‘Nessuno prevarrà militarmente sulla Russia': Putin punta ai 700 miliardi di dollari per far progredire le forze armate russe

RussiaToday 12 dicembre 2013

putin-congratulates-knyazevaLa Russia non permetterà ad alcuna nazione di dominarla militarmente, ha detto il presidente russo. Alcune nazioni sviluppano nuovi tipi di armi, che possono mutare l’equilibrio strategico globale, ma la Russia sa come contrastarle. “Che nessuno s’illuda di strappare la superiorità militare sulla Russia. Non lo permetteremo mai“, ha detto Vladimir Putin in un discorso all’Assemblea Federale, la sessione congiunta delle due camere del parlamento russo. Di particolare interesse per la Russia sono gli elementi del sistema di difesa nazionale antimissile balistico (AMD) degli USA, che prevedono di schierare in Europa. Il progetto è stato per anni giustificato dalla presunta minaccia da Paesi come l’Iran. La controversia sul programma nucleare iraniano potrebbe presto essere risolta, ma l’AMD va avanti come previsto, ha sottolineato Putin. “Ci rendiamo conto chiaramente che il sistema AMD viene definito esclusivamente difensivo, mentre in realtà si tratta di una componente significativa del potenziale offensivo strategico”, ha sottolineato.
Le obiezioni di Mosca sull’AMD europeo e la mancata garanzia di Washington che non sia destinato contro la Russia, hanno impantanato le relazioni bilaterali a lungo. Ma a parte l’aspetto militare, il futuro sistema dimostra anche il desiderio degli Stati Uniti di bloccare l’allontanamento dell’Europa e di ravvicinarla, ha detto a RT Aleksej Pushkov, presidente della commissione Esteri del parlamento russo. “Il collante della NATO è sempre più debole. Pochissimi Paesi europei  adempiono ai loro obblighi finanziari verso la NATO”, ha detto, citando le denunce del capo dell’alleanza, Anders Fogh Rasmussen, durante l’ultima conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. “Gli Stati Uniti hanno disperatamente bisogno dell’Europa quale alleata. E l’AMD probabilmente è progettato per fornire tale legame“, ha aggiunto Pushkov. “Ma questo non può essere spiegato così. Sembra una militarizzazione, e lo è. Quindi si deve inventare e dire che è colpa della Corea democratica o dell’Iran.”
Putin ha anche aggiunto che Mosca monitora lo sviluppo di nuovi tipi di armi da parte di altre nazioni, comprese le piccole armi tattiche nucleari, missili strategici di precisione convenzionali e armi di precisione ipersoniche. Queste ultime possono essere i mezzi tecnologici per un cosiddetto “attacco decapitante”, un massiccio attacco a sorpresa contro le infrastrutture chiave di una nazione, tra cui silos per i missili strategici, centri di comunicazione o edifici governativi, in teoria infliggendo abbastanza danni per evitare un massiccio attacco nucleare di rappresaglia. “Se vengono realizzati tutti questi piani, avranno un effetto assai negativo sulla stabilità regionale e globale. L’insieme dei sistemi strategici di precisione convenzionali di altre nazioni combinate con l’incremento della potenza dell’AMD, potrebbe vanificare ogni precedente accordo sulla limitazione e la riduzione delle armi nucleari strategiche e ribaltare l’equilibrio strategico“, ha detto Putin. Chiaramente allude al nuovo trattato di riduzione nucleare del 2010, tra Russia e Stati Uniti,  elogiato come una delle più importanti vittorie in politica estera del primo mandato di Barack Obama. Il trattato fu firmato durante il conflitto sulla parte europea del sistema AMD. Invece di risolvere la questione, Mosca e Washington hanno deciso di portare avanti l’accordo e di discutere dello scudo antimissile in seguito. Finora non è stato trovato nessun compromesso.
Ci rendiamo conto di tutto questo e sappiamo cosa fare“, ha avvertito Putin. L’esercito russo  aumenta le risorse per lo sviluppo di nuovi missili strategici nucleari, così come dei loro sistemi di lancio, tra cui sottomarini a propulsione nucleare e bombardieri strategici. Avanza anche piani per creare un sistema spaziale integrato da ricognizione e puntamento mondiale in tempo reale, che migliorerebbe la capacità della Russia di utilizzare il proprio arsenale nucleare, ha detto il presidente russo. “La Russia risponderà a tutte le sfide, politiche e tecnologiche. Abbiamo tutto il potenziale necessario“, garantisce.
I commenti di Putin si rispecchiano nelle dichiarazioni del vicepremier Dmitrij Rogozin, che supervisiona l’industria della difesa russa. Ha avvertito che la Russia ha i mezzi per difendersi dalle armi avanzate e future. “Ogni aggressore deve rendersi conto che quello che farà nella difesa antimissile balistico o tentando di dotarsi di armi di precisione ipersoniche per neutralizzare il potenziale nucleare della Russia, non sarà nient’altro che illusorio, e tale rimarrà. Non staremo fermi“, ha detto, aggiungendo che a differenza dell’Unione Sovietica, la Russia non permetterà di essere trascinata in una costosa corsa agli armamenti e manterrà la parità militare con mezzi asimmetrici.
Il programma di modernizzazione militare che il governo russo attua, ha uno stanziamento di 700 miliardi di dollari fino al 2020.

1463112Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO – L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013

I sovietici costruirono uno Space Shuttle migliore?

Follie supersoniche: perché i nuovi bombardieri strategici sono dinosauri volanti
Rakesh Krishnan Simha RIR, 21 novembre 2013

Sia la Russia che gli Stati Uniti spingono lo sviluppo di nuovi bombardieri a lungo raggio, ma i droni sono una scelta più economica e più futuristica.

post-48173-1274374577,72_thumbChe cosa hanno in comune i terroristi e i generali dell’aeronautica? La risposta è che hanno lo stesso incubo ricorrente sui droni. Ciò perché tali velivoli senza equipaggio minacciano di metterli entrambi fuori gioco. L’ironia è che, nonostante la crescente sofisticazione e resistenza dei droni, che eseguono missioni di attacco che poco prima erano appannaggio esclusivo dell’aviazione, la Russia e gli Stati Uniti hanno dato il via libero allo sviluppo dei bombardieri a lungo raggio. I nuovi progetti non miglioreranno sensibilmente la sicurezza russa o statunitense, ma sicuramente lasceranno dei buchi nei bilanci della difesa.

Arriva il via libera al bombardiere con la stella rossa
L’aviazione russa ha approvato lo sviluppo del nuovo bombardiere strategico PAK-DA che sostituirà la vecchia flotta di bombardieri strategici della Russia dei 63 Tupolev Tu-95M Bear e 13 Tu-160 Blackjack, nel prossimo decennio. Sorprendentemente, in un’epoca in cui i missili aria-aria sono ipersonici (cinque-dieci volte la velocità del suono), il nuovo bombardiere russo viene indicato  subsonico. Così, quando il PAK-DA entrerà in servizio negli anni 2020 sostituirà velivoli che furono progettati 50-70 anni prima, e ancora il nuovo bombardiere sarà più lento di alcuni aeromobili ritirati. In secondo luogo, la dottrina dell’attacco aereo strategico resta invariata. Il subsonico Tu-95 e il Tu-160 da Mach 2 sono progettati per decollare da basi nella Russia profonda e lanciare centinaia di missili da crociera nucleari Kh-102 da distanze sicure, fino a 3000 km dalle coste americane. Il nuovo bombardiere, che dovrebbe costare miliardi di rubli nella R&S (ricerca e sviluppo), avrà lo stesso ruolo, sarà un’altra piattaforma per il lancio di missili da crociera. L’unico miglioramento importante è che avrà un rivestimento furtivo, la cui efficacia non è stata definitivamente dimostrata contro un vero nemico.

