Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo sul nucleare iraniano potrebbe cambiare l’equilibrio di potere in Medio Oriente

Andrej Iljashenko, RIR, 27 novembre 2013
reporters-visit-Bushehr-Nuclear-Plant1Nel vertice a Ginevra, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (noto come P5+1) hanno raggiunto un accordo con l’Iran, secondo cui la Repubblica islamica ferma l’arricchimento dell’uranio oltre il 5 per cento di purezza e cede le sue scorte di uranio arricchito al 20 percento, diluendolo a meno del 5 per cento. Inoltre, gli impianti nucleari del Paese di Fordo e Natanz saranno sotto il controllo dell’AIEA, mentre la costruzione di un reattore ad acqua pesante presso Arak, in grado di produrre plutonio, verrà interrotta. In cambio, il gruppo P5+1, o per essere più precisi, gli Stati Uniti e l’Unione europea, hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro l’Iran. Questo permetterà all’Iran di riprendere limitate relazioni commerciali con gli Stati Uniti nei settori del petrolio e del gas, petrolchimico e automobilistico, nonché nel commercio di oro e metalli preziosi. Il beneficio risultante per l’Iran ammonterà a 5-7 miliardi di dollari di dollari. Tuttavia, questo accordo non è solo una questione di soldi. Il gruppo P5+1 ha presentato la richiesta che l’Iran spenga e smantelli le centrifughe già operative. Questa ed altre disposizioni dell’accordo permettono all’Iran di affermare che la sua richiesta principale, il riconoscimento del diritto di arricchire l’uranio, è stata accolta. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dato la seguente chiara sintesi dell’essenza del compromesso: “Questo patto significa che siamo d’accordo che sia necessario riconoscere il diritto dell’Iran all’atomo pacifico, compreso il diritto all’arricchimento, a condizione che le questioni che rimangono sul programma nucleare iraniano e il programma stesso vengano sottoposti allo stretto controllo dell’AIEA. Questo è l’obiettivo finale, ma è già stato impostato nel documento di oggi“.
Gli oppositori all’accordo insistono sul fatto che l’Iran così mantiene il potenziale per creare un’arma nucleare. Tutta la sua infrastruttura di arricchimento dell’uranio rimane intatta. Un deluso primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto: “Sottolineo: l’accordo non prevede l’eliminazione di una singola centrifuga“. Molti esperti hanno già osservato che una grande infrastruttura nucleare come quella dell’Iran, che consiste in circa 17000 centrifughe per l’arricchimento, è necessaria a un Paese con 12-15 centrali nucleari operative da rifornire con barre di combustibile. Tuttavia, finora l’Iran ha una sola centrale nucleare, a Bushehr, che riceve il combustibile dalla Russia. Gli iraniani attraversano un momento difficile cercando di spiegare perché abbiano bisogno di tante centrifughe, ma sono pronti a qualsiasi forma di controllo, tra cui videocamere, rivelatori e ispezioni improvvise. Anche la volontà degli Stati Uniti di accettare l’accordo richiede qualche spiegazione. Perché l’atteggiamento del Paese sul programma nucleare iraniano ha subito un cambiamento così repentino? Perché i diplomatici statunitensi erano impegnati in colloqui segreti con l’Iran da quasi un anno? Dopo più di 30 anni di ostilità, perché Washington ha deciso di cedere su alcune richieste? Certo, Mahmud Ahmadinejad è stato sostituito da Hassan Ruhani, ma il presidente iraniano in effetti non è altro che il capo del governo. Tutte le questioni di principio sono decise dall’Ayatollah Khamenei, leader spirituale e supremo dell’Iran, e là, nulla è cambiato. La risposta può avere più a che fare con la politica interna statunitense che con l’Iran.
Nei primi anni ’70, gli Stati Uniti subirono una sconfitta devastante in Vietnam. Poi lo scandalo Watergate costrinse il presidente Richard Nixon a dimettersi sotto la minaccia dell’impeachment. Fu  in quel momento, mettendo da parte tutti i sentimentalismi, che gli Stati Uniti compirono un avvicinamento senza precedenti nei rapporti con la Cina comunista. Oggi, gli Stati Uniti subiscono fallimenti in Iraq e Afghanistan e affrontano la sfida della primavera araba ed alleati che vorrebbero trascinarli nelle operazioni militari in Libia e Siria, obiettivi che sarebbero difficili da comunicare ai cittadini statunitensi. Il momento può essere giusto per un impegno degli Stati Uniti con l’Iran,  pronto a combattere per la leadership in Medio Oriente contro le monarchie petrolifere del Golfo. Tale mossa potrebbe riportare l’equilibrio di potere in Medio Oriente nella situazione precedente la rivoluzione del 1979, quando l’Iran faceva da contrappeso all’Arabia Saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dietro le quinte dell’accordo di Ginevra con l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 27/11/2013

