Il vertice BRICS traccia chiare linee rosse su Siria e Iran

Sharmin Narwani, The BRICS Post 3 aprile 2013

12349176I BRICS sono diventati impossibili da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale. La Dichiarazione eThekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale. Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide ai vecchi leader mondiali: riformate istituzioni ed economie, o lo faremo noi.
Con l’intento di riempire un vuoto della leadership economica e finanziaria globale, i BRICS hanno anche iniziato a tracciare alcune nette linee politiche. Per cominciare, il vertice era incentrato sullo sviluppo in Africa, un continente ricco di risorse in cui competono gli interessi economici, attirando linee di faglia geopolitica sempre più polarizzate negli ultimi anni. I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte, tra le altre cose. Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti (AFRICOM), d’insediarsi nel teatro militare africano.
Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

Siria e Iran
Il vertice di Durban, pertanto, non aveva intenzione di ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU – Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni. La Dichiarazione eThekwini dice dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“. E sulla Siria, i BRICS hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.
Le posizioni dei BRICS su Iran e Siria non possono, tuttavia, essere viste solo entro i parametri della dichiarazione del vertice. Per cominciare, l’affermazione non è una novità, i BRICS sono a favore di questi punti, in una forma o nell’altra, da quando rilasciarono il loro primo comunicato sulla politica estera nel novembre 2011. Per capire la profondità e l’ampiezza dell’impegno su queste prese di posizione sul Medio Oriente, vi è la necessità di guardare al di là del sterilizzato ambiente diplomatico del vertice. India, Brasile e Sud Africa, per esempio, non hanno fatto molti commenti  su Siria e Iran, lasciando ai loro colleghi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina, il ruolo di portavoce dei BRICS su questi temi. All’inizio di marzo, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Mosca nel suo primo viaggio all’estero da capo di Stato, dove ha detto: “Dobbiamo rispettare il diritto di ogni Paese del mondo a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo e a poter contrastare l’interferenza negli affari interni da parte di altri Paesi“. Un chiaro avvertimento contro l’aggressivo interventismo occidentale, la visita di Xi al russo Vladimir Putin ha sottolineato l’importanza della loro “partnership strategica” nelle questioni geopolitiche. Sulla Siria, in particolare, la Russia è andata avanti con la benedizione dei suoi colleghi dei BRICS, tra cui la Cina; così la visione critica di Mosca della situazione deve essere presa in considerazione.
I russi hanno recentemente pubblicato un documento di riflessione sull’importanza della loro partecipazione ai BRICS, una visione che riflette probabilmente simili priorità dei vertici degli altri Stati membri.

