La Russia punta al petrolio della Siria nel Mediterraneo orientale

F. William Engdahl, RussiaToday, 20 gennaio 2014 – Nsnbc

La guerra per il controllo della Siria, che in realtà attualmente riguarda contemporaneamente anche altro, ha una forte motivazione nella guerra occulta su chi controllerà i giganteschi giacimenti di petrolio e gas scoperti recentemente nella regione.

oil_gas_pipelines_mapOra la Russia ha appena stipulato un importante contratto con il governo siriano. Ciò avviene dopo che il presidente Obama ha brillantemente trovato il modo di salvare la faccia tirandosi fuori da un’indesiderata azione militare contro la Siria concordando un accordo con il presidente siriano Bashar Assad per rimuovere dal Paese le armi chimiche. Indipendentemente dal fatto che Assad resti il presidente, la Russia detiene i diritti di esplorazione e sviluppo di una parte importante delle acque al largo della Siria. Il 25 dicembre il ministro del Petrolio siriano Sulayman Abu Mazin, a nome del governo siriano, firmava un contratto di 25 anni con la società russa SojuzNefteGaz per la prospezione petrolifera nelle acque territoriali del Paese mediorientale sul Mediterraneo. SojuzNefteGaz è guidata dall’ex ministro dell’energia russo Jurij Shafranik, e il suo principale azionista è la Banca centrale della Russia. Fu fondata nel 2000 “per rafforzare la cooperazione economica con i Paesi dell’ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa”, secondo RIA Novosti. Ha anche piani in Iraq e Uzbekistan. L’accordo siriano fa parte della strategia regionale a lungo termine di Putin, in altre parole. Il nuovo accordo copre un’area di 2188 chilometri quadrati che si estende a sud della città di Tartus, dove la Russia ha anche la sua unica base navale nel Mediterraneo. I diritti si estendono fino a Banias e a circa 45 miglia nella zona economica esclusiva siriana sul Mediterraneo. La società russa è coinvolta da numerosi anni nei progetti petroliferi onshore in Siria. L’assalto all’energia nel Mediterraneo. Con il passo per sviluppare il potenziale energetico offshore della Siria, la Russia rafforza la propria rapida e veloce corsa a sviluppare ciò che si stimano essere giacimenti di idrocarburi paragonabili a più regioni delle dimensioni dell’Arabia Saudita. Uno sguardo sulla mappa della regione sarebbe rivelatrice. Da quando si è scoperto la presenza significativa di gas al largo, nel 2010, Israele è divenuto un importante attore nello sviluppo degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale, come anche Cipro, che s’è visto confermare dei propri significativi giacimenti di gas, mentre l’esplorazione off-shore del Libano è stata interrotta (cosa comoda per certi rivali), dalla guerra in Siria, come anche l’esplorazione su petrolio e gas della Siria.
Nel 2009, l’emiro del Qatar si recò a Damasco per negoziare un accordo con il Presidente Bashar Assad sul gasdotto del Qatar dall’enorme giacimento di gas offshore North Dome, contiguo con il giacimento di South Pars nelle acque iraniane del Golfo Persico e condiviso tra i due Paesi. Il giacimento South Pars/North Dome è il più grande giacimento di gas del mondo, condiviso tra Iran e Qatar. Il Qatar, è già il più grande produttore di gas naturale liquefatto (GNL) del mondo, diretto soprattutto al mercato asiatico, ma che vuole avere accesso diretto al fiorente mercato del gas europeo. La proposta del Qatar ad Assad era costruire un gasdotto che trasportasse il gas del Qatar attraverso Siria e Turchia, stretto alleato del Qatar. Assad rifiutò citando le forti relazioni energetiche della Siria con la Russia. Nel marzo 2011, Assad firmò un accordo su un altro gasdotto: questa volta con l’arcinemico del Qatar, l’Iran. Il Qatar è fondamentalista sunnita ed ospita i radicali Fratelli musulmani. L’Iran è fondamentalista sciita e l’Iraq è governato da un primo ministro sciita. Sia l’Iran che l’Iraq appoggiano Assad nella guerra per il controllo della Siria. Il gasdotto iraniano collegherebbe il suo giacimento del Golfo Persico al Mediterraneo attraversando Iraq e Siria. Non appena s’è asciugato l’inchiostro per il gasdotto Iran-Iraq-Siria, una guerra terroristica su vasta scala, finanziata dal Qatar per miliardi di dollari, è esplosa in Siria. Ora la Russia è intervenuta, dopo il fallimento di Qatar, Arabia Saudita e Turchia nel rovesciare il regime di Assad e sostituirlo con un regime fondamentalista wahabita saudita o uno fondamentalista salafita dei Fratelli musulmani, che  avrebbero concluso accordi con Arabia Saudita o Qatar, e non con la Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria non ha intenzione di sacrificare la propria indipendenza al diktat e al terrorismo esteri

