Iran e la guerra per procura in Kurdistan

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/10/2014

tumblr_mqep8m3Mwo1s6c1p2o1_1280Nella guerra contro il SIIL (Stato islamico) che si svolge in Iraq e Siria, un eventuale cambio di alleanze, che potrebbe modificare sostanzialmente l’equilibrio di potere nella regione, si svolge senza che nessuno sembri notarlo. In particolare, il rapporto nascente tra Repubblica islamica dell’Iran e regione semi-autonoma del Kurdistan del nord dell’Iraq può mutare il panorama politico del Medio Oriente. Naturalmente, un tale sviluppo è parte di una più ampia azione geopolitica dall’Iran, e avrà conseguenze significative per tutti gli attori regionali. Tuttavia, Turchia, monarchie del Golfo e Israele avranno più da perdere da tale sviluppo. Mentre l’Iran ha vecchie controversie con elementi della propria minoranza curda, ha palesemente preso l’iniziativa di favorire i curdi iracheni nella guerra contro gli estremisti del SIIL. Come il presidente curdo Massud Barzani ha spiegato a fine agosto, “La Repubblica islamica dell’Iran è stato il primo Stato ad aiutarci… fornendoci armi e attrezzature”. Questo fatto da solo, insieme ad accuse plausibili anche se non confermate, del coinvolgimento militare iraniano nell’Iraq curdo, dimostra chiaramente l’alta priorità che Teheran concede alla cooperazione con il governo di Barzani e il popolo curdo nella lotta ai militanti filo-sauditi e filo-qatariori del SIIL. La domanda è perché? Cosa spera di ottenere l’Iran da un coinvolgimento in questa lotta? Cosa rischia di perdere? E come potrebbe cambiare la regione?

L’equazione iraniana
Mentre molte sopracciglia si aggrottano sul coinvolgimento iraniano al fianco dei curdi nella lotta contro il SIIL, forse non dovrebbe sorprendere. Teheran ha costantemente puntellato le sue relazioni con Irbil, sia come genuino desiderio di formare un’alleanza che come contromisura alla cacciata dell’alleato e partner ex-primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi. Dalla guerra statunitense in Iraq iniziata nel 2003, e soprattutto dopo che le truppe statunitensi l’hanno lasciato nel 2011, l’Iran si è posizionato come attore chiave, e per certi versi dominante, in Iraq. Non solo aveva un’influenza significativa con Maliqi e il suo governo, ma vedeva l’Iraq come opportunità per spezzare l’isolamento imposto da Stati Uniti, Unione europea e Israele per il controverso programma nucleare. Per l’Iran, l’Iraq di Maliqi era un ponte fisico (collegando l’Iran ai suoi alleati Siria e in Libano meridionale) e politico (da intermediario nei negoziati con l’occidente). Inoltre, l’Iraq di Maliqi doveva essere il fulcro di una nuova strategia economica che includeva il proposto gasdotto Iran-Iraq-Siria, un progetto che avrebbe fornito all’Iran accesso al mercato europeo dell’energia, consentendo così alla Repubblica islamica di togliere al Qatar il dominio regionale nell’esportazione del gas all’Europa. Inoltre, l’Iraq era in prima linea nella continua lotta dell’Iran contro i gruppi terroristici filo-occidentali, il più infame dei quali è il Mujahidin-e-Khalq (MeK). Fu il governo di Maliqi che chiuse Camp Ashraf, la base da cui il famigerato MeK operava conducendo una continua guerra terroristica contro l’Iran. Naturalmente non è un segreto che il MeK sia il beniamino della dirigenza neocon, lodato da quasi ogni architetto, supporter e attuatore della guerra in Iraq di Bush. Visto così, l’Iraq era una necessità economica e politica per l’Iran, che non poteva semplicemente far scivolare di nuovo nell’orbita di Washington. E così, con l’emergere del SIIL e il conseguente rovesciamento del governo Maliqi tramite pressioni e propaganda globali occulte, che lo ritraevano come un dittatore brutale pari a Sadam Husayn, l’Iran chiaramente dovette ricalcolare la propria strategia. Sapendo di non poter fidarsi del nuovo governo di Baghdad, più o meno scelto dagli Stati Uniti, Teheran vede chiaramente una nuova opportunità nel Kurdistan.

Perché il Kurdistan?
Mentre gli imperativi per l’Iran ad impegnarsi in Iraq sono chiari, rimane la domanda su ciò che specificamente il Kurdistan offre a Teheran come necessità strategica e geopolitica della proiezione di potenza. Per capire il movente iraniano, si deve esaminare come curdi e Kurdistan rientrano nelle relazioni nazionali ed internazionali dell’Iran. Prima di tutto l’Iran, come Iraq, Siria e Turchia, ospita una considerevole minoranza curda costantemente manipolata da Stati Uniti e Israele, ed usata come pedina nella partita a scacchi geopolitica con la Repubblica islamica. Con il caos in Iraq e Siria, e la continua oppressione ed emarginazione della minoranza curda in Turchia, sembra che un Kurdistan indipendente che possa modificare sostanzialmente la mappa regionale sia una possibilità sempre più praticabile. Quindi, al fine di evitare ogni possibile destabilizzazione curda dell’Iran e del suo governo, Teheran sembra aver iniziato un alleanza, invece che di contrastare, con gli interessi curdi in Iraq. Probabilmente l’Iran vede in questa alleanza un tacito, se non palese, accordo che una qualsiasi indipendenza curda non venga usata come arma contro Teheran. In secondo luogo, schierandosi con il governo di Barzani e fornendogli sostegno materiale e tattico, l’Iran chiaramente manovra per posizionarsi contro i rivali regionali. Da un lato, l’Iran riconosce la minaccia rappresentata dal membro della NATO Turchia, il cui governo guidato da Erdogan e Davutoglu è intimamente coinvolto nella guerra contro la Siria e nell’armamento e finanziamento del SIIL e degli altri gruppi terroristici nel Paese. Mentre Ankara ha pubblicamente rifiutato di partecipare ad operazioni militari in Siria, le sue azioni dimostrano il contrario. Ospitando e rifornendo i terroristi tramite CIA ed altre agenzie d’intelligence, fomentando la guerra civile in Siria, la Turchia si è dimostrata parte integrante del tentativo USA-NATO-GCC di effettuare un cambio di regime. Ovviamente non sfugge ai curdi esattamente ciò che la Turchia ha fatto e continua a fare. Non solo conduce una guerra ultradecennale contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ma ha sempre rifiutato di considerare la propria minoranza curda come qualcosa di diverso da cittadini di seconda classe. E ora, dato il ruolo centrale che Erdogan, Davutoglu & Co. giocano nel fomentare la guerra in Siria, permettono ai loro ascari terroristici del SIIL di massacrare altri curdi. Non dovrebbe quindi sorprendere che molti curdi vedano la Turchia, e non Siria o Iran, come grave minaccia e nemico del proprio popolo. E così l’Iran colma il vuoto, offrendo ai curdi non solo sostegno materiale, ma anche politico e diplomatico. Dal punto di vista di Teheran, la Turchia continua ad essere il rappresentante dell’agenda USA-NATO-GCC; Ankara ha svolto un ruolo chiave nel bloccare lo sviluppo economico iraniano, in particolare sull’esportazione di energia. Va ricordato che la Turchia è uno dei principali attori nella corsa all’energia nel Caspio, fornendo gli oleodotti necessari sia al TANAP (Trans-Anatolian Pipeline) che al progetto di gasdotto Nabucco ovest, tra gli altri. Tali progetti sono sostenuti dagli Stati Uniti in concorrenza al South Stream della Russia (gasdotto russo verso l’Europa meridionale) e alla proposta pipeline Iran-Iraq-Siria. In sostanza quindi la Turchia dovrebbe essere un potente pezzo degli scacchi utilizzato per bloccare le mosse iraniane verso l’indipendenza economica e l’egemonia regionale.
Le aperture iraniane verso i curdi e il coinvolgimento nella lotta contro il SIIL in generale, devono essere interpretati come un passo contro i rivali regionali dell’Iran, Arabia Saudita e Qatar. Entrambi implicati nell’organizzazione e finanziamento di gruppi e reti di terroristi operanti sotto la bandiera del SIIL, usato come ascaro per spezzare l'”Asse della Resistenza” tra Hezbollah, partito Baath siriano e Iran. Gli interessi economici e politici di Arabia Saudita e Qatar, in particolare delle famiglie regnanti di tali Paesi, sono evidenti; la loro presa sul potere è possibile solo mantenendo il dominio sul commercio dell’energia. Nell’Iran, le monarchie del Golfo vedono una potente e ricca nazione che, data l’opportunità di svilupparsi economicamente, probabilmente li eliminerebbe quali leader regionali. Quindi, naturalmente, devono attivare le loro reti jihadiste per privare l’Iran dei suoi due alleati strategici Iraq e Siria, spezzando così il legame con Hezbollah e rompendo l’arco sciita. Una politica di potenza, in sostanza, grazie a cui ora i curdi pagano con la propria vita le aspirazioni meschine dei monarchi del Golfo. Infine, l’azione in Kurdistan degli iraniani rappresenta una nuova fase della lunga guerra per procura tra Iran e Israele. Non è un segreto che, come detto sopra, alcune fazioni e organizzazioni curde siano state a lungo assai vicine a Tel Aviv. In realtà, il rapporto ultradecennale tra i due è uno dei motivi principali dell’acquiescenza curda ai piani occidentali contro Iraq e Iran. Come il blogger filo-israeliano e auto-proclamatosi “saggio prodigioso” Daniel Bart ha scritto: “Ci fu un assai stretta cooperazione tra Israele e KDP nel 1965-1975. In quel periodo vi erano di solito circa 20 specialisti militari di stanza in una località segreta nel sud del Kurdistan. Rehavam Zeevi e Moshe Dayan erano tra i generali israeliani che prestarono servizio in Kurdistan… Gli israeliani addestrarono l’esercito curdo di Mustafa Barzani e persino ne guidarono le truppe in battaglia… La cooperazione “segreta” tra Kurdistan e Israele fu principalmente in due campi. Il primo nell’intelligence e questo è difficilmente notevole avendo avuto la metà del mondo, tra cui molti Stati musulmani, tali rapporti con Israele. Il secondo è l’influenza a Washington”. Bart, basandosi sul lavoro dello scrittore e ricercatore israeliano Shlomo Nakdimon, ha ragione nel sottolineare che l’intelligence israeliana, tra cui alcuni dei più celebri (o famigerati, a seconda della prospettiva) leader israeliani, ebbe rapporti con la leadership curda per più di mezzo secolo. Anche se le prove sono scarse, coloro che seguono da vicino la vicenda in generale credono che la cooperazione tra Tel Aviv e Irbil sia aumentata drammaticamente, soprattutto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, infatti Israele ha probabilmente agenti segreti e ufficiali dei servizi segreti in Kurdistan, e da qualche tempo. Questo non è certamente un segreto per gli iraniani, convinti (e probabilmente a ragione) che molti degli omicidi, attentati e altri atti terroristici perpetrati da Israele siano stati pianificati e organizzati dal territorio curdo. Tale pensiero è sostenuto dalle indagini del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh che notò nel 2004: “Gli israeliani hanno avuto lunghi legami con i clan Talabani e Barzani (in) Kurdistan e molti ebrei curdi emigrati in Israele hanno ancora molti contatti. Ma a un certo momento, prima della fine dell’anno (2004), non mi è chiaro esattamente quando, sicuramente direi sei/otto mesi fa, Israele ha iniziato a collaborare con alcuni commando curdi, apparentemente con l’idea di alcuni comandanti israeliani di unità d’élite antiterrorismo, o terroristiche a seconda dei punti di vista, di accelerare l’addestramento dei curdi”. I leader iraniani sono profondamente consapevoli della presenza di forze speciali ed intelligence israeliane in Kurdistan, sapendo che in ultima analisi Teheran è nel mirino. Così l’Iran ha chiaramente approfittato di un’opportunità per affermare la propria influenza sul Kurdistan, inserendosi in quello che era, finora, un dominio degli israeliani. Resta da vedere come Tel Aviv risponderà.
Mentre il mondo guarda con orrore la continua avanzata del SIIL in Iraq e Siria, c’è un’altra storia che si svolge, quella di come l’Iran, da tempo demonizzato come paria regionale, trasformi un caos volto a distruggerlo con i suoi alleati in un possibile trampolino per una futura cooperazione. E’ la storia di ex-nemici che terrorismo e guerra per procura hanno avvicinato, esponendo al mondo il tradimento dei governi una volta visti come alleati. E’ la storia di alleanze mutevoli come la sabbia del deserto. Ma in questa storia, il prossimo capitolo deve ancora essere scritto.

