Il vertice BRICS traccia chiare linee rosse su Siria e Iran

Sharmin Narwani, The BRICS Post 3 aprile 2013

12349176I BRICS sono diventati impossibili da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale. La Dichiarazione eThekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale. Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide ai vecchi leader mondiali: riformate istituzioni ed economie, o lo faremo noi.
Con l’intento di riempire un vuoto della leadership economica e finanziaria globale, i BRICS hanno anche iniziato a tracciare alcune nette linee politiche. Per cominciare, il vertice era incentrato sullo sviluppo in Africa, un continente ricco di risorse in cui competono gli interessi economici, attirando linee di faglia geopolitica sempre più polarizzate negli ultimi anni. I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte, tra le altre cose. Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti (AFRICOM), d’insediarsi nel teatro militare africano.
Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

Siria e Iran
Il vertice di Durban, pertanto, non aveva intenzione di ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU – Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni. La Dichiarazione eThekwini dice dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“. E sulla Siria, i BRICS hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.
Le posizioni dei BRICS su Iran e Siria non possono, tuttavia, essere viste solo entro i parametri della dichiarazione del vertice. Per cominciare, l’affermazione non è una novità, i BRICS sono a favore di questi punti, in una forma o nell’altra, da quando rilasciarono il loro primo comunicato sulla politica estera nel novembre 2011. Per capire la profondità e l’ampiezza dell’impegno su queste prese di posizione sul Medio Oriente, vi è la necessità di guardare al di là del sterilizzato ambiente diplomatico del vertice. India, Brasile e Sud Africa, per esempio, non hanno fatto molti commenti  su Siria e Iran, lasciando ai loro colleghi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina, il ruolo di portavoce dei BRICS su questi temi. All’inizio di marzo, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Mosca nel suo primo viaggio all’estero da capo di Stato, dove ha detto: “Dobbiamo rispettare il diritto di ogni Paese del mondo a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo e a poter contrastare l’interferenza negli affari interni da parte di altri Paesi“. Un chiaro avvertimento contro l’aggressivo interventismo occidentale, la visita di Xi al russo Vladimir Putin ha sottolineato l’importanza della loro “partnership strategica” nelle questioni geopolitiche. Sulla Siria, in particolare, la Russia è andata avanti con la benedizione dei suoi colleghi dei BRICS, tra cui la Cina; così la visione critica di Mosca della situazione deve essere presa in considerazione.
I russi hanno recentemente pubblicato un documento di riflessione sull’importanza della loro partecipazione ai BRICS, una visione che riflette probabilmente simili priorità dei vertici degli altri Stati membri.

