La strada per Mosca passa da Kiev: un colpo di Stato che minaccia la Russia

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 25 febbraio 2014

La presa del potere a Kiev dell’opposizione è un colpo di Stato eseguito con la forza, che ignora almeno la metà della popolazione ucraina. Eppure, non lo si saprebbe ascoltando i media e le reti come CNN o Fox News, o leggendo i titoli di Reuters e della British Broadcasting Corporation (BBC). Gli eventi a Kiev vengono ingannevolmente presentati da questi media e dai cosiddetti governi “occidentali” che li supportano, direttamente o indirettamente, come il trionfo del potere del popolo e della democrazia in Ucraina.

ucraina_stasL’ipocrisia assoluta è all’opera. Quando proteste e rivolte simili scoppiarono in Gran Bretagna e Francia, le prese di posizione e i toni utilizzati dai soggetti di cui sopra furono assai diversi. Questi attori definirono le proteste e le rivolte in Gran Bretagna e Francia come questioni di ordine pubblico, usando un linguaggio assai favorevole ai governi inglese e francese. Quando vi furono dichiarazioni di preoccupazione per i diritti e la sicurezza dei manifestanti da parte del governo degli Stati Uniti e della Commissione europea, quando la forza fu usata dai governi inglese e francese o quando dei manifestanti morirono? Anche senza ignorare, trascurare o svalutare le perdite di vite a Kiev, le radici della violenza devono essere analizzate onestamente. Nella stessa nota, si deve intendere che l’opposizione ucraina e i suoi sostenitori hanno agito scontrandosi violentemente con il governo ucraino. Non si argomenta contro il diritto dei cittadini di protestare, ma i disordini o l’uso delle armi per cacciare un governo democraticamente eletto, è una questione diversa che nessun governo di Stati Uniti o Unione europea accetterebbe sul proprio territorio. Quando le leggi dei Paesi statunitense ed europei appaiono minacciate, pesanti doppi standard emergono. Universalmente, le leggi penali di tali governi vietano l’assemblea dei cittadini per rovesciare il governo. Le leggi considerano chi sostiene, aiuta, consiglia o predica per il rovesciamento del governo o la sovversione politica criminale e la minaccia allo Stato. Negli Stati Uniti “chiunque abbia intenzione di provocare il rovesciamento o la distruzione di qualsiasi governo e stampa, pubblica, edita, diffonde, questiona, vende, distribuisce o rende pubblico qualsiasi scritto o stampato che sostiene, consiglia o insegna dovere, necessità, opportunità o proprietà nel rovesciare o distruggere un qualsiasi governo degli Stati Uniti con la forza o la violenza, o tenta di farlo, è considerato un criminale secondo il codice penale. Se due o più persone addirittura si incontrano per parlare di rimuovere il governo in molti di questi Paesi, possono essere imprigionati. Nel caso degli Stati Uniti, come afferma il codice penale statunitense, queste persone sono multate ai sensi del presente titolo o imprigionate a non più di 20 anni, o entrambe, e non sono eleggibili in nessuna carica degli Stati Uniti o in qualsiasi dipartimento o agenzia della stessa, per i cinque anni immediatamente successivi alla condanna.” Washington e l’Unione Europea hanno aiutato e incoraggiato apertamente gli atti di cui sopra, sostenendo la campagna dell’opposizione ucraina, anche inviando funzionari e politici ad incoraggiare le forze antigovernative in Ucraina. L’ironia è che questo è esattamente il tipo di comportamento che Stati Uniti ed Unione europea vietano sul proprio territorio e non tollererebbero mai contro se stessi. Se fosse soltanto un caso di etnocentrismo, tale atteggiamento potrebbe essere chiamato eccezionalismo. Tuttavia, non lo è, sinceramente si tratta di un cambio di regime spietato perpetrato da governi soliti nel nascondersi ipocritamente dietro la democrazia e l’umanitarismo.

Come l’Unione europea ha favorito il golpe
Ciò che è avvenuto a Kiev è un colpo di Stato attraverso la manipolazione delle emozioni e le speranze di un segmento significativo della popolazione ucraina, da parte dai capi dell’opposizione. Va sottolineato che molti sostenitori dell’opposizione fanno ciò che credono sia giusto per il loro Paese e che essi stessi sono vittime dei loro capi corrotti. Si deve anche sottolineare, a prescindere da quale parte sostenga, che il popolo ucraino è vittima di politici corrotti. Sia il partito di governo che di opposizione si sono alternati al potere sfruttando l’Ucraina per vantaggio personale. La leadership dell’opposizione ha sostanzialmente usurpato il potere mentre l’Unione europea e gli Stati Uniti gli hanno dato pieno sostegno. Ciò è stato fatto tramite i tentativi di UE e USA nel legittimare la presa del potere dell’opposizione con il colpo di Stato a Kiev quale culmine della rivolta popolare in Ucraina. Anche se l’opposizione non è veramente unita, i suoi capi hanno grossolanamente rifiutato di compiere qualsiasi obbligo, dopo l’accordo mediato tra loro e il governo ucraino da parte dell’Unione europea, attraverso la troika di Francia, Germania e Polonia. Il governo ucraino e la Russia hanno giustamente accusato l’Unione europea e i mediatori europei di rifiutare di adempiere ai loro obblighi assicurandosi che l’opposizione rispetti l’accordo mediato dall’UE. Invece l’Unione europea ha consentito ai capi dell’opposizione ucraina d’ignorare i loro impegni e violare grossolanamente l’accordo. Mentre una fazione dell’opposizione trattava un’altra proseguiva la pressione dalle piazze, rifiutandosi di fermarsi fin quando il governo è stato estromesso. L’accordo firmato tra il governo ucraino e l’opposizione, il 21 febbraio 2014, non aveva alcuna clausola o termine tuttavia che concedesse all’opposizione diritti per occupare il potere esecutivo, legislativo e giudiziario dell’Ucraina o per creare unilateralmente una nuova legislazione. Qualsiasi informazione secondo cui l’accordo permette che ciò avvenga, è falsa e fuorviante. Invece l’accordo è stato utilizzato come travestimento per l’acquisizione dello Stato da parte dell’opposizione. In verità, l’Unione europea ha contribuito a mediare l’accordo per potenziare l’opposizione ucraina. La conversazione telefonica trapelata sulle proteste in Ucraina tra Victoria Nuland del dipartimento di Stato e Geoffrey Pyatt, l’ambasciatore statunitense a Kiev, hanno anche indicato che Stati Uniti e UE pianificavano la creazione di un nuovo governo in Ucraina. Il nastro su Nuland rivela che Washington lavorava per un nuovo governo dell’opposizione in Ucraina con figure che avrebbero facilmente adempiuto alle pretese di USA e UE. Ciò di cui Nuland e Pyatt parlavano è il cambio di regime in Ucraina, che non ha nulla a che fare con ciò che il popolo ucraino vuole, ma solo con ciò che il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati vogliono dall’Ucraina. Se il governo degli Stati Uniti crede davvero che il popolo ucraino abbia il diritto di determinare il proprio futuro, non si sarebbe impegnato a nominare le figure del governo ucraino o a cercare di configurare il governo ucraino. Invece Washington avrebbe lasciato la formazione del governo di Kiev al popolo ucraino.

