Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento'”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
– la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
– L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
Il Fattoquotidiano
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 22 febbraio 2013

pb-120618-obama-putin-01_photoblog900In un articolo pubblicato il 26 gennaio in Russia, Thierry Meyssan espone il nuovo piano di partizione del Medio Oriente su cui lavorano la Casa Bianca e il Cremlino. L’autore rivela i dati principali dei negoziati in corso, senza pregiudicare l’accordo finale o la sua attuazione. L’interesse dell’articolo è che permette di capire le posizioni ambigue di Washington, che spingono i suoi alleati in una situazione di stallo, imponendo un nuovo ordine nel prossimo futuro, pena l’esclusione.

Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica. Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione. I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica.
I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese. D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente. Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto. Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.
E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei  facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama. Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.
Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.
Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.
Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente. Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.
Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la  nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria. Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.
Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori. Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).
Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.
Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda. Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.
Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni. Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche  usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica. Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.
I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

Thierry Meyssan

Fonte: Odnako (Federazione Russa) Settimanale informazioni generali. caporedattore: Mikhail Leontiev.
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Black Ops’ di Brennan in Libia ha provocato il “Bengasigate”

Patrick Henningsen, Global Research, 13 febbraio 2013

John O. Brennan

John O. Brennan

Il Bengasigate continua a dipanarsi, e l’uomo che è al centro delle udienze di questa settimana a Washington DC, viene ora accusato dell’assedio al complesso dello scorso settembre… Secondo un nuovo libro inchiesta pubblicato da due ex soldati delle operazioni speciali, e riportato esclusivamente dal Daily Mail, l’ex direttore della CIA David Petraeus sarebbe stato ricattato da due alti ufficiali della CIA, affinché si dimettesse ed ammettesse pubblicamente la sua relazione con l’agente dell’intelligence Paula Broadwell. Naturalmente, questo aspetto della storia sicuramente spingerà le vendite del libro, ma non è la rivelazione più importante della storia…

