Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, Netanyahu, S-300 e SS-26

Dedefensa 8 maggio 2013

6bec2d627576f415be813643cc1d4917Come già detto più volte, il sito DEBKAfiles deve essere decifrato tra le sue analisi orientate, se non fabbricate, e le osservazioni fondate e informate che riecheggiano le vere preoccupazioni della comunità di sicurezza nazionale d’Israele. Si porrà la notizia del 7 maggio 2013 nella seconda categoria. E’ un testo molto severo sul comportamento e la “strategia” di Netanyahu durante la sequenza degli attacchi israeliani in Siria. Il testo si conclude con questa osservazione effettivamente molto grave, in cui si ritiene che il fine manovratore che presumibilmente sarebbe stato Netanyahu, si è ritrovato intrappolato nel viaggio in Cina (5-10 maggio), che ha deciso di effettuare durante la situazione di emergenza tra Israele e la Siria…
“…Chiaramente, il primo ministro Netanyahu avrebbe fatto meglio a rimandare la visita cinese invece di recarvisi mentre le esplosioni dell’aviazione israeliana si riverberano ancora a Damasco. Rimanendo avrebbe mostrato una più solida e stabile mano sul timone. E dopo il decollo, avrebbe fatto bene a non indugiare per due giorni a Shanghai. Questo ha dato al leader russo la possibilità di spiazzarlo e somministrargli un forte rimprovero assai pubblicizzato, piombando così sull’agenda dei prossimi colloqui di Netanyahu con i leader cinesi.” Si noti che questa valutazione molto negativa del comportamento di Netanyahu è condivisa da diversi analisti, e anche dai leader politici intervenuti pubblicamente. Il più interessante di questi interventi è quello di Erdogan, alleato d’Israele nella guerra contro la Siria di Assad, ma dalla forte antipatia per Netanyahu e con una sfiducia generale verso Israele, che fa di questa “alleanza” una circostanza assai debole, se non incredibile. Novosti del 7 maggio 2013, riporta la reazione di Erdogan: “‘L’attacco israeliano contro Damasco è totalmente inaccettabile e non può avere alcuna giustificazione. Per il regime illegittimo di Assad, questo attacco è un dono e un bene prezioso’, ha detto Erdogan al gruppo parlamentare del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP). E spiega che Assad potrebbe sfruttare il raid aereo per distrarre l’opinione pubblica mondiale dal sanguinoso conflitto in Siria“.
Nella sua analisi, DEBKAfiles fa riferimento a una conversazione telefonica tra Putin e il primo ministro israeliano del 6 maggio 2013, mentre il secondo era a Shanghai. Le circostanze erano davvero assai sfavorevoli per Netanyahu isolato a Shanghai, impegnato in un tour commerciale, mentre Putin sembra abbia parlato di cose ben più gravi. Se il riferimento di cui sopra (Novosti) non è preciso, DEBKAfiles al contrario non è per nulla avaro, facendo riferimento alle proprie fonti che possono essere giudicate un relè semi-diretto dei leader della sicurezza nazionale israeliana… La sfiducia della comunità è ben nota, se non l’ostilità verso la leadership politica israeliana in generale, e in particolare verso Netanyahu.
Putin non ha detto come, ma ha annunciato di aver ordinato l’accelerazione delle forniture delle più  avanzate armi russe alla Siria. Fonti militari hanno rivelato a DEBKAfile che il leader russo si riferiva ai sistemi antiaerei S-300 e ai missili di superficie con capacità nucleare 9K720 Iskander (codice NATO SS-26 Stone), abbastanza precisi da colpire un bersaglio entro 5-7 metri di raggio a una distanza di 280 chilometri. Nella sua telefonata a Netanyahu, il leader russo non ha fatto mistero della sua determinazione a non permettere che Stati Uniti, Israele o qualsiasi altra forza regionale (ad esempio Turchia e Qatar) rovescino il Presidente Bashar Assad. Ha consigliato il primo ministro di tenere ciò in mente. Le nostre fonti aggiungono: Delle squadre della difesa aerea siriane sono già state addestrati in Russia sulla gestione delle batterie di intercettori S-300, che possono entrare in servizio non appena vengano sbarcati da uno dei voli arerei quotidiani dalla Russia alla Siria. Ufficiali della difesa aerea russa supervisioneranno il loro schieramento e la loro preparazione operativa. Mosca non reagisce solo alle operazioni aeree di Israele contro la Siria, ma anche in previsione dell’imminente decisione dell’amministrazione Obama di inviare le prime armi statunitensi ai ribelli siriani.”