I BRICS tracciano linee rosse
Per tutti i BRICS, considerazioni finanziarie ed economiche sono la spinta trainante nella formalizzazione di questa coalizione strategica. Vi è, dicono i Russi, “il desiderio comune dei BRICS di riformare l’obsoleta architettura finanziaria ed economica internazionale che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie emergenti e dei Paesi in via di sviluppo.” Ma affinché si abbiano cambiamenti economici fondamentali, deve aversi anche un simultaneo riequilibrio del potere politico nel mondo. Mosca ritiene che i BRICS “possano potenzialmente diventare un elemento chiave del nuovo sistema di governance globale, soprattutto nei settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, la Federazione russa distingue un posizionamento favorevole ai BRICS nel sistema mondiale, come nuovo modello di relazioni globali, sovrastante le vecchie linee di divisione tra Est e Ovest, Nord e Sud“.
E’ un nuovo mondo coraggioso, ma v’è anche il valore reale in alcuni dei vecchi modi. Per esempio, i BRICS sono grandi sostenitori dello stato di diritto negli affari mondiali, concetti che l’occidente propaganda, ma a cui raramente aderisce nel perseguimento dei propri interessi strategici, cioè con  l’interventismo, il cambio di regime, la militarizzazione del conflitto. Per i russi, una priorità assoluta dei BRICS è “ottenere l’adesione degli Stati partecipanti allo stato di diritto nelle relazioni internazionali, aumentando progressivamente la cooperazione politica estera con i partner dei BRICS nell’interesse della pace e della sicurezza, nel rispetto della sovranità e integrità territoriale degli altri Stati e della non ingerenza nei loro affari interni“. I BRICS appoggiano il modulo delle Nazioni Unite nel contribuire al raggiungimento di questi principi di base. Per essi, non è il veicolo a essere rotto, il problema sono i suoi piloti. E in particolare l’idea che il cambiamento di regime, le sanzioni e gli interventi militari siano strumenti accettabili negli affari internazionali.
I BRICS, secondo Mosca, possono “migliorare ogni interazione possibile nelle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ente dalla responsabilità principale nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, impedendo l’uso dell’ONU, e prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per coprire la via alla rimozione dei regimi indesiderati e all’imposizione di soluzioni unilaterali a situazioni conflittuali, incluso l’uso della forza”. Per inciso, non è certo una coincidenza che il presidente siriano Bashar al-Assad abbia inviato una lettera ampiamente pubblicizzata, al vertice dei BRICS. Qui, dopo tutto, il capo di Stato di una nazione sovrana chiede aiuto ai BRICS in ascesa, per proteggere l’integrità territoriale della Siria contro la “palese interferenza straniera” che opera in contraddizione con la “Carta delle Nazioni Unite.” La lettera colpiva tutti i punti sensibili dei BRICS: stato di diritto nelle relazioni internazionali, conservazione della pace e della sicurezza mondiali, risoluzione pacifica dei conflitti, de-militarizzazione… e riconoscimento dell’importanza dei BRICS nel nuovo ordine mondiale. La lettera di Assad è arrivata il giorno dopo che la Lega Araba aveva assegnato il seggio della Siria alla coalizione dell’opposizione estera sostenuta dai nemici della Siria, una mossa che i russi definiscono “illegale e non valida”, un ostacolo alla risoluzione pacifica del conflitto. Può darsi che i BRICS diano l’esempio qui. Ricevendo questa lettera al vertice, si conferisce chiaramente legittimità ad Assad e alle sue richieste, ed è difficile immaginare che questo non sia stato un evento coordinato in anticipo.
Le posizioni di Mosca sulla questione siriana non possono essere escluse dal contesto dei principi condivisi dai BRICS. I russi potrebbero avere maggiori carte da giocare in ciò che accade in Siria, come anche altre in Iran, ma queste sono le linee rosse coerenti in ciò che i BRICS sperano di raggiungere a livello globale. E sono anche pronti a scommetterci sopra. Parte della scommessa è che le vacillanti economie occidentali non possono andare molto lontano, con l’attuale andazzo ci vorrà solo “tempo” per vedere materializzarsi questi cambiamenti globali. In ogni caso, poco dopo la conclusione del vertice, la Russia ha promesso di evitare qualsiasi misura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assegnare il seggio della Siria all’opposizione.
Il potenziale caos appare all’orizzonte, mentre un nuovo ordine politico emerge, e i BRICS non saranno timidi nel sostenere con forza i loro ordini del giorno collettivi, un compito reso più facile dal notevole peso che hanno acquisito. Durante il volo di ritorno da Durban a Mosca, Putin ha ordinato improvvise grandi manovre militari nel Mar Nero, vicino al nemico della Siria, la Turchia, una mossa che la maggior parte degli osservatori ritiene un avvertimento agli interventisti stranieri in Siria. E’ improbabile che le nazioni BRICS andranno lontane nel tracciare tali linee rosse, senza difenderle. Come ciò possa trasparire nei casi di Siria o Iran è incerto, è poco probabile che vedremo l’esercito dei BRICS combattere battaglie nell’immediato futuro. D’altra parte, questi rapporti strategici probabilmente daranno luogo a posizioni militari coordinate e a una pianificazione delle forze speciali esattamente per questo tipo di scenari. Ciò non è difficile da immaginare. I BRIC erano solo un acronimo creato dalla Goldman Sachs per descrivere alcune economie emergenti in rapida crescita, qualche anno fa. Oggi sono impegnati in esercitazioni militari bilaterali, nel finanziamento di banche, creazione di istituzioni e ridefinizione delle priorità globali del 21° secolo.

0_0_1_brics_summitLe opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle  editoriali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad: la crisi in Siria segna la fine del mondo unipolare e l’ascesa dei Paesi BRICS a Potenza Globale

