Sveglia, i cinesi arrivano!

MK Bhadrakumar - 18 agosto 2014  modi-12C’è molta lavorio per la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, il mese prossimo. E’ difficile ricordare un tale traffico per un vertice India-Cina. Dev’essere l’effetto ‘Modi’, basti dire che Pechino si appresta alla visita di Xi con grandi aspettative sulla svolta storica nelle relazioni con l’India. Cruciali nei colloqui preparatori tra Delhi e Pechino, saranno le consultazioni a Pechino del ministro del Commercio Nirmala Sitharaman, ai primi di settembre, poco prima della visita di Xi. Seetharaman è stato a Pechino di recente, accompagnato dal Vicepresidente MH Ansari. La seconda visita così ravvicinata, suggerisce che questioni commerciali e d’investimento domineranno l’agenda di Xi nei colloqui con il Primo ministro Modi. La visita di Xi offre la grande opportunità all’India d’attrarre investimenti cinesi in volumi molto più grandi di quanto è stato finora. L’espansione all’estero degli investimenti della Cina è iniziata solo circa un decennio fa, ma la media annuale che si attestava a quasi 3 miliardi di dollari nel 2005, è aumentata in modo esponenziale toccando i 90 miliardi già l’anno scorso. In effetti, questa ondata contrasta con i livelli decrescenti degli FDI globali. La Cina è oggi uno dei principali esportatori mondiali di investimenti diretti. Lo spread è semplicemente da mozzafiato, come l’Heritage Foundation Investment Tracker Map presenta qui. Le tendenze sono abbastanza chiare. La Cina traduce seriamente la sua ricchezza, accumulatasi negli ultimi decenni da maggiore potenza commerciale mondiale, in potenza economica globale. La quota dell’India è gracile, nemmeno mezzo miliardo di dollari. Dovrebbe avvertire il fatto che gli Stati Uniti, nonostante la tanto declamata strategia del ‘perno’ bla bla, abbiano attirato 15 dei 90 miliardi di dollari, l’anno scorso, divenendo di gran lunga la prima destinazione degli investimenti cinesi globali. Gli esperti indiani avrebbero qualcosa su cui rimuginare seriamente. L’aumento degli investimenti cinesi è destinato a continuare. Xi intende liberalizzare i flussi finanziari, e gli Stati Uniti sperano di attirare i liberalizzati flussi di investimenti esteri cinesi prestandovi maggiore attenzione e tenendo in considerazione il potenziale d’investimento quale acceleratore di forti relazioni USA-Cina. (qui).
Il governo UPA, al contrario, fu nervoso. Ora le recenti dichiarazioni di Sitharaman suggeriscono che il governo Modi è fiducioso nel compiere quest’atto di fede. Naturalmente è necessario un occhio più esigente, sempre in materia di investimenti stranieri nella nostra economia, non importa da dove provengano. Senza dubbio, i supremi interessi della sicurezza nazionale prevarranno. Ma detto ciò, un bilanciamento sagace è necessario, anche perché non c’è Paese che abbia un surplus investimenti come la Cina; è disposta a concedere finanziamenti e, innegabilmente, gli investimenti cinesi potrebbero rilanciare crescita ed occupazione, divenendo un0importante fonte dell’occupazione in India. Gli investimenti riguarderanno anche il problema dello squilibrio commerciale bilaterale. Lo spin-off politico è evidentemente svolto dagli investimenti cinesi, che non infondono più paura, ma cominciano a sembrare ‘normali’ e banali azioni di mercato. L”ordinarietà’ degli investimenti cinesi in India è certamente una prospettiva futura, ma in termini immediati vi sono grandi decisioni da prendere. Xi ha esteso l’invito alle Maldive ad aderire al progetto di Via della Seta Marittima, nella riunione con il Presidente Abdulla Yameen, a Nanchino. La Cina ha già invitato l’India a partecipare al progetto, ma il governo UPA non poteva prendere tale grande decisione prima di essere sostituito. Pechino ha mostrato interesse nell’adesione dell’India al progetto della Via della Seta Marittima. Un modo di guardare all’iniziativa cinese è considerarla (con disposizione predeterminata, forse) la conferma dell’ambizione del Paese d’emergere come grande nazione marittima. Se questo è l’obiettivo della Cina, è naturale. Ma un grave problema sorge se si dovesse caricarlo anche del gioco delle grandi rivalità. In secondo luogo, vi è una nozione fantasiosa tra i nostri esperti, incoraggiata senza dubbio dagli analisti occidentali, che il progetto cinese sfiderebbe le ambizioni indiane come supremo signore dell’Oceano Indiano. In realtà, però, l’iniziativa cinese della Via della Seta Marittima deve essere vista sullo sfondo del ‘perno in Asia’ degli Stati Uniti, che Pechino ritiene una malcelata strategia del contenimento contro la Cina. La spinta strategica dell’iniziativa della Via della Seta Marittima si basa sulla costruzione di una serie di accordi tra la Cina e i Paesi di Asia sud-orientale, Asia meridionale, Asia centrale, Eurasia, Golfo Persico e Asia occidentale, al fine di ‘neutralizzarli’, se non coltivarne amicizia, oltre ovviamente a sviluppare scambi e legami economici reciprocamente vantaggiosi, evitando l’emersione di una falange regionale guidata dagli Stati Uniti schierata contro la Cina.
Non ci vuole molto per capire che la spinta del progetto è nel contenuto economico, perché in tale ambito i fattori del vantaggio Cinese si ritrovano nel ‘sedurre’ i Paesi di queste regioni dalle diverse culture, sistemi politici e storia, affinché passino alla piattaforma comune della Cina. Pechino calcola giustamente che apporterebbe una certa ‘addizionalità’ che Stati Uniti ed Europa semplicemente non possono corrispondere, nel commercio e negli investimenti, integrandosi bene con gli obiettivi nazionali di sviluppo dei questi Paesi (come Turchia, Qatar, Iran, Mongolia, Uzbekistan, Pakistan, Maldive, Sri Lanka e Malaysia). La Cina non è così stupida da sperare di esercitare un’egemonia da ‘Grande Fratello’ su clienti difficili come Turchia, Iran, Uzbekistan, Sri Lanka e Malaysia, noti per il loro nazionalismo convinto e senso d’indipendenza. Né è nel DNA della Cina formare alleanze militari. Pertanto, fare un parallelo con le potenze coloniali dei secoli 17° e 18° significa travisare la storia moderna. La grande ondata di nazionalismo e liberazione del 20° secolo continua a modulare la politica mondiale e Pechino non può che esserne a conoscenza. D’altra parte, se l’India dovesse rimanere fuori dalla Via della Seta Marittima, rischia di perdervi notevolmente. Oltre a un possibile totale isolamento nella regione dell’Asia meridionale, è al cento per cento sicuro che Bangladesh, Nepal, Myanmar, Sri Lanka, Maldive, Pakistan saranno attratti dalle lusinghe dello sviluppo delle infrastrutture finanziato dai cinesi; l’India deve anche prevedere che l’iniziativa cinese sarà l’unico spettacolo in città per molto tempo. USA e Unione europea non avranno l’interesse (o la capacità) di entrare in una tale intensa cooperazione economica con i Paesi asiatici (che non sono d’importanza vitale quanto i collegamenti lo sono per la Cina). L’India può corrispondere alla Via della Seta Marittima cinese con un’iniziativa altrettanto seducente? Beh, no.
A mio avviso, la vera sfida dei responsabili politici indiani fu la lunga assenza di una visione sana della cooperazione regionale, come invece ha la Cina. Non si può negare il fatto che l’India abbia trascurato il SAARC. SAARC e SCO sono casi da manuale di come il formidabile ritardo storico e il lavoro incompiuto attuali possano  essere superati dal solo senso delle priorità politiche regionali con un ‘quadro generale’ sullo sfondo. Fortunatamente, però, l’India rientra oggi nella nuova alba della politica regionale. Tutto indica che l’adesione dell’India alla SCO probabilmente si materializzerà a settembre. Sempre a settembre, Xi potrebbe rinnovare l’invito a Modi di aderire all’Asian Investment Development Bank e al progetto della Via della Seta Marittima. La sfida di Sitharaman da ministro con doppio incarico, nel commercio e nella finanza, con un ruolo centrale nella preparazione della visita di Xi, sarà capire come i suddetti piani a settembre possano effettivamente correlarsi e divenire un vantaggio strategico dell’India tramite una complementarità con le priorità dello sviluppo nazionale del governo Modi.

