FMI, BRICS e l’”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I limiti della globalizzazione e la cooperazione economica dei BRICS

Aleksandr Salitzkij Strategic Culture Foundation 14/01/2014

8286393751_f615346299_zAll’inizio del dicembre 2013 il ministero dello Sviluppo Economico (MSE) russo ha ospitato un convegno internazionale BRICS: Prospettive per la Cooperazione e lo Sviluppo, organizzato da dipartimento Asia e Africa del MED, Russian Foreign Trade Academy (RFTA) e Ufficio della pianificazione russo in sostegno ai programmi di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). L’evento aveva una serie di proposte interessanti. Ha anche dimostrato che le nozioni esistenti sulla globalizzazione e il policentrismo sono piuttosto vaghe. La stessa affermazione dei BRICS (inizialmente il triangolo Russia – India – Cina) risale al noto evento del 1999, quando l’allora Primo Ministro russo Evgenij Primakov rientrò dal volo diretto negli Stati Uniti per una visita, proprio quando la NATO iniziò a bombardare la Jugoslavia. V’era la sensazione che fosse il momento per imporre dei limiti alla globalizzazione politica (come attuata dall’occidente alla fine del XX.mo secolo) mentre i suoi aspetti economici finivano sotto dure critiche dopo la crisi del 1997-1998… Ecco perché sarebbe probabilmente servito allo scopo accettare la definizione iniziale dei BRICS come sorta di “consenso negativo” (1), rifiuto collettivo del mondo unipolare che si affermava a cavallo del nuovo secolo, come molti credevano in quei giorni. I grandi Paesi delle periferia e semi-periferia erano troppo grandi per dipendere dal nucleo del sistema globale. Il “nucleo” non riusciva nel tentativo d’imporre la propria volontà, quindi era l’occasione per passare ai metodi violenti (i bombardamenti della Jugoslavia del 1999). Anni sono passati da allora dimostrando che una struttura policentrica mondiale è un vero e utile contrappeso. Da un lato non si rifiuta la globalizzazione, dall’altra parte se ne critica collettivamente la versione occidentale, rafforzando la sovranità nazionale dei grandi Stati che non appartengono all’occidente o a gruppi regionali da esso istituiti.
L’avvento del policentrismo nel nuovo secolo ha coinciso con i notevoli risultati economici dei membri dei BRICS sullo sfondo del rallentamento e delle crisi emergenti dei Paesi sviluppati. Il crescente peso economico e politico dei BRICS, divenuto particolarmente tangibile dopo la crisi del 2008-2009, non è sufficiente per consentire a questi Paesi di cambiare drasticamente l’ordine mondiale. Sono troppo piccoli per cambiarlo, ma abbastanza grandi per migliorarlo. Ecco perché il loro obiettivo principale potrebbe essere definito come mantenimento di una crescita economica abbastanza grande per affrontare gli importanti problemi infrastrutturali, sociali, tecnologici ed ecologici. La crescita va orientata al rafforzamento del policentrismo nel microsistema. Il policentrismo include i singoli caratteri degli Stati membri dei BRICS. L’individualismo è inconcepibile senza progetti socio-economici indipendenti. Le decisioni non standard dovrebbero essere perseguite dai responsabili della strategia per la cooperazione economica dei BRICS. Le decisioni non devono essere più mirate ad utilizzare al massimo le interazioni (commercio, investimenti, ecc), ma piuttosto nel prevedere un sostegno all’indipendenza. L’obiettivo è definito dalle posizioni dei membri dei BRICS, in cui nessuno sembra guidare un gruppo d’integrazione regionale occidentale (lo stesso “consenso negativo”). C’è anche un consenso positivo tra i Paesi BRICS. L’indipendenza sostenuta è necessaria a mantenere un vero policentrismo o il ruolo delle  potenze regionali competenti. La loro crescita economica è di straordinaria importanza per i piccoli Paesi confinanti, che spesso non hanno mercati alternativi in cui vendere i loro prodotti. È opportuno adottare il principio d’intercambiabilità e del regionalismo nel rapporto con Paesi e Stati limitrofi. C’è qualcosa di molto diverso da menzionare riguardo il rapporto tra gli Stati membri dei BRICS (potenzialmente due di essi sono più grandi di tutti i gruppi regionali). Ad esempio, il coordinamento affidabile dei progetti di sviluppo a lungo e medio-lungo termine. Con l’idea di evitare d’infliggere danni ai partner regionali e che le azioni globali collettive sono efficaci.
