Hillary Clinton è la nonna del Califfato islamico

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 01/09/2014EIILHillary Clinton s’appassiona nel cambiare la storia in modo da mettersi nella miglior luce possibile. Da First Lady affermò nel 1996 di aver schivato il fuoco dei cecchini durante una visita a Sarajevo, capitale lacerata dalla guerra civile di Bosnia-Erzegovina. Fu una buona trovata ed inizialmente fu elogiata per il suo “eroismo sotto il fuoco” da un comunicato tipicamente servile. Tuttavia, la storia era falsa. La signora Clinton non è mai finita sotto il fuoco dei cecchini. Aveva mentito. E le bugie dell’ex e potenziale candidata presidenziale non si fermano in Bosnia. Secondo una persona vicina all’ex-First Lady, il suo primo libro importante, “Living History”, era pieno di così tante bugie e mezze verità che dovrebbe essere venduto nella collana “fiction”. La signora Clinton rifiuta l’accusa che la sua politica destabilizzasse Libia e Siria, comportando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (o, com’è anche chiamato, Stato Islamico d’Iraq e Sham (SIIS) o Stato islamico (“al-Dawlah”). Tirapiedi idolatri di Clinton e falchi neo-conservatori definiscono tali accuse “teoria del complotto”, il dispregiativo favorito da coloro che soffrono per il fallimento fattuale. Infatti, Clinton si vanta dell’esecuzione extragiudiziale del leader libico Muammar Gheddafi, di cui ridacchiò “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto”, insieme alla sua promessa di spodestare il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo averlo lodato pubblicamente nel marzo 2011, fornendo la prova delle sue continue menzogne, modificando i fatti per soddisfare i propri scopi.
L’intervento di Clinton in Siria e Libia, era volto a sostituire dei governi unitari con regimi deboli afflitti dalla guerra civile, così come da movimenti separatisti e emirati islamici e califfati in lotta per il controllo politico, a vantaggio degli interessi d’Israele. Da quando Israele ha sviluppato la strategia delle “Rottura Netta” nei primi anni ’90, la frattura degli Stati arabi con guerre civili, movimenti secessionisti e tumulti religiosi e fratricide è l’obiettivo degli israeliani ultra-sionisti e dei capi politici di destra, come il primo ministro Binyamin Netanyahu. Buon amico della signora Clinton e candidato alla vicepresidenza, il spesso citato ex-comandante generale della NATO Wesley Clark, fece trambusto nel 2007 quando rivelò in un programma televisivo, in parte finanziato dal magnate degli hedge fund George Soros, di aver visto un memorandum classificato del Pentagono che dichiarava che sette Paesi sarebbero stati “eliminati” dagli Stati Uniti in cinque anni. Clark disse di aver visto l’appunto il 20 settembre 2001, appena una settimana dopo l’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti. Dopo gli Stati Uniti invasero e occuparono l’Iraq, i successivi sei Paesi sulla “hit list” degli USA erano Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, infine, Iran. Anche se ci sono voluti più di cinque anni per colpire Siria e Libia, Hillary Clinton avviò l’operazione “responsabilità di proteggere” (R2P) aizzando i gruppi di opposizione islamici contro Gheddafi in Libia, Assad in Siria, Hosni Mubaraq in Egitto e Zin al-Abidin Ben Ali in Tunisia. Clark ha scritto il libro della NATO sui Paesi da destabilizzare e aizzare militarmente contro la Russia. Le sue operazioni nei Balcani da comandante della NATO permisero che l’ex-Jugoslavia venisse frammentata in sette Paesi diversi, tra cui Montenegro e Kosovo. Clark non condannò il piano del 2001 per colpire sette Paesi in cinque anni, si limitò a dire che la forza militare dovrebbe essere usata come ultima risorsa. Ma Clark sembra assai a suo agio con le operazioni R2P che portarono il SIIL a prendere il controllo di vaste aree di Siria e Iraq e gli altri ribelli islamici a prendere il controllo della maggior parte della Libia. Clark ha inoltre approvato l’azione israeliana che demolì la sede del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Ramallah nel 2002; Clark sostiene la politica interventista di Clinton in Medio Oriente, in linea con la strategia d’Israele della “Rottura Netta” demolendo ogni accordo di pace con i palestinesi, da Madrid a Oslo, e ciò non dovrebbe sorprendere se si considera il contesto familiare di Clark. Anche se appare un cattolico romano, Clark è il figlio di Benjamin Kanne, un “kohen” (sacerdote) discendente da una vecchia famiglia di rabbini talmudici armati bielorussi. Il disprezzo di Clark per i russi apparve a pieno nella crisi del Kosovo. Considerando le sue radici, non sorprende che Clark condivida la difesa di Clinton d’Israele. Il tandem Clinton e Clark nel 2016 potrebbe ulteriormente minacciare Medio Oriente, Europa orientale, Balcani e in altre parti del mondo.
Considerando il fatto che Mossad e Forze di difesa israeliane hanno coordinato congiuntamente gli attacchi alle forze di Assad in Siria con Jabhat al-Nusra, alleato del SIIL, e che i capi di Mossad e Muqabarat, l’intelligence generale saudita, ebbero una serie di incontri segreti, non v’è dubbio che il piano di Clinton sia creare un califfato islamico dai resti di quelle che erano le forti e unite repubbliche laiche e socialiste arabe di Siria, Iraq e Libia. Quando il SIIL, alleato di Jabhat al-Nusra, occupò il valico di frontiera siriano-israeliano di Qunaytra nel Golan, l’esercito israeliano coordinò il suo tiro sulle posizioni del governo siriano in modo d’aiutare i radicali islamici. Allo stesso modo, li legami israeliani con una cellula del SIIL a Gaza furono utilizzati dagli israeliani per suggerire che Hamas stesse perdendo il controllo sull’enclave palestinese. Israele fu anche colto in flagrante ad assistere gruppi filo-SIIL in Libano che attaccarono Hezbollah. Tutte le azioni d’Israele sono in linea con la politica di “rottura” 2.0. Infatti, Mossad, Muqabarat saudita e in misura minore CIA degli Stati Uniti e Secret Intelligence Service MI-5 inglese, sono collegati soprattutto, se non del tutto, ai vari rami di al-Qaida in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre a Jabhat al-Nusra e SIIL, vi sono Jabhat al-Islamiya fil-Muqawama al-Iraqiya (Fronte Islamico della Resistenza Irachena), Jaysh al-Islami fil-Iraq (Esercito islamico in Iraq), Haraqat al-Muqawama al-Islamiya fil-Iraq (Movimento di Resistenza Islamico in Iraq), Jaysh al-Iraq al-Islami (Esercito Islamico dell’Iraq), Jaysh al-Jihad al-Islami (Esercito della Jihad islamica), Jaysh al-Mujahidin (Esercito dei Mujahidin), Jaysh al-Taifa al-Mansura (Esercito del gruppo vittorioso), Jaysh Ansar al-Sunna (Esercito dei partigiani della Sunna), Tanzim al-Qaidah fi Jazirat al-Arab, (al-Qaida nella penisola araba) e Tandhim al-Qa’ida fi Bilad al-Rafidayn (Organizzazione di al-Qaida in Mesopotamia).
hillary-clinton-israel Il SIIL ha già sequestrato grandi porzioni della provincia del possibile califfato di Sham, composto di parti dell’Iraq occidentale e della Siria. Altre parti del Sham che il SIIL intende “liberare” sono Libano e Giordania. In Nord Africa, l’islamista Ansar al-Sharia e altri gruppi islamici alleati hanno sequestrato la maggior parte della Cirenaica orientale e gran parte della Tripolitania, tra cui Tripoli stessa. Tali gruppi intendono collegarsi con Boko Haram in Nigeria, che ha già dichiarato il califfato nella città nigeriana di Gwoza nello Stato di Borno. Il califfato di Boko Haram comprende anche Damboa a Borno, Buni Yadi nello Stato di Yobe, e Madagali nello Stato di Adamawa. Il tanto sbandierato US Africa Command non ha intrapreso alcuna azione per sopprimere l’avanzata del califfato in Nigeria e nel vicino Camerun. Come le acquisizioni militari del SIIL in Siria e in Iraq, Boko Haram ha catturato almeno una base militare, insieme ad attrezzature, in Nigeria. Boko Haram, insieme ad al-Qaida nel Maghreb Islamico e Ansar al-Din in Mali, intende allargare il califfato in Tunisia, Algeria, Mali, Marocco, Mauritania, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio e resto dell’Africa occidentale come califfato della “Provincia di Maghreb”. I salafiti alleati del SIIL in Cirenaica, Egitto, Sudan settentrionale e Darfur prevedono l’istituzione del califfato della “Provincia di Alqinana”. Il califfato del SIIL comprende anche Corno d’Africa, tra cui le cristiane Etiopia e Kenya, così come Repubblica Centrafricana, Ciad, Camerun, Ruanda, e Sud Sudan come “Terra di Habasha”. I guerriglieri di al-Shabaab hanno stabilito un califfato, l’”Emirato islamico della Somalia” nelle aree dello Stato fallito che controllano. L’area dell’Africa che il SIIL intende conquistare ha visto la sua quota di genocidi, ma che sarà nulla in confronto a ciò che l’attende con il califfato. Il SIIL ha detto che intende conquistare Spagna e Portogallo, e ripristinare “al-Andalus” come parte del “Grande Califfato”. I piani del SIIL per trasformare Arabia meridionale nella provincia di “Yaman” avverrà a spese sanguinose degli Houthis Zaidi dello Yemen del Nord e del movimento di indipendenza del Sud per la restaurazione dello Yemen laico. In ogni caso, i Saud continueranno a governare il loro regno, che si chiami Saudita o “Hijaz”. Il SIIL, generato con il sostegno saudita, sarà centurione ed esecutore della Casa dei Saud e dei loro alleati israeliani. Al-Qaida nella penisola arabica ha già creato un califfato satellite, l’emirato di Waqar nello Yemen. Le migliaia di ceceni che combattono per il SIIL in Siria e in Iraq possono aspettarsi aiuto nel minacciare il Caucaso, dopo le vittorie previste in Sham, Iraq, “Kordistan” e Iran. Il SIIL si riferisce alla regione del Caucaso, comprese Cecenia, Daghestan, Crimea, Ucraina meridionale (anche Odessa), come “Qoqzaz”, e ai califfati Anatolico, attuale Turchia, e Orobpa, i Balcani oltre a Ungheria, Moldavia e Austria. Forse non viene compreso dall’amministrazione Obama e dai suoi alleati dell’Unione Europea e della NATO che la destabilizzazione dell’Ucraina, operata dal regime fascista a Kiev, va a vantaggio dei piani del SIIL per prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e della Crimea con l’aiuto dei simpatizzanti musulmani caucasici, turchi e tartari della Crimea.
Il califfato minaccia grandi porzioni di Asia centrale e Cina occidentale, Tibet, Nepal, l’India (tranne il Sikkim e gli Stati nord-orientali, dove il popolo auto-descrittosi ebraico B’nei Menashe vive negli Stati di Mizoram e Manipur), Sri Lanka, Maldive, Pakistan (dove un emirato islamico fedele al califfato è già stato creato in Waziristan), Afghanistan (dove i taliban chiamano le zone sotto controllo “Emirato islamico dell’Afghanistan”), e in Russia (dove l’Emirato del Caucaso tenta di guadagnare terreno), sotto il controllo del “Khurasan”, adattandosi perfettamente ai piani occidentali per spezzare i BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). BRICS e SCO sono la salda base che contrasta l’imperialismo politico ed economico occidentale. Inoltre, centinaia di islamisti del Sud-Est asiatico combatterebbero nei ranghi del SIIL in Iraq e Siria. Hanno annunciato piani per tornare in Indonesia, Malesia, Bangladesh, Stato di Rakhin della Birmania, Thailandia meridionale e Mindanao nelle Filippine, per incorporare tali Paesi e regioni al califfato.
La signora Clinton e la sua banda di falchi di guerra e amici israeliani hanno creato le condizioni che permettono a un gruppo come il SIIL di massacrare sciiti, curdi, assiri cristiani, alawiti, yazidi, turcomanni, tribù sunnite, druse e altri da Aleppo a Qunaytra, da Mosul a Kirkuk alla periferia di Erbil e Baghdad. Se finiranno sulla sua strada, il SIIL crocifiggerà e decapiterà copti in Egitto, cristiani e sciiti in Libano, zoroastriani e sciiti in Iran, sciiti in Tagikistan, e indù, sikh, giainisti e buddisti in India. La signora Clinton, l’attuale “nonna del SIIL”, ha lasciato al presidente Obama una situazione estremamente instabile che intende utilizzare contro di lui e la sua politica estera nelle elezioni del 2016. Dall’11 settembre, l’occidente è sempre più spesso preda di temi e schemi da guerra psicologica ideati in Israele e nei pensatoi e rimuginatoi neocon di Washington DC. Se il SIIL sarà eliminato come minaccia, come deve essere, i suoi veri sponsor saranno smascherati ed eliminati.