1471103Ai negoziati di Ginevra, l’Iran e il P5+1 hanno raggiunto l’accordo che la comunità mondiale  aspettava da 10 anni. Alla base della trattativa vi erano i laici suggerimenti avanzati due anni fa da V. Putin, che hanno ottenuto nuovo slancio quando Rouhani è entrato nella carica di presidente dell’Iran, tali suggerimenti furono accettati anche dagli Stati Uniti e dai partecipanti europei alla finestra di dialogo. E’ difficile sopravvalutare l’importanza del consenso raggiunto, l’accordo è giustamente considerato storico e la volontà delle parti per il cosiddetto “accordo del secolo”  consente di compiere un passo importante verso un mondo più sicuro, soprattutto in Medio Oriente. Molto dipenderà da come l’Iran collaborerà al quadro dell’accordo interinale. Nella primavera di quest’anno c’erano pochi segnali sulla possibilità di giungere ad un accordo con l’Iran, e la probabilità che i diplomatici statunitensi e iraniani collaborassero su un progetto di accordo non poteva che suscitare scetticismo. Tuttavia, nel giugno di quest’anno c’è stato il cambio della presidenza in Iran e la nuova leadership, con la benedizione dell’Ayatollah Khamenei, ha immediatamente seguito la via della normalizzazione delle relazioni con gli USA. La Russia ha sostenuto gli sforzi dell’Iran, e i membri europei del P5+1 hanno visto la prospettiva di un riavvicinamento iraniano-statunitense con una certa dose di gelosia, temendo per i propri interessi nell’economia iraniana, e gli avversari regionali di Teheran hanno visto una minaccia diretta alla loro sicurezza nel nuovo corso del presidente Ruhani. Non solo l’Arabia Saudita, ma anche Israele hanno fortemente criticato la politica del presidente statunitense nel non disdegnare più l’Iran, ma di iniziarvi un dialogo. Ora molto dipende dalla volontà politica di Barack Obama, che ha incontrato forti resistenze al Congresso degli Stati Uniti.

Obama raggiungerà un accordo con il Congresso?
Barack Obama è stato tra i primi a supportare il nuovo accordo. In un discorso alla Casa Bianca del 23 novembre, Obama ha dichiarato che mentre questo accordo è “solo un primo passo”, è molto importante raggiungere un accordo globale sul programma nucleare iraniano. Non c’è dubbio che questa volta Washington abbia intenzione di andare avanti. Gli Stati Uniti programmano di affrontare il problema dello sviluppo nucleare iraniano, in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo interinale di sei mesi che, secondo l’US National Security Advisor Susan Rice, “fermerà il progresso del programma nucleare (dell’Iran) per ridurlo con modalità precise”. La pausa di sei mesi, come previsto dagli statunitensi, dovrebbe permettere di negoziare “una soluzione completa, a lungo termine che risponda pienamente alle preoccupazioni della comunità internazionale”. Fino al raggiungimento di questo accordo, la sospensione delle sanzioni contro l’Iran sarebbe “limitata, temporanea e reversibile”. Le sanzioni restano l’argomento principale della Casa Bianca. Dal punto di vista dell’amministrazione statunitense, la leadership iraniana fa sul serio sull’accordo nucleare, solo a causa della pressione economica senza precedenti sull’Iran. Su tale base, l’amministrazione Obama cerca di convincere i senatori a non affrettarsi ad adottare altre sanzioni contro l’Iran  assicurando i membri del Congresso che lo scongelamento dei beni promesso a Teheran darà all’economia iraniana non più di 10 miliardi di dollari. In confronto con le perdite dell’Iran per le sanzioni, è una compensazione abbastanza modesto anche se vi sono ipotesi che l’amministrazione Obama alleggerisca alcune sanzioni senza una decisione del Congresso, spingendo così la nuova leadership dell’IRI ad anticipare la propria adesione.
Il desiderio di aggirare i senatori è comprensibile, la maggioranza del Congresso sostiene l’accelerazione del processo di adozione di nuove sanzioni. La sua logica è semplice: le sanzioni dure hanno costretto il governo iraniano ad accettare seri negoziati sul programma nucleare, quindi, un’ulteriore pressione sull’Iran rafforzerà la posizione degli Stati Uniti in questa finestra di dialogo. Non vedono alcun vantaggio per gli Stati Uniti nell’accordo interinale con l’Iran e chiedono misure dure contro Teheran. La posizione dei legislatori statunitensi s’accorda con l’approccio del governo israeliano che insiste sul fatto che i negoziati in corso tra gli Stati Uniti e l’IRI non hanno senso. Per ora, entrambe le camere del Congresso hanno concordato per il rinvio dell’introduzione di nuove sanzioni, e la lobby ebraica ha perso la battaglia presso l’opinione pubblica degli Stati Uniti sulla questione iraniana. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti sulla questione dell’accordo con l’Iran ha mostrato che il 65% degli statunitensi è d’accordo con l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran in cambio di concessioni di Teheran sul suo programma nucleare.