I BRICS tracciano linee rosse
Per tutti i BRICS, considerazioni finanziarie ed economiche sono la spinta trainante nella formalizzazione di questa coalizione strategica. Vi è, dicono i Russi, “il desiderio comune dei BRICS di riformare l’obsoleta architettura finanziaria ed economica internazionale che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie emergenti e dei Paesi in via di sviluppo.” Ma affinché si abbiano cambiamenti economici fondamentali, deve aversi anche un simultaneo riequilibrio del potere politico nel mondo. Mosca ritiene che i BRICS “possano potenzialmente diventare un elemento chiave del nuovo sistema di governance globale, soprattutto nei settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, la Federazione russa distingue un posizionamento favorevole ai BRICS nel sistema mondiale, come nuovo modello di relazioni globali, sovrastante le vecchie linee di divisione tra Est e Ovest, Nord e Sud“.
E’ un nuovo mondo coraggioso, ma v’è anche il valore reale in alcuni dei vecchi modi. Per esempio, i BRICS sono grandi sostenitori dello stato di diritto negli affari mondiali, concetti che l’occidente propaganda, ma a cui raramente aderisce nel perseguimento dei propri interessi strategici, cioè con  l’interventismo, il cambio di regime, la militarizzazione del conflitto. Per i russi, una priorità assoluta dei BRICS è “ottenere l’adesione degli Stati partecipanti allo stato di diritto nelle relazioni internazionali, aumentando progressivamente la cooperazione politica estera con i partner dei BRICS nell’interesse della pace e della sicurezza, nel rispetto della sovranità e integrità territoriale degli altri Stati e della non ingerenza nei loro affari interni“. I BRICS appoggiano il modulo delle Nazioni Unite nel contribuire al raggiungimento di questi principi di base. Per essi, non è il veicolo a essere rotto, il problema sono i suoi piloti. E in particolare l’idea che il cambiamento di regime, le sanzioni e gli interventi militari siano strumenti accettabili negli affari internazionali.
I BRICS, secondo Mosca, possono “migliorare ogni interazione possibile nelle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ente dalla responsabilità principale nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, impedendo l’uso dell’ONU, e prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per coprire la via alla rimozione dei regimi indesiderati e all’imposizione di soluzioni unilaterali a situazioni conflittuali, incluso l’uso della forza”. Per inciso, non è certo una coincidenza che il presidente siriano Bashar al-Assad abbia inviato una lettera ampiamente pubblicizzata, al vertice dei BRICS. Qui, dopo tutto, il capo di Stato di una nazione sovrana chiede aiuto ai BRICS in ascesa, per proteggere l’integrità territoriale della Siria contro la “palese interferenza straniera” che opera in contraddizione con la “Carta delle Nazioni Unite.” La lettera colpiva tutti i punti sensibili dei BRICS: stato di diritto nelle relazioni internazionali, conservazione della pace e della sicurezza mondiali, risoluzione pacifica dei conflitti, de-militarizzazione… e riconoscimento dell’importanza dei BRICS nel nuovo ordine mondiale. La lettera di Assad è arrivata il giorno dopo che la Lega Araba aveva assegnato il seggio della Siria alla coalizione dell’opposizione estera sostenuta dai nemici della Siria, una mossa che i russi definiscono “illegale e non valida”, un ostacolo alla risoluzione pacifica del conflitto. Può darsi che i BRICS diano l’esempio qui. Ricevendo questa lettera al vertice, si conferisce chiaramente legittimità ad Assad e alle sue richieste, ed è difficile immaginare che questo non sia stato un evento coordinato in anticipo.
Le posizioni di Mosca sulla questione siriana non possono essere escluse dal contesto dei principi condivisi dai BRICS. I russi potrebbero avere maggiori carte da giocare in ciò che accade in Siria, come anche altre in Iran, ma queste sono le linee rosse coerenti in ciò che i BRICS sperano di raggiungere a livello globale. E sono anche pronti a scommetterci sopra. Parte della scommessa è che le vacillanti economie occidentali non possono andare molto lontano, con l’attuale andazzo ci vorrà solo “tempo” per vedere materializzarsi questi cambiamenti globali. In ogni caso, poco dopo la conclusione del vertice, la Russia ha promesso di evitare qualsiasi misura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assegnare il seggio della Siria all’opposizione.
Il potenziale caos appare all’orizzonte, mentre un nuovo ordine politico emerge, e i BRICS non saranno timidi nel sostenere con forza i loro ordini del giorno collettivi, un compito reso più facile dal notevole peso che hanno acquisito. Durante il volo di ritorno da Durban a Mosca, Putin ha ordinato improvvise grandi manovre militari nel Mar Nero, vicino al nemico della Siria, la Turchia, una mossa che la maggior parte degli osservatori ritiene un avvertimento agli interventisti stranieri in Siria. E’ improbabile che le nazioni BRICS andranno lontane nel tracciare tali linee rosse, senza difenderle. Come ciò possa trasparire nei casi di Siria o Iran è incerto, è poco probabile che vedremo l’esercito dei BRICS combattere battaglie nell’immediato futuro. D’altra parte, questi rapporti strategici probabilmente daranno luogo a posizioni militari coordinate e a una pianificazione delle forze speciali esattamente per questo tipo di scenari. Ciò non è difficile da immaginare. I BRIC erano solo un acronimo creato dalla Goldman Sachs per descrivere alcune economie emergenti in rapida crescita, qualche anno fa. Oggi sono impegnati in esercitazioni militari bilaterali, nel finanziamento di banche, creazione di istituzioni e ridefinizione delle priorità globali del 21° secolo.

0_0_1_brics_summitLe opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle  editoriali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
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In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

BRICS: Nuovo modello geopolitico e le priorità della politica estera della Russia