000_mvd6580355_03Eric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org, ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sorpresa di Putin

Konstantin Dushenov, PravdaVoice of Sevastopol, 5/10/2014
Konstantin Dushenov nel 1977-1987 ha prestato servizio nella Flotta del Nord della Marina sovietica, a bordo dei sottomarini nucleari Projekt 671RTM e 667A come comandante addetto al gruppo missili e siluri.

12870_originalimage_IMGP5259I nuovi missili da crociera navali russi neutralizzano la potenza militare statunitense nella grande regione geopolitica da Varsavia a Kabul, da Roma a Baghdad. Il presidente Barack Obama, parlando alla 69.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha definito le azioni della Russia principale minaccia per il mondo, più grave del terrorismo internazionale e del fondamentalismo islamico. I suoi attacchi contro la Federazione russa sono nevrotici e fallaci. Cosa disturba il presidente del Paese più forte del mondo? Uno dei motivi potrebbe essere il dispiegamento dei nuovi missili da crociera navali russi che Putin ha annunciato nell’ultima riunione a Novorossijsk, neutralizzando la potenza e la superiorità militare di Washington nella grande regione geopolitica tra Varsavia e Kabul, Roma e Baghdad. Ma andiamo con ordine.
Il 10 settembre le agenzie di stampa russe riferirono che il Presidente Putin guida personalmente la Commissione militar-industriale finora guidata dal governo, ordinando di preparare la nuova versione della dottrina militare della Russia entro dicembre 2014. Il Presidente ha proposto di discutere in dettaglio quali sistemi d’arma dovrebbero essere sviluppati, in modo da rispondere adeguatamente alle nuove minacce. Putin aveva indicato le munizioni di precisione come promettente direzione nello sviluppo del complesso industrial-militare, sottolineando che lo sviluppo di tutte le componenti di tali armi sarà necessario nei prossimi anni. Inoltre, il capo dello Stato ha detto che è necessario creare modelli unificati di armi e attrezzature militari, sottolineando che la Marina russa deve sviluppare nuove navi con sistemi di armamento, controllo e comunicazione globale. Il capo dello Stato è giustificato dal fatto che la Russia deve rispondere alle nuove minacce alla sicurezza: gli Stati Uniti continuano la costruzione del sistema di difesa missilistico ignorando i tentativi di negoziato della Russia. Inoltre, parti di tale sistema sono sempre schierate in Europa e Alaska, vicino ai nostri confini, ha detto. Inoltre, gli Stati Uniti sviluppano la dottrina dell’attacco preventivo globale, ha aggiunto il presidente. Ci sono altre cose realmente interessanti, ha detto Putin accennando ad altre sorprese spiacevoli per i partner occidentali, concludendo con sarcasmo che tali suggerimenti sono importanti per salvarli dalla futura isteria. Innanzitutto, solo pochi hanno dato la dovuta attenzione alle strane parole sull’isteria. La maggior parte degli analisti e politologi, interpreti e commentatori, ha preso le parole di Putin come mero discorso figurato, solita retorica volta a dimostrare all’occidente, guidato da Washington, la determinazione del nostro Presidente a difendere gli interessi nazionali russi. Solo pochi esperti hanno preso sul serio le sue parole su sorpresa e isteria. Ma mentre questi pochi si chiedono quali sorprese lo Zio Vova prepari per loro Zio Sam, la situazione ha cominciato a chiarirsi.
02.jpg46a3da45-80e1-47b0-a055-79fa940f2a8dLarge Il 23 settembre Putin giunse a Novorossijsk per un incontro sullo sviluppo del porto. Nel corso della riunione, l’Ammiraglio Vitko riferiva sullo stato di avanzamento della costruzione della base della Flotta del Mar Nero di Novorossijsk. In particolare, l’ammiraglio disse: i sottomarini basati a Novorossijsk, dotati di missili da crociera a lungo raggio e furtività, hanno un vantaggio qui superiore rispetto a Sebastopoli. Quando il presidente ha chiesto della gittata di questi missili, il comandante della Flotta del Mar Nero ha detto: oltre 1500 km. La base può ospitare otto sottomarini, ma per ora abbiamo intenzione di averne sette. Alla fine del 2016 sarà completata. Tutti le reti TV illustrarono la riunione e tutte le agenzie del Paese ne hanno scritto. E allora? Un lettore medio potrebbe chiedersi. Per capire la portata di questa “sorpresa”, prima di tutto è necessario dire qualche parola sui sottomarini che presto saranno dislocati nella base navale di Novorossijsk. Secondo i media i sottomarini sono del tipo Projekt 636.3, una versione profondamente modernizzata dei Varshavjanka, terza generazione dei grandi sottomarini diesel-elettrici della Marina sovietica. La prima generazione erano i Projekt 641 chiamati “Ferraglia”, la seconda, i Projekt 641B, fu chiamata “Gomma” per lo scafo leggero elastico. Nel 1983 la terza generazione di questi sottomarini, Projekt 877, fu completata e soprannominata Varshavjanka per l’intento di fornire i sottomarini non solo alla Marina sovietica, ma anche alle flotte dei nostri alleati del Patto di Varsavia. L’attuale versione modernizzata di questo sottomarino porta il nome di Projekt 636. Originariamente il Varshavjanka non era attrezzato per trasportare missili. Lo sviluppo dei missili da crociera adattati ai Varshavjanka iniziò solo nel 1983, quando i sottomarini del Projekt 877 furono inclusi nelle forze da combattimento della Marina sovietica e la prima dimostrazione di questi missili da crociera si svolse un decennio più tardi, nel 1993. In un primo momento, il missile da crociera Birjuza (SS-NX-27) e poi il Kalibr (3M-54 Klub) furono progettati per il Projekt 877. La portata massima di questi missili è inferiore a 300 km, secondo fonti aperte.
Fin dall’avvio, il Projekt 877 Varshavjanka è il più grande e potente sottomarino non nucleare nel mondo, e quindi il solo sottomarino non nucleare al mondo dotato di missili. I missili inclusi tra le sue munizioni sono i primi modelli di missili da crociera lanciati da tubi lanciasiluri del diametro di 533 millimetri della nostra Marina. In precedenza, solo missili balistici venivano lanciati da tali tubi lanciasiluri: 81R, 83R, 84R e varianti. Utilizzarono testate nucleari dalla metà degli anni ’70, e la combinazione missile-siluro dalla metà degli anni ’80. La loro gittata non superava i 50 km. Ed ora il comandante della Flotta del Mar Nero riferisce al Presidente della Russia che questi sottomarini saranno armati con missili da crociera che potranno colpire bersagli distanti oltre mille miglia!
Se tutto ciò è vero (e come potrebbe mentire l’ammiraglio al comandante in capo) e i responsabili degli armamenti russi sono riusciti ad inserire in un tubo lanciasiluri da 533 millimetri un missile da crociera con una gittata di 1500 km, si tratta di un vero passo avanti e di un risultato eccezionale della difesa nazionale. Inoltre, ciò significa il completo fallimento della strategia militare statunitense e il cambio qualitativo nell’equilibrio di potere a favore della Russia. Ora, ogni nave da guerra della Marina russa, non solo un sottomarino ma anche una nave di superficie, potrà divenire un vettore di missili strategici. Perché strategici? Perché dotare tali straordinari sistemi missilistici con testate nucleari è solo questione di tempo e di volontà politica del Cremlino. Le navi di superficie richiedono una spiegazione. Se questi nuovi missili a lungo raggio non superano le dimensioni del sistema missilistico Kalibr, difatti installato sul Varshavjanka, allora saranno nel munizionamento di qualsiasi nave attualmente dotata dei Kalibr. Il fatto è che il Kalibr è facile da installare su qualsiasi nave della Marina russa, dalle motomissilistiche agli incrociatori. L’unico problema è il numero dei missili che dipende dal tonnellaggio della nave. Finora si credeva che le caratteristiche del Kalibr non consentissero l’uso di questi missili contro qualsiasi nave o bersaglio a terra oltre i 300 km. Ora, attenzione per favore, abbiamo un’altra sorpresa.
292307cbed46c3c7ce78aa2b2ebefc5d Il 29 settembre 2014 i media riferirono del vertice sul Caspio cui hanno partecipato i capi dei cinque Stati rivieraschi: Russia, Iran, Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaijan. I partecipanti al vertice concordarono una dichiarazione politica che esprime, per la prima volta, l’accordo unanime sul futuro status del Mar Caspio. Vladimir Putin commentava l’evento: “la cosa più importante che abbiamo concordato per la prima volta, è una relazione riguardante i principi fondamentali della cooperazione politica delle cinque controparti nel Mar Caspio. Gli accordi riflettono interessi a lungo termine di tutti”. Disse anche che la cooperazione tra i cinque Stati del Caspio rafforzerà la sicurezza regionale. I cinque hanno deciso che la presenza di forze armate straniere nella regione non sarà accettabile. Così, per i media, le nove corvette missilistiche Projekt 21631 Bujan-M delle unità da combattimento della Flotta russa del Mar Caspio diventano particolarmente interessanti. Queste navi agili, equipaggiate con motori a reazione e dal dislocamento di 950 tonnellate, possono anche essere basate sul fiume Volga, se necessario. Sono progettate specificamente come navi fluviali-marittime ma soprattutto, nonostante le loro piccole dimensioni, sono dotate del sistema missilistico Kalibr, con otto missili nel lanciatore verticale. Tre navi sono già in servizio, e il resto arriverà nella flotta da combattimento entro il 2018. Supponendo che saranno armati con missili convenzionali dalla gittata di 300 km, non è chiaro contro cui la Russia ha intenzione di utilizzarle sul Mar Caspio. Uno di questi missili può affondare un cacciatorpediniere, ma nessuno dei Paesi del Mar Caspio ha navi di questa classe. I missili convenzionali possono solo distruggere bersagli a terra sul territorio di Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan e Iran, assolutamente inutile oggi. Ma se assumiamo che il Bujan-M sarà equipaggiato con i nuovi missili a lungo raggio, come i Varashvjanka di Novorossijsk, tutto appare chiaro. Il trattato Intermediate-Range Nuclear Forces firmato da Mosca e Washington nel lontano 1987 vieta ancora alla Russia di schierare missili a terra dalla gittata superiore ai 500 km. Ma tale divieto non riguarda missili superficie-superficie navali. Ciò significa che i nove Bujan armati con la nuova super-arma potranno distruggere 72 bersagli a una distanza di oltre 1500 km con un lancio solo. Date le dimensioni del Caspio, diventata la base delle corvette Bujan, è facile capire che copriranno la grande regione dell’Eurasia. E se si aggiungono i missili che verranno installati sui Varshavjanka nel Mar Nero, copriranno uno spazio enorme. Varsavia e Roma, Baghdad e Kabul, le basi della Sesta Flotta degli Stati Uniti nel Mediterraneo e i suoi gruppi navali d’attacco, Israele e la maggior parte delle coste meridionale del Mediterraneo, saranno sotto il tiro dei nuovi missili russi. Tutto ciò assieme al fatto che gli Stati Uniti non possono dispiegare forze per contrastare questa nuova inaspettata “minaccia russa” dal Mar Nero e dal Caspio. La Convenzione di Montreux del 1936 l’impedisce nel Mar Nero e i leader del Caspio hanno appena annunciato tolleranza zero verso una presenza militare straniera nella regione. Nient’altro da dire, Putin ha preparato una bella sorpresa per i nostri “partner statunitensi”. Dipartimento di Stato e Pentagono avranno di che pensare nel tempo libero.

