Cina e Russia nella nuova strategia degli accordi energetici

William Engdahl New Eastern Outlook 28/09/2014Официальный визит В.Путина в Китайскую Народную РеспубликуSolo poche settimane dopo che Putin, presidente della Russia e il presidente della Cina Xi avevano firmato quello che è stato chiamato l'”accordo sull’energia del secolo”, un progetto trentennale da 400 miliardi di dollari su gas e gasdotto “orientale” dalla Russia alla Cina, i due Paesi hanno perseguito un emozionante caleidoscopio di nuovi grandi accordi energetici, dal gas al petrolio al carbone. In totale ciò equivale a un importante cambio strategico e geopolitico nei rapporti tra i due giganti dell’Eurasia, che avrà implicazioni sul futuro di Europa e Stati Uniti. Il 17 settembre, il CEO di Gazprom Aleksej Miller informava Vladimir Putin sulle trattative con i cinesi per la fornitura alla Cina di 30 miliardi di metri cubi di gas naturale via occidentale per oltre trent’anni, secondo le agenzie di stampa cinese Xinhua e russa Interfax. Come il recente accordo sul gasdotto “orientale”, anch’esso avrà una durata di 30 anni. Verrebbe firmato tra Gazprom e China National Petroleum Corporation (CNPC) a novembre. I due hanno anche discusso la possibilità di raddoppiare o addirittura triplicare il volume di gas, in seguito, fino a 60-100 miliardi di metri cubi. Il nuovo accordo sul gas russo in parte utilizzerà gli esistenti gasdotti russi. Il nuovo accordo sul gas e il gasdotto occidentale si aggiunge al grande accordo firmato nel maggio 2014 tra Cina e Russia dopo oltre un decennio di negoziati. Tale progetto orientale o East Route Gas, prevede la costruzione di un gasdotto per rifornire la Cina di 38 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal 2018. Il progetto East Route, ufficialmente “Power of Siberia“, ha appena iniziato la costruzione, questo mese, del gasdotto dalla città siberiana orientale di Jakutsk, nota come la città più fredda del mondo, e il cui costo è stimato 55 miliardi di dollari, e da completare entro il 2018.

Jamal GNL
I due progetti di gasdotti russo-cinesi sono lungi dall’essere completati tra i due Paesi eurasiatici, al momento. Il vicedirettore della China National Energy Administration, Zhang Yuqing, annunciava il 19 settembre, appena due giorni dopo la notizia dei colloqui su Siberia occidentale-Cina, che la Cina “amplierà la cooperazione” con le aziende russe sull’enorme progetto Jamal per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) della Russia. I cinesi, che hanno sviluppato una propria tecnologia per produrre GNL, l’useranno nel progetto Jamal per rifornire di gas la Cina. La penisola di Jamal nel nord-ovest della Siberia, in Russia, che rientra nel Megaprogetto Jamal, ha alcune dei più grandi giacimenti noti e non sviluppati di gas al mondo. Significativamente, Cina e Russia discutono attualmente del significativo aumento della partecipazione cinese allo sviluppo dello Jamal GNL. L’attuale progetto cino-russo Jamal GNL richiede che la China National Petroleum Company perfori 200 pozzi, crei un sistema di gasdotti, impianti di trattamento del gas e un impianto di liquefazione nel giacimento di Sud-Tambejskoe, nella penisola di Jamal in Russia. La società gasifera russa Novatek ha il 60 per cento della quota di partecipazione nel progetto. La cinese CNPC e la francese Total detengono il 20 per cento ciascuno. Nel 2008 la Russia ha firmato una joint venture con la statunitense ExxonMobil per sviluppare l’adiacente giacimento di gas Jamal. Le recenti sanzioni di Stati Uniti e UE potrebbero, se aumentate, congelare l’accordo con l’ExxonMobil. La decisione cinese è chiaramente stata presa con Mosca che bada alla fine della partecipazione delle aziende occidentali per via di future sanzioni dagli Stati Uniti.

Anche il carbone…
Allo stesso tempo, ai primi di settembre, la compagnia statale Russian Technologies o Rostec, ha firmato un contratto da 10 miliardi di dollari con la compagnia statale della Cina Shenhua Group Corp Ltd, il più grande produttore di carbone nel mondo, per sviluppare le miniere di carbone in Siberia e nell’Estremo Oriente della Russia. Le due aziende esploreranno e svilupperanno la miniera di carbone di Ogodzhinskoe nella regione dell’Amur in Russia, con riserve di carbone stimate a 1,6 miliardi di tonnellate. Rostec prevede che la produzione di carbone inizierà nel 2019, con una produzione annua di 30 milioni di tonnellate da esportare principalmente in Cina. La cooperazione Rostec-Shenhua andrà ben oltre lo sfruttamento del carbone russo dell’Amur. Rostec e Shenhua costruiranno anche un terminal marittimo per il carbone a Port Vera nel territorio di Primorie, con una capacità annua di 20 milioni di tonnellate. La costruzione inizierà nel 2015 e sarà operativa nel 2018 – 2019, permettendo alla Russia di aumentare notevolmente le esportazioni di carbone verso i mercati dell’Asia-Pacifico. Inoltre, il progetto prevede la costruzione di una centrale elettrica e linee di trasmissione ad alta tensione per la Cina, così come di infrastrutture sociali e dei trasporti. L’accordo aiuterà a risolvere il problema della carenza di energia nella regione dell’Amur in Russia e nelle regioni settentrionali della Cina, e a soddisfare la domanda di energia elettrica di quei territori. Inoltre si prevede di creare circa 10000 nuovi posti di lavoro e 30000 posti di lavoro nei settori collegati ed associati.