Aleksandr Mezaev Strategic Culture Foundation 30/03/2013

brics4Un altro vertice annuale dei BRICS si è svolto il 27 marzo, in Sudafrica. Un ciclo di eventi di alto livello che si svolgono a turno nelle capitali degli Stati membri, è finito. Questa volta è stata di particolare importanza per la Russia. Ai primi di febbraio, il presidente russo Vladimir Putin ha approvato il nuovo Concetto di Politica Estera, in cui si afferma che i paesi BRICS sono un vettore chiave a lungo termine della politica estera della Russia, rivelando la strategia della cooperazione BRICS. Putin si è presentato al vertice con una proposta per elaborare un concetto comune di strategia internazionale per lo sviluppo dei BRICS, idea accolta dagli altri partecipanti… Anche oggi viene invocato l’avvento della “grande rivoluzione geopolitica”, la sua caratteristica principale è il nuovo ruolo dei Paesi in via di sviluppo, che in molti settori sono più avanti di quelli cosiddetti sviluppati. (1) Nel 2007 la crescita media del PIL mondiale è stata del 2,3%, ma il dato è stato del 7,5% per i Paesi in via di sviluppo. Nel 2008, il PIL totale dei Paesi in via di sviluppo ha superato quello dei Paesi sviluppati per la prima volta nella storia. (2) Nel 2012, la crescita media del PIL dei Paesi BRICS è stata del 4% (rispetto allo 0,7% del G7), a parità di potere d’acquisto, è stata del 27% (in costante crescita) (3). Nel 2010-2013, la crescita media è stata del 5,6% per i paesi BRICS (1,85% per i Paesi in via di sviluppo). (4) In totale, l’economia dei BRICS è aumentata 4,2 volte nel corso degli ultimi dieci anni (61% nel caso dei Paesi in via di sviluppo). (5)
Il concetto di nuova strategia di Politica estera per il 2013, afferma “la Russia attribuisce grande importanza nel garantire una gestione sostenibile dello sviluppo globale, richiedendo una leadership collettiva dei maggiori Stati del mondo che, a loro volta, devono essere rappresentativi in termini geografici e di civiltà”.(6) Il Concetto Politico riguardante la partecipazione della Russia nei BRICS (Concetto nazionale della Politica russa nei confronti del BRICS e dei Paesi BRICS) ne chiarisce il senso. Il documento sottolinea “L’istituzione dei BRICS riflette una tendenza obiettiva allo sviluppo globale, verso la formazione di un sistema policentrico di relazioni internazionali sempre più caratterizzato dall’uso di meccanismi non-istituzionalizzati di governance globale basati sulle reti diplomatiche, e dalla crescente interdipendenza economica degli Stati”. Ciò viene riflesso pienamente nel Concetto di Politica estera della Russia del 2013. Globalmente i Paesi BRICS sono  visti come un nuovo modello per le relazioni internazionali (7). La funzione principale del modello BRICS è riformare l’obsoleta struttura economica e finanziaria internazionale del mondo contemporaneo. (8) La cosa principale da ricordare è che le prospettive di sviluppo dei BRICS sono determinate da una serie di fattori fondamentali di lungo termine, che faciliteranno il riavvicinamento degli Stati partecipanti, comprendendo la comune volontà delle parti di riformare l’obsoleta architettura economica e finanziaria internazionale, che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie di mercato emergenti e dei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo principale è creare un nuovo sistema di valute di riserva (9) e aumentare il ruolo delle monete nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati BRICS e sviluppare la cooperazione nel settore dei mercati finanziari, al fine di migliorare la stabilità finanziaria e un’efficace interazione sulla base di principi e norme internazionali (10). Il vertice di Durban ha dato via libera alla nuova Banca di sviluppo. (11) La presente decisione è stata resa necessaria dalle attività di alcuni attori mondiali (Stati Uniti, Giappone, Europa) con conseguente diffusione di tendenze negative che ha coinvolto altri Paesi. I leader hanno approvato la disposizione di una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, che verrà attivata quando una delle cinque nazioni aderenti affronterà una crisi. Secondo i leader dei BRICS, ciò “contribuirà a rafforzare la rete globale di sicurezza finanziaria e a integrare gli accordi internazionali esistenti, come ulteriore linea di difesa”. (12)
