Il primo Drone-Killer della Cina?

David Axe Wired 10 maggio 2013

942114Un paio di foto sgranate prese da da lontano potrebbero essere ora la migliore prova del primo drone aereo militare, a getto e presumibilmente armato, di Pechino. Le immagini, una delle quali ritagliate e zummate dagli utenti di Internet, è stata qui riprodotta per la prima apparizione nel mondo anglofono, sul forum Web Secretprojects.co.uk. Le foto seguono a ruota l’altrettanto ambigue prime foto dei due prototipi di caccia stealth della Cina (nel 2010 e nel 2012) e del suo aereo da trasporto pesante (quest’anno). Una foto sfocata e presa da lontano, ancora più ambigua, forse raffigurante il nuovo drone, è apparsa su un sito russo a marzo.
Ancora i cinesi, ‘Ci risiamo?‘”, il giornalista Bill Sweetman di Aviation Week così ha scherzato, dopo aver visto le immagini dei presunti droni armati. C’è consenso tra gli osservatori della Cina sul fatto che il velivolo raffigurato nelle foto sia il Lijian, ossia “Spada affilata”, un Unmanned Combat Aerial Vehicle nato dalla collaborazione tra le aziende aerospaziali cinesi Shenyang e Hongdu. Propulso da un singolo motore a reazione e dotato di un carrello di atterraggio triciclo, l’UCAV Lijian sembra sfoggiare una cellula ad ala volante, condivisa da diversi prototipi di droni-killer made in USA. La cellula ad ala volante, utilizzata anche dal bombardiere stealth B-2, è ideale per i velivoli  radar-furtivi. Oltre alla sua fusoliera e alle possibili qualità radar-eludenti, non si sa molto del nuovo drone. Ma questo non significa che l’aspetto del robot sia inedito. La Cina ha già presentato un rudimentale drone armato ad elica. E nell’ultima edizione della relazione annuale del Pentagono (.pdf) sulle capacità militari cinesi, pubblicata all’inizio di questa settimana, ha previsto che un più sofisticato UCAV cinese avrebbe presto fatto la sua apparizione. “L’acquisizione e lo sviluppo di un Unmanned Aerial Vehicles a lungo raggio… e di un Unmanned Combat Aerial Vehicle, aumenterà la capacità della Cina di condurre ricognizioni a lungo raggio ed operazioni di attacco“, afferma il rapporto. Vale la pena notare che la Cina è l’ultima grande potenza aerospaziale a presentare un primo prototipo di drone armato a reazione e furtivo (con bassa firma radar). Gli Stati Uniti sono in testa, avendo testato non meno di cinque UCAV dalla fine degli anni ’90 e avendo anche una versione non armata, l’RQ-170, in servizio operativo. L’Europa ha i modelli Taranis e Neuron in fase di sviluppo e la Russia sta lavorando a una versione del MiG Skat.
Come i progettisti di droni di tutto il mondo hanno scoperto, le cellule sono spesso la parte più facile del sistema da realizzare. Ciò che è difficile sono il software, la trasmissione dati, i sistemi di controllo e i carichi utili che rendono quel che sono essenzialmente dei grandi aeromodelli efficaci armi robotiche. Ed è con questi sottosistemi principali che la Cina probabilmente avrà più problemi. Il rapporto sulla Cina del Pentagono elenca specificamente “elettronica a stato solido, microprocessori e sistemi di guida e controllo” le tecnologie che Pechino trova più facile comprare o rubare da Stati Uniti, Europa e Russia, piuttosto che sviluppare da sola. Gli esperti statunitensi temono che la Cina possa avere accesso alla tecnologia dei droni statunitensi grazie all’RQ-170 atterrato in Iran nel 2011.
Finora il Lijian sembra esser stato avvistato solo in fase di rullaggio lungo una pista, durante i test a terra. Non è chiaro se i suoi sviluppatori possano tentare un primo volo. Ancora meno chiaro è se e quando il drone armato cinese possa entrare in servizio.

