Obama lancia la sua guerra, infine

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 12/09/2014

obama-third-world-president-de-silvaIl presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato, con un importante discorso, la sua strategia per “degradare e distruggere” lo Stato Islamico in Iraq e Siria. La strategia non ha un calendario e, come al solito, gli Stati Uniti mettono musulmani contro musulmani in una truce guerra tramite lo ‘smart power’, che dovrebbe impedire vittime statunitensi. Da ogni apparenza, sarà anche una guerra autofinanziata dai petrodollari degli Stati arabi del Golfo. La strategia si basa su tre pilastri; fissare limiti ben definiti all’attuale intervento militare statunitense, risuscitare l’agenda del ‘cambio di regime’ in Siria e fare a meno di un qualsiasi mandato dalle Nazioni Unite. In sostanza, è una versione riconfezionata dell’intervento statunitense crudamente unilaterale in Medio Oriente dell’amministrazione George W. Bush. Chiaramente, Obama ha ritardato l’avvio della sua strategia fin quando l’opinione pubblica negli Stati Uniti è ‘maturata’. I sondaggi di opinione mostrano un alto gradimento negli USA sul nuovo intervento militare statunitense in Iraq e la Siria. Il macabro assassinio di due giornalisti statunitensi da parte dello Stato islamico indubbiamente ha infiammato la rabbia dell’opinione pubblica. Ma il fattore principale è la paura instillata nella mente statunitense in settimane e mesi di campagna mediatica che presentava lo Stato islamico come minaccia diretta alla ‘sicurezza nazionale’ degli Stati Uniti. Lo stratagemma ha funzionato, come i sondaggi testimoniano. I tempi di Obama sono perfetti, avendo abilmente scelto la vigilia dell’11° anniversario degli attacchi dell’11 settembre per svelare la sua strategia al pubblico statunitense. Curiosamente, però, con la riuscita ‘maturazione’ dell’opinione pubblica, Obama infligge il doloroso ridimensionamento della psicosi statunitense, chiarendo che gli Stati Uniti non hanno “rilevato piani specifici contro la nostra patria” dello Stato islamico, anche se i suoi capi “minacciano l’America e i nostri alleati”. Invece, ha interpretato lo Stato islamico come minaccia ai “popoli di Iraq e Siria e del Medio Oriente, compresi cittadini, personale e strutture statunitensi”. Chiaramente, non solo il senso delle proporzioni è stato introdotto calmando l’opinione pubblica statunitense, anche se il Paese s’imbarca virtualmente in un’altra guerra all’estero, ma Obama ha trovato una spiegazione razionale per il reclutamento di alleati mediorientali degli Stati Uniti per la prossima guerra. Il messaggio di Obama al popolo statunitense è semplice: ‘Non c’è bisogno di continuare la vostra vita con ansia, lasciate che il vostro comandante in capo ci pensi’. In cambio, Obama ha la certezza che i parametri dell’intervento militare degli Stati Uniti saranno ben definiti. Ci sarà “una sistematica campagna di attacchi aerei” proprio mentre le forze irachene attaccano; gli Stati Uniti daranno la caccia ai terroristi dell’IS aumentando il sostegno alle forze irachene e curde che lo combattono, compresi addestramento, informazioni ed attrezzature; il Pentagono implementerà ulteriori 475 militari in Iraq (portando il totale a quasi 1600). Ma “le forze statunitensi non avranno missioni di combattimento, non saranno trascinate in un’altra guerra in Iraq”.
Obama ha sottolineato che la prossima guerra sarà “diversa dalle guerre in Iraq e in Afghanistan. Non comporterà truppe statunitensi combattenti in terra straniera”. Invece, come gli Stati Uniti hanno fatto in Yemen e Somalia “per anni”, questa guerra “sarà condotta tramite un costante, incessante sforzo per colpire il SIIL ove sia, utilizzando la nostra potenza aerea e il nostro sostegno alle forze partner sul terreno”. Obama ha dichiarato che le operazioni militari statunitensi si estenderanno in territorio siriano. Ha precisato la strategia verso la Siria, volta ad ampliare l’assistenza militare all’opposizione siriana. Obama ha fatto appello al Congresso degli Stati Uniti per mettere a sua disposizione “autorità e risorse ulteriori per addestrare ed equipaggiare questi combattenti (siriani)”. In sostanza, una grande escalation dell’intervento statunitense in Siria è in vista. Obama ha respinto senza mezzi termini ogni idea degli Stati Uniti di appoggiarsi al regime siriano, chiamandolo regime illegittimo promettendo di “risolvere la crisi della Siria una volta per tutte”. In poche parole, gli Stati Uniti accelerano la spinta al cambio di regime in Siria. Ovviamente, Washington si rende conto che non può mai avere un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per realizzare il ‘cambio di regime’ in Siria, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Obama, dunque aspetta semplicemente di presiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a fine mese a New York, “per mobilitare ulteriormente la comunità internazionale” intorno alla sua strategia in Iraq-Siria.
Gli Stati Uniti sostengono di aver finora raccolto un “nucleo di coalizione” di otto Paesi della North Atlantic Treaty Organization [NATO] più l’Australia, per combattere la nuova guerra in Medio Oriente. Ma Obama ha detto che ha bisogno di una “larga coalizione di partner”. Rivelando di conseguenza che il segretario di Stato John Kerry viaggia in Medio Oriente “per arruolare partner in questa lotta, in particolare le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite in Iraq e Siria”. Ha scelto con cura le parole, lasciando intendere che gli Stati Uniti si propongono di accordare ruoli selettivi a sciiti e sunniti nella campagna contro l’IS. La parte più sconcertante, naturalmente, è l’intenzione implicita di arruolare attivamente sul teatro siriano Paesi come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Senza dubbio, l’arruolamento degli Stati dei petrodollari assicura che il denaro non sia un problema per gli Stati Uniti in tale guerra infinita.

