I BRICS svolgono un ruolo di bilanciamento globale

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 26 marzo 2014

531981I ministri degli Esteri dei Paesi BRICS hanno ribadito, durante il loro incontro a margine del vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aja, la loro posizione contro le sanzioni come strumento per risolvere il conflitto sull’Ucraina. Ancora più importante, come membri del corpo economico globale dei G20, si oppongono a qualsiasi idea di vietare alla Russia di prendere parte al prossimo vertice. Sostengono la decisione che l’organismo multilaterale non può agire unilateralmente. I BRICS possono giocare un ruolo di collegamento tra la Russia e l’occidente. Brasile, India, Cina e Sud Africa, insieme alla Russia, hanno ribadito la loro posizione comune nel disinnescare la crisi. La dichiarazione congiunta del gruppo dell’Aja n’è un chiaro riflesso. Le sanzioni potranno causare ritorsioni, così anche la forza. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ammesso che le sanzioni avranno un “effetto dirompente” sull’economia globale. L’intensificazione delle sanzioni e delle controsanzioni può avere un impatto sulla situazione economica della Russia, ma anche l’occidente, Europa compresa, sarà colpito dalle ripercussioni. L’Europa è fortemente dipendente dall’energia russa. Anche la situazione economica ucraina si deteriorerà con le sanzioni, essendo il Paese fortemente dipendente dalle risorse energetiche e dal mercato russi.
Un fattore importante da seguire è il ruolo del BRICS nella crisi. I BRICS sono relativamente un fenomeno recente. Non c’erano durante la Guerra Fredda. Sarebbe forse un esercizio fruttuoso a posteriori valutare l’impatto dei BRICS o di un gruppo simile sulla politica della Guerra Fredda. L’affermazione del gruppo sul dialogo e la riconciliazione, l’accento sul ruolo delle Nazioni Unite e l’opposizione alle sanzioni non solo ne aumentano visibilità e ruolo internazionali, ma anche ne fanno un attore globale. I ministri degli Esteri del raggruppamento, nella loro dichiarazione congiunta, hanno affermato, “L’escalation di linguaggio ostile, sanzioni, contro-sanzioni e forza non contribuisce a una soluzione durevole e pacifica secondo il diritto internazionale, compresi i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite“. Alla proposta del ministro degli Esteri australiano di escludere la Russia dalla riunione di novembre del G20, a Brisbane, i ministri hanno dichiarato: “I ministri hanno rilevato con preoccupazione le ultime dichiarazione nei media sul prossimo vertice del G20 che si terrà a Brisbane, nel novembre 2014. L’adesione al G20 appartiene ugualmente a tutti gli Stati membri e nessuno Stato membro può deciderne unilateralmente natura e  carattere“. I membri dei BRICS hanno un ruolo cruciale nella formazione del G20 e delle sue decisioni e agenda. Nella riunione di San Pietroburgo in Russia a settembre, i membri del gruppo si sono impegnati “a continuare a cooperare nel rafforzare l’economia globale” .
I recenti sviluppi nella crisi non sono così negativi. Il ministro degli Esteri russo ha incontrato il ministro degli Esteri ad interim ucraino all’Aja. L’incontro, primo tra i più alti funzionari dalla crisi, è stato salutata da molti come passo positivo verso l’attenuazione della crisi. Secondo un articolo, Lavrov ha delineato i passi che il nuovo governo ucraino deve fare per disinnescare la crisi. Il ministro russo ha anche incontrato il suo omologo statunitense. Le visite programmate del Presidente Putin in Germania ad aprile e a maggio in Francia, sono ancora previste. La situazione in Ucraina e l’emergente confronto ricordano la guerra fredda, quando il confronto Est-Ovest era una parola spesso ripetuta nella politica internazionale. Uno dei diplomatici di quel periodo, Henry Kissinger, in un recente editoriale ha sostenuto che tale degrado non sarà redditizio per nessuno. La crisi ucraina deve essere vista con “calma ed equilibrio” (usando una frase dalla dichiarazione congiunta dei ministri BRICS), pur tenendo in considerazione gli interessi di tutte le parti coinvolte. Gli interessi della Russia nel suo estero vicinanze, tra cui l’Ucraina, non sono solo geopolitici, ma anche storici e culturali. Kissinger ha affermato che per la Russia, “L’Ucraina non può mai essere un Paese straniero. La storia russa iniziò da ciò che si chiamava Rus di Kiev. La religione russa si diffuse da lì. L’Ucraina ha fatto parte della Russia per secoli, e la loro Storia è intrecciata anche prima di allora“. Le parti coinvolte nel conflitto devono tener conto di queste dinamiche, e allo stesso tempo vi è la necessità di affrontare il conflitto dal punto di vista non-violento e  pacifico.
I BRICS possono essere un sistema di bilanciamento dei valori tra l’Oriente e l’occidente. Possono anche rafforzare dialogo e decisioni, mentre allo stesso tempo hanno un ruolo nel compensare  politiche volte a destabilizzare l’ordine mondiale. L’idea di escludere la Russia dal G20 contribuirebbe ad alimentare il conflitto, invece di risolverlo. Bisogna menzionare che il G20, in cui Paesi emergenti ed economie sviluppate sono membri, s’è dimostrato più rappresentativo ed efficace nell’affrontare le questioni economiche globali. Con tutti i Paesi BRICS membri del G20, il raggruppamento, che ha approccio e politica equilibrati, è nella posizione migliore per svolgere un ruolo maggiore nella risoluzione dei conflitti.

Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano su conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e sugli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I limiti della globalizzazione e la cooperazione economica dei BRICS

Aleksandr Salitzkij Strategic Culture Foundation 14/01/2014

8286393751_f615346299_zAll’inizio del dicembre 2013 il ministero dello Sviluppo Economico (MSE) russo ha ospitato un convegno internazionale BRICS: Prospettive per la Cooperazione e lo Sviluppo, organizzato da dipartimento Asia e Africa del MED, Russian Foreign Trade Academy (RFTA) e Ufficio della pianificazione russo in sostegno ai programmi di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). L’evento aveva una serie di proposte interessanti. Ha anche dimostrato che le nozioni esistenti sulla globalizzazione e il policentrismo sono piuttosto vaghe. La stessa affermazione dei BRICS (inizialmente il triangolo Russia – India – Cina) risale al noto evento del 1999, quando l’allora Primo Ministro russo Evgenij Primakov rientrò dal volo diretto negli Stati Uniti per una visita, proprio quando la NATO iniziò a bombardare la Jugoslavia. V’era la sensazione che fosse il momento per imporre dei limiti alla globalizzazione politica (come attuata dall’occidente alla fine del XX.mo secolo) mentre i suoi aspetti economici finivano sotto dure critiche dopo la crisi del 1997-1998… Ecco perché sarebbe probabilmente servito allo scopo accettare la definizione iniziale dei BRICS come sorta di “consenso negativo” (1), rifiuto collettivo del mondo unipolare che si affermava a cavallo del nuovo secolo, come molti credevano in quei giorni. I grandi Paesi delle periferia e semi-periferia erano troppo grandi per dipendere dal nucleo del sistema globale. Il “nucleo” non riusciva nel tentativo d’imporre la propria volontà, quindi era l’occasione per passare ai metodi violenti (i bombardamenti della Jugoslavia del 1999). Anni sono passati da allora dimostrando che una struttura policentrica mondiale è un vero e utile contrappeso. Da un lato non si rifiuta la globalizzazione, dall’altra parte se ne critica collettivamente la versione occidentale, rafforzando la sovranità nazionale dei grandi Stati che non appartengono all’occidente o a gruppi regionali da esso istituiti.
L’avvento del policentrismo nel nuovo secolo ha coinciso con i notevoli risultati economici dei membri dei BRICS sullo sfondo del rallentamento e delle crisi emergenti dei Paesi sviluppati. Il crescente peso economico e politico dei BRICS, divenuto particolarmente tangibile dopo la crisi del 2008-2009, non è sufficiente per consentire a questi Paesi di cambiare drasticamente l’ordine mondiale. Sono troppo piccoli per cambiarlo, ma abbastanza grandi per migliorarlo. Ecco perché il loro obiettivo principale potrebbe essere definito come mantenimento di una crescita economica abbastanza grande per affrontare gli importanti problemi infrastrutturali, sociali, tecnologici ed ecologici. La crescita va orientata al rafforzamento del policentrismo nel microsistema. Il policentrismo include i singoli caratteri degli Stati membri dei BRICS. L’individualismo è inconcepibile senza progetti socio-economici indipendenti. Le decisioni non standard dovrebbero essere perseguite dai responsabili della strategia per la cooperazione economica dei BRICS. Le decisioni non devono essere più mirate ad utilizzare al massimo le interazioni (commercio, investimenti, ecc), ma piuttosto nel prevedere un sostegno all’indipendenza. L’obiettivo è definito dalle posizioni dei membri dei BRICS, in cui nessuno sembra guidare un gruppo d’integrazione regionale occidentale (lo stesso “consenso negativo”). C’è anche un consenso positivo tra i Paesi BRICS. L’indipendenza sostenuta è necessaria a mantenere un vero policentrismo o il ruolo delle  potenze regionali competenti. La loro crescita economica è di straordinaria importanza per i piccoli Paesi confinanti, che spesso non hanno mercati alternativi in cui vendere i loro prodotti. È opportuno adottare il principio d’intercambiabilità e del regionalismo nel rapporto con Paesi e Stati limitrofi. C’è qualcosa di molto diverso da menzionare riguardo il rapporto tra gli Stati membri dei BRICS (potenzialmente due di essi sono più grandi di tutti i gruppi regionali). Ad esempio, il coordinamento affidabile dei progetti di sviluppo a lungo e medio-lungo termine. Con l’idea di evitare d’infliggere danni ai partner regionali e che le azioni globali collettive sono efficaci.
Due aspetti sono i principali fattori dei vincoli concettuali che determinano lo sviluppo della strategia di cooperazione economica. Uno è che la globalizzazione continuerà ed è importante non lasciare che il processo di cooperazione dei BRICS “ne sia in ritardo”. Spronando diverse proposte relative all’introduzione di preferenze reciproche e la ricerca della “globalizzazione di nuovo tipo”. Comunque, il postulato che la globalizzazione continuerà non è indiscutibile. C’è la sensazione che il processo rallenti o addirittura finisca dopo aver raggiunto i suoi limiti. Cosa confermata dai dati sugli investimenti diretti negli ultimi anni e dalle dinamiche piuttosto lente del commercio mondiale, un terzo del quale rientra nel conteggio ricorrente dei beni in circolazione lungo le filiere globali del valore che, secondo diverse stime, rappresentano il 60-80 per cento del commercio mondiale (non è un limite?).
Gli autori del rapporto 2013 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) dice direttamente che il ritorno alla strategia di pre-crisi incentrata sull’esportazione non è possibile per via della stagnazione della domanda dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo. L’alternativa è dare impulso alla domanda interna e regionale dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo in ritardo e fornire incentivi alla crescita delle industrie nazionali orientate verso questi mercati. Cosa cui molti programmi (insourcing, reshoring) dei Paesi sviluppati sono dedicati. In realtà questi programmi sostituiscono le importazioni. Un altro fattore determina l’esaurimento della globalizzazione. I servizi rappresentano una quota notevole della domanda dei consumatori, mentre l’economia cresce. La maggior parte dei servizi (a differenza delle materie prime) non può rientrare nelle partecipazione internazionali per via dei limiti imposti da lingue nazionali, cultura, ecc. Non è escluso che siamo al limite tra due grandi ondate di sviluppo economico mondiale, forse è l’inizio della fase focalizzata sullo sviluppo non esterno ma interno. Pur guardando ai due progetti transoceanici sponsorizzati dagli Stati Uniti, si può notare il desiderio di isolarsi da certe tendenze globali. Una delle ragioni che spiegano la dissolvenza della globalizzazione sono gli ampi divari dello sviluppo tra le regioni interne degli Stati, particolarmente grave per i membri dei BRICS.  Ecco perché non è necessario accelerare la cooperazione nei BRICS per spingerla lungo le vecchie rotaie “globali”, che potrebbe anche rivelarsi perniciosa in un certo senso. Inoltre, la “nuova globalizzazione” nei BRICS tende al trattamento preferenziale della Cina da parte degli altri Stati-membri, quando le conseguenze della sua espansione economica esterna non sono state studiate sufficientemente, il fenomeno è recentissimo e il Paese è assai competitivo e implacabile, se si può dire così. Poco si sa presso i partner degli obiettivi della politica finanziaria e monetaria della Cina. Forse questi temi delicati devono essere discussi nei BRICS, in futuro, con ulteriori misure per proteggere lo sviluppo dei mercati interni.