I partecipanti sono stati molto duri verso le istituzioni della finanza e del commercio internazionali, primi fra tutti il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). E’ importante che i Paesi BRICS non vedano questi enti come elementi di base delle Nazioni Unite, preferendo dare priorità all’UNCTAD invece; “Riaffermiamo il mandato della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), come punto focale del sistema delle Nazioni Unite dedito ad analizzare le questioni correlate a commercio, investimenti, finanza e tecnologia da una prospettiva di sviluppo. Il Mandato e il lavoro dell’UNCTAD sono unici e necessari per affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita di un’economia globale sempre più interdipendente. Riaffermiamo inoltre l’importanza nel rafforzare la capacità di aiutare l’UNCTAD nei suoi programmi di costruzione del consenso, del dialogo politico, della ricerca e della cooperazione tecnica, e del rafforzamento delle capacità, in modo che sia maggiormente in grado di conseguire il suo mandato volto allo sviluppo”. (13) Vi era una dichiarazione speciale aggiuntiva alla Dichiarazione eThekwini da parte della Federazione russa. Afferma che continueranno gli sforzi nel precisare i principi concreti, le condizioni e i parametri relativi alla creazione della nuova banca. La questione sarà esaminata a San Pietroburgo, a margine del vertice dei G-20 di settembre 2013. (14)
A poco a poco, l’accordo su una serie di questioni internazionali tra gli Stati membri, prende forma.  Gli Stati dei BRICS hanno riconosciuto il diritto della Palestina ad avere uno Stato. Hanno sottolineato che la risoluzione del conflitto in Siria dovrebbe basarsi sul comunicato di Ginevra, invece che sulle decisioni prese dalla Lega degli Stati arabi (15), hanno sottolineato che la gestione dei conflitti africani è una priorità per l’Africa, e i leader hanno anche sottolineato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. E’ importante per i BRICS sostenere le attività dell’Unione Africana e di ECOWAS in Mali, respingendo ostentatamente qualsiasi supporto alla Francia e agli altri Stati occidentali intervenuti senza l’approvazione delle Nazioni Unite… (16) Infine, la Russia e la Cina supportano Brasile, India e Sud Africa nei loro tentativi di avere maggior peso in seno alle Nazioni Unite. Il testo può essere interpretato come un supporto inequivocabile all’adesione permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il piano d’azione dei BRICS è davvero impressionante. A parte l’economia e le finanze, l’ordine del giorno include la salute, l’energia, lo sport, il turismo, la lotta contro il terrorismo e il traffico di droga, la sicurezza delle informazioni, la scienza, la corruzione e molte altre questioni. Tutto dimostra che i Paesi BRICS sono sulla via per passare da associazione ad organizzazione internazionale o di diventare una realtà internazionale. Il primo passo è già stato fatto, i BRICS hanno preso la decisione di istituire un Segretariato (virtuale per il momento).
Nei BRICS si affacciano anche contraddizioni. Finora i membri non sono riusciti a conformare una vera e propria politica estera comune. (17) C’è il problema della rappresentanza ineguale nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, delle dispute territoriali tra la Cina e l’India, (18) della differenza negli approcci al cambiamento climatico, ecc. (19) L’interdipendenza economica degli Stati membri impallidisce in confronto con la loro dipendenza da quei Paesi cui i BRICS sono destinati a diventare un’alternativa. (20) E’ importante per i BRICS tentare di cambiare la situazione. Il viceministro degli Esteri della Russia, Sergej Rjabkov, ha detto che i problemi nei BRICS non sono mine ad azione ritardata e non ostacolano l’efficacia delle attività dell’organizzazione. (21)
Vi sono anche scosse provocate da forze esterne. Questo è ciò che il Concetto della Politica russa sui BRICS chiarisce. (22) Dice “le dimensioni, la profondità e la dinamica della cooperazione tra i Paesi BRICS possono essere influenzate dalle esistenti forze centrifughe nell’associazione, nonché da influenze negative provenienti dall’esterno”. (23) I punti del documento sottolineano che uno degli obiettivi è “migliorare ogni possibile interazione nell’ambito delle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU come l’ente dalla maggiore responsabilità nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; impedire l’uso della Nazioni Unite, prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per aprire la via alla rimozione di regimi indesiderati e per imporre soluzioni unilaterali in situazioni di conflitto, comprese quelle basate sull’uso della forza”. (24) Questa è la politica dell’occidente nel perseguire determinati obiettivi che va contrastata. Non dimentichiamo che il rapporto Project Global Trends 2025: A Transformed World dell’US National Intelligence Council include una sezione speciale dedicata allo sviluppo dei Paesi BRICS (25). I BRICS sono un progetto unico globale (26). I loro successo o fallimento sarà il successo o il fallimento della civiltà mondiale.

