La ‘Black Ops’ di Brennan in Libia ha provocato il “Bengasigate”

Patrick Henningsen, Global Research, 13 febbraio 2013

John O. Brennan

John O. Brennan

Il Bengasigate continua a dipanarsi, e l’uomo che è al centro delle udienze di questa settimana a Washington DC, viene ora accusato dell’assedio al complesso dello scorso settembre… Secondo un nuovo libro inchiesta pubblicato da due ex soldati delle operazioni speciali, e riportato esclusivamente dal Daily Mail, l’ex direttore della CIA David Petraeus sarebbe stato ricattato da due alti ufficiali della CIA, affinché si dimettesse ed ammettesse pubblicamente la sua relazione con l’agente dell’intelligence Paula Broadwell. Naturalmente, questo aspetto della storia sicuramente spingerà le vendite del libro, ma non è la rivelazione più importante della storia…

Il signore dei droni: John O. Brennan
Nel loro libro, che dovrebbe essere presto pubblicato, dal titolo ‘Bengasi: La relazione definitiva’, gli autori Jack Murphy (un berretto verde dell’esercito) e il co-autore Brandon Webb (Navy SEAL e amico di Glen Doherty, che morì durante l’assedio di Bengasi), ha anche rivelato che il ‘Signore dei Droni’, John O. Brennan, attuale candidato direttore della CIA dal presidente Barack Obama, che è stato il viceconsigliere del presidente alla NSA all’epoca, aveva ‘autorizzato delle operazioni segrete unilaterali al di fuori della struttura di comando tradizionale’, utilizzando il Joint Special Operations Command (JSOC) del Pentagono in Libia e Nord Africa. Le black ops di Brennan avrebbero suscitato le ritorsioni che in Libia hanno portato all’assalto al complesso di Bengasi dell’11 settembre 2012, dove rimasero uccisi quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Chris Stevens e tre altri. Vale la pena di notare qui che l’assedio di Bengasi è stato inizialmente attribuito da Hillary Clinton, Susan Rice e da tutti i media degli USA e dalla BBC, all’epoca, al video fasullo di YouTube dal titolo “L’innocenza dei musulmani“. Era la prima fase del cover-up.
Quindi, secondo il nuovo libro, fu John O. Brennan ad aver architettato gli eventi che hanno portato alla debacle del Bengasigate? A quanto pare, sì, ma non solo… Il libro di Murphy e Webb, anche se molto incisivo e accurato su ciò che gli autori descrivono come “una vasta rete di addetti militari e agenti dei servizi segreti volti a svelare la realtà dietro agli attacchi ‘raccontati’“, si concentra sul caso Petraeus, ma fornisce solo dettagli superficiali sulla natura stessa della missione dell’ambasciatore degli Stati Uniti J. Christopher Stevens in Libia. Né gli autori spiegano che il complesso in questione non era un'”ambasciata” a Bengasi, come la Casa Bianca di Obama ha detto all’inizio, e non era un “Consolato degli Stati Uniti” o un “centro di sicurezza della CIA”, come si è detto successivamente.
Susanne Posel di OccupyCorporatism.com, riporta ciò che è probabilmente la verità: “A Bengasi, Stevens alloggiava in una villa affittata dal dipartimento di Stato degli USA da un uomo del posto di nome Muhammad al-Bishari. La villa di Bengasi non era l’ambasciata degli Stati Uniti, una missione diplomatica o un estensione dell’ambasciata. In realtà, l’ambasciata più vicina degli Stati Uniti è a Tripoli. Stevens si trovava lì in quanto doveva colloquiare con il CNT, il governo de facto della Libia che gli Stati Uniti hanno supportato nel rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011. Stevens era stato precedentemente designato rappresentante speciale presso il CNT, durante la rivoluzione libica controllata dagli USA. Per mascherare il nuovo ruolo di Stevens, gli venne concesso lo status di ambasciatore degli Stati Uniti da Hillary Clinton, segretaria di Stato, e stanziato a Tripoli. Bishari ha confermato che Stevens sarebbe rimasto nella villa, quando ha incontrato il CNT. La missione di Stevens a Bengasi era raccogliere informazioni per la CIA, “avviando la sorveglianza e la raccolta di informazioni su una serie di gruppi militanti armati della città.”
Secondo il Daily Mail, ‘i nemici di Petraeus erano degli alti ufficiali della CIA che conducevano le indagini’. The Daily Mail prosegue spiegando come la storia di Petraeus abbia aperto e innescato un ‘colpo di palazzo': “Gli autori dicono che alti ufficiali dei servizi segreti che lavorano al 7° piano della sede CIA a Langley, in Virginia, hanno usato la loro influenza politica per garantirsi che l’FBI indagasse sulla vita intima dell’ex generale dell’esercito. Hanno poi detto a Petraeus che l’avrebbero pubblicamente umiliato se non ammetteva la vicenda e dava le dimissioni. ‘Era ben noto al personale di sicurezza di Petraeus (le guardie del corpo) che lui e Broadwell avevano una relazione. Non era l’unico dirigente dell’Agenzia o generale coinvolto in relazioni extraconiugali, ma quando al 7° piano hanno voluto far fuori Petraeus, hanno incassato i loro assegni’, scrivono Murphy e Webb. Il libro continua: ‘La realtà della situazione era che alti funzionari della CIA avevano già scoperto la vicenda consultando il PSD di Petraeus, e poi hanno trovato il modo di far avviare un’indagine all’FBI, al fine di creare una serie di prove e una traccia d’indagine che portasse alle informazioni che già avevano, in altre parole, un’indagine ufficiale che potesse essere usata per spingere Petraeus a dimettersi’… Gli alti funzionari erano furiosi per il modo in cui veniva gestita l’agenzia, da quando era stato nominato nel settembre 2011… Aveva incentrato il lavoro dell’agenzia dall’intelligence e dall’analisi alle operazioni paramilitari, tra cui gli attacchi con i droni.”
Ciò che rivela lo scandalo Petraeus è che il sensazionale affare extraconiugale è stato usato dai media per distrarre il pubblico dalla questione vera.

Chris Stevens e il traffico di armi della CIA
Secondo il Daily Mail, il libro di Murphy e Webb fornisce la documentazione secondo cui “Stevens ha probabilmente contribuito a mettere sotto controllo il maggior numero possibile di armi, dopo la guerra, per tenerle al sicuro, e a quel punto Brennan le esportava all’estero, per avviare un altro conflitto“. Anche se entrambi gli autori, che gestiscono un sito web chiamato SOFREP.com, un sito di informazioni curato dai membri, attuali ed ex, della comunità delle operazioni speciali, sembrano essere “ben posizionati” per accedere ad informazioni classificate privilegiate sugli eventi e a un’ampia rete di contatti nell’ambiente, potendo approfondire di parecchio su quali fossero i reati  principali: Chris Stevens, uomo di punta della CIA nella gestione del traffico illegale di armi dalla Libia alla Siria, attraverso la Turchia, diretto all’esercito libero siriano (ELS). Anche il senatore del Kentucky Rand Paul contesta Hillary Clinton su queste cose, ma ha subito l’ostruzionismo dalla segretaria di Stato uscente.
Il libro dice che Stevens stava aiutando John Brennan in un’operazione estremamente illegale di traffico internazionale di armi parallelo, un fatto che da solo dovrebbe (in teoria almeno) cassare,  alle audizioni, la nomina di Brennan alla direzione della CIA, questa settimana, a Washington DC. E’ sorprendente come questo aspetto della storia sia rimasto all’ombra di uno scandalo sessuale, rendendo sospettosi su questo libro e la sua tempistica particolare. Posel spiega anche il ruolo di Stevens come trafficante di armi della CIA: “Alcune spedizioni di armi fatte da Stevens possono aver riguardato artiglieria e armi inviate all’esercito libero siriano (ELS) in Siria, che combatte una guerra per procura degli Stati Uniti. Stevens era diventato il “collegamento” tra le fazioni terroristiche sponsorizzate da Stati e il traffico di armi per l’ELS in Siria. Le spedizioni all’ELS provenivano dall’Arabia Saudita, da dove provengono anche i terroristi salafiti e i partigiani della Sharia  utilizzati per promuovere interessi sovversivi. Grazie agli Stati Uniti, al governo saudita e a Stevens, l’ELS è il gruppo jihadista sponsorizzato da degli Stati più pesantemente armato del Medio Oriente. In realtà, le fazioni terroristiche islamiche che collaborano con gli Stati Uniti, sono state arruolate dal governo dell’Arabia Saudita per togliere di mezzo una delle spie della CIA di Petraeus. Questa spia era J. Christopher Stevens.”

