I sauditi gettano petrolio per fare leva sugli Stati Uniti

Moon of Alabama 13 ottobre 2014obamaL’anno scorso il presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato molto riguardo l’indipendenza energetica: “Al suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha celebrato gli sforzi della sua amministrazione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e anche lodato il recente aumento della produzione interna di petrolio e di gas. Obama ha detto all’inizio del discorso che ora “produciamo più petrolio di quanto ne compriamo dal resto del mondo”, per la prima volta in vent’anni”. Obama non ha detto che l’aumento della produzione statunitense di combustibili fossili è possibile solo perché i prezzi di petrolio e gas sono aumentati oltre la soglia magica dei 100 dollari al barile. Quindi il prezzo per l’estrazione di gas di scisto e la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è solo marginalmente redditizio o per nulla redditizio. Ma parlare di “indipendenza energetica” consente a vari esperti di sostenere che gli Stati Uniti potrebbero ora ignorare il Medio Oriente: “Chiaramente, il boom delle compagnie petrolifere e gasifere statunitensi non è esente da problemi, ma i vantaggi economici, geopolitici e ambientali di tale imminente indipendenza energetica superano di gran lunga gli svantaggi. I giorni in cui le dittature dei produttori di petrolio mediorientali e dei loro amici dell’OPEC potevano così facilmente imporre il loro potere su un tremolante ed assetato occidente stanno per divenire reliquia del passato”.
Essendovi una nuova strisciante recessione mondiale, il consumo di combustibili fossili è diminuito. Tipicamente, un tale declino potrebbe essere seguito dal calo della produzione dei principali produttori, per mantenere i prezzi e il loro reddito alquanto stabili. Ma ciò non accade.
I sauditi e gli altri governanti del Golfo non amano parlare molto dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, dovendo mantenere una certa influenza sulla politica degli Stati Uniti. Ora hanno deciso di porre fine alle chiacchiere sull'”indipendenza energetica” degli Stati Uniti e costringere gli Stati Uniti a rivolgersi di nuovo a loro. Il metodo semplice adottato è mantenere la produzione di petrolio abbastanza alta, in un periodo di cali dei consumi, accettando prezzi più bassi e far sì che la nuova produzione nazionale degli Stati Uniti sia in perdita: “Il regno (saudita), il maggiore produttore dell’OPEC, è pronto ad accettare prezzi sul petrolio al di sotto dei 90 dollari al barile, forse a 80, per un anno o due, secondo persone informate sui recenti colloqui. Le discussioni, alcune delle quali hanno avuto luogo a New York la scorsa settimana, indicano il chiaramente che il regno abbandona la vecchia strategia di tenere i prezzi a circa 100 dollari al barile per il Brent, a favore del controllo di quote di mercato in futuro”.
Lo scopo è chiaro. Espellere dal mercato i produttori dai maggiori costi dell’OPEC e quindi mantenere la quota di mercato globale, così come la leva necessaria per perseguire gli obiettivi politici dei Paesi del Golfo: “Il ministro del petrolio del Quwayt Ali al-Omayr avrebbe detto all’agenzia KUNA che l’OPEC difficilmente ridurrà la produzione di petrolio puntellandone i prezzi, perché una tale mossa non sarebbe efficace. Omayr ha detto che 76-77 dollari al barile potrebbe essere il livello ultimo della discesa del prezzo del petrolio, dato che si tratta del costo di produzione negli Stati Uniti e in Russia“. I sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tutti bilanci positivi (Fig 3). Possono facilmente permettersi dei prezzi più bassi. I costi della produzione di gas di scisto e sabbie bituminose degli USA sono superiori ai costi di produzione saudita o russo. Saranno i primi a chiudere se i prezzi restano bassi: “Permettere che il Brent scenda a meno di 85 dollari potrebbe rallentare il boom dello scisto negli Stati Uniti, perché alcuni produttori potrebbero perdevi a quel prezzo, ha detto Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime della Bank of America, in un rapporto del 9 settembre. … Limitare il boom shale negli USA ne assicurerebbe la continua dipendenza dall’energia mediorientale, ha detto Blanch. … “Per l’Arabia Saudita, non vedo il motivo per cui portino e mantengano i prezzi a meno di 90 dollari”, ha detto Torbjoern Kjus, analista della DNB di Oslo, il 10 settembre, “Va a vantaggio dei sauditi testare il limite del gas di scisto degli Stati Uniti”. Il leader de facto dell’OPEC ha la “potenza di fuoco fiscale” per tollerare prezzi a 70 dollari per due anni e senza difficoltà economiche, secondo la consulente londinese Energy Aspects Ltd. Il regno aveva riserve valutate per 741,6 miliardi dollari a luglio, quasi il doppio di cinque anni prima, secondo la Saudi Arabia Monetary Agency.
Tale strategia non solo permetterà ai dittatori del Golfo di conservare la loro quota di mercato, ma i sauditi e gli altri l’useranno per rallentare, se non fermare, le aperture statunitensi all’Iran, nonché per premere per il cambio di regime in Siria.

000_was3227957.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

Copyright © 2014 Global Research

Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le probabilità di un’aggressione alla Siria

