevuto l’avvertimento dagli Stati Uniti che il governo siriano ha presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una quantità enorme di documenti e relazioni sul coinvolgimento saudita nel sostegno diretto al terrorismo in Siria. Funzionari degli Stati Uniti hanno avvertito Riyadh che la Russia può contare su questi dati per sostenere la richiesta della Siria di adottare sanzioni contro tutti i governi coinvolti nel sostegno al terrorismo. Hanno aggiunto che Washington non potrà opporsi a tale approccio perché la lotta al terrorismo è una priorità della sua politica ufficiale, e qualsiasi tentativo di bloccarla potrebbe avere gravi conseguenze: 1 – il deterioramento delle relazioni con la Russia, 2- indebolimento della cooperazione internazionale con i servizi d’intelligence degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, che potrebbe portare lo spettro del terrorismo sul suolo statunitense. Per queste ragioni gli Stati Uniti hanno chiesto a Riyadh di adottare misure che diano l’impressione che il regno combatta il terrorismo. Ciò faciliterà gli sforzi degli Stati Uniti volti a recuperare il ruolo regionale dell’Arabia Saudita e a contenere l’impatto del fallimento saudita-statunitense nella distruzione dello Stato siriano.
Il regio decreto è stato integrato dall’annuncio dell’ambasciata saudita ad Ankara di essere disposta ad aiutare i combattenti estremisti sauditi in Siria a tornare a casa. L’ordine del re Abdullah bin Abdul Aziz e la dichiarazione della sua ambasciata in Turchia, costituiscono un’ammissione della presenza di ufficiali e istruttori, membri dei servizi di sicurezza e della guardia nazionale del regno saudita in Siria. L’ambasciatore siriano all’ONU, Bashar al-Jafari, ha annunciato che numerosi detenuti sauditi sono in mano ai servizi governativi siriani. Secondo informazioni attendibili, sarebbero 800. Alcuni analisti ritengono che il regio decreto sia un ordine di rimpatrio inviato ai soldati sauditi spediti dalla dinastia dei Saud a combattere con i gruppi terroristici, e un invito ai taqfiristi a continuare a combattere invece di rientrare, dove si prenderebbero 30 anni di prigione. E’ in tale contesto che si avrà la visita, a fine marzo in Arabia Saudita, di Barack Obama. Informazioni e articoli della stampa sulla visita indicano che il principale obiettivo del presidente degli Stati Uniti è ridistribuire le posizioni nel regime saudita dopo la sconfitta in Siria. Fonti USA affermano che le missioni del capo dei servizi segreti, principe Bandar bin Sultan, e del ministro degli Esteri Saud al-Faisal, sono in procinto di terminare ufficialmente. Le consultazioni svoltesi tra Riyadh e Washington sulle nuove nomine a posizioni chiave richiedono dei decreti. I media statunitensi hanno riferito che re Abdullah avrebbe favorito la nomina dell’ambasciatore negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, a capo dei servizi segreti, mentre suo figlio, Abdel Aziz bin Abdullah al-Saud, succederebbe a Faisal. I conflitti nella famiglia regnante s’intensificano nella lotta di successione alla morte di re Abdullah, la cui scomparsa, secondo molti esperti, potrebbe far emergere le contraddizioni ed innescare una guerra tra i principi di seconda generazione. Gli osservatori dicono che il parere di Barack Obama sarà determinante nella redistribuzione dei ruoli nella famiglia reale, come raccomandato dai servizi segreti statunitensi.
Detto questo, gli esperti sostengono che la proposta degli Stati Uniti, inviata alla Russia, di organizzare un incontro regionale a margine della Conferenza di Ginevra II, ha come principale obiettivo aiutare l’Arabia Saudita a sfuggire alle conseguenze delle sue azioni in Siria. Gli Stati Uniti hanno proposto una riunione tra esperti di Iran, Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia. Il rifiuto dell’Iran ha deluso gli Stati Uniti che sperano di far assorbire il fallimento saudita cercando d’anticipare i mutamenti sul terreno siriano. Soprattutto le prossime settimane porteranno nuove conquiste dell’Esercito Arabo Siriano, con un nuovo mutamento della situazione in suo favore. La confessione del segretario di Stato John Kerry sui cambiamenti favorevoli al Presidente Bashar al-Assad non è più sufficiente. Questi cambiamenti sul terreno apriranno la strada alla rielezione del Presidente Assad a un nuovo mandato, il primo dalla stesura della nuova Costituzione. C’è una grande differenza tra i vincitori, che sanno quel che vogliono ed esprimono la volontà popolare, e i fantocci che statunitensi, sauditi e turchi cercano al loro meglio di rappattumare per avere, invano, un interlocutore credibile.
