Washington e Riyad a un passo dalla “soluzione finale” della questione siriana

Igor Pankratenko, Strategic Culture Foundation, 28/03/2014

562316Recentemente la questione siriana è divampata ancora una volta. Accese discussioni nei circoli politici statunitensi e discorsi emotivi dei partecipanti alla conferenza della Lega Araba in Quwayt, il 25-26 marzo, non riguardano piani per la risoluzione pacifica del conflitto siriano, ma come  conquistare Damasco e rovesciare il Presidente al-Assad nel modo più efficace. La situazione in Siria, per l’opposizione militante, le bande jihadiste internazionali e i mandanti stranieri della “razza di vipere” è in un vicolo cieco. Bashar al-Assad e la sua squadra hanno elaborato una tattica efficace per resistere ai ribelli e all’intervento dei jihadisti, che consiste nel scacciare opposizione e jihadisti dalle aree strategicamente importanti e nell’attaccarne i centri logistici. In sostanza, questa è la tattica della fase finale della campagna afgana dell’URSS, quando la cosa importante non era prendere il controllo di ogni centimetro di terreno, ma ridurre le possibilità dell’avversario ad un’“accettabile minaccia terroristica”. Damasco vince in ragione delle capacità di combattimento superiori delle forze governative, dei distaccamenti di Hezbollah e delle brigate di volontari sciiti, del supporto delle truppe dell’artiglieria pesante e del dominio dell’aria. Le grandi vittorie dell’esercito siriano quando ha preso Yabrud e ripreso il controllo della gola del Qalamun non significano la fine della guerra o anche una svolta strategica, ma rendono difficile alle forze antigovernative prima di tutto di raggiungere i porti libanesi, e in secondo luogo, di accedere all’enclave sunnita di Arsal nella valle della Beqa in Libano, che i ribelli hanno trasformato nella loro base di appoggio. Gli sciiti libanesi e le forze governative hanno ora la meravigliosa opportunità di cancellare Arsal che, attraverso gli sforzi dei jihadisti, è diventata non solo la loro base logistica ma un centro per la produzione di droga e il contrabbando di armi e persone.
I successi militari di Damasco hanno infatti messo in un vicolo cieco i suoi avversari; il principe ereditario dell’Arabia Saudita, shaiq Salman bin Abdulaziz ne ha parlato emotivamente al vertice in Quwayt, con passione ha accusato il mondo intero di “tradire l’opposizione” e trasformarla in “facile preda del dittatore sanguinario”. Washington e Riyadh vedono che il cambio dell’equilibrio militare a favore dei ribelli è in un vicolo cieco. L’essenza del discorso del principe ereditario era un appello ad inviargli armi pesanti, al fine di eliminare il dominio aereo delle forze governative e la superiorità delle potenza di fuoco dell’esercito. La mappa politica del Medio Oriente cambia rapidamente e la questione dell’egemonia saudita nella regione non è più solo soddisfare le ambizioni della dinastia, ma una questione di sopravvivenza. Dopo aver convinto i suoi partner, e non tutti, a “punire” il Qatar e, quindi, dopo aver stabilito la sua leadership nel Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo (CCG), Riyadh ha bisogno di un successo rapido e serio in politica estera. La cattura di Damasco è il premio più prezioso per Riyadh, rafforzerebbe la posizione dei sauditi nel mondo arabo permettendogli d’iniziare gli altri loro progetti: creare una federazione giordano-palestinese e formare una lega antisciita dalla Penisola araba al Pakistan. Questa è la ragione della rigidità dei sauditi nel loro dialogo con Obama. Le offerte di Washington a Riyadh, sistemi di difesa missilistica contro l’Iran, un programma di riarmo, supervisione degli affari in Palestina e Paesi del Magreb, nonostante la loro attrattiva finanziaria e i dividendi politici, non sono particolarmente compatibili per la dinastia reale, in quanto sono di natura difensiva e non rispondono alla questione principale dei sauditi: “Come possiamo fermare l’avanzata dell’influenza iraniana e del ‘Risveglio’ sciita?”
L’aggressività dei sauditi, che per la sopravvivenza della dinastia hanno bisogno di una “piccola, guerra vittoriosa”, mette Obama in una posizione molto interessante. Da un lato, quasi il 46 per cento dell’arsenale chimico della Siria è stato distrutto, il che rende lo “scenario Iraq” impossibile  riguardo Damasco. L’opinione pubblica negli Stati Uniti è fortemente contraria a un intervento diretto in Siria, ciò è importante proprio prima delle elezioni congressuali di novembre, e la corsa presidenziale non è lontana. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno investito circa 2 miliardi di dollari nel rovesciamento di al-Assad. I neocon statunitensi, che hanno criticato duramente Obama per la sua indecisione sulla questione siriana, hanno perso ogni ritegno dopo la Crimea. Il ricatto e la minaccia di sanzioni contro la Russia non hanno funzionato. Ora gli statunitensi vedono la Siria come “vendetta per la Crimea” e la caduta di Damasco un’opportunità per privare Mosca di ogni posizione in Medio Oriente. La lobby saudita, dietro cui spiccano gli interessi del settore industriale militare e le multinazionali, ricatta la Casa Bianca con la minaccia di un raffreddamento serio dei rapporti tra Washington e il regno saudita. E mentre Obama in qualche modo resiste a tale ricatto, per John Kerry e le sue ambizioni presidenziali tali minacce creano numerosi problemi in futuro.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati in Siria molto più di quanto la Casa Bianca volesse. Oltre a due miliardi spesi per esportare la democrazia in Siria, ci sono altri quattro fronti della guerra non dichiarata contro Damasco, che Washington conduce sotto la copertura della retorica pacifica.
Il primo è la fornitura di armi alle forze antigovernative, con la consapevolezza del Congresso degli Stati Uniti. Il secondo è il finanziamento (il volume totale dei pagamenti da gennaio è stato di circa 3 milioni di dollari) e l’addestramento intensivo dei ribelli. Dalla fine del 2012, agenti della CIA e istruttori delle forze speciali statunitensi guidano i campi di addestramento dei ribelli nei territori di  Giordania e Turchia. L’addestramento prevede la gestione di armi pesanti, in particolare di sistemi anticarro e MANPAD. Questi campi di addestramento promuovono diverse centinaia di ribelli al mese, alcuni dei quali poi diventano istruttori dei combattenti sul territorio della Siria. Il terzo è l’invio di “aiuti non letali”, il cui volume è in crescita (attualmente quasi 80 milioni di dollari al mese) e cambia qualitativamente. Mentre all’inizio del 2013 gli “aiuti non letali” comprendevano per lo più farmaci e razioni alimentari, oggi si compone principalmente di apparecchiature per le comunicazioni, dispositivi per la visione notturna, attrezzature e veicoli. Il quarto è lo strumento preferito di Washington per esportare la democrazia: le sanzioni. A partire da ora gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione anti-siriana hanno congelato tutti i beni esteri di Damasco, ed eventuali investimenti, forniture di qualsiasi materiale e qualsiasi transazione dei prodotti petroliferi siriani sono vietati. Si deve aggiungere che tali sanzioni non si applicano ai territori sequestrati dai ribelli.
Washington è a un passo dalla decisione principale, fornire ai ribelli armi pesanti e MANPAD, così come la creazione di una no-fly zone lungo il confine turco o giordano, che diverrebbe il punto di partenza per un nuovo attacco a Damasco. La riunione dei rappresentanti dell’opposizione siriana che ha avuto luogo il 6 marzo presso l’Istanbul Wyndham Hotel è finita in una reciproca recriminazione dopo 30 minuti, durante cui Ahmad Jarba, che era stato incensato in modo eloquente al vertice della Lega Araba in Quwayt, è stato trascinato nella “discussione”; ciò tuttavia è il costo del processo di unificazione, per così dire. Secondo fonti d’intelligence occidentali, oggi circa il 70% dei gruppi dell’opposizione militante s’è “unito per contrastare congiuntamente sia il regime di al-Assad che gli islamisti”.
Obama visiterà Riyadh il 28-29 marzo. Alla fine della settimana sarà chiara quale strada gli oppositori di al-Assad hanno scelto per la “soluzione finale” della questione siriana.