E in un angolo blu
I giganti aerospaziali statunitensi Boeing e Lockheed Martin hanno dichiarato, nell’ottobre 2013, che collaboreranno su un nuovo bombardiere a lungo raggio (LRSB) progetto per l’US Air Force, mentre i militari cercano di sostituire la flotta dei vecchi 160 bombardieri pesanti: 76 B-52 Stratofortress, 63 B-1 Lancer e 20 stealth B-2 Spirit. L’US Air Force ha detto che il costo di ogni velivolo è stimato 550 milioni dollari e il valore totale di 100 aerei sarebbe di 55 miliardi dollari. Ma nel frattempo, il prime contractor è Lockheed-Martin il re dei costi gonfiati. Nel 1996, quando  intascò il contratto, il costo previsto del velivolo era di circa 65 milioni, che ora è arrivato a circa  200 milioni di dollari. Il programma LRSB, che ha già macinato 300 milioni di dollari, difficilmente invertirà il trend. Si potrebbe pensare che con la fine della minaccia sovietica, l’US Air Force non abbia motivi per un nuovo bombardiere. Ma il nuovo mantra è che se non si dispone di un nemico, lo s’inventa. Nonostante il fatto che l’esercito cinese sia insignificante per gli standard statunitensi, l’esercito statunitense lo raffigura come un drago più grande della realtà. Il punto di vista del Pentagono è che nessuna nave militare cinese potrà pattugliare senza finire sotto la potenza aerea basata a terra. Secondo il vicecapo di Stato Maggiore dell’US Air Force, Generale Philip Breedlove, gli Stati Uniti devono continuare ad avere la capacità di colpire dall’aria qualsiasi bersaglio sul globo. Il tiro da distanza è la capacità centrale nella nuova dottrina militare statunitense dell’Airsea Battle, che chiede una stretta integrazione tra l’US Air Force e l’US Marines nel campo di battaglia.

Bombardieri nel mirino
Ma, supersonico o lento, gli attaccanti sono sempre vulnerabili. L’analista della difesa Loren Thompson dice che l’area più importante in cui i bombardieri diventano obsoleti è la loro decrescente capacità di eludere l’intercettazione da parte delle difese avversarie. “Molti Paesi come l’Iran e la Siria hanno implementato difese aeree integrate che combinano radar altamente sensibili con agili missili terra-aria. Queste difese sono state progettate per eliminare le interferenze generate dai dispositivi jamming degli Stati Uniti, e per inseguire gli aeromobili su diverse frequenze in modo che non possano essere facilmente ingannate dalle contromisure. Ciò renderà più difficile ai bombardieri statunitensi penetrare lo spazio aereo ostile in futuro, soprattutto se non hanno le caratteristiche che li rendono invisibili. Il B-2 è l’unico vero bombardiere stealth nella flotta di oggi, e anche se è carente su alcune lunghezze d’onda.” Goffo e costoso, il bombardiere è già nel mirino delle forze antiaeree. L’abbattimento del cacciabombardiere stealth F-117 da parte delle forze di terra serbe che utilizzavano un antiquato sistema missilistico sovietico, indica di cosa dei combattenti motivati ed istruiti, a differenza delle forze mal addestrate di Saddam Hussein, siano capaci sul campo di battaglia. Con i nuovi missili terra-aria S-300 e S-400, la minaccia si è moltiplicata di diverse volte. Inoltre, i nuovi radar in fase di sviluppo, in particolare in Russia, sono progettati per rilevare facilmente aerei stealth quanto quelli non stealth.

Il momento del drone
Indicativo di quanto i droni ridisegnano la guerra moderna sono i top gun statunitensi riassegnati ai  droni, creando un enorme deficit di piloti nell’US Air Force. Il problema è così acuto che l’arma offre 225mila dollari di bonus ai nuovi piloti, a condizione che rimangono nell’aviazione per nove anni. L’aviazione del 21° secolo affronta una crisi esistenziale, con la crescente sofisticazione e resistenza dei droni, limitate solo dai rifornimenti di carburante, cambiando l’equazione aerea a favore dei velivoli senza pilota. Con il rifornimento in volo, l’autonomia sarà limitata solo dal fallimento dei sottosistemi. Inoltre, il loro basso costo e il fatto che i droni riducano a zero i rischi per il pilota, dovrebbero idealmente farne i sostituti perfetti dei costosi bombardieri intercontinentali. L’assenza di un pilota si traduce in notevoli risparmi sui costi, non solo di carburante, ma anche perché non sono necessari costosi sistemi di supporto vitale.

Ritorno al futuro
Secondo l’Air Force Magazine, lo scontro tra droni e velivoli pilotati “ha poco a che fare con la tecnologia e tutto con la politica“. Questo perché il mondo è ancora a disagio all’idea di una macchina armata che vola senza un pilota umano a bordo. Tuttavia, la tecnologia senza pilota non è veramente nuova. Lo space shuttle russo Buran, che volò nel novembre 1988, era completamente automatizzato. Secondo un rapporto elaborato dall’Istituto di ricerca panrusso sui materiali aerei, la differenza più importante dalla navetta statunitense era che la navetta spaziale russa poteva volare ed atterrare in modalità totalmente automatica. Più di recente, il Boeing 777 è un esempio di aereo  automatico di cui si potrà dire che ha “piloti opzionali”. Il piloti dell’aviazione possono essere glamour e virili, ma nell’era dei droni i bombardieri a lungo raggio, e in effetti gli altri aerei pilotati, hanno i giorni contati. Se le aviazioni, e i loro capi civili, l’ammettono con umiltà, potrebbero risparmiare ad entrambe le ex superpotenze molto denaro.

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I sovietici costruirono uno Space Shuttle migliore?

Venticinque anni fa, questo mese, la navetta spaziale sovietica Buran compì il suo unico volo
Anatolij Zak Popular Mechanics 19 novembre 2013

1465135Un quarto di secolo fa, sembrava che la navetta spaziale avesse improvvisamente un nuovo fratello.  Il 15 novembre 1988, l’orbiter riutilizzabile Buran, fiore all’occhiello del programma spaziale sovietico, compì il suo primo volo. Si sarebbe dimostrato l’ultimo del Buran. Ma guardando 25 anni dopo, alcuni esperti dicono che l’URSS avrebbe costruito una migliore navetta spaziale, che avrebbe posto le basi per una nuova generazione di veicoli di lancio, se avesse resistito alle tempeste economiche degli anni ’90 e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Copia?
Una volta che la navetta alata sovietica finalmente fece il suo debutto pubblico, dopo anni di sviluppo segreto, una leggenda metropolitana diffuse la notizia che si trattasse di una replica esatta della navetta spaziale statunitense. Fu facile credervi. Un lungo elenco di equivalenti sovietici della tecnologia occidentale, dagli aspirapolvere alle auto, dagli aerei ai razzi, erano vere copie. Ma mentre la somiglianza tra i veicoli spaziali è sorprendente, era però ingannevole. All’inizio del programma Buran, nel 1976, la leadership sovietica infatti assegnò all’industria il compito di sviluppare un sistema con capacità tecniche simili a quelle della navetta spaziale. Tuttavia, i politici lasciarono agli ingegneri la scelta della percorso esatto a un tale veicolo, un’apertura che il capo-progettista del Buran Valentin Glushko sfruttò. Come ora sappiamo da numerosi documenti non classificati e testimonianze, gli ingegneri di Glushko non copiarono ciecamente la navetta, ma invece attraversarono un lungo e doloroso processo nel determinare l’architettura dell’equivalente sovietico. Alla fine si convenne che la forma aerodinamica e le ali a doppia freccia della navetta statunitense fornissero la soluzione migliore. Allo stesso tempo, respinsero la filosofia economica della NASA sulla navetta, che prometteva un facile accesso allo spazio grazie alla sostituzione totale dei razzi tradizionali con una navicella riutilizzabile a basso costo, nonché l’approccio statunitense verso la sua architettura di lancio. Molti storici e ingegneri oggi dicono che così facendo i sovietici in realtà costruirono un sistema migliore di quello degli Stati Uniti. Si potrebbe obiettare che crearono il più avanzato e versatile velivolo spaziale che l’umanità avesse mai conosciuto.

