Bielorussia e Venezuela: La costruzione del mondo multipolare

Gearoid Ó Colmáin Dissident Voice 24 Febbraio 2012

In tutto il pianeta milioni di persone muoiono di fame ogni anno. Non è un segreto. I nostri media ci parlano di tali fatti abbastanza spesso. Parlare di disuguaglianza globale non è un tabù nelle democrazie liberali occidentali. Affermare che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è un cliché che si ripete, un luogo comune di cui in verità quasi nessuno è inconsapevole. Ma le cause strutturali della povertà sono raramente affrontate dalla stampa occidentale. Perché, per esempio, se il capitalismo è il migliore di tutti i possibili sistemi socio-economici, la maggior parte delle persone del pianeta vive in povertà?
Ci viene detto che i paesi in via di sviluppo hanno fatto uscire le loro popolazioni dalla povertà aprendo i propri mercati agli investimenti esteri diretti. Piuttosto che frenare gli eccessi del capitalismo, quindi, si deve intensificarne l’espansione, molti sostengono, per dare una soluzione alla povertà. Ma se è così, perché Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo? Haiti ha avuto investimenti esteri diretti per decenni, ma il tenore di vita è diminuito drasticamente. Lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’America Latina, che hanno venduto le loro risorse naturali alle multinazionali straniere.
Paesi come Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia hanno avuto un progresso socio-economico attraverso la nazionalizzazione, non la privatizzazione. Ma c’è uno stato, all’altro lato del mondo, che è riuscito a fornire il quasi pieno impiego ed un continuo aumento dei salari, investendo nell’istruzione, nella ricerca scientifica e tecnologica, nello sviluppo, e ha raggiunto l’autosufficienza nel settore agricolo, creando un ambiente di fiducia sociale presso i suoi cittadini. Quel paese è la Repubblica di Bielorussia.

Venezuela e Bielorussia. Multi-polarità e sviluppo endogeno
Nel 2007 il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha descritto la Repubblica di Bielorussia come uno “stato modello”. Guidando per le strade di Minsk, non è difficile capire perché il presidente venezuelano aveva usato tali termini per descrivere la Bielorussia.
Dall’elezione di Chavez in Venezuela nel 1998, la rivoluzione bolivariana ha ridotto della metà la povertà, ha sradicato l’analfabetismo e attuato riforme radicali per migliorare il tenore di vita della maggioranza povera del Venezuela. Tuttavia, c’è ancora molto da fare, le colline di Caracas sono ancora costellate di bassifondi di catapecchie, mentre l’elite economica cittadina, sul lato orientale della città, vive nel lusso sibaritico. Guidando attraverso Minsk, d’altro canto, si è colpiti da una visione di quello che potrebbe diventare Caracas. Non ci sono baraccopoli a Minsk. Gli abitanti della città vivono in moderni appartamenti di standard europeo. Ci sono molti spazi aperti puliti con eccellenti strutture ricreative per i bambini. Caracas ha un grave problema di rifiuti, laddove le strade e i quartieri di Minsk sono tra i più puliti al mondo. Il governo venezuelano sta attuando misure per ridurre la violenza e la delinquenza sociale. Ma Caracas rimane ancora una città pericolosa. Minsk, d’altra parte, è senza dubbio una delle città più sicure d’Europa.
Dopo decenni di dittatura plutocratica, corruzione e negligenza, l’agricoltura venezuelana non è ancora sufficientemente sviluppata e la popolazione dipende ancora dalle importazioni provenienti dagli Stati Uniti, la Bielorussia è autosufficiente nella produzione di alimentari di alta qualità. La Bielorussia è stata in grado di aiutare il Venezuela a sviluppare il proprio settore agricolo attraverso l’invio di consulenti e l’esportazione dei camion e macchine agricole di alta qualità. La costruzione delle agro-città da parte delle imprese bielorusse in Venezuela, concordata nel 2011, è un esempio convincente degli accordi bilaterali di una cooperazione sempre più stretta.
L’accordo bilaterale tra la compagnia petrolifera dello stato del Venezuela, PDVSA, e Belarusnef per creare una joint-venture denominata Servicio Belovenezolana, è un altro esempio dei vantaggi della politica estera multi-vettoriale della Bielorussia. La Repubblica di Belarus è stata in grado di diminuire la sua dipendenza dal petrolio della Russia attraverso la cooperazione con il Venezuela, ricco di petrolio, mentre il Venezuela ha potuto beneficiare delle competenze industriali e scientifiche bielorusse. Entrambi i paesi cercano di diversificare i loro mercati. Il Venezuela vuole ridurre la sua dipendenza dalle vendite di petrolio verso gli Stati Uniti, mentre la Bielorussia sta cercando di ridurre la dipendenza dal petrolio russo. Ed entrambi i paesi hanno a che fare con la quinta colonna finanziata dall’imperialismo euro-atlantico.
Il settore manifatturiero avanzato in Bielorussia è stata anche fonte di ispirazione per il Venezuela, che ha inviato i tecnici in Bielorussia per essere addestrati a costruire, in America Latina, la prima fabbrica nazionale di camion del Venezuela. Ci sono anche molti progetti per aumentare ulteriormente la cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, come l’aumento delle importazioni e delle esportazioni di prodotti agricoli, della tecnologia e delle forniture mediche, e le iniziative statali congiunte nel settore tessile.
L’aumento degli scambi bilaterali e della cooperazione tra la Bielorussia e il Venezuela, è il risultato diretto della comunanza nelle politiche sociali di entrambi i paesi. Le cinque priorità principali del governo bielorusso sono le seguenti:
1 Mantenere l’uguaglianza e l’innalzamento del tenore di vita dei lavoratori.
2 Mantenere una piena occupazione dell’economia.
3 Investimenti nell’istruzione e nella ricerca scientifica.
4 La protezione e lo sviluppo di una forte base produttiva locale.
5 Sovranità nazionale inviolabile.
Per il Venezuela, la Bielorussia è uno stato modello perché ha ottenuto quello a cui ogni governo progressista del mondo aspira: la quasi piena occupazione e l’eliminazione della povertà estrema. Ha sviluppato una imponente base produttiva, ha mantenuto l’autonomia nella produzione di alimentari e un tasso costantemente elevato di crescita economica, ha raggiunto uno standard di vita e un livello di uguaglianza sociale senza pari in nessun’altra parte del mondo in via di sviluppo. Questo è esattamente il sogno della Rivoluzione Bolivariana, ed è per questo che l’esperienza della Bielorussia dalla caduta dell’Unione Sovietica è così importante per il mondo in via di sviluppo. A differenza del Venezuela, che sta emergendo da una forma estrema di plutocrazia, dove una piccola minoranza controllava la ricchezza del paese, la Bielorussia è emersa dall’Unione Sovietica, dove le classi sociali erano state sradicate durante la costruzione del socialismo negli anni ’20 e ’30. In questo senso, la Bielorussia ha un netto vantaggio rispetto al Venezuela, in quanto non dispone di una borghesia super-ricca con le sue connessioni con gli Stati Uniti ad impedire la ri-distribuzione della ricchezza. La Bielorussia, tuttavia, ha a che fare con la quinta colonna di cui sopra, ma non possiede la ricchezza e il potere osceni dei suoi omologhi venezuelani.
La visione del presidente Lukashenko di un mondo multipolare minaccia i sostenitori del Nuovo Ordine Mondiale, in cui gli interessi dei molti sono subordinati a quelli delle elite finanziarie euro-atlantiche. A differenza di Stati vicini come la Polonia e la Lituania, per i quali la “libertà” dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha provocato la disoccupazione di massa, l’emigrazione e l’invio di truppe nelle guerre e nelle invasioni della NATO, la Bielorussia ha dimostrato che lo Stato ha un ruolo fondamentale nella regolazione del mercato per il bene generale.
Se la povertà globale deve essere sradicata, industrie sostenibili, sviluppo endogeno ed economie pianificate dovranno quindi diventare la norma. La Bielorussia, forse più di ogni altro paese, potrebbe svolgere un ruolo di primo piano nella transizione verso una nuova era globale delle economie socialmente orientate.
L’ambasciatore venezuelano in Bielorussia, Americo Diaz Nunez, ha recentemente dichiarato ai giornalisti, a Minsk, che:
I due paesi stanno attuando progetti comuni per la costruzione di impianti di produzione di mattoni, per l’assemblaggio di trattori e camion (questa infrastruttura sarà presto aperta in Venezuela), per la costruzione di agro-città, per la produzione di petrolio e gas, per la costruzione più di 20.000 appartamenti e per gli scambi di merci. E’ impossibile ignorare il fatto che la Bielorussia aiuta veramente a cambiare la vita dei venezuelani.”
Il rapporto costruttivo e creativo tra i due paesi, in continenti diversi, è finalizzato a migliorare le condizioni di vita di molti, piuttosto che i privilegi di pochi, in netto contrasto con le cleptocrazie belligeranti e decadenti dell’Occidente, che mascherano la loro sete di lucro con altisonanti frasi su “diritti umani” e “democrazia”, mentre uccidono la speranza sociale di miliardi di persone. Le relazioni venezuelano-bielorusse sono un esempio unico di ciò che la diplomazia internazionale, in un mondo socialista, potrebbe significare per l’umanità.
La campagna mediatica internazionale di demonizzazione, calunnie, menzogne e disinformazione sul governo bielorusso ha ingannato non solo accaniti sostenitori dell’economia neo-liberale, ma anche molti cosiddetti “sinistri” e “progressisti” che sono caduti nella neolingua dei “diritti umani”, “libertà” e “democrazia”. L’assenza di solidarietà dalla “sinistra” europea verso la Repubblica di Bielorussia, è un sintomo di quanto corrosiva e pervadente sia diventata l’ideologia capitalista nelle società post-moderne dell’Occidente. Questa è una tendenza che porterà ad una catastrofe sociale e politica, se non viene invertita.