Armi chimiche in Siria
L’altro aspetto evidente e molto grande di questa storia, anch’esso trascurato, è l’assai visibile filo  già comparso ai primi di dicembre 2012, dei rapporti sulle ‘armi chimiche in Siria’, probabilmente anch’essi originatesi in Libia, sotto la forma del vecchio stock di armi chimiche di Gheddafi  contrabbandate dalla Libia alle mani dell’ELS in Siria…, al fine di incolpare il governo siriano di Assad dell’uso di “armi chimiche contro il proprio popolo“. Alla fine di dicembre, la comunità di intelligence degli Stati Uniti, tramite il console generale degli Stati Uniti a Istanbul, in Turchia, sembra avere preparato la storia della minaccia delle armi chimiche di Assad da dare in pasto al pubblico, ma subito si iniziò a dipanare questo punto discutibile, praticamente abbandonandolo del tutto alla fine.
In ‘Bengasi: La relazione definitiva’, a quanto sembra gli autori hanno aperto la porta di alcune intuizioni incredibili e forse fondamentali negli eventi che riguardano il Bengasigate, e il loro libro farà un grande botto mediatico, ma sembra che gli insider delle black-ops Murphy e Webb abbiano trascurato l’aspetto più importante di tutta questa storia, che sembra solo essere lo scandalo che certamente farebbe cadere l’amministrazione Obama in un colpo solo.
Incredibile come questi eventi siano corroborati, o non confermati dai media, a seconda dei casi. Sempre più in questi giorni si vede una parata infinita di scrittori ex-Navy SEAL ed ex-commando delle Special Ops, che possono benissimo avere un grande libro nero da cui trarre quelle informazioni che i giornalisti non hanno, e in alcuni casi il loro rapporto con il mondo delle operazioni speciali potrebbero essere un po’ troppo stretto per considerarli dei ricercatori obiettivi ed indipendenti. Murphy e Webb non possono parlare di un “Rapporto definitivo” a pochi mesi dall’evento. E’ alquanto arrogante esserne sicuri. Aspettiamo il sequel del libro, che scopra la copertura della storia vera. Fino ad allora, ciò potrebbe essere solo una ‘detonazione mediaticamente controllata’.

‘Bengasi: La relazione definitiva’ di Brandon Webb e Jack Murphy, William Morrow Company, HarperCollins. Disponibile per il download in formato ebook.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell'”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Il Mali e la sinistra bellica social-colonialista, risposta a Samir Amin

184509Il mondo capitalistico sta sprofondando in una crisi sistemica senza precedenti e il mondo arabo è colpito da tentativi di destabilizzazione dopo decenni di saccheggi e dittature, che non sono per nulla, anzi, il risultato dei fattori locali che l’Africa oggi subisce, dal saccheggio ai conflitti irrisolti, al Congo alla Costa d’Avorio, dal Sud Sudan alla Libia. La Francia è impegnata in un nuovo conflitto armato in una delle sue ex-colonie, il Mali. La “sinistra contro la guerra” è globalmente passata dalla timida condanna del bombardamento della Jugoslavia e dell’Afghanistan all’aperto sostegno delle interferenze in Libia, Siria e Mali. Dobbiamo cercare di capire perché? E il motivo per cui potrebbe essere difficile navigare tra le reti occidentali ex-pacifiste e la sinistra antimperialista dei Paesi del Terzo Mondo.
L’inerzia colpevole e anche acquiescente alle teorie dominanti di molti “progressisti” occidentali sui temi della guerra e della pace, nei recenti avvenimenti in Libia, Siria e Mali, è in netto contrasto con la “guerra alla guerra” di Henri Barbusse, slogan creato nella Francia capitalista dalla sinistra anti-imperialista e anti-colonialista. E in questo contesto si può avvertire la posizione assunta da Samir Amin, in particolare sugli eventi del Mali, come una rottura con i principi fondamentali dell’internazionalismo: la sovranità, l’indipendenza, la non interferenza, ma anche una rottura con, ad esempio, la sinistra latino-americana e in generale la sinistra del sud del Mondo.
Come è possibile presentare Hollande e il suo governo “socialista” come disinteressati e quasi onorevoli nel rappresentare un’Europa in crisi, incapace di una posizione comune verso le crisi arabe e africane, contrastare il grande lupo cattivo USamericano, anche sfocando la questione dell’atteggiamento nei confronti della Cina e della Russia? Si tratta di un governo che rappresenta l’interferenza e l’interventismo francesi, in linea con ciò che furono storicamente in Francia i “socialisti”, uno strumento del colonialismo e della feroce repressione contro i movimenti di liberazione nazionale (si veda in particolare: Mitterand e Algeria). Responsabilità che non sono mai state analizzate, criticate e quindi superate dagli interessati.
Ci aspettiamo che il Presidente del Forum delle alternative presenti un’alternativa all’estensione degli errori della sinistra socialista fin dal periodo coloniale, che in realtà continuarono durante i governi di sinistra dal 1981. L’interventismo militare dei Paesi ricchi, perlopiù Paesi ex-colonialisti, è tutto tranne che un riferimento morale e filantropico per le stesse persone che hanno creato e mantenuto regimi fantoccio dall’indipendenza, come quello che esiste oggi in Mali! Dal rovesciamento con la forza e la manipolazione dei servizi neocoloniali del governo progressista del grande patriota del Mali Modibo Keita. Un comportamento grottesco, pertanto, che non può accettare un sostegno reale al Terzo Mondo, che continua a chiedere inutilmente dal 1960 un nuovo ordine economico mondiale veramente egualitario e, quindi, un nuovo ordine politico che sia anche uguale ed opposto al “nuovo-vecchio ordine mondiale” oggi sostenuto dai centri imperialisti, sulla scia delle politiche reazionarie condotte alacremente nel corso degli ultimi trenta anni. Come si potrebbe immaginarlo, se è questa Francia, con il suo passato, che potrebbe negoziare sul Mali? In nome di cosa, di chi, potrebbe farlo in modo equilibrato?
In sostanza, torniamo ancora una volta alla famosa “responsabilità di proteggere”, ordita dai dronofili d’oltre-atlantico per giustificare o legittimare qui l’intervento militare francese in Mali, grazie allo stesso concetto in voga del “diritto di proteggere”. Ciò verrà visto, una volta che il polverone sollevato dai carri armati ricadrà a terra, dai popoli interessati come arroganza, disprezzo verso i popoli dell’Africa, che devono adorare perfino sulle in strade di Timbuktu le bandiere francesi distribuite ai bambini, dove non  mancherebbe molto che ci dicano “grazie bwana!
Queste storie propagandistiche sono un vero insulto per coloro che vengono presentati come “negri buoni” che applaudono i generosi francesi, come più di un secolo fa pretesero coloro che “portarono la civiltà ai popoli poveri e ignoranti.” In sostanza, dopo aver ripreso il discorso di Dakar di Sarkozy e il suo modo derisorio di presentare l’Africa, in particolare “l’incapacità dell’africano nell’entrare nella storia”, si svolge in realtà esattamente lo stesso discorso che ci riversano addosso i media. Infine, un economista “di sinistra”, se questo termine significa ancora qualcosa, e “contro la guerra”, nel momento in cui la Francia e l’Europa sprofondano nella crisi, nella disoccupazione e povertà di massa, deve prendere posizione anche sul costo di questa guerra, con stime che vanno dai 30 milioni fino, ad oggi, (secondo il ministro della guerra francese) a un milione di euro al giorno! E chiedersi: cosa sarebbe successo se questi importi fossero stati stanziati per lo sviluppo e la vera cooperazione con il Mali dalla Francia, che cosa sarebbe rimasto ai cosiddetti “islamisti” o tuareg separatisti, o ai loro alleati del Qatar e di altrove, dello spazio politico per intervenire?

Come analizzare la crisi in Mali
E’ chiaro che gli eventi del Mali non possono essere separati dagli effetti a lungo termine della colonizzazione e delle politiche neo-coloniali perseguite dalla caduta del primo governo del Mali, veramente indipendente e impegnato nello sviluppo nazionale, del presidente Modibo Keita, condannato a morte in prigione, mentre gli autori del colpo di stato furono portati al potere sotto l’influenza del governo francese del momento. Un colpo di Stato che, finora, ha condotto il Mali sulla via della sottomissione all’influenza neocoloniale, e frenato una politica autonoma di sviluppo.
E’ anche chiaro che gli eventi attuali in Mali sono il risultato diretto della distruzione dello Stato libico, causato delle interferenze delle potenze della NATO e delle monarchie assolutiste della penisola arabica. Armi e gruppi armati riunitisi nel nord del Mali dalla Libia, sono stati inviati in Mali dopo la caduta dello Stato libico, e senza che i satelliti degli Stati Uniti lanciassero l’allarme.
E’ anche chiaro che decenni d’indebolimento del governo del Mali e del suo esercito, come degli altri Stati confinanti, sono stati tollerati e persino incoraggiati dalle potenze esterne, e i soldati del Mali, che sono stati addestrati dai militari statunitensi, sono in gran parte passati, armi e bagagli, nel campo dei ribelli all’arrivo dei gruppi armati dalle diverse tendenze, nel nord del Mali.
E’ anche chiaro che il Mali, come i suoi confinanti, possiede quelle risorse strategiche (uranio, petrolio, gas, oro) ambite dalle potenze internazionali al momento emergenti, in competizione con gli Stati Uniti e i loro protetti, e che sono alla ricerca di fonti di energia e di risorse per garantirsi il proprio sviluppo.
E’ anche chiaro che l’unico Stato indipendente formatosi nella regione sia l’Algeria, il più grande Paese dell’Africa dopo lo smantellamento del Sudan unificato, compiuto sotto l’influenza degli Stati Uniti e di Israele.
E’ anche chiaro che il conflitto in Mali è caratterizzato, in primo luogo, dalle contraddizioni tra le potenze occidentali e le grandi società transnazionali, in una regione che è un’area tradizionale della Francia pre-coloniale e post-coloniale.
Ed è in questo contesto che dobbiamo analizzare l’impegno francese che ha ottenuto un supporto distante dai suoi alleati ufficiali e dalle potenze emergenti. In un Paese che non ha un vero governo legittimo, poiché il governo del Mali di oggi è il risultato di un equilibrio di potere instaurato da un colpo di Stato e da un contro-colpo di Stato, e in cui l’intervento francese gode della sostegno di ECOWAS, un’organizzazione strettamente economica, i cui dirigenti vengono spesso minacciati nella loro sovranità, in particolare, quella del governo della Costa d’Avorio, instaurato in seguito all’intervento esterno, una prima volta negli annali internazionali, incaricato di decidere chi avrebbe dovuto vincere le elezioni in quel Paese.
Ricordiamo, a questo proposito anche il carattere ignobile, aggressivo e criminale del governo francese del tempo, verso questo conflitto ancora irrisolto, che il Partito socialista francese, poi, ha ovviamente accompagnato questo movimento tradendo i suoi “compagni” del Fronte popolare ivoriano, un partito membro dell’Internazionale Socialista. A prescindere, inoltre, dalle opinioni che gli ivoriani possano avere del governo di Gbagbo, di cui sono i soli ad avere il diritto di emettere un giudizio in materia.
E’ anche chiaro che sono stati trovati, nei faldoni di Africom, i vecchi piani separatisti della fine del periodo coloniale francese, sul “grande Sahel”, con l’intenzione di frantumare gli Stati esistenti a favore di una vasta entità nel deserto scarsamente popolato e facilmente controllabile. AFRICOM, il comando militare statunitense per l’Africa, è sempre vanamente in cerca di un Paese africano che accetti di ospitare il suo comando, al momento in “esilio” a Stoccarda, in Germania. Il piano viene incluso come ipotesi di lavoro dalla potenza che sembra competere, in questa regione, con la Francia che, adesso, supporta l’esistenza formale degli Stati costituiti odierni.

