Il terrorismo mira alla California

Dedefensa 07/02/2014
BN-BK310_noonan_G_20140206190805La “rivelazione” è stata fatta con discrezione. Alcun allerta da parte di FBI, NSA, CIA, HMS, ecc., nessuna grave dichiarazione allarmata su al-Qaida qui, al-Qaida là… Invece, che discrezione! Pertanto, non prima del 4 febbraio 2014 sul Wall Street Journal, ripreso da altri siti dissidenti come The Truth Wins (Michael Snyder, 6 febbraio 2014) e Infowars.com (6 febbraio 2014), s’è appreso di un attacco terrorista in grande stile e del tutto nuovo, che assai discretamente e con grande efficienza operativa, ha messo fuori uso per diverse settimane una centrale elettrica della California. L’attacco fu assai specifico e probabilmente il primo del  genere: un gruppo, per esempio, un commando di cecchini ha attaccato l’impianto per 19 minuti con la massima precisione, colpendo con precisione chirurgica sempre punti sensibili causando alla centrale notevoli inconvenienti operativi. Cosa più interessante, le informazioni provengono da dichiarazioni pubbliche fatte al WSJ e che hanno avuto scarsa eco nel sistema mediatico. Sembra che ci sia stata inizialmente l’informazione da un ex-funzionario subito trasmessa da fonti realmente ufficiali. La principale fonte del WSJ descrive l’incidente come “il più significativo attacco terroristico interno contro la rete elettrica del Paese.” Nessun arresto, nessuna traccia seria è stata individuata. Alcune ipotesi formulano l’idea della “ripetizione” di un attacco più grande e più grave.
L’attacco è cominciato poco prima dell’01:00, 16 aprile dello scorso anno, quando qualcuno s’infilò  in un canale sotterraneo non lontano da una superstrada trafficata per tagliare cavi telefonici. Nel giro di mezz’ora, cecchini aprirono il fuoco su una vicina sottostazione elettrica. Spararono per 19 minuti, ed hanno eliminato chirurgicamente 17 trasformatori giganti che incanalavano l’energia elettrica di Silicon Valley. Un minuto prima che un’auto della polizia arrivasse, i tiratori scomparvero nella notte… Per evitare un black-out, i funzionari delle rete elettrica deviarono l’energia dal sito e chiesero alle centrali della Silicon Valley di produrne di più. Ma ci vollero 27 giorni di lavoro per le riparazioni e riattivare la sottostazione. Nessuno fu arrestato o accusato dell’attacco alla sottostazione Metcalf della PG&E Corp. Si tratta di un incidente di cui pochi statunitensi sono a conoscenza. Ma un ex-impiegato federale l’“ha definito atto terroristico che, se fosse ampiamente replicato nel Paese, potrebbe abbattere la rete elettrica degli Stati Uniti e mettere sotto blackout gran parte del Paese”. L’attacco fu “il più significativo episodio di terrorismo interno contro la rete elettrica mai accaduto” negli Stati Uniti, ha detto Jon Wellinghoff, presidente della Federal Energy Regulatory Commission, all’epoca… Il 64enne del Nevada, nominato alla FERC nel 2006 dal presidente George W. Bush e dimessosi a novembre, ha detto che indisse un briefing a porte chiuse con in vertici delle agenzie federali, del Congresso e della Casa Bianca, lo scorso anno. Essendo passati mesi senza alcun arresto, ha detto di essere sempre più preoccupato che un attacco ancora più grave sia allo studio. Affermava di render pubblico l’incidente per la preoccupazione che la sicurezza nazionale sia a rischio e che le centrali elettriche critiche non siano adeguatamente protette. Il Federal Bureau of Investigation non pensa che un’organizzazione terroristica abbia attaccato la Metcalf, ha detto un portavoce del FBI di San Francisco. Gli investigatori “continuano a setacciare le prove”, ha detto. Alcune persone dell’ente condividono le preoccupazioni di Wellinghoff, tra cui un ex-funzionario alla PG&E, la proprietaria di Metcalf, che ha detto a un incontro dell’ente, a novembre, che temeva che l’incidente avrebbe potuto essere la prova generale di un’azione maggiore. “Non è stato un incidente deciso da Billy-Bob e Joe dopo un paio di birre, entrando e sparando in una sottostazione”, ha detto Mark Johnson, ex-vicepresidente della PG&E, alla conferenza sulla sicurezza dell’ente elettrico, secondo un video di presentazione. “Fu un evento ben architettato, pianificato e mirato contro certi componenti.” Contattato, Johnson ha rifiutato di commentare...”