modi-jinping_650_072114094947Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bisogna distruggere Qatar e Arabia Saudita per evitare la terza guerra mondiale

John Wayne Tunisie Secret 14 agosto 2014

Non è un mistero che John Wayne, pseudonimo di un ex-alto funzionario degli Interni e degli  Esteri della Tunisia, ostacoli mercenari e traditori in sonno. Seguendo il nostro articolo “Con prove, un oppositore del Qatar accusa il suo Paese di finanziare il terrorismo“, ci ha inviato le cinque osservazioni seguenti.

623930-11-03-31-bashar-al-assadFui il primo al mondo ad aver predetto il ritorno della Guerra Fredda, sulla rivista elettronica tunisina Business News, meno di un anno dopo il 14 gennaio 2011, quando la Siria era immersa in  violenze inaudite e il cui regime laico e nazionalista di Bashar a-Assad, ancora una volta, mostrava al mondo il suo rapporto storico, stretto e leale con la Russia. Sì, la guerra fredda è tornata e i nazionalisti arabi sono felici, perché dopo tutto, l’ex-Guerra Fredda vide il sostegno incrollabile dell’URSS al mondo arabo abbandonato e sabotato dall’occidente a favore di Israele. Chi non ricorda il momento di gloria del Canale di Suez, quando Mosca minacciò di colpire con i missili Parigi e Londra, e quando Israele, Francia e Gran Bretagna si ritirarono davanti a un Nasser determinato e un Canale di Suez chiuso alla navigazione con le navi affondate dal Rais? Quel giorno fu l’indipendenza della Tunisia, uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita.

La III guerra mondiale è iniziata
Ma questa non è una nuova guerra fredda. È l’inizio della terza guerra mondiale in cui le potenze nucleari NATO e Russia combattono tramite Paesi terzi… Per ora! Ciò che è peggio, è che la fine della guerra nel prossimo futuro è assai improbabile ed è molto probabile che si traduca anche nella morte di milioni di civili inermi, come nella Prima e Seconda Guerra Mondiale. Ma peggio ancora, questa guerra è arrivata alle porte della Russia, in Ucraina, dove l’incoscienza della NATO esegue esercitazioni militari sotto il naso di una Mosca infuriata e la cui costituzione prevede che il Paese, storicamente vicino agli arabi, si riserva il diritto di usare le armi nucleari per proteggere la propria sovranità e integrità territoriale. La III guerra mondiale è cominciata. E se si contano pogrom, abusi, atrocità e uccisioni in Siria, Libia e Iraq, tale guerra avrà presto il suo milione di morti e il genocidio di una minoranza religiosa, come nella seconda guerra mondiale. Mancano i campi di concentramento, ma esistono le prigioni in cui carcerieri libici salafiti, vicini a Bernard Henry Levi, ammucchiano neri africani accusati di lavorare per il regime di Gheddafi. E nel caso dei salafiti in avanzata nell’Iraq, hanno le camere a gas nelle tombe del deserto in cui seppelliscono vivi donne e bambini accusati del reato di essere cristiani.

Il 14 gennaio 2011 ci fu un colpo di Stato della CIA
Tale guerra non è iniziata con un incidente come l’assassinio di un arciduca o l’invasione della Polonia, ma con l’uccisione di un ex-detenuto trasformato in martire del regime per presunti abusi e le cui malefatte furono esagerate presso milioni di tunisini, uno più ignorante dell’altro. Un incidente istigato dalla CIA dopo aver incaricato un ufficiale dell’esercito tunisino, con il complesso dell’uomo bianco, compiendo uno dei colpi più intelligenti della sua storia. Anche più intelligente di quelli a Teheran, Saigon, Santiago, Cile e Guatemala. Il golpe della CIA dal 14 gennaio 2011 fu attuato così abilmente da lasciare ancora dubbi e confusione nella popolazione tunisina, che ancora crede fermamente che la piazza abbia cacciato Ben Ali dal palazzo di Cartagine, una vittoria del popolo che ha galvanizzato le rivoluzioni per la libertà e la dignità in altri Paesi arabi contro i tiranni. Le rivoluzioni di barbuti Gavroche in qamis che brandiscono teste mozze esangui e occhi vitrei. I colpi di Stato della CIA hanno generalmente la firma di tali servizi segreti distruttivi.  Questa volta non è così, in generale non ha alcuna maschera. Saigon e i suoi generali addirittura aspettarono ufficialmente il via libera dall’ambasciata degli Stati Uniti, sotto forma di una telefonata. A Santiago, in Cile, la CIA mobilitò cacciatorpediniere e sottomarini e migliaia di marines che effettuarono anche uno sbarco preventivo. A Teheran, il colpo di Stato contro Mossadeq vide Kermit Roosevelt, nipote del presidente Roosevelt supportato dai mullah di Qom, distribuire biglietti da 100 dollari negli inferi e nelle strade ai bazari iraniani, mentre l’esercito del generale Fazlollah Zahidi arrestava il presidente democraticamente eletto Mossadeq. Il golpe di Teheran fu un colpo di Stato in valuta, costando la modica somma di diecimila dollari. Diecimila dollari per rimuovere dalla carica il presidente di un Paese dal passato millenario così che la Anglo Persian Oil Company, poi chiamata British Petroleum, potesse restare inglese e rifornire le navi dell’impero di Londra che viaggiavano per l’India o il Corno d’Africa attraversando il Canale di Suez. A Tunisi, nel febbraio 2011, le banconote furono distribuite in Avenue Habib Bourguiba da ignoti alla guida di Mercedes, poco prima delle dimissioni di Muhammad Ghannuchi. Non c’è dubbio che l’uso dei dollari sia stato fin troppo evidente. A volte la CIA si rinnova nei suoi colpi, Come quando incaricò il suo servo Qatar di far crollare completamente il regime di Ben Ali e di non  lasciare al potere nessuno dei suoi geniali dirigenti. Gli spazi politici erano favorevoli ai parassiti dell’umanità, i cosiddetti islamisti alimentati nelle loro gabbie del fanatismo spirituale da CIA, MI6 e Mossad. C’è il diritto di porsi la domanda, oggi: quanto è costato il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, a Cartagine? Spero sia costato più di diecimila dollari, una somma che sarebbe umiliante e ridicola per la Tunisia, il suo passato e cultura con tremila anni di storia.

Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen
E questa guerra in cui i cristiani vengono sepolti vivi nel deserto iracheno, ha alla testa CIA, MI6 e Mossad, ma il corpo, e in particolare le banche, sono Qatar e Arabia Saudita, Paesi più ricchi da quando il prezzo del barile è rimasto elevato e stabile dopo che George W. Bush ha cancellato dalla mappa l’Iraq e immerso l’intera regione nella guerriglia permanente tra sciiti e sunniti. I regimi feudali di Golfo e Arabia Saudita hanno il massimo desiderio di perpetuare per secoli la loro sopravvivenza, che dipende dalla creazione di una zona che raccolga gli islamisti del mondo arabo. Tali Paesi non attaccheranno mai Israele, anche se compie un genocidio, in quanto servono lo Stato ebraico indirettamente, ed essendo essi stessi e Israele grandi basi militari statunitensi. Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Tunisia come altrove, sono sotto il comando statunitense. Condannano le atrocità di Israele, ma aiutano lo Stato ebraico obbedendo a Washington e promuovendo islamismo e barbarie nel mondo. Hamas è un’astuta creazione del Mossad affinché i palestinesi non abbiano mai uno Stato. Non ci saranno mai più altri accordi di Camp David con l’ostinazione degli islamisti palestinesi, caduti nella trappola della estrema destra israeliana che sogna sempre di radere la moschea di al-Aqsa di Gerusalemme.
Nei miei anni alla Sorbona, mi appassionai della cultura russa soprattutto perché ebbi la possibilità, come a Sadiqi e altrove, di frequentare gli insegnanti di storia più intelligenti e più colti. Per me c’è la civiltà russa e il resto del mondo. I russi, anche se a volte politicamente in pubblico appaiono maldestri nelle convenzioni internazionali in cui il sionismo è dilagante e domina, sono dei notevoli esseri umani. L’URSS ha combattuto il nazismo senza mendicare aiuti agli statunitensi e senza resistere pacificamente con dei governi di Vichy. I russi preferirono perdere dieci milioni di uomini affrontando la sesta armata del Führer, piuttosto che capitolare. La Francia cedette alla Blitzkrieg, ma peggio collaborò con i nazisti per mantenere lo stile di vita aristocratico, raffinato e sofisticato dei suoi politici. Infine, alcuni francesi erano buoni solo a uccidere civili algerini inermi, uccidendoli come si uccide un cane sospettato di avere la rabbia. Certo, la Francia mi ha istruito, ma ciò che rimprovero a questo Paese è il suo colonialismo il cui mascheramento ha attraversato i decenni. La Francia promuove i diritti umani nel mondo pur essendo uno dei Paesi più colonialisti. Falsifica il suo passato genocida in Algeria condannando i genocidi, tranne quelli d’Israele. Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen. Alcuni nuovi politici francesi sono dei Menachem Begin e Golda Meir in incognito, quando non degli Al Capone, come colui che ha distrutto la Libia e ora gioca al salvatore provvidenziale di una Francia economicamente malconcia. Sì, a volte ho un certo risentimento verso la Francia, anche se la sua cultura mi affascina e alcuni dei suoi grandi capi meritano rispetto. Ma non posso perdonare questo Paese per aver colonizzato il mio popolo e io celebro la sconfitta di Dien Bien Phu più spesso del mio compleanno. E nemmeno intendo soffermarmi sulla campagna militare in Libia con cui la Francia, come tutta le campagne coloniali, ha distrutto questo Paese e il suo povero popolo, aggrappato all’Islam come soluzione al sottosviluppo voluto. E neanche oso affrontare la questione del supporto logistico e delle armi fornite ai salafiti siriani da Francois Hollande, che ora decapitano i cristiani dell’Iraq e giocano a bocce con le loro teste. Sì, molti francesi e alcuni dei loro  politici, come del resto tunisini, sono dei pezzenti. Anche dopo secoli di colonizzazione e abusi impuniti, continuano ad oltraggiare il diritto del popolo arabo e glorificano Israele.

Assad è il Georges Clemenceau degli arabi
Per vincere le guerre, si devono affrontare le infrastrutture e i finanziamenti dei nemici. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati bombardarono ogni notte gli stabilimenti della Ruhr e le raffinerie tedesche. Un Paese senza denaro o petrolio difficilmente può continuare la guerra.  Durante la prima guerra del Golfo, l’esercito statunitense avanzò con i carri armati Abrams in Quwayt seguiti da centinaia di autocisterne. In guerra, è il petrolio la linfa vitale. Questa terza guerra mondiale potrebbe durare anni, soprattutto se si tiene conto del fatto triste che Paesi come Iran e Libano potrebbero essere attaccati dai jihadisti trascinandoli in un conflitto sanguinoso. L’uomo che emerge da questo conflitto come un eroe leggendario non è il Maresciallo al-Sisi, ma il Dottor Bashar al-Assad. Il Maresciallo al-Sisi ha certamente salvato il suo Paese dalle grinfie dell’islam, ma deve spezzare gli accordi di Camp David. Se difficilmente si può battere militarmente Israele, dev’essere isolato e gli arabi vinceranno con una continua guerra fredda che riduca lo Stato ebraico a una repubblica delle banane nel deserto, affollata e avendo, come il Terzo Reich e la Gestapo, dei generali inquisiti dalle Nazioni Unite per aver commesso genocidi in serie. L’aiuto statunitense all’Egitto è una forma di colonizzazione e di pressione per mantenere delle relazioni diplomatiche con Israele prive di significato. Non deve conciliarsi con un Paese che un tempo aveva progettato di sganciare la bomba atomica su Cairo.
Come ho già detto, questo sanguinoso conflitto farà della Siria il Paese arabo militarmente più potente. La Russia ha bisogno della Siria, perché è una zona cuscinetto all’islamismo che ne minaccia la popolazione musulmana. Perché se la Siria cade, le popolazioni musulmane del Caucaso settentrionale, tra Mar Caspio e Mar Nero, cederanno alla Jihad e attaccheranno il Cremlino. Dopo tutto, un sesto della popolazione russa è musulmana. Questa guerra potrebbe essere breve se la Siria e la sua alleata Russia attaccassero le infrastrutture degli sponsor della Jihad globale, cioè Arabia Saudita e Qatar. Senza le loro infrastrutture del gas e petrolio, verrebbero neutralizzati per decenni e travolti dalla bancarotta. La Russia ha fornito alla Siria missili balistici di nuove generazioni, ma questi, anche se molto precisi, possono raggiungere solo città come Ankara e Istanbul. La Turchia di Erdogan è un Paese di pezzenti e colonia israeliana. Non vale un missile russo. Ma se la Russia dovesse inviare in Siria dei missili balistici a lungo raggio che possano colpire il complesso gasifero del Qatar e gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, la distruzione di essi sarebbe la svolta nella guerra globale, che potrebbe costare la vita di decine di milioni di innocenti. In ogni guerra serve una strategia di reciprocità. Qatar e Arabia Saudita preparano la loro versione crudele e falso di Islam, per distruggere il mondo arabo a vantaggio dell’espansione israeliana. Questi sono i nemici del mondo arabo e dell’umanità. La distruzione di questi due Paesi farebbe giustizia delle vittime del conflitto, ma anche del profeta Muhammad stesso, la cui parola è usurpata da regimi feudali assetati di sangue e privi di alcun rispetto per lui stesso o la specie umana.
Bashar al-Assad ha iniziato la guerra di logoramento contro i jihadisti della NATO da cui non può che emergere vittorioso. Una vittoria che farà della Siria un Paese distrutto, ma rafforzato, come la Russia, dopo l’Operazione Barbarossa di Hitler. L’Armata Rossa vittoriosa avanzò con i suoi carri armati fino a Berlino. I missili di Bashar devono colpire Doha e Riyadh. Bashar al-Assad è il Georges Clemenceau degli arabi, che devono sostenerne la linea dura.