Ghaleb Kandil New Orient News 12/09/2014
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal – Reseau International
10151331Molti sostenitori della Resistenza si preoccupano legittimamente delle manovre degli Stati Uniti con il pretesto della lotta al terrorismo, dopo aver per anni assemblato e sostenuto economicamente e logisticamente le reti terroristiche per colpire e distruggere lo Stato siriano. Tutte le marionette locali delle agenzie d’intelligence occidentali e miliardi di dollari sono stati messi a disposizione della coppia terroristica internazionale David Petraeus e Bandar bin Sultan, per la campagna contro la Siria. Tuttavia, queste due eminenti figure dell'”intelligence occidentale e del Terzo Mondo” hanno perso la scommessa ed infine sono stati licenziato per il fallimento totale dei loro tentativi davanti la solidità dello Stato, del popolo, dell’esercito nazionale e del suo comandante, il Presidente Bashar al-Assad. Ma ora ci chiediamo, ancora una volta, se l’impero statunitense sconfitto e il suo seguace saudita minacciato dal “cataclisma del SIIL”, non useranno la loro guerra al terrorismo per coprire l’aggressione alla Siria, i raid dell’aviazione degli Stati Uniti sulle posizioni dell’esercito nazionale siriano faciliterebbero l’avanzata dei gruppi terroristici nella regione, che saranno addestrati in Arabia Saudita [1], oltre a quelli già addestrati in Giordania [2] avendo l’incarico di staccare la striscia di confine adiacente le alture del Golan e le Fattorie di Shebaa al comando di agenti segreti sionisti. [3] La risposta è ovvia e immediata, ogni sciocchezza è possibile da parte delle potenze coloniali e delle forze reazionarie ad esse asservite, quando affrontano disperazione e sconfitta. Pertanto, la prima cosa da fare è prepararsi al peggio, ed è ciò che è sempre all’ordine del giorno della Direzione siriana e del suo Esercito, e sempre considerato dall’Asse della Resistenza e dai suoi alleati Russia, Cina, India e Paesi BRICS. Infatti, una tale stupida e potenzialmente assai pericolosa avventura è ancora più probabile dato che circostanze e ragioni che costrinsero Obama ad annullare l’assalto minacciato alla Siria, lo scorso anno, sono ancora più gravi oggi; la potenza dell’Esercito nazionale siriano s’è rafforzato in tutti i settori, compresa la Difesa aerea, per ammissione del Capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, generale Martin Dempsey, e il partenariato e la cooperazione militare tra Repubblica araba siriana, Federazione Russa ed Iran s’è rafforzata. La Russia, che aveva espresso la propria disapprovazione intercettando dei missili diretti sulla Siria nel settembre 2013 [4], ha ulteriori motivi per lanciare messaggi più forti e seri; il confronto USA-Russia in Ucraina e la sanzioni occidentali l’hanno ancora più convinta della correttezza della visione siriana sulla mentalità coloniale di Stati Uniti e NATO che minaccia il mondo intero! Per l’Iran, la posizione è ancor più chiara essendo la Siria considerata baluardo del Medio Oriente libero!
Non è un caso che il “circo degli Stati Uniti” a Jidah [5] coincide con l’annuncio dell’aumento di dieci volte del commercio russo-iraniano e con la dichiarazione di Mosca di sostenere la strategia per sviluppare l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), facendone un’alleanza internazionale attiva [6] in tutte le regioni, in particolare con l’Iran. Inoltre, la stessa griglia di lettura va applicata alle notizie provenienti da Russia, Cina e Iran [7]: un avvertimento netto contro qualsiasi attacco alla sovranità degli Stati; implicitamente anche la sovranità della Repubblica araba siriana. Dichiarazioni che saranno tradotte efficacemente sul suolo siriano, con il sistema di cooperazione militare e di sicurezza con gli alleati della Siria che sarà attivato e sviluppato a tempo debito. Ciò è necessario per scoraggiare gli Stati Uniti dalla loro orgia brutale contro uno Stato che si batte contro il terrorismo da solo, al posto di alleati e nemici! Detto ciò, e in previsione di uno stupido attacco, in ogni caso è necessario ricordare la dichiarazione del ministro siriano Walid Mualam, che sinteticamente ha detto che qualsiasi operazione aerea in territorio siriano senza previo coordinamento con il governo della Siria, sarà considerato un attacco che richiederà la legittima risposta difensiva. [8] Gli Stati Uniti, nella loro cosiddetta guerra al terrorismo, ideata per colpire la Siria, hanno scelto di continuare ad armare e finanziare altri gruppi terroristici per demolirla e ostacolarla. Vestono i loro agenti e mercenari di mille maschere, in collaborazione con i governi turco, qatariota e saudita, impantanati fino alla testa nel terrorismo taqfirista. Ciò conferma che “l’alleanza di Jidah” non è volta a contenere il terrorismo o a distruggerlo, ma ad usarlo ancora! Inoltre, l’evasività della Turchia [9] e la riluttanza inglese e tedesca offuscano il quadro della situazione. Naturalmente, la visita di Staffan de Mistura (nuovo inviato delle Nazioni Unite in Siria) a Damasco e il suo incontro con il Presidente Bashar al-Assad, sottolineano la priorità della lotta al terrorismo, parallelamente alla carnevalata della conferenza di Jidah, suggerendo a molti osservatori che gli Stati Uniti cercano di rassicurare Damasco. Alcuni credono che abbiano finalmente deciso di domare i loro agenti prima di mutare copione con lo Stato siriano. Ma la storia ci spinge a considerare le sempre cattive intenzioni degli Stati Uniti e a comportarci di conseguenza, in primo luogo. E se mai si dovesse stringerne la mano e sorridergli, nulla vieta di mostrare le zanne, come la Siria può fare al lupo americano e alle sue iene regionali, se necessario!

Note:
[1] L’Arabia Saudita ospiterà campi di addestramento per i ribelli siriani
[2] Washington parteciperà all’addestramento dei ribelli siriani [in Giordania]
[3] Israele in terra siriana: una striscia di confine fino a Damasco: “L’Asse della Resistenza osserva da vicino le pendici orientali del monte Hermon. Fonti attendibili indicano che Israele ha intenzione di occupare la striscia di confine dei villaggi drusi che si estende fino al Rif di Damasco, apparentemente per difendersi dai massacri commessi dai gruppi terroristici siriani… Allo stesso tempo, Israele non si risparmia nel rifornire armi ai terroristi di “Jabhat al-Nusra”, assieme ad assistenza chirurgica e supporto logistico, al fine d’imporre il dominio sulle posizioni dell’Esercito nazionale siriano nella zona centrale di Qunaytra. Insomma, l’Asse della Resistenza si prepara ad affrontare una situazione già vista con l'”esercito di Lahd” nel sud del Libano“. (Antoine Lahd ex-generale dell’esercito libanese, tra il 1984 e il 2000 fu il capo dell’ASL, la milizia libanese alleata dell’esercito israeliano nel sud del Libano).
[4] Il retroscena del lancio di due missili nel Mediterraneo
[5] Coalizione contro l’IS: i Paesi del Golfo si sono riuniti a Jidah
[6] La NATO non è più la principale alleanza militare del mondo; i primi risultati del vertice SCO di Dushanbe
[7] La guerra contro l’IS: Washington vuole “violare la sovranità degli stati”, secondo Teheran
[8] Mualam: la Siria è disposta a collaborare regionalmente e internazionalmente nella lotta al terrorismo
[9] La Turchia non parteciperà alle operazioni contro i jihadisti dell’IS

syria-harra-falls-as-syrian-army-continues-advance-01-jan-14Ghaleb Kandil direttore del Centre New Orient News (Libano)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama lancia la sua guerra, infine