Sharp-Sword1-660x488

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington non gradisce che la Russia esporti gas nell’Est asiatico?

Konstantin Penzev (Russia) Oriental Review 16 aprile 2013 – New Oriental Outlook

cooperation_sino_russeIl mondo sta diventando sempre più multipolare, e gli Stati Uniti sono solo uno dei poli. Hanno una grande marina e si sforzano disperatamente di controllare tutti gli oceani del mondo e, quindi, le principali rotte commerciali. Gli Stati Uniti sono anche il centro finanziario mondiale. Il dollaro funziona come moneta mondiale, e la Federal Reserve lo stampa. Gli Stati Uniti non fabbricano pantaloni, ma si possono acquistare dalla Cina. Il polo industriale si è spostato in Cina non molto tempo fa. La Cina ha un enorme forza lavoro qualificata che opera a buon mercato, ed ha anche un ambiente economico favorevole. La Cina ha bisogno di molto petrolio e gas per far sì che i pantaloni siano indossati da persone di tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti. Le aziende cinesi usano i dollari per acquistare petrolio e gas in tutto il mondo, ma soprattutto dal mondo arabo, dai Paesi del Golfo Persico in particolare. Questi Paesi sono sotto il controllo militare e politico degli Stati Uniti (tranne l’Iran). Questo è un circolo chiuso. Gli Stati Uniti fanno tintinnare le loro sciabole, i lavoratori cinesi cuciono i jeans e gli sceicchi arabi hanno un vivace commercio con le materie prime energetiche.
C’è un Paese che è un esportatore di petrolio e gas da un lato e, dall’altro possiede un potente esercito e un grande arsenale di missili a testata nucleare, che non rientra in questo ben oliato sistema costruito da Washington. Questo Paese è la Russia. Inoltre, la Russia ha il GLONASS e veicoli spaziali, mentre gli Stati Uniti hanno il GPS ma non le astronavi. Le hanno perse a causa delle carenze di bilancio, che hanno avuto un ruolo preciso nella loro scomparsa. Così, gli Stati Uniti hanno dollari ma non astronavi, che affittano dalla Russia utilizzando i dollari, naturalmente.
Il problema è che il numero di dollari in circolazione è in aumento, ma il loro potere d’acquisto è in calo. Mille dollari significavano qualcosa dieci anni fa, ma non oggi. Non tanto perché la Russia ama di meno il dollaro, ma perché ha iniziato ad amare di più gli yuan, quei pezzi di carta colorata con il ritratto del grande presidente cinese Mao Tse-tung. Mao valutava i diritti umani ancor meno del compagno Stalin, ma è possibile acquistare un sacco di prodotti di alta qualità a buon mercato con gli yuan. Inoltre, i comunisti cinesi amano acquistare (o semplicemente copiare) le armi russe.  Potrebbe piacergli mettere le mani sulle armi statunitensi, preferibilmente quelle più avanzate, ma gli imperialisti di Washington non si fidano dei loro partner economici di Pechino. Liu Guchang, ambasciatore della Cina in Russia, ha colto l’essenza del conflitto (hegeliano) nella politica mondiale quando ha osservato che la Cina sta cercando di diversificare le sue importazioni energetiche, e la Russia le sue esportazioni di energia. Ha fatto questa dichiarazione in occasione del lancio del progetto per la costruzione dell’oleogasdotto ESPO.
Ciò che gli Stati Uniti vogliono è controllare tutto, soprattutto il commercio mondiale di energia. Il petrolio e il gas vengono pagati in dollari sul mercato mondiale, e non appena qualcuno vuole gli yuan o l’euro in cambio delle materie prime energetiche, questo “qualcuno” si scopre essere un dittatore e un tiranno che viola i diritti umani e che possiede armi chimiche. Gli Stati Uniti non amano tanto i Paesi che dispongono di armi nucleari, ma non possono fargli nulla. Il grande leader nordcoreano Kim Jong-Un ha recentemente promesso di scatenare un attacco nucleare contro le basi statunitensi in Corea del Sud, Hawaii, Guam e Giappone se provocato dagli Stati Uniti. Allora, cosa si può fare? Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rinviato un lancio di prova di un suo ICBM Minuteman-3. Il Pentagono è giunto a tale decisione per evitare di aggravare la situazione nella penisola coreana. Gli statunitensi sono un popolo potente. Ma sono anche un popolo molto nervoso. Kim Jong-Un n’è consapevole e conduce periodicamente test missilistici o nucleari.