Syria's President Bashar al-Assad and Russia's President Dmitry Medvedev review the honor guards at al-Shaaeb presidential palace in DamascusF. M. alias John Wayne. Ex-studente al Sadiqi College, laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università di Parigi – Sorbona. Ex funzionari dei ministeri degli Esteri e degli Interni dei governi tunisini di Habib Burguiba e Zin al-Abidin Ben Ali. Diplomatico di carriera ed esperto di sicurezza e intelligence.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, la resistenza s’intensifica

Alessandro Lattanzio, 12/8/20141526920Il comandante di battaglione della 51.ma brigata meccanizzata Pavel Protsjuk veniva dimesso per non aver saputo catturare Savrovka. Protsjuk affermava che Kiev annunciò la cattura di Savrovka prima ancora che la 51.ma vi arrivasse. Protsjuk disse “Nessuno ci ha assegnato un compito preciso. Ci hanno detto solo di una missione di due giorni. Prendemmo razioni per due giorni, ma ci impiegammo due giorni per arrivarci. I rapporti della ricognizione indicavano che a Savrovka (Saur-Mogila) vi erano degli “sconosciuti” e un posto di blocco con la bandiera rossa. Al comandante dissero via radio che erano dei nostri. Subito ci dirigemmo a piedi, “gli sconosciuti” ci spararono immediatamente con mortai, mitragliatrici e fucili da cecchino. Subimmo un paio di feriti e il capo delle comunicazioni, maggiore Khmelnitskij, venne ucciso. Per riassumere, ci siamo ritirati. Chiedemmo l’intervento dell’artiglieria, invano. Questo il 28 luglio. E al comandante dissero che se nella prossima ora catturava la collina, sarebbe stato processato. Comunque, ci siamo separati e avvicinati alla difesa perimetrale. Alle 05:00… abbiamo chiesto aiuto per evacuare i nostri 18 feriti, e due ‘separatisti’ catturati. E alle 20:00 il comandante inviò un gruppo di assalto verso Savrovka, 3 BMP, 3 T-64 e fanteria. Riferiamo allo stato maggiore che Saur-Mogila era nostra. Il comandante ordinava di porsi in cima e stabilire il perimetro difensivo, ma subito dal “checkpoint con la bandiera rossa” (che avevamo già distrutto) una mitragliatrice ci sparò con proiettili “traccianti” e perforanti, e mentre il convoglio stava risalendo la collina venne bombardato da cannoni semoventi. Ma riuscimmo ad impostare il perimetro difensivo. 3 BMP erano al vertice e 1 carro armato T-64 si trovava nelle vicinanze. Subito dopo i mortai e gli obici nemici ci bombardarono con proiettili a frammentazione dalle 21:30 alle 04:00. I BMP furono incendiati e il personale si nascose dove possibile. Molti erano nel panico, abbandonando veicoli e munizioni. Il comandante disse: “Dobbiamo ritirarci, perché ci uccideranno tutti qui”. Il comandante radunò tutti e li riportò agli autoveicoli. I cannoni avevano distrutto 2 BMP, solo uno era ancora in funzione, e i 3 carri armati furono danneggiati. Abbiamo trasferito il carburante dai mezzi danneggiati a quelli funzionanti. Ci ritirammo, e il comandante ricevette ancora l’ordine di catturare la cima. Che l’intero battaglione muoia, ma la cima deve essere catturata… Così, alla fine ci siamo ritirati ancora di più, e bombardammo Savrovka per l’intera giornata con i “Grad” e gli obici. Il 27 luglio Kiev annunciò che la nostra brigata aveva catturato Savrovka. Nessuno può catturarla, anzi da lì bombardarono la 30.ma brigata, la 95.ma brigata (di cui sono rimasti, forse, 150 soldati), la 72.ma, la nostra 51.ma e il 3.zo reggimento. … Io non sono un tattico, sono solo un soldato, ma capisco perché dobbiamo prendere Savr-Mogila (Savrovka), non transiterebbe l’artiglieria pesante destinata a Snezhnoe, la cui strada passa nelle vicinanze. Ma non capisco una cosa: da dove i separatisti prendono così tante munizioni, ci hanno “bombardato” per tre giorni. E solo noi”.
_-Fh8_7eZT4 Riguardo alla dissoluzione del gruppo ucraino nella sacca meridionale, a sud di Donetsk e Lugansk, la decisione di ritirarsi nel territorio della Russia fu presa dagli ufficiali del 72.ma brigata meccanizzata e del Servizio delle guardie di frontiera nazionale per mancanza di munizioni, rifornimenti e carburante. “In due settimane abbiamo combattuto in modo efficace, senza munizioni e carburante. Ho avuto la capacità di nutrire la mia unità per più di due settimane. Eravamo anche a corto di razioni. Il personale era esausto non tanto dai bombardamenti, ma dalla disperazione. Inoltre il centro non ci aiutava in alcun modo e nell’ultima settimana aveva addirittura smesso di parlarci, ci aveva già sepolto“, così spiegava la decisione il comandante di battaglione Vitalij Dubinjak, fuggito in Russia con centinaia di suoi soldati. “Onestamente parlando, non ci aspettavamo che saremmo stati trattati in questo modo, potrei dire in modo fraterno. Chi ci invia ordini dall’alto, in realtà mente dicendo che combattiamo contro la Russia. Nessuno russo ci ha nemmeno guardato di traverso, capiscono che siamo ostaggi della situazione. Qui ci hanno curato, i feriti sono stati soccorsi, siamo stati nutriti. Ci siamo lavati per la prima volta in un mese e ci hanno dato vestiti e condizioni per riposarci, posso darvi per certo che dopo aver attraversato questo tritacarne, non torneremo in tale macello una seconda volta. Ho salvato la vita dei miei ragazzi e gli ho detto, lasciateli combattere da soli che inviino i loro figli a morire, ne abbiamo avuto abbastanza. Nei loro calcoli non esistiamo e non ci dovrebbero tener più in considerazione“, ha riassunto Dubinjak. Il comandante del battaglione ucraino riconosceva che l’azione militare nel Sud-Est era già divenuta una guerra civile. “Certo, io non saprò guardare negli occhi le madri dei miei ragazzi morti. Ma so per certo che tale mattatoio civile deve essere fermato. Ho già visto abbastanza lacrime dei residenti e tormenti dei miei ragazzi. La cosa più importante è che siamo vivi e che poi ci preoccuperemo di come tornare a casa“. In definitiva, con la resa dei militari ucraini, 70 mezzi militari venivano consegnati alla Milizia, tra cui 18 sistemi lanciarazzi multipli Grad, sistemi missilistici Osa e 15 carri armati, segnando la fine della 72.ma brigata meccanizzata dell’esercito ucraino. Nella sacca meridionale rimanevano i resti della 79.ma aeroportata e della 24.ma corazzata, e un battaglione della 72.ma.
Secondo Kiev, dal 30 luglio al 3 agosto 2014 le forze armate ucraine subirono la perdita di 357 militari, 38 guardie di frontiera e 59 paramilitari, oltre alla distruzione di 30 carri armati T-64, 63 blindati BRDM/BTR/BMP, 5 cannoni semoventi 2S9 Nona e almeno 20 autoveicoli. Infine le Milizie catturarono altri 2 carri armati, 2 BMD, 2 cannoni antiaerei da 23 mm e 1 autocarro Kamaz.
Il 5 agosto, a Zaporozhja, 40 km ad ovest di Donetsk, il battaglione di mercenari neonazisti Dnepr subiva un’imboscata da un commando federalista, sostenendo gravi perdite. Ad Avdjovka, le milizie respingevano le forze ucraine. A Dokuchaevsk, il battaglione neonazista Shahktjorsk assassinava 18 civili. A Marjupol, il deputato del partito radicale, e pedofilo neonazista, Oleg Ljashko, rapiva il locale capo della polizia Oleg Morgun, più tardi rilasciato dal ministero degli Interni ucraino.
