I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rubare il petrolio della Siria: il consorzio petrolifero UE-al-Qaida

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 1 maggio 2013
stevebell512La decisione dell’Unione europea di sostituire l’embargo sulle esportazioni di energia del governo siriano con l’importazione di petrolio dell”opposizione armata’ è un’altra flagrante violazione del diritto internazionale. Viola la dichiarazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1962 sulla sovranità permanente sulle risorse naturali, ed è l’ennesima violazione della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1981 sull’inammissibilità dell’intervento e l’ingerenza negli affari interni degli Stati. Ma è molto più di una violazione tecnica della legge. Segna la discesa della civiltà nella barbarie. Londra e Parigi, più di Washington, sono in prima linea nell’aggressione contro la Siria.  Nonostante il fatto che sia stato ora confermato dalla maggior parte dei media, che l”opposizione  siriana’ è al-Qaida, Londra e Parigi persistono nella loro follia di armare i terroristi, utilizzando l’argomento spurio che se non armano i ‘moderati’, gli ‘estremisti’ occuperebbero il Paese. Tuttavia, nelle parole del New York Times, ‘in nessuna parte controllata dai ribelli in Siria, c’è una forza combattente laica degna di questo nome‘. [1] Il fatto che i “ribelli” siriani sono di fatto al-Qaida, è stata anche ammessa dal bellicista quotidiano francese Le Monde. [2] Così, Parigi e Londra  spingono all’ulteriore armamento di al-Qaida e alla legalizzazione del commercio petrolifero con i terroristi jihadisti. In parole povere questo significa che la rete terroristica nota al mondo come al-Qaida sarà presto uno dei partner dell’UE nel business del petrolio. Un nuovo assurdo capitolo nell’era del terrore sta per aprirsi.

Il diritto internazionale e le sue violazioni
La risoluzione 1803 delle Nazioni Unite del 1962, sulla sovranità permanente sulle risorse naturali, afferma: ‘La violazione dei diritti dei popoli e delle nazioni alla sovranità sulle proprie ricchezze e risorse naturali è in contrasto con lo spirito e i principi della Carta delle Nazioni Unite e ostacola lo sviluppo della cooperazione internazionale e il mantenimento della pace‘ [3]. Jabhat al-Nusra e altri gruppi affiliati ad al-Qaida non rappresentano in alcun modo il popolo siriano, e non costituiscono uno Stato sovrano secondo il diritto internazionale. L”opposizione armata’ è al-Qaida, pertanto la decisione dell’Unione europea di acquistare ufficialmente petrolio dalle bande terroristiche che attualmente occupano territori della Repubblica araba siriana, costituisce un crimine odioso ed è un’ulteriore beffa ai principi base che regolano i rapporti tra gli Stati.
Il documento ONU del 1981 condanna esplicitamente: ‘La crescente minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale a causa del frequente ricorso a minaccia o uso della forza, aggressione, intimidazione, intervento e occupazione militare, escalation della presenza militare e tutte le altre forme di intervento o di interferenza, diretta o indiretta, palese o occulta, minacciando la sovranità e l’indipendenza politica degli altri Stati membri, con l’obiettivo di rovesciarne i governi‘. La dichiarazione continua condannando categoricamente il dispiegamento di “bande armate” e “mercenari” da parte degli Stati, per utilizzarli nel rovesciare i governi di altri Stati sovrani: ‘Consapevole del fatto che tali politiche mettono in pericolo l’indipendenza politica degli Stati, la libertà dei popoli e la sovranità permanente sulle loro risorse naturali, danneggiando in tal modo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Consapevoli anche della necessità indispensabile che qualsiasi minaccia di aggressione, qualsiasi arruolamento, qualsiasi utilizzo di bande armate, in particolare dei mercenari, contro Stati sovrani deve terminare definitivamente, al fine di consentire ai popoli di tutti gli Stati di determinare il proprio sistema politico, economico e  sociale, senza interferenze o controllo esterno.’ [4]
I governi occidentali, che per molti anni hanno apertamente e spudoratamente violato tutti i principi noti e concordati del diritto internazionale, armando bande di terroristi che uccidono e mutilano civili, finanziando criminali comuni, narcotraffico e reclutamento di bambini-soldato, sono oramai scesi ancor più in basso acquistando petrolio e gas da queste bande di terroristi, delle risorse naturali giuridicamente di proprietà della Repubblica araba siriana e dei suoi cittadini.

