La sfida occidentale all’integrazione eurasiatica

Nikolaj Malishevskij Strategic Culture Foundation 23.08.2013

76253Recentemente, ufficialmente Varsavia e ufficiosamente Stoccolma hanno preso una serie di misure per rafforzare i loro successi in Oriente, al fine di acquisire nuova merce di scambio per il prossimo vertice del partenariato orientale di Vilnius, per novembre 2013, che sarà dedicato allo sviluppo di un politica unificata verso est dei Paesi europei. Secondo una dichiarazione dell’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, questo vertice avrà “l’opportunità di approfondire i rapporti” tra l’Unione europea e i Paesi membri del partenariato orientale. Il fatto che i capi di tutti gli Stati membri dell’UE hanno intenzione di presenziarvi, lo conferma. Il partenariato orientale, avviato da Washington e Bruxelles, è stato costituito su suggerimento di Varsavia e Stoccolma dopo il fallimento dell’aggressione georgiana all’Ossezia. Essenzialmente è diventato una specie di continuazione del GUAM, che ha dimostrato la sua inadeguatezza politica e militare nell’agosto 2008. La partecipazione di Bielorussia e Armenia (che non sono membri del GUAM) è una sorta di ‘vendetta’ per la sconfitta militare e politica della Georgia. Si potrebbe definire il partenariato orientale uno strumento del colonialismo energetico, per trasformare la Russia in un mero fornitore di materie prime dell’occidente, “respingendola” nel nord-est del continente eurasiatico e creando un “cordone sanitario” per la raccolta energetica lungo i confini tra il Mar Nero e il Baltico. Non per niente molti in Russia considerano il partenariato orientale una sorta di ‘calco’ dell’idea di Adolf Hitler di conquista del Lebensraum in Oriente.
I principali attori del piano sono la Svezia a nord, la Polonia a ovest e la Turchia, membro della NATO, a sud… Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono stati assegnate alla Polonia, con il suo neo-sarmatismo e le simpatie cattoliche. Alla Turchia con il suo neo-turanismo, sono stati assegnati Azerbaigian, Georgia e Armenia (e in qualche misura le repubbliche dell’Asia centrale, non ufficialmente, attraverso gli interessi economici personali dei loro leader di Ankara, come in Kirghizistan per esempio). Gli scandinavi, con il sostegno di strutture internazionali come la Fondazione Soros, hanno un avido interesse su Carelia, penisola di Kola, isole del golfo di Finlandia e la loro risorse minerali e forestali, nonché ad opporsi ai piani della Russia sull’Artico.

Nord. Supervisionate dalla Svezia, che agisce attraverso la Finlandia, convenientemente situata vicino alla ‘capitale del nord’ San Pietroburgo, le operazioni condotte utilizzano i seguenti strumenti:
a) cittadini di lingua svedese della Finlandia che hanno stretti legami con l’elite politica finlandese, funzionari pubblici che apertamente esprimono opinioni revansciste anti-russe, come Mikael Storsjo, l’editore del sito terrorista Caucasus Center e presidente dell’associazione Pro-Caucasus,  condannato per l’emigrazione illegale di decine di terroristi, tra cui i parenti di Basaev;
b) le strutture per comunicazioni quali il centro web in Svezia del sito Caucasus Center (lo stesso sito dichiarato risorsa terroristica dalle Nazioni Unite, che vi operava fin quando non è stato dislocato in Finlandia nel 2004) e i mediattivisti anti-russi finlandesi (Kerkko Paananen, Ville Ropponen, Esa Makinen, Jukka Malonen, ecc) che sostengono l’“opposizione del nastro bianco” in Russia;
c) le strutture pubbliche come l’associazione Pro-Caucasus, registrato in Svezia, il Forum Civile finlandese-russo (Finrosforum, Suomalais-Venäläinen kansalaisfoorumi), e organizzazioni per i diritti umani filo-USA, come il Gruppo Helsinki, Amnesty International, ecc.
I finanziamenti provenienti da nord, confinante direttamente con la Russia attraverso la Finlandia (da cui, in modo simile, passava l’“esportazione della rivoluzione” e il denaro dei banchieri statunitensi ed europei prima del 1917), nel tentativo di unire tutte le forze anti-russe in Europa e nella stessa Russia, dai terroristi ceceni, per cui viene organizzato “il passaggio turco”, all’eterogenea opposizione del “nastro bianco” (sostenitori di Nemtsov, Navalnij, Limonov, Kasparov, ecc.)

Occidente. La Polonia, che non condivide un confine con la Russia (tranne che per l’enclave di Kaliningrad), opera lungo il perimetro di un ampio ‘arco’ geopolitico. Da Kaliningrad a nord (già chiamata ‘Królewiec’ dai diplomatici di Varsavia sul sito ufficiale del Consolato Generale di Polonia), attraverso Bielorussia e Ucraina, considerati come potenzialmente territori ‘amichevoli’ ad est, alla Crimea a sud. Riguardo l’Ucraina e la Moldavia, le ambizioni di Varsavia, che corre verso la creazione della quarta Rzeczpospolita e ha una sua visione futura delle terre sulla sponda destra dell’Ucraina che in gran parte coincide con quelle di Romania e Ungheria. La Polonia cattolica  essenzialmente coordina la propria politica con la correligionaria Ungheria, avendo dei punti di vista su una serie di questioni coincidenti e complementari, permettendogli di sviluppare una strategia comune. Riguardo la Bielorussia, qualcosa di simile (con qualche riserva) accade con Lettonia e Lituania, compreso il supporto tramite la Scandinavia all’opposizione filo-occidentale di Minsk, che ha trovato comprensione presso ‘i nastri bianchi’ e i funzionari pubblici che simpatizzano con loro in Russia. Nella prima metà del 2013, il Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR), il “pensatoio dell’Unione europea”, che conduce le analisi sulla politica estera e di sicurezza, ha distinto cinque settori della politica estera della Polonia. La Polonia viene riconosciuta leader nella realizzazione dei piani nel quadro della politica estera e di sicurezza comune della NATO, e viene elogiata per la sua politica (dei visti) verso Russia, Ucraina e Moldova e per la  politica estera per “una maggior attività nella democratizzazione” della Bielorussia. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, dopo una discussione sull’attuazione dei programmi del “partenariato orientale”, a un vertice dei ministri degli esteri dell’Unione europea a Bruxelles ha riferito, il 18.02.2013, che la politica orientale del suo Paese ha avuto numerosi successi, dicendo: “Si noti che parliamo con i nostri partner orientali di accordi di associazione e non di guerra. Allo stato attuale, l’Oriente è un luogo in cui l’Europa conduce una politica riuscita. Resta solo da formalizzare questi successi sotto forma di accordi bilaterali”.

