Russia ed Egitto rilanciano la cooperazione strategica

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/08/2014
Bu1_rbPIIAEhjXL.jpg largeAbdelfatah Said Husayn Qalil al-Sisi, Presidente dell’Egitto, ha visitato la Russia il 12 agosto. Il vertice è un importante passo dal forte impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali. I presidenti hanno raggiunto accordi per creare una zona di libero scambio con i Paesi eurasiatici e una zona industriale russa in Egitto nell’ambito dell’Asse del Canale di Suez Axis. Il nuovo segmento del canale sarà lungo 45 miglia, diramandosi dal canale attuale di 120 chilometri. L’estensione è necessaria per ridurre i tempi di attesa delle navi da una media di 11 ore a 3. Il rapporto tra Egitto ed Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakhstan si stringe. La cooperazione militare continuerà con l’invio di corazzati e sistemi di difesa aerea in Egitto. I due Paesi uniscono gli sforzi nella ricerca spaziale. Nell’aprile 2014 un missile russo ha posto in orbita un satellite egiziano. L’Egitto aumenterà le esportazioni verso la Russia. Il turismo avrà nuovo impulso. L’agenda internazionale dei colloqui include problemi scottanti come la crisi in Siria, Iraq, Libia e l’aggravamento dello scontro nella Striscia di Gaza tra Israele e Palestina. L’Islam radicale esercita un’influenza crescente utilizzando il terrore come strumento di lotta politica. Egitto e Russia hanno una ricca esperienza nella lotta ai radicali islamici. La maggior parte degli egiziani percepisce al-Sisi come il leader che ha salvato il Paese dal pantano della guerra civile. Un conflitto interno si stava preparando durante la permanenza in carica del presidente islamista Muhammad Mursi. Al-Sisi era ministro della Difesa nel luglio 2013, quando ebbe supporto da forze politiche sinistra e liberali, dal partito salafita al-Nur, da Corte Costituzionale, Ministero degli Interni, Gran Mufti d’Egitto, università musulmana al-Azhar e dal patriarca della Chiesa copta ortodossa. Con questo ampio sostegno al-Sisi depose l’allora presidente Mursi che rappresentava i Fratelli musulmani. Quegli eventi appaiono nella storia dell’Egitto come la “Rivoluzione del 30 giugno” (il 30 giugno 2013 l’esercito inviò un ultimatum a Mursi).
Al-Sisi ha vinto le elezioni presidenziali del maggio 2014. I Fratelli musulmani furono esclusi dalla vita politica del Paese in quanto organizzazione terroristica, secondo la nuova costituzione approvata dal 98% dei votanti nel referendum del gennaio 2014. Abdelfatah al-Sisi, ministro della Difesa e capo dei servizi di sicurezza ebbe oltre il 96% dei voti. La vittoria fu senza precedenti nei 60 anni di storia dell’Egitto repubblicano, da quando il Paese divenne una repubblica nel 1953. Mosca fu la meta del suo primo viaggio all’estero come ministro della Difesa, incontrando il Presidente Putin nel febbraio 2014. Da parte del suo popolo il Presidente russo sosteneva il “successo” dell’alto ufficiale egiziano nella corsa presidenziale della nazione. Il rapporto tra i due Paesi ha radici storiche. Abdelfatah al-Sisi gode di un forte sostegno tra coloro gli eredi dell’ex-Presidente Gamal Abdel Nasser, per esempio il Fronte di salvezza nazionale, tra cui al-Wafd (partito della delegazione), uno dei più antichi ed influenti partiti democratici liberali, il Partito arabo nasseriano e il movimento Tamarod (Ribellione) che rappresentano le forze di sinistra e liberaldemocratiche. In Egitto, al-Sisi viene spesso paragonato a Gamal Abdel Nasser che governò nel 1954-1970.
La politica filo-socialista di Nasser aveva lo scopo di mantenere la leadership dell’Egitto nel mondo arabo, e per contrastare la pressione neo-coloniale occidentale, si alleò all’Unione Sovietica. Luminosi esempi di cooperazione bilaterale sono la costruzione della diga di Assuan e il sostegno all’Egitto dall’URSS quando Gran Bretagna, Francia e Israele intervennero contro questo Paese nel 1956. L’attacco fu fermato dall’Unione Sovietica che sottolineò il diritto d’intervenire e colpire gli aggressori. Il popolo egiziano ricorda il sostegno dell’URSS in quei giorni. Molto spesso i manifestanti di Cairo portano insieme le tre immagini di al-Sisi, Nasser e Putin. Il mondo è assai cambiato dai tempi di Nasser, ma il neo-colonialismo è ancora vivo. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti finanziari e militari all’Egitto dopo che Mursi fu rovesciato, l’ex-presidente attuava una politica estera filo-occidentale, in particolare verso la Siria. La caduta di Mursi non ha soddisfatto gli interessi degli Stati Uniti, quindi ne hanno etichettato la deposizione come “violazione della democrazia e golpe militare”. L’Unione africana pose fine all’adesione dell’Egitto all’organizzazione. Ma l’Egitto fu irremovibile nel ripristinare la propria posizione di leader del mondo arabo e centro di potere regionale.
Dopo gli eventi in Crimea e Ucraina, la Russia affronta lo stallo con l’occidente. Gli eventi internazionali fanno presumere che non sia l’ultimo confronto. Per contrastare tale sfida, la Russia ha bisogno di alleati esterni al mondo occidentale, in Asia, America Latina e Africa. Con la sua lunga storia di legami con la Russia, l’Egitto, nazione araba leader, può divenire un alleato dei russi.

C95FA882-1E5B-4D41-9DF0-8265588995CD_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il tiro alla fune multipolare sulla ‘Jugoslavia araba’

Andrew Korybko (USA) 14 agosto 2014

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L’Egitto è il maggiore Paese del mondo arabo e di conseguenza è sempre stato uno dei pesi massimi negli affari regionali. Per quasi mezzo secolo, nel 1974-2013, il Paese fu saldamente comandato dagli Stati Uniti, ostacolandone la possibilità di crearsi una politica estera indipendente. Dalla caduta di Mursi, tuttavia, al-Sisi ha guidato il Paese sulla via della diversificazione nella politica estera, anche coltivando legami con la Russia. E’ attraverso questa ristabilita amicizia russo-egiziana che esiste una delle finestre più significative per la positiva trasformazione regionale, e la Russia può sottrarre l’Egitto alla stretta degli Stati Uniti abbracciando il mondo multipolare, dove il Paese assumerebbe il ruolo di ‘Jugoslavia araba’.