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 19 gennaio 2014

1004644Vale la pena ricordare che questa settimana è una normale settimana di devastazioni caotiche scatenate dalle potenze del Golfo e occidentali. Turchia e Pakistan sono ugualmente responsabili. Pertanto, le stesse forze destabilizzanti non hanno alcun motivo di parlare di pace, giustizia, libertà, prosperità e così via. Al contrario, le stesse nazioni continuano a volere morte e distruzione nel caos da esse collettivamente promosso. Prima dell’ingerenza estera, la Siria del Presidente Bashar al-Assad era una nazione in cui diverse fedi religiose coesistevano e dove le donne avevano una libertà ineguagliata nella feudale e barbara Arabia Saudita. Infatti, tutte le principali potenze del Golfo e occidentali prima di destabilizzare la Siria avevano crescenti rapporti con questa nazione, lo stesso vale per la Turchia. Tuttavia, la mania di potenza delle nazioni che rovesciarono Gheddafi in Libia, era così estremamente potente da bramare il sangue in Siria. Infatti, fin dal primo giorno, i cosiddetti “manifestanti pacifici” linciarono persone considerate leali al governo della Siria e attaccarono le forze armate nell’ambito del caos pianificato. Tali nazioni da subito iniziarono a finanziare settarismo, terrorismo e sedizione contro la Siria laica. Tale realtà fece sì che tutte le minoranze religiose divenissero bersaglio di forze brutali e che i sunniti filogovernativi venissero massacrati dalle forze settarie e terroristiche dell’opposizione.
Nonostante tutto, le forze armate della Siria rimangono salde nella loro determinazione a difendere la sovranità e l’indipendenza della Patria. Ciò è chiaramente testimoniato dal loro sacrificio per tutti i siriani che sostengono l’indipendenza e la libertà, a prescindere dalla fede. Dopo tutto, le forze armate della Siria rappresentano l’intero mosaico della società, e chiaramente la nazione della Siria è il rifugio di coloro che fuggono dalla guerra e dal caos regionale. Pertanto, persone di tutte le fedi da Iraq, Libano e Palestina si rifugiarono nella secolare Siria per sfuggire agli intrighi di nazioni estere. Al governo siriano non è mai importato che queste persone fossero sunniti, cristiani, sciiti e così via. A differenza di Kosovo, Iraq e Libia, è del tutto evidente che la Federazione Russa abbia deluso le nazioni straniere che diffondono caos e destabilizzazione. Pertanto, il governo della Siria non è mai rimasto isolato, perché altre importanti potenze si rifiutarono di cedere all’enorme  disinformazione mediatica contro la Siria. Tuttavia, gli stessi intriganti del Golfo e occidentali sono ancora ciechi davanti la realtà, continuando a spacciare irrazionalità e disinformazione.
Essendo i colloqui di pace previsti in Svizzera, le grandi potenze occidentali lodano il Syrian National Coalition (SNC) per aver accettato di parteciparvi. Eppure, la maggior parte di questi 120 gruppi e individui non è d’accordo. Ancora più importante, sul terreno le varie forze terroristiche e settarie si massacrano a vicenda e chiaramente il SNC non può fare nulla per fermarle. Naturalmente, le stesse forze barbare sono sponsorizzate da potenze che massacrano curdi, perseguitano i cristiani, decapitano alawiti, uccidono sciiti e sunniti filo-governativi. In altre parole, il diktat estero è una farsa di enormi proporzioni perché non c’è unità nel SNC e tale movimento di ascari non controlla la pletora di forze terroristiche e settarie in Siria. Ciò significa che solo il governo siriano può avere dei colloqui veri, perché il tradimento dei lacchè stranieri non ha alcuna sostanza. Naturalmente il governo siriano comprende appieno come sia necessario trovare una soluzione politica, ma ciò può accadere solo all’interno. Le nazioni estere dalle influenze negative e i loro fantocci non hanno alcun diritto di decidere il destino della Siria. Dopo tutto, le forze armate di questo Paese continuano a sacrificarsi affinché il mosaico della Siria sopravviva accanto al ricco patrimonio di questa nazione. Le forze di opposizione taqfiriste, invece, vogliono schiacciare tutte le minoranze religiose, distruggere gli importanti santuari religiosi e la cultura indigena, proprio come i barbari taliban in Afghanistan, e schiacciare i sunniti in modo che l’Islam salafita si diffonda in tutta la Siria. In cima a ciò, i taqfiri vogliono annullare le donne e tornare indietro.
