I risultati della visita di Vladimir Putin in Cina

Konstantin Penzev New Oriental Outlook 23/05/2014
xi_putin3Il 20 maggio il presidente russo Vladimir Putin ha compiuto una visita ufficiale in Cina. Questa visita ha comportato la firma di più di quaranta contratti e dichiarazioni bilaterali, inoltre Putin ha incontrato le autorità della Cina, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, il presidente della Mongolia Tsakhiagiin Elbegdorj, il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai e il suo omologo iraniano Hassan Rouhani. La motivazione per la visita, di grande attrazione per il pubblico e i media, era la possibilità che la Russia e la Cina firmassero un contratto di fornitura del gas. L’attenzione su questo accordo è stata suscitata dagli ultimi sviluppi in Ucraina insieme alle sanzioni di USA e UE contro la Russia. Il pubblico era davvero curioso su come le autorità russe si sarebbero comportate sotto tale pressione. In realtà la crisi ampiamente seguita in Ucraina e il contratto sul gas tra la Russia e la Cina hanno poco in comune. L’Ucraina è uno Stato indipendente da più di due decenni, ed ogni anno inciampa negli stessi vecchi problemi, compresa la questione dell’erogazione del gas. In particolare, l’Ucraina ha fatto una serie di tentativi di ricattare la Russia sul transito del gas, inoltre ha sottratto il gas per i consumatori europei. Purtroppo, lo Stato ucraino non è riuscito a maturare come nazione e ora, nel 2014, è completamente a pezzi. Mosca n’è da tempo consapevole, così era alla ricerca di un modo per aggirare l’Ucraina nella filiera dei rifornimenti all’Europa; questo era il pensiero alla base della costruzione del gasdotto South Stream che attraversa il Mar Nero e il suolo bulgaro.
Sull’Ucraina, recentemente al centro del gioco politico-militare statunitense, ora Washington cerca di trascinare il Paese nella NATO per costruirvi proprie basi militari e sistemi di difesa missilistica, ma anche per farne della popolazione carne da cannone a buon mercato. E’ chiaro che la costruzione del South Stream non suscita alcun entusiasmo alla Casa Bianca, mentre l’UE al contrario ritiene che avrà un ruolo importante nel garantirne le forniture energetiche. Il contratto del gas tra Russia e Cina, in cantiere da oltre 10 anni, non ha mai attirato molta attenzione pubblica e mediatica, prima. Naturalmente, come in qualsiasi accordo commerciale, la Russia vorrebbe vendere a prezzi più alti e la Cina si sforza di comprare a prezzi minori. Dato che la dimensione della transazione è notevole, entrambe le parti agirono con molta cautela, per paura di sbagliare, soprattutto essendo nessuno di essi costretti. L’Europa, anche se volesse, non può rinunciare al gas russo nel breve periodo, mentre il fabbisogno di gas della Cina non ha ancora raggiunto un livello critico. Secondo alcuni analisti russi, entro il 2020 la domanda annua di gas della Cina raggiungerà i 300-350 miliardi di metri cubi. La Cina potrà estrarre 115 miliardi di metri cubi in proprio, e altri 80 miliardi di metri cubi potrebbero essere ottenuti con forniture di gas naturale liquefatto. E’ improbabile che i Paesi dell’Asia-Pacifico possano fornire più di 40 miliardi di metri cubi all’anno. Sulla domanda della Cina nel 2030, gli esperti prevedono che il livello di consumo di gas supererà quello europeo, che fin d’ora ammonta a 600 miliardi di metri cubi. La Russia prevede di iniziare inviando 38 miliardi di metri cubi in Cina e successivamente di arrivare a 60 miliardi di metri cubi, lungo le rotte di approvvigionamento orientale e occidentale.
Il gas naturale ha numerose alternative, come il carbone e l’energia nucleare. Quest’ultima richiede un Paese di ricambio su cui qualsiasi governo possa fare pieno affidamento. Il carbone è un male  ambientale, come il nucleare può essere utile per sviluppare l’industria ma non è molto comodo per l’uso quotidiano. L’esperienza del Giappone ha chiaramente dimostrato che una centrale nucleare costruita lungo le coste, in aree sismicamente attive, secondo alcuni fallimentari piani statunitensi, può mettere un Paese in una situazione molto difficile. Va riconosciuto che, al momento, il gas naturale ha scarsa vera concorrenza tra le fonti di energia. Il suo prezzo aumenterà, e la Russia non potrà espandere i piani di approvvigionamento di ogni Paese. Dopo una pausa teatrale, Gazprom e CNPC hanno firmato il 21 maggio un contratto 30ennale relativo alla fornitura annua di 38 miliardi di metri cubi lungo la via di rifornimento orientale. Aleksej Miller, CEO di Gazprom, si rifiuta di rivelare il prezzo esatto per mille metri cubi, anche se il prezzo totale del contratto è già noto, 400 miliardi di dollari. “Forbes” e altri PR anti-russi, il 21 maggio riferirono che “la Cina ha rifiutato di firmare il contratto del gas con la Russia“, ma nel giro di poche ore la notizia mutò. E’ chiaro che la Russia non vuole perdere il mercato europeo e dipendere dalla Cina, ma allo stesso tempo ha poca voglia di minimizzare i suoi rapporti con la Cina. Il Cremlino vuole equilibrio nel rapporto con l’Europa e la Cina, e Washington è mossa dal desiderio maniacale di governare il mondo. In breve, la Casa Bianca crea problemi a tutti, riuscendo a crearne anche a se stessa.
Quali altri contratti, fatta eccezione quanto sopra descritto, sono stati firmati a Shanghai? La società russa Novatek ha firmato un contratto con la cinese CNPC per la fornitura di 3 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno. Il contratto rientra nel quadro del progetto “Jamal SPG“, che prevede lo sviluppo del giacimento di gas di Tambejskoe Sud e la costruzione di un impianto con una capacità di produzione di 16,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno e un milione di tonnellate di condensato di gas all’anno. La prima fase del progetto produrrà 5,5 milioni di tonnellate all’anno entro il 2017. In Cina, il maggiore costruttore di automobili Great Wall Motors ha annunciato che avvierà un impianto a Tula nel 2017. Gli investimenti in questo progetto saranno pari a 12-18 miliardi di rubli. L’impianto produrrà 150 mila auto all’anno. Rosneft e CNPC hanno firmato un accordo per lanciare una raffineria di petrolio a Tianjin, alla fine del 2019, Rosneft sarà l’unico fornitore della raffineria. La capacità di raffinazione dell’impianto sarà di circa 16 milioni di tonnellate all’anno. Gli investimenti nelle costruzioni sono stimati in totale a 5 miliardi di dollari, la seconda fase prevede la creazione di una rete di stazioni di servizio in Cina, che opererà con i marchi Rosneft e CNPC. Russian Railways e Cina Railway Corporation hanno deciso di sviluppare le infrastrutture e di aumentare il traffico ferroviario. Le aziende pianificano lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie nelle aree di confine e di aumentare il volume del traffico di transito tra i due Paesi. Riguardo l’aviazione, la Russia e la Cina creeranno un velivolo widebody civile. Il contratto per la realizzazione è stato firmato tra la “Joint Aircraft Corporation” e la società cinese COMAC. L’aereo futuro occuperà una quota considerevole dei mercati cinese e russo e sarà un  serio attore su altri mercati. Il secondo progetto nell’aviazione è la produzione in Cina di una versione modernizzata dell’elicottero da trasporto russo Mi-26.
Le relazioni politiche attuali tra la Russia e la Cina possono essere descritte amichevoli. Un editoriale dal titolo “L’opinione pubblica cinese dovrebbe essere dalla parte della Russia e di Putin” sul giornale cinese “Huanqiu Shibao“, afferma che: “Nella sua politica estera verso Mosca la Cina ha assunto una posizione di neutralità con una leggera simpatia nei confronti della Russia“. Questa affermazione non irriterebbe seriamente alcun Paese, ma al tempo stesso dà alla Cina l’opportunità di essere conciliante al momento giusto, aiutando le parti a trovare una soluzione che soddisfi tutti.  Così, la Cina non sarà coinvolta nel confronto con i Paesi occidentali e, al tempo stesso potrà aiutare Mosca. Ma è giunto il momento per l’opinione pubblica cinese, dice il giornale, di essere più diretta e dura nel condannare la partecipazione occidentale al colpo di Stato in Ucraina. “Dovrebbe mostrare al mondo che la Russia non è sola“.