Tornando al tema della diversificazione dell’import-export, vorrei sottolineare che il presidente Obama e, soprattutto, la signora Clinton, non sono esattamente entusiasti del fatto che Cina e Russia  stiano migliorando le rispettive relazioni. In particolare che le vendite di petrolio e gas russi alla Cina siano in aumento. Mosca e Pechino possono infine rifiutarsi di utilizzare i dollari USA nel regolare i pagamenti, e poi la fine del mondo, che non si è avuta nel dicembre 2012 finalmente accadrebbe, almeno per i politici della Casa Bianca e i loro compatrioti della Federal Reserve.
Ancora una volta, gli statunitensi sono un popolo potente. La loro forza è che non sono abituati a restarsene fermi mentre qualcuno o qualcosa minaccia i loro profitti. Karl Marx ha detto una volta che i capitalisti sono capaci di ogni crimine per un profitto del 300%. Era così  prima, durante la dura era imperialista, quando gli Stati Uniti importavano schiavi dall’Africa, piuttosto che petrolio. Le cose oggi sono diverse. I capitalisti moderni sono ancora in grado di commettere qualsiasi crimine, ma per difendere i diritti umani e lottare contro la corruzione, non per dei soldi che disprezzano. Non appena è iniziata la costruzione dell’ESPO, Aleksej Navalnij, socio di minoranza della Rosneft, apparendo dal nulla ha annunciato al mondo attonito che ci sono dei ladri in Russia.  Poi si è scoperto che Navalnij ha apparentemente rubato alcune cose egli stesso: una distilleria, il denaro del partito e un po’ di legname. E’ difficile dire se l’ha fatto o no. Un comitato investigativo russo è attualmente all’opera al riguardo. Ma resta il fatto che la costruzione dell’ESPO ha generato un po’ di rumore, “ma senza interferenze esterne”, naturalmente. Il problema principale che gli Stati Uniti hanno con l’ESPO è che la Cina ottiene petrolio e gas dalla Russia attraverso un gasdotto  terrestre e non con le superpetroliere che attraversano lo Stretto di Malacca. Ciò significa che le portaerei statunitensi non rappresentano una minaccia per l’ESPO. Un’operazione di terra contro la Russia non avrebbe senso per nessuno, e l’esercito statunitense sicuramente non è all’altezza di un simile compito.
Un altro punto a favore è che il petrolio della Siberia orientale è migliore del petrolio degli Urali, che attualmente è la principale merce dell’esportazione petrolifera della Russia. Contiene meno zolfo e altre impurità, ed è più leggero. Avrà una domanda levata. Così, il prezzo fissato per il petrolio di Dubai, la cui produzione è controllata dagli sceicchi arabi (o da chi per loro) può essere messo in discussione in futuro. Questa situazione non ispira gli sceicchi arabi e i loro protettori di Washington dall’ottimismo storico, e sono nervosi. Quali azioni possono intraprendere i tizi del governo degli Stati Uniti e dei Paesi esportatori di petrolio, o meglio, hanno già fatto qualcosa per trovarsi in questa situazione, adesso? Dal momento che la pressione militare diretta sulla Russia non è molto promettente, possono ricorrere ai tradizionali metodi politici anglosassoni. Cioè, possono trovare delle persone in Russia, dal nobile titolo di “agenti di influenza”, che accetteranno di aiutarli a contrastare la costruzione dell’ESPO per soldi o per “il grande amore per la Patria”.