Anche prima che i colloqui inizino, il Regno Unito continua con il suo auto-allucinato mantra settario, proprio come gli USA e la Francia. Il Regno Unito, non accontentandosi di aver contribuito a scatenare le forze che scacciarono i cristiani da Timor Est, Kosovo e Iraq, adesso punta sulla Siria. William Hague, ministro degli Esteri inglese dice: “Come ho detto molte volte, qualsiasi soluzione reciprocamente concordata significa che Assad non dovrà svolgere alcun ruolo nel futuro della Siria“. In altre parole, il Regno Unito continua a sostenere un diktat e a schierarsi con le forze settarie e terroristiche. Naturalmente, Hague non riusciva nemmeno a convincere il governo inglese ad accettare l’intervento militare, ma ciò non gli impedisce di spacciare altri diktat verso la Siria.  Indipendentemente dal risultato finale che ponga fine al conflitto, iniziato dall’ingerenza negli affari interni della Siria di nazioni estere, è del tutto evidente che solo i siriani possono decidere il futuro del loro Stato nazionale. Dopo tutto, il governo della Siria s’è rifiutato di vendere l’anima ai petrodollari del Golfo e di fuggire nelle ricche nazioni straniere, a differenza dei capi del cosiddetto SNC.
John Kerry, il segretario di Stato degli USA, dice a proposito del voto del SNC che: “Questo è un voto coraggioso nell’interesse di tutto il popolo siriano, che ha sofferto così terribilmente sotto la brutalità del regime di Assad e per la continua guerra civile.” Naturalmente, ciò è ridicolo perché la cosiddetta guerra civile è dovuta a nazioni estere che supportano una pletora di settari, terroristi e sodali di al-Qaida che utilizzano le ratlines della NATO in Turchia, Libano, Giordania, Libia e così via. Se le forze armate della Siria fossero crollate, oggi la Siria sarebbe un altro Stato fallito e al-Qaida avrebbe libero campo nel diffondere ulteriormente caos. In effetti, numerosi iracheni vengono oggi uccisi perché i settari e al-Qaida inviano affiliati e armi per diffondere altro caos in Iraq. Allo stesso tempo, il caos sponsorizzato dall’estero mina il Libano, perché le forze settarie e le fazioni terroristiche accrescono la loro influenza. Infatti, mentre il governo della Siria è ancora concentrato sulla soluzione politica, è chiaro che le potenze feudali del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, sono ancora intente a sostenere il terrorismo e il settarismo. Pertanto, è essenziale che le potenze del Golfo e la Turchia abbandonino il loro sostegno al caos, in modo che la Siria trovi una soluzione politica, una volta che le forze settarie e terroristiche saranno sconfitte. Naturalmente, affinché i settari e i terroristi siano sconfitti, è essenziale che le nazioni che s’ingeriscono negativamente in Siria abbandonino la loro politica di destabilizzazione.
La strada da fare è dura per la Siria, ma per via della solida natura delle forze armate, attualmente questa nazione ospita ancora il ricco mosaico del Levante. Se le forze armate venissero sconfitte in Siria, allora questo ricco mosaico sarebbe schiacciato e la Siria diverrebbe un altro Stato fallito creato dall’ingerenza straniera. Dopo tutto, guardando oggi Kosovo, Iraq, Libia e Afghanistan non c’è molto di cui essere orgogliosi, no?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad, il nuovo Che Guevara!

