Il piano eurasiatico di Cina e Russia

Aleksandr Salitskij New Oriental Outlook 10.2013

CHINA-RUSSIA-DIPLOMACYIl vertice a Bishkek della SCO (Shanghai Cooperation Organization) ha pienamente confermato la vitalità dell’unione che tende a rafforzare il regionalismo nel mondo di oggi. Questo rafforzamento è particolarmente legato al fatto che, in questo nuovo secolo, la struttura centro-periferia dell’economia mondiale e della politica si è indebolita. D’altra parte, i legami tra i Paesi non occidentali si rafforzano considerevolmente, a causa della loro reciproca compatibilità rispetto al grado e agli obiettivi del loro sviluppo. Ciò è dovuto, in gran parte, alla crescita della Cina, un attivo e potente attore indipendente e globale, che ha a lungo professato la dottrina del policentrismo. Mentre per primo s’è adattato all’economia globale, processo che ha completato con l’ingresso nel WTO nel 2001, Pechino poi ha cominciato a integrarsi pienamente in proprio. Affrontando i vecchi centri su un piano di parità, la Cina ha praticamente creato un proprio sottosistema separato nella divisione internazionale del lavoro. È diventata la più grande potenza industriale e commerciale, mentre allo stesso tempo ha legato strettamente a sé i suoi vicini e molti Paesi lontani. La sua espansione economica, la maggior parte della quale ha coinciso con la crisi finanziaria occidentale e i fallimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha provocato una risposta nettamente negativa di Washington verso la fine degli anni 2000 e i primi ’10. Di conseguenza, la tendenza verso il policentrismo ha acquisito l’ulteriore aspetto del nuovo bipolarismo. Tale bipolarismo in politica estera è sostenuta dalla Russia, che difende attivamente l’idea della sovranità nazionale. In particolare, la costante politica del nostro Paese in Siria e in altre regioni, ha avuto un influsso positivo sulle relazioni internazionali, permettendo ai Paesi relativamente deboli di beneficiare dei vantaggi del policentrismo. Ciò riguarda pienamente i Paesi dell’Asia centrale, che hanno trovato  partner affidabili e interessati nella Russia, che stabilizza la situazione regionale, e nella Cina in ascesa.
Dopo la crisi del 2008-2009, è stata ampiamente accettata l’idea che la fase neo-liberista della politica interna ed estera dei Paesi occidentali, che ha avuto inizio degli anni ’70, sia stato un periodo di sviluppo inibito e di massiccio rallentamento della crescita economica. La globalizzazione guidata dall’occidente ha consentito solo a un piccolo gruppo di Paesi e territori di  seguire l’esempio del Giappone del dopoguerra, il successo dell’economia orientata ai mercati esteri. La globalizzazione ha, infatti, paradossalmente portato la stagnazione in Giappone, ha creato una vasta “zona grigia” nei Paesi del terzo mondo dimenticata dalle potenze mondiali, all’aumento degli  Stati falliti e, infine, causato gravi danni alle dinamiche economiche nei Paesi più sviluppati. Cina e India hanno dimostrato di essere dei contrappesi statisticamente significativi e riusciti alla globalizzazione neoliberista per un quarto di secolo. Anche per le loro dimensioni, non potrebbero essere integrate nell’economia mondiale binucleare (USA e UE) occidentocentrico. Di conseguenza, un mondo policentrico ha cominciato a prendere forma, mentre la vivace trasformazione della Cina in un nuovo centro globale, ha praticamente significato la fine della politica dell’inibizione dello sviluppo. I Paesi ASEAN hanno anche compiuto progressi significativi nello sviluppo collettivo e regionale indipendente che, tra le altre cose, ha ridotto il ruolo di istituzioni “globali” come il FMI, la Banca Mondiale e il WTO, rendendole un’arena per discussioni più equilibrate e intense. L’importanza della cooperazione regionale è aumentata anche nella sfera finanziaria. Di conseguenza, ciò ha aumentato la varietà delle vie allo sviluppo che altri Stati hanno potuto prendere, soprattutto da quando il monopolio monetario e creditizio dell’occidente è praticamente diventato un ricordo del passato, portandosi via la capacità di dettare le strategie di sviluppo.
L’emergere della Cina a nuovo potente partner di numerosi Paesi del terzo mondo “dimenticati”, nel primo decennio di questo secolo, ha causato un ritorno sulla scena abbastanza contraddittorio dei vecchi centri globali. Tuttavia, con la ricomparsa della concorrenza per il terzo mondo, purtroppo s’assiste a una serie di cambiamenti di regime improduttivi che hanno arretrato notevolmente lo sviluppo socio-economico di molti Paesi relativamente agiati. Nel frattempo, dopo essersi finalmente abituata alla globalizzazione, la Cina n’è diventata sua fautrice attiva.
Annunciata al XVIII Congresso del Partito Comunista nel 2012, vale la pena di notare che in una serie di nuove disposizioni in materia di politica estera della Cina, c’è l’appello all’ulteriore liberalizzazione dei flussi internazionali di merci e, in qualche misura, del capitale. Un rapporto di Hu Jintao ha affermato che, “durante l’assunzione di un ruolo attivo nella gestione dell’economia globale, la Cina promuove la liberalizzazione e si oppone a qualsiasi tipo di protezionismo”. Tale dichiarazione è attesa da tempo dato il livello attuale di competitività della Cina. Anche se questo livello di competitività è stato raggiunto, in gran parte, grazie a decenni di politiche protezionistiche, l’emergere della Cina a “motore della prossima fase della globalizzazione” deve essere preso sul serio, come legittimo e serio cambiamento qualitativo. Tale cambiamento segna l’inizio di un’intensa fase di sviluppo economico nel Celeste Impero, quando il capitale nazionale (prima capitale dello Stato, poi capitale privato) si sentirà limitato anche nell’enorme mercato interno, e fluirà verso l’estero, connettendosi con la numerosa, e una volta paternalistica, diaspora vecchia e nuova (1).
L’espansione cinese non solo promuove, ma anche in parte modifica la globalizzazione perché, da “ritardatario al tavolo”, Pechino deve offrire ai suoi soci condizioni migliori nella cooperazione di quelle della precedente fase occidentocentrico di questo processo. Nell’accettare queste condizioni, i partner della Cina sono anche liberi di commerciare con altri centri di potere. Questo, in generale, finisce per avvantaggiare gli attori internazionali più deboli o semplicemente dimenticati nella fase precedente della globalizzazione. In altre parole, con l’aiuto della Cina, uno spazio per lo sviluppo indipendente e la diversificazione delle fonti esterne si viene ricreando. Allo stesso tempo, attraverso la partecipazione attiva della Cina, c’è un revival delle idee dello sviluppo nell’ambito della politica estera, tra cui lo sviluppo nell’ambito delle attività del BRICS, delle organizzazioni come la SCO e quelle regionali dei Paesi in via di sviluppo (tra cui l’ASEAN). Le critiche occidentali hanno cominciato ad assumere un carattere pratico e costruttivo. Il rinnovamento dello sviluppo e degli strumenti da supportare in modo indipendente caratterizza la proposizione principale della Cina agli Stati economicamente più deboli. Nella sua nuova veste di ispirazione della crescita sostenibile, Pechino ha giustamente dichiarato di essere interessata alla vera indipendenza dei propri partner, tra cui quelli dell’Asia centrale. L’indipendenza non può essere significativa senza la creazione di Stati capaci di avere un costante sviluppo economico, anche  nell’ambito delle infrastrutture e dell’industria, che la Cina è pronta a supportare sia a parole che con i fatti, poiché le sue grandi società d’investimento, costruzione e metalmeccaniche già iniziano ad affrontare la carenza di domanda interna del Paese. Il risultato di queste tendenze generali, è che i Paesi dell’Asia centrale hanno trovato nella Cina non solo un mercato alternativo importante per gli idrocarburi, ma anche un vero e proprio partner nel rafforzare le loro posizioni in politica estera, anche verso Mosca, l’Europa e Washington.
La diffidenza di Pechino verso i Paesi extraregionali che cercano di rafforzare la loro posizione nell’Asia centrale è associata alla naturale paura che possano sostenere il separatismo nello Xinjiang e nel Tibet, così come la possibile destabilizzazione di Pakistan e Iran. Anche la Russia ha preoccupazioni simili. Nel descrivere l’attuale situazione geopolitica della regione, l’analista cinese Yu Sui scrive: “l’interferenza negli affari dell’Asia centrale è stata una svolta strategica per gli Stati Uniti del dopo guerra fredda. Le misure di Washington erano dirette contro la Russia, ma vale la pena notare che cercavano anche di circondare e modificare la Cina. I Paesi dell’Asia centrale non sono meno importanti rispetto ai Paesi del nord-est e del sud-est dell’Asia, perché la regione ha stretti legami con il Xinjiang cinese, dove numerosi separatisti sono in attesa della giusta opportunità”. Inoltre, il Xinjiang è ora una fonte interna di idrocarburi cruciale per l’economia cinese. Yu Sui aggiunge che, “Nella maggior parte dei casi, la Cina è solo una forza addizionale della Russia in Asia centrale, mentre il rapporto tra Pechino e Mosca verso gli Stati Uniti è fortemente dipendente dalle politiche degli Stati Uniti.” In generale, si può essere d’accordo con questa affermazione, pur facendo debitamente notare che la reputazione di Pechino in Asia centrale è un indicatore chiave di tutta la situazione nella regione.
Dovremmo aggiungere una dimensione più importante al carattere dell’espansione cinese in Asia centrale. E’ iniziato e continua ancora con l’esportazione di prodotti ad alta intensità di manodopera, spesso ostacolando lo sviluppo del settore manifatturiero della regione e del suo complesso agricolo integrato. Detto questo, il problema del lavoro in Asia Centrale è attualmente molto grave e non può essere risolto semplicemente aumentando la migrazione della manodopera in Russia. Sull’agenda del momento, vi sono il sistema temperato di protezione dei vitali mercati nazionali regionali ed, eventualmente, il trasferimento di industrie ad alta intensità di lavoro dalla Cina, che ha già dichiarato ufficialmente la restrizione all’esportazione dei suoi prodotti più efficienti e ad alta tecnologia. E’ evidentemente impossibile evitare qualche autolimitazione da parte della Cina nell’attuazione dei contratti lavorativi in Asia centrale, dato che principalmente inserisce nelle strutture personale proveniente dalla Cina, mentre la formazione di personale qualificato avviene in loco. Non è necessario provare che la stabilità socio-economica regionale sulla base della reindustrializzazione (cosa attualmente difficile da immaginare senza la partecipazione della Cina) sia, in ultima analisi, l’unica garanzia per ripristinare la statualità e la democratizzazione degli attuali regimi politici, alla cui destabilizzazione Pechino e Mosca non contribuiranno. In effetti, la Russia e la Cina non sono meno ma più interessate degli attori non-regionali, occidentali e asiatici, al processo di ricostruzione dell’Asia centrale.