0624-clark-clintonLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rivolta araba contro Obama

M K Bhadrakumar, 9 luglio 2014

bahrein_1L’espulsione dal Bahrayn di un alto funzionario del dipartimento di Stato USA, assistente del Segretario Tom Malinowski, durante le previste consultazioni a Manama, è un enorme affronto diplomatico che insulta e imbarazza l’amministrazione Obama senza spiegazioni. Che un tale piccolo Paese del Golfo, il più piccolo, potesse insultare così audacemente la superpotenza, era impensabile. Il Bahrayn vive sotto la copertura politica, economica e difensiva di Riyadh, ed è inconcepibile che il suo bellicoso snobbare l’amministrazione Obama non abbia avuto un qualche assenso saudita. Il punto è che a Manama sapevano che il lavoro di Malinowski presso Foggy Bottom è illuminare inesorabilmente i regimi autoritari che nel mondo calpestano i diritti umani e non adottano valori democratici, oggi è il Bahrayn, domani potrebbe essere l’Arabia Saudita. È vero, il Bahrain non poteva impedire che Malinowski arrivasse a Manama per un ‘giro d’ispezione’, quando Washington ha accettato la ‘pre-condizione’ che un mentore locale fosse presente in tutti i suoi incontri con attivisti dei diritti umani. Non sappiamo esattamente cosa sia successo, se Malinowski ha schivato il suo mentore, se ha articolato idee incendiarie mentre a Manama l’emiro è preda del panico, se ha incontrato persone che non doveva, e così via. In ogni caso, ad un certo punto il Bahrayn ha deciso che non poteva continuare. I governanti del Bahrayn sono assai sensibili sulla repressione sostenuta dai sauditi contro la popolazione a maggioranza sciita del Paese, che chiede a gran voce giustizia e responsabilità. Ciò è particolarmente vero oggi, quando le fratture settarie compaiono in tutta la regione. Infatti, il Bahrayn traccia una ‘linea rossa’ per l’amministrazione Obama. Washington s’interroga su “una serie di opzioni” in risposta all’affronto del Bahrayn, ma Riyadh e Manama non avrebbero sbagliato se hanno pesato i pro e i contro e concluso che gli Stati Uniti semplicemente non possono permettersi di reagire in modo eccessivo; la Quinta Flotta degli Stati Uniti è ancorata in Bahrayn, dopo tutto.
L’episodio sottolinea i sovrapposti modelli strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il Bahrayn ha sfidato l”eccezionalismo’ USA. La regione osserverà come Washington risponde alla sfida. Almeno in parte, i governanti del Golfo arabo mostrano assertività per via della polarizzazione nella politica statunitense. Obama è nel mirino per le sue politiche in Medio Oriente e i repubblicani lo criticano per aver abbandonato gli alleati tradizionali degli Stati Uniti nel mondo arabo, come l’egiziano Hosni Mubaraq e il saudita re Abdullah. L’affronto del Bahrayn non è isolato. In poche parole, gli alleati arabi degli Stati Uniti sono sempre più rudi e fuori controllo. I nervi sono tesi per la ‘primavera araba’. In Siria ed Egitto c’è una sfida strategica. Anche in questo caso, Washington ha dichiarato che avrebbe incrementato la potenza aerea di Baghdad per combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante solo con un cambio di governo, e il primo ministro Nuri al-Maliqi ha semplicemente ignorato la richiesta e ricevuto gli aviogetti d’attacco da Russia e Iran, invece. Israele, naturalmente, è sempre un fatto a sé, caso particolare di coda che guida il cane, ma gli arabi del Golfo non possono sperare di arrivare ai livelli d’Israele. Gli oligarchi del Golfo sono irrimediabilmente compromessi, delegittimati e, quando in difficoltà, si aspettano la protezione statunitense. Inoltre, i petrodollari sono anche il cordone ombelicale che li lega al sistema bancario occidentale. Intreccio bidirezionale e reciproco dovuto dal riciclaggio dei petrodollari. Negli ultimi anni, anche la Turchia ha mostrato segni di autonomia ignorando i consigli degli Stati Uniti, anche questa è una sfida calibrata volta più ad impressionare il pubblico turco su ciò che un partito islamico potrebbe fare difendendo l’onore nazionale. Ma la linea di fondo è che la Turchia è un membro della NATO ed è acutamente consapevole della propria identità ‘europea’.
Ora, l’Afghanistan è l’ultima istanza del Grande Medio Oriente, dove l’influenza regionale degli Stati Uniti sarà testata. I candidati alle presidenziali Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani ascolteranno i consigli sensati di Washington di dar prova di moderazione o preferiranno fare le cose secondo l’immemore bazar afgano? Bisogna spiegarglielo.

16264812062541467327410Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quali sono gli obiettivi dell’invasione dell’Iraq da parte del SIIL?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 30 giugno 2014

2799620501. Generale Hoteit, non temete che il SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) arrivi in Libano?
Considerare gli eventi come sono e non cadiamo nelle trappole mediatiche occidentali, che ci fanno credere che il SIIL sia una forza gigantesca contro cui non possiamo resistere. Non è vero.

2. E com’è?
Abbiamo sufficienti informazioni sulla forza dell’organizzazione. Gli eventi succedutisi mi hanno portato a scrivere, un paio di giorni fa, un articolo intitolato “Mosul: una sceneggiata del SIIL” [1].  Perché abbiamo infatti assistito a una sceneggiata! Lo sapevate che 25000 uomini della polizia e dell’esercito dello Stato iracheno erano presenti a Mosul e il SIIL aveva solo 500 combattenti? Pertanto, ciò che è successo a Mosul non è una guerra, ma tradimento e capitolazione associati a una guerra mediatica condotta dai canali TV al-Jazeera (qatariota) e al-Arabiya (saudita) che annunciarono la capitolazione di Mosul sei ore prima della sua caduta reale! Esattamente come nel procedente di Bab al-Aziziyah in Libia, quando annunciarono la sconfitta di Muammar Gheddafi tre giorni prima della caduta e la morte tre giorni prima dell’assassinio. Nel caso di “guerra psicologica”, la regola è che gran parte della popolazione sia immersa nella “nebbia media”, in attesa di vedere chi sia il più forte per decidere da che parte stare. Era ovvio che se gli iracheni nelle aree sunnite delle quattro province coinvolte (Ninawa, Salah al-Din, Diyala e Anbar) sapevano che le forze attaccanti del SIIL avevano solo 500 elementi di fronte a 25000, non avrebbero mai accettato di essere utilizzati da “incubatori”. Fu necessario “esagerare” le forze del SIIL per ottenere la situazione desiderata prima che la nebbia dei media complici si dissipasse. Il SIIL fu istituito in Iraq nel 2004. Quando l'”incendio arabo” fu attizzato in Tunisia alla fine del 2010, era confinato in Iraq dove raccolse al massimo 5200 elementi. Il SIIL fu inviato in Siria dopo il primo veto sino-russo nell’ottobre 2011 e una volta che Jabhat al-Nusra, appositamente creato per la crisi siriana, si dimostrò incapace di rovesciare il governo. E’ noto che SIIL e Jabhat al-Nusra sono legati ad al-Qaida, creata dal governo statunitense come ammette Hilary Clinton [2]. E’ in Siria che il SIIL passa da 5200 a 7000 elementi nel 2012, mentre ora sono 15000 contro 10000 in Iraq, in totale 25000.