La collusione dei governi dell’UE con i terroristi
La discesa dell’Europa nella turpitudine morale e nell’illegalità assoluta è ulteriormente confermata dal fatto che le autorità europee non fanno nulla per impedire che giovani musulmani soggiogati vadano in Siria a combattere la guerra della NATO. Tuttavia, i funzionari degli Stati dell’UE ammettono che centinaia se non migliaia di jihadisti provenienti da Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Germania, Belgio, Paesi Bassi e altri Stati, abbiano raggiunto le fila dei cosiddetti ‘ribelli siriani’. Ma ammettono anche che la loro unica preoccupazione è che questi terroristi possano essere una minaccia alla sicurezza europea, se mai ritornassero. Il fatto che questi terroristi piazzino bombe in piazze affollate, auto, università, scuole, ospedali e moschee in tutta la Siria, che persino i report del dipartimento di Stato confermano, non sembra preoccupare i governi dell’UE. La loro unica preoccupazione è che potrebbero finalmente mordere la mano che li nutre. [5] Il capo dell”anti-terrorismo’ dell’UE, Gilles de Kerchove, racconta alla BBC: “Non tutti sono radicali quando se ne vanno, ma assai probabilmente molti di loro saranno radicalizzati laddove saranno addestrati. E come abbiamo visto, questo potrebbe portare ad una seria minaccia quando ritorneranno“. [6]
Sappiamo da fonti dell’intelligence israeliana che la maggior parte dei terroristi vengono addestrati nelle basi militari USA/NATO in Turchia e Giordania. [7] Quindi, perché il capo dell”anti-terrorismo’ dell’UE fa finta di non saperlo? Questo è il responsabile della protezione dell’Europa dal terrorismo? Come ho riferito prima, il magistrato dell”anti-terrorismo’ francese ha ammesso, alla radio di Stato francese, l’11 gennaio, che il governo francese era al fianco di al-Qaida in Siria: “Ci sono molti giovani jihadisti che vanno al confine turco per entrare in Siria a combattere il regime di Bashar, ma l’unica differenza è che lì non è la Francia il nemico. Quindi non lo vediamo allo stesso modo. Vediamo giovani che in questo momento combattono Bashar al-Assad, che saranno forse pericolosi in futuro, ma per il momento combattono Bashar al-Assad e la Francia è dalla loro parte, finché non ci attaccheranno’.’ [8]
Il cinico doppio standard secondo cui tutti i territori al di fuori dell’UE sono barbari e quindi al di fuori della sfera del diritto internazionale, è ormai diventata una politica che passa inosservata alle masse ipnotizzate dell’Europa. Le potenze euro-atlantiche si comportano non solo come dei criminali, ma ora vantano apertamente loro criminalità. Si dovrebbe anche notare che il governo francese ha deciso di chiamare il presidente siriano con il suo nome. Chiamare un ufficiale di Stato con il suo nome è un segno di profonda mancanza di rispetto, nell’etichetta francese. Dal regime di Sarkozy, la diplomazia francese è stata trascinata nel fango, con il corpo diplomatico della Francia che si comporta come un incrocio tra mocciosi viziati e squadristi fascisti.

La geopolitica petrolifera della Siria
La ricerca di fonti di energia a basso costo è uno dei contesti geopolitici che guida la guerra in Siria.  Christof Lehmann ha scritto che la scoperta del giacimento di gas di Pars, dell’Iran, nel 2007 e il piano di Teheran del gasdotto per il Mediterraneo orientale da costruire attraverso l’Iraq e la Siria, ha la possibilità di trasformare l’Iran in una potenza economica mondiale, dando a Teheran un’enorme effetto leva sulla politica in Medio Oriente dell’UE. Questo sviluppo potrebbe costituire una minaccia per l’entità sionista. Costituirebbe una minaccia esistenziale per i dispotici emirati del Golfo, che dipendono dalla potenza del petro-dollaro per la loro sopravvivenza. [9] Questo è uno dei motivi per cui la NATO e il Consiglio di cooperazione del Golfo usano terroristi di al-Qaida per spezzare l’alleanza sciita tra Iran, Iraq, Siria e Hezbollah in Libano. Come il geografo italiano Manlio Dinucci ha riferito, contrariamente ai pareri diffusi, la Siria ha enormi giacimenti di idrocarburi. Dinucci scrive: ‘La strategia di Stati Uniti/NATO si concentra sul supporto ai ribelli nell’occupare i campi petroliferi con un duplice scopo: privare lo Stato siriano delle entrate da esportazioni, già fortemente diminuite a seguito dell’embargo UE, e garantirsi che i giacimenti più grandi passino in futuro, attraverso i “ribelli”, sotto il controllo delle grandi compagnie petrolifere occidentali‘. [10]
La prima implementazione dell’ideologia dell”intervento umanitario’ avvenne durante i bombardamenti NATO della Serbia nel 1999. Da allora, l’entità amorfa nota come Kosovo è diventata lo Stato criminale numero uno dell’Europa, gestito da un criminale condannato per traffico di droga e di organi umani, e per strage, Hashim al-Thaci, un protetto di Bruxelles e Washington. Questo è il tipo di anti-Stato narco-mafioso che la NATO ha installato in Libia dopo la guerra lampo contro quel Paese nel 2011, ed è il tipo di regime criminale che dominerà la Siria se la NATO riuscisse a bombardarla. Si possono leggere centinaia di articoli della stampa ufficiale sulla criminalità del regime kosovaro e gli articoli che descrivono il caos nella Libia post-Gheddafi non sono pochi. Ma gli stessi media ignorano sistematicamente il fatto che sono stati loro a tifare per l’Esercito di liberazione del Kossovo della CIA, durante la distruzione della Jugoslavia. Le stesse prostitute ora spingono ad armare ulteriormente i terroristi in Siria e all’intervento militare della NATO.