HVhDuPS: un’altra cosa: qualcosa mi dice che non è l’ultima…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia – Iran: le sanzioni occidentali stimolano lo sviluppo delle relazioni

Mikhail Aghajanjan Strategic Culture Foundation 14/05/2014
14091Le relazioni tra la Russia e l’Iran vivono una fase di sviluppo dinamico. Entrambe le parti compiono sforzi notevoli per raggiungere un qualitativamente nuovo livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni interstatali. Grandi aspettative sono legate alla prossima visita del presidente della Russia in Iran, che potrebbe benissimo aver luogo nella prima metà di quest’anno. Anche il programma della partecipazione del presidente iraniano Hasan Ruhani al vertice sul Caspio di Astrakhan, nel settembre 2014, è stata completamente coordinata…
Il ritmo veloce del dialogo tra i due Paesi testimonia gli attivi preparativi per il vertice tra le dirigenze russa e iraniana. Il periodo dicembre 2013 – aprile 2014 ha visto le mutue visite dei ministri degli Esteri e contatti intergovernativi sull’economia, tra cui spicca la visita del ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak a Teheran. La produttività della visita del capo del ministero dell’Energia della Russia, co-presidente della Commissione permanente russo-iraniana per la cooperazione commerciale ed economica, era strettamente legata ai precedenti accordi tra i vertici politici. I presidenti Vladimir Putin e Hasan Ruhani si erano incontrati a margine del vertice SCO di Bishkek, il 13 settembre 2013. Gli accordi presi a suo tempo da Mosca e Teheran non furono fissati in un documento, ma l’idea degli “accordi di Bishkek tra i due presidenti” divenne parte delle dichiarazioni politiche. L’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanaei, ha descritto l’incontro Putin-Ruhani come “evento vivace che in futuro sarà inscritto nella storia delle relazioni tra i due Paesi”. Durante una conversazione con il presidente della RII, il 28 aprile, il ministro dell’Energia Novak ha sottolineato che il presidente russo segue personalmente l’attuazione degli accordi raggiunti a Bishkek prestando particolare attenzione alle relazioni con l’Iran in generale.
Nell’ambito degli accordi tra la Russia e l’Iran vi è la risoluzione della controversia sull’invio dei sistemi di difesa missilistica S-300 russi all’Iran e la costruzione di un secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, in Iran, da parte della Rosatom. Ora l’attenzione delle parti si concentra sull’accordo petrolifero in cui la Russia potrebbe assumere il ruolo insolito di grande importatore di risorse energetiche dalla regione mediorientale. Un passaggio verso la risoluzione di uno di questi problemi avvicinerà le parti nei campi correlati. Mosca e Teheran cercano un modulo per avere risultati completi in tutti i settori pertinenti alla cooperazione. Ad esempio, il seguente scenario è possibile: l’Iran ritirerà le sue pretese di arbitrato contro la Russia in relazione alla rottura del contratto del 2007 (per la consegna di cinque divisioni di sistemi S-300PMU-1), dopo di che le parti avvieranno una vasta cooperazione tecnica ed economica militare con un accento sull’energia. Gli iraniani invitano le aziende russe a partecipare ai progetti per sviluppare il loro sistema ferroviario. Il formato dei moduli per futuri accordi può essere visto qui. La Russia potrebbe avviare la produzione congiunta delle ferrovie con i partner iraniani, fornendo materiale rotabile e lavorando all’elettrificazione delle principali linee ferroviarie della RII. Nel 2012 le Ferrovie Russe completarono l’elettrificazione della linea di 46 km tra Tabriz e Azarshahr. Nuovi progetti sono all’ordine del giorno per le ferrovie russe e quelle iraniane.
Naturalmente le sanzioni occidentali contro la Russia avvicinano oggettivamente Mosca e Teheran. Uno degli obiettivi dell’occidente nella sua precedente politica volta ad isolare l’Iran, era complicarne al massimo le relazioni con la Russia. Tale obiettivo non ha perso rilevanza anche dopo di miglioramento delle relazioni tra gli Stati occidentali e l’Iran, iniziato il 24 novembre 2013. Washington reagisce molto nervosamente al contratto petrolifero discusso da Mosca e Teheran. Dopo tutto, l’Iran non invierà solo una certa quantità di oro nero a nord (le compagnie russe sono pronte ad acquistare 500mila barili di petrolio al giorno dai loro partner iraniani) ricevendo beni necessari in cambio; la possibilità che l’Iran paghi altri servizi dalla Russia con il petrolio è anch’essa esaminata. Ad esempio, la realizzazione dei progetti per la costruzione di una secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, la posa di linee elettriche dalla Russia, attraverso l’Azerbaigian, alle province settentrionali dell’Iran, e la costruzione di nuove centrali elettriche dell’Iran e l’ammodernamento di quelle esistenti. I progetti russo-iraniani sull’energia elettrica, da soli, potrebbero ammontare a 10 miliardi di dollari (la costruzione di una centrale idroelettrica e l’esportazione di 500 MW di energia elettrica dalla Russia all’Iran). L’Iran potrebbe pagare con il petrolio parte dei potenziali ordini di beni e servizi russi, per tali progetti così come anche per l’invio di grano e attrezzature tecniche all’Iran, ora in discussione. Il pagamento del petrolio iraniano con “contanti freddi” è necessario per aggirare il continuo regime di dure limitazioni finanziarie e commerciali imposte alla RII nelle relazioni con i partner stranieri. Se si aggiungono i tentativi di Russia e Iran di passare all’uso delle proprie valute nei pagamenti, i timori degli Stati Uniti di “perdere il controllo della situazione” si acuiscono ancora più. Dopo tutto, se il contratto petrolifero russo-iraniano viene completato, il totale delle esportazioni di petrolio iraniano potrebbe superare il milione di barili al giorno, concordato nell’accordo interinale dei P5+1 del 24 novembre 2013.
Da quanto si può giudicare dalle dichiarazioni di Washington, l’amministrazione statunitense non ha un piano chiaro sul miglioramento delle relazioni con l’Iran o sulla politica di pressioni sulla Russia, con sanzioni volte ad isolarla. Nel decidere provvedimenti per ostacolare più strette relazioni tra Teheran e Mosca, gli Stati Uniti ricordano un funambolo sospeso a mezz’aria che rischia di perdere l’equilibrio. È dubbio che possano bilanciare questa posizione a lungo. Gli statunitensi sottolineano che le sanzioni contro la Russia sono un processo in cui neanche i risultati provvisori possono essere valutati. L’Iran ha già acquisito una certa immunità ai problemi che possono sorgere con l’imposizione delle sanzioni, avendo esperienza nel contrastarle.
Ampliando e approfondendo i loro legami, Russia e Iran dimostrano l’inutilità dei tentativi delle forze esterne d’influenzare questo processo. I rapporti dei due partner possono essere rallentati, e anche per molto tempo, ma la superpotenza che ha perso il senso della realtà non può ostacolarne lo sviluppo. Le sanzioni che Washington vorrebbe usare come dimostrazione del suo potere avranno l’effetto opposto; hanno solo rivelato l’incertezza dei passi statunitensi “sul filo del rasoio” nel  risolvere acuti problemi internazionali.

342439_Rouhani-putinLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Crimea e l’idea Eurasiatista come geopolitica della resistenza

Bruno De Cordier Geopolitika 26/04/2014
800px-euroas_unionIo so una cosa e la dirò: se la Russia sopravvive a questo periodo e alla fine si salva, lo sarà come entità eurasiatica e attraverso l’idea eurasiatista”, aveva detto l’etnografo, storico e geografo russo Lev Gumiljov in un’intervista data poco dopo la scomparsa dell’URSS e poco prima della morte nell’estate del 1992. Allora erano anni terribili di decadenza, disfacimento e perdita di autostima della Russia e del resto dell’enorme spazio che poco prima era l’URSS. Anche l’esistenza della Federazione Russa, entità nucleo dell’URSS, era incerta con l’aumento del separatismo nelle repubbliche nord caucasiche di Daghestan e Cecenia, e con l’avanzata dei potentati locali e provinciali su cui il Cremlino di Eltsin difficilmente aveva una reale influenza. Così oggi, la Crimea si appresta ad aderire alla Russia. Come le cose possono cambiare.