Il signore dei droni: John O. Brennan
Nel loro libro, che dovrebbe essere presto pubblicato, dal titolo ‘Bengasi: La relazione definitiva’, gli autori Jack Murphy (un berretto verde dell’esercito) e il co-autore Brandon Webb (Navy SEAL e amico di Glen Doherty, che morì durante l’assedio di Bengasi), ha anche rivelato che il ‘Signore dei Droni’, John O. Brennan, attuale candidato direttore della CIA dal presidente Barack Obama, che è stato il viceconsigliere del presidente alla NSA all’epoca, aveva ‘autorizzato delle operazioni segrete unilaterali al di fuori della struttura di comando tradizionale’, utilizzando il Joint Special Operations Command (JSOC) del Pentagono in Libia e Nord Africa. Le black ops di Brennan avrebbero suscitato le ritorsioni che in Libia hanno portato all’assalto al complesso di Bengasi dell’11 settembre 2012, dove rimasero uccisi quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Chris Stevens e tre altri. Vale la pena di notare qui che l’assedio di Bengasi è stato inizialmente attribuito da Hillary Clinton, Susan Rice e da tutti i media degli USA e dalla BBC, all’epoca, al video fasullo di YouTube dal titolo “L’innocenza dei musulmani“. Era la prima fase del cover-up.
Quindi, secondo il nuovo libro, fu John O. Brennan ad aver architettato gli eventi che hanno portato alla debacle del Bengasigate? A quanto pare, sì, ma non solo… Il libro di Murphy e Webb, anche se molto incisivo e accurato su ciò che gli autori descrivono come “una vasta rete di addetti militari e agenti dei servizi segreti volti a svelare la realtà dietro agli attacchi ‘raccontati’“, si concentra sul caso Petraeus, ma fornisce solo dettagli superficiali sulla natura stessa della missione dell’ambasciatore degli Stati Uniti J. Christopher Stevens in Libia. Né gli autori spiegano che il complesso in questione non era un'”ambasciata” a Bengasi, come la Casa Bianca di Obama ha detto all’inizio, e non era un “Consolato degli Stati Uniti” o un “centro di sicurezza della CIA”, come si è detto successivamente.
Susanne Posel di OccupyCorporatism.com, riporta ciò che è probabilmente la verità: “A Bengasi, Stevens alloggiava in una villa affittata dal dipartimento di Stato degli USA da un uomo del posto di nome Muhammad al-Bishari. La villa di Bengasi non era l’ambasciata degli Stati Uniti, una missione diplomatica o un estensione dell’ambasciata. In realtà, l’ambasciata più vicina degli Stati Uniti è a Tripoli. Stevens si trovava lì in quanto doveva colloquiare con il CNT, il governo de facto della Libia che gli Stati Uniti hanno supportato nel rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011. Stevens era stato precedentemente designato rappresentante speciale presso il CNT, durante la rivoluzione libica controllata dagli USA. Per mascherare il nuovo ruolo di Stevens, gli venne concesso lo status di ambasciatore degli Stati Uniti da Hillary Clinton, segretaria di Stato, e stanziato a Tripoli. Bishari ha confermato che Stevens sarebbe rimasto nella villa, quando ha incontrato il CNT. La missione di Stevens a Bengasi era raccogliere informazioni per la CIA, “avviando la sorveglianza e la raccolta di informazioni su una serie di gruppi militanti armati della città.”