L’ottundimento europeo
I pontificatori dell’integrazione europea e del ruolo dell’Europa nel mondo, aggiungono pepe ai loro discorsi con pomposi riferimenti allo ‘Stato di diritto’ e all’universalità dei ‘valori europei’. Questa retorica spocchiosa viene incessantemente inculcata agli studenti europei nelle università e negli istituti di istruzione superiore, e viene ripetuto fino alla nausea dai mass media. Le persone che utilizzano il terrorismo di al-Qaida per favorire i loro interessi in Medio Oriente, insegnano nei corsi di prestigiose università europee sulle ‘relazioni internazionali’. Non c’è da meravigliarsi che le persone normali siano incapaci di vedere e capire quello che sta accadendo davanti ai loro occhi.  La portata e la complessità delle reti istituzionali globali, costruite su un impero di menzogne, ipocrisia e inganno, sono semplicemente troppo opprimenti per essere comprese da un intelletto incolto. Qualcosa che la nostra mente cerca di rifiutare, quando l’orrore della realtà supera i nostri orizzonti di tolleranza e intelligibilità. Quindi, la mente indietreggia, filtra il reale, preferendo invece vedere nei nostri maestri l’espressione di politiche complesse, contraddittorie e arcane, il cui contenuto morale è consegnato agli studi di “esperti” e “specialisti”, essi stessi prodotti e propagandisti delle stesse istituzioni corrotte.
Ora ci sono tante istituzioni accademiche, conferenze, fondazioni, gruppi di riflessione, istituti  politici e corsi universitari che proclamano le virtù dell”intervento umanitario’, che ha acquisito lo status di dogma. La ripetizione e la riproduzione di questo dogma da parte degli insegnanti del mondo accademico neoliberista ha trasformato ciò di cui la ragione critica normalmente si fa beffe, in un principio a priori della ‘governance globale’. Nel capitolo 22 del suo lavoro sul diritto internazionale De Juri Belli ac Pacis, (Sulla Legge di Guerra e pace), il grande giurista olandese del 17° secolo Ugo Grozio, scrisse: ‘Alcune guerre sono fondate su motivazioni reali ed altre solo su pretesti coloriti. Questa distinzione è stata notata da Polibio, che chiama i pretesti profaseis e le cause reali aitias. Così Alessandro fece guerra a Dario con il pretesto di vendicare le mancanze compiute dai persiani ai greci. Ma il vero motivo di quell’eroe coraggioso e intraprendente era la facile acquisizione di ricchezza e dominio, come le spedizioni di Senofonte e Agesilao gli avevano fatto capire‘. [13]
Poco è cambiato dai tempi di Alessandro Magno. Le guerre sono ancora combattute per saccheggiare e promuovere l’impero. Il vocabolario di Polibio su ‘profaseis’ e ‘aitias’ sarà ancora utile. Dall’inizio dell’incubo siriano nel 2011, il ‘profaseis’ propagato dalle agenzie mediatiche aziendali, che chiede l’intervento militare in Siria, sarebbe il desiderio di ‘proteggere i civili’ da un ‘regime brutale’. Solo gli ingenui e gli ignoranti possono ancora difendere queste sciocchezze mentre le stesse agenzie mediatiche hanno finalmente ammesso che l”opposizione’ è di fatto formata da al-Qaida, un dato fattuale che i media alternativi sottolineano dall’inizio delle violenze a Daraa, nel marzo 2011. L”Aitias” della NATO in questo conflitto è chiaro: spezzare e distruggere uno Stato sovrano indipendente, saccheggiarne tutte le risorse, stuprare e terrorizzare i suoi cittadini fino alla sottomissione scatenando sulla popolazione squadroni della morte di drogati e ipnotizzati, incolpando di tutto ciò costantemente il ‘regime’, per poi finire il Paese con una campagna di bombardamenti aerei intensi prima di insediare una mafia a governare il Paese. Infine, definire questo olocausto libertà e chiamare l’olocausto democrazia, è una formula collaudata che ora viene diffusa in tutto il mondo dalla megalomania della NATO che punta alla supremazia globale.
