Malaysian Airlines MH17 e guerra finanziaria contro la Russia

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 22 luglio 2014

_76348113_malaysian_airlines777_pic624Mentre i media mainstream accusano a caso Mosca, senza dimostrarlo, di aver orchestrato l’abbattimento del Malaysian Airlines MH17 in collegamento con i ribelli di Donetsk, il contraccolpo della crisi sui mercati finanziari internazionali e sul sistema finanziario russo è passato praticamente inosservato. Inoltre, le minacce politiche e le insinuazioni nei confronti della Federazione russa, sulla scia del disastro del 17 luglio, sono accoppiate alle nuove sanzioni economiche a grandi aziende e istituzioni finanziarie russe.

Informazioni interne e prescienza
La condotta delle operazioni speculative, sia prima che dopo l’incidente del 17 luglio, è una considerazione importante: nel funzionamento dei mercati finanziari mondiali, eventi terroristici, disastri naturali nonché grandi tragedie come quella del MH17, avranno inevitabilmente impatto sul comportamento a breve termine dei mercati finanziari, tra cui i principali mercati azionari, il mercato dei cambi e i mercati energetici e delle materie prime. Va notato che la prescienza di un evento terroristico, come l’incidente del MH17 del 17 luglio sulla zona di guerra dell’Ucraina orientale, offre l’opportunità agli autori, così come a coloro che lo sapevano in precedenza, di effettuare transazioni speculative redditizie sui diversi mercati finanziari. Cui bono? Wall Street o istituti finanziari di Mosca? In altre parole, coloro che hanno progettato l’attacco al MH17 (compresi gli sponsor politici ed economici) avevano informazioni preziose e riservate che potevano essere utilizzate per grandi speculazioni, come le opzioni di DJIA, Borsa di Mosca (MICEX), mercati dei cambi, per non parlare del commercio speculativo (ad esempio opzioni put) e delle azioni delle compagnie aeree. Quanto sopra descritto è routine nel frequente commercio speculativo “risk free” delle maggiori istituzioni finanziarie. I principali attori finanziari che avrebbero saputo del MH17 del 17 luglio, avrebbero fatto miliardi di profitto inatteso con operazioni speculative. Prevedendo l’incidente, speculatori istituzionali potevano con precisione “prevedere” il declino a breve termine del Dow Jones Industrial Average e degli altri principali mercati azionari, delle materie prime e indici forex, ed agire di conseguenza con scommesse speculative usando diversi strumenti finanziari. Inoltre, vi è anche una sovrapposizione tra Wall Street e media finanziari: comunicati stampa tempestivi di Bloomberg, Wall Street JournalFinancial Times, ecc., a seguito di grandi eventi internazionali, spesso esercitano un’influenza determinante sul movimento reale dei principali indicatori finanziari. Allo stesso tempo, questi potenti media finanziari influenzano le percezioni degli investitori sulla futura evoluzione del mercato, in simbiosi con gli interessi dei partner di Wall Street direttamente coinvolti nello svolgimento di importanti operazioni. In realtà, i media finanziari sono sempre grandi attori di Wall Street e City di Londra. Chi sono i principali azionisti di WSJ, Financial Times o Economist? C’è un conflitto di interessi?

Il New York Stock Exchange
Dopo l’incidente del MH17 del 17 luglio, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) è sceso dal picco 17150, successivamente rimbalzando indietro (vedi tabella sotto). La prescienza del MH17 avrebbe consentito di mietere guadagni finanziari sul movimento a breve termine del Dow, da un giorno all’altro.

Tabella 1 Dow Jones Industrial Average (DJIA)
dowjonesjuly172014
Il London Stock Market del 17 luglio
Mentre il NYSE è stato aperto il 17, dopo il disastro ucraino, la borsa di Londra ha aperto il 18 ed ha subito un crollo a breve termine dei titoli, rimbalzando alla fine del 18.

London Stock Exchange FTSE All Share Index
ftsejuly171
La Borsa di Mosca
Il tragico evento del 17 luglio, insieme alle accuse immediate contro la Russia, hanno contribuito a precipitare la caduta della Borsa di Mosca (vedi tabella sotto). Mentre i mercati azionari europei sono stati colpiti, il calo più drammatico è stato registrato dalla Borsa di Mosca, con l’indice MICEX di Mosca calare del 2,3 per cento in un solo giorno e il suo indice in dollari, l’indice RTS, scendere del 3,8 per cento. (Reuters, 18 luglio 2014) (vedi tabella qui sotto). Coloro che sapevano in anticipo dell’incidente del MH17 e delle probabili accuse rivolte contro la Russia dal presidente Obama, avrebbero senza dubbio scommesso sul declino del MICEX e del rublo russo.

Tabella 2 Borsa di Mosca, MICEX Composite Index
MICEXMOSCOWJULY-17
Grafici: Fonte Financial Times, 2014

Il regime delle sanzioni
Le sanzioni economiche dell’amministrazione Obama puntano contro l’industria degli armamenti  della Russia, i principali colossi energetici statali Gazprom e Rosneft e il conglomerato del gas privato Novatek. Le principali istituzioni finanziarie russe sono anche oggetto delle sanzioni. Con amara ironia, la sera del 16 luglio, giorno prima della tragedia del MH17, l’amministrazione Obama aveva annunciato una nuova serie di sanzioni radicali contro la Federazione Russa: Il 16 luglio sera il presidente Barack Obama aveva annunciato nuove sanzioni contro società a grande capitalizzazione della Russia, tra cui grandi società energetiche e bancarie. … “Dobbiamo vedere azioni concrete, e non solo a parole dalla Russia, che infatti s’è impegnata a cercare di porre fine a questo conflitto al confine Russia-Ucraina“, ha dichiarato Obama alla Casa Bianca dopo aver annunciato nuove sanzioni sulle grandi capitalizzazioni della Russia. (Incidente del MH17, nuove sanzioni statunitensi: Attenzione ai Fondi con esposizioni in la Russia, Zaks, 18 luglio 2014).
Vale la pena notare che Rosneft ha un accordo sul gas con Exxon Mobil. Il fine delle sanzioni è la conquista economica, vale a dire indebolire i giganti energetici della Russia con l’obiettivo di modificarne la struttura proprietaria: “L’attacco degli Stati Uniti a una grande azienda (cioè le sanzioni) dimostra che si tratta di affari. Rosneft ha debiti per circa 70 miliardi di dollari, quasi la capitalizzazione di mercato, costringendola a cercare un rifinanziamento persistente e, lasciando da parte qualche finanziamento russo e cinese, solo i mercati internazionali in dollari possono fornire finanziamenti sufficienti. Rosneft dovrà ridurre le proprie spese in conto capitale per via delle sanzioni statunitensi“. (Anders Aslund, Gli Stati Uniti rispondono sul MH17 prima che l’aereo venisse abbattuto, sanzioni imposte alla Russia dopo aver consegnato le armi che hanno abbattuto l’aereo, Market Watch, 18 luglio 2014)
Dopo l’annuncio tempestivo di Obama, il 16 luglio, confermando le nuove sanzioni, il declino dei valori azionari sulla Borsa di Mosca è iniziato all’apertura del 17 luglio, prima dell’incidente del MH17.