Note:
(1) rif. K. Brutens, (ex vicecapo del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCUS). Great Geopolitical Revolution – World Economy and International Relations, 2010, N° 10.
(2) rif. A. Senokosov.  BRICS and the West: On the Way to New World Order. The Russian International Affairs Council
(3) Vladimir Putin. Intervista. ITAR-TASS, 22 marzo 2013
(4) V. Lukov.  BRICS – Important Locomotive for G20 Progress.
(5) S. Lavrov. A New Generation Forum with a Global Reach, BRICS-INDIA-2012. M. Larionova.  2012.
(6) Concetto di politica estera della Federazione Russa, punto 30, sito ufficiale del MAE
(7) Concetto di Politica sulla partecipazione della Russia al BRICS, paragrafo 11. Sito ufficiale del Presidente della Federazione Russa.
(8) Paragrafo 8 del Concetto.
(9) Commentando gli accordi finanziari, il ministro degli Esteri sudafricano Maite Nkoana-Mashabanesai ha detto che l’obiettivo è stimolare il commercio. Riducendo al minimo i rischi del cambio mediante la concessione di prestiti in valuta locale, ridurrebbe la dipendenza dei BRICS dal dollaro, risparmiando la spesa, incrementando il commercio e gli investimenti e internazionalizzando le valute.
(10) Paragrafo 17 (c) e (h) del Concetto.
(11) Paragrafo 9 del 5.to Vertice BRICS, Dichiarazione eThekwini e piano d’azione. 27 marzo 2013, Sito ufficiale del vertice in Sudafrica.
(12) Paragrafo 10 della Dichiarazione.
(13) Paragrafo 17 della Dichiarazione.
(14) Il prossimo vertice si terrà in Brasile nel 2014.
(15) BRICS parlano della Lega degli Stati arabi di per sé, ma non delle sue decisioni (Paragrafo 26).
(16) Paragrafo 20 della Dichiarazione eThekwini.
(17) Formalmente il Concetto della Russia prevede “il coordinamento delle posizioni” e “lo sviluppo di approcci comuni o simili” (Paragrafo 16 “a” e ”b”. Allo stesso tempo, vi sono casi in cui i paesi BRICS adottano posizioni comuni su questioni globali, per esempio il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla Siria).
(18) Inoltre, il Concetto cita la disponibilità della Russia “ad aiutare altri Stati BRICS nel comporre  divergenze che sorgano tra di essi quando i partner BRICS sono interessati a che la Russia svolga  tale funzione di gestione delle discordie tra i membri (nel caso in cui le parti siano interessate alla mediazione della Russia)”. Paragrafo 14 (f), del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(19) La relazione invoca la Russia nei BRICS. Obiettivi strategici e strumenti per realizzarli. Sito ufficiale del MAE.
(20) Vedasi T. Isachenko. BRICS in Foreign Economic Strategy of Russia: Looking for Alternatives, International Affairs magazine, N°11, pp. 85-86
(21) SCF
(22) Paragrafo 9 del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(23) Paragrafo 10 del Concetto.
(24) Paragrafo 14 (a) del Concetto.
(25) V. Davydov. BRICS in the Emerging Polycentric World, International Affairs, 2011, N°5, p. 99.
(26) Vedasi: BRICS and the Mission of Reconfiguring the World