3. Ed ora SIIL e Jabhat al-Nusra si combattono in Siria!
No… è solo “tattica” del capo che guida il gioco. Così abbiamo appreso questo pomeriggio (25 giugno) che ad Abu Qamal (città di confine tra Siria e Iraq) al-Nusra è stata costretta a dichiarare fedeltà al SIIL [3] per farle “accumulare potenza” e facilitarne l’opera nelle province irachene. E questo perché il terreno principale della guerra s’è spostato in Iraq.

4. Chi controlla il SIIL?
E’ sempre lo stesso capo che pensava che l'”accordo di sicurezza USA-Iraq”, che doveva [4] [5] fare dell’Iraq una colonia statunitense eterodiretta da Washington. Ma si scopre che tre anni dopo il ritiro degli Stati Uniti, l’Iraq ha cercato la sua via dettata dalle condizioni geopolitiche; cioè armonizzarsi con Iran e Siria. Risultato: gli statunitensi sono furiosi per il fatto che l’Iraq sia vicino all’asse della Resistenza, e i Paesi del Golfo sono ancora più furiosi con al-Maliqi che si rifiuta di obbedire ai loro dettami. Ciò che è successo in Iraq è conseguenza del loro fallimento in Siria; soprattutto Obama suona la campana a morto della presunta opposizione siriana (alla CBS) ammettendo pubblicamente che “non v’è opposizione siriana che possa rovesciare il Presidente Assad“. [6] Il governo statunitense ha ammesso il proprio fallimento in Siria, ma non abbandona il suo piano originale. Sfumature! Quindi passa in Iraq, dove i suoi interessi s’intrecciano con quelli dell’Arabia Saudita, da un lato, e del Qatar e Turchia dall’altra, mettendo da parte le differenze essendo tutti di fronte alle stesse catastrofe ed emergenza: impedire che l’Iraq aderisca al fronte del rifiuto e quindi all’asse della Resistenza. La domanda è: come impedirlo? Essendo al-Maliqi parte della “Alleanza Nazionale Irachena” abilitata dalla Costituzione a formare il governo, hanno scatenando l’invasione del SIIL! Ma oggi, la nostra intelligence dice che più di un terzo dei sunniti di Mosul e altrove, s’è opposto in sole 24 ore a tale mossa che ha causato 750000 profughi; cioè un sunnita su sette, essendo i sunniti iracheni 5,5-6 milioni. Tale sceneggiata del SIIL ha così due cause: la sconfitta subita in Siria e la lotta per il potere. Terrorizzando al-Maliqi e la coalizione autorizzata a decidere in merito a Costituzione e governo, per proporre un governo che trascuri i risultati delle ultime elezioni. Da qui la proposta di un “governo di salvezza nazionale” di John Kerry [7] [8]. Ciò implica che la proposta di John Kerry sia, in effetti, ignorare i risultati delle recenti elezioni parlamentari, vinte dal blocco di al-Maliqi. e distribuire equamente il potere tra sciiti, sunniti e curdi; Quindi su base settaria ed etnica! Il che equivarrebbe a un terzo agli sciiti (60-65% della popolazione), un terzo ai sunniti (15-18% della popolazione) e un terzo ai curdi (20% della popolazione). Risultato: i due terzi sunnita e curdo sono nelle mani di Paesi del Golfo e Stati Uniti. E questo lo scopo della sceneggiata in Iraq!

5. Ma allora come dovremmo capire l’appello agli Stati Uniti di al-Maliqi[9]?
È piuttosto intelligente, dato che l'”accordo di sicurezza USA-Iraq” afferma che se un Paese (ovviamente l’Iraq) deve affrontare una minaccia a sua esistenza, confini, unità territoriale… può chiedere all’altro assistenza nei limiti, luogo e momento decisi. Tuttavia, al-Maliqi sa che gli Stati Uniti sono dietro tutto ciò, come sa che né sauditi né turchi avrebbero mai osato incoraggiare l’invasione del SIIL senza la decisione, e non solo l’accordo, degli Stati Uniti. Ha quindi chiesto aiuto! Nel caso in cui gli Stati Uniti decidano di applicare i termini dell’accordo di sicurezza,  invierebbero la loro aviazione. A tal proposito, condivido con voi un fatto che rivelo per la prima volta: quando al-Maliqi ha parlato dei bombardamenti statunitensi sui centri del SIIL nella regione di al-Anbar, non era vero! Ma così costrinse gli Stati Uniti a smentirlo e il capo dell’Iraqi National Alliance, Ibrahim al-Jafari, rinfacciò agli statunitensi di aver preparato l’accordo di sicurezza bilaterale nel loro interesse, poiché si astengono dall’applicarlo alla prima occasione, autorizzando quindi l’Iraq a rivederle e a far fronte da solo ai pericoli che lo minacciano. Di qui la “fatwa” pronunciata dalle autorità religiose sciiti e sunnite contro tale sceneggiata “tramata dagli statunitensi assieme a Turchia, Qatar e Arabia Saudita“…

Durante l’intervista arriva la notizia di un’esplosione durante un raid in un hotel di Beirut: 10 feriti [10]; che porta la questione alla prima domanda di questo estratto.

6. Generale Hoteit, non temete che il SIIL arrivi in Libano?
La risposta del Generale Hoteit a tali atti terroristi in Libano è che il suo sistema di sicurezza subisce colpi, ma non cede! Risposta articolata, inoltre, in un articolo del 26 giugno, dai seguenti punti chiave.
• L’occidente cerca di spezzare l’asse della resistenza fin dal 2000. Ha cominciato con la risoluzione 1559, approvando la guerra del 2006 e provocando discordia in Libano nel 2008 e in Iran nel 2009, per poi affrontare la Siria nel 2011, prima di arrivare all’Iraq di oggi; l’ultima carta sionista-statunitense… Pertanto, ci si può chiedere se la mossa in Iraq, dopo la chiusura della frontiera siriano-libanese, allontani il Libano dall’incendio. O è destinato a svolgere un altro ruolo?
• Ora che l’Iraq è divenuto il principale teatro dell’aggressione, riteniamo che l’occidente stia leggermente arretrando in Siria, divenuta teatro secondario, mentre il Libano è ora “il teatro della pressione” sui componenti dell’asse della Resistenza in generale, e in particolare su Hezbollah. Ma il problema dell’occidente risiede nell’incapacità a penetrare la società della Resistenza, dato lo scudo protettivo formatosi intorno. Questo è il motivo per cui i molti tentativi terroristici sono falliti uno dopo l’altro… (come accaduto).
• Certo, i tentativi si ripetono, ma si nota un forte calo in preparazione e attuazione, soprattutto perché sembra che la produzione sia ora locale da quando i terroristi sono stati privati dalle loro “fabbriche della morte” nel Qalamun.
• A questo punto, possiamo dire che il fallimento di molti altri tentativi terroristici è dovuto alla costante collaborazione tra le istituzioni della sicurezza e l’esercito libanese, da un lato, e i membri della società civile della resistenza e dei cittadini dall’altra. Questo più la complementarità con l’Esercito arabo siriano sull’altro lato del confine. Mentre questa collaborazione continuerà, la sicurezza del Libano non cederà, nonostante i tremori causati da qualche attacco terroristico per cercare di porre fine all’equazione libanese in vigore: “Popolo, Esercito, Resistenza”.

7. E cosa ne pensate del pericolo che la Giordania deve attendersi?
Il SIIL ha diffuso la sua mappa corrispondente in realtà all’avvertimento degli Stati Uniti a cinque Paesi, oltre a un sesto per inquinare! Tale mappa include Iraq e Quwayt, a est, Siria e Giordania, al centro, Libano e Palestina occupata ad ovest. Certo, Israele non è preoccupato dal SIIL perché l’alto comando del SIIL è statunitense e consapevole dei propri interessi. Pertanto, né il comando né il SIIL metteranno a repentaglio Israele. Il Quwayt è stato aggiunto alla mappa, poiché alcune notizie indicavano suoi tentativi di avvicinarsi a Siria e Iran dopo il “fallimento del piano”. L’avvertimento gli dice non ti muovere! La Giordania, che era nell’asse della guerra contro la Siria per tutto il periodo in cui Bandar bin Sultan operava, è riluttante. È stata avvertita (ma questa è un’altra storia. NdT). Il Libano è sulla mappa dall’inizio. Coloro che sostengono il contrario devono avere informazioni dirette dalle sale operative di statunitensi, sionisti, giordani e golfini che non abbiamo!

8. Infine, e dato lo scenario appena descritto, non temete una guerra regionale?
La guerra tradizionale in cui Israele farebbe parte, inviando i propri soldati a combattere su tutti i fronti in Libano, Golan o Iran, non è all’orizzonte. Se una tale guerra fosse possibile, Israele non avrebbe aspettato 8 anni per lanciarla!