I nuovi amici sono d’argento e i vecchi d’oro
Al-Jazeera riporta che l’Unione Sovietica era “alleata” dell’Egitto governato da Nasser, dal 1956 al 1970 questo rapporto fu incarnato da legami culturali, militari ed economici, e la diga di Assuan, che fornisce metà dell’energia elettrica all’Egitto, fu costruita con l’assistenza sovietica, creando un solido monumento fisico all’amicizia storica tra i due Paesi. Nonostante ciò, il corteggiamento degli Stati Uniti di Sadat, successore di Nasser, capovolse l’equazione geopolitica regionale, trasformando l’Egitto da alleato sovietico ad ansioso Stato cliente degli USA. Essendo basata sul denaro, non era un vera alleanza ed era destinata a essere rovesciata, in un modo o nell’altro. Ironia della sorte, fu proprio la folle politica estera degli Stati Uniti che respinse l’Egitto da tale relazione politica neo-coloniale verso il sistema multipolare.

Il maggiore tradimento
L’amicizia d’argento degli USA con l’Egitto apparve nel 2011, con gli eventi della primavera araba.  In realtà, fu una rivoluzione colorata a livello di teatro, progettata da Washington per mantenere l’egemonia sulla regione. La maggior parte dei leader invecchiava ed era al potere da secoli, il che significa che erano pronti a scomparire o essere rimossi. Ciò era vero soprattutto per Mubaraq, insultato da un forte segmento della popolazione che poteva essere facilmente rinchiusa in organizzazione pubblica a lui contraria, se l’infrastruttura sociale fosse stata correttamente schierata. Gli Stati Uniti decisero di prendere l’iniziativa e avviare la trasformazione regionale da soli, per controllare il processo di transizione della leadership. Cercarono di utilizzare la transnazionale dei Fratelli musulmani come l’Unione Sovietica utilizzò il partito comunista, per portare al potere una cricca sotto il loro dominio, e questa missione richiese molto tempo per affermarsi. Il tradimento degli Stati Uniti di Mubaraq, equivalse pertanto a uno dei più rischiosi azzardi della politica estera della Guerra Fredda, e non sorprende che non sia riuscito quando il popolo d’Egitto si ribellò e rovesciò Mursi nel luglio 2013.

Sogni jugoslavi
L’anno scorso, la politica estera dell’Egitto subì colpi di scena e cambiamenti interessanti. Anche se sembrava irregolare ad un occhio inesperto, se esaminato nel contesto multipolare, si poteva vedere che l’Egitto iniziava a recuperare un elemento della precedente politica indipendente, provando a darsi un posizionamento politico nel sistema globale. Se visto dalla conclusione prevista, tale tentativo indica che al-Sisi immagina il suo Paese come la Jugoslavia del 21° secolo in Medio Oriente.

Il riallineamento russo
Operare con la potenza regionale Arabia Saudita e anche cercare di mediare un cessate il fuoco tra Israele e Palestina è una cosa, ma una volta che l’Egitto ha iniziato a contattare la Russia, grande potenza in ascesa, i suoi piani di orientamento multipolare divennero seri ed extra-regionali. Dopo tutto, sauditi, israeliani e statunitensi operavano sottobanco in Medio Oriente, quindi non c’è molta differenza tra le loro manovre di patronaggio che cercano di sfruttare posizioni vantaggiose (che, però, non possono essere sottovalutate nel caso dell’Egitto). A novembre, il ministro degli Esteri egiziano visitò Mosca, dove affermò che il suo Paese voleva ritornare a legami “dello stesso alto livello esistenti con l’Unione Sovietica”. Che un tale riorientamento intenso si verifichi o meno nella misura dichiarata, il fatto che un tale obiettivo sia stato esplicitato è estremamente simbolico. L’Egitto, come è stato rilevato precedentemente, era relativamente caduto in disgrazia presso gli Stati Uniti, dal colpo di Stato contro Morsi, quindi ciò dimostrava che Cairo imparava a manovrare nel mondo multipolare per avere assistenza da Stati non-occidentali o filo-occidentali (del Golfo). Al-Sisi fece il suo primo viaggio all’estero in Russia, dimostrandosi serio nel giocare la sua mano in tale gioco jugoslavo.

Armi agli amici:
Uno degli sviluppi più interessanti ad apparire sono Russia ed Egitto che concludono un accordo da 3 miliardi di dollari in armamenti (per lo più per la potenza aerea) che sarà finanziato da sauditi ed emirati. Ciò mostra le profondità della complessa politica dell’Egitto alleatosi agli Stati del Golfo, e alcuni analisti sospettano che agisca da tramite diplomatico tra Mosca e il Golfo. Può essere visto in tal senso che Russia ed Egitto, indipendentemente da chi paga, vogliono elevare l’amicizia ad un livello tecnico-militare superiore. La Russia vede il commercio di armi con l’Egitto come primo passo ufficiale per ricostruire l’amicizia ostacolata durante la Guerra Fredda, e l’Egitto è d’accordo su ciò.

Il giubbotto di salvataggio turistico:
I seguaci casuali della diplomazia russa in Medio Oriente, in genere non sanno che i turisti russi contribuiscono in modo significativo all’economia egiziana, e in alcuni casi anche come giubbotto di salvataggio economico durante disordini civili. Perciò, i turisti russi sono un prezioso capitale diplomatico ed economico umano, che può essere sfruttata da Mosca per aumentare ulteriormente i legami con Cairo. È un dato di fatto, si prevede che 3 milioni di turisti russi potranno visitare l’Egitto entro la fine dell’anno, continuando a mostrare il valore di questo tipo di diplomazia umana, anche se i protagonisti non sono consapevoli del grande ruolo che svolgono negli affari politici. Questo legame economico è ciò che teneva vivi i rapporti tra Russia e Egitto negli anni 2000, funzionando anche da giubbotto di salvataggio diplomatico ed infine ponendo le basi per l’interesse inter-civiltà e la cooperazione culturale futura.

