Siria: per le elezioni presidenziali del 2014, l’occidente cerca voti dai “profughi siriani!”

Nasser Sharara, Global Research, 7 ottobre 2013 – al-Akhbar (Libano)
Articolo tradotto dall’arabo da Muna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

526943La carta dell’opzione militare è caduta dalla mano dei nemici occidentali e regionali del Presidente Bashar al-Assad, decisi a eliminarlo dal potere nell’evidente speranza di distruggere lo Stato siriano, come è avvenuto per tanti altri prima di lui. Ma Washington ha un’altra opzione, eliminarlo politicamente alle prossime elezioni presidenziali del 2014, se potranno contare sugli “elettori sfollati”, immersi nell’ambiente pro-opposizione dei vari Paesi obbligati ad ospitare la “diaspora siriana” che continuano a favorire… Prima di indulgere nella traduzione dell’articolo di Sharara su questo argomento, vorrei raccontare una piccola storia di tutti quei politici che si giustificano sostenendo di voler salvare l'”amichevole Libano” dagli artigli “della nemica Siria”. Mi ricordo quando lessi la lista dei nuovi membri del “club dei calunniatori” chiaramente incaricati di condizionare gli elettori siriani all’estero sotto l’egida di Elizabeth Guigou in persona. Il nostro ex-ministro della Giustizia è direttamente coinvolto nella distruzione della Siria? Mistero? In breve, una tavola rotonda si è tenuta il 1° ottobre presso l’Assemblea nazionale per un preteso “Sostegno al popolo siriano… Per sentire le voci della Libera Siria… la voce dell’opposizione democratica in Siria…”! I link [1] e [2] forniscono l’elenco di questi coraggiosi democratici che invocano il bombardamento della loro patria o di tentare di sabotare la prevista Conferenza Ginevra 2, tra cui la cosiddetta “Free Syrian Radio Rozana”, che trasmette da Parigi. Rozana! Passata la sorpresa, diciamo che il nome è azzeccato.
Infatti, al tempo dell’occupazione ottomana, una nave di Izmir si diresse verso Beirut, con l’unico scopo di inondare il mercato di prodotti essenziali, soprattutto alimentari, venduti a prezzi molto bassi per strangolarne l’economia. L’invasione a sorpresa poteva essere catastrofica per i commercianti di Beirut, se la “Camera di Commercio di Aleppo” non avesse inviato i suoi rappresentanti a comprare a un prezzo più alto, i loro beni divennero invendibili e ne limitarono l’impatto [3]. Allora camion con questi prodotti presero la strada per le città siriane… La nave pirata ottomana si chiamava “Rozana”! Rozana è anche il titolo di una delle più popolari canzoni in Libano e Siria. Fu scritta per riconoscimento della solidarietà dei commercianti di Aleppo ai loro fratelli di Beirut. Eric Chevallier, l’ex-ambasciatore francese in Siria che onorava della sua presenza il Club dei calunniatori, non l’ha sentita tra le tante calde serate dove veniva ricevuto da amico. Ascoltando la versione originale dell’incomparabile Sabah Faqri, diventata simbolo di Aleppo, ormai distrutta dall’interesse neo-ottomano con approvazione del governo francese. [4] Allora ascoltate questa seconda versione moderna, eseguita da una cittadina armena [5], quando gli armeni siriani vengono sfollati in Armenia da una guerra a forse un’altra… [6]. Grazie. [NdT]

Domina una sorta di guerra fredda nelle relazioni internazionali sulla questione della candidatura del Presidente Bashar al-Assad a un nuovo mandato, nel 2014. Dall’inizio degli eventi in Siria, i cosiddetti “Amici del popolo siriano” si sono fissati sul suo licenziamento e questo dopo non essere riusciti a cambiarne le posizioni secondo la formulata agenda dell’ex-segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell, nel corso del suo famoso incontro nel 2003. Numerose conversazioni tra i diplomatici indicano che, dopo il fallimento dell’opzione militare per rimuoverlo dal potere, come teorizzava Robert Ford l’ex ambasciatore statunitense a Damasco, Washington ora passa a una nuova opzione del suo rovesciamento politico, sia impedendogli di candidarsi alle elezioni presidenziali, previste per il 2014, sia usando tutti i mezzi che per farlo perdere, se l’occidente non riesce ad impedire lo svolgimento di queste elezioni, con Bashar al-Assad candidato. Non è più un segreto che la Russia, l’Iran e gli Stati Uniti siano divisi su questa azione, ma finora molti non erano a conoscenza del fatto che Washington e i suoi alleati occidentali e arabi cercano di superare questo ostacolo, lavorando segretamente e di concerto nelle loro rispettive “sale operative”, pianificando progetti che garantiscano la sconfitta del presidente siriano, se le elezioni si terranno.

