Smascherare i Fratelli musulmani in Siria, Egitto e altrove

Eric Draitser, Global Research, 12 dicembre 2012

546799La complessità della primavera araba e della lotta per la libertà politica in tutto il mondo arabo, non deve far dimenticare ciò che è ormai assolutamente essenziale comprendere per tutti gli anti-imperialisti: la Fratellanza musulmana è una delle armi più potenti della classe dirigente occidentale nel mondo musulmano. Mentre potrebbe essere una pillola difficile da digerire per alcuni, per ragioni emotive o psicologiche, bisogna guardare oltre, sul ruolo insidioso che l’organizzazione sta giocando in Siria e sugli abusi di potere contrari ai diritti umani del governo egiziano.
Nella guerra USA-NATO contro il governo Assad, la Fratellanza musulmana è emersa quale forza dominante sanzionata dall’occidente come avanguardia dell’assalto imperialista. Mentre in Egitto il presidente Morsi e il governo della Fratellanza cercano di distruggere ciò che era stata, poco più di un anno fa, la promessa della rivoluzione.

I Fratelli musulmani in Siria
La creazione, questa settimana, del Comando supremo militare responsabile di tutti gli aiuti militari e del coordinamento ai ribelli, dimostra in modo inequivocabile il ruolo della leadership dei Fratelli musulmani nel cambio di regime in Siria. Come Reuters riferisce: “Il comando unificato comprende molti collegamenti con i Fratelli musulmani e i salafiti… escludendo gli ufficiali che hanno disertato dal campo militare di Assad“. [1] Questa struttura di comando, costituita per volontà e con il patrocinio di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, tra gli altri, non si limita a includere i membri della Fratellanza musulmana ma è, difatti, dominata da loro. E’ possibile che le potenze imperiali occidentali semplicemente non si accorgano che il gruppo che stanno formando sia composto da questi elementi? Suggerire una cosa del genere, equivarrebbe accusare alcuni dei principali “statisti” del mondo (Hillary Clinton, William Hague, Laurent Fabius, Ahmet Davutoglu, ecc) di essere degli stupidi. Ahimè, non è così. Invece, questi individui hanno collaborato per creare una forza delegata alla Fratellanza musulmana in Siria, che può essere controllata ed è dipendente dagli ordini dell’occidente.
Tuttavia, non è sufficiente dire che i Fratelli musulmani dirigano questa nuova struttura militare, perché sarebbe come dire che non hanno giocato un ruolo fondamentale in tutto questo tempo. Piuttosto, l’organizzazione è stata fondamentale per la destabilizzazione della Siria dall’inizio del conflitto armato. Il Consiglio nazionale siriano, in origine la facciata dell'”opposizione” sostenuta dall’occidente, era dominato da dietro le quinte dai Fratelli musulmani. Come l’ex leader dei Fratelli musulmani Ali Sadreddin ha dichiarato riguardo il CNS, “Abbiamo scelto questo volto, accetto all’occidente… Abbiamo nominato [l'ex capo del CNS Burhan] Ghalioun come un fronte di azione nazionale. Ora non ci muoviamo come Fratellanza, ma come parte di un fronte che comprende tutte le correnti.”[2]
Essenzialmente, quindi, vediamo che l’organizzazione ha fin dall’inizio mantenuto un elevato grado di controllo dell’opposizione all’estero, nettamente diversa dall’opposizione interna  dei Consigli di coordinamento nazionale e di altri gruppi. La Fratellanza musulmana, una macchina politica internazionale e paramilitare, vuole condurre la battaglia contro il governo Assad. In effetti, la Fratellanza Musulmana ha fornito molte forme di leadership e assistenza all’opposizione estera sostenuta da elementi stranieri, al di là della semplice leadership diretta. Fornendo copertura diplomatica e politica, supporto tattico sul terreno come il contrabbando di armi, il reclutamento di combattenti e altre responsabilità necessarie, l’organizzazione è giunta a permeare ogni aspetto di ciò che, in occidente, convenientemente viene definito come i “ribelli”.
Già nel maggio 2012, i Fratelli musulmani in Egitto, al centro dell’organizzazione, stavano già fornendo sostegno politico e diplomatico ai ribelli, necessario per rovesciare il regime di Assad. Mentre stavano per vincere le elezioni egiziane, la Fratellanza si era impegnata a fare commenti pubblici sulla necessità dell’intervento militare occidentale in Siria. Il portavoce dell’organizzazione, Mahmoud Ghozlan, aveva dichiarato, “I Fratelli musulmani invitano i governi arabi, islamici e internazionali ad intervenire… per far cadere il regime [Assad]“. [3] Questa sfacciata dichiarazione pubblica smentisce tutte le argomentazioni che sostengono che la Fratellanza musulmana sia in qualche modo anti-imperialista, opponendosi al dominio occidentale del mondo arabo. Al contrario, anche se si presentano come avversari dell’occidente, essi sono, difatti, strumenti delle potenze imperiali utilizzati per distruggere le nazioni indipendenti che si oppongono all’egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente. Questo sostegno politico e diplomatico è solo un aspetto del coinvolgimento della Fratellanza nella distruzione della Siria.
Il New York Times del giugno 2012, scriveva “Agenti della CIA operano segretamente in Turchia meridionale, aiutando gli alleati a scegliere quali combattenti dell’opposizione siriana, oltreconfine, riceveranno armi… per mezzo di un’oscura rete di intermediari dei Fratelli musulmani in Siria“. [4] L’uso dei Fratelli musulmani per contrabbandare armi ai ribelli in Siria, non dovrebbe sorprendere, se si tiene in considerazione il fatto che le monarchie sunnite della regione (Arabia Saudita e Qatar in primo luogo), sono state le voci più rumorose nel sostenere con ogni mezzo necessario il cambiamento di regime in Siria. Il rapporto tra queste monarchie e la Fratellanza musulmana è evidente: condividono convinzioni religiose simili e sono nemici giurati di ogni forma di sciismo. Inoltre, sono parte integrante del sistema egemonico degli Stati Uniti, che stringe tutta la regione nella sua morsa da decenni. Molti hanno sostenuto in passato che, anche se condividono ideologie e “simboli” identici, il ramo siriano della Fratellanza musulmana è in qualche modo indipendente di Fratelli musulmani principali. Questa affermazione assurda si contrappone al semplice fatto che ogni posizione pubblica dei Fratelli musulmani siriani si è allineata direttamente alle dichiarazioni pubbliche di Cairo.
Come l’articolo del Carnegie Middle East Center sui Fratelli musulmani in Siria dimostra, fin dall’inizio della rivoluzione, la “Fratellanza ha sostenuto che l’intervento straniero sia l’unica soluzione possibile alla crisi in Siria. Nell’ottobre 2011, aveva anche invitato la Turchia a intervenire e a stabilire zone umanitarie protette in territorio siriano“. [5] Quando due entità portano lo stesso nome, hanno gli stessi sponsor e prendono le stesse posizioni, è espressione di malafede  sostenere che in qualche modo non sono la stessa entità o, più precisamente, che non prendono ordini dagli stessi padroni. Ma chi sono questi padroni?