Ayatollah Ali al-SistaniDottor Amin Hoteit, al-Bina  25/06/2014
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal

Note:
[1] Mosul: sceneggiata del SIIL
[2] Hillary Clinton: abbiamo creato al-Qaida, abbiamo finanziato i mujahidin
[3] Al-Qaida e SIIL si uniscono al confine siriano-iracheno
[4] L’accordo del 17 novembre 2008 istituisce il quadro giuridico per la presenza statunitense in Iraq e la cooperazione tra i due Stati
[5] La truffa dell’accordo di sicurezza USA-Iraq
[6] Obama: ‘Notion that Syrian opposition could overthrow Assad a “fantasy”': “Non c’è opposizione siriana che possa sconfiggere al-Assad… Penso che l’idea che ci sia attualmente una forza di opposizione moderata in grado di sconfiggere al-Assad è semplicemente falsa… Abbiamo passato molto tempo cercando di lavorare con l’opposizione moderata in Siria… l’idea che potessero improvvisamente rovesciare Assad, e non solo, ma anche jihadisti spietati e altamente qualificati, se gli inviamo alcune armi, è fantasia… Penso che sia molto importante che il popolo americano, e probabilmente ancor più importante, che Washington e le agenzie di stampa lo capiscano!
[7] Crisi in Iraq: Kerry ad Irbil per colloqui sulla crisi che imperversa
[8] Kerry chiede un governo di unità nazionale in Iraq
[9] L’Iraq chiede aiuto agli USA
[10] Ancora una volta, una carneficina sventata a Beirut

Il Dottor Amin Hoteit è analista politico libanese, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iraq ringrazia la Siria per aver bombardato il SIIS, e Obama aiuta il settarismo in Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 27 giugno 2014

10455051Il presidente degli USA Obama è ancora una volta coinvolto in nuovi intrighi sinistri, perché mentre lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) è intento a frazionare Iraq e Siria, l’unica risposta a tale realtà è, per Obama, cercare di portare altro caos e settarismo in Siria. Infatti, è evidente come l’assalto del SIIS in Iraq segua naturalmente le orme delle manovre militari in Giordania di USA e innumerevoli alleati. Mai SIIS e altre forze settarie e taqfiriste in Siria hanno temuto Israele e la NATO in Turchia. Al contrario, SIIS e altre forze settarie e taqfiriste prosperano all’ombra di Israele, Giordania e NATO in Turchia. Allo stesso modo, alcuni elementi del blocco anti-Hezbollah e anti-Aoun in Libano giocano con i taqfiristi e il demonio settario. Il recente attacco del SIIS in regioni dell’Iraq è stato accolto dalla solita bizzarria dell’amministrazione Obama. Ciò vale per l’illogica necessità di rafforzare le forze anti-siriane in Siria, così rafforzando SIIS e altre forze settarie e terroristiche. L’Iraq deve prendere atto che le potenze del Golfo e della NATO partecipano all’intera agenda settaria in Siria e, naturalmente, che tale realtà mina lo Stato nazione iracheno. Dopo tutto, le forze settarie taqfiriste in Siria sono sostenute da varie nazioni del Golfo e dalla Turchia, alleate degli USA e che ovviamente la destabilizzazione della Siria iniziò usando le enormi scorte militari rimaste in Libia. Allo stesso tempo, il cosiddetto controllo di CIA, MI6, DGSE e altre intelligence in Turchia e Golfo è una farsa, perché i terroristi inondano la Siria e l’Iraq da tutto il mondo. Infatti, l’unico controllo che sembra esserci è volto ad armare le varie forze settarie in Siria contro il governo laico del Presidente Bashar al-Assad.
USA ed alleati occidentali adorano la parola “democrazia” quando fa comodo, ma il popolo della Siria è dannato se vota o meno. Questa visione neo-coloniale di USA, Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito è estremamente irritante. Pertanto i siriani, nel Paese e all’estero, che sostengono il governo di Assad, non contano. Ciò spinge Obama ad ignorare le elezioni in Siria, proprio come USA ed alleati occidentali ignorano la schiavitù delle donne nel Golfo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è il paradiso dei pedofili perché vecchi possono sposare bambine di otto anni, mentre naturalmente il regno della Casa dei Saud supporta l’uccisione degli gli apostati verso il cristianesimo. Naturalmente, ciò non fa aggrottare la fronte, pur essendo  completamente nota tale realtà. Pertanto, con l’Iraq che affronta altro settarismo e barbarie taqfirista, non sorprende sentire Obama finanziare ulteriore settarismo e terrorismo in Siria. Anche le forze  antisiriane fuori dalla nazione non possono negare che l’esercito libero siriano (ELS) spesso combatte a fianco delle varie forze taqfiriste e settarie. Altre volte si combattono perché la loro unica caratteristica vincolante è uccidere, decapitare, perseguitare minoranze e applicare barbarie a chiunque capiti di essere in disaccordo con il loro dominio.
Diversamente dall’amministrazione Obama che cerca d’indebolire le forze centrali in Siria al fine di potenziare il SIIS, il governo siriano bombarda tale movimento barbaro presso il confine tra Iraq e  Siria. L’Iraq viene messo in pericolo da USA e satelliti di NATO e Golfo, accendendo il settarismo in Siria, con il risultato di mettere in pericolo Libano e Iraq. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdogan non disdegna contrattare in Iraq con strutture di potere estranee a Baghdad. Ciò significa che l’Iraq deve affrontare la duplice minaccia della barbarie del SIIS e del ruolo della Turchia nell’ignorare le forze economiche centrali della nazione. Nel frattempo, mentre le potenze del Golfo e la Turchia giocano la carta settaria contro il governo della Siria, mettendo chiaramente in pericolo l’Iraq, la saggezza del Grande Ayatollah Ali al-Sistani entra in gioco. Ciò vale in particolare per i fedeli sciiti che ascoltano con passione il grande ayatollah dell’Iraq. Tuttavia, questo venerato leader religioso si rivolge a tutti i cittadini iracheni, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Il grande ayatollah sa bene che le forze sinistre estranee all’Iraq cercano di trascinare la nazione, ancora una volta, nel settarismo. Nonostante ciò, il venerato leader sciita fa sapere che l’unità è essenziale contro SIIS e altre forze settarie che prosperano sulle divisioni nella società. Pertanto, a prescindere dall’aspetto politico dell’Iraq moderno, è chiaro che il SIIS cerca d’imporre uno status draconiano alla società, per imporle l'”anno zero”. Non sorprendono gli appelli all’unità dei leader sunniti e sciiti in Iraq, perché i leader religiosi sanno perfettamente che i taqfiristi odiano tutti. Allo stesso modo, gli studiosi religiosi in Iraq comprendono appieno che tali forze brutali lavorano all’ombra delle potenze del Golfo e della NATO.
Recentemente è stato riportato che la Siria ha bombardato il SIIS al confine tra Iraq e Siria. La BBC riferisce: “Il primo ministro Nuri al-Maliqi dell’Iraq ha detto alla BBC di sostenere l’attacco aereo sui militanti islamici in un valico di frontiera tra Iraq e Siria… Fonti militari e ribelli dicono che l’attacco ha avuto luogo nell’Iraq, all’incrocio Qaim, anche se Maliqi ha detto che s’è avuto sul lato siriano“. Tuttavia, mentre la Siria cerca di arginare la marea del SIIS, il governo USA è intento a promuovere la minaccia taqfirista sostenendo altre forze settarie in Siria contro il governo centrale.  Il New York Times: “Il presidente Obama ha chiesto 500 milioni di dollari al Congresso per addestrare ed equipaggiare ciò che la Casa Bianca chiama membri “adeguatamente controllati” dell’opposizione siriana, riflettendo maggiore preoccupazione per l’allargamento del conflitto siriano in Iraq“. Naturalmente, gli “opportunamente controllati” esistono solo nelle menti deliranti dell’amministrazione Obama. In effetti, un gran numero di massacri brutali sono dovuti a tali cosiddetti “moderati”, che in realtà sono settari e apertamente partecipi al banditismo di massa. Pertanto, mentre Baghdad e Damasco sono minacciate dai “taqfiri da anno zero”, l’amministrazione Obama cerca di versare ulteriore benzina sul fuoco sostenendo altra destabilizzazione in Siria. Ciò  deve aprire gli occhi ai leader dell’Iraq, perché sanno che gli alleati degli USA nel Golfo e la Turchia consentono che il virus settario, sedizioso e terrorista taqfirista si diffonda. Pertanto, i governi di Iraq, Iran, Siria e il movimento Hezbollah devono collaborare più strettamente, arginando l’agenda settaria e taqfirista di Arabia Saudita, Quwayt e Qatar, amplificata dalla NATO in Turchia e dal totale fallimento di USA, Francia e Regno Unito.

ap229496324122Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ISIS e il piano di Wall Street per la guerra settaria

Caleb Maupin New Oriental Outlook 27/06/2014

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgIn Siria, una campagna terroristica è in corso dal 2011. Oltre 150000 persone sarebbero già state uccise. Milioni di persone sono sfollate, costrette a divenire dei rifugiati, in Siria o nei Paesi limitrofi. Dall’inizio di tale campagna insurrezionale contro la Repubblica araba siriana, i terroristi hanno avuto il sostegno nei loro sforzi da regimi filo-USA come Turchia, Qatar, Giordania e Arabia Saudita, nonché direttamente dagli Stati Uniti. Gli Stati del Golfo, allineati agli Stati Uniti, non hanno contestato l’armamento e il sostegno ai gruppi ribelli armati. Il Regno dell’Arabia Saudita, in particolare, ha invocato il rovesciamento violento della Repubblica araba siriana. La maggior parte dei gruppi di insorti che combattono contro il governo siriano è formata da fanatici sunniti. Parlano di creare un “califfato” in Siria e di punire, se non sterminare, tutti coloro che praticano religioni diverse come cristiani, alawiti e sciiti. Il gruppo terrorista Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS), ora sotto i riflettori dei media mondiali, non s’è semplicemente materializzato dal nulla. Ha operato in Siria per lungo tempo, impegnandosi in una campagna di violenze e terrorismo insieme ad altri gruppi di insorti, come il Fronte al-Nusra e l’Esercito libero siriano. Recentemente, il governo siriano ha arrestato diversi combattenti dell’ISIS giunti in Siria anche dalla Malesia.