Le enormi implicazioni geopolitiche
Commentando alla televisione russa il 20 settembre, il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha detto che, “La nostra collaborazione con la Cina è d’importanza strategica. Abbiamo grandi e brillanti contatti politici, ed ottimi rapporti economici. La Cina è il nostro partner strategico, e siamo interessati ad espandere la cooperazione“. Nella sua totalità, assieme ad altre misure di Putin per approfondire i legami politici, economici e militari con la Cina e le altre nazioni dell’Eurasia, gli ultimi accordi energetici possono trasformare la mappa geopolitica globale, una cosa che la fazione guerrafondaia di Washington non saluta volentieri. Il mondo, come notato prima, è nel pieno di trasformazioni fondamentali, come avviene ogni qualche secolo. Un’epoca sta finendo e l’egemonia globale una volta incontrastata dei Paesi atlantici, come Stati Uniti ed Unione europea, si sgretola rapidamente. Washington e le potenti e ricche famiglie dietro il potere a Washington, chiaramente cercano freneticamente di fermare o invertire il deterioramento del loro potere globale. Anche nell’Unione Europea, soprattutto tra i circoli elitari tedeschi, sempre più si alimentano le guerre dei neo-conservatori degli Stati Uniti, la paura su false malattie come Ebola, la distruzione dell’Ucraina che danneggia l’UE, ma lascia intatta Washington e Wall Street. I prossimi mesi saranno fatidici più di quanto la maggior parte di noi possa immaginare, con istituzioni un tempo potenti, perdere potere ed altre nuove istituzioni emergenti destituirle dal loro potere abusivo. La matrice dei recenti accordi economici tra Cina e Russia preannuncia questo cambio epocale.

192531881F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito la laurea in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’esperienza cinese è utile alla Russia”

Articolo di Zjuganov per il Quotidiano del Popolo e la Pravda
Histoire et Societé – 26 settembre 2014

Il 25 settembre è iniziata la visita ufficiale in Cina, su invito del Comitato centrale del Partito comunista cinese, della delegazione del Partito comunista (della Federazione Russa) guidata dal Segretario Zjuganov. Lo stesso giorno, il giornale ufficiale del Comitato centrale del PCC, “Quotidiano del Popolo”, ha pubblicato un articolo di Zjuganov. Oggi presentiamo ai lettori la traduzione dalla Pravda.