Aleksandr Artamonov, Voce della Russia 16 gennaio 2014

998810La Russia assieme a Stati Uniti e Unione europea ha istituito la Conferenza di Ginevra 2 dedicata al problema siriano. Ma dietro la cortina della contrattazione diplomatica, si sente un vuoto cosmico, perché la cosiddetta opposizione siriana non solo non è rappresentativa, ma perde su tutti i fronti di questa guerra sovversiva architettata dagli statunitensi secondo la formula di Lawrence d’Arabia. Effimera e molto eterea, l’enigmatica resistenza di un Paese solidale al presidente, appare sempre più come un innesto occidentale sul vecchio olivo siriano. Questa repulsione non è che un desiderio volgare respinto dal tronco e che muore lentamente. L’opposizione ha vissuto e l’iniziativa dei bellicosi incendiari del pianeta è svanita. Thierry Meyssan, figura di spicco della resistenza mediatica francese si trova sul campo e per l’ennesima volta ci illumina affinché si possa avere una analisi completa della situazione.

Voce della Russia. La Conferenza di Ginevra 2 avrà effetti positivi?
Thierry Meyssan. Quando parliamo dell’opposizione siriana, parliamo di fantocci che agiscono per conto di potenze straniere, oggi 11 unite sotto il nome di “Amici della Siria”. Poi la Conferenza di Ginevra mira a stabilire la pace in Siria, sulla base di un accordo preventivo tra Russia e Stati Uniti di un anno e mezzo fa, ma che non è stato possibile realizzare finora. Così, funzionerà questa volta la Conferenza di Ginevra 2? Tutto fa pensare di sì, ma non è certo. E gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di sabotare la conferenza se non riescono ad imporre questa soluzione ai loro alleati! È una situazione abbastanza complicata: gli Stati Uniti sono protagonisti di tale guerra… vi ricordo che dichiararono guerra alla Siria votando il Sovereign Countability Act nel 2003. Da quel momento, hanno cercato più volte di entrare in guerra fino ai noti eventi attuali, rappresentati da una guerra per procura per interposte potenze. Gli Stati Uniti hanno delegato i loro poteri di guerra, prima a Francia e Gran Bretagna, e poi a potenze regionali, e cioè Turchia, Giordania e poi successivamente Qatar e Arabia Arabia. Quando spedirono gli altri in guerra è difficile dirlo. “Ora è finita! Si va a casa perché avete perso!” È a questa situazione che devono gestire oggi. Ho detto che possono sempre sabotare la conferenza poiché tra due giorni vi sarà il primo incontro del Tribunale speciale per il Libano. Quindi, se vogliono sabotare la conferenza, potranno semplicemente accusare nuovamente la Siria dell’assassinio di Rafiq Hariri, sulla base di certe false testimonianze sconfessate in pochi mesi. Ma così interromperebbero i negoziati.

VdR. Parlando appunto dell’opposizione siriana, cos’è in realtà?
Thierry Meyssan. Non c’è opposizione formale e fin dall’inizio gli Stati Uniti decisero di applicare in Siria non una guerra convenzionale, fronte contro fronte, ma ciò che chiamano guerra di quarta generazione in cui le persone vengono manipolate facendo credere che un disastro generale e il crollo del governo fossero imminenti. Ed è così che le persone furono spinte ad anticipare gli eventi. In questa guerra di quarta generazione, si è deciso di finanziare alcuni gruppi sparsi e distinti solo per dare l’impressione di un movimento generale. Non vi è alcun coordinamento tra questi gruppi  impegnati in atti di terrorismo diffuso, per convincere la gente che ciò che guardavano su al-Jazeera e al-Arabiya era vero! Ha funzionato per qualche tempo e poi, infine, gli Stati Uniti ritennero che non avesse funzionato. La Conferenza di Ginevra 1 poteva por terminare alla guerra. Ma pochi mesi dopo Stati Uniti, Israele, Francia, Qatar e Arabia Saudita la riaccesero introducendovi masse jihadiste dal resto del mondo. Ma come s’è appreso, i diversi gruppi, rimanendo divisi, non potevano mai costruire un vero e proprio esercito, e ciò avrebbe richiesto il cambiamento della strategia militare. Questa è anche la ragione per cui hanno chiaramente perso sul campo. E questo è anche il motivo per cui non riescono ad avere una rappresentanza coerente nella Conferenza di Ginevra 2. Con rappresentanza coerente intendo leader politici che parlano a nome dei gruppi stranieri infiltrati in Siria.