Ales Bialiatski: legalmente un criminale condannato, ideologicamente un “attivista dei diritti umani”
L’8 agosto, mentre i piani per l’assedio di Sirte in Libia erano in corso, il senatore statunitense John McCain aveva già segnalato che la Bielorussia sarebbe stata il prossimo obiettivo del cambiamento di regime degli Stati Uniti. McCain si riferiva alla detenzione di Ales Bialiatski, un cosiddetto attivista per i “diritti umani”, arrestato dalle autorità bielorusse per frode fiscale nel 2011.
Bialiatski è il vice-presidente della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, (Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme), una sub-organizzazione che ha fornito al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani false informazioni, nel febbraio 2011, che accusavano il governo libico dei “massacri” a Bengasi. Queste informazioni false sono servite come pretesto per la guerra di aggressione che ha portato all’uccisione di decine di migliaia di persone, alla riduzione in macerie di una prospera economia socialmente orientata e all’imposizione di una dittatura corrotta scelta dagli stranieri, contro la volontà del popolo libico. La barbara distruzione della Jamahirya libica dovrebbe servire da lezione per qualsiasi persona intelligente, di ciò che i paesi della NATO intendono per “diritti umani”, “democrazia” e “dominio  della legge”.
La condanna di Amnesty International dell’azione penale contro Bialiatski, senza mostrare alcuna prova di una violazione della giustizia da parte dei tribunali bielorussi, dimostra che la cosiddetta organizzazione dei “diritti umani” è più preoccupata di fornire legittimità morale agli obiettivi della politica estera dei governi occidentali, che a rispettare i diritti umani. Bialiatski è stato arrestato dalla polizia polacca e lituana per frode fiscale, su informazione fornita dall’Interpol. Non è stato arrestato per la sua opposizione politica al governo bielorusso. Questa non è la prima volta che Amnesty International ha falsamente accusato la Bielorussia di violazioni dei diritti umani, ed è improbabile che sia l’ultima. Dall’incarcerazione di Bialiatski, il governo polacco si è mosso per evitare ulteriori mandati di arresto all’Interpol emessi da “paesi non democratici”. Questo è piuttosto farsesco, se proviene da uno stato in cui, chi indossa una maglietta con Che Guevara, potrebbe finire in prigione!
La farsa dei diritti umani sta diventando così ridicola che è probabile che gli si ritorcerà a lungo termine. Specialisti del cambio di regime, come Canvas, un centro per la formazione alle rivoluzioni colorate finanziato dagli statunitensi, con sede a Belgrado, ora orchestrano acrobazie che prevedono l’uso di donne nude che protestano davanti alla sede del KGB di Minsk. Un comportamento di questo tipo porterebbe all’arresto in qualsiasi paese.
Tuttavia, il punto è, infatti, essere arrestati e filmati, e quindi mettere in imbarazzo il KGB. Ma il KGB, essendo un agenzia di intelligence, ha anticipato i loro piani e le stupide nudiste sono solo riuscite a prendere un raffreddore e a  intrattenere allegramente i passanti, il tutto per la causa della “rivoluzione”. Dopo tutto, il capo di Amnesty International – USA è Suzanne Nossel, ex assistente della Segretaria di Stato Hillary Clinton e l’uomo che chiamano Dr. Stranamore, l’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, è anche ex membro del consiglio della stessa organizzazione per i diritti umani.