Sud. Nel sud, Varsavia opera all’unisono con Ankara, dal momento che la simpatia della popolazione tartara di Crimea verso la Turchia, membro della NATO, facilita la comprensione tra i turchi locali e il membro della NATO Polonia. Nel 2013 hanno avuto luogo diversi eventi, come ad esempio una conferenza stampa per la tutela dei diritti dei tartari di Crimea, in cui non solo il presidente dell’Unione dei tartari polacchi, Selim Chazbiewicz, il capo del dipartimento per la comunicazione della Majlis Tartara di Crimea, Ali Khamzin, e altri hanno preso parte, ma anche influenti politici polacchi come Lech Walesa e l’ex ministro degli Interni Jadwiga Chmielowska. Precedentemente, a Simferopol un centro per i visti e un Consolato Generale della Repubblica di Polonia sono stati aperti, che oggi mostrano una notevole attività nella vita pubblica e culturale della regione autonoma e a Sebastopoli, in particolare nella collaborazione con la Majlis dei tartari di Crimea e screditando il movimento russo. E la Polonia è diventata il secondo Paese, dopo la Russia, il cui consolato in Crimea ha ricevuto lo status di consolato generale. Dalla Turchia, attraverso la Finlandia ed i suoi cittadini di origine svedese, viene organizzato il passaggio degli estremisti che istigano la jihad separatista nel “ventre meridionale” della Russia (compresi i terroristi ceceni del battaglione di Shamil Basaev degli attentatori suicidi ‘Riyad-us Saliheen‘). Gli scandinavi coordinano l’attività con i turchi anche nei media. Ad esempio, l’amministratore del sito dei terroristi Caucasus Center, Islam Matsiev, è arrivato in Finlandia dalla Turchia. Dal lato turco, la fondazione IHH di Basaev raccoglie fondi in Turchia, Dubai, Stati Uniti, Inghilterra e Francia per finanziare la rete terroristica internazionale chiamata ‘Emirato del Caucaso’, il cui portavoce è il Caucasus Center (il rappresentante ufficiale in Turchia è Musa Itaev, e in Finlandia è Islam Makhauri, fratello di Rustam Makhauri, il “ministro della Difesa dell’emirato del Caucaso”, guardia del corpo personale di Doku Umarov e rappresentante del terrorista Ali Taziev (‘Magas‘).)
Un evento tenutosi a Washington, a fine giugno 2013, presso uno dei più vecchi ed autorevoli ‘think tank’ degli Stati Uniti, la Heritage Foundation, era dedicato al futuro dell’Unione Eurasiatica e alla “tutela degli interessi di vitale importanza degli Stati Uniti e dei loro alleati in questo campo”, con la partecipazione di diplomatici, studiosi e analisti a dimostrazione che gli strateghi occidentali non  nascondono più il fatto di esserne consapevoli e di osservare da vicino gli eventi nella ex-Unione Sovietica. E non stanno fermi, ma costruiscono attivamente i propri strumenti per resistere alla rinascita e all’integrazione dell’Eurasia.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria e Turchia, di nuovo ai ferri corti