VdR. Ultima domanda: pensa che il governo di Bashar continuerà o dovremmo pensare a una dipartita del presidente siriano con la creazione di un governo di transizione?
Thierry Meyssan. In primo luogo, secondo i nemici della Siria, cioè NATO e Turchia, il sostegno popolare a Bashar al-Assad viene variamente stimato tra il 60 e l’88% della popolazione! Lo si confronti con la Francia, dove attualmente il sostegno popolare al presidente della Repubblica è del 15%! Quindi, se qualcuno deve lasciare il potere non è certamente Bashar al-Assad! Poi, quando si guarda alla tecnica militare utilizzata, sì! C’è voluto molto tempo per raggiungere la vittoria. Parliamo di vittoria, oggi, mentre Aleppo viene liberata e la periferia di Damasco viene ripulita completamente! Ci sono voluti tre anni per questo! E durante questi tre anni le potenze straniere non hanno smesso d’inviare combattenti. Non sappiamo il numero esatto, ancora una volta ci sono stime assai diverse! Tra 40000 e 160000 combattenti stranieri inviati qui! Probabilmente la verità è che c’è un contingente di 120000 combattenti stranieri ancora oggi in territorio siriano! C’è voluto tempo, ma Assad è riuscito a vincere nonostante tale coalizione estera… D’altra parte, nel Paese, lo Stato funziona ancora, dopo 3 anni!… Vivo a Damasco e non manca nulla! Niente! Potete trovare tutti i prodotti necessari per la vita quotidiana, naturalmente, non c’è una scelta enorme quando cercate scatolette di tonno, ne trovate di una sola marca… Ma si possono trovare tutti i prodotti necessari. Così anche sulle coste mediterranee, dove non solo troverete qualsiasi cosa al mercato, ma chiaramente non vi sono più neanche operazioni militari. Per contro, vi sono aree del Paese dove lo Stato non opera più. Queste sono le cosiddette aree “liberate” dall’opposizione armata. Ma quando diciamo che lo Stato non c’è più, significa solo che alcuni servizi non soni più erogati. Ma altri vi sono sempre! Ad esempio, gli ospedali e le scuole funzionano! Le scuole, anche nei territori occupati dalle bande armate, sono ben finanziate e non dalle bande armate o dai loro mandanti stranieri! Sì, la politica di Bashar al-Assad si rivela un successo e sarà certamente ampiamente studiata da tutte le accademie militari del mondo. Perché questa è la prima volta che vediamo tale tipo di guerra. Finora le guerre di quarta generazione furono condotte in contesti diversi: alla fine della guerra del Vietnam e poi la resistenza di Hezbollah ad Israele… Ma non era la situazione di uno Stato attaccato da bande armate straniere!

Commento dell’autore. Thierry Meyssan è un commentatore ed analista, ma ha sbagliato su un punto. Per la prima volta nella storia moderna, il Paese invaso da truppe di banditi per istituirvi un regime wahhabita era la Russia su suolo ceceno e contro il popolo ceceno. La formula magica non funziona più ed è il momento per Obama e Hollande di pensare a un dopo-guerra nel Vicino Oriente contro cui si sono tanto accaniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad tenace e indomito: combattere il wahhabismo nel 2014

 al-Manar 4 gennaio 2014

268986Durante questi tre anni di crisi e guerra in Siria, una delle più grandi sorprese senza dubbio è stata la tenacia del presidente siriano Bashar al-Assad. Con il suo viso bonario, la sua giovane età e una limitata esperienza, nessuno si aspettava che reagisse così bene. In nessun momento dal marzo 2011 ha mostrato segni di debolezza, sapendo che era preso di mira. Per molto la sua dipartita non era solo un requisito indiscutibile, ma anche una previsione indelebile per i media occidentali, arabi e turchi che sostengono la rivolta in Siria. Tanto più che 15 miliardi dollari sono stati spesi per  rovesciarlo. Nei primi due anni della crisi siriana, dichiarazioni di politici interessati e analisi di esperti hanno predetto la caduta imminente entro due mesi e ogni volta tali pretese di rinnovavano costantemente. Il presidente siriano è stato presentato dai media e dai centri di ricerca come “impopolare”, “racchiuso in una bolla” o senza il senso della realtà.

Scenari infondati
Sono stati considerati diversi scenari: sloggiato da Damasco, ritiratosi nelle regioni alawite o lasciato il Paese per la Russia, tra l’altroi. Assad ha voluto rispondere di persona a tali accuse affermando che non fa parte di “quei capitani che saltano dalla nave che affonda.” La possibilità del suo assassinio fu pianificata con forza e misero una taglia sulla sua testa, per la modica cifra di un milione di dollari. Consapevole di tale opzione, consigliò i suoi seguaci di colpire gli “interessi di Stati Uniti e Israele, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo“, se succede qualcosa. Nel marzo 2013, sembra che un attentato sia stato ideato dai servizi d’intelligence francese e turco con agenti curdi che cercarono di assumere lavoratori di un’azienda sanitaria responsabile della manutenzione del palazzo presidenziale. Fu sventata prima che accadesse qualcosa.