Il filtro delle sanzioni:
Con le relazioni tra Russia e occidente al minimo, l’Egitto ha ora la possibilità di giocare una parte tra i tanti sanzionati dagli occidentali che possono entrare nel mercato russo. Ciò testimonierebbe impegno nella politica multipolare ignorando gli Stati Uniti. Colloqui sono già in corso per aumentare del 30% le esportazioni agricole egiziane in Russia. Il grande quadro è che le contro-sanzioni russe all’occidente abbiano lo scopo di stimolare lo sviluppo macroeconomico del Paese, allontanandosi dall’occidente e puntando ai centri di potere multipolari emergenti, con Cina, Turchia e America Latina che corrono a riempire il vuoto prodotto dall’occidente, ad esempio. L’Egitto aderendo alla corsa, invia l’ennesimo forte segnale all’occidente sull’indipendenza della propria politica estera.

Verso un’unione perfetta:
Proseguendo nella visione economica non-occidentale della Russia, l’Egitto è in trattative con l’Unione eurasiatica per creare una zona di libero scambio. Sarebbe lo schiaffo simbolico allo Zio Sam, se mai ve ne sia stato uno, soprattutto considerando i miliardi di aiuti dati al Paese, ma è improbabile che i sauditi l’accettino gentilmente, dato che il loro obiettivo a lungo termine è portare il Paese nel GCC. Indipendentemente da ciò, solo il fatto che Egitto ed Unione Eurasiatica prendano in considerazione la cooperazione, e che al-Sisi e Putin ne parlino a Mosca e pubblicamente, dimostra che vi è più di quanto si veda. Può far parte del nuovo perno jugoslavo dell’Egitto, cercando di mettere i grandi benefattori gli uni contro gli altri per maggiori vantaggi, ma è dubbio che Putin, l’uomo più potente del mondo, sprechi tempo prezioso per qualcuno o qualcosa che non costituisca un vantaggio tangibile.

Pensieri conclusivi
L’ultima visita di al-Sisi a Mosca dimostra che il rapporto egiziano-russo si sviluppa nuovamente e che Cairo gioca le sue carte multipolari. Anche se ancora ha una posizione privilegiata con i militari degli Stati Uniti e ha ricevuto 20 miliardi di dollari di aiuti dai regni del Golfo, l’Egitto si volge rapidamente verso la Russia creando un equilibrio triangolare tra questi tre attori. Se si confronta l’attuale stato di cose al 2010 di Mubaraq, gli Stati Uniti hanno chiaramente perso il monopolio dell’influenza sull’Egitto. Così al-Sisi si sforza davvero di diventare il Tito del 21° scolo, muovendosi abilmente tra Washington, Riyadh e Mosca, mettendo il suo Paese nella migliore posizione possibile. Se l’Egitto continuerà la sua trasformazione nella ‘Jugoslavia araba’, le prospettive di un mondo veramente multipolare aumenteranno sorprendentemente, e la cooperazione russa è il combustibile per accelerare questa evoluzione.

RUSSIA-EGYPT-POLITICSAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Al-Sisi evita lo spazio aereo turco
Hurriyet 13/8/2014

n_70406_1L’aereo del presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi ha seguito una rotta inusuale rientrando dalla Russia, evitando di sorvolare lo spazio aereo turco, segnalava il 13 agosto il sito airporthaber.com.
Dopo l’incontro con il suo omologo Vladimir Putin a Sochi, al-Sisi era salito a bordo dell’Airbus 340-200 del governo egiziano che avrebbe dovuto volare verso Cairo. Dopo la decisione di evitare lo spazio aereo turco, il pilota ha dovuto anche evitare lo spazio aereo ucraino, per via degli scontri in corso che videro il volo MH17 delle Malaysia Airlines abbattuto sull’Ucraina orientale. Di conseguenza, l’aereo ha sorvolato Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia, rientrando in Egitto. Come  in Ucraina, gli spazi aerei iracheno e siriano non sono considerati sicuri per via dei conflitti in corso in entrambi i Paesi. Tuttavia, si è evitato lo spazio aereo turco probabilmente per la crisi diplomatica tra Cairo e Ankara.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti hanno tradito l’Egitto: al-Sisi

Christof Lehmann 10/08/2014RTX120E0-e1375297827217Il 4-6 agosto, il presidente statunitense Barack Obama ha ospitato a Washington il vertice dei leader dell’Africa presso la Casa Bianca. Obama disse “Non vedo i Paesi e i popoli dell’Africa come un mondo a parte. Vedo l’Africa come parte fondamentale del nostro mondo interconnesso, partner dell’America per il futuro che vogliamo per i nostri figli. Tale partenariato deve basarsi su responsabilità e rispetto reciproco“. Il 14 luglio, il portavoce della Casa Bianca al Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ned Price, ha detto che il presidente Obama aveva deciso d’invitare il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi, con breve preavviso. Obama aveva deciso di invitare al-Sisi perché l’Unione Africana aveva ridato la piena adesione all’Egitto. Abdelfatah al-Sisi declinò l’invito dicendo che non aveva tempo per parteciparvi. Disse che invece avrebbe inviato il primo ministro Ibrahim Mahlab. Il rifiuto educato di al-Sisi ricorda l’intervista di Larry Weissman del 2012 con l’allora Generale Abdelfatah al-Sisi che disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti l’hanno pugnalato alla schiena con i Fratelli musulmani e Mursi. Nulla che l’Egitto possa facilmente dimenticare o perdonare“. Dicendo ciò al-Sisi s’è dimostrato non solo un vero statista coraggioso. Ha toccato uno dei temi centrali nei dibattiti africani sul neo-colonialismo. Cioè, se Mandubuchi Dukor aveva ragione quando parlava di “non-libertà africana”, sempre più  pensatori africani, come John Ezenwankwor, non respingono Dukor ma sottolineano che “l’africano come essere umano con libero arbitrio e responsabilità non può continuare a incolpare i colonizzatori quando può rifiutare azioni coloniali predeterminate o accettarle assumendosene la responsabilità“.