I dettagli delle armi russi sono importanti. Riguardano due sistemi d’arma verso cui gli israeliani hanno dimostrato di avere una grande paura. Hanno già chiesto ai russi, al massimo livello (primo ministro) e a più riprese fin dal 2007, di non inviare S-300 e SS-26 agli iraniani e ai siriani. Abbiamo già trovato numerose indicazioni sulla possibilità che i russi consegnino gli SS-26 ai siriani (28 agosto 2008, 11 dicembre 2012 e 20 dicembre 2012). Gli S-300 non hanno molta importanza per la Siria, per ora, ma è proprio adesso il problema. Entrambi i casi sono teoricamente molto preoccupanti per Israele.
• L’SS-26 è un’arma offensiva dalla gittata sufficiente a minacciare in profondità Israele dai Paesi vicini. È molto precisa, molto difficile da rilevare ed estremamente difficile da intercettare. In termini di comunicazione e di simbolismo (ovviamente non parliamo dell’efficacia), vi è il fatto che l’SS-26 è un arma a doppia capacità (convenzionale e nucleare).
• L’S-300, a causa della sua gittata, elimina il vantaggio aereo essenziale dell’IAF, che interviene spesso contro la Siria in modalità “stand-off”, cioè da una posizione distante (spesso lo spazio aereo libanese) e sparando missili a lungo raggio, ma questo intervallo è più o meno equivalente appunto all’S-300. La vasta gittata dell’S-300 è una grave minaccia siriana all’aviazione militare israeliana.
Non discutiamo qui il fatto se ci siano state effettivamente delle consegne… L’annuncio di molte  consegne o di possibili consegne di queste armi, è di per sé una terribile arma della comunicazione. Ciò significa che la Russia, se lo era, non si ritiene più obbligata ad alcun passato accordo con Israele a non inviare tali armi, se non nel caso estremo in cui ci sarebbe stata una tale decisione. Legami o relazioni tra Israele e Russia in materia di sicurezza sono complesse e talvolta sorprendenti. La Russia può avere nei confronti d’Israele un approccio “comprensivo”. Al contrario, se gli eventi l’ordinano, la Russia può avere una politica molto rigorosa, e gli israeliani, che conoscono e rispettano i russi, sanno che la determinazione russa in questo caso è un fattore importante che non ha nulla a che fare con la procrastinazione e la politica gommosa degli Stati Uniti in questo settore. Tutto ciò dimostra indirettamente che in questa circostanza, come in altre, ma forse ancora di più in questo caso, la critica dei responsabili della sicurezza nazionale a Netanyahu è fondata, e ricorda del resto quel che abbiamo riportato nel testo del 7 maggio 2013, che riguardava direttamente Netanyahu: “Secondo i capi del Shin Bet: mentre era al comando, Yaakov Peri, ritiene di non aver ricevuto durante i sei anni del suo mandato, alcun ordine dai successivi governi. Vi è questa formula, i cui termini sono condivisi dai suoi colleghi: Israele ha vinto la maggior parte delle battaglie, ma senza vincere la guerra. ‘Non sapevamo da che parte andare’, dice Peri. ‘C’era sempre una visione tattica, ma mai strategica’.”
Se Putin in realtà ha detto a Netanyahu ciò che DEBKAfiles dice, o anche solo la metà di quello che DEBKAfiles dice, per Netanyahu la situazione è grave… Erdogan ha ragione quindi nel parlare di un “regalo”, che si può definire stupido, fatto da Netanyahu alla Siria. Il vero “dono” fatto alla Siria è avere aperto la strada alla Russia… Finora la Russia consegnava armi alla Siria seguendo un argomento che continuava ad indebolirsi, secondo cui adempiva ai vecchi contratti e/o consegnava principalmente attrezzature che non avevano alcun ruolo nella “guerra siriana”. Valido un anno fa, questo argomento è ormai vulnerabile e traballante a causa del prorogarsi e dell’approfondirsi del conflitto, mettendo la Russia in una posizione più vulnerabile nei confronti del suo “partner” del blocco BAO. Ma poi improvvisamente Israele crea la nuova dimensione dell’aggressione esterna alla sovranità della Siria, un argomento convincente che implica l’illegalità, la minaccia di un conflitto più ampio che costituirebbe un rischio terribile per la sicurezza della regione, ecc.; tutti argomenti molto forti a favore dell’atteggiamento russo nei negoziati come nella crisi in generale. Quindi, la Russia può dire che invia armi ad Assad al fine di proteggere la sovranità di un Paese, per contrastare l’espansione della guerra, per rispondere a un comportamento che può essere descritto non solo illegale, ma anche irresponsabile e catastrofico, tutto a spese d’Israele. La Russia è ancora una volta in una posizione di grande forza, sapendo discretamente di poter anche intervenire, rendendo un fatto se questo e quest’altro armamento avanzato venga consegnato e gestito da squadre russe.