Delusioni e confessioni
Poiché tutti questi scenari si rivelarono fuffa, alla fine del 2012 s’iniziò a dubitarne, a partire da statunitensi ed israeliani. A gennaio, l’ex ambasciatore statunitense a Damasco, Robert Ford, disse: “Non so come Assad finirà, ma non lascerà, ne mollerà“, ripeté più volte questa conclusione.  Responsabile del dossier siriano, si era dedicato anima e corpo per fare vincere la rivolta, cercando di convincere ufficiali, diplomatici e alawiti siriani a disertare. Tale convinzione fu rafforzata dal coinvolgimento di Hezbollah. Centri di studio, funzionari e politici israeliani rilevarono risultati dello stesso tipo, secondo cui il rovesciamento di Assad non era facile. La posizione strategica della Siria, l’unità dell’esercito e la sua popolarità sono fattori evidenti. “Il presidente Bashar al-Assad ha contraddetto tutte le probabilità, rimanendo e non fuggendo. È davvero figlio di suo padre“, ha riferito il quotidiano israeliano Yediot Aharonot che citava il comandante della regione settentrionale colonnello Yair Golan. Tuttavia, i desiderata del governo israeliano, secondo i media israeliani, volevano una Siria guidata da al-Qaida che da Assad! I leader europei e arabi presto si rassegnarono, senza riconoscerlo sempre.

Assad popolare
Allo stesso tempo, alcuni circoli mediatici e spionistici occidentali iniziarono a comprendere un fatto a lungo trascurato, ignorato e rifiutato: la popolarità di Assad. La Reuters timidamente affermò che il 70% degli aleppini sostiene il suo presidente, mentre la CIA da maggio assicura che riceverebbe il 75% dei voti dei siriani nel 2014, se si tenessero le elezioni presidenziali. E la NATO seguiva il mese successivo. Oltre al supporto del popolo, il presidente siriano ha un patrimonio importante: l’immancabile sostegno di Iran e Russia. Hanno resistito a ogni pressione e offerta allettante per convincerli ad abbandonare Assad.

Offerte arabe e statunitensi
Le più importanti furono fatte da Qatar e Arabia Saudita. Doha propose ai russi che la loro base navale a Tartus sarebbe stata protetta dall’ELS una volta deposto Assad. Più tardi, Bandar bin Sultan si fece avanti con la propria offerta del bastone e della carota, lucrosi contratti militari ed investimenti, promozione del ruolo russo nella regione e garanzie di sicurezza per i Giochi Olimpici di Sochi. Mosca resistette anche alle seduzioni statunitensi di Kerry in persona, per convincerli a non sostenere Assad nel periodo di transizione e a mollarlo. Spesso, si sparse la voce che i russi l’avessero abbandonato. Dopo questa prova di forza, gli statunitensi iniziarono a sostenere un doppio standard: un giorno invocavano il dialogo tra tutte le fazioni siriane e il giorno dopo dicevano che Assad non aveva posto nella transizione.

Assad e gli alleati
Questo tergiversare non inquietava affatto i siriani. Al contrario, erano sicuri delle proprie forze armate e del proprio corpo diplomatico, leali e in cui le diserzioni furono poche, nonostante le attraenti somme promesse. Inoltre evocarono la fiducia incrollabile nel sostegno degli alleati, Iran, Russia e Hezbollah. L’assistenza economica fornita da Teheran ha contribuito a ridurre gli effetti distruttivi delle sanzioni e dell’inerzia dei meccanismi economici del Paese. L’Iran ha anche espresso la volontà di aiutare l’alleata Siria, se un attacco statunitense avesse avuto luogo. Durante tale fase critica, tra le accuse di uso di armi chimiche da parte di Damasco nel Ghuta orientale, l’intervento dei russi fu anche determinante nel raggiungimento dell’accordo sull’arsenale chimico siriano, scacciando definitivamente lo spettro dell’attacco statunitense. A maggio, l’intervento di Hezbollah nella battaglia di Qusayr diede una spinta importante all’esercito siriano, travolto dall’arrivo di migliaia di jihadisti, in particolare dal confine libanese.