Le potenze dietro i Fratelli musulmani
Nell’esaminare il ruolo assolutamente insidioso che la Fratellanza musulmana sta giocando in Siria, si deve cominciare comprendendo il rapporto storico tra i Fratelli musulmani e l’imperialismo occidentale. L’organizzazione è stata fondata da Hassan al-Banna nel 1928 con l’intenzione di ristabilire una forma pura dell’Islam, così come era esistita secoli prima. Tuttavia, questo era solo il rivestimento religioso creato per mascherare le intenzioni politiche dell’organizzazione. Come spiegato nell’articolo di Mother Jones intitolato “Chi sono i Fratelli musulmani e conquisteranno  l’Egitto?“, l’autore spiega che “I Fratelli musulmani servono da ariete contro nazionalisti e comunisti, nonostante l’Islam dei Fratelli sia basato sull’antiimperialismo, il gruppo spesso è finito per fare causa comune con il colonialismo britannico. Ha svolto il ruolo di servizio segreto, infiltrandosi nei gruppi di sinistra e nazionalisti“. [6] Questo fatto è indiscutibile, la Fratellanza musulmana ha operato, fin dai suoi primi giorni, come braccio dei servizi segreti occidentali; ciò è fondamentale per comprendere il suo sviluppo e attuale potere politico.
Tuttavia, ci sono coloro che sostengono che, nonostante questa “coincidenza” di obiettivi e di ordini del giorno, i Fratelli musulmani non potrebbero mai essere collegati direttamente alla comunità d’intelligence. Tuttavia, come Robert Dreyfuss, autore dell’articolo di Mother Jones indica chiaramente, ci sono ampie prove che legano la leadership dei Fratelli musulmani direttamente alla CIA: “Da allora [1954], il capo dell’organizzazione internazionale del gruppo, e il più noto dei dirigenti, era Said Ramadan, genero di Hassan al-Banna. Ramadan sapeva sia della CIA che dell’MI-6, i servizi segreti britannici. Nelle ricerche per il mio libro… mi sono imbattuto in una fotografia insolita che mostrava Ramadan con il presidente Eisenhower nello Studio Ovale. A quel punto, o poco dopo, Ramadan venne probabilmente arruolato come agente della CIA. Ian Johnson del Wall Street Journal da allora ha documentato gli stretti legami tra Ramadan e vari servizi di intelligence occidentali… Johnson scrive: ‘Alla fine del decennio, la CIA sosteneva apertamente Ramadan’“. [7]
Il fatto che la figura centrale nell’organizzazione internazionale fosse un noto agente della CIA, conferma le affermazioni fatte da innumerevoli analisti e investigatori, secondo cui la Fratellanza sia stata usata come arma contro Nasser e, di fatto, contro tutti i leader arabi socialisti che, a quel tempo, facevano parte della crescente ondata del nazionalismo arabo che cercava, come fine ultimo, l’indipendenza dal dominio imperiale occidentale. Al fine di comprendere appieno quanto la Fratellanza sia diventata l’organizzazione che conosciamo oggi, si deve comprendere la relazione tra essa e la famiglia reale dell’Arabia Saudita.
In realtà, i sauditi sono stati i finanziatori principali della Fratellanza per decenni e per gli stessi motivi per cui gli Stati Uniti e le potenze occidentali ne avevano bisogno: l’opposizione al nazionalismo arabo e la crescente “insolenza” degli stati sciiti. Dreyfuss scrive: “Fin dai suoi primi giorni, la confraternita è stata finanziata generosamente dal regno dell’Arabia Saudita, che ha apprezzato la sua politica ultra-conservatrice e il suo odio virulento verso i comunisti arabi“. [8] In sostanza, appena gli Stati Uniti hanno cominciato ad esercitare la loro egemonia in tutta la regione, fin dal dopoguerra, i Fratelli musulmani era già presenti quali beneficiari disponibili ed umili servitori nel seminare l’odio tra sunniti e sciiti, sposando in pieno l’ideologia salafita dell’odio, predicando l’inevitabilità del conflitto e della guerra tra i rami dell’Islam. Naturalmente, a tutto vantaggio delle potenze occidentali, che si sono curate poco della sua ideologia, ma molto con denaro e risorse.