Camuffare nel parlamento nella Rada il colpo di Stato
I leader dell’opposizione cercano d’ingannare platealmente gli ucraini e il mondo sequestrando il ramo legislativo del governo del Paese. Vi sono forti possibilità che ciò sia fatto con il coordinamento e l’incoraggiamento dei governi di Stati Uniti e Unione europea. Per legittimarsi, l’opposizione ucraina usa il Parlamento ucraino o Verkhovna Rada. La Rada era già un luogo fortemente danneggiato da politici notoriamente disonesti che dominavano sia la maggioranza che l’opposizione della camera, semplice notaio legislativo. In altre parole, la leadership dell’opposizione ucraina cerca di legittimare il colpo di Stato a Kiev utilizzando l’anchilosata Rada ucraina. La Rada non era nel pieno decoro in tale votazione. L’opposizione ha inizialmente usato l’instabilità e la fuga del governo per dichiarare opportunisticamente legittimi i contestati voti alla Rada. Ciò è accaduto mentre circa la metà dei parlamentari ucraini era assente o in clandestinità per le violenze e i disordini a Kiev. In altre parole, i leader dell’opposizione hanno usato l’assenza di circa la metà dei parlamentari nella Rada per dare una finta legalità al loro colpo di Stato, cogliendo l’occasione approvando una legge parlamentare che sarebbe stata respinta se tutti i membri della Rada fossero stati presenti e votanti. Anche se sotto il controllo dell’opposizione, la Rada aveva ancora un numero sufficiente di parlamentari per tenere una sessione di emergenza, ma vi furono serie questioni procedurali, tecniche, giuridiche, etiche e costituzionali su ciò che accadeva. Per indire una sessione di emergenza, la Rada ha bisogno di almeno 226 dei suoi parlamentari. Sotto la guida dell’opposizione vi erano inizialmente 239 deputati, ma ciò non autorizzava l’opposizione ad approvare una qualsiasi legge o a far finta che la Rada operasse in sessione costituzionale regolare. Inoltre, vi erano importanti procedure specifiche necessarie da seguire, che i partiti dell’opposizione ignorarono e violarono. Il maggiore partito dell’Ucraina, il Partito delle Regioni e gli altri partiti filo-governativi o indipendenti non erano presenti al voto alla Rada. Anche se un numero crescente di deputati filo-governativi ora inizia a negoziare con l’opposizione e una fazione dei deputati del Partito delle Regioni è tornata alla Rada per proteggersi, l’assenza di molti deputati e il fatto che tutti parlamentari ucraini non fossero nella Rada a contestare l’azione dell’opposizione rende, per lo meno, la normativa passata discutibile. Esaminando altri fattori, le leggi approvate dalla Rada sono ancora più discutibili. Il presidente della Rada (portavoce o presidente), Volodimir Rybak, non era presente alla lettura delle proposte nella Rada. Rybak si sarebbe dimesso dal suo incarico. Non solo la persona eletta presidente della Rada da una sessione costituzionale deve essere presente al voto, ma il presidente della Rada deve approvare gli atti adottati firmandoli prima che siano trasmessi al ramo esecutivo del governo, per la promulgazione. Né i decreti possono divenire leggi o essere promulgati dopo il voto alla Rada senza la firma finale presidenziale. L’unico modo con cui un veto presidenziale può essere ribaltato è che i due terzi dei deputati della Rada sostengano un disegno di legge dopo il veto presidenziale, in questo caso il presidente o il presidente della Rada devono firmare il disegno di legge per adottarlo come legge.
L’opposizione ha cercato di aggirare l’approvazione presidenziale e l’assenza del presidente della Rada. Invece i capi dell’opposizione hanno scelto unilateralmente il nuovo presidente, Oleksandr Turchynov, in modo da far avanzare la loro agenda politica senza essere contestati. La nomina di Turchynov a presidente della Rada è stata pensata per dare agli atti parlamentari dell’opposizione ucraina una legittimità. L’opposizione ha nominato Turchynov affermando di aver seguito la costituzione, perché un presidente della Rada supervisionasse le proposte dei partigiani e li approvasse. Inoltre, Oleksandr Turchynov non solo sorveglia e approva gli atti unilaterali dell’opposizione ucraina, ma li trasforma in leggi essendo anche il presidente dell’Ucraina in carica. Ciò che ha fatto Turchynov, tuttavia, è illegale per una serie di motivi. In primo luogo, la maggioranza della Rada, cioè di tutti i deputati del Parlamento ucraino, deve nominare prima un nuovo presidente o portavoce della Rada per sovrintendere alla votazione parlamentare. Ciò non è avvenuto perché molti membri della Rada mancavano quando fu scelto. In secondo luogo, Turchynov non può assumere il ruolo di presidente della Rada, da primo vice-presidente o assumendo la carica di presidente ad interim, fin quando il presidente Viktor Janukovich si dimette o viene processato dalla Rada, cosa che non è avvenuta quando è stato nominato presidente. Usando le divisioni nella gerarchia sconcertata del partito delle Regioni, l’opposizione ha cercato di coprire la sua incostituzionalità. Dopo che Turchynov è stato nominato presidente della Rada, l’opposizione ha fatto sì che una fazione del Partito delle Regioni ritornasse alla Rada e che una serie di deputati indipendenti mettesse sotto accusa il presidente Janukovich. Questi parlamentari del Partito delle Regioni ed indipendenti collaborano con l’opposizione al fine di mantenere il posto o garantirseli con il nuovo regime politico a Kiev. La Rada è ora solo un ente di approvazione controllato dall’opposizione, che già agisce illecitamente. Anche se c’è ancora incertezza o discussioni se la versione 2004 o 2010 della Costituzione ucraina sia attiva, l’articolo 82 della Costituzione ucraina (a prescindere di qualsiasi versione) stabilisce che la Rada è la sola “competente, a condizione che non meno dei due terzi della sua composizione costituzionale siano stati eletti“. Si discute dei nuovi regolamenti sui media e dell’espulsione dei media russi dall’Ucraina. Svelando quanto siano false loro inclinazioni democratiche, i capi dell’opposizione minacciano di usare la Rada per vietare, inoltre, i partiti che gli si oppongono. Ciò include il divieto del Partito delle Regioni di Viktor Janukovich. Il Partito delle Regioni non è solo il partito politico più ampio, detiene anche quasi il quaranta per cento dei seggi della Rada. Nessun altro partito politico si avvicina al suo sostegno, nel panorama politico ucraino o nella Rada. Escludendo i seggi parlamentari dei suoi alleati nella Rada unicamerale, con 442 seggi, il Partito delle Regioni ne occupa 165 da solo. I partiti politici e coalizioni di opposizione comprendenti l’Unione pan-ucraina Patria (Batkivshchyna), l’Alleanza democratica per la riforma ucraina e Svoboda, hanno in totale 167 seggi. Non vi è alcun dubbio su chi abbia la maggioranza del sostegno degli elettori ucraini. La messa al bando del Partito delle Regioni annulla essenzialmente la scelta elettorale della maggioranza degli ucraini. I capi dell’opposizione vogliono anche utilizzare illecitamente la Rada per mettere fuori legge il Partito Comunista ucraino. Il Partito Comunista ucraino ha definito la cosiddetto protesta EuroMaidan/Euromaidan un colpo di Stato eterodiretto contro l’Ucraina e il suo popolo. Le minacce dell’opposizione di vietare il Partito Comunista ucraino, e addirittura di ucciderne gli aderenti per le strade, sono volte a punirlo per la posizione e il sostegno dato al governo ucraino contro le proteste antigovernative a Kiev.

La balcanizzazione dell’Ucraina? L’Ucraina seguirà la via della Jugoslavia?
Sembra che forse il peggio debba ancora venire. L’Ucraina è destinata a fare la fine dell’ex-Jugoslavia? La questione è stata dibattuta sempre più seriamente. Andrej Vorobjov, diplomatico russo a Kiev, ha anche commentato, con grande angoscia per il governo ucraino, che la federalizzazione può essere la soluzione migliore per l’Ucraina e che l’Ucraina era già in uno Stato federale de facto. Le ragioni dietro l’angoscia per i commenti sulla federalizzazione sono l’ansia crescente delle autorità e dei cittadini ucraini sulla possibilità che il loro Paese possa dividersi o frammentarsi. Prima della presa del potere dell’opposizione a Kiev, nel febbraio 2014, l’Ucraina era già un Paese dalla società polarizzata. La parte occidentale dell’Ucraina è sotto l’influenza e il controllo dell’opposizione, mentre le porzioni orientali e meridionali sono sotto l’influenza e il controllo del Partito delle Regioni e dei suoi alleati politici. Le azioni dell’opposizione esterne al quadro della democrazia, hanno aperto la porta all’illegalità e al decentramento del potere governativo. Diverse aree dell’Ucraina sono cadute nelle mani delle milizie d’opposizione. La milizia di Aleksandr Muzychko, uno dei capi dell’opposizione ultra-nazionalista e fervente oppositore della Russia, che combatté a fianco dei separatisti ceceni a Groznij contro l’esercito russo, ora controlla diverse città occidentali dell’Ucraina. Minaccia la guerra contro il governo ucraino utilizzando carri armati e armi pesanti. La macchinazioni politiche di tutti sono attive. Dopo l’avvento dell’opposizione, funzionari del partito delle Regioni del presidente Janukovich gli attribuiscono la responsabilità dei morti a Kiev e lo condannano come vigliacco e traditore, praticamente ignorando il ruolo che i capi dell’opposizione hanno giocato nell’accendere la crisi politica e le perdite di vite. Temendo le frange violente dell’opposizione, il Partito delle Regioni ha inoltre condannato la campagna di intimidazioni e minacce dell’opposizione nei confronti del Partito delle Regioni e dei suoi sostenitori. Vi sono deputati della Rada, parlamentari del Partito delle Regioni, che restano nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina avendo paura di tornare a Kiev per via  delle milizie dell’opposizione, in cui hanno il sopravvento. Vi sono rapporti su un parlamento parallelo creato nella parte orientale e meridionale dell’Ucraina, che potrebbe effettivamente dividere il Paese come la Bosnia, divisa quando i serbi bosniaci crearono il proprio parlamento parallelo dopo che quello di Sarajevo ignorò la formula comunitaria della Bosnia, che sostanzialmente garantiva il diritto di veto alle comunità bosniaca, croata e serba di Bosnia  permettendo la co-esistenza. Il silenzio inaudito sulla metà dell’Ucraina, che i media mainstream di Stati Uniti e Unione europea si rifiutano di riconoscere, ora s’inasprisce e prepara l’ampliamento delle violenze a Kiev. Si teme la diffusione delle violenze perpetrate dall’opposizione militante. Le violenze hanno già iniziato a toccare Kharkov.
Ora la penisola di Crimea russofona chiede la secessione, annullando la decisione di Nikita Krusciov di staccare la penisola di Crimea dalla Russia sovietica per premiare l’Ucraina sovietica a simbolo dell’unità e dei legami tra la Russia e l’Ucraina. Se la penisola di Crimea dovesse separarsi, ci sono suggerimenti che la Russia possa intervenire militarmente nella penisola. Se questo dovesse accadere, avverrebbe attraverso un invito dei funzionari della Crimea e della Rada autonoma (Duma o Parlamento) della Crimea, che già nel giugno 2006 crearono una legislazione che vieta alle forze della North Atlantic Treaty Organization (NATO) di entrare nel territorio della Crimea, mentre definiva Viktor Jushenko, il presidente pro-NATO dell’Ucraina, fantoccio di Stati Uniti ed Unione europea. La preoccupazione per l’intervento russo è stata anche affrontata con ironia ipocrita e l’indiretto avvertimento di Susan Rice al Cremlino di non inviare truppe in Ucraina. La Repubblica Autonoma di Crimea, sede della minoranza musulmana dell’Ucraina, non è l’unico luogo in Ucraina minacciato d’intervento per il colpo di Stato a Kiev. Per affrontare l’opposizione violenta e armata ucraina, che ha destabilizzato Kiev, delle contro-milizie si sono formate in luoghi come gli oblast di Kharkov e Donetsk nelle parti orientali e meridionali dell’Ucraina. Funzionari ucraini provenienti da queste regioni dell’Ucraina, hanno anche detto che non riconoscono la Rada di Kiev come legittima e che la legislazione da essa adottata è illegale e nulla. La politica polarizzata dell’Ucraina si sovrappone ai confini della religione organizzata. Mentre la maggioranza degli ucraini è cristiana appartenente alla Chiesa Russa Ortodossa di Ucraina (chiamata semplicemente Chiesa ortodossa ucraina), c’è anche una divisione tra loro legata alla politica nazionalista. Circa la metà dei seguaci della Chiesa ortodossa ucraina guarda al Patriarca Kirill di Mosca come suo patriarca e primate supremo della Chiesa ortodossa ucraina, ma l’altra metà appartiene alla porzione sfuggita alla Chiesa ortodossa ucraina, che segue il Patriarca Filaret di Kiev. Almeno in termini nominali, ultra-nazionalisti e sostenitori dell’opposizione per lo più seguono il Patriarcato di Kiev e coloro che sostengono il Partito delle Regioni, in genere guardano a Mosca come centro spirituale. Queste divisioni possono essere manipolate per uno scenario di tipo jugoslavo. Il quadro si complica quando si esaminano le minoranze religiose in Ucraina. Cattolici ucraini, uniati della Chiesa greco-cattolica e cattolici romani, in genere sembrano favorire l’opposizione e l’integrazione con l’Unione europea. Vi è effettivamente crescente risentimento verso i cattolici ucraini, visti come agenti polacchi dai membri della Chiesa ortodossa ucraina. Nonostante la ben nota e pubblicizzata avversione per gli ebrei di una parte dell’opposizione (vi sono anche opinioni negative analoghe sugli ebrei, storicamente esistite in Ucraina, tra alcuni sostenitori del governo), gli ebrei ucraini sono divisi tra pro-governativi e antigovernativi. Secondo il Jerusalem Post e l’Agenzia telegrafica ebraica, gli ebrei ucraini hanno preso parte alle proteste antigovernative a fianco degli ultra-nazionalisti ucraini. I musulmani ucraini, tre quinti dei quali tartari di Crimea, d’altra parte sembrano sostenere in generale la parte filo-governativa, anche se vi è il supporto musulmano ai partiti di opposizione. I musulmani ucraini, tuttavia, sono prudenti e non supportano la dissoluzione dell’Ucraina o i sentimenti separatisti esistenti tra la comunità russa.