Formatasi nel 2001, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), da primo gruppo regionale internazionale avviato da Pechino, oltre a specifici compiti di mantenimento della sicurezza nella regione, dava un notevole peso politico e prestigio alla Cina. Questo è il motivo per cui la questione della reindustrializzazione dell’Asia centrale attraverso la cooperazione economica moderata con la Cina, merita l’attenzione di questa organizzazione. La questione futura è se l’Asia centrale sarà in grado di stabilire con successo un proprio raggruppamento interregionale integrato, dopo il rafforzamento della sovranità economica dei Paesi interessati, capaci successivamente di poter risolvere i problemi legati ai loro vicini? Fino a che punto la creazione di strutture come la Comunità Economica Eurasiatica e la SCO faciliteranno questo raggruppamento? Come faranno a risolvere i problemi del transito e di adesione a mercati lontani? Sembra che senza il patrocinio di Russia e Cina, questi piani non possano essere implementati in una qualsiasi forma. Va notato che concentrandosi sull’estrema importanza delle relazioni con i vicini (anche nei trattati internazionali e nei documenti della SCO), Pechino dovrebbe, teoricamente parlando, simpatizzare con l’integrazione economica regionale dei Paesi vicini, attraverso l’ASEAN o un’Unione doganale. La zona di libero scambio ASEAN-Cina ha già dimostrato la sua efficacia. Parlando di quest’ultima, come immaginato, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto con l’Asia centrale a lungo termine, ancora una volta con possibili piccole eccezioni, mentre la diffusione dei prodotti della Cina solleva notevoli preoccupazioni in Asia centrale e l’integrazione interregionale resta estremamente debole, al contrario dell’ASEAN.
Anche se la principale componente strutturale della SCO è la cooperazione tra la Russia e la Cina, attualmente si nota una concorrenza “soft” tra Mosca e Pechino. I Paesi leader della SCO sono in sintonia sulle inevitabili divergenze e i problemi complessi che sorgono, anche quelli riguardanti i progetti d’integrazione. In particolare, la Cina ha proposto tre iniziative ai propri partner. La prima è la creazione della Banca per lo sviluppo della SCO, che ne prevede la creazione da zero, basata a Pechino e dotata di denaro cinese, ponendo l’attuale presidente della China Development Bank a suo direttore. Il secondo progetto è la creazione di una Banca di sconto speciale della SCO. La terza iniziativa è l’organizzazione di una zona di libero scambio della SCO, già proposta nel 2012. La Russia ha una posizione di attesa in relazione a tutti questi progetti. C’è ancora la possibilità che l’idea di creare l’Unione eurasiatica incentrata su tre Stati sia tranquillamente accettata da Pechino solo esteriormente, mentre in realtà causerebbe molta preoccupazione in Cina, soprattutto riguardo la prospettiva di creare una zona di libero scambio attraverso la SCO. E’ noto che dal 2004, la versione cinese di questa zona non è stata accettata dagli Stati dell’Asia centrale, membri della SCO. Il nuovo progetto della Cina ha incontrato la stessa sorte. I piani di Putin per l’integrazione eurasiatica, secondo alcuni analisti, non sono coerenti con le strategie cinesi per l’integrazione regionale in Asia Centrale. Al momento, i diplomatici russi sono riusciti a convincere i loro colleghi che è ancora prematuro prendere decisioni su questi progetti. La Cina, pur rendendosi conto che la Russia è in ritardo rispetto allo sviluppo economico in Asia Centrale, continua ancora a riconoscere la sua posizione di leader politico non ufficiale della regione, accrescendo la rivitalizzazione economica in Asia centrale. In questo senso, il rapporto tra Mosca e Pechino è competitivo economicamente, mentre allo stesso tempo vi è politicamente comprensione reciproca, non escludendo ovviamente alcune divergenze. D’altra parte, Pechino potrebbe vedere l’applicazione del concetto di “Unione Eurasiatica” e la creazione dell’unione doganale, come sforzi dei russi filo-cinesi nella rinnovata avanzata della Russia verso est. Il progetto orientale della Russia inevitabilmente presta ulteriore peso alla politica estera cinese. La parte più importante di questo progetto è l’aumento della densità della zona che collega la costa del Pacifico con il centro dell’Eurasia: Urali, Siberia occidentale e Kazakhstan. Rendere questo spazio più denso rappresenta, per noi, la diversificazione della sua specializzazione economica. Le prospettive più promettenti includono la produzione di prodotti alimentari, la cui carenza è in rapida crescita in Cina e, possibilmente, formare la base di un’Unione doganale, in una sorta di “granaio asiatico”.
La complementarità nella fornitura di risorse energetiche alla Cina, da un lato, e alla Russia e ai paesi dell’Asia centrale d’altra parte, è una base ovvia e un fattore importante per la cooperazione multilaterale e la concorrenza nella SCO. I Paesi leader dell’Asia centrale prendono in considerazione il vettore cinese, visto il crescente potenziale della Cina come fattore tra i più importanti per il proprio sviluppo, offrendo la possibilità di ricevere investimenti e prestiti esteri, la costruzione d’infrastrutture, lo sviluppo commerciale e l’attuazione di progetti energetici. I circoli dominanti in Asia Centrale spesso si orientano verso la Cina, come è dimostrato da diversi fatti. In particolare, dal VII forum eurasiatico tenutosi nell’ottobre 2012 a Astana, che ha fornito l’occasione per fare previsioni sul futuro sviluppo del petrolio e del gas in Kazakhstan. Il ministro del Petrolio e Gas del Kazakhstan, Sauat Mynbaev, ha dichiarato che il Paese ha in programma di aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina e l’Unione europea. “Il Kazakhstan è tra i due principali mercati di consumo del petrolio, l’UE e la Cina. Possiamo esportare in altri mercati lontani via Mar Nero, attraverso l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), per non parlare dei mercati di Afghanistan e Uzbekistan. Tuttavia, in termini di volumi delle esportazioni, i principali mercati sono l’UE e la Cina.” Gli esperti ritengono che il Kazakhstan possa competere con la Russia nell’esportazione dell”oro nero’ in Cina, il Kazakhstan ha un vantaggio significativo, delle pipeline dalla lunghezza più breve. Alcuni disaccordi esistono anche tra la Russia e il Turkmenistan riguardo la fornitura di gas al mercato cinese.
Nel frattempo, la Cina non ha perso interesse ad avere e comprare ad importi fissi il gas, con contratti di lungo periodo, essendo disposta a versare degli anticipi. Il mercato cresce e continuerà a crescere qui, a differenza del mercato europeo. L’espansione estera e l’emergere della Cina come  nuovo produttore energetico significa un’ulteriore frammentazione e regionalizzazione del mercato energetico mondiale, che comprende una frammentazione politica (geopolitica). Esperti del Kazakhstan hanno recentemente suggerito che la Cina abbia raggiunto la quota critica nelle proprietà dei complessi energetici delle repubbliche e vi è la possibilità che non ci siano ulteriori vendite di attività alla Cina. Tuttavia, nel 2013, la vendita di tali attività alla Cina è continuata. L’attuale livello delle vendita di energia alla Cina non può sembrare più vantaggiosa ma, ripetiamo, non bisogna sottovalutare il potenziale quantitativo di questo mercato, così come la sua profondità che comprende distribuzione, conservazione, elaborazione, ecc. Uno dei modi per smuovere i negoziati è mettere da parte la questione del prezzo alla frontiera, una formula di valutazione mista e vari tipi di pacchetti. È anche importante, per i partner della Cina, la questione del futuro rapporto del gas importato dai cinesi via pipeline e tramite il GNL, che finora sono quasi pari.
L’espansione cinese è giuridicamente corretta, non limitata al settore energetico e non ha ancora comportato perdite significative per la Russia. Inoltre, l’aumento del prezzo globale ha supportato la presenza della Russia in Asia centrale. In un certo senso, la scala del mercato cinese mette in ombra la questione della concorrenza tra la Russia e i Paesi dell’Asia centrale verso la Cina, e ci sono già esempi di collaborazione vantaggiosi per tutte le controparti. Inoltre, gli interessi comuni tra Mosca e Pechino aumentano. Così, per la Russia, la fornitura di gas e petrolio attraverso i gasdotti di Turkmenistan e Kazakhstan alla Cina, anche se risultanti una certa perdita, è alla fine vantaggiosa, perché indebolisce la pressione di questi produttori di idrocarburi sui mercati europei. Ora, la Cina non è particolarmente interessata alla vendita di risorse energetiche dell’Asia centrale all’occidente.
I disaccordi tra la Russia e la Cina sono ammorbiditi da un’altra circostanza. Secondo gli esperti russi, l’Asia centrale è stato e rimane ancora il “cortile” strategico della Cina, in molte modi: la sicurezza, l’energia e la complessa interazione con l’occidente e i suoi vicini in Asia orientale. Ha oramai il ruolo di fornitrice di nuovi mercati e di fonti di materie prime, pur essendo un “corridoio”.  Anche se il ruolo dell’Asia Centrale è sempre più importante per la Cina, questo “cortile” è ancora secondario per la Cina nella sua politica internazionale in generale. È importante per lo sviluppo delle aree arretrate della Cina, soprattutto lo Xinjiang.
Il quadro che emerge delle relazioni internazionali ci sembra essere piuttosto favorevole ai progetti della Russia in Eurasia, tra cui la cooperazione multilaterale con la Cina che attualmente ha chiari interessi nella stabilizzazione dell’Asia centrale e nello sviluppo della sua economia: tra le altre cose, la regione è diventata un strategicamente importante fornitore di energia della Cina. In futuro vi sono nuovi progetti che sarebbero in grado di aumentare l’autosufficienza collettiva della SCO nei beni strategici (energia, cibo, acqua), promuovendo lo sviluppo di infrastrutture, l’agricoltura e l’industria manifatturiera regionali, alleggerendo la posizione dei Paesi senza sbocco sul mare. Solo il tempo dirà se una struttura policentrica porterà alla ripresa socio-economica dell’Asia centrale.  Non tutto dipende da Mosca e Pechino, i cui interessi in molti settori, tra cui l’energia, sono sufficientemente vicini. Tuttavia, le possibilità esterne favorevoli a un “passo avanti nello sviluppo” della regione, lo ripetiamo, progrediscono ed appaiono migliori di quanto non fossero all’inizio del secolo, in gran parte grazie a Russia e Cina.