MAIN201409270824000105867568431Nel giugno 1997, i nostri partiti firmarono un memorandum per la cooperazione, che divenne la base per lo sviluppo delle relazioni multilaterali tra il Partito comunista e il PCC. Il Partito comunista in quel momento, dopo esser stato bandito e un lungo processo presso la Corte Costituzionale, e dopo aver superato la difficile strada per il recupero e la rigenerazione, aveva ripreso forza con fiducia e conquistato l’appoggio delle masse. Per noi, la firma di quel protocollo fu un importante sostegno morale. Lo scambio delle delegazioni consentì ai membri del nostro gruppo di conoscere le conquiste del popolo cinese, le attività del PCC. In Cina hanno soggiornato diversi gruppi militanti degli uffici regionali del partito comunista. Tra di loro c’erano speciali delegazioni di giovani, futuri leader del partito. Per loro, questi viaggi sono diventati una sorta di tirocinio. Molti giovani talenti si uniscono al nostro partito. Acquisire familiarità con le conquiste del Paese nel costruire il socialismo con caratteristiche cinesi, è un incentivo per il loro lavoro quotidiano. Anche i giornalisti del partito visitano la Cina. Dopo le loro visite, hanno pubblicato decine di materiali. Un aspetto importante del rapporto tra i partiti è la partecipazione dei rappresentanti del Partito Comunista in vari seminari e conferenze organizzati dalle organizzazioni scientifiche del PCC. I rappresentanti del Partito comunista cinese frequentano regolarmente i congressi del Partito comunista, così come quelli internazionali organizzati a Mosca su iniziativa del Partito Comunista. Ho visitato il vostro bel Paese sette volte. Questa visita sarà l’ottava. Ho avuto l’opportunità di incontrare molti leader del PCC. Il compagno Xi Jinping ha sostenuto attivamente lo sviluppo delle relazioni tra il Partito comunista russo e il PCC, chiedendone l’espansione. Penso che questi incontri siano un importante contributo alle relazioni tra il partito comunista e il PCC.
Sono grato ai compagni cinesi, perché hanno tradotto e pubblicato in cinese una serie di mie opere che riflettono i processi che avvengono in Russia, e le attività del nostro partito. Il mio libro “La globalizzazione e il destino dell’umanità”, contiene un’analisi delle relazioni internazionali contemporanee. Mi è stato detto che ha suscitato grande interesse tra i lettori cinesi. Generalmente, durante i nostri viaggi in Cina, abbiamo avuto l’opportunità di familiarizzare con i processi su riforme, sviluppo della scienza, produzione industriale moderna. I cinesi hanno ottenuto un notevole successo. Ero a Pechino quando avevano appena iniziato i preparativi per le Olimpiadi. Poi ho visitato Pechino alla vigilia della celebrazione globale dello sport e ho visto con i miei occhi ciò che è stato costruito: stadi, centri sportivi, nuove infrastrutture. Tutto questo mi ha fatto impressione. E’ con grande cura che seguiamo l’attuazione delle riforme previste nella RPC da parte del partito. La Cina detiene ancora il primo posto nel mondo per crescita economica, nonostante la crisi globale: una media del 9-10% all’anno negli ultimi 30 anni. C’è stato un aumento costante dei redditi nelle aree urbane e rurali. Sappiamo che la politica interna in Cina è determinata dall’adesione al sistema socialista. Tuttavia, la scelta socialista non impedisce di sviluppare relazioni nell’economia di mercato. La stabilità politica e il progresso dell’economia nazionale incitano la popolazione della Grande Cina a sperare in un futuro migliore.
Per noi, comunisti russi, l’esperienza della cooperazione con i partiti democratici del PCC in Cina è di grande interesse. Ci siamo incontrati più volte con i rappresentanti del Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Credo che questa esperienza possa essere utile per la Russia. Le relazioni russo-cinesi sono caratterizzate da elevate dinamiche di sviluppo, basandosi sul trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Russia e Cina del 16 luglio 2001. Queste relazioni sono ora caratterizzate da un partenariato basato su fiducia e interazione strategica. Dietro queste formulazioni ufficiali vi sono centinaia di contratti e accordi specifici. Recentemente sono venuto a conoscenza del piano d’azione 2013-2016. Esso dimostra che oltre 300 trattati ed accordi intergovernativi sono stati firmati, coprendo quasi tutti i settori della cooperazione. I parlamentari contribuiscono all’approfondimento delle relazioni tra i nostri due Paesi. Le commissioni parlamentari istituite operano con successo secondo la cooperazione tra Consiglio della Federazione, Consiglio di Stato e Congresso nazionale del popolo. Il Primo Vicepresidente del Partito Comunista, Primo Vicepresidente della Duma Ivan Melnikov, è responsabile per lo sviluppo delle relazioni tra la Duma di Stato e il Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Un membro del nostro gruppo, l’Ambasciatore Vassilij Likhachjov, è il coordinatore del gruppo di cooperazione tra la Duma di Stato e la CCPPC. Un posto importante nelle relazioni russo-cinesi prendono le relazioni interregionali. Oggi, più di 60 soggetti della Federazione Russa hanno contatti con le province della RPC. Hanno firmato più di un centinaio di accordi di cooperazione. I deputati comunisti degli organi di rappresentanza di questi soggetti, sostengono pienamente lo sviluppo dei contatti interregionali. L’Anno della Russia in Cina e l’Anno della Cina in Russia, delle lingue cinese e russa, hanno avuto molto successo. La mia famiglia contribuisce anche a questa partnership: un mio nipote studia cinese al liceo e ha fatto uno stage a Shanghai. I nostri Paesi hanno buone prospettive nell’approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La cosa importante è che gli accordi siano carichi di contenuti concreti.
Assistiamo all’improvviso peggioramento della situazione internazionale. In varie parti del mondo imperversano la guerra e il terrorismo, e le minacce alla pace e alla stabilità si inaspriscono. La guerra ha raggiunto i confini della Russia, in Ucraina c’è la guerra civile. Nei documenti diplomatici avrebbero scritto probabilmente che gli approcci di Russia e Cina ai problemi fondamentali della politica mondiale e alle questioni internazionali sono vicini o coincidono. In pratica, ciò significa che i nostri Paesi hanno sventato l’aggressione alla Siria. I marinai dei nostri Paesi hanno garantito le regolari operazioni per distruggere le armi chimiche siriane. Nel vocabolario internazionale vi sono concetti ben affermati come BRICS e SCO, nella cui formazione sono coinvolte attivamente Russia e Cina. Sono convinto che queste strutture internazionali emergenti avranno sempre più importanza e influenzeranno il corso degli eventi mondiali.
Oggi abbiamo tutte le ragioni per dire che Russia e Cina sono cruciali nel mondo moderno, e senza cui non può essere risolto alcun problema internazionale.