Interni
All’interno, il Buran aveva molti componenti che svolgevano le stesse funzioni dei suoi equivalenti statunitensi. Entrambe le navette impiegavano celle a combustibile ad idrogeno per produrre energia elettrica e bruciavano idrazina per alimentare i sistemi idraulici di bordo. Eppure, gli ingegneri sovietici progettarono la maggior parte di questi meccanismi da zero, con solo un’idea generale di come gli equivalenti statunitensi funzionassero. Soprattutto, gli ingegneri sovietici costruirono un nuovo sistema di lancio per il Buran. Invece di due relativamente semplici (ma, come si è scoperto dopo il disastro del Challenger, mortalmente inaffidabili) booster a propellente solido per il primo stadio, i sovietici impiegato quattro razzi a propellente liquido. La loro eredità vive oggi nel vettore russo-ucraino Zenit. Il Buran utilizzava anche quattro motori principali (al posto dei tre della navetta) volti a fornire la maggior parte della spinta durante l’orbita. Misero questi motori in un stadio separato, piuttosto che sull’orbiter alato, come avvenne con la navetta. Questo approccio fece  sì che il sistema sovietico perdesse i suoi motori principali dopo ogni volo, invece di tornare a Terra con l’orbiter, rendendolo meno riutilizzabile. D’altra parte, significava che quasi ogni carico concepibile fino a 95 tonnellate, fosse una stazione spaziale da combattimento, un modulo lunare o un veicolo per una spedizione marziana, potesse essere disposto sul sistema di lancio del Buran. Al contrario, il carico utile massimo della navetta spaziale fu limitato a 29 tonnellate nella stiva del modulo orbitante. Con la costruzione del Buran in questo modo, i sovietici costruirono essenzialmente dei razzi multiuso superpesanti poi conosciuti come Energija. Si potrebbe potenzialmente sostenere che fosse la risposta sovietica al programma di guerre stellari di Ronald Reagan, così come la base lunare con equipaggio e anche le spedizioni su Marte. Tuttavia, con la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, nessuno di questi progetti superò il tavolo da disegno. Ironia della sorte, poi toccò alla NASA cercare di decodificare un progetto sovietico, in quanto gli ingegneri statunitensi cercavano un’architettura simile a quella dell’Energija, ma utilizzando i componenti della navetta. Purtroppo, il concetto noto come Shuttle-C non andò mai oltre al modello in scala reale.

Quello che avrebbe potuto essere
Gli strateghi spaziali sovietici apparentemente sopravvalutarono enormemente l’importanza militare della navetta e ritenevano che dovessero rispondere con un sistema simile, come avrebbero fatto normalmente per qualsiasi sviluppo di un’arma importante degli Stati Uniti. Il Cremlino vide la navetta spaziale soprattutto come vettore per armi spaziali e le scontate applicazioni scientifiche e commerciali furono pubblicizzate come elaborata cortina fumogena. Allo stesso tempo, però, i sovietici non accettarono mai l’idea della NASA che il sistema riutilizzabile potesse sostituire i tradizionali razzi usa e getta. Di conseguenza, il Buran sovietico fu realizzato solo per compiti specifici (soprattutto militari), che necessitavano delle sue capacità uniche di manutenzione nello spazio e di far rientrare carichi dall’orbita. Il Buran poteva essere utilizzato nell’assemblaggio di grandi stazioni spaziali, come il complesso modulare Mir-2 sviluppato negli anni ’80, nonché per lo schieramento e il rifornimento di satelliti spia e grandi piattaforme antisatellite e antimissile, se il riarmo raggiungeva lo spazio, come i leader del Cremlino temevano. Tuttavia, sia Energija che Buran apparvero quando l’ultimo atto della guerra fredda terminava. Il nuovo volto del Cremlino, Mikhail Gorbaciov, era molto più interessato a risanare l’economia sovietica fatiscente che non a superare gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti. Di conseguenza, nessuno dei grandi e costosi programmi spaziali, che avevano bisogno delle capacità impressionanti del Buran, si materializzò, lasciando il veicolo spaziale senza compiti. Nel 1991, il crollo dell’URSS e la crisi economica in Russia lasciarono decadere il Buran e le sue infrastrutture.
In retrospettiva, alcuni dicono che se solo il Buran, o almeno il suo lanciatore Energija, avessero resistito alle tempeste economiche degli anni ’90, la Russia e la comunità internazionale avrebbero ora un avanzato e potente mezzo spaziale in grado di porre una base internazionale sulla luna e anche d’inviare esseri umani su Marte. Invece, in questi giorni sia la NASA che l’agenzia spaziale russa sono all’inizio di una strada decennale per sviluppare una nuova generazione di veicoli di lancio che, un giorno, potrebbero avvicinarsi alle capacità del potente lanciatore del Buran.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Primo Raggio. L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013


Non fu la bomba a piegare il Giappone, ma Stalin

70 anni di politica nucleare si sono basati su una menzogna?
Ward Wilson Foreign Policy 29 maggio 2013

Soviet-Japanese_War_9.08-2.09.1945
L’uso di armi nucleari degli Stati Uniti contro il Giappone durante la seconda guerra mondiale, è stato a lungo oggetto di un dibattito emotivo. Inizialmente, alcuni hanno criticato la scelta del Presidente Truman di sganciare due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ma nel 1965 lo storico Gar Alperovitz  sostenne che, anche se le bombe spinsero a porre fine immediata alla guerra, i leader del Giappone volevano cedere comunque e probabilmente l’avrebbero fatto prima dell’invasione statunitense, prevista per il 1 novembre. Il loro uso è stato, quindi, inutile. Ovviamente, se i bombardamenti non erano necessari per vincere la guerra, il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki fu sbagliato. 48 anni dopo, molti altri s’inserirono nella dibattito: qualcuno riecheggiava Alperovitz, denunciando i bombardamenti, altri sostennero caldamente che i bombardamenti erano morali, necessari e umanitari. Entrambe le scuole di pensiero, però, assumono che il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, con le nuove più potenti armi, costrinsero il Giappone ad arrendersi il 9 agosto. Non riescono a mettere in discussione l’utilità dei bombardamenti, in primo luogo, chiedendosi, in sostanza, se funzionarono? Il punto di vista ortodosso è che, sì, certo, funzionarono. Gli Stati Uniti bombardarono Hiroshima il 6 agosto e Nagasaki il 9 agosto, quando i giapponesi finalmente cedettero alla minaccia di un ulteriore bombardamento nucleare e si arresero. Il sostegno a questa narrazione è profondo. Ma ci sono tre grandi problemi che, presi insieme, minano in modo notevole l’interpretazione tradizionale della resa giapponese.