Aleksandr Salitskij, Capo ricercatore presso l’IMEMO, professore presso l’Istituto dei Paesi Orientali;
Nelly Semenova è ricercatrice presso il Centro di Ricerca per l’Energia e i Trasporti e l’Istituto di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

1. Si noti che in Cina, gli emigranti non sono più chiamati ad essere politicamente neutrali. Così, circa 500 esponenti di spicco della diaspora cinese sono stati invitati alla Conferenza Internazionale di Huaqiao a Pechino, nella primavera del 2012. Al forum hanno partecipato quasi tutti i principali leader del Paese, che hanno sottolineato nei loro interventi l’importanza dei cinesi che partecipano alla vita politica dei Paesi in cui vivono, “Il raggiungimento di obiettivi comuni attraverso i metodi della diplomazia pubblica.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Asse russo-iraniano-eurasiatismo. Vladimir Putin visiterà il nuovo presidente iraniano

Zebra Station Polaire

Screen-Shot-2013-01-22-at-5_38_11-PML’elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rohani potrebbe suggerire uno spostamento geopolitico e la riconciliazione dell’Iran con l’occidente a spese dell’alleanza con la Russia e la Cina, ma è probabile che ciò non accada o che sia un fenomeno marginale. I Paesi membri dell’Unione Europea hanno rifiutato l’invito di Teheran per presenziare alla nomina del nuovo presidente iraniano, prevista per il 4 agosto 2013, ed è probabile che le delegazioni di alto livello saranno inviate solo da ciò che chiamerei “l’altra internazionale”: Russia, Cina, Venezuela, Armenia… E’ quasi confermato che il presidente russo Vladimir Putin visiterà l’Iran il 12 e il 13 agosto prossimo, diventando il primo capo di Stato a compiere una visita ufficiale dal nuovo presidente iraniano. L’ultima visita di Vladimir Putin a Teheran fu nell’ottobre 2007, quando partecipò al summit del Caspio, incontrando l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad e la guida spirituale iraniana ayatollah Khamenei. Prima nessun altro leader sovietico o russo ha visitato l’Iran dalla Conferenza di Teheran, nel 1943.
Se il problema dei colloqui sul nucleare iraniano, in programma per settembre 2013, sarà certamente affrontato, le questioni specificamente russo-iraniane abbondano: la costruzione di nuove centrali nucleari e l’acquisizione da parte dell’Iran di un sistema di difesa aerea. Durante la sua visita a Mosca il 2 luglio, al vertice dei Paesi produttori di gas, il presidente iraniano espresse la speranza che le società russe partecipassero alle gare d’appalto per la costruzione di nuove unità del programma nucleare iraniano. Tuttavia, l’agenzia russa Rosatom disse che la cooperazione nucleare russo-iraniana rimane sulla finalizzazione del progetto di Bushehr. Un altro tema centrale delle relazioni russo-iraniane è la fornitura del sistema di difesa aerea e antimissile HIMAD all’Iran e alla liquidazione del contenzioso russo-iraniano sulla questione degli S-300. Dopo che Mosca ha deciso, seguendo il presidente Medvedev, di non onorare il contratto per la fornitura dei sistemi S-300, il governo dell’Iran ha deciso di perseguire la società Rosoboronexport nei tribunali internazionali reclamando la penalità di 4 miliardi di dollari. L’offerta alternativa della fornitura dei sistemi TOR M-1 è stata respinta da Teheran, e il governo russo potrebbe ora offrire il sistema Antej-2500.
L’eccellenza delle relazioni russo-iraniane, malgrado il successivo raffreddamento per l’annullamento del contratto del sistema S-300, s’è vista a Mosca durante la visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Riporto qui l’unico articolo sulla visita nella blogosfera francofona, che mi onoro d’aver scritto. Nel corso della visita il Presidente iraniano, in particolare ha rassicurato i personaggi russi incontrati sulla ricerca, da parte del futuro governo iraniano, della non ingerenza iraniana nel Caucaso. Dopo alcuni scambi diplomatici poco gentili sulla “repressione stalinista” da un lato e sul “sostegno al terrorismo islamista” dall’altro, nel 1994-1995 le relazioni russo-iraniane si sono consolidate a seguito della visita del ministro degli Esteri iraniano Ali Akhbar Velayati a Mosca, nel marzo 1996, segnando il vero inizio del riavvicinamento con l’Iran. Il riavvicinamento russo-iraniano venne facilitato da diversi fattori
1 – Il licenziamento del ministro degli Esteri occidentalista Kozyrev, “Mister Da”, e la sua sostituzione con l’eurasiatista Evgenij Primakov. Kozyrev ha sempre proposto l’Iran come “minaccia” alla Russia e fu sostenitore dell’alleanza militare con l’Europa e gli Stati Uniti.
2 – Il ritiro unilaterale della Russia dalla convenzione Gore-Chernomyrdin volta a limitare la cooperazione militare russa con l’Iran. In base all’accordo, firmato dal Vicepresidente statunitense e dal Primo ministro russo dell’epoca, la Russia si asteneva dal fornire armi convenzionali a Teheran.  In cambio, gli Stati Uniti promisero di favorire l’esportazione di tecnologia militare russa nei mercati degli Stati Uniti ed europei. Quasi 18 anni dopo la firma, un accordo russo-iraniano sul sistema di difesa Antej-2500 sarebbe l’ultimo chiodo piantato sulla bara del cadavere in decomposizione del patto Gore-Chernomyrdin.
3 – La consapevolezza dell’ampio attivismo turanico di Ankara in una zona che si estende dal Caucaso al Sinkiang cinese. Va notato che, durante la cosiddetta “Rivoluzione Verde”, gli “iraniani democratici” fischiarono la Russia e la Cina per le vicende di Cecenia e Sinkiang, accusando di “complicità” Mahmoud Ahmadinejad. L’alleanza strategica russo-iraniana è secondaria alla minaccia delle infiltrazioni turco-statunitensi nella regione dell’Asia centrale, in particolare nelle regioni periferiche russe [Caucaso] e iraniane [Azerbaigian orientale]
4 – L’Iran, un altopiano centrale persiano con periferie non-persiane, è molto sensibile alle questioni separatiste. Il trattato di cooperazione russo-iraniana nel 2001 vieta la ricezione di oppositori politici e il sostegno ad attività sovversive e separatiste. Come la Russia, l’Iran affronta il terrorismo separatista sostenuto dall’estero.
5 – A livello geopolitico continentale, si tratta di creare una rotta Nord-Sud, da San Pietroburgo a Bombay, contro l’asse est-ovest del corridoio multimodale GUUAM. La creazione di questo corridoio può essere realizzata solo con l’Iran.
Un incontro di due ore si era tenuto il 2 luglio 2013 a Mosca, al Prezident Hotel, tra il presidente Mahmoud Ahmadinejad e alcuni “rappresentanti dell’intellighenzia e dell’élite russa”, secondo  Ahmadinejad. Tra loro, Aleksandr Dugin, Mikhail Leont’ev, giornalista del Pervij Khanal’, Aleksandr Prokhanov di Zavtra, Igor Korochenko direttore della Rivista Nazionale della Difesa, Vjacheslav Nikonov e Sergej Baburin. Il dibattito s’è incentrato sulle relazioni Russia-Iran e la loro necessità di collaborare nella sfera politico-militare. Mahmoud Ahmadinejad ha confermato che il cambiamento della leadership politica in Iran non metterà fine alla cooperazione russo-iraniana contro il terrorismo nel Caucaso. Aleksandr Dugin ha pubblicato un articolo, il 4 luglio, sull’incontro in cui discute delle convergenze russo-iraniane:
1 – Convergenza sugli interessi geopolitici in tutto il mondo.
2 – Relazioni internazionali e costruzione di un mondo multipolare.
3 – Il sistema politico iraniano non ha equivalenti al mondo ed è un esempio di ciò che la 4° teoria politica indica che la Russia debba adottare.
4 – Convergenza economica nel porre fine al dominio del dollaro e della finanza globale.
5 – Convergenza spirituale. Lo sciismo è una “cultura dell’attesa”, come la russa. Le culture russa e iraniana non vivono per la soddisfazione del momento, ma per il trionfo del bene sul male.

