Chi c’è dietro gli attacchi terroristici in Russia?

Aleksandr Orlov New Oriental  Outlook 01/01/2014

bandar_putin-ya-libnanIl dramma sanguinario di Volgograd, alla vigilia del nuovo anno, dove attentatori suicidi hanno compiuto due attentati terroristici uccidendo 33 persone, compresi bambini, ferendone decine di altre, ha spinto i media e i politici russi ad avanzare molte ipotesi su chi possa essere dietro tali crimini e perché sono stati compiuti in questo particolare momento? La stragrande maggioranza ritiene che la pista conduca al Caucaso del Nord, probabilmente al Daghestan, dove i radicali wahabiti trincerativisi sognano di turbare i Giochi Olimpici di Sochi con la loro barbara violenza. Piantare il seme della discordia religiosa nella società russa, spaventando le persone che vivono nel sud della Russia, adiacente ai territori del Caucaso del Nord, e ciò cui mirano. Il loro coinvolgimento in tali eventi è del tutto possibile, ma in qualche modo la maggior parte degli analisti ha completamente ignorato la pista estera degli attentati terroristici a Volgograd. Questa tragedia, non importa quanto sia orribile, non può essere considerata isolandola dagli sviluppi globali della situazione nel mondo islamico, a sud della Federazione russa.
Molti dimenticano che a solo un migliaio di chilometri a sud dei confini russi, una selvaggia guerra civile infuria in Siria, dove migliaia di jihadisti e terroristi di tutte le sfumature e le nazionalità uccidono persone imbracciando armi statunitensi. Tutti lautamente finanziati da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Riguardo l’addestramento, un gruppo di istruttori statunitensi e arabi del GCC fornisce a tali terroristi tutte le conoscenze necessarie per infliggere la morte a casa dell’inerme popolo siriano. Tra questi terroristi, secondo molte fonti, si troverebbero circa 400 russi. Non sono solo abitanti del Caucaso del Nord, ma anche slavi convertitisi all’Islam o semplicemente mercenari ben retribuiti dalla monarchia wahabita dell’Arabia Saudita. Questi militanti hanno sparso sangue prima in Libia, lottando contro Muammar Gheddafi dietro compenso finanziario di Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti, altri hanno combattuto in Iraq, contro il governo della maggioranza sciita, a vantaggio degli stessi vecchi “sponsor”, e alcuni di loro si sono laureati nella “scuola” dell’Afghanistan, addestrandosi sia militarmente che ideologicamente nei campi di Peshawar in Pakistan. Il luogo è noto come la principale base di addestramento dei terroristi islamici, generosamente sostenuta dai fondi di beneficenza islamici, e s’indovini per chi colpire. E tutta questa marmaglia, in particolare quella russa, plebaglia “nazionale” assemblata con gli avanzi del terrorismo del Caucaso del Nord e da slavi convertitisi all’Islam sotto l’influenza di imam radicali, ha iniziato a minacciare la Russia dalla fine del 2013, potendo rientrare a “casa” dalla Siria, da un giorno all’altro. Hanno accumulato un’approfondita esperienza al “combattimento”, o meglio, al terrorismo sui campi di battaglia siriani, per farne “buon uso” in Russia. Ma Peshawar non è l’unico luogo in cui furono ipnotizzati dei cittadini russi, vi sono basi del radicalismo nella stessa Russia, in numerosi “moschee” e luoghi di culto semilegali presenti sul Volga e il Caucaso del Nord, dove gli imam, istruiti da predicatori salafiti arabi, insegnano a giovani che hanno perduto il senso della vita i vari motivi per odiare. La loro ricerca interiore viene sfruttata dai reclutatori islamisti, diventati “pescatori di anime perse.” E i soldi per farlo, insieme al denaro necessario per stampare libri salafiti, provengono dalle stesse fondazioni arabe, in particolare da Arabia Saudita e Qatar. Ma per via dell’elevata tolleranza religiosa recentemente divenuto l’emblema della Russia, le autorità locali ignorano gli islamisti radicali che reclutano buoni combattenti terroristi o kamikaze.
Infine, c’è ancora un altro punto importante da affrontare. Nonostante una serie di feroci campagne mediatiche anti-russe provenienti regolarmente dall’Arabia Saudita, il capo dell’intelligence saudita e presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale, principe Bandar, s’è recato in visita in Russia due volte nella seconda metà del 2013, e ogni volta ha avuto un colloquio con Vladimir Putin. La prima volta il 31 luglio. Secondo diverse fonti, in particolare arabe e israeliane, Bandar bin Sultan voleva firmare un contratto militare con la Russia da 15 miliardi di dollari in armi da consegnare all’Arabia Saudita. In cambio era disposto ad assicurare che i Paesi del Golfo non avrebbero minacciato la posizione della Russia quale principale fornitore di gas all’Europa e promesso che avrebbe fatto tutto il possibile per proteggere le Olimpiadi invernali di Sochi da possibili attacchi terroristici. In cambio Mosca avrebbe ridotto il suo sostegno a Bashar Assad. Inoltre, come alcune fonti hanno riferito, Bandar avrebbe lasciato Mosca contento. Tuttavia tali informazioni non sembrano credibili, né sulle proposte, né sulla buona volontà della Russia nei loro confronti.