Tempistica
264Il primo problema dell’interpretazione tradizionale è il tempo. Ed è un problema serio. L’interpretazione tradizionale ha una semplice linea temporale: l’US Army Air Force bombardò Hiroshima con un’arma nucleare, il 6 agosto, tre giorni dopo bombardò Nagasaki con un altra, e il giorno dopo i giapponesi indicarono la loro intenzione di arrendersi. Non si può certo biasimare i giornali statunitensi per la pubblicazione di titoli come: “La pace nel Pacifico: è opera della nostra Bomba!” Quando la storia di Hiroshima è raccontata nella maggior parte delle opere storiche statunitensi, il giorno del bombardamento, il 6 agosto, diventa un climax narrativo. Tutti gli elementi della storia puntano su quel momento: la decisione di costruire una bomba, la ricerca segreta a Los Alamos, il primo impressionante test e il culmine finale a Hiroshima. Si racconta, in altre parole, una storia sulla bomba. Ma non si può analizzare la decisione del Giappone di arrendersi oggettivamente nel contesto della storia della bomba. Poiché “la storia della bomba” già presuppone il ruolo centrale della Bomba.
Visto dal punto di vista giapponese, il giorno più importante di quella seconda settimana di agosto non fu il 6 agosto, ma il 9 agosto. Quello fu il giorno in cui il Consiglio supremo si riunì, per la prima volta dalla guerra, per discutere la resa incondizionata. Il Consiglio Supremo era il gruppo dei sei principali membri del governo, una sorta di gabinetto segreto, che di fatto governava il Giappone nel 1945. I leader giapponesi non avevano preso seriamente in considerazione la resa prima di quel giorno. La resa incondizionata (quello che gli Alleati esigevano) era un boccone troppo amaro da ingoiare. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna già processavano per crimini di guerra in Europa. E se decidevano di mettere l’imperatore, creduto un essere divino, sotto processo? Che cosa succedeva se si liberavano del divino imperatore e cambiavano forma di governo? Anche se la situazione era brutta, nell’estate del 1945, i leader del Giappone non erano disposti a prendere in considerazione la cessione delle loro tradizioni, credenze o stili di vita. Fino al 9 agosto. Che cosa era successo da spingerli così improvvisamente e decisamente a cambiare idea? Che cosa li fece sedere a discutere seriamente la resa, per la prima volta dopo 14 anni di guerra? Non avrebbe potuto essere Nagasaki. Il bombardamento di Nagasaki si era verificato nella tarda mattinata del 9 agosto, dopo che il Consiglio Supremo aveva già cominciato la riunione per discutere la resa, e la voce del bombardamento raggiunse i capi del Giappone solo nel primo pomeriggio, dopo che la riunione del Consiglio Supremo era iniziata e tutto il gabinetto era stato chiamato a riunirsi per la discussione. Sulla base della sola tempistica, Nagasaki non può averli motivati. E neanche Hiroshima fu una vera motivazione. Era accaduto 74 ore prima, più di tre giorni. Che tipo di crisi si ebbe in quei tre giorni? Il segno distintivo di una crisi è il senso di catastrofe imminente e il travolgente desiderio di agire subito. Come fu possibile che i leader del Giappone avessero ritenuto che Hiroshima scatenasse una crisi, ma ancora non si erano incontrati per parlare del problema dopo tre giorni?
Il presidente John F. Kennedy era seduto sul letto a leggere i giornali del mattino, alle 08:45 circa del 16 ottobre 1962, quando McGeorge Bundy, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, entrò per informarlo che l’Unione Sovietica stava segretamente installando missili nucleari a Cuba. Nel giro di due ore e 45 minuti una commissione speciale fu creata, i suoi membri scelti, contattati, portati alla Casa Bianca, seduti intorno al tavolo gabinetto per discutere di ciò che doveva essere fatto. Il presidente Harry Truman era in vacanza ad Independence, Missouri, il 25 giugno del 1950, quando la Corea del Nord inviò le sue truppe oltre il 38° parallelo, invadendo la Corea del sud.  Il segretario di Stato Acheson chiamò Truman sabato mattina per dargli la notizia. Entro 24 ore, Truman aveva attraversato metà degli Stati Uniti e si era seduto alla Blair House (la Casa Bianca era in fase di ristrutturazione) con i suoi migliori consiglieri militari e politici, per parlare del da farsi. Anche il generale George Brinton McClellan, il comandante dell’esercito del Potomac dell’Unione, nel 1863, durante la guerra civile americana, di cui il presidente Lincoln disse tristemente: “E’ lento“, sprecò solo 12 ore quando gli fu data una copia degli ordini catturati del generale Robert E. Lee per l’invasione del Maryland. Questi leader risposero, come i leader di ogni Paese dovrebbero, all’invito imperativo che una crisi crea. Ognuno di loro prese misure decisive in breve tempo. Come possiamo conciliare questo tipo di comportamento con le azioni dei leader del Giappone? Se Hiroshima aveva veramente causato la crisi che alla fine costrinse i giapponesi ad arrendersi, dopo aver combattuto per 14 anni, perché impiegarono tre giorni per sedersi a discuterne? Si potrebbe sostenere che il ritardo fosse perfettamente logico. Forse si resero conto lentamente dell’importanza dei bombardamenti. Forse non sapevano che si trattava dell’arma nucleare e quando lo capirono e compresero i terribili effetti che una tale arma poteva avere, naturalmente conclusero che dovevano arrendersi. Purtroppo, questa spiegazione non quadra con l’evidenza.
In primo luogo, il governatore di Hiroshima aveva riferito a Tokyo, proprio il giorno in cui Hiroshima fu bombardata, che circa un terzo della popolazione era stato ucciso dall’attacco e che due terzi della città erano stati distrutti. Questa informazione non cambiò nel corso dei giorni successivi. Quindi il risultato, il risultato finale dei bombardamenti, era chiaro fin dall’inizio. I capi del Giappone conoscevano l’esito dell’attacco fin dal primo giorno, ma  ancora non agivano. In secondo luogo, il rapporto preliminare redatto dalla squadra dell’esercito che aveva indagato sul bombardamento di Hiroshima, che fornì i dettagli su ciò che era accaduto, non fu consegnato prima del 10 agosto. Non arrivò a Tokyo, in altre parole, prima che fosse già stata presa la decisione di arrendersi. Anche se il rapporto verbale fu consegnato (ai militari) l’8 agosto, i dettagli del bombardamento non furono disponibili fino a due giorni dopo. La decisione di arrendersi pertanto non si basava su un profondo apprezzamento dell’orrore di Hiroshima. In terzo luogo, l’esercito giapponese comprese, almeno in maniera approssimativa, che si trattava di armi nucleari. Il Giappone aveva un programma per le armi nucleari. Molti militari parlarono del fatto che fu un ordigno nucleare che distrusse Hiroshima, nei loro diari. Il Generale Anami Korechika, ministro della Guerra, si consultò anche con il capo del programma di armi nucleari giapponese, la notte del 7 agosto. L’idea che i leader giapponesi non conoscessero le armi nucleari non regge. Infine, un altro fatto sul tempismo crea un problema notevole. L’8 agosto, il ministro degli Esteri Shigenori Togo andò dal Premier Kantaro Suzuki e chiese che il Consiglio supremo venisse convocato per discutere del bombardamento di Hiroshima, ma i suoi membri rifiutarono. Così la crisi crebbe di giorno in giorno finché infine scoppiò in 9 agosto. Qualsiasi spiegazione delle azioni dei leader del Giappone che si basi sullo “shock” del bombardamento di Hiroshima, deve tener conto del fatto che la riunione per discutere il bombardamento, l’8 agosto, produsse una decisione scarsamente rilevante, ma che poi improvvisamente decisero d’incontrarsi per discutere la resa il giorno dopo. O erano preda di una sorta di schizofrenia di gruppo, o qualche altro evento fu la reale motivazione per discutere della resa.

