I cecchini dell’ottobre nero

Rakesh Krishnan Simha (India) Russia & India ReportOriental Review 14 ottobre 2013

Venti anni fa l’esercito di Boris Eltsin e i parlamentari russi si scontrarono a Mosca, causando centinaia, addirittura migliaia di vittime. Indagini di oggi suggeriscono che il bagno di sangue fu innescato da cecchini, alcuni posizionati sul tetto dell’ambasciata statunitense.

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4 ottobre 1993, alle 07:00, presso il Parlamento russo, Mosca
Carri armati si avvicinano alla Casa Bianca, il nuovo edificio del Parlamento. All’interno dell’edificio in marmo di 18 piani, i rappresentanti delle regioni, delle repubbliche e delle regioni autonome della Federazione russa, insieme ai loro sostenitori, si sono barricati dopo lo stallo costituzionale con il presidente Boris Eltsin. Complessivamente vi è quasi un migliaio di persone nell’edificio sulle rive della Moscova. Alcune sono armate e pronte a morire difendendo quello che vedono come il santuario russo in cui la democrazia è tornata per la prima volta dal 1917. All’esterno della Casa Bianca, migliaia di sostenitori dei deputati si sono assembrati. Le truppe del ministero degli Interni e della polizia antisommossa, fedeli a Eltsin, si sono disposti sul lato opposto. Alle prime luci dell’alba, a Mosca, il 119.mo Reggimento delle Forze aviotrasportate russe marcia verso la Casa Bianca. Mentre si avvicina all’edificio, finisce sotto un fuoco indiscriminato. Gli ordini del comandante del reggimento è di non rispondere al fuoco, non essendo sicuro da quale direzione provenisse il tiro. Sotto il fuoco, le truppe si avvicinano alle mura della Casa Bianca. Cinque soldati del reggimento restano uccisi e 18 feriti. Si scatena l’inferno quando Eltsin ordina ai carri armati di sparare sulla Casa Bianca. I deputati rispondono con i loro Kalashnikov, ma non possono nulla contro i carri armati. Nel giro di poche ore, 187 persone restano uccise e 437 ferite, secondo fonti ufficiali, mentre le stime delle fonti non governative portano il numero dei morti a 2000. E’ lo scontro di piazza più mortale nella storia di Mosca dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Chi ha sparato per primo?
Allora il primo pensiero fu che qualche testa calda tra i deputati avesse iniziato a sparare ai militari e che poi Eltsin non ebbe altra opzione se non ordinare di rispondere al fuoco. Per garantire la sicurezza delle migliaia di moscoviti riunitisi nella zona, l’assedio doveva finire a tutti i costi. L’autore russo Nikolaj Starikov si permette di dissentire. Nel suo libro La nazionalizzazione del rublo: La strada per la libertà della Russia, ha esaustivamente intervistato e citato i comandanti  russi presenti sul posto, che gli dissero che i primi colpi non provenivano dalla Casa Bianca. Starikov dice che Viktor Sorokin, Vicecomandante delle Forze Aeroportate, avevano sparato ai cinque uomini che il 119.mo Reggimento aveva perso durante l’avvicinamento alle mura della Casa Bianca. Ecco cosa ha detto il Generale Sorokin, in una sessione della Commissione speciale della Duma, secondo un rapporto testualmente citato da Dmitrij Rogozin, ex ambasciatore russo alla NATO: “Ci spararono alle spalle. L’ho visto con i miei occhi. Il fuoco proveniva dal tetto dell’ambasciata statunitense, e dal campanile vicino l’Hotel Mir. Tutti i nostri soldati uccisi, furono colpiti alle spalle. Non so chi fossero i tiratori, ma posso indovinare.”
Nel suo libro Jastrebij Mira (Falchi della Pace) Rogozin menziona lo scambio avuto con il generale Sorokin.
Rogozin: Lei ha detto che il fuoco arrivava dal tergo, avendo colpito i soldati alla schiena. L’ha capito dopo il combattimento o durante? Se aveva ordinato di rispondere, perché queste postazioni di tiro non furono coperte? Che ne pensa dei tiratori? Chi erano?
Sorokin: Ho ordinato di non sparare in direzione dell’ambasciata statunitense. I soldati zigzagavano, in modo che mentre un gruppo si muoveva, l’altro lo copriva. Avevo l’assoluto divieto di sparare presso l’ambasciata, per evitare ulteriori problemi.

Civili presi di mira
Ma quei giovani soldati non furono le sole vittime dell’ottobre nero. Starikov dice: “Molti abitanti di Mosca furono colpiti da cecchini misteriosi, l’ambasciata statunitense non era l’unico punto di tiro. Spararono ai passanti. Lo scopo era lo stesso, simulare dei “crimini”, suscitare una ribellione e incitare una guerra fratricida“. Secondo Starikov, i tiratori non erano dilettanti, ma notevoli professionisti. Come riesce a fare tale valutazione? “Ricordate il colpo a Gennadij Sergeev, un ufficiale delle Forze Speciali, di fronte alla Casa Bianca,” dice. “Il proiettile entrò tra il bordo inferiore del casco e il bordo superiore del giubbotto antiproiettile.”
Rogozin dice che ha “testimonianze documentate che descrivono diversi casi, dagli elementi della FSB e del Ministero degli Interni fino ai comandanti dei paracadutisti e ai soldati della Taman, finiti sotto il fuoco, che affermano che il tiro proveniva da truppe amiche, cecchini del governo e cecchini sconosciuti sui tetti dell’ambasciata statunitense e dalla relativa zona residenziale.” Ma anche tale provocazione non spinse il comandante della forza di elite Alpha, Gennadij Zajtsev, ad assaltare la Casa Bianca. Infatti, disobbedì all’ordine diretto di prendere d’assalto l’edificio, emanato da Eltsin, che oramai era impazzito. Zajtsev sostiene la testimonianza del Generale Sorokin: il colpo che raggiunse Sergeev “non proveniva dalla Casa Bianca, ne sono assolutamente sicuro. Ciò (era) un atto volto a provocare i membri di ‘Alpha’ e spingerli ad assaltare e distruggere tutto“.