Christof Lehmann, Nsnbc, 6 aprile 2013

bashar_al_assad_1256975In una recente intervista, il presidente siriano al-Assad ha dichiarato che la crisi in Siria segna la fine del mondo unipolare dominato dagli USA; mentre oggi i ribelli hanno bombardato il sobborgo di Damasco, Jaramana, a maggioranza cristiana, uccidendo una persona, ferendone sette e causando danni strutturali a diversi edifici. Nel frattempo, l’esercito siriano continua le operazioni in tutta la Siria, anche nelle zone nord-orientali di Damasco. Al-Assad ha accusato la Turchia di sponsorizzare il terrorismo. In una intervista televisiva al canale turco Ulsal Kanal, il presidente siriano Bashar al-Assad ha accusato la Turchia di sostenere i terroristi in Siria. Nell’intervista, al-Assad ha sottolineato che i Paesi occidentali non hanno diritto di stabilire la democrazia in Siria, in quanto hanno la responsabilità degli omicidi nel Paese e nella regione.
Il presidente siriano ha continuato l’intervista affermando che la crisi in Siria non è locale, ma  internazionale, e che crede che la crisi sia un effetto della lotta tra i grandi Paesi del mondo, per  modificare gli attuali confini degli Stati della regione. La crisi in Siria è soprattutto una crisi internazionale, ha detto Assad, perché è una guerra scatenata contro il suo Paese dalla comunità internazionale. Al-Assad ha sottolineato che la creazione dei BRICS invia un segnale a tutto il mondo, secondo cui gli Stati Uniti non possono rimanere l’unico polo del potere globale, e che  dovranno ora tener conto del parere e degli interessi dei Paesi BRICS. Ha continuato affermando che i paesi BRICS non assistono il governo o lo Stato siriano di per sé, ma che invece tentano di stabilizzare la regione. Al-Assad ha sottolineato che vi è la necessità di comprendere appieno che se la crisi porta alla frattura della Siria, o se s’invade il Paese di terroristi, la crisi inevitabilmente sconfinerà nei Paesi vicini. Ha continuato affermando che crede che “è per questo che i Paesi BRICS si sono opposti all’occidente e fanno quadrato sul principio di una soluzione politica in Siria.”
In precedenza al-Assad aveva accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, affermando che non ha detto una sola parola di verità fin dall’inizio della crisi, e ha accusato il governo turco di essere il primo sostenitore dell’opposizione siriana e del terrorismo da esso sponsorizzato. In una dichiarazione rilasciata il 4 aprile, al-Assad ha criticato la Lega Araba per aver consegnato il seggio siriano alla Coalizione nazionale dell’opposizione, e ha affermato che la Lega Araba non ha legittimità. Si tratta di un’assemblea che rappresenta gli Stati arabi, non il popolo arabo. Non può concedere o ritirare legittimità, ha detto.
La dichiarazione di al-Assad, secondo cui l’avanzata dei BRICS implica la fine del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti, si è avuta subito dopo il vertice BRICS 2013, a Durban in Sud Africa, e la decisione degli Stati membri dei BRICS, tra altre iniziative, di creare una Banca per lo sviluppo in alternativa alla Banca Mondiale e al FMI. La linea rossa che i Paesi BRICS hanno tracciato riguardo la Siria, con l’istituzione di una Banca di Sviluppo, sono due di una serie di linee rosse e segnali che i Paesi BRICS hanno emesso il mese precedente. Alcune nazioni occidentali, tuttavia, hanno risposto con azioni segrete di aggressione, che non potevano che aggravare e allargare il conflitto in Siria verso una guerra più ampia, e anche in una guerra valutaria globale.
Dopo il mancato raggiungimento di un accordo tra l’Unione europea e la Russia sul Terzo accordo energetico dell’Unione europea, i diplomatici russi sono sempre più assertivi e aperti nei loro avvertimenti contro l’allargamento del conflitto sulla sicurezza energetica, comprendente la Siria.
Ai primi di marzo, Yi Gang, Vicegovernatore della China National Bank, ha invitato i responsabili internazionali ad evitare una guerra monetaria dichiarando: “La Cina è pronta, in termini di politiche monetarie e altri meccanismi, ad affrontare una guerra valutaria possibile, e la Cina terrà pienamente conto della politica di allentamento quantitativo condotta dalle banche centrali di alcuni Paesi“. La risposta occidentale, tuttavia, sembra essere la continuazione dell’aggressiva politica militare ed economica, portando tra l’altro all’aggravamento persistente della crisi in Corea e in Siria, al proseguimento del protezionismo economico, all’attivazione di ascari militari o all’intervento militare diretto in Africa centrale.
Poco dopo il vertice dei BRICS a Durban, Sud Africa, i media occidentali hanno avviato una campagna presentando il presidente sudafricano Jacob Zuma come un potenziale criminale di guerra, per il coinvolgimento di truppe sudafricane nella Repubblica Centrafricana (CAR), in cui 13 soldati sudafricani sono stati uccisi durante i tentativi di sostenere il governo e i militari del CAR, per sventare un colpo di Stato sostenuto dall’occidente tramite l’aiuto dei fantocci di un’”alleanza ribelle”. La campagna concertata contro l’ospite del Vertice 2013 dei BRICS, il presidente sudafricano Jacob Zuma, ha portato l’esperto russo di diritto internazionale e governance, Aleksandr Mezjaev, ad esprimere la preoccupazione che il colpo di Stato filo-occidentale nella Repubblica Centrafricana, possa essere un precursore per un imminente colpo di Stato nella Repubblica del Sud Africa. Vi è consenso generale tra gli analisti sulla dichiarazione del presidente siriano al-Assad, secondo cui la maggiore assertività dei paesi BRICS mette fine all’incantesimo del mondo unipolare  dominato dagli USA. Se il mondo sarà trascinato in una guerra valutaria globale e all’ampliamento dai ribollenti conflitti in un confronto mondiale militare, aperto e diretto, tra i due blocchi, tuttavia, resta assai incerto e, per il momento, difficile da valutare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le manovre russe inviano un chiaro messaggio contro l’intervento della NATO in Siria?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 4 aprile 2013

navy-mediterranean-sea-ships_siC’è un legame tra gli eventi in Siria (forse anche le tensioni degli Stati Uniti con la Corea democratica) e le improvvise manovre della Russia nel Mar Nero iniziate il 28 marzo 2013? Mentre a Durban, in Sud Africa, i BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, hanno annunciato la formazione di una nuova banca per lo sviluppo, sfidando il FMI e la Banca mondiale, il russo Vladimir Putin ha dato via libera ad esercitazioni non programmate nel Mar Nero. Da sole le esercitazioni contano poco, ma in un contesto globale significano molto. Secondo il Cremlino, le manovre hanno coinvolto circa 7.000 militari russi; forze speciali, fanteria di marina e truppe aeroportate di pronto intervento. Tutte le armi della Russia vi sono state coinvolte e le esercitazioni sono state utilizzate per testarne l’interoperabilità. Oltre trenta navi da guerra russe di stanza nel porto ucraino di Sebastopoli, nella penisola di Crimea, e nel porto russo di Novorossijsk nel Kraj di Krasnodar, vi hanno partecipato. L’obiettivo delle esercitazioni è dimostrare che la Russia potrebbe mobilitarsi per qualsiasi evento da un momento all’altro.
Le manovre hanno sorpreso la North Atlantic Treaty Organization (NATO), che si è anche lamentata del fatto che le esercitazioni russe sono iniziate nel Mar Nero senza preavviso. In realtà, la NATO ha chiesto alla Russia di essere più aperta riguardo alle sue mosse e d’informare il comando della NATO, a Bruxelles, sui suoi movimenti militari futuri. Alexander Vershbow, il Vicesegretario generale statunitense della NATO, ha persino chiesto “massima trasparenza” alla Russia. Ci si  chiede perché sono così scossi?