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Dimensioni
Storicamente, l’uso della bomba può sembrare il più importante evento segreto della guerra. Dal punto di vista giapponese contemporaneo, tuttavia, potrebbe non essere stato così facile distinguere la bomba da altri eventi. Dopo tutto, è difficile distinguere una sola goccia di pioggia nel bel mezzo di un uragano. Nell’estate del 1945, l’US Army Air Force effettuò una delle più intense campagne di distruzione di città nella storia del mondo. Sessantotto città del Giappone furono attaccate e parzialmente o completamente distrutte. Si stima che circa 1,7 milioni di persone rimasero senza tetto, 300.000 furono uccise e 750.000 ferite. Sessantasei di questi raid furono effettuati con bombe convenzionali, e due con bombe atomiche. La distruzione causata da attacchi convenzionali fu enorme. Notte dopo notte, per tutta l’estate, le città andarono in fumo. In questa pioggia di distruzione, non sarebbe sorprendente se questo o quel singolo attacco non riuscisse a fare una grande impressione, anche se effettuato con una notevole nuova arma. Un bombardiere B-29 che volava dalle Isole Marianne poteva trasportare, a seconda della posizione del bersaglio e dell’altitudine dell’attacco, qualcosa come 7.000-9.000 kg di bombe. Un raid tipico consisteva in 500 bombardieri. Ciò significa che la tipica incursione convenzionale sganciava 4-5 kilotoni di bombe su ogni città (un kiloton è mille tonnellate ed è la misura standard della potenza esplosiva di una bomba nucleare. La bomba di Hiroshima misurava 16,5 kilotoni, la bomba di Nagasaki 20 kilotoni.) Dato che molte bombe spargono distruzione in modo uniforme (e quindi in modo efficace), mentre una singola potente bomba spreca gran parte della sua potenza al centro dell’esplosione, rimbalzando sulle macerie, per così dire,  quindi si potrebbe sostenere che alcune incursioni convenzionali si avvicinarono alla massima distruzione più dei due bombardamenti atomici.
La prima delle incursioni convenzionali, un attacco notturno su Tokyo il 9-10 marzo 1945, rimane l’attacco più distruttivo su una città nella storia della guerra. Qualcosa come 16 miglia quadrate della città furono bruciate. Si stima che circa 120.000 giapponesi vi persero la vita, il numero di vittime più alto di qualsiasi bombardamento su una città. Spesso immaginiamo, a causa del modo in cui la storia è raccontata, che il bombardamento di Hiroshima fosse stato di gran lunga peggiore. Immaginiamo che il numero delle persone uccise sia quantificabile. Su un grafico del numero di persone uccise in tutte le 68 città bombardate, nell’estate del 1945, si trova che Hiroshima fu seconda per numero di civili morti. Se si rappresenta il numero di chilometri quadrati distrutti, si trova che Hiroshima fu quarta. Se si rappresenta la percentuale della città distrutta, Hiroshima fu 17.ma. Hiroshima era chiaramente entro i parametri degli attacchi convenzionali effettuati quell’estate. Dal nostro punto di vista, Hiroshima sembra singolare e straordinaria. Ma se vi metteste nei panni dei leader giapponesi, nelle tre settimane precedenti l’attacco su Hiroshima, il quadro diventa notevolmente diverso. Se eravate uno dei membri chiave del governo del Giappone, tra fine luglio e inizio agosto, la vostra esperienza dei bombardamenti delle città sarebbe stato qualcosa di simile a ciò: la mattina del 17 luglio, veniva indicata dai rapporti che, durante la notte, quattro città erano state attaccate: Oita, Hiratsuka, Numazu e Kuwana. Di queste, Oita e Hiratsuka furono distrutte per più del 50 per cento. Kuwana era oltre il 75 per cento e Numazu fu colpita ancora più duramente, con circa il 90 per cento della città rasa al suolo. Tre giorni dopo vi svegliate scoprendo che altre tre città erano state attaccate. Fukui fu distrutta per più dell’80 per cento. Una settimana dopo altre tre città vennero attaccate durante la notte. Due giorni più tardi altre sei città furono attaccate in una sola notte, tra cui Gifu, distrutta per il 75 per cento. Il 2 agosto, vi sarebbero arrivati in ufficio i rapporti che altre quattro città erano state attaccate. E i rapporti avrebbero incluso l’informazione che Toyama (delle dimensioni di Chattanooga, Tennessee, nel 1945), era stata distrutta per il 99,5 per cento. Praticamente l’intera città era stata rasa al suolo. Quattro giorni dopo, e altre quattro città furono attaccate. Il 6 agosto, una sola città, Hiroshima, fu aggredita ma i rapporti dicono che il danno fu grande e che un nuovo tipo di bomba era stato utilizzato. Quanto questo nuovo attacco si sarebbe distinto nel contesto della distruzione delle città in corso da settimane? Nelle tre settimane prima di Hiroshima, 26 città furono attaccate dall’US Army Air Force. Di queste, otto, quasi un terzo, furono quasi o completamente distrutte più di Hiroshima (in termini  percentuali). Il fatto che il Giappone avesse 68 città distrutte, nell’estate del 1945, pone una seria sfida a coloro che vogliono fare del bombardamento di Hiroshima la causa della resa del Giappone. La domanda è: se si arresero perché una città era stata distrutta, perché non si arresero quando le altre 66 città furono distrutte?
Se i leader del Giappone stavano per arrendersi a causa di Hiroshima e Nagasaki, ci si aspetterebbe di trovare che avessero in mente il bombardamento delle città in generale, e che gli attacchi alle città li spinse ad arrendersi. Ma non sembra essere stato così. Due giorni dopo il bombardamento di Tokyo, l’ex-ministro degli Esteri Shidehara Kijuro espresse un sentimento apparentemente diffuso tra i vertici giapponesi, al momento. Shidehara rilevò che “il popolo si sarebbe gradualmente abituato ad essere bombardato quotidianamente. Nel tempo le loro unità e determinazione sarebbero divenute più forti.” In una lettera ad un amico, disse che era importante per i cittadini sopportare le sofferenze, perché “anche se centinaia di migliaia di non combattenti vengono uccisi, feriti o muoiono di fame, anche se milioni di edifici vengono distrutti o bruciati“, è necessario ulteriore tempo per la diplomazia. Vale la pena ricordare che Shidehara era un moderato. Ai massimi livelli di governo, nel Consiglio Supremo, gli atteggiamenti erano apparentemente gli stessi. Anche se il Consiglio Supremo discusse l’importanza che l’Unione Sovietica rimanesse neutrale, non discussero dell’impatto dei bombardamenti sulle città. Nelle registrazioni conservate, i bombardamenti delle città non furono menzionati nelle discussioni del Consiglio Supremo, tranne in due occasioni: una volta di sfuggita, nel maggio 1945 e una volta nel corso dell’ampia discussione nella notte del 9 agosto. Sulla base delle prove, è difficile dire che i leader giapponesi pensassero che il bombardamento della città, rispetto alle altre questioni urgenti sulla gestione della guerra, avesse alcun significato. Il Generale Anami, il 13 agosto osservò che i bombardamenti atomici non erano più minacciosi del bombardamento che il Giappone aveva sopportato per mesi. Se Hiroshima e Nagasaki non furono peggiori dei bombardamenti incendiari, e se i leader del Giappone non ritennero abbastanza importante discuterne approfonditamente, come poterono Hiroshima e Nagasaki averli costretti ad arrendersi?