In primo luogo, tutti sono ben consapevoli del fatto che l’Arabia Saudita è rimasta praticamente sola nella guerra dove la coalizione tra Stati Uniti, numerosi Paesi europei e quasi due terzi della Lega araba e tutti i militanti mediorientali non è riuscita a vincere. Non c’è modo per cui l’Arabia Saudita possa aiutare la Russia nella sua politica energetica. Le mistiche “minacce agli interessi gasiferi della Russia” possono significare solo minacce al progetto del gasdotto iraniano, che dovrebbe attraversare i territori iracheno e siriano. L’Arabia Saudita non ha alcun controllo sui territori in cui verrà costruito. La quantità stimata di gas trasportato sarebbe pari solo al 5% delle esportazioni russe; inoltre, il gasdotto iraniano deve semplicemente sostituire i progetti del Qatar, che sembrano  ormai persi per sempre. La situazione indica piuttosto il contrario, la presenza della Russia in Siria dà maggiore opportunità d’influenzare la politica gasifera dell’Iran, nel quadro di un migliore futuro per il gasdotto che sarà costruito dalla Transgaz russa. Infine, l’Arabia Saudita non è un giocatore gasifero. Russia, Iran e Qatar detengono il 60% delle esportazioni di gas mondiali, l’Arabia Saudita non è in grado di competervi. Così i presunti suggerimenti del principe Bandar bin Sultan, secondo le fonti israeliane, sembrano molto discutibili.
In secondo luogo, l’Arabia Saudita, come Israele, non può accettare serenamente il miglioramento delle relazioni Iran-USA. Il principe Bandar bin Sultan, che ha eccellenti legami con gli USA ed è  allo stesso tempo il capo dei servizi segreti sauditi, è meglio informato sui dettagli dei prossimi colloqui. La Siria è già un affare fatto, ora. I nemici di Assad hanno finalmente riconosciuto il suo diritto a vivere e governare, e ora tutti si preoccupano di ciò che accadrà dopo, e il promesso miglioramento delle relazioni bilaterali tra l’Iran e gli Stati Uniti non piace alle monarchie arabe. Ma la storia del suo suggerimento su Sochi sembra abbastanza credibile. Dopo tutto, ognuno sa fino a che punto l’Arabia Saudita sostenesse la “Fratellanza Musulmana” e altri movimenti islamisti nel mondo. Il suo ruolo nel movimento separatista ceceno negli ’90 non è stato dimenticato. Così Bandar ha ricattato la Russia, il che implica che Riyadh controlla coloro che organizzerebbero gli attacchi terroristici a Sochi, ordinandogli di non farlo. Il 3 dicembre 2013 Bandar è tornato ancora una volta a Mosca. E di nuovo ha fatto “dolci offerte” alla Russia citando Sochi. E qui siamo a meno di un mese dalle esplosioni a Volgograd. Gli esperti sono ben consapevoli del fatto che i kamikaze non si fanno esplodere per eccesso di emozioni o fanatismo religioso, ma che tali attacchi sono sempre il risultato di operazioni ben pianificate. Non c’è il minimo dubbio che gruppi e bande di terroristi operanti in Russia lavorino per i servizi segreti occidentali e siano finanziati dai sauditi e dal Qatar. “Questo è solo l’inizio di un’azione su larga scala” ha detto Evgenij Lobachjov, generale del Servizio di sicurezza federale della Russia. L’esperto indica due scopi: destabilizzare la Russia e sabotare i preparativi per le Olimpiadi di Sochi. “Guardate, certi leader occidentali ora chiedono di boicottare Sochi. Sono felici di dire pubblicamente se andare o no a Sochi. Tali attacchi vengono comprati con denaro estero, molto probabilmente saudita, come le due guerre cecene dimostrano. E’ l’influenza straniera, il controllo estero, il sostegno straniero“, ha detto Evgenij Lobachjov.
Vi sono tutte le ragioni per sospettare che ciò sia solo l’inizio di un’operazione su larga scala per destabilizzare la Russia. Abbiamo molti nemici che cercano di minare la nostra credibilità, soprattutto nel periodo che precede le Olimpiadi“- concorda con l’ex maggior generale Said Gafurov, direttore dell’Istituto di Studi orientali e africani. Ritiene che questa sia una vendetta per il sostegno russo alla Siria e il risultato della flaccida diplomazia russa. “La Russia ha fatto una serie di errori in Medio Oriente e nel Golfo Persico, dimostrando generosità e morbidezza verso la barbarie. Non avremmo dovuto perdonare il pestaggio dell’ambasciatore russo Titorenko in Qatar. I funzionari della sicurezza del Qatar non hanno subito alcuna punizione. Questo era un motivo per la guerra, ma abbiamo sopportato. Siamo rimasti in silenzio anche quando l’Arabia Saudita ha invaso il Bahrain“, ha detto. Secondo Said Gafurov, i monarchi wahabiti “capiscono solo il linguaggio della paura, è inutile negoziare con loro.” Quindi vi sono molte versioni della tragedia di Volgograd. Ma basta con le ipotesi, i fatti devono essere analizzati. Se si scopre la pista estera, chiaramente vi saranno i modi per impedire il terrorismo. Soprattutto quando Sochi è assai vicino in tutti gli aspetti.