La sconfitta dei Saud in Siria assesterà il colpo decisivo al regno di sabbia, già scosso da profonde crisi interne.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Intrighi a Ginevra II

Igor Pankratenko (Russia) Iran.ru 25 gennaio 2014

526113225_18255793“L’idea di Montreux”, l’idea d’impegnarsi in un processo di pace e nel dialogo nazionale in Siria con la mediazione internazionale, è morta prima che potesse nascere. Un intrigo brutto, che coinvolge il Segretario generale delle Nazioni Unite e l’impiego di cavilli insignificanti come ritardare l’aereo della delegazione siriana ad Atene, tutto ciò offre motivo di ritenere che la coalizione antisiriana non voglia il dialogo, ma la guerra. E il punto chiave dei maggiori giocatori in questa coalizione, Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita, è l’assoluta necessità d’escludere Russia e Iran quali co-sponsor del processo di pace nella regione. Lo scenario della conferenza di Ginevra 2, o meglio, la scenografia del fallimento della conferenza, è stata scritta a Washington. Ban Ki-moon non ha fatto che adempiere obbediente al ruolo di capo di un’organizzazione che dipende dagli Stati Uniti per il 22% del bilancio. Le azioni del Segretario generale delle Nazioni Unite sono state uno splendido esempio di successo della politica statunitense nel trasformare l’ONU in una “organizzazione fantoccio”, obbediente alla volontà del suo primo finanziatore. I media occidentali che sostengono che la decisione di Ban Ki-moon di revocare l’invito di Teheran fu presa “su pressione dell’opposizione siriana” e che l’opposizione “fa pressioni sulle Nazioni Unite” con un ultimatum al Segretario generale di sei ore per revocare l’invito a Teheran, mentono sfacciatamente. Ma poi di nuovo, l’intrigo a Ginevra II viene soffuso di bugie. Il portavoce ufficiale del Segretario generale, Martin Nesirky, afferma che la decisione d’invitare l’Iran a Montreux non fu preso frettolosamente ma dopo lunghe consultazioni con i funzionari degli Stati Uniti. “So per certo che non poteva essere una sorpresa per le autorità statunitensi. Non era affrettata, ed erano pienamente consapevoli della tempistica dell’invito.” Inoltre, secondo lo stesso Martin Nesirky, consultazioni si sono tenute lo scorso fine settimana, per qualche giorno o una settimana prima, da parte di statunitensi e russi sulla partecipazione dell’Iran alla conferenza. Tuttavia, anche senza queste confessioni spontanee è perfettamente chiaro che l'”ultimatum” dell’opposizione siriana non ha nulla a che farci. Prima di tutto, in occasione della riunione dell’Assemblea Generale della Coalizione Nazionale della Rivoluzione e delle Forze d’opposizione siriane di Istanbul, 58 dei 73 membri del consiglio direttivo  decisero di partecipare alla conferenza di Ginevra II, pur pienamente consapevoli che l’Iran fosse già stato invitato. E in secondo luogo, chi sono coloro che dettano condizioni alle Nazioni Unite? Semplici burattini dell’occidente il cui compito è leggere ad alta voce ciò che i loro sceneggiatori gli hanno scritto. Questo è il motivo per cui è più importante capire cosa abbia spinto gli sceneggiatori di Washington ad avere colloqui seri sui “rappresentanti dell’opposizione siriana” presenti alla conferenza, anche se non hanno il sostegno di nessuno.