Prima di tutto, tutti coloro che in Russia combattono la corruzione sono mobilitati. C’è la corruzione in Russia, non c’è? Vi è qualcosa di eccezionale, non c’è motivo di elaborare qualcosa di simile alla lista Magnitskij o di usare qualcosa che già esiste. Cioè, si può tentare di intimidire alcuni alti funzionari del governo russo. Le grida sulla corruzione possono essere facilmente utilizzate come motivo per congelarne i conti bancari. E questo è un bene. In secondo luogo, tutti questi burattinai d’oltreoceano hanno mobilitato un gran numero di attivisti russi per proteggere l’ambiente, le tigri e le piante autoctone della taiga. Le tigri stanno soffrendo, e la vegetazione sta appassendo. In terzo luogo, ci sono i cosiddetti “patrioti” e “nazionalisti” che strillano sui loro blog che Vladimir Putin prevede di utilizzare l’ESPO per “smembrare la madre Russia e venderla ai cinesi.
Tutto questo meccanismo è in funzione da molto tempo. La maggior parte di coloro che si oppongono al “regime di Putin”, sono all’oscuro e non hanno nemmeno il sospetto di chi tira le fila. Tuttavia, nessuno gli ha promesso che sarebbe stato facile.

Russia-China-589x310
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin vuole un BRICS strategico al più presto…

Dedefensa 23 marzo 2013

549366_Il presidente russo Putin ha annunciato che proporrà, alla prossima riunione dei BRICS del 26-27 marzo a Durban, in Sud Africa, una decisa estensione del ruolo principalmente economico di questo gruppo di cinque potenze, finora abitualmente viene definito troppo frettolosamente, “mondo emergente”. Putin, si preoccupa d’individuare nei Paesi BRICS “un elemento chiave del mondo multipolare“, ciò ha un significato completamente diverso, quasi opposto, a quello di “mondo emergente”. Il termine “mondo emergente”, con la sua connotazione degradante, che implicitamente richiama la sprezzante espressione “Terzo Mondo”, ovviamente comporta l’estesa supremazia anglosassone del blocco BAO, portando a considerare il modello BAO come la luce del mondo, soprattutto economica e morale, accettando la moderna credenza di un “mondo emergente” in evoluzione destinato fatalmente ad integrarsi nel blocco BAO. Putin vede i BRICS come alternativa all’attuale struttura del mondo irreggimentato dal blocco BAO, alternativa basata sul multipolarismo contro l’arrogante unipolarismo ieri degli USA e, oggi, del blocco BAO. (Secondo il nostro pensiero, definiremmo le potenze BRICS effettivamente secondo una visione multipolare, con la determinazione di un “mondo che si costituisce ai margini del sistema”, cioè con “un piede dentro e un piede fuori” o “dentro il sistema, in qualche modo, ma critico ed eventualmente riformando il sistema diversamente”.)
