Gli USA si trasformano nel retrocortile dell’America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/02/2014

CELAC-Cuba-2014-655x357Il secondo vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC) del 28-29 gennaio ha suscitato grande interesse, prima di tutto perché questa organizzazione dei Paesi dell’emisfero occidentale non include Stati Uniti e Canada. La Comunità è stata creata dopo vari tentativi dei Paesi della regione di democratizzare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS),  sotto stretto controllo degli Stati Uniti e che più di una volta è stata usata per reprimere i regimi indesiderati a Washington. I tentativi delle amministrazioni Bush e Obama di utilizzare l’OAS per “finire il regime di Castro”, “neutralizzare Hugo Chavez”, ecc. hanno totalmente compromesso tale strumento, una volta affidabile, dell’Impero. Fu Chavez che negli ultimi anni della sua vita lavorò alla riforma delle organizzazioni regionali e alla creazione di contrappesi agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Nella realizzazione di questo compito complesso fu assistito dai leader dell’Argentina Nestor Kirchner, del Brasile Inacio Lula da Silva, dell’Ecuador Rafael Correa, della Bolivia Evo Morales e da altri statisti dell’America Latina. Il primo forum del CELAC, cui parteciparono 33 paesi, si svolse a Caracas nel dicembre 2011 e Chavez, nel discorso di apertura, dichiarò chiaramente che questa alleanza politica era stata creata per “divenire il centro di  potere più influente del 21° secolo”. Fu sostenuto da molti presidenti. Il presidente nicaraguense Daniel Ortega parlò più decisamente, affermando che l’esistenza del CELAC è “la condanna a morte della Dottrina Monroe”.
Il dipartimento di Stato degli USA espresse la propria posizione sul CELAC nel 2011, affermando che continuava “a lavorare con l’OAS quale organizzazione multilaterale preminente dell’emisfero”. Washington cerca di compromettere la formazione di centri di potere concorrenti nella regione, usando tutti i mezzi a sua disposizione e puntando sulla strategia consolidata del “divide et impera”. C’è la “quinta colonna” dei presidenti conservatori utili agli interessi di oligarchi e monopoli, tenendo in mente i propri interessi personali, seguono Washington. Quando necessario, tali alleati degli Stati Uniti possono essere usati per bloccare qualsiasi decisione del CELAC, considerando il principio di unanimità redatto nei documenti fondativi. Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri di Cuba, divenne presidente del CELAC nel 2013. Nel prendere le redini dal suo predecessore, il cileno Sebastian Pinera, Castro dichiarò che avrebbe lavorato per il bene della pace, della giustizia, dello sviluppo e della reciproca comprensione tra tutti i popoli del continente latino-americano. “Agiremo in piena conformità con le norme del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi di base delle relazioni interstatali”, disse Castro. I cubani hanno lavorato proficuamente nel preparare una trentina di documenti per il vertice dell’Avana.
Di grande importanza per il rafforzamento delle autorità del CELAC è la dichiarazione che afferma che l’America Latina e il bacino dei Caraibi restano una zona libera dalle armi nucleari. Il presente documento fu adottato in aggiunta al trattato di Tlatelolco (1967), che vieta le armi nucleari nella regione. Ciò perché il trattato fu sistematicamente violato da Stati Uniti e Regno Unito, i cui sottomarini atomici armati potrebbero ancorarsi al largo delle coste del continente. Le notizie su testate nucleari che potrebbero essere depositate presso la base militare inglese di Mount Pleasant delle Malvinas, con l’accordo del Pentagono, sono preoccupanti. Anche le 70 basi militari statunitensi situate nella regione sono una minaccia per la pace. Alcuni di esse operano a pieno regime (per esempio in Colombia e Honduras), mentre altre sono accantonate per il futuro. La base di Guantanamo, a Cuba, è da tempo diventata simbolo della “fascistizzazione” degli Stati Uniti. I prigionieri che vi sono detenuti senza processo, vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Molti hanno esortato l’amministrazione Obama a fermare tale pratica disumana, ma come sempre non vi è stata alcuna reazione. Al vertice è stato confermato che le controversie e i conflitti tra i Paesi membri del CELAC saranno risolti attraverso negoziati al fine di liberarsi definitivamente dell’uso della forza nelle regioni in cui vi sono vecchie dispute territoriali. Vi sono state anche discussioni, tradizionali nei convegni latinoamericani, su argomenti come la fame, gli scontri, la povertà, la disuguaglianza sociale e il traffico di droga. Qui vi sono stati cambiamenti positivi, prima di tutto nei Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America. La solidarietà con Cuba e la condanna del blocco economico degli Stati Uniti sono un altro tema costante dei forum latino-americani. Questa posizione fondamentale fu presa anche nei documenti del vertice. Diversi interventi hanno condannato lo spionaggio di massa degli Stati Uniti, in particolare della NSA. La sorveglianza era (ed è) condotta in tutti i Paesi della regione, senza eccezioni. Anche alleati apparentemente affidabili come Colombia, Messico, Guatemala e Costa Rica sono sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence degli Stati Uniti. La necessità di creare un sistema di comunicazione elettronico ben protetto da intrusioni esterne e una “Internet latino-americana” è stata discussa in particolare dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.
La creazione di un forum Cina-CELAC è stata approvata. Il tema della Cina al vertice testimonia il grande successo della penetrazione economica e finanziaria della Cina nella regione. La scaletta dei  lavori di Pechino nel sabotare il predominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è sensazionale. Praticamente tutti i Paesi del continente, dal Belize all’Uruguay e dal Messico al Cile, hanno spalancato le loro porte al capitale cinese. Sempre più spesso si sente dire che gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Pertanto, la posizione dei governi latino-americani di “destra” e “sinistra” sulla Cina è giustificata. I latino-americani usano abilmente per i propri interessi il confronto geopolitico tra vecchie decrepite e nuove superpotenze. La discussione al vertice sulla possibilità di concedere a Puerto Rico la piena adesione al CELAC, ha implicazioni negative per gli Stati Uniti. Ciò praticamente è una dichiarazione sulla necessità di concedere l’indipendenza a Puerto Rico. Il suo status semi-coloniale di “Stato libero associato” è un retaggio del passato. Le  forze patriottiche di Puerto Rico resistono ai dettami imperiali da decenni. Il supporto del CELAC fornisce ulteriori opportunità di sfatare le manipolazioni della guerra di propaganda che cercano di dimostrare che i cittadini di Porto Rico sono “in massa” a favore della trasformazione del loro Paese in un altro Stato degli USA.
L’amministrazione Obama ha organizzato un contro-summit a Miami con gli attivisti di estrema destra, al fine di distogliere l’attenzione da ciò che succede al forum dell’Avana. I promotori della manifestazione sono l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI) e il Centro per l’Apertura e lo Sviluppo dell’America Latina (Cadal), organizzazioni create dalla CIA per condurre operazioni sovversive. In questo caso particolare, persone da tempo note essere terroristi e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti svolgono il lavoro sporco dell’impero, attaccando Cuba e i “populisti” dell’America Latina. Tra costoro Carlos Alberto Montaner, che si definisce  “pubblicista”. La sua carriera di “bombardiere” iniziò nei primi anni della rivoluzione cubana.  Molte persone nei cinema e centri commerciali dell’Avana morirono per mano sua. Ramon Saul Sanchez non è da meno, essendo un ex-membro del gruppo terrorista Omega 7 che organizzò un attentato contro il consolato cubano di Montreal e gettò esplosivi nell’auto dell’ambasciatore di Cuba presso l’ONU. Julio Rodriguez Salas, un ex-ufficiale venezuelano ed agente dei servizi segreti militari degli Stati Uniti, può vantare prodezze simili, partecipando al complotto per rovesciare Chavez nell’aprile 2002. Al forum di Miami hanno discusso della strategia per “promuovere la democrazia nel continente”. Tra i relatori erano rappresentante numerose ONG dell’America Latina che rispondono alla CIA. I loro discorsi sul “diritto alla rivolta” spiccavano. L’affermazione fondamentale di tale tema è: se un Paese ha un governo tirannico, il popolo ha il diritto di rovesciarlo. I relatori hanno menzionato esplicitamente i governi “indesiderabili” agli Stati Uniti: Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc. Tuttavia, questi ed altri tentativi di Washington di provocare conflitti tra i partecipanti al Vertice non hanno avuto il sostegno dei Paesi della regione. E non potevano che  “mobilitare” piccoli gruppi di dissidenti che agiscono sotto la copertura della Sezione Interessi degli Stati Uniti che le stazioni CIA ha potuto racimolare per far “protestare” con forza.
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez l’ha ben sottolineato, quando ha affermato che “il rientro” del suo Paese nell’America Latina era completo, e riguardo la strategia di Washington per isolare Cuba nell’emisfero occidentale, adesso è la politica degli Stati Uniti ad essere isolata. “Se gli Stati Uniti vogliono stabilire rapporti normali, più produttivi, fiduciosi e democratici con l’America Latina e i Paesi dei Caraibi”, ha dichiarato Rodriguez, “deve cambiare la sua politica nella regione”. Per farlo, gli Stati Uniti devono “avere normali relazioni con loro, basandosi sul rispetto della loro sovranità sulla base della parità”. L’America Latina deve essere vista da Washington come un partner alla pari e non come il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Il secondo vertice del CELAC ha  consolidato le posizioni dei Paesi membri su molte questioni. L’obiettivo strategico è l’integrazione degli Stati latinoamericani. Il CELAC è apparso sulla scena internazionale come l’unico “rappresentante autorizzato” dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi. Gli Stati Uniti dovranno  gradualmente superare il loro complesso di superiorità nell’emisfero occidentale, altrimenti i latinoamericani un giorno trasformeranno il territorio a nord del Rio Grande nel loro “cortile di casa”…