Risposta russa ai piani di guerra contro la Siria?
E’ una coincidenza che la Russia mostri i muscoli, dopo che la NATO, il 20 marzo, ha rivelato di sviluppare piani di emergenza per un intervento in Siria, in stile libico? Due giorni dopo, Israele e Turchia hanno concluso il loro scontro diplomatico con un accordo tempestivo, presumibilmente mediato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama in una ventina di minuti, mentre era in visita in Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che con l’aiuto di Obama l’accordo è stato fatto con il primo ministro della Turchia Recep Erdogan, ponendo fine alla frattura diplomatica dopo l’assalto israeliano alla Mavi Marmara nel 2010. Alcuni giorni dopo, a questo evento ha fatto seguito la Coalizione nazionale siriana (CNS), un’organizzazione dell’opposizione fasulla costruita da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, che solennemente ha assunto il seggio della Siria alla Lega Araba. In quello che sembra essere un tentativo di ripetere lo scenario libico, il CNS è stato riconosciuto quale governo della Siria. Al vertice della Lega araba, il leader del CNS Moaz al-Qatib ha immediatamente chiesto l’intervento militare della NATO, in coordinamento con l’appello del Qatar del 26 marzo, per un cambio di regime e l’intervento militare contro Damasco.
In questa messa in scena si muovono i fantocci del CNS che chiedono a Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e NATO d’imporre una no-fly zone, con l’obiettivo di creare un emirato o un’enclave controllata dal CNS nel nord della Siria. Al-Qatib ha annunciato di aver detto al segretario di Stato John Kerry di usare i missili Patriot della NATO di stanza in Turchia, per creare la no-fly zone sulla Siria settentrionale. In effetti si parla della balcanizzazione della Siria. Kerry sembra essere d’accordo. Victoria Nuland, portavoce del dipartimento di Stato degli USA, ha detto che gli Stati Uniti considerano la richiesta di imporre una no-fly zone. Anche in precedenza, Kerry ha fatto una visita a sorpresa a Baghdad e ha minacciato il governo federale dell’Iraq di farne oggetto dei piani di cambiamento di regime di Washington contro la Siria. Ha detto che voleva che gli iracheni controllassero gli aerei di linea iraniani diretti in Siria in cerca di armi, ma ha anche detto molto di più. Tutti i satrapi dell’impero statunitense sono in movimento. Qatar e Arabia Saudita non nascondono più il fatto che armano e finanziano i ribelli in Siria. A febbraio, il Regno Unito e la Francia hanno fatto pressioni sul resto dell’Unione europea per revocare l’embargo sulle armi ai siriani, in modo che possano armare apertamente i combattenti e le milizie stranieri anti-governativi che cercano di rovesciare il governo siriano. Israele e Turchia sono stati costretti a ricucire lo strappo per il bene della guerra imperiale contro i siriani.

Obama riallinea Israele e Turchia contro la Siria
Il riavvicinamento turco-israeliano si adatta comodamente all’allineamento della scacchiera. La visita di Obama in Israele riguarda la politica per salvaguardare l’impero statunitense. Con i due vicini ostili della Siria, Tel Aviv e Ankara, avrà una maggiore cooperazione nell’obiettivo imperiale di rovesciare il governo siriano. Tutto d’un tratto, i governi di entrambi i Paesi hanno cominciato a lamentarsi, in linea con gli altri, di come la situazione umanitaria in Siria li stia minacciando. In realtà, Israele non ospita alcun profugo siriano (e opprime i siriani nel Golan sotto la sua occupazione), mentre la Turchia ha di fatto trascurato molti dei suoi obblighi legali e finanziari verso i profughi siriani che ospita sul suo territorio, e ha cercato di coprire ciò etichettandoli come “ospiti” stranieri. Secondo l’Agenzia France-Presse, gli israeliani hanno anche aperto un ospedale di campo militare per aiutare gli insorti a rovesciare il governo siriano. La struttura militare si trova nella zona chiamata Fortificazione 105, nella Siria occupata da Israele, le Alture del Golan (originariamente denominate alture siriane in Israele). Si tratta essenzialmente di una base di appoggio delle forze anti-governative ed è solo la punta dell’iceberg del coinvolgimento di Israele in Siria. L’attacco d’Israele alla Siria, a gennaio, è stato il frutto della cooperazione tra gli israeliani e le milizie ribelli.
Occhi sospettosi guardano al governo turco, e forse sempre più innervosito a causa della flessione dei muscoli del Cremlino, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha respinto le affermazioni che Tel Aviv e Ankara hanno serrato i ranghi contro la Siria. Davutoglu non dovrebbe  essere a conoscenza di ciò che è stato detto in Israele del loro riavvicinamento. Anche se Netanyahu ha giurato di non chiedere scusa per l’uccisione di cittadini turchi sulla Mavi Marmara, le scuse di Tel Aviv alla Turchia sono state pubblicamente giustificate dal governo israeliano in base alla volontà di affrontare la Siria coordinandosi con la Turchia. Molti occhi sospettosi che guardano all’accordo del governo Erdogan con Israele, sono turchi. Davutoglu in realtà ha mentito per scopi interni, ben sapendo che l’opinione pubblica turca si sentirebbe oltraggiata sapendo che il primo ministro Erdogan ha davvero normalizzato i rapporti con Israele per rovesciare il governo siriano.