P201003242150341005320083Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO non è più la principale alleanza militare del mondo

I primi risultati del vertice SCO di Dushanbe
RusVesna - Histoire et Societé 13/09/2014

13930305000564_PhotoIA Dushanbe, capitale del Tagikistan, si è conclusa la parte ufficiale del vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Anche se formalmente non è stato menzionato, in realtà il primo risultato dell’evento è riassunto dalle parole di un esperto: “Perfetto, ora la NATO fa un po’ di spazio“. In primo luogo, dopo la creazione della struttura unitaria della SCO per la lotta al traffico di droga, è stata annunciata a Dushanbe il quadro unificato della lotta al terrorismo. In realtà, si tratta di un’alleanza militare, forse ancora più potente della NATO, visto che si parla della possibilità di formare contingenti militari congiunti con comando unificato e condivisione di tutte le risorse necessarie contro un nemico comune. La dichiarazione dopo il vertice è stata preceduta dalle esercitazioni militari congiunte “Missione di Pace – 2014″, del 24-29 agosto in Cina, le più ambiziose nella storia della SCO. La ragione ufficiale della decisione è la prospettiva della ritirata delle truppe NATO dall’Afghanistan mentre il Paese è sempre più teatro dello scontro tra forze governative e radicali. Tuttavia, il commento del presidente del Tagikistan ha lasciato intendere che non si tratta dei taliban. Rakhmonov ha detto: “La situazione diventa preoccupante quando un gruppo di persone possiede moderne tecnologie militari, una volta esclusivamente appannaggio degli Stati. Tali cambiamenti mutano radicalmente la natura delle sfide che affrontiamo, e l’approccio alla loro soluzione“. Chiaramente si tratta del SIIL, i cui membri sono già attivi in tutti i Paesi aderenti alla SCO: Russia, Cina, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, e in tutti i Paesi osservatori della SCO: Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran. Un altro Paese interessato alla lotta contro il SIIL è la Turchia, che ha lo status di “interlocutore della SCO”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la presidenza della Russia, da Dushanbe si prevede di fissare nel 2015 l’adozione della strategia per sviluppare l’organizzazione per il 2025, facendo aderire alla SCO India e Pakistan come membri a pieno titolo.
Nonostante le varie complesse relazioni tra gli Stati della SCO, la loro volontà di agire come fronte unito contro la minaccia comune, indica anche la volontà di negoziare a vantaggio della prosperità comune: i progetti prioritari della SCO sono i programmi di collaborazione per lo sviluppo economico strategico. Così si parla di unione, non solo di alleanza economica, ma anche militare di quasi tutta l’Asia meridionale. Dato che la SCO ha strette relazioni con la Comunità economica eurasiatica e i Paesi CSI e BRICS, è comprensibile che molti esperti considerino il vertice di Dushanbe una chiara linea contro Stati Uniti e NATO, che hanno sostenuto la creazione della minaccia terroristica internazionale, tra cui anche il SIIL, provocando il crollo di numerosi Stati. Anche se la SCO non è destinata ad essere il contraltare di UE e NATO, con la loro disciplina di ferro, a giudizio di alti funzionari russi, la causa del rafforzamento dell’organizzazione è chiara: nonostante le contraddizioni, i principali Paesi del mondo non europeo sono pronti a difendersi dagli attacchi occidentali alla propria sovranità e la Russia è la mediatrice che ha contribuito all’unione. Particolarmente evidente è la posizione della SCO indicata a Dushanbe sulla “crisi ucraina”, che deve essere risolta pacificamente al più presto.
Rendendosi conto che il conflitto in Ucraina è una minaccia diretta alla Russia e quindi alle associazioni internazionali e soprattutto ai programmi economici e sociali cui partecipano, tutti i Paesi della SCO hanno espresso sostegno al piano di pace di Vladimir Putin. Si ricordi che questo piano attua il cessate il fuoco e avvia i negoziati. Tuttavia, il ritiro delle truppe dalle aree popolate dovrebbe essere superiore alla gittata dell’artiglieria. Il che significa che i gruppi della spedizione punitiva di Kiev devono lasciare il Donbas, dato che la densità della popolazione non gli permette di ritirarsi nella distanza specificata e di rimanere entro i suoi confini.