La minaccia della NATO e dei suoi tirapiedi
La guerra di aggressione scatenata contro la Libia nel 2011, e l’attuale guerra segreta condotta dalle agenzie della NATO contro la Siria, hanno dimostrato che le potenze euro-atlantiche sono, come in passato, decise a utilizzare la guerra come mezzo per ottenere una nuova divisione del mondo propizia ai loro interessi geopolitici. La sofisticata campagna di disinformazione condotta nei confronti della Libia dai social media e dai canali TV satellitari internazionali, che hanno visto il paese più ricco dell’Africa bombardato fino alla rovina, dovrebbe servire come monito al governo bielorusso del pericolo rappresentato dalla NATO per la pace nel mondo.
Grazie alle azioni esemplari delle forze di sicurezza bielorusse, durante i disordini post-elettorali del 19 dicembre 2010, una impopolare dittatura imposta dall’occidente è stata scongiurata. Il popolo bielorusso ha visto l’orrore e l’immiserimento del cambio di regime sostenuto dall’Occidente in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirghizistan e in altri paesi. I golpisti colorati finanziati dagli USA sono stati distrutti nella Repubblica di Belarus, e non hanno probabilità di successo nel prossimo futuro. Dato il fallimento delle rivoluzioni colorate della CIA in Bielorussia, nel recente passato, e la vicinanza del paese alla Russia, è difficile immaginare quale strategia si inventerà la NATO per piazzare i suoi burattini a Minsk. Tuttavia, una strategia della tensione che comporta l’uso di mercenari segreti travestiti da manifestanti pacifici, come abbiamo visto in Siria, nei prossimi mesi presenta un reale pericolo per la Repubblica di Belarus.
Rivolgendosi alle forze armate bielorusse il 23 febbraio, il presidente Lukashenko ha notato le tecnologie politiche e d’informazione delle ONG occidentali impiegate per il cambio di regime in tutto il Nord Africa. La Bielorussia, ha sottolineato, ha l’unità e la capacità tecnica per resistere a tale destabilizzazione.

Conclusioni
Il presidente Lukashenko ha osservato una volta che i giornalisti disonesti possono essere peggio degli assassini. La centralità della disinformazione dei mass media, durante la guerra di Libia e la campagna di demonizzazione contro la Repubblica di Belarus, hanno evidenziato il pericolo che gli scribacchini del potere corporativo pongono all’umanità. Lo scontro tra le politiche di sviluppo umano endogene e la cancerosa politica dell’avidità è il conflitto interno che affronta il nostro mondo di oggi. Se ci deve essere un futuro per la prossima generazione, si dovrà costruire un mondo multipolare basato sulla sovranità westfaliana e sullo sviluppo socio-economico endogeno. Questo è il motivo per cui coloro che lottano per la pace nel mondo, lo sviluppo economico e il diritto internazionale, devono continuare a denunciare la campagna diffamatoria dei media corporativi contro la politica socialmente orientata, interna ed estera, della Repubblica di Belarus.

Gearoid Ó Colmáin è nato a Cork, in Irlanda, ed vive attualmente a Parigi. È un ex redattore di Metro Eireann. I suoi interessi includono la geopolitica, la globalizzazione, la filosofia e le arti. E’ membro del SISA, il sindacato italiano per l’ecologia e l’educazione. Leggi gli altri articoli o visita il sito di Gearóid.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, il nuovo Pietro il Grande?

Marc Rousset Correspondance Polémia – 5 marzo 2012
Marc Rousset: Economista, scrittore, autore di La Nouvelle Europe Paris-Berlin-Moscou.