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 05/10/2012

Mercoledì scorso la Turchia ha sparato su obiettivi del governo siriano, in risposta al bombardamento dal territorio siriano della città di confine di Akcakale, dove cinque civili sono rimasti uccisi. I tiri sono durati fino all’altro ieri. Secondo le autorità turche, il bombardamento è stato apparentemente condotto da forze governative siriane. E’ la prima volta che la Turchia spara in territorio siriano, durante i 18 mesi di conflitto interno. Ed è anche la prima volta che dei cittadini turchi sono stati uccisi dal fuoco proveniente dal lato siriano del confine. E ancora, è la prima volta che la Turchia ha risposto con bombardamenti su bersagli selezionati all’interno della Siria.
La fiammata accresce la tensione tra i due paesi a un nuovo livello. Il parlamento turco ha già concesso il potere di colpire preventivamente il suo vicino. La risoluzione apre la strada all’azione unilaterale da parte delle forze armate turche in Siria, senza il coinvolgimento degli alleati occidentali o arabi della Turchia. Qualsiasi schieramento richiederebbe un periodo di più di un anno. La Turchia ha utilizzato uno schieramento analogo per attaccare ripetutamente sospette postazioni dei ribelli curdi, nel nord dell’Iraq. L’esercito turco ha già schierato rinforzi nella provincia di Suruç, vicina alla zona. La 20.ma brigata corazzata ha trasferito decine di carri armati e veicoli blindati al confine siriano, dopo lo scambio a fuoco. Gli sviluppi sottolineano i vecchi timori che le ripercussioni degli oltre 18 mesi di guerra civile in Siria, possano innescare un più ampio conflitto regionale.
Prima del fatto, il 28 settembre, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu aveva chiesto di nuovo la creazione di zone di sicurezza, un’azione che in realtà sarebbe un atto di guerra. Il primo ministro della Turchia Erdogan ha più volte denunciato il presidente siriano al-Assad, invitandolo pubblicamente a dimettersi dopo averlo accusato di massacrare il proprio popolo. Nel frattempo, il governo siriano ha accusato la Turchia di armare e finanziare i ribelli siriani. Le testimonianze confermano che numerosi fucili d’assalto, granate e mitragliatrici dei militanti siriani anti-governativi provengono dalla Turchia. A giugno il governo siriano aveva annunciato di aver abbattuto un aereo militare da ricognizione turco dopo che aveva violato lo spazio aereo siriano. I due piloti turchi sono rimasti uccisi nell’incidente. Il governo turco continua a insistere che il jet è stato abbattuto da un missile antiaereo dopo che aveva lasciato nello spazio aereo siriano, affermazione negata dal governo siriano.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà successivamente per condannare le azioni della Siria. La Turchia ha anche chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di adottare “le misure necessarie” per fermare l’”aggressione” siriana. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha avvertito che gli attacchi dimostrano “come il conflitto in Siria minaccia non solo la sicurezza del popolo siriano, ma che anche danneggia i suoi vicini.” La NATO ha già tenuto una riunione d’urgenza a Bruxelles, sotto l’articolo 4 del Trattato di Washington che afferma l’integrità dei 28 membri. L’articolo 5, che impegna la NATO a difendere uno Stato membro sotto attacco, non è stato preso in considerazione questa volta. Il comunicato finale dice che l’Alleanza “continua a sostenere la Turchia e chiede l’immediata cessazione di tali atti aggressivi nei confronti di un alleato, ed esorta il regime siriano a porre fine alle flagranti violazioni del diritto internazionale“. Il capo diplomatico dell’UE Catherine Ashton ha condannato fermamente la Siria. Washington ha anche rilasciato una forte dichiarazione che condanna l’accaduto e ha chiesto al regime di Assad di farsi da parte. “Tutte le nazioni responsabili sono tenute a mettere in chiaro che è passato molto tempo da quando è stato chiesto ad Assad di farsi da parte, dichiarare un cessate il fuoco e avviare il tanto atteso processo di transizione politica”, secondo il portavoce della Casa Bianca Tommy Vietor. La segretaria di Stato USA Hillary Clinton ha detto: “Siamo indignati per il fatto che i siriani sparino oltre la loro frontiera.”
Allo stesso tempo, la Siria ha ammesso di essere responsabile del bombardamento che ha ucciso cinque civili in Turchia e ha formalmente chiesto scusa per le morti (l’autore, in un moto di filo-americanismo acuto, ha preso per buone le barzellette diffuse dalla propaganda occidentale, visto che Damasco non ha ammesso un bel niente; né tanto meno ha chiesto scusa per un’azione commessa dai terroristi armati dai turchi stessi. NdT). La dichiarazione dice che è stata avviata l’inchiesta per individuare precisamente l’origine del fuoco. Il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zoubi ha sottolineato “i governi devono agire con saggezza, razionalità e responsabilità, in particolare dal momento che v’è una condizione speciale sul confine siriano-turco riguardo la presenza di gruppi terroristici indisciplinati lungo le frontiere, e che hanno obiettivi e identità diversi.” La Russia ha invitato tutti i paesi del Consiglio di Sicurezza ad adottare un approccio equilibrato verso la recente crisi sul confine tra Turchia e Siria, e di non accettare una dichiarazione congiunta unilaterale. Ha sostenuto che il Consiglio di sicurezza ha utilizzato essenzialmente in toto il testo  della versione turca. Secondo la posizione della Russia, i termini utilizzati nel progetto di dichiarazione accusano le forze governative della Siria per l’incidente, mentre non parlano della risposta militare della Turchia contro obiettivi siriani. Durante una visita in Pakistan, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha espresso la preoccupazione del suo governo per l’escalation delle tensioni. Parlando ad una conferenza stampa a Islamabad, ha detto che la Siria aveva assicurato la Russia che un tale incidente, come il bombardamento, non sarebbe successo di nuovo. Ha anche osservato come il Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaida, abbia rivendicato la responsabilità per gli attentati di mercoledì, che hanno ucciso almeno 40 persone e ferito altre 90 ad Aleppo. Il gruppo ha detto che gli attentati nella famosa piazza sono stati eseguiti da attentatori suicidi che guidavano autobombe, e da terroristi armati travestiti da poliziotti siriani. Comunque, né la NATO, l’UE, la Lega araba o qualsiasi altro organismo internazionale ha condannato l’azione.
E’ un fatto interessante che lo scontro di confine tra Siria e Turchia abbia avuto luogo proprio nel momento in alcuni altri eventi importanti hanno avuto luogo. Per esempio, ciò è successo subito dopo la visita del presidente siriano ad Aleppo, devastata dalla guerra, dove aveva annunciato la sua decisione di inviare 30.000 soldati e unità blindate per sedare la ribellione della città. L’attentato è avvenuto subito dopo che il mediatore speciale delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi, aveva annunciato la decisione di aprire il suo ufficio a Cairo invece che a New York, per essere vicino alla zona di conflitto ed intensificare gli sforzi volti alla gestione delle crisi insieme con il gruppo dei quattro: Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran. Questo è proprio il momento dell’Iran, il principale alleato della Siria, che si trova ad affrontare problemi interni per deviare l’attenzione dal conflitto siriano. Centinaia di manifestanti a Teheran si sono scontrati con la polizia antisommossa, il giorno stesso dell’attentato, durante le proteste contro la crisi monetaria del paese. Il deterioramento attuale del rapporto Siria-Turchia, distrae le forze siriane dalla battaglia di Aleppo, che devono affrontare una nuova possibile minaccia dalla Turchia nel caso in cui voglia compiere delle ritorsioni. Ora la missione Brahimi dovrà concentrarsi sulla situazione alle frontiere, invece di affrontare la situazione siriana in generale, dal momento che un altro negoziatore importante, l’Iran, deve concentrarsi sulla propria sicurezza interna. Un altro aspetto di fondamentale importanza per le tensioni. Non vi è motivo di credere che fosse un incidente o una provocazione. La Siria si trova ad affrontare troppi problemi al momento, e in nessun modo il suo governo vuole aggiungerne di nuovi.
La situazione in Siria è torbida, ci sono diversi attori coinvolti che perseguono obiettivi diversi, non si sa quali siano le loro alleanze e motivazioni. Naturalmente si tratta solo di indovinare le circostanze in cui l’episodio del tiro sarà utilizzato, da una parte o dall’altra, per servire determinati interessi. Ci sono diverse parti interessate a esacerbare la situazione, trascinandovi nuovi attori. Per esempio, le forze antigovernative in Siria chiedono con forza che la NATO crei delle no-fly zone o  zone tampone no-go, presumibilmente con il pretesto della protezione dei rifugiati. Cosa espressa dal fatto stesso che le aspre parole di sopra, sono state rivolte immediatamente ed esclusivamente contro il governo siriano, senza attendere i risultati delle indagini e senza alcun tentativo di capire  cosa sia accaduto esattamente e senza chiedersi chi siano stati gli autori. Aiutare le forze antigovernative destabilizza la situazione. La destabilizzazione crea incertezza che porta a incidenti o provocazioni. Quindi, si raccoglie ciò che si semina. La Siria ha chiesto scusa ed espresso condoglianze. Ha promesso di fare del suo meglio per evitare incidenti in futuro. Non vi è alcun motivo di aggravare ulteriormente una situazione precaria.
Non c’è dubbio che ci saranno tentativi per trarre vantaggio da ciò che è accaduto, e di fare proprio ciò che serve per inasprire le tensioni e peggiorare la situazione. Ci sono forze interessate a tale scenario. Gli organismi internazionali dovrebbero prendere in considerazione e rispettare un approccio imparziale, cauto e prudente, per evitare che il conflitto dilaghi oltre i confini siriani. Ancora, il principale risultato dell’attacco oltre confine, è la decisione presa dal parlamento turco di “legalizzare” un intervento militare in Siria. Ora gli eventi prendono una pessima piega, la strada per la ripetizione di uno scenario libico e il trionfo dell’interventismo della NATO è aperta…

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora0

LA LIBIA E LA GRANDE BUGIA: Usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre

Mahdi Darius Nazemroaya, Don Debar 24 settembre 2011

La guerra contro la Libia è costruita sulla frode. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato due risoluzioni contro la Libia, sulla base di accuse non provate, in particolare che il colonnello Muammar Gheddafi avrebbe ucciso il proprio popolo a Bengasi. L’affermazione nella sua forma esatta è che Gheddafi aveva ordinato alle forze libiche di uccidere 6.000 persone a Bengasi. Tali affermazioni sono state ampiamente diffuse, ma sempre vagamente spiegate. Fu sulla base di questa affermazione che la Libia è stata deferita al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al Palazzo di Vetro di New York, e cacciata dal Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra.
Affermazioni false sugli eserciti mercenari africani in Libia e sugli attacchi di aerei a reazione contro i civili, sono state utilizzate anche in una vasta campagna mediatica contro la Libia. Queste due affermazioni sono state messe da parte e sono diventate sempre più torbide. Le rivendicazioni sui massacri, tuttavia, sono state utilizzate in un quadro giuridico, diplomatico e militare per giustificare la guerra della NATO ai libici.