ISIS e Casa dei Saud
Quando i funzionari statunitensi descrivono i ribelli siriani che ricevono finanziamenti e armi dagli USA, sono sempre chiamati “opposizione”, “militanti”, “rivoluzionari” o qualche altro eufemismo colorato. Parole come “terrorista” non vengono utilizzate. I media occidentali hanno sempre rappresentato il governo siriano come il cattivo, e spesso descritto gli insorti come rivoluzionari romantici. Ora che un particolare gruppo terroristico, l’ISIS, è entrato in Iraq e sequestrato gran parte del suo territorio, i funzionari statunitensi improvvisamente cominciano a parlarne con ostilità. Obama ha annunciato l’invio di consiglieri militari statunitensi in Iraq per aiutare il governo iracheno, guidato da Nuri al-Maliqi, nella lotta all’ISIS. Il presidente iracheno Nuri al-Maliqi ha dichiarato apertamente che l’Arabia Saudita sostiene l’ISIS e l’ha perciò duramente condannata. I tentativi della stampa occidentale di “confutare” la sua affermazione sono ridicoli, i suoi articoli affermano che il governo saudita non ha inviato direttamente armi all’ISIS, basandosi solo sulle dichiarazioni dell’Arabia Saudita, che dicono proprio ciò. Eppure, anche coloro che difendono i sauditi sottolineano che la maggior parte del grande budget dell’ISIS deriva da “donatori” sauditi e di altri Stati del Golfo allineati agli Stati Uniti. Il fatto che il denaro saudita sia alla base del terrorismo dell’ISIS in Siria e Iraq non è contestato. Tutta la controversia riguarda se i fondi del terrorismo provengono dalla tesoreria dello Stato saudita, o semplicemente da generosi mecenati privati. Gli articoli sembrano dimenticare che il Regno dell’Arabia Saudita è un’autocrazia assoluta.  Se la Casa dei Saud disapprovasse le donazioni a ISIS, potrebbe facilmente fermarli per decreto e farli rispettare con la minaccia di morte. La ragione per cui i media occidentali sono fortemente motivati a “confutare” la realtà del denaro saudita diretto all’ISIS, è dovuta al fatto che l’Arabia Saudita non è un attore geopolitico indipendente. L’Arabia Saudita è direttamente responsabile nei confronti degli Stati Uniti. Il petrolio saudita è controllato dalle multinazionali petrolifere statunitensi. L’Arabia Saudita riceve milioni di dollari in aiuti statunitensi. L’Arabia Saudita ha ora il quarto budget militare sulla terra, secondo il recente rapporto del SIPRI, e le armi sono acquistate quasi esclusivamente negli Stati Uniti. L’uso dell’Arabia Saudita da intermediario finanziario dei terroristi allineati agli Stati Uniti non è nuovo. L’Arabia Saudita fu fondamentale nel trasferire fondi agli insorti filo-USA in Afghanistan mentre combattevano contro il Partito Democratico del Popolo e l’Unione Sovietica. L’Arabia Saudita aiutò l’amministrazione Reagan a finanziare i terroristi ribelli nel lontano Nicaragua, nella loro lotta contro i sandinisti. Il sostegno saudita all’ISIS, come tutte le attività saudite, non è un’azione geopolitica indipendente. Il sostegno saudita all’ISIS è solo il supporto indiretto degli Stati Uniti all’ISIS.

Chi vuole la guerra settaria?
In questo preciso momento, sui campi di battaglia dell’Iraq, due gruppi armati appoggiati dagli Stati Uniti si sparano usando armi e munizioni made in USA. La situazione in Iraq, da quando l’ISIS ha iniziato l’insurrezione, è diventata assai più violenta rispetto ai mesi precedenti. L’instabilità ha spinto altri gruppi della società irachena a combattere il governo Maliqi, tra cui anche il deposto partito Baath. Perché gli Stati Uniti ora inviano consiglieri militari in Iraq, con la pretesa di sostenere il governo iracheno, mentre sostengono indirettamente anche l’ISIS? Non è irrazionale stare con entrambi i lati di un conflitto? Se il conflitto in Iraq distruggesse i quartieri residenziali Hamptons di New York, i pozzi di petrolio in Texas o altri beni di valore dei ricconi che decidono la politica degli Stati Uniti, sarebbe davvero irrazionale perpetuare un conflitto armando entrambe le parti. Ma questo non è il caso, tuttavia. Nella guerra scoppiata ora in Iraq, come in tutti i combattimenti dal 2003, non sono i quartieri dei capitalisti di Wall Street ad essere distrutti, né i pozzi petroliferi dell’Exxon Mobil vengono fatti saltare in aria o messi fuori servizio. I combattimenti in Iraq non danneggiano gli interessi finanziari dei miliardari che controllano gli Stati Uniti. Piuttosto, si assicurano che non ci siano concorrenti stabili. Prima del 2003, la compagnia petrolifera statale dell’Iraq era un importante fattore nei mercati internazionali. Nel 2003, con missili da crociera, carri armati, truppe e altri mezzi di distruzione statunitensi, la compagnia petrolifera statale irachena fu rimossa dal mercato mondiale, facendo così diminuire l’offerta mondiale di petrolio. Ciò rese il petrolio delle compagnie statunitensi, che non era stato distrutto nella guerra del 2003, molto più prezioso.

Maliqi e la minaccia alla stabilità
Perché gli Stati Uniti ora cercano una grande conflitto in Iraq? La risposta è abbastanza semplice. Secondo la Reuters, l’Iraq ha prodotto 3,3 milioni di barili al giorno a giugno. Il picco delle esportazioni di petrolio iracheno dalla guerra del 2003. Nonostante il fatto che oltre un milione di iracheni sia morto dall’invasione Usa; che gran parte del Paese è ancora in rovina; che milioni di iracheni ancora vivano in miseria; per l’1% più ricco degli Stati Uniti, l’Iraq è diventato troppo stabile, esportando petrolio e riducendo il caos. Nuri al-Maliqi, il presidente iracheno, pur essendo il capo di un regime installato e sostenuto dagli Stati Uniti, ha visto questa crescente stabilità come un’opportunità per affermare l’indipendenza. Maliqi s’è avvicinato alla Repubblica islamica dell’Iran, altro Paese con una compagnia petrolifera statale concorrente degli Stati Uniti sui mercati internazionali. Dall’invasione statunitense del 2003, un gruppo di terroristi appoggiato dagli Stati Uniti, i “mujahdiin del Popolo” usa le basi in Iraq per attaccare l’Iran. Le Nazioni Unite hanno evacuato questi terroristi anti-iraniani dall’Iraq, sostenendo che il governo iracheno non adottava  misure per proteggerli. Alcuni hanno persino suggerito che il governo Maliqi collaborasse con l’Iran nel difendersi da tali terroristi filo-USA. Maliqi si era anche avvicinato ai due maggiori concorrenti degli Stati Uniti sul mercato globale, la Federazione Russa e la Repubblica popolare cinese. Come se la stabilità crescente non bastasse, Maliqi osò non essere più una semplice marionetta. Agendo nel proprio interesse, non da semplice ascaro ubbidiente agli interessi dei miliardari degli Stati Uniti. Non è una sorpresa che anche gli Stati Uniti inviino consiglieri militari a sostenere il suo governo, dato che i circoli dirigenti negli Stati Uniti ne chiedono l’allontanamento.

Sterilizzare la terra con la guerra settaria
I capi degli Stati Uniti non vogliono sostituire Maliqi con un leader più affidabile e responsabile, che possa eliminare l’ISIS e costruire un Iraq pacifico e stabile. I miliardari che gestiscono gli Stati Uniti desiderano sostituire Maliqi con bombe, cecchini, rapimenti, decapitazioni e signori della guerra che si combattono per il potere. Finanziano e armano il governo iracheno, e garantiscono che il denaro saudita continui a finanziare l’ISIS, così che i massacri possano degenerare. Dei Paesi vittime dell’aggressione militare degli Stati Uniti, nessuno è divenuto “più sicuro”. La Libia una volta aveva una compagnia petrolifera statale prima esportatrice in Africa. In Libia, i profitti del petrolio furono usati per sovvenzionare cibo, alloggio e istruzione per la popolazione, garantendo i più alti standard di vita nel continente africano. Ora la Libia è in rovina. Le bombe della NATO non hanno sostituito Gheddafi con “un governo di transizione pacifico”, ma con i signori della guerra in lotta per il potere tra povertà e caos. L’Afghanistan non è “più stabile”, dalla rimozione dei taliban per mano degli Stati Uniti. Il Paese è sommerso da violenza e caos. I campi di papavero che i taliban una volta bruciarono, sono stati restaurati e il caos dei cartelli dell’eroina è oggi un fattore importante nella vita afghana. La campagna di violenze che gli Stati Uniti hanno scatenato in Siria non porta a “libertà e democrazia”. Il Paese è invece finito in una crisi catastrofica, con milioni di rifugiati e forze religiose radicali che massacrano civili inermi e chiunque altro. Tutti i Paesi attualmente presi di mira dagli Stati Uniti hanno un fattore comune: lo sviluppo economico indipendente. Il Venezuela è guidato da socialisti bolivariani. Cuba, Cina e Corea popolare sono guidati dai comunisti. Siria e Federazione russa hanno governi laici guidati da nazionalisti. Il governo della Repubblica islamica iraniana è profondamente religioso. Ma tutti questi governi hanno osato sviluppare un’economia indipendente. Hanno cercato di costruire le proprie economie, e competere con Wall Street e Londra nei mercati globali e, indipendentemente dalla loro volontà, sono stati dichiarati nemici dagli Stati Uniti. L’Iraq di Sadam Husayin fece anche questo. Sadam Husayn fu sostenuto dagli Stati Uniti quando attaccò l’Iran ed usò armi chimiche contro il popolo iraniano. Ma presiedette anche un Paese stabile che esportava petrolio in concorrenza con Wall Street. Il suo rovesciamento con l’invasione militare statunitense ha reso l’Iraq un posto miserrimo. Ora, mentre un minimo di stabilità torna nel Paese, la guerra settaria dell’ISIS viene avviata. La speranza di Wall Street e Londra è che presto gli iracheni, sunniti e sciiti, si uccidono a vicenda in un bagno di sangue che possa diffondersi in tutta la regione. Come l’impero romano, che sparse il sale sulla terra dopo aver sconfitto Cartagine, gli Stati Uniti vogliono assicurarsi che nulla di stabile, pacifico od economicamente prospero possa mai emergervi.