3Russia-China-flagKonstantin Penzev, scrittore e storico, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina, un rapporto prevedibile

Aleksandr Salitzki Strategic Culture Foundation 19/05/2014

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Il presidente russo Putin va in Cina. La notizia è una boccata d’aria fresca nell’atmosfera soffocante di Kiev con i suoi pneumatici bruciati e repressioni contro i dissidenti. Il viaggio è un passo positivo dalle brillanti prospettive per un futuro costruito su basi solide. Questo è un punto di svolta storico. La Russia viene trascinata dall’occidente in un’altra guerra fredda ed è soggetta a una pressione senza precedenti con la chiara intenzione di sovvertirla. Non è solo uno scontro di interessi, il sistema di valori è minato, lo stesso diritto dei popoli all’auto-determinazione viene sfregiato…
La politica di Mosca ha sempre più sostegno internazionale dai Paesi che si oppongono alle pretese degli Stati Uniti all’egemonia globale. L’interesse verso il forum e le organizzazioni guidate da Russia e Cina è in crescita, per esempio BRICS e Shanghai Cooperation Organization (SCO) che programmano vertici a luglio e a settembre. La 4° Conferenza sull’Interaction and Confidence Building Measures in Asia (CICA) si terrà a Shanghai, in Cina, il 20/21 maggio. Il tema del vertice di quest’anno sarà “sempre più intensi dialogo, fiducia reciproca e collaborazione per costruire una nuova Asia pacifica, stabile e cooperativa”. E’ importante raggiungere la comprensione multilaterale sul fatto che la diffusione del nazionalismo emergente in tutto il mondo è la reazione naturale al crollo dell’occidentalizzazione e alla pericolosa sfida globale probabilmente voluta dagli ideologi dello “scontro di civiltà”. Il supporto all’ottuso particolarismo ucraino da parte dell’Europa cosmopolita si adatta bene a tale tendenza. I filosofi lo definirebbero dissociazione cognitiva o assurdità fatale per l’Europa stessa. La Cina capisce la Russia perfettamente: il perno in Asia dichiarato dagli USA presuppone deterrenza verso la Cina e diffusione della sinofobia negli Stati confinanti, trascinandoli in alleanze militari e politiche guidate dagli USA. I recenti impressionanti successi della politica estera russa sono apprezzati dalla Cina, assieme al desiderio di aiutarsi a contrastare ogni tipo di sanzione, un’altra mossa assurda dell’occidente. L’aiuto è tangibile: dal punto di vista della potenza industriale e finanziaria la Cina può misurarsi con gli Stati Uniti. Come è stato riportato, il PIL della Cina raggiungerà quello degli Stati Uniti entro la fine del 2014. La Cina sa come raggiungere il successo economico meglio dei maestri nel far stringere la cintura alla gente e nel spacciare carta senza controvalore. L’aiuto presuppone reciprocità (i cinesi sanno come commerciate e utilizzare a loro vantaggio i punti deboli del partner). Pechino ritiene di avere l’occasione unica di accedere alle ricchezze della Siberia. Mosca è pronta ad introdurre nuovi modelli di cooperazione economica e scientifica incrementate dalle nuove attuali realizzazioni nei rapporti culturali e umanitari. Un riequilibrio a oriente da tempo maturato. In Asia nessuno ostacola i rapporti economici e l’avvio di progetti di cooperazione a lungo termine. E’ tempo di rendersi conto che gran parte delle importazioni russe dall’occidente sono beni cinesi riconfezionati. L’eliminazione degli intermediari soddisfa i mutui interessi di Russia e Cina.
Questa volta la delegazione russa arriva con una lunga lista di documenti sulla cooperazione (circa 50) da firmare. Nuovi accordi sono emersi negli ultimi mesi, mentre i colloqui su problemi reciprocamente importanti si sono intensificati. C’è un altro problema fondamentale da affrontare. La visita contribuirà a compiere progressi. Le agenzie cinesi incontrano difficoltà a trovare controparti russe. Ad esempio, la Commissione Nazionale per lo sviluppo e la riforma della Cina non riesce a trovare un interlocutore. Vi sono altri organi dello Stato, che si occupano di scienza e industria, incapaci di precisare chi stabilisce i contatti con chi. La Banca della Cina popolare ha una controparte russa, formalmente un ente indipendente anche se è difficile dire cosa significhi tale indipendenza e da chi esattamente sia indipendente. La lista è lunga. L’eredità dei tumultuosi anni ’90 continua ad influenzare negativamente le prospettive di cooperazione tra la Russia e i partner stranieri. Questi sono ostacoli rimovibili. Il dialogo economico non può essere artificialmente accelerato. E’ importante creare una base per la cooperazione, un’infrastruttura che comprenda diversi ambiti utili al bene futuro di entrambi le parti. Il vero riavvicinamento tra Mosca e Pechino,  partner che riconoscono il vero significato della semplice parola amicizia, apre un’alternativa fondamentale tale da generare cambiamenti positivi nel mondo contemporaneo. I nostri Paesi possono e devono gradualmente cambiare le sorti della storia mondiale tornando agli ideali  secondo cui aiutare i deboli e poveri, così come contrastare i predatori, è la cosa giusta da fare.  Durante la sua recente visita in Africa, il premier cinese ha detto: “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai con gli altri”.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

10372059Russia e Cina formano un’alleanza strategica energetica
The BRICS Post 19 maggio 2014