Come gli USA hanno tradito l’Egitto e il suo popolo con Mursi e i Fratelli musulmani?
Nel luglio 2012 il Capo dell’Intelligence militare egiziana, Umar Sulayman, morì durante un controllo medico di routine in un ospedale di Cleavland. Umar Sulayman era non solo uno degli amici più stretti di al-Sisi. Sulayman conosceva profondamente il coinvolgimento dei servizi segreti di Stati Uniti, Qatar e Turchia nella primavera araba. Mursi divenne il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto. Sospese la camera bassa del parlamento e la magistratura, senza proteste dagli Stati Uniti. Mursi cambiò costituzione e legge elettorale dell’Egitto, rendendo impossibile ai partiti non-islamisti competere alle elezioni. L’amministrazione Obama elogiò Mursi nel riformare l’Egitto. Mursi divenne il primo dittatore democraticamente eletto dell’Egitto. La propaganda spacciò un colpo di Stato per lotta per la libertà e la democrazia. Quando l’opposizione chiese di discutere seriamente delle modifiche costituzionali, il capo dei Fratelli musulmani Amir Darag disse che era “una perdita di tempo e sospendere il dialogo nazionale sulla questione costituzionale era irrealistico“. Fu dopo tale dichiarazione, nel gennaio 2013, che l’opposizione organizzò le proteste di massa. Nel giugno 2013 Mursi segnò un altro punto. Circa 14 milioni di egiziani scesero in piazza chiedendogli di avviare colloqui con l’opposizione o dimettersi.  L’esercito si schierò a protezione degli edifici pubblici. L’avvertimento che l’esercito doveva intervenire a meno che Mursi parlasse con l’opposizione, fu ignorato. La risposta degli Stati Uniti alla cacciata di Mursi, il 3 luglio 2013, fu una condanna inequivocabile. Il peggior tradimento, però, doveva ancora venire.
Ad agosto, la polizia e i militari annunciarono che i manifestanti avrebbero dovuto lasciare piazza Rabia perché la sua occupazione da un mese aveva portato il traffico e le attività di Cairo a un punto morto. Misteriosi cecchini furono visti sui tetti sparare ai manifestanti che seguivano gli ordini della polizia lasciando piazza Rabia. Il panico seguì e la gente fuggì di nuovo in piazza dove fu accolta con tiri di fucili automatici. Centinaia di manifestanti in preda al panico furono falciati dai militanti dei Fratelli Musulmani che aprirono il fuoco da dietro i sacchi di sabbia posizionati sulla piazza.  Video che mostravano i militari sparare furono diffusi da al-Jazeera. Non venne detta una parola sul fatto che l’esercito sparava a uomini armati che tiravano sui manifestanti. 578 furono uccisi e 4021 feriti. Gli Stati Uniti risposero inequivocabilmente condannando il brutale massacro dei pacifici manifestanti pro-Mursi. Fu dopo questo incidente che al-Sisi disse: “Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto con i Fratelli musulmani e Mursi. E’ qualcosa che l’Egitto non dimenticherà o perdonerà facilmente“.

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i paralleli con l’Ucraina
Nel febbraio 2014, circa 100 poliziotti ucraini e manifestanti furono uccisi da cecchini misteriosi.  La risposta degli Stati Uniti al massacro era l’inequivocabile condanna del presidente ucraino Victor Janukovich. Una telefonata trapelata tra l’assistente del segretario di Stato USA Victoria Nuland e l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt dimostrò che gli Stati Uniti gestivano il cambio di regime in Ucraina. Nel corso di un’audizione presso la commissione Esteri della Camera, Nuland ammise  che gli Stati Uniti collaboravano con i nazisti ucraini. Una telefonata trapelata tra il capo degli Esteri dell’Unione europea Catherine Ashton e il ministro degli Esteri estone Umeas Paet, rivelò che i membri dell’opposizione filo-occidentale erano responsabili dei massacri. C’è un parallelo tra Cairo e Kiev che dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti era coinvolto nelle violenze a Cairo e Kiev. I volantini che incitavano i “manifestanti pacifici” di Cairo a prepararsi a manifestazioni violente erano identici ai volantini distribuiti tra i “manifestanti pacifici” di Kiev. L’organizzatore di tali volantinaggi era Canvas, già nota come Demoz. Canvas è sponsorizzata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’organizzazione fu coinvolta nelle sovversioni in Jugoslavia. È parte del kit per il cambio di regime del dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Troppo occupato per recarsi a Washington, per il vertice dei leader africani con Obama alla Casa Bianca
Il Presidente dell’Egitto Abdelfatah al-Sisi rifiutava cortesemente l’invito di Obama perché era troppo occupato. La situazione a Gaza richiede attenzione. L’Egitto s’è offerto di aprire il valico di Rafah tra Striscia di Gaza e Sinai. Condizione dell’Egitto per l’apertura delle frontiere è che sia un governo d’unità palestinese, e non Hamas o qualsiasi altro soggetto, a controllare la parte palestinese del confine. Qatar e Turchia hanno finora comunicato ad Hamas di respingere la proposta e gli Stati Uniti non sono interessati a un governo di unità. L’Egitto ancora affronta l’insurrezione armata nel Sinai, supportata da Turchia, Qatar e dalla fazione di Hamas di Qalid Mashal. Obama ha dovuto tenere a Washington il vertice dei leader africani senza al-Sisi. Il comandante in capo del neo-colonialismo e primo presidente afro-americano alla Casa Bianca è responsabile della morte di più neri africani dei cinque suoi predecessori. Al-Sisi mostra il potenziale di vero leader africano, concludendo il dibattito su Dukor e la “non libertà africana” mostrando libero arbitrio e pragmatismo.
_72955220_9ns4rbqnIl Dr. Christof Lehmann consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

MiG-35: l’aereo che non morirà

Rakesh Krishnan Simha RBTH 30 maggio 2014

Il jet da combattimento multiruolo MiG-35, rifiutato dall’India, si appresta a compiere un atterraggio spettacolare in Egitto, nell’ambito dell’offensiva diplomatica di Mosca in Medio Oriente.