Israele è alla ricerca di nuovi alleati con cui sostituire gli Stati Uniti?
Per molti anni la politica estera d’Israele è stata unilaterale e orientata esclusivamente agli Stati Uniti, nonostante questo, Israele ha apertamente ostacolato i negoziati sull’accordo interinale con l’Iran, cercando di sabotare la finestra di dialogo per poi emettere un ultimatum a Teheran. La prospettiva di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran significa essenzialmente che Washington rinuncia a far capitolare Teheran e, infine, al cambio del regime esistente nell’IRI. Questo è il motivo principale per lo sconforto d’Israele verso gli USA. Alla luce del deterioramento delle relazioni con Washington, secondo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è giunto il momento di cercare nuovi alleati che desiderino collaborare con Tel Aviv “sulla base di nuovi punti di vista sulla situazione”. Ciò indica il tentativo di riorientare completamente la politica d’Israele? Per ora non ci sono indicazioni che un tale scenario sia realistico. Mentre il capo della diplomazia israeliana ha criticato Washington per la sua disponibilità a raggiungere un compromesso con l’Iran sul programma nucleare, il ministro della Difesa di Israele Moshe Ya’alon ha incontrato il suo collega statunitense Chuck Hagel e, nonostante le controversie relative alla questione iraniana, le parti hanno confermato la prospettiva di sviluppare la cooperazione militare. Le relazioni speciali tra i responsabili della sicurezza dei due Paesi non sono in questione; l’alleanza militare tra Israele e Stati Uniti difficilmente potrà essere sottoposta a una significativa revisione nel prossimo futuro. Ma sullo sfondo della riduzione dell’autorità degli USA in Medio Oriente e dell’indecisione dell’amministrazione Obama, la retorica ostile potrebbe aumentare nelle relazioni dei due Paesi. Rimproveri si sentono in entrambe le capitali, ma i disaccordi difficilmente porteranno a misure radicali, è solo una questione di passaggi tattici a seconda degli interessi specifici delle parti nella situazione corrente. Così è stato, ad esempio, alla vigilia dell’ultimo round dei negoziati con l’Iran a Ginevra, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, volendo disobbligare la Casa Bianca, fece un tentativo consapevolmente inutile di parlare con il Presidente Putin sull’accordo con Teheran .

La Russia aspira al ruolo degli Stati Uniti nella regione?
Non solo in Israele, ma tra gli alleati arabi degli Stati Uniti, la convinzione che essi non siano più un partner affidabile in Medio Oriente guadagna slancio. Dopo i fallimenti dei piani statunitensi in Iraq e in Afghanistan, i Paesi della regione hanno motivo di dubitare della capacità degli Stati Uniti di garantire un risultato prevedibile in Medio Oriente. Ora non è chiaro come la situazione in Egitto si svolgerà, ciò che attende la regione in connessione alla nascente ripresa delle relazioni tra USA ed Iran, come l’Arabia Saudita reagirà, se la Turchia sarà soddisfatta del suo ruolo secondario e, soprattutto, come evitare che la Siria diventi un “Afghanistan arabo”… In quasi tutti i settori si osserva l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti, e nei Paesi del Medio Oriente incapaci di difendere i propri interessi si sviluppa un vuoto nell’alleanza con le grandi potenze mondiali. In tali circostanze, i leader mediorientali iniziano a rivalutare le loro relazioni con la Federazione russa, che viene sempre più considerata l’alternativa al focus strategico unilaterale su Washington.
La Russia potrebbe svolgere un ruolo importante in Medio Oriente, gli esperti considerano che il punto di svolta del suo ritorno alla regione sia la recente visita dei ministri russi al Cairo. Infatti, se la Russia, già presente nella sicurezza in Siria e dagli stretti rapporti con l’Iran, continua a sviluppare la cooperazione con l’Egitto, è del tutto possibile che ciò comporterà l’inizio di una nuova era nelle relazioni di Mosca con il Medio Oriente. Ora, per esempio, questa tendenza è diventata evidente in Iraq, il cui primo ministro Nuri al-Maliqi ha compiuto due viaggi a Mosca lo scorso anno, e neanche uno a Washington. I negoziati si concentrano sulla cooperazione sugli armamenti, indicando le serie intenzioni delle parti coinvolte. Tuttavia, non vi sono seri motivi per pensare che la Russia cerchi in questo modo di scacciare gli Stati Uniti dalla regione. Piuttosto, si può parlare del desiderio del Cremlino di essere un partner alla pari della Casa Bianca, il cui parere è tenuto in conto nella risoluzione dei problemi regionali. Di conseguenza, la Russia facilita la normalizzazione dei rapporti iraniano-statunitensi, tra cui la risoluzione del problema nucleare iraniano, così i riferimenti a trattative preliminari presumibilmente segrete tra gli statunitensi e gli iraniani, ignoti al Cremlino, non sono altro che un mito. E’ la posizione di principio di Mosca sulla soluzione del problema nucleare iraniana, ben nota ai suoi partner e rimasta immutata nei diversi anni, è stata utile ai partecipanti del P5+1, compresi gli Stati Uniti.
L’approccio della Russia si basa sul riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio, come  suo diritto inalienabile nell’ambito del trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e sull’obbligo di sottoporre il programma nucleare iraniano al controllo internazionale globale. Se si raggiunge un accordo, allora la Russia proporrà la rimozione di tutte le sanzioni. Si ricordi che la presenza delle sanzioni delle Nazioni Unite è un ostacolo all’adesione dell’Iran alla Shanghai Cooperation Organization, la cui crescente influenza è nell’interesse della pace e della stabilità dell’Asia centrale. La fuoriuscita dell’Iran dall’isolamento internazionale aumenterà l’influenza di Teheran in Medio Oriente, e questo sarà probabilmente un vantaggio per la Russia che ha una forte  partnership con l’Iran. La Russia si oppone alle sanzioni economiche e commerciali anche perché venivano sempre attribute come preparativi per la guerra, e gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora abbandonato la possibilità di chiudere con la forza il dossier del nucleare iraniano.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Operazione d’intelligence israeliana? Arrestate quattro persone per sabotaggio delle infrastrutture nucleari dell’Iran