Vi sono molti elementi misteriosi e incerti in questo caso. In primo luogo, pubbliche ma non ufficiali dichiarazioni, diciamo semi-ufficiali dalle valutazioni contrastanti. Poi un’operazione descritta come opera di un vero commando di professionisti che utilizzano tecniche avanzate di tiro, in condizioni che richiedono una certa conoscenza tecnica specifica del bersaglio, o comunque informazioni specifiche al riguardo. Ancora, l’FBI non dispone di informazioni su nulla, eppure afferma che non si tratta di un’organizzazione terroristica, mentre l’attacco è ovviamente una vera e propria operazione di un commando organizzato. Anche i commenti dei “dissidenti” restano incerti, al punto in cui sentiamo gli autori oscillare tra un’interpretazione ostile dell’atto a un’altra interpretazione secondo cui potrebbe essere un’azione interna di un ambito “altamente qualificato”, per esempio riferendosi alle capacità tecniche e tattiche delle “forze speciali” di eserciti moderni o di certe unità della criminalità organizzata, che giustificherebbe l’atteggiamento del “centro” federale in molti settori, la militarizzazione della polizia e la pressione della sorveglianza svolta dalla NSA, ecc. Così scrive Michael Snyder, passando al tema di un possibile attacco contro gli impianti nucleari civili (una “Fukushima americana”, ha scritto drammaticamente), ponendosi oggettivamente dalla parte delle forze antiterrorismo denunciate, in generale, quali nemici dai dissidenti antisistema negli Stati Uniti:
In un precedente articolo, ho discusso una relazione molto inquietante che dimostra che i nostri impianti nucleari sono davvero estremamente vulnerabili… impianti nucleari di ricerca e commerciali negli Stati Uniti non sono adeguatamente protetti contro la minaccia del terrorismo, secondo i risultati di nuovo studio pubblicato questa settimana dal Progetto di prevenzione della proliferazione nucleare (NPPP) della LBJ School of Public Affairs dell’Università del Texas di Austin. Le due maggiori minacce terroristiche che affrontano queste strutture, secondo il rapporto, sono il furto di materiali nucleari militari e il sabotaggio volto a provocare una fusione del reattore nucleare. Lo studio, intitolato “Protezione degli impianti nucleari statunitensi da attacchi terroristici: rivalutare l’attuale approccio del ‘Design Basis Threat’”, non ha trovato uno solo dei 104 reattori nucleari commerciali negli Stati Uniti protetto contro “un attacco terroristico assai credibile” come l’11/9. In realtà, gli impianti nucleari non sono tenuti a proteggersi contro gli attacchi aerei, assalti da grandi squadre di terroristi o anche dai fucili ad alta potenza dei cecchini. La verità è che siamo molto, molto più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto la maggior parte degli statunitensi oserebbe immaginare. Allora, perché il governo federale non fa di più per proteggerci?
L’impressione generale lasciata da questo evento è così incerta che il pubblico non ne ha ancora  avuto alcuna seria copertura mediatica, soggetta ad interpretazioni altrettanto incerte, un tale atto di terrorismo dovrebbe, secondo i “dissidenti”, essere percepito come un attacco contro gli Stati Uniti, o un atto di colera interna contro il “centro federale” e tutte le organizzazioni che lo rappresentano, realmente o simbolicamente, questa impressione riflette la confusione generale esistente negli Stati Uniti. Ci sono varie correnti di comunicazione assai contraddittorie che alimentano un clima così incerto. Da un lato, le tante voci sulla militarizzazione, massicci acquisti di munizioni da parte del dipartimento di Sicurezza Interna, di equipaggiamenti quasi-militari per la polizia, intensificazione della repressione e naturalmente la sorveglianza della NSA, tutti atti considerati da gran parte dell’opinione pubblica come misure eccezionali sviluppate dal “centro” contro il cittadino. D’altra parte, le informazioni assai scarse su certi eventi vengono rapidamente etichettate “incidenti industriali” (come l’esplosione dell’impianto di fertilizzanti industriali di Waco, Texas, del 17 aprile 2013) che potrebbe anche essere il risultato di attacchi terroristici. Infine, l’attacco stesso, dello scorso aprile, non fa riferimento ad alcun tipo di terrorismo noto, non cerca pubblicità sui media, e sembra volere un risultato calcolato, dimostrando la propria efficacia e sfuggendo alle normali reti d’intelligence, cioè  non cerca in alcun modo di operare in una direzione o l’altra del sistema di comunicazione. (Anche supporre una provocazione dalle autorità ha poco senso, per via della completa mancanza di pubblicità sull’evento, riducendone l’effetto comunicativo e psicologico).