Le linee offuscate tra ucraini e russi
La politica del Paese dell’Europa orientale è ancora più complicata dal fatto che la lingua russa è prevalente nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina. C’è un contenzioso sui numeri esatti. Per via della vicinanza delle due lingue, russa e ucraina, in alcune parti dell’Ucraina è difficile capire se la popolazione locale parla un dialetto ucraino o russo. Ancora più sconcertante, i confini tra identità e lingua ucraina e russa non sono netti. A parte le lingue e il fatto che ucraino e russo una volta erano una sola lingua, c’è una linea sfocata su chi sia etnicamente ucraino e chi russo. Circa il trenta per cento degli ucraini si considera russo con madrelingua russa, e che sono russofoni secondo il governo ucraino, ma solo circa la metà di questi cittadini ucraini russofoni è in realtà etnicamente Russkye (di etnia russa). Il lavoro sociologico condotto nel 2004 afferma che il numero di russofoni è in realtà molto più alto, e che russo e ucraino sono effettivamente usati quasi allo stesso modo. C’è anche una minoranza di etnia russa che parla ucraino come prima lingua e una molto più grande minoranza di ucraini etnici che parla russo come prima lingua. Molti cittadini ucraini sono anche bilingue e c’è anche preferenza per l’uso del russo come lingua commerciale e quotidiana in molte parti dell’Ucraina. Nell’ambito del processo storico e sociologico, gli ucraini etnici hanno adottato l’identità dei russi etnici e viceversa, russi hanno adottato l’identità di ucraini etnici. Quando è stato richiesto, molti cittadini ucraini non erano nemmeno sicuro se fossero Russkye o di etnia ucraina. Se qualcosa va ricordato delle cause della Prima Guerra Mondiale e della Seconda Guerra Mondiale, dovrebbe essere il nazionalismo e il sentimento di eccezionalità usati come oppiacei per catturare e manipolare i cittadini per supportare la guerra e l’ascesa degli opportunisti. I capi dell’opposizione ucraina hanno deliberatamente promosso e alimentato sentimenti ultra-nazionalisti per accecare e manipolare i loro seguaci. Il nazionalismo ucraino, in particolare nell’occidente filo-Unione Europea, è stato formulato sulla base di insani sentimenti antirussi e sul concetto distorto di superiorità culturale dell’Unione europea e inferiorità culturale degli slavi orientali (in particolare russi, ma anche ucraini e bielorussi). Le molteplici convergenze tra ucraini e russi e il complesso rapporto tra le identità ucraine e russe  causarono gli atteggiamenti decisamente antirussi dell’opposizione tradizionale, che in parte apertamente glorifica Adolf Hitler, il Terzo Reich e l’invasione dell’Unione Sovietica, minacciando la solidarietà sociale ucraina e le future relazioni di Kiev con la Russia e gli altri Paesi confinanti con l’Ucraina.

Rivoluzione per la democrazia o sovversione dell’Unione europea?
La crisi in Ucraina non ha avuto luogo perché il governo ucraino è corrotto o usava la forza contro i manifestanti in Piazza dell’Indipendenza a Kiev. E’ iniziata perché il governo ucraino ha rifiutato di firmare l’accordo di associazione UE-Ucraina nel novembre 2013. Questo è il motivo per cui le violenze a Kiev hanno avuto incondizionatamente copertura politica dalla dirigenza di Stati Uniti e Unione europea, legittimandole internazionalmente, ma ha anche avuto il sostegno dei media sotto forma di parzialità a favore dell’opposizione. I social media erano saturi di propaganda e video fasulli, come il video del Council for Foreign Relations “Io sono un ucraino” di YouTube, che dipinge un quadro distorto delle ragioni della rivolta antigovernativa. Come  propaganda che ignora le motivazioni delle proteste antigovernative, il video “Io sono un ucraino” ignora del tutto il fatto che le proteste a Kiev non furono avviate da rivendicazioni democratiche, ma dal rifiuto del governo ucraino nel firmare l’accordo con l’Unione europea. In realtà, il governo ucraino e il Partito delle Regioni erano inizialmente assai favorevoli all’accordo di associazione con l’Unione europea, ma dopo che l’UE si rifiutò di rinegoziare l’accordo o di dare garanzie finanziarie e sollievo economico a Kiev per le perdite commerciali e i superiori prezzi del gas che l’Ucraina avrebbe dovuto affrontare a seguito della firma dell’accordo. Inoltre, gli oligarchi ucraini allineati con il presidente Janukovich e il suo Partito delle Regioni si resero conto che l’accordo avrebbe permesso alle imprese dell’Unione europea di smantellare le proprie aziende e sostituirne il monopolio con quelli corporativi dell’UE. L’accordo UE avrebbe costretto l’Ucraina a cambiare molte leggi e regolamenti commerciali penalizzando le imprese degli oligarchi ucraini e, in termini economici, consentendo a che l’Ucraina venisse saccheggiata e ridotta a colonia dell’Europa orientale. Il governo ucraino non ha firmato l’accordo UE perché è filo-russo. Anche se il Partito delle Regioni si rivolge politicamente agli ucraini filo-Russia, chi dice o pensa che la leadership del Partito delle Regioni sia filo-russo o che il Partito delle Regioni sia filo-russo, è grossolanamente male informato o appiattito. Per molti anni la leadership del Partito delle Regioni ha anche apertamente detto di non essere ostile alla NATO e Viktor Janukovich, da primo ministro, attuò anche le politiche d’integrazione alla NATO che il presidente Leonid Kuchma perseguiva. Il governo ucraino non ha firmato l’accordo dell’Unione europea per l’associazione UE-Ucraina, per via dei propri interessi e non per sentimenti positivi verso la Russia. Se solo l’accordo avesse mirato all’economia ucraina senza mettere in discussione i monopoli e i privilegi degli oligarchi ucraini, il presidente Janukovich e il governo ucraino avrebbero firmato senza alcuna esitazione. L’accordo UE, tuttavia, era semplicemente impossibile e suicida per gli oligarchi e l’economia ucraini. L’accordo con l’UE in aggiunta avrebbe costretto l’Ucraina a tagliare i suoi rapporti commerciali con i principali partner economici, la Russia e gli altri membri del Commonwealth degli Stati Indipendenti (CSI), senza avere alcuna alternativa. Sarebbe stato politicamente mortale per il Partito delle Regioni.