1016729_La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia contro Siria: ultimo sussulto della NATO?

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 26/03/2014

1379912Le tensioni sono aumentate ancora una volta lungo il confine siriano-turco con mentre la Turchia abbatte un aereo da guerra siriano e terroristi appoggiati dalle truppe turche oltrepassano il confine verso la costa occidentale della Siria, nella provincia di Lataqia. Il rinnovato vigore della Turchia sembra essere in parte il risultato della pressione esercitata sul primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan la folla sostenuta dagli USA che occupa le piazze da mesi cercandone l’estromissione. Citando Reuters e riportando AFP, l’articolo di RT, “La Turchia abbatte un jet siriano vicino al confine ‘per la violazione dello spazio aereo‘”, osserva che: “Il jet dall’aeronautica siriana è stato abbattuto nei pressi del valico di Qasab, nella provincia di Lataqia, dove aspri combattimenti tra le forze siriane e i ribelli armati si svolgono da tre giorni, secondo la Reuters”. E che: “La dichiarazione (dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche) nota che il jet è stato abbattuto a “1200 metri a sud del confine in territorio siriano nella regione di Qasab“, aggiungendo che le guardie di frontiera turche “hanno osservato la sua caduta“. L’aereo abbattuto durante lo svolgimento di raid aerei contro i militanti che attraversano il confine turco-siriano e persino rientrano in territorio siriano, suggerisce che non solo la Turchia ha ingiustificatamente colpito un aereo da guerra siriano sapendo che non era una minaccia, ma l’ha fatto fornendo supporto antiaereo ai terroristi riconosciuti tali a livello internazionale e che ospita sul proprio territorio. Inoltre, è stato riportato che il cugino del presidente siriano Bashar al-Assad, Hilal al-Assad, è stato ucciso negli scontri a Lataqia insieme a molti altri combattenti della milizia di difesa, mentre combatteva contro i terroristi di al-Qaida, al-Nusra. Reuters, nell’articolo “il cugino di Assad ucciso a Lataqia nello scontro con i ribelli siriani“, afferma: “…Hilal al-Assad, capo locale della Forza di Difesa Nazionale, e sette dei suoi combattenti, sono stati uccisi negli scontri con il Fronte al-Nusra e altre brigate islamiste”. Mentre la notizia della morte di Hilal al-Assad sarà sfruttata dall’occidente per il suo valore propagandistico, si deve ricordare che la guerra per procura dell’occidente è contro la nazione della Siria, non contro una particolare famiglia o anche il governo della Siria. La Siria ha  istituzioni e quando i leader vengono rimossi, nuovi leader ne prendono il posto, proprio come fu  illustrato dall’assassinio/attentato a Damasco del luglio 2012. La morte di Hilal al-Assad temprerà ulteriormente la volontà dei siriani nella lotta contro le violenze sostenute dall’estero.

L’offensiva di Lataqia è l'”ultimo sussulto” della grande campagna terroristica
La battaglia presso Lataqia rientra in ciò che sembra essere una grande manovra a tenaglia filo-occidentale sulla Siria. L’altro fronte, chiamato “Fronte del Sud” dall’occidente, comprende presumibilmente 49 fazioni terroristiche che operano lungo il confine siriano-giordano vicino alla città di Dara. L’operazione include il supporto materiale continuo da Arabia Saudita e Stati Uniti, e dispone di una campagna di PR per ritrarre gli estremisti settari come “laici” e “pro-democrazia”. Sulla creazione del “Fronte del Sud”, la Carnegie Endowment for International Peace ha persino dichiarato sul suo articolo: “Il ‘Fronte del Sud’ esiste?” che: “Piuttosto che un’iniziativa dei ribelli stessi, sono gli ufficiali stranieri che hanno sollecitato i comandanti ribelli a firmare una dichiarazione attestante la loro opposizione all’estremismo, dicendo che è precondizione per avere altri armi e denaro. Dato che i mendicanti non possono essere schizzinosi, i comandanti hanno scrollato le spalle e firmato, senza dichiarare una nuova alleanza ma aiutando i funzionari statunitensi a spuntare tutte le caselle giuste nei loro rapporti, sperando che ciò apra un’altra cassa di fucili”. Tuttavia, nonostante il rinnovato vigore retorico, l’occidente ha diretto un torrente di denaro, armi, attrezzature e anche combattenti stranieri oltre i confini della Siria fin dal 2011, ma senza alcun risultato. L’avanzata irreversibile delle forze di sicurezza siriane contro questo torrente, indica che la strategia occidentale ha fallito l’obiettivo ultimo del cambio di regime, e avrebbe fallito anche nell’indebolire sufficientemente la Siria in vista di un attacco sempre più improbabile all’Iran. I tentativi per tutto il 2013 di giustificare l’intervento militare occidentale diretto sono falliti, ma il fatto che siano state tentate, in primo luogo indica il fallimento delle forze legate all’occidente nel sopraffare militarmente la Siria o anche di controllare territorio abbastanza a lungo per ritagliarsi le tanto desiderate “zone cuscinetto” della NATO, con cui sperava di proiettare un supporto militare ancor più profondo in Siria.