Una “Comunità di destino” atlantica e/o contraddizioni inter-imperialiste?
Dal momento che il Qatar è chiaramente dietro tutti i tentativi di rovesciamento violento nei Paesi arabi e musulmani, in particolare in Mali, e che il Qatar è, di per sé, per la maggior parte del suo territorio, una base militare degli Stati Uniti, come concepire le contraddizioni che sembrano emergere in Mali tra la posizione francese e quella del Qatar… e del suo protettore? Sembra che in questo contesto vi sia ora una complementarità tra l’azione della Francia in Mali e l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di controllare l’Africa e bloccare lo sviluppo dei contatti tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina, e anche d’impedire l’esistenza di Stati forti e indipendenti sia politicamente che economicamente, in questo asse che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e si estende al Xinjiang, tagliando l’Africa e l’Eurasia in due parti.
Ma c’è anche una contraddizione inter-imperialista tra il vecchio colonialismo francese e le sue stanche derivazioni della “Françafrique”, e le potenze anglosassoni che appare, in modo particolare, con la competizione tra il gruppo Total e i gruppi British Petroleum ed Exxon-Mobile. E si può supporre che lo stesso valga per l’uranio e l’oro. Tuttavia, in Algeria, l’attacco proveniente dalla Libia che ha recentemente preso di mira il sito gasifero di Amenas, era un sito della British Petroleum, in cui su richiesta della stessa BP, non era  prevista una presenza militare algerina, essendo la sicurezza delegata in linea di principio alle società di sicurezza private scelte dall’azienda… e che non si sono viste attivarsi durante l’attacco terroristico. Questo avrebbe reso più facile attaccare un sito che si trova vicino al confine con la Libia, che nessuno avrebbe attacco altrimenti, inducendo così all’ipotesi della provocazione esterna.
Le autorità algerine hanno in modo rapido e sorprendente, impedito una lunga crisi degli ostaggi, che avrebbe permesso qualsiasi “mediazione” e qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Algeria. Un Paese la cui popolazione si è rifiutata di cedere alle sirene della cosiddetta “primavera araba” e in cui dei partiti algerini, sia “laici” che “regionalisti” o “islamisti”, vengono regolarmente ricevuti dall’ambasciatore degli Stati Uniti e dai suoi colleghi di altre potenze occidentali, o che gestiscono TV satellitari dell’opposizione “islamica” basata a Londra e in Qatar. Questo potrebbe spiegare la rabbia manifestata inizialmente dal Primo ministro britannico verso Algeri.
L’Algeria, probabilmente più del Mali, sembra essere un obiettivo primario delle potenze imperialiste della NATO. Sembra anche essere il loro prossimo obiettivo. Tutto è stato fatto affinché lungo i suoi vasti confini, dal Marocco al Mali passando per il Sahara occidentale, e dal Mali alla Libia e alla Tunisia, s’installino poteri o forze ostili a questo Paese non allineato e simbolo di una lotta vincente e difficile per l’indipendenza. In questo contesto, si potrebbe pensare che ci siano nella crisi in Mali due livelli di contraddizioni: la prima contraddizione inter-imperialista tra la Francia e le potenze anglosassoni, tra le multinazionali francesi e quelle associate alle potenze anglosassoni. Poi c’è la simultanea determinazione della Francia a rafforzare la sua posizione nell’alleanza atlantica, mostrando il ruolo essenziale che potrebbe svolgere nel respingere qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni più strette e più vantaggiose tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina e i Paesi non allineati, tutti impegnati a sviluppare eque relazioni economiche “Sud-Sud”.
A meno che non si adotti il punto di vista ottimista secondo cui la Francia avrebbe ripreso la sua tradizione gollista, allora sostenuta in linea di principio dal Partito comunista francese, di una politica verso il mondo “arabo” più “equidistante”, rompendo con la tradizione della “Françafrique” e agendo per imporla anche in Africa. Ma per ora, nulla lo suggerisce, poiché anche le esitazioni espresse dal candidato Hollande sulla NATO, sono svanite al suo arrivo al Palazzo dell’Eliseo, e che le attività della Francia in Siria e le continue consultazioni multiple tra Parigi, Doha e Tel Aviv sembrano dimostrare.
E’ impossibile, quindi, rimanere impegnati alla Carta delle Nazioni Unite, e quindi alla sovranità nazionale e alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, supportando qualsiasi politica di potenza, per la frammentazione o il dominio dell’Africa, dovunque essa provenga. Possiamo solo sostenere il diritto all’integrità territoriale, all’autodeterminazione e alla sovranità dei Paesi africani e arabi. E quindi tutto ciò che tende verso il ripristino della piena indipendenza, integrità territoriale e  sovranità nazionale del Mali, e a mantenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Algeria e di tutti i Paesi della regione saheliana. Motivi per cui, almeno, si dovrebbe essere molto attenti, anche prudenti, circa i recenti avvenimenti in Mali e nei Paesi vicini. Paesi minacciati dai gruppi terroristici creati da molto tempo e noti per i loro legami occulti con la criminalità e i servizi segreti, e che fanno anche riferimento alla loro fedeltà, per la maggior parte di essi, a un cosiddetto “islamismo” inventato dall’influenza di monarchie di un’altra epoca, e le cui attività sono state e sono tuttora supportate da potenze estere in Libia, in Siria e altrove.
Non possiamo quindi, se il progresso sociale dei popoli è importante per noi, che sostenere che la Francia faccia, prima di prendere una qualsiasi posizione, prova di coerenza sui principi avanzati dal governo, senza dubbio per motivi di pura forma, che denunciavano questi gruppi transnazionali e i loro sostenitori nella penisola arabica, dovunque si trovino, e quindi in particolare in Siria, agendo per creare le condizioni affinché il Mali goda il più rapidamente possibile della piena indipendenza e di un calendario per la rapida ricostruzione di un esercito nazionale, degno di questo nome, per l’evacuazione dal Paese delle forze straniere a lungo insediatevi, creando le condizioni per i colloqui di pace tra tutte le forze politiche del Mali, e senza interferenze esterne. Contraddicendo ovviamente gli interessi economici a breve termine delle classi dominanti in Francia. Ciò implica anche che la Francia cessi ogni attività, in Libia, che prolunghi i risultati dell’intervento disastroso del precedente governo francese, cessando ogni interferenza politica negli affari siriani, recidendo tutti i legami con un’opposizione esterna e un esercito la cui presenza è molto più dovuta a fattori esterni che a un desiderio mai mostrato dalla popolazione siriana. Piaccia o no, esiste un legame diretto tra gli eventi in Libia, Siria, Mali e Algeria. E la politica del governo francese sarà supportata quando darà prova di coerenza.
La fine del supporto delle monarchie assolutiste del Golfo, usuali relè regionali dell’imperialismo degli Stati Uniti, ai gruppi ribelli armati in Siria, Libia e Mali dovrebbe, ipso facto, por fine ai conflitti in questi Paesi e quindi rendere inutili la presenza dell’esercito francese in Mali. Se questo è davvero l’obiettivo perseguito da Parigi. In tale contesto, non possiamo che essere sorpresi da alcune voci, come Samirr Amin, note per il loro antimperialismo, prendere parte a questo conflitto, e per di più sostenendo l’azione della Francia, supportata dalla NATO, mentre nello stesso modo, come ricorda l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà alla Francia il diritto di fare in Mali tutto ciò che vuole.