Vediamo che S-300 e SS-26, consegnati o no, sono armi molto potenti innanzitutto sul piano della comunicazione. La loro evocazione, in una situazione in cui diventa accettabile, e anche quasi logico e indirettamente “legale” fornire tali sistemi, introducendo una terribile minaccia per Israele, non avendo mai nascosto la propria paura per tali armi. Israele perde quei vantaggi che tanto gli servivano ora: una posizione di pseudo-neutralità molto assertiva, supportata dalla minaccia aerea  contro cui nessuno, nella regione, avrebbe potuto fare molto. Dalla scorsa settimana e dalla chiamata di Putin a Netanyahu di ieri, questa percezione è andata in frantumi. Israele viene ora visto strategicamente molto vulnerabile, e questo per un vantaggio aleatorio e puramente tattico. La Siria ha ricevuto un dono regale, la Russia è più che mai padrona del gioco. SS-26 o no, S-300 o no, vi è la possibilità che queste cose inquietanti vengano effettivamente introdotte in Siria…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le manovre russe inviano un chiaro messaggio contro l’intervento della NATO in Siria?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 4 aprile 2013

navy-mediterranean-sea-ships_siC’è un legame tra gli eventi in Siria (forse anche le tensioni degli Stati Uniti con la Corea democratica) e le improvvise manovre della Russia nel Mar Nero iniziate il 28 marzo 2013? Mentre a Durban, in Sud Africa, i BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, hanno annunciato la formazione di una nuova banca per lo sviluppo, sfidando il FMI e la Banca mondiale, il russo Vladimir Putin ha dato via libera ad esercitazioni non programmate nel Mar Nero. Da sole le esercitazioni contano poco, ma in un contesto globale significano molto. Secondo il Cremlino, le manovre hanno coinvolto circa 7.000 militari russi; forze speciali, fanteria di marina e truppe aeroportate di pronto intervento. Tutte le armi della Russia vi sono state coinvolte e le esercitazioni sono state utilizzate per testarne l’interoperabilità. Oltre trenta navi da guerra russe di stanza nel porto ucraino di Sebastopoli, nella penisola di Crimea, e nel porto russo di Novorossijsk nel Kraj di Krasnodar, vi hanno partecipato. L’obiettivo delle esercitazioni è dimostrare che la Russia potrebbe mobilitarsi per qualsiasi evento da un momento all’altro.
Le manovre hanno sorpreso la North Atlantic Treaty Organization (NATO), che si è anche lamentata del fatto che le esercitazioni russe sono iniziate nel Mar Nero senza preavviso. In realtà, la NATO ha chiesto alla Russia di essere più aperta riguardo alle sue mosse e d’informare il comando della NATO, a Bruxelles, sui suoi movimenti militari futuri. Alexander Vershbow, il Vicesegretario generale statunitense della NATO, ha persino chiesto “massima trasparenza” alla Russia. Ci si  chiede perché sono così scossi?

Risposta russa ai piani di guerra contro la Siria?
E’ una coincidenza che la Russia mostri i muscoli, dopo che la NATO, il 20 marzo, ha rivelato di sviluppare piani di emergenza per un intervento in Siria, in stile libico? Due giorni dopo, Israele e Turchia hanno concluso il loro scontro diplomatico con un accordo tempestivo, presumibilmente mediato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama in una ventina di minuti, mentre era in visita in Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che con l’aiuto di Obama l’accordo è stato fatto con il primo ministro della Turchia Recep Erdogan, ponendo fine alla frattura diplomatica dopo l’assalto israeliano alla Mavi Marmara nel 2010. Alcuni giorni dopo, a questo evento ha fatto seguito la Coalizione nazionale siriana (CNS), un’organizzazione dell’opposizione fasulla costruita da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, che solennemente ha assunto il seggio della Siria alla Lega Araba. In quello che sembra essere un tentativo di ripetere lo scenario libico, il CNS è stato riconosciuto quale governo della Siria. Al vertice della Lega araba, il leader del CNS Moaz al-Qatib ha immediatamente chiesto l’intervento militare della NATO, in coordinamento con l’appello del Qatar del 26 marzo, per un cambio di regime e l’intervento militare contro Damasco.