Mercati valutari: declino del Rublo
Anche i mercati valutari sono stati colpiti. Mentre l’evento non precipitava un calo significativo del ringgit malese, il rublo russo è sceso dell’1,8 per cento nei confronti del dollaro, il maggiore declino in un giorno dal giugno 2013. (Reuters, 18 luglio 2014). Dopo l’incidente in Ucraina del 17 luglio, il rublo russo ha continuato a diminuire (vedi tabella sotto). Le minacce relative al presunto ruolo della Russia nell’abbattimento del MH17, per non parlare delle nuove sanzioni contro la Russia annunciate il 16 luglio, hanno portato ad una significativa riduzione del rublo russo. Deve essere chiaro che la banca centrale russa deve aver agito per impedire un ulteriore calo del rublo, molto probabilmente utilizzando le sue riserve forex per contrastare l’attacco speculativo contro il rublo, portando ad un significativo deflusso di capitali dalle riserve in dollari della Russia.

Tabella 3 tasso di cambio Rublo russo (RUB) Dollaro US (21 giugno 2014 – 21 luglio 2014)
rubleusexhangerate-june-july-2014Fonte: Exchange Rate.com

Declino dei titoli aerei
C’è stato un significativo calo dei valori azionari delle compagnie aeree quotate al Nasdaq, il 17 luglio, dopo lo schianto di MH17 (vedi tabella sotto), caratterizzata da un tuffo il 17 e una ripresa il 18. Coloro che già sapevano dell’incidente del MH17 potrebbero avere effettuato puntate speculative sicure raccogliendo notevoli profitti. Come indicato nella nostra introduzione, il problema della prescienza è d’importanza cruciale. Per definizione gli autori dell’incidente del MH17 già sapendo avrebbero potuto essere usati dagli enti finanziari partner coinvolti nelle speculazioni. Questa particolare dimensione della prescienza sul MH17 ricorda la vendita allo scoperto dei titoli delle compagnie aeree nei giorni precedenti l’11 settembre, richiedendo ulteriori analisi e indagini. Dovrebbe essere componente dell’indagine sull’incidente del 17 luglio.

NYSE Index Airline (XAL), 15-21 luglio 2014
airlinestock
Il destino delle Malaysian Airlines
Con la misteriosa scomparsa del MH370 a marzo, il numero dei passeggeri MH è sceso del 60 per cento. La situazione finanziaria del Malaysian Airline System (MAS) è sempre più fragile. Dopo l’incidente del MH17, Malaysian Airlines System va verso la completa privatizzazione. “MAS è quasi al 70 per cento di proprietà dell’investitore governativo Kazanah Nasional, che all’inizio di quest’anno espresse interesse per cedere parte delle sue partecipazioni“. (ABC New Australia, 21 luglio 2014)

Il declino annuale delle azioni MAS è dell’ordine del 25,8 (vedi tabella sotto)
Tabella 4. Valore delle azioni della Malaysian Airlines MAS (luglio 2013 – luglio 2014)
MAS-stock-annualFonte: Bloomberg, 2014

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

MH-17: attenzione al “Camaleonte”