Gli sceneggiatori della Casa Bianca
Riguardo la partecipazione dell’Iran alla conferenza, le manovre di Washington sono contorte e confuse come al solito. Il segretario di Stato Kerry insisteva che la partecipazione di Teheran avrebbe svolto un ruolo costruttivo nel dialogo per la pace, per poi avanzare condizioni, affermando che Teheran doveva prima “accettare pubblicamente il comunicato di Ginevra“, un riferimento al comunicato finale del Gruppo di Azione per la Siria, adottato il 30 giugno 2012 cui Russia e Stati Uniti hanno contribuito. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha opportunamente ricordato al suo omologo statunitense che “se lo stesso criterio, vale a dire l’obbligo di indicare pubblicamente e in modo indipendente, ‘condivido pienamente gli obiettivi del comunicato di Ginevra’, venisse applicato agli altri invitati, sarei per esempio tutt’altro certo di poterlo fare.” E in effetti, la situazione nel giugno 2012 era completamente diversa da quella attuale. Nel 2012 era ancora possibile parlare di conflitto interno in Siria, anche se con presenze straniere che alimentavano le fiamme della guerra, come si vedeva chiaramente anche allora. Non c’è una guerra civile in Siria oggi! Ma l’intervento armato esterno di “jihadisti” e radicali sunniti, e l’aggressione dell'”internazionale terrorista” che usa collaboratori locali per opporsi allo Stato sovrano.
Sarebbe troppo semplice accusare Washington di “miopia politica” o dire, come molti esperti, che “la situazione nell’opposizione siriana è complicata” e che Washington non ha “scelto chi sosterrà.” Ma sarebbe una bugia. L’amministrazione Obama ha costantemente perseguito e continua a perseguire il rovesciamento di Bashar al-Assad. La sua rimozione dal potere e l’occupazione di Damasco con forze vicine all’occidente (o del suo alleato strategico Riyadh) è un punto chiave della politica statunitense nella “questione siriana”. E la sostituzione della segretaria di Stato Hillary Clinton con John Kerry non ha avuto assolutamente alcun effetto su tale politica. La Siria è la pietra angolare della politica di Washington in Medio Oriente oggi. Le favole sui piani statunitensi per “ritirarsi” dal Medio Oriente erano ingenue o semplicemente disoneste. Non si abbandona qualcosa come un “investimento” di 8000 miliardi di dollari, versato solo dalle monarchie mediorientali dal 1976, soprattutto per una sciocchezza come la mancanza di competenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Il complesso militare-industriale e le élite finanziarie statunitensi controllavano il prezzo del petrolio, dominando il Golfo Persico e il Canale di Suez e proteggendo le “vacche sacre” USA, Israele e monarchie del Golfo. E nessuno a Washington è in procinto di mollare i frutti faticosamente raccolti per decenni.

Tenere sotto controllo l’Iran ed espellere la Russia dal Medio Oriente
E’ un’altra questione che gli strumenti della politica estera cambino. Riconoscendo il fatto assai spiacevole che la Repubblica islamica non è stata soffocata dal cappio delle “sanzioni paralizzanti” e che la politica estera proclamata dal presidente russo si basa su valori tradizionali, come il rispetto per la sovranità, la considerazione per le idiosincrasie nazionali e l’inammissibilità dell'”esportazione della democrazia”, Washington ha cambiato tattica. Una “guerra per procura” viene combattuta in Siria, in cui il ruolo principale è svolto dai partner strategici degli USA, principalmente Riyadh. Parigi, sotto la presidenza di Hollande, ha perso la visione oggettiva dei propri interessi nazionali e sembra farsi illudere dal miraggio di reimporre il protettorato francese in Africa e Medio Oriente, intendendo intervenire più attivamente nella lotta contro Damasco. Ma ciò non significa che Washington sia da meno nella coalizione anti-siriana. Gli Stati Uniti si sono prefissati degli obiettivi strategici, in primo luogo proteggere la coalizione antisiriana e le bande terroristiche utilizzate internazionalmente dal gruppo, e secondo, bloccare qualsiasi attività regionale di Teheran e Mosca. In realtà, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 vi è stato un tacito accordo sugli sforzi congiunti di Russia e Stati Uniti per risolvere la crisi siriana. La Russia ha accettato il compito di garantire che Bashar al-Assad fosse pronto al dialogo con l’opposizione, così come a collaborare a una linea costruttiva con Teheran. La Russia ha contratto i suoi obblighi al 100% che, per inciso, includono la promozione di Mosca del principio della partecipazione attiva dell’Iran al processo siriano. L’azione congiunta di Russia e Iran verso la Siria è un vivido esempio per Washington del pericolo di tale partnership strategica. E così, con il pretesto dei tentativi congiunti di trovare una soluzione, Washington ha effettivamente lanciato un’operazione  speciale per eliminare Mosca, Teheran e altri co-sponsor del processo siriano.