Secondo il Daily Mail, ‘i nemici di Petraeus erano degli alti ufficiali della CIA che conducevano le indagini’. The Daily Mail prosegue spiegando come la storia di Petraeus abbia aperto e innescato un ‘colpo di palazzo': “Gli autori dicono che alti ufficiali dei servizi segreti che lavorano al 7° piano della sede CIA a Langley, in Virginia, hanno usato la loro influenza politica per garantirsi che l’FBI indagasse sulla vita intima dell’ex generale dell’esercito. Hanno poi detto a Petraeus che l’avrebbero pubblicamente umiliato se non ammetteva la vicenda e dava le dimissioni. ‘Era ben noto al personale di sicurezza di Petraeus (le guardie del corpo) che lui e Broadwell avevano una relazione. Non era l’unico dirigente dell’Agenzia o generale coinvolto in relazioni extraconiugali, ma quando al 7° piano hanno voluto far fuori Petraeus, hanno incassato i loro assegni’, scrivono Murphy e Webb. Il libro continua: ‘La realtà della situazione era che alti funzionari della CIA avevano già scoperto la vicenda consultando il PSD di Petraeus, e poi hanno trovato il modo di far avviare un’indagine all’FBI, al fine di creare una serie di prove e una traccia d’indagine che portasse alle informazioni che già avevano, in altre parole, un’indagine ufficiale che potesse essere usata per spingere Petraeus a dimettersi’… Gli alti funzionari erano furiosi per il modo in cui veniva gestita l’agenzia, da quando era stato nominato nel settembre 2011… Aveva incentrato il lavoro dell’agenzia dall’intelligence e dall’analisi alle operazioni paramilitari, tra cui gli attacchi con i droni.”
Ciò che rivela lo scandalo Petraeus è che il sensazionale affare extraconiugale è stato usato dai media per distrarre il pubblico dalla questione vera.

Chris Stevens e il traffico di armi della CIA
Secondo il Daily Mail, il libro di Murphy e Webb fornisce la documentazione secondo cui “Stevens ha probabilmente contribuito a mettere sotto controllo il maggior numero possibile di armi, dopo la guerra, per tenerle al sicuro, e a quel punto Brennan le esportava all’estero, per avviare un altro conflitto“. Anche se entrambi gli autori, che gestiscono un sito web chiamato SOFREP.com, un sito di informazioni curato dai membri, attuali ed ex, della comunità delle operazioni speciali, sembrano essere “ben posizionati” per accedere ad informazioni classificate privilegiate sugli eventi e a un’ampia rete di contatti nell’ambiente, potendo approfondire di parecchio su quali fossero i reati  principali: Chris Stevens, uomo di punta della CIA nella gestione del traffico illegale di armi dalla Libia alla Siria, attraverso la Turchia, diretto all’esercito libero siriano (ELS). Anche il senatore del Kentucky Rand Paul contesta Hillary Clinton su queste cose, ma ha subito l’ostruzionismo dalla segretaria di Stato uscente.
Il libro dice che Stevens stava aiutando John Brennan in un’operazione estremamente illegale di traffico internazionale di armi parallelo, un fatto che da solo dovrebbe (in teoria almeno) cassare,  alle audizioni, la nomina di Brennan alla direzione della CIA, questa settimana, a Washington DC. E’ sorprendente come questo aspetto della storia sia rimasto all’ombra di uno scandalo sessuale, rendendo sospettosi su questo libro e la sua tempistica particolare. Posel spiega anche il ruolo di Stevens come trafficante di armi della CIA: “Alcune spedizioni di armi fatte da Stevens possono aver riguardato artiglieria e armi inviate all’esercito libero siriano (ELS) in Siria, che combatte una guerra per procura degli Stati Uniti. Stevens era diventato il “collegamento” tra le fazioni terroristiche sponsorizzate da Stati e il traffico di armi per l’ELS in Siria. Le spedizioni all’ELS provenivano dall’Arabia Saudita, da dove provengono anche i terroristi salafiti e i partigiani della Sharia  utilizzati per promuovere interessi sovversivi. Grazie agli Stati Uniti, al governo saudita e a Stevens, l’ELS è il gruppo jihadista sponsorizzato da degli Stati più pesantemente armato del Medio Oriente. In realtà, le fazioni terroristiche islamiche che collaborano con gli Stati Uniti, sono state arruolate dal governo dell’Arabia Saudita per togliere di mezzo una delle spie della CIA di Petraeus. Questa spia era J. Christopher Stevens.”