Ancora Grozio: “Altri pretesti fabbricati, anche se plausibili a prima vista, non sopporterebbero l’esame e la prova della rettitudine morale e, quando spogliati del loro travestimento, tali pretesti saranno trovati issati sull’ingiustizia. In tali conflitti, dice Livio, non è la prova della giustizia, ma un qualche oggetto di ambizione segreta e indisciplinata, che agisce come molla principale. La maggior parte delle potenze, dice Plutarco, impiegano le situazioni relative di pace e di guerra come una specie di moneta, per acquisire tutto ciò che ritengono opportuno.” Nell’Europa del 17° secolo di Ugo Grozio, devastata dalla guerra, stabilire la distinzione tra profaseis e aitias oppure tra pretesti e motivazioni reali per la guerra non era considerato eresia nel rigoroso dominio del discorso giuridico. Oggi, coloro che fanno tali distinzioni vengono tacciati di essere dei “complottisti paranoici”. In una intervista dal titolo ‘Il pensiero critico come solvente della Doxa’, il sociologo francese Loic Wacquant sostiene che ‘mai prima d’ora il falso pensiero e la falsa scienza sono stati così prolissi e onnipresenti.’ [14]
In questa epoca d’illegalità tecnologica, i precetti fondamentali del diritto internazionale e nazionale vengono smantellati. Con la promulgazione del Patriot Act e ora del National Defense Authorization Act, gli Stati Uniti regrediscono al tipo di tirannia giuridica che ha preceduto la stesura della Petizione dei Diritti in Inghilterra nel 1628, un documento che denunciava la detenzione senza processo, le torture e la legge marziale e forniva le basi giuridiche e morali per la rivoluzione inglese del 1640.

Conclusione
È necessario, dunque riflettere sulla guerra in corso nel Levante. Quello a cui assistiamo è la distruzione del sistema statale di Westfalia e un ritorno al caos della guerra dei trent’anni del 17° secolo, ma questa volta ai confini dell’Europa, dove il principio del bellum se ipsum alet, la guerra alimenterà se stessa, viene sfruttato dalle società militari private, da narcobande, reti terroristiche e organizzazioni criminali internazionali legate, direttamente e indirettamente, agli apparati ideologici statali delle potenze atlantiche. E così, l’UCK ha addestrato l”Esercito libero siriano’, mentre il Gruppo combattente islamico libico ha anche aderito alla ‘guerra santa’ in Siria. Come nella guerra dei Trent’anni, le bande armate mercenarie si finanziano saccheggiando le economie locali e vendendo il loro bottino di contrabbando. Intere fabbriche in Siria sono state smontate e rubate dai mercenari al servizio di Turchia e Qatar, mentre il commercio di droga è ora in forte espansione come mai prima. Quando un Paese viene distrutto e ridotto in feudi ed emirati dispotici, le società occidentali si muovono con le loro imprese militari private e procedono a saccheggiare le risorse del Paese, senza essere ostacolate dalle norme e dai regolamenti dello Stato Sovrano. Le orde del terrorismo poi passano al successivo Paese sulla lista nera della NATO. Questa è la strategia del caos della NATO, una forma di guerra liquida che si sta diffondendo rapidamente in tutto il Sud del mondo.
Data la criminalità delle compagnie petrolifere occidentali, in passato, forse non è del tutto sorprendente che oggi, sotto forma di UE, procedano apertamente all’acquisto di petrolio da  organizzazioni terroristiche. Ciò che è sorprendente, tuttavia, è la morbosa spensieratezza delle popolazioni in Europa. Come possono esserci così tante persone “rispettabili” nei nostri media e nelle istituzioni accademiche pronte a collaborare con i mafiosi? Perché ci sono state poche  manifestazioni di rilievo contro la NATO? Come è possibile che i poteri forti siano sempre autorizzati a farla franca con tale criminalità assoluta? Il poeta latino Orazio scrisse ‘neglecta solent incendia sumere vires’, un fuoco trascurato raccoglie sempre forza. Dalla distruzione della Repubblica Democratica dell’Afghanistan a opera dei terroristi mujahidin filo-occidentali, nel 1979, gli Stati sovrani sono caduti preda di mercenari e bande terroristiche sostenute dall’imperialismo occidentale, mentre le libertà civili sono state ridotte, in America e in Europa, in nome della ‘guerra al terrorismo’. Il fuoco allora si è diffuso nell’ex Jugoslavia, Ruanda, Costa d’Avorio, Sudan, Somalia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Cecenia, Libia e ora Siria. Se i popoli non si svegliano e mobilitano contro i criminali che pianificano queste guerre, le fiamme della distruzione alla fine ritorneranno sotto forma di legge marziale, e un fascista panopticon stato di polizia sarà ritenuto necessario, durante il perseguimento di una terza guerra mondiale contro l’Iran, la Russia e la Cina. Se questo fuoco del terrorismo non verrà spento in Siria, si propagherà in Caucaso, Asia centrale, Russia e Cina orientale fino a quando qualsiasi ostacolo alla corsa della NATO al ‘dominio ad ampio spettro’ verrà eliminato e un iper-Stato tirannico aziendale dominerà il pianeta.
Le guerre mondiali sono esplose in passato, e data la scellerata volontà-di-potenza dei nostri attuali governanti, non vi è ragione di credere che una guerra mondiale non scoppi più. Molti in occidente, abituati alla violenza televisiva e all’indifferenza verso guerre lontane, hanno la tendenza a credere che la politica sia un campo che non li riguardi. Ma come dice il politico francese Charles de Montalambert, ‘Vous avez beau ne pas vous occuper de politique, la politique s’occupe de vous tout de même.’ [E' facile per voi non occuparvi della politica, ma la politica, tuttavia, si occuperà di voi lo stesso]. Alla luce degli eventi attuali, tale affermazione merita una riflessione.