Bruno en el Centro Prensa  de la II Cumbre de la CELAC.La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina punta a mantenere la stabilità nella regione latino-americana

La Cina ha buone ragioni per contribuire a stabilizzare le economie latino-americane
Mark Weisbrot The Guardian 31  gennaio 2014

1622611Nell’ultima settimana gran parte della stampa economica internazionale s’è focalizzata sui problemi di stabilità finanziaria nei Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali recentemente diventati più vulnerabili ai deflussi di capitali. La causa principale è che gli investitori cercano di approfittare delle eventuali mosse della Federal Reserve degli Stati Uniti nel consentire l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, attirando capitali dai Paesi in via di sviluppo facendone aumentare gli oneri finanziari. L’Argentina ha ottenuto parte di tale attenzione, in quanto ha permesso al peso una svalutazione del 15 per cento in un giorno, aumentando l’accesso degli argentini ai dollari del mercato ufficiale. Il Venezuela non è tanto influenzato da tali sviluppi del mercato, ma viene sempre raffigurato negativamente sui media internazionali, e ancora di più negli ultimi anni da quando i suoi problemi con il sistema dei tassi di cambio hanno aumentato l’inflazione del 56 cento. I due paesi affrontano problemi diversi, ma entrambi probabilmente stabilizzeranno i propri tassi di cambio, risolvendoli. Qui l’aiuto internazionale può fare una grande differenza, e c’è un Paese che ha sia la capacità di aiutarli che un sicuro interesse nel farlo: la Cina.
La Cina ha già aiutato il Venezuela con decine di miliardi di dollari di prestiti, in gran parte già  rimborsati, così come negli investimenti. Ha anche fornito prestiti e investimenti significativi a Ecuador, Cuba, Brasile e altri Paesi. Ma c’è altro che può fare in questo momento. Gran parte dei problemi di Argentina e Venezuela deriva da alcuni residenti che credono, con un forte incoraggiamento dai media, che la loro valuta nazionale non sia sicura. Se è vero che entrambi i Paesi hanno un’alta inflazione e le loro valute si sono deprezzate sui rispettivi mercati neri, non è chiaro quanto di ciò sia dovuto a cause fondamentali e quanto alla bolla del mercato nero dei dollari. (Certo in Venezuela, il tasso del dollaro sul mercato nero è gonfiato da acquirenti che scommettono su una valuta locale che continui a deprezzarsi.) In ogni caso, entrambi i governi potrebbero stabilizzare le loro valute e potrebbero iniziare ad abbattere l’inflazione, se dovessero ricevere una sufficiente quantità di riserve in dollari. E non dovrebbero necessariamente usarle: la Bolivia, per esempio, ha un tasso di cambio molto stabile nei sette anni di presidenza di Evo Morales, nonostante le gravi turbolenze politiche (tra cui un movimento secessionista violento), una certa inflazione, le notevoli nazionalizzazioni e altre mosse politiche del governo (come ad esempio il ritiro dal collegio arbitrale internazionale della Banca mondiale (ICSID)), visti come terribilmente “ostili” dalle aziende internazionali e dalla stampa economica. Ma la Bolivia accumulato più riserve anche della Cina (rispetto al PIL), e nessuno mette in dubbio la capacità del governo di mantenere la moneta nazionale in corrispondenza o vicino al tasso di cambio corrente.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fornito una “Flexible Credit Line” (FCL) in riserve che non è stata ancora presa in prestito, ma è disponibile per i Paesi autorizzati. Poiché gli Stati Uniti controllano la politica del FMI verso i Paesi in via di sviluppo, gli unici tre Paesi riconosciuti per la FCL sono Messico, Colombia e Polonia, tutti con governi di destra (Álvaro Uribe era presidente della Colombia, all’epoca), che Washington considera alleati strategici. Il Messico ha accesso a ben  47,3 miliardi dollari che non ha avuto bisogno di toccare. La Cina ha 3800 miliardi dollari in riserve e a mala pena noterebbe il denaro necessario a finanziare una linea di credito similare per l’Argentina e il Venezuela. In realtà, la Cina farebbe molto probabilmente di meglio, anche se i soldi venissero presi in prestito. Il debito pubblico estero in dollari dell’Argentina è solo pari a circa l’8 per cento del PIL, il che significa che non avrebbe mai senso un default per un così piccolo debito.
Il Venezuela ha anche un basso rischio di default sovrano, con 90 miliardi di dollari di fatturato petrolifero annuo e le maggiori riserve di petrolio del mondo. Attualmente, la Cina ha la maggior parte delle sue riserve in titoli del Tesoro USA, che praticamente è certo perdano valore nel prossimo futuro, mentre i tassi d’interesse a lungo termine aumentano negli Stati Uniti. La Cina ha grande interesse nella stabilizzazione dell’America Latina. A differenza degli Stati Uniti, che è una potenza egemone globale con centinaia di basi militari in tutto il mondo, la Cina non ha basi militari straniere e nessun impero. Con il “perno” degli Stati Uniti verso l’Asia, a sostegno del militarismo del Giappone cercando di mantenere il dominio militare in Asia orientale, l’interesse principale della Cina è l’ulteriore sviluppo di un mondo multipolare e di un ruolo maggiore di Nazioni Unite, Paesi in via di sviluppo, diritto internazionale e diplomazia nelle relazioni internazionali.
L’America Latina, in particolare il Sud America, s’è resa indipendente da Washington negli ultimi 15 anni e ha un forte interesse politico in questi stessi problemi dalle profonde radici storiche. Con il miglioramento del PIL della Cina (e cioè del potere d’acquisto), l’economia cinese è già più grande di quella degli Stati Uniti, e anche al suo attuale tasso di crescita in rallentamento, più che raddoppierà nel prossimo decennio. Come ha affermato Yan Xuetong, la Cina inizia un nuovo percorso in politica estera, in cui formerà quelle alleanze che non poté realizzare in passato. Anche se queste alleanze saranno principalmente con Paesi vicini, la maggior parte dell’America Latina è un naturale alleato, non solo per via delle sue crescenti relazioni commerciali e commerciali con la Cina, ma anche per via del comune interesse a un ordine politico internazionale che favorisca il rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale verso l’intervento unilaterale e la forza militare. D’altra parte, Washington vorrebbe sbarazzarsi di tutti i governi di sinistra della regione e tornare a un mondo a “sovranità limitata”, come l’aveva 20 anni fa.
I notevoli tentativi della Cina, che potrebbero essere attuati a poco o nessun costo, manterranno la stabilità nella regione.

1513292Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington DC Egli è anche presidente di Just Foreign Policy.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

