L’alleanza blasfema tra i mercenari della Blackwater e i governanti degli Emirati Arabi Uniti

Habib Siddiqui Mediamonitors 23 maggio 2011

“… Non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi per evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tanti volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.”

Ricordate la Blackwater USA, il gruppo militare privato che ha lavorato come contractor per il Dipartimento di Stato USA? Dal giugno 2004, è stata pagata più di 320milioni di dollari dal budget del Dipartimento di Stato per il suo servizio mondiale di protezione individuale, proteggendo funzionari degli Stati Uniti e alcuni funzionari stranieri, nelle zone di conflitto. Solo in Iraq, in una sola volta, impiegava non meno di 20.000 forze di sicurezza armate. Nell’Iraq post-Saddam, avevano tratto molta notorietà per il loro grilletto facile, dall’atteggiamento da Gung Ho. Tra il 2005 e il settembre 2007, il personale di sicurezza della Blackwater è stato coinvolto in 195 scontri a fuoco, in 163 di questi casi, il personale della Blackwater ha sparato per primo.
Nel 31 marzo 2004, gli insorti iracheni a Falluja attaccarono un convoglio con quattro contractor della Blackwater. Secondo i resoconti iracheni, gli uomini fecero irruzione in una casa e violentarono alcune donne. I quattro contractor furono attaccati e uccisi con granate e armi leggere. Più tardi i loro corpi vennero appesi a un ponte che attraversa l’Eufrate. Nell’aprile del 2005, sei contractor indipendenti della Blackwater furono uccisi in Iraq quando il loro elicottero Mi-8 venne abbattuto.
Il 16 febbraio 2005, quattro guardie della Blackwater di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Iraq, spararono 70 colpi su un’auto. Una ricerca condotta dal servizio di sicurezza diplomatica del Dipartimento di Stato concluse che la sparatoria non era giustificata e che i dipendenti della Blackwater fornirono dichiarazioni false agli investigatori. Le false dichiarazioni sostenevano che uno dei veicoli della Blackwater era stato colpito dagli spari dei ribelli, ma l’indagine aveva rivelato che una delle guardie della Blackwater aveva effettivamente sparato al proprio veicolo per sbaglio. Tuttavia, John Frese, alto funzionario della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti in Iraq, non volle punire la Blackwater o le guardie di sicurezza, perché credeva che eventuali azioni disciplinari abbassassero il morale del gruppo di mercenari.
Il 6 febbraio 2006, un cecchino impiegato dalla Blackwater Worldwide aveva aperto il fuoco dal tetto del ministero della giustizia iracheno, uccidendo tre guardie che lavoravano per l’Iraqi Media Network statale. Molti iracheni presenti alla scena dissero che le guardie non avevano sparato contro il ministero della giustizia. La vigilia di Natale 2006, una guardia di sicurezza del vicepresidente iracheno venne uccisa, mentre era in servizio all’esterno del compound del primo ministro iracheno, da un dipendente della Blackwater USA. Cinque contractor della Blackwater furono uccisi il 23 gennaio 2007, quando il loro elicottero venne abbattuto sull’Haifa Street di Baghdad. Alla fine di maggio del 2007, i contractor della Blackwater aprirono il fuoco per le strade di Baghdad, per due volte in due giorni, uno degli incidenti provocò una  situazione di stallo tra i contractor della sicurezza e i commando del ministero dell’interno iracheno. Il 30 maggio 2007, i dipendenti della Blackwater uccisero un civile iracheno di cui fu detto che stesse “guidando troppo vicino” ad un convoglio del Dipartimento di Stato che veniva scortato dai contractor della Blackwater.
Il governo iracheno revocò la licenza di operare in Iraq alla Blackwater, il 17 settembre 2007, a causa della morte di diciassette iracheni. Gli infortuni mortali si verificarono mentre una Blackwater Security Detail (PSD) privata stava scortando un convoglio di veicoli del Dipartimento di Stato statunitense, in viaggio per una riunione, nella parte occidentale di Baghdad, con dei funzionari dell’USAID. Come in molti altri casi precedenti, anche in questo si era riscontrato che le guardie della Blackwater avevano aperto il fuoco senza provocazione e con un uso eccessivo della forza. L’incidente aveva causato almeno cinque indagini, e una inchiesta della FBI aveva rilevato che i dipendenti della Blackwater usarono incautamente una forza letale. La licenza venne ripristinata dal governo statunitense nell’aprile 2008, ma all’inizio del 2009 gli iracheni annunciarono di aver rifiutato di estendere tale licenza.