La partnership sino-russa ha raggiunto “il livello più alto in tutta la sua plurisecolare storia“, ha detto il Presidente Vladimir Putin alla vigilia della visita in Cina. Putin ha parlato ai media cinesi prima del suo viaggio a Shanghai, dove avrà colloqui con il suo omologo cinese Xi Jinping e firmerà un numero record di contratti di collaborazione. I due Paesi si “muovono costantemente verso la creazione di un’alleanza strategica nella politica energetica“, ha detto Putin. “Un grande progetto da oltre 60 miliardi dollari è in corso per rifornire la Cina di greggio con l’oleodotto Skovorodino-Mohe. Le disposizioni sull’esportazione di gas naturale russo alla Cina sono quasi finalizzati. La loro attuazione aiuterà la Russia a diversificare le rotte degli oleodotti rifornendo di gas naturale i nostri partner cinesi, alleviandone le preoccupazioni sul deficit energetico e la sicurezza ambientale usando un combustibile ‘pulito’“.
Russia e Cina firmeranno 40 progetti congiunti nei settori prioritari, con investimenti complessivi per 20 miliardi di dollari. Le due nazioni hanno anche raggiunto un accordo sulla progettazione congiunta di un aereo wide-body a lungo raggio e lo sviluppo di un elicottero pesante. “Instaurare  legami più stretti con la Repubblica popolare cinese, nostra amica fidata, è la priorità incondizionata della politica estera della Russia“, ha dichiarato Putin. Le due parti guardano anche “a un più profondo coordinamento internazionale”, ha detto Putin. “La Russia e la Cina cooperano con successo sulla scena internazionale e coordinano strettamente i loro passi affrontando sfide e crisi internazionali. Le nostre posizioni sulle principali questioni globali e regionali sono simili o addirittura identiche“. Significativamente, il presidente russo ha detto che il prossimo vertice asiatico tenterà di stabilire una nuova architettura di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico. “La Russia e la Cina hanno attivamente sostenuto l’istituzione di una nuova architettura di sicurezza e lo sviluppo sostenibile della regione Asia-Pacifico. Si baserà sui principi di uguaglianza, rispetto del diritto internazionale, indivisibilità della sicurezza, non-uso della forza o minaccia della forza. Oggi questo compito diventa sempre più importante“, ha detto.
Le dichiarazioni di Putin assumono importanza nel contesto della spinta dell’amministrazione Obama sul tanto strombazzato Pivot in Asia, ciò che Pechino sostiene essere una politica di “contenimento della Cina”. Nel frattempo, alludendo a un accordo sulle transazioni monetarie, Putin ha detto che le due nazioni cercheranno anche di proteggersi dalle fluttuazioni delle valute estere negli scambi bilaterali. “Dobbiamo anche rafforzare la cooperazione finanziaria e proteggerci dalle fluttuazioni dei tassi di cambio delle principali valute del mondo. Pertanto, valutiamo come aumentare le transazioni reciproche in valute nazionali”. Nel 2013, il volume commerciale bilaterale era di quasi 90 miliardi di dollari. Le due parti puntano ai 100 miliardi di dollari entro il 2015 e ai 200 miliardi entro il 2020, nel commercio bilaterale.

Vladimir Putin, Xi JinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espansione dei BRICS: ragioni e vincoli

Quanto è importante aprire la porta a nuove adesioni al raggruppamento sempre più influente, e a quanti Paesi?
Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 16 maggio 2014
433119bricIl raggruppamento BRICS fa notizia recentemente con l’ambasciatore indiano in Argentina che segnala la possibilità che il Paese latinoamericano possa entrare nel gruppo. Anche se non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla possibile espansione, il dibattito in merito è certamente tempestivo. Da quando il gruppo s’è riunito ufficialmente per la prima volta nella città russa di Ekaterinburg, nel 2009, la sua importanza sulla scena mondiale è aumentata in modo significativo.  Con un’economia combinata di 16.039 miliardi di dollari, è emerso come polo collettivo nel mondo multipolare. Che si tratti delle crisi in Siria, Iran o Ucraina, o della questione della riforma dell’ordine economico internazionale, i membri del gruppo hanno affermato e sostenuto un ordine non sempre in consonanza con quello abbracciato dall’occidente. L’originale BRIC è diventato BRICS nel 2011 con il Sudafrica come nuovo membro. L’adesione del Sud Africa è stata veloce e senza opposizione interna. I soci attuali provengono da Asia, Africa e America Latina. Tre continenti diversi dal Nord America e dall’Europa per crescita economica e peso politico. L’avanzata di questi continenti, che si riflette nella formazione dei BRICS, ha plasmato l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Due dei membri del gruppo, Russia e Cina, sono membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e tutti gli aderenti sono in rapida crescita economica. Nonostante le previsioni di sventura, il gruppo resta ed è forte. Anche se originariamente concepito come agglomerato economico, il profilo dei BRICS ha superato le motivazioni economiche ed è considerato politicamente rilevante nella politica internazionale. In questo contesto, l’ascesa del gruppo è una conclusione scontata. I BRICS sono quasi un’entità d’élite. Sono citati in quasi tutti i dibattiti internazionali, e la loro voce è ritenuta importante. È quindi naturale che altre nazioni siano interessate a farne parte. Ma la questione controversa che si pone, e che i membri devono affrontare, è quanto sia importante aprire la porta a nuove adesioni, e a quanti Paesi?
Forse il caso del NAM è istruttivo, in questo contesto. Originariamente concepito come alternativa  politica ai blocchi della Guerra Fredda, il gruppo (originariamente di meno 30 Paesi) passò a 120. L’ampia adesione ne ha influenzato non solo la filosofia, ma anche le azioni. La sua composizione include Paesi filosoficamente divergenti, da Cuba a Singapore. Il gruppo comprendeva regimi democratici e regimi dittatoriali. La grande adesione ha anche creato gravi beghe interne. Anche se il gruppo festeggia il suo 60° anniversario quest’anno, non è considerato un organismo multilaterale significativo come i BRICS o i G20. Nessuno dei membri dei BRICS preferirebbe il destino del gruppo NAM. Ciò non per sostenere che i Paesi BRICS non debbano espandersi. Potrebbe essere altrimenti. Ma i membri devono considerare questi fattori prima di invitare altri Paesi ad aderire. Il gruppo è ancora nella sua fase formativa. Ha meno di un decennio. Vi sono molte questioni nel gruppo che devono essere affrontate. Prima fra cui la banca dei BRICS. Sebbene un sostanziale progresso è stato fatto sul tema, non è stata presa alcuna decisione concreta sulla posizione della banca, il suo capitale iniziale e la leadership. Sarà prudente affrontare questi problemi, e anche affrontare le divergenze politiche, prima di intraprendere l’allargamento. Quindi è necessario avere un orientamento sui Paesi che si adattano alle caratteristiche della filosofia e dell’agenda del gruppo. Il Viceministro degli Esteri russo Sergej Rybakov ha osservato, “Abbiamo un approccio costruttivo verso eventuali richieste di questo tipo, da chiunque inviate. Ecco perché eventuali problemi sull’ulteriore espansione del gruppo BRICS devono essere elaborate pienamente e completamente”. Anche se l’ambasciatore indiano ha fatto un annuncio ad effetto sull’accettazione della domanda d’adesione dell’Argentina, il governo indiano non ha ufficialmente espresso la sua posizione. Vi sono dibattiti sulla possibile adesione dell’Argentina. L’Argentina è un giocatore chiave in Sud America, ma la sua economia non è robusta come quella dei BRICS. Ha un enorme debito estero. L’adesione di un Paese dev’essere soppesata con attenzione. Paesi come la Siria hanno già chiesto l’adesione. Il gruppo deve essere selettivo nelle sue scelte. Georgij Toloraja, Direttore esecutivo del Comitato Nazionale per gli Studi sui BRICS della Russia, ha definito l’Indonesia, una delle economie in più rapida crescita e dalla maggiore popolazione islamica, un possibile candidato. L’Egitto può essere un candidato anche se l’agitazione interna ne indebolisce la candidatura. La Nigeria, nonostante il problema dell’estremismo religioso, è una delle economie dalla più rapida crescita in Africa. L’uomo più ricco d’Africa è un nigeriano. Il Paese dell’Asia centrale Kazakistan si distingue anche per la sua buona posizione per l’adesione al gruppo. Il Paese dalle ricche risorse gode di una relativa stabilità ed ha adottato un approccio più sfumato sulle questioni internazionali. Alcuni altri possibili candidati sono Messico, Iran e Turchia. Questo elenco non è esaustivo.
Il punto qui è che il gruppo deve adottare un quadro calibrato nell’ammissione di un Paese. In questo contesto, si devono affrontare alcuni temi fondamentali. In primo luogo, l’identità. Si preferirà mantenere il nome BRICS per il corpo allargato o adottare un nome diverso che rifletta l’adesione al gruppo? In secondo luogo, la nomenclatura. Si preferirà suddividere gli aderenti in principali e nuovi? Ci sarebbero provvedimenti contro un membro che violi la filosofia del gruppo? Queste e relative questioni devono essere considerate prima di allargare l’entità. Il prossimo summit in Brasile sarà decisivo nel dibattito sull’allargamento. L’Argentina è nota per la sua opposizione al dominio occidentale sul continente, come Venezuela e Cuba, ma ciò non è sufficiente per l’adesione ai BRICS. I BRICS emergono come formatori dell’ordine mondiale con il loro peso economico e politico, e il Paese che contribuisce a relativi filosofie ed obiettivi può essere il candidato giusto per l’adesione.