L'”Islam politico” come elemento legittimante le interferenze
E’ in questo contesto generale, abbiamo bisogno di misurare e analizzare i problemi che affliggono molti attivisti per il progresso sociale, in particolare la questione del cosiddetto “Islam politico”. Si deve anzitutto rilevare che questa nozione è, in genere, di origine occidentale, mentre il fondatore dell’Islam è stato il primo leader di un partito politico, rivendicando in quanto tale il nome di “Hezbollah”, e che fu il capo di uno Stato creato a Medina, che ha redatto la prima costituzione al mondo, le cui regole garantivano la coesistenza di tribù e religioni in uno Stato comune.
L’Islam, in linea di principio, non è solo una credenza nella vita dopo la morte, non è solo un’etica sociale e giuridica, ma è anche un progetto politico sin dal suo inizio (economia senza usura, eguaglianza sociale di fronte alla legge, tolleranza religiosa, ecc.), anche se questo progetto, come gli altri, può essere letto e declinato in modo reazionario o progressivo. È quindi chiaro che, allo stesso modo, un Chavez o anche Angela Merkel, può rivendicare un “cristianesimo politico e sociale“, così come l’analisi sociale marxista, in parallelo al caso del Venezuela, può negare a priori ai musulmani il diritto di offrire liberamente al proprio popolo un progetto politico in conformità con le sue convinzioni. A meno che non si accetti, in nome della vecchia laicità ipocrita socialdemocratica denunciata da Lenin a suo tempo, e poi da Maurice Thorez, dei due pesi e due misure che ricorda l’etnocentrismo coloniale.
La cosiddetta questione dell'”islamismo”, difatti del takfirismo, dell’esclusivismo estremista risiede altrove. Sarebbe una questione strettamente interna ai popoli interessati, di cui nessun Stato esterno dovrebbe avere il diritto di interferire, anche se in realtà prende la forma reazionaria che sempre più spesso adotta oggi, se queste correnti non fossero state spesso manipolate dalle grandi potenze imperialiste e dalle monarchie assolutiste loro vassalle, assolutamente soggette alle norme politiche ed economiche del capitalismo predatorio globale. Non si possono confondere i gruppi transnazionali del traffico di droga, armi e migranti che hanno adottato l’etichetta “islamista”, come paravento per le loro lucrative attività e le loro lotte per il controllo del territorio, come sappiamo da almeno venti anni nel Sahel, e che le grandi potenze imperialiste e i loro Stati vassalli hanno lasciato fare, perfino incoraggiato, con le attività di altri “islamisti”, per quanto essi siano reazionari.
E’ necessario ricordare che, al tempo del governo talib in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio era stata quasi debellata in nome dei valori tradizionali dell’Islam, e che se l’Afghanistan è di nuovo oggi il principale produttore di droga, ne consegue, a immagine di ciò che è stato fatto in precedenza sotto gli auspici della CIA in America Latina, che l’occupazione del paese da parte della NATO ha rovesciato un governo “islamista” nazionale, reazionario e indipendente, sostituendolo con un un governo “islamista” sottomesso, basato su ogni  traffico possibile, e che è non meno, se non perfino più reazionario nei fatti, sia verso gli strati sociali e le aree emarginate, che nei confronti delle donne, fuori dalla scena mediatica centrale costituita dalla capitale, ad uso dei giornalisti occidentali.
E’ quindi chiaro che esiste un legame tra le declinanti potenze imperialiste occidentali, le monarchie assolutiste create ex novo dai colonialisti al culmine del loro potere, e le reti dei traffici “islamisti” utilizzate da questi circoli, che armano giocare ai pompieri piromani. Ciò non significa che non vi è alcuna contraddizione tra questi circoli. Tuttavia, non vanno confuse le contraddizioni che possono essere un punto non antagonistico tra la borghesia imperialista e compradora e le contraddizioni antagonistiche, o che possono eventualmente diventarlo.
Si può certamente credere che la Francia difenda i propri interessi capitalistici nel Sahel e che ciò passi attraverso atteggiamenti più moderati nei confronti delle popolazioni locali e di Stati indipendenti come l’Algeria, ma non possiamo negare che il suo intervento apre logicamente la strada ad altri interventi, e che nulla ci dica che l’intervento, che l’attuale ministro della ‘difesa’ francese desidera prolungare fino alla vittoria ‘totale’, non vada che a vantaggio della Total al dunque, e che ciò non ci trascini in una guerra infinita, disintegrando gli Stati esistenti ed aprendo, come nel caso della Libia di oggi, la via al disordine generale, permettendo alle aziende transnazionali più potenti di “garantirsi” le miniere e i giacimenti che saranno riusciti ad arraffare, lasciando il resto del territorio nelle mani dei signori della guerra, come è accaduto durante il colonialismo nell’ex-impero cinese, fatto a pezzi fino alla vittoria della Rivoluzione cinese, che restaurò l’integrità territoriale del Paese fin dal 1949.
Il nemico principale dei popoli del Sahara non è di origine locale, ma proviene dai centri dell’imperialismo, e se la Francia fosse seria nelle sue affermazioni di voler rispettare i popoli, prenderebbe la via di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le popolazioni locali,  rompendo con la NATO e l’UE e riconciliandosi con le potenze emergenti e gli Stati veramente indipendenti di Eurasia, Mediterraneo, Africa e America Latina, che costituiscono l’unico vero contrappeso alle mire guerrafondaie e distruttive del capitalismo predatorio globalizzato, “protetto” dalla NATO e da più di 700 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo, e dall’arcipelago di prigioni segrete della CIA, che godono della cooperazione efficace degli Stati membri della NATO e delle dittature o democrazie formali che vi restano assoggettate.
Quanto al Mali, nulla permette di dire quali siano le opinioni del suo popolo sugli eventi che insanguinano il Paese, dal momento che nulla è stato fatto in prcedenza dagli attori esterni della crisi attuale, per consentire dei negoziati tra tutte le parti rappresentanti il popolo. All’apparenza che sembra fornire a certuni un successo politico o mediatico effimero, preferiamo da parte nostra la difesa dei principi.

Bruno Drweski, storico, politologo, direttore de “La Pensée libre”, militante del collettivo “Pas en notre nom”.
Jean-Pierre Page, sindacalista, ex-responsabile del dipartimento internazionale della CGT, ex membro del Comitato centrale del Partito comunista francese.

Fonte: Combat 94

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Qatar conduce un’operazione aerea per infiltrare decine di terroristi nel Sahel

Eric Denece, direttore del Centro studi francese sull’Intelligence, a Les Temps d’Algerie: “Il Qatar conduce un’operazione aerea per infiltrare decine di terroristi nel Sahel
Les Temps d’Algerie 

1826095_6_9f01_carte-du-mali_91a6912531cf87e888ce1bd7e513061aLes Temps d’Algerie: Il Presidente della Repubblica francese, François Hollande, ha appena effettuato una visita in Mali e a Timbuktu. Qual’è l’impatto di questa visita presidenziale sul morale delle truppe che operano nel nord del Mali?
Denece Eric: Nessuna, si tratta di una tradizione che il Capo dell’esecutivo visiti le truppe impegnate in un’operazione, soprattutto dopo un successo o un evento importante (ad esempio, un attentato). Si tratta anche di una visita politica per sostenere il governo provvisorio del Mali e incoraggiare la ricerca di una soluzione negoziata con i tuareg.

Non teme che i terroristi che detengono gli ostaggi provino a giustiziarli, come hanno fatto a Tiguenturin, o siano costretti a tenerli in vita per cercare di usarli per fare pressioni?
Questo è il rischio. Ma coloro che detengono i nostri ostaggi sanno anche che sono la loro assicurazione sulla vita. Se li uccidono, i servizi speciali o l’esercito li scoverebbero e li eliminerebbero senza esitazioni.

Il leader del Movimento Islamico Azawad (MIA), nato da una scissione di Ansar al-Din, ha di recente attaccato l’Algeria, accusandola di “temere che i tuareg in Algeria siano ispirati dai tuareg in Mali, se questi riescono ad avere una posizione di forza”. Cosa ne pensate?
Penso che queste siano minacce verbali e gratuite. L’Algeria non è il Mali, in particolare gli sforzi fatti per diversi anni verso i tuareg erano reali, in particolare nella conservazione della loro identità e dei loro diritti. Ma ci sono alcuni gruppi tuareg, islamici e non, che ancora rifiutano l’idea dei confini e ritengono di essere stati derubati dei loro territori.

L’intervento militare in Mali finora non ha portato alla neutralizzazione o arresto di un leader terrorista come Belmoqtar o Druqdel. Dove pensate possano essersi nascosti i terroristi di AQIM e Mujao?
Non è difficile per un leader terrorista inviare le sue truppe in battaglia e rimanere nascosto tra le montagne. Questo è il modo con cui molti leader islamici nel Sahel affrontano l’offensiva francese. È anche il caso di Moqtar Belmoqtar, che non era ad Amenas. Questi uomini si nascondono, mutando di continuo luogo, a volte sono nel cuore del deserto, a volte nelle città del Sahel… Alcune fonti hanno recentemente riportato un’operazione aerea del Qatar per infiltrare decine di terroristi nel Sahel, contro l’intervento francese. La possibilità di fughe o di occultamento sono molte, ma è così poco glorioso.