4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 23 agosto 2014

1E3F793A-A6C4-40F6-80B8-FB2FE5D773E2_mw1024_s_nLa Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

0,,17516185_303,00Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

0011282775La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo. xi-with-president-maduroAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ascesa del Petroyuan e l’erosione dell’egemonia del dollaro

Tyler Durden Zerohedge 05/08/2014
YuanPer 70 anni uno dei fondamenti cruciali del potere statunitense è stato il dollaro quale moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo dominante del verdone nei mercati energetici internazionali. Oggi, la Cina sfrutta l’ascesa a potenza economica e di mercato sempre più importante per gli esportatori di idrocarburi del Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica, circoscrivendo il predominio mondiale del dollaro nell’energia, con possibili profonde implicazioni per la posizione strategica degli USA.
Dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica degli USA riposava non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro quale principale valuta di transazione e di riserva mondiale. Economicamente, il primato del dollaro deriva dal “signoraggio”, la differenza tra costo per la stampa del denaro e il suo valore, sugli altri Paesi, minimizzando il rischio del cambio per le aziende degli USA. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette agli USA di colmare il cronico deficit di bilancio e correntizio mediante l’emissione di ulteriore moneta, proprio come Washington finanzia la propria proiezione di potenza da oltre mezzo secolo. Dagli anni ’70, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo di moneta dominante sui prezzi di petrolio e gas, con cui le vendite internazionali di idrocarburi sono fatturate e liquidate. Ciò permette di mantenere alta la domanda mondiale di dollari, nutrendo anche l’accumularsi tra i produttori di energia delle eccedenze in dollari, rafforzandone la posizione di prima riserva patrimoniale del mondo “riciclabile” nell’economia degli Stati Uniti per coprirne i deficit. Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell’energia deriva dallo status di maggiore valuta transazionale e di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è naturale e né basato su una posizione dominante. Piuttosto, fu ideata dai politici statunitensi dopo il crollo dell’ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni ’70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro (“egemonia del dollaro 1.0″). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio fu la chiave per crearne la nuova versione (“egemonia del dollaro 2.0″) e, per estensione, finanziare altri 40 anni di egemonia statunitense.

Egemonia oro e dollaro 1.0
Il primato del dollaro fu sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods del 1944, dove gli alleati non comunisti degli USA aderirono al progetto di Washington per un ordine monetario internazionale del dopoguerra. La delegazione della Gran Bretagna guidata da Lord Keynes, e praticamente ogni altro Paese partecipante salvo gli Stati Uniti, favoriva la creazione di una nuova valuta multilaterale con il neonato Fondo monetario internazionale (FMI) quale principale fonte di liquidità globale. Ma ciò avrebbe ostacolato le ambizioni statunitensi per l’ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l’opzione multilaterale, la potenza schiacciante degli USA fece sì che, alla fine, le sue preferenze prevalessero. Così, con il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all’oro e le altre valute al dollaro, facendone la principale forma di liquidità internazionale. C’era però una contraddizione fatale nella  visione basata sul dollaro di Washington. L’unico modo con cui gli USA potevano diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era il disavanzo a tempo indeterminato. Mentre Europa occidentale e Giappone recuperavano e riconquistavano competitività, il deficit cresceva. Gettandosi nella domanda crescente di dollari per finanziare l’aumento dei consumi, l’espansione dello stato sociale e la proiezione di potenza globale, gli USA presto offrirono più moneta statunitense di quella pari alle proprie riserve auree. Dagli anni ’50, Washington agì per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non cambiare i verdoni con l’oro. Ma l’insolvenza non poteva essere scongiurata per molto: nell’agosto 1971, il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro-oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973, anche i tassi di cambio fissi scomparvero.
Tali eventi sollevarono interrogativi fondamentali sulla solidità a lungo termine dell’ordine monetario basato sul dollaro. Per conservarne il ruolo di primo fornitore di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a mantenere i disavanzi delle partite correnti. Ma questo deficit si espanse, avendo l’abbandono di Washington di Bretton Woods intersecatosi con altri due sviluppi cruciali: gli USA diventarono importatori netti di petrolio nei primi anni ’70 e l’affermazione sul mercato dei membri chiave dell’organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974, causando un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti. Con il legame tra dollaro e oro reciso e tassi di cambio non più fissi, la prospettiva che il deficit degli Stati Uniti divenisse sempre più grande aggravò le preoccupazioni sul valore a lungo termine del dollaro. Tali preoccupazioni ebbero risonanza speciale per i grandi produttori di petrolio. Il petrolio sui mercati internazionali era valutato in dollari almeno dagli anni ’20, ma per decenni la sterlina fu usata almeno con la stessa frequenza dei dollari negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro aveva sostituito la sterlina come prima valuta commerciale mondiale e di riserva. Finché la sterlina era ancorata al dollaro e il dollaro era “buono come l’oro”, ciò era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro-oro e la transizione mondiale passò dai tassi di cambio fissi a quelli fluttuanti, il regime di valuta nel commercio del petrolio era in palio. Con la fine della convertibilità dollaro-oro, i principali alleati degli USA nel Golfo Persico, Iran dello Scià, Quwayt e Arabia Saudita, favorirono il passaggio del sistema dei prezzi dell’OPEC dai prezzi in dollari a un paniere di proprie valute. In tale contesto, molti alleati europei degli USA ripresero l’idea (già affrontata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale sotto forma di valuta multilaterale emessa dal FMI, governata dai cosiddetti “diritti speciali di prelievo” (DSP). Dopo che l’aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, Arabia Saudita e gli altri alleati arabi del Golfo degli Stati Uniti spinsero l’OPEC ad iniziare le fatturazioni in DSP. Inoltre approvarono le proposte europee per riciclare gli avanzi in petrodollari nel FMI, per incoraggiarne l’emersione quale principale fornitore di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non poteva continuare a stampare dollari, mentre voleva sostenere l’aumento di consumi, spese sociali e grande proiezione di potenza globale. Per evitarlo, i politici statunitensi  dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a continuare a mantenere sempre più grandi eccedenze di ciò che erano ormai dollari fiat.