Utilizzare i diritti umani come pretesto per la guerra: La LLHR e le sue accuse non provate
Una delle fonti principali sull’affermazione che Gheddafi stesse uccidendo il suo stesso popolo, è la Lega Libica per i Diritti Umani (LLHR). La LLHR è stata, in realtà, fondamentale per coinvolgere le Nazioni Unite attraverso le sue accuse specifiche a Ginevra. Il 21 febbraio 2011, la LLHR ha ottenuto che altre 70 organizzazioni non governative (ONG) inviassero delle lettere al presidente Obama, all’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton, e al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, che chiedevano un intervento internazionale contro la Libia, invocando la dottrina della “Responsabilità a proteggere“. Solo 25 membri di questa coalizione hanno effettivamente affermato di essere dei gruppi umanitari.
La lettera è la seguente:
Noi sottoscritte organizzazioni non governative, dei diritti umani e umanitarie, vi esortiamo a mobilitare le Nazioni Unite e la comunità internazionale e a intraprendere un’azione immediata per fermare le atrocità di massa, ora perpetrate dal governo libico contro il proprio popolo. Il silenzio imperdonabile non può continuare.
Come sapete, nei giorni scorsi, si stima che le forze del colonnello Muammar Gheddafi abbiano deliberatamente ucciso centinaia di manifestanti pacifici e spettatori innocenti in tutto il paese. Nella sola città di Bengasi, un medico ha riferito di aver visto almeno 200 cadaveri. Testimoni riferiscono che un insieme di unità speciali, mercenari stranieri e fedelissimi del regime hanno attaccato i manifestanti con coltelli, fucili d’assalto e armi di grosso calibro.
I cecchini hanno sparato a manifestanti pacifici. L’artiglieria e gli elicotteri sono stati usati contro una folla di manifestanti. Teppisti armati di martelli e spade hanno attaccato le famiglie nelle loro case. Fonti ospedaliere riferiscono di numerose vittime colpite alla testa e al torace, e una colpita alla testa da un missile antiaereo. Carri armati sono segnalati  essere per le strade, a schiacciare passanti innocenti. Testimoni riferiscono che mercenari stanno sparando indiscriminatamente da elicotteri e dai tetti. Donne e bambini sono stati visti saltare dal Ponte Giuliana, a Bengasi, per fuggire. Molti di loro sono stati uccisi nell’impatto con l’acqua, mentre altri ne furono inghiottiti.  Il regime libico sta cercando di nascondere tutti questi crimini chiudendo i contatti con il mondo esterno. I giornalisti stranieri sono stati respinti.  Internet e le linee telefoniche sono state tagliate o interrotto.
Non vi è dubbio qui sugli intenti. I media governativi hanno pubblicato aperte minacce, promettendo che i manifestanti avrebbero incontrato “una risposta violenta e fragorosa.”
Di conseguenza, il governo della Libia sta commettendo gravi e sistematiche violazioni del diritto alla vita, garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Cittadini che cercano di esercitare i propri diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione vengono massacrati dal governo.
Inoltre, il governo della Libia sta commettendo crimini contro l’umanità, come definito dalla relazione illustrativa dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. I massacri di civili innocenti del governo libico sono una quantità di reati particolarmente odiosi, che costituiscono un grave attacco alla dignità umana. Come confermato da numerose testimonianze orali e video, raccolte da organizzazioni dei diritti umani e dalle agenzie di stampa, l’assalto del governo libico alla sua popolazione civile non è un evento isolato o sporadico. Piuttosto, queste azioni costituiscono una politica diffusa e sistematica e la pratica delle atrocità, commesse intenzionalmente, tra cui omicidi, persecuzioni politiche e altri atti inumani che raggiungono la soglia dei crimini contro l’umanità.”