Uno strumento attuale delle potenze occidentali?
Si sostiene spesso che, anche se la documentazione storica dimostra inequivocabilmente che la Fratellanza sia intimamente connessa ai servizi segreti occidentali, in qualche modo l’organizzazione sia cambiata, diventando una forza di pace per il progresso politico nel mondo arabo. Come i recenti avvenimenti in Egitto hanno dimostrato, nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Con la presa del potere non democratica, tentata dal presidente egiziano Morsi, il ridimensionamento delle libertà civili, dei diritti delle donne e delle minoranze religiose ed etniche, la Fratellanza musulmana dimostra di essere poco più che una forza politica reazionaria, spacciata  sotto forme “progressiste”.
Se ci fossero dubbi circa le vere intenzioni e motivazioni dei Fratelli musulmani una volta al potere in Egitto, è necessario guardare oltre, alla sua posizione verso le istituzioni del capitale finanziario globale, in particolare il Fondo Monetario Internazionale. In una delle prime decisioni prese dal governo Morsi e dei Fratelli musulmani, Cairo ha stabilito che avrebbe, di fatto, accolto i prestiti condizionati del FMI [9], per salvarsi dalla prospettiva di una perdurante crisi economica. Tuttavia, nell’ambito delle condizioni del prestito, il governo Morsi dovrà ridurre drasticamente le sovvenzioni, i regolamenti e altri “restrizioni del mercato”, mentre aumenterà le tasse alla classe media. In sostanza, ciò significa che la Fratellanza ha accettato il solito cocktail di austerità che è già stato somministrato dagli agenti del capitale finanziario così tante volte, in tutto il mondo. Questo, naturalmente, pone l’inevitabile domanda: era questo il fine della rivoluzione? Infatti, in molti nelle piazze di Cairo si pongono la stessa domanda. O, per essere più precisi, conoscono già la risposta.
In Egitto, come in Siria, i Fratelli musulmani si sono trasformati in un’appendice della classe dominante imperialista occidentale. Si sono doverosamente serviti di questi interessi, nel corso dei decenni, anche se i nomi, i volti e la propaganda sono cambiati negli anni. Mentre guardiamo le tragiche immagini provenienti dalla Siria o le decine di migliaia di persone per le strade di Cairo, ci si deve chiedere perché ci sia voluto tanto tempo affinché questa perfida organizzazione venisse smascherata o anche compresa. La risposta è, come al solito, perché serve agli interessi del capitale globale mantenere il resto del mondo confuso su chi siano i veri nemici del progresso.
Rivelandone la vera natura, le vere forze della pace e del progresso in tutto il mondo possono respingere la Fratellanza musulmana e il sistema imperiale, in tutte le sue forme palesi o occulte.

Eric Draitser è fondatore di StopImperialism.com. È un analista indipendente di geopolitica di New York City ed assiduo collaboratore di RussiaToday, PressTV, GlobalResearch.ca e altri media.

Note
[1]  [2]  [3]  [5]  [6]  [7]  [8]  [9]

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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