L’ipocrisia della Turchia ne espone la disperazione
L’abbattimento di un aereo siriano che si sapeva colpiva i terroristi, intenzionalmente ricoverati nel territorio della Turchia, è problematico per diversi motivi. In primo luogo, questi militanti che s’infiltrano in Siria dalla Turchia sono apertamente identificati come Fronte al-Nusra di al-Qaida dal suddetto articolo di Reuters; al-Nusra è un’organizzazione terroristica denunciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rendendo così il governo turco colpevole di violazione delle leggi degli Stati Uniti e del diritto internazionale. In secondo luogo, in quanto membro della NATO da decenni, il ruolo della Turchia in favore dei terroristi di al-Qaida, ospitandoli nel suo territorio, fornendogli supporto materiale e coordinandone le attività militari anche con la sua forza aerea, durante quest’ultima incursione nella vicina Siria, il tutto mentre la NATO presumibilmente combatte “al-Qaida” in Afghanistan, illustra ulteriormente la profonda ipocrisia turca non solo in politica estera, ma mina profondamente la legittimità della NATO e della politica estera di ogni suo membro. Inoltre, l’insistenza della Turchia, secondo cui la Siria non ha il diritto di inseguire i terroristi vicino od oltre i suoi confini, ne compromette la vecchia politica di perseguire i curdi vicino e oltre i suoi confini. Di recente, nel 2011, proprio mentre rimproverava la Siria che combatte i terroristi, la Turchia inviava truppe e aerei da guerra oltre la frontiera con l’Iraq, alla “ricerca” di “ribelli curdi”. McClatchy ha riportato nell’articolo, “La Turchia invade l’Iraq dopo che i ribelli curdi hanno ucciso 26 soldati turchi”, che: “La Turchia ha inviato truppe e aerei da combattimento in Iraq, “inseguendo” i ribelli curdi che hanno ucciso più di 25 soldati turchi in diversi attacchi nel sud della provincia turca di Hakkari. E’ stata la prima violenza transfrontaliera in cinque anni, tra le truppe turche e i guerriglieri curdi che secondo la Turchia si rifugiano nel nord dell’Iraq”. Per saperne di più.
La recente opposizione turca alla lotta della Siria contro i gruppi terroristici dentro e lungo i suoi confini, darà ai nemici di Ankara la possibilità di sfruttare ulteriormente la lotta per l’indipendenza curda contro gli interessi turchi. Su un altro livello internazionale, il comportamento della Turchia, in particolare da membro della NATO, potrebbe essere citato da nazioni come il Pakistan riguardo le incursioni transfrontaliere della NATO dall’Afghanistan. Se la Turchia può abbattere aerei militari siriani che combattono i terroristi di al-Qaida che apertamente dilagano dal suo territorio, perché il Pakistan non potrebbe fare pressione sulla NATO che compie attacchi assai più ambigui contro obiettivi nel territorio pakistano?

Ultimo sussulto
Legittimità e reputazione dell’occidente soffrono direttamente dell’ipocrisia sistematica e sempre più palese che ostenta. Incapace di rispettare le norme che ha stabilito nell’assai presunto ordine globale che guida, scuotendo la fiducia di coloro che si aspettano di trovarci il loro posto. Mentre tale ipocrisia si manifesta con invasioni, occupazioni, terrorismo, cambio di regime, destabilizzazione politica ed economica, nonché propaganda sfacciata delle enormi società mediatiche dell’Occidente, il mondo cercherà un ordine totalmente diverso. L’insistenza occidentale nella sua campagna ad oltranza siriana, invece di riconoscere la sconfitta e cambiare passo, assicura che questa sia una delle sue ultime avventure. Mentre manda truppe e ascari ovunque ad immischiarsi in nome dei suoi interessi particolari, l’occidente dovrà fare a meno di supporto autorevole, legittimità o giustificazione morale o altrimenti. I fatti sul terreno combinato con la concessione occidentale ai trucchi propagandistici piuttosto che a un successo effettivo in Siria, indica che quest’ultima spinta a Lataqia nel nord, e a Dara nel sud, finirà come tutte le altre spinte, nella sconfitta dei fantocci dell’occidente e con l’esercito siriano che si avvicina sempre più alla vittoria totale.

1514615Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta dell’Arabia Saudita in Siria

Ghaleb Kandil Tendenze d’Oriente No. 173, 10 febbraio 2014 Settimanale di informazioni e analisi specializzato nelle questioni  dell’Oriente arabo. New Orient News (Libano) – Global Research, 10 febbraio 2014

saudi-paki-dollar-terrorL’opposizione siriana subisce lo shock dell’avanzata dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo, nella provincia di Damasco e di Homs, mentre il processo di riconciliazione, che restaura il potere dello Stato nelle zone colpite dai gruppi taqfiristi, si diffonde dalla capitale. Nel frattempo, l’opposizione nella penisola arabica spiega le ragioni del regio decreto sui terroristi sauditi in Siria. L’opposizione saudita ha rivelato che il regime saudita ha ricevuto l’avvertimento dagli Stati Uniti che il governo siriano ha presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una quantità enorme di documenti e relazioni sul coinvolgimento saudita nel sostegno diretto al terrorismo in Siria. Funzionari degli Stati Uniti hanno avvertito Riyadh che la Russia può contare su questi dati per sostenere la richiesta della Siria di adottare sanzioni contro tutti i governi coinvolti nel sostegno al terrorismo. Hanno aggiunto che Washington non potrà opporsi a tale approccio perché la lotta al terrorismo è una priorità della sua politica ufficiale, e qualsiasi tentativo di bloccarla potrebbe avere gravi conseguenze: 1 – il deterioramento delle relazioni con la Russia, 2- indebolimento della cooperazione internazionale con i servizi d’intelligence degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, che potrebbe portare lo spettro del terrorismo sul suolo statunitense. Per queste ragioni gli Stati Uniti hanno chiesto a Riyadh di adottare misure che diano l’impressione che il regno combatta il terrorismo. Ciò faciliterà gli sforzi degli Stati Uniti volti a recuperare il ruolo regionale dell’Arabia Saudita e a contenere l’impatto del fallimento saudita-statunitense nella distruzione dello Stato siriano.
Il regio decreto è stato integrato dall’annuncio dell’ambasciata saudita ad Ankara di essere disposta ad aiutare i combattenti estremisti sauditi in Siria a tornare a casa. L’ordine del re Abdullah bin Abdul Aziz e la dichiarazione della sua ambasciata in Turchia, costituiscono un’ammissione della presenza di ufficiali e istruttori, membri dei servizi di sicurezza e della guardia nazionale del regno saudita in Siria. L’ambasciatore siriano all’ONU, Bashar al-Jafari, ha annunciato che numerosi detenuti sauditi sono in mano ai servizi governativi siriani. Secondo informazioni attendibili, sarebbero 800. Alcuni analisti ritengono che il regio decreto sia un ordine di rimpatrio inviato ai soldati sauditi spediti dalla dinastia dei Saud a combattere con i gruppi terroristici, e un invito ai taqfiristi a continuare a combattere invece di rientrare, dove si prenderebbero 30 anni di prigione. E’ in tale contesto che si avrà la visita, a fine marzo in Arabia Saudita, di Barack Obama. Informazioni e articoli della stampa sulla visita indicano che il principale obiettivo del presidente degli Stati Uniti è ridistribuire le posizioni nel regime saudita dopo la sconfitta in Siria. Fonti USA affermano che le missioni del capo dei servizi segreti, principe Bandar bin Sultan, e del ministro degli Esteri Saud al-Faisal, sono in procinto di terminare ufficialmente. Le consultazioni svoltesi tra Riyadh e Washington sulle nuove nomine a posizioni chiave richiedono dei decreti. I media statunitensi hanno riferito che re Abdullah avrebbe favorito la nomina dell’ambasciatore negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, a capo dei servizi segreti, mentre suo figlio, Abdel Aziz bin Abdullah al-Saud, succederebbe a Faisal. I conflitti nella famiglia regnante s’intensificano nella lotta di successione alla morte di re Abdullah, la cui scomparsa, secondo molti esperti, potrebbe far emergere le contraddizioni ed innescare una guerra tra i principi di seconda generazione. Gli osservatori dicono che il parere di Barack Obama sarà determinante nella redistribuzione dei ruoli nella famiglia reale, come raccomandato dai servizi segreti statunitensi.
Detto questo, gli esperti sostengono che la proposta degli Stati Uniti, inviata alla Russia, di organizzare un incontro regionale a margine della Conferenza di Ginevra II, ha come principale obiettivo aiutare l’Arabia Saudita a sfuggire alle conseguenze delle sue azioni in Siria. Gli Stati Uniti hanno proposto una riunione tra esperti di Iran, Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia. Il rifiuto dell’Iran ha deluso gli Stati Uniti che sperano di far assorbire il fallimento saudita cercando d’anticipare i mutamenti sul terreno siriano. Soprattutto le prossime settimane porteranno nuove conquiste dell’Esercito Arabo Siriano, con un nuovo mutamento della situazione in suo favore. La confessione del segretario di Stato John Kerry sui cambiamenti favorevoli al Presidente Bashar al-Assad non è più sufficiente. Questi cambiamenti sul terreno apriranno la strada alla rielezione del Presidente Assad a un nuovo mandato, il primo dalla stesura della nuova Costituzione. C’è una grande differenza tra i vincitori, che sanno quel che vogliono ed esprimono la volontà popolare, e i fantocci che statunitensi, sauditi e turchi cercano al loro meglio di rappattumare per avere, invano, un interlocutore credibile.
La sconfitta dei Saud in Siria assesterà il colpo decisivo al regno di sabbia, già scosso da profonde crisi interne.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Intrighi a Ginevra II