Il trauma del 1990
Ho pensato spesso a Gumiljov e alla sua idea eurasiatista ultimamente, perché in effetti spiega un bel po’ di ciò che è successo. In sintesi, afferma che la vecchia Unione Sovietica e lo spazio imperiale zarista che l’ha preceduta sono essenzialmente innestati in un antico campo culturale in cui le culture slave e turche, cristianesimo ortodosso, sunnismo e sciismo convivono e interagiscono da secoli. Il nucleo di questa sfera, di questo ‘grande spazio’, come lo scienziato politico russo Aleksandr Dugin lo chiama, è la Russia che anzi si estende geograficamente sui continenti europeo e asiatico ed ha, attraverso l’adozione del cristianesimo bizantino nel 980, dopo il primo contatto stabilito con i vescovi greci, in Crimea tra l’altro, e la sua integrazione nel sistema del Khanato dell’Orda d’Oro (1240-1502), ancorandosi in Oriente come in Occidente. L’intera nozione che la Russia costituisca quindi una sfera separata attorno al quale cristallizzare l’Eurasia, sembra anche essere presente e ben viva a livello popolare oggi. In un sondaggio condotto tra la popolazione russa nella primavera del 2007, ad esempio, la tesi che la Russia sia una entità eurasiatica a sé stante, con i suoi moduli sociali e di sviluppo, era accettata da quasi tre quarti degli intervistati. [1] Naturalmente, c’è più di un indicatore che riflette la realtà. In una simile ma molto più recente indagine, lo scorso anno, alla domanda di come la Russia sarà tra 50 anni, la maggioranza degli intervistati dopo la categoria dei non-so/non-risponde, rispose che la tecnologia e le scienze saranno molto simili a quelle occidentali, ma che la società e la cultura russa saranno completamente diverse. [2] Inoltre, in un altro sondaggio condotto lo scorso autunno, si apprende che la quota di coloro che in Russia rimpiangono la scomparsa dell’URSS è alta: 57 per cento, comprensibilmente più alta tra le categorie di età con ricordi vivi di quel periodo (coinvolgendo ancora una congrua parte di persone in età attiva), ma anche pari a un terzo delle categorie di intervistati che non erano ancora nati nel 1991 o che erano troppo giovani per avere ricordi vivi. [3]
L’impatto di quello che potremmo chiamare il trauma degli anni ’90’, causato dagli anni terribili che seguirono la crisi ed infine il crollo dell’URSS, non dovrebbe davvero essere sottovalutato. Nel giro di un paio d’anni, un grande capitale umano, un elevato livello di sicurezza sociale e un discreto livello infrastrutturale sociale furono sperperati e distrutti per far posto a una forma particolarmente rapace di capitalismo, soprannominato “riforme di mercato”, di consulenti stranieri e decine di profittatori, una crisi di identità acuta, una drammatica recessione demografica, un degrado generale e la perdita dello status. A metà degli anni novanta fu quando in realtà iniziai a lavorare in Eurasia. Allora, avevo già capito che tutto questo sarebbe mutato un giorno. E in effetti fu così. Fin dall’inizio di questo secolo, una non piccola parte di opinion maker, opinione pubblica e funzionari accusarono un astratto ‘occidente’, dove certamente gli Stati Uniti sono percepiti sempre più negativamente [4], ed in particolare i liberali locali e regionali in Eurasia.

Grande spazio economico
Quindi, quali sono i diversi fili che legano la Russia alla sua ampia sfera storica, e con il resto della regione precedentemente nota come URSS in particolare? Dobbiamo prima dare uno sguardo alla sottostruttura economica, iniziando dal commercio estero. Ufficialmente nel 2013 quasi il 21 per cento del commercio estero complessivo della Russia era con gli altri Stati dell’ex-URSS, esclusi i tre Paesi baltici. Circa i tre quarti del commercio in Eurasia riguardavano, in questo ordine particolare, l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan. Questi ultimi due sono anche parte dell’unione doganale e della Comunità economica eurasiatica, guidate e promosse da Mosca. I tentativi d’integrare anche l’Ucraina in queste strutture, in realtà ha scatenato il movimento di protesta a Kiev lo scorso anno. Inoltre, oltre il 50 per cento del commercio estero della Russia avviene con l’Unione europea, quasi il 10 per cento con la Cina e circa il 3 per cento con gli Stati Uniti. Il modello del commercio estero della Russia è quindi orientato principalmente verso l’UE, implicando anche qualcos’altro a proposito: che le economie e le società dell’UE hanno bisogno del mercato dell’Europa orientale. Quindi, le sanzioni economiche nei confronti di Mosca prima di tutto incideranno sull’UE che ha agito principalmente come estensione e sostegno degli Stati Uniti per tutta la crisi dell’Ucraina. Per gli appassionati nel sottolineare l’importanza delle politiche energetiche, beh, c’è anche la posizione e le attività di Gazprom in Eurasia. Questa società parastatale, strettamente collegata al Cremlino, controlla circa un terzo della produzione mondiale di gas naturale ed ha anche interessi e attività in altri settori come trasporti, petrolio, banche e media. E’ attivamente presente in tutti i Paesi ex-sovietici, tra cui Paesi Baltici che in realtà ne dipendono per la maggior parte dell’approvvigionamento del gas naturale. Gazprom partecipa anche, in una forma o nell’altra, all’estrazione di petrolio e al potenziamento delle infrastrutture dei Paesi esportatori di petrolio e gas come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan. Il solo peso di Gazprom spiega perché la Russia, insieme a Iran e Qatar, ha il comando da metà del 2001 dell’istituzione del cosiddetto Forum dei Paesi esportatori di gas. La struttura, che conta attualmente 11 Stati e nel quale il Kazakistan è un osservatore, è volto ad essere una sorta di ‘OPEC del gas’.

Lavoratori migranti e oligarchi
Torniamo alla società e alla vita quotidiana. Uno dei più importanti vettori socioculturali dell’influenza russa in Eurasia è, ovviamente, la lingua russa. L’avversione storica contro di essa non è così forte come lo era nel Baltico e nell’Europa centrale negli anni ’90 o come in Ucraina occidentale oggi. Nonostante la giusta promozione delle lingue locali o nazionali, diverse dalla russa nel 1988-1991, la lingua russa ancora, o di nuovo, ha uno status ufficiale o semi-ufficiale in Ucraina (anche se il suo futuro in Ucraina è incerto), Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’uso del russo in queste società di solito va ben oltre la popolazione di origine ed etnia russa. Anche nei Paesi in cui non ha più lo status ufficiale, come Azerbaijan e Turkmenistan, è ancora la lingua delle élite politiche e intellettuali, del segmento della popolazione più urbanizzata, delle minoranze etniche ed è spesso la lingua di comunicazione inter-etnica. La sua posizione sostiene anche l’influenza di mass media, cultura popolare e opinion maker russi. Un agente molto importante dei legami in Eurasia, che interfaccia base popolate e macro-economia, sono i lavoratori migranti, stagionali e permanenti, in Russia. La stragrande maggioranza del circa milione e mezzo di lavoratori ospiti che soggiornarono ufficialmente in Russia nel 2011, provenivano da altri Paesi dell’Eurasia. Il gruppo più numeroso, circa 510000, erano uzbeki. Inoltre, nello stesso anno, circa 280000 lavoratori ospiti provenivano dal Tagikistan, 193000 dall’Ucraina, 110000 dal Kirghizistan, 80000 dalla Moldavia, 71000 dall’Armenia, 68000 dall’Azerbaigian e 53000 dalla Georgia. Oltre ai Paesi dell’ex-Unione Sovietica, il secondo più grande Paese di origine dei lavoratori migranti in Russia è la Cina. Kazakistan e Bielorussia sono Paesi di accoglienza dei lavoratori migranti dell’Eurasia meridionale. Sono chiaramente formati in gran parte da commercianti dei bazar, operai edili, addetti alle pulizie e alla manutenzione e personale della ristorazione nelle metropoli, così come da lavoratori stagionali nell’agricoltura. Molti hanno al doppia cittadinanza. L’infrastruttura dei recenti Giochi Olimpici Invernali a Sochi, per esempio, in gran parte è stata costruita dai lavoratori del sud dell’Eurasia e della Moldavia. Questo tipo di migrazione alimenta un’economia delle rimesse che in Paesi come Armenia, Moldavia e Tagikistan, per esempio, contribuisce a una grande quota del PIL, pari al 21-48 per cento. Le rimesse di centinaia di migliaia di lavoratori migranti, la maggioranza dei quali uomini, sono un’ancora di salvezza finanziaria indispensabile per le loro famiglie e aree di provenienza. Socialmente e psicologicamente, l’impatto della migrazione e dell’economia delle rimesse è contraddittorio. Hanno rivitalizzato le regioni, ma anche perturbato le società locali, garantendo però l’interazione permanente dei popoli dell’Eurasia.
All’altra estremità della piramide sociale c’è qualcosa di particolare. Un certo numero di industriali e oligarchi di Uzbekistan, Azerbaigian e Georgia collegati alle alte sfere del potere in Russia, vivono a Mosca o a San Pietroburgo. Attraverso le associazioni socioculturali condiscendenti e attraverso i media, molti di loro cercano di costruirsi una base politica tra le diaspore in Russia dei rispettivi Paesi d’origine. Sul medio termine, ciò è importante in quanto molti dei personaggi in questione hanno ambigui, se non addirittura tesi, rapporti con i regimi o personaggi specifici e frazioni nei rispettivi Paesi. Personalmente, ritengo probabile che Mosca cercherà di guidare o di attivare un cambio di regime in certi Paesi eurasiatici, l’Uzbekistan per esempio, dai regimi inaffidabili o frazionati e dal grande potenziale in disordini sociali, prima che lo facciano figure filo-occidentali e reti sostenute dall’occidente. In questo senso, le personalità interessate come i loro movimenti e reti formano l’élite di riserva.