Bibliografia consigliata: Islam In Russia: The Politics Of Identity And Security [p. 368-380]

*La diplomazia iraniana e Dmitrij Peskov, tuttavia, non confermano la visita al 26 luglio 2013

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Le implicazioni della visita di Putin in Iran

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 25 luglio 2013

28795Vladimir Putin cerca di rilanciare le relazioni bilaterali con il confinante caspico della Russia, inaspritesi durante il periodo di Dmitrij Medvedev. La visita programmata del presidente russo Vladimir Putin in Iran per il prossimo mese, ha già generato molte speculazioni. Kommersant ha riferito che Putin visiterà l’Iran il 12 agosto. Anche se le fonti ufficiali non hanno chiaramente delineato pubblicamente i dettagli della visita, speculazioni sono all’ordine del giorno tra voci su colloqui che comprenderanno il programma nucleare iraniano, la cooperazione bilaterale per la difesa e le dichiarazioni congiunte su questioni regionali e internazionali.
Il 3 agosto, Hassan Rouhani sarà nominato presidente dell’Iran. Il nuovo presidente è percepito quale politico moderato in ambito nazionale e internazionale, a differenza del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad. Le dichiarazioni attribuite a Rouhani indicano che ci si aspetta abbia un approccio moderato sul programma nucleare iraniano, quale compromesso per il rilassamento delle sanzioni internazionali. Come potenza regionale e alleato della Russia, e anche importante produttore di energia, l’Iran ha giocato un ruolo chiave nella politica del Medio Oriente e nei recenti conflitti in Siria e in altre parti della regione, rendendo necessario un ruolo per il Paese. Anche per la sua posizione geopolitica nella regione e la sua vicinanza all’altro centro di conflitto, l’Afghanistan, l’Iran è pronto a giocare ruoli importanti nella politica regionale e internazionale.
Per il presidente Putin, sarà la seconda visita in Iran. Ha visitato il paese nel 2007 per partecipare alla conferenza degli Stati litoranei del Mar Caspio. In un certo senso, l’imminente visita di Putin sarà il primo viaggio da capo di Stato russo in Iran per adottare decisioni bilaterali. Il segretario del comitato parlamentare per l’Amicizia Iran-Russia, Mehdi Sanai, ha detto che il presidente probabilmente giungerà in Iran su una nave, attraversando il Mar Caspio. Non è stato ancora annunciato ufficialmente come Putin visiterà l’Iran. Sia la Russia che l’Iran sono Stati litoranei del Mar Caspio ed entrambi hanno adottato approcci comuni verso i problemi regionali, tra cui il conflitto sul Nagorno-Karabakh. Le enormi risorse di energia del bacino del Mar Caspio, la posizione geopolitica e i conflitti l’hanno reso un candidato naturale a principale potenza politica. Russia e Iran hanno sviluppato approcci comuni ai problemi regionali. Come Sanai ha sottolineato, “saranno discusse le questioni internazionali, regionali e bilaterali durante la visita di Putin”.
L’agenzia di stampa iraniana Fars ha dichiarato che “Putin vuole discutere due questioni importanti, la costruzione di un nuovo stadio della centrale nucleare di Bushehr e la sostituzione del sistema missilistico S-300 con lo scudo di difesa missilistica Antej-2500.” Tra le questioni da discutere, vi sarà certamente il programma nucleare iraniano. L’economia iraniana è stata paralizzata dalle sanzioni internazionali, applicate con l’accusa che la Repubblica islamica stia arricchendo l’uranio per costruire armi nucleari. L’Iran, d’altra parte, ha sostenuto che i suoi programmi di arricchimento dell’uranio hanno lo scopo di fornire il combustibile ai reattori nucleari e per scopi medici. Diverse iniziative internazionali, tra cui l’ultima riunione delle sei potenze Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Iran in Kazakhstan nell’aprile 2013, per risolvere la questione nucleare iraniana, non hanno funzionato. Durante il mandato presidenziale di Dmitrij Medvedev, la Russia ha preso misure per conformarsi alle sanzioni internazionali, abbandonando perciò gli accordi sugli  armamenti con l’Iran, tra cui quello sul sistema missilistico S-300. Di conseguenza le relazioni bilaterali si erano inasprite. L’imminente visita del Presidente Putin affronterà queste asprezze e fornirà impulso alle relazioni bilaterali. La Russia probabilmente s’impegnerà a sostenere l’Iran nel sviluppare l’impianto nucleare di Bushehr. Il sostegno della Russia al programma nucleare iraniano creerà increspature nella politica internazionale, e modellerà le relazioni tra le potenze.
Oltre alla cooperazione nucleare, le relazioni bilaterali sulla difesa saranno un altro punto importante. Rapporti suggeriscono che il leader russo offrirà il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500VM. Il rafforzamento dell’Iran con questo sistema sarà certamente un punto di svolta per la politica regionale, e per i suoi rivali, in particolare Israele, questo fattore svilupperà la loro elaborazione politica. Questo nuovo sistema di difesa, con una gittata di 200 km per gli aerei e 40 km per i missili balistici, è progettato per abbattere bersagli volanti alla velocità di 4500 chilometri all’ora. E’ in grado di monitorare e inseguire fino a 24 velivoli o 16 missili balistici contemporaneamente. Fars dice che “l’Antej-2500 è studiato appositamente per le esigenze delle forze terrestri, e ciò potrebbe essere un vantaggio per l’Iran, date le sue grandi forze di terra.”
La Siria probabilmente rientrerà nei colloqui tra Putin e Rouhani. La Siria è una terra insanguinata per i civili e un terreno fertile per l’estremismo religioso. La rovina del Paese sotto la sorveglianza internazionale è stata fenomenale negli ultimi due anni, e nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite e delle grandi potenze, come la Russia, il conflitto non si è placato. I recenti colloqui Lavrov-Kerry e la conferenza di pace proposta tra governo di Assad ed opposizione si spera apra la via d’uscita dal conflitto. Russia e Iran affermeranno il loro impegno per una soluzione politica del conflitto siriano. Come osservatore della Shanghai Cooperation Organization, l’Iran sarà presente al vertice della organizzazione di settembre, il mese dopo la visita di Putin. Mentre la politica regionale è stuzzicata dai rapidi cambiamenti nelle dinamiche regionali come l’ascesa dei taliban, il ritiro delle forze della NATO dall’Afghanistan, i crescenti estremismo, terrorismo, narcotraffico e criminalità organizzata transnazionale, l’Iran nell’ambito di tale quadro regionale può giocare insieme con la Russia un ruolo importante nel portare pace, stabilità e sviluppo non solo nel proprio territorio, ma nelle regioni limitrofe.