Igor Pankratenko (Russia) Iran.ru 25 gennaio 2014

526113225_18255793“L’idea di Montreux”, l’idea d’impegnarsi in un processo di pace e nel dialogo nazionale in Siria con la mediazione internazionale, è morta prima che potesse nascere. Un intrigo brutto, che coinvolge il Segretario generale delle Nazioni Unite e l’impiego di cavilli insignificanti come ritardare l’aereo della delegazione siriana ad Atene, tutto ciò offre motivo di ritenere che la coalizione antisiriana non voglia il dialogo, ma la guerra. E il punto chiave dei maggiori giocatori in questa coalizione, Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita, è l’assoluta necessità d’escludere Russia e Iran quali co-sponsor del processo di pace nella regione. Lo scenario della conferenza di Ginevra 2, o meglio, la scenografia del fallimento della conferenza, è stata scritta a Washington. Ban Ki-moon non ha fatto che adempiere obbediente al ruolo di capo di un’organizzazione che dipende dagli Stati Uniti per il 22% del bilancio. Le azioni del Segretario generale delle Nazioni Unite sono state uno splendido esempio di successo della politica statunitense nel trasformare l’ONU in una “organizzazione fantoccio”, obbediente alla volontà del suo primo finanziatore. I media occidentali che sostengono che la decisione di Ban Ki-moon di revocare l’invito di Teheran fu presa “su pressione dell’opposizione siriana” e che l’opposizione “fa pressioni sulle Nazioni Unite” con un ultimatum al Segretario generale di sei ore per revocare l’invito a Teheran, mentono sfacciatamente. Ma poi di nuovo, l’intrigo a Ginevra II viene soffuso di bugie. Il portavoce ufficiale del Segretario generale, Martin Nesirky, afferma che la decisione d’invitare l’Iran a Montreux non fu preso frettolosamente ma dopo lunghe consultazioni con i funzionari degli Stati Uniti. “So per certo che non poteva essere una sorpresa per le autorità statunitensi. Non era affrettata, ed erano pienamente consapevoli della tempistica dell’invito.” Inoltre, secondo lo stesso Martin Nesirky, consultazioni si sono tenute lo scorso fine settimana, per qualche giorno o una settimana prima, da parte di statunitensi e russi sulla partecipazione dell’Iran alla conferenza. Tuttavia, anche senza queste confessioni spontanee è perfettamente chiaro che l'”ultimatum” dell’opposizione siriana non ha nulla a che farci. Prima di tutto, in occasione della riunione dell’Assemblea Generale della Coalizione Nazionale della Rivoluzione e delle Forze d’opposizione siriane di Istanbul, 58 dei 73 membri del consiglio direttivo  decisero di partecipare alla conferenza di Ginevra II, pur pienamente consapevoli che l’Iran fosse già stato invitato. E in secondo luogo, chi sono coloro che dettano condizioni alle Nazioni Unite? Semplici burattini dell’occidente il cui compito è leggere ad alta voce ciò che i loro sceneggiatori gli hanno scritto. Questo è il motivo per cui è più importante capire cosa abbia spinto gli sceneggiatori di Washington ad avere colloqui seri sui “rappresentanti dell’opposizione siriana” presenti alla conferenza, anche se non hanno il sostegno di nessuno.

Gli sceneggiatori della Casa Bianca
Riguardo la partecipazione dell’Iran alla conferenza, le manovre di Washington sono contorte e confuse come al solito. Il segretario di Stato Kerry insisteva che la partecipazione di Teheran avrebbe svolto un ruolo costruttivo nel dialogo per la pace, per poi avanzare condizioni, affermando che Teheran doveva prima “accettare pubblicamente il comunicato di Ginevra“, un riferimento al comunicato finale del Gruppo di Azione per la Siria, adottato il 30 giugno 2012 cui Russia e Stati Uniti hanno contribuito. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha opportunamente ricordato al suo omologo statunitense che “se lo stesso criterio, vale a dire l’obbligo di indicare pubblicamente e in modo indipendente, ‘condivido pienamente gli obiettivi del comunicato di Ginevra’, venisse applicato agli altri invitati, sarei per esempio tutt’altro certo di poterlo fare.” E in effetti, la situazione nel giugno 2012 era completamente diversa da quella attuale. Nel 2012 era ancora possibile parlare di conflitto interno in Siria, anche se con presenze straniere che alimentavano le fiamme della guerra, come si vedeva chiaramente anche allora. Non c’è una guerra civile in Siria oggi! Ma l’intervento armato esterno di “jihadisti” e radicali sunniti, e l’aggressione dell'”internazionale terrorista” che usa collaboratori locali per opporsi allo Stato sovrano.
Sarebbe troppo semplice accusare Washington di “miopia politica” o dire, come molti esperti, che “la situazione nell’opposizione siriana è complicata” e che Washington non ha “scelto chi sosterrà.” Ma sarebbe una bugia. L’amministrazione Obama ha costantemente perseguito e continua a perseguire il rovesciamento di Bashar al-Assad. La sua rimozione dal potere e l’occupazione di Damasco con forze vicine all’occidente (o del suo alleato strategico Riyadh) è un punto chiave della politica statunitense nella “questione siriana”. E la sostituzione della segretaria di Stato Hillary Clinton con John Kerry non ha avuto assolutamente alcun effetto su tale politica. La Siria è la pietra angolare della politica di Washington in Medio Oriente oggi. Le favole sui piani statunitensi per “ritirarsi” dal Medio Oriente erano ingenue o semplicemente disoneste. Non si abbandona qualcosa come un “investimento” di 8000 miliardi di dollari, versato solo dalle monarchie mediorientali dal 1976, soprattutto per una sciocchezza come la mancanza di competenza dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Il complesso militare-industriale e le élite finanziarie statunitensi controllavano il prezzo del petrolio, dominando il Golfo Persico e il Canale di Suez e proteggendo le “vacche sacre” USA, Israele e monarchie del Golfo. E nessuno a Washington è in procinto di mollare i frutti faticosamente raccolti per decenni.