Aleksandr Orlov, politologo ed esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental  Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrolio saudita: chi ne ha bisogno?

Pogos Anastasov New Oriental  Outlook 26/12/ 2013

0119-politics_full_600Gli stereotipi durano a lungo. Uno di questi è il ruolo cruciale del petrolio saudita nei mercati mondiali. Ciò sarebbe normalmente dimostrato dal fatto che, grazie alla collusione tra Stati Uniti e Riyadh, il prezzo di un barile di petrolio crollò a 10 dollari nel 1986, avendo un impatto enorme sul bilancio di un altro grande esportatore di petrolio, l’URSS. All’epoca, ciò ebbe un ruolo molto significativo nel crollo economico della seconda superpotenza, già agganciata all’andamento del petrolio. Ma era anche l’epoca dell’embargo petrolifero imposto dall’OPEC, nel 1973, su iniziativa dell’Arabia Saudita (KSA), per fare pressioni sui Paesi occidentali facendogli cambiare politica verso il conflitto arabo-israeliano, oramai lontana. Oggi non sono l’OPEC, né l’Arabia Saudita ad avere un’influenza decisiva sui mercati internazionali del petrolio e dei relativi prezzi, anche se la Saudi Aramco, in competizione con la Russia per il primo posto nella produzione mondiale di petrolio, produce 10,1 milioni di barili al giorno.
Negli ultimi 40 anni, il mercato internazionale ha visto l’emergere di nuovi attori, Angola, Messico, Venezuela e, più recentemente, Stati Uniti. Le aziende statunitensi non hanno solo riattivato i vecchi pozzi di petrolio, ma anche introdotto sul mercato (solo per il mercato interno, per ora) un prodotto relativamente nuovo, lo shale gas, il cui prezzo in Nord America, secondo la relazione degli esperti sauditi pubblicata sulla Gazetta Saudita il 18 dicembre di quest’anno, è ormai caduto da 13 dollari per milione di unità termiche britanniche (BTU) del 2008, a 4,29 dollari per milione di BTU nel 2013. Perciò, la loro dipendenza dalle importazioni di petrolio, per cui dovettero interferire nelle questioni mediorientali, è iniziata a diminuire drasticamente. Secondo le previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, entro il 2020 gli Stati Uniti diventeranno il leader della produzione mondiale di petrolio, superando Arabia Saudita e Russia. Nello stesso periodo (2018-2022), gli Stati Uniti dovranno conseguire l’indipendenza energetica, ed entro il 2030 (secondo una previsione pessimistica, entro il 2035) diventeranno un esportatore netto di energia. Anche ora, le forniture di idrocarburi dai Paesi del Golfo Persico verso gli Stati Uniti, non superano il 10% della produzione globale di petrolio nella regione, afferma Daniel Yergin, a capo della Cambridge Energy Research Associates (CERA). In altre parole, Washington non dipende strategicamente più da questa regione come nei decenni precedenti e, in effetti, può ridurre questa dipendenza fino a zero nei prossimi anni. In ogni caso, tale dipendenza non gioca un ruolo cruciale per gli USA, da ora in poi, quindi il margine di manovra politica degli Stati Uniti aumenta, cosa che hanno già dimostrato quest’anno con i tentativi di avviare una nuova configurazione delle relazioni con l’Iran. Ma per l’Arabia Saudita è una questione diversa. Il suo margine di manovra si restringe. Il 90% delle entrate di Riyadh dipende dal petrolio e dal suo prezzo. I principali consumatori di idrocarburi sauditi ormai non sono gli USA (che consumano il 12% del petrolio prodotto nel KSA), ma la Cina (più di 40 milioni di tonnellate annue dei circa 250 milioni di tonnellate prodotti nel KSA), India e Paesi del Sud-Est asiatico. Inoltre, questa regione in rapido sviluppo acquista sempre più petrolio dai Paesi del Golfo.
Nonostante gli strenui tentativi di sviluppare il settore dei materiali non-primari (petrolchimica, produzione di alluminio, titanio e altri metalli), gli esperti sono d’accordo che nei prossimi decenni il KSA non potrà sbarazzarsi della sua dipendenza dal petrolio. E tutti gli indicatori mostrano che la posizione del Paese nel settore dell’energia peggiorerà soltanto e che la sua capacità di influenzare la politica dei Paesi occidentali leader si ridurrà. Ciò è causato da fattori oggettivi. Il fatto è che negli ultimi 30 anni, la popolazione della KSA è aumentata di quattro volte da 5 a 20 milioni di persone (secondo il censimento del 2010), comprendendo i lavoratori stranieri, 28 milioni di persone, anche se le stime non ufficiali suggeriscono la cifra di 35 milioni di persone (includendo anche gli immigrati clandestini, contro cui le autorità saudite ora combattono con le unghie e i denti). Il consumo interno di prodotti petroliferi è aumentato, di conseguenza, costituendo ora il 28% del volume totale della produzione di petrolio, che praticamente non è cambiata. Se non vengono intraprese misure decisive, entro il 2030 il Paese consumerà quasi tutto il suo petrolio. Ciò  significa la morte del KSA, poiché il Paese non ha altre importanti fonti di entrate, oltre al petrolio. Ed improbabile che possano comparire, considerando la chiusura completa entro il 2016 della maggior parte dei progetti agricoli (cereali, pollame) che generano esportazioni, per via del depauperamento delle risorse idriche. Così, come possono risolvere questi gravi problemi? Ci sono alcune soluzioni, sia economiche che politiche.
Probabilmente, ci sarà bisogno di riforme economiche dolorose. Gli esperti occidentali sottolineano, che è assolutamente necessario rifiutare gradualmente la sovvenzione dei prezzi del petrolio e dell’energia elettrica, invariati negli ultimi 30 anni. Nel KSA, un litro di benzina costa 15 centesimi, e questo è un fattore importante per la stabilità politica. Ma questa economicità esagerata incoraggia lo spreco, essendo le persone abituate a guidare enormi fuoristrada e a tenere accessi i condizionatori 24 ore al giorno. E’ chiaro che non possono continuare a vivere così e che un giorno dovranno rifiutare questo modello economico. Nel settore dell’energia, dovranno iniziare ad utilizzare l’energia nucleare e, appena possibile, prendere una decisione sulla costruzione di un complesso di centrali nucleari. Il KSA già parla della necessità di costruire 16 unità nucleari tra due anni, ma non ha fatto nulla. Non c’è ancora alcun segno di specialisti, ne di contratti stipulati con società estere, anche se i negoziati con un consorzio giapponese-francese sono in fase avanzata. Ma tutti sanno che la costruzione di una centrale nucleare richiede tra i 6 e i 12 anni, il che significa che c’è pochissimo tempo per la loro attuazione. L’avvio dei progetti sull’energia solare, ampiamente propagandati, è appena iniziato e non è chiaro se avranno un ruolo importante nella produzione di energia, considerando i problemi tecnologici connessi all’adeguamento dei pannelli solari alle difficili condizioni climatiche dell’Arabia Saudita: tempeste di sabbia, estremi sbalzi  della temperatura, ecc. E’ improbabile che le stazioni solari possano sostituire significativamente il petrolio nell’economia del Paese. La gassificazione del Paese è una questione promettente. Riserve di gas naturale, anche di giacimenti di gas e condensati, sono enormi nel KSA. Ma la realizzazione di un progetto così importante richiede grandi investimenti e ancora il tempo, che si sta esaurendo inesorabilmente.
Riguardo i cambiamenti in politica estera, che potrebbero aiutare il KSA ad affrontare i problemi complessi economici del Paese, la voce della ragione dice che per Riyadh farebbe bene, prima di tutto, a passare dalla costosa politica estera degli ultimi anni e dagli ambiziosi piani per sostenere le “rivoluzioni” arabe esportando la propria ideologia, dopo il fallimento della leadership del Qatar, a ritirarsi dal confronto difficile e costoso con l’Iran (il supporto all’opposizione in Siria da solo costa miliardi di dollari), alla ricerca di un compromesso con Teheran sulla sicurezza nel Golfo Persico, invece di creare blocchi politico-militari dagli obiettivi discutibili (è in tale quadro che progetta di istituire un’unica difesa antimissile regionale corrispondente al sistema statunitense) e che non trova  consensi tra i Paesi confinanti. Tali accordi, con il coinvolgimento delle grandi potenze, potrebbero comportare la creazione nella regione del Golfo, nel caso della soluzione al problema del programma nucleare iraniano e della crisi in Siria, di un sistema di sicurezza collettiva simile a quello esistito per quasi 40 anni, ed abbastanza riuscito, in Europa. In caso di tale scelta geopolitica (è ovvio che deve essere sostenuta anche dall’Iran), il KSA potrà avere il sostegno delle principali economie mondiali, interessate a garantirsi la stabilità di questa regione piuttosto sensibile.

saudi2Pogos Anastasov, analista politico, orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental  Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza tra la stella a sei punte e la mezzaluna: finalità e prospettive