brics-logo630Il secondo aspetto impone vincoli concettuali alla strategia dello sviluppo economico dei BRICS, ed è la necessità di creare strutture organizzative parallele alle differenti entità globali. Questa ridondanza è quasi giustificata. Pur condividendo il malcontento per l’inefficienza degli istituti globali, in particolare degli organismi finanziari, si possono porre altre domande. Si deresponsabilizzano le strutture globali esistenti? Un’altra domanda: gli istituti paralleli a quelli globali creati nel quadro dei BRICS, ridurranno il divario tra l’economia finanziaria e l’economia reale? La maggior parte degli esperti ritiene che ciò sia il principale svantaggio dei sistemi finanziari e creditizi di molti Paesi. Gli esperti sul commercio e lo sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite ritengono che sia indispensabile rivedere il ruolo delle banche centrali nei modelli di sviluppo, in particolare allontanandone il loro status indipendente in modo che il divario possa essere ridotto. Indipendenza nazionale (intraregionale) e riduzione dei divari (anche tra i “portali” nazionali della globalizzazione e le periferie interne) potrebbe essere una solida base su cui raggiungere un consenso positivo sul proseguimento della cooperazione economica tra i membri dei BRICS, oltre a definirne l’ideologia e i criteri per progetti concreti. Il sostegno collettivo del gruppo è auspicabile nei rispettivi piani dei singoli membri, per esempio, il progetto orientale della Russia o lo sviluppo delle regioni occidentali della Cina.

1) Questa è una buona definizione dello studioso brasiliano Renato Naumann.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

America Latina e Stati Uniti: l’apoteosi della sfiducia

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/01/2014

1016289Il 2013 è stato incredibilmente dannoso per le relazioni tra Stati Uniti e Paesi dell’America Latina. La rivelazioni di Edward Snowden hanno dimostrato che nell’emisfero occidentale Washington  cerca di giocare solo alle regole che scrive. Usando programmi spia come Prism, Boundless Informant e altri, l’intelligence degli Stati Uniti raccoglieva informazioni strategicamente utili in tutto il continente sudamericano usandole per garantirsi l’efficacia della sua politica regionale… Non c’è bisogno di spiegare che conoscere piani e intenzioni di partner e rivali permetteva a Washington di calcolare la propria strategia, sviluppare piani, lavorare in modo proattivo e avere successo in varie situazioni, anche critiche. L’Impero non si fida dei suoi partner, ancora meno dei “regimi ostili”. Tradizionalmente gli alleati sottomessi, o più precisamente i satelliti degli USA, erano sottoposti ad un controllo totale. Tra questi Costa Rica, Honduras, Guatemala, Panama, Belize, Repubblica Dominicana e Paraguay (ma l’elenco non finisce qui). I “controllori imperiali” prestavano particolare attenzione ai grandi Paesi dell’America Latina: Messico, Brasile e Argentina.  L’azione preventiva per evitare situazioni di conflitto con essi era al centro dell’attenzione di Washington. Le ragioni sono chiare: gli Stati Uniti hanno seri problemi irrisolti, primo fra tutti la neutralizzazione dell’Alleanza Bolivariana dei Popoli d’America (ALBA), l’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR), la Comunità dell’America Latina e dei Caraibi Uniti e altre alleanze che non includono gli Stati Uniti. L’esistenza stessa di questi blocchi illustra la sfiducia latino-americana nella capacità degli Stati Uniti di attuare programmi vantaggiosi per la regione latinoamericana.
Negli ultimi dieci anni la posizione geopolitica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è s’è notevolmente indebolita. Colossali risorse finanziarie e militari sono state investite per garantire l’egemonia statunitense in altre regioni del mondo: Afghanistan, Iraq, Nord Africa e Medio Oriente. L’efficacia di tali sforzi è molto dubbia. I prossimi anni mostreranno se gli Stati Uniti e la NATO potranno garantirsi la presenza nei territori conquistati e continuare l’”espansione” in Oriente. Tuttavia, nonostante tutto, le ambizioni imperialiste degli Stati Uniti sono illimitate. Sia Mosca che Pechino hanno una buona idea di ciò che Washington ha in programma per la fase finale dell’“assalto a Oriente”. Altre capitali del mondo capiscono il fine ultimo dell’espansione statunitense. In America Latina, un effetto collaterale negativo di tali spedizioni imperiali è evidente. La sfiducia sugli obiettivi di Washington aumenta. Preoccupazioni persistenti si affermano sul fine ultimo del “gruppo estremista imperialista” oggi al potere negli Stati Uniti, stabilire realmente il dominio sul mondo usando la forza bruta per reprimere qualsiasi forma di resistenza, se necessario. La militarizzazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è abbastanza evidente. Molti suoi dipendenti hanno subito una formazione supplementare in collegi e istituti militari; operano sul campo in “punti caldi” in tutto il mondo, dalla Libia all’Afghanistan, o svolgono funzioni d’intelligence, diplomatiche e militari prima di essere nominati ad incarichi importanti nei Paesi dell’America latina. Il Pentagono possiede informazioni esaustive sul futuro teatro di un’azione militare. Il Comando Sud delle Forze Armate degli Stati Uniti rafforza sistematicamente la propria infrastruttura nella regione (basi aeree e navali), utilizzando ogni possibile pretesto, dalla guerra al terrorismo alla vaccinazione della popolazione locale.