Tenere sotto controllo l’Iran ed espellere la Russia dal Medio Oriente
E’ un’altra questione che gli strumenti della politica estera cambino. Riconoscendo il fatto assai spiacevole che la Repubblica islamica non è stata soffocata dal cappio delle “sanzioni paralizzanti” e che la politica estera proclamata dal presidente russo si basa su valori tradizionali, come il rispetto per la sovranità, la considerazione per le idiosincrasie nazionali e l’inammissibilità dell'”esportazione della democrazia”, Washington ha cambiato tattica. Una “guerra per procura” viene combattuta in Siria, in cui il ruolo principale è svolto dai partner strategici degli USA, principalmente Riyadh. Parigi, sotto la presidenza di Hollande, ha perso la visione oggettiva dei propri interessi nazionali e sembra farsi illudere dal miraggio di reimporre il protettorato francese in Africa e Medio Oriente, intendendo intervenire più attivamente nella lotta contro Damasco. Ma ciò non significa che Washington sia da meno nella coalizione anti-siriana. Gli Stati Uniti si sono prefissati degli obiettivi strategici, in primo luogo proteggere la coalizione antisiriana e le bande terroristiche utilizzate internazionalmente dal gruppo, e secondo, bloccare qualsiasi attività regionale di Teheran e Mosca. In realtà, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 vi è stato un tacito accordo sugli sforzi congiunti di Russia e Stati Uniti per risolvere la crisi siriana. La Russia ha accettato il compito di garantire che Bashar al-Assad fosse pronto al dialogo con l’opposizione, così come a collaborare a una linea costruttiva con Teheran. La Russia ha contratto i suoi obblighi al 100% che, per inciso, includono la promozione di Mosca del principio della partecipazione attiva dell’Iran al processo siriano. L’azione congiunta di Russia e Iran verso la Siria è un vivido esempio per Washington del pericolo di tale partnership strategica. E così, con il pretesto dei tentativi congiunti di trovare una soluzione, Washington ha effettivamente lanciato un’operazione  speciale per eliminare Mosca, Teheran e altri co-sponsor del processo siriano.
Un ruolo altrettanto importante è stato assegnato a Washington in conformità agli accordi raggiunti. Questi consistono, prima di tutto, nel limitare l’intervento di Turchia e Arabia Saudita, e poi nel “spingere” l’opposizione siriana al dialogo che, quasi sempre, dipende finanziariamente da Stati Uniti ed alleati. Di conseguenza, Washington non ha adempiuto a nessuno dei suoi impegni.  Inoltre, in un solo anno l’opposizione è stata trasformata da forza laica a una fondamentalista. In larga misura, l’attuale conflitto nell’opposizione indica che i jihadisti impongono il controllo sui canali dei rifornimenti di fondi e armi, in precedenza destinati all’opposizione “laica”. Le oscure storie sugli “improvvisi sequestri” dai jihadisti di scorte e armi sono ancora un’altra bugia dell'”intrigo di Montreux.” Nessuna persona razionale avrebbe inviato rifornimenti senza garantirsi che finissero nelle “mani giuste”. Quando si invia qualcosa in piena fiducia, come merci che saranno sequestrate, c’è qualcos’altro.

Le lezioni di Montreux
Cosa possiamo aspettarci dalla conferenza di Montreux? Niente di buono. Al meglio sarà un evento puramente cerimoniale che non risolverà nulla e non farà nulla per impedire lo spargimento di sangue in Siria. Nel peggiore dei casi, data la maggioranza aggressiva e d’obbedienza filo-USA che sarà assemblata nella conferenza, la coalizione anti-siriana avrà il riconoscimento della legittimità dell’aggressione contro Damasco. Non è un caso che Kerry abbia categoricamente dichiarato: “A tutti coloro che cercano di riscrivere questa storia o confondere le acque, mi si permetta di affermare ancora una volta a cosa serve Ginevra II. Deve avviare il processo essenziale per la formazione di un governo di transizione dai pieni poteri esecutivi, stabilito per mutuo consenso“. Cioè, continuare lo spargimento di sangue, nessun dialogo per la pace, né sospensione dell’intervento estero e dell’infiltrazione dei terroristi, ma solo il rovesciamento di Assad! Le conclusioni inequivocabili e molto ragionevoli cui si arriva, che possono essere definite “lezioni di Montreux.” Prima di tutto, chi prende seriamente le dichiarazioni di Washington sulla sua disponibilità a “normalizzare” i rapporti con l’Iran e allentare il regime delle sanzioni, consentendo così a Teheran di diventare un garante della stabilità in Medio Oriente, dovrebbe urgentemente sbarazzarsi di tale illusione: Washington non intende “normalizzare” nulla. La distruzione della Siria è solo un passo nella strategia a lungo termine degli Stati Uniti per consolidare la propria egemonia nel Medio Oriente, basata su Israele, monarchie del Golfo e regimi leali agli Stati Uniti a Cairo, e come contratta la Casa Bianca, a Baghdad. Una volta che tale strategia sarà completata, Teheran sarà costretta ad uscire sia dall'”Arco sciita” che dalla regione nel complesso.
La seconda politica mediorientale degli USA punta a sradicare la presenza regionale di Paesi che gli Stati Uniti vedono come concorrenti, Russia, Iran e Cina. In realtà, si voglia ammetterlo o no, tutta l’azione di Washington contro la Siria è permeata dall’idea del confronto con la Russia. La Casa Bianca è ora apertamente indifferente alle vere minacce poste dalla destabilizzazione regionale, dal rafforzamento dei “jihadisti”, e dalla creazione di una “economia di guerra” che trasforma l’instabilità e il narcotraffico in un’essenziale fonte di reddito. “Assad è peggio di al-Qaida.” Ma lui non è così terribile di per se, ma perché è un alleato dell’Iran e della Russia. Così, “Assad deve andarsene.” I disaccordi tra Mosca e Washington sul conflitto in Siria producono conseguenze estremamente gravi e del tutto inattese, anche se i mass media e l’élite politica occidentali non ne vogliono prendere atto. Vladimir Putin è riuscito a diventare il politico di maggior successo nel mondo, mentre il presidente Barack Obama perde popolarità assieme alla fiducia negli USA in Medio Oriente. Alcune elite politiche occidentali si soffermano sulla proposizione che “i russi puntano al Medio Oriente” e di conseguenza l’occidente e i suoi partner strategici in Medio Oriente hanno già etichettato il non ancora definitivamente stabilito asse “Mosca – Teheran – Pechino” un nemico da combattere con ogni mezzo, dagli intrighi alla provocazione finale…