Responsabilità a proteggere
Con il documento finale del World Summit 2005, si ha una responsabilità chiara e univoca a proteggere la popolazione della Libia. “La comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ha la responsabilità di un uso appropriato degli strumenti diplomatici, umanitari e altri pacifici, in conformità ai capitoli VI e VIII della Carta, per aiutare a proteggere la popolazione libica. Poiché le autorità libiche nazionali manifestamente non sono riuscire a proteggere la popolazione da crimini contro l’umanità, essendo inadeguati mezzi pacifici, gli Stati membri sono obbligati ad azioni collettive, in modo tempestivo e deciso, attraverso il Consiglio di sicurezza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, compreso il capitolo VII.
Inoltre, vi esortiamo a convocare una sessione speciale d’emergenza del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, i cui membri hanno il dovere, sotto la risoluzione 60/251 dell’Assemblea generale dell’ONU, di affrontare le situazioni di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. La sessione dovrebbe:
- Invitare l’Assemblea Generale a sospendere l’appartenenza al Consiglio della Libia, ai sensi dell’articolo 8 della risoluzione 60/251, che si applica agli Stati membri che commettono violazioni gravi e sistematiche ai diritti umani.
-  Condannare con forza, e chiedere la fine immediata del massacro dei propri cittadini della Libia.
- Inviare immediatamente una missione internazionale di esperti indipendenti per raccogliere fatti e documenti sulle violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità, al fine di porre fine all’impunità del governo libico. La missione dovrebbe includere un’indagine medica indipendente sulle morti, e un’indagine sulla interferenza illecita da parte del governo libico all’accesso e al trattamento dei feriti.
- Chiedere  al Commissario delle Nazioni Unite dei Diritti dell’Uomo e del Consiglio per i Procedimenti Speciali, di monitorare attentamente la situazione e di agire se necessario.
- Chiedere al Consiglio di continuare ad occuparsi della questione e affrontare la situazione libica nella sua prossima sessione regolare, il 16 marzo.
- Gli Stati membri e alti funzionari delle Nazioni Unite hanno la responsabilità di proteggere il popolo della Libia da ciò che sono crimini prevenibili. Vi invitiamo a utilizzare tutte le misure disponibili e le leve per porre fine atrocità in tutto il paese.
Vi invitiamo collettivamente a mandare un messaggio chiaro che la comunità internazionale, il Consiglio di Sicurezza e il Consiglio dei diritti umani non saranno spettatori di queste atrocità di massa. La credibilità delle Nazioni Unite – e molte vite innocenti – sono in gioco. [1]
Secondo Fisici per i Diritti Umani: “[Questa lettera è stata] preparata sotto la guida di Mohamed Eljahmi, il noto difensore libico dei diritti umani e fratello del dissidente Fathi Eljahmi, ed afferma che le diffuse atrocità commesse in Libia contro il proprio popolo, costituiscono dei crimini di guerra, impone agli Stati membri di agire attraverso il Consiglio di sicurezza sotto la dottrina della responsabilità a proteggere.”[2]
I firmatari delle lettere includono Francis Fukuyama, United Nations Watch (attenta agli interessi di Israele), la Commissione dei diritti umani del B’nai B’rith, la direzione cubana democratica, e un insieme di organizzazioni in contrasto con i governi di Nicaragua, Cuba, Sudan, Russia, Venezuela e Libia. Alcune di queste organizzazioni sono viste con ostilità come organizzazioni create per condurre campagne di demonizzazione contro i paesi in contrasto con Stati Uniti, Israele e Unione europea. Consultare l’allegato per l’elenco completo dei firmatari per la consultazione.
La LLHR è legata alla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), con sede in Francia e ha legami con il National Endowment for Democracy (NED). FIDH è attiva in molti luoghi in Africa e partecipa ad attività che coinvolgono il National Endowment for Democracy. Sia la FIDH che la LLHR hanno anche rilasciato un comunicato congiunto il 21 febbraio 2011. Nel comunicato le due organizzazioni hanno chiesto alla comunità internazionale di “mobilitarsi” e menzionano la Corte penale internazionale, mentre allo stesso tempo si contraddicono sostenendo che da 400 a 600 persone sono morte dal 15 febbraio 2011. [3] Questo dato, naturalmente, era di circa 5.500 in meno dall’affermazione che 6.000 persone erano state massacrate a Bengasi. La lettera congiunta ha anche promosso la falsa visione che l’80% del sostegno a Gheddafi provenisse da mercenari stranieri, affermazione che qualcosa come oltre mezzo anno di combattimenti  ha dimostrato essere falsa.
Secondo il segretario generale della LLHR, il Dr. Sliman Bouchuiguir, le affermazioni sui massacri di Bengasi non potevano essere convalidata dalla LLHR, quando venivano contestate con della prove. Alla domanda su come un gruppo di 70 organizzazioni non governative, a Ginevra, potesse sostenere le rivendicazioni della LLHR, il Dott. Buchuiguir ha risposto che una rete di strette relazioni ne era alla base. Questa è una beffa.
La speculazione non è né una prova né un motivo per iniziare una guerra con una campagna di bombardamenti che è durata circa mezzo anno, ed è costata la vita a molti civili innocenti, compresi bambini e anziani. Ciò che è importante da notare qui, è che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso di sanzionare la Libia sulla base di questa lettera e delle accuse della LLHR. Non una volta il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e gli Stati membri hanno fatto pressione per la guerra, una volta iniziate le indagini sulle accuse. In una sessione a New York, l’ambasciatore indiano presso le Nazioni Unite l’aveva effettivamente fatto presente, quando il suo paese si era astenuto alla votazione. Così, una cosiddetta “guerra umanitaria” è stata lanciata senza prove.

La relazione segreta tra la LLHR e il Consiglio di transizione
Le rivendicazioni della Lega libica per i diritti umani (LLHR) sono state coordinate con la formazione del Consiglio di transizione. Questo diventa chiaro quando la stretta e prudente relazione della LLHR e del Consiglio di transizione diventa evidente. Logicamente, l’amministrazione Obama e la NATO dovevano esserne anche a parte.
Qualunque sia l’intento di alcuni dei sostenitori del Consiglio di transizione, è chiaro che viene usato come strumento dagli Stati Uniti e altri. Inoltre, cinque membri della LLHR erano o sarebbero diventati i membri del Consiglio di transizione, quasi subito dopo che le affermazioni contro la Libia erano state diffuse. Secondo Bouchuguir ciò includeva Mahmoud Jibril e Ali Tarhouni.
Il Dr. Mahmoud Jibril è una figura del regime portato negli ambienti di governo libico da Saif Al-Islam Gheddafi. Avrebbe antidemocraticamente ottenuto la posizione di primo ministro del Consiglio di transizione. Il suo coinvolgimento con la LLHR solleva alcune questioni circa l’organizzazione vera e propria.
L’economista Ali Tarhouni, d’altra parte, sarebbe diventato il ministro per il petrolio e la finanza del Consiglio di transizione. Tarhouni è l’uomo di Washington in Libia. E’ stato allevato negli Stati Uniti ed è stato presente a tutte le riunioni più importanti sui piani per un cambio di regime in Libia. Come ministro del Petrolio e delle Finanze, i suoi primi atti sono stati la privatizzazione e praticamente la cessione delle risorse energetiche e dell’economia della Libia.
Il segretario generale della LLHR, Sliman Bouchuiguir, ha anche privatamente ammesso che molti membri influenti del Consiglio di transizione, sono suoi amici. Un vero conflitto di interessi si configura. Eppure, la relazione segreta tra la LLHR e il Consiglio di transizione è molto più di una questione di conflitto di interessi. E’ una questione di giustizia e di manipolazione.

Chi è Sliman Bouchuiguir?
Sliman Bouchuguir è una figura sconosciuta alla maggioranza, ma  è autore di una tesi di dottorato che è stato ampiamente citata e utilizzata negli ambienti strategici negli Stati Uniti. Questa tesi è stata pubblicata nel 1979 come libro, l’Uso del petrolio come arma politica: un caso di studio sull’embargo petrolifero arabo del 1973 (The Use of Oil as a Political Weapon: A Case Study of the 1973 Arab Oil Embargo). La tesi riguarda l’uso del petrolio come arma economica da parte degli arabi, ma può essere facilmente applicata ai russi, agli iraniani, ai venezuelani e ad altri. Esamina lo sviluppo economico e la guerra economica, e può essere applicato anche a vaste regioni, tra cui tutta l’Africa.
Le tesi analitiche di Bouchuguir riflettono una importante linea di pensiero a Washington, così come Londra e Tel Aviv. E’ l’incarnazione di una preesistente mentalità, che comprende gli argomenti del Consigliere alla Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti George F. Kennan, nel mantenere una posizione di disparità attraverso una costante e multiforme guerra tra gli USA e i loro alleati da una parte, e il resto del mondo, dall’altra. La tesi può essere tracciata per impedire che gli arabi, o altri,  diventino una potenza economica o una minaccia. In termini strategici, le economie rivali sono dipinte come delle minacce e come “armi”. Questo ha connotazioni gravi.
Inoltre, Bouchuiguir ha svolto la sua tesi presso la George Washington University, sotto Bernard Reich. Reich è un politologo e professore di relazioni internazionali. Ha lavorato e ricoperto incarichi in posti come il Defense Intelligence College, la United States Air Force Special Operations School, il Marine Corps War College, e il Centro Siloe dell’Università di Tel Aviv. Viene consultato sul Medio Oriente dal Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato USA, e ha ricevuto borse di studio da Defense Research Academic Research Support Program e dal German Marshal Fund. Reich è stato anche, o è attualmente, nelle redazioni di riviste come Israel Affairs (dal 1994), Terrorism: An International Journal (1987-1994), e The New Middle East (1971-1973).
E’ anche chiaro che Reich è legato agli interessi israeliani. Ha anche scritto un libro sul rapporto speciale tra Stati Uniti e Israele. E’ stato anche un sostenitore del “Nuovo Medio Oriente”, che sarebbe favorevole a Israele. Questo include un’attenta valutazione del Nord Africa. Il suo lavoro si è concentrato anche sull’interfaccia strategico tra l’Unione Sovietica e il Medio Oriente, e anche sulla politica israeliana nel continente africano.
E’ chiaro il motivo per cui Bouchuiguir ha avuto Reich per la supervisione della sua tesi. Il 23 ottobre 1973, Reich testimoniò al Congresso degli Stati Uniti. La testimonianza è stata nominata “L’impatto della guerra d’ottobre in Medio Oriente” ed è chiaramente legata all’embargo del petrolio del 1973, e all’obiettivo di Washington di voler anticipare o gestire tutti gli eventi simili in futuro. C’è da chiedersi, quanto Bouchuiguir è influenzato da Reich, e quanto Bouchuiguir sposa le stesse idee strategiche di Reich?