… Altre volte un tale evento sarebbe stato causa di contingenze incontrollabili sulla vasta popolazione degli Stati Uniti, con le sue diversità estreme e abitudini violente. Oggi, una tale interpretazione sembra infinitamente più difficile, tanto da chiedersi se, in altri tempi, un evento del genere, nelle condizioni in cui viene descritto, sarebbe stato possibile… Infine, le stesse condizioni di discrezionalità, mancanza di visibilità e comunicazione non operativa, rappresentano un caso abbastanza singolare, una sorta di ricerca dell’effetto con l’assenza di effetto. Le pressioni critiche della situazione mondiale fanno si che sempre meno incidenti, tensioni siano lasciati al caso, oggi.  Tutto assume un significato, oggi, anche il silenzio e l’ignoranza dell’atto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina uniscono gli sforzi per impedire la corsa agli armamenti spaziali

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 30.10.2013

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L’agenda della sicurezza internazionale ha ancora un vuoto importante da colmare. Ci sono molte ragioni per essere preoccupati dallo sviluppo di un’arma spaziale e dalle relative tecnologie di difesa missilistica, compreso il vasto spreco di risorse che accompagna qualsiasi riarmo e i risultati fisici dei combattimenti nello spazio. Le due nazioni leader, Russia e Cina, hanno a lungo sollevato la questione affrontandone la minaccia. Non solo parole e appelli, ma un’iniziativa internazionale concreta e globale si avrà aggiungendolo all’ordine del giorno delle Nazioni Unite. Parlando alle Nazioni Unite il 17 ottobre 2013, Mikhail Uljanov, direttore del dipartimento per gli Affari della Sicurezza e il Disarmo presso il ministero degli Esteri russo, ha informato il pubblico che la Russia e la Cina hanno deciso di presentare un progetto di risoluzione sulla trasparenza e la fiducia nelle attività spaziali, da sottoporre alle Nazioni Unite. Il diplomatico ha sottolineato che la ragione dell’iniziativa era “la carenza di obblighi di legge che vietino il posizionamento di armi nello spazio,  un fattore che influenza negativamente la stabilità strategica e impedisce la creazione di nuovi trattati sulle armi nucleari”. Il progetto di trattato è volto a ristabilire la situazione e a colmare il gap dell’agenda della Conferenza di Ginevra sul PAROS (Prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio).