Il motivo per alzare la posta in gioco
Secondo Rogozin, “Eltsin ricevette il via libera dall’occidente per sciogliere il Parlamento. Basta pensarci su, il Parlamento fu bombardato dai carri armati! E le democrazie occidentali non dissero una parola. Perché? Perché si era nell’ottobre 1993, quando la privatizzazione delle risorse naturali della Russia era allo studio, assieme alla privatizzazione finale delle macerie russe“. (Rogozin non è del tutto corretto qui. Le democrazie occidentali non rimasero spettatrici silenziose. Nella carneficina esse, assieme ad agenti come la CNN e la BBC, facevano il tifo.) Infatti, sotto l’influenza di FMI, Goldman Sachs e altri consiglieri statunitensi, Eltsin volle sabotare l’economia russa. Anche se il reddito russo era dimezzato, volle privatizzare tutto, compresi i gioielli dell’industria russa. Eltsin aveva un motivo cruciale per liquidare il Parlamento, solo i deputati resistevano ai suoi piani del FMI, di permettere la distruzione di tutte le imprese statali. Pensateci, oggi non ci sarebbero Sukhoj, MiG o Gazprom.

Contro ogni principio della democrazia
Nel modo in cui una democrazia dovrebbe funzionare, quando si viene accusati dal proprio Parlamento, si va via. Invece Eltsin, appoggiato dai suoi sostenitori occidentali, usò il mezzo meno  democratico a cui un presidente potrebbe pensare, l’esercito. Ironia della sorte, i vasti poteri che sono oggi concentrati al Cremlino, e di cui l’occidente tanto si lamenta, sono un retaggio dell’ottobre nero, quando Eltsin usurpò il potere, vietò i giornali e i partiti di opposizione. Stranamente, l’occidente aveva applaudito questi atti. Il contraccolpo fu inevitabile. Stufi della suo servilismo verso l’occidente, i russi mollarono Eltsin e la sua epoca di umiliazioni.
Secondo Starikov, cecchini sconosciuti agirono in modo simile in Kirghizistan, Iran, Thailandia e Romania, colpendo donne, bambini e giovani, segmenti della popolazione cui le forze governative hanno meno probabilità di sparare. In ciascuno di questi Paesi, i cecchini intervennero solo quando la diplomazia occidentale stava fallendo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi

Maximilien Forte, Global Research, 21 ottobre 2013

gheddafi_roma_sapienzaLa nozione di “Libia” ha cessato di avere qualsiasi significato pratico, quale concetto in riferimento a un certo grado di unità nazionale, comunità immaginata, sovranità o esercizio di un’autorità statale sul proprio territorio, la “Libia” è tornata indietro, quando doveva ancora formalizzarsi come concetto. Coloro che una volta celebravano i “ribelli rivoluzionari”, Obama, la NATO, le ONG, i media occidentali e l’opinione pubblica imperialista, liberale e “socialista” che, dopo un lungo periodo di aggiustamento strutturale interiorizzato, ora ha per filosofia il migliore accordo con i principi neoliberali, raramente, se mai, hanno incarnato il “futuro migliore” che doveva venire.  Visioni, come allucinazioni e deliri, del meglio che sarebbe venuto una volta che Gheddafi sarebbe stato doverosamente giustiziato, abbondavano negli scritti politicamente infantili sulla “primavera araba”.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Se mai c’è stata una “primavera araba” in Libia, in pochi giorni si trasformò in un incubo africano.  Questo fu particolarmente vero riguardo al terrorismo razzista contro decine di migliaia di inermi civili libici neri e di lavoratori migranti africani. Da quando la “Libia” non esiste più, l’assenza è una vergognosa macchia. La Libia è ora il nuovo “Stato” dell’apartheid e il nuovo “regime” torturatore in Africa. Perché le virgolette? A differenza dell’apartheid in Sud Africa, la “nuova Libia” è priva di qualsiasi tipo di coesione, come Stato e, tra governanti effettivi o potenziali, come classe, e le analisi di classe, infatti, quando applicata alla Libia utilizzando Marx come un manuale produce quei risultati risibili che ci si può aspettare dagli ortodossi eurocentristi, da coloro che indicano il presente nei contesti non occidentali come mera proiezione o ripetizione dello “stalinismo”. Le torture grottesche e criminali, l’omicidio e il massacro di Muammar Gheddafi simboleggiarono ciò che venne subito inflitto a tutta la Libia, proprio come fu fatto a migliaia di libici neri e di migranti africani dagli “eroici ribelli” nella guerra della NATO contro la Libia del 2011. La Libia è stata smembrata, come è stato scritto, sprofondando nella guerra di tutti contro tutti a vantaggio di pochi.
Giorni, settimane, mesi e ora anni sono passati, segnati da sequestri quotidiani, torture, ingiusta detenzione, omicidi, attentati, incursioni e sanguinosi scontri tra milizie rivali, estorsioni armate, assalti che hanno ridotto l’industria petrolifera in un miraggio di ciò che “una volta era”, ed esplosione di razzismo, fondamentalismo religioso e regionalismo. Se “Gheddafi” era il loro nemico, allora i libici hanno uno strano modo di dimostrarlo: massacrandosi a vicenda, i libici si dichiarano i propri peggiori nemici. Gheddafi non era chiaramente il problema: era la soluzione che doveva essere spezzata, in modo che la Libia fosse “fermata”, bloccata e costretta nella visione dei crudeli tiranni di Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.