Un ruolo altrettanto importante è stato assegnato a Washington in conformità agli accordi raggiunti. Questi consistono, prima di tutto, nel limitare l’intervento di Turchia e Arabia Saudita, e poi nel “spingere” l’opposizione siriana al dialogo che, quasi sempre, dipende finanziariamente da Stati Uniti ed alleati. Di conseguenza, Washington non ha adempiuto a nessuno dei suoi impegni.  Inoltre, in un solo anno l’opposizione è stata trasformata da forza laica a una fondamentalista. In larga misura, l’attuale conflitto nell’opposizione indica che i jihadisti impongono il controllo sui canali dei rifornimenti di fondi e armi, in precedenza destinati all’opposizione “laica”. Le oscure storie sugli “improvvisi sequestri” dai jihadisti di scorte e armi sono ancora un’altra bugia dell'”intrigo di Montreux.” Nessuna persona razionale avrebbe inviato rifornimenti senza garantirsi che finissero nelle “mani giuste”. Quando si invia qualcosa in piena fiducia, come merci che saranno sequestrate, c’è qualcos’altro.

Le lezioni di Montreux
Cosa possiamo aspettarci dalla conferenza di Montreux? Niente di buono. Al meglio sarà un evento puramente cerimoniale che non risolverà nulla e non farà nulla per impedire lo spargimento di sangue in Siria. Nel peggiore dei casi, data la maggioranza aggressiva e d’obbedienza filo-USA che sarà assemblata nella conferenza, la coalizione anti-siriana avrà il riconoscimento della legittimità dell’aggressione contro Damasco. Non è un caso che Kerry abbia categoricamente dichiarato: “A tutti coloro che cercano di riscrivere questa storia o confondere le acque, mi si permetta di affermare ancora una volta a cosa serve Ginevra II. Deve avviare il processo essenziale per la formazione di un governo di transizione dai pieni poteri esecutivi, stabilito per mutuo consenso“. Cioè, continuare lo spargimento di sangue, nessun dialogo per la pace, né sospensione dell’intervento estero e dell’infiltrazione dei terroristi, ma solo il rovesciamento di Assad! Le conclusioni inequivocabili e molto ragionevoli cui si arriva, che possono essere definite “lezioni di Montreux.” Prima di tutto, chi prende seriamente le dichiarazioni di Washington sulla sua disponibilità a “normalizzare” i rapporti con l’Iran e allentare il regime delle sanzioni, consentendo così a Teheran di diventare un garante della stabilità in Medio Oriente, dovrebbe urgentemente sbarazzarsi di tale illusione: Washington non intende “normalizzare” nulla. La distruzione della Siria è solo un passo nella strategia a lungo termine degli Stati Uniti per consolidare la propria egemonia nel Medio Oriente, basata su Israele, monarchie del Golfo e regimi leali agli Stati Uniti a Cairo, e come contratta la Casa Bianca, a Baghdad. Una volta che tale strategia sarà completata, Teheran sarà costretta ad uscire sia dall'”Arco sciita” che dalla regione nel complesso.
La seconda politica mediorientale degli USA punta a sradicare la presenza regionale di Paesi che gli Stati Uniti vedono come concorrenti, Russia, Iran e Cina. In realtà, si voglia ammetterlo o no, tutta l’azione di Washington contro la Siria è permeata dall’idea del confronto con la Russia. La Casa Bianca è ora apertamente indifferente alle vere minacce poste dalla destabilizzazione regionale, dal rafforzamento dei “jihadisti”, e dalla creazione di una “economia di guerra” che trasforma l’instabilità e il narcotraffico in un’essenziale fonte di reddito. “Assad è peggio di al-Qaida.” Ma lui non è così terribile di per se, ma perché è un alleato dell’Iran e della Russia. Così, “Assad deve andarsene.” I disaccordi tra Mosca e Washington sul conflitto in Siria producono conseguenze estremamente gravi e del tutto inattese, anche se i mass media e l’élite politica occidentali non ne vogliono prendere atto. Vladimir Putin è riuscito a diventare il politico di maggior successo nel mondo, mentre il presidente Barack Obama perde popolarità assieme alla fiducia negli USA in Medio Oriente. Alcune elite politiche occidentali si soffermano sulla proposizione che “i russi puntano al Medio Oriente” e di conseguenza l’occidente e i suoi partner strategici in Medio Oriente hanno già etichettato il non ancora definitivamente stabilito asse “Mosca – Teheran – Pechino” un nemico da combattere con ogni mezzo, dagli intrighi alla provocazione finale…

geneva-2
Tradotto dal russo da Oriental Review

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia punta al petrolio della Siria nel Mediterraneo orientale

F. William Engdahl, RussiaToday, 20 gennaio 2014 – Nsnbc

La guerra per il controllo della Siria, che in realtà attualmente riguarda contemporaneamente anche altro, ha una forte motivazione nella guerra occulta su chi controllerà i giganteschi giacimenti di petrolio e gas scoperti recentemente nella regione.