I documenti ottenuti dalla fuga di informazioni sulla guerra in Iraq, sostengono che i contractor della Blackwater hanno commesso gravi abusi in Iraq, uccidendo anche dei civili. Nell’autunno del 2007, un rapporto del Comitato di Vigilanza della Camera del Congresso, aveva rilevato che la Blackwater aveva intenzionalmente “ritardato e ostacolato” le indagini sulla morte dei contractor (del 31 marzo 2004).
Così negativa era la percezione pubblica del gruppo di mercenari, che ha dovuto cambiare il suo nome due volte – prima nell’ottobre 2007 come Blackwater Worldwide e poi come Xe Services LLC, nel febbraio del 2009.
Dopo tutti questi incidenti gravi di non provocate orge omicide di civili inermi in Iraq, da parte dei mercenari dal grilletto facile che lavoravano come contractor per il Dipartimento di Stato USA, nel periodo post-Saddam, abbiamo pensato che avremmo visto per l’ultima la Blackwater e il suo CEO Erik Prince. Ma ci sbagliavamo. Assolutamente sbagliato! Ci siamo dimenticati che il male si vende alla grande! Un brutto mostro è tanto più preferibile di un Don della mafia quanto un affascinante uomo dall’animo candido.
Erik Prince si è stabilito ad Abu Dhabi e vi ha aperto una filiale dei mercenari. Ha preso il nome di Reflex Responses. La società, spesso chiamata R2, è stata autorizzata nel marzo scorso (2011). Oltre a statunitensi, inglesi, francesi e alcuni colombiani, R2 ha reclutato un plotone di mercenari sudafricani, inclusi alcuni veterani di Executive Outcomes, una società sudafricana nota per avere preparato dei tentativi di golpe o la soppressione di ribellioni contro dittatori africani negli anni ’90.
La scorsa settimana il New York Times (NYT) ha avuto un rapporto dettagliato su questo gruppo di mercenari, che viene impiegato – da chi altri questa volta se non – il principe Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi, emirato zuppo di petrolio, per proteggere la sceiccato dalle minacce. L’affare redditizio vale 529 milioni dollari. R2 spende circa 9 milioni di dollari al mese per mantenere il battaglione, comprendendo tra le spese gli stipendi dei dipendenti, per le munizioni e i salari per decine di lavoratori domestici che cucinano i pasti, lavano i panni e puliscono il campo.
Le legge degli emirati vieta la divulgazione dei documenti riguardanti le imprese, che tipicamente indicano le cariche sociali, ma richiede di pubblicare i nomi delle società sugli uffici e le vetrine. Nell’ultimo anno, il cartello fuori la suite è cambiato almeno due volte – ora dice Management Consulting Assurance.
Ci viene detto che la forza militare straniera era prevista mesi prima delle cosiddette rivolte della primavera araba, che molti esperti ritengono improbabile che si diffonda tra il popolo degli Emirati Arabi Uniti; funzionari statunitensi di R2 e coinvolti nel progetto, hanno detto ai giornalisti del NYT che gli emirati erano interessati allo schieramento del battaglione R2 per rispondere agli attacchi terroristici e per reprimere le insurrezioni all’interno dei campi di lavoro presenti in ogni angolo del paese, che ospitano pakistani, filippini e altri stranieri che costituiscono il grosso della forza lavoro del paese.
Vale la pena sottolineare che gli Emirati Arabi Uniti sono il fondo abissale della democrazia nel mondo arabo di oggi. Attraverso la loro infinita ricchezza si sono trasformati in una nuova federazione high-tech popolata da due comunità dal basso profilo – un corpo di modernisti capitalisti arabi (21% della popolazione) e occidentali (8% in totale), che hanno ben pochi contatti con il grande corpo dell’Islam, e una massa di lavoratori stranieri immigrati (per un totale del 71%) – 27% indiani, 20% pakistani, 8% bengalesi e 16% di altri asiatici – non pagati o sottopagati, senza documenti o passaporti (confiscati), che lavorano tutto il giorno, in ogni condizione, senza assistenza medica o supervisione. Come gli schiavi egizi dei tempi biblici che hanno costruito le piramidi, i lavoratori migranti – negatigli i fondamentali diritti umani – sono gli schiavi moderni che hanno costruito il Burj Khalifah (l’edificio più alto del mondo) e continuano a costruire il parco giochi per l’elite capitalista del mondo – una zona senza regole e senza timore di ricorso alla legge. Come sottolineato recentemente da Shaykh Abdal Qadir as-Sufi, “Non ci sono kamikaze negli Emirati Arabi Uniti, solo il suicidio settimanale di un lavoratore in preda alla disperazione per il suo stipendio, le sue condizioni di lavoro, il suo squallido dormitorio e il suo futuro.”