Egemonia petrolio e dollaro 2.0
A tal fine, le amministrazioni degli Stati Uniti dalla metà degli anni ’70 misero a punto due strategie.  massimizzare la domanda di dollari come valuta transazionale ed invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, gli USA potevano fruttare ampiezza e profondità dei propri mercati di capitali, e coprire il cronico deficit di bilancio e partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare stretti legami tra  vendita di idrocarburi e dollaro si dimostrò cruciale su entrambi i fronti. Creando tali collegamenti, Washington estorse efficacemente ai suoi alleati arabi del Golfo un silenzio condizionato garantendosi la loro propensione ad aiutare finanziariamente gli Stati Uniti. Rinnegando le promesse ai partner europei e giapponesi, l’amministrazione Ford spinse clandestinamente l’Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo a riciclare quote sostanziali delle loro eccedenze in petrodollari nell’economia degli Stati Uniti, tramite intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L’amministrazione Ford chiese anche il supporto del Golfo arabo a una Washington in ristrettezze finanziarie, concludendo accordi segreti con le banche centrali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per acquistare grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Tali impegni aiutarono Washington ad impedire al FMI di soppiantare gli Stati Stati quale principale fornitore di liquidità internazionale, dando anche un fondamentale impulso alle ambizioni di Washington nel finanziare il deficit riciclando avanzi dei dollari esteri tramite mercati finanziari privati e l’acquisto di titoli di Stato statunitensi. L’impegno dell’OPEC al dollaro come moneta per le vendite internazionali del petrolio fu fondamentale per l’ampia adozione del dollaro quale valuta transazionale dominante sul mercato petrolifero. Pochi anni dopo, l’amministrazione Carter siglò un altro accordo segreto con i sauditi, per cui Riyadh s’impegnava ad esercitare la propria influenza per garantire che l’OPEC mantenesse i prezzi del petrolio in dollari. Quando il sistema di prezzi amministrati dell’OPEC crollò a metà degli anni ’80, l’amministrazione Reagan incoraggiò l’uso universale dei dollari nelle vendite di petrolio internazionali nelle nuove borse del petrolio di Londra e New York. I prezzi quasi universali del petrolio e poi del gas, in dollari, furono rafforzati dalla probabilità che le vendite di idrocarburi non fossero solo espresse in dollari, ma anche trattate, generando il costante sostegno alla domanda di dollari in tutto il mondo.
In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione dell'”egemonia del dollaro 2.0″. E sostanzialmente ressero nonostante la periodica insoddisfazione araba del Golfo verso la politica mediorientale degli Stati Uniti, il fondamentale allontanarsi degli Stati Uniti da altri importanti produttori del Golfo (Iraq di Sadam Husayn e Repubblica islamica dell’Iran), e dall’interesse sul “petro-euro” nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno vigorosamente difeso i prezzi del petrolio esclusivamente in dollari. Mentre Arabia Saudita e altri grandi produttori di energia accettavano il pagamento delle loro esportazioni di petrolio in altre valute principali, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continuava ad essere regolata in dollari, perpetuando lo status del dollaro a prima valuta transazionale del mondo. Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo completarono il sostegno al nesso petrolio-dollari con grandi acquisti di armi avanzate statunitensi; la maggior parte agganciò le proprie valute al dollaro, un impegno che alti funzionari sauditi descrivono come “strategico”. Mentre la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari del Golfo arabo permette di mantenerlo come valuta di riserva mondiale.