In questa messa in scena si muovono i fantocci del CNS che chiedono a Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e NATO d’imporre una no-fly zone, con l’obiettivo di creare un emirato o un’enclave controllata dal CNS nel nord della Siria. Al-Qatib ha annunciato di aver detto al segretario di Stato John Kerry di usare i missili Patriot della NATO di stanza in Turchia, per creare la no-fly zone sulla Siria settentrionale. In effetti si parla della balcanizzazione della Siria. Kerry sembra essere d’accordo. Victoria Nuland, portavoce del dipartimento di Stato degli USA, ha detto che gli Stati Uniti considerano la richiesta di imporre una no-fly zone. Anche in precedenza, Kerry ha fatto una visita a sorpresa a Baghdad e ha minacciato il governo federale dell’Iraq di farne oggetto dei piani di cambiamento di regime di Washington contro la Siria. Ha detto che voleva che gli iracheni controllassero gli aerei di linea iraniani diretti in Siria in cerca di armi, ma ha anche detto molto di più. Tutti i satrapi dell’impero statunitense sono in movimento. Qatar e Arabia Saudita non nascondono più il fatto che armano e finanziano i ribelli in Siria. A febbraio, il Regno Unito e la Francia hanno fatto pressioni sul resto dell’Unione europea per revocare l’embargo sulle armi ai siriani, in modo che possano armare apertamente i combattenti e le milizie stranieri anti-governativi che cercano di rovesciare il governo siriano. Israele e Turchia sono stati costretti a ricucire lo strappo per il bene della guerra imperiale contro i siriani.

Obama riallinea Israele e Turchia contro la Siria
Il riavvicinamento turco-israeliano si adatta comodamente all’allineamento della scacchiera. La visita di Obama in Israele riguarda la politica per salvaguardare l’impero statunitense. Con i due vicini ostili della Siria, Tel Aviv e Ankara, avrà una maggiore cooperazione nell’obiettivo imperiale di rovesciare il governo siriano. Tutto d’un tratto, i governi di entrambi i Paesi hanno cominciato a lamentarsi, in linea con gli altri, di come la situazione umanitaria in Siria li stia minacciando. In realtà, Israele non ospita alcun profugo siriano (e opprime i siriani nel Golan sotto la sua occupazione), mentre la Turchia ha di fatto trascurato molti dei suoi obblighi legali e finanziari verso i profughi siriani che ospita sul suo territorio, e ha cercato di coprire ciò etichettandoli come “ospiti” stranieri. Secondo l’Agenzia France-Presse, gli israeliani hanno anche aperto un ospedale di campo militare per aiutare gli insorti a rovesciare il governo siriano. La struttura militare si trova nella zona chiamata Fortificazione 105, nella Siria occupata da Israele, le Alture del Golan (originariamente denominate alture siriane in Israele). Si tratta essenzialmente di una base di appoggio delle forze anti-governative ed è solo la punta dell’iceberg del coinvolgimento di Israele in Siria. L’attacco d’Israele alla Siria, a gennaio, è stato il frutto della cooperazione tra gli israeliani e le milizie ribelli.
Occhi sospettosi guardano al governo turco, e forse sempre più innervosito a causa della flessione dei muscoli del Cremlino, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha respinto le affermazioni che Tel Aviv e Ankara hanno serrato i ranghi contro la Siria. Davutoglu non dovrebbe  essere a conoscenza di ciò che è stato detto in Israele del loro riavvicinamento. Anche se Netanyahu ha giurato di non chiedere scusa per l’uccisione di cittadini turchi sulla Mavi Marmara, le scuse di Tel Aviv alla Turchia sono state pubblicamente giustificate dal governo israeliano in base alla volontà di affrontare la Siria coordinandosi con la Turchia. Molti occhi sospettosi che guardano all’accordo del governo Erdogan con Israele, sono turchi. Davutoglu in realtà ha mentito per scopi interni, ben sapendo che l’opinione pubblica turca si sentirebbe oltraggiata sapendo che il primo ministro Erdogan ha davvero normalizzato i rapporti con Israele per rovesciare il governo siriano.