Gli Emirati Arabi Uniti, come molti dei Paesi del Golfo, hanno una scala dei redditi altamente discriminatoria, che si basa sulla nazionalità. Ad esempio, i salariati più pagati sono i bianchi occidentali (da Stati Uniti, Europa, Australia e Nuova Zelanda), seguiti dai cittadini del GCC, asiatici orientali (da Giappone, Corea), Sud-est asiatici (da Singapore, Filippine, Thailandia), sud-asiatici (da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e altri paesi africani (in questo ordine).
Mentre principi e sceicchi corrotti vivono una opulenta vita da parassiti, beneficiando delle prestazioni del dono di Dio alla nazione – la risorse in petrolio e gas naturale – e del frutto del lavoro dei loro lavoratori schiavi, che lavorano in quei giacimenti di petrolio e di gas naturale, nell’industria delle costruzioni e nei negozi o centri commerciali; questi lavoratori sono pagati con dei salari tra i più bassi immaginabili. Gli operai edili lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e sono pagati circa 370 AED (100 dollari USA) al mese. I ‘lavoratori’ sono vincolati dal sistema Kafala a non spostarsi dal loro lavoro ad un altro e vengono ‘legati’ al datore di lavoro. I lavoratori sono ospitati dai datori di lavoro nei dormitori conosciuti come campi di lavoro, di solito ai margini delle zone urbane. Ad al-Quoz e a Sonopar, a Dubai, la tipica abitazione di un operaio edile medio è una piccola sala (40 mq) che deve ospitare fino a otto lavoratori. Al-Quoz Camp ospita 7.500 lavoratori migranti che condividono 1.248 camere. La ritenuta dei salari, in totale disprezzo delle regole islamiche, è un luogo comune. Agli avidi datori di lavoro non piace che i loro lavoratori musulmani digiunino durante il Ramadhan, temendo che la loro efficienza sul lavoro ne risenta.
Nel maggio 2010, centinaia di lavoratori hanno marciato dal loro campo di lavoro a Sharjah al Ministero di Dubai, chiedendo di essere rimandati a casa. Avevano affermato che erano rimasti senza assegni per oltre sei mesi ed erano stati mantenuti nello squallore. Le autorità finalmente ne mandarono a casa 700 dei bloccati nel campo di lavoro Sharjah al-Sajar.
Quindi, non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tante volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.
Negli ultimi anni, il governo degli emirati ha inondato le aziende della difesa statunitensi, con miliardi di dollari per contribuire a rafforzare la sicurezza del paese. Una società gestita da Richard A. Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo durante la amministrazioni Clinton e Bush, ha vinto diversi contratti lucrativi di consulenza, negli Emirati Arabi Uniti, su come proteggere le loro infrastrutture.
Gli ufficiali degli emirati avevano promesso che se il primo battaglione R2 di Erik Prince fosse stato un successo, sarebbe stata acquisita una brigata intera di diverse migliaia di uomini. I nuovi contratti sarebbero miliardari, e avrebbero aiutato il prossimo grande progetto di Prince: un complesso di addestramento nel deserto per le truppe straniere, modellato sul compound della Blackwater di Moyock, Carolina del Nord
In una notte della scorsa primavera, dopo mesi di stanza nel deserto, i mercenari della R2 salirono su un autobus non marcato e furono inviati in un hotel nel centro di Dubai. Lì, alcuni dirigenti della R2 avevano organizzato il loro passatempo serale con le prostitute. In quale altro luogo nel mondo arabo se non negli Emirati Arabi Uniti, si può trovare tale esposizione di immoralità?