La corsa euro-atlantica verso l’Eurasia: usare Kiev contro la Russia e oltre…
Il sostegno di Stati Uniti ed Unione europea all’opposizione ucraina, anche se in parte, ha per scopo trascinare l’Ucraina nella loro orbita e circondare, isolare ed infine sovvertire la Federazione russa. Gli orangisti rinascenti e la nuova coalizione dell’opposizione hanno formato un nuovo fronte, che può essere definito fronte neo-orangista, intensamente volto a trascinare l’Ucraina nell’orbita euro-atlantica di Washington e Commissione europea con l’eventuale adesione a enti e strutture sovranazionali come NATO ed Unione Europea. Questi politici dell’opposizione crearono il caos dopo la rivoluzione arancione, quando diressero l’Ucraina. Resta da vedere se potranno ri-orientare l’Ucraina nella zona euro-atlantica (la parola “euro-atlantica” mimetizza il ruolo degli Stati Uniti in Europa, che più propriamente dovrebbe essere chiamata area euro-statunitense). Quando i capi dell’opposizione dominavano l’Ucraina, erano occupati a rubare e a combattersi per perseguire gli obiettivi di Stati Uniti ed Unione europea. Julija Tymoshenko, quando era prima ministra, e il presidente orangista Viktor Jushenko erano ancora occupati ad accusarsi di corruzione e tradimento. C’era una simultanea campagna per cancellare la storia e i profondi legami storici dell’Ucraina con la Russia dall’era sovietica e pre-sovietica. Non solo la Federazione Russa fu demonizzata e la lingua russa discriminata dall’opposizione e dagli elementi ultra-nazionalisti, ma i cittadini ucraini russi o con opinioni favorevoli ala Russia e all’integrazione eurasiatica furono anche dipinti come traditori, stranieri e nemici dell’Ucraina. Tutti i ricordi della storia comune con la Russia furono attaccati, compresi i monumenti ai soldati caduti che difesero l’Ucraina e l’Unione Sovietica dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale o, come viene detta in Ucraina e in Russia, la Grande Guerra Patriottica.
Riguardo Siria e Iran, è stato ripetutamente affermato molte volte che la strada per Teheran passa per Damasco, e che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno preso di mira la Siria per colpire l’Iran. Riguardo l’Ucraina e la Russia, un assioma molto simile è applicabile. La strada per Mosca passa da Kiev. L’acquisizione dell’Ucraina è parte integrante di una campagna geo-strategica contro i russi, come la campagna del cambio di regime contro Damasco, in misura minore. Il cambio di regime in Ucraina è parte di una guerra occulta e palese nei confronti della Federazione russa. La Rada del governo fantoccio in Ucraina eliminerà uno dei partner più importanti di Mosca. Se l’Ucraina aderisce a UE e NATO, minaccerà direttamente i confini occidentali della Russia e la sicurezza di una delle più importanti basi navali russe, con la base della Flotta russa del Mar Nero a Sebastopoli in Crimea. Se si aggraveranno, gli eventi in Ucraina colpiranno la sicurezza e le relazioni diplomatiche di tutti i Paesi dell’Europa orientale. La Polonia è già vista con diffidenza da Bielorussia e Russia. Il governo polacco, nella sua interazione con l’Ucraina, ha agito come il governo turco ha agito nei confronti della Siria. Con l’appoggio dei governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia, Varsavia ha sostenuto le forze antigovernative ucraine in molteplici modi, proprio come Ankara ha sostenuto le forze antigovernative e le operazioni di cambio di regime in Siria in diversi modi. La Russia non è sola. La Federazione russa non è l’unico Paese preoccupato di quanto è successo in Ucraina. L’allontanamento dell’Ucraina dalla Russia si propone inoltre d’isolare la Russia dall’Europa e ridurre l’Unione Eurasiatica formata da Russia, Kazakistan e Bielorussia in un progetto prevalentemente asiatico, invece che in un progetto europeo e asiatico. I governi bielorusso e kazako sono preoccupati. Paesi come Armenia, Kirghizistan, Iran e Cina guardano gli eventi a Kiev con preoccupazione. L’Ucraina è un partner di questi Paesi che vedono il conflitto in Siria e le rivolte antigovernative in Ucraina e Venezuela parte della guerra globale che gli Stati Uniti hanno intrapreso contro di loro e i loro alleati. Le opinioni degli iraniani non sono molto diverse da quelle dei russi. L’Iran ha espresso preoccupazione che ciò che è stato avviato a Kiev comporti l’eventuale disgregazione dell’Ucraina con ampie conseguenze destabilizzanti nella regione del Caucaso, che condivide il Mar Nero con l’Ucraina e si unisce all’Iran. Il capo delle forze armate iraniane ha anche commentato il colpo di Stato come “passaggio dall’indipendenza alla dipendenza.” Giusto per dare un’idea sull’importanza del valore che questo gruppo di Paesi da all’Ucraina, va osservato che i cinesi hanno firmato il 5 dicembre 2013 un accordo bilaterale annunciando che l’Ucraina era un partner strategico di Pechino. Nell’accordo vi è l’impegno cinese a fornire a Kiev protezione militare con l’ombrello nucleare cinese. I governi di Ucraina, Cina e Russia hanno discusso l’ammissione dell’Ucraina nell’Accordo di cooperazione di Shanghai (SCO).
Non c’è dubbio che il governo ucraino sia corrotto, ma l’opposizione non è migliore ed è altrettanto corrotta. Non si può negare, tuttavia, che quando si tratta del sostegno popolare del popolo ucraino, il Partito delle Regioni e i suoi alleati politici ne ricevono uno maggiore rispetto all’opposizione che ha sequestrato il Paese con l’uso della forza e delle intimidazioni. Né quei funzionari del partito della Regioni, ruffiani timorosi verso l’opposizione al potere, possono giustificare o nascondere il colpo di Stato a Kiev cercando di decidere se salvarsi la pelle o la situazione. Anche se è innegabile che l’opposizione abbia originariamente pianificato il colpo di stato, solo quando i mezzi democratici sono esauriti può essere legittimo un tale uso della forza. I capi dell’opposizione ucraina hanno galvanizzato i loro sostenitori mobilitandoli a Kiev e spingendo un’escalation violenta, mentre la metà pro-governativa del Paese è rimasta immobile. Come già detto in precedenza, ai numeri mostrati per le strade di Kiev dall’opposizione corrispondono i numeri altrettanto grandi o forse anche più grandi, di ucraini che vi si oppongono. Che dire delle loro opinioni sul futuro dell’Ucraina?

1ukraine_map_region_vote-1024x576Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Georgia: scomparso il laboratorio di bio-armi a Tbilisi

Henry Kamens New Oriental Outlook 15/02/2014

800px-Biolab_Tbilisi_02Una cosa curiosa è accaduta in Georgia l’anno scorso. Dopo le diffuse speculazioni sui media nell’aprile 2013, secondo cui la Georgia ospitava un laboratorio di armi biologiche, il Richard G. Lugar Center for Public and Animal Health Research di Tbilisi, che gli Stati Uniti avevano a lungo negato esistesse, la struttura, recentemente riconosciuta, fu visitata dal premier della Georgia, dal ministro della Salute georgiano e dell’ambasciatore degli Stati Uniti. Poche ore dopo il governo georgiano annunciava formalmente la liquidazione di tale centro, senza spiegazioni. La maggior parte dei Paesi è orgogliosa del proprio sviluppo scientifico e avrebbe esposto un centro di ricerca sulla salute pubblica e degli animali con orgoglio, in particolare se creato e finanziato dai più prestigiosi degli alleati, gli Stati Uniti. Pertanto, l’improvvisa chiusura di tale impianto nel maggio 2013, solleva molte domande su quale fosse il suo vero scopo, e quali negoziati hanno avuto luogo per installarlo in Georgia e quindi chiuderlo. Sarebbe facile rispondere a queste domande se il laboratorio fosse stato effettivamente chiuso. Ma questo non è successo. Secondo il decreto del governo georgiano 422 del 7 maggio 2013, le attività del Centro dovevano essere trasferite al Centro Nazionale per il controllo delle malattie della Georgia e una commissione per la liquidazione sarebbe stata istituita e presieduta dai rappresentanti di vari enti governativi. Tuttavia, come già riportato, quando i giornalisti interrogarono il personale del Center for Disease Control di Atlanta (CDC) fu detto che “il laboratorio è gestito dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti” suggerendo di contattare l’USAMIRID (US Army Medical Research Institute di Infectious Diseases). Nulla s’è saputo di ciò da allora. Si potrebbe pensare che il neo-eletto governo georgiano si sia preoccupato del mancato adempimento di un suo ordine o, se ciò fosse stato fatto con il suo consenso, spiegare perché il laboratorio rimaneva sotto il controllo delle forze armate statunitensi, almeno secondo il CDC, quando la sua esistenza era oggetto di tanta speculazione sui media.
Quando il laboratorio è stato chiuso è stato affermato che non era attivo e che mai lo era stato. Allora qual è il problema? Perché improvvisamente liquidarlo e consegnarne il patrimonio implicitamente inesistente a un’altra agenzia, se in realtà non aveva mai iniziato ad operare? Fu a lungo ipotizzato che la Georgia conducesse esperimenti pericolosi con agenti biologici. Voce della Russia, funzionari della sanità pubblica russi e media di diversi Paesi l’avevano segnalato. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (OIE, Organisation Mondiale de la Santé Animale), in Georgia microbiologi e virologi georgiani e statunitensi conducono una ricerca congiunta sul virus del colera. Gli enti che partecipano a tale progetto sono USAMRIID, Fort Detrick e l’Istituto di Batteriologia, Microbiologia e Virologia georgiano. Dato l’equilibrio delle risorse tra questi due organi, il progetto può quindi essere meglio descritto come militare, piuttosto che di natura civile. Molti articoli indicano che gli Stati Uniti sono impegnati nella ricerca su armi biologiche illegali, indicandola come violazione della Convenzione sulle armi biologiche (BWC).
Ci sono anche molti statunitensi ed altri che trafficano con Tbilisi, che si possono incontrare nei soliti luoghi di ritrovo per stranieri, e che chiaramente lavorano in questo laboratorio, presumibilmente non attivo. Uno dei suoi dipendenti ha recentemente detto, per difendersi: “Ho già detto che non ci sono agenti biologici in tutto l’edificio? Questo è ciò che rende così divertente queste storie. Ho letto di tutti questi pericoli e che possa accadere qualcosa in Georgia, coincidenza? E’ ridicolo. Non voglio lavorare in un edificio carico di germi pericolosi“. Infatti, giornalisti e fonti esteri suggeriscono che sia stato usato come centro di comando e controllo, non come laboratorio, per numerosi anni, rientrando in un progetto da 40 milioni di dollari, che poi è finito per costarne quasi 300, come al solito in Georgia.