Due aspetti sono i principali fattori dei vincoli concettuali che determinano lo sviluppo della strategia di cooperazione economica. Uno è che la globalizzazione continuerà ed è importante non lasciare che il processo di cooperazione dei BRICS “ne sia in ritardo”. Spronando diverse proposte relative all’introduzione di preferenze reciproche e la ricerca della “globalizzazione di nuovo tipo”. Comunque, il postulato che la globalizzazione continuerà non è indiscutibile. C’è la sensazione che il processo rallenti o addirittura finisca dopo aver raggiunto i suoi limiti. Cosa confermata dai dati sugli investimenti diretti negli ultimi anni e dalle dinamiche piuttosto lente del commercio mondiale, un terzo del quale rientra nel conteggio ricorrente dei beni in circolazione lungo le filiere globali del valore che, secondo diverse stime, rappresentano il 60-80 per cento del commercio mondiale (non è un limite?).
Gli autori del rapporto 2013 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) dice direttamente che il ritorno alla strategia di pre-crisi incentrata sull’esportazione non è possibile per via della stagnazione della domanda dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo. L’alternativa è dare impulso alla domanda interna e regionale dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo in ritardo e fornire incentivi alla crescita delle industrie nazionali orientate verso questi mercati. Cosa cui molti programmi (insourcing, reshoring) dei Paesi sviluppati sono dedicati. In realtà questi programmi sostituiscono le importazioni. Un altro fattore determina l’esaurimento della globalizzazione. I servizi rappresentano una quota notevole della domanda dei consumatori, mentre l’economia cresce. La maggior parte dei servizi (a differenza delle materie prime) non può rientrare nelle partecipazione internazionali per via dei limiti imposti da lingue nazionali, cultura, ecc. Non è escluso che siamo al limite tra due grandi ondate di sviluppo economico mondiale, forse è l’inizio della fase focalizzata sullo sviluppo non esterno ma interno. Pur guardando ai due progetti transoceanici sponsorizzati dagli Stati Uniti, si può notare il desiderio di isolarsi da certe tendenze globali. Una delle ragioni che spiegano la dissolvenza della globalizzazione sono gli ampi divari dello sviluppo tra le regioni interne degli Stati, particolarmente grave per i membri dei BRICS.  Ecco perché non è necessario accelerare la cooperazione nei BRICS per spingerla lungo le vecchie rotaie “globali”, che potrebbe anche rivelarsi perniciosa in un certo senso. Inoltre, la “nuova globalizzazione” nei BRICS tende al trattamento preferenziale della Cina da parte degli altri Stati-membri, quando le conseguenze della sua espansione economica esterna non sono state studiate sufficientemente, il fenomeno è recentissimo e il Paese è assai competitivo e implacabile, se si può dire così. Poco si sa presso i partner degli obiettivi della politica finanziaria e monetaria della Cina. Forse questi temi delicati devono essere discussi nei BRICS, in futuro, con ulteriori misure per proteggere lo sviluppo dei mercati interni.
brics-logo630Il secondo aspetto impone vincoli concettuali alla strategia dello sviluppo economico dei BRICS, ed è la necessità di creare strutture organizzative parallele alle differenti entità globali. Questa ridondanza è quasi giustificata. Pur condividendo il malcontento per l’inefficienza degli istituti globali, in particolare degli organismi finanziari, si possono porre altre domande. Si deresponsabilizzano le strutture globali esistenti? Un’altra domanda: gli istituti paralleli a quelli globali creati nel quadro dei BRICS, ridurranno il divario tra l’economia finanziaria e l’economia reale? La maggior parte degli esperti ritiene che ciò sia il principale svantaggio dei sistemi finanziari e creditizi di molti Paesi. Gli esperti sul commercio e lo sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite ritengono che sia indispensabile rivedere il ruolo delle banche centrali nei modelli di sviluppo, in particolare allontanandone il loro status indipendente in modo che il divario possa essere ridotto. Indipendenza nazionale (intraregionale) e riduzione dei divari (anche tra i “portali” nazionali della globalizzazione e le periferie interne) potrebbe essere una solida base su cui raggiungere un consenso positivo sul proseguimento della cooperazione economica tra i membri dei BRICS, oltre a definirne l’ideologia e i criteri per progetti concreti. Il sostegno collettivo del gruppo è auspicabile nei rispettivi piani dei singoli membri, per esempio, il progetto orientale della Russia o lo sviluppo delle regioni occidentali della Cina.