Washington ha interesse nel mantenere focolai di tensione in America Latina. Ad esempio, la riconciliazione delle parti in conflitto in Colombia è estremamente indesiderabile per l’amministrazione Obama. I leader degli Stati Uniti sono ostili ai negoziati tra il governo di Juan Santos e i rappresentanti del gruppo guerrigliero delle FARC che si svolgono a Cuba. La riconciliazione potrebbe comportare la liquidazione delle sette grandi basi militari statunitensi in Colombia, che gli strateghi statunitensi intendono usare contro i regimi “populisti” di Venezuela, Ecuador e Nicaragua, così come contro Cuba. I politologi affermano recentemente sui media che l’intelligence degli Stati Uniti lavora a stretto contatto con l’esercito colombiano per sbaragliare i gruppi guerriglieri di FARC e ELN e provocare l’interruzione dei colloqui di pace. Gli articoli rivelano in dettaglio come la CIA, l’intelligence militare e la NSA degli Stati Uniti collaborino per eliminare fisicamente i leader della guerriglia, anche mediante l’organizzazione di attentati sul territorio al confine dell’Ecuador. L’amministrazione Obama intensifica gli sforzi per rafforzare la cosiddetta Pacific Alliance, che comprende Messico, Perù, Colombia e Cile. Dopo aver ratificato l’accordo di libero scambio con la Colombia, il Costa Rica ne è diventato membro. Gli obiettivi sovversivi della Pacific Alliance, istituita nel giugno 2012 contro i governi di Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador e Bolivia, sono fuori discussione. Alcuni scienziati politici ritengono che tale piano statunitense sia volto a neutralizzare ALBA, mentre altri lo vedono prevalentemente come anti-brasiliano. Washington ha speso molte energie e risorse per sincronizzare le attività dei regimi del continente sotto suo controllo per creare almeno una versione ridotta del mercato Pan-americano, entrato nella storia come Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA). Il progetto degli Stati Uniti è stato respinto al quarto Vertice delle Americhe di Mar del Plata, in Argentina, nel 2005, grazie agli sforzi dei presidenti Nestor Kirchner, Hugo Chavez, Evo Morales e altri.
Il Brasile presta molta attenzione alle inclinazioni sempre più ostili della politica degli Stati Uniti nel continente. Il governo di Dilma Rousseff non ha ancora ricevuto le scuse dall’amministrazione Obama per lo spionaggio di NSA e CIA nei confronti del Brasile. Rousseff ha annullato la visita a Washington, alcuni piani promettenti per gli Stati Uniti furono limitati e una serie di accordi bilaterali nella cooperazione di agenzie militari, sicurezza e di polizia è stata riconsiderata. Nel settore della cooperazione degli armamenti, il Brasile ha scelto infine gli aerei da combattimento per la sua aviazione, respingendo il caccia multiruolo Super Hornet della Boeing. La società svedese Saab ha vinto. Si prevede che il contratto da 4,5 miliardi di dollari per la fornitura di 36 aerei da combattimento Gripen sarà firmato nel 2014, dopo che tutti i termini finanziari e tecnici saranno concordati. Il primo aereo arriverà in Brasile alla fine del 2018.
Un risultato della profonda diffidenza dell’America Latina verso gli Stati Uniti è la maggiore attività di Paesi come Russia, India, Iran e soprattutto Cina nel continente sudamericano. Ci sono sempre più segnali che il 21° secolo sarà il secolo della “svolta” cinese dell’emisfero occidentale, considerando le enormi risorse che i cinesi già investono nello sviluppo delle economie nazionali dell’America Latina. Energia, petrolio, miniere, elettronica, infrastrutture dei trasporti, industria della difesa, i cinesi sconfinano costantemente nei santuari del business statunitense. Un aspetto simbolico di questa infiltrazione cinese è il lancio di satelliti per comunicazioni e di ricerca dei Paesi latino-americani. La Cina avanza in America Latina su un ampio fronte. Molti credono che sia già inarrestabile.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I BRICS: una sfida all’occidente?

Salman Rafi Sheikh, New Oriental Outlook 20.11.2013
68265I BRICS sarebbero emersi come principale sfida alla cosiddetta egemonia globale degli Stati Uniti e dei loro satelliti. Si tratta dell’unione politico-economica di cinque Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che tentano di trovare una formula che possa aiutarli a coordinare i propri obiettivi politici ed economici, formando una visione politica comune su questioni di importanza globale e agendo uniti nelle organizzazioni internazionali come l’ONU. Una delle caratteristiche più significative di questa coalizione è che, a differenza dell’UE, non tutti i Paesi sono territorialmente collegati. Questa eterogeneità, a sua volta fornisce una peculiare posizione verso gli USA e l’UE nel panorama geopolitico globale, avendo la possibilità di contrastare i piani egemonici dell’occidente. Il documento politico russo sul concetto di partecipazione della Russia nei BRICS ne chiarisce l’essenza, “l’istituzione dei BRICS riflette una tendenza oggettiva nello sviluppo globale, verso la formazione di un sistema policentrico delle relazioni internazionali, sempre più caratterizzato dall’uso di meccanismi non istituzionalizzati di governance globale e di diplomazia via network, e la crescente interdipendenza economica degli Stati.” Anche se non si può affermare che si tratta di una coalizione anti-occidentale basata su una qualche controproposta o visione radicalmente diversa del mondo, la sua contrarietà ed opposizione all’ordine mondiale attuale e al suo modus operandi, cioè l’interventismo, è ovvio, da cui lo slogan dei BRICS sulla protezione della sovranità degli Stati. Uno sguardo al loro ordine del giorno dimostra che i BRICS tentano di presentarsi al mondo con idee che non siano di origine occidentale, proponendo così una narrazione globale alternativa e competitiva. Ciò include il cambiamento dell’ordine del giorno, della direzione, dei requisiti permanenti e del processo decisionale collettivo nella comunità internazionale in settori sensibili come i negoziati commerciali multilaterali, le riforme di Fondo Monetario Internazionale, Consiglio di Sicurezza e Nazioni Unite, il completamento dei negoziati sul clima, ecc. Al vertice del 2013 dei BRICS in Sud Africa, il presidente russo Putin  propose di elaborare un “concetto comune di strategia internazionale” per lo sviluppo dei Paesi BRICS, e l’idea è stata accolta calorosamente dagli altri partecipanti.