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 21/07/2014
USS_Vella_Gulf_CG-72_01L’esercitazione NATO nel Mar Nero, di 10 giorni, denominata in codice “Sea Breeze 2014” è finita.  L’esercitazione, che comprendeva l’uso di aeromobili da guerra elettronica ed intelligence elettronica come il Boeing EA-18G Growler e il Boeing E-3 Sentry Airborne Warning and Control System (AWACS), è coincisa con l’abbattimento del volo MH17 delle Malaysian Airlines nella parte orientale dell’Ucraina, a 40 miglia dal confine russo. Navi e aerei della NATO avevano posto sotto totale sorveglianza radar ed elettronica le regioni di Donetsk e Lugansk. MH-17 è stato abbattuto sulla regione dove le forze separatiste russofone combattono contro l’alleanza tra forze armate ucraine e forze mercenarie private che rispondono a un oligarca miliardario ucraino-ebraico. L’esercito statunitense ha rivelato che l’esercitazione di 10 giorni ha coinvolto “il monitoraggio del traffico commerciale”. A causa della sofisticazione della guerra elettronica e d’intelligence di Sea Breeze, si può presumere che il monitoraggio del traffico commerciale includesse anche il monitoraggio della rotta del MH-17. In passato le esercitazioni NATO-Ucraina in Crimea furono chiamate “Sea Breeze”. L’esercitazione Sea Breeze di quest’anno con l’Ucraina, approvata da un Parlamento ucraino allo sbando, era avvolta nel mistero con il Pentagono che affermava che fosse solo “programmata e di non poterne annunciare ancora le date”. Tuttavia, 200 effettivi dell’US Army normalmente assegnati alle basi in Germania, si trovavano in Ucraina durante il volo del MH-17. Partecipavano a Rapid Trident II della NATO. Il ministero della Difesa dell’Ucraina guidava l’esercitazione. Sea Breeze includeva l’incrociatore lanciamissili USS Vella Gulf. Il radar AEGIS AN/SPY1 dell’incrociatore “può tracciare tutti i velivoli su una vasta regione. Ad esempio, il centro dei test degli AEGIS a Moorestown, New Jersey, poteva vedere il Boeing 747 del volo TWA 800, quando scomparve dagli schermi radar nel 1996, nei pressi di East Moriches Bay, Long Island. Secondo il personale della Lockheed Martin che operava nel centro di prova AEGIS del New Jersey, la marina ordinò di spegnere il radar SPY1 per “manutenzione” poco prima dell’abbattimento del TWA 800. Dal Mar Nero, il Vella Gulf poteva monitorare il Malaysian Airlines MH17 ed eventuali missili sparati contro l’aereo. Anche gli aeromobili AWACS e d’intelligence elettronica (ELINT) statunitensi sorvolavano la regione del Mar Nero, al momento del sorvolo del MH-17 dell’Ucraina. I velivoli Growler possono bloccare i sistemi radar di tutte le minacce terra-aria.
L’annuncio degli Stati Uniti delle manovre militari Sea Breeze e Rapid Trident II si ebbe il 21 maggio 2014, anche sul sito dell’ufficio del vicepresidente Joe Biden. Il figlio di Biden, Hunter Biden, è stato appena nominato direttore della società del gas e petrolio ucraino Burisma Holdings, Ltd., di proprietà di Igor Kolomojskij, l’oligarca mafioso ucraino-israeliano, noto come il “Camaleonte”. Kolomojskij ha creato un suo esercito di mercenari, i cui missili Buk sarebbero stati utilizzati per abbattere l’MH-17. Kolomojskij, governatore dell’Oblast di Dnepropetrovsk nella parte orientale dell’Ucraina, ha minacciato attacchi terroristici contro i funzionari russofoni dell’Ucraina orientale, anche l’omicidio. Burisma è una tipica operazione RUIM (mafia russo-ucraina-israeliana), con filiali in paradisi fiscali come Cipro e Isole Vergini inglesi. Fa parte della grande holding di Kolomojskij chiamata Privat Group. Kolomojskij sarebbe il secondo uomo più ricco dell’Ucraina, ed ha forti legami presso l’aeroporto internazionale Borispol di Kiev, dove le truppe del ministero degli Interni ucraini avrebbero assaltato la torre di controllo del traffico aereo, poco prima che l’MH-17 venisse abbattuto. Un controllore del traffico aereo spagnolo, che sapeva del coinvolgimento del ministero degli Interni ucraino nell’abbattimento del MH-17, sarebbe stato minacciato da individui descritti come truppe di “Majdan”, un riferimento alla rivolta di piazza Majdan che ha rovesciato il governo ucraino all’inizio dell’anno. Il controllore spagnolo, identificato solo come “Carlos”, ha sentito che l’abbattimento del MH-17 è stata opera dei sostenitori dell’ex-prima ministra ucraina Julija Timoshenko e del ministro degli Interni Arsen Avakov. Kolomojskij è un alleato politico di Timoshenko e Avakov. Kolomojskij, fino al 2012, possedeva le Aerosvit Airlines, che utilizzavano Borispol come hub, e Donbassaero, nell’aeroporto di Donetsk. Aerosvit affittava i suoi aerei, tra cui un Boeing 767, dalla Boeing Capital. Dopo la dichiarazione di fallimento, Aerosvit e Donbassaero cessarono le attività nell’aprile 2013. Tra le altre compagnie aeree di Kolomojskij vi sono Skyways Express, presso l’aeroporto Arland di Stoccolma, City Express, nell’aeroporto di Göteborg in Svezia, e Cimber Sterling, negli aeroporti di Sønderborg e Copenaghen Kastrup, in Danimarca, tutti presentarono istanza di fallimento nel 2012. Kolomojskij continua ad essere attivo nell’aviazione commerciale. Il suo gruppo privato possiede Dniproavia, che ha sede presso l’aeroporto di Dnepropetrovsk. Kolomojskij ha contatti con la sicurezza israeliana ottenendo pieno accesso alle infrastrutture di sicurezza aeroportuali in Europa e nel mondo.
igor-kolomoisky-wants-splash-80m-fence-ukraine-keep-russians-awayLe forze di Kolomojskij sono dotate di armi avanzate, ottenute dalle scorte ucraine e dal mercato nero. Le forze di Kolomojskij avrebbero il sistema missilistico superficie-aria Buk che sarebbe stato usato per abbattere l’MH-17. Le forze di Kolomojskij comprendono militari regolari ucraini; unità di neo-nazisti dall’ovest ucraino, mercenari stranieri, tra cui georgiani, romeni e suprematisti bianchi di Svezia e Germania; ed ex-commando baschi blu dell’Israeli Defense Force, divisi principalmente in quattro battaglioni: battaglione Azov; battaglione Ajdar, battaglione Donbass e battaglione Dnepr-1 (o Dnipro-1) di 2000 effettivi, responsabile delle persone intrappolate e bruciate vive all’interno del palazzo dei sindacati del 2 maggio a Odessa, e del mortale bombardamento della stazione di polizia di Marjupol il 9 maggio. Dnipro-1 ha anche una forza di riserva di 20000 membri. Il nucleo dell’esercito di Kolomojskij sono i fedelissimi di Kolomojskij, ardenti camicie brune naziste che usano pistole, sbarre di ferro e bastoni per prendere il controllo di fabbriche ed uffici ucraini che Kolomojskij ha espropriato ai cosiddetti simpatizzanti dei “separatisti”. Alcuni georgiani dell’esercito di Kolomojskij si sarebbero addestrati all’uso dei sistemi missilistici Buk, precedentemente venduti dall’Ucraina alla Georgia del presidente Mikheil Saakashvili. Kolomojskij ha utilizzato “le consulenze” dell’ex-presidente Saakashvili a Dnepropetrovsk nella campagna militar-politica contro le repubbliche popolari separatiste di Donetsk e Luhansk. Kolomojskij ha messo una taglia di un milione di dollari sul parlamentare ucraino Oleg Tsarjov, fuggito in Russia dopo essere stato picchiato da elementi di destra a Kiev. Kolomojskij ha scelto di “comandare” il suo esercito dalla sicura Svizzera, lontano dal fronte e relativamente protetto dall’arresto, se i suoi legami con gli attacchi terroristici saranno mai perseguiti dalle autorità governative legittime. Kolomojskij ha una potente “polizza di assicurazione” contro eventuali procedimenti legali. Conta sulla potente lobby israeliana negli Stati Uniti a sostegno della sua causa. Kolomojskij ha pubblicamente detto che l’Ucraina è la “seconda patria” del popolo ebraico. E con “la lobby” dalla sua, Kolomojskij ha accesso ai vertici del dipartimento della Difesa, NATO e US Intelligence Community.
Un Boeing 777 delle Malaysian Airlines, dello stesso tipo del volo MH-17 e del volo 370 delle Malaysian Airlines, scomparso dall’8 marzo sulla rotta Kuala Lumpur – Pechino, è conservato in un hangar presso il Ben Gurion International Airport di Tel Aviv. Il Boeing 777 israeliano, con numero di serie 28416, porta la registrazione di coda 9M-MRI della Malaysia, è stato venduto alla GA Telesis LLC di Fort Lauderdale, in Florida, il 21 ottobre 2013. Il Boeing 777 è stato ri-registrato con il numero di coda N105GT degli Stati Uniti e fu prima conservato presso l’aeroporto di Tarbes Lourdes, nei Pirenei, e il 4 novembre 2013 è stato trasferito a Tel Aviv, dove è stato avvistato l’ultima in un hangar. GA Telesis è stata fondata dal suo CEO, Abdol Moabery. GA Telesis è una società globale di leasing per aeromobili ed ora è di proprietà di Bank of America Merrill Lynch e Century Tokyo Leasing. Moabery, un ex-ufficiale della Marina degli Stati Uniti, in precedenza ha lavorato per l’Aviation Systems International, Inc. come vicepresidente esecutivo, e per la CS Aviation Services, Inc. come direttore vendite e marketing. Entrambe le ex-società di Moabery sono parzialmente di proprietà di George Soros, in parte autore del colpo di Stato ucraino che ha spodestato il Presidente Viktor Janukovich. CS (Chatterjee-Soros) Aviation Services, Inc. è in comproprietà con Purnenda Chatterjee, che gestisce il Gruppo Chaterjee, un’impresa di investimenti. Chatterjee Group possiede Winston Partners di Alexandria, in Virginia, un’impresa di investimenti co-fondata da Marvin Bush, figlio di George HW Bush. Winston possiede entità aziendali nelle Isole Cayman, Isola di Man, Curacao e Delaware. Una delle entità della Winston, Winston Capital Fund, ha un altro investitore della famiglia Bush, l’ex-governatore della Florida Jeb Bush. È interessante notare che Marvin Bush fu consigliere della HCC Insurance Holdings Ltd, un ri-assicuratore del World Trade Center di New York. I rapporti d’affari di Marvin riguardano anche l’acquisto e l’affitto di aeromobili commerciali. Il presidente esecutivo della GA Telesis Composite Repair Group LLC, che sarebbe responsabile del retrofit del Boeing 777 malese a Tel Aviv, è Aviv Tzur, cittadino israeliano già presidente dell’Ultimate Aircraft Composites (UAC), ditta israeliana fusasi con GA Telesis. UAC, come GA Telesis, è specializzata in riparazione e retrofit di aeromobili. UAC ha avuto anche contratti con il governo israeliano.
La presenza di un Boeing 777 delle Malaysian Airlines a Tel Aviv, la misteriosa scomparsa di un secondo Boeing 777 malese in volo da Kuala Lumpur a Pechino, e l’attacco a un terzo Boeing 777 delle Malaysian tra Amsterdam a Kuala Lumpur, sull’Ucraina orientale, è più di una coincidenza. Schiphol di Amsterdam è un centro delle attività del Mossad in Europa occidentale. La ICTS, di proprietà israeliana, controlla la sicurezza a Schiphol per passeggeri e merci. La ICTS permise al cittadino nigeriano Umar Farouk Abdulmutallah di superare la normalmente rigorosa sicurezza di Schiphol, nel Natale 2009, salendo su un Airbus delle Northwest Airlines diretto a Detroit. Mentre si avvicinava a Detroit, Abdulmutallah, che venne fatto salire a bordo dalla ICTS ad Amsterdam senza un passaporto o visto degli Stati Uniti, cercò di far esplodere materiale esplosivo cucito nelle mutande. L’occupazione del centro di controllo del traffico aereo a Borispol degli alleati di Kolomojskij, poco prima dell’abbattimento del MH-17, e i forti legami di Kolomojskij con Israele, che beneficia immensamente dall’abbattimento del MH-17 perché allontana l’attenzione dei media mondiali dall’invasione via terra di Gaza iniziata proprio quando le prime notizie sulla sorte di MH-17 venivano trasmesse, potrebbe essere la verità della fine del volo MH17 delle Malaysian Airlines e della morte orribile dei suoi 298 passeggeri ed equipaggio.