Gino Strada, mercenario al servizio dell'intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Gino Strada, mercenario al servizio dell’intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Se la Libia ha subito migliaia di morti dal brutale rovesciamento di Gheddafi e di tutto ciò che aveva creato, è un bene ed una felice notizia per tutti quei puerili e pretesi sempliciotti che basano infantilmente le loro teorie su idee e contrapposizioni binarie eurocentriche, appena velate dalle traduzioni idiote delle demonizzanti caricature di Gheddafi. Così era “il dittatore”, che a quanto pare governava senza uno Stato, se si crede a ciò che Reuters tenta di far passare da analisi politica.  (Nessuna quantità di “esserci stato” ti curerà se insisti nella tua ignoranza). Qui c’era il dittatore “brutale”, che evidentemente manteneva debole il suo esercito. O c’era uno Stato, che era anche un one-man show, qualsiasi cosa per incolparlo di tutto il passato e per distogliere l’attenzione da tutti coloro che hanno la responsabilità del presente. Se continuano a combattere “Gheddafi” e ad accusare Gheddafi per il presente, allora non vi è stata alcuna “rivoluzione”, ma solo continue rievocazioni di tutto ciò che fu “Gheddafi.” Se i leader delle milizie vedono Gheddafi ovunque e in tutti, è perché non sono da nessuna parte. Perfino le grandiose dichiarazioni, vengono passate per analisi di esperti come Juan Cole e altri amici della Libia “che si ribella”, del popolo unito nel “rovesciare il regime” del dittatore. Davvero, è imbarazzante quando si pensa che tali presunti adulti, perfino “studiosi”, fossero dietro tale sciocco cartone animato.
Per i “socialisti” occidentali che hanno applaudito i “rivoluzionari” libici, chiediamogli: dov’è il socialismo in Libia oggi? Per i liberali che parlavano di “democrazia” e “diritti umani”, dove sono oggi? Per i sostenitori dei principi dell’intervento e della “protezione umanitaria”, perché siete così  silenziosi dopo aver chiuso con l’omicidio di Gheddafi? A chi immaginava presunti “massacri” futuri, accompagnando le invocazioni dei chierichetti inglesi e americani secondo cui “Gheddafi doveva sparire”, perché la vostra immaginazione improvvisamente scompare davanti ai veri massacri da voi stessi commessi e permessi? A coloro che affermano “delle vite sono state salvate,” dov’erano quando corpi insanguinati cominciarono ad accumularsi tra sciami di mosche negli ospedali abbandonati? Quando i pazienti negli ospedali furono freddati nei loro letti, e quando i prigionieri ammanettati, supini, furono assassinati con colpi a bruciapelo, tanto che l’erba sotto le loro teste fu bruciata; avete sussultato? In altre parole, dove vedete questo grande “successo” nell’ossario che oggi è la “Libia”?

Laura Boldrini, ex-portavoce dell'UNCHR, ha avvallato politicamente e meidaticamente la distruzione della Libia. Tutt'oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda  bellica usata nell'aggressione della Jamahiriya Libica

Laura Boldrini, ex-portavoce dell’UNCHR, ha avvallato politicamente e mediaticamente la distruzione della Libia. Tutt’oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda bellica usata nell’aggressione contro la Jamahiriya Libica

E’ una piana ‘analisi che parla della compressione dello spazio-tempo nella globalizzazione, che spiega presumibilmente quanti imperialisti iPad si siano investiti personalmente di “correggere” la Libia, in modo che potesse diventare simile a quello che hanno immaginato di possedere. Non guardano a nulla, se non a un’altra occasione di presentarsi, lusingando se stessi con un evoluto rinvigorimento culturale, applicato a forza dai bombardamenti della NATO. La Libia è ora “pronta alla democrazia”, e i missili da crociera hanno dimostrato quanto la Libia fosse matura per “il miglioramento.” Compressione spazio-temporale? La globalizzazione della coscienza? La coscienza, per quanto ce ne sia mai stata, è stata sicuramente compressa, in un minuscolo guscio di noce in cui sono vietate le opinioni contrarie, come soltanto ha sempre dimostrato di essere.
In tal senso, raccomando al lettore d’investire 40 minuti circa, per rivedere come stavano le cose prima di farsi illudere dalle nostre stesse bugie. Si tratta di una panoramica della Libia di Gheddafi, prodotta da BBC e CBS (che ci crediate o no), quando le fantasie demonologiche non si erano ancora completamente schiuse, volando e scaricando tanti escrementi propagandistici sulle nostre teste, come avviene con i vanagloriosi monologhi imperiali di Obama. Sfidate voi stessi e guardate alcune delle cose che la Libia ha perso, tutto in nome del grande nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA minacciano la Siria: la politica estera dal grilletto facile