3576Il russo MiG-35, in stallo nel concorso per il caccia multiruolo per l’India del 2010, probabilmente volerà nei cieli egiziani. Mosca e Cairo starebbero lavorando su un accordo da 3 miliardi di dollari per la fornitura al Paese strategicamente importante di tra l’altro 24 avanzati caccia MiG-35. La vendita del MiG-35, discussa durante la visita della delegazione militare russa in Egitto ad aprile, è uno sviluppo significativo delle relazioni tra Cairo e Mosca. Mikhail Rijabov esperto militare del team di consulenza militare russa durante la guerra arabo-israeliana del 1973, ha detto ad al-Ahram Weekly: “Le offerte saranno attuate nel prossimo futuro. C’è un accordo tra Cairo e Mosca. Poiché l’Egitto era governato da un governo ad interim, l’accordo è verbale invece che su carta. I russi puntano su un Feldmaresciallo Abdel-Fatah al-Sisi vincente alle elezioni per attuare l’accordo all’inizio del suo mandato. Al-Sisi veleggia verso il potere questo mese.” Il campo di applicazione dell’accordo potrebbe allargarsi includendo ulteriori equipaggiamenti per la difesa come gli elicotteri da combattimento Mi-35, missili anticarro e sistemi di difesa costiera.

Il velivolo
L’aeronautica egiziana, in gran parte basata sugli obsoleti jet F-16 degli USA, probabilmente sarà entusiasta di ricevere il nuovo caccia da superiorità aerea russo. Il nuovo MiG, presentato nell’air show di Bangalore del 2007, è un velivolo multi-ruolo con buone capacità ognitempo nelle missioni aria-aria e d’attacco di precisione contro obiettivi terrestri. La versione per l’esportazione sarà equipaggiata con il radar a matrice a scansione elettronica attivo (AESA) Zhuk-AE, ed è compatibile con sistemi d’arma russi e occidentali. Mentre i suoi detrattori dicono che i MiG-35 sia solo un MiG-29 rinnovato, in realtà il MiG-35 è un aereo notevolmente migliorato, il 30 per cento più grande e classificato come jet da combattimento di 4.ta++ generazione. Non solo è un asso nel dogfight in grado di neutralizzare aerei d’attacco e missili da crociera, ma può distruggere obiettivi di superficie a distanza e può anche condurre missioni di ricognizione. Può anche avere alcune caratteristiche stealth per via dell’uso di materiali compositi. Inoltre, non è più un figliastro dei militari russi. Secondo il comandante dell’aeronautica russa Generale Aleksandr Zelin, fino a quando il caccia stealth PAK-FA sarà introdotto, l’esercito russo utilizzerà i nuovi caccia multiruolo MiG-35D per fronteggiare l’ultimo aereo stealth statunitense F-35. “Non abbiamo rinunciato ai velivoli leggeri MiG-35D, ma punteremo al PAK-FA in futuro”, ha detto il Generale Zelin. La Russia ha firmato un contratto da 473 milioni di dollari per 16 caccia MiG-35 da consegnare dal 2016. Secondo l’United Aircraft Corporation, la società prevede che circa 100 caccia MiG-35 saranno prodotti “nel breve termine”.

Dogfight mediorientale
Se la vendita andrà in porto, sarà un evento d’importanza strategica perché segnerà il ritorno della Russia nel Medio Oriente dopo 40 anni di deserto diplomatico. Nel 1972, l’allora presidente egiziano Anwar Sadat espulse oltre 17000 consiglieri militari sovietici dal Paese e aderì all’alleanza impopolare con Stati Uniti e Israele. Non solo l’accordo indica che l’influenza statunitense nella regione s’indebolisce, ma dal punto di vista della Russia sarebbe un altro successo dopo la Siria e la Crimea, nel suo braccio di ferro strategico con l’occidente. Secondo gli analisti strategici Yiftah Shapir, Zvi Magen e Gal Perel dell’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale israeliano, “la Russia ha designato il Medio Oriente come un altro fronte nella lotta globale contro l’occidente, in parte  bilanciando le pressioni in Europa orientale… La Russia quindi ha un interesse preciso nel vendere armi all’Egitto, in quanto potrebbe migliorarne significativamente la posizione internazionale ed essere il degno esempio per gli altri Paesi della regione dell’espansione della cooperazione“. Gli israeliani credono che l’accordo sarà una grave sconfitta politica e diplomatica degli Stati Uniti in Medio Oriente, un rifiuto diretto a Washington. Un analista locale l’ha descritto come il possibile  caso di “Obama che cede l’Egitto a Putin“.

2985Cairo in bancarotta, chi paga?
L’Egitto è a pochi passi dal disastro finanziario. Da quando i russi se ne andarono negli anni ’70, i requisiti per la Difesa del Paese furono affidati agli Stati Uniti. Tuttavia, nell’ottobre 2013 gli USA dissero che avrebbero “ricalibrato” gli aiuti per la Difesa dell’Egitto sospendendone una parte secondo una disposizione legale statunitense che vieta di vendere armi ai regimi che arrivano al potere con un colpo di Stato militare. In tale contesto, la capacità dell’Egitto di auto-finanziare tali acquisti è dubbia. Mentre Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sarebbero disposti a pagare i MiG, la grande domanda è, sarà vero? Entrambe le dittature del Golfo sono fermamente nel campo statunitense, ma ultimamente cercano di ricucire con Mosca. I sauditi, che apertamente sostengono i fondamentalisti islamici in Siria nel tentativo di rovesciare il Presidente Bashar Al-Assad, si sentirono frustrati quando gli Stati Uniti ci ripensarono e decisero di non attaccare la Siria. L’Arabia Saudita è anche preoccupata dalle aperture statunitensi verso l’acerrimo nemico Iran. Rafforzare l’Egitto, l’unico Paese arabo (ora che l’Iraq è neutralizzato) che può essere un baluardo contro i temuti persiani, è quindi nell’interesse di Riyadh. Tuttavia, se i finanziamenti in petrodollari non passano, ciò non significa che Mosca mollerà tale opportunità strategica. L’azienda di esportazioni di armamenti russa Rosoboronexport piazza vendite in tutto il mondo, utilizzando finanziamenti agevolati garantiti dal governo russo. Sergej Tshimisov, funzionario per gli armamenti russo, ha detto al giornale kuwaitiano al-Ray che Mosca è pronta a essere “molto flessibile” nei pagamenti essendo interessata a consolidare i rapporti con Cairo.