Pogos Anastasov New Oriental Outlook 23/12/2013

ZionistSaudiArabiaFlagGli esperti da tempo affermano che oltre le alleanze visibili e altamente mobili del Medio Orientale, vi sono associazioni di “interessi” più stabili e attive, che non rientrano nella logica politica convenzionale ma che in realtà funzionano perfettamente. Una simile alleanza è il risultato di una ben occulta, ma ben nota agli osservatori attenti, “cooperazione” tra due Stati apparentemente contrapposti, Israele e Arabia Saudita. Sembrano divisi su tutto: religione, conflitto arabo-israeliano, geografia, ecc; tuttavia, a quanto pare, vi sono cose più forti nel contesto storico attuale, determinanti il profondo riavvicinamento tra questi paesi e il coordinamento delle loro azioni su molti fronti. Coloro che non vi credono dovrebbero leggere i media israeliani del 9 dicembre, che riferivano che il capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, nell’ambito dei negoziati di Ginevra sul programma nucleare iraniano nel novembre 2013, aveva incontrato molti capi dell’intelligence d’Israele per sviluppare una linea per contenere l’Iran “con tutti i mezzi possibili”. Tale riavvicinamento o reciproca deriva d’Israele e Arabia Saudita è stato a lungo osservato dagli analisti fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979 a Teheran. Da allora, i due Paesi hanno iniziato chiaramente a sostenersi reciprocamente in tutti i campi, ciò dettato dall’avvento,  in conseguenza della rivoluzione, di un nemico comune: l’Iran (anti-israeliano e anti-wahhabita), come pure dalla presenza di un “capo” e alleato strategico comune: gli USA
Tutto è iniziato con la costituzione della cooperazione segreta tra i due ministeri degli interni su temi di comune interesse concernenti la lotta al terrorismo e all’estremismo. Tel Aviv e Riyad hanno in questa materia una notevole e assai simile esperienza, non sempre vincente. Israele aveva insediato nei territori palestinesi e sviluppato a metà degli anni ’80 il movimento islamista Hamas, originariamente per combattere il movimento nazionale palestinese OLP e la sua principale secolare componente Fatah. Tuttavia, in seguito, Israele fu costretto ad affrontarlo quando divenne un avversario pericoloso e un alleato degli iraniani, avendo Teheran saputo portarlo al suo fianco dopo averlo strappato dalle mani del Mossad. Per risolvere almeno temporaneamente tale problema, che causava molti crucci alle autorità israeliane eseguendo decine di attentati terroristici, nel 2005 si dovette prendere la decisione di ritirare unilateralmente le truppe da Gaza, per “bloccarvi” i radicali islamici oramai fuori controllo (i suoi ranghi furono decimati in modo significativo utilizzando i droni). In realtà, i membri di Hamas furono immediatamente legittimati, dandogli l’opportunità, con il consenso degli Stati Uniti e l’assistenza dei servizi di sicurezza inglesi (Alistair Kroc aveva giocato un ruolo importante in Afghanistan), di partecipare alle elezioni parlamentari del 2006 e addirittura di vincerle, portando alla scissione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. (Più tardi, con la “primavera araba” si è scoperto che questo era probabilmente il “pezzo mancante” che permise a Stati Uniti e Israele di verificare la possibilità di mettere al potere gli islamisti con mezzi legali e imporgli un adeguato controllo. Tale esperimento, ancora una volta come dimostrano gli sviluppi in Egitto nel 2011-2012, non è del tutto riuscito). Lo stesso gioco fu giocato dai governanti sauditi, poco prima, che su suggerimento dei loro benefattori statunitensi addestrarono i mujahidin per combattere l’”occupazione sovietica” dell’Afghanistan. Questi, proprio come Hamas, furono ingrati verso i loro “creatori” e in parte divennero i taliban, e in parte il noto movimento al-Qaida, che dichiarò la monarchia saudita suo peggior nemico, compiendo numerosi notevoli attentati terroristici sul territorio saudita nel 2003 e nel 2005.
E’ chiaro che tali movimenti radicali, simili nell’ideologia e nell’ostilità nei confronti dei loro “creatori”, secondo gli analisti costrinsero entrambi i Paesi a trovare il modo di neutralizzare le conseguenze delle proprie azioni, quali minacce e sfide, e a sua volta ciò creò l’alleanza “naturale” tra i servizi di sicurezza dei due Paesi. E’ chiaro che, come già osservato, dietro l’opposizione congiunta di Israele e Arabia Saudita a sfide e minacce esterne, v’è il compito comune di dissuadere l’Iran sciita, il cui rafforzamento è visto da entrambi come una minaccia esistenziale. Qui rientra la somiglianza delle non sempre riuscite esperienze di israeliani e sauditi nell’allevare il radicalismo  sunnita “controllato” che dalla “primavera araba” di fine 2010, si decise di mettersi al servizio dei due Stati. Ciò avvenne sia per impedire lo sviluppo di processi esplosivi nel mondo arabo che fossero sfavorevoli a Riyad (la vittoria dei movimenti democratici laici) e a Tel Aviv (conservazione di forti Stati ai suoi confini), e per combattere il comune nemico sciita. Mentre i sauditi riempirono di soldi e armi, inizialmente con l’aiuto del Qatar e delle altre monarchie sunnite del Golfo, i jihadisti salafiti per combattere Gheddafi e Bashar al-Assad, gli israeliani li curavano nei loro ospedali. Secondo la stessa stampa israeliana, solo durante le rivolte in Siria oltre 3500 terroristi furono curati in Israele. S’infiltrarono attraverso i loro campi minati nelle alture del Golan? Difficile! Ciò significa che i canali per infiltrarli da Israele ai campi di battaglia nel territorio siriano furono organizzati e preparati in anticipo, molto probabilmente dalle zone sunnite nel nord del Libano. Vi sono molti altri fatti riguardanti il coordinamento tra Israele e le monarchie del Golfo nel sostenere i jihadisti. La Siria è stata ripetutamente colpita dagli attacchi aerei israeliani, in coincidenza sospetta con le offensive dell’opposizione armata a Damasco. Qualcosa impedisce di prendere sul serio la versione israeliana secondo cui gli attacchi al territorio siriano mirassero ad impedire la consegna di armi siriane ad Hezbollah. Vi furono altre strane coincidenze nella simultaneità delle azioni dell’opposizione armata ed israeliane contro le forze siriane. In definitiva, queste azioni, chiunque l’avesse guidate e ispirate, portarono al forte inasprimento del conflitto tra sciiti e sunniti in Medio Oriente, e il “contributo” dell’Iran a tale confronto non sembra essere decisivo, come dichiarato da Air Riyadh. Riguardo la “responsabilità” dei radicali islamici allevati da israeliani e sauditi, vi sono ancora più dubbi sul contributo di Teheran nell’alimentare gli incendi settari nella regione.
E’ chiaro che il coordinamento israelo-saudita non si limita al campo di battaglia. Secondo gli esperti, esso fu sviluppato sul piano politico. Inoltre, dopo la conclusione dell’accordo di Ginevra il 24 novembre di quest’anno, dopo i negoziati tra i “cinque più uno” e l’Iran sui parametri delle attività nucleari iraniane per il periodo di transizione, il coordinamento israelo-saudita, secondo gli esperti, ha acquisito un’altra dimensione, smettendo di prendere ampiamente in considerazione, a quanto pare, gli interessi del “boss” statunitense. Washington ora ha disperatamente bisogno di una pausa per recuperare l’economia, ripristinare la macchina militare e politica per il confronto con Pechino in rapida crescita. Tuttavia, per tale manovra è necessario uscire dalla palude mediorientale, dove, è vero, gli Stati Uniti si sono impantanati volontariamente. Sembra che Tel Aviv e Riyad non abbiano fretta di aiutare gli Stati Uniti. Israele ha fortemente inibito i negoziati israelo-palestinesi, lanciati nell’agosto di quest’anno e sponsorizzati dagli Stati Uniti, impedendo così un accettabile accordo di pace con i palestinesi. Mentre Riyadh, come affermano i media di tutto il mondo, continua ad addestrare nuovi gruppi per rovesciare il regime di Bashar al-Assad (ora chiamati “Fronte Islamico”) con l’accusa di lottare sia contro il regime siriano che al-Qaida. Ciò indebolisce naturalmente gli sforzi di Mosca e Washington per la prossima conferenza sulla Siria a Montreux, che dovrebbe iniziare il 22 gennaio 2014. In parallelo, Israele e Arabia Saudita sembrano utilizzare tutto il loro notevole potere di lobbying per silurare, attraverso gli europei (soprattutto francesi) e i loro amici nel Congresso degli Stati Uniti, la possibilità di un accordo sulla risoluzione finale del programma nucleare iraniano. Questi sforzi già inaspriscono le posizioni di Washington e degli europei nei negoziati con gli iraniani, suscitando la forte reazione di Teheran.
A settembre di quest’anno, Washington ebbe il coraggio di resistere alla pressione dei suoi alleati mediorientali sul confronto infinito con l’Iran, difendendo i propri interessi nazionali che, per inciso, coincidevano con gli interessi della maggior parte del mondo, e come risultato si ebbe il successo delle dirigenze siriana e iraniana. Ora, la Casa Bianca avrà un tale coraggio?