Questo annuncio è stato fatto in un’intervista di Putin all’ITAR-TASS, il cui testo è stato trascritto il 22 marzo 2013 sul sito della presidenza. Nel preambolo, Putin ricorda cosa sono i Paesi BRICS, e soprattutto su quali principi si basi il raggruppamento. Troviamo un accento posto sul rispetto del diritto internazionale e il principio di sovranità… “I BRICS sono un elemento chiave dell’emergente mondo multipolare. Il Gruppo dei Cinque ha ripetutamente affermato il proprio impegno verso i principi fondamentali del diritto internazionale e contribuisce a rafforzare il ruolo centrale delle Nazioni Unite. I nostri Paesi non accettano una politica di potenza o la violazione della sovranità di altri Paesi. Condividiamo l’approccio alle questioni internazionali più urgenti, tra cui la crisi siriana, le circostanze intorno all’Iran e la sistemazione del Medio Oriente.” Poi, a una domanda sul ruolo geopolitico dei BRICS: “Andare oltre l’ordine del giorno puramente economico, i Paesi BRICS dovrebbero assumersi  maggiori responsabilità nei processi geopolitici? Qual è la loro politica riguardo il resto del mondo, tra cui attori importanti come Stati Uniti, Unione europea, Giappone… Quale futuro vede per questa associazione, a tal proposito?”. Qui, nella risposta di Putin, si trova la presentazione e la spiegazione dell’iniziativa. “Allo stesso tempo, invitiamo i nostri partner a trasformare gradualmente i BRICS da forum per il coordinamento degli approcci a un numero limitato di questioni, in un vero e proprio meccanismo di cooperazione strategica che ci permetterà di cercare insieme soluzioni ai problemi fondamentali della politica globale. I paesi BRICS tradizionalmente danno voce ad approcci simili nella risoluzione di ogni conflitto internazionale, cioè attraverso mezzi politici e diplomatici. Per il vertice di Durban, stiamo lavorando a tracciare una dichiarazione congiunta sui nostri approcci fondamentali verso i più pressanti problemi internazionali, vale a dire la crisi in Siria, Afghanistan, Iran e Medio Oriente. Non vedo i BRICS quali concorrenti geopolitici dei Paesi occidentali o delle loro organizzazioni, al contrario, siamo aperti a discussioni con qualsiasi Paese od organizzazione disposto a farlo entro il quadro comune dell’ordine mondiale multipolare.”
Il nostro amico MK Bhadrakumar ha immediatamente raccolto la notizia sul suo blog (Indian Punchline) il 22 marzo 2013. Ovviamente, considera estremamente importante la proposta russa.  Inoltre, secondo il suo solito scetticismo verso gli indiani, che tiene in scarsa considerazione, si chiede quale sarà l’atteggiamento dell’India… MK Bhadrakumar rileva che Putin vede questa trasformazione dei BRICS, graduale ed estesa su un certo periodo di tempo. “Quello che emerge è lo splendido suggerimento di Putin per riorientare i BRICS.” Ha detto, “invitiamo i nostri partner [Brasile, India, Cina e Sud Africa] a trasformare gradualmente i BRICS da forum del dialogo per  coordinare gli approcci a un numero limitato di questioni, in un vero e proprio meccanismo di cooperazione strategica che ci permetterà di trovare una soluzione ai problemi fondamentali della politica globale.” Putin riconosce che tale profonda trasformazione richiederà del tempo. Assieme alla totale armonizzazione delle politiche estere dei membri dei BRICS, un riorientamento fondamentale delle dottrine in politica estera sarebbe anche necessario. Come l’India risponderà a questa grande idea, resta da vedere. A dire il vero, un ‘atto di fede’ è necessario. L’India ha trovato comodo che il filo conduttore dei BRICS fosse l’economia. La proposta di Putin aggiusterebbe fondamentalmente l’orientamento dei BRICS…