Sondaggi occidentali comprati con i soldi del Qatar
L’anno scorso, la “Qatar Foundation“, supervisionata da sheiqa Mozah, moglie dell’ex-emiro, ha commissionato un sondaggio dell’opinione pubblica mirata al probabile esito della “libera” elezione presidenziale in Siria. Va notato che ciò era compito di una squadra degli Stati Uniti, responsabile dell’indagine e che l’indagine doveva concentrarsi su due campioni di cittadini siriani: gli elettori in  Siria, e gli elettori siriani sfollati o rifugiati negli Stati di Golfo, Africa e Levante. L’indagine ha mostrato che il 54% dei siriani all’interno erano per la candidatura del Presidente Assad e la  continuazione di un suo altro mandato, mentre il 46% era contrario. Al contrario, l’83% dei siriani sfollati nel Golfo, il 93% degli sfollati in Africa e il 64% degli sfollati nel Levante era contro. Questa prima indagine fu seguita da altre indagini inedite, ordinate da società statunitensi e francesi, e ancora finanziate con soldi arabi. Queste indagini hanno mostrato essenzialmente gli stessi risultati: più del 50% dei siriani all’interno favoriva al-Assad, e oltre il 60% dei siriani rifugiati all’estero era contrario. Queste percentuali sono sostanzialmente molto importanti, perché hanno spinto Washington a concentrarsi su due aspetti specifici nel suo approccio alla crisi siriana, impedire ad al-Assad di rimanere nel 2014, per timore che vinca le elezioni, sulla base di questi dati ritenuti attendibili, e perseguendo la politica d’incoraggiamento dei Paesi vicini alla Siria per accogliere ancora più sfollati siriani. Una politica giustificata da considerazioni umanitarie, ma in realtà dettata dal fatto che la coalizione anti-Assad era costretta ad accettare una soluzione politica che prevede elezioni presidenziali con la sua partecipazione. In questo caso, il “miglior elettore” per rovesciare Assad diventa “l’elettore profugo!”
D’altra parte, queste società di sondaggio occidentali trovano che l’83% dei siriani che vive nei Paesi del Golfo e il 68% dei siriani che vive nel Levante, si opporrebbero alla rielezione, da ciò si spiega l’insistenza di Washington affinché il Libano apra le frontiere a tutti i siriani senza restrizioni… Gli Stati Uniti cercano di aumentare i dati degli oppositori in modo che quando arrivi il momento, i profughi siriani possano bloccare la prevista vittoria di Bashar al-Assad. Turchia e Giordania hanno rifiutato di accogliere altri rifugiati per motivi di sicurezza interna, il Libano è l’unico Paese che può aiutarli a raggiungere questo obiettivo. Così, uno dei piani attualmente sviluppato dagli statunitensi prevede, in vista della conferenza di Ginevra e della “transizione politica e l’istituzione di un organo di governo di transizione“, d’imporre un accordo che attribuisca ai profughi il diritto di voto all’estero e di organizzare seggi elettorali nel Paese in cui risiedono. Ma Damasco insiste sul fatto che il voto si svolga in Siria e se vi sarà una supervisione internazionale, sarà siriana e internazionale allo stesso tempo! Questo perché il conflitto è focalizzato sull’ambiente in cui i profughi potranno votare. E’ chiaro che la maggior parte dei Paesi che ospitano un gran numero di profughi siriani sono ostili ad Assad, in particolare i Paesi del Golfo e la Turchia, che operano per sconfiggerlo. Inoltre, i rifugiati in Giordania e Libano sono volutamente costretti a stabilirsi in zone in cui il clima politico sia ostile al governo siriano, e sono apertamente coinvolti nel sostegno all’opposizione siriana. Inoltre, il primo ministro libanese Najib Miqati ha detto in pubblico e in presenza di diplomatici, che il flusso di siriani in Libano è trattato al di fuori delle norme internazionali sull’accoglienza dei rifugiati. Un diplomatico chiaramente ha risposto: “Secondo le dichiarazioni di Miqati, è chiaro che il modo di affrontare l’afflusso di profughi non sia casuale!”.
Washington e i suoi alleati si rendono conto perfettamente che il clima politico-elettorale in Siria è sempre più a favore del regime, il che significa che non possono contare sugli elettori siriani in patria. La prova migliore è che il dollaro è sceso del 50% rispetto alla sterlina siriana, da quando Washington ha ritirato la minaccia di attacchi aerei contro la Siria (il dollaro è passato da 300 a 150 sterline siriane). La lettura politica di ciò, tra gli altri fatti, indica che l’élite urbana siriana, a maggioranza sunnita, è sollevata dal fatto che la minaccia di rovesciare il governo con la forza si sia dissipata, e ritiene che il parziale ritorno alla stabilità sia dovuto alla continuità e alla forza del governo che s’impone sulla scena internazionale. Pertanto, il “miglior elettore” anti-Assad è ancora “l’elettore profugo”; chi appartiene al blocco più grande non può essere manipolato per votare contro un nuovo mandato del presidente siriano. Un blocco basato su un’ampia e plurale base sociale che ha un solo nemico, “il sostituto sconosciuto” e il “terrorismo” che promettono alla Siria il destino di Afghanistan, Libia e dell’Iraq.

La forza di Assad proviene dall’interno
E’ chiaro che l’attuale teoria della rimozione del presidente siriano, sia creare un “effetto leva elettorale” fuori dal territorio siriano, facendo votare all’unisono con l’ambiente pro-opposizione. Ma altri fattori vengono presi in considerazione. Un fattore importante deriva dal fatto che grandi aree della Siria sono sotto il controllo diretto o indiretto del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante [SIIL], del Fronte al-Nusra o di altri gruppi radicali terroristici, in cui votare o partecipare alle elezioni è proibito per motivi religiosi! Pertanto, è probabile che il giorno delle elezioni in Siria, il SIIL potrà commettere contro il voto lo stesso tipo di sanguinosi attacchi suicidi dell’Iraq,  influenzando l’affluenza alle urne nelle zone tenute dai terroristi. Un altro fattore da comprendere è che al-Assad sarà l’unico candidato “pro-stabilità” contro diversi candidati che rappresentano il contrario. Inoltre, sarà facile a Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, la Francia e gli Stati Uniti accordarsi su un unico candidato anti-Assad, per evitare la dispersione dei voti dell”opposizione; se tali Paesi potranno far votare gli oppositori nei rispettivi territori o Paesi in cui essi esercitano la loro influenza. Alcune fonti riferiscono che Riyad favorisce le elezioni in due turni, perché servirebbero ad accordarsi su un unico candidato anti-Assad, una volta che i numerosi candidati dell’opposizione saranno eliminati al primo turno.