1) Questa è una buona definizione dello studioso brasiliano Renato Naumann.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prevede di ridurre le sue riserve in dollari

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

Cina e Russia abbandoneranno il dollaro, o almeno ne tagliaranno in modo significativo la quota in dollaro delle loro riserve.  Gli analisti statunitensi politicamente corretti chiamano tale processo “veloce diversificazione delle riserve”. In realtà, alcuni economisti vi vedono una tendenza verso l’ampliamento della crisi mondiale, perché l’intera piramide della finanza globale si basa su un semplice fatto i regolatori finanziari di tutto il mondo comprano comunque il debito degli Stati Uniti (dollaro e buoni del tesoro) .

05yuan01-650Non è più conveniente per la Cina accumulare riserve valutarie” ha detto Yi Gang, vicegovernatore della banca centrale, al Forum dei 50 economisti organizzato presso l’Università Tsinghua in Cina. L’autorità monetaria “fondamentalmente” pone fine all’intervento regolare nel mercato valutario e amplia il trading range giornaliero dello yuan, ha scritto il governatore Zhou Xiaochuan in un articolo volto a spiegare le riforme indicate la scorsa settimana durante una riunione del Partito Comunista. Né Yi Zhou ha indicato il periodo per eventuali modifiche. E’ ben noto che le autorità cinesi di regola tendono ad evitare bruschi cambiamenti nell’economia politica. Tali politiche vengono attuate discretamente, in modo che le persone non si rendano nemmeno conto della trasformazione in corso. Ciò che è interessante, è che le banche centrali non annunciano queste cose così apertamente. Ad esempio, da fine gennaio a fine luglio 2013, la Banca di Russia ha ridotto la sua scorta di titoli del Tesoro USA da 164,4 a 131,6 miliardi di dollari USA, il che significa che nel corso di sei mesi ha ridotto il suo portafoglio di obbligazioni del Tesoro USA di 32,8 miliardi di dollari, o del 20 per cento. Rafforzare le relazioni tra Pechino e Mosca non ha per scopo sfidare il dollaro, ma proteggere le rispettive economie nazionali.
1. “Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense.  Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti. Ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, che coinvolgeranno il cambio con valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, con il preavviso di voler sostituire le sue riserve in valuta estera in rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti con una combinazione di altre valute, è un avvertimento sui giorni contati che ha l’economia statunitense, come Paul Craig Roberts ha osservato“. (Il piano della Cina di abbandonare il dollaro, fa infuriare gli statunitensi, Finian Cunningham – Press TV e Nsnbc International)
2. La lenta strategia di Pechino nell’abbandonare il dollaro si armonizza perfettamente con la strategia della Russia nel bilanciare le sue riserve estere, scrive Valentin Katasonov della Fondazione di cultura strategica. Osserva che la decisione cinese è un cauto tentativo di sfidare l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. L’idea di Pechino è impedire la creazione di una domanda artificialmente gonfiata di valuta degli Stati Uniti.
La sei fasi seguite dai cinesi sono le seguenti:
La decisione presa dalla Banca popolare di Cina, nell’estate del 2010, di ripristinare una “fluttuazione manovrata” dello yuan fu il primo piccolo passo per cambiarne la situazione di “moneta eremita”;
L’approvazione, nel 2011, del 12° piano quinquennale di sviluppo socio-economico della Cina;
Piani per fare dello yuan una “moneta internazionale” (senza ulteriori dettagli);
Il raggiungimento di accordi tra la Cina e un certo numero di altri Paesi per una transizione verso l’uso di monete nazionali negli scambi commerciali, compresi quelli sulle risorse naturali;
Una dichiarazione della banca centrale dell’Australia che prevede la conversione del 5 per cento delle proprie riserve internazionali in titoli di Stato cinesi, dopo i riusciti colloqui con Pechino;
Più importante: l’accordo raggiunto nell’ottobre 2013 tra Pechino e Londra, secondo cui il commercio di valuta tra yuan e sterlina inglese inizierà presso il Royal Exchange, così come l’autorizzazione dalle autorità inglesi alle banche cinesi, consentendogli di aprire filiali nella City di Londra. L’accordo tra la Gran Bretagna e la Cina prevede praticamente la trasformazione di Londra in una sorta di società off-shore per banche e società finanziarie cinesi.

000802aa2f4910bbbb1907Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I BRICS: una sfida all’occidente?