Il 6 agosto, a Slavjansk si ebbero combattimenti sul colle Karachun tra truppe majdaniste e commando dei miliziani della Repubblica di Donetsk. A Marinka, la milizia respingeva l’attacco del battaglione Azov che subiva gravi perdite, oltre a 3 carri armati e diversi blindati distrutti. Da parte sua la milizia aveva 2 miliziani caduti e altri 5 feriti. La sera del 6 agosto, la giunta di Kiev continuava l’offensiva verso la periferia di Donetsk e le linee da Savrovka a Latishevo. La milizia si ritirava da Marinka, ma a sud, dopo aver fallito nell’aprire un corridoio per la sacca meridionale, i reparti meccanizzati majdanisti puntavano a nord, cercando di colpire Latishevo e Snezhnoe. Ma nei pressi di Latishevo e Rassipnoe, la manovra veniva sventata respingendo i majdanisti. L’offensiva di Kiev dei primi di agosto 2014 puntava ad accerchiare Donetsk e a spezzare i collegamenti tra le due repubbliche popolari di Novorossija. Durante la serata del 6 agosto i majdanisti bombardavano la periferia di Donetsk, uccidendo tre civili, mentre i majdanisti intrappolati nella sacca meridionale ingaggiavano combattimenti tra Snezhnoe e Dmitrovka, dove due convogli golpisti furono respinti dal fuoco dell’artiglieria della milizia, presso Djakovo, mentre i resti della 79.ma brigata e la 24.ma brigata meccanizzata tentavano uno sfondamento su Mjusinsk. Scontri anche a Pervomajskoe e Limanchuk, a sud di Snezhnoe. La milizia cercava di respingere il nemico a nord-est di Mjusinsk, per impedirne il congiungimento con il gruppo majdanista che avanzava verso Enakievo da Orlovka. La milizia e i cosacchi del Don respinsero la 24.ma brigata meccanizzata, eliminando 250 majdanisti, distruggendo 17 BMP, 27 BTR, 7 carri armati, 7 MLRS, catturando un centinaio di altri mezzi pesanti e facendo diversi prigionieri, tra cui ufficiali e sottufficiali, mentre circa 1000 effettivi della 79.ma brigata meccanizzata ucraina riuscivano a ritirarsi abbandonando gran parte del loro equipaggiamento. Infine, 150 soldati ucraini avrebbero chiesto di aderire alla milizia e 4 ufficiali ucraini della 72.ma brigata, sospettati di avere bombardato un posto di confine russo a Gukovo, regione di Rostov sul Don, venivano arrestati dalle autorità di Donetsk.
In questa fase le forze erano impegnate in combattimenti intorno a tre aree strategiche:
Gorlovka, a nord di Donetsk, a Debaltsevo, ad ovest di Donetsk e lungo l’asse che collega le due repubbliche.
Shahktjorsk, sull’asse meridionale che collega le due repubbliche, teatro di una potente offensiva della 25.ma brigata aeromobile ucraina, la manovra falliva dopo che la 25.ma brigata aveva subito gravi perdite.
Savrovka – Marinovka dove si chiudeva la sacca lungo il confine con la Russia in cui era intrappolato ciò che rimaneva del corpo di spedizione della junta di Kiev.
Il 7 agosto la difesa aerea di Novorossija, presso Enikevo, abbatteva 1 caccia multiruolo MiG-29 ucraino, oltre a 1 aereo da ricognizione e a 1 aereo da trasporto ucraini. Dopo un’ora e mezza di bombardamento preliminare sulla linea difensiva Snezhnoe-Torez-Ivanovka, 3 battaglioni corazzati della 81.ma brigata meccanizzata, con il sostegno del 74.mo reggimento delle Forze Speciali ucraine, attaccavano finendo però su un campo minato steso la notte precedente dai miliziani. 19 blindati vi rimasero distrutti e decine di majdanisti furono catturati, assieme ad altri 8 BMP e 4 carri armati. Alle 22:30, la bandiera della Guardia Nazionale cosacca veniva issata sul checkpoint Dolzhanskij, al confine tra Ucraina e Russia, da parte dell’unità Prapor che compiva una missione assegnata dal Generale federalista N. I. Kositsin. Nello scontro i majdanisti perdevano 2 blindati. Presso Savrovka, a Quota 277 (Savr-Mogila), il Battaglione Vostok respingeva l’ennesimo assalto majdanista, subendo 8 caduti e 11 feriti. I majdanisti vi avevano perso 2 BMP e 4 BTR. Il Gruppo Sabotaggio-Ricognizione (“SSR”) del battaglione aveva anche abbattuto 1 elicottero ucraino.
L’8 agosto, Gorlovka veniva bombardata dai majdanisti uccidendo cinque civili. Nelle ultime due settimane nella città, i bombardamenti dei golpisti avevano ucciso 40 civili e ferito altri 130. Guerriglieri di Zaporozhe distruggevano un convoglio della Guardia nazionale ucraina, la notte del 7 agosto presso Malinovka. 1 autocarro Ural venne distrutto mentre 1 autocarro KrAZ, 1 autocarro KamAZ e 2 blindati “Hummer” furono catturati. Inoltre veniva preso un prigioniero, un uomo in mimetica senza insegne, probabilmente un mercenario straniero.
xQTlrPBnuJA Il 9 agosto mattina, un gruppo corazzato della 24.ma brigata meccanizzata, respinto da Mjusinsk, irrompeva a Krasnij Luch; contemporaneamente a Fashevka e Vakhrushevo, presso Debaltsevo, avveniva l’attacco di un alto gruppo corazzato ucraino. In totale, gli assalti coinvolsero 60 blindati e 700 soldati ucraini. La situazione fu assai critica e l’assalto ucraino minacciava l’accerchiamento di Donetsk. Ma la guarnigione federalista di Krasnij Luch bloccava l’avanzata majdanista nella cittadina, respingendola dopo diverse ore di combattimenti. La milizia continuava il contrattacco sloggiando i majdanisti dai villaggi Khrustalnij e Vakhrushevo. Una batteria di artiglieria della RPD distruggeva un convoglio madjanista a nord di Pantelejmonovka e un’altra unità golpista presso Illovajsk veniva distrutta completamente. In tali ultimi assalti, i majdanisti avevano perso almeno 250 effettivi e subito la cattura di 30 tra blindati e pezzi d’artiglieria. Un funzionario del ministero della Difesa ucraino, affermava: “3427 soldati sono ancora dispersi e si presume morti. Non c’è speranza che qualcuno delle 72.ma, 24.ma e 51.ma brigate, della 79.ma aeroportata e del 3.zo reggimento delle forze speciali sia rimasto vivo. Nelle ultime due settimane, solo quattro gruppi tra 7 e 18 persone hanno rotto l’accerchiamento”. Al 9 agosto, la 72.ma brigata meccanizzata contava solo 467 soldati, sottufficiali e ufficiali, la 24.ma brigata meccanizzata 473, la 51.ma brigata meccanizzata non più di 136, la 79.ma aeroportata indipendente 369 e il 3.zo reggimento Spetsnaz era ridotto a livello del suo battaglione da ricognizione. Intorno alle 5:00, nella città di Konotop, Oblast di Sumi, vi furono quattro forti esplosioni nell’impianto di riparazione aeronautico Aviakon, responsabile della manutenzione e riparazione degli elicotteri militari Mi-8 e Mi-24 ucraini. A Novoja Kondrashevka (Lugansk), i bombardamenti ucraini uccidevano due donne.
Il 10 agosto, ad Ilovajsk (35 km ad est di Donetsk), i majdanisti si ritiravano dopo che per tre giorni avevano cercato di catturarla, perdendo almeno 20 blindati e circa 500 mercenari. Secondo  Tatjana Dvorjadkina, co-presidente della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD), “500 mercenari del battaglione Azov della Guardia nazionale ucraina sono stati uccisi nei pressi di Ilovajsk. Abbiamo avuto conferma che vi erano lettoni tra i mercenari“. Inoltre, i volontari serbi del Battaglione Jovan Sevic della milizia di Donetsk, distruggevano “2 carri armati, 1 cannone semovente con i loro equipaggi, nonché 1 mortaio dei neo-banderisti“. A Gorlovka, una colonna ucraina subiva un’imboscata dalla milizia del Comandante Igor Bezler. Oltre 20 mezzi, tra cui 3 carri armati, furono distrutti. A Krasnij Luch, a 50 km a sudovest da Lugansk, la milizia resisteva a un nuovo grande assalto ucraino, che veniva infine respinto.