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SONY DSCLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe

Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014
1926738Il 1° luglio, durante un incontro con gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti russi, il Presidente Vladimir Putin ha rivelato i dettagli di un palese ricatto alla Francia. L’amministrazione statunitense ha utilizzato le sue unilaterali (e illegali) sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan per punire la Francia e in particolare la Banque Nationale de Paris – Paribas. La Banca è stata taglieggiata con 8,97 miliardi di dollari per non sottomettersi al malefico diktat della potenze egemone, ubriaca ma indebolita, anche se le sanzioni non sono una decisione concordata con la Francia. In uno sviluppo che impatta direttamente sulla sovranità nazionale, il terzo esecutivo di BNP, Dominique Remy, s’è dimesso a metà maggio dopo che il regolatore bancario della Stato di New York, Benjamin Lawsky (leggi Wall Street), l’ha indicato come uno dei 12 funzionari che dovrebbe dimettersi per il suo ruolo nello “scandalo”. Putin ha rivelato pubblicamente qualcosa di peggio. La causa contro la BNP francese è stata istruita da Washington per ricattare la Francia e costringerla a non consegnare alla Russia delle due portaelicotteri classe Mistral, di produzione francese e del valore di 1,6 miliardi di dollari. Francia e Russia, però, non possono ritirarsi dall’accordo sulle Mistral: in questo momento 400 marinai russi si addestrano sulla prima Mistral in un porto francese. Lungi dal rappresentare una dimostrazione di potenza egemone, il ricatto degradante rafforza i legami tra la Russia e i principali Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania e Italia.
Putin ha detto agli ambasciatori russi: “...Ciò che accade alle banche francesi non può che suscitare  indignazione in Europa e anche qui. Sappiamo della pressione dei nostri partner statunitensi sulla Francia per costringerla a non fornire le Mistral alla Russia. Sappiamo anche che hanno fatto capire che se la Francia non consegna le Mistral, le sanzioni alle loro banche saranno tranquillamente tolte, o almeno ridotte in modo significativo. Cos’è questo se non ricattare? E’ questo il modo giusto di agire sulla scena internazionale? Inoltre, quando si parla di sanzioni, presumiamo sempre che le sanzioni siano applicate ai sensi dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. In caso contrario, non sono sanzioni nel senso giuridico del termine, ma qualcosa di diverso, un altro strumento di politica unilaterale…
La politica estera degli Stati Uniti, sempre più irrazionale e proditoria raggiunge il culmine, caratterizzata da una vasta gamma di strumenti di pressione e intimidazione. Ora la politica prepotente degli Stati Uniti del “con me o contro di me” spinge sempre più Paesi a cercare un’alternativa razionale. La Russia di Putin, contrariamente ai disperati media di Wall Street, splende come un faro di razionalità e umanità, come l’unico adulto e persona di fiducia nel saloon globale in cui l’ubriaco cowboy statunitense spara le sue ultime cartucce. La crisi Ucraina, la creazione del grottesco SIIL in Iraq e Siria, la pressione frenetica su Romania, Serbia, Italia e altri nel denunciare l’accordo con la Russia sul gasdotto South Stream e impedire alla Russia di esportare le sue materie prime, questi sembrano essere gli ultimi proiettili sparati in aria.
L’Italia, per esempio, ha risposto con una dichiarazione netta del segretario di Stato per gli affari europei Sandro Gozi: “Il progetto South Stream è sempre stato e rimane il più importante per l’Italia”. L’intervista è stata pubblicata il 30 giugno, il giorno prima che l’Italia assumesse la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. “Mentre l’Italia assume la presidenza dell’Unione Europea, diamo priorità assoluta all’integrazione politica ed economica con Kiev, mentre la ripresa del partenariato strategico tra l’UE e la Russia, … le relazioni con Mosca non possono essere né tagliate né sospese; al contrario siamo convinti della necessità di rafforzarle ulteriormente“. Uno dei primi inviti della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, avanzati all’inizio del semestre di presidenza italiana, era al suo omologo russo Sergej Lavrov, annunciando una visita a Mosca a luglio. Anche la Serbia, dopo un dibattito per valutare la forza delle minacce degli Stati Uniti, ha deciso di andare avanti con il South Stream, e naturalmente così ha fatto l’Austria durante la visita ufficiale di Putin a Vienna, il 24 giugno. L’agenzia tedesca Deutsche Welle ha scritto, permettendosi stranamente un accenno di polemica: “L’Austria sfida USA e UE sul South Stream durante la visita di Putin; l’austriaca OMV e la russa Gazprom hanno firmato un accordo sulla sezione austriaca del controverso gasdotto South Stream che bypassa l’Ucraina. Il presidente austriaco Heinz Fischer ha respinto le critiche di USA e UE“. La Germania è felicemente alimentata dal gas russo via North Stream. Molti in Europa si aspettano ora una nuova linea dall’Unione europea, nonostante la politica antieuropea della City di Londra, controllata dalla burocrazia di Bruxelles. Dietro la facciata, la “Battaglia per l’Europa” infuria.
Gli ultimata feroci e disperati di Washington appaiono sempre più impotenti. Ed è sempre più chiaro il motivo per cui l’assistente del segretario di Stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, nella sua infame conversazione con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt in preparazione del colpo di Stato a Kiev, pronunciò il suo immortale: “Fuck the EU“. La destabilizzazione sanguinaria dell’Ucraina è un mezzo per mantenere l’Europa sotto controllo. Ma non funziona.