Armi chimiche in Siria
L’altro aspetto evidente e molto grande di questa storia, anch’esso trascurato, è l’assai visibile filo  già comparso ai primi di dicembre 2012, dei rapporti sulle ‘armi chimiche in Siria’, probabilmente anch’essi originatesi in Libia, sotto la forma del vecchio stock di armi chimiche di Gheddafi  contrabbandate dalla Libia alle mani dell’ELS in Siria…, al fine di incolpare il governo siriano di Assad dell’uso di “armi chimiche contro il proprio popolo“. Alla fine di dicembre, la comunità di intelligence degli Stati Uniti, tramite il console generale degli Stati Uniti a Istanbul, in Turchia, sembra avere preparato la storia della minaccia delle armi chimiche di Assad da dare in pasto al pubblico, ma subito si iniziò a dipanare questo punto discutibile, praticamente abbandonandolo del tutto alla fine.
In ‘Bengasi: La relazione definitiva’, a quanto sembra gli autori hanno aperto la porta di alcune intuizioni incredibili e forse fondamentali negli eventi che riguardano il Bengasigate, e il loro libro farà un grande botto mediatico, ma sembra che gli insider delle black-ops Murphy e Webb abbiano trascurato l’aspetto più importante di tutta questa storia, che sembra solo essere lo scandalo che certamente farebbe cadere l’amministrazione Obama in un colpo solo.
Incredibile come questi eventi siano corroborati, o non confermati dai media, a seconda dei casi. Sempre più in questi giorni si vede una parata infinita di scrittori ex-Navy SEAL ed ex-commando delle Special Ops, che possono benissimo avere un grande libro nero da cui trarre quelle informazioni che i giornalisti non hanno, e in alcuni casi il loro rapporto con il mondo delle operazioni speciali potrebbero essere un po’ troppo stretto per considerarli dei ricercatori obiettivi ed indipendenti. Murphy e Webb non possono parlare di un “Rapporto definitivo” a pochi mesi dall’evento. E’ alquanto arrogante esserne sicuri. Aspettiamo il sequel del libro, che scopra la copertura della storia vera. Fino ad allora, ciò potrebbe essere solo una ‘detonazione mediaticamente controllata’.

‘Bengasi: La relazione definitiva’ di Brandon Webb e Jack Murphy, William Morrow Company, HarperCollins. Disponibile per il download in formato ebook.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell'”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Il Mali e la sinistra bellica social-colonialista, risposta a Samir Amin