21st Century Wire, Global Research, 6 ottobre 2013

100406-D-7203C-004Quest’ultimo complotto per destabilizzare l’industria nucleare civile dell’Iran arriva a suggellare la recente operazione d’intelligence per eliminare gli scienziati nucleari iraniani. Tre scienziati nucleari iraniani sono stati uccisi da esplosioni misteriose negli ultimi tre anni, ed un quarto è sopravvissuto un altro attentato. Oltre a ciò, Stati Uniti ed Israele hanno orchestrato l’assai rischioso attacco cibernetico Stuxnet ai sistemi degli impianti nucleari dell’Iran, nel 2010, operazione discutibile che metteva in pericolo milioni di vite innocenti. Il generale statunitense James Cartwright è diventato quest’anno lo spifferatore di più alto rango nella storia degli Stati Uniti, svelando al New York Times lo Stuxnet e il Flame quali programmi per virus di USA-Israele. Per ricompensa l’amministrazione Obama l’ha incriminato con l’Espionage Act del 1917. Lo scorso venerdì mentre il presidente Obama affermava che Ruhani diceva “solo cose giuste”, il leader israeliano Benyamin Netanyahu avviava attivamente un’azione pubblica e privata per minare ogni possibilità di una soluzione diplomatica con l’Iran.
Andrew McKillop di 21st Century Wire spiega che l’antagonista, con l’agenda e l’ipocrisia sul tavolo, Israele avvia una campagna propagandistica per demonizzare l’Iran: “In una performance epica all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 1 ottobre, l’israeliano Benyamin Netanyahu ha castigato la strategia di Obama verso Teheran, raccontando ai leader mondiali che il presidente iraniano Hasan Ruhani è un “lupo travestito da pecora”. Sostiene che questo venditore da bazar di Teheran è ancora più pericoloso del tizio precedente, una minaccia musulmana (se non araba) credibile che, secondo Netanyahu, è determinato a usare l’ingenuo e pericoloso disgelo delle relazioni di Obama per far avanzare astutamente il presunto programma bellico nucleare iraniano”.
Gli analisti ritengono che Israele abbia già un arsenale nucleare perfettamente attivo con almeno 80 testate della potenza esplosiva pari a quella di Hiroshima, circa 13-16 kilotoni ciascuna”. Obama ha sempre avuto difficoltà a dare un seguito alla sua retorica, tanto che nessuno si aspetta che il presidente vada lontano nella diplomazia con l’Iran. È probabile che le sue aperture pacifiche siano parte di un’azione di retroguardia nelle PR della Casa Bianca, per salvare il presidente da un crollo  nel gradimento dell’opinione pubblica. Quando arriva il momento critico e Israele s’impegna nell’aggressione preventiva verso l’Iran, è certo che la facciata diplomatica di Washington si pieghi a favore della potente lobby israeliana che, in ultima analisi, detta l’agenda della politica estera di Washington. Quest’ultimo sabotaggio sembra intenzionato a far deragliare i tentativi di pace tra l’occidente e l’Iran.
RT riferisce, “Le autorità iraniane hanno arrestato quattro uomini per la pianificazione del sabotaggio di siti nucleari. L’annuncio arriva mentre il neo-presidente iraniano prende provvedimenti per placare i timori sul suo presunto programma di armamenti nucleari. Il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana, Ali Akbar Salehi, ha annunciato che “un certo numero di sabotatori” è stato sorpreso “in flagrante”, prima che potesse portare a termine il piano. Quattro di questi individui sono stati catturati in flagrante e gli interrogatori sono in corso“, ha detto secondo l’agenzia Mehr. Salehi non ha indicato  dettagli sul presunto complotto per sabotare gli impianti nucleari iraniani, e non ha specificato quali siti nucleari sono stati presi di mira. Ha aggiunto che i sospettati sono ora interrogati dalle autorità iraniane. L’Iran ha accusato l’occidente, in diverse occasioni, di sabotaggio del suo programma nucleare. In passato Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato l’attacco informatico Stuxnet contro i gli impianti nucleari, nel 2010. L’Iran ha anche affermato che l’occidente è dietro l’assassinio dei suoi scienziati nucleari. L’arresto dei presunti sabotatori avviene  mentre il governo iraniano si adopera per dissipare i timori occidentali sul suo programma nucleare. L’occidente crede che l’Iran stia sviluppando armi nucleari, cosa che la leadership del Paese ha sempre negato, affermando che il suo programma nucleare ha scopi civili.
Il neo-incaricato presidente Hassan Ruhani ha spiazzato Washington con una mossa per riavviare i negoziati sul programma nucleare iraniano. Ruhani ha parlato al presidente Barack Obama, in una telefonata della scorsa settimana, il primo colloquio tra i leader statunitense e iraniano dopo oltre trent’anni. Così il Presidente Ruhani ha deciso d’incontrare i leader di Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina a Ginevra, a metà ottobre, nei negoziati più decisivi. La nuova leadership moderata iraniana vuole revocare le sanzioni economiche paralizzanti contro Teheran, attuate da Washington al fine di limitare il programma nucleare iraniano. Teheran ha detto che la comunità internazionale deve avanzare nuove condizioni per i negoziati di Ginevra. Attualmente, Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania, chiedono che l’Iran cessi l’arricchimento dell’uranio al 20 per cento. Inoltre, hanno chiesto a Teheran di rinunciare a parte delle scorte di uranio. La nuova  posizione dell’Iran sulla questione nucleare è stata salutata dai leader mondiali come un passo nella giusta direzione, e la possibile fine della situazione di stallo diplomatico.