10291106Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi ucraina accelera la ristrutturazione del mondo

Pierre Charasse Rete Voltaire Città del Messico (Messico) 29 aprile 2014

La crisi ucraina non ha cambiato radicalmente la situazione internazionale, ma ne ha precipitato gli sviluppi. La propaganda occidentale, che non è mai stata più forte, nasconde la realtà del declino occidentale alle popolazioni della NATO, ma non ha ulteriori effetti sulla realtà politica. Inesorabilmente, Russia e Cina, assistite dagli altri BRICS, occupano il loro giusto posto nelle relazioni internazionali.

Brics1La crisi ucraina ha evidenziato la dimensione della manipolazione della pubblica opinione occidentale da parte di importanti media come le reti televisive CNN, Foxnews, Euronews e molti altri, così come tutta la stampa alimentata dalle agenzie occidentali. Quanto il pubblico occidentale sia male informato è impressionante, eppure è facile accedere alla ricca informazione di ogni fonte. E’ assai preoccupante vedere quanti cittadini siano attratti da una russofobia mai vista nemmeno nei momenti peggiori della guerra fredda. L’immagine fornita dal potente apparato mediatico occidentale all’inconscio collettivo è che i russi siano “barbari” di fronte al mondo occidentale “civilizzato”. È molto importante che il discorso di Vladimir Putin del 18 marzo, dopo il referendum in Crimea, sia stato letteralmente boicottato dai media occidentali [1], in modo da fornire grande spazio alle reazioni occidentali, ovviamente tutte negative. Tuttavia, nel suo discorso Putin ha spiegato che la crisi in Ucraina non è stata innescata dalla Russia, presentando con grande razionalità la posizione russa e gli interessi politici legittimi del suo Paese nell’era post-conflitto ideologico. Umiliata dal trattamento riservatole dall’occidente dal 1989, la Russia si sveglia con Putin riprendendo la politica da grande potenza, cercando di ricostruire le linee della tradizionale forza storica della Russia zarista e dell’Unione Sovietica. La geografia controlla spesso la strategia. Dopo aver perso gran parte dei suoi “territori storici” e della sua popolazione russa e non-russa, con Putin la Russia ha impostato un grande progetto nazionale e patriottico recuperando il suo status di superpotenza, di attore “globale”, consolidando in primo luogo la sicurezza delle sue frontiere terrestri e marittime. Questo è esattamente ciò che vuole impedire l’occidente nella sua visione del mondo unipolare. Ma buon giocatore di scacchi, Putin ha anticipato diverse mosse grazie a una profonda conoscenza della storia, del mondo reale, delle aspirazioni della gran parte della popolazione dei territori precedentemente controllati dall’Unione Sovietica. Conosce perfettamente l’Unione europea, le sue divisioni e debolezze, la vera capacità militare della NATO e lo stato dell’opinione pubblica occidentale, riluttante a vedere un aumento della spesa militare in tempi di recessione economica. A differenza della Commissione europea i cui piani coincidono con quelli degli Stati Uniti rafforzando il blocco politico-economico-militare euro-atlantico, i cittadini europei in maggioranza non vogliono l’allargamento ad est dell’UE, né all’Ucraina o Georgia, o in qualsiasi altro Paese dell’ex Unione Sovietica.
Adottando e minacciando sanzioni, l’Unione europea s’è pedissequamente allineata a una Washington dimostratasi incapace di “punire” la Russia sul serio. Il suo peso effettivo non è all’altezza delle sue sempre proclamate ambizioni nel plasmare il mondo a propria immagine. Il governo russo, molto attento e reattivo, applica “risposte graduali” beffandosi delle misure punitive occidentali. Putin, freddo, si prende il lusso di annunciare che aprirà un conto presso la Banca Rossija di New York per depositarvi lo stipendio! Non ha menzionato la limitazione della fornitura di gas all’Ucraina e all’Europa occidentale, ma ognuno sa che ha questa carta nella manica, di già costringendo gli europei a pensare a una completa riorganizzazione del loro approvvigionamento energetico, cui serviranno anni per concretizzarsi. Errori e divisioni occidentali hanno messo la Russia in una posizione di forza. Putin gode di una popolarità eccezionale nel suo Paese e nelle comunità russe nei Paesi vicini, e possiamo essere sicuri che i suoi servizi d’intelligence hanno penetrato profondamente i Paesi ex-dell’Unione Sovietica fornendogli informazioni di prima mano sui rapporti di forza interni. Il suo apparato diplomatico usa forti argomenti nel rimuovere il monopolio “occidentale” dell’interpretazione del diritto internazionale, in particolare sulla spinosa questione dell’autodeterminazione. Come ci si poteva aspettare, Putin non esita a citare il precedente del Kosovo per diffamare il doppio standard dell’occidente, le sue incongruenze e il ruolo destabilizzante svolto nei Balcani. Mentre la propaganda dei media occidentali è a pieno ritmo dal referendum del 16 marzo in Crimea, le grida occidentali hanno improvvisamente ceduto di tono e al  vertice G7 dell’Aja, a margine della conferenza sulla sicurezza nucleare, non ha più minacciato di escludere la Russia dal G8 come sbandierato un paio di giorni prima, ma semplicemente ha annunciato che “non avrebbe partecipato al vertice di Sochi”. Ciò le permette di riattivare in qualsiasi momento il forum privilegiato per il dialogo con la Russia, fondato nel 1994 su sua espressa richiesta. Prima ritirata del G7. Obama a sua volta s’è affrettato ad annunciare che non ci sarà alcun intervento della NATO in aiuto dell’Ucraina, ma solo la promessa della cooperazione nella ricostruzione del potenziale militare ucraino, composto in gran parte da obsoleti equipaggiamenti sovietici. Seconda ritirata. Ci vorranno anni per mettere in piedi un esercito ucraino degno di questo nome, e ci si chiede chi pagherà considerando la situazione delle finanze del Paese. Inoltre, non sappiamo esattamente quale sia lo stato delle forze armate ucraine dopo l’invito di Mosca, con un certo successo, agli eredi ucraini dell’Armata Rossa ad unirsi all’esercito russo rispettandone i gradi. La flotta ucraina è già completamente passata sotto il controllo russo.  Infine, un’altra spettacolare sconfitta degli Stati Uniti: ci sarebbero state avanzate conversazioni segrete tra Mosca e Washington per far adottare una nuova costituzione all’Ucraina, insediando a Kiev per le elezioni del 25 maggio un governo di coalizione da cui sarebbero esclusi gli estremisti neo-nazisti, e soprattutto imponendo la neutralità all’Ucraina, la sua “finlandizzazione” (consigliata da Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski) [2], vietandone l’entrata nella NATO, ma consentendo accordi economici con l’UE e con l’Unione doganale eurasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakistan).  Se viene concluso un tale accordo, per l’UE sarà un fatto compiuto e dovrà rassegnarsi a pagare il conto dell’accordo Russia-USA. Con tali garanzie Mosca si considererà soddisfatta dai requisiti di sicurezza, rimettendo piede nell’ex-sfera d’influenza con l’accordo di Washington, astenendosi dal fomentare il separatismo delle altre province ucraine o della Transnistria (provincia della Moldova popolata da russa) e ribadendo il suo forte rispetto dei confini europei. Il Cremlino allo stesso tempo darà una via d’uscita onorevole ad Obama. Un colpo da maestro per Putin.