Una TV per le “minoranze”
Recenti notizie indicano che, nel contesto dei preparativi elettorali del campo anti-Assad, spicca nei piani dell’opposizione siriana, su richiesta di Arabia Saudita e la Francia, la creazione di una rete satellitare per le cosiddette “minoranze” in Siria e il Medio Oriente. L’obiettivo sarebbe attrarre il maggior numero di voti cristiani e curdi, soprattutto per contrastare il discorso del Vaticano preoccupato dal futuro dei cristiani in Siria e Medio Oriente con la cosiddetta primavera araba.

Note:
[1] Invito alla tavola rotonda presso l’Assemblea Nazionale: la voce della Siria libera!
[2] Il blog di Filippe Baumel
Invito giustificato, tra l’altro, dall’amministrazione “delle zone sottratte dal controllo del potere.”  Ecco le famose “zone liberate” dagli zombie assassini e dai ladri di petrolio venduto a poco prezzo, nel nord della Siria… forse sfuggiti al controllo dei loro sponsor. Ma di cui Baumel se ne frega. E’ sulla cresta dell’onda dicendo di portare il progresso laddove non ce lo aspettavamo: “La politica di fermezza auspicata dal Presidente della Repubblica verso il regime di Bashar al-Assad, che non ha esitato a lanciare massicci attacchi con i gas contro la popolazione civile, ha favorito lo sviluppo del piano di monitoraggio delle sue armi chimiche, negoziato a Ginevra tra i russi e gli americani. Senza la minaccia dell’uso della forza, che ha convinto Mosca a fare pressione su Damasco per riprendere il dialogo con Washington, il piano sarebbe presto stato lettera morta, come gli accordi precedenti. Fatte salve le possibilità di successo in un paese devastato, è chiaro che il dittatore ha decisamente ripreso bombardamenti e uccisioni, arresti e torture. Nessuna soluzione politica può prevalere se non tiene in considerazione le aspirazioni del popolo siriano e le sofferenze che ha dovuto sopportare per due anni e mezzo nella ricerca della libertà. Dobbiamo aiutare l’opposizione democratica siriana ad avere più voce. Combattendo con le unghie e i denti gli apologeti della repressione e fanatici della jihad, cerca ancora di difendere ed amministrare le aree sottratte al controllo del potere, cercando di tracciare la prospettiva di una società della tolleranza in Siria. Le sue grida di aiuto possono essere ignorate?
[3] as-Safir 27/09/2013: Il debito morale di Beirut verso Aleppo…
[4] Rozana: versione interpretata da Sabah Faqri di Aleppo
[5] Rozana: versione moderna eseguita da Lena Chemamian
Dio punirà Rozana per quello che ci ha fatto…
Voi che andate ad Aleppo, il mio amore è con voi…
Sotto le uve che portate, e le mele…
[6] AFP: L’Azerbaijan accusa l’Armenia di insediare i rifugiati siriani in Nagorno Karabakh

Nasser Sharara è giornalista ed analista politico libanese.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pericolosa escalation degli estremisti in Medio Oriente

Réseau International 24 agosto 2013

821506Affidando all’Arabia Saudita, dallo scorso giugno, la condotta della guerra in Siria, in sostituzione del Qatar licenziato per incompetenza, il blocco occidentale ha anche optato per una sanguinosa escalation. Con i massacri nei villaggi alawiti intorno Latakia e un attacco chimico vero-falso per cercare di giustificare l’intervento del blocco occidentale, avendo i mercenari fatto fiasco, l’accelerazione è fenomenale. Ma ora si riverbera sul vicino Libano. Dopo l’attentato nel sobborgo sciita di Beirut, la settimana scorsa, un nuovo attentato ha ieri colpito i sunniti a Tripoli, nel nord del Paese. La strategia ha una trama in filo bianco. Si tratta di gettare la Terra dei cedri in una nuova guerra settaria per “colpire” Hezbollah, sostenuto da Damasco.

L’impronta insanguinata dei Saud in Siria…
Il Blocco atlantista sembra aver giocato la sua ultima carta, affidando la gestione della guerra in Siria alla Casa dei Saud. matrice del terrorismo islamista internazionale, il Regno sa che non può sbagliare e ha dettato subito il ritmo. Intorno Latakia, interi villaggi alawiti sono stati recentemente massacrati in un impeto di orrore accuratamente ignorato dal sistema mediatico. L’idea è semplice: suscitare diserzioni facendo comprendere agli ufficiali dell’esercito siriano che, mentre combattono sul fronte, le loro famiglie verrebbero decimate nelle retrovie. Oltre a questi omicidi, verificatisi dopo la visita del capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan a Mosca, dove aveva proposto contratti stravaganti a Putin, in cambio dell’abbandono di Bashar al-Assad. La proposta del principe non è stata gradita dal capo del Cremlino, e la risposta non s’è fatta quindi attendere.

E il Libano ora…
Le nostre fonti in Libano ritengono che sia sempre l’Arabia Saudita il mandante del recente attentato che ha colpito la periferia sud di Beirut, punendo Hezbollah per aver partecipato alla battaglia di Qusayr a fianco dell’esercito siriano. E al momento di scrivere, un nuovo attentato questa volta ha colpito Tripoli, nel nord del Paese. Non c’è bisogno di essere un genio per capire che la destabilizzazione è stata avviata in Libano per suscitare una guerra settaria tra sunniti e sciiti. La strategia ha una trama in filo bianco. “Un colpo agli sciiti, uno ai sunniti: ora che hanno il mandato degli statunitensi, i sauditi si scatenano“, dice una fonte di alto livello di Beirut, che ha aggiunto, “Non dobbiamo sottovalutare il fatto che oltre il mandato degli Stati Uniti in Siria, i sauditi hanno una propria agenda nella regione (1)”.