Lo sfondo di questa storia
BioIl Richard G. Lugar Center for Public and Animal Health Research fu aperto con l’assistenza del governo statunitense nel quadro del programma di riduzione della Difesa. Il presunto scopo di tali programmi è mettere sotto controllo nazionale le scorte di armi e agenti biologici rimasti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ufficialmente, gli specialisti vi studiano la genetica dei batteri e dei virus, nonostante non fosse attivo secondo queste stesse fonti ufficiali. I contribuenti statunitensi potrebbero avere qualcosa da dire su come i loro fondi vengono spesi impiegando squadre di scienziati, che non costano poco, che vivono in un Paese straniero e presumibilmente s’impegnano in certi lavori per conto proprio. L’ex-consulente mediatico del presidente, Jeffrey Silverman, ritiene che il laboratorio fosse probabilmente impegnato nello sviluppo di un virus, piuttosto che studiarli. Ha anche affermato che il centro esisteva quando veniva negato, e da allora s’è dimostrato come una grande quantità di armi, comprese quelle biologiche, furono spedite dalla Georgia in zone calde del mondo, a sostegno delle posizioni degli Stati Uniti. Vi sono anche i piani di un impianto del Centro che sembrava essere progettato per lo smaltimento di corpi. Del personale che lavorava presso il centro rispose a queste affermazioni, quando fu ricoverato nel novembre scorso per una mattonata sulla fronte. Silverman ritiene che una delle attività del centro sia iniettare nuovi ceppi di agenti biologici in animali utilizzati per la nutrizione, per vedere come il sistema immunitario dei georgiani funziona e come reagisce quando esposto a tali agenti. Cose simili sono state anche sostenute da Ragnar Skre, un giornalista norvegese che fu aggredito da cinque uomini mascherati, poche ore dopo una visita sul posto. Queste affermazioni oltraggiose su atrocità nazistoidi sarebbero incredibili se non fosse per due fattori. Uno, si tratta della Georgia, dove la storia recente ha dimostrato che le affermazioni più estreme sono anche le più probabili a dimostrarsi vere. Due, Silverman finora ha avuto ragione.
Molti media russi e statunitensi hanno affermato che la diffusione di tali malattie pericolose, come l’influenza suina e la febbre del coniglio in Georgia, sia collegata agli esperimenti con agenti biologici. Un improvviso scoppio inspiegabile di morbillo, non limitato ai bambini come avviene di solito, fu collegato a tale programma. Si è anche affermato che in Georgia gli statunitensi abbiano una scorta segreta del mortale virus del vaiolo, anche se puramente a scopo di ricerca. Paata Imnadze, Vicedirettore del Centro Nazionale per il controllo delle malattie della Georgia, che doveva rilevare le attività del laboratorio, ha cercato di smentire l’aumento di influenza e morbillo affermando specificatamente che non aveva “nulla a che fare con il laboratorio“. “Allo stato attuale, gli anziani sono sempre malati perché la loro immunità è bassa. Nel 2008 abbiamo lanciato una vasta campagna per vaccinare un milione di persone, ma ne abbiamo vaccinati solo 500000, e ora ne vediamo le conseguenze“, ha detto. Tuttavia, Imnadze non ha potuto spiegare perché il vaccino per la malattia dei bambini fosse stato donato dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, piuttosto che da un ente della sanità pubblica come il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta, in Georgia. Inoltre, non ha spiegato perché il “consenso informato” non era stato ottenuto dai vaccinati, compresi gli adulti, come la legge richiede. Silverman sostiene che alcuni componenti di questo vaccino non fossero così innocui, e la sua donazione fosse probabilmente parte di un esperimento oscuro.
Nell’ambito della stessa esercitazione sul controllo dei danni, il 13 settembre dello scorso anno, l’ufficio di Voice of America di Mosca parlò del laboratorio finanziato dagli Stati Uniti in Georgia e respinse la tesi che fosse parte di un programma per armi biologiche. Inoltre affermò che queste accuse erano di carattere politico, dato che il Cremlino presumibilmente li fabbricava per avere “un motivo per bloccare l’importazione di frutta e verdura georgiane“. Tali importazioni sono state effettivamente riprese. Il governo georgiano ha descritto come “assurda” la dichiarazione secondo cui un laboratorio alla periferia di Tbilisi sviluppasse virus pericolosi per la salute, testati sugli abitanti della zona. La deputata Irina Imerlishvili ha detto che “il laboratorio fu aperto dal governo del presidente Saakashvili. Lui stesso partecipò alla cerimonia. E’ ben noto che Saakashvili non ama il proprio popolo e ama condurre esperimenti su di esso, naturalmente. Tuttavia, credo che ciò non abbia nulla a che fare con questo caso.” La chiusura del Centro è stato minimizzato dalle fonti ufficiali. Secondo il Georgian Times, un settimanale in lingua inglese, Amiran Gamkrelidze, responsabile del Centro Nazionale per il controllo delle malattie (NCDC) della Georgia , sostiene che il decreto di liquidazione riguardi soltanto lo status giuridico del centro. “Il centro di ricerca è una persona giuridica di diritto privato, e il NCDC è una persona giuridica di diritto pubblico.  Abbiamo dovuto cambiare il suo status giuridico per renderlo proprietà del NCDC“, ha detto al Georgian Times. “Questo non significa che il laboratorio sarà venduto o che il suo profilo sarà cambiato. Manterrà il vecchio nome, ma sarà fuso con il NCDC e avrà un consiglio di sorveglianza multi-settoriale, presieduto dal ministero della Salute“, ha aggiunto. Non ha spiegato però il motivo per cui un centro non funzionante sarebbe descritto in “liquidazione”, piuttosto che messo sotto nuova gestione.
E non finisce qui. Ci sono prove che il Richard Lugar Lab sia una delle tante strutture il cui riconoscimento dell’esistenza sia fondamentalmente un inganno. Tutti i laboratori finora identificati sono collegati al programma Biological Weapon Proliferation Prevention (BWPP) e a vari progetti nel suo ambito. Un altro laboratorio che si occupa di malattie delle piante opera a Kobuleti, sulla costa del Mar Nero, sotto gli auspici del ministero della Difesa del Regno Unito. C’è anche un laboratorio biologico minore a Kutaisi, nella Georgia centrale.

Inventare il futuro
Ci sono anche collegamenti non-così-segreti tra i bio-laboratori in Georgia, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e i Lincoln Labs del MIT, in particolare il Research Group 48, (biometria forense) impegnato in operazioni in Iraq e in Afghanistan e in stretta collaborazione con il Team di vigilanza persistente (Gruppo 99). Un altro vaso di Pandora in attesa di aprirsi e la tempistica per farlo può essere quella giusta, con tutto ciò che succede nella regione. Fonti dell’intelligence georgiano affermano che non sia un caso che ci siano molti collegamenti ai vertici dell’intelligence fra Boston (non solo MIT e Lincoln Labs, ma altre strutture) e il programma del laboratorio di Tbilisi. La struttura di Boston lavora a stretto contatto con l’Army DA G2 (intelligence) sulla biometria e le applicazioni dell’intelligence. Sviluppando congiuntamente specificamente tecnologia biometrica (DNA, voce, viso), politica forense e concetti operativi. Il laboratorio di Boston è impegnato in molti programmi del dipartimento dell’Homeland Security e del dipartimento della Difesa, in queste aree. Sulla base delle relazioni della Fondazione per la Cultura Strategica russa alla fine dell’anno scorso, gli agenti dell’intelligence georgiani “più favorevoli” al primo ministro Bidzina Ivanashvili hanno collegato i punti tra la fine del presunto attentatore della maratona di Boston, Tamerlan Tsarnaev, la Jamestown Foundation della CIA e l’addestramento di operatori daghestani e ceceni, come Tsarnaev, nei seminari del 2012 co-sponsorizzati dall’Ilia State University di Tbilisi. Anche qui vi è un chiaro collegamento Tbilisi-Boston.
L’intelligence georgiana infatti è ormai diventata una continua fonte di informazioni sulle attività nel Caucaso e zone circostanti di CIA e Mossad, e dei collegamenti con programmi a Boston riguardanti Tbilisi. C’è una ragione, è ovvio che l’accordo con DTRA e Defense Intelligence Agency relativo al Lugar Center, fatto dal presidente pro-USA e filo-israeliano Mikheil Saakashvili, non sia accettabile per il nuovo governo georgiano. Non vi è dubbio che la TV e la stampa filo-governativi siano strumentali nel cambiare la direzione del laboratorio, fornendo una copertura concertata alle accuse su “qualcosa di sinistro che vi  accade” e che “il bene pubblico” o “la salute pubblico” non ne siano mai state le vere mansioni. La Russia a lungo ha sostenuto che, anche quando tale struttura non esisteva ufficialmente, la Georgia diffondeva virus dannosi tra i cittadini della Russia, e questo è il vero motivo tacito per cui la Russia impose l’embargo sui prodotti agricoli georgiani nel 2006. Ora, con il ritorno della democrazia in Georgia, le barriere sono state abbattute e si è avuto rapidamente un miglioramento delle relazioni. Per mostrarsi seria, anche a lungo, come la Russia e altri hanno sempre sostenuto, la Georgia ha deciso tranquillamente di mettere il laboratorio in naftalina, chiedendo che tale struttura sia ricostruita per il suo scopo originale operando come centro di ricerca per la salute pubblica e veterinaria.