184509Il mondo capitalistico sta sprofondando in una crisi sistemica senza precedenti e il mondo arabo è colpito da tentativi di destabilizzazione dopo decenni di saccheggi e dittature, che non sono per nulla, anzi, il risultato dei fattori locali che l’Africa oggi subisce, dal saccheggio ai conflitti irrisolti, al Congo alla Costa d’Avorio, dal Sud Sudan alla Libia. La Francia è impegnata in un nuovo conflitto armato in una delle sue ex-colonie, il Mali. La “sinistra contro la guerra” è globalmente passata dalla timida condanna del bombardamento della Jugoslavia e dell’Afghanistan all’aperto sostegno delle interferenze in Libia, Siria e Mali. Dobbiamo cercare di capire perché? E il motivo per cui potrebbe essere difficile navigare tra le reti occidentali ex-pacifiste e la sinistra antimperialista dei Paesi del Terzo Mondo.
L’inerzia colpevole e anche acquiescente alle teorie dominanti di molti “progressisti” occidentali sui temi della guerra e della pace, nei recenti avvenimenti in Libia, Siria e Mali, è in netto contrasto con la “guerra alla guerra” di Henri Barbusse, slogan creato nella Francia capitalista dalla sinistra anti-imperialista e anti-colonialista. E in questo contesto si può avvertire la posizione assunta da Samir Amin, in particolare sugli eventi del Mali, come una rottura con i principi fondamentali dell’internazionalismo: la sovranità, l’indipendenza, la non interferenza, ma anche una rottura con, ad esempio, la sinistra latino-americana e in generale la sinistra del sud del Mondo.
Come è possibile presentare Hollande e il suo governo “socialista” come disinteressati e quasi onorevoli nel rappresentare un’Europa in crisi, incapace di una posizione comune verso le crisi arabe e africane, contrastare il grande lupo cattivo USamericano, anche sfocando la questione dell’atteggiamento nei confronti della Cina e della Russia? Si tratta di un governo che rappresenta l’interferenza e l’interventismo francesi, in linea con ciò che furono storicamente in Francia i “socialisti”, uno strumento del colonialismo e della feroce repressione contro i movimenti di liberazione nazionale (si veda in particolare: Mitterand e Algeria). Responsabilità che non sono mai state analizzate, criticate e quindi superate dagli interessati.
Ci aspettiamo che il Presidente del Forum delle alternative presenti un’alternativa all’estensione degli errori della sinistra socialista fin dal periodo coloniale, che in realtà continuarono durante i governi di sinistra dal 1981. L’interventismo militare dei Paesi ricchi, perlopiù Paesi ex-colonialisti, è tutto tranne che un riferimento morale e filantropico per le stesse persone che hanno creato e mantenuto regimi fantoccio dall’indipendenza, come quello che esiste oggi in Mali! Dal rovesciamento con la forza e la manipolazione dei servizi neocoloniali del governo progressista del grande patriota del Mali Modibo Keita. Un comportamento grottesco, pertanto, che non può accettare un sostegno reale al Terzo Mondo, che continua a chiedere inutilmente dal 1960 un nuovo ordine economico mondiale veramente egualitario e, quindi, un nuovo ordine politico che sia anche uguale ed opposto al “nuovo-vecchio ordine mondiale” oggi sostenuto dai centri imperialisti, sulla scia delle politiche reazionarie condotte alacremente nel corso degli ultimi trenta anni. Come si potrebbe immaginarlo, se è questa Francia, con il suo passato, che potrebbe negoziare sul Mali? In nome di cosa, di chi, potrebbe farlo in modo equilibrato?
In sostanza, torniamo ancora una volta alla famosa “responsabilità di proteggere”, ordita dai dronofili d’oltre-atlantico per giustificare o legittimare qui l’intervento militare francese in Mali, grazie allo stesso concetto in voga del “diritto di proteggere”. Ciò verrà visto, una volta che il polverone sollevato dai carri armati ricadrà a terra, dai popoli interessati come arroganza, disprezzo verso i popoli dell’Africa, che devono adorare perfino sulle in strade di Timbuktu le bandiere francesi distribuite ai bambini, dove non  mancherebbe molto che ci dicano “grazie bwana!
Queste storie propagandistiche sono un vero insulto per coloro che vengono presentati come “negri buoni” che applaudono i generosi francesi, come più di un secolo fa pretesero coloro che “portarono la civiltà ai popoli poveri e ignoranti.” In sostanza, dopo aver ripreso il discorso di Dakar di Sarkozy e il suo modo derisorio di presentare l’Africa, in particolare “l’incapacità dell’africano nell’entrare nella storia”, si svolge in realtà esattamente lo stesso discorso che ci riversano addosso i media. Infine, un economista “di sinistra”, se questo termine significa ancora qualcosa, e “contro la guerra”, nel momento in cui la Francia e l’Europa sprofondano nella crisi, nella disoccupazione e povertà di massa, deve prendere posizione anche sul costo di questa guerra, con stime che vanno dai 30 milioni fino, ad oggi, (secondo il ministro della guerra francese) a un milione di euro al giorno! E chiedersi: cosa sarebbe successo se questi importi fossero stati stanziati per lo sviluppo e la vera cooperazione con il Mali dalla Francia, che cosa sarebbe rimasto ai cosiddetti “islamisti” o tuareg separatisti, o ai loro alleati del Qatar e di altrove, dello spazio politico per intervenire?