oil_gas_pipelines_mapOra la Russia ha appena stipulato un importante contratto con il governo siriano. Ciò avviene dopo che il presidente Obama ha brillantemente trovato il modo di salvare la faccia tirandosi fuori da un’indesiderata azione militare contro la Siria concordando un accordo con il presidente siriano Bashar Assad per rimuovere dal Paese le armi chimiche. Indipendentemente dal fatto che Assad resti il presidente, la Russia detiene i diritti di esplorazione e sviluppo di una parte importante delle acque al largo della Siria. Il 25 dicembre il ministro del Petrolio siriano Sulayman Abu Mazin, a nome del governo siriano, firmava un contratto di 25 anni con la società russa SojuzNefteGaz per la prospezione petrolifera nelle acque territoriali del Paese mediorientale sul Mediterraneo. SojuzNefteGaz è guidata dall’ex ministro dell’energia russo Jurij Shafranik, e il suo principale azionista è la Banca centrale della Russia. Fu fondata nel 2000 “per rafforzare la cooperazione economica con i Paesi dell’ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa”, secondo RIA Novosti. Ha anche piani in Iraq e Uzbekistan. L’accordo siriano fa parte della strategia regionale a lungo termine di Putin, in altre parole. Il nuovo accordo copre un’area di 2188 chilometri quadrati che si estende a sud della città di Tartus, dove la Russia ha anche la sua unica base navale nel Mediterraneo. I diritti si estendono fino a Banias e a circa 45 miglia nella zona economica esclusiva siriana sul Mediterraneo. La società russa è coinvolta da numerosi anni nei progetti petroliferi onshore in Siria. L’assalto all’energia nel Mediterraneo. Con il passo per sviluppare il potenziale energetico offshore della Siria, la Russia rafforza la propria rapida e veloce corsa a sviluppare ciò che si stimano essere giacimenti di idrocarburi paragonabili a più regioni delle dimensioni dell’Arabia Saudita. Uno sguardo sulla mappa della regione sarebbe rivelatrice. Da quando si è scoperto la presenza significativa di gas al largo, nel 2010, Israele è divenuto un importante attore nello sviluppo degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale, come anche Cipro, che s’è visto confermare dei propri significativi giacimenti di gas, mentre l’esplorazione off-shore del Libano è stata interrotta (cosa comoda per certi rivali), dalla guerra in Siria, come anche l’esplorazione su petrolio e gas della Siria.