America Latina e Stati Uniti: l’apoteosi della sfiducia

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/01/2014

1016289Il 2013 è stato incredibilmente dannoso per le relazioni tra Stati Uniti e Paesi dell’America Latina. La rivelazioni di Edward Snowden hanno dimostrato che nell’emisfero occidentale Washington  cerca di giocare solo alle regole che scrive. Usando programmi spia come Prism, Boundless Informant e altri, l’intelligence degli Stati Uniti raccoglieva informazioni strategicamente utili in tutto il continente sudamericano usandole per garantirsi l’efficacia della sua politica regionale… Non c’è bisogno di spiegare che conoscere piani e intenzioni di partner e rivali permetteva a Washington di calcolare la propria strategia, sviluppare piani, lavorare in modo proattivo e avere successo in varie situazioni, anche critiche. L’Impero non si fida dei suoi partner, ancora meno dei “regimi ostili”. Tradizionalmente gli alleati sottomessi, o più precisamente i satelliti degli USA, erano sottoposti ad un controllo totale. Tra questi Costa Rica, Honduras, Guatemala, Panama, Belize, Repubblica Dominicana e Paraguay (ma l’elenco non finisce qui). I “controllori imperiali” prestavano particolare attenzione ai grandi Paesi dell’America Latina: Messico, Brasile e Argentina.  L’azione preventiva per evitare situazioni di conflitto con essi era al centro dell’attenzione di Washington. Le ragioni sono chiare: gli Stati Uniti hanno seri problemi irrisolti, primo fra tutti la neutralizzazione dell’Alleanza Bolivariana dei Popoli d’America (ALBA), l’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR), la Comunità dell’America Latina e dei Caraibi Uniti e altre alleanze che non includono gli Stati Uniti. L’esistenza stessa di questi blocchi illustra la sfiducia latino-americana nella capacità degli Stati Uniti di attuare programmi vantaggiosi per la regione latinoamericana.
Negli ultimi dieci anni la posizione geopolitica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è s’è notevolmente indebolita. Colossali risorse finanziarie e militari sono state investite per garantire l’egemonia statunitense in altre regioni del mondo: Afghanistan, Iraq, Nord Africa e Medio Oriente. L’efficacia di tali sforzi è molto dubbia. I prossimi anni mostreranno se gli Stati Uniti e la NATO potranno garantirsi la presenza nei territori conquistati e continuare l’”espansione” in Oriente. Tuttavia, nonostante tutto, le ambizioni imperialiste degli Stati Uniti sono illimitate. Sia Mosca che Pechino hanno una buona idea di ciò che Washington ha in programma per la fase finale dell’“assalto a Oriente”. Altre capitali del mondo capiscono il fine ultimo dell’espansione statunitense. In America Latina, un effetto collaterale negativo di tali spedizioni imperiali è evidente. La sfiducia sugli obiettivi di Washington aumenta. Preoccupazioni persistenti si affermano sul fine ultimo del “gruppo estremista imperialista” oggi al potere negli Stati Uniti, stabilire realmente il dominio sul mondo usando la forza bruta per reprimere qualsiasi forma di resistenza, se necessario. La militarizzazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è abbastanza evidente. Molti suoi dipendenti hanno subito una formazione supplementare in collegi e istituti militari; operano sul campo in “punti caldi” in tutto il mondo, dalla Libia all’Afghanistan, o svolgono funzioni d’intelligence, diplomatiche e militari prima di essere nominati ad incarichi importanti nei Paesi dell’America latina. Il Pentagono possiede informazioni esaustive sul futuro teatro di un’azione militare. Il Comando Sud delle Forze Armate degli Stati Uniti rafforza sistematicamente la propria infrastruttura nella regione (basi aeree e navali), utilizzando ogni possibile pretesto, dalla guerra al terrorismo alla vaccinazione della popolazione locale.
Washington ha interesse nel mantenere focolai di tensione in America Latina. Ad esempio, la riconciliazione delle parti in conflitto in Colombia è estremamente indesiderabile per l’amministrazione Obama. I leader degli Stati Uniti sono ostili ai negoziati tra il governo di Juan Santos e i rappresentanti del gruppo guerrigliero delle FARC che si svolgono a Cuba. La riconciliazione potrebbe comportare la liquidazione delle sette grandi basi militari statunitensi in Colombia, che gli strateghi statunitensi intendono usare contro i regimi “populisti” di Venezuela, Ecuador e Nicaragua, così come contro Cuba. I politologi affermano recentemente sui media che l’intelligence degli Stati Uniti lavora a stretto contatto con l’esercito colombiano per sbaragliare i gruppi guerriglieri di FARC e ELN e provocare l’interruzione dei colloqui di pace. Gli articoli rivelano in dettaglio come la CIA, l’intelligence militare e la NSA degli Stati Uniti collaborino per eliminare fisicamente i leader della guerriglia, anche mediante l’organizzazione di attentati sul territorio al confine dell’Ecuador. L’amministrazione Obama intensifica gli sforzi per rafforzare la cosiddetta Pacific Alliance, che comprende Messico, Perù, Colombia e Cile. Dopo aver ratificato l’accordo di libero scambio con la Colombia, il Costa Rica ne è diventato membro. Gli obiettivi sovversivi della Pacific Alliance, istituita nel giugno 2012 contro i governi di Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador e Bolivia, sono fuori discussione. Alcuni scienziati politici ritengono che tale piano statunitense sia volto a neutralizzare ALBA, mentre altri lo vedono prevalentemente come anti-brasiliano. Washington ha speso molte energie e risorse per sincronizzare le attività dei regimi del continente sotto suo controllo per creare almeno una versione ridotta del mercato Pan-americano, entrato nella storia come Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA). Il progetto degli Stati Uniti è stato respinto al quarto Vertice delle Americhe di Mar del Plata, in Argentina, nel 2005, grazie agli sforzi dei presidenti Nestor Kirchner, Hugo Chavez, Evo Morales e altri.
Il Brasile presta molta attenzione alle inclinazioni sempre più ostili della politica degli Stati Uniti nel continente. Il governo di Dilma Rousseff non ha ancora ricevuto le scuse dall’amministrazione Obama per lo spionaggio di NSA e CIA nei confronti del Brasile. Rousseff ha annullato la visita a Washington, alcuni piani promettenti per gli Stati Uniti furono limitati e una serie di accordi bilaterali nella cooperazione di agenzie militari, sicurezza e di polizia è stata riconsiderata. Nel settore della cooperazione degli armamenti, il Brasile ha scelto infine gli aerei da combattimento per la sua aviazione, respingendo il caccia multiruolo Super Hornet della Boeing. La società svedese Saab ha vinto. Si prevede che il contratto da 4,5 miliardi di dollari per la fornitura di 36 aerei da combattimento Gripen sarà firmato nel 2014, dopo che tutti i termini finanziari e tecnici saranno concordati. Il primo aereo arriverà in Brasile alla fine del 2018.
Un risultato della profonda diffidenza dell’America Latina verso gli Stati Uniti è la maggiore attività di Paesi come Russia, India, Iran e soprattutto Cina nel continente sudamericano. Ci sono sempre più segnali che il 21° secolo sarà il secolo della “svolta” cinese dell’emisfero occidentale, considerando le enormi risorse che i cinesi già investono nello sviluppo delle economie nazionali dell’America Latina. Energia, petrolio, miniere, elettronica, infrastrutture dei trasporti, industria della difesa, i cinesi sconfinano costantemente nei santuari del business statunitense. Un aspetto simbolico di questa infiltrazione cinese è il lancio di satelliti per comunicazioni e di ricerca dei Paesi latino-americani. La Cina avanza in America Latina su un ampio fronte. Molti credono che sia già inarrestabile.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

2,5 milioni di dollari per assassinare il Presidente Maduro

Thierry Deronne, Global Research, 3 agosto 2013

ap-venezuela-president-nicolas-maduro_20130709104851_640_480La speranza della destra internazionale e dei media mainstream di vedere la rivoluzione bolivariana scomparire con la morte (sospetta) del Presidente Hugo Chavez, è stata frustrata dal nuovo Presidente Nicolas Maduro che porta avanza con forza le trasformazioni ricorrendo, in particolare, al “Governo di quartiere” in Venezuela (1), all’integrazione politica dell’America Latina e alla cooperazione Sud-Sud. Perciò, riprendo i preparativi per un attentato, di cui i servizi segreti venezuelani hanno sventato un primo tentativo. Prevista per il 24 luglio, l’operazione includeva l’assassinio di Maduro da parte di un cecchino, mentre partecipava a manifestazioni pubbliche per commemorare la nascita di Simon Bolivar, seguita da attacchi simultanei ad obiettivi politici e militari da parte di 400 uomini infiltrati in Venezuela attraverso il confine con la Colombia.
Secondo il ministro Miguel Rodríguez Torres, che ha rivelato i dettagli il 31 luglio alla rete d’informazione Telesur, gli incontri per sviluppare questo progetto si sono svolti a Bogotá, Medellín (Colombia), Miami e Panama. Il membri di questa operazione comprendono terroristi, golpisti, personaggi legati al traffico di droga e paramilitari, tutti vecchi giocatori della sovversione in America Latina come Roberto Frómeta di Miami, leader del gruppo terrorista F4, riconosciuto autore di azioni terroristiche contro Cuba e mentore del terrorista internazionale di origine cubana Luis Posada Carriles. Ex agente della CIA, è l’autore (tra le altre cose) del bombardamento del 6 ottobre 1976, quando morirono 73 passeggeri del volo 455 della Cubana de Aviación, e responsabile della tortura e della scomparsa di militanti sinistra, per conto della polizia politica venezuelana del regime degli anni ’60 e ’70. Nonostante le diverse richieste di estradizione, continua a godere della protezione del governo degli Stati Uniti. Sempre a Miami i 2,5 milioni di dollari volti a coprire l’acquisto di armi e logistica per l’attentato contro Maduro, furono raccolti dalla rete dell’imprenditore di destra venezuelano Eduardo Álvarez Macaya (di origine cubana), alias Eddy, membro del Comando delle organizzazioni rivoluzionarie unite (CORU) e di Omega 7, sospettato di aver organizzato l’assassinio del diplomatico cubano all’ONU Félix García, nel 1980.
Prima del piano di assassinare il presidente bolivariano, la prima fase di questa operazione era creare il caos in Venezuela per giustificare l’intervento. Fu lanciata dal candidato della destra Henrique Capriles Radonski dopo l’annuncio della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013. Seguendo i suoi ordini di scendere in piazza per scatenare la rabbia, gli squadroni paramilitari s’infiltrarono tra i militanti del suo partito Primero Justicia, assassinando gli attivisti bolivariani José Luis Ponce, Rosiris Reyes, Ender Agreda, Henry Rangel Manuel, Keler Enrique Guevara, Luis García Polanco, Rey David Sánchez, Antonio Acosta Hernández Jonathan e Johnny Pacheco, attaccando o bruciando le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), 25 Centri di Diagnosi Integrale (centri gratuiti di salute popolari), media comunitari, centri per l’approvvigionamento popolare (rete Mercal), una sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi. Tre settimane prima delle elezioni, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez) avevano ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di questo piano di destabilizzazione (2).