1131Pogos Anastasov, politologo, orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti rischiano di perdere il Golfo Persico

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation, 11.11.2013

16264812062541467327410Dopo la visita a Riyadh, il segretario di Stato John Kerry ha affermato che Washington continuerà a orientarsi verso lo sviluppo della partnership con l’Arabia Saudita, che considera uno dei suoi principali partner regionali. In effetti, la più grande monarchia del Golfo Persico rimane il principale fornitore di petrolio degli USA e uno dei principali acquirenti di armi statunitensi. Tuttavia, continua ad essere il principale sponsor del terrorismo internazionale, nonché, cerca una partecipazione degli Stati Uniti nel realizzare l’ambizione di essere il poliziotto del mondo arabo. Su tale punto, John Kerry ha detto che il regno è “un partner indispensabile che ovviamente ha opinioni importanti e indipendenti dalle nostre”. E questi punti di vista difficilmente sono graditi a Washington, che vive una serie di fallimenti politici in Medio Oriente. Diventa sempre più evidente per la Casa Bianca che, dal punto di vista della strategia statunitense in Medio oriente, l’alleanza con l’Arabia Saudita non solo non è più vantaggiosa, ma potrebbe far correre il pericolo agli Stati Uniti di perdere il dominio sulla regione. Per ora Washington ha evitato di aggravare i rapporti con Riyadh, ma presto gli statunitensi dovranno fare i conti con il califfato arabo in via di costruzione delle monarchie del Golfo, che sostengono il terrorismo in tutto il mondo. Gli Stati Uniti saranno semplicemente costretti ad opporsi alla strategia saudita di avere la leadership regionale, soprattutto da quando la famiglia reale saudita non vuole seguire il destino del presidente egiziano Hosni Mubaraq, abbandonato da Washington nel momento più critico, affrettandosi a precedere gli eventi e decidendo di prendersi cura dei propri interessi senza badare a Washington.
La recente manovra diplomatica dell’Arabia Saudita di declinare il seggio di membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non era tanto rivolta al Consiglio di Sicurezza, o a Russia e Cina in particolare, ma sfidava la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il successivo colpo per la Casa Bianca fu la decisione di Riyadh di non partecipare alla conferenza di Ginevra II, insistendo sulla risoluzione armata del conflitto siriano. Al prossimo forum internazionale, la delegazione del Regno dell’Arabia Saudita (KSA) molto probabilmente sarà posta  in secondo piano e non avrà lo status che le consentirebbe di precisare la sua posizione, di qualsiasi peso e non condivisa dagli altri partecipanti, sulla soluzione diplomatica della crisi siriana. Dietro le dichiarazioni dei sauditi sull’adempimento della loro missione storica di diffondere il “vero Islam” è facile leggere il desiderio degli sceicchi sauditi di diventare i padroni del mondo arabo, sulla sola base del fatto che sono i principali sponsor finanziari della sanguinosa rivolta dei terroristi in Siria. Il denaro è nodale nei rapporti di Riyadh con Washington. Non molto tempo prima, i sauditi cercarono di comprare l’assenso degli USA alle operazioni militari contro la Siria; ora, dopo aver ricevuto un rifiuto, il regno minaccia di ritirare i suoi investimenti negli USA… Dopo tutto, è necessario compensare in qualche modo gli enormi danni materiali dell’inefficace finanziamento dell’opposizione siriana, considerando che l’Arabia Saudita non ha ottenuto i dividendi politici attesi dalla collaborazione con i ‘ribelli’. I tentativi di Riyadh di rovesciare al-Assad, senza la partecipazione militare statunitense, sono votati alla sconfitta, restando solo la prospettiva di un conflitto intra-siriano con la dubbia alleanza con i “jihadisti” di al-Qaida, la cui fede nel “vero Islam” ha sempre e ovunque invocato il terrore.
I sauditi hanno sempre sostenuto un eterogeneo assortimento di terroristi internazionali, la novità è che questa volta dovranno farlo senza la benedizione del presidente Obama. Gli statunitensi non vogliono più il ruolo di complici nel genocidio degli alawiti siriani e nella distruzione del cristianesimo in Medio Oriente, che l’Arabia Saudita incoraggia. Non è una questione di principi morali della diplomazia statunitensi, non ci sono motivi sostanziali per dire che Washington abbia abbandonato la tradizionale politica d’interferenza nei conflitti interni dei Paesi stranieri. L’amministrazione Obama dovrà ridurre notevolmente la sua collaborazione con Riyadh sulla Siria, e l’Arabia Saudita si opporrà totalmente su certi problemi per altri motivi. Ora la monarchia saudita in varia misura interferisce direttamente sul futuro politico di Libano, Siria, Iraq, Yemen e Bahrein. Argomento preferito degli statunitensi riguardo la trasformazione della struttura politica del Medio Oriente è la democratizzazione, ma essa non ha un posto negli scenari sauditi per questi Paesi. Prevede di sostituire i regimi esistenti in tutto il mondo con l’Islam radicale, e la lotta per il potere fra sunniti e sciiti diventa un elemento integrante delle relazioni internazionali. Solo gli islamisti possono sostituire al potere i leader secolari autoritari, e non esistono altre opzioni a cui i sauditi partecipino. L’opposizione più acuta ai piani dell’Arabia Saudita proviene dall’Iran, che ha anche pretese d’influenza regionale. È giunto il momento per gli Stati Uniti di scegliere con quale dei due Paesi collaborare in futuro.
Gli USA “affronteranno l’aggressione esterna contro i nostri alleati e partner, come abbiamo fatto nella guerra del Golfo”, ha promesso il presidente Obama presentando i principi della sua politica mediorientale alla sessione di settembre dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Cosa avesse in mente quando parlava di alleati, rimane un mistero. L’Egitto non è più tra essi, la Libia rimane uno Stato fallito dal futuro incerto, l’Iraq si ritira sempre più dall’orbita d’influenza statunitense, e l’Iran è stato escluso dai partner molto tempo prima, dalla vittoria della rivoluzione islamica.  Restano gli Stati del Golfo Persico, con il cui leader, l’Arabia Saudita, gli statunitensi saranno costretti ad entrare in conflitto; il resto dei Paesi di questa regione sono nani geopolitici diventati eccessivamente militanti dopo aver acquisito la leva finanziaria per manipolare i vari gruppi  terroristici internazionali. Ad esempio, il Qatar, con una popolazione nativa di solo 250000 persone, dispone di 100 miliardi di dollari di denaro di entrate all’anno. Il fenomeno Qatar si basa sui giacimenti di gas protetti da una base militare statunitense, che protegge l’emirato da avversari e promuove le ambizioni da superpotenza di questo nano geopolitico. Le affermazioni di Washington che il Qatar può apportare un contributo apprezzabile alle azioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, sono risibili. Le forze armate dell’emirato sono meno potenti di una portaerei statunitense. Dei diecimila militari, la maggior parte non risiede in caserma, ma a casa, e non solo non prestano servizio, ma non lavorano proprio come tutti gli altri nel Paese, che ha invitato più di un milione di musulmani stranieri a estrarre il gas e a gestire i servizi. Come si può vedere, a Doha danno valore alla solidarietà islamica, mentre i loro correligionari lavorano in Qatar, il denaro del Qatar gira in tutto il Medio Oriente, finendo nelle tasche dei terroristi e di chi li arma con armi moderne. E il fatto che non ci siano affatto partiti politici in Qatar, e neanche il suggerimento del rispetto dei diritti umani, non importa di meno ai democratici degli Stati Uniti o ai liberali dell’Europa. La generosità degli emiri, che spendono miliardi di dollari in contratti militari con gli Stati Uniti, va bene agli statunitensi, mentre gli europei sono soddisfatti dalla possibilità di ridurre la loro dipendenza energetica dalla Russia con il gas del Qatar. Quando il Pentagono aveva bisogno di rifornire i velivoli con le munizioni depositate nella zona del Golfo Persico, il Qatar non si tirò indietro ma spese oltre 4 miliardi di dollari per 5000 ultramoderne bombe GBU-39/B. Nel 2012 i Paesi europei ricevettero 31,1 miliardi di metri cubi di gas del Qatar, e il Qatar utilizzò la maggior parte dei proventi per sostenere il terrorismo.
Il Bahrain, la cui casa reale della dinastia al-Qalifa è orgogliosa di ospitare il quartier generale della quinta flotta statunitense a Manama, conta sulla protezione statunitense. Ora che il conflitto tra le forze di polizia e gli sciiti, che costituiscono circa il 60% della popolazione del Paese, si susseguono negli ultimi anni. Gli sciiti hanno un chiaro vantaggio e con il sostegno iraniano potrebbero diventare decisivi abbattendo la monarchia del Bahrein. Se gli Stati Uniti continuano a sostenere il re, che si propone d’inasprire ulteriormente il regime e di usare la forza militare contro l’opposizione sciita, potrebbero perdervi la base. La Casa Bianca ha due scelte: cercare una nuova sede per la V Flotta o consentire un cambio di regime in Bahrain e iniziare a collaborare con chiunque salga al potere. La prima opzione è la più costosa, e non ci sono siti affidabili rimasti nel Golfo Persico. Il secondo è impossibile, pur mantenendo i suoi precedenti obblighi nell’alleanza con Riyadh, che ancora una volta ha seguito gli interessi statunitensi inviando le proprie truppe in Bahrain e mettendone la famiglia reale sotto protezione. Il segretario di Stato Kerry nega i segnali della possibile spaccatura nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. L’amministrazione Obama cerca di preservare l’immagine di protettore dei suoi alleati nel Golfo Persico, assicurando a tutti che i suoi rapporti con essi sono più forti che mai e sono di natura strategica. Tuttavia, le tensioni derivanti dalle differenze di opinione su molti temi all’ordine del giorno nel Medio Oriente, sono sempre più evidenti, e oggi non sono gli statunitensi ma i sauditi che dettano le condizioni. Questa è l’essenza del loro nuovo corso politico indipendente.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