Nel 2009, l’emiro del Qatar si recò a Damasco per negoziare un accordo con il Presidente Bashar Assad sul gasdotto del Qatar dall’enorme giacimento di gas offshore North Dome, contiguo con il giacimento di South Pars nelle acque iraniane del Golfo Persico e condiviso tra i due Paesi. Il giacimento South Pars/North Dome è il più grande giacimento di gas del mondo, condiviso tra Iran e Qatar. Il Qatar, è già il più grande produttore di gas naturale liquefatto (GNL) del mondo, diretto soprattutto al mercato asiatico, ma che vuole avere accesso diretto al fiorente mercato del gas europeo. La proposta del Qatar ad Assad era costruire un gasdotto che trasportasse il gas del Qatar attraverso Siria e Turchia, stretto alleato del Qatar. Assad rifiutò citando le forti relazioni energetiche della Siria con la Russia. Nel marzo 2011, Assad firmò un accordo su un altro gasdotto: questa volta con l’arcinemico del Qatar, l’Iran. Il Qatar è fondamentalista sunnita ed ospita i radicali Fratelli musulmani. L’Iran è fondamentalista sciita e l’Iraq è governato da un primo ministro sciita. Sia l’Iran che l’Iraq appoggiano Assad nella guerra per il controllo della Siria. Il gasdotto iraniano collegherebbe il suo giacimento del Golfo Persico al Mediterraneo attraversando Iraq e Siria. Non appena s’è asciugato l’inchiostro per il gasdotto Iran-Iraq-Siria, una guerra terroristica su vasta scala, finanziata dal Qatar per miliardi di dollari, è esplosa in Siria. Ora la Russia è intervenuta, dopo il fallimento di Qatar, Arabia Saudita e Turchia nel rovesciare il regime di Assad e sostituirlo con un regime fondamentalista wahabita saudita o uno fondamentalista salafita dei Fratelli musulmani, che  avrebbero concluso accordi con Arabia Saudita o Qatar, e non con la Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria non ha intenzione di sacrificare la propria indipendenza al diktat e al terrorismo esteri

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 19 gennaio 2014

1004644Vale la pena ricordare che questa settimana è una normale settimana di devastazioni caotiche scatenate dalle potenze del Golfo e occidentali. Turchia e Pakistan sono ugualmente responsabili. Pertanto, le stesse forze destabilizzanti non hanno alcun motivo di parlare di pace, giustizia, libertà, prosperità e così via. Al contrario, le stesse nazioni continuano a volere morte e distruzione nel caos da esse collettivamente promosso. Prima dell’ingerenza estera, la Siria del Presidente Bashar al-Assad era una nazione in cui diverse fedi religiose coesistevano e dove le donne avevano una libertà ineguagliata nella feudale e barbara Arabia Saudita. Infatti, tutte le principali potenze del Golfo e occidentali prima di destabilizzare la Siria avevano crescenti rapporti con questa nazione, lo stesso vale per la Turchia. Tuttavia, la mania di potenza delle nazioni che rovesciarono Gheddafi in Libia, era così estremamente potente da bramare il sangue in Siria. Infatti, fin dal primo giorno, i cosiddetti “manifestanti pacifici” linciarono persone considerate leali al governo della Siria e attaccarono le forze armate nell’ambito del caos pianificato. Tali nazioni da subito iniziarono a finanziare settarismo, terrorismo e sedizione contro la Siria laica. Tale realtà fece sì che tutte le minoranze religiose divenissero bersaglio di forze brutali e che i sunniti filogovernativi venissero massacrati dalle forze settarie e terroristiche dell’opposizione.
Nonostante tutto, le forze armate della Siria rimangono salde nella loro determinazione a difendere la sovranità e l’indipendenza della Patria. Ciò è chiaramente testimoniato dal loro sacrificio per tutti i siriani che sostengono l’indipendenza e la libertà, a prescindere dalla fede. Dopo tutto, le forze armate della Siria rappresentano l’intero mosaico della società, e chiaramente la nazione della Siria è il rifugio di coloro che fuggono dalla guerra e dal caos regionale. Pertanto, persone di tutte le fedi da Iraq, Libano e Palestina si rifugiarono nella secolare Siria per sfuggire agli intrighi di nazioni estere. Al governo siriano non è mai importato che queste persone fossero sunniti, cristiani, sciiti e così via. A differenza di Kosovo, Iraq e Libia, è del tutto evidente che la Federazione Russa abbia deluso le nazioni straniere che diffondono caos e destabilizzazione. Pertanto, il governo della Siria non è mai rimasto isolato, perché altre importanti potenze si rifiutarono di cedere all’enorme  disinformazione mediatica contro la Siria. Tuttavia, gli stessi intriganti del Golfo e occidentali sono ancora ciechi davanti la realtà, continuando a spacciare irrazionalità e disinformazione.