163028282Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin lancia l’Unione economica eurasiatica

Dean Henderson 3 giugno 2014

geo-russia1Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un trattato con il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev per avviare l’Unione economica eurasiatica. La mossa segue l’accordo sul gas naturale da 400 miliardi di dollari firmato con la Cina e l’annuncio che la Russia userà rubli invece dei dollari negli scambi internazionali. L’aggressione occidentale in Ucraina è stata l’ultima goccia per i russi, che hanno già visto questo film nel proprio Paese.

La mafia russa di Wall Street
Verso la fine degli anni ’90 mentre i Quattro Cavalieri si rimpinzavano di petrolio russo e dell’Asia centrale, le banche d’investimento di Wall Street facilitavano il furto del petrolio e laceravano il Tesoro russo. Philbro Energy controllata dalla commerciale petrolifera di Salomon Smith Barney aprì a Mosca. Goldman Sachs fu assunta da Eltsin per attirare capitali stranieri in Russia. A capo del team di Goldman Sachs vi era Robert Rubin, segretario del Tesoro di Clinton. La CS First Boston aveva una partecipazione del 20% in Lukoil, in partnership con BP Amoco. Il viceprimo ministro russo Egor Gajdar era incaricato delle riforme economiche della Russia su mandato del FMI. Gajdar sapeva che il settore del petrolio e del gas era la chiave del piano di Rubin. I partiti dell’opposizione russa gridarono allo scandalo dicendo che gli economisti statunitensi e il FMI prendevano il controllo del sistema economico e politico della Russia. Nel 1994 il direttore dell’FBI di Clinton, Louis Freeh, ostentando i suoi legami istituzionali aprì personalmente un ufficio dell’FBI a Mosca. [749] Nel 1997 l’FBI di Freeh condusse un’indagine timida sul conflitto crescente sugli scandali che coinvolgevano interessi degli alti economisti di Harvard che supervisionavano il programma di privatizzazione della Russia, in tandem con Rubin e Gajdar. La Russia criticò l’indagine dell’FBI, definendola un’insabbiatura. La polemica era incentrata sull’Istituto per lo Sviluppo Internazionale di di Harvard (HIID) e su certi suoi programmi di privatizzazione in Russia. Gli amministratori della HIID Jonathan Hay e Jeffrey Sachs avevano partecipazioni nelle multinazionali che ottennero gli 89 milioni di dollari di prestito dalla Banca Mondiale per la Russia che l’HIID aveva organizzato. Il capo della sicurezza sui titoli della Russia Dmitrij Vasiliev notò questa e altre irregolarità, risolvendo il contratto dell’HIID con il governo russo. [750] Ma non prima che i banchieri d’investimento di Wall Street diventassero ricchi a spese del Tesoro russo, portando al collasso economico russo del 1998.
Nel 1999 la Bank of New York, che collaborava con CS First Boston nella svendita di Lukoil di proprietà russa, fu incriminata da un tribunale di New York per riciclaggio di oltre 10 miliardi di narcodollari dei mafiosi russi, i quali avevano passaporto israeliano. Secondo il Dott. Aldo Milinkovich, consulente di numerose società finanziarie di New York, “Gli israeliani hanno infiltrato e manipolato l’economia post-sovietica in Russia più o meno nello stesso modo in cui si sono infiltrati e manipolano Washington e Wall Street“. [751] Al centro dello scandalo c’era il picchiatore di Bill Casey Itzak “Bruce” Rappaport, che istituì la filiale per lo scambio valutario Benex che riciclava il denaro della droga di tre banchieri russo-israeliani. Mikhail Khodorkovskij era una delle persone più ricche in Russia. Dirigeva la Menatep Bank fin quando non fu chiusa. Nel novembre 2003, il presidente russo Vladimir Putin ordinò l’arresto di Khodorkovskij, togliendogli  la sua quota di controllo della Jukos Oil. Shlomo Mogulevich era chiamato il “Meyer Lansky della Russia” e fu descritto dalla giustizia degli Stati Uniti come un importante trafficante di armi e droga. Konstantin Kagalovskij era incaricato di distribuire i finanziamenti del FMI/Banca Mondiale al governo Eltsin. [752] Tutti e tre erano cittadini israeliani. Rappaport, agente della Banca nazionale di Oman, iniziò ad acquistare la Bank of New York negli anni ’80. Creò Bank of New York-Intermaritime a Ginevra. La società possiede la Swiss American Holdings SA di Panama, che il governo statunitense individuò come fondamentale per lo scandalo del 1998 sul riciclaggio di denaro sporco che coinvolse il primo ministro di Antigua John Fitzgerald. [753] Rappaport  organizzò dagli Stati Uniti il finanziamento per l’acquisto di una fattoria ad Antigua da un agente del Mossad israeliano di nome Sarafati. Il ministero della Difesa israeliano inviava armi tramite la fattoria di Rappaport e Sarafati ai narcoboss colombiani e agli squadroni della morte del padrino José Gonzalo Rodriguez Gacha. Mossad e commandos inglesi addestrarono gli squadroni della morte del cartello di Medellin, secondo un programma finanziato della CIA nel tanto vantato Piano Democrazia del presidente Reagan. La nave panamense Sea Point consegnò a Gacha le armi della CIA raccolte dal presidente panamense Guillermo Endara, insediato dopo il putsch contro Noriega. Nel 1989 quella stessa nave fu fermata al largo della costa messicana mentre trasportava un carico enorme di cocaina. Endara e Gacha erano co-proprietari della lavanderia dei narcodollari panamense Banco Interoceanico.  [754]
La corruzione era il modus operandi nella privatizzazione economica di Russia, Caucaso e dell’Europa orientale. Nel 1996 la fabbrica di aerei di proprietà del governo ucraino vendette una piccola flotta di bimotori turboelica Antonov An-32B ai cartelli della cocaina della Colombia. [755] Nel 1997 Pratt & Whitney, filiale del gigante della difesa statunitense United Technologies, fu  multata di 14,8 milioni di dollari per aver deviato 10 milioni di dollari in aiuti militari statunitensi a un fondo controllato dall’ufficiale dell’aeronautica israeliana Rami Dotan. Il miliardario saudita Sulayman Olayan possedeva una grossa fetta di United Technologies, come James Baker. Il fondo melma fu utilizzato da CIA/Mossad per destabilizzare l’Asia centrale. [756] Un rapporto dell’FSB russo del 1997 citava Alfa Group nel coinvolgimento nel traffico di droga. Alti dirigenti aziendali s’incontrarono con i rappresentanti del cartello di Cali. Il rapporto dichiarava che Alfa lavorava con una famiglia di criminali ceceni responsabile del traffico di droga. Una controllata Alfa Group era la Tjumen Oil, che collaborava con Brown&Root in un progetto di sviluppo su petrolio e gas finanziato da Exim Bank. [757] Brown&Root è una sussidiaria della Halliburton, dove Dick Cheney era presidente e amministratore delegato. A metà febbraio 2001 Alfa Group acquistò la Marc Rich Holdings dall’omonimo finanziere israeliano latitante. Il riccone ora vive in Svizzera, dopo essere stato graziato dal presidente Clinton mentre lasciava la Casa Bianca. Rich è un socio di Rappaport. Halliburton e le sue controllate ricevettero 3,8 miliardi di dollari in contratti federali e prestiti garantiti dai contribuenti nel 1996-2000. [758] Il 9 luglio 2002, tra la marea di scandali contabili societari, Judicial Watch di Washington DC intentò una causa a Dallas contro Cheney e altri amministratori di Halliburton per aver guadagnato milioni vendendo stock option durante il sequestro dei libri di Halliburton, poco prima che le azioni della società crollassero. La SEC annunciò l’indagine sulla Halliburton lo stesso giorno, ma non fece nulla.