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario  colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell'aprile 2002.

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile 2002.

Questa violenza permeata di razzismo sociale godeva della disponibilità dei media privati che dominano la maggior parte dell’etere in Venezuela, e dei media internazionali che hanno oscurato le vittime. Durante la campagna presidenziale, il quotidiano francese “Le Monde” aveva definito Henrique Capriles “azzimato avvocato socialdemocratico” (sic). Questa prima fase, fallita davanti la resistenza pacifica della popolazione, aveva attratto il commento dell’ex Presidente Lula nell’aprile 2013: “Quando lasciai l’incarico che occupavo c’erano cose che non si potevano dire per diplomazia, ma oggi posso dire che ogni volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni di un altro Paese. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.”(3) Nel giugno 2013, una registrazione telefonica rivelava i contatti con gli Stati Uniti di un altro leader della destra venezuelana, Maria Corina Machado (anch’ella coinvolta nel sanguinoso colpo di Stato contro Chavez nell’aprile del 2002). Insistendo sulla necessità di organizzare un nuovo colpo di Stato preceduto da “scontri non dialoganti” (sic).
Fin dall’inizio, tutta questa operazione faceva affidamento sul sostegno di alcuni agenti della CIA e di due ex-presidenti legati al traffico internazionale di stupefacenti e ai paramilitari: l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e l’ex presidente honduregno de facto, l’imprenditore Roberto Micheletti, che prese il potere in Honduras dopo il colpo di Stato contro il Presidente Manuel Zelaya. Questi sono gli stessi settori della destra ad organizzare attività di destabilizzazione contro i governi di Bolivia, Ecuador e Venezuela, sempre con l’aiuto dei media privati, che hanno partecipato al colpo di Stato contro Hugo Chavez nell’aprile 2002, al blocco petrolifero nel 2002-2003, al massacro di Plaza Altamira nel dicembre 2012, agli attentati contro le ambasciate di Spagna e Colombia nel 2003, all’omicidio del giudice Danilo Anderson nel 2004, che indagava sugli autori del colpo di Stato, all’infiltrazione nel 2004 di un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nella finca Daktari (periferia di Caracas), mentre preparavano l’assassinio di Hugo Chavez.

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell'operazione: "decapitate Chavez."

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell’operazione: “decapitate Chavez.”

Le telefonate dimostrano che la possibilità dell’omicidio di Nicolas Maduro, rinviato a causa delle fughe e delle misure adottate dal servizio segreto venezuelano, resta. Uno degli scenari preferiti dai terroristi sarebbe “il governo di quartiere” approfittando dell’alta esposizione del presidente durante il contatto diretto con la popolazione.

Thierry Deronne, Caracas, 1 agosto 2013, AVN e Telesur.

Note:
(1) “Deux tours du monde en 100 jours : révolution dans la révolution bolivarienne
(2) “Venezuela: victoire du “chavisme sans Chavez” di Maurice Lemoine
(3) “Défaite de la tentative de coup d’État. L’ex-président Lula critique l’ingérence des États-Unis dans les élections vénézuéliennes“,
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: sconfitto il tentativo di colpo di Stato

L’ex presidente Lula critica le interferenze degli Stati Uniti nelle elezioni venezuelane
Thierry Deronne, Ciudad Caracas Info, Caracas, 17-18 aprile 2013 – Venezuela Infos

534321Come sappiamo, alle prime ore dell’annuncio della vittoria del bolivariano Nicolas Maduro, gli attivisti dell’ex candidato di destra Capriles Radonski (1) obbedendo ai suoi ordini, scendevano in piazza per scatenare la loro rabbia. Conclusione: otto cittadini uccisi, tra cui due destinatari della Grande Missione degli Alloggi, residenti in un comune di destra (Baruta) e 63 feriti, mentre le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), dei Centri di salute integrali, dei media comunitari, la sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi sono stati attaccati e bruciati. Questa violenza razzista ha beneficiato della compiacenza dei media privati venezuelani, maggioritari in Venezuela, che occultano le vittime (2), e dai loro relè mediatici internazionali, come durante il golpe contro il presidente Zelaya (in Honduras) del 28 giugno 2009 e il golpe contro Hugo Chavez del 12 aprile 2002.
A livello nazionale, una frangia di elettori di Capriles si è smarcata dalla sua strategia omicida, già usata durante il colpo di Stato del 2002, e ha espresso la propria indignazione per gli assassini (3).  In ogni caso, la maggioranza della popolazione non l’ha seguito, proseguendo le attività quotidiane o mobilitandosi pacificamente per difendere il verdetto delle urne. I consulenti mediatici di Capriles  avevano cercato, in questi mesi, di rifargli un nuovo look sociale e democratico, imitando la rivoluzione chavista e rinnovandosi da “Lula venezuelano” che manterrebbe le missioni sociali, arrivando persino a ringraziare i medici cubani. Questa cosmesi è ormai distrutta e il candidato neoliberista sembra rendersene conto annullando le nuove manifestazioni. Continui rapporti  suggeriscono che ora Radonski abbia intenzione di montare un “auto-attentato” per continuare ad alimentare i media internazionali. Mentre denuncia la “frode” davanti le telecamere di tutto il mondo, non ha impugnato né chiesto il riconteggio dal Centro Nazionale Elettorale. È il CNE che l’ha deciso il 18 aprile, estendendo il controllo sul 54% dei seggi (una verifica statistica già sufficiente e di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro Paese), al restante 46%. L’elezione è stata convalidata dagli osservatori internazionali, tra cui quelli di UNASUR e dell’UNIORE.
A livello internazionale, tutti i governi, dal Brasile alla Russia, dalla Francia alla Cina, hanno pienamente riconosciuto Nicolas Maduro presidente costituzionale del Venezuela (tra cui BRICS, il Movimento dei Paesi Non Allineati, MERCOSUR, UNASUR i cui 12 Paesi latino-americani si riuniscono questo 18 aprile a Lima per sostenere il Presidente Maduro). Gli ultimi alleati della destra venezuelana (OSA e Spagna) sono stati obbligati a seguire la comunità internazionale, riconoscendo la vittoria del candidato bolivariano. Il governo degli Stati Uniti si trova isolato nel suo rifiuto di riconoscere la volontà degli elettori.
Dalla Germania, il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha condannato gli atti di violenza perpetrati dalla destra di Capriles Radonski: è sempre la strategia della destra venezuelana con il sostegno di gruppi nazionali e stranieri, per avere un voto serrato, al fine di minare le elezioni e  giocare la carta della destabilizzazione. Evo Morales ha elogiato i “fratelli venezuelani che hanno sventato un nuovo tentativo di colpo di Stato” e ha letto pubblicamente il messaggio con cui il segretario di Stato John Kerry, del governo degli Stati Uniti, ha detto che “il continente latino-americano è il nostro cortile di casa, è fondamentale per noi“. Il presidente boliviano, su questo messaggio fa presagire ulteriori tentativi di colpi di Stato. L’ex presidente Lula, che si è congratulato con Nicolas Maduro, ha detto che quando si svolgono funzioni presidenziali, vi sono cose di cui non si può parlare per diplomazia, ma oggi posso dire che di volta in volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni tenutesi negli altri Paesi. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.
Durante l’inaugurazione del nuovo ospedale pubblico “Cipriano Castro” nello Stato di Aragua, il 16 aprile, il Presidente Maduro ha accusato gli Stati Uniti di finanziare la destabilizzazione della democrazia: “Ho detto al popolo “pazienza”, non ci può essere uno scontro del popolo contro il popolo. Questo è ciò che la destra vuole per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela“.  Il nuovo ospedale, situato nella famosa zona di San Vicente, del comune Maracay, abitata per lo più da famiglie della classe operaia, è equipaggiato con le più moderne tecnologie per l’emergenza, la pediatria e la chirurgia. Le cure sono totalmente gratuite. Lo stesso giorno altri due Centri di Diagnosi Integrale sono stati aperti a La Vega (quartiere popolare di Caracas) e nel comune di La Victoria (Stato Aragua). Il CDI di La Vega è il trentottesimo della capitale e resterà aperto 24 ore su 24. Il secondo mette a disposizione degli abitanti sale ospedaliere di terapia intensiva, chirurgia, oculistica, endoscopia, cardiologia, ecografia, radiologia e traumatologia: “E’ la salute nel socialismo, come afferma la Costituzione Bolivariana: un sistema di salute pubblico gratuito, come avevamo scritto da componenti parlamentari nel 1999“, ha detto Maduro, prima di annunciare “misure drastiche per risolvere i problemi del sistema elettrico nazionale” ed avviare “il governo delle piazze“, ascoltando le critiche e le proposte dei movimenti sociali. “Le missioni educative saranno rivitalizzate, lavorando con le amministrazioni locali, la Grande Missione per gli Alloggi, per non conoscerne solo l’aspetto quantitativo, ma anche, sul campo, come migliorarne la qualità“.
Il 19 aprile, prendendo le sue funzioni ufficiali, il nuovo presidente del Venezuela sarà accompagnato da tutti i capi di Stato dell’America Latina e da altri rappresentanti internazionali, oltre alla grande mobilitazione degli elettori bolivariani.