Il primo ministro britannico, David Cameron, ha parlato ad Algeri di terrorismo e cooperazione nella sicurezza tra i due Paesi. Come vedete il rafforzamento di tale cooperazione?
Gli inglesi, dopo aver criticato l’intervento eccessivo delle forze speciali algerine ad Amenas, hanno subito ripreso senso. Non possono fare a meno dell’alleanza con gli algerini nella lotta contro il terrorismo nel Sahel, soprattutto per tutelare le proprie operazioni di sfruttamento degli idrocarburi (la British Petroleum è presente in Algeria). Forse David Cameron ha anche delle cose da farsi perdonare, dopo per aver pilotato assieme a Nicolas Sarkozy l’intervento della NATO in Libia, maggiore causa responsabile del caos attuale nel Sahel.

Vi è una grave minaccia alle infrastrutture per il petrolio e il gas nei Paesi del Maghreb arabo e del Sahel, dopo l’attacco terroristico contro la base operativa di Sonatrach-Statoil-British Petroleum?
Sì, è una realtà. Ma non è una novità. Durante il decennio nero, l’Algeria è stata ugualmente oggetto di azioni terroristiche contro queste strutture. In effetti, è da allora che data il rafforzamento delle misure di sicurezza in tali siti. Ciò che è diverso è che i terroristi, ora, forse cercano di colpire i siti dove ci siano molti occidentali, soprattutto francesi. Tuttavia, questo non gli impedisce di agire contro gli interessi dell’Algeria.

Pensate che ci siano dei Paesi che cercano d’imporre all’Algeria lo schieramento di loro forze militari nei siti petroliferi e gasiferi algerini?
Mi sorprenderebbe molto. Perché ciò non accade da nessuna parte. E’ estremamente raro perfino che le società di sicurezza private, che operano per la difesa dei siti petroliferi, siano armate. Io stesso ho garantito la sicurezza di una pipeline in costruzione in Myanmar, molto esposta alla metà degli anni ’90, e avevamo avuto il divieto di essere armati. Soltanto alcuni Paesi lo permettono. D’altra parte, sembra inconcepibile che il governo algerino permetta la presenza di una forza armata straniera sul proprio territorio.

Cosa possiamo comprendere dal fatto che i terroristi responsabili dell’attacco ad Amenas fossero di nazionalità diverse?
Ciò illustra un fenomeno che conosciamo bene: l’internazionalizzazione del terrorismo jihadista,  accelerato dall’intervento in Libia. I confini della regione per lo più non sono controllati, e i fanatici di tutte le nazionalità possono muoversi liberamente, indulgendo nel traffico, omicidio, sequestro di persona e, incidentalmente, combattere…  Aggiungo che alcune petro-monarchie del Golfo non esitano a reclutare e inviare questi salafiti per imporre la loro visione rigida ed estremista dell’Islam. Un inviato delle Nazioni Unite, pochi giorni fa, ha annunciato che ci sono 200.000 miliziani armati in Libia e che centinaia di persone armate, in questo paese, non sono controllate dal governo libico. I terroristi jihadisti libici sono stati tra gli autori dell’attacco al sito di Tiguenturin. L’inviato delle Nazioni Unite ha avvertito di una possibile relazione con la situazione nel Mali, citando possibili collegamenti tra molte di queste milizie etniche e i jihadisti in Mali.

Questo significa che la situazione in Libia continua a minacciare la sicurezza e la stabilità della regione?
Ovviamente, continua e dovrebbe, purtroppo, durare ancora per un po’ di tempo, perché la situazione è tutt’altro che stabile in Libia, come in Tunisia e in Egitto. Tuttavia, se 200.000 miliziani sono una realtà, non sono tutti jihadisti o criminali. In Libia, un certo numero di tribù, un tempo fedeli a Gheddafi, si sono armate per affrontare l’egemonia dei clan della Cirenaica, che cercano di prendere il pieno controllo del paese. Inoltre, il Paese è nel caos (Ali Zeidan, il Primo ministro, in pochi mesi è stato oggetto di due tentativi di assassinio), molti locali sono armati per garantire la sicurezza delle loro famiglie e del loro villaggio. Ed essendoci armi ovunque, non è difficile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mali, Hagel e i Rothschild

Dean Henderson, 31 gennaio 2013

mali_mapIeri, per inviare un messaggio al Comitato per le Forze Armate del Senato degli Stati Uniti, Israele ha bombardato un convoglio sul confine Siria/Libano. Sembra aver funzionato. Questa mattina, i falchi-galline presenti in tale commissione, come McCain e Inhofe, erano occupati a mettere sulla graticola la nomina di Obama a segretario alla Difesa del senatore Chuck Hagel (R-NE), sulla sua indefessa fedeltà alla madrepatria Israele e al complesso militare-industriale.
Nel frattempo, i bankster Illuminati della City di Londra, guidati dai Rothschild che gestiscono quel circo altrimenti noto come Israele, cercano di arraffare più risorse globali, e questa volta nel paese nord africano del Mali. A febbraio i ribelli tuareg del nord del Mali, con l’aiuto dei resti di al-Qaida addestrati e armati dalle agenzie di intelligence dei Rothschild, MI6 e Mossad, per rovesciare il governo di Gheddafi della vicina Libia, attaccavano le truppe governative nella città di confine algerina di Tinzaouaten.
I  tribali secolari tuareg, rappresentati dal Movimento di Liberazione Nazionale Azawad, chiedono da decenni una maggiore autonomia dal governo centrale di Bamako. Eppure sono sempre stati contenti di rimanere nella loro patria, nel nord del Mali. Ma le forze libiche di al-Qaida nel Maghreb, che si fanno chiamare Ansar al-Din, hanno chiesto l’imposizione della legge islamica nel nord del Mali, e poi misteriosamente hanno attaccato verso sud. Perché, se stavano tentando di trasformare il nord del Mali in un santuario di al-Qaida (come la propaganda “ufficiale” ci dice),  attaccare il governo centrale del Mali e far saltare la loro copertura? Questi islamisti sono anche responsabili, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, dell’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi, dove è rimasto ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens con altri tre, montando il vecchio trucco della destabilizzazione M16/Mossad a nome dei vampiri di risorse della City dei Rothschild di Londra (vedasi il mio libro “Big Oil & i suoi banchieri”).
Parlando, la settimana scorsa, al Centro Bunche Ralph, il capo di AFRICOM, Generale Ham, ha ammesso che gli Stati Uniti avevano addestrato molti dei ribelli coinvolti nel colpo di stato in Mali del 2012, tra cui il loro leader, capitano Amadou Sanogo. Il 18 aprile 2012 il democraticamente eletto, per due volte, Presidente Amadou Toumani Toure è stato costretto a dimettersi poco prima delle elezioni presidenziali in cui non poteva candidarsi. È interessante notare che tutti gli altri vincitori potenziali in quelle elezioni, erano contrari a qualsiasi  intervento straniero in Mali per “respingere” la ribellione di “al-Qaida“.
Nonostante i sentimenti anti-intervento del popolo del Mali, subito ci furono le grida dall’ECOWAS e dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla necessità di inviare truppe straniere in Mali. L’11 gennaio i francesi, ex padroni coloniali, hanno fatto proprio questo. Allora perché i francesi intervengono in Mali, ma non nella Repubblica Centrafricana, il cui governo è stato attaccato dai ribelli? La vera ragione della provocazione di al-Qaida, era rendere “necessario” l’intervento straniero per impadronirsi delle ricche risorse minerarie recentemente scoperte nel sottosuolo del Mali. Già terzo produttore africano di oro, il Mali è anche ricco di diamanti, uranio, ferro, manganese, bauxite, litio, fosfato, lignite, rame, gesso e marmo. L’esplorazione petrolifera è recentemente aumentata in Mali e la nazione ha il potenziale per diventare una importante via di comunicazione tra l’Africa sub-sahariana e l’Europa.
Con l’ennesimo furto di risorse da parte dei Rothschild, questa volta in gran parte pagata dai generosi contribuenti della classe media francese, la conferma di Chuck Hagel può essere vista come un evento causale. Se confermato, potremmo vedere sia un significativo allontanamento da Israele che dei sostanziali tagli al Pentagono. Bombardamenti di frontiera, escalation e altre minacce a parte, è il momento di sciacquare via dalla siepe i terroristi israeliani, e seguirne la puzza per tutta la catena alimentare arrivando alla feccia che i Rothschild mantengono per eseguire queste provocazioni.