La sacca meridionale (detta anche Calderone) era ridotta a sacche frammentate di truppe disperse. Degli oltre 700 soldati ucraini fuggiti in Russia il 60% ha chiesto asilo, mentre un accordo veniva raggiunto: i majdanisti abbandonavano i loro mezzi intatti ricevendo il permesso di abbandonare la sacca a bordo di autobus. Il gruppo che invece aveva tentato la sortita per uscire dalla sacca era costituito soprattutto da mercenari. Nel tentativo di spezzare l’assedio, perse gli equipaggiamenti e dei circa 700 mercenari che tentarono di rompere l’accerchiamento, 225 soltanto riuscirono a fuggire. Tutte le unità ucrainiste superstiti si concentravano tra l’aeroporto di Lugansk e la città di Antratsit, nel sud-est di Novorossija. All’inizio dell’operazione, il 13 luglio, il raggruppamento armato ucraino che poi venne circondato, era composto, da 1 battaglione carri armati della 72.ma brigata meccanizzata, 3 battaglioni meccanizzati (2 della 72.ma brigata meccanizzata e 1 della 24.ma brigata meccanizzata), 2 battaglioni della 79.ma aeroportata, 1 battaglione del 3.zo reggimento forze speciali, distaccamenti carri armati, ricognizione e cecchini delle 51.ma e 72.ma brigate meccanizzate, 1.ma brigata corazzata, 79.ma aeroportata, 6 batterie di artiglieria delle 72.ma, 51.ma e 24.ma brigate meccanizzate e della 79.ma aeroportata. L’organico complessivo del gruppo, comprendeva 5500 effettivi, 70 carri armati, 200 blindati, 130 cannoni e MLRS.  Di tale organico, il 10 agosto non restavano che 500 effettivi in grado di combattere, essendo almeno 3500 i morti o dispersi subiti dal corpo di spedizione della junta di Kiev. Le truppe federaliste avevano recuperato almeno 22 carri armati, 43 blindati, 12 lanciarazzi Grad, 8 semoventi d’artiglieria. Inoltre, 2 brigate ucraine, la 95.ma e la 30.ma meccanizzate, cercarono di spezzare l’accerchiamento dall’esterno, passando per Shakhtjorsk, Stepanovka, Latishevo, Peredergievo, Mjusinsk e Debaltsevo. L’11 agosto, l’unità della milizia che difendeva Savr-Mogila, 100 km a est di Donetsk, si ritirava dopo aver subito un pesante bombardamento dai majdanisti, perdendo il comandante dell’unità, 4 caduti e 18 feriti. Per due mesi la collina di Savr-Moghila aveva resistito all’assalto dei 5500 uomini del Corpo di spedizione meridionale della junta di Kiev, in seguito liquidato dalle milizie di Lugansk e Donetsk.
Il 7 agosto, il premier della RPD Aleksandr Borodaj si dimetteva. Borodaj era collegato al gruppo di Surkov, “il nostro uomo al Cremlino”. Con la nomina di Antjufeev a luglio, veniva avviato un radicale rimaneggiamento della leadership politico-militare della RPD; oltre a Borodaj furono dimessi Pushilin, Lukjanchenko, Khodakovskij e Pozhidaev. Zakharchenko, comandante di “Oplot“, prendeva il posto di Borodaj. In questo modo si subordinavano tutte le risorse della RPD all’obiettivo della difesa militare.
va7fxpP2kgQ Il comitato investigativo della Federazione Russa affermava che armi proibite venivano utilizzate contro i civili in Ucraina orientale, “Il comitato investigativo della Federazione russa ha prove incontestabili per un procedimento penale contro l’Ucraina per impiego di mezzi e metodi di guerra vietati nelle regioni di Donetsk e Lugansk“, affermava il portavoce del comitato Vladimir Markin. “Il materiale su tali crimini sarà consegnato agli appositi tribunali internazionali, come abbiamo già fatto per i crimini delle truppe georgiane contro i civili in Ossezia del Sud“. Il Ministero della Difesa russo dichiarava di sapere che bombe al fosforo o a grappolo furono utilizzate dai majdanisti nel bombardamento di Slavjansk del 12 giugno, di Slavjansk e Kramatorsk il 21 giugno, di Semjonovka il 24 giugno e il 29 giugno, di Lisichansk il 7 luglio e di Donetsk il 23 luglio. Il 6 agosto, a Kiev arrivava una squadra del Comando Europeo degli Stati Uniti “Su richiesta del dipartimento di Stato, una piccola squadra di valutazione dell’US European Command arriva oggi presso l’ambasciata a Kiev per valutare, consigliare e fornire raccomandazioni all’ambasciata degli Stati Uniti e al suo staff sull’eventuale sostegno degli Stati Uniti a Paesi Bassi, Australia, Malaysia e altri partner che conducono le operazioni di recupero dell’aereo della Malaysia” abbattuto dai golpisti ucraini il 17 luglio nei cieli di Donetsk. Nel frattempo, il Canada iniziava a fornire all’Ucraina materiale militare, elmetti, binocoli balistici, giubbotti antiproiettile, kit di pronto soccorso, tende e sacchi a pelo. “L’equipaggiamento logistico fornito consentirà alle autorità di sicurezza e di frontiera ucraine di monitorare la circolazione di beni e persone. E’ ciò che l’Ucraina ci ha chiesto e offriamo“, aveva detto il premier canadese Harper in relazione all’arrivo a Kharkov di un velivolo-cargo C-17 Globemaster III canadese che trasportava 4,5 milioni di dollari di materiale militare “che l’Ucraina utilizzerà per assicurare e proteggere il suo confine orientale”.
La Federazione Russa, nel frattempo, vietava l’importazione di frutta, verdura, carne, pesce e prodotti caseari da Unione europea, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Australia. Mentre si svolgevano le esercitazioni presso il poligono di tiro di Ashuluk nella regione russa di Astrakhan, il 6 agosto, dove l’esercito russo si addestrava in manovre che prevedevano un conflitto tra due Stati immaginari, coinvolgendo dal 4 all’8 agosto circa 6500 militari, 800 mezzi e oltre 100 aerei ed elicotteri, così come sistemi missilistici superficie-aria S-300, Sergej Shojgu, ministro della Difesa della Russia, dichiarava che “le unità di mantenimento della pace dovranno essere in stato di prontezza operativa. Il mondo è cambiato, ed è cambiato drammaticamente come si vede dagli ultimi esempi, quindi le unità di peacekeeping possono essere attivate senza preavviso“. Dall’11 al 16 agosto, nella regione di Pskov si svolgevano le manovre della 76.ma Divisione paracadutisti della Guardia, coinvolgendo 3000 paracadutisti e  blindati aerolanciati dai velivoli da trasporto Il-76, come i sistemi di artiglieria 2S25 Sprut, 2S9 Nona e D-30, e sistemi missilistici Strela-10 e Igla. “Per eseguire gli attacchi aerei contro obiettivi a terra di un nemico ipotetico, e il sostegno al trasporto aereo e aviosbarco dei paracadutisti (…) più di 30 aerei ed elicotteri saranno utilizzati“, tra cui cacciabombardieri Su-24, elicotteri da combattimento Mi-28 e Mi-24 e da trasporto Mi-8. Infine, truppe russe e cinesi avviavano le esercitazioni militari congiunte antiterrorismo Missione di Pace 2014, della Shanghai Cooperation Organization (SCO), presso la base di Zhurihe, nella Mongolia Interna della Cina. Più di 7000 soldati provenienti da 5 Paesi prenderanno parte alle esercitazioni del 24-29 agosto. “L’esercitazione sarà la quinta manovra multinazionale nel quadro della SCO e avrà lo scopo di scoraggiare le “tre forze del male” del terrorismo, separatismo ed estremismo, salvaguardando la pace e la stabilità regionale e migliorando la capacità di coordinamento delle forze armate nella lotta al terrorismo“, dichiarava il Ministero della Difesa cinese. La Russia vi inviava anche 4 jet Su-25 e 8 elicotteri Mi-8MT.