25IN_IRAQ_AL_MALIKI_296276fCaleb Maupin analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 20 al 23 giugno

Alessandro Lattanzio, 24/6/2014
Iraqi army tanks take part in a parade in Baghdad's Green ZoneIn un’intervista ad al-Manar TV, il deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto, Zaynab Wahid Salman, affermava che il ruolo distruttivo svolto dall’Arabia Saudita in Siria si ripeteva in Iraq. “Vuole controllare l’intera regione a scapito dei popoli della regione? L’Arabia Saudita non è soddisfatta dell’interferenza negli affari del di Bahrayn e Siria, perciò oggi conduce una guerra feroce tramite gruppi terroristici contro il processo politico e il progetto democratico dell’Iraq“. I media iracheni, riferivano che un ufficiale saudita era stato ucciso dalle forze irachene e che altri sauditi sono stati arrestati nella provincia di Dhi Qar. La maggior parte dei combattenti arrestati sono sauditi o che provengono dal regno saudita. L’attivista Fuad Ibrahim afferma che “Racconti sulla presenza di combattenti sauditi a Mosul, Salahuddin, Diyala e altrove traboccano sui social networking.” Alla fine del 2012, uno dei leader della Coalizione per lo Stato di Diritto, Sami al-Asqari, rivelò che al-Duri si era recato in Arabia Saudita dall’aeroporto di Irbil. Pochi mesi prima delle elezioni irachene, in un’intervista alla rivista Ahram al-Arabi, al-Duri disse, “L’Arabia Saudita rappresenta la base della fermezza e dell’opposizione ai complotti e tentativi contro l’identità della nazione. L’Iran safavide avrebbe dominato il Golfo e danneggiato questa regione vitale, il nostro Paese e la nostra nazione se il Regno dell’Arabia Saudita non fosse stato in allerta. Viva l’Arabia Saudita, e viva il suo ruolo rispettabile e le sue pure posizioni fedeli alla rivoluzione del popolo siriano, in Bahrain e nel Golfo in generale, così come verso il popolo dell’Iraq e la sua rivoluzione, il popolo d’Egitto, il suo esercito e  la sua rivoluzione, in Yemen, Palestina, Libano, Somalia e in qualsiasi Paese in cui vi sia una reale minaccia alla nazione (araba) e ai suoi interessi fondamentali”. Descrivendo ciò che accade in Iraq come “strenua resistenza” all’“egemonia dell’Iran”, al-Duri non menzionava i gruppi terroristici, ma parlava di “ribelli” utilizzando terminologie dei media sauditi. Al domanda se si aspettasse un cambiamento nella situazione irachena dopo le elezioni, al-Duri  sottolineava che la situazione sarebbe “peggiorata”, dicendo che il popolo iracheno “deve unirsi, abbracciare la strenua resistenza, sostenere le forze islamiche e nazionaliste per spazzare questo processo politico“. Parole in liena a ciò che il capo dell’intelligence saudita Turqi al-Faisal aveva detto durante la sessione plenaria della conferenza sulla sicurezza organizzata dal Center for Strategic, International and Energy Studies, in Bahrayn, il 22 aprile, “Se Nuri al-Maliqi, l’attuale primo ministro che ha terminato il  mandato, vincerò le prossime elezioni, l’Iraq sarà diviso“.
Molti non sanno che il regime baathista iracheno, seppur tendenzialmente laico in Iraq, nella politica regionale ha appoggiato, finanziato e armato organizzazioni islamiste e jihadiste, soprattutto in Siria e in Arabia Saudita, dove Baghdad finanziava la propaganda iqwanista (salafismo wahhbita locale) contro il dominio dei Saud. Perciò nulla di strano che il Baath oggi si alle forze del jhadismo taqfirista tramite organizzazioni sufi naqshbandi.
logo_of_the_army_of_the_men_of_the_naqshbandi_orderL’Esercito degli Uomini sulla Via Naqshbandi (Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshbandiyah – JRTN), venne fondato nel 2006, per combattere contro le forze d’occupazione e il governo filo-iraniano, da ex-militanti del Baath e da sufi dell’ordine della Naqshbandiyah. Il presunto capo del gruppo si fa chiamare Abdallah Mustafa al-Naqshbandi. Al-Duri sarebbe a capo dell’Alto Comando per la Jihad e la Liberazione in Iraq (al-Qiyadah al-Aliya lil-Jihad wal-Tahrir) di cui il JRTN fa parte. Al-Duri sarebbe legato al ramo curdo sufi al-Qasnazaniyah. Le aree d’influenza andrebbero da Mosul (provincia di Ninawa) a Hawijah (presso Kirkuk), Baqubah (provincia di Diyala), Fallujah e Ramadi (provincia di Anbar). L’ultima azione nota del JRTN risalirebbe al 25 aprile 2013 quando occupò temporaneamente la città irachena di Sulayman Baq, presso Hawijah. Nel 2009 si riteneva che il JRTN avesse cercato di fondersi con altri gruppi insurrezionali che aveva anche sostenuto, come Ansar al-Sunnah, Brigata rivoluzionaria 1920, Jaysh Islamiyah e Stato islamico dell’Iraq, precursore del SIIS. Il 10 febbraio 2014 un attacco congiunto di JRTN e SIIS a sud di Mosul causò la morte di 15 soldati iracheni. Il 31 maggio un funzionario amministrativo di Qalis, provincia di Diyala, Uday al-Qadran, accennò ad un’alleanza tra JRTN e SIIS a Diyala, indicando i gruppi insurrezionali guidati da al-Duri nella zona: qatiba al-Mustafa, qatiba al-Mujahidin e Jaysh al-Tahrir. Infine, il quotidiano al-Quds al-Arabi afferma di avere le prove che oltre al SIIS, diversi altri gruppi insurrezionali hanno partecipato alla presa di Mosul: gruppi salafiti jihadisti come Jaysh al-Mujahidin, Ansar al-Sunnah e infine il JRTN, in un’alleanza basata esclusivamente nella comune ostilità verso gli sciiti. Infine, rappresentanti di al-Duri e del capo del SIIS Abu Baqr al-Baghdadi, si sarebbero incontrati nei pressi del villaggio al-Qiyarah per formare l’alleanza. Al-Muraqib al-Iraqi riferiva il 2 giugno 2014 di scontri ed esecuzioni tra SIIS e JRTN a Baquba, Bayji e Tiqrit, mentre secondo al-Masdar News del 12 giugno 2014, testimoni videro i ribelli del JRTN brandire le immagini di Sadam Husayn e al-Duri, assieme ai terroristi del SIIS esibire le loro bandiere nere dopo la caduta di Tiqrit. Il SIIS poi chiese al JRTN di rimuovere le immagini di Sadam e al-Duri da Mosul, il cui rifiuto scatenava scontri tra SIIS e JRTN a Mosul e Tiqrit. In realtà, lo scontro sarebbe stato provocato dalla decisione di al-Duri di costituire un governo a Mosul senza la leadership del SIIS. Infine, il 21 giugno 2014, pesanti combattimenti tra ISIS e JRTN venivano segnalati ad Hawijah, ad est di Kirkuk, provocando 17 morti: 8 terroristi del SIIS e 9 del JRTN, mentre Sayf al-Din al-Mashadani, membro del Baath e comandante del JRTN, veniva rapito da elementi del SIIS.
19 giugno, i militanti del SIIS avrebbero attaccato le guardie di frontiera iraniane presso la città iraniana di Qasre Shirin. Il 21 giugno, il Brigadier-Generale Ahmad Reza Purdastan, dell’esercito iraniano, affermava che gli aggressori erano dal gruppo militante curdo Partito per la vita libera del Kurdistan – Pejak, aggiungendo che le unità militari iraniane lungo i confini occidentali dell’Iran erano in allerta, tra cui unità dell’aviazione dell’esercito dotate di elicotteri d’attacco AH-1 Cobra e Bell-214 Isfahan.
20 giugno, 30 miliziani sciiti vengono uccisi a Muqdadiyah, una cittadina a nord-est di Baghdad, sulla strada per Baquba, da dove i terroristi furono respinti.
21 giugno, il valico di Qaim tra Iraq e Siria, a 200 km a ovest di Baghdad, viene occupato dal SIIS. 30 soldati governativi sarebbero stati uccisi. Presso Baghdad vengono respinto i terroristi, in un’operazione organizzata dal Generale Qasim Jasim della 9.na Brigata corazzata. Le forze di sicurezza irachena circondano i terroristi nel distretto di Muqdadiyah, 35 chilometri a nord-est di Baqubah. Le forze di sicurezza effettuano attacchi aerei contro i terroristi. Tuz Khurmat, nella provincia di Salahuddin, finisce sotto controllo curdo. Israele riceve una petroliera con greggio del Kudistan iracheno. Muqtada Sadr riattiva la milizia del Mahdi: 50000 miliziani marciano armati e in divisa a Baghdad. Parate simili si svolgono in altre nel sud e un piccolo corteo si svolge anche a Kirkuk. Alcuni combattenti portavano armi anticarro utilizzate efficacemente contro i blindati della NATO e che si ritiene provengano dall’Iran. Secondo un funzionario del Pentagono 28 carri armati Abrams dell’esercito iracheno sarebbero stati danneggiati in combattimento dai terroristi, di cui 5 seriamente danneggiati da ATGM (missili anticarro). Gli Stati Uniti hanno fornito 140 carri armati M1A1 Abrams all’Iraq tra il 2010 e il 2012, che sebbene dotati di nuove attrezzature per la sorveglianza, non hanno la protezione all’uranio impoverito che ne aumenta la resistenza alle armi anticarro. Diversi  video mostrano degli Abrams colpiti da ATGM usati dai terroristi nella provincia di Al-Anbar. I terroristi sono dotati di armi come gli ATGM 9K11 Kornet e i  lanciarazzi anticarro RPG-7 e M70 Osa. Quest’ultimo è un’arma jugoslava ampiamente utilizzata dai terroristi in Siria, e finora raramente vista in Iraq. Altri tipi di blindati dell’esercito iracheno sembrano aver subito maggiori perdite rispetto agli Abrams come Humvee distrutti o catturati, trasporto truppa corazzati (APC) M113 e veicoli MRAP. Il funzionario ha anche affermato che 6 elicotteri iracheni sono stati abbattuti e 60 danneggiati in combattimento tra il 1° gennaio e tutto maggio, e un altro elicottero è stato abbattuto da un cannone antiaereo leggero su al-Saqlawiyah il 16 giugno; i suoi due membri dell’equipaggio sono stati uccisi.
22 giugno, l’Ayatollah Khamenei dichiara: “Gli Stati Uniti sono dispiaciuti dalle elezioni con alta affluenza, perché intendono dominare l’Iraq sostenendo coloro che gli obbediscono“. Un consigliere di Moqtada Sadr avverte che ogni “consigliere” statunitense inviato in Iraq sarà considerato un occupante e obiettivo legittimo. L’Iran avrebbe inviato aerei in Iraq, secondo una fonte del Ministero della difesa di Baghdad. La fonte spiega che gli aerei possono colpire obiettivi nelle province di Niniwa e Anbar. Gli aerei sarebbero quelli confiscati da Teheran nel 1991, quando l’Iraq ve l’inviò per sottrarli alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991.
23 giugno, il segretario di Stato USA John Kerry visita Baghdad. Maliqi gli dice che la crisi: “rappresenta una minaccia non solo per l’Iraq ma per la pace regionale e internazionale“. I capi tribali di Tal Afar inviano una delegazione a Irbil chiedendo alle autorità curde l’adesione al Kurdistan iracheno, infatti Hugh Evans, consigliere inglese nel Kurdistan iracheno, dichiara di “sperare di vedere presto la Repubblica del Kurdistan“, evidenziando gli aiuti di Londra ad Irbil, pari a 8 milioni di dollari. Scontri nella provincia di Salahudin tra il SIIS e l’Esercito islamico. Il capo della tribù al-Abid, in Iraq, shayq Anwar al-Asi, oppositore del SIIS, viene aggredito. Si rifugia a Sulaymaniyah, presso il governatore di Kirkuk. L’Australia ha deciso di espellere qualsiasi cittadino collegato al SIIS. Il portavoce dell’esercito iracheno Qasim Ata dichiara che l’esercito iracheno s’è ritirato dalle città occidentali di Rawa e Ana. Il capo dell’Ufficio centrale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), Adil Murad, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington supportato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Secondo Murad gli Stati Uniti sono interessati solo a dividere l’Iraq e la crisi rientra nel grande piano statunitense per diffondere caos in Medio Oriente. “I partiti politici iracheni devono essere uniti e impedire i piani dei nemici. Il SIIS attacca solo le forze peshmerga del PUK a Jalawla, Sadiyah e Khanaqan, ma non attacca le forze del Kurdistan Democratic Party (KDP)” di Barzani.
Nel frattempo, i vertici di Teheran emettevano una serie di dichiarazioni sulla situazione in Iraq:
944837_Il Presidente Hassan Ruhani, ad Ankara, “La violenza e il terrorismo si sono aggravati per le interferenze di potenze trans-regionali”. “Se il governo iracheno vuole aiuto,… naturalmente aiuto e assistenza sono una cosa ed interferenza e scontro altra… L’entrata di truppe iraniane non è mai stata considerata… non abbiamo mai inviato nostre truppe in un altro Paese… Se gruppi terroristici si avvicinano ai nostri confini, sicuramente li affronteremo”. “I recenti avvenimenti in Iraq sono dovuti al fatto che i gruppi terroristici sono irritati dai risultati delle elezioni irachene, che mantengono gli sciiti e il primo ministro Nuri al-Maliqi al potere con mezzi democratici“. Hossein Amir Abdollahian, “Il ruolo di alcuni “lati stranieri” negli eventi di Mosul è evidente. Coloro che sostengono i taqfiri dovrebbero seriamente preoccuparsi per l’azione anti-sicurezza di tale corrente terrorista nei loro Paesi”. “Sosterremo potentemente l’Iraq nel suo confronto con il terrorismo“. Il comandante dei Basij dell’Iran, Generale Mohammad Reza Naqudi, “i gruppi taqfiri commettono crimini in linea ai minacciosi obiettivi di potenze arroganti che obbediscono a think tank occidentali e israeliani, supportati dai petrodollari di certi Paesi arabi”. “L’Arabia Saudita arma i terroristi in Siria con diverse armi in violazione di ogni norma e convenzione internazionale”. “I gruppi taqfiri e salafiti in diversi Stati regionali, soprattutto in Siria e in Iraq, sono sostenuti dagli Stati Uniti“. “Gli Stati Uniti manipolano i terroristi taqfiri per offuscare l’immagine dell’Islam e dei musulmani“. “Gli attacchi del SIIS in Iraq sono un nuovo complotto degli Stati Uniti dopo che Washington è stata sconfitta dalla resistenza nella regione. Gli Stati Uniti subiscono la sconfitta nello scontro e nei complotti contro gli alleati dell’Iran in Palestina, Libano e Siria, e ora hanno iniziato la stessa esperienza in Iraq… Un enorme forza popolare è attiva nella regione, che sventerà i loro inquietanti complotti. Queste forze popolari si sono formate negli Stati regionali divenendo una catena che si estende in tutto il Medio Oriente”. Il portavoce del  ministero degli Esteri Marziyeh Afkham sollecitava l’arresto immediato del sostegno ai gruppi terroristici da parte di certi Stati, invitando tutti i Paesi ad adottare misure collettive per combattere il terrorismo. Il Presidente del Majlis Ali Larijani, “E’ ovvio che gli statunitensi e i Paesi vicini hanno attuato tali mosse… Il terrorismo è uno strumento delle grandi potenze per conseguire i loro obiettivi“. “L’Iraq ha le forze necessarie e i militari preparati per combattere il terrorismo e gli estremisti… Qualsiasi mossa che complichi la situazione in Iraq non sarà nell’interesse dell’Iraq e della regione“. Alaeddin Brujerdi, presidente della Commissione per la politica estera e di sicurezza della Majlis, “Il sostegno degli Stati Uniti, con invio di armi e addestramento militare (dei gruppi taqfiri), è la causa principale della diffusione del terrorismo e dei crimini disumani nella regione… L’Ummah musulmana deve porre fine agli interventi degli Stati Uniti nella regione“. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, in un’intervista alla rivista New Yorker: “E’ nell’interesse di tutti stabilizzare il governo iracheno. Se gli Stati Uniti si sono rendono conto che tali gruppi rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione, e se vogliono davvero combattere il terrorismo e l’estremismo, allora c’è una causa comune globale“. Il Contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell’Iran accusava Washington della creazione del SIIS. “Tutto ciò confuta la presunta cooperazione USA-Iran sull’Iraq di cui vaniloquia la ‘guerra psicologica’ occidentale contro l’Iran. Terrorismo ed instabilità contro l’Iraq sono gli obiettivi che gli Stati Uniti perseguono creando gruppi terroristici come il SIIS, ricorrendo alla cooperazione finanziaria, d’intelligenza e logistica con certi Paesi regionali nell’attuare tale politica. Chiediamo agli iracheni di restare vigili contro i complotti delle potenze straniere e di difendere il loro Paese. Qualsiasi aiuto iraniano all’Iraq sarà su base bilaterale e non avrà nulla a che fare con un Paese terzo“.