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & i loro banchieri nel Golfo Persico; I quattro cavalieri, le otto famiglie e le loro reti d’intelligence, del narcotraffico e del terrorismo globali, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, e Stickin ‘in to the Matrix . Potete iscrivervi gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar, sponsor degli islamisti e principale alleato degli USA

Nicola Nasser, Global Research, 23 gennaio 2013

1540890Nel suo discorso inaugurale il 21 gennaio, il presidente statunitense Barack Obama ha fatto l’annuncio storico che “un decennio di guerra sta finendo”, e ha espresso la determinazione del suo Paese a “mostrare coraggio cercando di risolvere in pace le nostre differenze con le altre nazioni“, ma il suo messaggio rimane una chiacchiera che deve ancora essere tradotta in fatti, e che non ha ancora raggiunto alcuni dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, che tutt’ora rullano i tamburi di guerra, come Israele contro l’Iran e il Qatar contro la Siria. In considerazione del livello di “coordinamento” e “cooperazione”, da quando rapporti diplomatici bilaterali sono stati istituiti nel 1972 tra Stati Uniti e Qatar, e della concentrazione della potenza militare degli Stati Uniti in questa piccola penisola, sembra impossibile che il Qatar possa muoversi autonomamente, e  parallelamente, lontano o contro i piani regionali e strategici degli Stati Uniti.
Secondo la scheda on-line del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “le relazioni bilaterali sono forti”, entrambi i paesi si “coordinano” diplomaticamente e “cooperano” sulla sicurezza regionale, hanno un “patto di difesa”, “il Qatar ospita la base avanzata del CENTCOM” e sostiene la NATO e gli Stati Uniti nelle loro “operazioni militari regionali”. Il Qatar partecipa attivamente anche agli sforzi degli USA per creare una rete integrata di difesa missilistica nella regione del Golfo Persico. Inoltre, ospita il Combined Air Operations Center e tre basi militari statunitensi, in particolare l’al-Udeid Air Base, la base militare Assaliyah e la Doha International Air Base, presidiati da circa 5.000 effettivi delle forze USA. Il Qatar, vincolato da tale strettissima alleanza con gli Stati Uniti,  recentemente è divenuto il principale sponsor dei movimenti politici islamisti.
Il Qatar oggi sembra essere lo sponsor principale dell’organizzazione internazionale dei Fratelli musulmani che, secondo quanto riferito, si sciolsero in Qatar nel 1999 perché fu vista dalla famiglia al potere come un avversario. Il matrimonio di convenienza tra il Qatar e la confraternita ha creato l’incubatore naturale dei fondamentalisti islamici armati, contro i quali gli Stati Uniti dall’11 settembre 2001 hanno condotto quello che viene etichettata “guerra globale al terrorismo.” La guerra nella nazione africana del Mali offre l’esempio più recente di come gli Stati Uniti e il Qatar, apparentemente, stiano in due modi distinti. Considerando che il segretario della Difesa, Leon Panetta, era a Londra il 18 gennaio a “elogiare” la “leadership francese dello sforzo internazionale” in Mali, per cui il suo paese si impegna nella logistica, nel trasporto e nel supporto dell’intelligence, il Qatar sembrava rischiare i propri legami speciali con la Francia, che raggiunse il picco durante la guerra della NATO contro la Libia, subendo ora la diffidenza statunitense e francese.
Il 15 gennaio, il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Hamad bin Jassim al-Thani, ha detto ai giornalisti di non credere che “la forza risolverà il problema,” consigliando invece che questo problema sia “discusso” tra i “paesi confinanti, l’Unione africana e il Consiglio di Sicurezza (dell’ONU)” unendosi all’ideologo dei Fratelli musulmani e loro sponsor del Qatar, a Doha, Abdullah Yusuf al-Qaradawi, il capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani cui è stato negato il visto di ingresso nel Regno Unito nel 2008 e in Francia lo scorso anno, richiedendo  “dialogo”, “riconciliazione” e “soluzione pacifica” invece dell'”intervento militare”. Con un esempio relativamente vecchio, secondo WikiLeaks, l’ex presidente della Somalia del 2009 Sharif Ahmed ha detto a un diplomatico degli Stati Uniti che il Qatar forniva assistenza finanziaria diretta agli Shabab al-Mujahidin legati ad al-Qaida, che gli Stati Uniti definiscono “terroristi.” In Siria, con un altro esempio, la Fratellanza è la principale forza che “lotta” contro il regime al potere in alleanza con i responsabili delle atrocità e degli attentati terroristici del Fronte al-Nusra, collegato ad al-Qaida, e designato dal Regno Unito come organizzazione terroristica lo scorso dicembre, mentre l’opposizione siriana, guidata dalla Fratellanza e sponsorizzata da Stati Uniti e Qatar, aveva protestato pubblicamente tale designazione da parte degli Stati Uniti, nel silenzio del Qatar, che al riguardo non poteva che essere interpretato che come un sostegno della protesta contro la decisione statunitense. Di recente, il Qatar ha, in un altro esempio, sostituito la Siria, che venne inclusa nella lista degli sponsor del terrorismo dal 1979, come sponsor di Hamas, la cui leadership si è trasferita da Damasco a Doha, che gli Stati Uniti indicano come gruppo “terrorista”, e che ammette pubblicamente di essere il ramo palestinese della Fratellanza.
Il Qatar, in tutti questi esempi, sembra posizionarsi per farsi nominare mediatore, con la benedizione degli Stati Uniti, cercando di ottenere con la leva finanziaria del paese ciò che gli Stati Uniti non potrebbero ottenere militarmente, o che potrebbero avere ma ad un costo molto più alto  in denaro e anime. Nel caso del Mali, il premier del Qatar sceicco Hamad è entrato nelle cronache dichiarando questa ambizione: “Sarà parte della soluzione, (ma) non l’unico mediatore“, ha detto. La benedizione degli Stati Uniti non poteva essere più esplicita dell’approvazione del presidente Obama nell’apertura dell’ufficio dei taliban afgani a Doha, “per facilitare” una “pace negoziata in Afghanistan”, secondo il ministero degli Esteri del Qatar, il 16 gennaio. Tuttavia, una mediazione unilaterale del Qatar fallì nello Yemen; come la mediazione del Qatar in Siria si è rivelata un fallimento simile, nei due anni di crisi siriana; la “Dichiarazione di Doha” per riconciliare le fazioni rivali palestinesi è ancora un risultato di carta; la mediazione del Qatar nella crisi del Darfur del Sudan non ha ancora portato a nulla; la “mediazione” del Qatar in Libia è stata condannata come  intervento negli affari interni del paese dal più importante dei leader post-Gheddafi, e nell’Egitto  post-“primavera araba”, il Qatar ha abbandonato i suoi iniziali sforzi di mediazione per allinearsi pubblicamente con il governo della Fratellanza. Ma a dispetto di questi fallimenti, gli sforzi per la “mediazione” del Qatar hanno avuto successo nel servire la strategia del suo “alleato”, gli Stati Uniti.

Con la benedizione degli Stati Uniti
Gli analisti del Gruppo sull’intelligence Soufan, lo scorso 10 dicembre, hanno concluso che “il Qatar continua a dimostrare di essere un fondamentale alleato degli Stati Uniti… Il Qatar è spesso in grado di realizzare gli obiettivi comuni USA-Qatar che Washington non è in grado o non vuole affrontare da se.” La prima amministrazione Obama, sotto la pressione dell'”austerità fiscale”, ha benedetto il finanziamento del Qatar nell’armamento degli islamisti anti-Gheddafi in Libia, chiudendo gli occhi sull’invio ad opera del Qatar dell’arsenale militare di Gheddafi agli islamisti siriani e non siriani che combattono il regime in Siria; ha “compreso” come “missione umanitaria” la visita dell’emiro del Qatar a Gaza dello scorso ottobre, e recentemente ha approvato l’armamento dell’Egitto guidato dalla Fratellanza sostenuta dal Qatar, con 20 jet da combattimento F-16 e 200 carri armati M1A1 Abrams.
Questa contraddizione solleva la questione sul fatto se ci sia una collusione reciproca USA-Qatar o se ci sia davvero un conflitto di interessi; l’amministrazione Obama nel suo secondo mandato deve tracciare la linea che darà una risposta esplicita. Oggi, apparentemente, Doha e Washington non sembrano d’accordo sui movimenti islamici e islamisti, ma sui campi di battaglia della “guerra al terrore” le due capitali non potrebbero sostenere che, in pratica, i loro ruoli attivi non siano coordinati e non si completino a vicenda. Sulla base dell’esperienza storica del similare approccio “religioso”, ma della rivale tendenza “sciita” settaria iraniana, questo collegamento islamico del Qatar “sunnita” inevitabilmente alimenterà la polarizzazione settaria nella regione, l’instabilità regionale, la violenza e le guerre civili. Data l’alleanza USA-Qatar, la connessione del Qatar islamista rischia di coinvolgere maggiormente gli Stati Uniti nel conflitto regionale, o almeno di rendere gli statunitensi responsabili dei conflitti susseguenti, subendo un profondo anti-americanismo regionale, che a sua volta diventerebbe un altro incubatore dell’estremismo e del terrorismo, aggravati dallo scorso “decennio di guerra” che il presidente Obama, nel suo discorso inaugurale, ha promesso di “far terminare”.
Tradizionalmente, il Qatar, che si trova nell’occhio del ciclone dell’assai geopoliticamente instabile regione del Golfo Persico, teatro di tre grandi guerre nel corso degli ultimi tre decenni, ha fatto del suo meglio per mantenere un equilibrio critico e fragile tra le due grandi potenze che determinano la sua sopravvivenza, vale a dire la decennale presenza militare statunitense nel Golfo e la crescente potenza regionale dell’Iran. Nel 1992 aveva firmato un patto di mutua difesa globale con gli Stati Uniti, e nel 2010 ha firmato un accordo di difesa militare con l’Iran, il che spiega l’allacciarsi di  legami ancor più stretti con l’Iran, sostenendo movimenti di resistenza islamici anti-Israele come Hizbullah in Libano e Hamas nei territori palestinesi occupati da Israele, e spiega anche la “luna di miele” del Qatar con alleato dell’Iran, la Siria. Tuttavia, dallo scoppio della sanguinosa crisi siriana due anni fa, l’apertura del Qatar ai poteri regionali filo-iraniani statali e non statali fu criticata come una mera manovra tattica per allontanare tali poteri dall’Iran. Nei casi della Siria e di Hizbullah, il fallimento di questa tattica ha portato il Qatar ad entrare in rotta di collisione sia con la Siria che con l’Iran, supportati da Russia e Cina, e che sta portando il paese ad allontanarsi dalla vecchia regola del mantenimento dell’equilibrio regionale, un mutamento di cui Doha sembra ignorarne la minaccia verso la propria stessa sopravvivenza, sottoposta alla pressione degli interessi internazionali e regionali in conflitto, come dimostra sanguinosamente la crisi in Siria.
Durante l’ascesa dei movimenti di massa pan-arabi, nazionalisti, socialisti e democratici nel mondo arabo all’inizio della seconda metà del ventesimo secolo, le autoritarie monarchie conservatrici arabe adottarono l’ideologia politica della Fratellanza mussulmana e di altri islamisti, che l’hanno usata contro i propri movimenti per sopravvivere come alleati degli Stati Uniti, che a loro volta hanno utilizzato al-Qaida in Afghanistan sia contro l’ex Unione Sovietica e l’ideologia comunista, che a proprio danno, dopo il crollo dell’ordine mondiale bipolare. Tuttavia la storia sembra ripetersi con le monarchie arabe appoggiate dagli USA, guidate dal Qatar, che ricorrono alla loro vecchia tattica di sfruttare l’ideologia islamista per minare e ostacolare una rivoluzione anti-autoritaria araba volta allo Stato di diritto, alla società civile, alle istituzioni democratiche e alla giustizia sociale e economica nei paesi arabi, alla periferia del bastione protetto dagli statunitensi nella penisola arabica; ma sembrano inconsapevoli di stare aprendo un vaso di Pandora che scatenerà una reazione rispetto alla quale il voltafaccia di al-Qaida verso gli Stati Uniti si rivelerà un precedente secondario.