Il “Nuovo Nord Africa” e la “Nuova Africa” – Più del solo “Nuovo Medio Oriente
Una “nuova Africa” è in preparazione, e avrà i suoi confini ulteriormente sottolineati nel sangue, come in passato. L’amministrazione Obama e i suoi alleati hanno aperto la porta per una nuova invasione dell’Africa. L’United States Africa Command (AFRICOM) ha aperto le salve della guerra attraverso Operazione Alba dell’Odissea, prima che la guerra in Libia fosse trasferita all’Operazione della NATO ‘Unified Protector‘.
Gli Stati Uniti hanno usato la NATO per continuare l’occupazione post-seconda guerra mondiale dell’Europa. Sarà ora possibile utilizzare AFRICOM per occupare l’Africa e creare una NATO africana. E’ chiaro che gli USA vogliono una estesa presenza militare in Libia e in Africa, sotto la maschera delle missioni di aiuto umanitario e della lotta al terrorismo – lo stesso terrorismo che alimenta in Libia e in Africa.
La via all’intervento in Africa è spianata con il pretesto della lotta al terrorismo. Il Generale Carter Ham ha dichiarato: “Se dovessimo lanciare un’operazione umanitaria, come possiamo farlo in modo efficace con il controllo del traffico aereo, gestendo gli aeroporti, [e] questo tipo di attività?” [4] La domanda del Generale Ham è in realtà un passo fatto per modellare la partnership e l’integrazione militari africane, così come le nuove basi, che potrebbero includere l’uso di più droni militari contro la Libia e altri paesi africani. The Washington Post (WP) e The Wall Street Journal (WSJ) hanno entrambi messo in chiaro che il Pentagono sta attivamente cercando di stabilire altre basi per dei droni in Africa e nella penisola arabica, per espandere le sue guerre. In questo contesto, il comandante di AFRICOM mantiene i legami tra al-Shabaab in Somalia, al-Qaeda nel Maghreb islamico in Nord Africa e il Boko Harem in Nigeria. [6]

La guerra in Libia è una frode
Il Generale Ham ha detto: “Io rimango convinto che se l’ONU non avesse preso questa decisione, gli Stati Uniti non avrebbe preso il comando con un grande supporto, io sono assolutamente convinto che ci sono molte, molte persone oggi a Bengasi, vive, che non lo sarebbero [vive].” [7] Questo non è vero ed è molto lontano dalla realtà. La guerra è costata più vite di quanto non ne avrebbe mai salvato. Ha rovinato un paese e aperto la porta dell’Africa a un progetto neo-coloniale.
Le rivendicazioni della Lega libica per i diritti umani (LLHR) non sono mai state sostenute o verificate da prove. La credibilità delle Nazioni Unite deve essere messa in discussione, così come molte organizzazioni umanitarie e dei diritti umani che hanno praticamente spinto per la guerra. Nella migliore delle ipotesi, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è un organo irresponsabile, ma ha chiaramente agito al di fuori del dovuto processo legale. Questo modello sembra ora ripetersi contro la Repubblica Araba Siriana, mentre sostiene accuse non verificate fatte da individui e organizzazioni sostenute dalle potenze straniere, cui non importa nulla delle autentiche riforme democratiche e della libertà.

NOTE
[1] United Nations Watch et al., “Urgent Appeal to Stop Atrocities in Libya: Sent by 70 NGOs to the US, EU, and UN”, 21 feb 2011
[2] Physicians for Human Rights, “PHR and Human Rights Groups Call for Immediate Action in Libya”, 22 febbraio 2011
[3] The International Federation for Human Rights (FIDH) and the Libyan League for Human Rights (LLHR), “Massacres in Libya: The international community must urgently,” respond, 21 febbraio 2011 
[4] Jim Garamone, “Africa Command Learns from Libya Operations,” American Forces Press Service, 15 settembre 2011 
[5] Gregory Miller and Craig Whitlock, “US assembling secret drone bases in Africa, Arabian Peninsula, officials say,” The Washington Post, 20 settembre 2011; Julian E. Barnes, “US Expands Drone Flights to Take Aim at East Africa,” The Wall Street Journal (WSJ), 21 settembre 2011.
[6] Garamone, “Africa Command Learns,” Op. cit.
[7] Ibidem.

ALLEGATO: firmatari della lettera per una urgente azione in Libia
12 febbraio 2011 – Ginevra, Svizzera