Imperialismo militare?
La base navale di Sebastopoli è stato un cruciale punto di partenza nel recente intervento della Russia o, a seconda di come la si guarda, invasione della penisola di Crimea. Ma come si può definire la cooperazione militare di Mosca con il resto dell’Eurasia? Dal 2002, il quadro istituzionale è stato il Collective Security Treaty Organization, una sorta di ‘contro-NATO’ che accanto a Russia, Bielorussia e Kazakistan, trova Armenia, Tagikistan e Kirghizistan suoi membri. La Serbia, tra gli altri, è un osservatore dell’organizzazione. Con l’eccezione della Georgia e sempre più anche dell’Azerbaigian, le rispettive forze armate nazionali dell’Eurasia sono ancora psicologicamente e tecnicamente piuttosto orientate verso la Russia dove acquistano la maggior parte della loro tecnologia militare e delle armi. Le forze armate russe hanno basi e consiglieri militari in Tagikistan, Armenia e Kirghizistan. Inoltre, co-gestiscono il complesso spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, le stazioni radar in Bielorussia e, fino allo scorso anno, anche Gabala in Azerbaijan. E dalla metà del 1992, la Russia ha anche una forza di pace di 9200 effettivi in Transnistria, una regione secessionista dalla Moldavia, nel 1990. Oltre al territorio della vecchia Unione Sovietica, la Russia ha una base navale sul Mediterraneo, nel porto siriano di Tartus. Inquadrando le cose in prospettiva, gli Stati Uniti hanno novecento basi o altre forme di presenza militare al di fuori del loro territorio, anche in Eurasia.
Da circa un decennio, la Russia è anche diventata, come l’URSS, una fonte di varie forme di sviluppo e aiuto umanitario. [5] Ha inviato aiuti, per esempio, a livello multilaterale attraverso una serie di organizzazioni delle Nazioni Unite e ha anche donato aiuti a contesti dall’alto significato politico e simbolico, come Siria, Serbia e minoranza serba in Kosovo. La maggior parte degli aiuti all’estero della Russia, tuttavia, è destinata all’Eurasia. Nel 2007-13, circa il 57 per cento è andato a Tagikistan, Kirghizistan, Armenia e Ossezia del sud. Quest’ultimo mette in primo piano l’esistenza e il ruolo dei cosiddetti quasi-Stati, aree dell’Eurasia separatesi in un modo o nell’altro tra il 1989 e il 1993, che hanno molti, se non tutti, caratteristiche e attributi degli Stati, ma che non sono riconosciuti come tali dagli altri Paesi e dalle Nazioni Unite, o solo da una manciata di Paesi. [6] Ci sono attualmente quattro di tali entità nell’ex-Unione Sovietica: l’enclave del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian, le già citate Transnistria e Ossezia del Sud, e l’Abkhazia, separatasi dalla Georgia nei primi anni ’90 e ufficialmente dichiaratasi indipendente dopo la guerra in Ossezia del Sud nel 2008. In qualche modo la Crimea s’inserisce anche in questa categoria. [7] I suddetti quattro quasi-Stati in gran parte si sostengono con un’economia informale, aiuti finanziari e altri, con le pensioni e le rimesse dei migranti provenienti dalla Russia. Nella maggior parte di queste entità vi è anche una forte identificazione e un parere favorevole dei russi tra l’opinione pubblica locale. Proprio come il Kosovo, in realtà un protettorato e perno importante della presenza della NATO-USA nei Balcani, costituiscono un elemento fondamentale della presenza di Mosca nella grande Eurasia. In questo senso, la Transnistria in particolare, insieme a Sebastopoli e all’enclave sul Baltico di Kaliningrad (una parte della vecchia Prussia annessa dall’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale e oggi parte della Federazione Russa), è percepito come un necessario avamposto della resistenza eurasiatica sulla frontiera occidentale, contro una NATO percepita sempre più aggressiva ed espansionista. Pochi giorni dopo il referendum in Crimea, il parlamento della Transnistria, che come la penisola ha una maggioranza russa o almeno russofona, ha proposto di aderire alla Federazione Russa. [8]

Bismarck e la ‘neo-URSS’
Quindi, per concludere, Mosca ha sicuramente aspirazioni in questo enorme spazio tra il Mar Baltico e l’Alaska. Ma contrariamente al neo-impero statunitense, queste aspirazioni al dominio non sono planetarie. [9] A seguito dell’intervento militare della Russia in Crimea, tra l’altro legittimato dalla necessità di proteggere la popolazione russa della penisola, alcuni hanno supposto che il Kazakistan, con la sua grande minoranza russa pari a circa un quarto della popolazione e una maggioranza russa in numerose province confinanti con la Russia stessa, possa essere il prossimo. Ma ciò è abbastanza improbabile però. Se si guarda al modello dell’intervento militare russo negli ultimi anni, ci si accorge che ha riguardato Paesi come Ossezia del Sud e Georgia, dove i russi costituiscono appena l’1,5 per cento, e ora Ucraina e Crimea, in cui sono state imposte le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ che alla fine spronano verso un generale progetto socio-politico filo-occidentale e pro-NATO. Molto più di qualcosa guidato e ispirato dall’espansionismo aggressivo o dall’accesso alle risorse, la ricomposizione della grande Eurasia è percepita come un necessario movimento di resistenza contro forze e centri di potere il cui obiettivo finale è niente meno che la dissoluzione della Russia stessa, o della sua riduzione a soggetto sottomesso e ubbidiente. [10] Per evitarlo, un ‘grande spazio’ deve essere formato prendendo l’iniziativa di formare l’ordine mondiale multipolare in sostituzione dell’egemonia neo-imperiale degli USA. Non sarà per nulla una replica dell’URSS. L’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan è sicuramente destinata ad essere un modello per la maggiore integrazione o reintegrazione dell’Eurasia, però molto simile al modo in cui il prussiano Zollverein del 1839 pose le basi per l’unificazione degli Stati e principati tedeschi, ottenuta da Otto von Bismarck nel 1871. E questo motivo non è certamente meno legittimo dell’Unione europea, del Consiglio di cooperazione del Golfo o della zona di libero scambio degli Stati Uniti con le Americhe. Se le élite nazionali coinvolte, in particolare del Kazakistan, alla fine saranno disposte a trasferire il potere ad un ente sovranazionale, nel prossimo futuro, resta da vedere. Eppure la percezione della minaccia del caos eterodiretto, del cambio di regime e dell’ulteriore balcanizzazione dell’Eurasia, e soprattutto gli interessi oggettivi e i vantaggi di un ordine mondiale multipolare, potrebbero sicuramente dare la spinta psicologica necessaria per farlo.

14705Note
[1] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Л.А. Седов: Россия и мир”, 2007
[2] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россия-2063”, 2013
[3] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне о распаде СССР
[4] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне об отношении к другим странам
[5] Per ulteriori informazioni sulla Russia e gli aiuti, vedasi lo studio di Oxfam International, disponibile in russo e inglese
[6] Per un esame più approfondito dei quasi-Stati nell’ex-Unione Sovietica e altrove, vedasi l’eccellente numero speciale di Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales di Francois Grunewald e Anne Rieu, ‘Entre guerre et paix: les quasi- Etats‘, Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales, № 30, 2008.
[7] I primi a riconoscere il referendum sull’indipendenza della Crimea dopo la Russia furono Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e Abkhazia. Kazakistan, Armenia e Repubblica Bolivariana del Venezuela seguirono.
[8] Joris Wagemakers accerta l’esistenza di una vera e propria resistenza identitaria tra le autorità e gran parte della popolazione della Transnistria. Per chi fosse interessato, si consulti Joris Wagemakers, ‘L’identità nazionale in Transnistria: prospettiva globale-storica sulla formazione e l’evoluzione di un’identità di resistenza”. Journal of Eurasian Affair, 1(2), 2014, pp 50-55.
[9] Uso il termine neo-impero perché a differenza degli imperi romano, franco, napoleonico e britannico, per citare alcuni esempi, non si considera né si autodefinisce tale ed attivamente mantiene l’illusione dell’uguaglianza tra se stesso e i suoi sudditi.
[10] Il fatto che ben prima della crisi dell’Ucraina e della Crimea, Vladimir Putin e la Russia in generale venissero demonizzati per mesi con isteriche campagne mediatiche internazionali supportate da certe corporazioni transnazionali, celebrità e parlamentari stranieri su un non -problema come l’arresto di un gruppo rock nichilista, e la cosiddetta persecuzione degli omosessuali, ha certamente rafforzato tale percezione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano eurasiatico di Cina e Russia