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L’Iran raccoglie i frutti della sua resistenza
Ghaleb Kandil, Voltairenet

Khomeini-Khamenei-Iran-FlagQualunque sia l’esito dei negoziati sulla questione nucleare iraniana, la realtà che emerge dall’immagine dei ministri degli esteri delle grandi potenze che si precipitano a Ginevra, dopo un accordo di massima che potrebbe essere seguito da altre tornate di colloqui, è che i 34 anni di blocco e di guerra si sono risolti in un triste fallimento dell’occidente. La forza della leadership e del popolo iraniani e la loro determinazione ad andare avanti, hanno avuto ragione di tutte i complotti. La tempistica della decisione statunitense di riconoscere la forza e la potenza dell’Iran coincide con l’abbandono del piano di aggressione alla Siria di Washington, di fronte alla determinazione e alla forza dell’asse Resistenza e dei suoi alleati che si oppongono all’unilateralismo degli Stati Uniti. Siria, Iran ed Hezbollah hanno nettamente espresso la loro disponibilità ad affrontare qualsiasi attacco, perché consapevoli che qualsiasi aggressione nei confronti di un membro di questa alleanza, in realtà punta a smantellare l’intero asse.
Grazie all’impegno del popolo iraniano alle proprie indipendenza e libertà, alla determinazione e all’abilità della sua leadership, l’Iran è riuscito a superare il blocco imperialista impostogli per più di trent’anni. E non è tutto. È riuscito ad acquisire e accumulare enormi capacità economiche, tecniche, scientifiche e militari, permettendogli così di entrare nel club delle grandi potenze. Il riconoscimento statunitense di questa forza, corona i successi contro le cospirazioni imperialiste e sioniste, finanziate da Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo. Questi sviluppi hanno avuto luogo grazie alla scelta della resistenza, stabilita dall’alleanza tra Siria araba e Iran islamico, la cui fondazione fu posta durante lo storico incontro tra le due grandi figure, oramai scomparse, del Presidente Hafiz al-Assad e dell’Ayatollah Khomeini. Sarebbe opportuno confrontare il riconoscimento degli Stati Uniti della forza iraniana al riconoscimento di Washington della Repubblica popolare cinese, alla fine degli anni ’70. Come il riconoscimento il ruolo e il potere della Cina ha aperto la strada ai mutamenti in Asia orientale, così il riconoscimento dell’Iran spianerà la strada a cambiamenti significativi nel Mashreq e nel Golfo arabo.
Chi viene colpito e interessato dalla sottomissione di Washington alle nuove realtà, mostrando il vero volto, sono Riyad e Tel Aviv. Per decenni, questi hanno basato i loro interessi sull’offensiva e l’aggressione degli Stati Uniti contro l’Iran. Azioni per cui enormi risorse finanziarie, militari e d’intelligence furono dispiegate per contrastare la strategia di Teheran, che in linea di principio ha fatto della causa palestinese e del sostegno alla resistenza in Libano e in Siria la pietra angolare della sua politica regionale. Questi stessi principi vengono applicati dall’Iran verso la situazione in Iraq e alla crisi in Yemen e Bahrain. Il futuro rapporto tra Iran e Stati Uniti verrà analizzato attraverso il prisma della guerra fredda regionale e globale. Sarebbe illusorio credere che i negoziati si tradurranno in un compromesso immediato e completo su tutte le questioni controverse. E’ chiaro che ci sono differenze sulle priorità. Washington vuole degli accordi che precedano il ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan, mentre la Palestina è il cuore delle preoccupazioni di Teheran. Tutte le fasi precedenti del confronto hanno mostrato la forza della posizione di principio iraniana nel suo sostegno alla Siria e nel suo rifiuto di trattare a spese dei suoi alleati. E’ questa la forza che ha costretto gli Stati Uniti e i loro alleati a riconoscere tacitamente il proprio fallimento. Indicando il declino dell’occidente che già inizia ad apparire, tanto più che i Paesi europei alleati di Washington inviano emissari a Damasco.
La forma del confronto è cambiata, ma il fondamento della contraddizione tra un Iran libero e indipendente e i suoi alleati da un lato, l’alleanza imperialista, sionista e degli altri Stati collaborazionisti, rimane invariato. Questo confronto è ora sostenuto da nuovi rapporti di forza, che vanno a vantaggio dell’Iran e dei suoi partner.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Saud gettano petrolio sulla mossa USA-Iran