Lo spazio e il problema della sua militarizzazione
La militarizzazione dello spazio risale alla fine degli anni ’50, quando i primi sistemi antisatellite superarono le prove. Finora, tuttavia, le armi non sono state poste nello spazio. Le armi nucleari e altre armi di distruzione di massa sono vietate nello spazio dal Trattato del 1967 sui principi che governano le attività degli Stati nell’esplorazione e nell’uso dello spazio, includendo la Luna e gli altri corpi celesti, di solito chiamato Trattato sullo spazio cosmico. Il trattato impedisce ai firmatari di mettere in orbita eventualmente armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa, così come vieta l’installazione di tali armi sui corpi celesti e l’utilizzo di qualsiasi altro metodo per  mettere tali armi nello spazio. Ma l’Outer Space Treaty non menziona alcuna restrizione sulle armi convenzionali nello spazio. SALT I, il primo trattato sovietico-statunitense sulla limitazione delle armi strategiche, include l’obbligo reciproco di non attaccare veicoli spaziali. Ma nel 1983 il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan cambiò le carte promuovendo l’Iniziativa di Difesa Strategica, che prevedeva la messa in orbita di armi d’attacco per colpire missili strategici sovietici in volo. Nel 2002 il presidente Bush Jr. abbandonò il trattato ABM del 1972 che limitava i sistemi di difesa missilistica. Appare evidente che gli Stati Uniti erano pronti a mettersi a sviluppare potenziali sistemi d’attacco spaziale come, per esempio laser, sistemi cinetici e a fascio di particelle. Molti elementi del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti, attualmente in fase di sviluppo o in programma, possiedono caratteristiche a duplice uso e potrebbero diventare armi spaziali. La difesa missilistica permette ai Paesi di sviluppare tecnologie offensive con il pretesto della difesa. Ad esempio, il Kinetic Energy Interceptor schierato in California e Alaska e che viene lanciato nello spazio per distruggere i missili in arrivo, presuppone la capacità di distruggere anche i satelliti…
Le risoluzioni delle Nazioni Unite e relative discussioni mostrano che vi è un accordo generale per impedire che armi siano immesse nello spazio. La stragrande maggioranza degli Stati membri dell’ONU è preoccupata che la militarizzazione di questo campo scateni la corsa agli armamenti e insiste sul fatto che un trattato multilaterale è l’unico modo per evitare un tale sviluppo degli eventi.  Si sottolinea che il trattato non limita l’accesso allo spazio, ma piuttosto evita tale limitazione. Nel 2006, la Russia sostenne che se tutti gli Stati rispettassero il divieto di militarizzare lo spazio, non vi sarebbe stata alcuna corsa. Russia e Cina sostengono anche di stabilire l’obbligo di non usare o minacciare l’impiego della forza contro oggetti spaziali, e hanno presentato un progetto di trattato alle Nazioni Unite per impedire il posizionamento di armi nello spazio. Tuttavia, a causa della struttura del regime giuridico internazionale e dell’obiezione di un piccolo numero di Stati, come gli Stati Uniti, un trattato non è ancora stato negoziato per impedire il completo dispiegamento di armi spaziali.
Il 12 febbraio 2008, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov affrontò la Conferenza presentando il progetto del Trattato per la prevenzione del collocamento di armi nello spazio, la minaccia o l’uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT), della Russia e sostenuto dalla Cina. Fu il primo progetto di trattato su questo tema introdotto formalmente alla Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo.  Prima, Cina e Russia presentarono diversi “documenti di lavoro” sulla prevenzione di una corsa agli armamenti nello spazio e un progetto di trattato definito con precedenti documenti comuni. Allora il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov disse che il trattato fu concepito “per eliminare le lacune esistenti nel diritto internazionale sullo spazio, creando le condizioni per un’ulteriore esplorazione e utilizzo dello spazio, conservando le costose proprietà dello spazio, rafforzando la sicurezza generale e il controllo degli armamenti”. L’iniziativa Russia-Cina del 2008 non giunse a nulla di concreto per l’opposizione dagli Stati Uniti. Poi, in qualità di viceassistente del segretario degli Stati Uniti per il controllo delle esportazioni e i negoziati per la riduzione delle minacce Donald Mahley disse, “Ulteriori accordi vincolanti sul controllo degli armamenti non sono semplicemente uno strumento efficace per migliorare, a lungo termine, gli interessi dello sicurezza spaziale degli Stati Uniti e dei loro alleati”.