Incontri
Durante l’anno, nonostante le minacce di morte, Assad ha moltiplicato i suoi incontri con delegazioni di ogni parte, le apparizioni sui media e altro. La massima fu senza dubbio quella con i membri del governo e del partito al Teatro dell’Opera di Damasco, sullo sfondo di un enorme manifesto carico di foto dei martiri dell’esercito siriano. Ad agosto si recò di persona nel sobborgo di Damasco di Daraya, appena liberato, per salutare i soldati. Non ha cambiato l’abitudine di partecipare alla preghiera nelle festività religiose islamiche (Fitr e Adha). In passato, i ribelli diffusero la notizia del suo assassinio!

Discorsi
Nei suoi interventi, presentò le sue considerazioni sulla rivolta in Siria: Questa non è una “rivoluzione … ma una guerra tra il Paese e i suoi nemici,… una vendetta contro il popolo siriano che rifiuta la loro rivoluzione… una guerra di estranei, ma con mani siriane, … una crisi imposta da ambizioni regionali e internazionali, con richieste per una riforma interna con l’intento di distruggere la Siria“. Riguardo la soluzione, passa per lo sradicamento del terrorismo, frase che ha  ripetuto per tutto l’anno in più di un’occasione. Con l’arrivo delle milizie di al-Qaida, che hanno sloggiato quelle dell’ELS, può soprattutto vantare di essere stato il primo ad averlo previsto, mentre l’ELS si affannava a presentare la “jihad” come evento provvisorio. Rispondendo, ha anche sostenuto il dialogo tra tutte le fazioni del popolo siriano, all’interno e all’estero.

Assad: avanti!
Alla fine dell’anno, Assad è più determinato che mai a presentarsi alle elezioni presidenziali nel 2014, ed è più fiducioso che mai nel trionfo. Ha visto il suo rivale, il principe del Qatar Hamad sostituito, il suo denigratore turco Erdogan sul punto di esserlo, l’attacco degli Stati Uniti contro il suo Paese respinto per sempre, l’ELS al collasso. Le sue previsioni sull’estremismo che prende in ostaggio la Siria confermate. Alla fine dell’anno, va dritto al punto bollando il wahhabismo saudita, politico e religioso, chiedendo di combatterlo. Nessuno l’ha osato prima di lui.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le milizie appoggiate dalla CIA collegate all’attacco a Bengasi, in Libia