In un noto hadith, Muhammad (S), il Profeta dell’Islam, ha detto: “Allah l’Altissimo dice: ‘Ci saranno tre persone contro cui mi batterò nel Giorno del Giudizio: (1) la persona che fa una promessa con un giuramento nel mio nome e poi lo rompe, (2) la persona che vende un uomo libero come schiavo e si appropria dei proventi della vendita, e (3) la persona che impiega un operaio e dopo aver beneficiato appieno del suo lavoro, non riesce a pagargli i suoi debiti.” [Bukhari: Abu Hurayrah (RA)].
Muhammad (S) disse anche: “Date il suo salario al lavoratore prima che il suo sudore si asciughi.” [Ibn Majah: Abdullah b. Umar (RA)] Umar (RA)]
Qualcosa è profondamente sbagliato nel mondo arabo. Una una volta dotati di cammelli e di tenda-dimora, ed ora che volano su jet e hanno ricche abitazioni moderne, gli arabi del deserto sono così occupati a godere delle modalità e dei valori delle moderne tecno-società che hanno completamente perso il cuore di tutta la loro identità civica e spirituale. Hanno dimenticato che la migliore sicurezza non viene dai mercenari, ma da una forza lavoro soddisfatta che sia trattata equamente e umanamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

1898-2011. Dall’alba alla sirena imperialista: Odissea di una nuova era geopolitica

La situazione in Medio Oriente è sul punto di una capovolgimento strategico; iniziato l’anno con le rivolte del pane in Tunisia ed Egitto, e proseguita con le operazioni di ‘regime change’ pre-programmati in Libia, Libano e Siria, il tutto immerso nel caos nello Yemen, tra le manovre oscure in Palestina, nella repressione ‘politically correct’ in Bahrain, nelle rivolte più o meno abbozzate in Marocco, Oman e Algeria, nel silenzio totale saudita e nella tranquillità assoluta della Giordania; e qui non poteva essere diversamente, la Giordania è poco più di una caserma della CIA e perciò, pur non subendo contestazioni o rivolte interne, le esporta nei paesi vicini, in Siria, precisamente.
Neanche a Dubhai, il ‘popolo oppresso’ se l’è sentito di sottrarre qualche ora dallo shopping, per andare a manifestare contro la dittatura locale. In compenso, a Dubhai, dal novembre 2010, sbarcano per via aerea decine di colombiani. I colombiani entravano negli Emirati Arabi Uniti  come operai edili, ma in realtà, erano soldati dell’esercito mercenario segreto che Erik Prince, il miliardario della Blackwater Worldwide, sta costruendo grazie a 529 milioni di dollari donati da una delle petromonarchie più amate dalle democrazie occidentali, e dalle loro propaggini di sinistra, liberali o antagoniste che siano. Una regola vige, dettata dal capo in persona,  niente musulmani tra i mercenari di Dubhai. Non si può contare che dei mussulmani uccidano altri musulmani, avrebbe avvertito Prince. Pie speranze, o forse è stato particolarmente bravo con i mercenari dalla Siria e dalla Libia. Resta il fatto che la Blackwater trasferisce le proprie attività negli Emirati Arabi Uniti alla della cosiddetta ‘Primavera Araba’, che avrebbe dovuto culminare, secondo le menti che l’hanno quanto meno indirizzata, nel crollo dei regimi socialisti e nazionalisti arabi laici superstiti, la Libia e la Siria. L’obiettivo strategico perseguito dai manovratori della cosiddetta ‘Rivoluzione Araba’, era sventare la formazione di un blocco arabo-africano, che vedeva come motore la Jamahiriya di Libia, e ostacolare i progressi dei due maggiori blocchi antagonisti al polo imperialista USA/UE/NATO: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (Federazione Russa, Repubblica Popolare di Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tadzhikistan) e i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Questo obiettivo vede riunirsi un rinnovato coagulo geopolitico imperialistico, favorito dalle gerarchie brzezinskiane di Washington. Abbandonati i furori bellicisti dei neocon e dei cristiano-sionisti, l”Asse del Bene’ non vede più al suo centro Israele, emarginata dal quadro geopolitico attuale per via dell’inaffidabilità del governo Netanyahu/Lieberman, ma l’Arabia Saudita, le cui ‘connivenze’ con al-Qaida e i dirottatori dell’11 settembre 2001, di colpo, sono scomparse dal circo mediatico statunitense ed euroccidentale. L’Arabia Saudita costituisce un nuovo perno per le strategie atlantiste, rodhesiano-rockefelleriane, grazie all’influenza politico-ideologico regionale che possiede verso le sue alleate regionali, le altre petromonarchie del Golfo Persico, i regimi sunniti di Marocco e Giordania e i vari gruppi  della galassia islamista, compresa l’ectoplasma terroristico per eccellenza, al-Qaida, la cui presentabilità nel salotto imperiale anglosassone è stata recuperata tramite la sceneggiata hollywoodiana dell”assassinio meditico’ del suo capo, Usama bin Ladin.