Bechtel Nazionale
Il laboratorio di Tbilisi era effettivamente gestito dalla Bechtel Nazionale, un appaltatore della difesa statunitense implicato in una vasta serie di traffici di armi e riciclaggio di denaro. Stipulò un accordo con la Technology Company Management (TMC) georgiana sulla non proliferazione biologica, sotto l’apparente veste di un programma civile. Un generale fu inizialmente incaricato di dirigere tale programma dagli Stati Uniti, nonostante la sua totale mancanza di formazione scientifica o specializzazione nella salute umana o animale. L’ambasciata statunitense in Georgia rispose agli articoli della ricista Georgian Times sul laboratorio, rilasciando una dichiarazione nell’aprile dello scorso anno, che diceva: “Gli Stati Uniti sostengono con forza la libertà di parola e di stampa e da tempo sostengono un ambiente libero e pluralistico nei media, in Georgia e altrove. Tuttavia, la libertà giornalistica comporta responsabilità, ivi compresa la responsabilità di confermare le informazioni prima di segnalarle. I brani dell’intervista a Kviris Palitra, pubblicata oggi sul suo sito web e pagina facebook, contengono una serie di dichiarazioni sulla politica degli Stati Uniti assolutamente prive di fondamento e che, purtroppo, si riflettono sulla veridicità della loro fonte apparente“. Mai l’ambasciata degli Stati Uniti, in realtà, ha presentato una sola prova per confutare le affermazioni fatte sul laboratorio. Le interviste sulla potenziale minaccia rappresentata da tale laboratorio furono trasmesse su quasi tutte le principali reti televisive georgiane, con la notevole eccezione di Rustavi2, portavoce dell’ex-regime di Saakashvili strettamente legato all’intelligence degli Stati Uniti e all’US National Security New Reporting Service.
Se accettiamo che il Richard Lugar Center sia effettivamente funzionante e faccia un buon lavoro, identificando agenti infettivi nocivi per gli animali e la salute, lavorando per combatterli, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ma il centro è stato attivo per circa 10 anni, e in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito parlare delle sue ricerche, o che abbiano mai prodotto un qualche risultato positivo. Le uniche cose che sappiamo è che si trattava di un presunto laboratorio di bio-armi che il nuovo governo georgiano ha ritenuto di liquidare dopo che la sua esistenza non poteva più essere apertamente negata.

Cosa succederà dopo?
Ora, per molti non è un brutto momento per finirla con questa bio-infezione. Così tante persone cercano in tante altre direzioni, guidate dai media di qui. Una bella epidemia potrebbe agire da  spinta politica e aiutando lo sforzo bellico della NATO e degli Stati Uniti nel mondo arabo. La loro macchina di PR non funziona molto bene in questo momento, corrosa dalla Flack delle conseguenze non intenzionali delle operazioni militari degli Stati Uniti e dei diversi attacchi sotto falsa bandiera, e quando la persuasione non funziona, l’unica opzione rimasta è usare le brutte maniere. Tutto è possibile per gli statunitensi e i loro partner strategici, anche scatenare attacchi con l’antrace. Se si verificassero, naturalmente si supporrà che uno di quei leader arabi pazzi che hanno intrapreso un programma biologico, abbiano trovato un paio di capsule di Petri dimenticate. Anche se ciò fosse vero, c’è solo un posto da cui potrebbero averle ottenute. Basta guardare chi finanzia i laboratori in cui sappiamo si fanno tali ricerche.

mag-article-largeHenry Kamens, giornalista, esperto di Asia centrale e Caucaso, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Giochi Olimpici di Sochi e la minaccia del terrorismo

Chi c’è dietro i terroristi del Caucaso?
Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 6 febbraio 2014
ted-jihad-flagNelle settimane che precedono le Olimpiadi invernali di Sochi, i media occidentali hanno effettuato un dribbling di “articoli seri” esaminanti “la possibilità” di un attentato terroristico per i giochi olimpici. A fine di gennaio, il governo inglese avvertiva “che attentati in Russia (dopo l’attacco a Volgograd di dicembre) molto probabilmente si verificheranno prima o durante le Olimpiadi invernali di Sochi“. (BBC, 27 gennaio 2014). Mentre la torcia olimpica arrivava a Sochi, la CNN pubblicava tempestivamente i risultati di un “autorevole” sondaggio d’opinione (su un campione esiguo di 1000 persone): “il 57% degli statunitensi pensa che un attacco terroristico sia probabile per i  Giochi di Sochi.” In precedenza vi furono notizie sulla misteriosa minaccia terroristica da parte di una cosiddetta “vedova nera” della Cecenia, covo del terrorismo islamico in Russia. Secondo il cosiddetto “esperto di catastrofe” dr. Gordon Woo, un attacco della vedova nera “quasi certamente accadrà”: “Per via delle vicende tra i russi e il popolo ceceno volto a creare l’emirato del Caucaso, Sochi è un obiettivo primario del terrorismo“, ha detto Woo avanzando un serie di moduli catastrofici, tra cui il tracciato di un modello sul rischio terrorismo. (Business Times, UK)
I Giochi di Sochi si svolgono al culmine della crisi mondiale segnata dal confronto tra Stati Uniti e Russia sullo scacchiere geopolitico. A sua volta, le proteste in Ucraina impattano sul controllo geopolitico della Russia sul Mar Nero. Quale sarebbe l’obiettivo politico di fondo di un attacco terroristico? I resoconti dei media sono volti unicamente a creare paura e incertezza provocando imbarazzo politico alle autorità russe? Mentre le TV e i tabloid puntano sulla presunta vedova nera, la questione fondamentale su chi sia dietro i terroristi del Caucaso viene taciuta. Nessuna delle notizie si concentra sulla questione fondamentale necessaria per valutare la minaccia terroristica.
Sia la vicenda di al-Qaida che i recenti eventi in Siria e Libia confermano inequivocabilmente che la rete di al-Qaida sia segretamente supportata dai servizi segreti occidentali.

Storia: chi c’è dietro i terroristi ceceni?
Quali sono le origini storiche dei jihadisti ceceni, che ora presumibilmente minacciano i Giochi di Sochi? Chi c’è dietro di loro? Nel 1990, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti dichiararono una guerra segreta contro la Russia. L’obiettivo era promuovere la secessione della Cecenia, una “regione autonoma rinnegata” della Federazione russa, al crocevia delle rotte  strategiche di oleodotti e gasdotti. Fu un’operazione d’intelligence. I principali capi dei ribelli ceceni, Shamil Basaev e al-Qatab, furono addestrati e indottrinati nei campi allestiti dalla CIA in Afghanistan e Pakistan. Le due principali formazioni jihadiste cecene, affiliate ad al-Qaida, avrebbero avuto 35000 uomini. Furono supportate dall’intelligence militare pakistana (ISI) per conto della CIA, e il finanziamento in Cecenia proveniva dalle missioni wahhabite dell’Arabia Saudita. L’ISI svolse un ruolo chiave nell’organizzare e addestrare l’esercito ribelle in Cecenia: “(Nel 1994) l’Inter Services Intelligence pakistana organizzò intensivi indottrinamento islamico ed addestramento alla guerriglia per Basaev e i suoi fidati luogotenenti, nella provincia di Khost in Afghanistan, presso il campo di Amir Muawia, creato nei primi anni ’80 da CIA e ISI e diretto dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio 1994, dopo la promozione ad Amir Muawia, Basaev fu inviato nel campo Markaz-i-Dawar, in Pakistan, per essere addestrato in avanzate tecniche di guerriglia. In Pakistan, Basaev incontrò i vertici militari e d’intelligence pakistani”. (Levon Sevunts, “Who’s Calling The Shots? Chechen conflict finds Islamic roots in Afghanistan and Pakistan”, The Gazette, Montreal, 26 ottobre, 1999). Dopo l’addestramento e l’indottrinamento, Basaev fu posto al comando dell’assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. (Vitalij Romanov e Viktor Jadukha, “Il fronte ceceno passa in Kosovo“, Segodnia, Mosca, 23 febbraio 2000)

La geopolitica delle Olimpiadi invernali di Sochi
Le Olimpiadi di Sochi si svolgono nel punto strategico sul Mar Nero, al crocevia di oleodotti e gasdotti russi. La questione sottaciuta (sia in occidente che dal governo russo) rigaurdo la possibilità di un attentato è: chi c’è dietro i terroristi? Mentre gli Stati Uniti sponsorizzavano i ribelli ceceni sconfitti negli anni ’90 dalle forze russe, varie formazioni legate ad al-Qaida, tra cui il “gruppo militante per l’emirato del Caucaso, Imarat Kavkaz (IK)”, rimasero attive nel Caucaso, nel  meridione della Federazione russa (Cecenia, Daghestan, Inguscezia) e Abkhazia. I gruppi russi di al-Qaida così come la rete delle formazioni jihadiste in Medio Oriente, Asia Centrale e Balcani costituiscono le “risorse dell’intelligence” della CIA che potrebbero essere utilizzate per innescare un attacco terroristico per le Olimpiadi di Sochi. Inutile dire che Mosca è pienamente consapevole del fatto che al-Qaida sia uno strumento delle intelligence occidentali. E Mosca è anche consapevole che gli Stati Uniti sostengono segretamente i gruppi terroristici che minacciano la sicurezza dei Giochi Olimpici. Nelle strutture militari e d’intelligence russe ciò è noto, documentato e discusso a porte chiuse. Tuttavia, è anche una “verità proibita”. E’ tabù parlarne in pubblico o sollevarlo a livello diplomatico. Washington sa che Mosca sa: “Io so che tu sai che io so“.
Le questioni fondamentali, che media russi ed occidentali non affrontano per ovvi motivi, sono:
•  Chi c’è dietro i terroristi del Caucaso?
•  Quali interessi geopolitici cercano gli Stati Uniti e i loro alleati decidendo un attentato terroristico “false flag” prima o durante i Giochi Olimpici di Sochi?