Il messaggio delle manovre russe
L’impero statunitense organizza la scacchiera geopolitica con i suoi satrapi, nella guerra contro la Siria. Forse Israele prevede di utilizzarla per un re-play della crisi di Suez. Nel 1956, dopo che l’Egitto nazionalizzò il canale di Suez, il Regno Unito e la Francia pianificarono con Israele l’annessione del canale di Suez, grazie all’attacco di Israele contro l’Egitto e la susseguente pretesa d’intervenire militarmente, in quanto parti interessate che volevano tenere al sicuro e aperto al traffico marittimo internazionale il Canale di Suez. Un nuovo attacco contro la Siria sotto le bandiere israeliane, è possibile e potrebbe essere usato come pretesto per un’”invasione umanitaria” dei turchi e della NATO, che potrebbe portare alla creazione di una zona cuscinetto umanitaria nel nord (o a una grande guerra). Un modello può essere rappresentativo di tutti questi eventi. All’inizio del 2013, la Russia ha avviato grandi esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale tra le tensioni tra Mosca e la NATO e il Gulf Cooperation Council (GCC), che guidano la coalizione che destabilizza la Siria. Dopo che gli Stati Uniti e la loro coalizione anti-siriana hanno minacciato d’intervenire militarmente e schierato missili Patriot sul confine meridionale della Turchia con la Siria, una squadra navale russa era stata inviata al largo delle coste siriane, inviando un chiaro messaggio a Washington di non pensare d’iniziare una nuova guerra. A loro volta, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato di salvare la faccia diffondendo la voce che il Cremlino si preparava a evacuare i cittadini russi dalla Siria, perché il governo siriano sarebbe crollato e la situazione sarebbe divenuta critica.
Parallelamente alle manovre russe nel Mar Nero, l’aviazione russa ha compiuto voli a lungo raggio in tutta la Russia. Inclusi i voli dei bombardieri nucleari strategici russi. All’altra estremità dell’Eurasia, la Cina ha anche condotto proprie esercitazioni navali a sorpresa nel Mar Cinese Meridionale. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati ritraggono le mosse cinesi come una minaccia al Vietnam per un territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, i tempi del dispiegamento navale potrebbero essere collegati alla Siria (o alla Corea democratica) e coordinati con la Russia, avvertendo gli Stati Uniti a mantenere la pace internazionale. Come segnale del declino dell’impero statunitense, poco prima delle esercitazioni russe nel Mar Nero, tutti i capi dei sempre più assertivi BRICS hanno messo in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi avventurismo in Siria e in altri Paesi. La dimostrazione muscolare russa e cinese sono messaggi che dicono a Washington che Pechino e Mosca sono seri e dicono quello che dicono. Nel frattempo, questi eventi possono essere letti come segnali che per il sistema-mondo è in arrivo una nuova gestione.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su RT Op-Edge.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
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In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Repubblica Centrafricana tra l’imperialismo e i BRICS

I ribelli seleka formano il nuovo governo nella Repubblica Centrafricana
Abayomi Azikiwe, Global Research, 1 aprile 2013 – Panafrican News Wire

centrafricana_repMichel Djotodia, il leader della Coalizione Seleka, che ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana (CAR), il 24 marzo, a Bangui ha stabilito un nuovo governo in gran parte composto da esponenti dell’opposizione. Francois Bozizé, che è stato spodestato dal colpo di Stato, ha lasciato il Paese e sarebbe in Camerun, Stato dell’Africa occidentale. Un leader importante dell’opposizione, Nicolas Tiangaye, è il Primo ministro, mentre Djotodia si è auto-nominato ministro della difesa oltre che presidente. Tiangaye è stato inizialmente nominato Primo ministro a gennaio, quando i negoziati tra il governo Bozizé e i Seleka portò a un accordo di pace che doveva creare un governo di coalizione. Tuttavia, da marzo, i ribelli seleka accusavano il governo Bozize di non attuare l’accordo di pace e cominciarono ad occupare le città principali, suscitando panico a Bangui.
Djotodia ha immediatamente sospeso la costituzione quando ha preso Bangui e ha riconfermato Tiangaye a Primo ministro. Nel nuovo governo vi sono almeno nove membri del gruppo seleka insieme ad altre otto persone provenienti dai partiti di opposizione. Solo un portafoglio è stato dato a una figura associata al governo Bozizé. Djotodia è nato nella regione nord-est del Paese, a Vakaga, è islamico, il primo leader musulmano del Paese da quanto ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Solo il 15 per cento della popolazione della CAR è musulmana, essendo la maggioranza cristiana. Djotodia ha studiato nell’ex Unione Sovietica e parla correntemente il russo. Secondo quanto riferito, ha vissuto in Unione Sovietica per un decennio, dove si sposò ed ebbe dei figli. Il nuovo presidente è stato un diplomatico centrafricano in Sudan. E’ presidente dell’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità e del Gruppo di Azione Patriottica per la Liberazione della Repubblica Centrafricana. Nel 2006, mentre viveva in Benin, è stato arrestato dalle autorità assieme al suo portavoce Abakar Sabon. Furono trattenuti per oltre un anno e rilasciati nel febbraio 2008, dopo che decisero di partecipare ai colloqui di pace sul futuro della CAR.
Nonostante le affermazioni di Djotodia e dei ribelli seleka, di preoccuparsi del benessere del popolo  e di voler sradicare la corruzione, non c’è modo di sapere se la loro presenza migliorerà le condizioni del Paese. Sia Bozizé che Djotodia guardano alla Francia e l’Unione europea per gli aiuti. Bozizé aveva chiesto l’intervento della Francia per fermare l’avanzata dei ribelli. Djotodia ha detto che ricorrerà all’UE per la ricostruzione del Paese. La Francia ha rafforzato la sua presenza nella CAR alla vigilia della presa del potere dei Seleka. Vi sarebbero 500 truppe francesi di stanza nell’aeroporto, presso la capitale. La Chatham House di Londra, un istituto che studia gli affari internazionali, ha riferito che le azioni dei seleka si basano esclusivamente sull’ambizione. Alex Vines del programma africano della Chatham House, ha dichiarato che “Tutti i resoconti sui Seleka affermano che non hanno una visione dello sviluppo della CAR. Si tratta esclusivamente di spartirsi il patrimonio dello Stato conquistato.” (Associated Press, 1 aprile)