I signori della droga ceceni
Mentre la Nimir Petroleum del sostenitore saudita dei taliban sceicco Qalid bin Mahfuz scavava pozzi di petrolio del Kazakistan con Chevron Texaco, la Centgas di Unocal offriva al governo afgano dei taliban 100 milioni di dollari all’anno per gestirne l’oleodotto attraverso l’Afghanistan in un affare orchestrato dal consigliere di Unocal Hamid Karzai, ora presidente dell’Afghanistan. Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington tra i funzionari taliban e il dipartimento di Stato tramite l’insider dell’Unocal e agente dell’NSA del presidente Bush Jr. Zalmay M. Khalilzad, poi ambasciatore USA nell’Iraq occupato. Nel 2005 Chevron Texaco acquistò Unocal. Bush bloccò  le indagini dell’US Secret Service sulle cellule terroristiche dormienti di al-Qaida negli USA, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro fu nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush e funzionari sauditi offrirono aiuti ai taliban per sigillare l’affare dei Quattro Cavalieri, dicendo agli islamisti, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [759] Nel 1997 Zbigniew Brzezinski, invecchiato ma sempre nel suo ruolo di intermediario tra le banche internazionali e le loro reti d’intelligence mondiali, scrisse La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geopolitici. Nel suo libro il membro del consiglio di BP Amoco suggerisce che la chiave del potere globale risieda nel controllo dell’Eurasia e che “la chiave per controllare l’Eurasia é il controllo delle repubbliche dell’Asia centrale“. Individuò l’Uzbekistan come chiave per controllare l’Asia centrale. Nel 1999 una serie di esplosioni colpì la capitale uzbeka Tashkent. I militanti islamici di al-Qaida ne furono responsabili. I ribelli, che si definivano Partito Islamico del Turkestan, tentarono di assassinare il Presidente Islam Karimov. Attaccarono la fertile valle di Fergana, nel tentativo di distruggere i raccolti e l’approvvigionamento uzbeko, secondo il Piano Rosa. Due anni prima Enron tentò di negoziare un accordo di 2 miliardi dollari con la Neftegas statale uzbeca, con l’aiuto della Casa Bianca di Bush. [760] Tale sforzo e altri tentativi di privatizzazione furono respinti nel 1998 da Tashkent, e gli attacchi islamisti in Uzbekistan furono scatenati. Dopo che il “tappeto di bombe” cominciò a piovere sul vicino Afghanistan, nell’ottobre 2001, Uzbekistan, insieme ai vicini Kirghizistan e Tagikistan, subito sfoggiò nuove basi militari statunitensi. Nel 2005 il presidente del Kirghizistan Askar Akaev fu deposto nella “rivoluzione dei tulipani”. In pochi giorni Donald Rumsfeld incontrò i nuovi dirigenti. [761]
Sia il libro di Brzezinski che le minacce di Bush ai taliban erano istruttivi dato che apparvero prima degli attacchi dell’11 settembre, pretesto perfetto per il massiccio intervento dell’Asia centrale che Brzezinski, Bush e i loro capi Illuminati sostenevano. Il dr. Johannes Koeppl, ex-funzionario del ministero della Difesa tedesco e consigliere del Segretario generale della NATO Manfred Werner, spiegò tale ondata di “coincidenze” nel novembre 2001, “Gli interessi dietro l’amministrazione Bush, come Council on Foreign Relations, Commissione Trilaterale e Gruppo Bilderberg,  preparavano e ora attuano l’aperta dittatura mondiale (che sarà stabilita) entro i prossimi cinque anni. Non combattono contro i terroristi, ma contro i cittadini“. L’Asia Centrale ora produce il 75% dell’oppio mondiale proprio come i Quattro Cavalieri e i loro tirapiedi della CIA volevano nella regione. Mentre gli Stati Uniti pretendono certificazioni umilianti per giudicare i Paesi sulla loro capacità di fermare il traffico di droga, Big Oil produce il 90% delle sostanze chimiche necessarie per raffinare cocaina ed eroina, che i surrogati della CIA ampliano, raffinano e distribuiscono. I chimici della CIA furono i primi a produrre eroina. Come il candidato presidenziale ecuadoriano Manuel Salgado ha detto, “Questo ordine mondiale professa il culto della ricchezza e del potere economico crescente delle droghe illegali, e non consente alcun attacco frontale diretto per  distruggere il narcotraffico, perché tale attività, che muove 400 miliardi dollari ogni anno, è troppo importante perché la principale potenza mondiale l’elimini. Gli Stati Uniti… puniscono i Paesi che non fanno abbastanza per lottare contro la droga, mentre i loro ragazzi della CIA hanno costruito santuari della corruzione in tutto il mondo con i profitti della droga“. [762] Il “santuario della corruzione” afgano ha prodotto 4600 tonnellate di oppio nel 1998-1999, quando i taliban colpirono la produzione di oppio nei campi di papaveri del nord, dove gli islamisti sponsorizzati da CIA/ISI combattevano in Tajikistan, Uzbekistan, Cecenia, Daghestan e Kashmir. Lo scrittore pakistano Ahmed Rashid dice che i sauditi pagano i conti del movimento. [763]
Gli Stati Uniti avevano molestato l’India socialista per decenni, utilizzando i fondamentalisti del Kashmir basati in Pakistan. Non è un caso che il gasdotto Elefante Bianco della Enron per Dabhol, India, attraversi il Kashmir. Da quando il ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov propose il “triangolo strategico” tra India, Russia e Cina come un contrappeso all’”egemonia globale degli Stati Uniti”, nel 1998, i think tank del regime degli Stati Uniti si scervellano su come far fallire l’idea. L’Olin Institute di Harvard propose di attaccare l’India, la parte più debole del triangolo. Non contenti di aver usurpato l’Europa orientale, usando la Polonia di solidarnosc, e della ripartizione delle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, la banda CFR/Bilderberg ora utilizzava i mujahadin per emarginare ulteriormente la Russia. Nel 1994 35000 combattenti ceceni furono addestrati nel campo Amir Muawia nella provincia di Khost in Afghanistan, il campo costruito da Usama bin Ladin per la CIA. Nel luglio 1994 il comandante ceceno Shamil Basaev si laureò ad Amir Muawia e fu inviato nel campo per le tecniche avanzate di guerriglia di Markazi-i-Dawar, in Pakistan. Incontrò i funzionari pakistani dell’ISI, storicamente distintisi nel compiere i lavori sporchi della CIA. [764] L’altro principale capo ribelle ceceno era l’emiro saudita al-Qatab. Gli islamisti ceceni si presero una grossa fetta del commercio di eroina della Mezzaluna d’oro, lavorando con famiglie  criminali cecene affiliate all’Alfa Group russo che faceva affari con l’Halliburton. Erano anche  legati ai laboratori di eroina albanesi gestiti dall’UCK. Un rapporto dell’FSB russo dichiarava che i ceceni cominciarono ad acquistare beni immobili in Kosovo nel 1997, poco prima della partizione guidata dagli USA del Kosovo dalla Jugoslavia. Il capo ceceno emiro al-Qatab istituì i campi di guerriglia per addestrare i ribelli albanesi dell’UCK. I campi erano finanziati da traffico di eroina, prostituzione e contraffazione. Le reclute furono invitate dal comandante ceceno Shamil Basaev e finanziate dall’Islamic Relief Organization dei Fratelli musulmani della Casa dei Saud. [765]
Il 20 settembre 2002, dopo un incontro alla Casa Bianca sull’Iraq con il presidente Bush, il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov schivò tutte le domande su una nuova serie di molestie statunitense all’Iraq. Invece dichiarò che i ribelli ceceni addestrati da al-Qaida contro il suo Paese avevano rifugio sicuro nel più vicino alleato degli Stati Uniti in Asia centrale, il governo della Georgia. L’oleodotto strategico Baku-Tblisi-Ceyhan dei Quattro Cavalieri attraversava proprio la capitale georgiana Tbilisi. Un mese dopo, ribelli suicidi ceceni occuparono un teatro di Mosca, prendendo centinaia di ostaggi. La tempistica era interessante, dato che i russi si rifiutavano di sostenere i piani di Bush per invadere l’Iraq. Quasi 200 persone morirono dopo che le forze speciali russe assaltarono i ceceni. I media statunitensi, fissati su ogni mossa di al-Qaida pochi mesi prima, ignorarono i legami tra i ceceni e le coorti di bin Ladin. Invece accusarono i russi. Una settimana dopo l’incidente, il signore della guerra ceceno Shamil Basaev rivendicò la responsabilità dell’assedio su un sito web dei ribelli. [766] I funzionari del Cremlino videro i commenti di Basaev come una cortina fumogena per proteggere il capo della Cecenia Aslan Maskhadov, che era in Svezia ad una conferenza sulla Cecenia. Basaev fu ucciso in Inguscezia nel luglio 2006.
Dopo tutto il trambusto sul profitto petrolifero del Mar Caspio e dopo le carneficine della CIA nell’Asia centrale e nella Repubblica Russa, a nome dei Quattro Cavalieri, gli enormi giacimenti di oro nero non si concretizzarono. Secondo Statistical Review of World Energy 2003 della BP, i due Paesi su cui Big Oil contava divenissero le prossime Arabia Saudita, Azerbaijan e Kazakistan, dimostrarono riserve di petrolio di soli 63 miliardi e 26 miliardi di barili, rispettivamente. La Russia stessa, lacerata da Big Oil e dai suoi spettri, possedeva solo 22 miliardi di barili di riserve di greggio. E’ anche possibile che BP mentisse, utilizzando la falsa tesi della carenza del “picco del petrolio”, per razionalizzare le limitazioni dei consumatori. Comunque sia, i Quattro Cavalieri ancora una volta, in virtù del loro comportamento senza scrupoli, potrebbero presto essere esclusi dalla parte russa della lotteria petrolifera dell’Estremo Oriente. Dal 2005, una Russia oramai sveglia nazionalizza costantemente il settore energetico. È questa tendenza ha accelerato il putsch in Ucraina.