Note
[1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12] [13] [14]

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
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In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Monti subito a Bruxelles: mamma mia, che bua

Dedefensa 4 marzo 2013

mario_monti_bruxelles_gettyIl primo ministro Mario Monti ha ottenuto, con la sua “coalizione” (cioè lui, liberali estremamente “liberomercatisti”, alcuni democristiani sparsi, ex-neofascisti allo sbando), il 9% dei voti alle elezioni politiche dell’ultimo fine settimana di febbraio. Si è affrettato a recarsi Bruxelles, prima di tutto a riferire la lezione appresa; ciò per lui ha il sacro principio della legittimità, diciamo, dal suo punto di vista. (Di seguito il resoconto del giornale Le Soir di Bruxelles, del 23 febbraio 2013.)
“Il capo del governo italiano, Mario Monti, a Bruxelles ha criticato i governi europei che cercano di risparmiare tempo nel portare avanti i propri obiettivi di riduzione dei disavanzi pubblici, sostenendo che così minano il rispetto degli impegni dei loro Paesi. “Non abbiamo ceduto alla recente tendenza a differire di un anno determinati obiettivi, quali la riduzione del deficit”, ha detto Monti partecipando a un forum sulla concorrenza organizzato dalla Commissione europea. “Quando ho assunto l’incarico, non ho preso in considerazione un accordo per spostare al 2014” gli obiettivi di riduzione del deficit pubblico italiano, “malgrado delle condizioni molto, molto difficili”, ha detto. “Io non do la colpa a nessuno, né all’UE, né agli Stati membri, ma è chiaro che la credibilità della politica seguita da un Paese può soffrirne, se altri chiedono, con successo, di differirla”, ha concluso, con una critica velata indirizzata a Spagna, Portogallo, Francia e Paesi Bassi.”
Un americano in Europa“, titolo che il sito Gulfstream Blues ha dato (il 1 marzo 2013), alla visita a Bruxelles di Mario Monti, fornendone una visione un po più ampia, informata, sostanziosa e anche un po’ più esotica. Vediamo che Monti intende rendere conto ai suoi amici eurocrati della giustezza, della virtù e dell’efficacia del suo governo, e dell’austerità imposta… Ci sono solo questi “clown  italiani”, come Beppe, che non capiscono niente; per il resto “è giusto e continuerà ad essere giusto”. (Come scrive Jenkins, il 28 febbraio 2013). “I leader (e le loro banche) affermano che l’austerità è una “punizione necessaria”, da mostrare ai popoli europei che consentono ai loro governi di prendere in prestito risorse al di là dei loro mezzi [...] Il messaggio è [...] prendere la medicina, anche se si tratta di un veleno. [...] “Questi ministri delle Finanze sono come i sacerdoti aztechi davanti ai loro altari. Se il sacrificio di sangue non riesce a suscitare la pioggia, si deve versare altro sangue. [... ] Chiaramente nessuna idea nuova proverrà da questi dogmatici…”)
Ecco i commenti di questo “americano in Europa” (prima era “Un americano a Parigi”; come cambiano i tempi…) “Ieri è stata una giornata di grande novità per la politica degli Stati Uniti, con una serie di interventi di alto profilo in reazione al disastroso risultato elettorale in Italia. Ma nonostante i tanti discorsi, il messaggio era uno solo: “non c’è alternativa” all’austerità, e l’ostilità verso l’UE nella politica interna, acutizza la crisi dell’euro. La giornata è iniziata con un intervento dell’umiliato ‘tecnocrate’ e primo ministro Mario Monti, alla Commissione europea. Dopo esser stato respinto in Patria, non sorprende che il commissario europeo abbia voluto andarsene a Bruxelles, dove la gente lo capisce. Fu a Bruxelles, dopotutto e per volere di Berlino, che Monti è stato installato sul trono italiano dopo l’effettiva espulsione di Silvio Berlusconi, al culmine della crisi italiana nel 2011. E non è un caso che gli ‘italiani all’estero, in Europa’, sia l’area di voto in cui Monti ha ricevuto la sua quota più alta di voti: il 30%. Questo a confronto con il 9% dei voti che ha ricevuto in Patria, meno della metà dei voti ricevuti dal comico anti-establishment Beppe Grillo (Diciamo pure quasi un terzo. NdT).
Se si è recato a Bruxelles per degli apprezzamenti, li ha avuti. I presenti gli hanno fatto un’efficace standing ovation, durante il discorso in cui ha spiegato che l’austerità brutale delle riforme che ha imposto al Paese lo scorso anno, darà dei frutti alla fine, ma è difficile per l’arrabbiato elettorato italiano capirlo adesso. L’austerità è stata la risposta giusta alla crisi, ha detto. E’ giusto e continuerà ad esserlo. Dopo il discorso, Monti è andato dal presidente della Commissione José Manuel Barroso e dal presidente del Consiglio Herman Van Rompuy, per discutere della situazione italiana. I leader europei hanno chiarito che si aspettano da qualsiasi  nuova amministrazione, il prosieguo delle riforme di austerità di Monti.”