‘L’Iran è ad un anno dall’avere armamento nucleare’
Tuttavia, Washington ha espresso scetticismo sulle motivazioni di Teheran. Venerdì scorso Obama ha detto che mentre Ruhani diceva “solo cose giuste“, restava da vedere se attuerà le promesse.  Inoltre, Obama ha dichiarato che l’Iran è a un anno dall’avere l’arma nucleare, citando fonti d’intelligence statunitensi. Israele, d’altro canto, sostiene che la volontà di Teheran di negoziare è solo uno stratagemma e che l’Iran sia a pochi mesi dall’avere capacità nucleari. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che Israele colpirà gli impianti nucleari iraniani, se Teheran non cessa le sue presunte ambizioni nucleari. Martedì scorso Netanyahu ha invitato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a non farsi ingannare dall’Iran, sottolineando che Israele è pronto ad “affrontare” da solo il Paese che ha etichettato come nemico dello Stato. “Ruhani è un lupo travestito da pecora, un lupo che pensa di poter gettare fumo negli occhi della comunità internazionale“, ha detto Netanyahu, che ha fatto appello alla comunità internazionale per mantenere le sanzioni finanziarie contro Teheran.”

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Likud sionista verso la sconfitta totale

Jim Dean New Oriental Outlook, 06.10.2013

E per quanto riguarda chi è interessato agli ebrei che controllano l’America, vedano le cose in questo modo. Se non è vero, non c’è niente di cui preoccuparsi. Se è vero, è meglio, sarebbe molto bello per noi“, Aaron Breitbart, Simon Wiesenthal Center, Los Angeles