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin vuole un BRICS strategico al più presto…

Dedefensa 23 marzo 2013

549366_Il presidente russo Putin ha annunciato che proporrà, alla prossima riunione dei BRICS del 26-27 marzo a Durban, in Sud Africa, una decisa estensione del ruolo principalmente economico di questo gruppo di cinque potenze, finora abitualmente viene definito troppo frettolosamente, “mondo emergente”. Putin, si preoccupa d’individuare nei Paesi BRICS “un elemento chiave del mondo multipolare“, ciò ha un significato completamente diverso, quasi opposto, a quello di “mondo emergente”. Il termine “mondo emergente”, con la sua connotazione degradante, che implicitamente richiama la sprezzante espressione “Terzo Mondo”, ovviamente comporta l’estesa supremazia anglosassone del blocco BAO, portando a considerare il modello BAO come la luce del mondo, soprattutto economica e morale, accettando la moderna credenza di un “mondo emergente” in evoluzione destinato fatalmente ad integrarsi nel blocco BAO. Putin vede i BRICS come alternativa all’attuale struttura del mondo irreggimentato dal blocco BAO, alternativa basata sul multipolarismo contro l’arrogante unipolarismo ieri degli USA e, oggi, del blocco BAO. (Secondo il nostro pensiero, definiremmo le potenze BRICS effettivamente secondo una visione multipolare, con la determinazione di un “mondo che si costituisce ai margini del sistema”, cioè con “un piede dentro e un piede fuori” o “dentro il sistema, in qualche modo, ma critico ed eventualmente riformando il sistema diversamente”.)
Questo annuncio è stato fatto in un’intervista di Putin all’ITAR-TASS, il cui testo è stato trascritto il 22 marzo 2013 sul sito della presidenza. Nel preambolo, Putin ricorda cosa sono i Paesi BRICS, e soprattutto su quali principi si basi il raggruppamento. Troviamo un accento posto sul rispetto del diritto internazionale e il principio di sovranità… “I BRICS sono un elemento chiave dell’emergente mondo multipolare. Il Gruppo dei Cinque ha ripetutamente affermato il proprio impegno verso i principi fondamentali del diritto internazionale e contribuisce a rafforzare il ruolo centrale delle Nazioni Unite. I nostri Paesi non accettano una politica di potenza o la violazione della sovranità di altri Paesi. Condividiamo l’approccio alle questioni internazionali più urgenti, tra cui la crisi siriana, le circostanze intorno all’Iran e la sistemazione del Medio Oriente.” Poi, a una domanda sul ruolo geopolitico dei BRICS: “Andare oltre l’ordine del giorno puramente economico, i Paesi BRICS dovrebbero assumersi  maggiori responsabilità nei processi geopolitici? Qual è la loro politica riguardo il resto del mondo, tra cui attori importanti come Stati Uniti, Unione europea, Giappone… Quale futuro vede per questa associazione, a tal proposito?”. Qui, nella risposta di Putin, si trova la presentazione e la spiegazione dell’iniziativa. “Allo stesso tempo, invitiamo i nostri partner a trasformare gradualmente i BRICS da forum per il coordinamento degli approcci a un numero limitato di questioni, in un vero e proprio meccanismo di cooperazione strategica che ci permetterà di cercare insieme soluzioni ai problemi fondamentali della politica globale. I paesi BRICS tradizionalmente danno voce ad approcci simili nella risoluzione di ogni conflitto internazionale, cioè attraverso mezzi politici e diplomatici. Per il vertice di Durban, stiamo lavorando a tracciare una dichiarazione congiunta sui nostri approcci fondamentali verso i più pressanti problemi internazionali, vale a dire la crisi in Siria, Afghanistan, Iran e Medio Oriente. Non vedo i BRICS quali concorrenti geopolitici dei Paesi occidentali o delle loro organizzazioni, al contrario, siamo aperti a discussioni con qualsiasi Paese od organizzazione disposto a farlo entro il quadro comune dell’ordine mondiale multipolare.”
Il nostro amico MK Bhadrakumar ha immediatamente raccolto la notizia sul suo blog (Indian Punchline) il 22 marzo 2013. Ovviamente, considera estremamente importante la proposta russa.  Inoltre, secondo il suo solito scetticismo verso gli indiani, che tiene in scarsa considerazione, si chiede quale sarà l’atteggiamento dell’India… MK Bhadrakumar rileva che Putin vede questa trasformazione dei BRICS, graduale ed estesa su un certo periodo di tempo. “Quello che emerge è lo splendido suggerimento di Putin per riorientare i BRICS.” Ha detto, “invitiamo i nostri partner [Brasile, India, Cina e Sud Africa] a trasformare gradualmente i BRICS da forum del dialogo per  coordinare gli approcci a un numero limitato di questioni, in un vero e proprio meccanismo di cooperazione strategica che ci permetterà di trovare una soluzione ai problemi fondamentali della politica globale.” Putin riconosce che tale profonda trasformazione richiederà del tempo. Assieme alla totale armonizzazione delle politiche estere dei membri dei BRICS, un riorientamento fondamentale delle dottrine in politica estera sarebbe anche necessario. Come l’India risponderà a questa grande idea, resta da vedere. A dire il vero, un ‘atto di fede’ è necessario. L’India ha trovato comodo che il filo conduttore dei BRICS fosse l’economia. La proposta di Putin aggiusterebbe fondamentalmente l’orientamento dei BRICS…