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 29.08.2013

996546Le informazioni e le dichiarazioni fatte a Washington sono molteplici e spesso contraddittorie.  L’unica cosa chiara sono i funzionari degli Stati Uniti che sembrano preparare il terreno per un’azione militare contro la Siria per un presunto utilizzo di armi chimiche, un’affermazione non confermata. Con tutte le dichiarazioni fatte e il clamore sollevato sull’uso di armi chimiche in Siria, l’amministrazione è rimasta quasi nessuna scelta, poiché altrimenti minerebbe la propria credibilità. Il segretario di Stato John Kerry e il vicepresidente Joe Biden non hanno lasciato alcun dubbio che saranno presi provvedimenti. In un’intervista alla BBC, il segretario alla Difesa USA Chuck Hagel affermava che i militari sono ‘pronti a rispondere’ alla Siria. Aveva detto alla BBC, il 27 agosto, che l’esercito statunitense aveva ‘inviati i mezzi sul posto’, così tutte le opzioni sono a disposizione del presidente. Secondo Kerry, la prova di un grande attacco con armi chimiche in Siria era ‘innegabile’, una rivendicazione che Assad definiva ‘assurda’. Ricordandosi del ‘dossier’ prima della guerra in Iraq, le prove saranno sottoposte a notevoli controlli questa volta.
Gli Stati Uniti lanceranno un attacco contro la Siria, mentre la squadra delle Nazioni Unite è ancora nel Paese? L’amministrazione non potrà tentare alcun attacco mentre è in programma un viaggio di Obama, che deve avere incontri in Svezia e in Russia la prossima settimana, al fine di evitare che il comandante in capo sia all’estero, quando gli Stati Uniti lanceranno l’azione militare. Nel frattempo, le borse sprofondano e il prezzo del petrolio schizza vertiginosamente per la crescente preoccupazione di un attacco imminente.

Risposta internazionale
Il dibattito interno sottolinea lo scarso interesse internazionale per un ampio schieramento di forze in Siria. La posizione degli Stati Uniti è inequivocabilmente approvata da Regno Unito, Francia, Germania e alcuni altri membri della NATO. Fonti dell’opposizione siriana hanno detto di aspettarsi un imminente intervento occidentale nel conflitto. “Non vi è alcuna tempistica precisa… ma si può parlare di un imminente intervento internazionale contro il regime. E’ questione di giorni e non di settimane”, l’agenzia AFP citava il funzionario della Coalizione nazionale siriana Ahmad Ramadan. Ciò che è importante è l’assenza di un aperto sostegno dai governi arabi, neanche dall’Arabia Saudita, così l’occidente trova scarsa copertura politica regionale per un intervento che potrebbe prendere la direzione sbagliata. La Lega Araba aveva detto che riterrà il presidente siriano Bashar al-Assad responsabile degli attacchi e aveva richiesto l’intervento delle Nazioni Unite. Ma qui i suoi delegati, il 27 agosto, esortavano il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, piuttosto che l’occidente, ad adottare un’azione ‘deterrente’ contro la Siria per evitare il ripetersi dei presunti attacchi chimici del 21 agosto. I leader arabi hanno pubblicamente sostenuto che ogni azione militare internazionale dovrebbe essere sanzionata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Turchia è stato l’unico grande alleato musulmano in Medio Oriente degli Stati Uniti ad annunciare che avrebbe aderito alla coalizione militare internazionale contro la Siria, anche senza l’approvazione dell’ONU.
In un’intervista pubblicata il 27 agosto sul sito della Syrian Arab News Agency, il Presidente Assad accusava gli USA e altri Paesi di “indegna e palese mancanza di rispetto dell’opinione pubblica degli Stati Uniti e degli altri Paesi, non c’è ente nel mondo, per non parlare di una superpotenza, che lanci un’accusa e poi raccolga le prove per dimostrarla”. Assad avvertiva che se gli Stati Uniti attaccavano la Siria, si sarebbero trovati di fronte “ciò che hanno dovuto subire in ogni guerra dai tempi del Vietnam: il fallimento”. L’agenzia stampa della Cina ha ricordato che l’intelligence usata per giustificare l’invasione dell’Iraq, nel 2003, si rivelò errata, mentre il vicino e alleato della Siria, l’Iran, dichiarava che qualsiasi attacco potrebbe minacciare la stabilità della regione. La Russia avvertiva le potenze occidentali, il 26 agosto, contro qualsiasi intervento militare in Siria. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov aveva detto che Mosca non ha intenzione di essere coinvolta in un conflitto militare e che Washington e i suoi alleati avrebbero ripetuto ‘gli errori del passato’, se intervenivano in Siria. “L’uso della forza senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una gravissima violazione del diritto internazionale”, aveva detto Lavrov in una conferenza stampa, in cui metteva in dubbio le accuse dei ribelli secondo cui le forze governative siriane hanno usato armi chimiche. “Se qualcuno pensa che con il bombardamento e la distruzione dell’infrastruttura militare siriana, lasciando che sul campo di battaglia gli oppositori del regime vincano, tutto sarebbe finito, s’illude”. Il ministro aveva anche espresso dubbi sulla veridicità delle affermazioni degli Stati Uniti e degli europei sull’incidente, “Washington, Londra e Parigi dicono di avere prove inconfutabili che il governo siriano sia dietro l’attacco chimico a Damasco, ma non hanno ancora presentato queste prove. Eppure, continuano a dire che la ‘linea rossa’ è stata attraversata.” Il ministro ha detto che tali eventi mettono il mondo su una ‘strada pericolosa’ ed ha avvertito che ‘ripetere lo scenario iracheno e libico’ coinvolgendo forze esterne, sarebbe un ‘terribile errore che porterà ad ulteriore spargimento di sangue‘. Nella conferenza stampa Lavrov ha parlato di come i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Francia suscitino emozioni tra persone scarsamente informate che, una volta eccitate, devono essere soddisfatte con una guerra.