Campaign-2012-Obama-Netanyahu-20120302Io, Io… che differenza può fare una telefonata. Ovviamente nessuno si aspettava che in Israele, da venerdì sera, i likudnik si agitassero in preda al panico. Avevano schierato tutta la loro intelligence per convertire il mancato intervento degli Stati Uniti contro la Siria in un prepotente soprassalto dello spauracchio sul programma nucleare iraniano. Ma l’AIPAC s’è schiantato e bruciato di nuovo. Netanyahu ha preso in giro se stesso di fronte alle Nazioni Unite, ancora una volta, cosa che tutti sanno non imbarazzarlo affatto, e sembra neppure gli israeliani. Bibi è su una nave che affonda per la sua scommessa sulla minaccia dell’Iran, perché un numero crescente di Paesi occidentali ha pubblicamente annunciato, uno per uno, di essere disposti a migliorare le relazioni con l’Iran. Ci sono stati due eventi chiave che hanno contribuito a chiarire il percorso della telefonata della svolta. L’Unione europea ha messo il suo prestigio nella lista dei singoli Paesi che migliorano le relazioni con l’Iran. Poi c’è stato il vertice alle Nazioni Unite con il gruppo P5 +1, che ha generato commenti sulla stampa molto promettenti riguardo “la risoluzione di tutte le questioni in sospeso“, per la prossima riunione di ottobre.
Le pretese della stampa statunitense hanno accreditato Obama sull’iniziativa della telefonata a Ruhani, potendo così testarne la ricezione al suo ritorno a casa, in Iran. Nel settore delle PR lo si chiama ‘messa in scena’. Ma Obama in realtà segue, e non guida. Tutte le aperture pubbliche degli altri Paesi all’Iran hanno preparato il terreno ad Obama, per poter dare a Bibi la cattiva notizia… che la bufala della minaccia nucleare dell’Iran è un cane morto. E’ giunto il momento per il mondo di andare avanti. Bibi corre a Washington per vedere Obama, lunedì. Ha anche ordinato a tutto il suo governo di imbavagliarsi, nessuno doveva commentare pubblicamente sui media ciò che dimostra la storica telefonata. Come affermato da una fonte anonima israeliana, “Netanyahu teme che si dirigano verso un pessimo accordo con l’Iran, e se è così, preferisce non ci sia alcun accordo“, ha detto la fonte. Vorrei chiedere al torbido Netanyahu, di quale accordo sta parlando. Hanno solo accettato di parlare. Ogni accordo è ovviamente ancora in ipotesi, per ora. L’Iran è già inciampato scioccamente nella pretesa che le sanzioni siano eliminate prima di iniziare la trattativa, un grande e inutile errore da parte sua. Quello che penso di Bibi, ma non vorrei dire, è che lui e i suoi estremisti del Likud vedono che la possibilità che l’esercito e il denaro dei contribuenti statunitensi siano usati  per eliminare un avversario dei sionista, stia sparendo. I Primi ministri israeliani, a lungo, hanno venduto al pubblico israeliano la loro capacità di avere l’aiuto militare e il sostegno dei contribuenti statunitensi. Le armi di distruzione di massa d’Israele rendono gli aiuti degli Stati Uniti tecnicamente illegali, ma questi continuano a mostrare che ‘una correzione’ stia ancora consolidando le proprie competenze in politica estera. Gli israeliani vedono i loro capi come se manipolassero la politica statunitense. Se ne sono anche vantati pubblicamente. Ho il sospetto che Bibi arriverà a Washington con un piano in due parti. Cercherà di far deragliare qualsiasi normalizzazione degli Stati Uniti con l’Iran, forse minacciando qualcosa come costruire altri 5000 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Oppure potrebbe cercare di estorcere la promessa di ottenere armi nucleari statunitensi di quarta o addirittura quinta generazione, in sostituzione delle ADM che gli israeliani hanno già, come premio di consolazione.
I sionisti radicali non possono immaginare un mondo in cui non hanno una crescente forza d’attacco nucleare. E per averla, devono tirare fuori questi spauracchi fasulli, per nascondere il fatto che hanno già queste armi offensive. I babbei hanno anche testato i loro nuovi missili balistici a lungo raggio, proprio nel bel mezzo del dramma del minacciato attacco alla Siria. E poi hanno testato due missili lanciati dai sottomarini. Penso che Netanyahu senta che il vento stia cambiando, che senza una qualche minaccia esterna artificiale, non vi sia alcuna reale necessità per Israele di tenersi il suo non dichiarato arsenale di ADM. Ciò significa che è a un passo dal sentirsi chiedere di consegnare quello che ha, nell’ambito di un piano di pace regionale. Rifiuterà, naturalmente, aprendo le porte alle sanzioni, che il mondo intero sosterrebbe subito. Chi lo meriterebbe più dei sionisti? La Lega araba già appoggia questo desiderato ‘Medio Oriente libero dalle ADM’, e l’unica cosa che ha protetto Israele in tutti questi anni, è la corruzione della politica statunitense. Per avere i finanziamenti politici ebraici, nel cuore della campagna elettorale, tutti i candidati hanno dovuto giurare fedeltà alla supremazia militare totale d’Israele su tutta la regione. Questo assegno in bianco a sostegno della politica israeliana, è stato un fallimento totale e causa di tanta miseria e distruzione in Medio Oriente, solo così i politici statunitensi potevano contare sui contanti ebraici per la loro campagna. Tutti coloro che l’hanno fatto, violavano il loro giuramento, mettendo a rischio la sicurezza nazionale statunitense per un piccolo Paese mediorientale di nessuna importanza strategica.
Proprio nel bel mezzo di tutto questo, Israele ha chiesto un grosso aumento supplementare in aiuti militari statunitensi. Caspita, sembra che vogliano che gli USA gli comprino i loro ICBM, proprio quando affrontiamo la chiusura per il tetto del debito. Gli statunitensi sono sempre al passo con il registratore di cassa d’Israele. Il fascino politico dell’offensiva iraniana continua ad essere sempre più pressante, alle sessioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri Zarif ha fatto centro rispondendo agli insulti da quattro soldi di Netanyahu sui tentativi dell’Iran per una riconciliazione. “L’offensiva del sorriso è assai meglio dell’offensiva della menzogna. Netanyahu e i suoi pari hanno detto, fin dal 1991… che l’Iran è a sei mesi dall’avere un ordigno nucleare. E sono passati quanti anni, 22? E ancora dicono che siamo a sei mesi dalle armi nucleari”. Caro Bibi, Zarif se ne fa beffe delle tue sparate, e il notiziario domenicale della ABC, pure. Sento cambiare il vento, Bibi, e penso che anche tu lo senti. Volevo controllare ciò che gli agenti dello spionaggio israeliano faranno, di lavoro straordinario la domenica. Ciò di solito comporta tirar fuori i media e think tank da loro controllati e far spargere materiale, già preparato da qualche ‘esperto’, con un documento importante o qualche intervista televisiva. Non ho avuto bisogno di aspettare molto.
Il Los Angeles Times, la Tel Aviv sul Pacifico, aveva un articolo di Paul Richter. La mia scommessa era che i sionisti avrebbero preteso il divieto totale di qualsiasi attività nucleare dell’Iran, quale unico modo con cui il mondo potrebbe essere messo al sicuro da un Paese, che non ha attaccato nessuno in 1000 anni. Avevo ragione. Mark Dubowitz della pro-sanzioni Fondazione per la Difesa delle Democrazie, pigolava che il diritto al riprocessamento dell’Iran previsto dal TNP, sia in qualche modo oggetto di soggetti estranei, come il desiderio d’Israele di annullarlo. La FDD è uno dei più grandi think tank neocon filo-israeliani che abbiamo, con personaggi famosi come l’ex-direttore della CIA James Woolsey, che vuole che Jonathan Pollard sia rilasciato quando lui e gli israeliani hanno ucciso più persone di qualsiasi uomo della CIA, nella storia. Woolsey deve essere considerato un traditore della fedele comunità dell’intelligence, che vorrebbe vederlo con Pollard a condividere la cella. L’intelligence israeliana spesso s’infiltra in questi grandi gruppi di riflessione, a fini di controllo, perché vi sono pezzi da novanta, come ex-politici e capi dipartimento, quale Loui Freeh dell’FBI, rendendo difficile investigare, se non impossibile… questo è il punto. La FDD è una copertura per le aggressive operazioni di cambiamento di regime all’estero, e sembra rappresentare una varietà di benefattori, anche degli interessi stranieri. Per esempio, sosterebbe il terrorismo di al-Qaida in Siria senza battere ciglio. Dovrebbe cambiare il nome in Fondazione per la democrazia del terrorismo. Altri articoli del LA Times affermano che qualsiasi ritrattamento nucleare iraniano serva solo a poter continuare a nascondere gli impianti per costruire la bomba. La bufala è stata smascherata da secoli da chi segue le procedure di ispezione. Queste élite dei media e dell’impostura, dimenticano che noi contadini sappiamo leggere.
L’AIEA ha confermato con i suoi controlli che non un grammo di materiale nucleare iraniano è andato disperso. Non è una novità per noi di Veterans Today, come per il nostro esperto nucleare Clinton Bastin, per 40 anni al dipartimento di Energia, che sa come come tutti i depositi siano sotto costante monitoraggio e siano in grado di rilevare qualsiasi deviazione quasi in tempo reale. Abbiamo anche altre fonti che confermano che le strutture segrete per la bomba sono un’altra beffa, con la nostra tecnologia satellitare che rileva il ritrattamento… ovunque, e potendolo fare da molto tempo. Non posso dire come o mi sparerebbero, e preferirei continuare a scrivere queste righe per voi. La gente sa in fondo che la minaccia nucleare dell’Iran è solo una grande operazione psicologica truffaldina, fin dall’inizio. E’ stata utilizzata per preparare i cittadini ad accordare fiducia a un futuro attacco all’Iran, quando quelle stesse persone non avrebbero creduto che il loro governo gli mentiva in faccia, e perché. Scriverò oltre su quali siano queste ragioni. Dovete solo fare un lungo viaggio sulla strada della memoria delle guerre passate, per scoprirne il perché.