Giustamente… differiamo in parte da MK Bhadrakumar sulla valutazione dei tempi che secondo Putin sarebbero necessari per la trasformazione dei BRICS. Sembra che la sua proposta, lungi dall’essere teorica e lasciata al maturare del tempo, già si basi su determinate proposte di prese di posizione su questioni specifiche (“…tracciando una dichiarazione congiunta sui nostri approcci fondamentali verso i più pressanti problemi internazionali, vale a dire la crisi in Siria, Afghanistan, Iran e il Medio Oriente“).  Questo può anche significare che la Russia vorrebbe vedere, dal vertice di Durban, i BRICS prendere una posizione su questioni specifiche, ciò lo vedremo concretamente la prossima settimana. Questa prospettiva significherebbe che i russi preferiscono andare molto veloci. La posizione dell’India sembra, senza dubbio, tra le più incerte nei confronti di un progetto del genere, anche se gli indiani, come è stato riportato dallo stesso MK Bhadrakumar, sono stati i primi a prendere l’iniziativa di riunire i consiglieri della sicurezza nazionale dei Paesi del gruppo (vedi 7 gennaio 2013), cosa che ovviamente va nella direzione auspicata da Putin. In ogni caso, se ci atteniamo ad una valutazione obiettiva, sarebbe ovviamente logico pensare che i russi vogliano andare velocemente, perché la situazione generale delle relazioni internazionali e la crisi continuano a peggiorare a un velocità molto elevata, richiedendo la costituzione di forze, sia per contenere questa discesa nel caos, sia per bilanciare le altre forze (del blocco BAO, soprattutto) che si nutrono di questo caos. Sembra anche molto probabile che i russi abbiano il sostegno della Cina, in questo progetto. (Il presidente cinese ha iniziato la sua visita a Mosca, il giorno in cui l’intervista a Putin è stata trasmessa, potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma invece deve essere valutata come un forte segnale, nel senso di una comune comprensione tra Russia e Cina.) In generale, si può apprezzare il fatto che la proposta russa sia tempestiva, vi è urgenza intorno all’evoluzione dei BRICS, secondo cui tale raggruppamento non può limitarsi esclusivamente a una dinamica unicamente economica, è particolarmente ed essenzialmente sul piano economico che il Sistema attiva la sua opera di destrutturazione e dissoluzione, e perciò soggetti di tale importanza, raggruppati intorno al campo economico, nella situazione d’urgenza che conosciamo non possono non prendere in considerazione tutti gli effetti causati da questo dominio.
Il progetto russo non ha nulla a che fare, a nostro avviso, con la creazione di un polo di potenze che vorrebbe competere con altri centri di potere (il blocco BAO, naturalmente), come giustamente ha detto Putin, secondo il nostro approccio, esprimendo i suoi veri pensieri. I BRICS, se si riformano nella direzione voluta da Putin, non saranno una delle parti interessate alla situazione attuale, ma piuttosto un tentativo di stabilizzare la situazione, come ha detto. Da questo punto di vista, i russi sono alla ricerca di partner che possano sostenerli, o almeno li sostengano nella stessa azione, “cercando la stabilizzazione”, come fanno in Siria, e la loro iniziativa con i BRICS sarebbe naturale.
Continuando a considerare la situazione obiettivamente, i BRICS non appaiono in alcun caso abbastanza potenti e organizzati da cambiare completamente la situazione generale. E’ vero che non solo affrontano altri gruppi, la maggior parte dei quali sono destabilizzanti, ma soprattutto una tendenza generale alla disintegrazione, dissoluzione, che supera evidentemente la capacità umana dell’organizzazione o della disorganizzazione. Il BRICS trasformato da Putin sarebbe una reazione sana e leale a questa tendenza, ma assolutamente insufficiente per sperare di contrastarla in alcun modo. Per contro, e senza che sia proprio lo scopo cosciente e sviluppato da Putin, l’evoluzione del BRICS apparirebbe al blocco BAO come una sfida, o una nuova e minacciosa pressione, anche falsamente apprezzata, ma non importa, il blocco BAO vive nella sua narrativa, e l’effetto complessivo sarebbe aumentare la confusione e l’ansia nello stesso blocco, vale a dire, suscitare disordine i cui effetti sarebbero i benvenuti, almeno per la ragione evidente che il blocco BAO è la principale forza relè del disordine che abbiamo identificato. Nessuna forza politica, oggi, è in grado di stabilizzare la