Il dibattito sulla morte dei soldati sudafricani
Almeno 13 soldati delle South African National Defense Forces (SANDF) sono stati uccisi nella CAR, il 23 marzo, quando hanno tentato di difendere la capitale dalle forze d’invasione seleka. I sudafricani erano nel Paese nell’ambito dell’operazione di mantenimento della pace assegnata dall’Unione africana e dalla Comunità economica regionale degli Stati dell’Africa centrale. Le relazioni successive, emanate dal governo dell’African National Congress (ANC) del presidente Jacob Zuma, hanno indicato che circa 200 soldati delle SANDF combatterono oltre 3.000 ribelli.  La morte nella CAR dei soldati SANDF, ha scatenato un dibattito nel parlamento del Sud Africa.
I quotidiani sudafricani Sunday Times e City Press hanno intervistato i soldati delle SANDF che hanno dichiarato che bambini-soldato facevano parte delle forze ribelli, durante la battaglia del 23 marzo. I soldati, che hanno parlato di questi problemi sotto anonimato, hanno riferito che dei bambini sono stati uccisi negli scontri.
L’Alleanza democratica all’opposizione (DA) ha chiesto una indagine sull’incidente e ha accusato il governo dell’ANC di aver schierato truppe nella CAR per tutelare degli interessi minerari. L’ANC ha respinto queste accuse e ha minacciato un’azione legale contro la DA. In una dichiarazione rilasciata dall’ANC il 1° aprile, affermava che il giornale Mail & Guardian aveva diffuso notizie tendenziose “Calcolate per danneggiare l’immagine della ANC e seminare sfiducia sulle nobili decisioni del governo sudafricano, che derivano da politiche pubbliche e trasparenti. … La cosa più inquietante dell’accusa, sono le palesi menzogne che suggeriscono che una società legata all’ANC abbia interessi nella CAR. Sappiamo che questa società non ha alcuna attività nella CAR. Sebbene la loro accusa sia falsa, crediamo che i sudafricani abbiano diritto di fare affari in tutto il mondo, anche nel continente africano.” (Mail & Guardian, 1 aprile)
La presa del potere da parte dei ribelli nella CAR segue una tendenza preoccupante nel continente, dove hanno avuto luogo colpi di Stato in Mali e Guinea-Bissau, nel corso dell’ultimo anno. In Mali, un colpo di Stato attuato da un ufficiale addestrato dal Pentagono, ha provocato ulteriore instabilità nel nord del Paese e l’intervento della Francia e di altri Stati imperialisti nello Stato dell’Africa occidentale. Nella confinante Niger, gli Stati Uniti hanno costruito una base per droni ed hanno schierato centinaia di forze speciali. L’invio di truppe in Niger rientra in una grande politica che vedrà la presenza di oltre 3.500 truppe statunitensi nel continente africano, nel tentativo volto, in apparenza, a “combattere il terrorismo e la pirateria”.
Stati Uniti, Canada e altri Paesi europei hanno interessi minerari nella CAR. Il Paese produce diamanti, oro, rame, minerale di ferro, manganese uranio e grafite. Nonostante gli interessi minerari molte persone si guadagnano da vivere con il piccolo allevamento. Il popolo rimane in gran parte povero, nonostante l’aumento delle attività minerarie nel Paese.