Il fatto che i Paesi BRICS non approvino il meccanismo attuale per mantenere la stabilità economica mondiale, è diventato evidente nell’ultimo summit in cui i leader espressero la necessità di rivitalizzare la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e il mandato per lo sviluppo (UNCTAD) come punto nodale del sistema delle Nazioni Unite dedito alle questioni correlate a commercio, investimenti, finanza e tecnologia nella prospettiva dello sviluppo. E’ importante notare che i BRICS non vedono il FMI e la Banca Mondiale come elementi base delle Nazioni Unite, anzi, preferiscono dare priorità all’UNCTAD invece. D’altra parte, è anche vero che i Paesi BRICS sono  economie in rapida emersione ed hanno il potenziale per modificare le condizioni finanziarie internazionali. Secondo un rapporto del Global Economic Governance Africa (febbraio 2013), nel 2012 la crescita media del PIL per i BRICS è stata del 4% (rispetto al 0,7% del G7), sulla base del  potere d’acquisto è stato del 27% (in continua crescita ). Nel 2010-2013 la crescita media è stata del 5,6% per i BRICS (1,85% nei Paesi in via di sviluppo). In totale l’economia BRICS è aumentata 4,2 volte negli ultimi dieci anni (61% nel caso dei Paesi in via di sviluppo). Allo stesso modo, le economie BRICS, se viste nel loro insieme negli ultimi vent’anni, emergono quale forza da non sottovalutare. Questo è debitamente traslato dalla quota crescente dei Paesi BRICS nel PIL mondiale. Da una quota di poco più del 10% del PIL mondiale nel 1990, i BRICS ora arrivano ad oltre il 25%. Ciò indica che la dimensione economica dei BRICS, in termini di quota del PIL mondiale, è cresciuta del 150% in vent’anni. Come nel caso della loro quota nel PIL mondiale, la quota dei BRICS nel commercio mondiale è migliorata in modo significativo negli ultimi due decenni, dal 3,6% a oltre il 15%. Il contributo principale in termini di valore proviene dalla Cina, la cui quota è passata da meno del 2% a oltre il 9%. Tuttavia, non si sostiene che gli altri Paesi BRICS non vi abbiano contribuito. Le loro azioni sono aumentate, con la quota del Brasile che passa dal 0,8% all’1,2%, della Russia dal’1,5% al 2,3%, e dell’India dal 0,5% all’1,8%. Il Sudafrica è l’unico Paese del gruppo la cui quota nel commercio mondiale è rimasta costante negli ultimi vent’anni. Un chiaro esempio della crescente potenza economica dei BRICS può essere dato dall’aver promesso 75 miliardi di dollari (di cui 43 miliardi dalla Cina) nel giugno 2012 al Fondo monetario internazionale, affinché fossero usati nel salvataggio dell’Eurozona. Allo stesso modo, altri dati mostrano che l’afflusso di investimenti esteri diretti (IDE) nei Paesi BRICS s’è moltiplicato negli ultimi dieci anni, con un tasso di crescita di quasi l’11%, saltando dagli 81 miliardi nel 2000 ad oltre 221 miliardi di dollari nel 2010. In confronto, i flussi IDE verso certi Paesi occidentali  industrialmente avanzati mostrano una tendenza negativa. L’andamento dei flussi in uscita è simile a quello degli afflussi. Gli IDE in uscita dai Paesi BRICS sono aumentati ad un tasso di crescita di oltre il 35%, di fronte a una tendenza al calo in alcuni Paesi industrialmente avanzati. Ciò dimostra che le economie BRICS non sono solo i principali sbocchi degli IDE, ma che anche hanno un ruolo sempre più importante nel soddisfare la domanda globale di capitale. E per quanto riguarda la quota delle economie BRICS nei flussi mondiali degli IDE, nel 2010 il gruppo ha rappresentato quasi il 18% del totale degli IDE globali. La cosa più importante è il fatto che dal 2000 si è registrato un forte aumento della quota mondiale di questi Paesi negli IDE, quando fu registrato un quasi 6%.
Tuttavia, nonostante il contributo all’economia mondiale dei BRICS, è difficile negare il fatto che le economie di questi Paesi dipendano fortemente dal dollaro USA. Anche se decisero nel 2010 di rendere le loro valute inter-convertibili, il problema del calcolo dei tassi di conversione delle valute, resta irrisolto. Ciò perché quasi tutto il sistema economico mondiale si basa sul dollaro USA. Se il dollaro si svaluta, le economie di tutti questi Paesi ne soffrirebbero. Se la Cina non comprasse titoli statunitensi, gli USA ne soffrirebbero. Se gli USA soffrono, l’esportazione della Cina si ridurrebbe notevolmente per via del conseguente declino economico di Stati Uniti ed Unione europea. E anche la Russia non potrebbe ottenere prezzi adeguati per le sue materie prime energetiche. È un dato di fatto, tutti questi Paesi accumulano e mantengono enormi riserve di dollari. Dalla crisi asiatica, questi Paesi hanno ritenuto che questo fosse l’unico modo di proteggersi contro gli shock che possono destabilizzare i sistemi finanziari.