situazione generale del mondo e, ancor meno, di modificrane i componenti per trasformare la ristrutturazione temporanea in una struttura nuova e solida. La marcia del disordine mondiale dipende da forze che sfuggono al controllo umano e, pertanto, hanno l’immunità completa sull’essenza del movimento. Il contributo reale dei BRICS rinforzati, sarebbe rafforzare le potenze che la compongo e unire altre potenze, e in tal modo, aumentare la pressione sul blocco BAO, principale vettore del disordine, e quindi accelerare le pressioni che l’influenzano dal punto di vista interno. L’effetto netto di tale cambiamento aumenterebbe il disordine interno, e quindi il processo di disintegrazione, dissoluzione delle forze del blocco BAO. Obiettivamente, sarebbe un’ulteriore accelerazione della confusione attuale ma, naturalmente, dal momento che la virtuosa accelerazione del disordine si sviluppa in un campo eminentemente sfavorevole al blocco BAO, influirebbe  direttamente sulla coesione e la forza dei componenti interni di questo blocco.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Una bomba nell’anno del Serpente

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 14/02/2013

A North Korean soldier stands guard at the launch site for the Unha-3 long-range rocket.Tutto ciò che riguarda la Corea del Nord deve essere speculativo. Questo è stato ed è ancora il problema principale. Ma una speculazione sembra finire, finalmente. Si tratta dell’ambivalenza apparente della Cina verso il programma nucleare della Corea del Nord. Sempre più spesso Pechino esce dal ‘lato giusto della storia’. Che a sua volta avrebbe scatenato una serie di profonde conseguenze per la sicurezza della regione Asia-Pacifico e per la politica globale nel suo complesso e, cosa più importante, quel futuro di cui il nuovo leader della Cina Xi Jinping ha enigmaticamente accennato, ma lasciato indefinito, con il suo concetto delle “due grandi potenze” durante la visita negli Stati Uniti dello scorso anno, quando era ancora un semplice ‘principino’.
In effetti, mentre la ‘notizia straordinaria’ tradotta dai bit d’informazione e dalle notizie su un terremoto oscuro in Corea del Nord, la mattina del 12 febbraio, che informava il mondo che il regno eremita aveva probabilmente effettuato il suo terzo test nucleare sotterraneo, tutti gli occhi si sono puntati sulla Cina. Per gli osservatori della Cina, nel complesso, si tratta di una vera e propria festa per la mente, con la nuova leadership della Cina che affronterebbe una grande sfida nella politica estera; una seconda sfida, allo stesso tempo in effetti, se si dovesse aggiungere la faida tra Cina e Giappone sulle isole contese nel Mar Cinese Orientale.
Alla fine emerge che il predecessore di Xi, Hu Jintao, dava consigli di moderazione a Pyongyang, ma che anche manteneva l’economia della Corea del Nord rifornendola ininterrottamente di cibo, carburante e investimenti, praticamente mantenendo a bada la comunità internazionale, limitandone l’imposizione di sanzioni punitive. In effetti, sembra inevitabile l’impressione che la Corea del Nord sia stata tenuta al riparo dalle proteste internazionali da Hu, che tacitamente ha tollerato il programma nucleare della Corea del Nord. Poi è arrivato il lancio dei missili a lunga gittata della Corea del Nord, a dicembre, e la decisione sorprendente di Pechino di affiancarsi agli Stati Uniti nel sostenere le sanzioni delle Nazioni Unite contro Pyongyang. La saggezza convenzionale, a quel punto, era che la Cina sarebbe poco dopo ritornata alla sua “posizione di blocco” sulla Corea del Nord, come aveva fatto molte volte in passato. La cosa interessante, a posteriori, è che le cose non sono esattamente andate così. Al contrario, quando Pyongyang scatena un feroce attacco contro Pechino per aver sostenuto le sanzioni volute dagli USA al Consiglio di sicurezza dell’ONU, e minacciato un test nucleare, la Cina ha pubblicamente rimproverato la Corea del Nord, anche se limitandosi ai media in lingua inglese, destinati all’opinione pubblica mondiale.