dollar-vs-china-609x250La sfida della Cina
Eppure, storia e logica cautela delle pratiche attuali non sono scolpite sulla pietra. L’ascesa del “petroyuan” verso un regime valutario meno dollaro-centrico nei mercati energetici internazionali, con implicazioni potenzialmente gravi per la posizione del dollaro, è già in corso. Mentre la Cina è emersa quel principale attore sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso un’estesa campagna per internazionalizzare la propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espressa e regolata in renminbi; l’emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi è in crescita. La Cina persegue un processo prolungato di liberalizzazione essenziale alla piena internazionalizzazione del renminbi in conto capitale, permettendo maggiore flessibilità dei tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ha ora accordi di swap con oltre 30  altre banche centrali, il che significa che i renminbi è già un’efficace valuta di riserva. Guardando al futuro, l’uso del renminbi nella vendita degli idrocarburi internazionale sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. I politici cinesi apprezzano i “vantaggi di agente storico” di cui il dollaro gode; il loro scopo non è il renminbi che sostituisce il dollaro, ma affiancare lo yuan al verdone quale valuta transazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riducendo i costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole, per motivi strategici, rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione statunitense ad escludere Paesi dal sistema finanziario statunitense come strumento di politica estera, e si preoccupa di come Washington cerchi di sfruttare ciò; l’internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. In generale, Pechino comprende l’importanza del potere del dollaro nel dominio statunitense; intaccandolo la Cina può contenere l’eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.
La Cina da tempo ha inserito gli strumenti finanziari nei suoi sforzi per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transazionale, anche per concludere l’acquisto di idrocarburi, incorporando il renminbi nelle riserve della banca centrale cinese. I produttori sono motivati ad accettarlo. La Cina è nel prossimo futuro, di gran lunga il principale mercato in crescita per i produttori di idrocarburi nel Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica. Le ampie aspettative di lungo termine sull’apprezzamento dello yuan rendono l’accumulazione delle riserve di renminbi una “bazzecola” in termini di diversificazione del portafoglio. Mentre gli USA sono sempre più visti come potenza egemone in declino, la Cina è vista come potenza in ascesa per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che da tempo si affida a Washington come ultimo garante della sicurezza, ciò fa sì che più stretti legami con Pechino siano un imperativo strategico. Per la Russia, i rapporti deterioratisi con gli Stati Uniti spingono a una maggiore cooperazione con la Cina, contro ciò che Mosca e Pechino considerano i declinanti, ma ancora pericolosamente instabili ed  iperattivi USA. Per diversi anni, la Cina ha pagato le importazioni di petrolio dall’Iran in renminbi; nel 2012, la BoPRC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti istituirono uno swap in valuta da 5,5 miliardi di dollari, ponendo le basi per la conclusione in renminbi delle importazioni di petrolio cinesi da Abu Dhabi, un’importante espansione dell’uso del petroyuan nel Golfo Persico. L’accordo sul gas sino-russo da 400 miliardi di dollari concluso quest’anno, prevede l’acquisto cinese di gas russo in renminbi; se completato, ciò darà un ruolo apprezzabile al renminbi nelle transazioni di gas transnazionali.
Guardando al futuro, l’uso del renminbi nelle vendite di idrocarburi internazionali sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. Rendendo anche più difficile per Washington finanziare quello che la Cina ed altre potenze in ascesa considerano una politica estera interventista; una prospettiva su cui la classe politica statunitense ha appena cominciato a riflettere.

peoples_bank_of_china--621x414Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il riarmo del Giappone non è un problema

Ulson Gunnar New Oriental Outlook 25/07/2014
japon-604x272Acrimonia ed esaltazione sono esplose su lati opposti della crescente frattura geopolitica nel Pacifico, dopo la decisione del Giappone di eludere la costituzione e cercare una postura globale più aggressiva. AP ha riferito che “il governo del Giappone ha approvato una reinterpretazione alla pacifista Costituzione postbellica del Paese permettendo ai militari di difendere alleati ed altri “in stretta relazione” con il Giappone, in ciò che è nota come “autodifesa collettiva”.” Chi ricorda quando il Giappone esercitò la forza militare oltre i suoi confini, protesta per la recente fase che vede quale ennesimo tentativo di militarizzare l’isola e spingerla a partecipare a un altro scontro armato disastroso. Ciò include non solo le nazioni vittime dell’imperialismo giapponese durante la seconda guerra mondiale, ma anche gli stessi giapponesi che pagarono tremendamente con sangue e risorse il loro tentativo mal concepito di avere l’egemonia sul Pacifico. Qualunque lezione i manifestanti possano aver appreso dalla storia, sembra sparire con il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il cui discorso in Australia sembrava sospetto quanto i vari discorsi vergati per i politici statunitensi sul “Pivot verso l’Asia” degli Stati Uniti. Ma pur per tutta la postura che l’annuncio prevede, il tentativo del Giappone di far tintinnare le sciabole è reale?