Salman Rafi Sheikh, New Oriental Outlook 20.11.2013
68265I BRICS sarebbero emersi come principale sfida alla cosiddetta egemonia globale degli Stati Uniti e dei loro satelliti. Si tratta dell’unione politico-economica di cinque Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che tentano di trovare una formula che possa aiutarli a coordinare i propri obiettivi politici ed economici, formando una visione politica comune su questioni di importanza globale e agendo uniti nelle organizzazioni internazionali come l’ONU. Una delle caratteristiche più significative di questa coalizione è che, a differenza dell’UE, non tutti i Paesi sono territorialmente collegati. Questa eterogeneità, a sua volta fornisce una peculiare posizione verso gli USA e l’UE nel panorama geopolitico globale, avendo la possibilità di contrastare i piani egemonici dell’occidente. Il documento politico russo sul concetto di partecipazione della Russia nei BRICS ne chiarisce l’essenza, “l’istituzione dei BRICS riflette una tendenza oggettiva nello sviluppo globale, verso la formazione di un sistema policentrico delle relazioni internazionali, sempre più caratterizzato dall’uso di meccanismi non istituzionalizzati di governance globale e di diplomazia via network, e la crescente interdipendenza economica degli Stati.” Anche se non si può affermare che si tratta di una coalizione anti-occidentale basata su una qualche controproposta o visione radicalmente diversa del mondo, la sua contrarietà ed opposizione all’ordine mondiale attuale e al suo modus operandi, cioè l’interventismo, è ovvio, da cui lo slogan dei BRICS sulla protezione della sovranità degli Stati. Uno sguardo al loro ordine del giorno dimostra che i BRICS tentano di presentarsi al mondo con idee che non siano di origine occidentale, proponendo così una narrazione globale alternativa e competitiva. Ciò include il cambiamento dell’ordine del giorno, della direzione, dei requisiti permanenti e del processo decisionale collettivo nella comunità internazionale in settori sensibili come i negoziati commerciali multilaterali, le riforme di Fondo Monetario Internazionale, Consiglio di Sicurezza e Nazioni Unite, il completamento dei negoziati sul clima, ecc. Al vertice del 2013 dei BRICS in Sud Africa, il presidente russo Putin  propose di elaborare un “concetto comune di strategia internazionale” per lo sviluppo dei Paesi BRICS, e l’idea è stata accolta calorosamente dagli altri partecipanti.
Il fatto che i Paesi BRICS non approvino il meccanismo attuale per mantenere la stabilità economica mondiale, è diventato evidente nell’ultimo summit in cui i leader espressero la necessità di rivitalizzare la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e il mandato per lo sviluppo (UNCTAD) come punto nodale del sistema delle Nazioni Unite dedito alle questioni correlate a commercio, investimenti, finanza e tecnologia nella prospettiva dello sviluppo. E’ importante notare che i BRICS non vedono il FMI e la Banca Mondiale come elementi base delle Nazioni Unite, anzi, preferiscono dare priorità all’UNCTAD invece. D’altra parte, è anche vero che i Paesi BRICS sono  economie in rapida emersione ed hanno il potenziale per modificare le condizioni finanziarie internazionali. Secondo un rapporto del Global Economic Governance Africa (febbraio 2013), nel 2012 la crescita media del PIL per i BRICS è stata del 4% (rispetto al 0,7% del G7), sulla base del  potere d’acquisto è stato del 27% (in continua crescita ). Nel 2010-2013 la crescita media è stata del 5,6% per i BRICS (1,85% nei Paesi in via di sviluppo). In totale l’economia BRICS è aumentata 4,2 volte negli ultimi dieci anni (61% nel caso dei Paesi in via di sviluppo). Allo stesso modo, le economie BRICS, se viste nel loro insieme negli ultimi vent’anni, emergono quale forza da non sottovalutare. Questo è debitamente traslato dalla quota crescente dei Paesi BRICS nel PIL mondiale. Da una quota di poco più del 10% del PIL mondiale nel 1990, i BRICS ora arrivano ad oltre il 25%. Ciò indica che la dimensione economica dei BRICS, in termini di quota del PIL mondiale, è cresciuta del 150% in vent’anni. Come nel caso della loro quota nel PIL mondiale, la quota dei BRICS nel commercio mondiale è migliorata in modo significativo negli ultimi due decenni, dal 3,6% a oltre il 15%. Il contributo principale in termini di valore proviene dalla Cina, la cui quota è passata da meno del 2% a oltre il 9%. Tuttavia, non si sostiene che gli altri Paesi BRICS non vi abbiano contribuito. Le loro azioni sono aumentate, con