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 12/09/2014

obama-third-world-president-de-silvaIl presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato, con un importante discorso, la sua strategia per “degradare e distruggere” lo Stato Islamico in Iraq e Siria. La strategia non ha un calendario e, come al solito, gli Stati Uniti mettono musulmani contro musulmani in una truce guerra tramite lo ‘smart power’, che dovrebbe impedire vittime statunitensi. Da ogni apparenza, sarà anche una guerra autofinanziata dai petrodollari degli Stati arabi del Golfo. La strategia si basa su tre pilastri; fissare limiti ben definiti all’attuale intervento militare statunitense, risuscitare l’agenda del ‘cambio di regime’ in Siria e fare a meno di un qualsiasi mandato dalle Nazioni Unite. In sostanza, è una versione riconfezionata dell’intervento statunitense crudamente unilaterale in Medio Oriente dell’amministrazione George W. Bush. Chiaramente, Obama ha ritardato l’avvio della sua strategia fin quando l’opinione pubblica negli Stati Uniti è ‘maturata’. I sondaggi di opinione mostrano un alto gradimento negli USA sul nuovo intervento militare statunitense in Iraq e la Siria. Il macabro assassinio di due giornalisti statunitensi da parte dello Stato islamico indubbiamente ha infiammato la rabbia dell’opinione pubblica. Ma il fattore principale è la paura instillata nella mente statunitense in settimane e mesi di campagna mediatica che presentava lo Stato islamico come minaccia diretta alla ‘sicurezza nazionale’ degli Stati Uniti. Lo stratagemma ha funzionato, come i sondaggi testimoniano. I tempi di Obama sono perfetti, avendo abilmente scelto la vigilia dell’11° anniversario degli attacchi dell’11 settembre per svelare la sua strategia al pubblico statunitense. Curiosamente, però, con la riuscita ‘maturazione’ dell’opinione pubblica, Obama infligge il doloroso ridimensionamento della psicosi statunitense, chiarendo che gli Stati Uniti non hanno “rilevato piani specifici contro la nostra patria” dello Stato islamico, anche se i suoi capi “minacciano l’America e i nostri alleati”. Invece, ha interpretato lo Stato islamico come minaccia ai “popoli di Iraq e Siria e del Medio Oriente, compresi cittadini, personale e strutture statunitensi”. Chiaramente, non solo il senso delle proporzioni è stato introdotto calmando l’opinione pubblica statunitense, anche se il Paese s’imbarca virtualmente in un’altra guerra all’estero, ma Obama ha trovato una spiegazione razionale per il reclutamento di alleati mediorientali degli Stati Uniti per la prossima guerra. Il messaggio di Obama al popolo statunitense è semplice: ‘Non c’è bisogno di continuare la vostra vita con ansia, lasciate che il vostro comandante in capo ci pensi’. In cambio, Obama ha la certezza che i parametri dell’intervento militare degli Stati Uniti saranno ben definiti. Ci sarà “una sistematica campagna di attacchi aerei” proprio mentre le forze irachene attaccano; gli Stati Uniti daranno la caccia ai terroristi dell’IS aumentando il sostegno alle forze irachene e curde che lo combattono, compresi addestramento, informazioni ed attrezzature; il Pentagono implementerà ulteriori 475 militari in Iraq (portando il totale a quasi 1600). Ma “le forze statunitensi non avranno missioni di combattimento, non saranno trascinate in un’altra guerra in Iraq”.
Obama ha sottolineato che la prossima guerra sarà “diversa dalle guerre in Iraq e in Afghanistan. Non comporterà truppe statunitensi combattenti in terra straniera”. Invece, come gli Stati Uniti hanno fatto in Yemen e Somalia “per anni”, questa guerra “sarà condotta tramite un costante, incessante sforzo per colpire il SIIL ove sia, utilizzando la nostra potenza aerea e il nostro sostegno alle forze partner sul terreno”. Obama ha dichiarato che le operazioni militari statunitensi si estenderanno in territorio siriano. Ha precisato la strategia verso la Siria, volta ad ampliare l’assistenza militare all’opposizione siriana. Obama ha fatto appello al Congresso degli Stati Uniti per mettere a sua disposizione “autorità e risorse ulteriori per addestrare ed equipaggiare questi combattenti (siriani)”. In sostanza, una grande escalation dell’intervento statunitense in Siria è in vista. Obama ha respinto senza mezzi termini ogni idea degli Stati Uniti di appoggiarsi al regime siriano, chiamandolo regime illegittimo promettendo di “risolvere la crisi della Siria una volta per tutte”. In poche parole, gli Stati Uniti accelerano la spinta al cambio di regime in Siria. Ovviamente, Washington si rende conto che non può mai avere un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per realizzare il ‘cambio di regime’ in Siria, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Obama, dunque aspetta semplicemente di presiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a fine mese a New York, “per mobilitare ulteriormente la comunità internazionale” intorno alla sua strategia in Iraq-Siria.
Gli Stati Uniti sostengono di aver finora raccolto un “nucleo di coalizione” di otto Paesi della North Atlantic Treaty Organization [NATO] più l’Australia, per combattere la nuova guerra in Medio Oriente. Ma Obama ha detto che ha bisogno di una “larga coalizione di partner”. Rivelando di conseguenza che il segretario di Stato John Kerry viaggia in Medio Oriente “per arruolare partner in questa lotta, in particolare le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite in Iraq e Siria”. Ha scelto con cura le parole, lasciando intendere che gli Stati Uniti si propongono di accordare ruoli selettivi a sciiti e sunniti nella campagna contro l’IS. La parte più sconcertante, naturalmente, è l’intenzione implicita di arruolare attivamente sul teatro siriano Paesi come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Senza dubbio, l’arruolamento degli Stati dei petrodollari assicura che il denaro non sia un problema per gli Stati Uniti in tale guerra infinita.

Il Nuovo Medio Oriente
Tuttavia, funzionerà la strategia di Obama? Chiaramente, la strategia di Obama di una guerra conveniente e in gran parte auto-finanziata potrebbe, quindi, essere sostenibile per un certo periodo di tempo. A dire il vero, non c’é alcuna carenza di risorse finanziarie, materiali o umane per combattere tale guerra, dato il coinvolgimento degli Stati dei petrodollari che sostengono il cambio di regime in Siria. Il pubblico statunitense potrebbe non agire subito contro tale guerra. La comunità strategica statunitense, in particolare i think tank e i media, sarebbe anche in gran parte favorevole, dato che tale guerra s’incastra esplicitamente con gli interessi israeliani. In realtà, gli Stati Uniti rappattumano lo stesso vecchio asse nel Medio Oriente, da Israele alle oligarchie arabe sunnite del Golfo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non saranno responsabili di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È una “coalizione dei volenterosi” che combatte tale guerra e il dissenso interno nella coalizione è altamente improbabile, assicurando a Washington il comando e il controllo della guerra. Tuttavia, l’imponderabile ci attende. In primo luogo è estremamente significativo che Obama abbia evitato qualsiasi affermazione categorica sull’unità dell’Iraq. È fumosamente vago sulle sue aspettative sul governo “inclusivo” a Baghdad. Il punto è che, anche se Washington ha pianificato la sostituzione del primo ministro Nuri al-Maliqi, la riconciliazione sunnita è tutt’altro che chiara finora. Ciò è importante perché la strategia degli Stati Uniti può funzionare solo se vi sarà una chiara mobilitazione sunnita irachena contro l’IS, oppure peggiorerebbe in un conflitto confessionale continuo lacerando l’unità dell’Iraq. D’altra parte, ciò comporta anche la questione della responsabilizzazione sciita in Iraq. Basti dire che gli USA devono inventarsi una qualche formula magica che affini il concetto dei principi democratici che permettano il governo della maggioranza in Iraq. In altre parole, questa è anche una guerra che riguarda la costituzione dell’Iraq e l’esperienza degli Stati Uniti in tali imprese è assai triste, per usare un eufemismo. E ciò è un fatto.
La parte più sconcertante di tale guerra è il capitolo siriano. Forse gli Stati Uniti credono che ora che le scorte di armi chimiche della Siria sono state distrutte, sia una scommessa sicura attaccare il Paese. Anche ammesso sia così, l’opposizione siriana resta aperta ai gruppi estremisti, come la saga dello Stato islamico dimostra. Gli Stati Uniti non hanno imparato niente e sperano ancora di utilizzare gli estremisti come strumenti delle politiche regionali. Infatti, il fallimento avrà un costo gravissimo, con l’Iraq e la Siria che potrebbero cessare di esistere alla fine. Naturalmente, la parte davvero interessante è che un tale epilogo potrebbe essere l’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti. In una recente intervista al New York Times, Obama ha sottolineato lo scioglimento dell’accordo Sykes-Picot del 1916 come questione centrale della politica mediorientale. Allo stesso modo, con l’intenzione di Obama di assumere come alleati “le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite”, si riconosce praticamente la dimensione settaria dei conflitti in Iraq e Siria. Ora, c’è un contesto complicato nella politica regionale, coinvolgendo queste stesse nazioni arabe sunnite da protagoniste assolute. Obama avrebbe una qualche ricetta per eliminare tali tensioni regionali? Non ha detto nulla. È interessante notare che mai Obama ha fatto riferimento all’Iran. La sua strategia ignora completamente le Nazioni Unite e, in realtà, mina la Carta delle Nazioni Unite. Non è riuscito a spiegare in modo convincente la ragion d’essere di tale particolare variante dell’intervento militare statunitense nel mondo musulmano, l’unilateralismo senza rischi e a basso costo, in quanto la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è in pericolo imminente e nemmeno concepibile. Quindi, l’impressione inevitabile è che gli Stati Uniti continuino ad arrogarsi la prerogativa di violare l’integrità territoriale e la sovranità degli Stati nazionali, per i propri interessi. In effetti, tale idra della guerra assume molte forme diverse, cosa praticamente garantita anche con il passare del tempo, molto dopo che Obama sarà scomparso dai libri di storia.
La presidenza Obama ha chiuso il cerchio reinventando i dogmi neoconservatori che una volta diceva di respingere. Con il pretesto di combattere l’IS, Stati Uniti ed alleati riprendono ed attuano l’enorme piano neocon per rimodellare il Medio Oriente musulmano pur di raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti. Chiamatela come volete, ma è una guerra imperiale, anche se con un Nobel come comandante in capo.