Patrick Martin WSWS 30 dicembre 2013
130507Feature2Photo1-650_429Un lungo reportage in prima pagina sul New York Times fornisce un’ulteriore conferma che l’attacco a un complesso statunitense a Bengasi, in Libia, nel settembre 2012 sia stato il risultato dell’impiego da parte dell’amministrazione Obama dei terroristi islamisti nella guerra contro il regime libico di Muammar Gheddafi. L’articolo del Times, basato su decine di interviste a Bengasi, afferma che l’attentato che uccise quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, fu effettuato da libici già alleati del governo degli Stati Uniti nella guerra del 2011 che rovesciò e uccise Gheddafi. Il corrispondente del Times David D. Kirkpatrick, scrive che l’attacco non fu organizzato da al-Qaida o da qualche altro gruppo esterno alla Libia, ma “da combattenti che avevano beneficiato direttamente della potenza aerea e del supporto logistico della NATO durante la rivolta contro il Colonnello Gheddafi.”
La principale base statunitense a Bengasi non era il piccolo edificio della missione in cui Stevens e  un suo aiutante morirono, ma un complesso più ampio definito “la filiale” e che ospitava almeno 20 agenti dalla CIA. Due guardie di sicurezza di questo edificio furono uccise da una colpo di mortaio, otto ore dopo l’attentato che uccise Stevens. La disparità di personale tra la sede della CIA e l’avamposto diplomatico, dice che la missione principale del governo degli Stati Uniti a Bengasi era l’operazione della CIA, che aveva guidato la campagna contro Gheddafi nel 2011, ma che nel 2012 era dedita a una diversa e ancor più sanguinosa operazione: il reclutamento di mercenari e l’invio di armi per la guerriglia islamista contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Come il World Socialist Web Site ha riferito, nei giorni degli omicidi di Bengasi: “Ci sono tutte le ragioni per credere che la robusta presenza della CIA a Bengasi, dopo la caduta di Gheddafi, riguardi ben più che la semplice sorveglianza. Gli islamisti libici costituiscono la maggiore componente dei “combattenti stranieri” che svolgono un ruolo sempre più dominante nella guerra settaria sostenuta dagli USA in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Secondo alcune stime, si afferma che da 1200 a 1500 dei 3500 combattenti infiltrati in Siria provengono da Cecenia e Pakistan.”
L’articolo del Times individua un leader della milizia, Ahmad Abu Qatala, quale figura principale nell’attacco Bengasi, anche se Qatala ha ammesso di essere stato all’esterno dell’edificio, al momento. Fa anche il nome di un altro leader della milizia, Abdul Salam Bargathi, capo della brigata di sicurezza preventiva, indicato come colui che disse alle guardie libiche dell’impianto statunitense di fuggire al momento dell’attacco. Questi individui, e molti altri nominati nel pezzo del Times, collaborarono strettamente con la CIA e lo stesso Stevens durante i sei mesi di bombardamenti della NATO e di lotta altalenante culminata nel rovesciamento del governo libico e nell’omicidio di Gheddafi. Tali islamisti erano spesso veterani della guerriglia in Afghanistan, sia quella sostenuta dagli USA nella guerra contro l’esercito sovietico, negli anni ’80, che nella guerra in corso contro il regime di occupazione USA-NATO creato nel 2001. Avevano combattuto sia a favore che contro il governo degli Stati Uniti, ed erano in procinto di cambiare nuovamente lato.
Un importante obiettivo del articolo del Times è rafforzare l’amministrazione Obama nel suo continuo conflitto con i repubblicani al Congresso, che cercarono di sfruttare il fiasco di Bengasi sostenendo che i funzionari dell’amministrazione mentirono sugli eventi per evitare danni alla campagna per la rielezione di Obama. L’ultima sezione di questo articolo è una virtuale puntuale confutazione delle affermazioni dei leader repubblicani, come il presidente del Comitato sull’intelligence del Congresso Mike Rogers e di quello di vigilanza sul governo Darrell Issa, secondo cui Bengasi fu una grande operazione di al-Qaida pianificata con largo anticipo. Tale disputa tra democratici e repubblicani è un baraccone politico architettato per nascondere le questioni fondamentali degli eventi di Bengasi, e in particolare la connessione con l’attuale sovversione degli Stati Uniti in Siria. L’attacco alla missione degli Stati Uniti è stato un classico caso di “ritorno di fiamma”. La CIA aveva mobilitato i fondamentalisti islamici, tra cui veterani di al-Qaida e dei taliban della guerra in Afghanistan, per combattere Gheddafi, e che recluta anche per la nuova guerra contro Assad. A un certo punto, alcuni di questi islamisti litigarono con i loro finanziatori imperialisti. Potrebbe anche essere stato esattamente questo, una disputa sul denaro in cui gli islamisti si sentirono disprezzati e discriminati, l’anno dopo il rovesciamento di Gheddafi.
L’articolo del Times inizia con un aneddoto suggestivo, descrivendo una riunione del 9 settembre 2012 tra un funzionario statunitense e i leader delle milizie di Bengasi. I leader delle milizie mostrarono ostilità e dissero allo statunitense che Bengasi non era sicura e che doveva lasciarla al più presto possibile, scrive Kirkpatrick. “Eppure, mentre i miliziani facevano uno spuntino con merendine assieme ai loro ospiti statunitensi, espressero gratitudine per il sostegno del presidente Obama alla loro rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi, sottolineando di voler costruire un partenariato con gli Stati Uniti, in particolare con maggiori investimenti. Chiesero specificamente per Bengasi dei punti vendita per McDonald e KFC. Il funzionario statunitense riassunse le loro opinioni affermando che volevano che l’amministrazione Obama facesse maggiori ‘pressioni’ sulle imprese statunitensi affinché investissero a Bengasi.
L’articolo del Times tocca anche un altro dubbio incidente nel torbido intervento degli Stati Uniti in Libia: l’omicidio del generale Abdul Fatah Yunis, nel luglio 2011, quando il comandante principale delle forze ribelli appoggiate dagli USA era a Bengasi. Yunis, ex-ministro degli interni di Gheddafi, che aveva disertato per unirsi ai ribelli, era odiato dai fondamentalisti islamici. Secondo il Times, Yunis fu sequestrato dagli islamisti e detenuto la notte nella sede della milizia comandata da Abu Qatala. Il giorno dopo, i corpi crivellati di pallottole di Yunis e di due suoi aiutanti furono trovati in una strada presso la città. Non ci fu alcuna seria indagine su circostanze e motivazioni di tale assassinio, sia da parte dei “ribelli” libici che dei loro sponsor USA-NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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