Come analizzare la crisi in Mali
E’ chiaro che gli eventi del Mali non possono essere separati dagli effetti a lungo termine della colonizzazione e delle politiche neo-coloniali perseguite dalla caduta del primo governo del Mali, veramente indipendente e impegnato nello sviluppo nazionale, del presidente Modibo Keita, condannato a morte in prigione, mentre gli autori del colpo di stato furono portati al potere sotto l’influenza del governo francese del momento. Un colpo di Stato che, finora, ha condotto il Mali sulla via della sottomissione all’influenza neocoloniale, e frenato una politica autonoma di sviluppo.
E’ anche chiaro che gli eventi attuali in Mali sono il risultato diretto della distruzione dello Stato libico, causato delle interferenze delle potenze della NATO e delle monarchie assolutiste della penisola arabica. Armi e gruppi armati riunitisi nel nord del Mali dalla Libia, sono stati inviati in Mali dopo la caduta dello Stato libico, e senza che i satelliti degli Stati Uniti lanciassero l’allarme.
E’ anche chiaro che decenni d’indebolimento del governo del Mali e del suo esercito, come degli altri Stati confinanti, sono stati tollerati e persino incoraggiati dalle potenze esterne, e i soldati del Mali, che sono stati addestrati dai militari statunitensi, sono in gran parte passati, armi e bagagli, nel campo dei ribelli all’arrivo dei gruppi armati dalle diverse tendenze, nel nord del Mali.
E’ anche chiaro che il Mali, come i suoi confinanti, possiede quelle risorse strategiche (uranio, petrolio, gas, oro) ambite dalle potenze internazionali al momento emergenti, in competizione con gli Stati Uniti e i loro protetti, e che sono alla ricerca di fonti di energia e di risorse per garantirsi il proprio sviluppo.
E’ anche chiaro che l’unico Stato indipendente formatosi nella regione sia l’Algeria, il più grande Paese dell’Africa dopo lo smantellamento del Sudan unificato, compiuto sotto l’influenza degli Stati Uniti e di Israele.
E’ anche chiaro che il conflitto in Mali è caratterizzato, in primo luogo, dalle contraddizioni tra le potenze occidentali e le grandi società transnazionali, in una regione che è un’area tradizionale della Francia pre-coloniale e post-coloniale.
Ed è in questo contesto che dobbiamo analizzare l’impegno francese che ha ottenuto un supporto distante dai suoi alleati ufficiali e dalle potenze emergenti. In un Paese che non ha un vero governo legittimo, poiché il governo del Mali di oggi è il risultato di un equilibrio di potere instaurato da un colpo di Stato e da un contro-colpo di Stato, e in cui l’intervento francese gode della sostegno di ECOWAS, un’organizzazione strettamente economica, i cui dirigenti vengono spesso minacciati nella loro sovranità, in particolare, quella del governo della Costa d’Avorio, instaurato in seguito all’intervento esterno, una prima volta negli annali internazionali, incaricato di decidere chi avrebbe dovuto vincere le elezioni in quel Paese.
Ricordiamo, a questo proposito anche il carattere ignobile, aggressivo e criminale del governo francese del tempo, verso questo conflitto ancora irrisolto, che il Partito socialista francese, poi, ha ovviamente accompagnato questo movimento tradendo i suoi “compagni” del Fronte popolare ivoriano, un partito membro dell’Internazionale Socialista. A prescindere, inoltre, dalle opinioni che gli ivoriani possano avere del governo di Gbagbo, di cui sono i soli ad avere il diritto di emettere un giudizio in materia.
E’ anche chiaro che sono stati trovati, nei faldoni di Africom, i vecchi piani separatisti della fine del periodo coloniale francese, sul “grande Sahel”, con l’intenzione di frantumare gli Stati esistenti a favore di una vasta entità nel deserto scarsamente popolato e facilmente controllabile. AFRICOM, il comando militare statunitense per l’Africa, è sempre vanamente in cerca di un Paese africano che accetti di ospitare il suo comando, al momento in “esilio” a Stoccarda, in Germania. Il piano viene incluso come ipotesi di lavoro dalla potenza che sembra competere, in questa regione, con la Francia che, adesso, supporta l’esistenza formale degli Stati costituiti odierni.