Jim W. Dean è caporedattore di VeteranToday.com, produttore di Heritage TV Atlanta, membro della Associazione dei funzionari dei servizi segreti e dei Figli dei Veterani confederati, appositamente per New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah impone le linee rosse!

Réseau International, al-Manar 13 luglio 2013

HezbollahUn piccolo esercizio di calcolo: sommate il numero di missili Scud con i Katjusha di Hezbollah, quindi aggiungeteli ai missili Shehab e Zelzal, e divideteli per 7 milioni e mezzo di abitanti, avrete  quanti proiettili toccherebbero ad ogni israeliano. Quanto al problema di geometria, disegnate tre cerchi intorno a Tel Aviv: il primo per la capacità di distruzione dello Shehab, il secondo per lo Scud e il terzo per le Katjusha. Assumendo che l’assalto contro Israele sarà coordinato tra Hezbollah, Iran e Siria, raccomandereste ad Hezbollah di lanciare solamente i suoi Scud e tenersi le Katjusha, e all’Iran di utilizzare il suoi Shehab. Valutate le vostre risposte in base alla posizione e alla gittata dei missili”. Questo passaggio di un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz e firmato dall’editorialista Zevi Bareil, illustra il livello di preoccupazione tra gli israeliani, dovuto alla minaccia esistenziale derivante dalla forza di deterrenza balistica costruita dalla resistenza libanese dal luglio 2006 ad oggi. Ma “lo Stato spaventato” è ciò con cui il governo israeliano vuole preparare l’opinione pubblica e l’esercito al prossimo conflitto con la Resistenza in Libano, “che sarà deciso in un solo mese“, secondo le parole del Capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz. Tuttavia, Hezbollah ed Israele si trovano nell’equilibrio del terrore, il cui obiettivo è scoraggiare qualsiasi confronto. L’ex segretario alla Difesa statunitense Robert Gates l’aveva indicato quando disse che “Hezbollah ha assai più missili di molti governi.” Così, Israele ha di fronte due opzioni: o coabita con questa forza e si rassegna allo status quo, letteralmente l’opposto della sua dottrina militare basata sull’offensiva, o corre il rischio di uno scontro, di cui il comando ignora essenza e conseguenze, nonostante le affermazioni di Gantz.

Nasrallah punta sui missili della Resistenza
Hezbollah ha appreso l’arte della manipolazione da Israele. Il suo Segretario generale Sayad Hassan Nasrallah invia messaggi cifrati che il nemico sa leggere molto bene. Infatti, Israele ha decifrato il messaggio di Sayad Nasrallah. Negli ultimi anni, ha mobilitato a tutta velocità i suoi apparati d’intelligence per avere informazioni o dati sufficienti su armamento, addestramento e preparazione dei piani per il prossimo scontro. Il comando militare israeliano ha sviluppato un piano per misurare il tasso d’incremento degli armamenti di Hezbollah. Gli indicatori sono stati misurati in due fasi: la prima ha avuto inizio con la fine dell’offensiva di luglio ed è continuata fino al 2010; Hezbollah ha realizzato un salto di qualità, secondo le confessioni dello Shin Bet israeliano. Riguardo la seconda fase, è la più importante perché collegata alla crisi siriana durante cui Hezbollah ha ridotto le distanze negli armamenti acquisendo sistemi di difesa antiaerea super sofisticati e missili “Scud”.