Gli Stati Uniti, dopo aver avvallato il serpente Putin dopo l’età dell’oro di Gorbaciov e Eltsin, del declino accelerato e perfino della prossima frammentazione della Russia, sognata da Zbigniew Brzezinski nella Grande Scacchiera (*), oggi disperano, perdendo la speranza di sbarazzarsi di Putin, così come si sbarazzarono del generale De Gaulle nel 1969. Questo spiega il tentativo disperato di una nuova rivoluzione arancione in Russia, con il nuovo ambasciatore USA a Mosca, Mac Faul, che si definisce “un esperto di democrazia, movimenti antidittature e rivoluzioni”. L’attuale opposizione, senza leader, senza alcuna unità, con tendenze diametralmente opposte al suo interno, è una creazione dei media occidentali; ma sembra in realtà l’armata Brancaleone e ricorda la favola di Jean De La Fontaine delle rane che chiedevano un re!
I popoli, nelle democrazie occidentali, da tempo non supportano statisti con una visione storica e che chiedono autorità, impegno, perseveranza, il coraggio non solo di riprendersi, ma di sviluppare l’ampliamento e la potenza di un paese. Preferiscono il pentimento, il piacere, il pensionamento all’età di 60, le 35 ore, il lassismo e uno svergognato indebitamento pubblico; ed è anche più facile per essere rieletti!
Gli Stati Uniti credevano quindi di aver in Medvedev un nuovo Gorbaciov, che in nome dello sviluppo economico, della libertà di espressione e del dirittumanismo alla russa, avrebbe di fatto, con la lode e l’incoraggiamento dell’Occidente, finito l’opera di distruzione massiccia della potenza dell’Unione Sovietica iniziata da Gorbaciov, ancora oggi popolare in tutto il mondo, ma non nella sua patria! L’errore grottesco di Medvedev di astenersi alle Nazioni Unite dal porre il veto allo sfacciato intervento militare della NATO in Libia, dietro lo schermo umanitario, dava delle speranze agli Stati Uniti e all’occidente. Ciò che insaporiva la buona minestra, era l’ingenuità e non l’invidia che mancava ad Alain Juppé, che eccelle in questo campo, di giocare alla Russia lo stesso trucco riguardo la Siria. Vladimir Putin, riprendendosi il controllo della politica estera, ha sventato in modo preveggente i piani dello Zio Sam in Siria e in Medio Oriente! Venendo rieletto da 70 milioni di russi, con quasi il 64% dei voti, a Presidente della Federazione Russa, potrebbe ostacolare in modo irreversibile e per altri dodici anni, il progetto degli USA di accerchiare la Russia e la Cina!

Un autoritarismo necessario
Putin è l’uomo che gli statunitensi non si aspettavano e che non solo ha raddrizzato la Russia, ma l’ha salvata da un smembramento in tre tronconi. Il sogno geopolitico degli Stati Uniti, se la Russia avesse perso la guerra in Cecenia, era quello di farne una nuova Grande Polonia, riducendola a Stravopol, punto di partenza della colonizzazione russa nel XIX secolo.
Putin si è anche opposto con successo allo sfruttamento delle risorse naturali in Russia da parte di gruppi stranieri, obiettivo dichiarato di Mikhail Khodorkovsky, capo della Jukos, che è stato arrestato il 25 Ottobre 2003 in un aeroporto in Siberia, mentre tornava da un forum affaristico a Mosca, di pochi giorni prima, in compagnia di Lee Raymond, direttore della Exxon, l’azienda che era in procinto di partecipare con 25 miliardi di dollari, alla fusione Jukos-Sibneft. I capitali statunitensi della Exxon-Mobil e Chevron-Texaco, infatti, volevano infiltrarsi con una quota del 40% nel santuario siberiano degli idrocarburi russi. Perdendo le sue risorse finanziarie, infine, la Russia avrebbe perso ogni chance di riprendersi.
Putin è riuscito finora a contenere, ma non a rompere completamente, l’accerchiamento da parte della NATO e del gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC). Con il programma dello scudo antimissile che ritorna all’ordine del giorno, gli Stati Uniti avranno un avversario difficile che continuerà a dirgli il fatto loro.
Vladimir Putin è anche l’uomo del KGB che ha visto arrivare, e riuscire ad affrontare fino ad oggi, tutte le riuscite rivoluzioni arancioni in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan; le attuali e future manifestazioni anti-Putin in Russia non sono che il loro canto del cigno, un ultimo singulto, un ultimo tentativo da parte dell’Occidente di sbarazzarsi di Vladimir Putin!
Il nuovo presidente ha fatto affidamento sui valori tradizionali, al senso di grandezza, al patriottismo e alla Chiesa ortodossa per evitare il “disastro”. L’autoritarismo è perfetto ed è assolutamente necessario anche in Russia – come lo è in Cina, del resto – per evitare la temuta implosione del paese. Per quanto riguarda la corruzione, ha egualmente continuato incessantemente in Ucraina con l’avvento al potere della musa della rivoluzione arancione, Julija Tymoshenko; ciò che tutti i russi sanno, è che questo potere politico forte è un antidoto assai migliore delle oligarchie politiche di stampo occidentale, poiché queste ultimi non farebbero altro che collaborare con gli oligarchi russi, cosa che si tradurrebbe in un crollo ancora più veloce di quello dell’Europa occidentale di oggi.

Putin, un nuovo Pietro il Grande?
Il Patriarca ortodosso Cirillo aveva ragione nel sostenere che Putin potrebbe essere considerato, nel 2024, come il Pietro il Grande del ventunesimo secolo, a quattro condizioni:
- Sviluppare un riarmo molto intenso e la modernizzazione in corso dell’esercito russo;
- completare lo sviluppo e la diversificazione già iniziata da Medvedev dell’economia russa;
- continuare a combattere il tasso di denatalità russa, cosa di cui Putin è ben consapevole;
- far rientrare nell’orbita russa, cosa storicamente inesorabile a lungo termine, la Bielorussia e l’Ucraina, per creare un contrappeso umano con duecento milioni di persone, nel trattare con la Cina, l’Asia centrale e il Caucaso.
Il confronto attualmente in corso tra Putin e gli Stati Uniti può essere paragonato alla lotta del giovane zar Pietro il Grande contro Carlo XII, che con la battaglia di Poltava, l’8 luglio 1709, pose fine alla supremazia svedese sul Baltico. Pietro il Grande, mentre rafforzava e ammodernava l’esercito russo, non commise l’errore di dimenticare poi l’innovazione dell’economia e delle arti, cosa che ha dimostrato nel 1717, durante un viaggio in Europa. Pietro il Grande ancorò la Russia a una finestra sull’Europa, fondando San Pietroburgo. Putin, nativo di quella città, che parla tedesco, una ex spia del KGB a Dresda prima della caduta del muro di Berlino, ha una visione europeo-continentale e vuole avvicinarsi per motivi geopolitici a Francia e Germania. Maurice Druon non si sbagliava quando una volta ha visto Putin come il difensore europeo di un mondo multipolare, piuttosto che di un mondo che obbedisce allo sceriffo globale, e “uno dei nostri alleati più decisivi”. Per Putin, il futuro è europeo!
Ma la Russia guarda anche ad est e a sud, da cui possono provenire molti pericoli, la fine dell’intervento occidentale in Afghanistan non è l’ultimo di essi. Aldilà dei suoi sforzi demografici per raggiungere almeno i 130 milioni di persone e non cadere sotto ai 100 milioni nel 2050, l’equivalente della popolazione turca in quel momento, la Russia ha bisogno in futuro della Bielorussia e dell’Ucraina. Questi due paesi, uno dei quali è la sua culla religiosa, rappresentano un contributo umano di circa 60 milioni di abitanti, sufficienti a costituire una superpotenza di fronte alla Cina e all’Asia centrale. Se Putin, durante la sua presidenza, riuscirà in questa impresa, iniziando molto probabilmente dalla Bielorussia, potrà davvero essere paragonato a Pietro il Grande, altrimenti, non avrà un demerito e potrà essere paragonato almeno a De Gaulle, Churchill, Bismarck, Clemenceau e Richelieu, i grandi statisti che hanno avuto una visione storica, un coraggio e una continuità tanto necessaria ai nostri piccoli politici europei di oggi, atlantisti, liberisti, democratici, demagogici e dirittumanisti; e non sarebbe poi così male!