1. Hillel C. Neuer, United Nations Watch, Svizzera
2. Dr. Sliman Bouchuiguir, Libyan League for Human Rights, Svizzera
3. Mary Kay Stratis, Victims of Pan Am Flight 103, Inc., USA
4. Carl Gershman, Presidente del National Endowment for Democracy, USA
5. Yang Jianli, Initiatives for China, USA – ex prigioniero di coscienza e sopravvissuto del massacro di piazza Tiananmen
6. Yang Kuanxing, YIbao – scrittore cinese, primo firmatario di Carta 08, il manifesto chiede una riforma politica in Cina
7. Matteo Mecacci, deputato, Partito Radicale Nonviolento, Italia
8. Frank Donaghue, Physicians for Human Rights, USA
9. Nazanin Afshin-Jam, Stop Child Executions, Canada
10. Bhawani Shanker Kusum, Gram Bharati Samiti, India
11. G. Jasper Cummeh, III, Actions for Genuine Democratic Alternatives, Liberia
12. Michel Monod, International Fellowship of Reconciliation, Svizzera
13. Esohe Aghatise, Associazione Iroko Onlus, Italia
14. Harris O. Schoenberg, UN Reform Advocates, USA
15. 15. Myrna Lachenal, World Federation for Mental Health, Svizzera
16. 16. Nguyên Lê Nhân Quyên, Vietnamese League for Human Rights, Svizzera
17. 17. Sylvia G. Iriondo, Mothers and Women against Repression (MAR Por Cuba), USA
18. David Littman, World Union for Progressive Judaism, Svizzera
19. Barrister Festus Okoye, Human Rights Monitor, Nigeria
20. Theodor Rathgeber, Forum Human Rights, Germania
21. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Center, Juba – Sud Sudan
22. Carlos E Tinoco, Consorcio Desarrollo y Justicia, AC, Venezuela
23. Abdurashid Abdulle Abikar, Center for Youth and Democracy, Somalia 
24. Dr. Vanee Meisinger, Pan Pacific and South East Asia Women’s Association, Thailandia
25. Simone Abel, René Cassin, Regno Unito
26. Dr. Francois Ullmann, Ingenieurs du Monde, Svizzera
27. Sr Catherine Waters, Catholic International Education Office, USA
28. Gibreil Hamid, Darfur Peace and Development Centre, Svizzera
29. Nino Sergi, INTERSOS – Humanitarian Aid Organization, Italia
30. Daniel Feng, Foundation for China in the 21st Century
31. Ann Buwalda, Executive Director, Jubilee Campaign, USA
32. Leo Igwe, Nigerian Humanist Movement, Nigeria
33. Chandika Gautam, Nepal International Consumers Union, Nepal
34. Zohra Yusuf, Human Rights Commission of Pakistan, Pakistan
35. Sekou Doumbia, Femmes & Droits Humains, Mali
36. Cyrille Rolande Bechon, Nouveaux Droits de l’Homme, Camerun
37. Zainab Al-Suwaij, American Islamic Congress, USA
38. Valnora Edwin, Campaign for Good Governance, Sierra Leone
39. Patrick Mpedzisi, African Democracy Forum, Sud Africa
40. Phil ya Nangoloh, NamRights, Namibia
41. Jaime Vintimilla, Centro Sobre Derecho y Sociedad (CIDES), Ecuador
42. Tilder Kumichii Ndichia, Gender Empowerment and Development, Camerun
43. Amina Bouayach, Moroccan Organisation for Human Rights, Marocco
44. Abdullahi Mohamoud Nur, CEPID-Horn Africa, Somalia
45. Delly Mawazo Sesete, Resarch Center on Environment, Democracy & Human Rights, Repubblica Democratica del Congo
46. Joseph Rahall, Green Scenery, Sierra Leone
47. Arnold Djuma, Solidarité pour la Promotion Sociale et la Paix, Rwanda
48. Panayote Dimitras, Greek Helsinki Monitor, Grecia
49. Carlos E. Ponce, Latina American and Caribbean Network for Democracy, Venezuela 
50. Fr. Paul Lansu, Pax Christi International, Belgio
51. Tharsika Pakeerathan, Swiss Council of Eelam Tamils, Svizzera
52. Ibrahima Niang, Commission des Droits Humains du Mouvement Citoyen, Senegal
53. Virginia Swain, Center for Global Community and World Law, USA 
54. Dr Yael Danieli, International Society for Traumatic Stress Studies, USA 55. 55. Savita Gokhale, Loksadhana, India
56. Hasan Dheeree, Biland Awdal Organization, Somalia
57. Pacifique Nininahazwe, Forum pour le Renforcement de la Société Civile, Burundi
58. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Center, Sud Sudan
59. Michel Golubnichy, International Association of Peace Foundations, Russia
60. Edward Ladu Terso, Multi Media Training Center, Sudan
61. Hafiz Mohammed, Justice Africa Sudan, Sudan
62. Sammy Eppel, B’nai B’rith Human Rights Commission, Venezuela
63. Jack Jeffery, International Humanist and Ethical Union, Regno Unito
64. Duy Hoang, Viet Tan, Vietnam
65. Promotion de la Democratie et Protection des Droits Humains, Repubblica Democratica del Congo
66. Radwan A. Masmoudi, Center for the Study of Islam & Democracy, USA
67. María José Zamora Solórzano, Movimiento por Nicaragua, Nicaragua
68. John Suarez, Cuban Democratic Directorate, USA
69. Mohamed Abdul Malek, Libya Watch, Regno Unito
70. Journalists Union of Russia, Russia
71. Sindi Medar-Gould, BAOBAB for Women’s Human Rights, Nigeria
72. Derik Uya Alfred, Kwoto Cultural Centre, Sudan
73. Suor Anne Shaym, Presentation Sisters, Australia
74. Joseph Rahad, Green Scenery, Sierra Leone
75. Fahma Yusuf Essa, Women in Journalism Association, Somalia
76. Hayder Ibrahim Ali, Sudanese Studies Center, Sudan
77. Marcel Claude Kabongo, Good Governance and Human Rights NGO, Repubblica Democratica del Congo
78. Frank Weston, International Multiracial Shared Cultural Organization (IMSCO), USA 
79. Fatima Alaoui, Maghrebin Forum for environment and development, Marocco
80. Ted Brooks, Committee for Peace and Development Advocacy, Liberia
81. Felly Fwamba, Cerveau Chrétien, Repubblica Democratica del Congo
82. Jane Rutledge, CIVICUS: World Alliance of Citizen Participation, Sud Africa
83. Ali AlAhmed, The Institute for Gulf Affairs, USA
84. Daniel Ozoukou, Martin Luther King Center for Peace and Social Justice, Costa d’Avorio
85. Dan T. Saryee, Liberia Democratic Institute (LDI), Liberia

Individui
Dr. Frene Ginwala, ex portavoce della South African National Assembly
Filosofo Francis Fukuyama
Mohamed Eljahmi, attivista libico per i diritti umani
Glenn P. Johnson, Jr., Tesoriere, Victims of Pan Am Flight 103, Inc., padre di Beth Ann Johnson, vittima dell’attentato di Lockerbie

Fonte: UN Watch (vedere nota 1)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Mladic a Gheddafi: La Geopolitica sopprime la legittimità dei leader nazionali