Il Nuovo Medio Oriente
Tuttavia, funzionerà la strategia di Obama? Chiaramente, la strategia di Obama di una guerra conveniente e in gran parte auto-finanziata potrebbe, quindi, essere sostenibile per un certo periodo di tempo. A dire il vero, non c’é alcuna carenza di risorse finanziarie, materiali o umane per combattere tale guerra, dato il coinvolgimento degli Stati dei petrodollari che sostengono il cambio di regime in Siria. Il pubblico statunitense potrebbe non agire subito contro tale guerra. La comunità strategica statunitense, in particolare i think tank e i media, sarebbe anche in gran parte favorevole, dato che tale guerra s’incastra esplicitamente con gli interessi israeliani. In realtà, gli Stati Uniti rappattumano lo stesso vecchio asse nel Medio Oriente, da Israele alle oligarchie arabe sunnite del Golfo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non saranno responsabili di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È una “coalizione dei volenterosi” che combatte tale guerra e il dissenso interno nella coalizione è altamente improbabile, assicurando a Washington il comando e il controllo della guerra. Tuttavia, l’imponderabile ci attende. In primo luogo è estremamente significativo che Obama abbia evitato qualsiasi affermazione categorica sull’unità dell’Iraq. È fumosamente vago sulle sue aspettative sul governo “inclusivo” a Baghdad. Il punto è che, anche se Washington ha pianificato la sostituzione del primo ministro Nuri al-Maliqi, la riconciliazione sunnita è tutt’altro che chiara finora. Ciò è importante perché la strategia degli Stati Uniti può funzionare solo se vi sarà una chiara mobilitazione sunnita irachena contro l’IS, oppure peggiorerebbe in un conflitto confessionale continuo lacerando l’unità dell’Iraq. D’altra parte, ciò comporta anche la questione della responsabilizzazione sciita in Iraq. Basti dire che gli USA devono inventarsi una qualche formula magica che affini il concetto dei principi democratici che permettano il governo della maggioranza in Iraq. In altre parole, questa è anche una guerra che riguarda la costituzione dell’Iraq e l’esperienza degli Stati Uniti in tali imprese è assai triste, per usare un eufemismo. E ciò è un fatto.
La parte più sconcertante di tale guerra è il capitolo siriano. Forse gli Stati Uniti credono che ora che le scorte di armi chimiche della Siria sono state distrutte, sia una scommessa sicura attaccare il Paese. Anche ammesso sia così, l’opposizione siriana resta aperta ai gruppi estremisti, come la saga dello Stato islamico dimostra. Gli Stati Uniti non hanno imparato niente e sperano ancora di utilizzare gli estremisti come strumenti delle politiche regionali. Infatti, il fallimento avrà un costo gravissimo, con l’Iraq e la Siria che potrebbero cessare di esistere alla fine. Naturalmente, la parte davvero interessante è che un tale epilogo potrebbe essere l’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti. In una recente intervista al New York Times, Obama ha sottolineato lo scioglimento dell’accordo Sykes-Picot del 1916 come questione centrale della politica mediorientale. Allo stesso modo, con l’intenzione di Obama di assumere come alleati “le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite”, si riconosce praticamente la dimensione settaria dei conflitti in Iraq e Siria. Ora, c’è un contesto complicato nella politica regionale, coinvolgendo queste stesse nazioni arabe sunnite da protagoniste assolute. Obama avrebbe una qualche ricetta per eliminare tali tensioni regionali? Non ha detto nulla. È interessante notare che mai Obama ha fatto riferimento all’Iran. La sua strategia ignora completamente le Nazioni Unite e, in realtà, mina la Carta delle Nazioni Unite. Non è riuscito a spiegare in modo convincente la ragion d’essere di tale particolare variante dell’intervento militare statunitense nel mondo musulmano, l’unilateralismo senza rischi e a basso costo, in quanto la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è in pericolo imminente e nemmeno concepibile. Quindi, l’impressione inevitabile è che gli Stati Uniti continuino ad arrogarsi la prerogativa di violare l’integrità territoriale e la sovranità degli Stati nazionali, per i propri interessi. In effetti, tale idra della guerra assume molte forme diverse, cosa praticamente garantita anche con il passare del tempo, molto dopo che Obama sarà scomparso dai libri di storia.
La presidenza Obama ha chiuso il cerchio reinventando i dogmi neoconservatori che una volta diceva di respingere. Con il pretesto di combattere l’IS, Stati Uniti ed alleati riprendono ed attuano l’enorme piano neocon per rimodellare il Medio Oriente musulmano pur di raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti. Chiamatela come volete, ma è una guerra imperiale, anche se con un Nobel come comandante in capo.