Scadenza nel 2014?
Per il momento, la Siria, e quindi per estensione il Libano, resiste il più possibile agli attacchi dei tagliagole islamici, e anche dei mercenari supervisionati dai commando israeliani, giordani e statunitensi. C’è poco tempo, perché sembra che un termine sia stato fissato da Riyadh, che deve riuscire a rovesciare il regime siriano prima delle elezioni presidenziali del 2014. Gli attentati in Libano e la recente assurda messinscena di un vero-falso attacco chimico presso Damasco, attestano questa accelerazione. A proposito, si noti lo sgomento nel vedere come il sistema mediatico militante abbia perso del tutto senso acritico, rilanciando queste notizie senza mostrare alcun dubbio. Delle due cose l’una, o sono in perfetta malafede, o sono completamente stupidi, credere per un secondo che il regime siriano lanci un attacco chimico alla periferia di Damasco, mentre vince su tutti i fronti e si ritrova gli investigatori delle Nazioni Unite sul posto.

L’occidente perde il Medio Oriente
Bisogna inserire questa inflazione di violenze nel virtuoso tentativo di rimodellare il Medio Oriente, cercato da Washington e da questi fanatici. E questo vuol dire che tutti i Paesi che hanno avuto la sfortuna di essere stati salvati dall’occidente, si sono trovati in rovina, devastati e afflitti da una violenza infinita. Alle guerre mafiose lanciate in Afghanistan e in Iraq, con il pretesto della crociata post-11 settembre, sono seguite l’offensiva generale contro gli sciiti e il tentativo deplorevole di prendere il controllo della primavera araba. Risultato: Iraq, Afghanistan e Libia moribondi, la Siria insanguinata e il Libano che combatte per non essere spazzato via nella prossima guerra. Anche in Egitto si consuma la rottura con Washington e Parigi. Ovunque, da Kabul a Baghdad, a Beirut, Tripoli, Teheran, Damasco e Cairo, la piazza rifiuta la narrativa occidentale, e sono solo i proconsoli pagati dal blocco atlantista, che vi trovano ancora qualche virtù.

La perdita dell’Egitto
Obama ha inizialmente sostenuto Mubaraq e poi voleva imporre la Fratellanza musulmana. Ma  che credeva, che avremmo accettato di passare da un regime di pazzi ad un altro, perché fa comodo agli Stati Uniti? E perché l’Europa ci minaccia? Pensano che non meritiamo di meglio che bugiardi fanatici e incompetenti al governo?” Questo sussulto di un amico di Cairo, ieri, ardente musulmano ma aspro avversario dei Fratelli musulmani, sembra riassumere l’amarezza suscitata a Cairo dalle condanne, estremamente oltraggiose, delle capitali occidentali, estremamente virtuose, dopo il “massacro” perpetrato dall’esercito egiziano per spezzare la rivolta dei Fratelli musulmani, il 14 agosto. Per i rivoluzionari della prima ora di Cairo, l’esercito che si (ri)prendere il controllo del Paese viene visto come passo necessario per completare la rivoluzione. Naturalmente, il processo è di natura pericolosa, e come abbiamo rilevato precedentemente, il Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane, SCAF, dovrà articolarsi per tracciare una tabella di marcia convincente per il ritorno a un governo civile, evitando qualsiasi “infiltrazione” dei sauditi e degli israeliani sempre in agguato. Resta che Washington e Parigi, e quindi l’Unione europea, sono oramai fuori dai giochi egiziani, senza dubbio un evento importante per la regione.

La catastrofe generale è imminente
Il quadro che emerge è quello di una catastrofe generale imminente per l’occidente in Medio Oriente:
– l’Iraq ha preso lentamente ma inesorabilmente una piega filo-iraniana;
– l’Afghanistan è sulla buona strada per ritornare sotto i taliban;
– la Libia evapora tra guerre tribali;
– nonostante l’escalation saudita in Siria, il regime resisterà finché avrà il sostegno di Russia e Cina, in ultima analisi, sembra che Washington e Parigi dovranno capitolare anche su questo fronte;
– in Egitto, il Blocco occidentale ha perso la battaglia per i cuori;
– riguardo il Libano, la destabilizzazione probabilmente orchestrata dagli alleati di Washington, e il recente inserimento di Hezbollah nella lista dei gruppi terroristici dell’UE, squalifica completamente il blocco occidentale quale valido interlocutore nel Paese dei Cedri.
Ironia della sorte, in questo turbine di battaglie perse, di appuntamenti mancati e di strategie zoppicanti occidentali in Medio Oriente, l’unico Paese che appare stabile, contro ogni previsione, non è altri che l’Iran. Certo, è meglio avere l’occidente come nemico dichiarato che come salvatore. E questo il Medio Oriente l’ha capito.