(*)Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, Longanesi, 1997

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldova

Stratfor 8 febbraio 2012

Gli stati ex-sovietici dell’Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l’ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L’Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l’Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall’Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell’unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell’Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all’interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall’altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.

Ucraina
Diversi fattori rendono l’Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell’Ucraina un percorso tradizionale per l’invasione da ovest. L’Ucraina è anche il secondo paese più grande dell’ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l’Ucraina è la terza più grande economia dell’Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve della Russia
Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell’opposizione ucraina come l’ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca.
Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell’intelligence e nell’addestramento. Anche se l’Ucraina non è un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO.
Economica: l’Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l’infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell’industria metallurgica dell’Ucraina e rifornisce l’energia all’industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all’Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l’appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall’ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l’Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l’Unione e senza prospettive esplicite di adesione all’UE.
Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell’Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l’Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l’Ucraina si avvicini troppo all’Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l’Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell’UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull’Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni.
Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell’interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell’Ucraina. È per questo che l’Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l’unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev.
Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l’Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l’adesione all’Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune.

La posizione e la strategia dell’Ucraina
Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere – Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, – il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l’est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l’ovest, più nazionalista, più vicino all’occidente e più favorevole all’adesione dell’Ucraina alle istituzioni occidentali, come l’Unione Europea. L’imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.
Così, Janukovich, nonostante provenga dall’est dell’Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all’inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l’adesione alla NATO e la firma dell’accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, per firmare l’accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un’eventuale adesione all’UE).
Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell’Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L’Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se – l’Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l’accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l’Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia.

Bielorussia
La geografia gioca un grande ruolo nell’importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d’invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell’ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve delle Russia
Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell’Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l’élite economica della Bielorussia ha rapporti d’affari con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l’11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali.
Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d’intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l’addestramento.
Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l’economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
L’influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All’inizio del 2010, Lukashenko s’è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell’energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca.
La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all’unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell’UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l’Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko.  Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300.
Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l’azienda dei sali di potassio Belaruskali.  Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall’Unione europea e dall’Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l’Unione Eurasiatica.

Posizione e strategia della Bielorussia
A differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell’indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l’apparato di sicurezza e d’intelligence.
Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l’equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica. La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell’UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell’Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l’integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell’energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato.
Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l’influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell’UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s’indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell’onda.
Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell’Unione Eurasiatica nel 2015.

Moldova
La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d’invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell’energia che collega la Russia all’Europa e alla Turchia.

Le leve della Russia
Politica: L’ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell’Alleanza per l’Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria.
Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l’11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.
Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.
Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell’economia in Transnistria – che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova – e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d’arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la “Rivoluzione Twitter“. Nonostante la sua posizione, l’AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.
Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell’AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l’AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell’Unione Eurasiatica.

La posizione e la strategia della Moldova
Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.
La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all’interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L’AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell’AEI supportano l’integrazione moldava con l’Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l’AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau.
Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come  provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.
La paralisi della Moldavia – politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unione Eurasiatica e stabilità geostrategica della Russia