Le tendenze politiche spaziali degli Stati Uniti
Nel luglio 2010, l’amministrazione Obama rilasciò il documento chiamato Politica spaziale nazionale degli Stati Uniti. Affermava che gli USA perseguono la trasparenza bilaterale e multilaterale e misure di fiducia per incoraggiare un’azione responsabile e l’uso pacifico dello spazio. Pur sostenendo di esser aperti a considerare le iniziative sul controllo degli armamenti spaziali, gli Stati Uniti sostengono che tali proposte devono soddisfare i “rigorosi criteri di equità, verificabilità efficace e migliorare gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei loro alleati”. Il progetto comune russo-cinese di Trattato sulla prevenzione del collocamento di armi nello spazio esterno (PPWT), presentato nel 2008, non soddisfaceva tali criteri. Gli Stati Uniti sostengono sistematicamente che la corsa agli armamenti nello spazio non c’è ancora, e non è quindi necessario intervenire sulla questione. Il resto della comunità internazionale concorda sul fatto che, poiché non vi è ancora una corsa agli armamenti, sia ora il momento di evitare la militarizzazione dello spazio. Al che gli Stati Uniti non hanno avanzato eventuali iniziative proprie. L’esercito statunitense continua a investire in programmi che potrebbero fornirgli armamenti spaziali. Si presenta la grande opportunità alle aziende interessate a un affare redditizio, mentre il dominio dello spazio comporta ulteriori profitti nella guerra convenzionale. La superiorità nella guerra convenzionale si basa sulle risorse militari nello spazio, in particolare i satelliti utilizzati per l’intelligence, il telerilevamento, la navigazione e la sorveglianza, tra le altre cose. Dato che gli Stati Uniti attualmente affermano la propria volontà politica attraverso la forza, la protezione delle proprie risorse spaziali e la minaccia posta a quelle appartenenti ad altri Paesi, sono fondamentali per garantire il dominio degli Stati Uniti.
L’11 dicembre 2012, l’Orbital Test Vehicle Boeing X-37B, il primo veicolo senza equipaggio degli Stati Uniti a tornare dallo spazio e ad atterrare da solo, compì il suo terzo volo di prova. Ideato dalla NASA nel 1999 fu assegnato ai militari nel 2004. L’X-37B, un velivolo senza pilota riutilizzabile a decollo verticale e atterraggio orizzontale, è un navicella spaziale che può rientrare nell’atmosfera terrestre e atterrare autonomamente. Il robot può anche regolare la orbita nello spazio invece di seguire la stessa orbita prevedibile, una volta in volo. L’autonomia orbitale della navicella è garantita dal pannello solare che genera potenza dopo il suo dispiegamento dalla stiva, permettendole di rimanere in orbita per 270 giorni. L’X-37B è lungo 8,8 metri e largo 4,5 m, con un vano di carico delle dimensioni di un pianale di camioncino. Due veicoli X-37B potrebbero adattarsi alla stiva di una navetta spaziale. L’identità specifica del carico utile non è stata rivelata.  Ci sono diverse versioni di ciò che il veicolo spaziale potrebbe compiere, mentre compie orbite dichiarate tra 200 e 750 km dalla superficie terrestre. L’idea iniziale era che il veicolo spaziale fosse un nuovo tipo di satellite di sorveglianza che poteva cambiare l’orbita volando sul territorio desiderato della Terra. Questa versione è confermata dal fatto che la navetta ha sorvolato Afghanistan, Iran, Iraq, Corea democratica e Pakistan cambiando orbita più di una volta. E’ quasi certamente un aereo spia o almeno un banco prova per equipaggiamenti per la sorveglianza spaziale e piattaforma di lancio per satelliti spia in miniatura. E’ stato definito anche un modello per provare  il futuro “bombardiere spaziale” che potrà distruggere obiettivi dall’orbita. Alcuni si chiedono se l’X-37B possa essere un sistema da bombardamento nucleare, mentre altri suggeriscono che l’X-37B sia un satellite-tracker o un satellite-killer. Potrebbe essere entrambe le cose.
La militarizzazione dello spazio minerà la sicurezza internazionale, disturberà gli strumenti esistenti per il controllo delle armi e comporterà una serie di effetti negativi (come i detriti spaziali). Può innescare una corsa agli armamenti devastante, distraendo risorse dai problemi reali che oggi l’umanità affronta. Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sui missili antibalistici, nel 2002, e il successivo sviluppo di sistemi basati a terra e in mare degli Stati Uniti, hanno già aumentato le tensioni con la Russia e la Cina. La diffusione di tecnologie spaziali comporterà il rifiuto di nuovi trattati per regolamentare le armi nucleari e i loro vettori. La situazione spinge alla scelta più ovvia: o la corsa agli armamenti spaziali o una limitazione basata sui trattati internazionali, ciò che la Russia e Cina propongono. Ora la palla è dall’altro lato del campo.