12349176Anche il potere finanziario ora riposa considerevolmente sui 3 triliardi di dollari di riserva della Cina, e il passaggio del potere economico da Europa e Stati Uniti all’Asia e altre economie emergenti, non accadrà in una notte. Per prima cosa, i primi godono ancora del vantaggio  tecnologico. La tecnologia dell’idrofracking, per esempio, può rendere gli Stati Uniti quasi autosufficienti in gas e petrolio entro un decennio. Ciò farà diminuire sensibilmente la potenza e la prosperità dei Paesi esportatori di energia, compresa la Russia (che però non vende energia agli USA. NdT.) e l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. E nonostante l’attuale crisi economica, l’occidente resta molto più ricco rispetto agli altri. L’economia statunitense è ancora tre volte più grande di quella cinese, con un reddito pro capite dieci volte superiore a quella di quest’ultima. (Questo dimenticando, convenientemente, l’incredibile squilibrio nella distribuzione dei redditi e profitti negli USA, dove tra l’altro, non esiste in pratica risparmio familiare. NdT). Uno sguardo alla performance di questa coalizione nel campo politico, mostra anche che i Paesi BRICS hanno adottato determinate misure che possono essere interpretate derivanti da politiche tradizionali. L’esempio spesso citato di tale politica dei BRICS è l’astensione all’ONU sulla Libia.  Tuttavia, ciò cui non viene dato giusto riconoscimento è il fatto che sia Cina che Russia hanno diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove avrebbero potuto bloccarlo del tutto, se l’avessero deciso. (L’autore, al solito, confonde la semplice questione che la Jamahiriya Libica aveva maggiori rapporti con l’UE e gli USA, rispetto ai BRICS, e che certo Mosca e Beijing non si immaginavano che la follia della NATO sarebbe arrivata al punto di distruggere un elemento di stabilità, la cui assenza affligge più l’occidente e i suoi alleati che il blocco eurasiatico. NdT.) Inoltre, la semplice astensione non avrebbe ovviamente costretto gli USA e l’UE a cambiare politica. D’altra parte, anche la Germania si era astenuta. Quindi la Germania può essere considerata parte dei BRICS? Ovviamente ciò non basta a spiegare l’omogeneità e la politica coordinata dei BRICS. (Ragionamento senza senso. Inoltre, l’autore evita di citare il caso siriano, forse perché è un sostenitore del terrorismo saudita in cui i mercenari del suo Paese, il Pakistan, hanno un certo peso. NdT.) Allo stesso modo, è stato sostenuto che i Paesi BRICS sono un grande ostacolo sulla via dell’UE per divenire membro dell’ONU, un chiaro segnale di politica coordinata. L’opposizione al seggio all’UE è una posizione di principio per questi Paesi. L’ONU è attualmente composto soltanto da Stati e l’inclusione dell’UE equivarrebbe a un cambiamento rivoluzionario del sistema internazionale contemporaneo, basato sul principio della sovranità dello Stato. Inoltre, significherebbe che NATO, ASEAN e BRICS dovrebbero diventare membri dell’ONU? Non è dunque il potere dei BRICS, ma una costrizione sistemica che blocca l’ingresso di una organizzazione regionale nell’ONU, che i BRICS manipolano a proprio vantaggio. Inoltre, vi sono altri fattori critici che limitano il raggio d’azione dei Paesi BRICS, come le differenze interne ai BRICS e lo scontro di interessi in determinate aree. Con un confine condiviso e contestato, la Cina e l’India diffidano reciprocamente, e l’élite politica indiana vede la forte concorrenza sui confini con animosità verso il grande vicino. Il Sud Africa è un Paese con una costituzione eccezionalmente progressiva, e che la Russia non arriva ad avere un ‘rapporto comodo’ con la Cina, anche se è un dato di fatto che le loro relazioni bilaterali certamente sono migliorate negli ultimi anni. Il Brasile ha stretti legami storici con il Portogallo, avvicinandolo all’Europa. Allo stesso modo, i membri non sono riusciti a formare una vera e propria diplomazia comune. C’è anche un problema di rappresentanza ineguale nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’interdipendenza economica degli Stati membri impallidisce in confronto al grado di dipendenza reciproca nei Paesi BRICS, tentando di divenire la risposta al problema del cosiddetto ‘ruolo guida’ che gli Stati Uniti ebbero dalla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, non si può dire che i problemi non siano risolvibili. Se vi sono differenze interne tra i membri BRICS, Stati Uniti e Unione europea neanche sono coalizioni così omogenee quanto dovrebbe essere normalmente. Anche molti Paesi membri dell’UE hanno pubblicamente espresso insoddisfazione verso l’Eurozona, e chiesto la sua sostituzione o l’abbandono completo. Allo stesso modo, la decisione dell’Unione europea di non partecipare all’invasione dell’Iraq con gli Stati Uniti, fu un’evidente differenza interna nel mondo occidentale. Secondo alcune fonti, il fattore principale nella riconfigurazione sistematica degli Stati Uniti delle proprie forze nel mondo è l’incertezza circa l’affidabilità a lungo termine degli alleati, in particolare della ‘vecchia Europa’. A ciò aggiungendosi che le crisi finanziarie dell’occidente, anche degli Stati Uniti (come si è visto nel recente sequestro), hanno maggiori probabilità di paralizzare, in una certa misura, la loro capacità di manipolare le agende globali.