Copyright © 2013 Global Research

Chi c’è dietro il colpo di stato a Bangui?
I golpisti filo-francesi della Repubblica Centrafricana rigettano gli accordi petroliferi con  i cinesi
Thomas Gaist, Global Research, 1 aprile 2013

JamhadaSeleka1Più di 500 truppe francesi sono schierate a Bangui, Repubblica Centrafricana, a sostegno del nuovo regime guidato da Michel Djotodia, a capo della coalizione ribelle dei seleka, che recentemente ha deposto il presidente della CAR François Bozizé. Djotodia ha annunciato lo scioglimento del parlamento e la sospensione della costituzione del 2004. “A tal fine, abbiamo deciso di guidare il destino del popolo della Repubblica Centrafricana in questo triennio di transizione… Durante questo periodo di transizione, che ci porterà ad elezioni libere, credibili e trasparenti, legifererò per decreto“, ha detto.
Djotodia ha già annunciato che rivedrà i contratti petroliferi e minerari con la Cina, firmati dal governo Bozizé, “per vedere se le cose sono state fatte male, e cercarle di eliminarle.” Inoltre, Djotodia ha dichiarato che avrebbe invitato l’ex potenza coloniale della CAR, la Francia, insieme agli Stati Uniti, a riqualificare l’esercito ufficiale sconfitto dai seleka lo scorso fine settimana. “Ricorreremo all’Unione europea per sviluppare questo Paese”, ha detto Djotodia aggiungendo che circa l’80 per cento degli aiuti esteri del Paese provenivano da questo blocco. “Quando stavamo male, l’Unione europea era al nostro capezzale. Ora non ci abbandonerà.” In effetti, Djotodia si prepara a consegnare le risorse chiave dell’economia della CAR all’imperialismo europeo.
La situazione per la popolazione della CAR rimane disastrosa. La maggior parte di Bangui è priva di acqua corrente ed elettricità, e l’unico ospedale funzionante ancora ricovera 30 feriti al giorno. Le Nazioni Unite riferiscono che carenze di cibo interessano decine di migliaia di persone, attanagliando il Paese, ed i prezzi dei beni di prima necessità, come la manioca e il riso, sono triplicati. Già, l’aspettativa di vita, oggi, è poco più di 40 anni con solo un 40 per cento di alfabetizzazione e un tasso di HIV alle stelle.
La presa di Bangui da parte dei ribelli seleka con il sostegno dei francesi e degli Stati Uniti, rappresenta la fase più recente dell’attuale ricolonizzazione dell’Africa da parte delle potenze imperialiste, avviata con la guerra della NATO alla Libia, nel 2011. Testimonia il carattere reazionario ed etnicista delle varie fazioni borghesi e piccolo-borghesi africane, costantemente manipolate dalle potenze imperialiste tra il crescente impoverimento dei lavoratori e delle masse rurali. Seleka (che significa “unione”) è una coalizione di fazioni dissidenti formatasi nel settembre del 2012. La loro decisione di prendere Bangui viola il Comprehensive Peace Agreement di Libreville, che avevano firmato con il governo nel 2008. Il colpo di Stato delle forze seleka ha posto la CAR al centro della lotta per l’influenza tra Stati Uniti, Francia, Sud Africa e Cina.
Mentre avanzavano su Bangui, controllata dalle forze fedeli a Bozizé, combattenti seleka si sono scontrati con un  distaccamento delle South African National Defense Force (SANDF), ed hanno attaccato i sudafricani in inferiorità numerica, uccidendone 13 e ferendone 28. Il corso futuro della politica militare sudafricana nella CAR rimane oscuro. Un anonimo alto ufficiale ugandese ha detto: “L’intenzione dei sudafricani è riorganizzarsi e quindi rischierarsi in maniera massiccia nella RCA e rovesciare questi ribelli. Sono stati umiliati e vogliono vendicarsi.” I media sudafricani indicano che le truppe SANDF sono presenti in Uganda per una “nuova missione” nella CAR. Un rappresentante del Sud Africa, il Colonnello Selby Moto, mette in guardia contro tale punto di vista, tuttavia, sostenendo che le truppe sudafricane sono semplicemente in attesa in Uganda “fino a quando la decisione di rafforzarsi o di ritirarsi” sarà presa dal governo del Sud Africa, a Pretoria. “Questo è un completo disastro per il Sud Africa“, ha detto alla Reuters Thierry Vircoulon, specialista dell’Africa Centrale del Gruppo di crisi internazionale (*). “Non hanno affatto capito che stavano sostenendo il cavallo sbagliato.”
La sconfitta delle forze sudafricane e il rigetto degli accordi petroliferi cinesi sono particolarmente provocatori ed umilianti, avvenendo durante la conferenza a Durban dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Il presidente cinese Xi Jinping ha detto che la Cina dovrebbe “intensificare, non indebolire” il suo impegno in Africa, estendendo 20 miliardi di dollari di credito per i prossimi due anni. Il supporto imperialista ai seleka è solo una delle componenti di una grande strategia volta a contenere la crescente influenza della Cina in tutto il continente africano. Entro il 2011, il volume del commercio sino-africano aveva raggiunto i 166 miliardi dollari, e le esportazioni africane verso la Cina superavano i 90 miliardi dollari. Al momento della presa dei seleka, Xi compiva un tour nel continente africano, dove ha firmato accordi con molti Paesi africani ricchi di risorse.
Gli Stati Uniti hanno reagito gemendo lievi critiche sull’avanzata dei seleka. Washington ha rilasciato una dichiarazione affermando che il governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Nicolas Tiangaye, è il “solo governo legittimo” della CAR. Tuttavia, non ha chiesto la reintegrazione di Bozizé, né criticato il rigetto degli accordi sulle risorse petrolifere delle aziende cinesi. Tiangaye è un avvocato e membro della Lega per i diritti umani (HRL), una rete globale di operatori diritto-umanitari di Parigi (**), che opera con il sostegno finanziario dei governi europei e di Washington. Gli operatori politici della HRL hanno svolto un ruolo cruciale nell’organizzare e promuovere l’agenda imperialista in Libia, Siria e altrove. Tiangaye è chiaramente uno strumento dell’imperialismo francese, avendo partecipato a delicati processi a dirigenti africani che hanno goduto del sostegno francese, ma che Parigi poi ha successivamente rigettato. Scelto dal dittatore della CAR, l’imperatore Jean-Bedel Bokassa, per difenderlo nel processo del 1986, ha anche difeso i funzionari ruandesi accusati di aver perpetrato il genocidio del 1994 in Ruanda.