Boston_Chechnyia-640x320Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Stalingrado” dell’Arabia Saudita

Sergej Israpilov (Russia)  Nakanune 3 febbraio 2014 - Oriental Review

- Se combatti per la democrazia,come dice, ignora il nostro terrorismo,e vendici miliardi di armamaenti avanzati, Non faccio promesse, devo pensare al prezzo del petrolio. - Lo so! Siamo sempre amici.

– Se parli di democrazia, ignora il nostro terrorismo e vendici miliardi di armamenti avanzati, Non faccio promesse, devo pensare al prezzo del petrolio. – Lo so! Siamo sempre amici.

I problemi dei Paesi islamici sono stati a lungo una priorità della politica globale e dei media internazionali. La crisi continua ad allargarsi verso nuovi Paesi e regioni. Se raggiunge l’Arabia Saudita, il Paese più influente nel mondo arabo, che succederà? Gli Stati Uniti continueranno a sostenere il loro alleato regionale?

L’Arabia Saudita sfida il mondo intero
Informazioni recenti indicano che i terroristi del gruppo islamico Ansar al-Sunna rivendicano gli attentati dell’anno scorso a Volgograd. Il testo della dichiarazione è stato pubblicato su diversi siti islamici, e un video dai mujahidin del gruppo insorto Ansar al-Sunna, guidato dall’emiro Omar, è stato pubblicato su YouTube. Il video pubblicato il 19 gennaio mostra due giovani che si chiamano Sulayman e Abdurrahman, con fucili mitragliatori, sostenere di essere gli attentatori. In precedenza, il ministero degli Esteri russo aveva dichiarato, “Non ci ritireremo, ma continueremo inflessibili la nostra battaglia, passo dopo passo, contro un nemico infido che non conosce confini e può essere fermato solo collaborando. Queste incursioni criminali a Volgograd, così come gli attentati in Stati Uniti, Siria, Iraq, Libia, Afghanistan, Nigeria e altri Paesi, sono stati organizzati utilizzando lo stesso modello, hanno gli stessi mandanti“. A sua volta, il ministro dell’Informazione siriano Umran al-Zubi aveva dichiarato all’inizio di gennaio, “Le stesse forze sono dietro gli attentati terroristici in Siria, Iraq e Russia. Se da un lato hanno miliardi di dollari a disposizione, ciò non significa che possono compiere attacchi terroristici impunemente e ovunque vogliano“, aggiungeva.
Rispetto alle stragi in Siria, Libia, Libano e Iraq, la situazione in Arabia Saudita sembra relativamente stabile. Ma il regno è sempre più intrappolato dall’ampliarsi dell’instabilità  generata dalla “primavera araba” che incancrenisce la regione, anche grazie al finanziamento della monarchia. Ciò in particolare, si può vederlo nella guerra che infuria tra sciiti e sunniti. Come l’Arabia Saudita continuerà ad espandersi tra la diminuzione delle opportunità e un numero crescente di nemici? Oggi l’Arabia Saudita è un Paese ricco che partecipa attivamente a manifestazioni internazionali e cerca di esercitarvi l’influenza. Tuttavia, i principali strumenti del Paese sono finanziari. Il regno cerca di posizionarsi contro nemici regionali e globali senza un forte esercito o una flotta, senza armi nucleari, senza industria della difesa o infrastrutture scientifiche, senza poter fornire al proprio popolo cibo e beni… Nonostante i prezzi internazionali elevati del petrolio, la posizione economica del regno di Arabia Saudita s’è recentemente complicata. Negli ultimi 30 anni la popolazione è quadruplicata, da 5 a 20000000 (secondo il censimento del 2010), e supererà i 28 milioni una volta contati i lavoratori stranieri. Naturalmente i loro bisogni e richieste sono cresciuti. Oggi il regno di Arabia Saudita non è più un piccolo Paese dal reddito enorme, ma un grande Paese che vive con lo stesso reddito di prima. Il petrolio impone ancora un prezzo elevato, ma ne viene improvvisamente prodotto di più in tutto il mondo. Il regno ha ora nuovi e potenti concorrenti, come Angola, Messico e Venezuela. L’esportazione della Russia è aumentata nettamente e gli Stati Uniti, ora il maggiore importatore mondiale di petrolio, sono destinati a diventarne esportatori. I maggiori consumatori di petrolio saudita sono attualmente Cina, India e Paesi del sud est asiatico, alimentando il desiderio dell’occidente di sovvertire la situazione politica  regionale. Il regno rimane dipendente al 90% dal petrolio, per il suo reddito. Nel 1990 fu mostrato il grande spettacolo di tentare di sviluppare il settore non petrolifero dell’economia, ma non s’é ancora dimostrato fruttuoso. Una quota crescente del petrolio viene consumata dal mercato interno.
In tali circostanze, la politica estera dell’Arabia Saudita non è più sicura come prima. Il lungo conflitto in Siria s’è già riversato oltre i confini del Paese e si materializza come guerra settaria nei Paesi vicini. L’Iraq è fondamentalmente destabilizzato dai terrorismo, ben 10000 civili sono stati uccisi solo lo scorso anno. La guerra in Libano divampa. Le tensioni crescono in Giordania… L’Arabia Saudita ha sostenuto i conflitti in questi Paesi, in passato, ma ora non può tenerli sotto controllo. La guerra tra sunniti e sciiti risucchia milioni di persone e quantità crescenti di risorse. Tale politica estera genera conflitti. Per via della situazione in Siria e in Egitto, il regno ha persino litigato con i suoi alleati regionali: Turchia e Qatar. Le relazioni con le altre monarchie della penisola arabica sono diminuite. All’ultimo vertice del GCC in Quwayt, le altre cinque monarchie hanno respinto la precedente decisione di fondersi in una confederazione. Oggi l’Arabia Saudita viene trascinata nella tempesta politica che coinvolge l’intero mondo islamico. Nessun segno del deterioramento della situazione politica nel regno appare ancora, ma ci sono fattori esterni che l’Arabia Saudita non può più abbandonare ai venti del destino, e che potrebbero facilmente turbarne la stabilità politica.

Qual è stato il costo dell’”amicizia” degli USA con l’Arabia Saudita?
In molti modi, il futuro del regno dipenderà dalla posizione degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno la reputazione di Paese che non perdona mai la violazione dei propri interessi, tanto meno un qualsiasi attacco da uno Stato più debole. Così è sorprendente che gli Stati Uniti abbiano speso decenni a sminuire le azioni ostili dei sauditi. Mai prima un qualsiasi Paese aveva causato tali danni, impunemente, agli Stati Uniti come l’Arabia Saudita. Migliaia di statunitensi furono uccisi, e senza reazioni. In particolare, 15 dei 19 dirottatori coinvolti negli attacchi a New York e Washington nel 2001 erano di nazionalità saudita. Ma ciò non comportò conseguenze per l’Arabia Saudita. Dopo l’attacco al World Trade Center, la “guerra al terrore” proclamata a gran voce fu stranamente usata come pretesto per l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, e per degli attacchi in Filippine, Yemen, Somalia e Sahara occidentale. Oltre alle 2977 vite perse negli attacchi terroristici, altre 6794 vittime (senza contare quelle tra le forze di sicurezza private) furono rivendicate da tali guerre che non portarono alcuna vittoria agli Stati Uniti. Non è un segreto che gli Stati Uniti persero almeno 2000 miliardi di dollari e migliaia di vite nel corso di questo decennio combattendo i terroristi in Iraq, Afghanistan e in tutto il mondo.
Nel frattempo, i terroristi uccisero degli statunitensi anche in Arabia Saudita. Oltre all’esplosione di Dhahran nel maggio 2003, attentatori suicidi uccisero 35 persone a Riyadh, alla vigilia della visita del segretario di Stato Colin Powell. Nel luglio 2004, tre soldati statunitensi furono uccisi. Quella stessa settimana un ingegnere statunitense fu rapito e decapitato. Nel dicembre 2004, si ebbe un attentato contro il consolato USA a Jeddah e cinque membri del personale morirono. Nel dicembre 2009 il sito Wikileaks rivelò al mondo che i diplomatici statunitensi erano ben consapevoli del fatto che l’Arabia Saudita sia la fonte “più significativa” dei finanziamenti ai gruppi terroristici sunniti di tutto il mondo. Global Research ha recentemente scritto: “Mentre gli Stati Uniti sono stretti alleati di Arabia Saudita e Qatar, è chiaro che i primi finanziatori dei gruppi estremisti negli ultimi 3 decenni, tra cui al-Qaida, siano infatti Arabia Saudita e Qatar… L’Arabia Saudita è la maggiore  fonte mondiale di fondi per gruppi islamisti come taliban e Lashkar-e-Taiba, ma il governo saudita è riluttante a limitare il flusso di denaro“. Anche se i leader di Arabia Saudita non sono direttamente responsabili del sostegno diretto alle attività anti-americane, i terroristi ne sarebbero ostacolati senza il flusso di denaro dal regno. Il Rapporto della Commissione 9/11 conclude che gli attacchi terroristici negli Stati Uniti sarebbero stati impossibili senza finanziamenti esterni assai generosi: “Gli ideatori del 9/11 infine spesero tra i 400000 e i 500000 dollari per pianificare e condurre l’attacco… I dirottatori spesero più di 270 mila dollari negli Stati Uniti… Le spese aggiuntive inclusero viaggi per avere passaporti e visti per recarsi negli Stati Uniti, le spese sostenute dai capi del complotto, nonché le spese delle persone scelte come dirottatori che infine non parteciparono.”
Se venisse accertato che i sauditi hanno lo zampino negli attentati di Volgograd, ciò vorrebbe dire una cosa. L’Arabia Saudita non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere nei suoi confini attuali e sotto il regno della dinastia attuale. A differenza di certi vecchi amici di Damasco, la protezione diplomatica del regime dei Saud difficilmente rientra nell’agenda di Mosca. Riyadh potrebbe pagare cara aver ignorato le lezioni di Stalingrado nella Seconda Guerra Mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le Olimpiadi di Sochi: gli occidentali iniziano con gli Stati Uniti che puntano all’Oro della propaganda