Per coronare il tutto, si può dire, alla luce di quanto spiegato, che i BRICS sono un’associazione economica che gradualmente diventa un’“unione”. Anche se ha il potenziale economico e politico per influenzare il sistema internazionale, la sua efficacia è limitata dai propri limiti e da certi vincoli sistemici. La sfida più grande e l’ostacolo più grande da superare è presentare un sistema finanziario alternativo con una moneta in grado di sostituire dollaro, perché senza di essa non arriveranno nella posizione di prendere decisioni sul sistema internazionale. È a causa dell’importanza fondamentale del dollaro che, nonostante i due terzi delle riserve di valuta estera mondiale siano in Asia, il processo decisionale nelle istituzioni finanziarie globali continui ad essere prerogativa occidentale. Tuttavia, non si può trascurare il fatto che se l’occidente non riesce a risolvere la sua crisi economica e finanziaria, nel prossimo futuro potrebbe scambiare i vantaggi della sua crescente prosperità contro la perdita della sua importanza globale, in primo luogo verso la nascente coalizione dei BRICS.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore analista in relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan. In esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e gli armamenti dopo la Siria

Dedefensa 21 ottobre 2013

66744Abbiamo appreso dell’impegno della Russia verso al Brasile, nelle esportazioni di armamenti (19 ottobre 2013) dal punto di vista brasiliano. Si trattava del retroscena fondamentale svolto dalla NSA e dalle rivelazioni delle sue varie fughe, nella quasi vendita al mercato brasiliano di 36 aerei da combattimento, soprattutto nel collasso dell’offerta dei 36 F-18 degli USA in questo mercato.  Sappiamo che è la dimensione politica che s’è dimostrata fortemente contraria alla possibilità di accordi, soprattutto nella sicurezza, con gli Stati Uniti, e l’acquisto di 36 F-18 era ovviamente uno di questi accordi, e tale componente interna, a sua volta, è un segno e un’accelerazione del disordine politico della crisi Snowden/NSA tra Brasile e Stati Uniti. In questo caso, sul mercato dei velivoli da guerra brasiliano, vi è un altro aspetto da considerare che certamente va nella stessa direzione, ma è più ampia, in quanto comporta una preoccupazione generale sulla scia dell’episodio parossistico della crisi siriana dal 21 agosto al 10 settembre. Se questa crisi si è concentrata sulle armi chimiche siriane e sulla crisi siriana in sé, il suo principale insegnamento è incentrato sulla particolarmente impressionante dimostrazione dell’atteggiamento e del comportamento degli Stati Uniti nei confronti della sicurezza e della sovranità dei Paesi terzi.
Il ministro della Difesa russo Shojgu l’ha confermato, alla fine del suo viaggio in Sud America, con una modalità piuttosto inaspettata. Così ha osservato, probabilmente con una certa ironia, che se si presentasse universalmente così anche in Brasile, di certo non giocherebbe un ruolo diretto nei negoziati specifici che si sono avuti con i Paesi del Sud America, tra cui il Brasile. Spiegheremo ciò nel contesto dei modelli semantici ispirati dalla pratica degli scacchi in Russia. Sì, senza dubbio l’”argomento siriano” non era assolutamente presente, ufficialmente parlando, nella filosofia delle mosse russa, ma era chiaramente nella mente dei loro colleghi sudamericani, soprattutto brasiliani, e i russi non ignoravano di non aver bisogno di farne un argomento per la loro causa. Figurava come obiettivo dato strategico nei vertici e nei negoziati, in particolare proprio con i brasiliani. (Una valutazione informale è che i brasiliani sono stati particolarmente colpiti dal modo spettacolare con cui gli Stati Uniti hanno ignorato il diritto internazionale nella crisi in Siria. Tale atteggiamento degli statunitensi è stato effettivamente estrapolato, anche da un punto di vista operativo militare, dai brasiliani riguardo il proprio caso. L’accordo al vertice per la fornitura di armi antiaeree russe a corto raggio, tra cui il Pantsir-S1, suscita una considerazione tra le due delegazioni e l’iniziativa brasiliana sulla possibilità di un mercato delle armi dello stesso tipo, ma a lungo raggio (tipo gli S-300), impiegabili contro gli attacchi aerei strategici, simili all’attacco che gli Stati Uniti avevano minacciato contro la Siria.)
La descrizione della semantica e dell’approccio intellettuale dei russi cui, in modo davvero ironico, fa riferimento questo breve estratto da un’intervista con il ministro Shojgu a Voce della Russia e ripresa da Strategic-Culture.org il 19 ottobre 2013. La colorita descrizione di Shojgu del comportamento statunitense sarà apprezzata sulla puntata siriana, evidenziandolo bene e senza fronzoli, ma infine rispettando l’eccezionalità nel comportamento americanista, l’affascinante facilità con cui l’enorme compressore americanista tratta i membri della comunità internazionale,  demonizzandoli a seconda dei casi e delle opportunità di mercato, “à la carte”, in un certo senso…  (“Hanno brandito un martello sulla testa di qualcuno annunciando ‘Vi punirò domani’, poi annunciando ‘No, vi puniremo dopodomani’, e poi ‘No, aspettate ancora un po’, dopotutto certi tizi devono votare per decidere se punirvi o meno…‘)
Il fatto che la Russia stia intensificando la cooperazione militare-tecnologica diretta con il proprio partner sudamericano non ha alcuna relazione con gli eventi in Siria, dice il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. “Non vorrei collegare questo direttamente agli eventi in Siria”, ha detto Shojgu rispondendo alle domande dei giornalisti. Gli eventi in Siria hanno causato gravi problemi non solo in alcuni Paesi del Sud America, ma nel mondo, ha detto Shojgu. “Naturalmente, un po’ di apprensione è apparsa soprattutto quando brandivano un martello sulla testa di tutti, dicendo: ‘Li puniremo domani’, e poi dicendo: ‘Li puniremo dopo domani’, e infine: ‘No, dovremo aspettare un po’ mentre certi tizi dovranno votare se punirli o no’”, continuava Shojgu, chiaramente riferendosi ai piani iniziali degli USA di attaccare la Siria, che furono poi rivisti. Gli ultimi eventi sulla Siria hanno spinto la comunità internazionale a ripensare al ruolo dell’ONU in questo processo, ha detto Shojgu. “Ora, dopo le azioni del nostro Presidente e i passi diplomatici della Russia, si è capito dopo tutto che è ancora l’ONU che dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano”, ha detto.”
Prima, in illo tempore non suspecto (a tutti), l’argomento della “politica degli armamenti” come alternativa al dominio del mercato da parte degli Stati Uniti, era quello della sovranità nazionale difesa contro la costante pressione americanista. (Vorremmo aggiungere, nei casi marginali, la denuncia, accanto all’attivismo americanista, della pressione dell’industria pesante sovietica esercitata in nome dell’ideologia dell’utilità, che fu anche la stessa in illo tempore, quello della guerra fredda, quando la pesante URSS non era ancora ridiventata l’agile Russia, e anche quella tendenza del principio gollista che conosciamo oggi.) La grande epopea gollista non fu meno una “politica per le esportazioni di armamenti”, cui i moralisti del momento spacciavano il loro disprezzo per conto del mercantilismo dei trafficanti di armi. (Gli stessi, da cui abbiamo capito di che partito fossero, non utilizzarono tale dialettica per descrivere il comportamento degli Stati Uniti nel settore. La virtù già vegliava.) Oggi, che la Francia è diventata quella che è, e non è più “quella che era”, uscendo dalla via tracciata dal generale della “Francia è quella che è”, la Russia ha ripreso quella logica del principio per suo conto. L’argomento, si comprende, è di una potenza ed efficienza irresistibili, semplicemente perché “è quella che è”, vale a dire la forza del principio (sovranità, legittimità, ecc).