1) L’Arabia Saudita vuole spezzare l’avanzata del potere sciita. Dalla rivoluzione islamica del 1979, infatti, una forte concorrenza oppone Riyadh e Teheran per la leadership musulmana. Dalla prima guerra del Golfo, le monarchie non sono mai state più lontane dalle credenziali islamiche e la loro sottomissione agli interessi statunitensi e israeliani è scarsamente apprezzata dalla piazza araba. Con posizioni (anti-israeliane e anti-statunitensi) agli antipodi rispetto ai suoi vicini del Golfo, Teheran si afferma sempre più come convincente riferimento religioso, nonostante il divario tra i rami sunnita e sciita dell’Islam. Inoltre, vediamo anche che i Paesi del Golfo sono sempre più spesso turbati dalle rispettive forti minoranze sciite, per non parlare del Bahrain, la cui popolazione è per il 70% sciita. Per le potenze del Golfo, la priorità è la fine dell’Iran sciita e la destabilizzazione del regime alawita di Bashar al-Assad è solo un primo passo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah combatte in Siria per difendere il Libano da un bagno di sangue

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 28 giugno 2013

Hezbollah-2I media tradizionali non riescono a ricordare che le forze antigovernative in Siria hanno giurato di uccidere tutti gli sciiti e d’invadere il Libano dopo la Siria. Sheikh Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, annunciava l’ingresso nel conflitto siriano del partito il 25 maggio 2013. La Coalizione nazionale siriana denunciava immediatamente Hezbollah mentre il dipartimento di Stato statunitense reagiva all’annuncio di Nasrallah, il 29 maggio, chiedendo l’immediato ritiro dei combattenti di Hezbollah dalla Siria. La patacca della Lega araba avrebbe alla fine, e molto prevedibilmente, condannato l’ingresso di Hezbollah nel conflitto siriano, ignorando il coinvolgimento di Arabia Saudita, Qatar e dei loro alleati.
Qusayr, situata sulla strada tra Damasco e le coste mediterranee della Siria, nella parte nord-occidentale del Governatorato siriano di Homs, sarebbe diventata il punto centrale del coinvolgimento di Hezbollah in Siria. Dopo la vittoria a Qusayr, il guerrafondaio Charles Krauthammer annunciava in modo imbarazzante che gli Stati Uniti esitavano troppo mentre Russia e Iran prendevano in mano la situazione in Siria assieme ad Hezbollah. Gli Stati Uniti non avevano esitato, in realtà, ma non sono riusciti a rovesciare il governo di Damasco. Molto probabilmente, spinto dalla pressione dei finanziatori sauditi e qatarioti, il governo dei Fratelli musulmani in Egitto avrebbe reagito alla vittoria di Qusayr rompendo le relazioni con la Siria, chiedendo la no-fly zone e attaccando Hezbollah per il suo coinvolgimento nel conflitto siriano. A indicare il fallimento del piano di cambiamento del regime, l’amministrazione Obama avrebbe fatto trapelare alla stampa che valutava anche la no-fly zone. Ironia della sorte, il presidente egiziano Morsi e molte delle persone che criticano Hezbollah, Iran e Russia per il loro coinvolgimento in Siria, si rifiutano di criticarne il coinvolgimento turco, saudita, qatariota, inglese, francese, giordano, israeliano e statunitense.

Hezbollah è un obiettivo del conflitto siriano
Indubbiamente Hezbollah ha discusso delle sue intenzioni di entrare nel conflitto siriano con i suoi sostenitori a Teheran e si è coordinato con l’Iran e, in misura minore, con la Russia, attraverso funzionari iraniani e consultazioni con Aleksandr Zasypkin, l’ambasciatore russo in Libano, e il Viceministro dgli Esteri russo Mikhail Bogdanov, durante la sua visita a Beirut nell’aprile 2013. Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria, tuttavia, è puramente difensivo. Inoltre, Hezbollah è uno degli ultimi giocatori esterni ad entrare in Siria. Si tratta dello stesso tipo di articoli che sostengono costantemente una sostanziale presenza militare iraniana in Siria, ma non si potrà mai riuscire a dare una prova solida o una qualsiasi conferma delle loro pretese, che semplicisticamente de-contestualizzano il coinvolgimento di Hezbollah in Siria. Ad esempio, dei razzi furono lanciati su Dahiyah, sobborgo meridionale operaio di Beirut, roccaforte politica di Hezbollah nella capitale del Libano, e sulla città di Hermel, nella Beqaa, poche ore dopo che Nasrallah aveva annunciato che il suo partito sarebbe entrato nel conflitto siriano.
La maggior parte degli articoli al riguardo non sono riusciti a riconoscere la natura degli attacchi missilistici. Gli attacchi con i razzi sono stati più di un semplice avvertimento da parte delle forze antigovernative in Siria, e in realtà sono parte di una costante escalation deliberatamente volta ad allargare la guerra in Libano e a diffondere i fuochi della sedizione. Gli attacchi sono stati condotti contro aree abitate da sostenitori di Hezbollah, anche molto prima che Hezbollah intervenisse in Siria. Che sia intenzionale o meno, questo tipo d’informazione nasconde il fatto che Hezbollah è intervenuto in Siria principalmente per proteggere se stesso e la variegata popolazione del Libano, e non identifica i veri autori delle violenze. I media mainstream di posti come Stati Uniti e Regno Unito, inoltre, non parlano delle fratture importanti tra le forze antigovernative in Siria, che hanno giurato di uccidere tutti gli sciiti che cattureranno e d’invadere il Libano dopo la Siria.
Dall’inizio del conflitto siriano, Hezbollah riconosce che il popolo siriano dovrebbe avere le libertà democratiche di cui Hezbollah gode in Libano e che la Siria ha bisogno di riforme politiche. Il suo ingresso nel conflitto siriano è volto ad impedire agli squadroni della morte takfiristi, riunitisi in Siria, di marciare contro il Libano e di commettere lo stesso tipo di crimini, nelle città e nelle case del popolo libanese, che hanno commesso contro il popolo siriano. Poiché i takfiristi hanno annunciato che elimineranno dal Levante gli sciiti e tutti gli coloro che essi non accettano, il conflitto era inevitabile. Piuttosto che aspettare, Hezbollah ha scelto di intervenire in una guerra che le forze antigovernative in Siria hanno deliberatamente avviato contro Hezbollah con una serie di attacchi contro gli sciiti che vivono sul confine siriano-libanese. Come anteprima di ciò che è in serbo per gli sciiti, dopo la loro sconfitta a Qusayr, le milizie antigovernative hanno marciato su Hatla massacrando molti dei suoi abitanti, compresi anziani e bambini, tutti sgozzati. Un video del massacro dal titolo “Assalto e pulizia di Hatla” è stato diffuso, dove l’autore del video afferma che tutti gli sciiti avrebbero subito la stessa sorte. Ciò che è successo ad Hatla, tra stupri e mutilazioni, ha solo rafforzato il sostegno in Libano all’intervento di Hezbollah.