la quota del Brasile che passa dal 0,8% all’1,2%, della Russia dal’1,5% al 2,3%, e dell’India dal 0,5% all’1,8%. Il Sudafrica è l’unico Paese del gruppo la cui quota nel commercio mondiale è rimasta costante negli ultimi vent’anni. Un chiaro esempio della crescente potenza economica dei BRICS può essere dato dall’aver promesso 75 miliardi di dollari (di cui 43 miliardi dalla Cina) nel giugno 2012 al Fondo monetario internazionale, affinché fossero usati nel salvataggio dell’Eurozona. Allo stesso modo, altri dati mostrano che l’afflusso di investimenti esteri diretti (IDE) nei Paesi BRICS s’è moltiplicato negli ultimi dieci anni, con un tasso di crescita di quasi l’11%, saltando dagli 81 miliardi nel 2000 ad oltre 221 miliardi di dollari nel 2010. In confronto, i flussi IDE verso certi Paesi occidentali  industrialmente avanzati mostrano una tendenza negativa. L’andamento dei flussi in uscita è simile a quello degli afflussi. Gli IDE in uscita dai Paesi BRICS sono aumentati ad un tasso di crescita di oltre il 35%, di fronte a una tendenza al calo in alcuni Paesi industrialmente avanzati. Ciò dimostra che le economie BRICS non sono solo i principali sbocchi degli IDE, ma che anche hanno un ruolo sempre più importante nel soddisfare la domanda globale di capitale. E per quanto riguarda la quota delle economie BRICS nei flussi mondiali degli IDE, nel 2010 il gruppo ha rappresentato quasi il 18% del totale degli IDE globali. La cosa più importante è il fatto che dal 2000 si è registrato un forte aumento della quota mondiale di questi Paesi negli IDE, quando fu registrato un quasi 6%.
Tuttavia, nonostante il contributo all’economia mondiale dei BRICS, è difficile negare il fatto che le economie di questi Paesi dipendano fortemente dal dollaro USA. Anche se decisero nel 2010 di rendere le loro valute inter-convertibili, il problema del calcolo dei tassi di conversione delle valute, resta irrisolto. Ciò perché quasi tutto il sistema economico mondiale si basa sul dollaro USA. Se il dollaro si svaluta, le economie di tutti questi Paesi ne soffrirebbero. Se la Cina non comprasse titoli statunitensi, gli USA ne soffrirebbero. Se gli USA soffrono, l’esportazione della Cina si ridurrebbe notevolmente per via del conseguente declino economico di Stati Uniti ed Unione europea. E anche la Russia non potrebbe ottenere prezzi adeguati per le sue materie prime energetiche. È un dato di fatto, tutti questi Paesi accumulano e mantengono enormi riserve di dollari. Dalla crisi asiatica, questi Paesi hanno ritenuto che questo fosse l’unico modo di proteggersi contro gli shock che possono destabilizzare i sistemi finanziari.
12349176Anche il potere finanziario ora riposa considerevolmente sui 3 triliardi di dollari di riserva della Cina, e il passaggio del potere economico da Europa e Stati Uniti all’Asia e altre economie emergenti, non accadrà in una notte. Per prima cosa, i primi godono ancora del vantaggio  tecnologico. La tecnologia dell’idrofracking, per esempio, può rendere gli Stati Uniti quasi autosufficienti in gas e petrolio entro un decennio. Ciò farà diminuire sensibilmente la potenza e la prosperità dei Paesi esportatori di energia, compresa la Russia (che però non vende energia agli USA. NdT.) e l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. E nonostante l’attuale crisi economica, l’occidente resta molto più ricco rispetto agli altri. L’economia statunitense è ancora tre volte più grande di quella cinese, con un reddito pro capite dieci volte superiore a quella di quest’ultima. (Questo dimenticando, convenientemente, l’incredibile squilibrio nella distribuzione dei redditi e profitti negli USA, dove tra l’altro, non esiste in pratica risparmio familiare. NdT). Uno sguardo alla performance di questa coalizione nel campo politico, mostra anche che i Paesi BRICS hanno adottato determinate misure che possono essere interpretate derivanti da politiche tradizionali. L’esempio spesso citato di tale politica dei BRICS è l’astensione all’ONU sulla Libia.  