Jurij Andreev Strategic Culture Foundation 19.01.2012

L’alto stratega della politica estera e russofobo fanatico Zbigniew Brzezinski aveva dato una indicazione, quando ha scritto ne La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geostrategici, che “la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza Ucraina può ancora lottare per lo status imperiale, ma sarebbe poi diventata uno stato imperiale prevalentemente asiatico“, ma tuttavia sotto la pressione permanente delle repubbliche dell’Asia centrale e della Cina. Aveva anche sottolineato molto opportunamente che in e “Tuttavia, se Mosca riprende il controllo dell’Ucraina, con i suoi 52 milioni di abitanti e le sue importanti risorse, così come l’accesso al Mar Nero, la Russia riacquisterà di nuovo automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale, che copre l’Europa e l’Asia“.
In altre parole, la Russia non può realisticamente sperare di raggiungere la stabilità geostrategica, a meno che non riesca a controllare l’Ucraina. Di conseguenza, il compito di ostacolare le sinergie tra i due paesi occupa un aspetto significativo dell’agenda della politica estera di Stati Uniti e Unione europea. L’articolo d’opinione del premier russo Vladimir Putin, pubblicato sulle Izvestija nel 2011 – “Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in divenire” – dove si propone la costruzione di una unione eurasiatica nello spazio post-sovietico, semplicemente è finito sotto il tiro dell’Occidente, come quando Putin suggerisce un’alleanza tra Russia, Ucraina e Bielorussia, in cui il Kazakistan e le altre repubbliche della ex Unione Sovietica sarebbero le benvenute.
E’ chiaro che l’Occidente non lesinerà gli sforzi per evitare che il progetto si concretizzi, e la tattica di Bruxelles, dietro la zona di libero scambio e di associazione con l’Ucraina, riflette questo ampio approccio. Kiev affronta le valanghe di critiche per l’arresto dell’ex premier ucraina Julija Tymoshenko, e gli attacchi contro l’Ucraina dell’attuale leader di V. Janukovich a volte confinano con le minacce dirette ma, per ragioni molto più profonde, i capitani dell’UE sono pronti a siglare un accordo di associazione con il paese, dispensare le promesse dell’Eurointegrazione alla sua leadership o anche – in un lontano futuro – una vera ammissione dell’Ucraina nell’Unione europea, solo per assicurarsi che i processi di unificazione all’interno della comunità degli stati slavo-orientali (e, potenzialmente, di un ulteriore passo nello spazio post-sovietico) subiscano un brusco stop.
E’ un aperto segreto che l’Ucraina sia la chiave per l’attuazione di una serie di piani geostrategici occidentali. Viene offerto l’inizio della preparazione all’adesione nella NATO, e le circostanze come quella in cui la costituzione ucraina dichiarato il divieto di fusione con dei blocchi militari o l’esistenza della base navale russa nella città ucraina di Sebastopoli, non sembrano rendere impossibile estendere l’invito. Di fatto, la NATO sta coltivando relazioni con la Georgia post-sovietica, indipendentemente da simili ostacoli giuridici.
A mio parere, l’integrazione dell’Ucraina nella NATO sarebbe letta come un casus belli per l’Europa.  Secondo l’accordo, il mondo si troverebbe solo a un paio di passi da un conflitto potenzialmente globale, il primo passo è il dispiegamento delle basi NATO in Ucraina, il secondo – l’entrata in gioco dei fattori legati al conseguente inaudito accorciamento del tempo necessario ai missili degli Stati Uniti per raggiungere gli obiettivi cruciali in Russia. Promesse, assicurazioni o garanzie giuridiche di qualsiasi tipo non contribuirebbero a dissipare le preoccupazioni di Mosca, considerando che le guerre iniziano sempre in violazione del principio dei pacta sunt servanda. A proposito, ho tenuto una conferenza sul tema in una conferenza internazionale ospitata dalla sede della NATO di Bruxelles, negli anni ’90, che ovviamente aveva attirato una notevole attenzione al momento. Vedendo la sua capacità di difesa seriamente erosa e quindi lasciata incapace di poter rispondere a un attacco con una ritorsione strategia, la Russia avrebbe potuto o passare al lancio dei missili su allarme o, a causa della brevità del tempo di preavviso, oppure ampliare la sua dottrina fino al punto di abbracciare gli attacchi preventivi. Gli attacchi  non dovevano essere necessariamente nucleari, ma l’intera situazione si sarebbe automaticamente trasformata nel prologo di un conflitto armato. Questo è il motivo numero uno per cui l’adesione alla NATO dell’Ucraina alimenterebbe dei rischi estremi e recherebbe lo spettro di una catastrofe globale.
L’Unione europea tende a concentrarsi sulle questioni economiche, sociali e culturali, e in Ucraina le posizioni in campo oscillano visibilmente mentre Kiev tenta di strappare vantaggi contemporaneamente sia in Occidente che in Oriente. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina firmava a San Pietroburgo un trattato per la  zona di libero commercio, il cui elenco dei firmatari comprende attualmente otto repubbliche post-sovietiche, con altri 3 candidati – l’Azerbaigian, il Turkmenistan e l’Uzbekistan – in attesa. Il trattato è entrato in vigore con grandi limitazioni e non si applica alle materie prime come petrolio, gas naturale, metalli e zucchero, ma un piano per ampliare il campo di applicazione l’accordo è già sul tavolo.