ISIS-CaliphateLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line dello Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mollare il dollaro? Nascono i fondi sovrani d’oro

Avamposti della Banca centrale BRICS
Jim Willie CB GoldenJackass 11 giugno 2014

E392874C-26A2-48F1-AFFF-E4609C6FE550_mw800_mh600Mentre l’Occidente è ipnotizzato dal caos in Ucraina, certamente sul punto dell’implosione, l’attenzione è rivolta alla politica sui tassi d’interesse negativi in vista, che permetteranno ai banchieri di scremare sui rendimenti, o si è concentrati sull’abdicazione in Spagna, un cambio della guardia della nobiltà nera, Jackass sbadiglia e guarda all’Arabia Saudita, dove un evento significativo è in fondo alle notizie. Annuncia la creazione di un nuovo fondo sovrano indipendente dalla banca centrale, dedicato ad investimenti prudenti. Ovvero investimenti sull’oro. Indicando chiaramente l’allontanamento dalla massa dei buoni del Tesoro in dollari USA. Il divorzio statunitense-saudita accelera dagli uffici legali, dove la ridistribuzione del risparmio è la parola chiave. L’abbandono del petro-dollaro comporta l’inversione di un impegno generazionale, ancora una volta. Si tratta di scaricare i rifiuti in dollari USA accumulatisi per decenni come debito. Potrebbe essere il primo avamposto della banca centrale dei BRICS, passando dai titoli di debito del governo USA dritto ai lingotti d’oro. I sauditi potrebbero favorire giganti come Russia e Cina, il nuovo dinamico duo, avviando il processo di abbandono delle obbligazioni del Tesoro USA convertendoli in lingotti d’oro. Il grande scambio indiretto potrebbe divenire molto più diretto.

Il modulo saudita
Alcune domande sorgono su come i sauditi aderiranno formalmente ai BRICS, nell’ambito della loro alleanza nascente con Pechino. Il rapporto embrionale ha un debutto sotto forma di enorme conferenza multilaterale nella Sala Grande di un paio di mesi prima, seguita da un grande cenno agli Stati Uniti durante una parata militare con missili cinesi. Jackass sospetta che un passaggio va formandosi, liberando i sauditi dalle obbligazioni del Tesoro USA e ricostruendone le riserve di oro. Devono sostituire ciò che Londra e Svizzera hanno rubato. Un’altra questione si pone, se Arabia Saudita ed Iran coordineranno politica energetica e sistemi di pagamento al di fuori del dollaro USA, basandosi sull’oro. Il fondo saudita potrebbe aiutare il processo. Un’ultima domanda si pone, se ci si deve aspettare che una dozzina di tali avamposti della Banca Centrale BRICS, che trasforma le obbligazioni del Tesoro USA in oro, sorgano e prendano forma. Un vasto sistema satellitare di banche centrali BRICS potrebbe sorgere, imitando il sistema occidentale delle banche centrali in franchising come US Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e altri, come la Banca nazionale svizzera. Jackass ritiene che i sauditi creeranno il modulo, da copiare altrove e che i sauditi presto annunceranno una politica dei pagamenti, che accetti qualsiasi delle principali valute, nel commercio petrolifero e petrolchimico, che l’intera regione del Golfo presto coordinerà una politica volta allo standard del petro-yuan quale veicolo temporaneo, con destinazione il sistema di regolamento commerciale in oro e che Arabia Saudita e Iran collaboreranno non da amici, ma con pieno spirito costruttivo. Liberandosi degli USA assieme a guerre ed altre violenze, con i loro comuni aspetti nazisti. I cinesi si occupano del commercio, dove la stretta di mano è il nuovo modello. La Cina sarà il mediatore della diplomazia globale. L’opportunità c’è e Pechino inizia da casa sia, trattando con nazioni confinanti come il Vietnam, nel Sudest asiatico, con meno sgomitate.

La notizia ufficiale
L’articolo ufficiale era scarso in dettagli, ma pieno di implicazioni. L’osservatore avvisato può leggere tra le righe. Il regno dell’Arabia Saudita stabilirà il suo primo fondo sovrano per gestire le eccedenze di bilancio per un valore di centinaia di miliardi di dollari, secondo l’agenzia stampa del regno. Il consiglio della Shura dovrebbe discutere un progetto di legge sul Fondo di Riserva Nazionale. Il fondo dovrebbe ricevere il controllo dalla banca centrale sugli investimenti del regno. Questo è il nocciolo, l’indipendenza. L’Arabia Saudita rimane il maggiore esportatore di greggio del mondo. Non è stato rivelato se il fondo cambierà la strategia degli investimenti del regno. Negli ultimi quattro decenni, la strategia era riciclare doverosamente i petro-avanzi in obbligazioni del governo USA, ruolo di fondamentale importanza ritagliato dagli anglosassoni. Sotto lo sguardo di gente come Kissinger e Rockefeller, pianificatori de facto dello standard del petro-dollaro che sostituì efficacemente il Gold Standard nel 1973, appena due anni prima, l’accordo di Bretton Woods fu abrogato. Il fondo dovrebbe iniziare con un capitale pari al 30 per cento del bilancio accumulato in un certo numero di anni. Negli ultimi tre anni, il regno ha annunciato avanzi di bilancio per un totale di circa 232 miliardi di dollari. Vedasi l’articolo su Arabian Business.

Altri fondi sovrani
Vladimir_Putin_in_Saudi_Arabia_11-12_February_2007-1 Altri fondi sovrani del Golfo hanno investito in immobili a livello internazionale, soprattutto in Europa. Possiedono molti buoni del Regno Unito ed eurobonds, e probabilmente più di una manciata di obbligazioni del governo giapponese. I sauditi indicano chiaramente una mossa importante sui titoli di Stato USA. Ben presto i sauditi annunceranno di non accettare alcuna valuta principale per il petrolio. L’Iran già trova poca resistenza, come nella vendita di energia a India e Turchia. Il governo USA presto uscirà dalla battaglia delle sanzioni a tutto il mondo. Le fondamenta dei BRICS mostrano segni di rafforzamento, con l’uscita dal petro-dollaro e la sua lenta morte, senza più formazioni in marcia con il passo dell’oca fascista, rompendo con bancarottieri e re della frode anglo-statunitensi. Altri fondi sovrani nella regione del Golfo sono estremamente significativi. I leader sono gli Emirati Arabi Uniti, con il massiccio fondo Abu Dhabi Investment Authority, da 773mld di dollari Ma l’UAE ha anche altri quattro fondi per un totale di altri 286mld di dollari, superando il totale di 1 bilione di dollari, 1059mld di dollari. Il fondo saudita SAMA Foreign Holdings ne ha 737mld, e il Kuwait Investment Authority 410mld. La Qatar Investment Authority 170 miliardi. Il totale dei fondi sovrani del Golfo è 2377 miliardi di dollari. Se solo un quarto dei fondi verrà convertito in lingotti d’oro, la regione del Golfo potrebbe fornire l’equivalente di Fort Knox a sostegno della moneta d’oro Dinar. La fortezza, una volta scintillante nel Kentucky, ospitava 8500 tonnellate di oro fin quando non fu derubato dalla banda Clinton-Rubin. Solo idioti e creduloni credono alla storia ufficiale dei trasferimenti alla FED di New York e West Point per tenerli al sicuro, assieme a concetti folli come il Deep Storage Gold. Si chieda a Germania, Paesi Bassi, Austria e Venezuela come vi furono custodite le proprie partite di oro. Vedasi l’elenco degli istituti dei fondi sovrani e dei dati in dettaglio.
Si conclude così che il fondo finanziario saudita SAMA ha quasi tre quarti di bilione di dollari, pronti e in attesa di uscire dai titoli di Stato tossici e raggiungere lo status di valida riserva aurea. Beh, almeno una parte considerevole svolgerà il nuovo ruolo funzionale di avamposto saudita della Banca Centrale dei BRICS, convertendo carta del debito sovrano tossico occidentale in metalli preziosi.