Sì, la legittimità, usiamo questa parola, assai bizzarramente verso un primo ministro nominato dall’Unione europea e pestato nelle elezioni del suo Paese, Paese che, secondo il suo punto di vista per questa volta uguale a quello dei suoi avversari, è allo sbando, che ha lasciato immediatamente per prenotare il suo primo discorso importante nella sua vera Patria. In effetti, la legittimità di Monti dipende dai sovrani che gliel’hanno data, che di fatto risiedono semplicemente a Bruxelles; delle termiti assai prosperose e brulicanti nate in questa sorta di groviglio postmoderno dell’UE, freddo come un serpente, ma senza la necessità naturale dell’animale, secondo cui solo la verità del mondo ha il segreto, perciò senza la legittimità, in questo senso sovrana e forte, dovuta alla mancanza di natura. Monti, si è stretto tra le braccia, calde come l’aria condizionata, di Barroso e von Rompuy, questi ET di cui i critici dicono che riescono a polarizzare su di sé tutto l’odio e il disprezzo dell’intero continente. Tuttavia, non sono certamente scontenti di se stessi e delle loro azioni, e che in buona coscienza e senza alcun senso di colpa reale, in un certo senso, ritengono di agire per il bene del popolo, ignorando l’odio e il disprezzo della gente verso di loro, e se ne avessero contezza, lo riterrebbero eroicamente una specie di sacrificio, la buona misura della correttezza della loro religione; in questo caso, dimostrando l’eroismo nell’ignorare questi fattori imponderabili (l’odio, il disprezzo), per salvare le persone “a loro insaputa e contro la loro volontà.”
(Il giornalista Leigh Phillips, sul suo sito web 1848, ci avvertiva, in illo tempore, il 4 aprile 2012, che “Questi esperti, nelle parole di maggio del presidente dell’Eurogruppo degli Stati e Primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker, ritengono che la politica fiscale (vale a dire quasi tutti i soldi della spesa pubblica che riguardano la maggior parte dei cittadini, a parte gli affari interni e la politica estera) è “troppo importante” perché gli elettori abbiano una voce in capitolo, sarebbe meglio accordarsi, ancora una volta, secondo lui, nel “buio delle riunioni segrete”).”
Tutto ciò è noto, ma non completamente. Tuttavia, prendiamo la fuga di Monti, per chi l’ha notata, come un atto di notevole potere simbolico a dimostrazione di dove sia il potere, da dove provienga e dove ritorni quando si vede messo in discussione. Non è con il Presidente della Repubblica italiana che Monti ha trascorso la sua giornata post-elettorale, anche il Presidente della Repubblica Italiana era in Germania, la culla del potere in Italia che sta per essere setacciato. Ha mostrato lo stesso spirito, anche se offeso da alcuni giudizi un po’ leggeri sulla situazione italiana, ma va avanti con la sua missione, dopo tutto… “Il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano era in Germania, ieri, per rassicurare i mercati e i leader politici che l’Italia “non sta cadendo a pezzi“.
Pertanto, da simbolo a simbolo, dalle imprecazioni del comico diventato il Duce (vedasi l’occhiolino allusivo) del secondo partito in Italia, al viaggio espresso di Monti a Bruxelles, dobbiamo ammettere che in tutto ciò, la verità della situazione in Europa è stata bruscamente illustrata dal caso italiano, grazie al fatto che “due clown” siano i vincitori delle ultime elezioni. (I “clown” vincitori in Italia, secondo il leader socialdemocratico tedesco Peer Steinbrück, naturalmente, un politico di sinistra, vi assicuro). Si dirà che questa non è la prima volta che una tale illuminazione viene fatta sull’origine dei veri poteri in Europa. Diciamo che questa è la prima volta che avviene in modo così crudo, grazie alle circostanze dell’importanza d’Italia, della mano di ferro (quella di Monti), che pretendeva di tenere in pugno il Paese tanto da imporgli un voto nella direzione desiderata. Si ritiene pertanto che la resistenza anti-Sistema continui a crescere, in base alle diverse circostanze e con scarso coordinamento tra di loro, ma semplicemente come espressione di una forza elastica sempre più difficile da contenere e tenere a distanza.
Da una parte, sappiamo senza ombra di dubbio delle critiche furiose, di “odio e disprezzo”, di cui abbiamo parlato in precedenza, della frustrazione orribile che sembra limitarsi a un’impotenza senza sbocco, che sembra essere la sorte dei popoli, in generale e in Europa, davanti la straordinaria unicità della politica mostruosamente distruttiva loro imposta. Questo punto di vista solleva ancora rabbia tanto più furiosa quanto ritenuta inutile, una rivolta tanto inutile che la si giudica paralizzata da norme vincolanti e da prospettive paradossalmente chiuse. Nessuno sa che la parola “rivoluzione” è storia… Questo basterebbe a giustificare tutti gli scoraggiamenti degli spiriti che, per opporsi al sistema, non farebbero meno affidamento su nozioni del passato, essi stessi generati dal Sistema e di cui hanno gli stessi difetti, anche se questi difetti appaiono delle virtù quando lo sguardo si abbandona all’ebbrezza dell’inversione autorizzata dalla pratica intellettuale dell’ideologia.