Post-Soviet spaceNote:
[749] “Legendary FBI Director Sets Up Shop in Moscow”. USA Today. 7-5-94
[750] “Russia Cuts Harvard Links in Flap, Throwing Aid Programs into Disarray”. Steve Liesmen & Robert Keatley. Wall Street Journal. 6-2-97. p.A19
[751] “Israelis Behind Bank of New York Scam”. Martin Mann. The Spotlight. 9-6-99. p.5
[752] Ibid.
[753] “US Fails to Recover Drug Money in Antigua”. Michael Allen. Wall Street Journal. 11-2-98. p.A27
[754] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.19
[755] “Ukraine Leasing Aircraft to Columbian Drug Traffickers”. Los Angeles Times. 2-19-96
[756] “Pratt & Whitney to Settle Israeli Slush Fund Case”. Missoulian. 5-21-97
[757] Center for Public Integrity website. January 2000.
[758] Ibid
[759] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris 2001
[760] “Central Asia Unveiled”. Mike Edwards. National Geographic. 2-02
[761] Reaping the Whirlwind: The Taliban Movement in Afghanistan. Michael Griffin. Pluto Press. London. 2001. p.124
[762] “The Geostrategy of Plan Columbia”. Manuel Salgado Tamayo. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.37
[763] Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia. Ahmed Rashid. Yale University Publishing. New Haven, CT. 2001. p.145
[764] “Who is Osama bin Laden?” Michel Chossudovsky. CopvCIA 12-17-01
[765] Ibid
[766] “Rebel Warlord Takes Credit for Theatre Seige”. Springfield News Leader. 11-2-02

Dean Henderson è autoe di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è LeftHook.