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 31.10.2013

1150146Il battibecco dell’Arabia Saudita con il suo storico alleato di Washington può finire in diversi modi. Punti dalla “doppia morale” degli USA in Medio Oriente (che ironia?), gli anziani della Casa dei Saud, tra cui il capo dell’intelligence, principe Bandar bin Sultan, hanno lasciato intendere che il regno petrolifero può acquistare altrove i suoi giocattoli bellici miliardari che tradizionalmente compra da Washington. Considerata la situazione critica dell’economia industriale degli Stati Uniti, la perdita dell’esportazione in un tale settore chiave delle entrate, sarebbe un brutto colpo… Un altro mezzo con cui l’Arabia Saudita potrebbe punzecchiare gli “inetti americani”, sarebbe far scivolare sul petrolio i cruciali colloqui USA-Iran sulla perenne questione nucleare. In particolare, l’Arabia Saudita, principale forza produttiva del cartello petrolifero dell’OPEC, potrebbe rendere problematica l’eliminazione delle sanzioni all’Iran. Non che Washington si preoccupi troppo di togliere le sanzioni che ha posto, ma la riluttanza saudita potrebbe danneggiare ciò che sembra essere la cinica mossa degli Stati Uniti impegnandosi diplomaticamente con l’Iran per ragioni geo-strategiche.
Per i sauditi, questo possibile vandalismo sarebbe la dolce vendetta per l’esasperazione dettata dall’indecisione statunitense su Siria e Iran. Il regno saudita wahabita è ossessionato dall’idea di sconfiggere l’Islam sciita rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati Siria ed Hezbollah libanese.  L’ossessione è confermata da un’arcana animosità settaria e anche da una più banale rivalità politica. Il prestigio della rivoluzione iraniana nel Medio Oriente e il suo tagliente anti-imperialismo sono ispirazioni pericolose per gli arabi comuni, dal punto di vista della Casa dei Saud. Quindi, l’apparente dietrofront degli Stati Uniti, prima rinunciando all’occasione di attaccare totalmente la Siria, il mese scorso, e poi con la sorpresa del riavvicinamento degli USA a Teheran sul decennale contenzioso nucleare, ha provocato le ire dei fondamentalisti sauditi. Ciò spiega la straordinaria stizza espressa dal principe Bandar, il capo delle spie saudite. Dati i suoi stretti contatti con le istituzioni di Washington, essendovi stato ambasciatore per 22 anni (1983-2005), possiamo essere certi che la chiusura e le minacce di Bandar ai diplomatici occidentali inviino un messaggio della Casa dei Saud ai vertici governativi degli Stati Uniti. I sauditi non solo sono scontenti dei loro mecenati statunitensi, ma sono addolorati da ciò che percepiscono come un tradimento. La situazione precaria della Casa dei Saud, in quanto governanti non eletti del più grande Paese esportatore di petrolio del mondo, dove la ricca élite è incongruamente affiancata dalla greve povertà dei 20 milioni di abitanti comuni, produce un’intensa mentalità da somma zero. Qualsiasi contrattempo percepito dai governanti o concessione ai rivali, risulta intollerabile per il regime dispotico dall’autorità insicura, sia all’interno che a livello regionale. Perciò le sue reazioni sono così veementi, come ad esempio il furioso rifiuto, all’inizio di ottobre, del seggio di membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ancora, un’altra azione diretta a mostrare disappunto verso Washington.
L’animosità saudita verso l’Iran, la Siria ed Hezbollah, la Mezzaluna sciita, ovviamente non è per nulla nuova. Tale invidia geopolitica può essere fatta risalire alla Rivoluzione Islamica del 1979.  Per sue ragioni egemoniche, Washington coltivò la rivalità saudita verso l’Iran, presentando le  monarchie arabe sunnite del Golfo Persico come il baluardo contro le sollevazioni popolari d’ispirazione iraniana. Il Bahrain è forse l’esempio migliore, dove Stati Uniti ed Arabia Saudita collusero per schiacciare il movimento pro-democrazia in Bahrain, sorto durante la primavera araba del 2011. La propaganda contro l’insurrezione in Bahrain del regime saudita, con il tacito consenso di Washington, incolpava della rivolta le agenzie sovversive di Iran e Hezbollah. L’Iran nega qualsiasi interferenza politica negli affari interni delle monarchie sunnite. Teheran afferma, con corretto ragionamento, che i disordini in Bahrain, Arabia Saudita e gli altri sceiccati del petrolio sono semplicemente il riflesso del pesante deficit democratico in questi Stati fascisti. La primavera araba ha anche dato alla Casa dei Saud l’occasione d’oro per colpire di nuovo la Mezzaluna sciita, unendosi alla guerra occulta occidentale per il cambio di regime in Siria. Scalzando il governo del Presidente Bashar al-Assad, secondo tale logica, avrebbe inflitto un potente colpo all’influenza regionale dell’Iran. Ma l’opzione militare contro la Siria e l’Iran s’è dimostrato uno strumento inefficace riguardo gli obiettivi strategici voluti dagli occidentali. I governi siriano e iraniano resistono indomiti, nonostante anni di brutale aggressione sotto forma di eserciti di ascari mercenari e la serie di sanzioni economiche contro il secondo. Ciò spiegherebbe perché Washington e i suoi alleati occidentali Francia e Gran Bretagna, sembrino pronti ad accettare l’opzione politica dei negoziati diplomatici. Non che Washington rinunci ai suoi obiettivi strategici contro Siria e Iran. Solo che la tattica passa dall’aggressione militare al wrestling politico. Come il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831) ha giustamente indicato, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e viceversa. Dal punto di vista di Washington, con questo passaggio prenderebbe due piccioni strategici con una fava. Impegnandosi in un processo politico con Iran e Siria, potrebbero scambiarsi rispettivamente delle concessioni, con il risultato importante di indebolire entrambi i governi. Una potenziale vulnerabilità sarebbe l’urgente bisogno dell’Iran di far togliere le sanzioni economiche. La prontezza della nuova spinta diplomatica dell’Iran, nello stallo nucleare, dimostra che la Repubblica islamica ha un acuto bisogno di togliersi l’embargo economico occidentale. Si calcola che la combinazione delle sanzioni dell’Unione europea e statunitensi imposte all’Iran a metà 2012, da sola abbia afflitto oltre la metà delle esportazioni di petrolio, con la conseguente perdita di 35 miliardi dollari di entrate l’anno scorso. Ciò può essere descritto solo come una devastante, se non criminale, aggressione.