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BtTHLiuIgAAqWo9Fonti:
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Zerohedge

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Russia e Iran intensificano i legami economici

Le relazioni economiche aggravatesi tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale
Jurij Barsukov e Kirill Melnikov, Kommersant, 7 agosto 2014 – RBTH
339416_Lavrov-ZarifRussia e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) di 5 anni avviando un’ampia intensificazione della cooperazione economica. Il documento pone le basi per l’approccio a un accordo globale da miliardi di dollari nel commercio petrolifero tra i due Paesi. Ma tale attività verso l’Iran viene indicata non solo da società russe, ma anche dai concorrenti di altri Paesi, anche occidentali. “Il memorandum prevede l’espansione del commercio e della cooperazione economica nella costruzione e ricostruzione dell’elettroproduzione, sviluppo delle infrastrutture elettriche, petrolifere e gasifere, nonché fornitura di macchinari, attrezzature e beni di consumo“, dichiarava il Ministero dell’Energia russo. Il ministero ha chiarito che i contratti specifici in queste aree saranno discussi a Teheran il 9-10 Settembre, in occasione della riunione della Commissione intergovernativa di Federazione Russa e Iran (co-presieduta dai ministri dell’Economia dei due Paesi).

Petrolio in cambio di beni
La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano dalla Russia. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno deciso un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent. L’accordo annuale potrebbe raggiungere i 2,35 miliardi di dollari. Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, l’1,5 per cento della produzione iraniana, è una quantità significativa secondo gli esperti. L’analista d’Investkafe Gregory Birge dice che questo importo è pari al 10 per cento dell’esportazione petrolifera della Russia nell’Asia-Pacifico e al 2 per cento delle esportazioni di petrolio verso l’Unione Europea. “Per il mercato del petrolio, si tratta di un importo significativo, soprattutto se le sanzioni alla Russia, in futuro, avranno ripercussioni negative sulla produzione nazionale di petrolio“, ha detto Birge. Secondo gli analisti, la Russia può riesportare il greggio iraniano oppure raffinarlo ed esportarlo come prodotti petroliferi, oppure utilizzarlo nel mercato interno. Il problema principale nella cooperazione petrolifera è trovare un acquirente che importi petrolio iraniano nonostante l’embargo. In precedenza la Russia considerava Bielorussia e Ucraina, dove le aziende russe hanno capacità di raffinazione. Ma per ragioni politiche, tale possibilità è stata abbandonata. Ora si presume che i mercati principali possano essere Cina e Africa (possibilmente il Sud Africa). Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti, frutta e verdura trasformati“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan. Il processo indica che l’Iran intende acquistare prodotti e servizi dalla Russia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti, metalli e cereali russi. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, secondo l’ambasciatore, Teheran è interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuta la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Inoltre, l’ambasciatore ha detto che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e svilupparvi giacimenti di gas.

Le sanzioni hanno accelerato la cooperazione con l’Iran
Secondo gli analisti, la firma del protocollo d’intesa russo-iraniano è in gran parte dovuto al peggioramento delle relazioni tra Russia e occidente. “Mosca ha investito molto per trovare una soluzione diplomatica alla questione nucleare iraniana, ed era pronta ad astenersi da azioni che potessero causare una forte reazione dagli Stati Uniti. Ma la situazione è cambiata“, ha detto l’esperto del Centro PIR Andrej Baklitskij. “La Russia è ora molto meno interessata ad ascoltare le raccomandazioni degli Stati Uniti. Inoltre l’Iran, la cui importanza per l’occidente è notevolmente aumentata per gli eventi in Iraq e la ricerca di alternative agli idrocarburi russi, riceve maggiore libertà di manovra. Infine, già Mosca ha dovuto considerare la minaccia di sanzioni dagli Stati Uniti per aver violato l’embargo petrolifero contro l’Iran; ma ora, quando anche il settore petrolifero russo viene colpito dalle sanzioni, tale fattore ha meno importanza“. Un altro motivo per la rapida attuazione dei piani di Mosca verso Teheran, come affermano gli esperti, è la lotta che s’intensifica per conquistare il mercato iraniano. Dalla fine dello scorso anno, quando l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran è iniziata, delegazioni aziendali provenienti da Cina, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Austria, Svezia e altri Paesi avevano già visitato Teheran. Pochi giorni fa, Reuters e Wall Street Journal, citando fonti industriali tedesche, riferivano che per via della situazione in Ucraina e delle sanzioni di Stati Uniti e UE contro la Russia, le imprese tedesche potrebbero reindirizzare i loro investimenti dall’economia russa a quella iraniana. La Camera di Commercio tedesca prevede, dopo che le sanzioni contro Teheran saranno ulteriormente indebolite, che le esportazioni annuali tedesche verso l’Iran raggiungano i 10 miliardi di euro (nel 2013 furono pari a 1,85 miliardi).