False bandiere turche e quasi invasione
David Boyajian Veterans Today

map_of_armeniaLa Turchia sembra affezionata alle cosiddette operazioni “false flag”. Nel 1955, per esempio, il governo turco bombardò di nascosto il proprio consolato a Salonicco, in Grecia e ne incolpò i greci. Il giorno seguente, massicce proteste anti-greche orchestrate ad Istanbul uccisero oltre una dozzina di cristiani e causarono centinaia di milioni di danni. Arriviamo al marzo 2014. Un messaggio audio trapelato coglie funzionari turchi tramare per inscenare attacchi militari ‘false flag’ sul proprio territorio e incolparne i siriani. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, il generale Yasar Gürel e il capo dell’intelligence Hakan Fidan previdero di usare gli attacchi come scusa per invadere la Siria. Il titolo di questo articolo potrebbe facilmente applicarsi a tale complotto. Per osservare meglio il Caucaso, tuttavia, si può anche descrivere una piano segreto turco per attaccare l’Armenia di vent’anni fa, capovolgendo la geopolitica regionale. Nell’ottobre 1993, due anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il ceceno musulmano Ruslan Khasbulatov, presidente, che ci crediate o no, del Parlamento russo, diresse un colpo di Stato contro il presidente Boris Eltsin. Secondo funzionari statunitensi, francesi e greci, Khasbulatov e la Turchia avevano un accordo segreto. Se il colpo di Stato riusciva, Khasbulatov avrebbe ordinato alle truppe russe di ritirarsi dall’Armenia, dove controllava il confine di quest’ultima con la Turchia. Ciò avrebbe spianato la strada per l’invasione turca della nazione cristiana, senza sbocco sul mare e di appena tre milioni di abitanti. La storia ci dice che la Turchia ha sempre voluto occupare l’Armenia. In questo modo avrebbe creato una fascia turcofona musulmana per l’Azerbaijan, sul Mar Caspio, e infine l’Asia centrale. Si chiama panturchismo. Nel 1993, naturalmente, l’Azerbaigian perdeva la guerra contro gli armeni sull’antica provincia a maggioranza armena del Karabakh. L’Azerbaijan desiderava che la Turchia attaccasse l’Armenia e la Turchia era pronta ad aiutare l’Azerbaigian ad invertire le sorti.

Il complotto fallito
Preparando un nuovo genocidio armeno, il presidente turco Turgut Özal aveva minacciato di dare all’Armenia “le lezioni del 1915″. Tansu Ciller, prima ministra della Turchia, avvertì l’Armenia che non sarebbe “rimasta inattiva”. La Turchia ammassava forze sul confine occidentale dell’Armenia e riforniva l’Azerbaigian di armi, consiglieri militari e forze paramilitari. Militanti ceceni e mujahidin afghani furono schierati con gli azeri. Un attacco turco riuscito all’Armenia, unico partner militare della Russia nel Caucaso, avrebbe distrutto ogni influenza russa nella regione che a sua volta avrebbe aumentato la probabilità che la Cecenia, e gran parte del Caucaso settentrionale musulmano, sfuggissero alla presa dell’orso russo. Per un ceceno come Khasbulatov, il sogno si sarebbe avverato. Ma bombardati dai carri armati russi, lo speaker Khasbulatov, il vicepremier Aleksandr Rutskoj e centinaia di parlamentari ribelli e loro sostenitori nel Parlamento si arresero il 4 ottobre 1993. Il colpo di Stato e il complotto per invadere l’Armenia fallirono.

Il patto segreto
Il patto Khasbulatov-Turchia fu svelato da Leonidas T. Chrysanthopoulos nel suo libro Caucasus Chronicles (Londra, Gomidas 2002). Ambasciatore della Grecia in Armenia dal luglio 1993 al febbraio 1994. Chrysanthopoulos è stato ambasciatore in Canada e Polonia, e Segretario Generale dell’organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero d’Istanbul. L’ambasciatrice della Francia in Armenia, France de Harthing, gli disse che “fonti d’intelligence francesi” confermavano che “un’incursione turca in Armenia si avrà immediatamente dopo che Khasbulatov avrebbe ritirato le truppe russe dall’Armenia.” “Questa informazione“, ha scritto Chrysanthopoulos, “fu poi confermata dal mio collega, l’ambasciatore degli Stati Uniti Harry J. Gilmore“. Come “pretesto”, la Turchia avrebbe preteso di essere colpita dalle basi curde del PKK, che in realtà non c’erano mai state in Armenia. Tale “pretesto” è simile, anche se non identico, a una ‘false flag’. L’attacco della Turchia avrebbe avuto “carattere limitato”, anche se non è chiaro cosa significasse “limitato”. Più probabile, sebbene la Turchia non avrebbe trovato il PKK, l’obiettivo era creare un corridoio permanente attraverso l’Armenia, collegandosi alle forze azere e purificando il Karabakh dagli armeni. Stati Uniti e Francia, per quanto è noto, non hanno mai pubblicamente negato l’esistenza del complotto Khasbulatov-Turchia. Inoltre, Chrysanthopoulos non fornisce alcuna indicazione se tali Paesi abbiano cercato di parlare con la Turchia sull’accordo con Khasbulatov. È rilevante oggi tutto ciò?

Le ambizioni della NATO
Sì, perché le attuali politiche turche, statunitensi e della NATO nel Caucaso riecheggiano fortemente il complotto Khasbulatov-Turchia del 1993. Per due decenni, l’occidente ha cercato di penetrare e dominare il Caucaso, Georgia, Azerbaijan e Armenia, e infine attraversare il Mar Caspio per l’Asia Centrale ricca di energia. Un pezzo del piano è già stato parzialmente realizzato: la costruzione di oleodotti e gasdotti dall’Azerbaijan attraverso Georgia e Turchia. Obiettivo rimanente della NATO: assorbire l’intero Caucaso. La NATO potrebbe in tal modo minacciare la Russia da sud, proprio come ora fa pressione da ovest, con l’assorbimento di gran parte dell’Europa orientale (e le speranze della NATO sull’Ucraina). Georgia e Azerbaigian sono incline ad aderire alla NATO. L’Armenia tuttavia no anche se ha ottimi rapporti con la NATO e l’occidente. L’Armenia non può che allearsi con la Russia perché affronta una minaccia esistenziale dal membro della NATO, la Turchia, come il complotto del 1993 dimostra. L’Armenia è il perno del Caucaso. Se la quasi-operazione ‘false flag’ Khasbulatov-Turchia contro l’Armenia riusciva, la Russia avrebbe probabilmente perso e la NATO avrebbe occupato l’intero Caucaso. Nuove provocazioni, tra cui “false flag”, da parte di Turchia e NATO non possono quindi essere escluse. I capi di USA, NATO e Turchia devono essere interrogati sul fatto che le loro politiche nel Caucaso comportino pace o  guerra.

L’autore è un giornalista freelance. Molti dei suoi articoli sono archiviati su Armeniapedia.org.

1993.10_moscow_1993_390Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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