Non vi è alcun dubbio che l’editoriale del quotidiano statale Global Times della settimana scorsa, scritto da Zhang Liangui, esperto della Corea del Nord e consigliere del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, deve essere preso sul serio. L’editoriale si basava sul presupposto che Pyongyang sarebbe andata avanti con il test nucleare a qualsiasi costo, e guardando in profondità avvertiva che la Corea del Nord “pagherebbe un alto prezzo” in termini di buona volontà della Cina. Il fondo della nota redazionale è il suo avvertimento inequivocabile che Pyongyang sbaglierebbe calcoli se pensasse di mettere la Cina contro gli Stati Uniti, “Pyongyang non deve sbagliarsi sulla Cina. La Cina non metterà le sue relazioni con Pyongyang sopra agli altri interessi strategici“. Chiaramente, il rapporto politico della Cina con Pyongyang ha toccato un punto basso. Ma allora, quali sono le priorità a lungo termine della Cina? Questi sono: nessuna guerra nella penisola coreana; nessuna destabilizzazione del regime nordcoreano e, una penisola coreana libera dalle armi nucleari. La Cina potrebbe indurirsi, ma rimarranno le considerazioni umanitarie e il rapporto a lungo termine non può essere abbandonato così. Inoltre, la Corea del Nord ha agito come zona cuscinetto cruciale contro le truppe degli Stati Uniti di stanza in Corea del Sud e Giappone. Inoltre, sullo sfondo del riequilibrio in Asia degli Stati Uniti e delle relazioni difficili della Cina con il Giappone, Pechino ha bisogno di una copertura e può, quindi, nella migliore delle ipotesi permettersi di premere il tasto pausa su questo punto.
D’altra parte, c’è anche il grande quadro da considerare, il “nuovo tipo di rapporto tra due grandi potenze“, di cui Xi ha parlato durante la sua visita negli Stati Uniti. Così, in molti modi, non tutto si riduce a come Xi visualizza i rapporti USA-Cina nel loro complesso. C’è qualche ragione per  credere che la nuova dirigenza di Pechino sia alla ricerca di un buon guanxi (o buone reti di relazione) con la nuova amministrazione statunitense nel secondo mandato del presidente Barack Obama, che si è appena assestato. Infatti, un buon guanxi si basa sulle affinità e la fiducia personali ed ha il potenziale di creare situazioni “win-win“, soprattutto se portano alla conclusione di  contratti d’affari. La grande domanda è se la leadership cinese cercherà un buon guanxi da sviluppare con l’amministrazione Obama sul problema della Corea del Nord.

Morso geopolitico
I commentatori statunitensi stimano che al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come e quando nuove sanzioni economiche contro la Corea del Nord saranno discusse in risposta al suo ultimo test nucleare, la Cina potrebbe sostenere tali misure. In realtà, l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha riferito che le imprese della Corea del Nord e le imprese governative che operano in Cina hanno ritirato il denaro dai loro conti bancari cinesi. Al contrario, come ha preso atto l’editoriale del Global Times, c’è sempre la possibilità che gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud stiano probabilmente cercando di fomentare la discordia tra la Cina e la Corea del Nord, e “come trappola sembra verosimile“. Si dice addirittura che gli Stati Uniti potrebbero collaborare con la Corea del Sud e imporre un blocco marittimo alla Corea del Nord, senza preoccuparsi di avere un qualsiasi mandato dalle Nazioni Unite per un atto aggressivo che, ovviamente metterebbe seriamente in difficoltà la leadership cinese. Inoltre, il test nucleare della Corea del Nord avviene in un momento politicamente delicato, in cui vi sono stati cambiamenti nelle leadership di Cina, Giappone e Corea del Sud. In particolare, la neoeletta presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, è la figlia dell’ex presidente Park Chung-hee, che la Corea del Nord una volta tentò di assassinare, finendo per ucciderne la moglie (madre della nuova presidente).
Neanche la Cina può permettersi di farsi distrarre da una nuova crisi nella politica estera vicina, quando gli attuali crescenti problemi interni richiedono grande attenzione. Chiaramente, la Cina si trova tra l’incudine e il martello con il test nucleare nordcoreano. Per una curiosa coincidenza, il test nucleare ha avuto luogo con il capodanno dell’anno del serpente. L’anno del serpente ha storicamente avuto un morso geopolitico: Pearl Harbor (1941), massacro di Piazza Tienanmen (1989), attentati a New York e Washington dell’11 settembre (2001). Tra l’altro, lo stesso Xi è nato nell’anno del serpente del 1953.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 151 follower