Implicazioni nello scambio petrolio-oro
La mossa dei fondi sovrani sauditi non viene considerata sottilmente dal regime finanziario degli Stati Uniti, con il suo potere depositato nella Federal Reserve e nel Tesoro, e nei veicoli che operano in dollari USA e nelle riserve dei patrimoni occulti nelle banche globali, sotto forma di buoni del Tesoro USA. Ci si chiede se il debito del saliente del Belgio delle obbligazioni del Tesoro USA occulte, sia in realtà almeno per il 30% saudita, se non esclusivamente russo. I fondi provenienti dalle eccedenze saudite furono prelevati dalla banca centrale saudita, il che significa che i sauditi si ritirano dalla rete di franchising delle banche centrali della FED. I sauditi avvertono chiaramente di volgersi ad oriente. Il divorzio indica che i reali sauditi iniziano ad allontanarsi dai re delle frodi e dai trafficanti di carta anglo-statunitensi. Ci si aspetti maggiore trasparenza in futuro, una diversificazione che allontani dalle obbligazioni del Tesoro USA, la netta e rapida fondazione a tappe del sistema di scambio petrolio-oro che la Cina ha implementato con la Russia. La disposizione potrebbe essere un passo verso la piena adozione del sistema commerciale basato sull’oro quale modello futuro. Tutto ciò che manca è una serie di monete e di note di credito basate sull’oro. Certo, oggi c’è l’acuta esigenza che sorga un vasto sistema satellitare di banche centrali dei BRICS, che potrebbe essere la zona di libero scambio di Shanghai. Una pedata se Francoforte annunciasse la banca centrale dei BRICS nella gestione dei fondi sovrani, parola in codice per diversificazione dalle obbligazioni del Tesoro USA in lingotti d’oro. Francoforte diverrebbe lo snodo globale dello yuan (RMB) tra Asia ed Europa, avviando la conversione all’oro. L’effetto su USA-UK-EU sarebbe la totale tempesta di fango. Il saliente del Belgio cerca sempre garanzie reali sull’oro da sauditi o cinesi. Se venisse fatto altrettanto da sauditi e cinesi, il piano per la banca centrale dei BRICS avrebbe due giocatori chiave, e altri ne seguirebbero. L’integrazione del petro-yuan avrà molti aspetti e la banca centrale saudita sembra svilupparne in futuro. Il petro-yuan ha numerosi elementi del progetto da integrare in futuro. Si potrà assistere alla creazione di un avamposto chiave nel fondo sovrano saudita, elemento importante nello scambio petrolio-oro, con le obbligazioni del Tesoro USA usate come moneta attiva nel ruolo esclusivo di lubrificante del credito. La conversione al sistema di pagamento del petrolio in oro potrebbe essere in vista, con la funzione chiave svolta dal petro-yuan nella conversione delle riserve in investimenti.

Futuri avamposti satellitari
Ogni nazione dei BRICS avrà una banca centrale che convertirà le obbligazioni tossiche del Tesoro USA in lingotti d’oro, come anche altre obbligazioni sovrane. Ci si aspetti che Shanghai e Hong Kong ne abbiano una, come Mosca, Delhi in India e Rio de Janeiro in Brasile, e anche Johannesburg in Sud Africa. Altre nazioni ospiteranno i satelliti delle banche centrali BRICS, come Riyadh in Arabia Saudita e Dubai negli Emirati Arabi Uniti. Alla fine banche centrali BRICS appariranno a Francoforte in Germania, Ankara in Turchia, Tokyo in Giappone e Tehran in Iran. Sarà impossibile fermare il trend della riconversione delle obbligazioni del Tesoro USA in oro, dato che ne sarà la soluzione autentica. A dire il vero, una grande quantità verrà convertita in yuan e rubli, dato che la maggior parte del commercio orientale sarà risolto con queste due valute in crescita. Entrambe le monete si baseranno sull’oro. Ironia della sorte, Cina e Russia possiedono più oro che il flusso delle rispettive valute, yuan e rublo, nell’economia globale. Il commercio di energia si svolgerà presto in yuan e rubli, in risposta alle stupide sanzioni del governo USA che appaiono essere solo dei danni auto-inflitti. Le usuali tattiche saranno utilizzate contro BRICS e Paesi associati, che si sforzano di liberarsi dal tossico dollaro USA. Molti si chiedono perché l’USD sia tossico. La risposta è semplice, si basa sul debito del governo USA, finanziato per l’80% dalla FED tramite una sterile monetizzazione che crea denaro fasullo per coprire il debito, e su una politica di zero tassi d’interesse che distorce i prezzi dei beni. Ciò permette di proteggere la criminalità di Wall Street che pratica una massiccia frode a base di titoli di proprietà fasulli, obbligazioni contraffatte, insider trading, riciclaggio di narcodollari, infinite guerre fasciste a sostegno dell’egemonia, chiarendo come il dollaro USA si basi più sul supporto militare che sull’economia industriale. Le usuali tattiche contro i BRICS e Paesi associati comprendono corruzione, minacce, frodi profitti dal narcotraffico, omicidi (e suicidi assistiti), ostracismo del sistema, sanzioni continue e acquisti in contanti sul mercato dei metalli. Il mondo non può risolvere e riprendersi dalla difficile situazione economica, cancerosa, senza scartare il dollaro USA e liberarsi dalle obbligazioni del Tesoro USA. Molte nazioni vendono i dollari in contanti con uno sconto del 30-35% riscattando le proprie valute, un piccolo brutto segreto assieme ad innumerevoli altri brutti segreti.
Il Gold Standard è la soluzione alla cronica peste finanziaria qual è il dollaro USA tossico che scorre nel sistema economico globale, nelle arterie del commercio e nelle vene della riserva bancaria. Si vedranno i progressi compiuti quando le banche centrali dei BRICS adotteranno un vivace commercio basato sulla conversione in lingotti d’oro, chiudendo il COMEX e subito. Un’importante conferenza avrà presto luogo. Il Gas Exporting Countries Forum (GECF) al prossimo vertice in Qatar, nel Golfo. Sarà chiamato Nat Gas Coop ed eclisserà l’OPEC, comunque. La pressione esercitata sul mercato dell’oro e sulle banche basate sull’oro sarà orribile, venendo chiamata forza maggiore o assalto nel sostituire i lingotti d’oro ipotecati (rubati). I processi potrebbero divenire comuni quanto gli omicidi di banchieri, di gran lunga più diffusi. Lasciate che crescano i funghi dalle tombe, piuttosto che funghi atomici nella sempre più tossica aria trattata dalle scie chimiche.

TofDakTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’alleanza mediorientale degli USA