Tuttavia, ciò cui non viene dato giusto riconoscimento è il fatto che sia Cina che Russia hanno diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove avrebbero potuto bloccarlo del tutto, se l’avessero deciso. (L’autore, al solito, confonde la semplice questione che la Jamahiriya Libica aveva maggiori rapporti con l’UE e gli USA, rispetto ai BRICS, e che certo Mosca e Beijing non si immaginavano che la follia della NATO sarebbe arrivata al punto di distruggere un elemento di stabilità, la cui assenza affligge più l’occidente e i suoi alleati che il blocco eurasiatico. NdT.) Inoltre, la semplice astensione non avrebbe ovviamente costretto gli USA e l’UE a cambiare politica. D’altra parte, anche la Germania si era astenuta. Quindi la Germania può essere considerata parte dei BRICS? Ovviamente ciò non basta a spiegare l’omogeneità e la politica coordinata dei BRICS. (Ragionamento senza senso. Inoltre, l’autore evita di citare il caso siriano, forse perché è un sostenitore del terrorismo saudita in cui i mercenari del suo Paese, il Pakistan, hanno un certo peso. NdT.) Allo stesso modo, è stato sostenuto che i Paesi BRICS sono un grande ostacolo sulla via dell’UE per divenire membro dell’ONU, un chiaro segnale di politica coordinata. L’opposizione al seggio all’UE è una posizione di principio per questi Paesi. L’ONU è attualmente composto soltanto da Stati e l’inclusione dell’UE equivarrebbe a un cambiamento rivoluzionario del sistema internazionale contemporaneo, basato sul principio della sovranità dello Stato. Inoltre, significherebbe che NATO, ASEAN e BRICS dovrebbero diventare membri dell’ONU? Non è dunque il potere dei BRICS, ma una costrizione sistemica che blocca l’ingresso di una organizzazione regionale nell’ONU, che i BRICS manipolano a proprio vantaggio. Inoltre, vi sono altri fattori critici che limitano il raggio d’azione dei Paesi BRICS, come le differenze interne ai BRICS e lo scontro di interessi in determinate aree. Con un confine condiviso e contestato, la Cina e l’India diffidano reciprocamente, e l’élite politica indiana vede la forte concorrenza sui confini con animosità verso il grande vicino. Il Sud Africa è un Paese con una costituzione eccezionalmente progressiva, e che la Russia non arriva ad avere un ‘rapporto comodo’ con la Cina, anche se è un dato di fatto che le loro relazioni bilaterali certamente sono migliorate negli ultimi anni. Il Brasile ha stretti legami storici con il Portogallo, avvicinandolo all’Europa. Allo stesso modo, i membri non sono riusciti a formare una vera e propria diplomazia comune. C’è anche un problema di rappresentanza ineguale nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’interdipendenza economica degli Stati membri impallidisce in confronto al grado di dipendenza reciproca nei Paesi BRICS, tentando di divenire la risposta al problema del cosiddetto ‘ruolo guida’ che gli Stati Uniti ebbero dalla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, non si può dire che i problemi non siano risolvibili. Se vi sono differenze interne tra i membri BRICS, Stati Uniti e Unione europea neanche sono coalizioni così omogenee quanto dovrebbe essere normalmente. Anche molti Paesi membri dell’UE hanno pubblicamente espresso insoddisfazione verso l’Eurozona, e chiesto la sua sostituzione o l’abbandono completo. Allo stesso modo, la decisione dell’Unione europea di non partecipare all’invasione dell’Iraq con gli Stati Uniti, fu un’evidente differenza interna nel mondo occidentale. Secondo alcune fonti, il fattore principale nella riconfigurazione sistematica degli Stati Uniti delle proprie forze nel mondo è l’incertezza circa l’affidabilità a lungo termine degli alleati, in particolare della ‘vecchia Europa’. A ciò aggiungendosi che le crisi finanziarie dell’occidente, anche degli Stati Uniti (come si è visto nel recente sequestro), hanno maggiori probabilità di paralizzare, in una certa misura, la loro capacità di manipolare le agende globali.
Per coronare il tutto, si può dire, alla luce di quanto spiegato, che i BRICS sono un’associazione economica che gradualmente diventa un’“unione”. Anche se ha il potenziale economico e politico per influenzare il sistema internazionale, la sua efficacia è limitata dai propri limiti e da certi vincoli sistemici. La sfida più grande e l’ostacolo più grande da superare è presentare un sistema finanziario alternativo con una moneta in grado di sostituire dollaro, perché senza di essa non arriveranno nella posizione di prendere decisioni sul sistema internazionale. È a causa dell’importanza fondamentale del dollaro che, nonostante i due terzi delle riserve di valuta estera mondiale siano in Asia, il processo decisionale nelle istituzioni finanziarie globali continui ad essere prerogativa occidentale. Tuttavia, non si può trascurare il fatto che se l’occidente non riesce a risolvere la sua crisi economica e finanziaria, nel prossimo futuro potrebbe scambiare i vantaggi della sua crescente prosperità contro la perdita della sua importanza globale, in primo luogo verso la nascente coalizione dei BRICS.