ISIS-CaliphateLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line dello Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mollare il dollaro? Nascono i fondi sovrani d’oro

Avamposti della Banca centrale BRICS
Jim Willie CB GoldenJackass 11 giugno 2014

E392874C-26A2-48F1-AFFF-E4609C6FE550_mw800_mh600Mentre l’Occidente è ipnotizzato dal caos in Ucraina, certamente sul punto dell’implosione, l’attenzione è rivolta alla politica sui tassi d’interesse negativi in vista, che permetteranno ai banchieri di scremare sui rendimenti, o si è concentrati sull’abdicazione in Spagna, un cambio della guardia della nobiltà nera, Jackass sbadiglia e guarda all’Arabia Saudita, dove un evento significativo è in fondo alle notizie. Annuncia la creazione di un nuovo fondo sovrano indipendente dalla banca centrale, dedicato ad investimenti prudenti. Ovvero investimenti sull’oro. Indicando chiaramente l’allontanamento dalla massa dei buoni del Tesoro in dollari USA. Il divorzio statunitense-saudita accelera dagli uffici legali, dove la ridistribuzione del risparmio è la parola chiave. L’abbandono del petro-dollaro comporta l’inversione di un impegno generazionale, ancora una volta. Si tratta di scaricare i rifiuti in dollari USA accumulatisi per decenni come debito. Potrebbe essere il primo avamposto della banca centrale dei BRICS, passando dai titoli di debito del governo USA dritto ai lingotti d’oro. I sauditi potrebbero favorire giganti come Russia e Cina, il nuovo dinamico duo, avviando il processo di abbandono delle obbligazioni del Tesoro USA convertendoli in lingotti d’oro. Il grande scambio indiretto potrebbe divenire molto più diretto.