Nicola Nasser è un veterano del giornalismo arabo di Bir Zeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

Al-Qaida nel Maghreb islamico: Chi sono e chi c’è dietro?

Prof Michel Chossudovsky, GlobalResearch, 21 gennaio 2013

74681Chi c’è dietro il gruppo terroristico che ha attaccato il complesso gasifero della BP-Statoil-Sonatrach del giacimento di Amenas, che si trova al confine con la Libia nel sud-est dell’Algeria? L’operazione era stata coordinata da Moqtar Belmoqtar, leader della brigata islamista al-Mulathamin, o “coloro che si firmano con il sangue”, affiliata ad al-Qaida. L’organizzazione di Belmoqtar è coinvolta nel traffico di droga, nel contrabbando e nel sequestro di stranieri nel Nord Africa. Sebbene la sua ubicazione sia nota, l’intelligence francese ha soprannominato Belmoqtar “l’imprendibile”. Belmoqtar si è assunta la responsabilità, per conto di al-Qaida, del rapimento di 41 ostaggi occidentali, tra cui 7 statunitensi, nel complesso gasifero della alla BP di Amenas. Belmoqtar, tuttavia, non è stato direttamente coinvolto nell’attacco vero e proprio. Il comandante sul campo dell’operazione era Abdul Rahman al-Nigeri, un veterano jihadista del Niger, che aveva fatto parte del Gruppo Algerino per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2005. (Albawaba, 17 gennaio 2013)
L’operazione per il sequestro di Amenas è stata effettuata cinque giorni dopo l’avvio degli attacchi aerei della Francia contro i militanti di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) nel nord del Mali. Le forze speciali francesi e le truppe del Mali hanno ripreso il controllo di Diabaly e Konna, due cittadine a nord di Mopti. La città di Diabaly era stata apparentemente presa pochi giorni prima dai combattenti guidati da uno dei principali comandanti di AQIM, Abdelhamid Abu Zeid. Mentre l’attacco terroristico e il sequestro dell’impianto gasifero d’In Amenas è stato descritto come una vendetta, non è stata per nulla improvvisato, come confermato dagli analisti, l’operazione con ogni probabilità è stata pianificata con largo anticipo: “Ufficiali europei e statunitensi dicono che il raid era quasi certamente fin troppo elaborato, per essere stato pianificato in così breve tempo, anche se l’operazione della Francia avrebbe spinto i combattenti a condurre un assalto che avevano già preparato.” Secondo i recenti rapporti (20 gennaio 2012) ci sono state circa 80 vittime, tra ostaggi e combattenti jihadisti. Vi erano diverse centinaia di lavoratori nell’impianto gasifero, la maggior parte dei quali  algerini. “Tra le persone soccorse, solo 107 su 792 lavoratori erano stranieri“, secondo il ministero degli Interni algerino. I governi britannico e francese incolpano i jihadisti. Secondo il primo ministro britannico David Cameron: “Naturalmente la gente farà delle domande sulla reazione algerina a questi eventi, ma vorrei solo dire che la responsabilità di queste morti ricade direttamente sui terroristi che hanno lanciato questo attacco, feroce e vile”. (Reuters, 20 gennaio 2013). Notizie di stampa confermano, tuttavia, che il gran numero di morti tra gli ostaggi e i combattenti islamici è stato il risultato dei bombardamenti delle forze algerine.
Dei negoziati con i rapitori, che avrebbero potuto salvare delle vite, non sono stati seriamente contemplati né dai governi algerini né da quelli occidentali. I militanti chiedevano la fine degli attacchi francesi nel nord del Mali, in cambio della sicurezza per gli ostaggi. Il leader di al-Qaida Belmoqtar aveva affermato: “Siamo pronti a negoziare con l’occidente e il governo algerino, a condizione che s’interrompano i bombardamenti dei musulmani del Mali.” (Reuters, 20 gennaio 2013) Nelle fila dei jihadisti vi erano mercenari provenienti da un certo numero di paesi musulmani, tra cui la Libia (ancora da confermare), così come dei combattenti provenienti da paesi occidentali.

Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Chi è?
Vi è un certo numero di gruppi affiliati attivamente presenti nel nord del Mali:
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), guidato da Abdelmaleq Druqdel, “l’emiro di al-Qaida nel Maghreb islamico“,
Ansar al-Din guidato da Iyad Ag Ghaly,
• il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO).
Il Gruppo Islamico Armato, o Groupe Islamique Armé (GIA) che era in primo piano negli anni ’90, è in gran parte defunto. I suoi membri hanno aderito ad AQIM. Il Movimento Nazionale per la Liberazione del Azawad (MNLA) è un movimento per l’indipendenza tuareg, nazionalista e laico.