Salman Rafi Sheikh, ricercatore analista in relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan. In esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il RIC condanna nettamente il terrorismo

M. K. Bhadrakumar RIR 11 novembre 2013

11TH_KHURSHID_1649229fCitando delle ‘fonti’, uno dei principali quotidiani nazionali di Nuova Delhi ha evidenziato che il vertice RIC (Russia-India-Cina) ospitato dall’India durante il fine settimana, ha visto una presa di posizione forte da parte della Cina sulla crucialità nel contrastare le minacce terroristiche nella regione. L’articolo attribuisce ciò alle pressanti preoccupazioni della Cina dopo il recente attacco terroristico presso la storica Piazza Tiananmen di Pechino. In ogni caso, la dichiarazione congiunta dei RIC, emessa dopo i colloqui tra i ministri degli Esteri dei tre Paesi a Nuova Delhi, usa un linguaggio particolarmente forte nel condannare il terrorismo “in tutte le sue forme e manifestazioni, commesso da chiunque, ovunque e per qualsiasi finalità“. È interessante notare che la dichiarazione si riferiva all’attacco terroristico a Pechino di due settimane prima, condannandolo “nei termini più forti” e concordando sul fatto che “non ci può essere giustificazione ideologica, religiosa, politica, razziale, etnica o qualsiasi altra per gli atti di terrorismo. Sottolineando la necessità di processare responsabili, organizzatori, finanziatori e sponsor degli atti terroristici“.
Sono pensieri non nuovi nei discorsi dell’India e della Russia, in quanto tali amici “consolidati” hanno una visione quasi identica del flagello del terrorismo internazionale. Ma questa formulazione nella dichiarazione RIC è sorprendente, perché va ben oltre qualsiasi cosa l’India e la Cina abbiano mai concordato in una dichiarazione comune. Basti dire che il vertice RIC a Delhi è una nuova pietra miliare degli scambi sino-indiano sulla lotta antiterrorismo nella regione. Come questa dichiarazione comune si produca in termini pratici nel prossimo periodo, verrà attentamente osservato, tanto più che la fine dei giochi in Afghanistan avanza. Infatti, la dichiarazione RIC dedicava gran parte dell’attenzione alla situazione afghana. Un livello sensibilmente alto di condivisione di percezioni e pensieri russo, indiano e cinese sulla situazione afghana. Tutti e tre i Paesi sono profondamente preoccupati dalla situazione della sicurezza in Afghanistan, e ritengono che “l’evoluzione della situazione in Afghanistan sia strettamente legata alla sicurezza della regione“. In sintesi, hanno affermato la loro prerogativa di parti interessate alla sicurezza e stabilità dell’Afghanistan. La dichiarazione sottolineava il “ruolo centrale del coordinamento delle Nazioni Unite nel promuovere la pace e la stabilità in Afghanistan“, una indiretta disapprovazione del monopolio esercitato dagli Stati Uniti e dalla loro squadra scelta di “attori principali” nella risoluzione dei conflitti in Afghanistan.
Ugualmente, l’affermazione dei RIC ribadiva che “il raggiungimento di un’ampia ed inclusiva riconciliazione è la chiave per una pace duratura e la stabilità in Afghanistan“. Tuttavia, ciò che sarebbe piaciuto a Delhi, in particolare, veniva indicata nel comunicato RIC sull’”eliminazione di basi e santuari dei terroristi, eliminando ogni supporto finanziario e tattico al terrorismo” in Afghanistan. Senza dubbio, opacità, ambivalenze e interessi nella gestione dell’amministrazione Obama della transizione afghana, provocano inquietudine in Russia, India e Cina. Va notato che questi tre Paesi hanno sostenuto il primato delle Nazioni Unite da quando Washington era pronta a concludere un accordo bilaterale sullo status delle forze con Kabul, insistendo a considerarlo nel quadro del continuo coinvolgimento di Stati Uniti e North Atlantic Treaty Organization, nella sicurezza dell’Afghanistan post-2014. Il quotidiano indiano ha riferito che un risultato concreto del vertice RIC sarà il rafforzamento in termini pratici della cooperazione tra i tre Paesi, attraverso una forma di “meccanismo di consolidamento“. I tre ministri degli Esteri decidevano di continuare la discussione.