Il modulo saudita
Alcune domande sorgono su come i sauditi aderiranno formalmente ai BRICS, nell’ambito della loro alleanza nascente con Pechino. Il rapporto embrionale ha un debutto sotto forma di enorme conferenza multilaterale nella Sala Grande di un paio di mesi prima, seguita da un grande cenno agli Stati Uniti durante una parata militare con missili cinesi. Jackass sospetta che un passaggio va formandosi, liberando i sauditi dalle obbligazioni del Tesoro USA e ricostruendone le riserve di oro. Devono sostituire ciò che Londra e Svizzera hanno rubato. Un’altra questione si pone, se Arabia Saudita ed Iran coordineranno politica energetica e sistemi di pagamento al di fuori del dollaro USA, basandosi sull’oro. Il fondo saudita potrebbe aiutare il processo. Un’ultima domanda si pone, se ci si deve aspettare che una dozzina di tali avamposti della Banca Centrale BRICS, che trasforma le obbligazioni del Tesoro USA in oro, sorgano e prendano forma. Un vasto sistema satellitare di banche centrali BRICS potrebbe sorgere, imitando il sistema occidentale delle banche centrali in franchising come US Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e altri, come la Banca nazionale svizzera. Jackass ritiene che i sauditi creeranno il modulo, da copiare altrove e che i sauditi presto annunceranno una politica dei pagamenti, che accetti qualsiasi delle principali valute, nel commercio petrolifero e petrolchimico, che l’intera regione del Golfo presto coordinerà una politica volta allo standard del petro-yuan quale veicolo temporaneo, con destinazione il sistema di regolamento commerciale in oro e che Arabia Saudita e Iran collaboreranno non da amici, ma con pieno spirito costruttivo. Liberandosi degli USA assieme a guerre ed altre violenze, con i loro comuni aspetti nazisti. I cinesi si occupano del commercio, dove la stretta di mano è il nuovo modello. La Cina sarà il mediatore della diplomazia globale. L’opportunità c’è e Pechino inizia da casa sia, trattando con nazioni confinanti come il Vietnam, nel Sudest asiatico, con meno sgomitate.

La notizia ufficiale
L’articolo ufficiale era scarso in dettagli, ma pieno di implicazioni. L’osservatore avvisato può leggere tra le righe. Il regno dell’Arabia Saudita stabilirà il suo primo fondo sovrano per gestire le eccedenze di bilancio per un valore di centinaia di miliardi di dollari, secondo l’agenzia stampa del regno. Il consiglio della Shura dovrebbe discutere un progetto di legge sul Fondo di Riserva Nazionale. Il fondo dovrebbe ricevere il controllo dalla banca centrale sugli investimenti del regno. Questo è il nocciolo, l’indipendenza. L’Arabia Saudita rimane il maggiore esportatore di greggio del mondo. Non è stato rivelato se il fondo cambierà la strategia degli investimenti del regno. Negli ultimi quattro decenni, la strategia era riciclare doverosamente i petro-avanzi in obbligazioni del governo USA, ruolo di fondamentale importanza ritagliato dagli anglosassoni. Sotto lo sguardo di gente come Kissinger e Rockefeller, pianificatori de facto dello standard del petro-dollaro che sostituì efficacemente il Gold Standard nel 1973, appena due anni prima, l’accordo di Bretton Woods fu abrogato. Il fondo dovrebbe iniziare con un capitale pari al 30 per cento del bilancio accumulato in un certo numero di anni. Negli ultimi tre anni, il regno ha annunciato avanzi di bilancio per un totale di circa 232 miliardi di dollari. Vedasi l’articolo su Arabian Business.