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 01/10/2014

TO GO WITH AFP STORY BY BENOIT FINCK (FIDopo l’orribile doppio attentato nella città meridionale russa di Volgograd che ha ucciso 34 persone e ferito decine di altre, gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali hanno condannato solennemente gli attentati. “Gli Stati Uniti sono solidali con il popolo russo contro il terrorismo”, ha prontamente dichiarato la Casa Bianca, aggiungendo: “Il governo statunitense offre il pieno sostegno al governo russo nei preparativi per la sicurezza dei Giochi Olimpici di Sochi”. C’erano anche condanne dall’Unione Europea e dalla NATO degli attentati terroristici suicidi del 29-30 dicembre, che hanno causato orribili carneficine nel centro di Volgograd, uccidendo diverse donne e bambini. Eppure, nonostante queste espressioni d’indignazione e solidarietà internazionale, sembra strano che gli Stati Uniti e gli altri governi occidentali ancora persistano nel loro affronto politico sui Giochi Olimpici Invernali che dovrebbero iniziare a Sochi il 7 febbraio. Il presidente Barack Obama e altri leader occidentali, tra cui il primo ministro canadese Stephen Harper ed i presidenti francese e tedesco Francois Hollande e Joachim Gauck, non hanno cambiato i loro piani, in effetti, di boicottaggio dei Giochi…
I leader occidentali hanno detto che non avrebbero partecipato all’evento quadriennale, e la loro assenza viene ampiamente vista come protesta ufficiale sulle presunte preoccupazioni sui diritti umani russi, in particolare per la legge contro la “propaganda omosessuale” che Mosca ha emanato lo scorso anno. L’affronto dei leader occidentali verso i Giochi di Sochi è senza precedenti. Certo, vi furono i boicottaggi di Paesi nelle Olimpiadi passate. Nel 1980, gli Stati Uniti boicottarono le Olimpiadi estive di Mosca, durante l’intervento dell’Unione Sovietica in Afghanistan, e nel 1984 l’Unione Sovietica si vendicò boicottando le Olimpiadi di Los Angeles. Ma il mezzo boicottaggio occidentale del prossimo evento di Sochi è una novità. Stati Uniti, Canada e Unione europea si uniranno ad 88 altre nazioni partecipanti agli eventi sportivi, ma i loro capi di Stato se ne staranno lontano. Ciò suggerisce che l’occidente usa i giochi politici contro la nazione russa ospitante. Sembrando grossolani e in malafede, i governi occidentali innalzano la bandiera dei “diritti di gay e lesbiche”, soprattutto alla luce dell’orrore perpetrato a Volgograd. Sembra che ci sia una netta mancanza di priorità morale e politica. Se dovessimo seguire la strada dei diritti umani privilegiati, allora la Russia poteva facilmente scegliere d’impedire alla delegazione ufficiale di recarsi alle Olimpiadi invernali canadesi del 2010, preoccupandosi per la repressione e il maltrattamento dei popoli della Nazione Ottawa. In qualche modo il disdegno occidentale verso Sochi non convince. Ma la prova delle preoccupazioni occidentali, o meglio mancanza di preoccupazioni, per le loro obiezioni dichiarate sui diritti umani in Russia sono di un’incongruenza lampante rispetto alla recente atrocità a Volgograd. Gli attentati ovviamente erano destinati ad infliggere un colpo devastante ai Giochi di Sochi. La dichiarazione della Casa Bianca lo riconosce. Nessun gruppo ne ha rivendicato la responsabilità, ma è inconfutabile che gli aggressori appartengano al cosiddetto califfato Caucaso, nelle vicine regioni del Caucaso del Nord di Cecenia e Daghestan. Il gruppo jihadista fondamentalista guidato da Doku Umarov aveva già avvertito l’intenzione di usare “tutti i mezzi necessari per sabotare” l’evento olimpico. Tali minacce terroristiche non sono vane minacce. Prima dell’ultima doppia esplosione, Volgograd fu colpita ad un attentatore suicida ad ottobre, quando sei persone furono uccise su un autobus. Tale massacro fu attribuito ai jihadisti di Umarov. Anche se Volgograd è a circa 700 chilometri a nordest della località del Mar Nero di Sochi, è uno snodo chiave dei trasporti tra Mosca e la regione meridionale. Rappresenta quindi un obiettivo primario dei seguaci di Umarov per colpire da vicino la sede olimpica. In precedenza, la stessa rete jihadista effettuò attentati suicidi mortali al sistema dei trasporti di Mosca, nel 2010 e 2011, uccidendo decine di persone.
Il dirompente evento di Sochi viene visto come un’opportunità per infliggere un potente colpo politico all’immagine internazionale della Russia. Il Presidente Vladimir Putin ha investito molto sul prestigio dei Giochi, e il terrorismo sarà un modo per sminuire l’autorità di Mosca. Innegabilmente poi, gli attentati terroristici di Volgograd sono un attacco alla sovranità della Russia e alla sua capacità di ospitare le Olimpiadi invernali. Qualsiasi sia la definizione lessicale ufficiale occidentale, le Olimpiadi invernali sono nel mirino della Guerra al Terrore. Eppure i leader occidentali, che sostengono di combattere una Guerra al Terrore, dimostrano una disdicevole mancanza di solidarietà verso la Russia scegliendo di usare “i diritti dei gay” per decidere di non presenziare ai Giochi del mese prossimo. Tale abbandono del sostegno politico di fronte a un terrorismo sfrenato contro un altro Stato è, nella migliore delle ipotesi, fuori luogo, e nella peggiore, tradisce un ulteriore inconcepibile motivo. Infatti, settimane prima dell’ultimo attentato terroristico di Volgograd, la Casa Bianca annunciò che la sua delegazione secondaria a Sochi sarà preceduta dall’ex-giocatore di tennis ed icona gay Billie Jean King. Un altro membro della delegazione ufficiale degli Stati Uniti è il giocatore di hockey Caitlin Cahow, sostenitore dei diritti dei gay. Mentre l’inglese Guardian osservava che con la scelta della Casa Bianca: “Barack Obama invia alla Russia un messaggio chiaro circa il trattamento di gay e lesbiche, con la sua scelta dei rappresentanti degli Stati Uniti alle Olimpiadi invernali di Sochi”. Così, contrariamente all’adagio di non mescolare sport e politica, Washington e i suoi alleati sembrano intenzionati ad usare i Giochi di Sochi per fare propaganda politica volta a minare Mosca. Ciò s’inserisce nell’ampia agenda politica occidentale di aggressione a bassa intensità della Russia. Nonostante le vantate affermazioni di ricercare il “Reset” nei rapporti tra Stati Uniti e Russia con Obama, Washington dimostra di voler fare di tutto per aumentare le tensioni con Mosca. La legge Magnitsky sanziona i funzionari russi per presunte violazioni dei diritti umani, il rinnegamento degli obblighi sul disarmo nucleare, la palese interferenza negli affari Russia-Ucraina sul partenariato con l’UE e il trionfalismo per il rilascio dell’oligarca Mikhail Khodorkovskij, sono solo alcune delle questioni che Washington e i suoi alleati europei rinfacciano a Mosca negli ultimi mesi.
Nelle prossime settimane, ci si può aspettare altro dal gioco politico dagli Stati Uniti con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Sochi, data la dichiarata agenda di cercare vantaggi propagandistici contro la Russia. C’è più del vago sentimento che Washington stia annaspando per battere il  Presidente Putin su una serie di altre questioni, tra cui la vicenda di Edward Snowden e il fallimento occidentale nel cambio di regime in Siria. Come segno di ciò che ci aspetta, vi sono le affermazioni dei media statunitensi secondo cui Putin avrebbe ordinato il divieto di proteste pubbliche a Sochi durante i Giochi Olimpici e dopo gli attentati di Volgograd. La mossa per limitare le manifestazioni è del tutto comprensibile dato il grave rischio di attentati terroristici e l’orrore che ha colpito Volgograd. Ma gli articoli negli Stati Uniti hanno scelto di evidenziare tali misure di sicurezza russe come “un giro di vite sui diritti degli omosessuali”. Tale crassa insensibilità dimostra che se ci fosse lo sport dello slalom della “propaganda” a Sochi, gli Stati Uniti sicuramente prenderebbero l’oro. Si potrebbe anche ricordare che se Washington dovesse essere veramente sincera nella sua solidarietà verso la Russia e nella sua disponibilità a fornire “pieno appoggio al governo russo nei preparativi per la sicurezza dei Giochi Olimpici di Sochi”, allora potrebbe dare questo contributo pratico: consegnare tutti i dossier segreti militari sulle reti jihahiste coperte che gli Stati Uniti e il suo alleato saudita finanziano e armano nel Caucaso del Nord dagli ultimi 20 anni.

OLY2014-RUS-TORCHLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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