In generale, l’integrazione economica post-sovietica si muove con grande difficoltà e con sospensioni ricorrenti. La più semplice parte iniziale del processo – l’istituzione di una zona di libero scambio – esemplifica completamente la tendenza. Sommariamente, la zona è stata creata nel 1994, ma le legislature dei partecipanti non sono riuscite a ratificare l’accordo corrispondente. Anche se un nuovo accordo è stato firmato solo nel 2011, deve ancora nascere l’idea che una zona di libero scambio riguarda il commercio senza dazi e in sostanza null’altro. L’unione doganale formata da Russia, Bielorussia e Kazakistan (e che il Kirghizistan sta guardando in questo momento) è la naturale fase successiva del processo, in quanto implica politiche tariffarie comuni dei suoi membri nei confronti di paesi terzi, oltre che l’abolizione di fatto delle frontiere interne. Uno spazio economico comune con i suoi membri che sincronizzano una vasta gamma di loro strategie economiche e politiche e che, possibilmente, optano per una valuta comune, dovrebbe essere la forma più avanzata di integrazione da attuare.
L’unione doganale e lo spazio economico comune dovrebbero, idealmente, essere supervisionati da istituzioni sovranazionali. Una volta che queste istituzioni sono operative, il processo di integrazione può essere aggiornato per includere la creazione dell’unione eurasiatica descritta nell’articolo di Putin dell’ottobre 2011. I leader degli altri paesi hanno contribuito al dibattito: A. Lukashenko della Bielorussia, in un articolo intitolato “il destino della nostra integrazione” e N. Nazarbayev, ne “L’Unione euroasiatica: dal concetto alla storia del futuro“. Lukashenko, si deve notare, esprime ne “il destino della nostra integrazione” una visione a cui i suoi colleghi di tutto lo spazio post-sovietico potrebbero facilmente identificarsi: uguali diritti, il rispetto della sovranità nazionale e l’inviolabilità delle frontiere, sono gli unici principi plausibili su cui può essere costruita l’integrazione.
La domanda naturalmente che sorge nel contesto è quale ruolo viene adottato dall’Ucraina nella dinamica di cui sopra. Il paese era sulla lista degli ipotetici partecipanti quando Putin aveva precisato l’ordine del giorno per lo Spazio economico comune nel 2003, ma Kiev ha scelto di tenersi alla larga dal progetto. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina ha siglato un accordo sulla zona di libero scambio cui 11 repubbliche post-sovietiche – tutte, tranne la Georgia – probabilmente lo rispetteranno. Mosca farebbe bene a coltivare le sue relazioni con Kiev all’interno di una sequenza di alleanze che implichi sempre una più stretta integrazione economica. Senza dubbio, gli interessi economici delle parti coinvolte sono una base adeguata per il processo. L’Ucraina ha lo status di osservatore nella Comunità economica eurasiatica, inoltre ora è uno dei firmatari dell’accordo di libero scambio, il gradualismo ragionevole promette progressi notevoli nel lungo periodo. Gli accordi di libero scambio o di associazione con l’UE dell’Ucraina, se passano  nonostante la persistente crisi sistemica in Europa, non dovrebbero impedire alla Russia di interrompere il piano di portare l’Ucraina nell’orbita dell’integrazione post-sovietica. Inoltre, Mosca dovrebbe continuare a lavorare con l’Ucraina mantenendo questo obiettivo tra le priorità di politica estera della Russia, e i progressi fondamentali in questa direzione sarebbero immensamente superiori agli esigui guadagni come i vari tipi rilassati di commercio di materie prime.
Vi è tuttavia un fattore importantissimo che deve essere incorporato nel calcolo geostrategico di Mosca – e cioè le relazioni tra la Russia e la Cina. Senza dubbio, per la Russia la Cina è già un partner importante in una serie di strutture esistenti – la Shanghai Cooperation Organization e il BRIC, in particolare – ma la mia impressione è che la visione in politica estera di Mosca resta sotto l’incantesimo dell’Europa (questo squilibrio appare particolarmente inopportuno a seguito della svolta verso l’Asia degli Stati Uniti, prescritta dalla nuova dottrina militare di Washington). Anche il testo di Putin dice che l’unine eurasiatica dovrebbe essere “una parte essenziale della Grande Europa“, ma è anche vero che il pertinente rischio di un eccesso di dipendenza dall’Europa a scapito dell’Asia, non può essere scontato.
Sarebbe un grosso ignorare l’importanza della Cina per la sicurezza geostrategica della Russia. A questo proposito, vorrei rivedere la proposta russa di un trattato di sicurezza europea, ribadendo il mio suggerimento di vederlo rinforzato e trasformato in un trattato di sicurezza eurasiatica, con l’ascesa della Cina debitamente presa in considerazione. Il compito a lungo termine di chiarire la dimensione del trattato di difesa andrebbe ad integrare le interazioni in corso all’interno della Shanghai Cooperation Organization e del BRICS, soprattutto perché il primo è un sistema prevalentemente economico e il secondo una entità alquanto casuale.
Lo sviluppo e l’approfondimento del partenariato strategico con la Cina, insieme agli sforzi per convincere l’alleata Ucraina (e con la necessaria attenzione della Russia verso la Bielorussia e gli altri alleati) aiuterebbe la Russia a mantenere la sua stabilità geostrategica al punto che il paese sarebbe completamente immune alle invettive sparate da McCain e dai suoi simili.