Il Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse riguardano conflitti, terrorismo, pace e sviluppo, Kashmir, Asia del Sud e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e il Pakistan sono i componenti per assemblare un megagasdotto per la Cina?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 aprile 2013

Mediterranean-China-PipelineIl conflitto in Siria viene insistentemente legato agli interessi dell’Iran e, in misura minore, della Russia. Poco, però, viene detto circa la Cina. Pechino ha una partecipazione importante in tutta l’iniziativa siriana per la sua sete di energia. I cinesi, con gli indiani, hanno effettuato investimenti nel settore energetico siriano. Saranno anche i principali beneficiari della quota dal Mediterraneo orientale delle future esportazioni di gas dalla Siria. Nel 2007, dopo che l’accordo di Turkmenbashi venne firmato, tramite un accordo tripartito tra le repubbliche di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan, e dopo che il vertice del Mar Caspio si era tenuto a Teheran tra la Repubblica di Azerbaigian, Iran e le suddette tre repubbliche, è diventato chiaro che “una contro-alleanza eurasiatica veniva costruita attorno alla coalizione cino-russo-iraniana [rendendo] la guerra contro l’Iran un’opzione sgradevole che potrebbe trasformarsi in un conflitto mondiale” (Nazemroaya 2007). Ciò che non era troppo chiaro, invece, era che “[gli] snodi dei corridoi energetici strategici dell’Eurasia [erano] in fase di sviluppo” (Ibid.). Va notato che “i leader di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan avevano anche previsto l’inserimento di un corridoio energetico iraniano, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell’accordo di Turkmenbashi” (Ibid.).
L’Iran ha iniziato la costruzione di un enorme impianto per il gas liquido (LNG), completo di impianti di stoccaggio e terminali di carico, nel 2007. L’ubicazione dell’impianto di trasformazione LNG è a Porto Tombak, nel Golfo Persico. L’impianto LNG è stato costruito pensando alla Cina, e un accordo con i cinesi è stato stilato sulle future esportazioni di LNG. Nello stesso anno, la Siria è entrata anche a far parte della più ampia strategia energetica eurasiatica che unisce l’Iran, la Russia e la Cina (Ibid.). Questo è il motivo per cui sia l’Iran che la Russia sono coinvolti nei progetti e nell’esplorazione sul gas in Libano e Siria. Le posizioni e gli interessi di Teheran e Mosca, e il loro rapporto con la Siria, possono essere riassunti nel seguente passaggio: “Russia e Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. Questo si aggiunge ai seguenti fatti; l’Iran esercita anche un’influenza sullo Stretto di Hormuz, la Russia e l’Iran controllano le esportazioni di energia dall’Asia centrale ai mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Iran, Russia e Siria da ora eserciteranno grande controllo e grande influenza su questi corridoi energetici e, per estensione, sulle nazioni che ne dipendono nel continente europeo. Questo è un altro motivo per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforza ulteriormente anche questa posizione a livello globale (Ibid.). Si stima che nel 2007 circa il 96,3 per cento del gas che si prevede sarà “importato dall’Europa continentale, verrà controllato da Russia, Iran e Siria con tale accordo” (Ibid.).
Allo stesso modo, gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO e dei petro-sceiccati arabi in Siria, possono essere così articolati: “La trasformazione della Siria in uno Stato cliente non solo aiuterebbe a sgretolare il Blocco della Resistenza [composto da palestinesi, Iran, Libano, Siria e Iraq], ma darebbe il controllo del corridoio energetico levantino, nel Mediterraneo orientale, a Israele e alle potenze della NATO. Un ponte terrestre diretto collegherebbe Israele e la Turchia, e l’Iran verrebbe tagliato dai suoi piccoli alleati levantini in Libano e Palestina, indebolendo la loro resistenza ad Israele. Il Mar Mediterraneo diverrebbe un lago esclusivo della NATO e la via di transito energetico nord-sud, nel Levante, cadrebbe sotto il controllo atlantista. Il bacino levantino, che si estende da Gaza ad Alessandretta, ha diversi grandi giacimenti di gas, soggetti a tensioni regionali sul loro sfruttamento e sulla titolarità dei diritti. Israele è in contrasto sia con il Libano che con i palestinesi di Gaza sulla questione. L’Iran e la Russia, i due più grandi proprietari di gas del mondo, hanno interessi in questi giacimenti di gas e sono coinvolti in progetti per aiutare il Libano e la Siria a valorizzare e di sviluppare i loro giacimenti. Assicurandosi il controllo della Siria o di parti di una Siria in frantumi, questi giacimenti di gas finirebbero totalmente sotto il controllo dell’Alleanza atlantica e gli iraniani e russi ne verrebbero scacciati.” (Nazemroaya 2012, p. 324-325).
La realtà geo-politica in Siria lavora anche contro la Pipeline Nabucco e gli interessi turchi. Nel contesto di questa strategia energetica eurasiatica, ciò che dovrebbe diventare chiaro con l’annuncio della costruzione della Pipeline Iran-Iraq-Siria, dopo che il governo iracheno, a Baghdad nel febbraio 2013, ha dato via libera al progetto, sono i collegamenti tra la Siria e il Pakistan tra essi e con la Cina attraverso l’Iran. La Pipeline Iran-Iraq-Siria, che passerà anche attraverso il Libano, è stato presentata come una rotta per esportare il gas iraniano fino alle coste del Mediterraneo orientale. La direzione del flusso del gas, tuttavia, può essere invertita. Il gas del Mediterraneo orientale dalle coste del Libano e della Siria, forse anche della Striscia di Gaza e dall’Egitto, può essere esportato verso est attraverso la pipeline e incanalato attraverso il Pakistan alla Cina. In parte, tolti i suoi vasti giacimenti di gas, questo spiegherebbe anche i megaprogetti infrastrutturali LNG dell’Iran, che mirano a fare dell’Iran l’hub internazionale per la lavorazione e il commercio del gas naturale.

L’accordo tra Pakistan e Iran sulla Pipeline
Nell’Est dell’Iran, il progetto di gasdotto tra Iran e Pakistan è all’opera da anni. All’inizio venne previsto d’includervi l’India. Ciò che era meno chiaro era la posizione cinese. Anche se non era esplicitato, la Cina era sempre incombente sullo sfondo. A causa degli interessi cinesi, Washington non è stata in grado di fermare il progetto: “Per quanto riguarda le rotte energetiche strategiche, il Pentagono e la NATO vedono la Pipeline dell’Amicizia [di Iran-Pakistan-India] come una minaccia o un corridoio energetico rivale a quelli che programmano per l’Eurasia. Il rifiuto continuo di Islamabad di piegarsi alle richieste degli Stati Uniti per annullare il gasdotto con l’Iran, è direttamente legato agli interessi geostrategici cinesi. Come accennato in precedenza, vi è una forte possibilità che la Cina possa essere inclusa nel progetto del gasdotto o che il gasdotto possa costituire una pipeline Iran-Pakistan-Cina che aggirerebbe l’India. Questo minaccia l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere la Cina e isolare l’Iran, controllando i rifornimenti energetici cinesi e manipolando la rotta delle esportazioni energetiche iraniane” (Ibid. p. 185-186).
Come l’Iran e la Russia, la Cina si è anche offerta di aiutare e finanziare il Pakistan nella costruzione del gasdotto nel suo territorio. I cinesi stanno già lavorando silenziosamente sulle infrastrutture in Pakistan: “Nel 2007, con la vitale partecipazione cinese, il porto di Gwadar è stato  adattato per ospitare il traffico oceanico. I cinesi danno un grande valore strategico a Gwadar, perché si trova sulla costa del Mar Arabico, alla foce del Golfo di Oman (Mar di Oman) nei pressi dell’alleato strategico della Cina, l’Iran, e di un Golfo Persico ricco di idrocarburi. Gli strateghi cinesi vogliono integrare Gwadar con la Regione Autonoma del Xinjiang, nella Cina uigura, con l’autostrada del Karakoram. Se questo sarà fatto, quindi, le importazioni di energia cinesi verso la Cina possono ignorare l’oceano e garantirsi inoltre la sicurezza di Pechino da eventuali azioni per isolare la Cina ad opera della Marina degli Stati Uniti o di altre forze ostili che cercherebbero di tagliare i rifornimenti energetici cinesi in uno scenario bellico. L’Iran può anche importare direttamente dalla Cina tramite Gwadar. La questione importante sia per Pechino che per Washington è se un Belucistan indipendente servirebbe o opererebbe contro gli interessi navali cinesi di Gwadar. Sostenendo la secessione del Baluchistan dal Pakistan o provocando un conflitto baluchi-pakistano, gli Stati Uniti probabilmente spererebbero che Pechino venga costretta a sostenere gli sforzi di Islamabad per mantenere l’integrità territoriale del Pakistan, ed i propri interessi. Questo alienerebbe il Baluchistan dalla Cina e magari provocherebbe la perdita di Gwadar a danno dei cinesi” (Ibid. p.186-187).
In sintesi, la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan sono frammenti dello stesso grande gasdotto eurasiatico che s’intreccerebbero come un tappeto persiano artigianale. Questo si aggiunge  al contesto del conflitto in Siria, contribuendo anche a spiegare le posizioni di Paesi come il Qatar e la Turchia che vogliono un cambio di regime a Damasco. Ciò è anche uno dei motivi per cui l’Unione europea ha unilateralmente sanzionato l’Iran LNG Company (ILC) nel 2012, poco prima che l’Iran iniziasse le sue esportazioni di LNG.