Importanza strategica
Se i giapponesi non si preoccupavano dei bombardamenti della città, in generale, o del bombardamento atomico di Hiroshima, in particolare, di cosa si occuparono? La risposta è semplice: dell’Unione Sovietica. I giapponesi erano in un momento relativamente difficile della situazione strategica. Si avvicinava la fine di una guerra che avevano perso. Le condizioni erano pessime. L’esercito, tuttavia, era ancora forte e ben armato. Quasi 4 milioni di uomini erano sotto le armi e 1,2 milioni di questi erano a guardia delle isole del Giappone. Anche i leader più intransigenti del governo del Giappone sapevano che la guerra non poteva continuare. La questione non era se continuare, ma come uscire dalla guerra nelle migliori condizioni possibili. Gli Alleati (Stati Uniti, Gran Bretagna e altri, l’Unione Sovietica, lo ricordiamo, era ancora neutrale) chiedevano “la resa incondizionata“. I leader giapponesi speravano di poter trovare un modo per evitare il tribunale per i crimini di guerra, mantenere la loro forma di governo e alcuni territori che avevano conquistato: Corea, Vietnam, Birmania, parti della Malesia e dell’Indonesia, gran parte della Cina orientale e numerose isole del Pacifico.
Avevano due piani per ottenere migliori condizioni di resa, in altre parole, due opzioni strategiche. Il primo era diplomatico. Il Giappone aveva firmato un patto di neutralità quinquennale con i sovietici nell’aprile del 1941, che sarebbe scaduto nel 1946. Un gruppo composto principalmente da leader civili guidato dal ministro degli Esteri Shigenori Togo, sperava che Stalin potesse essere convinto a mediare un accordo tra gli Stati Uniti e i loro alleati da una parte, e il Giappone dall’altra. Anche se questo piano era improbabile, ne rifletteva il pensiero strategico. Dopo tutto, sarebbe stato nell’interesse dell’Unione Sovietica assicurarsi che i termini dell’accordo non fossero troppo favorevoli agli Stati Uniti: l’avanzata dell’influenza e del potere degli Stati Uniti in Asia avrebbe significato una diminuzione del potere e dell’influenza sovietica. Il secondo piano era militare, e la maggior parte dei suoi sostenitori, guidati dal ministro dell’Esercito Anami Korechika, erano militari. Speravano di utilizzare le truppe dell’Esercito Imperiale per infliggere gravi perdite alle forze statunitensi quando fossero sbarcate. Se ci riuscivano, pensarono, potevano convincere gli Stati Uniti ad offrire condizioni migliori. Anche questa strategia era fallace. Gli Stati Uniti sembravano profondamente impegnati nella resa incondizionata. Ma dal momento che vi era, difatti, la preoccupazione nei circoli militari statunitensi che il numero di vittime di un’invasione sarebbe stato proibitivo, la strategia del comando supremo giapponese non era del tutto fuori luogo.
Un modo per valutare se il bombardamento di Hiroshima o l’invasione e la dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica, suscitarono la resa del Giappone, è confrontare il modo in cui questi due eventi influenzarono la situazione strategica. Dopo che Hiroshima fu bombardata, l’8 agosto, entrambe le opzioni erano ancora sul tavolo. E sarebbe stato comunque possibile chiedere a Stalin di mediare (e il diario di Takagi dell’8 agosto, mostra che almeno alcuni leader del Giappone pensavano ancora al tentativo di coinvolgere Stalin). Sarebbe anche stato comunque possibile cercare di combattere l’ultima battaglia decisiva e infliggere pesanti perdite. La distruzione di Hiroshima non aveva per nulla ridotto il grado di preparazione delle truppe, interrate sulle spiagge delle isole del Giappone. Ora c’era una città in meno alle loro spalle, ma erano ancora trincerate, avevano ancora munizioni e la loro forza militare non era stata ridotta in modo significativo. Il bombardamento di Hiroshima non precluse alcuna delle opzioni strategiche del Giappone.
L’impatto della dichiarazione di guerra dei sovietici e dell’invasione della Manciuria e di Sakhalin fu molto diverso, però. Una volta che l’Unione Sovietica aveva dichiarato guerra, Stalin non poteva più agire da mediatore, era ormai un belligerante. Quindi l’opzione diplomatica fu spazzata via dalla mossa sovietica. L’effetto sulla situazione militare fu altrettanto drammatico. La maggior parte delle migliori truppe del Giappone era stata spostata verso la parte meridionale delle isole nazionali. I militari giapponesi avevano giustamente intuito che il primo obiettivo probabile di un’invasione statunitense sarebbe stata l’isola meridionale di Kyushu. L’esercito del Kwangtung, una volta orgoglio della Manciuria, per esempio, era l’ombra di se stesso, perché le sue unità migliori erano state inviate lontano a difendere il Giappone stesso. Quando i sovietici invasero la Manciuria, spezzarono quello che una volta era stato un esercito d’elite e molte unità sovietiche si fermarono solo quando finirono la benzina. La 16.ma Armata sovietica, di 100.000 effettivi, invase la metà meridionale di Sakhalin. I suoi ordini erano liquidare la resistenza giapponese, e poi entro 10 – 14 giorni, essere pronta ad invadere Hokkaido, la più settentrionale delle isole del Giappone. La forza giapponese che aveva il compito di difendere Hokkaido, l’Esercito della 5.ta Area, aveva una forza di due divisioni e due brigate, in posizioni fortificate sul lato orientale dell’isola. Il piano di attacco sovietico richiedeva l’invasione di Hokkaido da occidente. Non ci voleva un genio militare per vedere che, mentre poteva essere possibile combattere una battaglia decisiva contro una grande potenza che invadeva da una sola direzione, non sarebbe stato possibile combattere due grandi potenze che attaccano da due direzioni diverse. L’invasione sovietica spacciò la strategia della battaglia decisiva dei militari, così come ne liquidò la strategia diplomatica. In un colpo solo, tutte le opzioni del Giappone evaporarono. L’invasione sovietica fu strategicamente decisiva, e precluse le opzioni del Giappone, mentre il bombardamento di Hiroshima (che non ne precluse nessuna) no.
La dichiarazione di guerra dei sovietici cambiò anche il calcolo di quanto tempo rimanesse per manovrare. L’intelligence giapponese prevedeva che le forze statunitensi non avrebbero potuto avviare l’invasione per mesi. Le forze sovietiche, d’altra parte, potevano essere in Giappone in appena 10 giorni. L’invasione sovietica portò alla decisione di porre fine alla guerra immediatamente. E i capi del Giappone raggiunsero questa conclusione alcuni mesi prima. In una riunione del Consiglio Supremo del giugno 1945, dissero che l’entrata in guerra dei sovietici “avrebbe deciso il destino dell’Impero.” Il Vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito, Kawabe, disse in quello stesso incontro, “Il mantenimento assoluto della pace nelle nostre relazioni con l’Unione Sovietica è fondamentale per la continuazione della guerra.” I capi del Giappone costantemente si disinteressarono dei bombardamenti che distruggevano le loro città. E mentre questo può essere stato sbagliato, quando il bombardamento era iniziato nel marzo del 1945, nel momento in cui Hiroshima lo fu, avevano certamente diritto a vedere il bombardamento della città come un evento secondario e senza importanza, in termini d’impatto strategico. Quando Truman notoriamente minacciò di scatenare una “pioggia rovinosa” sulle città giapponesi, se il Giappone non si arrendeva, pochi negli Stati Uniti si resero conto che c’era ben poco da distruggere. Il 7 agosto, quando la minaccia di Truman fu fatta, solo 10 grandi città con 100.000 abitanti non erano già state bombardate. Una volta che Nagasaki fu attaccata il 9 agosto, solo nove città rimasero. Quattro di queste erano nell’isola settentrionale di Hokkaido, difficile da bombardare a causa della distanza dall’isola di Tinian, dove erano basati gli aerei statunitensi. Kyoto, l’antica capitale del Giappone, fu rimossa dalla lista degli obiettivi dal segretario della Guerra Henry Stimson, a causa della sua importanza religiosa e simbolica. Così, nonostante la terribile minaccia di Truman, dopo Nagasaki rimasero solo quattro grandi città da poter facilmente colpire con armi atomiche.
La completezza e la portata della campagna dell’US Army Air Force nel bombardamento delle città, può essere desunta dal fatto che aveva colpito così tante città del Giappone che si ridusse a bombardare “città” di 30.000 abitanti o meno. Nel mondo moderno, 30.000 abitanti non fanno altro che una grossa cittadina. Naturalmente sarebbe sempre stato possibile ribombardare le città che erano già state bombardate con bombe incendiarie. Ma queste città erano, in media, già distrutte per il 50 per cento. O gli Stati Uniti avrebbero dovuto bombardare città più piccole con armi atomiche. C’erano tuttavia solo sei città piccole (con popolazione compresa tra 30.000 e 100.000 abitanti) che non erano già state bombardate. Dato che il Giappone aveva già subito gravi danni da bombardamento in 68 città, e che ancora in sostanza se ne infischiava, forse non sorprende che i leader del Giappone non fossero impressionati dalla minaccia di ulteriori bombardamenti. Non era strategicamente significativa.