Alessandro Lattanzio, 3/9/2014

Barack Obama, King AbdullahGrandi mutamenti si sono avuti ad agosto in politica internazionale. Non solo si registrava la sconfitta della NATO in Ucraina, con la grande offensiva dell’Esercito Popolare di Novorossija, ma anche in Nord Africa/Medio Oriente, dove, dopo il sussulto causato dall’avanzata dell’esercito islamo-atlantista del SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) in Iraq settentrionale e Siria orientale, le forze regionali del campo filo-USA, profondamente divise e contrapposte, avviavano la controffensiva al piano islamo-atlantista avviato nel dicembre 2010, noto come ‘Primavera araba’, radicalizzatosi immediatamente dal febbraio 2011 con le operazioni sovversive in Egitto, l’infiltrazione in Siria e il golpe-invasione in Libia. La serie di operazioni occulte e destabilizzanti attuate nel corso di questi tre anni da Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Ankara tramite le reti Stay Behind della NATO e con il supporto della Fratellanza mussulmana finanziata dal petroemirato del Qatar, hanno portato alla formazione dell’ultimo avatar di al-Qaida, ovvero il già citato SIIL. Tale organizzazione terroristica, una sorte di ‘super-clan’ delle dune, è un prodotto delle operazioni spionistiche e di guerra psicologica delle agenzie d’intelligence israeliane e statunitensi, allo scopo di scavalcare i Paesi arabi, soprattutto l’Arabia Saudita, nel controllo della legione islamista, composta da decine di migliaia di mercenari e terroristi islamisti, salafiti e taqfiriti radunati in Turchia, dove vengono addestrati, armati e finanziati. Ciò è dettato dell’inefficienza operativa dimostrata dai Paesi del Golfo e dalla Giordania nell’aggressione alla Siria, e dalla conseguente incapacità di affrontare seriamente l’Asse della Resistenza in costruzione, imperniata nell’Iraq risorgente di al-Maliqi. Tale inefficienza ha spinto Washington non solo a creare direttamente il suo esercito islamista, appunto il SIIL, ma ad iniziare ad usarlo in modo sotterraneo anche contro l’Arabia Saudita, una volta rivelatosi impossibile controllare la produzione petrolifera irachena, eliminare la Siria baathista, controllare il caos in Libia, dominare totalmente la stessa Turchia, imporre il dominio islamista in Egitto e Libano, ed allontanare l’Iran dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Dopo tutto ciò, rimane Ryadh quale ultimo bersaglio apparentemente abbordabile. L’occupazione degli enormi giacimenti petroliferi sauditi, di cui disporre a piacimento, sicuramente balena da decenni nelle menti del Pentagono e di Langley. E a Ryadh, e nelle capitali degli altri petroemirati del Golfo Persico, si sarà di certo intuito che qualcosa di torbido, a Washington, si muove dalla Siria alla penisola arabica. Da qui la probabile ragione dell’ultimo intervento del decrepito monarca saudita, re Abdullah, che il 29 agosto a Ryadh, ricevendo i nuovi ambasciatori accreditati in Arabia Saudita, tra cui quello degli Stati Uniti, si dichiarava “sorpreso dall’inazione verso il terrorismo del SIIL, da egli ritenuto ‘inaccettabile’ e verso cui reagire con forza e determinazione. “Vedete come (i jihadisti) decapitino e mostrino ai bambini teste mozzate per strada“, aveva detto condannando la crudeltà di tali atti. Piuttosto sorprendente da un re che aveva massicciamente sostenuto tali barbari criminali quando devastavano la Siria. Re Abdullah, che sembra aver ripreso coscienza, ha continuato: “Non è un segreto per voi ciò che fanno e faranno ancora. Se li ignorate, sono sicuro che arriveranno in un mese in Europa e dopo due in America“. Infatti, ciò non è un segreto per certi Paesi occidentali, complici nella nascita e metastasi di tale cancro islamo-terrorista. Sempre il 29 agosto, il principe saudita Walid bin Talil si recava a Parigi in visita privata, venendo ricevuto da François Hollande all’Eliseo. Tale incontro ebbe luogo pochi giorni prima dell’arrivo a Parigi del principe ereditario saudita Salman bin Abdul Aziz, ricevuto il 1 settembre all’Eliseo da François Hollande, nell’ambito della visita ufficiale per la cooperazione militare nella crisi in Medio Oriente. Il principe ereditario si recava in Francia per dire ciò che re Abdullah aveva detto ai diplomatici in Arabia Saudita. In altre parole, non si dovrebbe più giocare con il fuoco del fondamentalismo, perché vi è il pericolo dell’incendio. Era questo che ha spinto a reagire il re saudita, temendo per il suo regno l’indecisione e l’inazione di Barack Hussein Obama negli attacchi aerei contro i jihadisti del SIIL. Il 30 agosto 2014, il quotidiano saudita Asharq al-Awsat e la rete TV al-Arabiya riferivano tali propositi del re saudita. Abdullah aveva anche detto che “il terrorismo non conosce confini e può interessare diversi Paesi al di fuori del Medio Oriente“, dove i jihadisti del SIIL devastano barbaramente i territori conquistati in Siria e in Iraq grazie al denaro saudita e qatariota, e alle armi fornite da statunitensi, inglesi e francesi. Anche se ritardataria, la posizione di re Abdullah è un’importante svolta nella politica saudita. Rientra nella logica del sostegno saudita al Generale Abdelfatah al-Sisi contro la Fratellanza musulmana in Egitto. “Ma questa politica sarà ambigua fin quando non sarà avviato un cambiamento radicale nella crisi siriana, e non sia imposta una giusta correzione allo Stato canaglia del Qatar, principale finanziatore del terrorismo islamico nel mondo arabo, africano e occidentale.”
A ciò si aggiunga gli ultimi eventi nella Libia oramai martirizzata da tre anni d’interventismo islamo-atlantista, “A fine agosto 2014, il Paese aveva due parlamenti: uno eletto dal popolo libico, e l’altro legittimato esclusivamente dal supporto straniero. La situazione sembrava così difficile, a quel punto, che era possibile l’intervento militare da parte degli Stati regionali, capeggiati dall’Egitto, per l’obiettivo di stabilizzare il Paese eliminando i jihadisti finanziati e armati dall’estero e che utilizzano la Libia come trampolino di lancio della guerra islamista contro l’attuale governo egiziano. … Il Qatar ha creato un “esercito libero egiziano” nel deserto della Cirenaica, modellato sull'”esercito libero siriano” che Qatar, Turchia e Stati Uniti avevano costruito per sfidare il leader siriano Bashar al-Assad. … Nell’agosto 2014, i terroristi jihadisti legati ai gruppi salafiti collaboravano con i Fratelli musulmani (Iqwan) radicati in Cirenaica e sostenuti da Qatar, Turchia e Stati Uniti. … Il 18 agosto 2014, la situazione si era deteriorata al punto che aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU), operando da basi egiziane, effettuarono attacchi contro le milizie jihadiste a Tripoli, senza preavvisare gli Stati Uniti. L’operazione fu coordinata con il governo dell’Arabia Saudita, che permise agli aerei dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti si sorvolare il regno saudita verso l’Egitto. Gli aerei dell’aeronautica emirota utilizzarono le aviocisterne Airbus A330MRTT per rifornirsi in volo e raggiungere la base aerea di Marsa Matruh, o un’altra base aerea avanzata egiziana, da cui effettuare gli attacchi sugli obiettivi libici. I primi attacchi, il 18 agosto 2014, colpirono gruppi di terroristi; i successivi, del 23 agosto 2014, colpirono lanciarazzi e veicoli militari dei terroristi forniti dal Qatar. Gli attacchi non impedirono alle milizie della coalizione islamista di Misurata, Fajr al-Libiya (Alba della Libia), di occupare il 24 agosto Tripoli, sottraendola al controllo della milizia di Zintan. L’UAE colpì anche Ansar al-Sharia, altro gruppo islamista sostenuto da Washington”.
Il 25 agosto 2014, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito rilasciarono una dichiarazione che denunciava le “interferenze esterne” in Libia, che “aggravano le divisioni attuali e minano la transizione democratica della Libia“, nascondendo la realtà che gli Stati Uniti dal 2011 interferiscono in Libia continuando a sostenere l’invadenza del Qatar. Allo stesso tempo, sempre con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, l’ex-parlamento islamista, senza mandato, veniva riconvocato il 25 agosto 2014 per deliberare lo scioglimento del governo ad interim votato dal Parlamento neoeletto e contrario agli islamisti. Il Parlamento non controllato dagli islamisti continua a riunirsi a Tobruq, in Cirenaica, dove il 24 agosto licenziava il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Abdesalam Jadallah al-Ubaydi, sostituendolo con il colonnello Abdelrazaq Nadhuri, promosso generale per l’occasione. Nadhuri, della città di Marj, a 1100 km ad est di Tripoli, ha partecipato con il ministro degli Esteri della Libia e agli omologhi regionali, al vertice di Cairo per discutere la minaccia islamista. Nadhuri sostiene l’operazione anti-islamista Qarama (Dignità) del generale Qalifa Haftar. All’annuncio della nomina di Nadhuri, alcuni generali libici espressero la loro contrarietà dichiarando “di rifiutarsi di lavorare al comando di un ufficiale che supporta l’operazione Qarama, e di riconoscere solo il generale al-Ubaydi come Capo di stato maggiore“. Intanto, il 25 agosto il Congresso Nazionale Generale (GNC), ufficialmente sostituito dal nuovo Parlamento, nominava una figura islamista, Umar al-Hasi, per formare un “governo di salvezza” che riceveva il riconoscimento degli Stati Uniti. Quindi la Libia oggi ha due parlamenti e due governi. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri avrebbe detto, il 25 agosto, che la situazione in Libia minaccia la regione, “Gli sviluppi in Libia colpiscono la sicurezza dei Paesi vicini, per la presenza di movimenti estremisti e gruppi terroristi i cui attivisti non solo non si fermano ai territori libici ma s’infiltrano nei Paesi vicini”, affermando anche che la diffusione dell’illegalità dalla Libia potrebbe richiedere l’intervento straniero. La posizione di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela la divisione tra gli ex-alleati di Washington. Sottolineando ciò, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi dichiarava, sempre il 24 agosto, che Qatar, Turchia, Stati Uniti e Fratellanza musulmana finanziano nuovi piani mediatici che “volti a minare la stabilità dell’Egitto“. Tali potenze, ha detto, “non esitano a spendere decine di milioni, o addirittura centinaia di milioni di dollari per tali siti, promuovendo idee che mirano a minare la stabilità dell’Egitto”.
Gli Stati Uniti, ed Israele, si alienano i principali alleati regionali nel perseguimento di obiettivi strategici confusi e indefiniti, volti solo a generare caos e, forse, creare terreno bruciato economico-sociale intorno all’Asse eurasiatico, il cui nucleo è rappresentato dal riallineamento strategico tra Mosca, Beijing e Tehran, verso cui gravitano sempre più Turchia, Siria, Iraq ed Egitto.