Il messaggio delle manovre russe
L’impero statunitense organizza la scacchiera geopolitica con i suoi satrapi, nella guerra contro la Siria. Forse Israele prevede di utilizzarla per un re-play della crisi di Suez. Nel 1956, dopo che l’Egitto nazionalizzò il canale di Suez, il Regno Unito e la Francia pianificarono con Israele l’annessione del canale di Suez, grazie all’attacco di Israele contro l’Egitto e la susseguente pretesa d’intervenire militarmente, in quanto parti interessate che volevano tenere al sicuro e aperto al traffico marittimo internazionale il Canale di Suez. Un nuovo attacco contro la Siria sotto le bandiere israeliane, è possibile e potrebbe essere usato come pretesto per un’”invasione umanitaria” dei turchi e della NATO, che potrebbe portare alla creazione di una zona cuscinetto umanitaria nel nord (o a una grande guerra). Un modello può essere rappresentativo di tutti questi eventi. All’inizio del 2013, la Russia ha avviato grandi esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale tra le tensioni tra Mosca e la NATO e il Gulf Cooperation Council (GCC), che guidano la coalizione che destabilizza la Siria. Dopo che gli Stati Uniti e la loro coalizione anti-siriana hanno minacciato d’intervenire militarmente e schierato missili Patriot sul confine meridionale della Turchia con la Siria, una squadra navale russa era stata inviata al largo delle coste siriane, inviando un chiaro messaggio a Washington di non pensare d’iniziare una nuova guerra. A loro volta, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato di salvare la faccia diffondendo la voce che il Cremlino si preparava a evacuare i cittadini russi dalla Siria, perché il governo siriano sarebbe crollato e la situazione sarebbe divenuta critica.
Parallelamente alle manovre russe nel Mar Nero, l’aviazione russa ha compiuto voli a lungo raggio in tutta la Russia. Inclusi i voli dei bombardieri nucleari strategici russi. All’altra estremità dell’Eurasia, la Cina ha anche condotto proprie esercitazioni navali a sorpresa nel Mar Cinese Meridionale. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati ritraggono le mosse cinesi come una minaccia al Vietnam per un territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, i tempi del dispiegamento navale potrebbero essere collegati alla Siria (o alla Corea democratica) e coordinati con la Russia, avvertendo gli Stati Uniti a mantenere la pace internazionale. Come segnale del declino dell’impero statunitense, poco prima delle esercitazioni russe nel Mar Nero, tutti i capi dei sempre più assertivi BRICS hanno messo in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi avventurismo in Siria e in altri Paesi. La dimostrazione muscolare russa e cinese sono messaggi che dicono a Washington che Pechino e Mosca sono seri e dicono quello che dicono. Nel frattempo, questi eventi possono essere letti come segnali che per il sistema-mondo è in arrivo una nuova gestione.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su RT Op-Edge.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La partita a scacchi geopolitica dietro l’attacco israeliano a Gaza

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 1 dicembre 2012
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Le recenti ostilità tra la Striscia di Gaza e Israele devono essere considerate nel contesto del grande scacchiere geopolitico. Gli eventi di Gaza sono legati alla Siria e alle manovre regionali degli Stati Uniti contro l’Iran e il suo sistema di alleanze regionale. La Siria è stata compromessa come rifornitrice di armi di Gaza, a causa della sua instabilità interna. Israele ne ha capitalizzato politicamente e militarmente. Benjamin Netanyahu non solo ha cercato di garantirsi la propria vittoria elettorale alla Knesset attraverso l’attacco a Gaza, ma ha utilizzato l’instabilità  sponsorizzata in Siria come un’opportunità per cercare di colpire i depositi di armi dei palestinesi. Netanyahu ha calcolato che Gaza non sarà in grado di riarmarsi, mentre la Siria e i suoi alleati sono distratti. Il bombardamento della fabbrica d’armi Yarmouk in Sudan, che Israele dice essere di proprietà della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, faceva probabilmente parte di questo piano ed era  un preludio all’attacco israeliano a Gaza.
In questa partita a scacchi, siedono i cosiddetti “moderati”, una etichetta fuorviante utilizzata congiuntamente da George W. Bush Jr. e Tony Blair per imbiancare la loro cabala regionale di tiranni e regimi arretrati, assieme all’amministrazione Obama e alla NATO. Questi cosiddetti moderati sono i dittatori del deserto del feudale Gulf Cooperation Council (GCC), la Giordania, Mahmoud Abbas e la Turchia. Nel 2011, le file dei moderati furono incrementate dal governo della Libia installato dalla NATO e supportata dalle milizie anti-governative che la GCC/NATO ha  scatenato in Siria. Dall’altro lato della scacchiera si contrappone il Blocco della Resistenza composto da Iran, Siria, Hezbollah (e dagli alleati di Hezbollah in Libano, come Amal e il Movimento patriottico libero), il cosiddetto fronte del rifiuto palestinese, e sempre più l’Iraq. I Fratelli musulmani, emersi quale nuova forza regionale, sono sempre più spinti nel campo moderato da Stati Uniti e CCG, nel tentativo di giocare, in ultima analisi, la carta settaria contro il Blocco della Resistenza.