Ma è dal lato opposto che si devono vedere le cose. Quel lato dimostra che il Sistema, nonostante la sua mostruosa superpotenza in tutte i fronti che contano, non riesce a contenere e rimuovere tutto ciò che lo blocca, lo frena, lo sfida, che risponde al di fuori delle norme nell’azione che continua ad avviare con la sua stessa superpotenza e la sua capacità di coordinamento. Dove sono i risultati più incoraggianti? Dopo che da quattro anni il sistema ha preso il potere in Europa, che non attendeva che questo nelle sue strutture istituzionali, nulla di decisivo è stato fatto, nessun colonnello ha ancora preso il potere, nessuna seria “strategia della tensione” è potuta essere sviluppata, non si tratta nemmeno della questione degli “anni di piombo”, come i manipolatori dei vari servizi seppero così ben sviluppare negli anni ’70. Hanno solo Davos, un Juncker che sussurra le istruzioni, la Goldman-Sachs che accumula miliardi di dollari, il diavolo e il suo treno che non riescono nemmeno a rispettare gli orari… Siamo ancora in attesa dell’operazione decisiva del Sistema, e ogni “colpo di stato” che sembra prepararsi viene presto seguito da una ritirata eguale o maggiore… la loro “strategia della tensione” si presenta come una “strategia del cancro” e la fuga di Monti a Bruxelles potrebbe essere descritta da un ex comico che avrebbe trovato posto in Parlamento, come un remake postmoderno temporaneo ma meravigliosamente simbolico, di una sorta di “fuga a Varennes”…
Come sia, la “rivoluzione”, se è passata di moda, ci permette di usare parole con un buon contenuto simbolico; infatti, viene facilmente decretato che dietro queste parole ci sia una realtà che non aggrada al sistema. L’applauso che ha salutato Monti a Bruxelles e il suo ipocrita discorso dominate, esprime un’ottusa solidarietà in cui la mia fede non è esente da una certa paura (parlando da “clown”).

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I militari greci si preparano alla repressione di massa

Robert Stevens WSWS 2 marzo 2013

iVEd_4iltG_sL’ex alto diplomatico greco Leonidas Chrysanthopoulos ha dichiarato al New Statesman inglese, la scorsa settimana, che discussioni hanno avuto luogo tra esponenti politici e delle forze armate greci sulla risposta dei militari a ciò che Chrysanthopoulos ha descritto come “esplosione di disordini sociali” che dovrebbero avvenire “molto presto”. Chrysanthopoulos ha detto che nei prossimi mesi, “ci saranno ulteriori azioni armate. Ci saranno dimostrazioni sanguinose.” Senza entrare nei dettagli, ha detto che “Vi sono contatti di certi politici con elementi delle forze armate per garantire che, in caso di gravi disordini sociali, l’esercito non intervenga“. Questa affermazione è stata l’ultima, probabilmente, fatta per il pubblico. Anche se tale richiesta fosse stata fatta, nessuna garanzia dei militari greci sarebbe utile, data la storia recente del Paese, quando il “regime dei colonnelli” prese il potere con un colpo di stato militare nel 1967, e che durò fino al 1974. Dall’inizio dell’austerità di massa in Grecia, nel 2010, vi sono continue voci su discussioni tra i vertici militari su un colpo di stato.
L’aspetto più significativo dell’intervista di Chrysanthopoulos è la rivelazione delle discussioni tra politici e militari su come rispondere alla minaccia della rivoluzione sociale. I circoli dominanti greci lavorano sul presupposto che le lotte insurrezionali siano inevitabili per via del disagio intollerabile che hanno imposto alla classe operaia. In meno di quattro anni, la posizione sociale della classe lavoratrice greca è stata ridotta a livelli che non si vedevano dall’occupazione nazista, durante la seconda guerra mondiale. Una povertà brutale ha colpito la vita di milioni persone.
Un aspetto importante dell’assalto alle condizioni di vita è la rimozione della sanità pubblica. Più di 50 conglomerati farmaceutici hanno interrotto o ridotto selvaggiamente le forniture alla Grecia, citando le preoccupazioni per i loro profitti. La pericolosa carenza di centinaia di medicinali di base si traduce in scene caotiche di pazienti che corrono da una farmacia all’altra alla ricerca di farmaci vitali, mentre gli ospedali pubblici sono privi di adeguate forniture di farmaci da dispensare. Tale comportamento non si limita alle grandi aziende farmaceutiche. Il 27 febbraio è emerso che la Croce Rossa Svizzera, agenzia di soccorso senza scopo di lucro, ha imposto una drastica riduzione delle forniture alla Grecia delle sacche dei donatori di sangue, citando il problema di che le forniture precedenti non erano state  completamente pagate, ed annunciando che a partire dal 2015 il numero di sacche di sangue dei donatori inviati alla Grecia sarà dimezzato, rispetto al livello attuale annuale di 28.000 unità.