Aleksandr Salitskij New Oriental Outlook 10.2013

CHINA-RUSSIA-DIPLOMACYIl vertice a Bishkek della SCO (Shanghai Cooperation Organization) ha pienamente confermato la vitalità dell’unione che tende a rafforzare il regionalismo nel mondo di oggi. Questo rafforzamento è particolarmente legato al fatto che, in questo nuovo secolo, la struttura centro-periferia dell’economia mondiale e della politica si è indebolita. D’altra parte, i legami tra i Paesi non occidentali si rafforzano considerevolmente, a causa della loro reciproca compatibilità rispetto al grado e agli obiettivi del loro sviluppo. Ciò è dovuto, in gran parte, alla crescita della Cina, un attivo e potente attore indipendente e globale, che ha a lungo professato la dottrina del policentrismo. Mentre per primo s’è adattato all’economia globale, processo che ha completato con l’ingresso nel WTO nel 2001, Pechino poi ha cominciato a integrarsi pienamente in proprio. Affrontando i vecchi centri su un piano di parità, la Cina ha praticamente creato un proprio sottosistema separato nella divisione internazionale del lavoro. È diventata la più grande potenza industriale e commerciale, mentre allo stesso tempo ha legato strettamente a sé i suoi vicini e molti Paesi lontani. La sua espansione economica, la maggior parte della quale ha coinciso con la crisi finanziaria occidentale e i fallimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha provocato una risposta nettamente negativa di Washington verso la fine degli anni 2000 e i primi ’10. Di conseguenza, la tendenza verso il policentrismo ha acquisito l’ulteriore aspetto del nuovo bipolarismo. Tale bipolarismo in politica estera è sostenuta dalla Russia, che difende attivamente l’idea della sovranità nazionale. In particolare, la costante politica del nostro Paese in Siria e in altre regioni, ha avuto un influsso positivo sulle relazioni internazionali, permettendo ai Paesi relativamente deboli di beneficiare dei vantaggi del policentrismo. Ciò riguarda pienamente i Paesi dell’Asia centrale, che hanno trovato  partner affidabili e interessati nella Russia, che stabilizza la situazione regionale, e nella Cina in ascesa.
Dopo la crisi del 2008-2009, è stata ampiamente accettata l’idea che la fase neo-liberista della politica interna ed estera dei Paesi occidentali, che ha avuto inizio degli anni ’70, sia stato un periodo di sviluppo inibito e di massiccio rallentamento della crescita economica. La globalizzazione guidata dall’occidente ha consentito solo a un piccolo gruppo di Paesi e territori di  seguire l’esempio del Giappone del dopoguerra, il successo dell’economia orientata ai mercati esteri. La globalizzazione ha, infatti, paradossalmente portato la stagnazione in Giappone, ha creato una vasta “zona grigia” nei Paesi del terzo mondo dimenticata dalle potenze mondiali, all’aumento degli  Stati falliti e, infine, causato gravi danni alle dinamiche economiche nei Paesi più sviluppati. Cina e India hanno dimostrato di essere dei contrappesi statisticamente significativi e riusciti alla globalizzazione neoliberista per un quarto di secolo. Anche per le loro dimensioni, non potrebbero essere integrate nell’economia mondiale binucleare (USA e UE) occidentocentrico. Di conseguenza, un mondo policentrico ha cominciato a prendere forma, mentre la vivace trasformazione della Cina in un nuovo centro globale, ha praticamente significato la fine della politica dell’inibizione dello sviluppo. I Paesi ASEAN hanno anche compiuto progressi significativi nello sviluppo collettivo e regionale indipendente che, tra le altre cose, ha ridotto il ruolo di istituzioni “globali” come il FMI, la Banca Mondiale e il WTO, rendendole un’arena per discussioni più equilibrate e intense. L’importanza della cooperazione regionale è aumentata anche nella sfera finanziaria. Di conseguenza, ciò ha aumentato la varietà delle vie allo sviluppo che altri Stati hanno potuto prendere, soprattutto da quando il monopolio monetario e creditizio dell’occidente è praticamente diventato un ricordo del passato, portandosi via la capacità di dettare le strategie di sviluppo.
L’emergere della Cina a nuovo potente partner di numerosi Paesi del terzo mondo “dimenticati”, nel primo decennio di questo secolo, ha causato un ritorno sulla scena abbastanza contraddittorio dei vecchi centri globali. Tuttavia, con la ricomparsa della concorrenza per il terzo mondo, purtroppo s’assiste a una serie di cambiamenti di regime improduttivi che hanno arretrato notevolmente lo sviluppo socio-economico di molti Paesi relativamente agiati. Nel frattempo, dopo essersi finalmente abituata alla globalizzazione, la Cina n’è diventata sua fautrice attiva.
Annunciata al XVIII Congresso del Partito Comunista nel 2012, vale la pena di notare che in una serie di nuove disposizioni in materia di politica estera della Cina, c’è l’appello all’ulteriore liberalizzazione dei flussi internazionali di merci e, in qualche misura, del capitale. Un rapporto di Hu Jintao ha affermato che, “durante l’assunzione di un ruolo attivo nella gestione dell’economia globale, la Cina promuove la liberalizzazione e si oppone a qualsiasi tipo di protezionismo”. Tale dichiarazione è attesa da tempo dato il livello attuale di competitività della Cina. Anche se questo livello di competitività è stato raggiunto, in gran parte, grazie a decenni di politiche protezionistiche, l’emergere della Cina a “motore della prossima fase della globalizzazione” deve essere preso sul serio, come legittimo e serio cambiamento qualitativo. Tale cambiamento segna l’inizio di un’intensa fase di sviluppo economico nel Celeste Impero, quando il capitale nazionale (prima capitale dello Stato, poi capitale privato) si sentirà limitato anche nell’enorme mercato interno, e fluirà verso l’estero, connettendosi con la numerosa, e una volta paternalistica, diaspora vecchia e nuova (1).
L’espansione cinese non solo promuove, ma anche in parte modifica la globalizzazione perché, da “ritardatario al tavolo”, Pechino deve offrire ai suoi soci condizioni migliori nella cooperazione di quelle della precedente fase occidentocentrico di questo processo. Nell’accettare queste condizioni, i partner della Cina sono anche liberi di commerciare con altri centri di potere. Questo, in generale, finisce per avvantaggiare gli attori internazionali più deboli o semplicemente dimenticati nella fase precedente della globalizzazione. In altre parole, con l’aiuto della Cina, uno spazio per lo sviluppo indipendente e la diversificazione delle fonti esterne si viene ricreando. Allo stesso tempo, attraverso la partecipazione attiva della Cina, c’è un revival delle idee dello sviluppo nell’ambito della politica estera, tra cui lo sviluppo nell’ambito delle attività del BRICS, delle organizzazioni come la SCO e quelle regionali dei Paesi in via di sviluppo (tra cui l’ASEAN). Le critiche occidentali hanno cominciato ad assumere un carattere pratico e costruttivo. Il rinnovamento dello sviluppo e degli strumenti da supportare in modo indipendente caratterizza la proposizione principale della Cina agli Stati economicamente più deboli. Nella sua nuova veste di ispirazione della crescita sostenibile, Pechino ha giustamente dichiarato di essere interessata alla vera indipendenza dei propri partner, tra cui quelli dell’Asia centrale. L’indipendenza non può essere significativa senza la creazione di Stati capaci di avere un costante sviluppo economico, anche  nell’ambito delle infrastrutture e dell’industria, che la Cina è pronta a supportare sia a parole che con i fatti, poiché le sue grandi società d’investimento, costruzione e metalmeccaniche già iniziano ad affrontare la carenza di domanda interna del Paese. Il risultato di queste tendenze generali, è che i Paesi dell’Asia centrale hanno trovato nella Cina non solo un mercato alternativo importante per gli idrocarburi, ma anche un vero e proprio partner nel rafforzare le loro posizioni in politica estera, anche verso Mosca, l’Europa e Washington.
La diffidenza di Pechino verso i Paesi extraregionali che cercano di rafforzare la loro posizione nell’Asia centrale è associata alla naturale paura che possano sostenere il separatismo nello Xinjiang e nel Tibet, così come la possibile destabilizzazione di Pakistan e Iran. Anche la Russia ha preoccupazioni simili. Nel descrivere l’attuale situazione geopolitica della regione, l’analista cinese Yu Sui scrive: “l’interferenza negli affari dell’Asia centrale è stata una svolta strategica per gli Stati Uniti del dopo guerra fredda. Le misure di Washington erano dirette contro la Russia, ma vale la pena notare che cercavano anche di circondare e modificare la Cina. I Paesi dell’Asia centrale non sono meno importanti rispetto ai Paesi del nord-est e del sud-est dell’Asia, perché la regione ha stretti legami con il Xinjiang cinese, dove numerosi separatisti sono in attesa della giusta opportunità”. Inoltre, il Xinjiang è ora una fonte interna di idrocarburi cruciale per l’economia cinese. Yu Sui aggiunge che, “Nella maggior parte dei casi, la Cina è solo una forza addizionale della Russia in Asia centrale, mentre il rapporto tra Pechino e Mosca verso gli Stati Uniti è fortemente dipendente dalle politiche degli Stati Uniti.” In generale, si può essere d’accordo con questa affermazione, pur facendo debitamente notare che la reputazione di Pechino in Asia centrale è un indicatore chiave di tutta la situazione nella regione.
Dovremmo aggiungere una dimensione più importante al carattere dell’espansione cinese in Asia centrale. E’ iniziato e continua ancora con l’esportazione di prodotti ad alta intensità di manodopera, spesso ostacolando lo sviluppo del settore manifatturiero della regione e del suo complesso agricolo integrato. Detto questo, il problema del lavoro in Asia Centrale è attualmente molto grave e non può essere risolto semplicemente aumentando la migrazione della manodopera in Russia. Sull’agenda del momento, vi sono il sistema temperato di protezione dei vitali mercati nazionali regionali ed, eventualmente, il trasferimento di industrie ad alta intensità di lavoro dalla Cina, che ha già dichiarato ufficialmente la restrizione all’esportazione dei suoi prodotti più efficienti e ad alta tecnologia. E’ evidentemente impossibile evitare qualche autolimitazione da parte della Cina nell’attuazione dei contratti lavorativi in Asia centrale, dato che principalmente inserisce nelle strutture personale proveniente dalla Cina, mentre la formazione di personale qualificato avviene in loco. Non è necessario provare che la stabilità socio-economica regionale sulla base della reindustrializzazione (cosa attualmente difficile da immaginare senza la partecipazione della Cina) sia, in ultima analisi, l’unica garanzia per ripristinare la statualità e la democratizzazione degli attuali regimi politici, alla cui destabilizzazione Pechino e Mosca non contribuiranno. In effetti, la Russia e la Cina non sono meno ma più interessate degli attori non-regionali, occidentali e asiatici, al processo di ricostruzione dell’Asia centrale.