Gas, petrolio, guerra e geopolitica nel Mediterraneo orientale
Il “Grande Gioco” tra i due blocchi rivali si svolge in Siria. Da una parte ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, mentre dall’altra vi sono Cina, Russia e Iran. Da qui può essere ribadito che: “Il Mediterraneo è letteralmente diventato un prolungamento delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche del Caucaso e dell’Asia Centrale” (Nazemroaya 2007). Israele fa parte di questo gioco. Non solo Israele ha interesse a neutralizzare la Siria allontanandola dall’Iran, ma vuole anche una quota del gas del Mediterraneo orientale: “Il giacimento di Tamar, scoperto nel 2009 al largo della costa di Israele, è una grande promessa. Il Leviathan, scoperto nel 2010, lo è ancora di più. L’US Geological Survey calcola che ci potrebbero essere 120 miliardi di piedi cubi (TCF) di gas tecnicamente recuperabile nel bacino del Levante, che bagna le coste di Israele, Libano, Siria e Cipro” (The Economist 2013).
Hezbollah ha anche messo in guardia Israele nel 2011, “contro il tentativo di rubare le risorse marittime del Libano e ha detto che subirebbe ritorsioni per un qualsiasi attacco israeliano contro gli impianti petroliferi e gasiferi [del Libano]” (AP 2011). Un alto funzionario delle Nazioni Unite è anche intervenuto per chiedere a Libano e Israele di cooperare per promuovere la ricerca di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale (ibid.).
Come Israele, anche la Turchia è interessata a spartirsi i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale, così come il controllo del flusso di gas attraverso il territorio turco: “Le frontiere marittime d’Israele con il Libano sono contestate. E la sua partnership energetica con Cipro ha alimentato un altro incendio. Le pretese di Cipro del Nord, controllato dai turchi, si sovrappongono a quelle greco-cipriote. La Turchia vuole fermare qualsiasi esplorazione. Per sottolineare questo punto, ha inviato una nave da guerra nella zona dopo che sono iniziate le esplorazioni, lo scorso anno” (The Economist 2013). Inoltre, come suggerito sopra, Cipro è anche parte del quadro: “L’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG), nei mercati in cui i prezzi sono alti, sarebbe una cosa ottima. Ma questo richiederebbe ingenti investimenti e un grande impianto costiero. Cipro è acuta, ma non ha denaro. Il gas israeliano potrebbe essere liquefatto a Cipro, ma ciò significherebbe che Israele ne cederebbe il controllo, un’idea sgradevole per alcuni nazionalisti. Un impianto di liquefazione in Israele non sarebbe praticabile, per via dello spazio limitato, degli ambientalisti inflessibili e di una sicurezza difficile da garantire” (Ibid.).
La petro-politica nel Levante è un ulteriore fattore o livello che può essere utilizzato per mettere in discussione gli obiettivi dell’assedio finanziario all’economia greco-cipriota.

L’instabilità in Siria e Pakistan: i tentativi di Washington di strangolare la Cina
In ultima analisi, nel contesto delle forniture di gas dal Mediterraneo orientale, la Siria è per la Cina proprio come l’attuale “Secondo assalto all’Africa” che ha preso di mira Sudan, Libia e Mali. A questo proposito, la guerra della NATO in Libia e l’assedio contro la Siria sono due fronti della stessa guerra, che mira a neutralizzare i cinesi. Lo stesso vale per le crisi interne in Pakistan. “La biforcazione tra potere militare e potere finanziario a livello mondiale, nonché l’ascesa economica dell’Asia orientale continuano“, come parte di ciò che studiosi come Giovanni Arrighi (2010, p. 381), credono essere una “transizione egemonica”. La svolta di Washington verso l’Asia-Pacifico è diretta contro i cinesi e a impedire che Pechino sconfigga gli Stati Uniti sulla scena mondiale. Washington ha lavorato per destabilizzare il corridoio energetico eurasiatico pianificato dalla Cina. In Pakistan si è fatto questo, contribuendo alle tensioni interne e alle divisioni etniche interne: “La provincia pakistana del Baluchistan è importante in questa equazione. Il Baluchistan non è solo geo-strategicamente importante riguardo i collegamenti energetici eurasiatici, ma è anche ricco di giacimenti minerari e di idrocarburi. Nella maggior parte dei casi, questi giacimenti di minerali ed  energetici sono intatti. Sarebbe molto più facile procurarsi minerali ed energia di questa zona, da una relativamente meno popolata e indipendente repubblica del Baluchistan, che sarebbe felice di vendere le sue risorse a prezzi inferiori. Potrebbe anche contribuire a destabilizzare le province iraniane orientali, compresa la provincia del Sistan-Baluchistan. Un Baluchistan indipendente dal Pakistan potrebbe contrastare Teheran con rivendicazioni territoriali sul Sistan-Baluchistan” (Nazemroaya 2012, p.186).
Questo è anche probabilmente il motivo per cui il generale Pervez Musharraf in Pakistan è tornato dal suo esilio volontario negli Emirati Arabi Uniti, assieme alla dissoluzione del fronte unito a lui contrario tra il Partito Popolare del Pakistan e la Lega Mussulmana del Pakistan di Nawaz Sharif. E’ diventato chiaro che ci sia una pressione esterna, come ad esempio dall’Arabia Saudita, affinché  i tribunali e il governo pakistani non lo perseguano. Il ritorno del generale Musharraf in Pakistan, per concorrere alla presidenza, non ha alcuna possibilità di successo. Musharraf, tuttavia, può agire come uno spoiler e dividere ulteriormente la società pakistana. Il suo ritorno ha anche attratto la cauta attenzione di Pechino. Se la Pipeline Iran-Iraq-Siria e il gasdotto Iran-Pakistan saranno collegati e riforniranno la Cina, ciò sarà un duro colpo al primato degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si propongono di sconvolgere il completamento di entrambi i progetti. La tensione di Washington con Teheran sul programma nucleare iraniano deve, quindi, essere visto come un paradigma che punta anche a questo.