Forti contrasti tra Gaza e Siria L’attacco israeliano a Gaza è stato un banco di prova. Tutte le voci che spingono continuamente per una McJihad degli USA contro il governo siriano, in nome della libertà, sono sparite dai loro pulpiti o si sono silenziate improvvisamente quando Israele ha attaccato Gaza. Il tele-predicatore di al-Jazeera Yusuf al-Qaradawi e il Gran Mufti Abdul Aziz, prescelto dal dittatore dell’Arabia Saudita, sono rimasti in silenzio. Adnan al-Arour, uno squinternato esiliato religioso siriano che risiede in Arabia Saudita, come i capi spirituali delle forze antigovernative siriane, ha minacciato di punire chiunque dica che al-Qaida è presente tra le loro fila, ed ha anche rimproverato Hamas e i palestinesi per voler combattere contro Israele. I combattimenti a Gaza li hanno veramente messi nei guai. Qui vediamo le contraddizioni della loro “primavera araba”. Vediamo veramente chi sostiene a parole la liberazione della Palestina e chi no. Inoltre, i sostenitori stranieri della Coalizione nazionale siriana, un rimaneggiamento del Consiglio nazionale siriano sono, ironicamente, tutti sostenitori di Israele. Questo è il motivo per cui ricordare che il sostegno che l’Iran, la Siria e Hezbollah hanno fornito a Gaza è diventato un tabù tra i sostenitori delle forze antigovernative in Siria. Tutto quello che possono dire è che, qualsiasi riconoscimento del sostegno che Teheran, Damasco e Hezbollah hanno fornito a Gaza, è un tentativo di “ripulire Bashar al-Assad e i suoi sostenitori.”

Iran, Siria ed Hezbollah hanno aiutato i palestinesi di Gaza
Il razzo iraniano Faijr-5 incarna simbolicamente il sostegno di Teheran alla Palestina. Nonostante il fatto che Israele e Gaza siano di gran lunga impari, sono state prevalentemente le armi e le tecnologie iraniane che hanno cambiato i rapporti di forza. Teheran è stato il principale alleato e sostenitore della resistenza palestinese. Stati Uniti, Israele, Hezbollah, Hamas, Jihad islamica palestinese, e lo stesso Iran hanno riconosciuto ciò in modi diversi. La Jihad islamica palestinese, che è nettamente filo-iraniana, ha apertamente dichiarato che tutto ciò che Gaza ha utilizzato nella lotta contro Israele, dai proiettili ai razzi, è stato generosamente fornito da Teheran. E’ stato anche riportato, durante i combattimenti, che Hezbollah, utilizzando una speciale unità dedicata all’armamento dei palestinesi, riforniva la Striscia di Gaza con alcuni dei propri razzi a lunga gittata. Tutto questo è avvenuto mentre i cialtroni di Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno invece armato le milizie antigovernative siriane. Egitto e Giordania continueranno ad essere dei partner importanti nell’impedire che le armi iraniane arrivino ai palestinesi. I combattenti palestinesi sono stati addestrati in Libano, Siria e Iran. Ironia della sorte, le forze antigovernative in Siria prendono di mira anche i membri dell’Esercito di Liberazione palestinese in Siria. Il sostegno che il Blocco della Resistenza ha dato ai palestinesi mette attori come la Turchia e il Qatar, contrari al governo siriano, in una situazione critica. Questi cosiddetti stati sunniti sono imbarazzati, non solo non riescono ad aiutare una popolazione prevalentemente sunnita, ma la loro mancanza di sincerità è palese. È per questo che vi è lo sforzo attivo di negare il sostegno che l’Iran e i suoi alleati hanno fornito a Gaza.

Scollegare Hamas dal Blocco della Resistenza e iniziare una guerra civile musulmana
Tornado alla storia su tutto questo, l’attacco israeliano a Gaza e il corteggiamento dei moderati verso Hamas non puntano solo alla neutralizzazione di Gaza. I leader di Hamas vengono tentati a scegliere tra il campo moderato e la Resistenza, e sempre più tra l’amministrazione o la resistenza attiva all’occupazione israeliana. Attraverso ciò, una qualche forma di accomodamento tra Stati Uniti e Israele viene ricercata da Hamas. Gli obiettivi sono svincolare i palestinesi, in particolare Hamas, dal Blocco della Resistenza, al fine di presentare l’Iran e i suoi alleati come ripiegati nell’alleanza sciita per dominare i sunniti. Se si è abbastanza stupidi da cadere in questa trappola, si entra nell’”American fitna” (scisma) in pieno dispiegamento, mirando ad innescare una guerra regionale civile musulmana tra sciiti e sunniti. L’amministrazione Obama sta cercando di costruire e allineare un asse sunnita contro gli sciiti della regione.