Perché non sarebbe importante
Il Giappone è una nazione in declino. La sua popolazione invecchia e si contrae mentre l’economia è stagnante. Volgendosi a una maggiore militarizzazione o a coltivare rapporti conflittuali con i vicini, come la Cina, può essere il tentativo di radunare la popolazione intorno alla bandiera, ma  una tale misura sembra anche causare guai al Giappone. I contributi militari del Giappone verso  qualsiasi nazione, tramite l'”autodifesa collettiva”, sono discutibili, considerando che molti di tali alleati sono in declino permanente, come gli Stati Uniti. E’ improbabile che i contributi del Giappone permetteranno agli Stati Uniti di completare i suoi calcoli sul Pacifico. Il tentativo del  “pivot verso l’Asia” vive molti contrattempi e ritardi, tra cui la ritirata dei regimi alleati nella regione e la continua espansione della sfera d’influenza cinese rispetto al declino dell’egemonia statunitense. In realtà, la rimilitarizzazione del Giappone può solo distrarre ulteriormente dall’elaborare riforme socioeconomiche sostenibili necessarie alla ripresa della nazione, per non parlare di ciò di cui ha bisogno per prosperare ed espandersi. L’altro possibile movente del tintinnio di sciabole del Giappone può essere un altro sforzo collettivo degli occidentali e dei loro alleati regionali di forzare la mano della Cina a una stressante corsa agli armamenti e a passi falsi di stile sovietici, verso uno sperato crollo dell’attuale ordine politico di Pechino. La paranoia e la pessima intelligenza dovrebbero avere la meglio a Pechino, per spingere la Cina a reazioni esagerate alle provocazioni politiche e tattiche ai suoi confini e sfere d’influenza. Va notato che simile tintinnio di sciabole del Giappone s’è già avuto decenni fa. Retorica simile si poté sentire nel 1989, quando Giappone e Stati Uniti cercavano un modo di uscire dalla recessione economica. Più recentemente, il Giappone fece simili annunci militaristi in dichiarazioni accompagnate da stesse condanne e manifestazioni lungo linee di faglia politiche prevedibili. Può darsi che la condizione socio-economica del Giappone sia ancora una volta abbastanza terribile da giustificare l’ennesima distrazione.

Cosa la Cina dovrebbe fare
La Cina deve per primo investire saggiamente nell’intelligence, perché sarà l’intelligence a dirle  quanto preoccuparsi in realtà della questione delle mosse del Giappone, e delle maggiori alleanze, che tale contestata mossa dovrebbe promuovere. La Cina deve misurare le proprie forze in modo realistico rispetto a quelle di Giappone e Stati Uniti, sia internamente che più specificamente nella regione del Pacifico. La Cina deve anche operare internamente per sviluppare modelli socioeconomici sostenibili che contrastino e divergano da quelli che hanno più volte gettato i suoi rivali nella recessione. Per la Cina è una questione di stabilità nazionale interna, nonché di resistenza all’aggressione straniera. Se la Cina costruisce un fondamento socio-economico capace di sconfiggere gli Stati Uniti e i loro partner del Pacifico, i contributi minimi del Giappone alla presenza statunitense, già sfuggente nel Pacifico, saranno resi irrilevanti. Mentre titoli e notizie sollecitano la rinascita del “Giappone imperiale”, la realtà probabilmente sarà di gran lunga inferiore. Se non altro tale atto esterno di “forza militare” del Giappone sembra dimostrare, invece,  debolezza socio-economico nazionale e nell’ambito delle varie alleanze occidentali, in cui afferma di volere un ruolo maggiore.

Per i giapponesi
I giapponesi non avranno alcun beneficio dal ricordare al mondo il loro passato oscuro e minaccioso, con possibili ritorsioni. Né trarranno beneficio dal deviare risorse nazionali in avventure militari perseguite nel dubbio nome dell'”autodifesa collettiva”. Le tensioni regionali impediscono, non promuovono, progresso ed opportunità economiche. Il desiderio degli USA di avere divisioni nella regione da poter manipolare, costerà all’Asia proprio quell’ingerenza degli Stati Uniti che danneggia Europa dell’Est, Africa e Medio Oriente. I giapponesi già protestano contro un governo che sembra rappresentare i principi e gli interessi di Washington più che quelli giapponesi. I giapponesi devono continuare a protestare. Giappone e Cina avranno interesse reciproco nel rimuovere il ruolo egemonico degli Stati Uniti dalla regione. Mentre gli Stati Uniti sostengono che la loro presenza è necessaria per la stabilità, la pace e la prosperità, l’unica minaccia a questi tre risultati desiderabili è proprio l’ingerenza statunitense. La rimozione di tale elemento d’instabilità sarà fondamentale per Cina e Giappone nel perseguire i propri interessi, indipendentemente da quanto divergenti o compatibili possano essere. Un vero equilibrio di potere potrà essere deciso senza l’ingerenza insidiosa di nazioni che si trovano letteralmente dall’altra parte del mondo.

jsdf_female_soldiersUlson Gunnar, analista geopolitico di New York, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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