Una “Comunità di destino” atlantica e/o contraddizioni inter-imperialiste?
Dal momento che il Qatar è chiaramente dietro tutti i tentativi di rovesciamento violento nei Paesi arabi e musulmani, in particolare in Mali, e che il Qatar è, di per sé, per la maggior parte del suo territorio, una base militare degli Stati Uniti, come concepire le contraddizioni che sembrano emergere in Mali tra la posizione francese e quella del Qatar… e del suo protettore? Sembra che in questo contesto vi sia ora una complementarità tra l’azione della Francia in Mali e l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di controllare l’Africa e bloccare lo sviluppo dei contatti tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina, e anche d’impedire l’esistenza di Stati forti e indipendenti sia politicamente che economicamente, in questo asse che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e si estende al Xinjiang, tagliando l’Africa e l’Eurasia in due parti.
Ma c’è anche una contraddizione inter-imperialista tra il vecchio colonialismo francese e le sue stanche derivazioni della “Françafrique”, e le potenze anglosassoni che appare, in modo particolare, con la competizione tra il gruppo Total e i gruppi British Petroleum ed Exxon-Mobile. E si può supporre che lo stesso valga per l’uranio e l’oro. Tuttavia, in Algeria, l’attacco proveniente dalla Libia che ha recentemente preso di mira il sito gasifero di Amenas, era un sito della British Petroleum, in cui su richiesta della stessa BP, non era  prevista una presenza militare algerina, essendo la sicurezza delegata in linea di principio alle società di sicurezza private scelte dall’azienda… e che non si sono viste attivarsi durante l’attacco terroristico. Questo avrebbe reso più facile attaccare un sito che si trova vicino al confine con la Libia, che nessuno avrebbe attacco altrimenti, inducendo così all’ipotesi della provocazione esterna.
Le autorità algerine hanno in modo rapido e sorprendente, impedito una lunga crisi degli ostaggi, che avrebbe permesso qualsiasi “mediazione” e qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Algeria. Un Paese la cui popolazione si è rifiutata di cedere alle sirene della cosiddetta “primavera araba” e in cui dei partiti algerini, sia “laici” che “regionalisti” o “islamisti”, vengono regolarmente ricevuti dall’ambasciatore degli Stati Uniti e dai suoi colleghi di altre potenze occidentali, o che gestiscono TV satellitari dell’opposizione “islamica” basata a Londra e in Qatar. Questo potrebbe spiegare la rabbia manifestata inizialmente dal Primo ministro britannico verso Algeri.
L’Algeria, probabilmente più del Mali, sembra essere un obiettivo primario delle potenze imperialiste della NATO. Sembra anche essere il loro prossimo obiettivo. Tutto è stato fatto affinché lungo i suoi vasti confini, dal Marocco al Mali passando per il Sahara occidentale, e dal Mali alla Libia e alla Tunisia, s’installino poteri o forze ostili a questo Paese non allineato e simbolo di una lotta vincente e difficile per l’indipendenza. In questo contesto, si potrebbe pensare che ci siano nella crisi in Mali due livelli di contraddizioni: la prima contraddizione inter-imperialista tra la Francia e le potenze anglosassoni, tra le multinazionali francesi e quelle associate alle potenze anglosassoni. Poi c’è la simultanea determinazione della Francia a rafforzare la sua posizione nell’alleanza atlantica, mostrando il ruolo essenziale che potrebbe svolgere nel respingere qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni più strette e più vantaggiose tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina e i Paesi non allineati, tutti impegnati a sviluppare eque relazioni economiche “Sud-Sud”.
A meno che non si adotti il punto di vista ottimista secondo cui la Francia avrebbe ripreso la sua tradizione gollista, allora sostenuta in linea di principio dal Partito comunista francese, di una politica verso il mondo “arabo” più “equidistante”, rompendo con la tradizione della “Françafrique” e agendo per imporla anche in Africa. Ma per ora, nulla lo suggerisce, poiché anche le esitazioni espresse dal candidato Hollande sulla NATO, sono svanite al suo arrivo al Palazzo dell’Eliseo, e che le attività della Francia in Siria e le continue consultazioni multiple tra Parigi, Doha e Tel Aviv sembrano dimostrare.
E’ impossibile, quindi, rimanere impegnati alla Carta delle Nazioni Unite, e quindi alla sovranità nazionale e alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, supportando qualsiasi politica di potenza, per la frammentazione o il dominio dell’Africa, dovunque essa provenga. Possiamo solo sostenere il diritto all’integrità territoriale, all’autodeterminazione e alla sovranità dei Paesi africani e arabi. E quindi tutto ciò che tende verso il ripristino della piena indipendenza, integrità territoriale e  sovranità nazionale del Mali, e a mantenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Algeria e di tutti i Paesi della regione saheliana. Motivi per cui, almeno, si dovrebbe essere molto attenti, anche prudenti, circa i recenti avvenimenti in Mali e nei Paesi vicini. Paesi minacciati dai gruppi terroristici creati da molto tempo e noti per i loro legami occulti con la criminalità e i servizi segreti, e che fanno anche riferimento alla loro fedeltà, per la maggior parte di essi, a un cosiddetto “islamismo” inventato dall’influenza di monarchie di un’altra epoca, e le cui attività sono state e sono tuttora supportate da potenze estere in Libia, in Siria e altrove.
Non possiamo quindi, se il progresso sociale dei popoli è importante per noi, che sostenere che la Francia faccia, prima di prendere una qualsiasi posizione, prova di coerenza sui principi avanzati dal governo, senza dubbio per motivi di pura forma, che denunciavano questi gruppi transnazionali e i loro sostenitori nella penisola arabica, dovunque si trovino, e quindi in particolare in Siria, agendo per creare le condizioni affinché il Mali goda il più rapidamente possibile della piena indipendenza e di un calendario per la rapida ricostruzione di un esercito nazionale, degno di questo nome, per l’evacuazione dal Paese delle forze straniere a lungo insediatevi, creando le condizioni per i colloqui di pace tra tutte le forze politiche del Mali, e senza interferenze esterne. Contraddicendo ovviamente gli interessi economici a breve termine delle classi dominanti in Francia. Ciò implica anche che la Francia cessi ogni attività, in Libia, che prolunghi i risultati dell’intervento disastroso del precedente governo francese, cessando ogni interferenza politica negli affari siriani, recidendo tutti i legami con un’opposizione esterna e un esercito la cui presenza è molto più dovuta a fattori esterni che a un desiderio mai mostrato dalla popolazione siriana. Piaccia o no, esiste un legame diretto tra gli eventi in Libia, Siria, Mali e Algeria. E la politica del governo francese sarà supportata quando darà prova di coerenza.
La fine del supporto delle monarchie assolutiste del Golfo, usuali relè regionali dell’imperialismo degli Stati Uniti, ai gruppi ribelli armati in Siria, Libia e Mali dovrebbe, ipso facto, por fine ai conflitti in questi Paesi e quindi rendere inutili la presenza dell’esercito francese in Mali. Se questo è davvero l’obiettivo perseguito da Parigi. In tale contesto, non possiamo che essere sorpresi da alcune voci, come Samirr Amin, note per il loro antimperialismo, prendere parte a questo conflitto, e per di più sostenendo l’azione della Francia, supportata dalla NATO, mentre nello stesso modo, come ricorda l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà alla Francia il diritto di fare in Mali tutto ciò che vuole.