iran_industry_mining78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’India rigetta l’egemonia globale degli USA

L’India rigetta l’egemonia globale degli USA affondando il Global Trade Deal, mettendo in dubbio  il futuro dell’OMC
Tyler Durden Zerohedge 01/08/2014

brics-bank-currency-pool-siIeri abbiamo riportato che l’asse Russia-Cina si è saldamente assicurato, la corsa ora è volta ad assicurare l’alleanza di quest’ultima, con la critica potenza eurasiatica dell’India. Qui la Russia ha compiuto il primo passo simbolico, quando all’inizio della settimana la sua banca centrale ha annunciato di aver avviato trattative internazionali per utilizzare monete nazionali, un processo che culminerà nell’eliminazione della moneta statunitense nelle transazioni bilaterali. La Russia non è la prima nazione a valutare l’importanza chiave dell’India nel concludere forse il più importante asse geopolitico del 21° secolo, abbiamo riportato che il Giappone, agendo per trovare un contrappeso naturale alla Cina con cui le relazioni sono regredite ai livelli della Seconda Guerra Mondiale, ha anche caldamente e pesantemente corteggiato l’India. “I giapponesi si trovano ad affrontare enormi problemi politici con la Cina“, ha detto Kondapalli in un’intervista telefonica. “Le aziende giapponesi quindi ora cercano di spostarsi verso altri Paesi, cercano in India“. Naturalmente per l’India il problema dell’alleanza giapponese implicitamente coinvolgerebbe anche gli Stati Uniti, ultimo e unico sostegno sostenitore dell’insolvente e demograficamente implosivo Giappone, quindi bruciando i ponti con Russia e  Cina. Una domanda emerge: l’India abbraccerebbe l’asse Stati Uniti – Giappone rinunciando al suo mercato naturale dei BRICS e agli alleati Russia e Cina.
Ora abbiamo una risposta chiara ed è un sonoro no, perché in ciò che è il definitivo ceffone alla totalmente dissolvente egemonia globale degli USA, questa mattina l’India ha rifiutato di firmare un critico accordo commerciale globale. In particolare, le richieste irrisolte dell’India portano al crollo della prima grande riforma del ventennale patto commerciale globale. I ministri dell’OMC avevano già concordato la riforma globale delle procedure doganali nota come “facilitazione degli scambi” a Bali, in Indonesia, lo scorso dicembre, ma non poterono superare le obiezioni dell’ultimo minuto indiane e non l’hanno fatto, secondo le regole dell’OMC, entro il 31 luglio. Il direttore generale dell’OMC, Roberto Azevedo, ha detto ai diplomatici commerciali di Ginevra, appena due ore prima che il termine ultimo per l’accordo scadesse a mezzanotte, che “non abbiamo trovato una soluzione che ci permetta di colmare questa lacuna“. Reuters riporta che la maggior parte dei diplomatici aveva previsto di firmare l’accordo questa settimana, segnando un successo unico nei 19 anni di storia dell’OMC che, secondo alcune stime, doveva aggiungere 1000 miliardi di dollari e 21 milioni di posti di lavoro all’economia mondiale. Si scopre che l’India è contenta di deludere i globalisti: i diplomatici erano scioccati quando l’India ha posto il veto e il fallimento dell’ultima ora le ha attirato forti critiche, così come brontolii sul futuro dell’organizzazione e del sistema multilaterale ad essa sotteso. “L’Australia è profondamente delusa dal fatto che non sia stato possibile rispettare la scadenza. Tale fallimento è un grave colpo alla fiducia riavviata a Bali sull’OMC nell’avere un risultato dai negoziati“, ha detto il ministro del commercio australiano Andrew Robb. “Non ci sono vincitori con tale risultato, meno di tutti nei Paesi in via di sviluppo che avrebbero visto i maggiori profitti“. Incredibilmente, e senza alcun preavviso, l’ostinato rifiuto dell’India di soddisfare le richieste degli Stati Uniti potrebbe aver schiacciato l’OMC quale fonte del commercio internazionale, sferrandogli un pugno eliminando direttamente l’avvento futuro di una globalizzazione implacabile, che negli ultimi 50 anni ha avvantaggiato sopratutto gli Stati Uniti.
L’indebitato Giappone, come già detto, desideroso di diventare il migliore amico dell’India, è stupito dal rifiuto: “Un funzionario giapponese a conoscenza della situazione, ha detto che mentre Tokyo ha ribadito l’impegno a mantenere e rafforzare il sistema commerciale multilaterale, è frustrato che tale piccolo gruppo di Paesi ne abbia ostacolato il consenso pressoché unanime. Il futuro del Doha Round, compreso il pacchetto di Bali, non è chiaro in questa fase, ha detto“. Altri sono giunti a suggerire l’espulsione dell’India: “Alcune nazioni, tra cui Stati Uniti, Unione Europea, Australia, Giappone e Norvegia, hanno già discusso un piano per escludere l’India dall’accordo e portarlo avanti, hanno detto dei funzionari coinvolti nei colloqui”. Tuttavia, una tale mossa chiaramente indicherebbe che il grande esperimento della globalizzazione volge al termine: “Il ministro del Commercio Estero della Nuova Zelanda, Tim Groser, ha detto a Reuters che c’è “troppa dramma” sulle trattative e ha aggiunto che qualsiasi discorso volto ad escludere l’India ciò è “ingenuo” e controproducente. “L’India è il secondo Paese più popoloso, parte vitale dell’economia mondiale e sarà ancora più importante. L’idea di escludere l’India è ridicola”…”Non voglio essere troppo critico verso gli indiani. Abbiamo cercato di convincerli, ma infine mettere l’India nell’angolo non sarebbe produttivo”, ha aggiunto”. E sì, la morte dell’OMC è già casualmente indicata come possibilità concreta: “Eppure, il fallimento dell’accordo dovrebbe segnare l’allontanamento dai singoli monolitici accordi commerciali che hanno definito l’ente per decenni, ha detto Peter Gallagher, esperto di libero scambio e OMC presso l’Università di Adelaide. Penso che sia certamente prematuro parlare di morte dell’OMC. Spero che si sia al punto in cui un po’ più di realismo entri nei negoziati“, ha detto. Ma il Paese più traumatizzato è quello che non ha mai accettato una risposta negativa da certi “squallidi e arretrati Paesi in via di sviluppo“: gli Stati Uniti, e la persona più umiliata non è altri che John Kerry. “Il segretario di Stato USA John Kerry ha detto al Primo ministro Narendra Modi che il rifiuto dell’India di firmare l’accordo commerciale globale invia un segnale sbagliato, e ha esortato New Delhi a lavorare per risolvere la questione al più presto possibile. La mancata firma dell’accordo per facilitare il commercio invia un segnale confuso e mina l’immagine stessa che il Premier Modi tenta d’inviare dell’India“, ha detto un funzionario del dipartimento di Stato USA ai giornalisti, dopo l’incontro di Kerry con Modi. Il segnale sbagliato per John Kerry, forse, è che ora è lo zimbello “diplomatico” mondiale e l’uomo che, insieme a Hillary Clinton (e al presidente degli Stati Uniti), è stato beffato completamente sull’influenza globale degli Stati Uniti negli ultimi 5 anni. Ma è il segnale giusto per la Cina e, naturalmente, la Russia.

BRAZIL-BRICS-ROUSSEFF-XI-MODI-PUTIN-ZUMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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