Le opzioni militari in generale
A luglio il presidente del Joint Chiefs of Staff (CJCS) degli USA, Generale Martin Dempsey, aveva detto che l’amministrazione Obama stava preparando diversi scenari per un possibile intervento militare in Siria. A luglio, il massimo comandante militare degli USA aveva pubblicamente sconsigliato l’intervento militare in Siria. Secondo le stime del CJC, stabilire una no-fly zone o un santuario in Siria, o controllare le armi chimiche del governo della Siria, costerebbe almeno un miliardo di dollari al mese e richiederebbe navi, aerei e diverse migliaia di truppe. La CIA aveva inviato armi in Giordania per consentire un assalto concertato con i ribelli per agosto-settembre. Qualche centinaio di combattenti è entrato in Siria. Il 22 luglio, Dempsey delineava cinque opzioni per l’intervento militare in Siria, in una lettera non classificata indirizzata al Congresso degli Stati Uniti. Il sito del quotidiano dei militari degli Stati Uniti Stars and Stripes, forniva un riassunto del documento, che diceva che gli Stati Uniti hanno bisogno di effettuare 700 sortite con inevitabili perdite, per degradare le forze armate del regime. Tale opzione richiederebbe centinaia di aerei e navi, e che “a seconda della durata, il costo sarebbe di miliardi di dollari”.
Secondo il giornale (1), queste sono le cinque opzioni descritte da Dempsey per l’azione militare degli Stati Uniti in Siria:
- una missione ‘per addestrare, consigliare e assistere’ senza che truppe degli USA siano direttamente coinvolte nei combattimenti;
- limitati attacchi aerei stand-off, al di fuori della Siria, mirando “alle strutture di difesa aerea, aviazione, esercito, missili, forze navali, di supporto e centri comando del regime”;
- adottare una no-fly zone per abbattere le difese aeree siriane e controllare i cieli in tutto il paese.  Perché all’aviazione statunitense sarebbe necessario sorvolare lo spazio aereo siriano, altrimenti il rischio per le truppe statunitensi sarebbe più alto.
- creazione di zone cuscinetto per proteggere i confini della Turchia e della Giordania, e per proteggere i civili siriani.
- controllare le armi chimiche. Questa è l’opzione più complessa. Richiederebbe attacchi aerei e missilistici, una no-fly zone e migliaia di truppe sul terreno.
Il mese scorso, il Pentagono lasciava circa 800 truppe da combattimento dotate di una squadriglia di aerei da combattimento F-16 e del sistema antimissile Patriot sul confine giordano, dopo un’esercitazione militare di routine. La forza farà parte dell’operazione.

Lo scenario di domani
Il presidente ha finora escluso d’inviare truppe statunitensi sul terreno in Siria ed ufficiali dicono che non prendono in considerazione la creazione unilaterale di una no-fly zone. Un attacco limitato consentirebbe ad Obama di poter dire di attuare il suo avvertimento di un anno prima, secondo cui Assad subirebbe il ‘cambio del gioco’ se usasse armi chimiche. Tra le opzioni militari in esame vi sono attacchi missilistici su unità siriane ritenute responsabili degli attacchi chimici o alla forza aerea e ai siti dei missili balistici di Assad, secondo ufficiali degli USA. Tali attacchi potrebbero essere lanciati da navi e sottomarini (in numero limitato) o da aerei da combattimento degli USA in grado di lanciare missili all’esterno dello spazio aereo siriano, evitando così le difese aeree siriane. Quattro cacciatorpediniere della marina degli Stati Uniti attendevano nel Mediterraneo orientale l’ordine del presidente Obama di colpire le risorse militari del regime siriano, ciascuno dotato di 90 missili da crociera Tomahawk (cifra assurda anche nel totale. NdT). L’USS Mahan, USS Gravely, USS Barry e USS Ramage sono “pronti e posizionati per qualsiasi opzione”, riferivano gli ufficiali della difesa USA. Gli ufficiali avevano detto che i probabili bersagli di eventuali attacchi con i missili cruise sarebbero collegati alla capacità del regime di lanciare attacchi con armi chimiche. Possibili obiettivi comprenderebbero arsenali, centri di comando e controllo, radar, comunicazioni, e altri comandi militari. Meno probabile l’attacco ai siti di armi chimiche, a causa del rischio di rilasciare gas tossici.
NBC aveva riportato che gli attacchi missilistici avrebbero luogo il 29 agosto. Altre fonti dicono che l’attacco si svolgerà nei prossimi giorni. Un breve singolo attacco potrebbe invece essere simbolico e non durare più di un paio di giorni, limitandosi ai quattro cacciatorpediniere, piattaforme di lancio dei missili da crociera nel Mediterraneo, che colpiscono il sistema di comando e controllo, nonché altri obiettivi militari fondamentali. Questa operazione sarebbe simile al bombardamento della Libia degli Stati Uniti nel 1986, nome in codice Operazione El Dorado Canyon. L’attacco fu condotto da US Air Force, US Navy e US Marine Corps per mezzo di attacchi aerei, in risposta all’attentato a una discoteca di Berlino del 1986. Limitata nel tempo, avrebbe costi  contenuti. Non c’è dubbio che in qualsiasi scenario, la Quarta Divisione corazzata e la sua 155.ma Brigata, principale componente da combattimento, saranno tra i bersagli. Il secondo scenario prevede un’operazione aerea piuttosto lunga, simile a quella condotta dalla NATO contro la Libia nel 2011. Questa linea di condotta coinvolgerà l’occidente nella guerra a fianco dei ribelli, continuandola fin quando Assad sarà rovesciato o l’intervento fallirà. C’è anche uno scenario intermedio che presuppone intensi bombardamenti e consecutiva sostituzione nell’iniziativa con attori regionali come Turchia, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha preso nessuna decisione sulla Siria, il 28 agosto, e non si sa ciò che s’è detto a porte chiuse. La Russia ha detto che l’ONU deve terminare le indagini sulle accuse, prima di discutere qualsiasi risoluzione. Prendendo in considerazione quanto forte sia il supporto all’intervento da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, bisogna dare un’occhiata a quale potrebbe essere la risposta…