L’elezione del presidente iraniano Hassan Ruhani a metà giugno e la nomina di Muhammad Javad Zarif, di formazione occidentale, a ministro degli Esteri, hanno comportato un cambiamento di rotta nelle relazioni dell’Iran con Washington e i membri del gruppo 5+1 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, della Germania, dell’UE e dell’osservatorio nucleare delle Nazioni Unite, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. I colloqui con l’AIEA questa settimana, a Vienna, sono stati descritti “gravi e seri”. Tutti questi colloqui sono stati indicati “costruttivi” e “progressivi”. Tale drammatico cambiamento può in gran parte essere la manifestazione dell’urgente necessità dell’Iran di togliere le restrizioni occidentali sulla sua economia. Ma questo sviluppo diplomatico può anche essere essere visto quale tentativo di Washington e dei suoi alleati occidentali d’impegnare politicamente l’Iran sulle loro pressanti ragioni tattiche, riguardo la realizzazione di obiettivi strategici verso l’Iran e la Siria. Dopo il primo ciclo di negoziati tra l’Iran e il gruppo P5+1 a Ginevra il mese scorso, vi furono i vertiginosi elogi di Washington e delle potenze europee. Ma in vista del secondo round di colloqui, in programma a Ginevra la prossima settimana, vi sono diversi segnali secondo cui Washington e gli europei ritornerebbero a giocare duro. L’amministrazione Obama afferma che non saranno tolte le sanzioni per molto tempo e che l’Iran dovrà presentare la prova concreta di non volere armi nucleari. Il Congresso degli Stati Uniti prepara anche l’approvazione di una legge che inasprirà ancor più le sanzioni, mentre l’UE starebbe intensificando l’applicazione del relativo embargo sul commercio e la finanza iraniani. L’effetto di tale indurimento spingerebbe l’Iran a concessioni politiche, tanto più che ne guadagnerebbe l’allettante prospettiva di eliminare le sanzioni. Qui l’Iran deve procedere con cautela, dato che la sua popolazione nazionalista è profondamente sospettosa verso le intenzioni occidentali. Finora, la presidenza Ruhani insiste sul fatto che il diritto del Paese di arricchire l’uranio del 20 per cento per scopi civili, non è negoziabile. E’ inconcepibile che il governo di Teheran sopravviva politicamente se dovesse cedere su un tema così cruciale. Ciò solleva la questione su quali altre concessioni l’occidente pretenderebbe dall’Iran per la tanto necessaria eliminazione delle sanzioni? Forse agli iraniani potrebbe essere chiesto di fungere da interlocutori consentendo all’occidente di strappare concessioni dal governo di Damasco riguardo l’imposizione di un governo di transizione.
Nel perseguire le sue macchinazioni politiche, l’occidente deve procedere con eleganza e delicatezza. Per prima cosa, deve far sembrare che conceda qualcosa agli iraniani, altrimenti l’Iran non si impegnerà o le masse iraniane richiederanno il completo ritiro da un processo inutile. A tal proposito, è significativo che la Casa Bianca dica di valutare di scongelare 50 miliardi di dollari in beni iraniani. Tale importo compenserebbe la perdita dei proventi petroliferi dell’Iran dell’anno scorso. E sembra che l’Iran stia anticipando il ritorno sui mercati internazionali del petrolio, grazie a un più agevole clima diplomatico. L’agenzia Reuters ha riferito la settimana scorsa: “L’Iran  incontrerà i suoi vecchi acquirenti petroliferi ed è pronto a ridurre i prezzi, se le sanzioni occidentali verranno tolte”. L’articolo aggiungeva: “L”offensiva del fascino’ del nuovo presidente iraniano Hassan Ruhani alle Nazioni Unite, lo scorso mese, assieme alla storica telefonata del presidente statunitense Barack Obama, ha fatto rivivere nei mercati la speranza che i barili iraniani possano ritornare come una vendetta, se il rumore diplomatico si traduce nella musica della svolta nel braccio di ferro sul controverso programma nucleare di Teheran”. Reuters citava un imprenditore petrolifero: “Gli iraniani già richiamano tutti dicendo ‘parliamone’… bisogna stare attenti, naturalmente, ma non c’è nessuna legge che vieti di parlare”.
Quindi, è qui che i sauditi comprendono che il “tradimento” degli USA potrebbe divenire pericoloso con l’impegno tattico di Washington verso Iran e Siria. Il ritiro forzato dell’Iran dai mercati del petrolio, a causa delle sanzioni occidentali, fu colmato dal picco di produzione petrolifera saudita, contribuendo l’anno passato a mantenere i prezzi di mercato sui 100 dollari al barile. La produzione di petrolio saudita sarebbe stato al suo massimo, quasi pari la piena capacità di 12 milioni di barili al giorno. Per Washington, impegnandosi nel processo politico con l’Iran, anche per motivi completamente cinici, dovrà mostrare un certo grado di flessibilità consentendo all’Iran di riprendere almeno una parte delle vitali esportazioni petrolifere. Tuttavia, l’apertura a quanto pare è anche prerogativa dell’Arabia Saudita, la cui produzione extra di petrolio ha coperto il deficit globale dovuto alle sanzioni alle forniture iraniane. I sauditi difficilmente sosterranno una qualsiasi ripresa del business petrolifero iraniano. In questo modo, i sauditi hanno il potere di gettare un bastone oleoso tra le ruote diplomatiche che Washington cerca di far girare verso l’Iran.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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