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La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Evoluzioni Russe

DeDefensa - 15.08.2012

Uno dei nostri lettori ha segnalato, il 15 agosto 2012, una notizia pubblicata dalla Voce della Russia (14 agosto 2012), sulla continua presenza di sottomarini nucleari russi lungo le coste degli Stati Uniti. Questa informazione è stata presentata proveniente dal sito “Washington FreeBeacon“, dove è stata effettivamente pubblicata il 14 agosto 2012. La notizia è stata in gran parte spiegata, e in particolare sottolinea: 1) che la crociera dei sottomarini lanciamissili da crociera (a testata nucleare) del tipo Akula (NATO), non è stata rilevata per settimane nelle aree strategiche navali al largo delle coste degli Stati Uniti (nel Golfo del Messico), a portata degli Stati Uniti; 2) che è divenuta nota ai  militari statunitensi solo dopo esser terminata; 3) che dei voli di aerei Tu-95 Bear (da ricognizione strategica o lanciamissili da crociera) si sono svolti nei pressi dell’Alaska e della California, a giugno e luglio…
Un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare russo, armato con missili da crociera  a lungo raggio, ha operato inosservato nel Golfo del Messico e viaggiato per diverse settimane, nelle acque strategiche statunitensi, e ciò è stato confermato solo dopo che aveva lasciato la zona, il Washington Free Beacon ha informato. E’ la seconda volta dal 2009, che un sottomarino d’attacco russo effettua pattugliamenti così vicino alle coste statunitensi. L’incursione furtiva del sottomarino nel Golfo, ha avuto luogo nello stesso momento in cui dei bombardieri strategici russi compivano incursioni nel ristretto spazio aereo statunitense, nei pressi di Alaska e California, a giugno e luglio, mettendo in evidenza la crescente assertività militare di Mosca. Il pattugliamento del sottomarino ha anche dimostrato quello che gli ufficiali statunitensi hanno definito le carenze delle capacità nella lotta antisottomarini degli USA, forza che sta affrontando dei tagli, secondo il piano dell’amministrazione Obama per ridurre la spesa nella difesa di 487 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. La marina è anche incaricata di rilevare i sottomarini, soprattutto quelli che navigano nei pressi dei sottomarini nucleari lanciamissili, e utilizza sensori sottomarini per individuarli e monitorarli. Il fatto che l’Akula non sia stato rilevato nel Golfo è motivo di preoccupazione, hanno detto gli ufficiali statunitensi.”
Sullo stesso sito FreeBeacon si legge una notizia interessante, del 15 agosto 2012, riguardo alle batterie antiaeree S-300 ordinate dall’Iran alla Russia e, infine, non consegnate. Questo caso oggi imbarazza la Russia e l’Iran; gli iraniani erano andati in un tribunale internazionale chiedendo il risarcimento dei danni alla Russia. La notizia è l’annuncio che un gruppo importante, all’interno della leadership russa, attualmente preme affinché la vendita, cancellata nel 2010 a seguito di una risoluzione delle Nazioni Unite (mentre, secondo gli iraniani, il contratto precedeva di tre anni la risoluzione, e che non vi rientrava legalmente), sia finalmente assolta. Dettagli interessanti vengono forniti sul modello Almaz Antey-S-300PMU-1, circa la sua capacità superficie-superficie o antinave, in aggiunta alle sue ben note capacità di difesa aerea, e in generale alle forti paure di israeliani e statunitensi. Secondo l’analisi dell’esperto di Novaja Gazeta, Pavel Felgenhauer (Non troppo affidabile, in realtà. NdT):
Il sistema S-300 ha capacità “doppio uso” costruita in considerazione delle esigenze di progettazione, Felgenhauer e altri dicono. Utilizza un missile balistico superficie-superficie, come applicazione secondaria che è stata completamente testata e convalidata. L’S-300 in mani iraniane è in grado di essere schierato e riconfigurato come un sistema di missili balistici a corto raggio convenzionale, sia terrestre che antinave, includendo negli obiettivi le navi da guerra degli Stati Uniti che operano nel Golfo Persico. Il sistema, anche configurato in questo modo, potrebbe esser dotato di una “testata speciale”, eufemismo ufficiale russo per indicare la testata nucleare“.