Il punto di forza di Hezbollah dopo la guerra di luglio
Come primo passo, la testimonianza dell’ex direttore del “Servizio di ricerca” presso il Dipartimento d’intelligence, Generale di brigata Yossi Bedetz, ha indicato alla commissione per gli affari esteri e la sicurezza della Knesset, nel 2010, una realtà dolorosa per il pubblico israeliano quando ha detto francamente che Hezbollah ha un arsenale composto da migliaia di missili balistici di tutti i tipi e per tutte le distanze, tra cui missili a combustibile solido più precisi e di maggior gittata, concludendo che l’Hezbollah del 2010 era molto diverso da quello del 2006. Le stime israeliane sulla quantità di missili in possesso della Resistenza, sono aumentate come illustrato di seguito: da 12.000 razzi, secondo lo “studio Aviad”, si è arrivati a più di 20.000 secondo il ministro della Difesa d’Israele, Yehuda Barak, nell’agosto 2007. Poi un numero è stato finalmente adottato, le fonti dell’intelligence parlano di 42.000 razzi tipo “Katjusha”, “Raad”, “Zelzal”, “Khayber” e “Fateh 110“, con una gittata di 250-300 km e testate esplosive. Tale mutamento delle dimensioni è stato dimostrato nel 2010, secondo i servizi segreti israeliani, con l’acquisizione dei missili M-600, considerati più precisi dei missili precedenti e in grado di raggiungere una gittata di 250 km e di trasportare una testata di circa mezza tonnellata. Per non parlare di altri missili Scud trasferiti dalla Siria, con una gittata massima di 500 km e dotati di testate di mezza tonnellata, e dei missili tipo “Zelzal” da 400 km di gittata e dotati di un testata del peso di circa 300 kg.
Il dibattito in Israele in questi giorni  non s’incentra più sui missili “Kornet” e “Metz” che Hezbollah aveva prima della guerra, ma su un tipo più pericoloso e mortale. Dal 2008, Hezbollah detiene il successore del missile Kornet, il missile anticarro russo chiamato “Krizantema” con una gittata di sei chilometri e che può penetrare la corazza di tutti i tipi di carri armati. Il punto di svolta della deterrenza a favore della Resistenza si è verificato con l’avvio degli eventi siriani. Ciò che la leadership israeliana più temeva è diventato realtà, dal momento che Israele non è in grado di fare nulla per fermare l’acquisizione di armi da parte di Hezbollah, che sta accrescendo di giorno in giorno le proprie capacità.

Autosufficienza
_41902528_leb_missile_map416_18Hezbollah è riuscito a raggiungere diversi obiettivi mortali per la deterrenza israeliana. L’ex presidente del “Dipartimento d’intelligence militare” delle IDF, Generale Amos Yadlin, in uno studio sulla Resistenza è giunto a una conclusione sconvolgente per gli israeliani. Afferma che “tutte le armi di Siria e Iran, convenzionali o meno, sono giunte ad Hezbollah.” Stesso discorso dal suo collega, il presidente della “Direzione sicurezza e politica” del ministero della Difesa israeliano, Amos Gilad, che in un’ammissione, la prima del genere, conferma una verità incrollabile: “Hezbollah ha missili “Scud-D” da 700 km di gittata, in grado di trasportare una testata da 150kg, o testate biologiche e chimiche, in grado di colpire qualsiasi luogo d’Israele da un qualsiasi punto in Libano.” Questo “concerto horror” si è concluso con l’adesione del commentatore militare del sito web “Walla” Amir Boukhbot, che crede che “l’acquisizione da parte della Resistenza” degli Scud, “cambierà l’equilibrio politico in Medio Oriente. Basta infliggere un solo colpo per creare un forte effetto deterrente“, avvertiva.
Il nemico era appena venuto a conoscenza della presenza dei missili Scud della Resistenza, che uno studio del direttore del “Progetto sull’equilibrio militare in riserva nel Medio Oriente”, Yiftakh S. Shapir allertava a febbraio contro “gli effetti dell’acquisizione da parte della Resistenza di armamenti che potrebbero influenzare l’equilibrio strategico regionale.” Shapir parlava del male assoluto, i nuovi sistemi che potrebbero essere trasmessi al Libano e che potrebbero togliere il sonno ai responsabili della sicurezza e ai politici di Tel Aviv. I sistemi sono lo Stirlitz e il Pantsir-S1 da difesa area. Shapir ha sviluppato nel suo studio una serie di linee rosse che Israele non dovrebbe permettere di superare, altrimenti verrebbe sconvolto l’equilibrio, in favore di Hezbollah.
La prima linea è impedire l’ingresso in Libano del sistema di difesa aerea SA-17, un sofisticato sistema lanciamissili contraereo… Il secondo è il sistema missilistico antinave “Bastion”. Installato sulle coste libanesi coprirebbe il litoraneo israeliano. Inoltre, il missile supersonico antinave russo “Jakhont” renderà molto difficile il compito d’interdizione della marina israeliana.
Con l’entrata in azione del drone “Ayub” lanciato da Hezbollah lo scorso ottobre nello spazio aereo della Palestina occupata, per una profondità di 55 km, la Resistenza in Libano ha introdotto la prima equazione della deterrenza aerea nella storia del conflitto con Israele. Questo gli ha permesso di minare il sistema di protezione dello spazio aereo israeliano, ora penetrabile, soprattutto se questo velivolo e il suo successore, “Mersad”, non sono gli unici due dispositivi che possiede Hezbollah, secondo le fonti del Dipartimento d’intelligence militare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l'”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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