Si tratta della classica strategia del divide et impera che prevede che USA e Israele dominino la regione mentre i musulmani sono bloccati dal loro salasso interno. Gli sciiti sono sistematicamente vilipesi per gentile concessione della nuova guerra mediatica: Iran, Hezbollah, Bashar al-Assad (un Alawita sempre etichettato come sciita per favorire questo piano) e l’amministrazione di Nouri al-Maliqi in Iraq sono ritratti come i nuovi oppressori dei sunniti. Al loro posto la Turchia, con la sua quasi defunta politica estera del neo-ottomanesimo, e l’Egitto sotto i Fratelli musulmani vengono presentati come i campioni dei sunniti. Non importa che in Egitto, Mohamed Morsi abbia continuato il blocco di Gaza per conto d’Israele o che la Turchia di Erdogan abbia perso la voce quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza. Gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare i Fratelli musulmani d’Egitto per controllare Hamas, poiché è Cairo che ha stabilito un cessate il fuoco tra Israele e Gaza. Mentre l’Iran offre tecnologia militare, supporto logistico e finanziario, gli egiziani si sono presentati a Gaza per stabilire una qualche forma di normalità e il GCC per dare finanziamenti alternativi. Questo è il motivo per cui l’emiro del Qatar al-Thani ha visitato Gaza, adescando Hamas con la sua declinante offerta di petrodollari.

La divisione tra sciiti e sunniti è un costrutto politico
All’interno di Hamas vi sono diverse differenze su questo. Mentre Damasco, Teheran e Hezbollah desiderano una qualche forma di riconoscimento pubblico della loro assistenza vitale ad Hamas e ai palestinesi, i funzionari di Hamas sono stati attenti nelle loro dichiarazioni. Quando Khaled Meshaal ha ringraziato Egitto, Qatar e Tunisia nel corso di una conferenza stampa importante, ha malapena menzionato l’Iran. Il fare politico di Meshaal non è sfuggito al segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, che ha risposto poche ore dopo chiedendosi retoricamente chi abbia fornito e faticosamente trasferito i razzi Fajr-5 a Gaza?
Nasrallah ha chiesto alla gente di ignorare gli amici opportunisti di Gaza, come i qatarioti e i sauditi che pensano di poterli comprare per accedere nelle grazie dei palestinesi, ma a guardare verso gli amici di Gaza che le hanno permesso di resistere da sola. Poi il leader libanese ha ribadito il sostegno continuo del Blocco della Resistenza al popolo palestinese.
Nonostante la posizione del suo Politburo sulla Siria, Hamas fa ancora parte del Blocco della Resistenza. Ma con una nuova forma, ora. Se la Grecia e la Turchia erano in contrasto tra di loro, mentre erano alleati della NATO, allora Hamas può avere le sue differenze verso la Siria ed essere ancora alleata del Blocco della Resistenza contro Israele. La frattura in Medio Oriente non è settaria, tra sciiti e sunniti, ma è fondamentalmente politica. L’alleanza dei movimenti della resistenza palestinese, prevalentemente sunniti, e del Movimento Patriottico Libero, il più grande partito politico cristiano del Libano, con l’Iran ed Hezbollah a maggioranza sciita, deve disinnescare la percezione che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di coltivare.

Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG) di Montréal e autore di La globalizzazione della NATO (Clarity Press).
Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una guerra totale a Gaza

La linea rossa che Israele ha sfacciatamente attraversato
Dr. Ismail Salami, Global Research, 17 novembre 2012

Rapporti indicano che Israele starebbe ponendo le basi per una vera e propria guerra a Gaza. Secondo i media israeliani, 16.000 riservisti sono stati informati di una vera e propria guerra nella Striscia di Gaza, mentre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ordinato di richiamare altri 75.000 riservisti. Vi sono anche rapporti che indicano che le unità di paracadutisti israeliani e la brigata d’élite Givati si radunano presso la Striscia di Gaza. Fonti israeliane hanno confermato che dei missili palestinesi hanno colpito diversi quartieri di Tel Aviv e che lo scudo antimissile Iron Dome, che è stato pensato per essere orgogliosamente impenetrabile, ha intercettato solo un quinto dei razzi lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza, mentre i media israeliani avevano in precedenza riferito che l’Iron Dome era incredibilmente avanzato e che avrebbe intercettato il 100 per cento dei missili lanciati. Il Secondo Canale di Israele ha detto che solo 210 missili, su un totale di 650 sparati da Gaza, sono stati intercettati dallo scudo antimissile israeliano Iron Dome.