Conseguenze geopolitiche della crisi ucraina
Il G7 non ha calcolato che prendendo misure per isolare la Russia, oltre al fatto di applicare a se stesso una “punizione sado-masochista” secondo Hubert Vedrine, ex-ministro degli Esteri francese,  abbia precipitato un processo già ben avviato di profonda ristrutturazione del mondo a beneficio del gruppo non-occidentale guidato da Cina e Russia intorno ai BRICS. In risposta al comunicato del G7 del 24 marzo [3], i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS hanno espresso il loro rifiuto di tutte le misure per isolare la Russia e hanno immediatamente colto l’occasione per denunciare lo spionaggio statunitense contro i loro leader chiedendo in buona misura agli Stati Uniti di ratificare la nuova distribuzione dei diritti di voto in seno a FMI e Banca Mondiale, quale primo passo verso un “ordine mondiale più equo” [4]. Il G7 non si aspettava una risposta così rapida e virulenta dai BRICS. Questo episodio suggerisce che il G20, di cui G7 e BRICS sono i pilastri principali, potrebbe subire una grave crisi prima del prossimo vertice a Brisbane (Australia) il 15 e 16 novembre, soprattutto se il G7 continua a marginalizzare e punire la Russia. E’ quasi certo che una maggioranza nel G20 condannerà le sanzioni contro la Russia, così isolando il G7. Nella loro dichiarazione, i ministri dei Paesi BRICS hanno ritenuto che decidere che ne sia membro e quale sia il suo scopo dipenda dai suoi membri, messi tutti “su un piano di parità“, e che nessuno dei suoi membri “può deciderne unilateralmente natura e carattere“. I ministri hanno chiesto di risolvere l’attuale crisi nel contesto delle Nazioni Unite “con calma, competenza, rinunciando a linguaggio ostile, a sanzioni e contro-sanzioni”. Un duro colpo per il G7 e l’UE! Il G7, infilatosi in un vicolo cieco, viene avvertito di fare concessioni significative se vuole continuare ad avere una certa influenza nel G20. Inoltre, due importanti eventi sono annunciati per le prossime settimane.
Primo, Vladimir Putin si recherà in visita ufficiale in Cina a maggio. I due giganti sono in procinto di firmare un importante accordo energetico che intacca sostanzialmente il mercato globale dell’energia, sia strategicamente che finanziariamente. Le operazioni non saranno più in dollari ma nelle valute nazionali dei due Paesi. Riguardo la Cina, la Russia non avrà alcun problema a venderle la propria produzione di gas nel caso l’Europa occidentale decida di cambiare fornitore. E nello stesso evento Cina e Russia potrebbero firmare un accordo di partnership industriale per la produzione di 25 caccia Sukhoj, altamente simbolico. Dall’altra parte, durante il vertice dei Paesi BRICS in Brasile a luglio, la Banca di sviluppo del gruppo, annunciata nel 2012, potrebbe prendere forma e offrire un’alternativa a FMI e Banca mondiale, sempre riluttanti a cambiare le loro regole operative, dando più peso alle economie emergenti e alle loro valute rispetto al dollaro. Infine, vi è un aspetto importante del rapporto tra Russia e NATO poco commentato dai media, ma molto rivelatore dello stato di dipendenza dell'”occidente” quando ritirerà le sue truppe dall’Afghanistan. Dal 2002, la Russia ha accettato di cooperare con i Paesi occidentali nella logistica per le truppe nel teatro afgano. Su richiesta della NATO, Mosca ha autorizzato il transito di materiale non letale per l’ISAF (International Security Assistance Force), via aerea o terrestre tra Dushanbe (Tagikistan), Uzbekistan ed Estonia, attraverso la piattaforma multimodale di Uljanovsk in Siberia. Si tratta niente di meno di trasmettere i rifornimenti di migliaia di uomini che operano in Afghanistan, tra cui tonnellate di birra, vino, torte, hamburger, lattuga fresca, il tutto trasportato da aerei civili russi dato che le forze occidentali non dispongono di mezzi aerei sufficienti per supportare un dispiegamento militare di tale portata. L’accordo NATO-Russia dell’ottobre 2012 estende la cooperazione all’installazione di una base aerea russa in Afghanistan, con 40 elicotteri, in cui il personale afghano viene addestrato nella lotta antidroga a cui gli occidentali hanno rinunciato. La Russia ha rifiutato di consentire il transito nel suo territorio di attrezzature pesanti, ponendo un serio problema alla NATO al momento del ritiro delle sue truppe. Infatti non possono passare da Kabul a Karachi via terra, a causa degli attacchi ai convogli da parte dei taliban. Essendo impossibile la via del Nord (Russia), le attrezzature pesanti sono state portate da Kabul agli Emirati Arabi Uniti e poi spedite ai porti europei, quadruplicando il costo della ritirata. Per il governo russo l’intervento della NATO in Afghanistan è stato un fallimento, ma il suo ritiro “precipitoso” prima della fine del 2014, aumenterà il caos e comprometterà la sicurezza della Russia, causando una recrudescenza del terrorismo.
La Russia ha anche importanti accordi con l’occidente negli armamenti. Il più importante è probabilmente quello firmato con la Francia per la produzione nei rispettivi arsenali di due portaelicotteri francesi da 1,3 miliardi di dollari [5]. Se il contratto viene annullato per le sanzioni, la Francia dovrà restituire gli importi già versati più le sanzioni contrattuali e rimuovere migliaia di posti di lavoro. La cosa peggiore è probabilmente la perdita di fiducia sul mercato degli armamenti francesi, come rilevato dal Ministero della Difesa russo. Non dimentichiamo che senza l’intervento della Russia, i Paesi occidentali non sarebbero mai stati in grado di raggiungere un accordo con l’Iran sulla non-proliferazione nucleare, o con la Siria sul disarmo chimico. Questi sono fatti che i media occidentali tacciono. La realtà è che a causa della sua arroganza, ignoranza della storia e goffaggine, il blocco occidentale precipita nella decostruzione sistemica dell’ordine mondiale unipolare offrendo a Russia e Cina, sostenute da India, Brasile, Sud Africa e molti altri Paesi, la “l’ opportunità” di rafforzare l’unità del blocco alternativo. L’evoluzione è in corso, lentamente e gradualmente (nessuno vuole dare un calcio al formicaio destabilizzando improvvisamente il sistema globale), ma ad un tratto tutto va più veloce e l’interdipendenza cambia le regole del gioco. Al G20 a Brisbane sarà interessante vedere cosa farà il Messico, dopo i vertici del G7 a Bruxelles a giugno e dei BRICS in Brasile a luglio. La situazione è molto fluida e si evolverà rapidamente, richiedendo grande flessibilità diplomatica. Se il G7 persiste nella sua intenzione di emarginare o escludere la Russia, il G20 potrebbe disintegrarsi. Il Messico, catturato nelle reti del TLCAN e del futuro TPP, deve scegliere tra il Titanic occidentale che affonda o adottare una linea indipendente seguendo i suoi interessi di potenza regionale dalle ambizioni globali, avvicinandosi ai BRICS.