(*) Altra agenzia di disinformazione strategica, dopo la Chatam House, legata all’imperialismo. NdT
(**) Distintasi in Libia, dove ha diffuso propaganda e disinformazione a supporto dell’aggressione atlantista contro la Jamahirya Libica. NdT.

Copyright © 2013 Global Research

Cina e Africa hanno un comune destino: Xi
Yang Jingjie, GlobalTimes 29/03/2013

india-china-flagIl presidente cinese Xi Jinping ha detto ai leader africani che la Cina e l’Africa hanno un destino comune, e ha promesso di continuare fermamente le politiche di amicizia verso il continente, senza farle mutare dalle circostanze internazionali. Xi ha fatto queste osservazioni ad una colazione di lavoro con un gruppo di leader africani che aveva partecipato al Forum del dialogo BRICS-Africa a Durban, in Sud Africa. Xi ha detto ai leader che la Cina sarà per sempre un amico affidabile e un vero e proprio partner dei Paesi africani, e contribuirà ulteriormente alla pace e allo sviluppo del continente, afferma Xinhua. Il presidente ha inoltre dichiarato che la Cina parteciperà attivamente alla mediazione e alla risoluzione dei problemi più acuti dell’Africa, anche incoraggiando le imprese cinesi a incrementare gli investimenti in Africa.
I leader africani hanno detto che gli investimenti e gli aiuti cinesi supportano lo sviluppo economico e sociale del continente. Hanno detto che i fatti dimostrano che la Cina è un amico e un partner affidabile dell’Africa, e che le accuse secondo cui la Cina perseguirebbe il “neocolonialismo” in Africa, sono infondate. Xi dovrebbe visitare la Repubblica del Congo, l’ultima tappa di questo viaggio. La prima volta che un presidente cinese visiterà il Paese. La Cina è il principale partner commerciale della Repubblica del Congo, e importa soprattutto petrolio greggio e legname.
Xu Weizhong, ricercatore sull’Africa presso l’Istituto delle relazioni internazionali contemporanee della Cina, ha detto al Global Times che le tre tappe della visita del presidente in Africa, vale a dire Tanzania, Sud Africa e Repubblica del Congo, riflettono una politica estera equilibrata che assegna importanza a Paesi tradizionalmente amichevoli e alle potenze emergenti. In precedenza i leader dei BRICS hanno riaffermato il sostegno allo sviluppo infrastrutturale dell’Africa. Xi ha detto che i Paesi emergenti dovrebbero partecipare congiuntamente alla costruzione di grandi progetti multinazionali in Africa. Secondo una dichiarazione rilasciata dopo il vertice BRICS, le banche import-export e le banche per lo sviluppo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno concluso l’”Accordo multilaterale sul co-finanziamento delle infrastrutture dell’Africa.” Xu ha detto che ciascuno dei cinque Paesi è profondamente impegnato nella costruzione di infrastrutture in Africa, ma il nuovo accordo dovrebbe coordinare lo sviluppo delle loro forze congiunte. Xu ha osservato che l’infrastruttura transnazionale e trans-regionale, necessaria per i Paesi africani per promuoverne la connettività, è un progetto troppo grande per un Paese soltanto, anche per la Cina.
I cinque Paesi emergenti hanno deciso di istituire una banca di sviluppo, dicendo che il “contributo iniziale alla banca deve essere considerevole e sufficiente affinché sia efficace nel finanziare le infrastrutture“, secondo la dichiarazione. Tuttavia, l’annuncio non è stato all’altezza delle aspettative.
Li Xiangyang, direttore dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’Accademia delle scienze sociali cinese, ha detto che i problemi sulla struttura organizzativa della banca potrebbe ostacolarne il progresso. Oltre a una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, istituita dai BRICS, la banca può concedere prestiti ad altre economie in via di sviluppo, e dovrebbe avere una struttura più rigorosa e più complessa, ha detto Li. Yongming Fan, direttore del Centro per gli Studi dei BRICS presso la Fudan University, ha detto che oltre a questi risultati tangibili, il vertice ha anche dimostrato l’influenza politica dei Paesi emergenti in tutto il mondo e rafforzato la fiducia mondiale nel gruppo, nonostante lo scetticismo dell’occidente sul loro slancio, negli ultimi anni. Alcuni hanno espresso pessimismo sulle loro forze combinate, data la sfiducia reciproca tra alcuni aderenti al gruppo. Fan ha detto che le controversie interne non ostacolerebbero la cooperazione, perché tutti hanno bisogno di una piattaforma comune per sostenere la riforma dell’ordine internazionale, e possono ricucire le loro differenze nel corso del processo. “Prendete la Cina e l’India, ad esempio, durante la loro collaborazione i due potrebbero comprendere di collaborare all’obiettivo di unire i Paesi in via di sviluppo, invece di competere tra loro nella leadership del mondo in via di sviluppo“, ha  osservato Fan.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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