I ministri degli Esteri dei RIC discutono della nuova architettura per la sicurezza in Asia
Artem Sanzhiev RIR 12 novembre 2013

china-india-russiaSalman Khurshid, Sergej Lavrov e Wang Yi si sono incontrati a New Delhi nel formato Russia-India-Cina, decidendo di espandere la cooperazione multilaterale ed esprimendo posizioni comuni sulla maggior parte delle questioni globali. La riunione dei ministri degli Esteri di Russia, India e Cina (RIC) si è svolta all’Hyderabad House di New Delhi. Una vasta gamma di argomenti è stata discussa nel corso dei colloqui, ma la parte principale del programma era la sicurezza. “Abbiamo confermato la nostra intenzione di rafforzare la nostra cooperazione trilaterale” aveva detto il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid. “Ciò dando l’opportunità di coordinare le nostre posizioni sulle questioni internazionali.” Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva detto che la cooperazione trilaterale potrebbe contribuire alla pace e alla sicurezza sia in Asia che in Europa. Il RIC s’è progressivamente sviluppato in un formato stabile, in cui le tre potenze discutono importanti questioni di sicurezza regionale, sia che si tratti della situazione in Afghanistan che della crisi nucleare coreana. È interessante notare che la riunione, già la dodicesima, si svolgeva dopo la riuscita visita del primo ministro indiano Manmohan Singh a Mosca e Pechino, dove questi temi furono toccati. Rimane ai ministri solo concordare i dettagli e sottomettere gli accordi già raggiunti a un denominatore comune. “Abbiamo discusso delle prospettive per la formazione di una nuova architettura delle relazioni internazionali, per affrontare l’attuale realtà nella regione Asia-Pacifico, in cui ognuno si sente minacciato ma non può nascondersi dietro i confini nazionali, laddove la sicurezza è indivisibile. E’ importante evitare tentativi di rafforzare la propria sicurezza a scapito degli altri”, aveva detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
La Russia insieme a Cina e Brunei s’è offerta di sviluppare i principi della cooperazione nella sicurezza regionale, al vertice dell’Asia orientale, e questa iniziativa è stata approvata al vertice di Brunei del 10 ottobre. Secondo Lavrov, nel prossimo futuro il primo round di colloqui tra i Paesi del vertice dell’Asia orientale partecipanti alla discussione sull’architettura di sicurezza regionale, si terrà nella capitale del Brunei. Il comunicato finale emesso al termine della riunione, dichiarava che il mondo è entrato nella nuova era del sistema internazionale multipolare. I ministri concordavano nel collaborare per creare relazioni internazionali più stabili, sicure ed eque fondate sul diritto internazionale, una partnership multipla e il rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Particolare attenzione è stata data alla lotta al terrorismo. I ministri degli Esteri hanno condannato l’attentato a Pechino di fine ottobre. Convenendo che “il terrorismo è una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, una grave violazione dei diritti umani e un crimine contro l’umanità“. Nel comunicato, i ministri avevano anche chiarito che un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo deve essere assegnato alle Nazioni Unite, piuttosto che a singoli Paesi alla ricerca dell’egemonia globale, rilevando la “necessità per tutti i Paesi di unirsi nella lotta antiterrorismo delle Nazioni Unite, sulla base della Carta delle Nazioni Unite e in conformità alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.” E’ significativo che prima del vertice, l’India abbia condotto esercitazioni antiterrorismo con la Russia nel proprio territorio, e poi con la Cina, sotto la guida delle Nazioni Unite.
Anche la situazione in Siria è stata discussa. A tale proposito, Russia, India e Cina hanno dimostrato la loro unità. “Aderiamo alla valutazione generale della situazione in Siria, i nostri amici  sostengono attivamente i nostri sforzi per una soluzione pacifica della crisi, senza l’uso della forza e sulla base del diritto internazionale“, aveva detto Lavrov. “Tutti sosteniamo una rapida convocazione della conferenza di Ginevra-2.” Allo stesso tempo, il ministro russo aveva aggiunto che Mosca, New Delhi e Pechino concordano sul problema del superamento delle difficoltà nel processo di risoluzione della situazione in Afghanistan, sul programma nucleare iraniano, sul processo per la ripresa dei colloqui nella penisola coreana, al fine di garantirne la completa denuclearizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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