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Il senatore interventista neo-con McCain e, cerchiato in rosso, al-Baghdadi, presunto califfo del SIIL

Fonti:
Il re saudita non sostiene più i terroristi islamici! 1 settembre 2014
La Libia al centro della frattura tra gli alleati regionali degli USA  31/08/2014

Hillary Clinton è la nonna del Califfato islamico

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 01/09/2014EIILHillary Clinton s’appassiona nel cambiare la storia in modo da mettersi nella miglior luce possibile. Da First Lady affermò nel 1996 di aver schivato il fuoco dei cecchini durante una visita a Sarajevo, capitale lacerata dalla guerra civile di Bosnia-Erzegovina. Fu una buona trovata ed inizialmente fu elogiata per il suo “eroismo sotto il fuoco” da un comunicato tipicamente servile. Tuttavia, la storia era falsa. La signora Clinton non è mai finita sotto il fuoco dei cecchini. Aveva mentito. E le bugie dell’ex e potenziale candidata presidenziale non si fermano in Bosnia. Secondo una persona vicina all’ex-First Lady, il suo primo libro importante, “Living History”, era pieno di così tante bugie e mezze verità che dovrebbe essere venduto nella collana “fiction”. La signora Clinton rifiuta l’accusa che la sua politica destabilizzasse Libia e Siria, comportando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (o, com’è anche chiamato, Stato Islamico d’Iraq e Sham (SIIS) o Stato islamico (“al-Dawlah”). Tirapiedi idolatri di Clinton e falchi neo-conservatori definiscono tali accuse “teoria del complotto”, il dispregiativo favorito da coloro che soffrono per il fallimento fattuale. Infatti, Clinton si vanta dell’esecuzione extragiudiziale del leader libico Muammar Gheddafi, di cui ridacchiò “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto”, insieme alla sua promessa di spodestare il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo averlo lodato pubblicamente nel marzo 2011, fornendo la prova delle sue continue menzogne, modificando i fatti per soddisfare i propri scopi.
L’intervento di Clinton in Siria e Libia, era volto a sostituire dei governi unitari con regimi deboli afflitti dalla guerra civile, così come da movimenti separatisti e emirati islamici e califfati in lotta per il controllo politico, a vantaggio degli interessi d’Israele. Da quando Israele ha sviluppato la strategia delle “Rottura Netta” nei primi anni ’90, la frattura degli Stati arabi con guerre civili, movimenti secessionisti e tumulti religiosi e fratricide è l’obiettivo degli israeliani ultra-sionisti e dei capi politici di destra, come il primo ministro Binyamin Netanyahu. Buon amico della signora Clinton e candidato alla vicepresidenza, il spesso citato ex-comandante generale della NATO Wesley Clark, fece trambusto nel 2007 quando rivelò in un programma televisivo, in parte finanziato dal magnate degli hedge fund George Soros, di aver visto un memorandum classificato del Pentagono che dichiarava che sette Paesi sarebbero stati “eliminati” dagli Stati Uniti in cinque anni. Clark disse di aver visto l’appunto il 20 settembre 2001, appena una settimana dopo l’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti. Dopo gli Stati Uniti invasero e occuparono l’Iraq, i successivi sei Paesi sulla “hit list” degli USA erano Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, infine, Iran. Anche se ci sono voluti più di cinque anni per colpire Siria e Libia, Hillary Clinton avviò l’operazione “responsabilità di proteggere” (R2P) aizzando i gruppi di opposizione islamici contro Gheddafi in Libia, Assad in Siria, Hosni Mubaraq in Egitto e Zin al-Abidin Ben Ali in Tunisia. Clark ha scritto il libro della NATO sui Paesi da destabilizzare e aizzare militarmente contro la Russia. Le sue operazioni nei Balcani da comandante della NATO permisero che l’ex-Jugoslavia venisse frammentata in sette Paesi diversi, tra cui Montenegro e Kosovo. Clark non condannò il piano del 2001 per colpire sette Paesi in cinque anni, si limitò a dire che la forza militare dovrebbe essere usata come ultima risorsa. Ma Clark sembra assai a suo agio con le operazioni R2P che portarono il SIIL a prendere il controllo di vaste aree di Siria e Iraq e gli altri ribelli islamici a prendere il controllo della maggior parte della Libia. Clark ha inoltre approvato l’azione israeliana che demolì la sede del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Ramallah nel 2002; Clark sostiene la politica interventista di Clinton in Medio Oriente, in linea con la strategia d’Israele della “Rottura Netta” demolendo ogni accordo di pace con i palestinesi, da Madrid a Oslo, e ciò non dovrebbe sorprendere se si considera il contesto familiare di Clark. Anche se appare un cattolico romano, Clark è il figlio di Benjamin Kanne, un “kohen” (sacerdote) discendente da una vecchia famiglia di rabbini talmudici armati bielorussi. Il disprezzo di Clark per i russi apparve a pieno nella crisi del Kosovo. Considerando le sue radici, non sorprende che Clark condivida la difesa di Clinton d’Israele. Il tandem Clinton e Clark nel 2016 potrebbe ulteriormente minacciare Medio Oriente, Europa orientale, Balcani e in altre parti del mondo.
Considerando il fatto che Mossad e Forze di difesa israeliane hanno coordinato congiuntamente gli attacchi alle forze di Assad in Siria con Jabhat al-Nusra, alleato del SIIL, e che i capi di Mossad e Muqabarat, l’intelligence generale saudita, ebbero una serie di incontri segreti, non v’è dubbio che il piano di Clinton sia creare un califfato islamico dai resti di quelle che erano le forti e unite repubbliche laiche e socialiste arabe di Siria, Iraq e Libia. Quando il SIIL, alleato di Jabhat al-Nusra, occupò il valico di frontiera siriano-israeliano di Qunaytra nel Golan, l’esercito israeliano coordinò il suo tiro sulle posizioni del governo siriano in modo d’aiutare i radicali islamici. Allo stesso modo, li legami israeliani con una cellula del SIIL a Gaza furono utilizzati dagli israeliani per suggerire che Hamas stesse perdendo il controllo sull’enclave palestinese. Israele fu anche colto in flagrante ad assistere gruppi filo-SIIL in Libano che attaccarono Hezbollah. Tutte le azioni d’Israele sono in linea con la politica di “rottura” 2.0. Infatti, Mossad, Muqabarat saudita e in misura minore CIA degli Stati Uniti e Secret Intelligence Service MI-5 inglese, sono collegati soprattutto, se non del tutto, ai vari rami di al-Qaida in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre a Jabhat al-Nusra e SIIL, vi sono Jabhat al-Islamiya fil-Muqawama al-Iraqiya (Fronte Islamico della Resistenza Irachena), Jaysh al-Islami fil-Iraq (Esercito islamico in Iraq), Haraqat al-Muqawama al-Islamiya fil-Iraq (Movimento di Resistenza Islamico in Iraq), Jaysh al-Iraq al-Islami (Esercito Islamico dell’Iraq), Jaysh al-Jihad al-Islami (Esercito della Jihad islamica), Jaysh al-Mujahidin (Esercito dei Mujahidin), Jaysh al-Taifa al-Mansura (Esercito del gruppo vittorioso), Jaysh Ansar al-Sunna (Esercito dei partigiani della Sunna), Tanzim al-Qaidah fi Jazirat al-Arab, (al-Qaida nella penisola araba) e Tandhim al-Qa’ida fi Bilad al-Rafidayn (Organizzazione di al-Qaida in Mesopotamia).