Ottenuta la necessaria ‘morte’ del malvagio numero 1 sulla Terra, almeno presso l’opinione pubblica occidentale, ridiventa possibile giocare nuovamente la carta del fanatismo religioso, come ai bei tempi di Carter e Reagan, quando le cinquanta stelle dell’impero risplendevano di maggior fulgore (anche se, già allora, si trattava di effetti speciali hollywoodiani). Così s’è proceduto a costituire un ampio fronte per cercare di distruggere la Jamahiriya Libica: un vero e proprio esercito internazionale di mercenari da impiegare sul campo in Libia, visto il clamoroso fallimento della ‘rivoluzione’ bengasina, incapace di avere non solo il sopravvento sulle forze armate libiche, ma neanche di saper mobilitare la popolazione della Cirenaica: all’inizio della rivolta, le bande golpiste raggruppavano 4000 ribelli armati, a giugno erano circa un migliaio. Nessuno ha voluto aderire al mancato golpe. Da quel momento diventa sempre più massiccia la presenza di mercenari, avventurieri e contractors stranieri: arabi, mussulmani, latinoamericani o della NATO. L’armata brancaleone che la NATO ha rappattumato, è costituto da veterani degli squadroni della morte latinoamericani; argentini e soprattutto, come visto, colombiani. Addestrati nella ‘Scuola delle Americhe’, ora ricevono la possibilità di combattere gli alleati arabi dei loro nemici diretti: Chavez, Morales, Kirchner, Rousseff e Castro. Queste forze, concentrate nei centri della Blackwater, sono state inviate in Tunisia, per operare come massa d’urto per le operazioni della NATO in Tripolitania, soprattutto sul Jebel Nafusa, coordinando le bande di mercenari reclutate sul posto da agenti del Qatar e degli EAU, soprattutto tra le masse di disoccupati tunisini e di predoni in cerca di vendetta contro il governo libico.
A Bengasi e Derna, operano invece gli altri mercenari addestrati dalla CIA, i reparti di alqaidisti recuperati dagli statunitensi a Guantanamo, in Afganistan e in Pakistan. Qui cooperano in stretto coordinamento anche con le unità armate della Fratellanza Mussulmana (Ikhwan), che operano per conto dell’Arabia Saudita. Ryad sta cercano da anni di regolare i conti con Gheddafi, per via della politica petrolifera attuata da quest’ultimo; una politica tesa a fare delle risorse energetiche sia una leva di sviluppo economico, sia una forma di interventismo nella politica internazionale, al contrario della politica di fondo adottata dalle semi-borghesie comparadores del Golfo Arabo, la cui esistenza è dettata dalla stretta aderenza agli interessi occidentali. Si tratta di uno scontro prima che ideologico, geopolitico, geoeconomico e geostrategico.
Proprio la presenza di più e diversi attori reali e manovratori dietro le quinte della scena libica, e che rappresentano interessi anche contrastanti, ha portato al conflitto esploso all’interno del cosiddetto Consiglio di Transizione di Bengasi, portando alla morte di Abdel Fatah Younis. Younis, che siedeva nel CNT, era il maggior esponente della fazione libica che ha tradito la Jamahiriya, dopo Abdel Salim Jalloud, e aveva disertato presso i francesi, dei cui interessi era divenuto il fantoccio in capo locale. Il suo assassinio, per mano dell’Ikhwan, è un chiaro messaggio geopolitico: la Francia è stata estromessa definitivamente dalla gestione della Libia, a vantaggio dei sauditi e degli inglesi, gli sponsor dell’ala islamista dei golpisti anti-Jamahiriya. Difatti, non è un caso che Younis sia stato liquidato mentre la Francia stava contrattando con Saif al-Islam Gheddafi, la conclusione del conflitto. Parigi e Sarkozy hanno perso la partita che avevano così avventatamente intrapreso.