Formatasi nel 2001, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), da primo gruppo regionale internazionale avviato da Pechino, oltre a specifici compiti di mantenimento della sicurezza nella regione, dava un notevole peso politico e prestigio alla Cina. Questo è il motivo per cui la questione della reindustrializzazione dell’Asia centrale attraverso la cooperazione economica moderata con la Cina, merita l’attenzione di questa organizzazione. La questione futura è se l’Asia centrale sarà in grado di stabilire con successo un proprio raggruppamento interregionale integrato, dopo il rafforzamento della sovranità economica dei Paesi interessati, capaci successivamente di poter risolvere i problemi legati ai loro vicini? Fino a che punto la creazione di strutture come la Comunità Economica Eurasiatica e la SCO faciliteranno questo raggruppamento? Come faranno a risolvere i problemi del transito e di adesione a mercati lontani? Sembra che senza il patrocinio di Russia e Cina, questi piani non possano essere implementati in una qualsiasi forma. Va notato che concentrandosi sull’estrema importanza delle relazioni con i vicini (anche nei trattati internazionali e nei documenti della SCO), Pechino dovrebbe, teoricamente parlando, simpatizzare con l’integrazione economica regionale dei Paesi vicini, attraverso l’ASEAN o un’Unione doganale. La zona di libero scambio ASEAN-Cina ha già dimostrato la sua efficacia. Parlando di quest’ultima, come immaginato, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto con l’Asia centrale a lungo termine, ancora una volta con possibili piccole eccezioni, mentre la diffusione dei prodotti della Cina solleva notevoli preoccupazioni in Asia centrale e l’integrazione interregionale resta estremamente debole, al contrario dell’ASEAN.
Anche se la principale componente strutturale della SCO è la cooperazione tra la Russia e la Cina, attualmente si nota una concorrenza “soft” tra Mosca e Pechino. I Paesi leader della SCO sono in sintonia sulle inevitabili divergenze e i problemi complessi che sorgono, anche quelli riguardanti i progetti d’integrazione. In particolare, la Cina ha proposto tre iniziative ai propri partner. La prima è la creazione della Banca per lo sviluppo della SCO, che ne prevede la creazione da zero, basata a Pechino e dotata di denaro cinese, ponendo l’attuale presidente della China Development Bank a suo direttore. Il secondo progetto è la creazione di una Banca di sconto speciale della SCO. La terza iniziativa è l’organizzazione di una zona di libero scambio della SCO, già proposta nel 2012. La Russia ha una posizione di attesa in relazione a tutti questi progetti. C’è ancora la possibilità che l’idea di creare l’Unione eurasiatica incentrata su tre Stati sia tranquillamente accettata da Pechino solo esteriormente, mentre in realtà causerebbe molta preoccupazione in Cina, soprattutto riguardo la prospettiva di creare una zona di libero scambio attraverso la SCO. E’ noto che dal 2004, la versione cinese di questa zona non è stata accettata dagli Stati dell’Asia centrale, membri della SCO. Il nuovo progetto della Cina ha incontrato la stessa sorte. I piani di Putin per l’integrazione eurasiatica, secondo alcuni analisti, non sono coerenti con le strategie cinesi per l’integrazione regionale in Asia Centrale. Al momento, i diplomatici russi sono riusciti a convincere i loro colleghi che è ancora prematuro prendere decisioni su questi progetti. La Cina, pur rendendosi conto che la Russia è in ritardo rispetto allo sviluppo economico in Asia Centrale, continua ancora a riconoscere la sua posizione di leader politico non ufficiale della regione, accrescendo la rivitalizzazione economica in Asia centrale. In questo senso, il rapporto tra Mosca e Pechino è competitivo economicamente, mentre allo stesso tempo vi è politicamente comprensione reciproca, non escludendo ovviamente alcune divergenze. D’altra parte, Pechino potrebbe vedere l’applicazione del concetto di “Unione Eurasiatica” e la creazione dell’unione doganale, come sforzi dei russi filo-cinesi nella rinnovata avanzata della Russia verso est. Il progetto orientale della Russia inevitabilmente presta ulteriore peso alla politica estera cinese. La parte più importante di questo progetto è l’aumento della densità della zona che collega la costa del Pacifico con il centro dell’Eurasia: Urali, Siberia occidentale e Kazakhstan. Rendere questo spazio più denso rappresenta, per noi, la diversificazione della sua specializzazione economica. Le prospettive più promettenti includono la produzione di prodotti alimentari, la cui carenza è in rapida crescita in Cina e, possibilmente, formare la base di un’Unione doganale, in una sorta di “granaio asiatico”.
La complementarità nella fornitura di risorse energetiche alla Cina, da un lato, e alla Russia e ai paesi dell’Asia centrale d’altra parte, è una base ovvia e un fattore importante per la cooperazione multilaterale e la concorrenza nella SCO. I Paesi leader dell’Asia centrale prendono in considerazione il vettore cinese, visto il crescente potenziale della Cina come fattore tra i più importanti per il proprio sviluppo, offrendo la possibilità di ricevere investimenti e prestiti esteri, la costruzione d’infrastrutture, lo sviluppo commerciale e l’attuazione di progetti energetici. I circoli dominanti in Asia Centrale spesso si orientano verso la Cina, come è dimostrato da diversi fatti. In particolare, dal VII forum eurasiatico tenutosi nell’ottobre 2012 a Astana, che ha fornito l’occasione per fare previsioni sul futuro sviluppo del petrolio e del gas in Kazakhstan. Il ministro del Petrolio e Gas del Kazakhstan, Sauat Mynbaev, ha dichiarato che il Paese ha in programma di aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina e l’Unione europea. “Il Kazakhstan è tra i due principali mercati di consumo del petrolio, l’UE e la Cina. Possiamo esportare in altri mercati lontani via Mar Nero, attraverso l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), per non parlare dei mercati di Afghanistan e Uzbekistan. Tuttavia, in termini di volumi delle esportazioni, i principali mercati sono l’UE e la Cina.” Gli esperti ritengono che il Kazakhstan possa competere con la Russia nell’esportazione dell”oro nero’ in Cina, il Kazakhstan ha un vantaggio significativo, delle pipeline dalla lunghezza più breve. Alcuni disaccordi esistono anche tra la Russia e il Turkmenistan riguardo la fornitura di gas al mercato cinese.
Nel frattempo, la Cina non ha perso interesse ad avere e comprare ad importi fissi il gas, con contratti di lungo periodo, essendo disposta a versare degli anticipi. Il mercato cresce e continuerà a crescere qui, a differenza del mercato europeo. L’espansione estera e l’emergere della Cina come  nuovo produttore energetico significa un’ulteriore frammentazione e regionalizzazione del mercato energetico mondiale, che comprende una frammentazione politica (geopolitica). Esperti del Kazakhstan hanno recentemente suggerito che la Cina abbia raggiunto la quota critica nelle proprietà dei complessi energetici delle repubbliche e vi è la possibilità che non ci siano ulteriori vendite di attività alla Cina. Tuttavia, nel 2013, la vendita di tali attività alla Cina è continuata. L’attuale livello delle vendita di energia alla Cina non può sembrare più vantaggiosa ma, ripetiamo, non bisogna sottovalutare il potenziale quantitativo di questo mercato, così come la sua profondità che comprende distribuzione, conservazione, elaborazione, ecc. Uno dei modi per smuovere i negoziati è mettere da parte la questione del prezzo alla frontiera, una formula di valutazione mista e vari tipi di pacchetti. È anche importante, per i partner della Cina, la questione del futuro rapporto del gas importato dai cinesi via pipeline e tramite il GNL, che finora sono quasi pari.
L’espansione cinese è giuridicamente corretta, non limitata al settore energetico e non ha ancora comportato perdite significative per la Russia. Inoltre, l’aumento del prezzo globale ha supportato la presenza della Russia in Asia centrale. In un certo senso, la scala del mercato cinese mette in ombra la questione della concorrenza tra la Russia e i Paesi dell’Asia centrale verso la Cina, e ci sono già esempi di collaborazione vantaggiosi per tutte le controparti. Inoltre, gli interessi comuni tra Mosca e Pechino aumentano. Così, per la Russia, la fornitura di gas e petrolio attraverso i gasdotti di Turkmenistan e Kazakhstan alla Cina, anche se risultanti una certa perdita, è alla fine vantaggiosa, perché indebolisce la pressione di questi produttori di idrocarburi sui mercati europei. Ora, la Cina non è particolarmente interessata alla vendita di risorse energetiche dell’Asia centrale all’occidente.
I disaccordi tra la Russia e la Cina sono ammorbiditi da un’altra circostanza. Secondo gli esperti russi, l’Asia centrale è stato e rimane ancora il “cortile” strategico della Cina, in molte modi: la sicurezza, l’energia e la complessa interazione con l’occidente e i suoi vicini in Asia orientale. Ha oramai il ruolo di fornitrice di nuovi mercati e di fonti di materie prime, pur essendo un “corridoio”.  Anche se il ruolo dell’Asia Centrale è sempre più importante per la Cina, questo “cortile” è ancora secondario per la Cina nella sua politica internazionale in generale. È importante per lo sviluppo delle aree arretrate della Cina, soprattutto lo Xinjiang.
Il quadro che emerge delle relazioni internazionali ci sembra essere piuttosto favorevole ai progetti della Russia in Eurasia, tra cui la cooperazione multilaterale con la Cina che attualmente ha chiari interessi nella stabilizzazione dell’Asia centrale e nello sviluppo della sua economia: tra le altre cose, la regione è diventata un strategicamente importante fornitore di energia della Cina. In futuro vi sono nuovi progetti che sarebbero in grado di aumentare l’autosufficienza collettiva della SCO nei beni strategici (energia, cibo, acqua), promuovendo lo sviluppo di infrastrutture, l’agricoltura e l’industria manifatturiera regionali, alleggerendo la posizione dei Paesi senza sbocco sul mare. Solo il tempo dirà se una struttura policentrica porterà alla ripresa socio-economica dell’Asia centrale.  Non tutto dipende da Mosca e Pechino, i cui interessi in molti settori, tra cui l’energia, sono sufficientemente vicini. Tuttavia, le possibilità esterne favorevoli a un “passo avanti nello sviluppo” della regione, lo ripetiamo, progrediscono ed appaiono migliori di quanto non fossero all’inizio del secolo, in gran parte grazie a Russia e Cina.