Cenni storici
Nel settembre 2006, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) unì le forze con al-Qaida. Il GSPC è stato fondato da Hassan Hattab, un ex comandante del GIA. Nel gennaio 2007, il gruppo mutò ufficialmente il nome in al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Nei primi mesi del 2007 la nuova formazione stabilì stretti rapporti con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). I comandanti del GSPC si ispirano all’insegnamento religioso del salafismo dell’Arabia Saudita, che storicamente ha svolto un ruolo importante nell’addestramento dei mujahidin in Afghanistan. La storia dei comandanti jihadisti di AQIM è importante per affrontare la questione più ampia:
• Chi c’è dietro le varie fazioni affiliate ad al-Qaida?
• Chi sostiene i terroristi?
• Quali interessi politici ed economici servono?
Il Counsil on Foreign Relations (CFR) di Washington fa risalire le origini di AQIM alla guerra in Afghanistan: “La maggior parte dei leader principali di AQIM si crede sia stato addestrata in Afghanistan durante la guerra contro i sovietici, nel 1979-1989, nell’ambito del gruppo di volontari del Nord Africa conosciuto come “arabi afghani”, che ritornarono nella regione e radicalizzarono i movimenti islamici, negli anni che seguirono. Il gruppo è diviso in “katiba” o brigate, che  raggruppano cellule diverse e spesso indipendenti. Il comandante supremo del gruppo, o emiro, dal 2004 è Abdelmaleq Druqdel, noto anche come Abu Mussab Abdelwadud, un ingegnere esperto di esplosivi che ha combattuto in Afghanistan ed ha origini nel GIA in Algeria. Fu sotto la guida di Druqdel che AQIM dichiarò che la Francia è il suo obiettivo principale. Uno dei “più violenti e radicali” leader di AQIM è Abdelhamid Abu Zeid, secondo gli esperti di antiterrorismo. Abu Zied è legato a diversi rapimenti ed esecuzioni di cittadini europei nella regione”. (Council on Foreign Relations, al-Qaida nel Maghreb Islamico, Cfr.org, senza data).
Ciò che il rapporto del CFR non riesce a ricordare è che la Jihad islamica in Afghanistan fu un’iniziativa della CIA, avviata nel 1979 durante l’amministrazione Carter. Venne attivamente sostenuta dal presidente Ronald Reagan nel corso degli anni ’80. Nel 1979, la più grande operazione segreta nella storia della CIA venne attuata in Afghanistan. Missionari wahabiti provenienti dall’Arabia Saudita crearono delle scuole coraniche (madrase) in Pakistan e Afghanistan. I libri di testo islamici utilizzati nelle madrasse venivano stampati e pubblicati in Nebraska. Il finanziamento occulto veniva incanalato ai mujahidin con il sostegno della CIA: “Con l’attivo incoraggiamento della CIA e dell’ISI pakistano, che volevano trasformare la jihad afghana in una guerra globale condotta da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 musulmani radicali provenienti da 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan, tra il 1982 e il 1992. Decine di migliaia di persone andarono a studiare nelle madrase pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani radicali stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.” (Ahmed Rashid, “I taliban: l’esportazione dell’estremismo“, Foreign Affairs, novembre-dicembre 1999).
La Central Intelligence Agency (CIA), usando i militari pakistani dell’Inter-Services Intelligence (ISI), svolse un ruolo chiave nell’addestramento dei mujahidin. A sua volta, l’addestramento dei guerriglieri sponsorizzati dalla CIA venne integrato con gli insegnamenti dell’Islam: “Nel marzo 1985, il presidente Reagan firmava la Decisione direttiva per la Sicurezza Nazionale N° 166, … [che] autorizzava [l']intensificazione degli aiuti militari occulti ai mujahidin, e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: sconfiggere le truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi, un costante aumento fino a 65.000 tonnellate all’anno nel 1987… così come un “flusso incessante” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recarono al quartier generale segreto dell’ISI pakistana, sulla strada principale di Rawalpindi, in Pakistan. Gli specialisti della CIA incontrarono i funzionari dell’intelligence pakistana per pianificare le operazioni dei ribelli afghani.” (Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992)
Moqtar Belmoqtar, la mente dietro l’attacco terroristico della brigata islamista al-Mulathamin al  complesso gasifero di Amenas, è uno dei membri fondatori di AQIM. Fu addestrato e reclutato dalla CIA in Afghanistan. Belmoqtar era un volontario nordafricano, un “afgano arabo” arruolatosi a 19 anni come mujahidin per combattere nelle fila di al-Qaida in Afghanistan, in un momento in cui la CIA e la sua affiliata pakistana, l’Inter Services Intelligence (ISI), sostenevano attivamente sia il reclutamento che l’addestramento dei jihadisti. Moqtar Belmoqar ha combattuto nella “guerra civile” in Afghanistan. Tornato in Algeria nel 1993, si unì al GSPC. La storia di Belmoqtar e il suo coinvolgimento in Afghanistan suggeriscono che sia stato sponsorizzato quale “asset dell’intelligence” statunitense.

Il ruolo degli alleati degli USA: Arabia Saudita e Qatar
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) fin dal 2007 aveva stabilito una stretta relazione con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), i cui leader erano stati addestrati e reclutati in Afghanistan dalla CIA. Il LIFG era sostenuto segretamente dalla CIA e dall’MI6 britannico. Il LIFG è stato supportato direttamente dalla NATO durante la guerra del 2011 contro la Libia, “fornendo  armi, addestramento, forze speciali e perfino aerei per aiutarlo a rovesciare il governo della Libia.” (Tony Cartalucci, The Geopolitical Reordering of Africa: US Covert Support to Al Qaeda in Northern Mali, France “Comes to the Rescue”, Global Research, gennaio 2013).
Le Forze speciali britanniche SAS giunsero in Libia prima dell’inizio dell’insurrezione, in qualità di consulenti militari del LIFG. Recentemente, relazioni confermano che AQIM ha ricevuto armi dal Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Mercenari del LIFG si sono integrati nelle brigate di AQIM. Secondo il comandante Moqtar Belmoqtar, che ha coordinato l’operazione del sequestro  di In Amenas: “Siamo uno dei principali beneficiari delle rivoluzioni nel mondo arabo. Per quanto ci riguarda, abbiamo ottenuto delle armi (dalla Libia), questa è una cosa naturale in simili circostanze.” Hanford
L’impianto della BP ad In Amenas è situato direttamente sul confine con la Libia. Si sospetta che vi fosse un contingente di combattenti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) coinvolto nell’operazione. AQIM ha anche legami con il Fronte al-Nusra in Siria, sostenuto segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Al-Qaida nel Maghreb Islamico è indelebilmente legato all’agenda delle intelligence occidentali. È descritto come “uno dei più ricchi e più armati gruppi militanti della regione“, finanziato segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Il giornale francese Canard enchaîné ha rivelato (nel giugno 2012) che il Qatar (un fedele alleato degli Stati Uniti) ha finanziato varie entità terroristiche in Mali, tra cui il salafita Ansar al-Din: “I ribelli tuareg del MNLA (indipendentisti e laici), Ansar al-Din, AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico) e Mujao (Jihad in Africa occidentale), ricevono dollari dal Qatar, secondo un rapporto (The Examiner). Il giornale satirico francese Canard enchaîné riportava [nel giugno 2012] che il Qatar stava probabilmente finanziando gruppi armati nel nord del Mali, che si diffondevano in Algeria e nell’Africa occidentale. I sospetti che Ansar al-Din, il principale gruppo armato pro-shari’ah nella regione, abbia ricevuto finanziamenti dal Qatar, circolano in Mali da diversi mesi. Rapporti (ancora non confermati) su un aereo del ‘Qatar’ che sarebbe atterrato a Gao carico di armi, denaro e droga, per esempio, sono emersi all’inizio del conflitto.
L’articolo originale cita un rapporto dell’intelligence militare francese che indicava che il Qatar forniva sostegno finanziario a tutti e tre i principali gruppi armati nel nord del Mali: l’Ansar al-Din di Iyad Ag Ghali, al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO). L’importo del finanziamento concesso a ciascuno dei gruppi non viene menzionato, ma si parla di rapporti ripetuti del DGSE francese al ministero della Difesa, che indicavano il sostegno del Qatar al ‘terrorismo’ nel nord del Mali
.”
Il ruolo di al-Qaida nel Maghreb islamico come attività dell’intelligence deve essere attentamente valutata. L’insurrezione islamica crea le condizioni che favoriscono la destabilizzazione politica del Mali come Stato-nazione. Quali interessi geopolitici vengono serviti?

Osservazioni conclusive: “The American Sudan”
Con amara ironia, il sequestro nel sud dell’Algeria e la tragedia risultante dall’operazione militare di “salvataggio” algerina, fornisce una giustificazione umanitaria all’intervento militare occidentale guidato dall’US AFRICOM. Quest’ultimo non opera solo in Mali e Algeria. Potrebbe anche includere la vasta regione che si estende sulla cintura sub-sahariana del Sahel, dalla Mauritania al confine occidentale del Sudan. Questa escalation è parte di un piano militare e strategico degli Stati Uniti, fase segeunte della militarizzazione del continente africano, “un passo successivo” della guerra USA-NATO in Libia del 2011. Si tratta di un progetto di conquista neo-coloniale degli Stati Uniti di una vasta area.
Mentre la Francia è l’ex potenza coloniale che interviene a nome di Washington, la fine del gioco  vedrà l’esclusione della Francia, infine, dal Maghreb e dall’Africa sub-sahariana. Questo declassamento della Francia come potenza coloniale, è stato avviato fin dalla guerra di Indocina nel 1950. Mentre gli Stati Uniti si preparano, a breve, a condividere il bottino di guerra con la Francia, l’obiettivo ultimo di Washington è “ridisegnare la mappa del continente africano” e infine portare l’Africa francofona nella sfera di influenza statunitense. Quest’ultima si estenderebbe su tutto il continente, dalla Mauritania sull’Atlantico a Sudan, Etiopia e Somalia. Un analogo processo di esclusione della Francia dall’Africa francofona è in corso dal 1990 in Ruanda, Burundi e  Repubblica del Congo. A sua volta, il francese quale lingua ufficiale nell’Africa francofona, viene insidiato. Oggi in Ruanda l’inglese è la lingua ufficiale, accanto al kinyarwanda e al francese. Da quando l’RPF è al governo, dal 1994, l’istruzione secondaria veniva offerta in francese o in inglese. Ma dal 2009 viene offerta solo in inglese. L’università, dal 1994, non utilizza più il francese. (Il presidente del Ruanda Paul Kagame non legge o non parla francese). Nel 2009, il Rwanda entrava a far parte del Commonwealth.
La posta in gioco è un vasto territorio che, durante il periodo coloniale francese copriva l’Africa occidentale ed equatoriale francese. Il Mali durante il periodo francese veniva indicato come Le Soudan français (il Sudan francese). Ironia della sorte, questo processo di indebolimento e, infine, di esclusione della Francia dall’Africa francofona viene effettuato con l’avallo tacito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e del presidente François Hollande, entrambi al servizio degli interessi geopolitici degli Stati Uniti, a danno di quelli della Repubblica francese. La militarizzazione del continente africano fa parte del mandato dell’US AFRICOM. L’obiettivo a lungo termine è esercitare il controllo geopolitico e militare su una vasta area, che storicamente rientrava nella sfera d’influenza della Francia.
Questa zona è ricca di petrolio, gas, oro, uranio e minerali strategici. (Cfr. R. Teichman, The War on Mali. What you Should Know: An Eldorado of Uranium, Gold, Petroleum, Strategic Minerals…, Global Research, 15 gennaio 2013)

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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