Essendo i colloqui di pace previsti in Svizzera, le grandi potenze occidentali lodano il Syrian National Coalition (SNC) per aver accettato di parteciparvi. Eppure, la maggior parte di questi 120 gruppi e individui non è d’accordo. Ancora più importante, sul terreno le varie forze terroristiche e settarie si massacrano a vicenda e chiaramente il SNC non può fare nulla per fermarle. Naturalmente, le stesse forze barbare sono sponsorizzate da potenze che massacrano curdi, perseguitano i cristiani, decapitano alawiti, uccidono sciiti e sunniti filo-governativi. In altre parole, il diktat estero è una farsa di enormi proporzioni perché non c’è unità nel SNC e tale movimento di ascari non controlla la pletora di forze terroristiche e settarie in Siria. Ciò significa che solo il governo siriano può avere dei colloqui veri, perché il tradimento dei lacchè stranieri non ha alcuna sostanza. Naturalmente il governo siriano comprende appieno come sia necessario trovare una soluzione politica, ma ciò può accadere solo all’interno. Le nazioni estere dalle influenze negative e i loro fantocci non hanno alcun diritto di decidere il destino della Siria. Dopo tutto, le forze armate di questo Paese continuano a sacrificarsi affinché il mosaico della Siria sopravviva accanto al ricco patrimonio di questa nazione. Le forze di opposizione taqfiriste, invece, vogliono schiacciare tutte le minoranze religiose, distruggere gli importanti santuari religiosi e la cultura indigena, proprio come i barbari taliban in Afghanistan, e schiacciare i sunniti in modo che l’Islam salafita si diffonda in tutta la Siria. In cima a ciò, i taqfiri vogliono annullare le donne e tornare indietro.
Anche prima che i colloqui inizino, il Regno Unito continua con il suo auto-allucinato mantra settario, proprio come gli USA e la Francia. Il Regno Unito, non accontentandosi di aver contribuito a scatenare le forze che scacciarono i cristiani da Timor Est, Kosovo e Iraq, adesso punta sulla Siria. William Hague, ministro degli Esteri inglese dice: “Come ho detto molte volte, qualsiasi soluzione reciprocamente concordata significa che Assad non dovrà svolgere alcun ruolo nel futuro della Siria“. In altre parole, il Regno Unito continua a sostenere un diktat e a schierarsi con le forze settarie e terroristiche. Naturalmente, Hague non riusciva nemmeno a convincere il governo inglese ad accettare l’intervento militare, ma ciò non gli impedisce di spacciare altri diktat verso la Siria.  Indipendentemente dal risultato finale che ponga fine al conflitto, iniziato dall’ingerenza negli affari interni della Siria di nazioni estere, è del tutto evidente che solo i siriani possono decidere il futuro del loro Stato nazionale. Dopo tutto, il governo della Siria s’è rifiutato di vendere l’anima ai petrodollari del Golfo e di fuggire nelle ricche nazioni straniere, a differenza dei capi del cosiddetto SNC.
John Kerry, il segretario di Stato degli USA, dice a proposito del voto del SNC che: “Questo è un voto coraggioso nell’interesse di tutto il popolo siriano, che ha sofferto così terribilmente sotto la brutalità del regime di Assad e per la continua guerra civile.” Naturalmente, ciò è ridicolo perché la cosiddetta guerra civile è dovuta a nazioni estere che supportano una pletora di settari, terroristi e sodali di al-Qaida che utilizzano le ratlines della NATO in Turchia, Libano, Giordania, Libia e così via. Se le forze armate della Siria fossero crollate, oggi la Siria sarebbe un altro Stato fallito e al-Qaida avrebbe libero campo nel diffondere ulteriormente caos. In effetti, numerosi iracheni vengono oggi uccisi perché i settari e al-Qaida inviano affiliati e armi per diffondere altro caos in Iraq. Allo stesso tempo, il caos sponsorizzato dall’estero mina il Libano, perché le forze settarie e le fazioni terroristiche accrescono la loro influenza. Infatti, mentre il governo della Siria è ancora concentrato sulla soluzione politica, è chiaro che le potenze feudali del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, sono ancora intente a sostenere il terrorismo e il settarismo. Pertanto, è essenziale che le potenze del Golfo e la Turchia abbandonino il loro sostegno al caos, in modo che la Siria trovi una soluzione politica, una volta che le forze settarie e terroristiche saranno sconfitte. Naturalmente, affinché i settari e i terroristi siano sconfitti, è essenziale che le nazioni che s’ingeriscono negativamente in Siria abbandonino la loro politica di destabilizzazione.
La strada da fare è dura per la Siria, ma per via della solida natura delle forze armate, attualmente questa nazione ospita ancora il ricco mosaico del Levante. Se le forze armate venissero sconfitte in Siria, allora questo ricco mosaico sarebbe schiacciato e la Siria diverrebbe un altro Stato fallito creato dall’ingerenza straniera. Dopo tutto, guardando oggi Kosovo, Iraq, Libia e Afghanistan non c’è molto di cui essere orgogliosi, no?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 363 follower