Note:
1.  Sui colpi di Stato in Paraguay e l’Honduras, dobbiamo aggiungere gli elementi finanziati in modo occulto dalle reti di destra (reti criminali collegate alla mafie della droga, ai mercenari stranieri, tra cui salvadoregni e statunitensi, ai paramilitari colombiani legati all’ex-presidente Uribe, ecc.).
2. Il dominio dei media privati in Venezuela
3. Il giornalista Maurice Lemoine ha detto che “il 26 marzo, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez), hanno ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di un piano sviluppato dal MUD per rifiutare i risultati della CNE sulle elezioni del 14 aprile, e orchestrare un periodo di violenze nel Paese.” Leggasi “Venezuela, la vittoria del “chavismo senza Chavez”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hugo Chavez lascia un’eredità prodigiosa che non morirà mai

Asad Ismi, Global Research, 4 aprile 2013

408076I grandi leader rivoluzionari non muoiono mai. Sono immortali nei cuori dei popoli che hanno servito. Come Aleida Guevara, figlia del Che Guevara, ha detto: “Mio padre vive in tante popoli“. Così è per Hugo Chavez, il fenomenale presidente socialista del Venezuela morto di cancro il 5 marzo, pianto da milioni di persone in tutto il mondo che l’hanno venerato e ammirato.
Da presidente più popolare del Venezuela, negli ultimi 14 anni le realizzazioni di Chavez sono infinite. Non solo ha trasformato il Venezuela in uno Stato socialista in una notte, ma ha guidato anche la rivoluzione latinoamericana a livello continentale, una rivoluzione che ha liberato 12 Paesi della regione dal dominio imperialista degli Stati Uniti. Questo risultato ha fatto di Chavez un eroe internazionale per i popoli del Sud e del Nord del mondo, che lo guardano come esempio e ispirazione nella loro lotta contro il neocolonialismo occidentale.
Fin dalla sua fondazione, il Venezuela è stato dominato da una ricca élite bianca creola, che regnava sulla povera popolazione a maggioranza indigena, meticcia e afro-venezuelana. Questa élite, sostenuta dagli USA, ha monopolizzato la ricchezza e il potere e tenuto oltre il 50% dei venezuelani nella povertà, anche se il loro Paese era diventato il quinto più grande produttore di petrolio al mondo. Con il sostegno di Washington, la classe superiore venezuelana ha dimostrato di essere una delle più corrotte al mondo, saccheggiando la ricchezza petrolifera del Paese per 40 anni. Quando il popolo protestava, veniva ucciso, come nel massacro del Caracazo del 1989, quando le forze di sicurezza macellarono 3.000 persone. A causa di questa brutale repressione e della povertà imposta, sorse e si diffuse un movimento popolare, eleggendo infine nel 1998 presidente del Paese Hugo Chavez. Chavez poi avviò la Rivoluzione Bolivariana, che si rivelò essere precursore della più grande Rivoluzione Latinoamericana.
Ex colonnello dell’esercito, Chavez veniva da una famiglia povera in parte indigena e in parte afro-venezuelana. E’ stato eletto presidente quattro volte, e con il più ampio margine in 40 anni. Comprese le elezioni regionali, il governo di Chavez ha vinto in 16 elezioni. Determinato a farla finita con ciò che chiamava dominio del “capitalismo selvaggio”, Chavez ha ridistribuito la ricchezza del Venezuela, ha avviato la massiccia espansione dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione gratuite, attraverso la riforma agraria e le sovvenzioni pubbliche. Queste riforme sociali fecero arrabbiare gli Stati Uniti che provarono per tre volte a sbarazzarsi di lui; una volta attraverso un colpo di stato fallito, poi fomentando la serrata petrolifera e altri attacchi economici, e poi con un pasticciato tentativo di assassinio. Prima di Chavez, più della metà del popolo del Venezuela viveva in povertà, una cifra che è riuscito a ridurre della metà, prima della morte. Ha creato l’assistenza sanitaria universale e l’istruzione gratuite, aumentando il tasso di alfabetizzazione del Paese al sorprendente 100%. Ha implementato le riforme agrarie e creato supermercati statali tagliando il prezzo degli alimentari del 40%. Prima di questi importanti miglioramenti sociali, il 70% dei venezuelani non aveva accesso alle cure mediche di base, e il 40% era analfabeta. Chavez ha anche aumentato il salario minimo di oltre il 600%, ha ridotto la disoccupazione dal 20% al 6%, ed ha portato il Venezuela al quarto posto nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite.
La maggiore enfasi della Rivoluzione Bolivariana è stata posta sul miglioramento dell’assistenza sanitaria del popolo venezuelano; il governo di Chavez ha costruito migliaia di nuove cliniche, ospedali e centri diagnostici in tutto il Paese. Il programma di assistenza sanitaria del governo si chiama Missione Barrio Adentro, che significa “all’interno del quartiere.” Questo programma di assistenza sanitaria ha curato 24 milioni di pazienti, su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Il programma ha inviato medici nelle baraccopoli urbane e nei villaggi rurali, prima raramente visitati dai medici. Quando inizialmente alcuni medici venezuelani si rifiutarono di recarsi in queste regioni remote, il governo di Chavez assunse 46.000 medici cubani disposti a viaggiare ovunque. Da allora, i medici venezuelani si sono uniti ai loro colleghi medici cubani visitando tutte le comunità isolate. La Missione Barrio Adentro è solo un programma di salute tra i tanti. La Missione Milagro, che significa “miracolo”, ha ridato la vista a circa 300.000 venezuelani. La Missione Gregorio Hernandes si prende cura dei disabili, in precedenza esclusi dal servizio medico. La Missione Sonrisa, che significa “sorriso”, fornisce gratuitamente cure odontoiatriche. La mortalità infantile in Venezuela è stata ridotta da 21 per 1.000 bambini a 13, il terzo tasso più basso in Sud America. Più di cento farmaci vengono distribuiti gratuitamente dal governo, che ha istituito le farmacie agevolate che vendono anche altri farmaci con lo sconto del 40%. Pur garantendo al popolo venezuelano benessere fisico attraverso l’assistenza sanitaria gratuita, la Rivoluzione Bolivariana ne ha liberato le menti attraverso l’istruzione pubblica. In meno di tre anni, le missioni educative del governo Chavez hanno insegnato a tre milioni di venezuelani a leggere e a scrivere, eliminando completamente l’analfabetismo. Ora il Venezuela ha uno dei più alti livelli di alfabetizzazione nel mondo. Le missioni per l’istruzione: Missione Robinson per l’analfabetismo, Missione Ribas per le scuole superiori e la Missione Sucre per le università. Più di 3.000 nuove scuole sono state costruite. Due milioni di bambini hanno raggiunto il sistema educativo, aumentando del 25%. Adulti senza istruzione superiore hanno avuto questo servizio nelle scuole di quartiere. Più di un terzo dei venezuelani è iscritto a scuole superiori e università, e 10 milioni di venezuelani vi studiano oggi. L’effetto di quest’istruzione rivoluzionaria è stato di elevare la coscienza politica di un popolo a lungo tenuto nell’ignoranza e nell’apatia dai suoi sorveglianti capitalisti.