Siria: capacità di resistenza
La Siria non cadrà vittima di attacchi informatici, il suo sistema di comando e controllo non dipende dai computer. E’ un vantaggio date le circostanze. Le Forze armate siriane hanno impedito l’intervento per due anni e mezzo. Sono una forza con cui fare i conti anche su scala globale (truppe di terra e forza aerea), il morale è alto, e vi sono stati pochi disertori finora. I sistemi di combattimento sono relativamente obsoleti, ma in grado di infliggere gravi danni. Si ricordi la Jugoslavia nel 1999, quando gli obsoleti S-125 colpirono i moderni F-117A e F-16C. La Siria è in grado di colpire da grande distanza bersagli navali, come piattaforme per missili da crociera e navi anfibie. Questa capacità è fornita da aggiornati missili antinave. Il K-300P Bastion-P (nome in codice NATO SSC-5) è un moderno sistema missilistico mobile a lungo raggio russo per la difesa costiera, progettato per distruggere diverse navi di superficie. Il sistema utilizza il P-800 Jakhont (SS-N-26) un missili cruise antinave con una portata massima di 300 km. Il sistema missilistico è montato su un veicolo mobile che può dispiegare i missili in meno di cinque minuti e rimanere in attesa attiva per un periodo di 3-5 giorni, mantenendo alla larga la 6a flotta statunitense.
La difesa aerea siriana ha 40.000 effettivi e un comando indipendente nelle Forze Armate; è dotata di 650 lanciamissili fissi SA-2 (S-200 Angara), SA-3 (2K12 Kub) e SA-5 (S-200), 200 lanciamissili mobili SA-6 (versione mobile del Kub), SA-11 (Buk) e Pantsir-S1 (SA-22) oltre a 4.000 cannoni antiaerei. La difesa a bassa quota comprende i moderni missili di produzione russa SA-22 Greyhound (96K6 Pantsir S-1E) e Buk-M2. I sistemi di alta quota sono i relativamente obsoleti SA-2 Guideline (CP-75 Dvina/S-75M Volga) e SA-3 Goa (S-125 Neva/S-125M Pechora), ma ancora abbastanza efficienti per colpire qualsiasi bersaglio volante moderno. La Siria ha una difesa aerea abbastanza forte per infliggere perdite significative. I lanciamissili antiaerei portatili e i sistemi di artiglieria per la difesa aerea resteranno intatti.
I 28 membri della NATO possiedono circa 20.000 carri armati e 6000 aerei da combattimento  dall’Alaska al Kurdistan turco. In contrasto, la Siria possiede circa 5000 carri armati e 500 aerei da combattimento concentrati sul suo territorio relativamente limitato. Facendo un confronto individuale, gli Stati Uniti sono l’unico membro dell’Alleanza numericamente prominente. La NATO ha il vantaggio sulle navi, ma non è un fattore decisivo, non questa volta, perché si tratta di una battaglia aereo-terrestre. Secondo il rapporto preparato dal prestigioso RUSI di Londra, il dato minimo richiederebbe almeno 500.000 truppe di terra efficienti con una forza aerea che fornisca supporto in combattimento e forze navali sufficienti ad assicurare un continuo e libero appoggio marittimo, soprattutto nelle prime fasi dell’intervento e quale precauzione in caso di fallimento. (2)