Pjotr Iskenderov Strategic Culture 01/06/2011
 
L’arresto in Serbia, dell’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, il leggendario Gen. R. Mladic, e la dichiarazione sull’illegittimità del governo di Gheddafi in Libia, rilasciata collettivamente in occasione del vertice G8 di Deauville, si combinano perfettamente all’interno dello stesso paradigma: in un mondo unipolare, fin quando continua ad esistere, i leader dei paesi al di fuori della cerchia superiore, non hanno diritto a politiche indipendenti…
Era chiaro fin dall’inizio che la coalizione del governo serbo filo-occidentale con il presidente B. Tadic al timone, avrebbe consegnato Mladic al TPI, sacrificando così gli interessi e l’orgoglio nazionali all’Occidente. L’arresto e l’estradizione di R. Karadzic, ex presidente della repubblica serba di Bosnia, e l’occulta deriva di Belgrado verso una riconciliazione de facto sul Kosovo, hanno ucciso qualsiasi illusione che l’amministrazione serba potesse sfidare la pressione dell’Occidente su una qualsiasi seria questione. Come gesto eloquente, la squadra di Tadic, in gran parte addestrata da  guru delle PR pro-occidentali alla fine degli anni ’90, hanno sincronizzato l’arresto di Mladic con l’apertura del vertice del G8 e il tour in Serbia delle delegazioni dell’UE guidate da due dignitari Bruxelles: il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, e dall’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton. Se il piano era quello di impressionare, il tentativo deve essere ritenuto un successo: quasi contemporaneamente, il presidente francese N. Sarkozy si felicitava della notizia a Deauville e Barroso, appena rientrato da Belgrado, riconosceva l’accoglimento dell’UE come un “messaggio positivo” dalla Serbia.
Eppure, i balletti sull’arresto e l’estradizione a L’Aia di Mladic, non significano che l’invito della Serbia all’UE sia in marcia. Sarkozy, Barroso e Ashton hanno lodato la mossa del paese, un altro passo – uno dei non pochi fatti, verso il raggiungimento dell’obiettivo. Le stime sul tempo necessario alla Serbia per convergere verso l’adesione all’UE è di 6-7 anni, durante i quali il paese dovrà rispondere a tutta una serie di pretese. La lista dei desideri dell’occidente comprende l’arresto e l’estradizione dell’ex leader dei serbi di Croazia Goran Hadzic, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e l’adeguamento della statualità della Serbia intesa a rafforzare le autonomie regionali, fino al punto di trasformare il paese in un conglomerato di territori vagamente collegati. La pressione sulla Serbia sul tema del Kosovo, è probabilmente in cima all’agenda UE dei Balcani nel prossimo futuro, ma in generale, lo spettro dei requisiti dell’UE che Belgrado dovrà affrontare, si amplierà all’infinito.
Data la sua condizione attuale, l’UE ovviamente ha problemi più pressanti da affrontare che non accogliere la Serbia. L’Occidente ha bisogno della Serbia solo come stato canaglia perpetuo, la cui stessa esistenza aiuta a giustificare l’intervento NATO nella crisi jugoslava negli anni ’90, i bombardamenti spietati del paese nel 1999, il sostegno convinto per la causa del separatismo del Kosovo, e la presenza militare di NATO, USA e UE nei Balcani strategici. Le forze politiche filo-occidentali della Serbia rendono il gioco più facile per l’Occidente, ma non importa a quali concessioni costringano a fare il paese – non l’aiuteranno ad acquisire uno status paragonabile a quelle degli altri aspiranti all’UE. Di conseguenza, le possibilità della Serbia di essere ammessa all’Unione europea – con Mladic lontano o venduto, con o senza Tadic – sono inesistenti.
Invece, ciò che colpisce l’estradizione all’Aia di figure chiave serbe ricercate  dal tribunale è la situazione nei paesi ingaggiati come la Libia e la Siria. Ad esempio, l’arresto di Mladic che l’Occidente aveva accettato come partner negoziale legittimo, quando si stipulò l’accordo di Dayton del 1995, legittima ulteriormente che lo status di un qualsiasi leader di un paese sovrano dipenda dalle dinamiche geopolitiche, piuttosto che dalla scelta politica della relativa nazione. Mosca dovrebbe essere consapevole di quanto sopra, ora che si sta offrendo all’Occidente di mediare nel conflitto con la Libia.
Il giorno dopo l’arresto di Mladic, il G8 ha confermato in coro, l’opinione che Gheddafi sia illegittimo quale leader della Libia. La dichiarazione del vertice, inoltre, ha messo in discussione la legittimità dell’intera amministrazione della Libia. Al tempo stesso, i partner della Russia al vertice, si sono assicurati il consenso di Mosca nella mediazione nella colonia libica. La mediazione in una trattativa con un leader di un paese, a priori dichiarato illegittimo, è una missione senza precedenti nella storia della diplomazia.  Neanche le storie dei negoziati sulla Bosnia e il Kosovo, non hanno dovuto dispiegarsi in un quadro così assurdo.
Mladic e Karadzic, entrambi molto popolari nella Repubblica serba di Bosnia, hanno contribuito alla firma degli accordi di Dayton. Nel 1999, S. Milosevic aveva dato importanti garanzie – sigillate dalla Russia – che la missione di pace in Kosovo si sarebbe svolta sotto la bandiera dell’ONU e che, contrariamente ai desideri della NATO, le forze internazionali di stanza in Kosovo non sarebbero state autorizzate a muoversi nel resto della Jugoslavia. Nessuna delle principali potenze del mondo, né la NATO, ufficialmente misero il cambio di regime a Belgrado all’ordine del giorno, quando venne sottoscritto l’accordo tecnico-militare tra Jugoslavia e la NATO del 9 giugno 1999, o fu approvato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU della risoluzione 1244, o venne schierata la KFOR. Tuttavia, le accuse sul Kosovo avanzate contro Milosevic – sorprendentemente simili a quelle attualmente sollevate contro Gheddafi – sono diventate la base per le accuse infine prodotte all’Aia. Non venne notato che nessun documento ufficiale recava l’idea che tali accuse potessero, in qualche modo, corrodere la legittimità di Milosevic.
In altre parole, al momento Gheddafi non può aspettarsi di avere dalla NATO o dalla Russia neanche le garanzie come quelle che Milosevic ha ricevuto nel pacchetto che pose fine agli attacchi aerei su Belgrado. A differenza di Karadzic e Mladic in Bosnia-Erzegovina, non avrà un ruolo nella ricomposizione in Libia. Tra le altre cose, quanto sopra significa che negli ultimi dieci anni gli architetti occidentali del nuovo ordine mondiale, hanno acquisito la capacità di attuare i propri piani riguardanti le crisi in varie parti del globo, senza il sostegno della Russia o pretendendo che li sostenga. Ad oggi, a Mosca, nel caso della Libia – si suppone semplicemente di appoggiare i piani di Washington e di Bruxelles in cui meccanismi di negoziazione praticabili non sono neanche menzionati. Nel 1999, il Boston Globe ha scritto che, in modo sorprendente, che la vittoria in crisi come quella del Kosovo, basandosi unicamente sui raid aerei, era possibile. In questi giorni, è comune vedere nella NATO, e nell’elenco dei leader dei paesi – quelli che vanno dalla Siria e Iran al Pakistan e alla Corea del Nord – la cui legittimità può essere annullata con una mossa sola di pochi candidati. In effetti, ce n’è abbastanza per gestire un paese per ogni vertice del G8…

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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