Insieme all’assistenza sanitaria e all’istruzione, la Rivoluzione Bolivariana ha dato al popolo venezuelano terra e cibo. La sicurezza alimentare è stata a lungo un problema cruciale per i venezuelani impantanati nella povertà estrema, prima che Chavez prendesse il potere. Con la Missione Mercal, il governo ha istituito 8.000 supermercati e piccoli mercati sovvenzionati in tutto il Paese, fornendo così cibo a prezzi accessibili a otto milioni di venezuelani, che vi fanno acquisti.  I negozi fanno parte della Corporation dei mercati socialisti o COMERSO, una rete di supermercati sovvenzionati e negozi alimentari di proprietà pubblica. Il governo inoltre ha nazionalizzato la catena dei supermercati Exito. Il programma di riforma agraria del governo Chavez, chiamato Missione Zamora, promuove l’equa proprietà della terra e la sicurezza alimentare. Il settanta per cento delle terre in Venezuela è di proprietà del 3% della popolazione, spesso degli assenteisti. Per questo motivo, il Paese doveva importare il 70% del suo fabbisogno alimentare. La Missione Zamora ha spezzato il latifondo inattivo, avocato i latifondi e ridistribuito 3,4 milioni di acri di terra a 15.000 famiglie di contadini, così come ha impostato 50.000 cooperative con i nuovi proprietari. Questi passaggi hanno incrementato la produzione alimentare e il Venezuela ha iniziato il percorso verso l’autosufficienza alimentare. Come la dottoressa Maria Paez Victor, sociologa venezuelano-canadese, mi spiegò: “Chavez non è solo, il popolo del Venezuela è con Chavez.” L’enorme successo del governo di Chavez si spiega con il fatto che è uno strumento della maggioranza povera del Venezuela, che ha deciso di rivendicare il proprio Paese e le sue risorse. Così, insieme all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alla terra e al cibo, la Rivoluzione Bolivariana ha letteralmente dato il potere al popolo e Chavez è diventato il primo governante nella storia del Venezuela ad assicurare la partecipazione dei poveri alla politica. La Costituzione bolivariana, approvata dal referendum nel 1999, dichiara che il Venezuela è una democrazia partecipativa. Per promuovere questo sistema, Chavez ha istituito 35.000 consigli comunali e 130.000 “circoli bolivariani” di base nei quartieri e nei luoghi di lavoro di tutto il Venezuela. Questi circoli hanno contribuito a elevare la coscienza di massa dei poveri per la prima volta, ed i consigli comunali gli hanno dato un potere reale. Questi consigli prendono parte alla nascita di un nuovo Stato. Come Chavez ha dichiarato, “La povertà viene eliminata per dare potere al popolo.
La Rivoluzione Bolivariana prende il nome da Simon Bolivar, che liberò l’America Latina dal colonialismo spagnolo, nel 19.mo secolo. Bolivar voleva unire i Paesi sudamericani, soprattutto per evitare che un altro potere imperiale, gli Stati Uniti, dopo la Spagna, li dominasse. A livello continentale, Chavez è stato il leader più importante della Rivoluzione Latino Americana, integrando economicamente e unendo politicamente i Paesi, eliminando il dominio USA sulla regione. Come il Presidente Chavez ha detto nel 2009, “Un altro mondo è possibile… non solo possibile, ma è necessario… e questo mondo sta nascendo in America Latina e nei Caraibi, oggi.  Oggi, in questa terra di Bolivar, Marti, San Martin, Fidel, O’Higgins, Artigas, Alfaro, viviamo una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione.” Chavez ha guidato la formazione di diverse organizzazioni integrative che hanno unificato quasi tutto il continente, tra cui: 1) la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), un blocco regionale composto da 33 nazioni che comprende tutti i Paesi delle Americhe ad eccezione di Stati Uniti e Canada. Questo raggruppamento è volto a sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani dominato dagli USA. 2) l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), l’integrazione di 12 paesi del Sud America basata su un parlamento, un forum presidenziale, una segreteria e un’alleanza militare. 3) l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), un’alleanza commerciale progressista composta da otto Paesi. 4) Banco del Sur (Banca del Sud), una banca per lo sviluppo dell’America latina. 5) Telesur, (la rete televisiva del Sud), e 6) Petrosur (la compagnia petrolifera del Sud). Con CELAC, UNASUR, la Banca del Sud, Petrosur, e ALBA, si crea una economia continentale completamente nuova e dall’orientamento socialista. Questa economia non funziona secondo le regole del mercato capitalista, ma risponde alle esigenze dello sviluppo dei popoli latinoamericani.
Infuriati per l’impressionante progresso delle rivoluzioni bolivariane e latino-americane, gli Stati Uniti e l’élite venezuelana hanno provato, fallendo, ripetutamente a rovesciare Chavez, portando alla espulsione dell’ambasciatore degli Stati Uniti. Come pilastro del neoliberismo e dell’imperialismo, il governo degli Stati Uniti ha rovesciato molti governi in America Latina e in tutto il mondo, per aver tentato di ridistribuire la ricchezza e il potere. Attraverso colpi di Stato, invasioni, omicidi, guerre segrete e coercizione economica (cioè attraverso il terrorismo di Stato), gli Stati Uniti hanno perpetrato il genocidio di circa un milione di latinoamericani fin dal 1950. Il governo di Chavez ha trionfato sull’imperialismo degli Stati Uniti perché ha organizzato il popolo venezuelano difendendo le conquiste della Rivoluzione Bolivariana. Come il Presidente Chavez ha detto nel 2009: “Dieci anni fa, la rivoluzione bolivariana è arrivata in Venezuela, sospinta da un potente movimento popolare, e abbiamo avuto dieci anni di resistenza ad aggressioni, terrorismo e sabotaggio da parte dell’impero degli Stati Uniti, ma siamo qui in piedi, pronti a sopravvivere a più di 100 anni di aggressioni, se dobbiamo“.
Data l’organizzazione di Chavez del popolo venezuelano e il suo successo nel garantirne la partecipazione alla Rivoluzione Bolivariana, la continuazione dei suoi successi incredibilmente progressivi appare sicura. Il suo successore designato, il Vicepresidente Nicolas Maduro, è un chavista convinto e ha chiarito che continuerà le politiche rivoluzionarie del Presidente. Nuove elezioni sono previste per aprile, e Maduro è ampiamente favorito come vincitore. È un lavoratore, un ex autista di autobus e leader sindacale. Ha detto recentemente di Chavez: “Missione compiuta, Comandante! Completamente realizzata: senza che dolore, sacrificio e nemmeno la malattia lo fermassero. Nulla l’ha fermato e nessuno fermerà il nostro popolo. Ora tocca a noi… fateci costruire il socialismo con equità e verità“.

Asad Ismi è corrispondente internazionale del CCPA Monitor. E’ autore del documentario radiofonico “La Rivoluzione Latino Americana“, trasmesso da 40 stazioni radio, raggiungendo un pubblico globale di circa 33 milioni di persone. Questo articolo è il 18.mo di una serie sulla rivoluzione latino-americana. Per le sue pubblicazioni, visitare Asad Ismi.ws.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chavez continua a spaventare gli USA

Gli Stati Uniti continuano a diffamare Caracas anche dopo la morte di Chavez
Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 30 marzo 2013