hillary-clinton-israel Il SIIL ha già sequestrato grandi porzioni della provincia del possibile califfato di Sham, composto di parti dell’Iraq occidentale e della Siria. Altre parti del Sham che il SIIL intende “liberare” sono Libano e Giordania. In Nord Africa, l’islamista Ansar al-Sharia e altri gruppi islamici alleati hanno sequestrato la maggior parte della Cirenaica orientale e gran parte della Tripolitania, tra cui Tripoli stessa. Tali gruppi intendono collegarsi con Boko Haram in Nigeria, che ha già dichiarato il califfato nella città nigeriana di Gwoza nello Stato di Borno. Il califfato di Boko Haram comprende anche Damboa a Borno, Buni Yadi nello Stato di Yobe, e Madagali nello Stato di Adamawa. Il tanto sbandierato US Africa Command non ha intrapreso alcuna azione per sopprimere l’avanzata del califfato in Nigeria e nel vicino Camerun. Come le acquisizioni militari del SIIL in Siria e in Iraq, Boko Haram ha catturato almeno una base militare, insieme ad attrezzature, in Nigeria. Boko Haram, insieme ad al-Qaida nel Maghreb Islamico e Ansar al-Din in Mali, intende allargare il califfato in Tunisia, Algeria, Mali, Marocco, Mauritania, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio e resto dell’Africa occidentale come califfato della “Provincia di Maghreb”. I salafiti alleati del SIIL in Cirenaica, Egitto, Sudan settentrionale e Darfur prevedono l’istituzione del califfato della “Provincia di Alqinana”. Il califfato del SIIL comprende anche Corno d’Africa, tra cui le cristiane Etiopia e Kenya, così come Repubblica Centrafricana, Ciad, Camerun, Ruanda, e Sud Sudan come “Terra di Habasha”. I guerriglieri di al-Shabaab hanno stabilito un califfato, l’”Emirato islamico della Somalia” nelle aree dello Stato fallito che controllano. L’area dell’Africa che il SIIL intende conquistare ha visto la sua quota di genocidi, ma che sarà nulla in confronto a ciò che l’attende con il califfato. Il SIIL ha detto che intende conquistare Spagna e Portogallo, e ripristinare “al-Andalus” come parte del “Grande Califfato”. I piani del SIIL per trasformare Arabia meridionale nella provincia di “Yaman” avverrà a spese sanguinose degli Houthis Zaidi dello Yemen del Nord e del movimento di indipendenza del Sud per la restaurazione dello Yemen laico. In ogni caso, i Saud continueranno a governare il loro regno, che si chiami Saudita o “Hijaz”. Il SIIL, generato con il sostegno saudita, sarà centurione ed esecutore della Casa dei Saud e dei loro alleati israeliani. Al-Qaida nella penisola arabica ha già creato un califfato satellite, l’emirato di Waqar nello Yemen. Le migliaia di ceceni che combattono per il SIIL in Siria e in Iraq possono aspettarsi aiuto nel minacciare il Caucaso, dopo le vittorie previste in Sham, Iraq, “Kordistan” e Iran. Il SIIL si riferisce alla regione del Caucaso, comprese Cecenia, Daghestan, Crimea, Ucraina meridionale (anche Odessa), come “Qoqzaz”, e ai califfati Anatolico, attuale Turchia, e Orobpa, i Balcani oltre a Ungheria, Moldavia e Austria. Forse non viene compreso dall’amministrazione Obama e dai suoi alleati dell’Unione Europea e della NATO che la destabilizzazione dell’Ucraina, operata dal regime fascista a Kiev, va a vantaggio dei piani del SIIL per prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e della Crimea con l’aiuto dei simpatizzanti musulmani caucasici, turchi e tartari della Crimea.
Il califfato minaccia grandi porzioni di Asia centrale e Cina occidentale, Tibet, Nepal, l’India (tranne il Sikkim e gli Stati nord-orientali, dove il popolo auto-descrittosi ebraico B’nei Menashe vive negli Stati di Mizoram e Manipur), Sri Lanka, Maldive, Pakistan (dove un emirato islamico fedele al califfato è già stato creato in Waziristan), Afghanistan (dove i taliban chiamano le zone sotto controllo “Emirato islamico dell’Afghanistan”), e in Russia (dove l’Emirato del Caucaso tenta di guadagnare terreno), sotto il controllo del “Khurasan”, adattandosi perfettamente ai piani occidentali per spezzare i BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). BRICS e SCO sono la salda base che contrasta l’imperialismo politico ed economico occidentale. Inoltre, centinaia di islamisti del Sud-Est asiatico combatterebbero nei ranghi del SIIL in Iraq e Siria. Hanno annunciato piani per tornare in Indonesia, Malesia, Bangladesh, Stato di Rakhin della Birmania, Thailandia meridionale e Mindanao nelle Filippine, per incorporare tali Paesi e regioni al califfato.
La signora Clinton e la sua banda di falchi di guerra e amici israeliani hanno creato le condizioni che permettono a un gruppo come il SIIL di massacrare sciiti, curdi, assiri cristiani, alawiti, yazidi, turcomanni, tribù sunnite, druse e altri da Aleppo a Qunaytra, da Mosul a Kirkuk alla periferia di Erbil e Baghdad. Se finiranno sulla sua strada, il SIIL crocifiggerà e decapiterà copti in Egitto, cristiani e sciiti in Libano, zoroastriani e sciiti in Iran, sciiti in Tagikistan, e indù, sikh, giainisti e buddisti in India. La signora Clinton, l’attuale “nonna del SIIL”, ha lasciato al presidente Obama una situazione estremamente instabile che intende utilizzare contro di lui e la sua politica estera nelle elezioni del 2016. Dall’11 settembre, l’occidente è sempre più spesso preda di temi e schemi da guerra psicologica ideati in Israele e nei pensatoi e rimuginatoi neocon di Washington DC. Se il SIIL sarà eliminato come minaccia, come deve essere, i suoi veri sponsor saranno smascherati ed eliminati.

0624-clark-clintonLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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