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Tradotto dal russo da Oriental Review

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia punta al petrolio della Siria nel Mediterraneo orientale

F. William Engdahl, RussiaToday, 20 gennaio 2014 – Nsnbc

La guerra per il controllo della Siria, che in realtà attualmente riguarda contemporaneamente anche altro, ha una forte motivazione nella guerra occulta su chi controllerà i giganteschi giacimenti di petrolio e gas scoperti recentemente nella regione.

oil_gas_pipelines_mapOra la Russia ha appena stipulato un importante contratto con il governo siriano. Ciò avviene dopo che il presidente Obama ha brillantemente trovato il modo di salvare la faccia tirandosi fuori da un’indesiderata azione militare contro la Siria concordando un accordo con il presidente siriano Bashar Assad per rimuovere dal Paese le armi chimiche. Indipendentemente dal fatto che Assad resti il presidente, la Russia detiene i diritti di esplorazione e sviluppo di una parte importante delle acque al largo della Siria. Il 25 dicembre il ministro del Petrolio siriano Sulayman Abu Mazin, a nome del governo siriano, firmava un contratto di 25 anni con la società russa SojuzNefteGaz per la prospezione petrolifera nelle acque territoriali del Paese mediorientale sul Mediterraneo. SojuzNefteGaz è guidata dall’ex ministro dell’energia russo Jurij Shafranik, e il suo principale azionista è la Banca centrale della Russia. Fu fondata nel 2000 “per rafforzare la cooperazione economica con i Paesi dell’ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa”, secondo RIA Novosti. Ha anche piani in Iraq e Uzbekistan. L’accordo siriano fa parte della strategia regionale a lungo termine di Putin, in altre parole. Il nuovo accordo copre un’area di 2188 chilometri quadrati che si estende a sud della città di Tartus, dove la Russia ha anche la sua unica base navale nel Mediterraneo. I diritti si estendono fino a Banias e a circa 45 miglia nella zona economica esclusiva siriana sul Mediterraneo. La società russa è coinvolta da numerosi anni nei progetti petroliferi onshore in Siria. L’assalto all’energia nel Mediterraneo. Con il passo per sviluppare il potenziale energetico offshore della Siria, la Russia rafforza la propria rapida e veloce corsa a sviluppare ciò che si stimano essere giacimenti di idrocarburi paragonabili a più regioni delle dimensioni dell’Arabia Saudita. Uno sguardo sulla mappa della regione sarebbe rivelatrice. Da quando si è scoperto la presenza significativa di gas al largo, nel 2010, Israele è divenuto un importante attore nello sviluppo degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale, come anche Cipro, che s’è visto confermare dei propri significativi giacimenti di gas, mentre l’esplorazione off-shore del Libano è stata interrotta (cosa comoda per certi rivali), dalla guerra in Siria, come anche l’esplorazione su petrolio e gas della Siria.
Nel 2009, l’emiro del Qatar si recò a Damasco per negoziare un accordo con il Presidente Bashar Assad sul gasdotto del Qatar dall’enorme giacimento di gas offshore North Dome, contiguo con il giacimento di South Pars nelle acque iraniane del Golfo Persico e condiviso tra i due Paesi. Il giacimento South Pars/North Dome è il più grande giacimento di gas del mondo, condiviso tra Iran e Qatar. Il Qatar, è già il più grande produttore di gas naturale liquefatto (GNL) del mondo, diretto soprattutto al mercato asiatico, ma che vuole avere accesso diretto al fiorente mercato del gas europeo. La proposta del Qatar ad Assad era costruire un gasdotto che trasportasse il gas del Qatar attraverso Siria e Turchia, stretto alleato del Qatar. Assad rifiutò citando le forti relazioni energetiche della Siria con la Russia. Nel marzo 2011, Assad firmò un accordo su un altro gasdotto: questa volta con l’arcinemico del Qatar, l’Iran. Il Qatar è fondamentalista sunnita ed ospita i radicali Fratelli musulmani. L’Iran è fondamentalista sciita e l’Iraq è governato da un primo ministro sciita. Sia l’Iran che l’Iraq appoggiano Assad nella guerra per il controllo della Siria. Il gasdotto iraniano collegherebbe il suo giacimento del Golfo Persico al Mediterraneo attraversando Iraq e Siria. Non appena s’è asciugato l’inchiostro per il gasdotto Iran-Iraq-Siria, una guerra terroristica su vasta scala, finanziata dal Qatar per miliardi di dollari, è esplosa in Siria. Ora la Russia è intervenuta, dopo il fallimento di Qatar, Arabia Saudita e Turchia nel rovesciare il regime di Assad e sostituirlo con un regime fondamentalista wahabita saudita o uno fondamentalista salafita dei Fratelli musulmani, che  avrebbero concluso accordi con Arabia Saudita o Qatar, e non con la Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria non ha intenzione di sacrificare la propria indipendenza al diktat e al terrorismo esteri