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Il giorno in cui è stato annunciato che il presidente del Venezuela Hugo Chávez era morto per un cancro non identificato, due diplomatici statunitensi venivano espulsi come persone non grate a Caracas, mentre cercavano di organizzare un qualche tipo di colpo di stato e di cospirazione contro il Venezuela. Evitando di attirare un’attenzione ancora più negativa, l’amministrazione Obama avrebbe tranquillamente aspettato fino al 9 marzo, il giorno dopo il funerale di Stato di Chávez, per vendicarsi con l’espulsione di due diplomatici venezuelani. Il Vicepresidente esecutivo Nicolás Maduro Moros annunciava pubblicamente che il suo governo crede che un’operazione sporca abbia  causato la morte del Presidente Chávez. Maduro ha sostenuto che i nemici “imperialisti” dell’America Latina (leggasi il governo degli Stati Uniti) avevano contagiato Chávez con un certo tipo di agente patologico che ne ha causato il cancro terminale. Si trattava di una sensazione ripresa da un paio di leader mondiali; il boliviano Evo Morales e l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad hanno detto che anche loro sospettano un’operazione sporca. Maduro ha anche annunciato che un’indagine  scientifica sarebbe stata avviata per vedere se il defunto leader del Venezuela sia stato assassinato.
Se l’ipotesi del governo venezuelano può essere spazzata via come fantasia e posa paranoica dai suoi avversari, vale la pena notare che è ormai generalmente accettato che il defunto Yasser Arafat,  presidente della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e capo della l’Autorità palestinese, sia stato ucciso per intossicazione da polonio radioattivo. L’assassinio per avvelenamento non è così peregrino, come qualcuno potrebbe pensare inizialmente. L’avvelenamento è in realtà un modus operandi scelto per gli assassinii politici. Ad esempio, la Central Intelligence Agency (CIA) ha cercato di uccidere di Cuba Fidel Castro con sigari avvelenati e, in seguito, attraverso ciò che gli psicologi sociali descriverebbero la “percezione dell’immagine speculare” negli altri della CIA, essa accusava l’Iraq di usare le sue stesse tattiche di assassinio. Né si deve dimenticare che il Presidente Chávez era l’uomo contro cui gli Stati Uniti hanno organizzato un colpo di stato nel 2002, nel tentativo di proteggere i giacimenti di petrolio del Venezuela, prima che Stati Uniti e Regno Unito invadessero l’Iraq nel 2003. Chávez fu fatto prigioniero e poi portato in un aeroporto da cui i golpisti volevano esiliarlo dal Venezuela, ma solo dopo aver firmato una lettera di dimissioni che gli Stati Uniti gli avevano chiesto di procurarsi, per legalizzare la loro illegale occupazione del governo nazionale a Caracas. Pedro Francisco Carmona, ricco uomo d’affari e capo della Camera di Commercio venezuelana, sarebbe diventato presidente ad interim. L’ambasciatore degli Stati Uniti Charles Shapiro si precipitò ad incontrare i leader del colpo di stato e, anche a farsi riprendere gioioso con loro, mentre la Corte Suprema del Venezuela, i membri dell’Assemblea Nazionale (Parlamento) e della Commissione elettorale venivano tutti dimessi.
Gli Stati Uniti furono coinvolti e furono consapevoli di ogni aspetto del colpo di stato. Il Pentagono aveva ufficiali nella base dove Chávez era stato imprigionato e ufficiali delle forze armate degli Stati Uniti avevano incontrato in precedenza i golpisti. Attraverso l’accesso ai documenti del governo federale statunitense, in base al Freedom of Information Act, è stato anche dimostrato che la CIA aveva fornito i piani alla cospirazione golpista, cinque giorni prima che si attivasse. Il presidente golpista Carmona non sarebbe nemmeno fuggito nell’ambasciata colombiana per entrare negli Stati Uniti, sarebbe stato portato in Colombia, da dove sarebbe entrato negli Stati Uniti.

Le menzogne come metodo
Indipendentemente dalle opinioni politiche e dalle interpretazioni in merito agli anni di Hugo Chávez, la natura di parte delle relazioni dei media mainstream su di lui, da posti come Stati Uniti,  Gran Bretagna e Canada, sono difficili da dimenticare. Il motivo era che “il Venezuela può guardare a un futuro migliore e alla libertà, ora che Chávez è morto.” Queste affermazioni sono volutamente fuorvianti e confezionate per diffondere un’interpretazione negativa del leader venezuelano come dittatore. Così, il Venezuela di Chávez viene casualmente presentato come una repubblica delle banane non democratica e politicamente ed economicamente instabile. Non importa il fatto che osservatori elettorali internazionali concordino sul fatto che in Venezuela, da quando Chavez è salito al potere, le elezioni sono state impeccabilmente eque, trasparenti e libere. Questa narrativa dimostra sistematicamente il fatto che i programmi di Chávez hanno notevolmente innalzato il tenore di vita del Paese e ridotto della metà la povertà e ignorato il fatto che i “mercati bolivariani” hanno abbassato i prezzi delle merci di circa il 40%. Non importa che i programmi di assistenza sanitaria e i tassi di istruzione si siano notevolmente ampliati e siano diventati universalmente gratuiti. A quasi due milioni di persone è stato insegnato a leggere, sotto l’amministrazione di Chávez, mentre l’economia è più che raddoppiata, pochi anni dopo il fallito colpo di stato sostenuto dagli USA, nel 2002. I fatti non sono mai stati presi in considerazione nella politica estera degli Stati Uniti, sia che si tratti delle armi di distruzione di massa (WMD) in Iraq o dell’affondamento dell’USS Maine a L’Avana.
La realtà non ha impedito agli Stati Uniti di diffamare Caracas attraverso un intera serie di bugie ed  hanno continuato anche con la morte di Chávez. Il suo funerale di Stato è stato descritto come un festival chavista, con un notevole ridimensionamento della folla in semplici “migliaia.” L’indicazione dei numeri sarebbe stata diversa, in termini di precisione, se si fosse trattato del funerale di un leader degli Stati Uniti o del Regno Unito. Le generalizzazioni, le ambiguità e i termini lessicali li tradiscono come tentativo sistematico di costruire una percezione negativa di Hugo Chávez e d’indirizzare l’elaborazione interpretativa del pubblico e dei lettori. In primo luogo, molti degli articoli hanno sottolineato che dittatori e uomini forti hanno partecipato al funerale. Creando un’associazione nella mente del pubblico e dei lettori, per far generalizzare l’idea di Chávez quale membro di un club autoritario, estendendo la categoria del dittatore anche a lui. È per questo che l’evento è stato anche rappresentato, in alcuni articoli, come una riunione dell'”Asse del Male”. A ciò, di solito segue un caso specifico con cui si indica la folla venezuelana come “sostenitori di Chávez.” Utilizzando l’analisi critica del discorso, lo si può anche essere collegare a un eccesso di lessicalizzazione. La super-lessicalizzazione codifica una percezione specifica attraverso l’uso eccessivo e ripetitivo di specifiche parole descrittive. Le persone demonizzate/estraniate o impotenti, di solito vengono super-lessicalizzate, ad esempio i criminali afro-americani o ispanici degli Stati Uniti, verranno definiti “criminali afro-americani” e “ispanici criminali”, mentre i criminali considerati bianchi, saranno semplicemente indicati come semplici criminali nella narrativa super-lessicalizza.
Gli alleati del Venezuela vengono denominati “alleati di Chávez”, per personalizzare le relazioni e alienare i legami del Venezuela con Paesi come l’Iran, indicandoli come innaturali. Oltre a Fox News, molti degli stessi media che hanno riportato il funerale di Chávez, non indicano le folle di statunitensi che si assembrano a Capitol Hill per l’inaugurazione presidenziale come “pro-Obama” o “sostenitori di Obama”. I cittadini britannici che si recano a Buckingham Palace, per il giubileo o  qualche altro evento regale che coinvolge la monarchia britannica, non vengono indicati come “monarchici” o “realisti”. Se c’è una folla pro-Obama o dei monarchici inglesi, ci devono essere anche gruppi anti-Obama e repubblicani inglesi, ma la folla di Capitol Hill o di Buckingham Palace viene semplicemente generalizzata rispettivamente come cittadini statunitensi e popolo inglese.
Gli oppositori di Chávez sostengono che il Venezuela non è una democrazia o che non sia migliorata sotto la sua amministrazione. A parte che ciò è perversamente falso, a questi attori dovrebbe essere chiesto “rispetto a cosa?” Il Venezuela è diventato una democrazia soprattutto con la presidenza di Hugo Chávez e le condizioni di vita degli strati più poveri sono migliorate. Prima di Chávez, l’inflazione era al 70% e vi furono gravi tagli in quel poco di spesa pubblica fatta del governo del Venezuela. L’ultimo presidente, come molti membri dell’opposizione, è stato anche sorpreso a derubare il tesoro del Paese. Tutto ciò e la povertà del Paese, tuttavia, non sono dei problemi per i critici di Chávez, dentro e fuori il Venezuela. Questi critici o curano gli interessi di un’élite minoritaria della società venezuelana o ancora una volta si trasformano in satrapi degli statunitensi del Venezuela. Ironia della sorte, è anche a causa delle stesse leggi sulla libertà dei media, che Chavez indicò al Venezuela che l’opposizione nel suo Paese poteva criticarlo, e in molti casi calunniarlo soltanto, mentre Fox News effettuava attacchi ad hominem, con infotainment e annunci nel suo network mediatico compresa la famigerata Radio Caracas Televisión (RCTV), che sostenne il golpe del 2002. A parte i media di Stato, che hanno un pubblico che ammonta a non più del 10% del pubblico nazionale, si deve anche notare che l’opposizione detiene l’80% o più dei media mainstream del Venezuela.