Altri fondi sovrani
Vladimir_Putin_in_Saudi_Arabia_11-12_February_2007-1 Altri fondi sovrani del Golfo hanno investito in immobili a livello internazionale, soprattutto in Europa. Possiedono molti buoni del Regno Unito ed eurobonds, e probabilmente più di una manciata di obbligazioni del governo giapponese. I sauditi indicano chiaramente una mossa importante sui titoli di Stato USA. Ben presto i sauditi annunceranno di non accettare alcuna valuta principale per il petrolio. L’Iran già trova poca resistenza, come nella vendita di energia a India e Turchia. Il governo USA presto uscirà dalla battaglia delle sanzioni a tutto il mondo. Le fondamenta dei BRICS mostrano segni di rafforzamento, con l’uscita dal petro-dollaro e la sua lenta morte, senza più formazioni in marcia con il passo dell’oca fascista, rompendo con bancarottieri e re della frode anglo-statunitensi. Altri fondi sovrani nella regione del Golfo sono estremamente significativi. I leader sono gli Emirati Arabi Uniti, con il massiccio fondo Abu Dhabi Investment Authority, da 773mld di dollari Ma l’UAE ha anche altri quattro fondi per un totale di altri 286mld di dollari, superando il totale di 1 bilione di dollari, 1059mld di dollari. Il fondo saudita SAMA Foreign Holdings ne ha 737mld, e il Kuwait Investment Authority 410mld. La Qatar Investment Authority 170 miliardi. Il totale dei fondi sovrani del Golfo è 2377 miliardi di dollari. Se solo un quarto dei fondi verrà convertito in lingotti d’oro, la regione del Golfo potrebbe fornire l’equivalente di Fort Knox a sostegno della moneta d’oro Dinar. La fortezza, una volta scintillante nel Kentucky, ospitava 8500 tonnellate di oro fin quando non fu derubato dalla banda Clinton-Rubin. Solo idioti e creduloni credono alla storia ufficiale dei trasferimenti alla FED di New York e West Point per tenerli al sicuro, assieme a concetti folli come il Deep Storage Gold. Si chieda a Germania, Paesi Bassi, Austria e Venezuela come vi furono custodite le proprie partite di oro. Vedasi l’elenco degli istituti dei fondi sovrani e dei dati in dettaglio.
Si conclude così che il fondo finanziario saudita SAMA ha quasi tre quarti di bilione di dollari, pronti e in attesa di uscire dai titoli di Stato tossici e raggiungere lo status di valida riserva aurea. Beh, almeno una parte considerevole svolgerà il nuovo ruolo funzionale di avamposto saudita della Banca Centrale dei BRICS, convertendo carta del debito sovrano tossico occidentale in metalli preziosi.

Implicazioni nello scambio petrolio-oro
La mossa dei fondi sovrani sauditi non viene considerata sottilmente dal regime finanziario degli Stati Uniti, con il suo potere depositato nella Federal Reserve e nel Tesoro, e nei veicoli che operano in dollari USA e nelle riserve dei patrimoni occulti nelle banche globali, sotto forma di buoni del Tesoro USA. Ci si chiede se il debito del saliente del Belgio delle obbligazioni del Tesoro USA occulte, sia in realtà almeno per il 30% saudita, se non esclusivamente russo. I fondi provenienti dalle eccedenze saudite furono prelevati dalla banca centrale saudita, il che significa che i sauditi si ritirano dalla rete di franchising delle banche centrali della FED. I sauditi avvertono chiaramente di volgersi ad oriente. Il divorzio indica che i reali sauditi iniziano ad allontanarsi dai re delle frodi e dai trafficanti di carta anglo-statunitensi. Ci si aspetti maggiore trasparenza in futuro, una diversificazione che allontani dalle obbligazioni del Tesoro USA, la netta e rapida fondazione a tappe del sistema di scambio petrolio-oro che la Cina ha implementato con la Russia. La disposizione potrebbe essere un passo verso la piena adozione del sistema commerciale basato sull’oro quale modello futuro. Tutto ciò che manca è una serie di monete e di note di credito basate sull’oro. Certo, oggi c’è l’acuta esigenza che sorga un vasto sistema satellitare di banche centrali dei BRICS, che potrebbe essere la zona di libero scambio di Shanghai. Una pedata se Francoforte annunciasse la banca centrale dei BRICS nella gestione dei fondi sovrani, parola in codice per diversificazione dalle obbligazioni del Tesoro USA in lingotti d’oro. Francoforte diverrebbe lo snodo globale dello yuan (RMB) tra Asia ed Europa, avviando la conversione all’oro. L’effetto su USA-UK-EU sarebbe la totale tempesta di fango. Il saliente del Belgio cerca sempre garanzie reali sull’oro da sauditi o cinesi. Se venisse fatto altrettanto da sauditi e cinesi, il piano per la banca centrale dei BRICS avrebbe due giocatori chiave, e altri ne seguirebbero. L’integrazione del petro-yuan avrà molti aspetti e la banca centrale saudita sembra svilupparne in futuro. Il petro-yuan ha numerosi elementi del progetto da integrare in futuro. Si potrà assistere alla creazione di un avamposto chiave nel fondo sovrano saudita, elemento importante nello scambio petrolio-oro, con le obbligazioni del Tesoro USA usate come moneta attiva nel ruolo esclusivo di lubrificante del credito. La conversione al sistema di pagamento del petrolio in oro potrebbe essere in vista, con la funzione chiave svolta dal petro-yuan nella conversione delle riserve in investimenti.