Come risultato delle politiche di austerità richieste dalla “troika” (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione Europea), l’incredibile cifra di 4.650.000 di persone è ora disoccupata o economicamente non attiva. Vi sono 450mila famiglie in cui nessuno si occupa. Delle 2,6 milioni di persone occupate nel settore privato nel 2010, 900.000 sono state licenziate. Poiché la durata delle prestazioni è stata ridotta, appena 225.000 dei disoccupati ora hanno una retribuzione per la disoccupazione. Nel settore privato, 600.000 lavoratori (su un totale 1,6 milioni) ora vengono regolarmente pagati per una giornata lavorativa di otto ore. Il professore Savas Robolis dell’università Panteion di Atene ha detto di recente, “Il resto dei lavoratori ha avuto l’orario ridotto o sono stati pagati in ritardo, quattro o cinque mesi di ritardo. Sono in uno stato di disperazione.”
La relazione annuale, questa settimana, della Banca di Grecia ha rilevato che il 23 per cento della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà nel 2012, rispetto al 16 per cento nel 2011. Inoltre, nota l’aumento esponenziale della povertà infantile, con un tasso di famiglie a rischio che raggiunge il 31 per cento in un solo anno (2010-2011). Nel periodo 2010-2012, il salario medio lordo del paese è stato ridotto del 20,6 per cento e il costo del lavoro per i datori di lavoro è diminuito del 18,5 per cento. Date le misure di austerità già in vigore, ci sarà una riduzione complessiva del costo del lavoro in Grecia per il periodo 2012-2014, pari al 17,6 per cento. Queste  misure così selvagge vengono imposte per arrivare a ridurre del 15 per cento la spesa complessiva, come richiesto dalla troika. Presentando la relazione, il presidente della banca George Provopoulos ha affermato che la ripresa economica si avrà mediante l’austerità e ha chiesto misure ancora più dure da imporre. “Ora che il traguardo è finalmente visibile”, ha detto, “dobbiamo intensificare gli sforzi, accelerare il nostro ritmo per coprire il tratto finale e garantirci che i sacrifici dei cittadini non siano stati vani…” Parlando delle vittime di queste politiche, ha dichiarato, “richieste critiche e irragionevoli da parte di gruppi sociali non contribuiscono a questo obiettivo.”
La relazione della banca è stata emessa mentre i rappresentanti della troika, ancora una volta convergevano su Atene per controllare l’attuazione del programma concordato con il governo Nuova Democrazia/PASOK/Sinistra democratica. Tra le questioni da regolare vi è il modo più reciso per ridurre il bilancio farmaceutico di quest’anno. In seguito alle richieste precedenti della troika, il bilancio è stato ridotto da 3,7 a 2,4 miliardi di euro lo scorso anno. I rapporti suggeriscono che potrebbe essere ridotto a 2 miliardi quest’anno. Con aziende farmaceutiche che già trattengono molti farmaci, questa è la ricetta per una catastrofe sanitaria e parecchi morti inutili. La troika prevede anche di chiedere di aumentare la rapidità del licenziamento di 25.000 lavoratori del settore pubblico quest’anno (entro metà giugno), al fine di soddisfare i concordati 150.000 licenziamenti entro il 2015. Se Atene non dovesse imporre i tagli per soddisfare la troika, due tranche di prestiti per marzo e aprile, per un totale di 8,8 miliardi di euro, verrebbero bloccate o assai ridotte. La mancata ricezione di tali finanziamenti, renderebbe la Grecia inadempiente sul suo debito.
Con la promessa, se eletto, di invertire il programma di austerità, SYRIZA (Coalizione della sinistra radicale) ha avuto quasi il 30 per cento dei voti nelle elezioni dello scorso anno. Si è presentata come gruppo di organizzazioni di pseudo-sinistra in alternativa progressiva ai partiti di governo pro-austerità e mezzo per contrastare l’avanzata del movimento fascista Golden Dawn. In realtà, SYRIZA non è meno una creatura della classe dirigente del partito di destra Nuova Democrazia, e non è meno legata al programma di austerità. Questa settimana, il portavoce di SYRIZA Panos Skourletis ha dichiarato: “Noi non abbiamo la bacchetta magica in grado di migliorare e cambiare la situazione da un giorno all’altro… Dobbiamo renderci conto che ogni giorno in cui questa politica viene applicata, le cose peggiorano. Questa devastazione è incalcolabile e, quindi, riprendersi dalle ripercussioni di questa politica diventa sempre più difficile.” Il significato di tali osservazioni, che non è possibile invertire l’austerità programma, è inconfondibile. SYRIZA prepara i suoi argomenti per quello che sarà chiamata a svolgere, se raggiunge il suo obiettivo di entrare in un futuro governo contrario alla classe operaia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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