Hezbollah protegge il Libano e le minoranze del Levante
Il 14 giugno, Nasrallah apparve alla televisione libanese per dire che Hezbollah combatteva per difendere i popoli di Libano e Siria dagli abomini del “piano statunitense, israeliano e takfirista di distruggere non solo la Siria, ma l’intera regione.” Parlando ad al -Manar, ha detto ai suoi sostenitori e alleati che il mondo intero era in Siria a combattere, in un modo o in un altro, usando il denaro o inviando armi o impiegando la guerra mediatica. Era naturale per Hezbollah, uno dei principali obiettivi della guerra, mettersi in gioco. Aggiunse che il governo libanese purtroppo non era riuscito a proteggere i 30.000 cristiani e musulmani libanesi che sono stati attaccati dalle forze antigovernative al confine siriano. Hezbollah ha agito per proteggerli.
I sentimenti di Nasrallah sono ampiamente condivisi dentro e fuori il Libano. Secondo Mohsen Saleh, professore di filosofia politica all’Università libanese ed esperto di Hezbollah, la minaccia del “takfirismo” agisce per por fine ad ogni diversità nella regione, in combutta con Israele e Stati Uniti. I Fratelli musulmani sono legati a questo progetto, ma “ora collassano e degradano” secondo Saleh. “La Fratellanza è salita al potere con un secolo di ritardo“, mi ha detto. Mentre ero in visita nel suo ufficio, ha spiegato che tutte le diverse comunità libanesi hanno paura dei takfiristi, come testimoniano i loro crimini in Siria. Questo è il motivo per cui la Chiesa cattolica maronita e la moltitudine di confessioni cristiane in Libano, sono sempre al fianco di Hezbollah. É fiducioso nel fatto che tutte le diverse sette del Libano miglioreranno i loro rapporti con Hezbollah per via della comune minaccia che sono costrette ad affrontare. Quando ho chiesto a Saleh del Primo Ministro designato del Libano, legato ai rivali di Hezbollah in Libano, ha sottolineato che Tamman Saib Salam non è un burattino. Con un discreto gesto di sostegno, che l’ha distinto dal campo di Hariri, Tamman ha detto che Hezbollah rimane un gruppo della resistenza, non importa quel che succede per via del suo intervento in Siria.
La comunità drusa, che è il gruppo libanese più vulnerabile ad un attacco takfirista al Paese,  riconsidera il suo rapporto con Hezbollah. La comunità drusa non è contenta delle dichiarazioni di Walid Jumblatt, il suo principale leader, che sostiene le attività antigovernative in Siria. Cercando di compiacere il suo ufficiale pagatore saudita di Riyadh, Jumblatt s’è spinto fino a dire che sostiene personalmente il filo-saudita Jubhat al-Nusra. Ben consapevoli dei pericoli per la loro comunità, i drusi di Siria hanno ignorato Jumblatt e continuano a sostenere il governo siriano. Anche i funzionari russi inoltre sostengono la posizione di Hezbollah; Mosca vede la posizione di Hezbollah volta a proteggere le diverse genti di Libano e Siria. Mosca non vuole che le brigate takfirite entrino nel Caucaso del Nord o aggrediscano una delle repubbliche sorelle e alleate dell’Asia centrale. A differenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, la politica estera russa in Medio Oriente promuove apertamente la diversità e la tutela dei cristiani e delle minoranze.

A differenza di Hezbollah, agli Stati Uniti non importa nulla dei cristiani arabi
Il Dr. Naji Hayek, cristiano libanese, riassume tutto affermando: “Hezbollah combatte per noi, per me“. L’ha detto dopo che abbiamo guardato Michel Aoun in diretta su Orange TV dichiarare che sostiene Hezbollah dopo i combattimenti scoppiati nella città libanese di Sidone. Se i takfiristi entrano in Libano, mi assicurava che avrebbe preso il fucile e combattuto. Hayek, un chirurgo, un professore della Lebanese American University e consigliere di Michel Aoun, leader del Movimento Patriottico Libero, il più grande partito politico cristiano in Libano, aveva steso la Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act e inviato rapporti dell’intelligence sulle attività siriane in Libano al Senato degli Stati Uniti. Una volta era membro del Partito liberale nazionale del Libano e un caro amico di Samir Geagea, lo straordinario signore della guerra cristiano alleato di Stati Uniti e Arabia Saudita. Hayek fu anche ferito mentre combatteva contro i siriani con Michel Aoun.
Le cose sono cambiate da allora e nuove alleanze si sono formate. La Siria non è più un nemico come Samir Geagea non è più un amico. Hayek mi ha detto con amarezza che gli Stati Uniti non hanno mai esitato a manipolare e poi a cedere i cristiani del Libano. Mi ha anche mostrato un teso scambio di email tra lui e Jeffrey Feltman, quando Feltman era in servizio come assistente del segretario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in cui Feltman, in riferimento a Hezbollah, accusava il Movimento Patriottico Libero di essersi allineato con il “male”. Con il senno del poi, Hayek si rende conto che gli Stati Uniti avevano motivazioni differenti quando redasse la Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act. Furiosamente ha parlato di “bambocci 25enni che lavorano presso l’Ufficio Libano nel dipartimento di Stato USA, con una laurea in Storia dell’arte!”, ignorando la realtà del Medio Oriente con cui hanno a che fare.
Io non sono un fan di Bashar al-Assad, ma lo sostengo al cento per cento perché l’alternativa in Siria è un governo estremista“, ha sottolineato Hayek. Se cadesse il governo siriano, la paura di Hayek è che la corrotta famiglia Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo inviterebbero un governo dei Fratelli musulmani a Damasco ad invadere e occupare il Libano. Come interlocutore fondamentale tra Michel Aoun e Stati Uniti, ha spiegato che la famiglia Hariri non ebbe problemi con la presenza siriana in Libano e in realtà era contraria al ritiro siriano dal Libano e che avrebbe ostacolato la sua cooperazione con gli Stati Uniti. Ha spiegato che la ragione di ciò è che gli Hariri utilizzavano l’esercito siriano per imporre la loro egemonia in Libano. “Hariri ha danneggiato i siriani“, ha spiegato. Il clan Hariri avrebbe corrotto tutti gli alti ufficiali siriani in Libano, versandogli milioni di dollari. I problemi tra Hariri e la Siria iniziarono quando Bashar al-Assad volle porre fine alla corruzione in Siria e si rifiutò di lasciare gli Hariri continuare nel loro gioco.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su RT Op-Edge.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo scontro Iran – Arabia Saudita in Libano e Siria