kurdistan-KRG-452x450Fonti:
al-Manar
BAS News
BAS News
Eurasia Rossa
IBTimes
Indian Punchline
Kashf al-Niqab
Veterans Today
Vineyard Saker
Vineyard Saker
War is boring

ISIS svelato: l’identità della rivolta in Siria e Iraq

Christof Lehmann Nsnbc 15.06.2014

L’offensiva dell’ISIS/SIIL del giugno 2014 in Iraq e le eventuali risposte politico-militari non possono essere compresi senza prima “svelare l’ISIS”. Le brigate ISIS/SIIL in pochi giorni hanno occupato la città settentrionale irachena di Mosul e la maggior parte dell’Iraq occidentale. L’esercito iracheno s’è ritirato dalla seconda città dell’Iraq senza opporre resistenza. Svelando l’ISIS, tutti i sentieri conducono alla casa reale dei Saud, al quartier generale della CIA e alla loro rete globale di mercenari e terroristi chiamata al-Qaida.

iraq_syria-isis-activity_al_qaedaL’origine di ISIS/SIIL come al-Qaida in Iraq
ISIS/SIIL è un’organizzazione erede dell’ex-al-Qaida in Iraq, presumibilmente fondata da Abdullah al-Rashid al-Baghdadi. Al Baghdadi tuttavia è una creatura di al-Qaida, una figura pubblica per assegnare alla creazione saudita-statunitense “al-Qaida” un volto iracheno cui i radicali sunniti iracheni possano identificarsi. Dean Yates riferisce in un articolo di Reuters del 18 luglio 2007: “Un capo di al-Qaida in Iraq catturato questo mese, ha raccontato agli inquirenti militari degli Stati Uniti che un importante gruppo di al-Qaida è solo una facciata e il suo leader fittizio, ha detto un portavoce militare. Il Brigadier-Generale Kevin Bergner ha detto in conferenza stampa che Abu Umar al-Baghdadi, capo del sedicente Stato Islamico dell’Iraq, presumibilmente istituito lo scorso anno, non esiste. Lo Stato islamico dell’Iraq è stato creato per cercare di dare un volto iracheno a  una rete eterodiretta, ha detto Bergner. Il nome Baghdadi deriva dalla capitale irachena”. Una delle persone responsabili del marchio al-Baghdadi era l’egiziano Abu Ayub al-Masri, stretto collaboratore e successore di Abu Musab al-Zarqawi di al-Qaida, ucciso in un raid aereo statunitense il 7 giugno 2006. Al-Masri era politicamente attivo nei fratelli musulmani egiziani (Iqwan), da cui si unì alla Jihad islamica egiziana di Ayman al-Zawahiri nel 1982. continuò con  Usama bin Ladin a dirigere il campo di addestramento di al-Faruq in Afghanistan nel 1999. Andò  in Iraq passando dal Regno Emirati Arabi e dall’Arabia Saudita nel 2002.