Aleksandr Salitskij, Capo ricercatore presso l’IMEMO, professore presso l’Istituto dei Paesi Orientali;
Nelly Semenova è ricercatrice presso il Centro di Ricerca per l’Energia e i Trasporti e l’Istituto di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

1. Si noti che in Cina, gli emigranti non sono più chiamati ad essere politicamente neutrali. Così, circa 500 esponenti di spicco della diaspora cinese sono stati invitati alla Conferenza Internazionale di Huaqiao a Pechino, nella primavera del 2012. Al forum hanno partecipato quasi tutti i principali leader del Paese, che hanno sottolineato nei loro interventi l’importanza dei cinesi che partecipano alla vita politica dei Paesi in cui vivono, “Il raggiungimento di obiettivi comuni attraverso i metodi della diplomazia pubblica.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Asse russo-iraniano-eurasiatismo. Vladimir Putin visiterà il nuovo presidente iraniano

Zebra Station Polaire

Screen-Shot-2013-01-22-at-5_38_11-PML’elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rohani potrebbe suggerire uno spostamento geopolitico e la riconciliazione dell’Iran con l’occidente a spese dell’alleanza con la Russia e la Cina, ma è probabile che ciò non accada o che sia un fenomeno marginale. I Paesi membri dell’Unione Europea hanno rifiutato l’invito di Teheran per presenziare alla nomina del nuovo presidente iraniano, prevista per il 4 agosto 2013, ed è probabile che le delegazioni di alto livello saranno inviate solo da ciò che chiamerei “l’altra internazionale”: Russia, Cina, Venezuela, Armenia… E’ quasi confermato che il presidente russo Vladimir Putin visiterà l’Iran il 12 e il 13 agosto prossimo, diventando il primo capo di Stato a compiere una visita ufficiale dal nuovo presidente iraniano. L’ultima visita di Vladimir Putin a Teheran fu nell’ottobre 2007, quando partecipò al summit del Caspio, incontrando l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad e la guida spirituale iraniana ayatollah Khamenei. Prima nessun altro leader sovietico o russo ha visitato l’Iran dalla Conferenza di Teheran, nel 1943.
Se il problema dei colloqui sul nucleare iraniano, in programma per settembre 2013, sarà certamente affrontato, le questioni specificamente russo-iraniane abbondano: la costruzione di nuove centrali nucleari e l’acquisizione da parte dell’Iran di un sistema di difesa aerea. Durante la sua visita a Mosca il 2 luglio, al vertice dei Paesi produttori di gas, il presidente iraniano espresse la speranza che le società russe partecipassero alle gare d’appalto per la costruzione di nuove unità del programma nucleare iraniano. Tuttavia, l’agenzia russa Rosatom disse che la cooperazione nucleare russo-iraniana rimane sulla finalizzazione del progetto di Bushehr. Un altro tema centrale delle relazioni russo-iraniane è la fornitura del sistema di difesa aerea e antimissile HIMAD all’Iran e alla liquidazione del contenzioso russo-iraniano sulla questione degli S-300. Dopo che Mosca ha deciso, seguendo il presidente Medvedev, di non onorare il contratto per la fornitura dei sistemi S-300, il governo dell’Iran ha deciso di perseguire la società Rosoboronexport nei tribunali internazionali reclamando la penalità di 4 miliardi di dollari. L’offerta alternativa della fornitura dei sistemi TOR M-1 è stata respinta da Teheran, e il governo russo potrebbe ora offrire il sistema Antej-2500.
L’eccellenza delle relazioni russo-iraniane, malgrado il successivo raffreddamento per l’annullamento del contratto del sistema S-300, s’è vista a Mosca durante la visita del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Riporto qui l’unico articolo sulla visita nella blogosfera francofona, che mi onoro d’aver scritto. Nel corso della visita il Presidente iraniano, in particolare ha rassicurato i personaggi russi incontrati sulla ricerca, da parte del futuro governo iraniano, della non ingerenza iraniana nel Caucaso. Dopo alcuni scambi diplomatici poco gentili sulla “repressione stalinista” da un lato e sul “sostegno al terrorismo islamista” dall’altro, nel 1994-1995 le relazioni russo-iraniane si sono consolidate a seguito della visita del ministro degli Esteri iraniano Ali Akhbar Velayati a Mosca, nel marzo 1996, segnando il vero inizio del riavvicinamento con l’Iran. Il riavvicinamento russo-iraniano venne facilitato da diversi fattori
1 – Il licenziamento del ministro degli Esteri occidentalista Kozyrev, “Mister Da”, e la sua sostituzione con l’eurasiatista Evgenij Primakov. Kozyrev ha sempre proposto l’Iran come “minaccia” alla Russia e fu sostenitore dell’alleanza militare con l’Europa e gli Stati Uniti.
2 – Il ritiro unilaterale della Russia dalla convenzione Gore-Chernomyrdin volta a limitare la cooperazione militare russa con l’Iran. In base all’accordo, firmato dal Vicepresidente statunitense e dal Primo ministro russo dell’epoca, la Russia si asteneva dal fornire armi convenzionali a Teheran.  In cambio, gli Stati Uniti promisero di favorire l’esportazione di tecnologia militare russa nei mercati degli Stati Uniti ed europei. Quasi 18 anni dopo la firma, un accordo russo-iraniano sul sistema di difesa Antej-2500 sarebbe l’ultimo chiodo piantato sulla bara del cadavere in decomposizione del patto Gore-Chernomyrdin.
3 – La consapevolezza dell’ampio attivismo turanico di Ankara in una zona che si estende dal Caucaso al Sinkiang cinese. Va notato che, durante la cosiddetta “Rivoluzione Verde”, gli “iraniani democratici” fischiarono la Russia e la Cina per le vicende di Cecenia e Sinkiang, accusando di “complicità” Mahmoud Ahmadinejad. L’alleanza strategica russo-iraniana è secondaria alla minaccia delle infiltrazioni turco-statunitensi nella regione dell’Asia centrale, in particolare nelle regioni periferiche russe [Caucaso] e iraniane [Azerbaigian orientale]
4 – L’Iran, un altopiano centrale persiano con periferie non-persiane, è molto sensibile alle questioni separatiste. Il trattato di cooperazione russo-iraniana nel 2001 vieta la ricezione di oppositori politici e il sostegno ad attività sovversive e separatiste. Come la Russia, l’Iran affronta il terrorismo separatista sostenuto dall’estero.
5 – A livello geopolitico continentale, si tratta di creare una rotta Nord-Sud, da San Pietroburgo a Bombay, contro l’asse est-ovest del corridoio multimodale GUUAM. La creazione di questo corridoio può essere realizzata solo con l’Iran.
Un incontro di due ore si era tenuto il 2 luglio 2013 a Mosca, al Prezident Hotel, tra il presidente Mahmoud Ahmadinejad e alcuni “rappresentanti dell’intellighenzia e dell’élite russa”, secondo  Ahmadinejad. Tra loro, Aleksandr Dugin, Mikhail Leont’ev, giornalista del Pervij Khanal’, Aleksandr Prokhanov di Zavtra, Igor Korochenko direttore della Rivista Nazionale della Difesa, Vjacheslav Nikonov e Sergej Baburin. Il dibattito s’è incentrato sulle relazioni Russia-Iran e la loro necessità di collaborare nella sfera politico-militare. Mahmoud Ahmadinejad ha confermato che il cambiamento della leadership politica in Iran non metterà fine alla cooperazione russo-iraniana contro il terrorismo nel Caucaso. Aleksandr Dugin ha pubblicato un articolo, il 4 luglio, sull’incontro in cui discute delle convergenze russo-iraniane:
1 – Convergenza sugli interessi geopolitici in tutto il mondo.
2 – Relazioni internazionali e costruzione di un mondo multipolare.
3 – Il sistema politico iraniano non ha equivalenti al mondo ed è un esempio di ciò che la 4° teoria politica indica che la Russia debba adottare.
4 – Convergenza economica nel porre fine al dominio del dollaro e della finanza globale.
5 – Convergenza spirituale. Lo sciismo è una “cultura dell’attesa”, come la russa. Le culture russa e iraniana non vivono per la soddisfazione del momento, ma per il trionfo del bene sul male.

Bibliografia consigliata: Islam In Russia: The Politics Of Identity And Security [p. 368-380]

*La diplomazia iraniana e Dmitrij Peskov, tuttavia, non confermano la visita al 26 luglio 2013

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le implicazioni della visita di Putin in Iran

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 25 luglio 2013

28795Vladimir Putin cerca di rilanciare le relazioni bilaterali con il confinante caspico della Russia, inaspritesi durante il periodo di Dmitrij Medvedev. La visita programmata del presidente russo Vladimir Putin in Iran per il prossimo mese, ha già generato molte speculazioni. Kommersant ha riferito che Putin visiterà l’Iran il 12 agosto. Anche se le fonti ufficiali non hanno chiaramente delineato pubblicamente i dettagli della visita, speculazioni sono all’ordine del giorno tra voci su colloqui che comprenderanno il programma nucleare iraniano, la cooperazione bilaterale per la difesa e le dichiarazioni congiunte su questioni regionali e internazionali.
Il 3 agosto, Hassan Rouhani sarà nominato presidente dell’Iran. Il nuovo presidente è percepito quale politico moderato in ambito nazionale e internazionale, a differenza del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad. Le dichiarazioni attribuite a Rouhani indicano che ci si aspetta abbia un approccio moderato sul programma nucleare iraniano, quale compromesso per il rilassamento delle sanzioni internazionali. Come potenza regionale e alleato della Russia, e anche importante produttore di energia, l’Iran ha giocato un ruolo chiave nella politica del Medio Oriente e nei recenti conflitti in Siria e in altre parti della regione, rendendo necessario un ruolo per il Paese. Anche per la sua posizione geopolitica nella regione e la sua vicinanza all’altro centro di conflitto, l’Afghanistan, l’Iran è pronto a giocare ruoli importanti nella politica regionale e internazionale.
Per il presidente Putin, sarà la seconda visita in Iran. Ha visitato il paese nel 2007 per partecipare alla conferenza degli Stati litoranei del Mar Caspio. In un certo senso, l’imminente visita di Putin sarà il primo viaggio da capo di Stato russo in Iran per adottare decisioni bilaterali. Il segretario del comitato parlamentare per l’Amicizia Iran-Russia, Mehdi Sanai, ha detto che il presidente probabilmente giungerà in Iran su una nave, attraversando il Mar Caspio. Non è stato ancora annunciato ufficialmente come Putin visiterà l’Iran. Sia la Russia che l’Iran sono Stati litoranei del Mar Caspio ed entrambi hanno adottato approcci comuni verso i problemi regionali, tra cui il conflitto sul Nagorno-Karabakh. Le enormi risorse di energia del bacino del Mar Caspio, la posizione geopolitica e i conflitti l’hanno reso un candidato naturale a principale potenza politica. Russia e Iran hanno sviluppato approcci comuni ai problemi regionali. Come Sanai ha sottolineato, “saranno discusse le questioni internazionali, regionali e bilaterali durante la visita di Putin”.
L’agenzia di stampa iraniana Fars ha dichiarato che “Putin vuole discutere due questioni importanti, la costruzione di un nuovo stadio della centrale nucleare di Bushehr e la sostituzione del sistema missilistico S-300 con lo scudo di difesa missilistica Antej-2500.” Tra le questioni da discutere, vi sarà certamente il programma nucleare iraniano. L’economia iraniana è stata paralizzata dalle sanzioni internazionali, applicate con l’accusa che la Repubblica islamica stia arricchendo l’uranio per costruire armi nucleari. L’Iran, d’altra parte, ha sostenuto che i suoi programmi di arricchimento dell’uranio hanno lo scopo di fornire il combustibile ai reattori nucleari e per scopi medici. Diverse iniziative internazionali, tra cui l’ultima riunione delle sei potenze Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Iran in Kazakhstan nell’aprile 2013, per risolvere la questione nucleare iraniana, non hanno funzionato. Durante il mandato presidenziale di Dmitrij Medvedev, la Russia ha preso misure per conformarsi alle sanzioni internazionali, abbandonando perciò gli accordi sugli  armamenti con l’Iran, tra cui quello sul sistema missilistico S-300. Di conseguenza le relazioni bilaterali si erano inasprite. L’imminente visita del Presidente Putin affronterà queste asprezze e fornirà impulso alle relazioni bilaterali. La Russia probabilmente s’impegnerà a sostenere l’Iran nel sviluppare l’impianto nucleare di Bushehr. Il sostegno della Russia al programma nucleare iraniano creerà increspature nella politica internazionale, e modellerà le relazioni tra le potenze.
Oltre alla cooperazione nucleare, le relazioni bilaterali sulla difesa saranno un altro punto importante. Rapporti suggeriscono che il leader russo offrirà il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500VM. Il rafforzamento dell’Iran con questo sistema sarà certamente un punto di svolta per la politica regionale, e per i suoi rivali, in particolare Israele, questo fattore svilupperà la loro elaborazione politica. Questo nuovo sistema di difesa, con una gittata di 200 km per gli aerei e 40 km per i missili balistici, è progettato per abbattere bersagli volanti alla velocità di 4500 chilometri all’ora. E’ in grado di monitorare e inseguire fino a 24 velivoli o 16 missili balistici contemporaneamente. Fars dice che “l’Antej-2500 è studiato appositamente per le esigenze delle forze terrestri, e ciò potrebbe essere un vantaggio per l’Iran, date le sue grandi forze di terra.”
La Siria probabilmente rientrerà nei colloqui tra Putin e Rouhani. La Siria è una terra insanguinata per i civili e un terreno fertile per l’estremismo religioso. La rovina del Paese sotto la sorveglianza internazionale è stata fenomenale negli ultimi due anni, e nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite e delle grandi potenze, come la Russia, il conflitto non si è placato. I recenti colloqui Lavrov-Kerry e la conferenza di pace proposta tra governo di Assad ed opposizione si spera apra la via d’uscita dal conflitto. Russia e Iran affermeranno il loro impegno per una soluzione politica del conflitto siriano. Come osservatore della Shanghai Cooperation Organization, l’Iran sarà presente al vertice della organizzazione di settembre, il mese dopo la visita di Putin. Mentre la politica regionale è stuzzicata dai rapidi cambiamenti nelle dinamiche regionali come l’ascesa dei taliban, il ritiro delle forze della NATO dall’Afghanistan, i crescenti estremismo, terrorismo, narcotraffico e criminalità organizzata transnazionale, l’Iran nell’ambito di tale quadro regionale può giocare insieme con la Russia un ruolo importante nel portare pace, stabilità e sviluppo non solo nel proprio territorio, ma nelle regioni limitrofe.

Il Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse riguardano conflitti, terrorismo, pace e sviluppo, Kashmir, Asia del Sud e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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