Occasione mancata?
Quando il MiG-35 fu offerto all’India, il problema principale dell’aeromobile era la mancanza di sostegno statale al programma. Ciò funse da ostacolo nel garantire ordini esteri. La manutenzione è il secondo problema. Il tempo fra le revisioni del motore era di almeno 2000 ore e la vita totale era di 4000 ore, ma l’RD-33 non soddisfaceva questi parametri, secondo una fonte di Kommersant. Entrambi i problemi sono ora sistemati e l’aereo è pronto per il decollo. La Serbia è un’altra nazione che ha firmato per l’aeromobile. La domanda è, l’India rimpiangerà di non aver acquistato il MiG-35, che costa solo 30-40 milioni di dollari per unità rispetto al Rafale prezzato oltre 100 milioni di dollari, in aumento.

AIR_MiG-35D_5oclock_lgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’occidente istiga una guerra di tipo siriano in Egitto

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 28.04.2014 mursi-w-620x349-600x349Al-Akhbar in un articolo intitolato “Egitto: l’esercito libero egiziano viene addestrato in Libia“, ha riferito che: “Le forze di sicurezza egiziane continuano a inseguire i gruppi armati attivi nel Paese. Il confronto non sembra finirà presto, con informazioni diffuse quotidianamente dalle agenzie di sicurezza sui piani dei gruppi che vogliono destabilizzare l’Egitto. Fonti della sicurezza hanno rivelato ad al-Akhbar che “le agenzie di intelligence e di sicurezza sono riuscite a monitorare i movimenti dei gruppi terroristici e arrestato alcuni di loro in città e villaggi del nord dell’Egitto, così come ai confini orientali, occidentali e meridionali dell’Egitto.” L’articolo inoltre afferma che un “esercito libero egiziano” è in preparazione nella vicina Libia, lungo il confine libico-egiziano, l’epicentro degli estremisti settari del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) di al-Qaida da cui iniziarono le operazioni della NATO contro il governo libico nel 2011. Mentre l’articolo di al-Akhbar cita solo “fonti” anonime, la recente escalation di violenze conferisce credibilità e preoccupazione per un conflitto di tipo siriano alimentato da interessi stranieri volti a destabilizzare e rovesciare l’attuale ordine socio-politico egiziano.

Il collegamento siriano
Le recenti violenze dei sostenitori del deposto presidente egiziano Muhammad Mursi, in particolare del suo partito politico dei Fratelli musulmani e la rete di affiliati armati, è un motivo di particolare preoccupazione. Furono i Fratelli musulmani in Siria che iniziarono a ricevere denaro e sostegno da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele nel lontano 2007, in preparazione del conflitto che ormai infuria in Siria negli ultimi 3 anni. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012, intitolato “L’ascesa dalle ceneri dei Fratelli musulmani della Siria“, affermava: “Lavorando con calma, la Fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e rifornimenti in Siria, per riavviare la propria presenza tra i piccoli contadini sunniti e la classe media siriani, dicono fonti dell’opposizione“. I Fratelli musulmani stavano scomparendo in Siria prima delle agitazioni nel 2011, mentre Reuters sbaglia categoricamente nell’articolo, spiegando il “come” dietro la resurrezione della Fratellanza, che fu svelato in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La Confraternita era direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviavano aiuti attraverso i sauditi, in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Sad Hariri, allora guidata da Fuad Siniora, fu l’intermediaria tra i pianificatori statunitensi e i Fratelli musulmani siriani.
Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington per dirgli personalmente dell’importante ruolo dei Fratelli musulmani in Siria in una qualsiasi azione contro il governo al potere: “(Walid) Jumblatt poi mi ha detto che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere tra l’altro la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che, se gli Stati Uniti si muovevano contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, ha detto Jumblatt“. L’articolo continuava spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono l’appoggio a vantaggio della Confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la Confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi prendono l’iniziativa del sostegno finanziario, ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva sempre denaro dall’Arabia Saudita, con l’acquiescenza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione del Fronte incontrò i funzionari del Consiglio della Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio. Jumblatt disse che aveva capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership sunnita moderata combatteva i Fratelli musulmani egiziani da decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutano la Fratellanza. Ma se non attaccano la Siria, in Libano affronteremo Hezbollah in una lunga lotta, che non potremo vincere”. Chiaramente poi, i Fratelli musulmani in Egitto subito sostennero apertamente gli omologhi siriani, beneficiando dello stesso supporto straniero che ha devastato la Siria, pronti a svolgere lo stesso ruolo che la Fratellanza musulmana siriana aveva giocato nel 2011 nel creare, finanziare e armare i gruppi di militanti in Egitto attraverso la sua ben organizzata macchina politica. Mentre molti esperti e analisti cercano di ritrarre l’esercito egiziano come un regime clientelare, obbediente e affidabile per l’occidente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. L’occidente ed i suoi collaboratori arabi cercano di erodere e alla fine distruggere l’Iran e il suo arco d’influenza che si estende dai confini con l’Afghanistan ad est, a tutta la Siria in occidente, fino alle coste mediterranee del Libano. L’esercito egiziano può essere disposto a fare concessioni economiche e politiche verso l’occidente per mantenere l’aiuto sostanziale che scorre nelle sue casse, ma non è disposto a compromettere la stabilità dell’Egitto e la sua stessa sopravvivenza facendo parte di un “fronte settario” per combattere l’Iran per conto dell’occidente (e qui).