La ripubblicazione è gradita con riferimento rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India-Russia: Continuità nel cambiamento

Aurobinda Mahapatra (India) Strategic Culture Foundation 18.12.2011

Il 12.mo vertice India-Russia, conclusosi il 17 dicembre 2011, mantiene le speranze dei protagonisti di una forte relazione India-Russia in un mondo che cambia. Il meccanismo del vertice annuale, un meccanismo che forse eccezionalmente India e Russia attuano ogni anno al livello più alto, potrà sorprendere ma senza dubbio ha portato a ciò che può essere visto con una luce positiva, spazzando via gran parte della crosta negativo che aveva raccolto nelle relazioni bilaterali, negli ultimi anni. Oltre a firmare cinque accordi nel corso della visita, le dichiarazioni congiunte su varie questioni, tra cui Afghanistan, questione nucleare, cooperazione economica, democratizzazione delle relazioni internazionali, non sono qualcosa da visualizzare con parametri negativi, ma piuttosto hanno bisogno di essere viste come qualcosa di positivo, per entrambi i paesi, che si è andato evolvendo nel corso degli anni. Una cosa è certa, l’India e la Russia hanno eliminato molta della negatività che aveva colpito i loro rapporti dopo il crollo sovietico, entrambi i paesi hanno riconosciuto gli imperativi emergenti dal nuovo ordine mondiale, e la cooperazione necessaria, mentre diversificavano le relazioni nel più ampio ambito dei mutui vantaggi e dell’amicizia. Questa volta le deliberazioni e i pronunciamenti non sembrano stravaganti, ma hanno fatto notare la maturità nei rapporti.
Il primo ministro indiano Manmohan ha sollevato la questione della democratizzazione delle relazioni internazionali, nel corso del summit. L’emergere di gruppi come BRICS e G-20 testimoniano ulteriormente la volontà dei due paesi,  ben riflesso nel documento di partenariato strategico bilaterale firmato nel 2000, aprendo la strada a un ordine mondiale in cui il multilateralismo, piuttosto che l’unipolarismo o il bipolarismo, ne sarà la colonna portante. Entrambi i paesi hanno avuto un ruolo chiave nell’invocare un ruolo  libero ed equo nei regimi internazionali e nella democratizzazione del processo decisionale degli organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. L’argomento che l’India ha spostato dalla sua politica estera del non-allineamento, ed ha fortemente sbilanciato a favore di un ordine mondiale a guida statunitense, a un attento esame, non appare totalmente provata. Vi sono molte istanze, quando l’India sostiene apertamente delle politiche che non sono in piena sintonia con gli obiettivi statunitensi, nella regione o nel mondo. Sia nel caso dell’Iraq (l’India si era rifiutata di fornire le forze per combattere le forze di Saddam), o nel caso dell’Iran, o anche dei tumulti in corso in Siria (l’India ha fortemente sostenuto il progetto russo avviato per risolvere la crisi), o nel caso delle politiche degli Stati Uniti verso l’Afghanistan, l’India non ha svolto il ruolo di sostenitore o di muto consenziente alle politiche degli altri paesi, compresi gli Stati Uniti. È piuttosto un dinamismo della cooperazione contro la competizione che ha governato le relazioni, non solo tra gli Stati Uniti e l’India, ma anche tra molti altri paesi.
Una cosa che ha bisogno di una particolare attenzione, nel contesto delle relazioni India-Russia, è il tipo di capitale culturale e politico di cui i due paesi godono o che hanno accumulato fin dal passato, che non forse si trova nei rapporti tra qualsiasi altra coppia di paesi. Non dovrebbe essere l’unica base della facilità nei rapporti, come le relazioni economiche che giocano un ruolo critico, ma è comunque necessaria l’enfasi che questa sottile base fornisce a un piano rilassante, che assicura i protagonisti delle forti relazioni sulle speranze della sinergizzazione delle relazioni in altri campi, tra cui quello economico. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che l’anno scorso durante la sua visita in India per partecipare al vertice annuale, il presidente Medvedev abbiavisitato Mumbai e abbia incontrato gli artisti di Bollywood tra cui Karina Kapoor, la nipote del leggendario Raj Kapoor, il quale, nell’era sovietica aveva funto da ponte culturale nelle relazioni bilaterali. La componente politica viene egualmente arricchito. Se la Russia sostiene la candidatura dell’India a membro permanente delle Nazioni Unite del Consiglio di sicurezza, o la candidatura dell’India a membro permanente presso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, o congiuntamente, evolve verso approcci comuni su temi dell’estremismo e del terrorismo, o dell’Afghanistan e dell’Asia centrale, ciò non diminuisce le conquiste della realizzazione India-Russia negli ultimi dieci anni.
Sulla questione dell’Afghanistan, Manmohan Singh ha sostenuto che in un Afghanistan post-NATO, India e Russia devono giocare un ruolo cruciale per mantenere la pace e la stabilità nella regione. Come  giocatori di tutta la regione eurasiatica, India e Russia sono i sostenitori della pace e della stabilità nella regione e dello sviluppo di un approccio comune, in modo che minacce come l’estremismo, il terrorismo e il traffico di droga, siano controllati. Singh ha sottolineato, “Essendo la Russia e l’India interessate, anche dopo che gli statunitensi e gli altri delle forze internazionali di assistenza e sicurezza si saranno ritirati dall’Afghanistan, dobbiamo riconoscere che l’Afghanistan appartiene a una regione in cui risiediamo tutti noi… Quindi tutto ciò che accade in Afghanistan, è di profondo interesse per la Russia, è di profondo interesse per l’India, è di profondo interesse per tutti i vicini dell’Afghanistan“.
Nel contesto della cooperazione economica, è l’area in cui entrambi i paesi devono perseguire una politica proattiva, per raggiungere un volume degli scambi bilaterali da 20 miliardi di dollari entro il 2015. Il primo ministro Putin ha indicato a Manmohan Singh che ci sono circa 400 progetti in cui entrambi i paesi hanno in gioco una posta comune. Molto è stato detto circa la natura del fragile rapporto economico, ma il punto è come incrementarlo esso. E’ indispensabile, diversificare i rapporti oltre le armi e gli armamenti, e soprattutto è fondamentale coinvolgere attori privati, fornendo condizioni di parità e conquistando la fiducia di giocatori da entrambi le parti. Il problema può essere formulato così: come diversificare le relazioni economiche, oltre le armi e le munizioni? Come coinvolgere attori privati da entrambi i paesi? Come diffondere informazioni sulle prospettive aziendali e fornire percorsi senza ostacoli necessari agli investimenti? Inoltre, è altrettanto importante soddisfare tutti gli impegni assunti dai due paesi, l’uno verso l’altro. Durante il vertice, l’India ha piazzato un ordine per 42 jet Sukhoj-30 MKI.
Il primo ministro indiano ha assicurato che l’impianto di Kudan Kulam, in particolare l’Unità I, sarà reso operativo in poche settimane. Sono gli interessi costituiti e le compulsioni politiche che hanno ritardato gli impianti. Mentre un grande scienziato indiano come APJ Abdul Kalam, dopo una visita allo stabilimento, ha dichiarato che è sicuro e può essere reso operativo, i detrattori dell’impianto, motivati e spinti da interessi di parte e che hanno anche votato dai banchi della politica, hanno ritardato il processo. Tuttavia, le garanzie del governo indiano durante il vertice, devono essere prese sul serio. Per quanto riguarda l’Unità II dell’impianto di Kudan Kulam, le fonti indiane sperano di andare avanti entro sei mesi. Singh ha osservato, che le due parti hanno concluso negoziati e approvato i termini e le condizioni per il credito russo per le Unità III e IV della prevista centrale elettro-nucleare di Kudan Kulam. Entrambi i paesi hanno concluso i negoziati riguardo al sistema satellitare Glonass, messo in orbita da Mosca come alternativa al sistema GPS controllato dall’occidente. Le due parti hanno inoltre convenuto che un gruppo indiano esplorerà le prospettive di un accordo globale di cooperazione economica (CECA) con Bielorussia, Kazakistan e Russia per promuovere il commercio multilaterale. Quindi, non sarà significativo dire che le relazioni India-Russia sono ossificate o soggetti ai capricci di altre potenze. Può essere descritto come un rapporto che si muove a passi lenti, e che deve muoversi più velocemente.
In sintesi, la partnership India-Russia può essere un descritta nel paradigma della continuità nel cambiamento. Il presidente Medvedev, durante il summit ha giustamente osservato che gli approcci dei due Paesi su molti degli attuali problemi internazionali, sono ‘congruenti’, ha riflettuto nella dichiarazione congiunta. Nel nuovo ordine mondiale in continua evoluzione, e che si caratterizza per la ‘turbolenza’ e le ‘incertezze’, la partnership si è evoluta mentre entrambi i paesi apprezzano le reciproche preoccupazioni, pur mantenendo  invariati le determinanti principali del rapporto. Ci sono molte lacune e vuoti, qualche sbadiglio, ma queste sono le lacune che devono essere colmate e cementati in un quadro di amicizia e di reciproco vantaggio.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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