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Una storia comoda
Nonostante l’esistenza di questi tre potenti obiezioni, l’interpretazione tradizionale conserva ancora una forte presa sul pensiero di molte persone, in particolare negli Stati Uniti. Non c’è vera resistenza a guardare i fatti. Ma forse questo non dovrebbe sorprendere. Vale la pena ricordarci come sia emozionalmente comoda la spiegazione tradizionale di Hiroshima, sia per il Giappone che per gli Stati Uniti. Le idee possono avere persistenza perché sono vere, ma purtroppo, possono anche persistere perché sono emotivamente soddisfacenti: suppliscono a un importante bisogno psicologico. Ad esempio, alla fine della guerra, l’interpretazione tradizionale di Hiroshima ha aiutato i capi del Giappone a perseguire una serie di importanti obiettivi politici, sia nazionali che internazionali. Mettetevi nei panni dell’imperatore. Hai appena trascinato il Paese in una guerra disastrosa. L’economia è in frantumi. L’ottanta per cento delle città è stato bombardato e bruciato. L’esercito ha subito una serie di sconfitte. La marina è stata decimata e confinata nei porti. La fame è incombente. La guerra, insomma, è stata una catastrofe e, peggio di tutto, hai mentito al tuo popolo su quanto grave sia la realtà. Sarà scioccato dalla notizia della resa. Quindi, cosa preferiresti fare? Ammetti che hai fallito malamente? Rilasci una dichiarazione dicendo che hai fatti i conti in modo spettacolarmente pessimo, compiuto errori ripetuti e inflitto un danno enorme alla nazione? O preferisci dare la colpa della sconfitta a una sorprendente scoperta scientifica che nessuno avrebbe potuto prevedere? In un colpo solo, dando la colpa della sconfitta in guerra alla bomba atomica, metti tutti gli errori sotto il tappeto. La bomba fu la scusa perfetta per aver perso la guerra. Non c’era bisogno di attribuire colpe; nessun tribunale era necessario. I capi del Giappone poterono rivendicare di aver fatto del loro meglio. Quindi, a livello generale, la bomba serviva ad allontanare la colpa dai leader del Giappone. Ma attribuire la sconfitta del Giappone alla bomba serviva anche altri tre scopi politici specifici. In primo luogo, contribuiva a preservare la legittimità dell’imperatore. Se la guerra fu persa non a causa dei suoi errori, ma a causa di imprevisti come l’arma del miracolo del nemico, allora l’istituzione dell’imperatore poteva continuare a trovare sostegno in Giappone. In secondo luogo, fece appello alla simpatia internazionale. Il Giappone aveva mosso una guerra aggressiva, e di una particolare brutalità verso i popoli conquistati. Il suo comportamento poteva essere condannato dalle altre nazioni. Poter presentare il Giappone come vittima, ingiustamente bombardata da un crudele e terrificante strumento di guerra, compensava alcune delle cose moralmente ripugnanti che i militari giapponesi avevano fatto. Richiamando l’attenzione sui bombardamenti atomici, si dipingeva il Giappone sotto una luce più simpatica e impediva punizioni più dure. Infine, dire che la bomba ha vinto la guerra, significava riconoscere gli statunitensi vincitori del Giappone. L’occupazione statunitense del Giappone non si concluse ufficialmente che nel 1952, e durante quel periodo gli Stati Uniti ebbero il potere di modificare o rifare la società giapponese come meglio credevano. Durante i primi giorni dell’occupazione, molti funzionari giapponesi temevano che gli statunitensi avessero per scopo abolire l’istituzione dell’imperatore. E avevano un’altra preoccupazione. Molti di alti funzionari governativi giapponesi sapevano che avrebbero potuto affrontare l’imputazione per crimini di guerra (i processi per crimini di guerra contro i leader della Germania erano già in corso in Europa, quando il Giappone si arrese). Lo storico giapponese Asada Sadao ha detto che, in molte interviste del dopoguerra, “i funzionari giapponesi… erano ovviamente ansiosi di compiacere i loro interlocutori statunitensi.” Se gli statunitensi volevano credere che con la bomba avessero vinto la guerra, perché deluderli?
Attribuire la fine della guerra alla bomba atomica servì agli interessi del Giappone in più modi. Ma servì anche agli interessi degli USA. Se con la bomba vinsero la guerra, allora la percezione della potenza militare degli Stati Uniti sarebbe migliorata, l’influenza diplomatica degli Stati Uniti in Asia e in tutto il mondo si sarebbe accresciuta e la sicurezza degli Stati Uniti si sarebbe rafforzata. I 2 miliardi di dollari spesi per costruirla non sarebbe andati sprecati. Se, d’altro canto, l’entrata dei sovietici in guerra fu ciò che spinse il Giappone ad arrendersi, poi i sovietici avrebbero potuto affermare che poterono fare in quattro giorni quello che gli Stati Uniti non poterono fare in quattro anni, e si sarebbe rafforzata la percezione della potenza militare sovietica e dell’influenza diplomatica sovietica. E una volta che la guerra fredda era iniziata, affermare che l’entrata in guerra dei sovietici fu il fattore decisivo, sarebbe equivalso a dare aiuto e conforto al nemico.
E’ preoccupante considerare, date le questioni sollevate qui, che le prove di Hiroshima e Nagasaki siano al centro di tutto ciò che pensiamo delle armi nucleari. Questo evento è alla base dell’importanza delle armi nucleari. E’ fondamentale per il loro status unico, l’idea che le regole normali non si applicano alle armi nucleari. Si tratta di un aspetto importante delle minacce nucleari: la minaccia di Truman di una “pioggia rovinosa” sul Giappone fu la prima minaccia nucleare esplicita. E’ fondamentale per l’aura di enorme potere che circonda tali armi e rendendole così importanti nelle relazioni internazionali. Ma cosa ne faremmo di tutte queste conclusioni se la storia tradizionale di Hiroshima viene messa in dubbio? Hiroshima è il centro, il punto da cui tutti gli accrediti e le affermazioni promanano. Eppure la storia che vi raccontano sembra abbastanza lontana dai fatti. Che cosa dobbiamo pensare delle armi nucleari se questa enorme prima realizzazione, il miracolo dell’improvvisa resa del Giappone, si rivela essere un mito?