Implicazioni
La Siria è completamente diversa dalla Libia, ha alleati: Iran, Hezbollah in Libano, che si attiverebbero, soprattutto Hezbollah. L’organizzazione libanese è un fedele alleato della Siria, con più di 20.000 soldati, carri armati e missili. Il personale ha acquisito esperienza affrontando l’esercito israeliano. L’organizzazione ha filiali in Giordania, Yemen e nel Sinai. Il potenziale della Siria è reale, a differenza di quello della NATO, che in alcuni casi è forte solo sulla carta. Dopo aver lanciato l’operazione in Libia nel 2011, gli alleati non poterono trovare che un centinaio di aerei, mentre formalmente ne avevano più di 2500. Germania, Grecia ed Europa orientale evitarono l’operazione. Così oggi, Stati Uniti e Regno Unito otterrebbero probabilmente solo sostegno verbale. Colpendo le infrastrutture militari di comando e controllo siriani, gli Stati Uniti minerebbero la capacità della Siria di assicurare i depositi di armi chimiche, aumentando notevolmente la possibilità che possano finire nelle mani sbagliate. Sarà responsabilità degli Stati Uniti e dei loro compagni d’armi, se accadesse. Gli europei (e i nemici arabi dei siriani) entrano nel panico anche solo sentendo dell’impossibilità di attuare una qualsiasi operazione militare senza subire eventuali perdite militari. La crisi economica in atto in Europa non è certo un momento propizio per farsi coinvolgere in avventure militari. Si ricordi come la limitata operazione in Libia ha danneggiato i budget militari dei membri della NATO, con il resoconto dell’esaurimento di carburante e munizioni ad alta precisione. Le PGM furono quasi tutte usate per distruggere l’equipaggiamento corazzato e l’artiglieria estremamente obsoleti della Libia. Le ‘bombe intelligenti’ si rivelarono assai diverse da ciò che si credeva fossero, spesso una munizione ad alta precisione è più costosa del bersaglio, mentre l’arsenale occidentale ha avuto meno PGM che bersagli da colpire. La Libia è stata una vittoria di Pirro, facendo emergere i grandi errori del pensiero e della pianificazione militari occidentali contemporanei. Provate a immaginare cosa sarebbe stato se degli aerei da combattimento fossero andati persi. Lo saranno nel caso della Siria.
Se l’obiettivo è rovesciare il regime di Assad, allora i missili da crociera non sono sufficienti. In nessun modo potrebbero limitarsi ai soli attacchi aerei; una fase terrestre è inevitabile, e tale fase è impossibile senza la Turchia. Se la Turchia aderisce all’operazione, subirebbe pesanti perdite. La NATO colmerebbe i vuoti nel caso delle munizioni o degli equipaggiamenti necessari, ma la partecipazione non si tradurrà anche in un pesante tributo di vite umane. La Turchia ne avrà dei dividendi politici reali? Quasi nessuno, il suo ruolo sarà probabilmente quello di carne da cannone dell’occidente. La Turchia ebbe una clamorosa occasione per avviare la guerra, quando un suo aereo fu colpito il 22 giugno 2012, ma non invocò l’articolo 5 del trattato di Washington per una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Invece preferì “lamentarsi” presso la NATO, ricevendo “sostegno morale” in cambio. Nessun articolo 5 era all’ordine del giorno. E il Paese ha appena visto cosa sia una rivolta civile su larga scala. Il popolo turco difficilmente sarebbe felice del coinvolgimento in un’avventura militare. E il fattore curdo è certamente qualcosa che il governo turco non può ignorare, soppesando le varie probabilità.
La Siria esaurirà la NATO diminuendone notevolmente le capacità per un’operazione contro l’Iran. Se l’Iran difenderà la Siria, allora lo scenario sarà molto più complicato e più ampio. Se l’Iran interviene poi in tutta la regione, sarà interessata da combattimenti che si diffonderanno nel Golfo Persico, dove gli sciiti hanno già dimostrato scontento verso la loro situazione nei Paesi governati da sunniti. L’Iran potrebbe chiudere lo Stretto di Hormuz, uno scenario che comporterebbe  difficoltà economiche per molti. Vi saranno violenze settarie nell’intera regione. La guerra innescherà scontri tra le comunità in Libano. Una possibilità è che la grande contesa locale si trasformerebbe in combattimenti su larga scala provocando la guerra civile. L’intervento verserà benzina sulle violenze in Iraq, dove gli attentati sono quasi diventati quotidiani. Il sentimento anti-americano nel mondo arabo sarà inevitabilmente diffuso, dopo tutto, essendo la Siria a lungo in contrasto con il suo vicino, Israele, stretto alleato degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti e gli altri partecipanti all’operazione saranno responsabili dei danni collaterali inevitabili, verso cui dicono di preoccuparsi tanto; la vita dei civili inermi in cittadine densamente popolate e assai vicine, renderanno la missione NATO assai più pericolosa, mentre ulteriori vittime civili sarebbero inevitabili, se la NATO dovesse compiere attacchi aerei. Se le forze di Assad sono così indiscriminate da uccidere civili, così lo saranno anche quelle degli Stati Uniti.
L’ultimo sondaggio indica che solo il 45% degli statunitensi vorrebbe attaccare la Siria se avesse usato armi chimiche. Il supporto non è abbastanza forte da giustificare l’azione. A giugno un sondaggio Pew evidenziava che il 70% degli statunitensi è contrario ad armare i ribelli siriani. Il presidente Obama deve ancora convincere le persone della necessità dell’azione. Tutti i recenti interventi militari degli USA hanno fallito. La Serbia ha perso il suo territorio quando il Kosovo è diventato una zona colpita dal crimine; l’Iraq è diviso ed estremamente instabile, il Kurdistan iracheno è ormai diventato uno Stato separato, l’Afghanistan è il luogo in cui la NATO rischia di giocarsi il proprio destino e la Libia è incontrollata e divisa. C’è un forte motivo per non credere alle affermazioni degli Stati Uniti sulla veridicità sull’impiego di armi chimiche da parte della Siria. A maggio, la commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria segnalò ‘forti e concreti sospetti’ che i ribelli appoggiati dagli USA avessero gas sarin, “che fu usato dall’opposizione, dai ribelli, non dalle autorità del governo”, ha detto il commissario Carla del Ponte. C’è una ragione per credere che la corsa alla guerra, persegua l’obiettivo di impedire il controllo delle Nazioni Unite che smentirebbe le accuse di Washington ed eventualmente indicherebbe il coinvolgimento di Washington in un attacco false flag dei ribelli, inscenando una provocazione, qualcosa che sembrano aver già fatto in precedenza.
L’imminente attacco è un duro colpo alla speranza di una soluzione pacifica. Ora non vi è alcun incentivo ai ribelli per partecipare ai colloqui di pace con il governo siriano, mentre i militari dell’occidente vengono in loro aiuto. Parlando delle armi di distruzione di massa, è una questione di principio se delle persone vengono uccise da esplosivi all’uranio impoverito, come nei conflitti avviati dagli Stati Uniti, o con agenti chimici o qualsiasi altra arma. E perché dovrebbero essere demonizzate le armi chimiche, ma non le “bunker busters” nucleari da usare contro l’Iran? Un intervento militare in Siria potrebbe trasformarsi nella jihad dei terroristi, aiutandoli a rovesciare il governo secolare di Assad. Gli Stati Uniti non ha mai imparato la lezione dell’Iraq e sono sulla via di immergere loro stessi, e il mondo, in un altro pantano di caos e instabilità dalle conseguenze globali disastrose; gli appelli ad ascoltare la ragione non servono a nulla.

Note:
1. Stripes
2. Rusi.org

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito libero siriano attacca Damasco con armi chimiche?