Ma, senza dubbio, la precisione più interessante, di natura politica, viene dato alla fine di questo testo, e naturalmente riguarda la proposta di vendere infine l’S-300 all’Iran, e che riguarderebbe sia le presunte attività del sottomarino tipo Akula che quelle dei Tu-95; ciò viene comunicato da uno “specialista degli Stati Uniti di affari russi“, senza ulteriori spiegazioni…”In un altra epoca, ci sarebbe stata più riluttanza da parte del governo russo, per la reazione degli Stati Uniti, alla conclusione della vendita all’Iran, che il resto del mondo crede violare le sanzioni delle Nazioni Unite“, ha detto un ex-specialista militare sulla Russia statunitense. “Ma vi è una sola condizione, oggi, che incoraggia i russi ad agire meno responsabilmente.” Una di queste condizioni, dice lo specialista militare, è la politica del “re-set” della Casa Bianca, che ha portato i russi a vedere “Obama debole e disinformato sugli affari esteri.”
La questione della veridicità degli eventi menzionati scompare in gran parte dietro tale avviso, raccolto alla fine del testo sull’S-300. La fonte generale (FreeBeacon) è chiaramente identificata: un “giornale on-line” pubblicato dal febbraio 2012 dal Center of American Freedom, un nuovo think-tank di tendenza neocon, anch’esso creato nei primi mesi del 2012. Le informazioni supportano l’idea di una debole difesa degli Stati Uniti, di una Russia che diventa più “aggressiva”, di un Obama debole, ecc., Tutto questo in base alla narrativa dell’ambiente. (La tendenza neocon è più visibile nel modo di presentare le notizie e di sfruttarle.)
L’obiettivo centrale per noi – Obama è “debole” ma soprattutto “disinformato” nel campo degli affari esteri, e “debole” perché “male informato” – è estremamente credibile, se non tangibile, e senza dubbio incontra molte disavventure da parte russa, e le ripetute delusioni su Obama, che ha promesso molto alla Russia, dando pochissimo; e sempre, comunque, con l’avviso mai negato dai russi che Obama sia un uomo di cui poter avere fiducia, se le sue promesse non sono state mantenute e le sue valutazioni sono fuorvianti, possono essere spiegate interamente dalle sue scarsissime informazioni sulla politica estera. Ciò non ha davvero nulla del complotto, necessariamente, tanto meno con le circostanze, argomentate dal citato “specialista”, del “re-set politico” di Obama verso la Russia, ma rivela ovviamente la frattura e le divisioni burocratiche e l’influenzare del sistema, assolutamente radicale negli Stati Uniti e che non può essere che sconfitto da un “golpe” all’interno, tipo “Gorbaciov americano”, cosa che Obama non ha mai avuto l’audacia di prendere in considerazione. (Per inciso, la “sottoinformazione” del presidente è condivisa da vari ministeri ed agenzie, ognuno con le sue politiche, informazioni, ecc., qualunque sia la politica nei confronti della Russia.) Secondo questa visione, non vi è alcuna ragione di non accettare le informazioni fornite dal FreeBeacon, rispetto ad altre fonti più ufficiali, e ci sono anche molti professionisti che ritengono perfettamente normale e logico che i russi inizino ad adottare misure concrete, per far capire alla dirigenza degli Stati Uniti che le cose stanno diventando serie. La nostra sensazione, al riguardo (vedasi 4 giugno e 11 luglio 2012 ) era e rimane che i russi, in realtà, dovranno, se già non lo fanno come si dice qui, indurire il loro atteggiamento verso lo sviluppo della crisi, in particolare la crisi siriana e la crisi dello scudo antimissile, d’altronde collegate tra di esse e a tutto ciò che va con esse. Ciò che abbiamo annunciato va in questa direzione, anche in assenza di rischi indebiti che minacciano di innescare reazioni a Washington, che si trova al limite, con le sue minacce, le sue capacità militari, i suoi mezzi per migliorarli, la sua capacità di dirigere una spedizione punitiva… Di fronte a un “impero” assolutamente marcio e traballante, Putin & Company avrebbero corso un modesto rischio inviando in crociera alcuni sottomarini e dei buoni vecchi Tu-95…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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