Giustamente… differiamo in parte da MK Bhadrakumar sulla valutazione dei tempi che secondo Putin sarebbero necessari per la trasformazione dei BRICS. Sembra che la sua proposta, lungi dall’essere teorica e lasciata al maturare del tempo, già si basi su determinate proposte di prese di posizione su questioni specifiche (“…tracciando una dichiarazione congiunta sui nostri approcci fondamentali verso i più pressanti problemi internazionali, vale a dire la crisi in Siria, Afghanistan, Iran e il Medio Oriente“).  Questo può anche significare che la Russia vorrebbe vedere, dal vertice di Durban, i BRICS prendere una posizione su questioni specifiche, ciò lo vedremo concretamente la prossima settimana. Questa prospettiva significherebbe che i russi preferiscono andare molto veloci. La posizione dell’India sembra, senza dubbio, tra le più incerte nei confronti di un progetto del genere, anche se gli indiani, come è stato riportato dallo stesso MK Bhadrakumar, sono stati i primi a prendere l’iniziativa di riunire i consiglieri della sicurezza nazionale dei Paesi del gruppo (vedi 7 gennaio 2013), cosa che ovviamente va nella direzione auspicata da Putin. In ogni caso, se ci atteniamo ad una valutazione obiettiva, sarebbe ovviamente logico pensare che i russi vogliano andare velocemente, perché la situazione generale delle relazioni internazionali e la crisi continuano a peggiorare a un velocità molto elevata, richiedendo la costituzione di forze, sia per contenere questa discesa nel caos, sia per bilanciare le altre forze (del blocco BAO, soprattutto) che si nutrono di questo caos. Sembra anche molto probabile che i russi abbiano il sostegno della Cina, in questo progetto. (Il presidente cinese ha iniziato la sua visita a Mosca, il giorno in cui l’intervista a Putin è stata trasmessa, potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma invece deve essere valutata come un forte segnale, nel senso di una comune comprensione tra Russia e Cina.) In generale, si può apprezzare il fatto che la proposta russa sia tempestiva, vi è urgenza intorno all’evoluzione dei BRICS, secondo cui tale raggruppamento non può limitarsi esclusivamente a una dinamica unicamente economica, è particolarmente ed essenzialmente sul piano economico che il Sistema attiva la sua opera di destrutturazione e dissoluzione, e perciò soggetti di tale importanza, raggruppati intorno al campo economico, nella situazione d’urgenza che conosciamo non possono non prendere in considerazione tutti gli effetti causati da questo dominio.
Il progetto russo non ha nulla a che fare, a nostro avviso, con la creazione di un polo di potenze che vorrebbe competere con altri centri di potere (il blocco BAO, naturalmente), come giustamente ha detto Putin, secondo il nostro approccio, esprimendo i suoi veri pensieri. I BRICS, se si riformano nella direzione voluta da Putin, non saranno una delle parti interessate alla situazione attuale, ma piuttosto un tentativo di stabilizzare la situazione, come ha detto. Da questo punto di vista, i russi sono alla ricerca di partner che possano sostenerli, o almeno li sostengano nella stessa azione, “cercando la stabilizzazione”, come fanno in Siria, e la loro iniziativa con i BRICS sarebbe naturale.
Continuando a considerare la situazione obiettivamente, i BRICS non appaiono in alcun caso abbastanza potenti e organizzati da cambiare completamente la situazione generale. E’ vero che non solo affrontano altri gruppi, la maggior parte dei quali sono destabilizzanti, ma soprattutto una tendenza generale alla disintegrazione, dissoluzione, che supera evidentemente la capacità umana dell’organizzazione o della disorganizzazione. Il BRICS trasformato da Putin sarebbe una reazione sana e leale a questa tendenza, ma assolutamente insufficiente per sperare di contrastarla in alcun modo. Per contro, e senza che sia proprio lo scopo cosciente e sviluppato da Putin, l’evoluzione del BRICS apparirebbe al blocco BAO come una sfida, o una nuova e minacciosa pressione, anche falsamente apprezzata, ma non importa, il blocco BAO vive nella sua narrativa, e l’effetto complessivo sarebbe aumentare la confusione e l’ansia nello stesso blocco, vale a dire, suscitare disordine i cui effetti sarebbero i benvenuti, almeno per la ragione evidente che il blocco BAO è la principale forza relè del disordine che abbiamo identificato. Nessuna forza politica, oggi, è in grado di stabilizzare la situazione generale del mondo e, ancor meno, di modificrane i componenti per trasformare la ristrutturazione temporanea in una struttura nuova e solida. La marcia del disordine mondiale dipende da forze che sfuggono al controllo umano e, pertanto, hanno l’immunità completa sull’essenza del movimento. Il contributo reale dei BRICS rinforzati, sarebbe rafforzare le potenze che la compongo e unire altre potenze, e in tal modo, aumentare la pressione sul blocco BAO, principale vettore del disordine, e quindi accelerare le pressioni che l’influenzano dal punto di vista interno. L’effetto netto di tale cambiamento aumenterebbe il disordine interno, e quindi il processo di disintegrazione, dissoluzione delle forze del blocco BAO. Obiettivamente, sarebbe un’ulteriore accelerazione della confusione attuale ma, naturalmente, dal momento che la virtuosa accelerazione del disordine si sviluppa in un campo eminentemente sfavorevole al blocco BAO, influirebbe  direttamente sulla coesione e la forza dei componenti interni di questo blocco.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’UNASUR e la geopolitica del complesso marittimo