Aangirfan 20 agosto 2013

1176215Il video dell’attacco con i gas a Damasco è stato pubblicato il 20 agosto 2013. Secondo la Reuters, l’attacco chimico a Damasco è avvenuto il 21 agosto 2013.

I ribelli siriani dell’ELS, hanno armi chimiche. La foto sopra mostra come l’ELS possieda armi chimiche. “La Russia ha fornito prove inconfutabili riguardo l’uso di armi chimiche, da parte dell’opposizione armata siriana, ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, secondo una dichiarazione del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.Prove sulle armi chimiche dell’ELS
Maggio 2013: “Gli investigatori delle Nazioni Unite dicono che hanno trovato testimonianze di vittime e personale medico che dimostrano che i militanti hanno usato l’agente nervino sarin in Siria… La Commissione indipendente d’inchiesta dell’ONU sulla Siria non ha trovato alcuna prova che le forze governative siriane abbiano usato armi chimiche contro i militanti, ha detto il membro della commissione Carla Del Ponte, secondo la Reuters.” Liveleak.

FSAL’Esercito libero siriano appoggiato dagli USA, con bandiere di al-Qaida.

14 luglio 2013: “L’esercito siriano ha scoperto un magazzino appartenente ai ribelli nella zona di Damasco, a Jubar, in cui sono state prodotte e conservate sostanze chimiche tossiche… Fonti militari hanno riferito che i militanti si stavano preparando a sparare colpi di mortaio nella periferia della capitale e confezionavano razzi con testate chimiche.’ Un video girato dal canale in arabo di RussiaToday, al-Yum, mostra un… edificio trasformato in laboratorio. Dopo essere entrati nell’edificio, ufficiali dell’esercito siriano hanno trovato decine di contenitori e sacchi sul pavimento e sui tavoli. Secondo l’etichetta di avvertimento sui contenitori, la sostanza ‘corrosiva’ proveniva dall’Arabia Saudita. Il 7 luglio, l’esercito siriano ha confiscato 281 barili pieni di sostanze chimiche pericolose, “che ha trovato in un nascondiglio appartenente ai ribelli nella città di Banias… l’ambasciatore siriano all’ONU Bashar Ja’afari, ha detto che le sostanze chimiche erano ‘in grado di distruggere una città intera, se non tutte del Paese.‘” Deposito di armi chimiche dell’ELS ritrovato dall’esercito siriano a Damasco

Il 21 agosto 2013, i ribelli siriani dell’ELS sostengono che le armi chimiche hanno ucciso centinaia di persone alla periferia di Damasco, in una zona in cui Assad ha la residenza. Frank Gardner, corrispondente per la sicurezza della BBC, si chiede: “Perché il governo di Assad, che ha recentemente riconquisto terreno ai ribelli, effettuerebbe un attacco chimico, mentre gli ispettori delle Nazioni Unite sono nel Paese?BBC News, Il conflitto in Siria: ‘attacchi chimici’ uccidono centinaia di persone

BSMaNDfCMAE8Oc8Nella foto sopra, queste presunte vittime a Damasco provengono in effetti dall’Egitto. Le pagine ikhwanonline.com e FSA usano le foto delle vittime dei sinistri a Rabaa per denunciare l’attacco chimico a Ghuta orientale. Syria#FSAcrimes

Un portavoce del ministero degli Esteri di Mosca ha detto che il lancio del gas dopo l’arrivo degli ispettori delle Nazioni Unite, suggerisce fortemente che si tratti di una ‘provocazione’ per screditare il governo siriano. La tempistica e la localizzazione del presunto uso di armi chimiche, appena tre giorni dopo che il team di esperti chimici dell’ONU è giunto in un hotel di Damasco, a pochi km ad est, all’inizio della loro missione, è sorprendente. Sarebbe molto strano se fosse il governo a commetterlo nel momento esatto in cui gli ispettori internazionali arrivano nel Paese”, ha dichiarato Rolf Ekeus, un diplomatico svedese in pensione che ha guidato un team di ispettori dell’ONU in Iraq negli anni ’90″. Reuters

RabaaRabaa – vittime dei misteriosi cecchini in Egitto, 14 agosto 2013

Brian commenta:
1. I ribelli dell’ELS usano le foto delle vittime degli omicidi a Rabaa in Egitto per le loro accuse sull’attacco chimico a Ghuta orientale alla periferia di Damasco.
2. Il governo siriano nega l’uso di armi chimiche.
La Siria nega le notizia sul micidiale attacco al gas nervino di Damasco
Ecco una e-mail ripresa dall’azienda di sicurezza privata inglese Britam Defence:

Phil
Abbiamo una nuova offerta. Si tratta ancora della Siria.
Il Qatar propone un affare interessante e giuro che l’idea viene approvata da Washington.
Dovremo offrire una CW (un’arma chimica) a Homs, una g-shell di origine sovietica dalla Libia, simile a quelle che Assad dovrebbe avere. Vogliono che schieriamo il nostro personale ucraino, che dovrebbe parlare russo e girare un video.
Francamente, non credo che sia una buona idea, ma gli importi proposti sono enormi. La tua opinione?

Cordiali saluti
Dav

L’attacco chimico di Damasco è un’operazione False Flag del Qatar, come riferito a gennaio?

====TURKEY OUT==== Rebel Free Syrian ArmI ribelli dell’Esercito libero siriano e loro vittime. Foto: Emin Ozmen/AFP/Getty Images

L’Esercito libero siriano è “una banda raccogliticcia di fanatici islamisti, mercenari ceceni ed afgani, terroristi, assassini, stupratori e torturatori”, sostenuta da Obama.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Britamgate: inscenare attacchi false flag in Siria

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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