BRICS-ToonNote
[1] “Discours de Vladimir Poutine sur l’adhésion de la Crimée“, Vladimir Poutine, Réseau Voltaire, 18 marzo 2014.
[2] “Henry Kissinger propone di finlandizzare l’Ucraina“, Réseau Voltaire, 8 marzo 2014.
[3] “Déclaration du G7 sur la Russie“, Réseau Voltaire, 24 marzo 2014.
[4] “Conclusions of the BRICS Foreign Ministers Meeting”, Voltaire Network, 24 March 2014.
[5] “La Francia non venderà armi alla Russia?“, Réseau Voltaire, 20 mars 2014.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Non più emergenti, i BRICS si affermano

Rakesh Krishnan Simha RBTH 28 aprile 2014

mapNel 1983 l’economista belga Paul Bairoch presentò uno studio dettagliato dell’economia mondiale che causò scalpore nei circoli accademici e politici occidentali. In ‘Economia e Storia del Mondo: Miti e Paradossi’, scrisse che nel 1750 la quota dell’India nel PIL mondiale era del 24,5 per cento, della Cina del 33 per cento, e la quota congiunta di Gran Bretagna e Stati Uniti del 2 per cento. Scossa dalla tesi, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, un club occidentale, costituì un Istituto di Studi sullo Sviluppo con il professor Angus Maddison dell’Università di Groningen, per indagare sulle affermazioni di Bairoch. I dati compilati da Maddison confermarono, cosa che i bambini delle scuole indiane sanno, ma misteriosamente è ignota in occidente, che India e Cina furono le principali economie del mondo negli ultimi 2000 anni. I suoi dati mostrarono che l’India fu la prima potenza economica del mondo fino al 1700, cioè 18 degli ultimi 20 secoli. L’India aveva il 32 per cento la quota del PIL mondiale nei primi 1000 anni e il 28-24 per cento nel secondo millennio fino al 1700. Da quando Bairoch e Maddison presentarono quegli studi innovativi, le cose sono progredite a gran velocità. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’anno scorso è stato il primo in cui i mercati emergenti rappresentavano più della metà del PIL mondiale, sulla base del potere d’acquisto. Quattro grandi Paesi BRICS del gruppo, Brasile, Russia, India e Cina, sono oggi le sole economie da 1000 miliardi di dollari esterne all’OCSE e sono anche tra le 10 maggiori economie nazionali del mondo.

Forza e velocità della crescita
Mentre diversi media occidentali come il New York Times continuano a ripetersi che i BRICS sono deboli, è evidente che il gruppo delle cinque nazioni è il motore che ha salvato l’economia globale stagnante. La società di consulenza internazionale Grant Thornton dice che i BRICS non sono più emergenti, ma rientrano in una classe diversa appena sotto quella dei Paesi sviluppati. Jim O’Neill, che ha coniato il termine BRIC, dice che è “idiota e offensivo” definirle economie emergenti.  Sostiene che queste economie sono e dovrebbero essere definite “mercati dall’andamento sempre più positivo in ogni aspetto dell’economia mondiale” e “mercati in crescita“. Uno studio della PriceWaterhouseCoopers (PwC) intitolato ‘Il mondo nel 2050′, dice che la forza collettiva delle economie BRIC è sempre più importante nell’economia globale. “Mentre le economie mature in tutto il mondo sono alle prese con deficit di bilancio enormi, crescita anemica e aumento della disoccupazione, i BRIC si espandono rapidamente, facendo uscire i popoli dalla povertà e guidando l’economia globale. Il modo in cui i capi della travagliata eurozona hanno recentemente supplicato questi mercati per avere fondi con cui alleviare la crisi del loro debito sovrano, sono un altro passo finale nella transizione del potere economico da ‘ovest’ ad ‘est’.”