L’ISIS rinasce, l’Iraq chiude le vie del contrabbando saudite di al-Anbar, creando tensioni tra sauditi, giordani e statunitensi
ISIS/SIIL era dormiente in Iraq, mentre alcune sue brigate furono coinvolte da Arabia Saudita, Stati Uniti, Qatar e Turchia nella loro guerra alla Siria. Armi, forniture logistiche e mercenari per l’ISIS furono inviati prevalentemente dall’Arabia Saudita attraverso le vie del contrabbando nella provincia di al-Anbar. Il governo filo-iraniano del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi fu lasciato “relativamente” incontrastato dall’ISIS, cioè Arabia Saudita e Stati Uniti, fino a quando l’amministrazione al-Maliqi, nell’autunno del 2012, decise di aumentare la propria presenza militare ad al-Anbar. L’obiettivo era fermare il flusso di armi e combattenti dall’Arabia Saudita alla Siria. Anche se non c’è una documentazione dettagliata disponibile, è probabile che Damasco e Teheran abbiano incitato Baghdad a chiudere le rotte del contrabbando. La chiusura di tali rotte aggravò le tensioni tra Giordania, Arabia Saudita e Stati Uniti. L’invio di armi e combattenti già instradati via Iraq alla Siria, dovette essere re-indirizzato dall’Arabia Saudita attraverso la città di confine giordana di al-Mafraq. Ttruppe statunitensi e combattenti stranieri arrivarono ad al-Mafraq a fine 2011. Quando il traffico via al-Mafraq aumentò tra fine 2012 e inizio 2013, la situazione in Giordania divenne critica. I parlamentari giordani iniziarono a lamentarsi della maggiore presenza di truppe statunitensi, del flusso di armi attraverso la Giordania per la Siria e della maggiore presenza di combattenti stranieri. Nel luglio 2013, il Vicepresidente del Parlamento giordano Qalil Atiya espresse preoccupazione per l’aumento della presenza di truppe USA in Giordania, dicendo: “Come deputati rappresentanti del popolo giordano, non accettiamo truppe degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese in Giordania. I giordani non credono che la Siria rappresenti una minaccia“. Il capo del Centro di studi politici al-Quds, Urayb Rintavi, dichiarava all’AFP: “I giordani non si sentono a proprio agio con la presenza di truppe e armi statunitensi nel Paese. Per la gente comune della Giordania, la presenza militare degli Stati Uniti è associata alla cospirazione contro i vicini della Giordania… La società non accoglie gli statunitensi, anche se dicono di voler proteggere il nostro Paese“.

Il dilemma dell’amministrazione al-Maliqi. La decisione di far rinascere l’ISIS
Come si può vedere, l’amministrazione del primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi si trovò di fronte a un dilemma. Lasciare l’Arabia Saudita usare le rotte del contrabbando nella provincia di al-Anbar per placare Arabia Saudita, Stati Uniti e Giordania, mentre abbandonava la lobby di iracheni sciiti, Teheran e Damasco. Al-Maliqi avrebbe scelto di prendere tempo, almeno fino alla eventuale caduta di Damasco. L’altra opzione era placare Damasco e Teheran affrontando ad al-Anbar i militanti ISIS/SIIL dell’alleanza antisiriana Arabia Saudita, Stati Uniti ed occidente. Due fattori possono aver contribuito alla scelta dell’amministrazione al-Maliqi per la seconda opzione. Uno dei motivi principali fu la decisione di Israele, GCC e NATO di lanciare la guerra alla Siria per impedire il completamento del gasdotto Iran-Iraq-Siria, dai giacimenti di gas iraniani di Pars nel Golfo Persico alle coste orientali del Mediterraneo in Siria. Al-Maliqi deve aver saputo che l’Iraq sarebbe il successivo se Damasco cadesse. La seconda è che l’amministrazione al-Maliqi è strettamente allineata a Teheran e alla lobby degli sciiti filo-iraniani in Iraq. Litigare con Teheran avrebbe rotto i legami con l’unico supporto regionale su cui può contare l’amministrazione al-Maliqi. La decisione fu presa nell’autunno del 2012, quando l’esercito iracheno ebbe l’ordine di chiudere le rotte del contrabbando di al-Anbar e affrontare i mercenari sauditi-statunitensi dell’ISIS/SIIL. A dicembre, un deputato iracheno avvertì sui media che intenzioni contro l’Iraq venivano covati da Turchia, Qatar e Arabia Saudita, invitando tutti i cittadini iracheni ad essere vigili. Il mese prima, il premier al-Maliqi avvertì che Arabia Saudita e Qatar cercavano di attuare: “Un complotto in Iraq contro la Siria nel tentativo di rovesciarne il governo impiegando i terroristi“. In un’intervista alla rete satellitare libanese al-Mayadin, al-Maliqi precisò che un colpo di Stato era pianificato contro l’Iraq, dicendo: “Qatar e Arabia Saudita, cercando di rovesciare il governo siriano, ora attuano la stessa ingerenza per rovesciare il regime iracheno. Il loro obiettivo è rovesciare il governo iracheno, il  sistema di governo iracheno e non me“. È interessante notare che il think tank degli Stati Uniti Stratfor, nel 2002 suggerisse di dividere l’Iraq in tre Stati. Nuri al-Maliqi e la sua amministrazione sapevano che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden approvò tale piano nel 2002, quando ancora senatore degli Stati Uniti.

L’ISIS e la famiglia reale dell’Arabia Saudita
Zahran_alloushIl coinvolgimento diretto del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita nella gestione delle brigate di al-Qaida in Siria, Iraq e altrove è ben documentata. Per citare un esempio;  il fondatore e comandante supremo della Liwa al-Islam, direttamente coinvolto nell’attacco chimico nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale del 21 agosto 2013, Zahran al-Lush, lavora per l’intelligence saudita dal 1980. ISIS/SIIL è sotto il comando diretto della famiglia reale dell’Arabia Saudita. Nel gennaio 2014, al-Arabiya pubblicò un articolo e un video dell’interrogatorio di un combattente dell’ISIS catturato in Siria. L’articolo e il video completo furono rimossi, ma l’Istituto per gli Affari del Golfo finanziato dall’Arabia Saudita ha ancora un estratto del video sul suo canale Youtube, caricato il 22 gennaio 2014. Brevemente sui retroscena. Le brigate-fantoccio di Arabia Saudita e Qatar furono coinvolte in pesanti scontri in Siria dal 2012, che portarono infine alla quasi eliminazione delle brigate fantoccio del Qatar, mentre brigate saudite presero il sopravvento in tutta la Siria. I dettagli su tale lotta intestina sono spiegati nell’articolo “Alti funzionari USA e sauditi responsabili delle armi chimiche in Siria“. Interrogato sul perché l’ISIS “insegue l’Esercito libero siriano” e su chi comandasse, il combattente catturato dell’ISIS afferma che non sapeva perché, ma che gli ordini provenivano da Abu Faysal, noto anche come principe Abdul Rahman al-Faysal, fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal.
Domanda: Perché (l’ISIS) monitora i movimenti dell’esercito libero siriano?
Detenuto: Non so esattamente perché, ma abbiamo ricevuto ordini dal comando ISIS.
Domanda: Chi nell’ISIS da gli ordini?
Detenuto: il principe Abdul Rahman al-Faysal, anche noto come Abu Faysal.
Il “comandante supremo” dell’ISIS/SIIL è il principe Abdul Rahman al-Faysal, della famiglia reale saudita, del ministero degli Interni e dell’intelligence dell’Arabia Saudita. L’ISIS svelato descrive una serie di operazione d’intelligence e mercenarie di Arabia Saudita-USA-NATO. Non c’è nulla di “misterioso” nell’ISIS/SIIL. Non è nemmeno così misteriosa da impedire ai media mainstream occidentali di riferirne i fatti.

Comunicazione preventiva
Saudi royal family behind ISIL crimes in Syria: ReportI governi sauditi e statunitensi hanno una risposta standard a dichiarazioni pubbliche imbarazzanti sulla partecipazione di dirigenti sauditi alle operazioni dei mercenari-terroristi. L’esempio di Usama bin Ladin è il prototipo del modello standard ideato per la disinformazione. Usama, si dice al mondo, era “la pecora nera” della famiglia bin Ladin. La disinformazione è sorretta da media mainstream complici, anche quelli che convincono i lettori di non essere una facciata dell’intelligence come The Guardian. Dopo gli incidenti dell’11 settembre 2001, che divenne la giustificazione per l’invasione di Afghanistan e Iraq sotto falsi pretesti, The Guardian fece ciò che ci si aspetta da un giornale infiltrato da MI5-6. Il 12 ottobre 2001, il Guardian pubblicò l’intervista al fratello di Usama bin Ladin, Abdullah, dal titolo “No è mio fratello”. Il Guardian lasciò Abdullah dire ai lettori del Guardian: “So che nei primi anni ’90 la famiglia più volte l’aiutò tentando di moderarne le idee. Dopo questi tentativi falliti, ci fu il consenso unanime, ma riluttante, che Usama doveva essere disconosciuto”. Per impedire una simile campagna di disinformazione sull’ISIS/SIIL guidato dal principe Abdul Rahman al-Faysal, dobbiamo affermare chiaramente che il principe Abdul, in nessun modo appartiene a una “frangia” della famiglia reale saudita. L’uomo che guida nel 2014 la guerra di Stati Uniti-Arabia Saudita all’Iraq fu viceministro della Difesa dell’Arabia Saudita nel 1978-2011, ed è anche fratello del principe Saud al-Faysal e del principe Turqi al-Faysal. Il principe Saud al-Faysal è ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita dal 13 ottobre 1975, ed è il secondogenito di re Faysal. Turqi al-Faysal fu direttore dell’intelligence dell’Arabia Saudita nel 1979-2001, ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Si dimise da direttore dell’intelligence pochi giorni prima degli attacchi “terroristici” negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Turqi al-Faisal ha pubblicamente accusato il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi “di cessione di gran parte del nord dell’Iraq ai terroristi“.

ISIS Svelato – un mostro a due teste
Abbiamo svelato ISIS, l’ISIS svelato si rivela un mostro a due teste. Il suo corpo è costituito da volontari, mercenari e agenti di servizi segreti e forze speciali sauditi, turchi e statunitensi. Le sue due teste sono la famiglia reale saudita e il quartier generale della CIA di Langley, Virginia, Stati Uniti d’America. Qualsiasi valutazione di qualsiasi intervento straniero, politico o militare in Iraq senza considerare tali fatti, porterà a conclusioni sbagliate. Perciò non si avrà alcuna informazione diversa da quella frammentata sui vari media occidentali o del Golfo arabo.

10458823Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 351 follower