Prodrome Nouvel Ordre Mondial 4 maggio 2013

Rally to mark the end of a 40-day mourning period for Imad MughniyehIl punto che difendo su questo blog, è che la crisi siriana sin dall’inizio ha provocato l’interferenza di forze straniere nel Paese, forze che hanno commesso violenze da subito, a volte in modo molto professionale, contro l’apparato di polizia e militare del regime. Queste forze straniere, non contente di armare militarmente ed equipaggiare nella guerra mediatica ai cittadini siriani, gli appartenenti al movimento dei Fratelli musulmani, al wahabismo o solo coloro che pensano il proprio futuro personale o del clan potrebbe essere più luminoso senza Bashar al-Assad, hanno anche fatto giungere mercenari provenienti da Turchia, Giordania, e persino Tunisia, Cecenia ed Europa (non parlo dei siriani residenti in Europa). Va da sé che coloro che speravano in una democratizzazione della vita politica in Siria la scontano.
Per Jean Aziz, che abbiamo già incontrato su questo blog, forse tracciando una linea grossolana, sì, assistiamo in Siria a una guerra tra Iran e Hezbollah da un lato, e Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti dall’altra. Ed è l’asse turco-arabo-occidentale che ha preso l’iniziativa in questa guerra e fatto in modo che perduri in mancanza di una soluzione politica, che si è sforzato di evitare proprio come in Libia. Solo che il problema strategico è molto più grande della Libia e della Siria; se gli statunitensi sfrutteranno la sicurezza della loro amata entità sionista, i monarchi potranno voltarsi dall’altra parte!
Tuttavia, in un mondo razionale, questa crisi sarebbe stata risolta molto tempo fa e non avrebbe mai avuto luogo. Ma un mondo razionale sarebbe un mondo in cui gli Stati Uniti invece di cercare il confronto con Iran, Hezbollah e Siria, avrebbero cercato di avere normali relazioni con Paesi con cui non dovrebbero avere a priori alcun conflitto acuto. Sì, scrivo questo Paese, perché credo che Hezbollah non esisterebbe se gli Stati Uniti non sostenessero così ostinatamente e incondizionatamente l’entità sionista che non potrà mai avere una condizione normale nella regione. Anche per le monarchie di Arabia Saudita e Qatar, il nodo di una sconfitta dell’asse Siria-Hezbollah-Iran permetterebbe, infine, di normalizzarne i rapporti con l’entità sionista e quindi di seppellire i diritti del popolo palestinese. L’obiettivo è certamente illusorio e i monarchi, come il Gran Turco, dovrebbero pensare a ciò che Kant disse: “E’ un’illusione l’alone che rimane anche quando sappiamo che l’oggetto presunto non esiste”.

L’Iran contro la diplomazia saudita in Libano
Jean Aziz al-Monitor Libanon Pulse, 29 aprile 2013
Tradotto dall’inglese da Djazaïri