Solo venerdì mattina, aerei da guerra israeliani hanno condotto altri raid sulla Striscia di Gaza, tra colpendo parecchie volte Gaza City. “Ci sono stati 130 attacchi durante la notte, fino ad ora“, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, Islam Shahwan, all’AFP. Secondo i media israeliani, Israele ha colpito la Striscia di Gaza assediata circa 830 volte, finora. Harry Fear, un attivista e regista, racconta a PressTV ciò che ha visto a Gaza, “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è ciò che i palestinesi chiamano un massacro. Vediamo l’uccisione di donne in gravidanza, anziani e bambini. E’ una situazione molto, molto grave qui a Gaza, con praticamente ogni parte della Striscia di Gaza colpita dagli attacchi aerei o dai bombardamenti navali israeliani. Vediamo ammassare carri armati al confine.”
Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno provocato l’ira del mondo musulmano. Israele è in un vicolo cieco. Grazie agli sviluppi nella regione, le equazioni politiche sono diventate drasticamente negative per Israele. Non vi è più il regime supportato dagli USA del dittatore Hosni Mubaraq, che ha aiutato finanziariamente e militarmente il regime sionista nel corso degli ultimi decenni. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha richiamato il suo ambasciatore da Israele e ha rimproverato gli attacchi israeliani come una “palese aggressione contro l’umanità.” “L’Egitto non lascerà sola Gaza… Quello che sta accadendo è una palese aggressione contro l’umanità”, ha detto dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo. “Io dico loro, in nome di tutto il popolo egiziano, che l’Egitto di oggi non è l’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi da quelli di ieri“, ha osservato Morsi. Il primo ministro egiziano Hisham Qandil dice che il suo paese “farà di tutto” per porre fine alla nuova ondata di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza assediata. “L’Egitto farà di tutto per fermare l’aggressione e raggiungere una tregua duratura. Saremo con i palestinesi fino alla loro indipendenza… Questo è l’unico modo per dare stabilità alla regione“, avrebbe detto Qandil secondo Xinhua. Da parte sua, l’Iran ha anch’esso denunciato le atrocità del regime israeliano contro i palestinesi. Il Ministro degli Esteri iraniano Alì Akbar Salehi ha espresso il sostegno morale e politico dell’Iran alla Palestina. Abbastanza sorprendentemente, il primo ministro e ministro degli esteri del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabir al-Thani ha espresso l’ira della sua nazione e ha detto, “Condanno nel nome del Qatar… Il grave crimine non deve restare impunito. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU deve assumersi le proprie responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza nel mondo.”
Alcuni esperti e leader mondiali ritengono che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia perpetrando un genocidio come slancio pre-elettorale. Per esempio, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha detto: “Prima delle elezioni, costoro (Israele) sparano su persone innocenti a Gaza per motivi da loro fabbricati. Le potenze mondiali dominanti la stanno ora facendo pagare al popolo e ai combattenti di Gaza, e la Repubblica di Turchia sarà con i nostri fratelli di Gaza e la loro giusta causa.” Vi è infatti qualche consolazione nel sentire queste parole, soprattutto da Turchia e Qatar. Ma le parole non sono bastano e difficilmente aiuteranno la popolazione di Gaza che si trova in immediato pericolo di vita. Invece del sostegno verbale, devono aiutare finanziariamente e militarmente gli abitanti di Gaza, fornirgli armi e artiglierie (come fanno con i ribelli in Siria). Quando si tratta di Siria, insistono di avere buone intenzioni nell’armare i ribelli e che difendono una causa giusta. Che lo facciano con il popolo di Gaza e dimostrino che le loro buone intenzioni non sono solo riservate ad un gruppo, ma anche a un altro. Inoltre, proteste popolari contro l’attacco israeliano contro Gaza sono scoppiate in tutto il mondo musulmano, con molti slogan di “morte a Israele“.
Lo spettacolo universale della solidarietà nel mondo musulmano con il popolo di Gaza è un buon segno che all’entità sionista non sarà consentito intraprendere un qualsiasi cruento e diabolico avventurismo, e che c’è una linea rossa che ha attraversato così sfacciatamente. Ogni morte a Gaza non è solo la perdita di una vita umana, ma la graduale scomparsa della coscienza collettiva, che è così dolorosamente silenziosa verso le sofferenze di una nazione oppressa e la tirannia indicibile di un regime colonizzatore omicida. Vi è un notevole grado di verità nell’adagio secondo cui il silenzio di fronte alla tirannia è complicità con la tirannia stessa.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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