Come il mondo cambierà
PwC dice che la Cina è proiettata nel superare gli Stati Uniti quale prima economia per potere d’acquisto (PPA) nel 2017 ed in termini di tassi di cambio del mercato entro il 2027. L’India diventerà il terzo ‘gigante economico globale’ entro il 2050, molto avanti al Brasile, che tuttavia arriverà al quarto posto davanti al Giappone. La Russia potrebbe sorpassare la Germania diventando la prima economia europea entro il 2020, in termini di PPP, e intorno al 2035 per tassi di cambio del mercato. In aree come biotecnologie e nanotecnologie, Cina e India avranno un ruolo crescente nel loro sviluppo, nei prossimi decenni. Ciò ne alimenterà ulteriormente la progressione sulle più lente economie avanzate.

Il declino del dollaro
Venti anni fa, i turisti che volevano cambiare rubli o rupie sarebbero stati ben accolti solo negli aeroporti internazionali dei Paesi che emettevano quelle valute. Oggi, le rupie indiane possono essere cambiate nelle piccole banche in Australia e Nuova Zelanda. L’accettazione della moneta è semplicemente un segno della fiducia nell’economia e nel commercio del Paese di emissione. In un articolo intitolato ‘Il blocco del Renminbi è qui’, Arvind Subramanian e Martin Kessler del Peterson Institute for International Economics statunitense danno un quadro drammatico di come il RMB si rafforzi mentre il dollaro s’indebolisce. In primo luogo, dicono che il RMB è già la moneta di riferimento dominante in India e Sud Africa. In secondo luogo, dalla metà del 2010 il RMB ha fatto passi da giganti come valuta di riferimento rispetto a dollaro ed euro. “Il RMB è ora la moneta di riferimento dominante in Asia orientale, eclissando il dollaro e l’euro… Le valute di Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Filippine, Taiwan, Singapore e Thailandia ora sono collegate più al RMB che al dollaro. Il predominio del dollaro come moneta di riferimento in Asia orientale è ora limitato a Hong Kong (in virtù del peg), Vietnam e Mongolia“. Forniscono questa agghiacciante valutazione: “Il dollaro e l’euro hanno ancora un ruolo che va ben al di là delle loro sfere d’influenza naturali che non il RMB, ma ciò sta cambiando a favore del RMB“. Perché agghiacciante? Il commercio India-Iran in rupia, Russia-Iran in rublo e l’accettazione mondiale del RMB erodono lentamente il prestigio del dollaro USA, che avrà conseguenze sulla prosperità statunitense. Come nazione notevolmente beneficiata, e sfruttata, dallo status di valuta di riserva del dollaro, la fine del Raj del dollaro significa un forte calo dei redditi statunitensi e della capacità del Paese di proiettare potere.

Il sud ancora in gioco
L’avanzata, o come dice il consigliere della Sicurezza Nazionale indiana Shiv Shankar Menon, il  “risorgere” dei Paesi BRICS non significa che l’occidente tramonterà presto. Mentre la sua fetta di torta economica globale si riduce in modo sostanziale, la prosperità occidentale si ridurrà solo in termini relativi. PwC dice che gli Stati Uniti manterranno il primo posto per livello medio di reddito nel 2050, mentre i Paesi emergenti come Cina, Brasile, Indonesia e l’India saranno ancora in fondo alla tabella dei redditi. Tuttavia, il differenziale di PIL pro capite tra i due gruppi si ridurrà significativamente. Ad esempio, il PIL pro capite della Cina, come percentuale di spesa degli USA,  aumenterà dal 18 per cento nel 2011 al 44 per cento nel 2050. Per i prodotti e servizi dal più alto valore aggiunto, i mercati di Stati Uniti ed Unione europea resteranno attraenti grazie ai loro consumatori più abbienti, sebbene le multinazionali dei mercati emergenti potranno aspettarsi di raggiungere una posizione sempre più forte su questi mercati, mentre avanzano lungo la scala del valore aggiunto.

Il futuro dei BRICS
Attualmente, i Paesi BRICS rappresentano più di un quarto delle terre emerse del mondo, oltre il 40 per cento della popolazione mondiale e circa il 35 per cento delle riserve valutarie mondiali. Le economie dei BRICS collettivamente valgono circa 12000 miliardi di dollari, e supereranno le dimensioni dell’economia statunitense, pari a 15000 miliardi dollari, entro il 2015. Nelle stime dell’ex economista di Goldman Sachs Jim O’Neill, entro il 2020 il PIL combinato dei BRIC sarà di circa 25000 miliardi di dollari. Ciò che rende la storia dei BRICS così interessante e attraente per i Paesi dal Sud America all’Africa è la natura arcobaleno di tale coalizione. Ogni Paese è completamente diverso dagli altri, non solo in termini di razza e colore ma anche di sistemi economici e di religione. L’obiettivo del gruppo è piuttosto globale che regionale o locale, e questo principalmente grazie al DNA del triangolo Russia-India-Cina organizzato da Mosca negli anni ’90. Con le democrazie occidentali sempre più inefficienti, il successo economico dei Paesi BRICS infine potrebbe instaurare un mondo multipolare dove i piccoli Paesi avranno la libertà e l’opportunità di tendere alla prosperità, e ciò potrebbe rendere il mondo un posto più equo.

20121213-bricsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FMI, BRICS e l'”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I limiti della globalizzazione e la cooperazione economica dei BRICS