Carota marcia, bastone rotto
La rivista VICE ha riportato in un articolo intitolato “Gli aiuti USA tornano in Egitto tra ondate di attentati“, che: “Due poliziotti egiziani sono stati uccisi in incidenti separati, oggi, mentre gli oppositori del governo sostenuto dai militari continuano l’ondata di attacchi contro le forze di sicurezza. Il Brigadier-Generale Ahmad Zaqi è morto nel governatorato di Giza in Egitto appena ad ovest del Cairo, per l’esplosione di una bomba piazzata sotto la sua auto, ferendolo gravemente mentre tornava a casa, hanno detto dei funzionari ad AP. Un video postato su YouTube l’indomani mostrava l’attentato, così come mostrava il cellulare che sarebbe stato utilizzato per attivare la bomba. Nel frattempo, ad Alessandria, il tenente Ahmad Sad è morto durante un raid contro una sospetta base dei militanti, ha detto al Middle East News Agency il capo della polizia cittadina Maggior-Generale Amin al-Zadin. Questi sono gli ultimi incidenti di un’ondata di violenze contro militari e poliziotti da quando l’ex-presidente Muhammad Mursi e i suoi Fratelli musulmani furono deposti dall’esercito a giugno. Gli attacchi contro le forze di sicurezza, in un primo momento, si concentrarono nell’irrequieta penisola egiziana del Sinai, dove una rivolta in piena regola infuria, ma da allora si è diffusa altrove”.
VICE continua riferendo che aiuti militari dagli Stati Uniti sono stati infine consegnati dopo la minaccia di tagliarli dopo la cacciata di Mursi. Mentre VICE e altri media occidentali tentano di minare la posizione dei militari egiziani nel mondo arabo, suggerendo che gli Stati Uniti sostengano il nuovo governo militare di Cairo, ciò che questa politica a doppio binario rappresenta, in realtà, sono gli aiuti militari usati come “carota”, mentre un conflitto terroristico in stile siriano e appoggiato dalla NATO è il “bastone”. L’obiettivo finale è fare in modo che l’esercito egiziano sia gradualmente minato e rimosso dal suo consolidato ruolo nella politica egiziana, proprio come è stato fatto in Turchia e altrettanto viene tentato in Thailandia attraverso il regime filo-USA di Thaksin Shinawatra. In Egitto, l’obiettivo d’installare un governo dei Fratelli musulmani e coltivare l’estremismo settario, amplierebbe la capacità dell’occidente di intraprendere guerre per procura oltre i confini dell’Egitto, in nazioni come Libano, Siria, Iran e infine Caucaso, in Russia, e nella maggior parte delle province della Cina occidentale. Un obiettivo, però, cui l’attuale governo di Cairo non vuole avere niente a che fare.

Prendere la carota e lottare contro il bastone
L’influenza geopolitica dell’occidente è in evidente declino. La sua traballante “vittoria” in Libia, il fallimento in Siria, le complicazioni che si moltiplicano in Ucraina non solo minano la fiducia dei suoi alleati in diverse partnership e alleanze, ma cambia le dinamiche con cui i nemici dell’occidente rispondono al suo tradizionale approccio da “carota e bastone”. Gli “aiuti militari” in cambio dell’abdicazione dei militari egiziani dalla politica e delle radicalizzazione, divisione e distruzione dell’ordine socio-politico dell’Egitto è la formula squilibrata e priva di incentivi di un occidente che puzza di debolezza. Tale formula mal concepita, che già altrove ha dato quella vivida esemplarità che il governo di Cairo prende in considerazione, è già fallita prima ancora di iniziare in Egitto. La decisione di Cairo di agire con decisione contro i Fratelli musulmani e la sua rete di militanti prima dell’inizio di un conflitto diffuso, indica che il governo non è più preoccupato dalle opinioni di Washington, Londra o Bruxelles, né dall’influenza combinata delle rispettive macchine mediatiche. Non ostacolare la militanza per timore dell'”opinione pubblica” globale, porterebbe solo a una situazione che getterebbe i semi di un conflitto di tipo siriano, distruttivo e protratto, un conflitto che Cairo appare determinato a impedire.
La prova che un “esercito libero egiziano” viene addestrato nella vicina Libia può mancare, ma precedenti, motivazione e volontà dell’occidente nel sostenere un tale complotto, di certo no. La decisione dell’Egitto di non tener conto del parere dell’occidente oramai in declino farà da modello per le altre nazioni cui vengono agitati simili “carote marce” e “bastoni spezzati”. Il futuro dell’Egitto dipende dalla perseveranza dei suoi leader nel perseguire una campagna preventiva contro una guerra di tipo siriano che l’occidente sempre più apertamente fa pendere sul futuro dell’Egitto.

MIDEAST_EGYPT_CULT_1544921gTony Cartalucci ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

cp5Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca e Cairo di nuovo insieme