Così Shojgu ha ragione e torto allo stesso tempo, ha ragione quando dice che l’offensiva russa sugli  armamenti in Sud America (così come in altre zone) non ha nulla a che fare con la Siria, dato che la politica si basa sul “principio di efficienza”; sbaglia “quando dice che l’offensiva russa (…) non ha nulla a che fare con la Siria“, perché l’esempio della Siria, incluso il comportamento americanista, è l’esempio più grottesco e convincente del caos creato dalla sistematica violazione dei principi , rappresentata dalla politica della forza bruta dell’americanismo. Ovviamente, come ciò che Shojgu descrive in modo colorito, i russi non hanno nemmeno bisogno di avanzare la tesi del principio del rispetto dei principi, della sovranità, ecc. Sembrando l’esempio siriano effettivamente essere nella mente di tutti. L’effetto della politica degli Stati Uniti, tra il 21 agosto e il 10 settembre, con il suo comportamento irregolare minacciando un attacco illegale, varia nella tempistica e nella modalità con le vicende interne della crisi di Washington, e questo effetto è terribilmente potente in molti Paesi. Ciò è vero soprattutto in America Latina, oggi impegnata in una lotta mortale contro l’americanismo, soprattutto da quando in Brasile le forze della NSA puntano al campo degli attivisti.
Questa è l’idea del progetto congiunto con il Brasile del T-50, che potrebbe aprire opportunità sia nel settore degli equipaggiamenti militari che nella politica. I russi sono dotati di un programma aerospaziale che può pretendere il titolo di “caccia di quinta generazione” (artificio della comunicazione, ma è importante comportando un vantaggio alla proposta russa), con un Paese che non ha mai fatto parte della sua zona di influenza o della sua zona di esportazione di armamenti (a differenza dell’India, che appare nel programma T-50). Nelle attuali circostanze, un programma del genere inaugurerebbe una nuova situazione, se perseguita come cooperazione con il Brasile: naturalmente acquisire lo status di concorrente-avversario del JSF. L’aereo da combattimento degli Stati Uniti che finora non ha mai goduto di una posizione comunicativa esclusiva e terroristica, con il quasi pavloviano onere di acquisirlo presso i Paesi del blocco BAO; invece i Paesi periferici e fuori dal BAO sono stati lasciati in attesa e sono molto più aperti alle sollecitazioni dell’esportazione russa. Anche se in difficoltà tecniche, come tutti i velivoli da combattimento sviluppatisi dalla filosofia americanista della cosiddetta “quinta generazione”, il T-50 sembra essere in una posizione assai migliore, rispetto al JSF, per divenire un modello operativo, diciamo un caccia “reale”. (Questo non è troppo difficile, il JSF promette tassi di disponibilità operativa tra il 10% e lo 0% (3 ottobre 2013), segnando un progresso sull’F-22, che ha dieci anni di vantaggio ed è soggetto a un tasso di disponibilità, già senza precedenti nella storia degli aerei da combattimento della sua categoria, pari al 32%). Una tale operazione, comunicativa e strategica, ma ancor più comunicativa a seconda delle circostanze, ha un notevole potenziale per la Russia. Questa dell’”operatività” sarebbe un vantaggio che la Russia strappa agli Stati Uniti nella fase parossistica del 21 agosto – 10 settembre della crisi siriana. Nella sequenza in corso, in questo tipo di campi, apparentemente secondari o collaterali, possono essere resi operativi i benefici diplomatici, nella misura in cui tali prestazioni non possono esserlo direttamente nel campo diplomatico delle relazioni internazionali. Questo campo diplomatico è bloccato dagli imperativi del sistema di comunicazione, alla luce del necessario equilibrio apparente che deve essere mantenuto dai leader degli Stati Uniti, in tutti i casi il punto di vista della Russia non cerca in alcun modo di destabilizzare questa leadership politica degli Stati Uniti, per paura delle conseguenze sull’equilibrio complessivo dei rapporti internazionali, e quindi astenendosi dal concretizzare le vittorie diplomatiche (nella crisi siriana) in una superiorità diplomatica strutturale.
Va notato, naturalmente, che questo ruolo doveva essere mantenuto e perseguito a lungo con il Rafale, che poteva effettivamente, con la copertura politica necessaria, essere visto come il principale concorrente strategico del JSF. (La questione delle “generazioni” è propaganda della comunicazione, che potrebbe facilmente trasformarsi in un vantaggio del velivolo francese secondo tecniche di gestione da sviluppare, anche rivendicate dagli EAU, quando la vendita a questo emirato al momento ne mostrava la strada, secondo l’esperienza operativa dell’aeromobile, quindi secondo la copertura politica principale di cui godeva). Questa era la direzione che il Rafale avrebbe potuto prendere nel settembre 2009, quando la vendita al Brasile di 36 esemplari era quasi fatta, e che poteva essere seguita da un altro più grande ordine, quello a cui i russi puntano offrendo il loro T-50, e il programma con cui il Brasile avrebbe commercializzato il velivolo francese nel continente sudamericano. Tutto questo fu irrimediabilmente rovinato dalla sgangherata politica etichettata Sarkhollande (24 maggio 2011). Ma la Francia “è quello che è ora”, basandosi sulla filosofia del pollo della formula Sarkhollande, giungendo dai saloni di Parigi al cuore della questione, all’essenza della crisi mondiale: devono tenersi o espellere Leonarda? La Francia ha abbandonato i principi ai mugiki arretrati, carcerieri delle Pussy Riots e barbari sostenitori del principio della sovranità nazionale nella crisi siriana.

1235058Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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