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 19 gennaio 2014

1004644Vale la pena ricordare che questa settimana è una normale settimana di devastazioni caotiche scatenate dalle potenze del Golfo e occidentali. Turchia e Pakistan sono ugualmente responsabili. Pertanto, le stesse forze destabilizzanti non hanno alcun motivo di parlare di pace, giustizia, libertà, prosperità e così via. Al contrario, le stesse nazioni continuano a volere morte e distruzione nel caos da esse collettivamente promosso. Prima dell’ingerenza estera, la Siria del Presidente Bashar al-Assad era una nazione in cui diverse fedi religiose coesistevano e dove le donne avevano una libertà ineguagliata nella feudale e barbara Arabia Saudita. Infatti, tutte le principali potenze del Golfo e occidentali prima di destabilizzare la Siria avevano crescenti rapporti con questa nazione, lo stesso vale per la Turchia. Tuttavia, la mania di potenza delle nazioni che rovesciarono Gheddafi in Libia, era così estremamente potente da bramare il sangue in Siria. Infatti, fin dal primo giorno, i cosiddetti “manifestanti pacifici” linciarono persone considerate leali al governo della Siria e attaccarono le forze armate nell’ambito del caos pianificato. Tali nazioni da subito iniziarono a finanziare settarismo, terrorismo e sedizione contro la Siria laica. Tale realtà fece sì che tutte le minoranze religiose divenissero bersaglio di forze brutali e che i sunniti filogovernativi venissero massacrati dalle forze settarie e terroristiche dell’opposizione.
Nonostante tutto, le forze armate della Siria rimangono salde nella loro determinazione a difendere la sovranità e l’indipendenza della Patria. Ciò è chiaramente testimoniato dal loro sacrificio per tutti i siriani che sostengono l’indipendenza e la libertà, a prescindere dalla fede. Dopo tutto, le forze armate della Siria rappresentano l’intero mosaico della società, e chiaramente la nazione della Siria è il rifugio di coloro che fuggono dalla guerra e dal caos regionale. Pertanto, persone di tutte le fedi da Iraq, Libano e Palestina si rifugiarono nella secolare Siria per sfuggire agli intrighi di nazioni estere. Al governo siriano non è mai importato che queste persone fossero sunniti, cristiani, sciiti e così via. A differenza di Kosovo, Iraq e Libia, è del tutto evidente che la Federazione Russa abbia deluso le nazioni straniere che diffondono caos e destabilizzazione. Pertanto, il governo della Siria non è mai rimasto isolato, perché altre importanti potenze si rifiutarono di cedere all’enorme  disinformazione mediatica contro la Siria. Tuttavia, gli stessi intriganti del Golfo e occidentali sono ancora ciechi davanti la realtà, continuando a spacciare irrazionalità e disinformazione.
Essendo i colloqui di pace previsti in Svizzera, le grandi potenze occidentali lodano il Syrian National Coalition (SNC) per aver accettato di parteciparvi. Eppure, la maggior parte di questi 120 gruppi e individui non è d’accordo. Ancora più importante, sul terreno le varie forze terroristiche e settarie si massacrano a vicenda e chiaramente il SNC non può fare nulla per fermarle. Naturalmente, le stesse forze barbare sono sponsorizzate da potenze che massacrano curdi, perseguitano i cristiani, decapitano alawiti, uccidono sciiti e sunniti filo-governativi. In altre parole, il diktat estero è una farsa di enormi proporzioni perché non c’è unità nel SNC e tale movimento di ascari non controlla la pletora di forze terroristiche e settarie in Siria. Ciò significa che solo il governo siriano può avere dei colloqui veri, perché il tradimento dei lacchè stranieri non ha alcuna sostanza. Naturalmente il governo siriano comprende appieno come sia necessario trovare una soluzione politica, ma ciò può accadere solo all’interno. Le nazioni estere dalle influenze negative e i loro fantocci non hanno alcun diritto di decidere il destino della Siria. Dopo tutto, le forze armate di questo Paese continuano a sacrificarsi affinché il mosaico della Siria sopravviva accanto al ricco patrimonio di questa nazione. Le forze di opposizione taqfiriste, invece, vogliono schiacciare tutte le minoranze religiose, distruggere gli importanti santuari religiosi e la cultura indigena, proprio come i barbari taliban in Afghanistan, e schiacciare i sunniti in modo che l’Islam salafita si diffonda in tutta la Siria. In cima a ciò, i taqfiri vogliono annullare le donne e tornare indietro.
Anche prima che i colloqui inizino, il Regno Unito continua con il suo auto-allucinato mantra settario, proprio come gli USA e la Francia. Il Regno Unito, non accontentandosi di aver contribuito a scatenare le forze che scacciarono i cristiani da Timor Est, Kosovo e Iraq, adesso punta sulla Siria. William Hague, ministro degli Esteri inglese dice: “Come ho detto molte volte, qualsiasi soluzione reciprocamente concordata significa che Assad non dovrà svolgere alcun ruolo nel futuro della Siria“. In altre parole, il Regno Unito continua a sostenere un diktat e a schierarsi con le forze settarie e terroristiche. Naturalmente, Hague non riusciva nemmeno a convincere il governo inglese ad accettare l’intervento militare, ma ciò non gli impedisce di spacciare altri diktat verso la Siria.  Indipendentemente dal risultato finale che ponga fine al conflitto, iniziato dall’ingerenza negli affari interni della Siria di nazioni estere, è del tutto evidente che solo i siriani possono decidere il futuro del loro Stato nazionale. Dopo tutto, il governo della Siria s’è rifiutato di vendere l’anima ai petrodollari del Golfo e di fuggire nelle ricche nazioni straniere, a differenza dei capi del cosiddetto SNC.
John Kerry, il segretario di Stato degli USA, dice a proposito del voto del SNC che: “Questo è un voto coraggioso nell’interesse di tutto il popolo siriano, che ha sofferto così terribilmente sotto la brutalità del regime di Assad e per la continua guerra civile.” Naturalmente, ciò è ridicolo perché la cosiddetta guerra civile è dovuta a nazioni estere che supportano una pletora di settari, terroristi e sodali di al-Qaida che utilizzano le ratlines della NATO in Turchia, Libano, Giordania, Libia e così via. Se le forze armate della Siria fossero crollate, oggi la Siria sarebbe un altro Stato fallito e al-Qaida avrebbe libero campo nel diffondere ulteriormente caos. In effetti, numerosi iracheni vengono oggi uccisi perché i settari e al-Qaida inviano affiliati e armi per diffondere altro caos in Iraq. Allo stesso tempo, il caos sponsorizzato dall’estero mina il Libano, perché le forze settarie e le fazioni terroristiche accrescono la loro influenza. Infatti, mentre il governo della Siria è ancora concentrato sulla soluzione politica, è chiaro che le potenze feudali del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, sono ancora intente a sostenere il terrorismo e il settarismo. Pertanto, è essenziale che le potenze del Golfo e la Turchia abbandonino il loro sostegno al caos, in modo che la Siria trovi una soluzione politica, una volta che le forze settarie e terroristiche saranno sconfitte. Naturalmente, affinché i settari e i terroristi siano sconfitti, è essenziale che le nazioni che s’ingeriscono negativamente in Siria abbandonino la loro politica di destabilizzazione.
La strada da fare è dura per la Siria, ma per via della solida natura delle forze armate, attualmente questa nazione ospita ancora il ricco mosaico del Levante. Se le forze armate venissero sconfitte in Siria, allora questo ricco mosaico sarebbe schiacciato e la Siria diverrebbe un altro Stato fallito creato dall’ingerenza straniera. Dopo tutto, guardando oggi Kosovo, Iraq, Libia e Afghanistan non c’è molto di cui essere orgogliosi, no?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad, il nuovo Che Guevara!

Aleksandr Artamonov, Voce della Russia 16 gennaio 2014

998810La Russia assieme a Stati Uniti e Unione europea ha istituito la Conferenza di Ginevra 2 dedicata al problema siriano. Ma dietro la cortina della contrattazione diplomatica, si sente un vuoto cosmico, perché la cosiddetta opposizione siriana non solo non è rappresentativa, ma perde su tutti i fronti di questa guerra sovversiva architettata dagli statunitensi secondo la formula di Lawrence d’Arabia. Effimera e molto eterea, l’enigmatica resistenza di un Paese solidale al presidente, appare sempre più come un innesto occidentale sul vecchio olivo siriano. Questa repulsione non è che un desiderio volgare respinto dal tronco e che muore lentamente. L’opposizione ha vissuto e l’iniziativa dei bellicosi incendiari del pianeta è svanita. Thierry Meyssan, figura di spicco della resistenza mediatica francese si trova sul campo e per l’ennesima volta ci illumina affinché si possa avere una analisi completa della situazione.