Culto della personalità al passaggio della fiaccola
424593 Con Chávez morto, il mondo potrà vedere se la Rivoluzione Bolivariana è tenuta insieme da un culto della personalità, basata soprattutto sulla sua persona, o meno. La vitalità del progetto politico di Chavez sarà testata nel Venezuela post-Chávez. Dal 2011, la leadership degli Stati Uniti ha prontamente monitorato la salute di Hugo Chávez, così come ha avidamente guardato all’invecchiamento dei Castro sull’isola di Cuba. Le vibrazioni emesse dalla leadership di Washington DC, ritenevano che Chávez fosse la forza che tenesse insieme il Partito Socialista Unito del Venezuela. Nicolás Maduro, ora presidente ad interim, è stato scelto per portare avanti la fiaccola della Rivoluzione Bolivariana, perché a detta di tutti veniva percepito come un luogotenente estremamente fedele a Hugo Chávez. Nell’ottobre 2012, questo è ciò che spinse un  Chávez in difficoltà a scegliere Maduro come Vicepresidente esecutivo del Paese. Chávez stava prendendo le dovute precauzioni preparando Maduro a prendere in consegna il suo ruolo di leader del Venezuela. Pur essendo un fedele chavista, candidati di gran lunga più forti e politicamente aggressivi, come il Presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello e il ministro del Petrolio Rafael Ramírez, avrebbero potuto sfidare Maduro e concorrere per conquistare la leadership del Partito Socialista Unito e la carica di presidente venezuelano.
Nel 2012, Chávez vinse le elezioni presidenziali ottenendo il 55% dei voti, mentre il suo avversario ebbe circa il 44,3% dei voti. Nel 2010, il Partito Socialista Unito ebbe il 48,3% dei voti, mentre i partiti di opposizione ne ebbero il 47,2%. Escludendo il 4% circa dei voti che gli alleati del Partito Socialista Unito ottennero, il margine di differenza nel 2010 era dell’1,1%. L’Assemblea Nazionale del Venezuela non sarebbe stata dominata dal Partito Socialista Unito e dei suoi alleati, e avrebbe potuto anche perdere le elezioni del 2010, se i distretti elettorali del Paese non fossero stati ridisegnati prima delle elezioni parlamentari. Le manovre politiche per il potere, tra il Partito Socialista Unito e i suoi alleati, potrebbero avere conseguenze disastrose per il progetto bolivariano in Venezuela. Il Partito Socialista Unito potrebbe tornare alle vecchie linee di frattura settarie o a nuove fratture. Sono queste le divisioni politiche tra i partiti di sinistra del Venezuela, che Hugo Chávez temeva consentissero all’opposizione sostenuta dagli statunitensi di prendersi il Paese attraverso elezioni presidenziali e parlamentari, spingendolo a creare il Partito Socialista Unito nel 2007. In effetti, la coalizione di opposizione filo-statunitense perse le ultime elezioni presidenziali e parlamentari con margini relativamente piccoli.
Non appena morto Hugo Chávez, membri dell’opposizione venezuelana hanno avviato nuove consultazioni con i loro clienti a Washington, DC. Il divide et impera è l’obiettivo contro i chavisti.  Questo è lo scenario che sia l’opposizione venezuelana che il governo degli Stati Uniti vogliono indurre. Ciò è uno dei motivi per cui l’opposizione ha cercato di utilizzare la costituzione per spingere il Presidente dell’Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, ad assumere la presidenza ad interim, sperando di creare una frattura tra lui e Nicolás Maduro che avrebbe diviso e, infine, indebolito i chavisti. L’articolo 233 della Costituzione venezuelana afferma che il Presidente dell’Assemblea Nazionale diventa il presidente ad interim del paese, se la persona che è stata eletta presidente, ma che non è stata insediata dall’Assemblea Nazionale o dalla Corte Suprema del Paese, o se non agisce o muore. Il Vicepresidente esecutivo diventa presidente ad interim se il neo-presidente o presidente muore. In entrambi i casi è costituzionalmente previsto, in forza dell’articolo 233, che una nuova elezione presidenziale debba svolgersi entro trenta giorni. Settimane dopo aver assunto la presidenza ad interim, Maduro ha anche rivelato che la CIA e il Pentagono hanno ordito un piano per assassinare il suo rivale dell’opposizione della Coalizione per l’Unità Democratica (MUD), che dovrebbe affrontare il 14 aprile 2013. Lo scopo di tale assassinio è polarizzare ulteriormente il Paese e destabilizzare il Venezuela, forse anche di iniziare una guerra civile o d’isolarlo a livello internazionale.

Il futuro del socialismo del XXI.mo secolo in America Latina
La Rivoluzione Bolivariana è un movimento sociale e politico. Può essere etichettato in diversi modi, dal chavismo al socialismo del XXI.mo secolo. Uno dei modi migliori per descriverlo è dalla forma assai inclusiva di governo basata sulla pratica della più ampia partecipazione democratica delle classi povere e diseredate nella gestione dello Stato. Nonostante si alienasse la classe media, Chávez ha lavorato per un fronte unito nazionale e internazionale, entrando nella scena politica del Venezuela con una coalizione di diverse forze di sinistra, soldati di carriera e piccoli capitalisti. Nel contesto dell’egemonia di classe, questo è ciò che Antonio Gramsci avrebbe descritto come il processo della “costruzione del blocco”, parte continua e simultanea della guerra di manovra e della guerra di posizione. Nel contesto dell’egemonia a livello internazionale, i neo-gramsciani potrebbero anche usare un termine come formazione del blocco per descrivere le alleanze che il Venezuela e i suoi alleati latino-americani hanno formato con Paesi come la Russia e l’Iran. Insieme a enormi quantità di petrolio e di denaro, questo concetto di formazione blocco ha portato al successo del Venezuela.
L’importanza del petrolio venezuelano per l’economia degli Stati Uniti è fondamentale. Vi sono speranze a Washington DC, che Caracas intraprenda azioni per un riavvicinamento con il governo degli Stati Uniti, sia sotto Nicolás Maduro, o con un leader dell’opposizione MUD, come il  governatore Henrique Capriles Radonski. Capriles è un avvocato, governatore di Miranda,  candidato presidenziale del MUD e la persona che Maduro ha indicato essere obiettivo di un piano di assassinio degli Stati Uniti, volto a destabilizzare il Paese. Il messaggio nel sermone speciale del reverendo Jesse Jackson, al funerale di  Chávez, proponendo di colmare il divario tra gli Stati Uniti e il Venezuela, significa molto di più in queste circostanze. Anche se Jesse Jackson avrebbe partecipato al funerale come privato cittadino degli Stati Uniti, da ministro battista e deputato democratico degli Stati Uniti si occupa di diplomazia informale, facendo da canale tra Caracas e l’amministrazione Obama. Come altri politici del MUD, Henrique Capriles ha reso chiara la sua posizione nei confronti delle relazioni con gli Stati Uniti e internazionali. Ha detto che il Venezuela dovrebbe tagliare o ridurre le sue relazioni con Cuba, Cina, Russia e Iran. Sostiene i proprietari terrieri e ha denunciato la rivoluzione bolivariana di Chávez quale demagogia di un incompetente leader socialista.
Per quanto riguarda Nicolás Maduro, vi sono speculazioni sul percorso su cui intende indirizzare il Venezuela. È già stato visto, con sospetto, come un pragmatico. Molti chavisti non sono troppo entusiasti di lui. C’è già una speculazione secondo cui opererebbe per un certo tipo di riavvicinamento con gli Stati Uniti, minacciando gli interessi in Venezuela dei partner economici e alleati cubani, cinesi, bielorussi, russi e iraniani. Se reindirizzerà l’orbita del Venezuela, non sarà il primo successore politico di uno Stato che ri-orienta la posizione del proprio Paese. Chávez ha liberato il Venezuela dal controllo degli Stati Uniti ed ha inviato aiuti a Cuba. I due Paesi sono rimasti soli per anni, in America Latina, fino a quando una nuova generazione di leader politici regionali è emersa in Paesi come Bolivia ed Ecuador. Allo stesso tempo, il Presidente Chávez ha lavorato duramente per aiutare altri Paesi latinoamericani a diventare economicamente e politicamente indipendenti. Dopo la morte di Chávez, Cristina Fernández de Kirchner ha detto che solo Hugo Chávez, nel mondo, ha avuto il coraggio di sostenere l’Argentina e aiutarla contro la catena soffocante del debito con cui il FMI e il neoliberismo avevano immobilizzato Buenos Aires.
Il fondatore del Movimento verso il Socialismo (un ramo del Partito comunista del Venezuela) e avversario di Chávez, Teodoro Petkoff, ha detto durante i primi anni della presidenza di Hugo Chavez che, mentre il governo del Venezuela era cambiato, la sua società era rimasta la stessa. Ciò era vero all’inizio, ma lo è sempre stato di meno con il tempo. Gli aspetti sociali ed educativi della Rivoluzione Bolivariana hanno messo in discussione la presa delle vecchie élite su una parte significativa degli strati più bassi della società venezuelana, consentendo alle classi inferiori di formare un particolare modello di consapevolezza politica. Anche se la povertà, la criminalità e la corruzione sono ancora presenti in Venezuela, il Paese ha percorso una lunga strada. Hugo Chávez, l’uomo chiamato El Presidente Comandante dai suoi sostenitori, è morto, ma ha lasciato un segno nel panorama politico dell’America Latina e un Venezuela polarizzato che gli Stati Uniti ora cercano di sfruttare in sua assenza.

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Mahdi Darius Nazemroaya
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

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