Stanislav Ivanov New Oriental Outlook 20/02/2014

0771D142-755D-4E49-999F-2C155C1E56D8_mw1024_n_sIl 12-13 febbraio 2014, il ministro della Difesa e dell’industria militare Abdel Fatah al-Sisi e il ministro degli Esteri Nabil Fahmy dell’Egitto erano in visita ufficiale a Mosca. Oltre a negoziati nel formato 2 +2 con il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, gli alti funzionari sono stati ricevuti dal Presidente della Federazione Russa V. V. Putin, che ha notato che Russia ed Egitto hanno lunghe e tradizionalmente amichevoli relazioni, numerosi  lungimiranti grandi progetti economico-commerciali e di altro tipo, ed ha espresso la speranza che, con l’emergere del nuovo potere in Egitto, tutti i meccanismi della cooperazione bilaterale siano pienamente utilizzati. La Russia è il primo Stato visitato dal ministro della Difesa e attuale capo della Repubblica araba d’Egitto, A. F. al-Sisi. Come è noto, dalla fine dell’estate dello scorso anno, il Paese in realtà è diviso in due fazioni: coloro che sostengono i Fratelli musulmani, saliti al potere a seguito di elezioni democratiche, e l’opposizione che lotta per un Egitto laico e democratico. L’usurpazione del potere nel paese dei Fratelli musulmani s’è scontrata con anche altri gruppi islamici (salafiti). Nel contesto della situazione economica e finanziaria aggravata e del crescente rischio che la rivolta potesse trasformarsi in una guerra civile, la leadership dell’esercito egiziano dovette intervenire nel conflitto interno rovesciando il presidente Muhammad Mursi e, quindi di fatto, inscenando un colpo di Stato militare. Ora l’Egitto si prepara a nuove elezioni presidenziali e parlamentari, e le azioni dell’ex-presidente M. Mursi sono attualmente sotto processo. In vista della visita dei ministri egiziani a Mosca, il presidente della Costituente egiziana ed ex-capo della Lega Araba Amr Mussa aveva detto che il feldmaresciallo A. F. al-Sisi era destinato, al ritorno dalla Russia, ad annunciare ufficialmente la candidatura alle prossime elezioni presidenziali.
Il primo incontro del formato 2+2 tra i ministri russi ed egiziani si è tenuto a Cairo nel novembre 2013. Nel contesto di tale riunione, l’incrociatore Varjag, ammiraglia della flotta del Pacifico della Marina russa e vetrina delle capacità militari e tecniche della Russia, è arrivato nel porto egiziano di Alessandria. Tali negoziati si sono concentrati sulle prospettive della cooperazione bilaterale tra F. R. e RAE in campo militare e tecnico-militare. Come sappiamo, fino al 1972, il principale partner dell’Egitto in questo campo fu l’URSS, ma dopo che la leadership egiziana concluse la pace con Israele, con Washington mediatrice, i leader dell’Egitto passarono alla cooperazione militare con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni, l’Egitto ha ricevuto annualmente, su base non-rimborsabile, armi statunitensi del valore di 1,4 miliardi dollari. Il Pentagono ha anche addestrato ufficiali e specialisti delle Forze Armate egiziane. Tuttavia, le autorità degli Stati Uniti, proprio come la maggior parte dei leader dell’Unione Europea, non hanno formalmente approvato la destituzione del presidente egiziano Muhammad Mursi da parte dei militari egiziani, evitando temporaneamente di riconoscere la legittimità del nuovo regime e, nell’ottobre 2013, il programma di assistenza finanziaria e militare degli Stati Uniti per l’Egitto è stato ridotto. Data la complessa persistente situazione politica interna del Paese e la crescente minaccia terroristica nella regione, A. F. al-Sisi ha dovuto iniziare a cercare  fonti alternative di approvvigionamento per le forze armate nazionali. È stato spinto dall’obsolescenza e dall’usura fisica di numerose armi ed attrezzature militari delle Forze Armate egiziane. Washington avrebbe tacitamente fatto capire a Cairo che non ha intenzione di opporsi alla diversificazione parziale degli armamenti dell’esercito egiziano, compresi quelli russi, soprattutto considerando che le forze armate egiziane ancora utilizzano numerose armi ed attrezzature militari obsolete di fabbricazione sovietica (fino al 40% dell’arsenale, secondo le stime degli esperti). Al fine di mantenere l’efficienza al combattimento, negli ultimi dieci anni l’Egitto ha acquistato parti di ricambio e munizioni dalla Russia, per complessivamente circa 350-400 milioni di dollari. Gli egiziani considerano sponsor finanziari dei possibili nuovi grandi contratti nella cooperazione tecnico-militare tra l’ARE e RF, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che già forniscono una notevole assistenza finanziaria e materiale alle nuove autorità dell’Egitto. Allo stesso tempo, Riyadh non cerca di nascondere il fatto che sia interessata a rafforzare le posizioni dei salafiti egiziani, vicini ai sauditi, in contrapposizione ai rappresentanti islamisti della Fratellanza musulmana. Secondo il quotidiano egiziano Egypt Independent, il primo lotto di armi russe potrebbe arrivare in Egitto fin dalla metà del 2014. Si prevede che la quantità totale di materiale militare (sistemi di difesa aerea, elicotteri da combattimento, caccia MiG-29, complessi anticarro, ecc) acquistati dall’Egitto in Russia sarà di 2-4 miliardi di dollari.
Durante il loro ultimo incontro a Mosca, le parti hanno convenuto l’accelerazione della preparazione della documentazione sulla cooperazione tecnico-militare ampliando la portata dei legami militari (lotta al terrorismo, manovre ed esercitazioni congiunte, ospitalità per le navi, addestramento dei militari, ecc). Durante l’incontro, i capi dei ministeri degli esteri e della difesa dei due Paesi hanno sottolineato l’unità delle loro posizioni sul problema numero uno dell’agenda mediorientale: il conflitto siriano. “I ministri hanno ribadito il pieno rispetto della sovranità della Siria e profondo ripudio di qualsiasi interferenza estera nei suoi affari“, dice la dichiarazione congiunta. Tale posizione delle nuove autorità egiziane contrasta con le dichiarazioni dei loro predecessori. Ad esempio, Muhammad Mursi chiese apertamente l’intervento straniero contro il regime di Bashar al-Assad a “sostegno della rivolta siriana” e proprio prima della sua caduta, ruppe le relazioni diplomatiche con Damasco. Così, la collaborazione emergente tra Russia ed Egitto nella cooperazione tecnico-militare e in altri campi indica la tendenza al recupero della posizione della Russia nel mondo arabo e nel Medio Oriente nel complesso. Senza dubbio, sarebbe prematuro parlare di successo finale della diplomazia russa verso l’Egitto, in quanto il grande accordo sulla cooperazione tecnico-militare e le prospettive delle relazioni russo-egiziane in altri campi possono essere considerati un’equazione dalle molte incognite. In questo contesto, non si dovrebbe ignorare sia la continua e abbastanza complessa situazione politica interna dell’Egitto che le posizioni di Washington, Riyadh e altri giocatori esteri che possono avere un impatto sui prossimi eventi, ma ci sono ancora motivi per essere ottimisti. La grande minaccia della diffusione del radicalismo islamico e del terrorismo internazionale nella regione e nel mondo, spingono oggettivamente le leadership di Stati Uniti e Arabia Saudita verso la collaborazione con la Russia nella sicurezza internazionale. Ad esempio, Washington non si è opposta alla diversificazione del suo partner regionale Iraq nella cooperazione tecnico-militare con Russia, Ucraina e Repubblica ceca. Gli Stati Uniti hanno acquistato elicotteri militari russi per le forze armate afghane. Stati Uniti, UE e altri Paesi cooperano strettamente con la Russia nell’eliminazione delle armi chimiche siriane.

209751-01-08Stanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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