 La necessità della sicurezza e della difesa strategica comune
Patricio Carvajal, Geopolitica, 17 gennaio 2013

Islas_MalvinasArg-UnasurQual è il futuro geopolitico dell’America Latina? Sarà l’America ancora uno spazio geografico senza conflitti? Queste due domande rientrano esattamente nel campo della riflessione geopolitica e delle relazioni internazionali. La geopolitica è la base della politica estera degli Stati e fondamento della difesa e della sicurezza strategica dell’America Latina; dalla fondazione dell’UNASUR la sicurezza e la difesa dovrebbero essere intese come una proposta regionale. Non si può continuare con una strategia di sicurezza e di difesa nazionali. Tale strategia è obsoleta e non è uno strumento adatto per le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo.
Ora, da un punto di vista geopolitico l’America Latina era uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, la guerra delle Falkland (1982) ha mostrato che la strategia britannica non solo corrispondeva a quella di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione europea, oggi comunità economica, e degli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989 -1991) si è ancora di più apprezzato il significato geopolitico delle Falkland nella strategia europea. Dopo la guerra fredda l’America Latina ridefinisce la propria politica regionale con il mondo sulla base di due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino in Relazioni Internazionali, Carlos Escudé, e la centralità della periferia proposta dal geografo brasiliano M. Santos (1998). Per Escudé, il realismo periferico impegna gli Stati dell’America latina nel campo delle relazioni internazionali, cioè al rispetto del diritto internazionale, dei trattati e degli accordi conclusi con singoli Stati in tutto il mondo. Qualsiasi violazione di tale normativa ridurrebbe gli Stati dell’America Latina allo status di “emarginati” della comunità internazionale.
Non c’è dubbio che la proposta fatta da Escudé sia fortemente influenzata dall’esperienza della dittatura militare argentina e dalla sua avventura militare nelle isole Malvinas. Per noi latino-americani, le Malvinas sono argentine. Cosa che non può essere messa in discussione se vogliamo consolidare l’UNASUR e raggiungere una politica regionale di sicurezza e di difesa. La proposta di M. Santos si riferisce agli spazi americani durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, costituendo la periferia del sistema mondiale, secondo il criterio geo-storico (Braudel, Wallertein).
Con il processo di globalizzazione dopo la guerra fredda, la politica mondiale passa dal bipolarismo (USA/URSS) al multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone). Ciò significa che nuovi giocatori emergono come potenze regionali con aspirazioni mondiali: le ex colonie europee in  America, Asia e Africa. Il blocco geopolitico emblematico di questa nuova realtà sono i BRICS. I Paesi di questo vettore di unità geopolitica si è distinto internazionalmente da quello dei Paesi della Triade Stati Uniti – Giappone – Unione europea (Ohmae).
Ora, come concepire una strategia marittima e geopolitica per l’UNASUR? Un punto di partenza può essere proposto dai già menzionati Escudé e Santos. D’altra parte, abbiamo un pensiero marittimo geopolitico latino-americano che ci permette di formulare questa strategia comune. Infatti, è necessario prestare attenzione ai discorsi sulla geopolitica marittima degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martinez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta propose nel suo Geopolitica del 1978 un programma chiamato “Il Grande Progetto Sud America“, la cui base è l’integrazione regionale. Nel 1980, l’ammiraglio Ghisolfo aveva postulato specificamente una geopolitica navale, centrata sull’isola di Pasqua. Questa strategia insulare navale s’integra con il controllo argentino delle Falkland, poiché assumendo il comando di entrambi gli spazi insulari si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico del Sud e del Sud Atlantico. L’ammiraglio Martinez postulò nel 1993 una politica oceanica che sottolineasse la Convenzione di Giamaica (1982). Infine, l’ammiraglio Vidigal nel suo Amazzonia Blu (2006), propose l’incorporazione nel territorio brasiliano le 200 miglia della ZEE.
Secondo i criteri formulati da questi ammiragli, nei loro discorsi, l’UNASUR dovrebbe spiegare che l’area marittima degli Stati costieri dei suoi membri corrisponde alle linee guida tracciate dagli ammiragli. Ma questa affermazione, se fatta, non sarebbe sufficiente nemmeno a consolidare la strategia marittima e geopolitica dell’UNASUR. Perciò è necessaria una specifica strategia navale. In altre parole, definire l’esistenza di una forza congiunta navale dell’UNASUR, che inizialmente potrebbe essere basata sulle marine più potenti dell’alleanza: di Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è essenziale per la sicurezza e la difesa dei suddetti spazi marittimi complessi. In effetti, se si considera lo sviluppo dei sottomarini delle forze navali di Cina (Type 093 e Type 094), India (Kilo, Scorpène), Giappone (classe Soryu), Russia (classe Borej) e Stati Uniti (classe Virginia), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo delle zone marittime. Ad esempio, è possibile evidenziare l’entrata in servizio nell’US Navy della classe di sottomarini Virginia, unità polivalenti che esaltano la strategia nucleare con specifiche operazioni tattiche.
Una forza navale congiunta degli Stati ABC richiede l’incremento sostanziale della forza sottomarina, la creazione di basi per sottomarini negli spazi insulari del Pacifico e del Sud Atlantico, e lo sviluppo di unità di superficie in grado di operare di continuo nei mari meridionali. La forza sottomarina della marina cilena, con la classe Scorpène arriva a un alto livello di sviluppo tecnologico simile a quelle delle marine suddette, mentre certamente sono necessarie più unità di questo tipo, dato il vasto spazio oceanico delle nostre coste. Il programma del sottomarino nucleare brasiliano, basato sulla classe Scorpène, è una risposta adeguata alle sfide sulla sicurezza e sulla difesa dello spazio regionale. Il caso della marina dell’Argentina è preoccupante, date le riduzioni di bilancio in corso riguardanti le forze armate e la mancanza di una strategia marittima in linea con le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo, e di una strategia comune con Brasile e Cile.
L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse per nutrire la popolazione, la necessità di acqua e altri beni, indicano che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato sull’Antartico (1959) saranno convenzioni internazionali relative alla storia del diritto e non a una dottrina giuridica internazionale. Pertanto, abbiamo bisogno di nuove convenzioni internazionali in materia di complessi spazi marittimi. In questo senso, con il concetto geo-giuridico sviluppatosi dalla geopolitica e dal diritto pubblico tedeschi (Haushofer, Schmitt) siamo in grado di fornire una rigorosa base concettuale nella progettazione di queste nuove convenzioni. La cartografia prodotta dalla squadra del prof. dr. Martin Pratt dell’IBRU, sottolinea che la polemica è già scoppiata tra gli Stati membri della Comunità internazionale sul controllo del complesso marittimo. Infine, citiamo le parole dell’ex ministro degli Esteri brasiliano e attuale ministro della Difesa, dott. Celso Amorim, che possono servire da base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: “Ma la politica di difesa dovrebbe essere preparata alla possibilità che il sistema di sicurezza collettivo possa basarsi su norme che potrebbero aver esito negativo, per un motivo o un altro, come del resto è successo con frequenza indesiderabile. Questo è uno dei motivi per cui dovremmo “rafforzare” il nostro soft power, rendendoci più forti. Pertanto, la nostra strategia di cooperazione regionale deve essere accompagnata da un deterrente globale contro possibili aggressori“. (Amorin, 2012:14)

*Patricio A. Carvajal, Università degli Studi di Playa Ancha-Cile Dipartimento di Storia, Professore Associato di Storia moderna e contemporanea, Centro per lo studio del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA

Fonti:
Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in: Revista da Escola de Guerra Naval, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15
Carvajal, P (2011). La geopolitica dell’Unione Europea per l’Atlantico meridionale, in: EURASIA, Rivista di Studi geopolitici
Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico/CECPAC
Le Dantec, F 2008. ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino – chilena. Santiago de Chile
IBRU- International Boundaries Research Unit
Institut Français de Géopolitique

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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