Aleksandr Salitzkij Strategic Culture Foundation 14/01/2014

8286393751_f615346299_zAll’inizio del dicembre 2013 il ministero dello Sviluppo Economico (MSE) russo ha ospitato un convegno internazionale BRICS: Prospettive per la Cooperazione e lo Sviluppo, organizzato da dipartimento Asia e Africa del MED, Russian Foreign Trade Academy (RFTA) e Ufficio della pianificazione russo in sostegno ai programmi di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). L’evento aveva una serie di proposte interessanti. Ha anche dimostrato che le nozioni esistenti sulla globalizzazione e il policentrismo sono piuttosto vaghe. La stessa affermazione dei BRICS (inizialmente il triangolo Russia – India – Cina) risale al noto evento del 1999, quando l’allora Primo Ministro russo Evgenij Primakov rientrò dal volo diretto negli Stati Uniti per una visita, proprio quando la NATO iniziò a bombardare la Jugoslavia. V’era la sensazione che fosse il momento per imporre dei limiti alla globalizzazione politica (come attuata dall’occidente alla fine del XX.mo secolo) mentre i suoi aspetti economici finivano sotto dure critiche dopo la crisi del 1997-1998… Ecco perché sarebbe probabilmente servito allo scopo accettare la definizione iniziale dei BRICS come sorta di “consenso negativo” (1), rifiuto collettivo del mondo unipolare che si affermava a cavallo del nuovo secolo, come molti credevano in quei giorni. I grandi Paesi delle periferia e semi-periferia erano troppo grandi per dipendere dal nucleo del sistema globale. Il “nucleo” non riusciva nel tentativo d’imporre la propria volontà, quindi era l’occasione per passare ai metodi violenti (i bombardamenti della Jugoslavia del 1999). Anni sono passati da allora dimostrando che una struttura policentrica mondiale è un vero e utile contrappeso. Da un lato non si rifiuta la globalizzazione, dall’altra parte se ne critica collettivamente la versione occidentale, rafforzando la sovranità nazionale dei grandi Stati che non appartengono all’occidente o a gruppi regionali da esso istituiti.
L’avvento del policentrismo nel nuovo secolo ha coinciso con i notevoli risultati economici dei membri dei BRICS sullo sfondo del rallentamento e delle crisi emergenti dei Paesi sviluppati. Il crescente peso economico e politico dei BRICS, divenuto particolarmente tangibile dopo la crisi del 2008-2009, non è sufficiente per consentire a questi Paesi di cambiare drasticamente l’ordine mondiale. Sono troppo piccoli per cambiarlo, ma abbastanza grandi per migliorarlo. Ecco perché il loro obiettivo principale potrebbe essere definito come mantenimento di una crescita economica abbastanza grande per affrontare gli importanti problemi infrastrutturali, sociali, tecnologici ed ecologici. La crescita va orientata al rafforzamento del policentrismo nel microsistema. Il policentrismo include i singoli caratteri degli Stati membri dei BRICS. L’individualismo è inconcepibile senza progetti socio-economici indipendenti. Le decisioni non standard dovrebbero essere perseguite dai responsabili della strategia per la cooperazione economica dei BRICS. Le decisioni non devono essere più mirate ad utilizzare al massimo le interazioni (commercio, investimenti, ecc), ma piuttosto nel prevedere un sostegno all’indipendenza. L’obiettivo è definito dalle posizioni dei membri dei BRICS, in cui nessuno sembra guidare un gruppo d’integrazione regionale occidentale (lo stesso “consenso negativo”). C’è anche un consenso positivo tra i Paesi BRICS. L’indipendenza sostenuta è necessaria a mantenere un vero policentrismo o il ruolo delle  potenze regionali competenti. La loro crescita economica è di straordinaria importanza per i piccoli Paesi confinanti, che spesso non hanno mercati alternativi in cui vendere i loro prodotti. È opportuno adottare il principio d’intercambiabilità e del regionalismo nel rapporto con Paesi e Stati limitrofi. C’è qualcosa di molto diverso da menzionare riguardo il rapporto tra gli Stati membri dei BRICS (potenzialmente due di essi sono più grandi di tutti i gruppi regionali). Ad esempio, il coordinamento affidabile dei progetti di sviluppo a lungo e medio-lungo termine. Con l’idea di evitare d’infliggere danni ai partner regionali e che le azioni globali collettive sono efficaci.
Due aspetti sono i principali fattori dei vincoli concettuali che determinano lo sviluppo della strategia di cooperazione economica. Uno è che la globalizzazione continuerà ed è importante non lasciare che il processo di cooperazione dei BRICS “ne sia in ritardo”. Spronando diverse proposte relative all’introduzione di preferenze reciproche e la ricerca della “globalizzazione di nuovo tipo”. Comunque, il postulato che la globalizzazione continuerà non è indiscutibile. C’è la sensazione che il processo rallenti o addirittura finisca dopo aver raggiunto i suoi limiti. Cosa confermata dai dati sugli investimenti diretti negli ultimi anni e dalle dinamiche piuttosto lente del commercio mondiale, un terzo del quale rientra nel conteggio ricorrente dei beni in circolazione lungo le filiere globali del valore che, secondo diverse stime, rappresentano il 60-80 per cento del commercio mondiale (non è un limite?).
Gli autori del rapporto 2013 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) dice direttamente che il ritorno alla strategia di pre-crisi incentrata sull’esportazione non è possibile per via della stagnazione della domanda dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo. L’alternativa è dare impulso alla domanda interna e regionale dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo in ritardo e fornire incentivi alla crescita delle industrie nazionali orientate verso questi mercati. Cosa cui molti programmi (insourcing, reshoring) dei Paesi sviluppati sono dedicati. In realtà questi programmi sostituiscono le importazioni. Un altro fattore determina l’esaurimento della globalizzazione. I servizi rappresentano una quota notevole della domanda dei consumatori, mentre l’economia cresce. La maggior parte dei servizi (a differenza delle materie prime) non può rientrare nelle partecipazione internazionali per via dei limiti imposti da lingue nazionali, cultura, ecc. Non è escluso che siamo al limite tra due grandi ondate di sviluppo economico mondiale, forse è l’inizio della fase focalizzata sullo sviluppo non esterno ma interno. Pur guardando ai due progetti transoceanici sponsorizzati dagli Stati Uniti, si può notare il desiderio di isolarsi da certe tendenze globali. Una delle ragioni che spiegano la dissolvenza della globalizzazione sono gli ampi divari dello sviluppo tra le regioni interne degli Stati, particolarmente grave per i membri dei BRICS.  Ecco perché non è necessario accelerare la cooperazione nei BRICS per spingerla lungo le vecchie rotaie “globali”, che potrebbe anche rivelarsi perniciosa in un certo senso. Inoltre, la “nuova globalizzazione” nei BRICS tende al trattamento preferenziale della Cina da parte degli altri Stati-membri, quando le conseguenze della sua espansione economica esterna non sono state studiate sufficientemente, il fenomeno è recentissimo e il Paese è assai competitivo e implacabile, se si può dire così. Poco si sa presso i partner degli obiettivi della politica finanziaria e monetaria della Cina. Forse questi temi delicati devono essere discussi nei BRICS, in futuro, con ulteriori misure per proteggere lo sviluppo dei mercati interni.
brics-logo630Il secondo aspetto impone vincoli concettuali alla strategia dello sviluppo economico dei BRICS, ed è la necessità di creare strutture organizzative parallele alle differenti entità globali. Questa ridondanza è quasi giustificata. Pur condividendo il malcontento per l’inefficienza degli istituti globali, in particolare degli organismi finanziari, si possono porre altre domande. Si deresponsabilizzano le strutture globali esistenti? Un’altra domanda: gli istituti paralleli a quelli globali creati nel quadro dei BRICS, ridurranno il divario tra l’economia finanziaria e l’economia reale? La maggior parte degli esperti ritiene che ciò sia il principale svantaggio dei sistemi finanziari e creditizi di molti Paesi. Gli esperti sul commercio e lo sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite ritengono che sia indispensabile rivedere il ruolo delle banche centrali nei modelli di sviluppo, in particolare allontanandone il loro status indipendente in modo che il divario possa essere ridotto. Indipendenza nazionale (intraregionale) e riduzione dei divari (anche tra i “portali” nazionali della globalizzazione e le periferie interne) potrebbe essere una solida base su cui raggiungere un consenso positivo sul proseguimento della cooperazione economica tra i membri dei BRICS, oltre a definirne l’ideologia e i criteri per progetti concreti. Il sostegno collettivo del gruppo è auspicabile nei rispettivi piani dei singoli membri, per esempio, il progetto orientale della Russia o lo sviluppo delle regioni occidentali della Cina.

1) Questa è una buona definizione dello studioso brasiliano Renato Naumann.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 362 follower