L'”Islam politico” come elemento legittimante le interferenze
E’ in questo contesto generale, abbiamo bisogno di misurare e analizzare i problemi che affliggono molti attivisti per il progresso sociale, in particolare la questione del cosiddetto “Islam politico”. Si deve anzitutto rilevare che questa nozione è, in genere, di origine occidentale, mentre il fondatore dell’Islam è stato il primo leader di un partito politico, rivendicando in quanto tale il nome di “Hezbollah”, e che fu il capo di uno Stato creato a Medina, che ha redatto la prima costituzione al mondo, le cui regole garantivano la coesistenza di tribù e religioni in uno Stato comune.
L’Islam, in linea di principio, non è solo una credenza nella vita dopo la morte, non è solo un’etica sociale e giuridica, ma è anche un progetto politico sin dal suo inizio (economia senza usura, eguaglianza sociale di fronte alla legge, tolleranza religiosa, ecc.), anche se questo progetto, come gli altri, può essere letto e declinato in modo reazionario o progressivo. È quindi chiaro che, allo stesso modo, un Chavez o anche Angela Merkel, può rivendicare un “cristianesimo politico e sociale“, così come l’analisi sociale marxista, in parallelo al caso del Venezuela, può negare a priori ai musulmani il diritto di offrire liberamente al proprio popolo un progetto politico in conformità con le sue convinzioni. A meno che non si accetti, in nome della vecchia laicità ipocrita socialdemocratica denunciata da Lenin a suo tempo, e poi da Maurice Thorez, dei due pesi e due misure che ricorda l’etnocentrismo coloniale.
La cosiddetta questione dell'”islamismo”, difatti del takfirismo, dell’esclusivismo estremista risiede altrove. Sarebbe una questione strettamente interna ai popoli interessati, di cui nessun Stato esterno dovrebbe avere il diritto di interferire, anche se in realtà prende la forma reazionaria che sempre più spesso adotta oggi, se queste correnti non fossero state spesso manipolate dalle grandi potenze imperialiste e dalle monarchie assolutiste loro vassalle, assolutamente soggette alle norme politiche ed economiche del capitalismo predatorio globale. Non si possono confondere i gruppi transnazionali del traffico di droga, armi e migranti che hanno adottato l’etichetta “islamista”, come paravento per le loro lucrative attività e le loro lotte per il controllo del territorio, come sappiamo da almeno venti anni nel Sahel, e che le grandi potenze imperialiste e i loro Stati vassalli hanno lasciato fare, perfino incoraggiato, con le attività di altri “islamisti”, per quanto essi siano reazionari.
E’ necessario ricordare che, al tempo del governo talib in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio era stata quasi debellata in nome dei valori tradizionali dell’Islam, e che se l’Afghanistan è di nuovo oggi il principale produttore di droga, ne consegue, a immagine di ciò che è stato fatto in precedenza sotto gli auspici della CIA in America Latina, che l’occupazione del paese da parte della NATO ha rovesciato un governo “islamista” nazionale, reazionario e indipendente, sostituendolo con un un governo “islamista” sottomesso, basato su ogni  traffico possibile, e che è non meno, se non perfino più reazionario nei fatti, sia verso gli strati sociali e le aree emarginate, che nei confronti delle donne, fuori dalla scena mediatica centrale costituita dalla capitale, ad uso dei giornalisti occidentali.
E’ quindi chiaro che esiste un legame tra le declinanti potenze imperialiste occidentali, le monarchie assolutiste create ex novo dai colonialisti al culmine del loro potere, e le reti dei traffici “islamisti” utilizzate da questi circoli, che armano giocare ai pompieri piromani. Ciò non significa che non vi è alcuna contraddizione tra questi circoli. Tuttavia, non vanno confuse le contraddizioni che possono essere un punto non antagonistico tra la borghesia imperialista e compradora e le contraddizioni antagonistiche, o che possono eventualmente diventarlo.
Si può certamente credere che la Francia difenda i propri interessi capitalistici nel Sahel e che ciò passi attraverso atteggiamenti più moderati nei confronti delle popolazioni locali e di Stati indipendenti come l’Algeria, ma non possiamo negare che il suo intervento apre logicamente la strada ad altri interventi, e che nulla ci dica che l’intervento, che l’attuale ministro della ‘difesa’ francese desidera prolungare fino alla vittoria ‘totale’, non vada che a vantaggio della Total al dunque, e che ciò non ci trascini in una guerra infinita, disintegrando gli Stati esistenti ed aprendo, come nel caso della Libia di oggi, la via al disordine generale, permettendo alle aziende transnazionali più potenti di “garantirsi” le miniere e i giacimenti che saranno riusciti ad arraffare, lasciando il resto del territorio nelle mani dei signori della guerra, come è accaduto durante il colonialismo nell’ex-impero cinese, fatto a pezzi fino alla vittoria della Rivoluzione cinese, che restaurò l’integrità territoriale del Paese fin dal 1949.
Il nemico principale dei popoli del Sahara non è di origine locale, ma proviene dai centri dell’imperialismo, e se la Francia fosse seria nelle sue affermazioni di voler rispettare i popoli, prenderebbe la via di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le popolazioni locali,  rompendo con la NATO e l’UE e riconciliandosi con le potenze emergenti e gli Stati veramente indipendenti di Eurasia, Mediterraneo, Africa e America Latina, che costituiscono l’unico vero contrappeso alle mire guerrafondaie e distruttive del capitalismo predatorio globalizzato, “protetto” dalla NATO e da più di 700 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo, e dall’arcipelago di prigioni segrete della CIA, che godono della cooperazione efficace degli Stati membri della NATO e delle dittature o democrazie formali che vi restano assoggettate.
Quanto al Mali, nulla permette di dire quali siano le opinioni del suo popolo sugli eventi che insanguinano il Paese, dal momento che nulla è stato fatto in prcedenza dagli attori esterni della crisi attuale, per consentire dei negoziati tra tutte le parti rappresentanti il popolo. All’apparenza che sembra fornire a certuni un successo politico o mediatico effimero, preferiamo da parte nostra la difesa dei principi.

Bruno Drweski, storico, politologo, direttore de “La Pensée libre”, militante del collettivo “Pas en notre nom”.
Jean-Pierre Page, sindacalista, ex-responsabile del dipartimento internazionale della CGT, ex membro del Comitato centrale del Partito comunista francese.

Fonte: Combat 94

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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