Tre settimane di sviluppi della situazione in Libano sono state sufficienti a cancellare la sensazione che una svolta nelle relazioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran fosse vicina, almeno in Libano. Questa sensazione aveva preso forma il 6 aprile, quando il parlamento libanese, con un consenso quasi totale, nominò Premier Tammam Salam, per formare un nuovo governo a Beirut.
In un primo momento, ci sono stati alcuni segnali che una svolta nel rapporto tra l’Arabia Saudita e l’Iran fosse in vista. L’ambasciatore saudita a Beirut, Ali Awad Asiri, aveva chiaramente aperto verso Hezbollah. Tanto che alcuni dissero che l’Arabia Saudita aveva avviato il contatto diretto con la più potente organizzazione sciita in Libano attraverso un ufficiale dei servizi di sicurezza libanesi, che gode della fiducia del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah stesso. E’ stato anche detto che il vice di Nasrallah, sheick Naim Qassim, dovesse recarsi in Arabia Saudita per condurre una missione di Hezbollah per discutere del rapporto tra la periferia sud di Beirut e Riyadh. La delegazione doveva inoltre affrontare il problema della formazione di un nuovo governo [in Libano] e l’accettazione di una nuova legge elettorale, al fine di garantire che le elezioni abbiano luogo entro la fine del mandato dell’Assemblea libanese attuale, il 20 giugno, ed evitare di andare verso l’ignoto.
Questa impressione ottimista è rapidamente scomparsa ed è diventato chiaro che la strategia della tensione tra l’Arabia Sudita e l’asse iraniano rimane valida fino a nuovo avviso. Sembra che le due parti siano impegnate in una serie di manovre per migliorare le proprie posizioni e capacità in preparazione di un attacco a sorpresa contro l’altra parte. Sotto la copertura dell’apertura a Hezbollah a Beirut, l’asse saudita puntava a una battaglia regionale per rafforzare l’assedio al regime siriano e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad. Quando i sauditi si stavano preparando ad attaccare la capitale siriana, hanno ritenuto prudente non aprire più di un fronte alla volta. Così hanno fatto una tregua con Hezbollah e mostrato buona volontà verso quest’ultima, mentre il cappio arabo-turco-occidentale si stava stringendo intorno al collo di Assad. A loro volta, l’Iran e Hezbollah non si sono lasciati ingannare dall’operazione saudita. Pochi giorni dopo aver iniziato a testare le reazioni dell’altra parte, l’Arabia Saudita ha iniziato il suo attacco: gli alleati libanesi di Riyadh hanno indurito le loro posizioni sulla formazione del nuovo governo e la redazione della legge elettorale, rendendo consapevole l’asse di Hezbollah [Hezbollah e i suoi alleati in Libano] della manovra, spingendoli a cambiare tattica. Quindi Hezbollah ha contrattaccato su quasi tutti i fronti.
Sembra che l’Arabia Saudita abbia scommesso su un cambiamento favorevole della situazione militare in Siria, mentre ciò è in realtà favorevole al campo iraniano. Un fattore sul campo ha invertito la situazione: in due settimane, le forze pro-regime sono avanzate in tutte le regioni intorno a Damasco e Homs. Questo sviluppo ha posto 370 chilometri del confine siriano-libanese sotto il controllo del regime siriano e dei suoi alleati in Libano. Intrappolando e isolando una parte significativa dei sunniti, che tradizionalmente sono sostenuti dall’Arabia Saudita; quasi mezzo milione tra Akkar e Tripoli, attraverso l’interposizione dell’esercito siriano e dei suoi alleati libanesi. Ma la risposta contro l’Arabia Saudita, in Libano, ha avuto altre manifestazioni: la visita di Hezbollah a Riyadh di cui stavamo parlando non è mai accaduta e si è appreso che Nasrallah s’è recato a Teheran di recente. Nonostante molte speculazioni sugli obiettivi di questa visita e la sua tempistica, Hezbollah è rimasta vistosamente in silenzio sull’argomento. Il partito non ha né confermato né smentito. Tuttavia, le immagini di Nasrallah che incontra la Guida suprema iraniana Ali Khamenei sono state pubblicate sui social network. Ambienti vicini a Hezbollah dicono che la foto è stata tratta dagli archivi, ma la foto non sembra vecchia.
Un’altra manifestazione del contrattacco è stato l’annuncio della distruzione, al largo di Haifa, da parte israeliana, di un drone proveniente dal Libano. Ma a differenza di incidenti simili, come quando Israele distrusse un drone Ayyub il 9 ottobre 2012, Hezbollah ha rapidamente negato di avervi qualsiasi cosa a che fare. Alcuni hanno interpretato che tale negazione sia stata causata dal fallimento del drone Ayyub 2 nel penetrare in profondità sul territorio israeliano. Ma il drone avrebbe dovuto forse limitarsi a sorvolare i giacimenti di gas israeliani nel Mediterraneo. In questo caso, il drone è stato in grado di inviare un messaggio a Israele, il che spiega anche la negazione di Hezbollah. In questi ultimi due giorni, ambienti vicini al partito hanno gestito la questione in maniera evasiva, chiedendosi: se il tutto è causato da un ragazzino del Libano meridionale che giocava con un aereo telecomandato portando gli israeliani a sospettare che Hezbollah gli fa la guerra? Alcuni a Beirut credono che il contrattacco iraniano contro le avanzate dell’Arabia Saudita, abbia provocato le dimissioni dell’ex primo ministro libanese Najib Miqati, andando ben al di là della scena libanese e toccando persino Bahrain ed Iraq. Si è parlato della scoperta di depositi di armi per l’opposizione del Bahrein, a Manama, e delle truppe del Primo ministro iracheno Nouri al-Maliqi che sono entrate a Hawija e minacciano di fare lo stesso ad Anbar.
Tutte cose che confermano ancora una volta, che qualsiasi accordo tra i libanesi dovrebbe avvenire sotto la protezione internazionale, vale a dire, almeno con un accordo tra Washington e Teheran. Ma un tale accordo non sarà in grado di intervenire mentre alcuni eventi non si saranno prodotti, come le elezioni presidenziali in Iran a giugno o i risultati dei negoziati sul nucleare di Almaty (se riprenderanno). Nel frattempo, la situazione in Libano porterà sia all’estensione della crisi che alla proroga il mandato del parlamento e al rinvio della formazione di un nuovo governo, ossia all’esplosione della situazione!
La maggior parte delle organizzazioni e dei partiti libanesi e stranieri preferisce la prima opzione.

Jean Aziz è un collaboratore di al-Monitor Liban Pulse. È un editorialista del quotidiano libanese al-Akhbar e ospita un dibattito politico su OTV, canale televisivo libanese. Aggiungiamo che questo cristiano originariamente faceva parte delle Forze libanesi, un movimento di estrema destra, prima di raggiungere il Generale Michel Aoun su posizioni nazionaliste, moderatamente anti-siriane (o moderatamente filo-siriane), favorevole all’intesa interreligiosa e ostile all’entità sionista. Questo è il motivo per cui noi diciamo che è vicino a Hezbollah. quasi come Michel Aoun.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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