La palla passa in mano all’asse anglosassone, al club rodhesiano-rockefeleriano, sconvolto dalla crisi, al circo militar-mediatico dei ‘bombardieri umanitari‘ raccoltosi intorno alla cricca Obama-Clinton-Brzezinsky, e ai loro alleati regionali, le petromonarchie sunnite (dal Marocco alla Giordania, dall’Arabia Saudita al Golfo).
Sul terreno, le bande golpiste del CNT, il cui ruolo ricalca quello dell’UCK nei Balcani, assieme agli squadroni della morte dei mercenari, hanno subito una profonda ristrutturazione operativa. Avendo perso Misurata, ripresa dall’esercito libico, e non avendo potuto occupare l’industria petrolifera tra Bin Jawad e Aghedabia: un fronte dove le truppe golpiste hanno subito dei pesanti rovesci militari, portando alla dissoluzione del CNT e al caos a Bengasi e dove la NATO non riesce più ad avere un ruolo efficace sul terreno, gli strateghi militar-mediatici atlantisti e sauditi hanno deciso di concentrare tutte le loro forze su Tripoli, essendo le linee logistiche protette dal ‘nuovo governo rivoluzionario’ tunisino, e più brevi di quelle che corrono tra Bengasi e l’Egitto, dove tra l’altro l’Ikhwan-Blackwater sta aprendo un nuovo fronte in Sinai, con una probabile grande irritazione dell’esercito egiziano, che a sua volta, sembra esser stato estromesso dai giochi libici fin da quasi l’inizio della crisi. Con la cosiddetta ‘Operazione Sirena’, ovvero il presunto assalto a Tripoli, si tenta di fare pressione psicologica sulla popolazione della Jamahiriya libica. Si tratta, in definitiva, di una operazione di guerra psicologica, piuttosto che propriamente operativa. Una combinazione di Aeromobili, terroristi della NATO, di giornalisti embedded e figuranti televisivi, è il vero ‘esercito ribelle’ che starebbe ‘conquistando’ Tripoli.
Un quadro che, risaltando l’aspetto propagandistico, fornisce la misura della bancarotta occidentale: da quella militare della NATO a quella diplomatica degli USA, e soprattutto dell’UE, a quella ideologica-culturale, col totale discredito della leggenda metropolitana della presunta indipendenza politica dei grandi mass media occidentali. Per non parlare della definitiva dissoluzione delle sinistre occidentali, sia sotto forma di organizzazioni politiche, dove suoi esponenti hanno invocato perfino l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, che sotto forma di ONG, come nel caso di Emergency, che ha partecipato direttamente ai crimini commessi dai ‘ribelli’ a Misurata (e forse altrove).
Riassumendo, la resistenza della Jamahiriya Libica, comunque vada, ha inflitto una netta sconfitta all’unipolarismo atlantista.
Non va trascurata, in effetti, che la messinscena a Tripoli, serva a distrarre l’opinione pubblica occidentale dalla clamorosa sconfitta subita da Washington, quando Joe Biden, vicepresidente degli USA, in visita a Beijing, ha pubblicamente riconosciuto la ‘Politica di Una Cina Sola’ portata avanti da decenni dal Partito Comunista Cinese. Il definitivo disconoscimento e abbandono di Taiwan e del Dalailama quali asset della geopolitica statunitense. Un successo diplomatico schiacciante.
Un evento che può spiegare, almeno parzialmente, l’atteggiamento cauto adottato da Russia e Cina, probabilmente ostacolate dall’azione politico-diplomatica, sia dalla complessità del quadro politico mediorientale, sia dalla necessità di sostenere la solida alleata Siria, aggredita dalle stesse operazioni terroristiche imbastite in Libia. In effetti, parte dei mercenari arruolati a Dubhai, con l’assistenza dei sauditi e dell’intelligence turca, saranno stati inviati in Siria a costituire quei squadroni della morte che tormentano, in questi mesi, la società siriana, e che forniscono l’appiglio ai rinnovati sogni interventistici di Londra, Parigi, Bruxelles e Washington.

Alessandro Lattanzio 22/8/2011

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 38 other followers