Riferimenti
Arrighi, Giovanni. Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo. 2.da ed., New York, Verso, 2010.
Gas in the eastern Mediterranean: Drill or quarrel?” The Economist, 12-18 gennaio 2013, p.58.
Hezbollah warns Israel against ‘stealing’ gas from Lebanon”, Associated Press, 26 luglio 2011.
Nazemroaya, Mahdi Dariusm, “The ‘Great Game’ Enters the Mediterranean: Gas, Oil, War, and Geo-Politics”, Global Research, 14 ottobre 2007
Nazemroaya, Mahdi Darius, The Globalization of NATO, Atlanta, Georgia, Clarity Press, 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La storia afgana soppressa: Il socialismo, al-Qaida e la Chevron

Dean Henderson, Left Hook, Counterpsyops 19 ottobre 2012

Alla metà degli anni ’80, l’ONU ha tentato di negoziare un accordo di pace in Afghanistan, richiedendo il completo ritiro sovietico in cambio della fine del supporto ai ribelli afghani da Stati Uniti e Gulf Cooperation Council (GCC). L’amministrazione Reagan aveva rifiutato l’accordo delle Nazioni Unite. Voleva “dare ai sovietici il loro Vietnam” nell’ambito dell’enorme impresa per distruggere l’Unione Sovietica. Inoltre, voleva che il governo socialista di Karmal andasse via da Kabul. Nel 1986, gli aiuti militari degli USA ai mujahidin aumentarono schizzando a 1 miliardo di dollari all’anno.
Nel 1988 gli Stati Uniti e i sovietici firmarono gli accordi di Ginevra, che imponevano l’embargo sulle armi in Afghanistan. Entrambi i paesi ignorarono l’accordo e continuarono lo scontro. I mujahidin torturavano e mutilavano sistematicamente i soldati russi e afghani catturati, spesso in presenza dei consiglieri statunitensi.[1] Nel 1989 i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan. Il primo ministro da loro imposto, Babrak Karmal, era stato sostituito dal democraticamente eletto Mohammad Najibullah Ahmadzai, nel 1986. Ma Najibullah era anche un socialista e la democrazia non è mai stata una priorità del Dipartimento di Stato degli USA. Rappresentava la frazione comunista Parcham del Partito democratico del popolo dell’Afghanistan.
Anche se i sovietici non c’erano più, gli Stati Uniti continuarono il finanziamento della guerriglia contro il governo regolarmente eletto di Kabul. Nel 1992 Najibullah fu rovesciato. Una delle sette fazioni in lotta dei mujaheddin, guidata da Burhaddin Rabbani, prese il potere. Sei dei sette gruppi ribelli deposero le armi e seguirono Rabbani. Quello che non lo fece era il favorito della CIA, l’Hezbi-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che immerse le strade di Kabul in un altro bagno di sangue. Anche se le Nazioni Unite avevano riconosciuto la fazione guidata da Rabbani come governo legittimo dell’Afghanistan, la CIA riteneva Rabbani essere troppo di sinistra.
Hekmatyar, infine, occupò Kabul. Rabbani e il suo governo fuggirono a nord, nella regione di Mazar-i-Sharif in cui, sotto il comando del capo militare Sheik Ahmed Shah Massoud, le fazioni mujahidin estromesse si ricostituirono come Alleanza del Nord. Nel 1995, l’Hezbi-i Islami improvvisamente decadde, cedendo Kabul alla nuova creazione dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan, già presente a Kandahar, i taliban. Più di due milioni di afghani sono morti nella decennale guerra della CIA, la sua più grande operazione segreta dai tempi del Vietnam. I contribuenti statunitensi spesero 3,8 miliardi dollari per attuare un genocidio. La Casa dei Saud raddoppiò tale importo e anche gli altri monarchi del CCG vi contribuirono. Gli Stati Uniti non fecero nulla per aiutare a ricostruire l’Afghanistan e le forze create dalla CIA per combattere la sua guerra per procura, volsero sempre più la loro rabbia contro l’Occidente.
Un colpo di stato, nell’ottobre 1999, portò il generale Pervez Musharraf al potere in Pakistan. Musharraf aveva sostenuto l’ascesa del fondamentalismo islamico. Ha fatto parte del consiglio dell’Unione dei Rabita per la riabilitazione dei fuoriusciti pakistani: un fronte per la raccolta fondi di Usama bin Ladin. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, l’amministrazione Bush diede a Musharraf 36 ore per dimettersi dall’Unione dei Rabita. Quando si rifiutò, il Dipartimento di Stato semplicemente rimosse i Rabita dalla lista dei gruppi che sponsorizzavano il terrorismo. [2]
Gulbuddin Hekmatyar si unì a molti altri leader mujahidin nell’esprimere rabbia e disprezzo verso gli Stati Uniti, per averli abbandonati. Durante la Guerra del Golfo diversi ex comandanti mujahidin supportarono l’Iraq. Dopo la guerra, il riccone saudita Usama bin Ladin, che era stato l’emissario dei Saud nel reclutamento dei combattenti arabi per l’Afghanistan, quando usò la sua esperienza nelle costruzioni per la realizzazione a Khost, in Afghanistan, dei campi di addestramento dei mujahidin della CIA, nel 1986, invocava la jihad contro l’”alleanza crociato-sionista“. [3] Molti dei suoi compagni ex-mujahidin ascoltarono il suo appello ed al-Qaida emerse come il più brutto Frankenstein mai visto.
Nel 1993 gli estremisti di al-Qaida guidati da Ramzi Yousef, tentarono di far saltare in aria il World Trade Center con una bomba posta in un garage sotto le torri. Sei persone morirono. Una settimana prima del bombardamento, un fax venne ricevuto a Cairo, avvisava di un attacco imminente agli interessi degli Stati Uniti. Il fax era stato opportunamente inviato da Peshawar, dove prima la CIA reclutava mujahidin. Era firmato da al-Gamaa al-Islamiya (Gruppo islamico), una fazione dei mujahidin.
Nel marzo 1993, un ex-membro dei mujahidin si avvicinò al controllo di sicurezza del quartier generale della CIA, a Langley, e aprì il fuoco uccidendo due agenti. Nel marzo del 1995, due agenti della CIA che lavoravano presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Karachi, vennero freddati da un altro veterano mujahid. Entrambi gli assalitori utilizzarono dei fucili d’assalto AK-47 pagati dal governo saudita e forniti dalla CIA. Il surplus bellico della CIA, in dotazione ai mujahidin, compresi i missili Stinger, era anche finito in Iran e in Qatar. Nel 1996 gli operativi di bin Ladin bombardarono la caserma militare delle Khobar Towers di una base USA in Arabia Saudita. L’azienda di costruzioni di Bin Ladin aveva costruito le strutture. Nel 1997, due giorni dopo che un tribunale statunitense aveva condannato il responsabile pakistano dell’attacco al quartier generale della CIA, quattro impiegati della Società Texas Union Oil furono freddati a Karachi.
Nel 1998 i seguaci di bin Ladin fecero saltare in aria le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, a pochi minuti l’una dall’altra. Centinaia i morti. Nel 2000, al-Qaida lanciò un’imbarcazione carica di esplosivi contro una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole, mentre era ancorato nello Yemen, luogo di origine della famiglia bin Ladin. Ventisei marinai statunitensi morirono.
Gli Stati Uniti, infine, furono costretti ad esercitare pressioni pubbliche sul governo pakistano, che ospitava il Frankenstein della CIA. Il direttore della CIA di Clinton, James Woolsey, disse che il Pakistan era vicino a essere inserito nella lista del Dipartimento di Stato degli stati che sponsorizzano il terrorismo. Questa pressione pubblica aveva ulteriormente irritato il popolo pakistano, che aveva osservato come la CIA avesse creato e allevato questi narco-terroristi per un decennio, usando il loro paese come campo di addestramento. Ora gli Stati Uniti volevano scaricare le loro colpe sul popolo pakistano. I mujahidin erano furiosi. Il mujahid giordano Abu Taha la mise in questo modo, “Gli Stati Uniti sono una sanguisuga… e il Pakistan è il burattino dell’America.” Un altro mujahid veterano, Abu Saman, aveva dichiarato: “non eravamo terroristi finché noi e gli americani avevamo la stessa causa, sconfiggere una superpotenza. Ora non rispondiamo più agli interessi americani e occidentali, quindi siamo seganti come terroristi“. [4]
Nel 1994 i taliban uscirono dalle scuole religiose, note come madrasse, nel nord-ovest del Pakistan. Le scuole erano gestite dal Jamiat-Ulema-i-Islami, un gruppo fondamentalista islamico con stretti legami con l’ISI pakistano e finanziato dal governo saudita. I taliban lanciarono incursioni dal suolo pakistano, proprio come avevano fatto i mujahidin, ottenendo notorietà quando liberarono un convoglio militare pakistano catturato in Afghanistan. Nel giro di un anno, controllavano un terzo dell’Afghanistan, istituendo un governo provvisorio a Kandahar. Il governo Rabbani venne estromesso a Kabul dall’Hezbi-i Islami di Hekmatyar. Nel 1995 le forze taliban avanzarono su Kabul e le truppe di Hekmatyar consegnarono Kabul ai taliban. Un diplomatico occidentale disse dei taliban, “Chiaramente i pakistani stanno giocando un loro ruolo“. [5]
Quando i taliban presero il potere nel 1996, dicendo che avrebbero stabilito un “emirato islamico”, degli aerei atterrarono a Kabul trasportando i leader taliban e sette alti ufficiali pakistani. [6] il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti riconobbero immediatamente i taliban.
I Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) presero in simpatia i taliban, considerati una “forza stabilizzatrice nella regione”. Erano ansiosi di convincere i feudatari dell’importanza della costruzione di un gasdotto che attraverso l’Afghanistan andasse dall’Oceano Indiano ai vasti giacimenti di gas naturale del Turkmenistan, che confina con l’Afghanistan a nord. Il governo Rabbani aveva negoziato con un consorzio argentino chiamato Bridas, la costruzione del gasdotto. Questo fece arrabbiare i Quattro Cavalieri, che appoggiarono la Unocal nel consorzio noto come Centgas. Nel 2005 la Unocal divenne una sezione della Chevron. Molti cittadini di Kabul erano convinti che la CIA avesse portato al potere i taliban, nel nome di Big Oil. [7]
I Quattro Cavalieri erano occupati a sfruttare i loro nuovi giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio e delle nuove repubbliche dell’Asia centrale, a nord dell’Afghanistan. Azerbaigian e Kazakistan possiedono vaste riserve di greggio stimate in oltre 200 miliardi di barili. Il vicino Turkmenistan è una virtuale repubblica del gas, ospitante alcuni dei più grandi giacimenti di gas naturale sulla terra. Il giacimento di gas più grande si trova a Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine con l’Afghanistan. In tutto ci sono circa 6.600 miliardi di metri cubi di gas naturale nella regione del Mar Caspio. Il consorzio Centgas aveva anche previsto la costruzione di un oleodotto che colleghi i campi petroliferi di Chardzhan, in Turkmenistan, ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. [8] Il Turkmenistan ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro.
Con Rabbani fuori dal quadro, la Centgas iniziò a negoziare sul serio con i taliban per i diritti di costruzione del gasdotto da Dauletbad, attraverso l’Afghanistan, al porto di Karachi in Pakistan, dove l’US Navy gestiva una base di 100-acri, misteriosamente consegnatale dal Sultano Qabus dell’Oman. I Quattro Cavalieri si portarono in Asia centrale alcuni fedeli partner commerciali sauditi. Il miliardario saudita sceicco Khalid bin Mahfouz, proprietario della BCCI e della Banca commerciale nazionale, ed entusiasta sostenitore dei mujahidin, abbracciò i taliban. Bin Mahfouz, il cui patrimonio netto va oltre i 2 miliardi di dollari, controllava la Nimir Petroleum, un partner della Chevron-Texaco nello sviluppo di un giacimento petrolifero da 1,5 miliardi di barili del Kazakistan. Un’indagine del governo saudita scoprì che la Banca commerciale nazionale di bin Mahfouz aveva trasferito oltre 3 milioni di dollari in beneficenza ad Usama bin Ladin, nel 1999. [9]
La saudita Delta Oil è una partner della Amerada Hess nelle imprese petrolifere dell’Azerbaijan. Delta-Hess fa parte della Bechtel, che guida il gruppo di costruzione dell’oleodotto trans-turco da 2,4 miliardi dollari del Caspian Pipeline Consortium, che arriva al porto russo sul Mar Nero di Novorossisk. Delta Oil è anche un partner nella Centgas.
Secondo lo scrittore francese Olivier Roy, “Quando i taliban presero il potere in Afghanistan, la cosa fu in gran parte orchestrata dai servizi segreti pakistani (ISI) e dalla compagnia petrolifera Unocal assieme alla sua alleata, la saudita Delta“. [10] Nel gennaio 1998 Centgas accettava di pagare al governo taliban 100 milioni di dollari all’anno, per gestire il suo gasdotto in Afghanistan. La Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington, tra funzionari taliban e il Dipartimento di Stato. A rappresentare Unocal vi era Zalmay Khalilzad, sottosegretario alla difesa di Bush senior e che aveva lavorato per la Cambridge Energy Research Associates, prima di lavorare per Unocal. Khalilzad è nato a Mazar-i-Sharif, da ricchi aristocratici afghani. Suo padre era un assistente del re Zahir Shah. Khalilzad ha anche lavorato per la Rand Corporation, quando era nella CIA. [11] Khalilzad ha lasciato il suo posto all’Unocal per aderire al Consiglio di sicurezza nazionale di Bush Jr. [12] Nel 2002 Bush ha nominato Khalilzad primo inviato degli Stati Uniti in Afghanistan dopo più 20 anni. Il primo punto del suo ordine del giorno era rilanciare i colloqui sulla costruzione del gasdotto Centgas.
Bin Mahfouz era ora sotto inchiesta per il finanziamento della rete terroristica al-Qaida di Usama bin Ladin. Era rappresentato negli Stati Uniti dallo studio legale di Washington Akin, Gump, Strauss, Hauer & Feld. Lo studio rappresenta la Casa dei Saud e la più grande società di carità del mondo islamico, la Holy Land Foundation per lo sviluppo e il soccorso dell’Arabia Saudita. Entro tre mesi dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il Tesoro aveva congelato i beni della fondazione saudita. Akin-Gump difese con successo bin Mahfouz, quando scoppiò lo scandalo della BCCI. Tre partner dello studio sono buoni amici del presidente George W. Bush. James C. Langdon è uno dei più cari amici di Bush. George Salem era stato coinvolto nella raccolta di fondi per la campagna di Bush. Barnett “Sandy” Cress è stato nominato da Bush alla guida di un’iniziativa per l’istruzione sponsorizzata dalla Casa Bianca. [13]
Secondo l’analista d’intelligence francese Jean-Charles Brisard, il presidente degli Stati Uniti Bush Jr. aveva bloccato le indagini dei servizi segreti statunitensi sulle cellule dormienti di al-Qaida, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro avvenne nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush voleva che i taliban consegnassero bin Ladin in cambio di aiuti economici dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita e del sostegno ai taliban. [14]
Il vicedirettore dell’FBI, John O’Neill, si dimise nel luglio 2001 per protestare contro l’amministrazione Bush, che si stava ingraziando i taliban. Brisard dice che O’Neill gli ha detto, “i principali ostacoli all’indagine sul terrorismo islamico sono gli interessi delle società americane e il ruolo svolto dall’Arabia Saudita.” O’Neill divenne il nuovo capo della sicurezza presso il World Trade Center di New York, ed è stato ucciso durante gli attacchi dell’11 settembre 2001. [15]
Secondo il quotidiano francese Le Figaro, la CIA ha incontrato bin Ladin più volte nel corso dei mesi precedenti l’11 settembre. Secondo il Washington Post, la CIA ha incontrato l’inviato del leader talib Mullah Mohammed Omar, Rahmattullah Hashami, nel luglio 2001. Hashami si offrì di trattenere bin Ladin fin quando la CIA avesse potuto catturarlo ma, secondo il Village Voice, l’amministrazione Bush rifiutò l’offerta. Nello stesso mese, la CIA aveva incontrato il capo di Jamiaat-i-Islami, Qazi Hussein Ahmed.
Il governo degli Stati Uniti diede 43 milioni di dollari di aiuti ai taliban nel 2000 e 132 milioni nel 2001. Ai taliban fu detto dalla Casa Bianca di Bush di assumere una ditta di pubbliche relazioni di Washington, per far ripulire la loro immagine. L’azienda era guidata da Laila Helms, nipote dell’ex direttore della CIA e amico intimo della BCCI, Richard Helms. I rappresentanti di Big Oil erano presenti ai negoziati Bush-taliban, in cui un funzionario disse ai taliban, in una riunione dell’agosto di quell’anno, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [16]
Anche dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il presidente Bush omise i nomi di due organizzazioni finanziate dalla Casa dei Saud, l’International Islamic Relief Organization e la Lega Musulmana Mondiale, che finanziavano al-Qaida, da un elenco dei gruppi i cui beni sarebbero stati congelati dal Tesoro degli Stati Uniti. [17] Come l’analista dell’intelligence francese Brisard ha osservato, “La dipendenza americana dal petrolio e dal denaro sauditi rischia di minare la sicurezza nazionale in Occidente“.

Note:
[1] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.23
[2] “Handbook for the New War”. Evan Thomas. Newsweek. 10-8-01
[3] “The Mesmerizer”. Rod Nordland and Jeffrey Bartholet. Newsweek. 9-24-01. p.45
[4] “Terror Sweep Drives Arabs from Pakistan”. AP. Arkansas Democrat Gazette. 4-13-93. p.1
[5] “The Rise of the Taliban”. Emily MacFarquhar. US News & World Report. 3-6-95. p.64
[6] “The World Today”. BBC Radio. 9-24-96
[7] “Morning Edition”. National Public Radio. 10-2-96
[8] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part I: The Rules of the Game”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-25-02
[9] “The White House Connection: Saudi Agents and Close Bush Friends”. Maggie Mulvihill, Jonathan Wells and Jack Meyers. Boston Herald Online Edition. 12-10-01
[10] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[11] Escobar
[12] “US Ties to Saudi Elite May be Hurting War on Terrorism”. Jonathan Wells, Jack Meyers and Maggie Mulvihill. Boston Herald Online. 12-10-01
[13] Mulvihill, Wells and Meyers
[14] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris. 2001
[15] Ibid
[16] Ibid
[17] Nordland and Bartholet. p.45

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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