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e la Russia sono dannatamente seri

Dedefensa 22 ottobre 2012

Il presidente russo Putin ha personalmente diretto, il 19 ottobre, la simulazione di una guerra nucleare strategica, con esercitazioni “reali”, tra cui il lancio di un missile balistico intercontinentale (ICBM), di un missile nucleare strategico lanciato da un sottomarino (SLBM) e di missili aria-terra lanciati da bombardieri nucleari. Sono stati utilizzati in pratica i tre elementi della “triade nucleare”: i missili nucleari strategici terrestri e su sottomarini, e i bombardieri strategici nucleari (con missili a testate nucleari, tra cui dei missili da crociera). Reuters ha riferito sullo svolgimento delle esercitazioni e su alcune circostanze che hanno segnato il 19 ottobre 2012. Affermava che l’esercitazione strategica nucleare era la più grande dalla fine dell’Unione Sovietica (1991), e certamente la prima del suo genere nella Russia post-sovietica. Le nuove procedure per il comando, controllo e comunicazioni (C3, C3I se si aggiunge l’intelligence) sono state testate e collaudate.
I test che coinvolgevano i sistemi di comando di tutte le tre componenti della “triade nucleare”, missili nucleari a lungo raggio lanciati da terra, mare e dai bombardieri strategici, sono stati condotti ‘sotto la guida personale di Vladimir Putin’, riferiva il Cremlino. Un missile balistico intercontinentale RS-12M Topol è stato lanciato da Plesetsk, un sito nel nord della Russia, e un test di un missile balistico intercontinentale lanciato da sottomarini ha avuto luogo dal Mare di Okhotsk, ha detto il Ministero della Difesa. I bombardieri a lungo raggio Tu-95 e Tu-160 hanno lanciato missili contro degli obiettivi, che sono stati colpiti, nel poligono della regione nord-occidentale di Komi. Le esercitazioni delle forze nucleari strategiche sono state condotte su grande scala, per la prima volta nella storia moderna della Russia“, affermava la dichiarazione del Cremlino. “Vladimir Putin ha dato un’alta valutazione del lavoro delle unità di combattimento, degli equipaggi e dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate, che hanno svolto con affidabilità ed efficacia i compiti assegnati alle forze nucleari russe.” Le esercitazioni comprendevano anche il test dei sistemi di comunicazione e dei ‘nuovi algoritmi’ per il comando e controllo. La Russia modernizza l’arsenale nucleare, in gran parte creato nell’era della guerra fredda, e continuerà ad usare le armi nucleari come deterrente chiave…
Ammettiamo subito che sarebbe incompleto non rispettare l’aspetto tecnico dell’esercitazione, pur riconoscendo l’importanza di questo aspetto, soprattutto riguardo le nuove procedure C3 usate, fornendo un apprezzamento particolarmente importante di questo settore tecnico. Ma proprio questo aspetto introduce un’altra dimensione, che è politica, legata a Putin in questo caso, dal momento che le procedure C3 sono dei mezzi tecnici dal ruolo assolutamente fondamentale per il potere politico in una guerra nucleare strategica. In questo caso, la visibile presenza di Putin, oggetto di una notevole pubblicità, è di particolare importanza. Gli argomenti dell’opposizione e della propaganda schematica del BAO nella notizia data sulla presenza di Putin (Putin vuole darsi la statura di comandante in capo, vuole distogliere l’attenzione dall’opposizione interna concentrandosi sulle minacce esterne) sono d’interesse marginale e della solita povertà; in questo caso, facendo riferimento alle solite turbolenze delle “rivoluzioni colorate” e dell”aggressione morbida’ rispetto al significato più profondo dell’evento; e nei fatti, dei vari significati profondi dell’evento.
Le condizioni dell’esercitazione e delle politiche che sono state descritte direttamente, hanno a che fare con la campagna di ‘comunicazione’, si potrebbe dire, con cui la Russia continua a ‘educare’ i suoi ‘partner’ (del blocco BAO) sui pericoli e i rischi sulla situazione attuale e sulle catene di crisi e di alta crisi prevalenti ovunque. Pertanto, l’esercitazione è in relazione con la crisi siriana, la ‘primavera araba’ e tutto quel genere di cose. Questo è un modo concreto per ricordare a tutte le potenze coinvolte nel disordine generale che colpisce le aree strategiche, che il rischio di guerra generale esiste e che implica il massimo livello di rischio di una guerra nucleare strategica. Riconosciamo, in questo caso, che la modalità di presentazione dell’esercitazione nucleare, con il ruolo di Putin, è un modo per insistere, ad esempio, nell’avviso di Medvedev dello scorso maggio (vedi 18 maggio 2012) sul rischio che uno di questi conflitti regionali, gestiti dal blocco BAO come  esercitazioni di comunicazione, demagogiche ed elettoralistiche, ma anche molto emotive nelle loro descrizioni in generale sul tema dell’umanitarismo, della superiorità dei ‘valori’ e dell’impunità strategica occidentale, non degenerino in un conflitto vero e proprio, fino alla dimensione nucleare. Ma si capisce che si tratta meno di una minaccia che di un tentativo di riportare i leader politici del blocco BAO alla realtà dei veri rapporti di forza e sulla necessità per tutti di creare e potenziare una situazione di stabilità, come se, in un certo senso, ci si potesse aspettare da questo tipo di esercitazione abbia la virtù di far uscire i leader del blocco BAO dall’ipnosi paralizzante in cui si trovano oggi, riguardo le loro politiche, azioni, posizioni, ecc., con la psicologia terrorizzata e il  comportamento ipomaniacale per cui sono conosciuti, particolarmente ben illustrati dalle crisi libica e siriana.
Su un punto particolare e specifico, vi è anche uno sforzo di comunicazione dei russi dello stesso modo: nei confronti dei due candidati presidenziali negli Stati Uniti, per convincerli che i rapporti tra le potenze nucleari (le due maggiori potenze nucleari strategiche) non sono solo un gioco elettorale o uno strumento per esercitare le diverse influenze su di loro, ma anche un’equazione e un potere di bilanciamento che devono essere considerati seriamente e con la massima cautela. (Certo,  non è un caso che l’esercitazione abbia avuto luogo nel bel mezzo della campagna elettorale degli Stati Uniti.) Comprendiamo gli sforzi russi in questo senso, ma dubitiamo molto che abbiano una certa efficacia. La situazione psicologica della leadership politica del blocco BAO sembra irrimediabilmente e assolutamente impantanata nella paralisi, nell’impotenza, e nel caos che sappiamo. Inoltre… forse i russi la pensano così, alla fine loro stessi compiono questi sforzi nel senso  descritto, nella disperazione, cioè senza molte speranze di essere ascoltati. Pertanto, l’esercitazione ha una seconda funzione profonda, molto più unilaterale, molto più rigorosamente “russa”. Per esempio, conferma e rafforza le decisioni russe sull’acutizzarsi della crisi, illustrata in particolare dall’annuncio del dispiegamento di missili antiaerei S-400 in direzione della Turchia. (Vedasi il nostro testo del 20 ottobre 2012). Il carattere strategico di queste due misure complementari (gli S-400 e l’esercitazione nucleare) indica che la Russia intende far pesare la sua importanza strategica, sia riguardo alla situazione siriana, sia riguardo i progetti di destabilizzazione del blocco BAO, come ad esempio la rete missilistica BMDE (compresi i radar installati in Turchia).
Qui, si tratta meno di comunicazione che di sistemi d’arma specifici, e anche del potere strategico pratico. Il blocco BAO, e gli altri paesi coinvolti nella crisi siriana, intendano l’avviso o meno, non importa perché questa funzione di avvertimento è del tutto secondaria… Vi è semplicemente l’evoluzione del potere russo, una Russia che continua a ragionare sulla base dei dati concreti del potere, e da questo punto di vista, per garantirsi la sicurezza nazionale. Il fatto è che, in questo modo, i russi continuano a indurire la loro posizione, rendendola più comprensibile sbarazzandosi di qualsiasi ambiguità. Pertanto, confermano con questa esercitazione che stanno perdendo, se non l’hanno già fatto, tutte le illusioni, le speranze e le debolezze che avevano dalla fine della guerra fredda e anche fino a poco tempo fa (perfino dopo la guerra contro la Georgia, il desiderio di cooperazione con alcuni paesi del blocco BAO era molto forte), su una politica di leale e proficua collaborazione con il blocco BAO. Da questo punto di vista, la Russia è totalmente in guardia, ci dice Putin mentre assiste ai test di lancio delle componenti della ‘triade’ nucleare strategica russa. Che i paesi del blocco BAO sentano o meno questa interpretazione della cosa, è un mezzo molto importante per la leadership russa; la “cosa” (il potere strategico russo) esiste, ed è essenziale a tal proposito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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