Voce della Russia. La Conferenza di Ginevra 2 avrà effetti positivi?
Thierry Meyssan. Quando parliamo dell’opposizione siriana, parliamo di fantocci che agiscono per conto di potenze straniere, oggi 11 unite sotto il nome di “Amici della Siria”. Poi la Conferenza di Ginevra mira a stabilire la pace in Siria, sulla base di un accordo preventivo tra Russia e Stati Uniti di un anno e mezzo fa, ma che non è stato possibile realizzare finora. Così, funzionerà questa volta la Conferenza di Ginevra 2? Tutto fa pensare di sì, ma non è certo. E gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di sabotare la conferenza se non riescono ad imporre questa soluzione ai loro alleati! È una situazione abbastanza complicata: gli Stati Uniti sono protagonisti di tale guerra… vi ricordo che dichiararono guerra alla Siria votando il Sovereign Countability Act nel 2003. Da quel momento, hanno cercato più volte di entrare in guerra fino ai noti eventi attuali, rappresentati da una guerra per procura per interposte potenze. Gli Stati Uniti hanno delegato i loro poteri di guerra, prima a Francia e Gran Bretagna, e poi a potenze regionali, e cioè Turchia, Giordania e poi successivamente Qatar e Arabia Arabia. Quando spedirono gli altri in guerra è difficile dirlo. “Ora è finita! Si va a casa perché avete perso!” È a questa situazione che devono gestire oggi. Ho detto che possono sempre sabotare la conferenza poiché tra due giorni vi sarà il primo incontro del Tribunale speciale per il Libano. Quindi, se vogliono sabotare la conferenza, potranno semplicemente accusare nuovamente la Siria dell’assassinio di Rafiq Hariri, sulla base di certe false testimonianze sconfessate in pochi mesi. Ma così interromperebbero i negoziati.

VdR. Parlando appunto dell’opposizione siriana, cos’è in realtà?
Thierry Meyssan. Non c’è opposizione formale e fin dall’inizio gli Stati Uniti decisero di applicare in Siria non una guerra convenzionale, fronte contro fronte, ma ciò che chiamano guerra di quarta generazione in cui le persone vengono manipolate facendo credere che un disastro generale e il crollo del governo fossero imminenti. Ed è così che le persone furono spinte ad anticipare gli eventi. In questa guerra di quarta generazione, si è deciso di finanziare alcuni gruppi sparsi e distinti solo per dare l’impressione di un movimento generale. Non vi è alcun coordinamento tra questi gruppi  impegnati in atti di terrorismo diffuso, per convincere la gente che ciò che guardavano su al-Jazeera e al-Arabiya era vero! Ha funzionato per qualche tempo e poi, infine, gli Stati Uniti ritennero che non avesse funzionato. La Conferenza di Ginevra 1 poteva por terminare alla guerra. Ma pochi mesi dopo Stati Uniti, Israele, Francia, Qatar e Arabia Saudita la riaccesero introducendovi masse jihadiste dal resto del mondo. Ma come s’è appreso, i diversi gruppi, rimanendo divisi, non potevano mai costruire un vero e proprio esercito, e ciò avrebbe richiesto il cambiamento della strategia militare. Questa è anche la ragione per cui hanno chiaramente perso sul campo. E questo è anche il motivo per cui non riescono ad avere una rappresentanza coerente nella Conferenza di Ginevra 2. Con rappresentanza coerente intendo leader politici che parlano a nome dei gruppi stranieri infiltrati in Siria.

VdR. Ultima domanda: pensa che il governo di Bashar continuerà o dovremmo pensare a una dipartita del presidente siriano con la creazione di un governo di transizione?
Thierry Meyssan. In primo luogo, secondo i nemici della Siria, cioè NATO e Turchia, il sostegno popolare a Bashar al-Assad viene variamente stimato tra il 60 e l’88% della popolazione! Lo si confronti con la Francia, dove attualmente il sostegno popolare al presidente della Repubblica è del 15%! Quindi, se qualcuno deve lasciare il potere non è certamente Bashar al-Assad! Poi, quando si guarda alla tecnica militare utilizzata, sì! C’è voluto molto tempo per raggiungere la vittoria. Parliamo di vittoria, oggi, mentre Aleppo viene liberata e la periferia di Damasco viene ripulita completamente! Ci sono voluti tre anni per questo! E durante questi tre anni le potenze straniere non hanno smesso d’inviare combattenti. Non sappiamo il numero esatto, ancora una volta ci sono stime assai diverse! Tra 40000 e 160000 combattenti stranieri inviati qui! Probabilmente la verità è che c’è un contingente di 120000 combattenti stranieri ancora oggi in territorio siriano! C’è voluto tempo, ma Assad è riuscito a vincere nonostante tale coalizione estera… D’altra parte, nel Paese, lo Stato funziona ancora, dopo 3 anni!… Vivo a Damasco e non manca nulla! Niente! Potete trovare tutti i prodotti necessari per la vita quotidiana, naturalmente, non c’è una scelta enorme quando cercate scatolette di tonno, ne trovate di una sola marca… Ma si possono trovare tutti i prodotti necessari. Così anche sulle coste mediterranee, dove non solo troverete qualsiasi cosa al mercato, ma chiaramente non vi sono più neanche operazioni militari. Per contro, vi sono aree del Paese dove lo Stato non opera più. Queste sono le cosiddette aree “liberate” dall’opposizione armata. Ma quando diciamo che lo Stato non c’è più, significa solo che alcuni servizi non soni più erogati. Ma altri vi sono sempre! Ad esempio, gli ospedali e le scuole funzionano! Le scuole, anche nei territori occupati dalle bande armate, sono ben finanziate e non dalle bande armate o dai loro mandanti stranieri! Sì, la politica di Bashar al-Assad si rivela un successo e sarà certamente ampiamente studiata da tutte le accademie militari del mondo. Perché questa è la prima volta che vediamo tale tipo di guerra. Finora le guerre di quarta generazione furono condotte in contesti diversi: alla fine della guerra del Vietnam e poi la resistenza di Hezbollah ad Israele… Ma non era la situazione di uno Stato attaccato da bande armate straniere!

Commento dell’autore. Thierry Meyssan è un commentatore ed analista, ma ha sbagliato su un punto. Per la prima volta nella storia moderna, il Paese invaso da truppe di banditi per istituirvi un regime wahhabita era la Russia su suolo ceceno e contro il popolo ceceno. La formula magica non funziona più ed è il momento per Obama e Hollande di pensare a un dopo-guerra nel Vicino Oriente contro cui si sono tanto accaniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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