Futuri avamposti satellitari
Ogni nazione dei BRICS avrà una banca centrale che convertirà le obbligazioni tossiche del Tesoro USA in lingotti d’oro, come anche altre obbligazioni sovrane. Ci si aspetti che Shanghai e Hong Kong ne abbiano una, come Mosca, Delhi in India e Rio de Janeiro in Brasile, e anche Johannesburg in Sud Africa. Altre nazioni ospiteranno i satelliti delle banche centrali BRICS, come Riyadh in Arabia Saudita e Dubai negli Emirati Arabi Uniti. Alla fine banche centrali BRICS appariranno a Francoforte in Germania, Ankara in Turchia, Tokyo in Giappone e Tehran in Iran. Sarà impossibile fermare il trend della riconversione delle obbligazioni del Tesoro USA in oro, dato che ne sarà la soluzione autentica. A dire il vero, una grande quantità verrà convertita in yuan e rubli, dato che la maggior parte del commercio orientale sarà risolto con queste due valute in crescita. Entrambe le monete si baseranno sull’oro. Ironia della sorte, Cina e Russia possiedono più oro che il flusso delle rispettive valute, yuan e rublo, nell’economia globale. Il commercio di energia si svolgerà presto in yuan e rubli, in risposta alle stupide sanzioni del governo USA che appaiono essere solo dei danni auto-inflitti. Le usuali tattiche saranno utilizzate contro BRICS e Paesi associati, che si sforzano di liberarsi dal tossico dollaro USA. Molti si chiedono perché l’USD sia tossico. La risposta è semplice, si basa sul debito del governo USA, finanziato per l’80% dalla FED tramite una sterile monetizzazione che crea denaro fasullo per coprire il debito, e su una politica di zero tassi d’interesse che distorce i prezzi dei beni. Ciò permette di proteggere la criminalità di Wall Street che pratica una massiccia frode a base di titoli di proprietà fasulli, obbligazioni contraffatte, insider trading, riciclaggio di narcodollari, infinite guerre fasciste a sostegno dell’egemonia, chiarendo come il dollaro USA si basi più sul supporto militare che sull’economia industriale. Le usuali tattiche contro i BRICS e Paesi associati comprendono corruzione, minacce, frodi profitti dal narcotraffico, omicidi (e suicidi assistiti), ostracismo del sistema, sanzioni continue e acquisti in contanti sul mercato dei metalli. Il mondo non può risolvere e riprendersi dalla difficile situazione economica, cancerosa, senza scartare il dollaro USA e liberarsi dalle obbligazioni del Tesoro USA. Molte nazioni vendono i dollari in contanti con uno sconto del 30-35% riscattando le proprie valute, un piccolo brutto segreto assieme ad innumerevoli altri brutti segreti.
Il Gold Standard è la soluzione alla cronica peste finanziaria qual è il dollaro USA tossico che scorre nel sistema economico globale, nelle arterie del commercio e nelle vene della riserva bancaria. Si vedranno i progressi compiuti quando le banche centrali dei BRICS adotteranno un vivace commercio basato sulla conversione in lingotti d’oro, chiudendo il COMEX e subito. Un’importante conferenza avrà presto luogo. Il Gas Exporting Countries Forum (GECF) al prossimo vertice in Qatar, nel Golfo. Sarà chiamato Nat Gas Coop ed eclisserà l’OPEC, comunque. La pressione esercitata sul mercato dell’oro e sulle banche basate sull’oro sarà orribile, venendo chiamata forza maggiore o assalto nel sostituire i lingotti d’oro ipotecati (rubati). I processi potrebbero divenire comuni quanto gli omicidi di banchieri, di gran lunga più diffusi. Lasciate che crescano i funghi dalle tombe, piuttosto che funghi atomici nella sempre più tossica aria trattata dalle scie chimiche.

TofDakTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’alleanza mediorientale degli USA

Alessandro Lattanzio, 3/9/2014

Barack Obama, King AbdullahGrandi mutamenti si sono avuti ad agosto in politica internazionale. Non solo si registrava la sconfitta della NATO in Ucraina, con la grande offensiva dell’Esercito Popolare di Novorossija, ma anche in Nord Africa/Medio Oriente, dove, dopo il sussulto causato dall’avanzata dell’esercito islamo-atlantista del SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) in Iraq settentrionale e Siria orientale, le forze regionali del campo filo-USA, profondamente divise e contrapposte, avviavano la controffensiva al piano islamo-atlantista avviato nel dicembre 2010, noto come ‘Primavera araba’, radicalizzatosi immediatamente dal febbraio 2011 con le operazioni sovversive in Egitto, l’infiltrazione in Siria e il golpe-invasione in Libia. La serie di operazioni occulte e destabilizzanti attuate nel corso di questi tre anni da Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Ankara tramite le reti Stay Behind della NATO e con il supporto della Fratellanza mussulmana finanziata dal petroemirato del Qatar, hanno portato alla formazione dell’ultimo avatar di al-Qaida, ovvero il già citato SIIL. Tale organizzazione terroristica, una sorte di ‘super-clan’ delle dune, è un prodotto delle operazioni spionistiche e di guerra psicologica delle agenzie d’intelligence israeliane e statunitensi, allo scopo di scavalcare i Paesi arabi, soprattutto l’Arabia Saudita, nel controllo della legione islamista, composta da decine di migliaia di mercenari e terroristi islamisti, salafiti e taqfiriti radunati in Turchia, dove vengono addestrati, armati e finanziati. Ciò è dettato dell’inefficienza operativa dimostrata dai Paesi del Golfo e dalla Giordania nell’aggressione alla Siria, e dalla conseguente incapacità di affrontare seriamente l’Asse della Resistenza in costruzione, imperniata nell’Iraq risorgente di al-Maliqi. Tale inefficienza ha spinto Washington non solo a creare direttamente il suo esercito islamista, appunto il SIIL, ma ad iniziare ad usarlo in modo sotterraneo anche contro l’Arabia Saudita, una volta rivelatosi impossibile controllare la produzione petrolifera irachena, eliminare la Siria baathista, controllare il caos in Libia, dominare totalmente la stessa Turchia, imporre il dominio islamista in Egitto e Libano, ed allontanare l’Iran dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Dopo tutto ciò, rimane Ryadh quale ultimo bersaglio apparentemente abbordabile. L’occupazione degli enormi giacimenti petroliferi sauditi, di cui disporre a piacimento, sicuramente balena da decenni nelle menti del Pentagono e di Langley. E a Ryadh, e nelle capitali degli altri petroemirati del Golfo Persico, si sarà di certo intuito che qualcosa di torbido, a Washington, si muove dalla Siria alla penisola arabica. Da qui la probabile ragione dell’ultimo intervento del decrepito monarca saudita, re Abdullah, che il 29 agosto a Ryadh, ricevendo i nuovi ambasciatori accreditati in Arabia Saudita, tra cui quello degli Stati Uniti, si dichiarava “sorpreso dall’inazione verso il terrorismo del SIIL, da egli ritenuto ‘inaccettabile’ e verso cui reagire con forza e determinazione. “Vedete come (i jihadisti) decapitino e mostrino ai bambini teste mozzate per strada“, aveva detto condannando la crudeltà di tali atti. Piuttosto sorprendente da un re che aveva massicciamente sostenuto tali barbari criminali quando devastavano la Siria. Re Abdullah, che sembra aver ripreso coscienza, ha continuato: “Non è un segreto per voi ciò che fanno e faranno ancora. Se li ignorate, sono sicuro che arriveranno in un mese in Europa e dopo due in America“. Infatti, ciò non è un segreto per certi Paesi occidentali, complici nella nascita e metastasi di tale cancro islamo-terrorista. Sempre il 29 agosto, il principe saudita Walid bin Talil si recava a Parigi in visita privata, venendo ricevuto da François Hollande all’Eliseo. Tale incontro ebbe luogo pochi giorni prima dell’arrivo a Parigi del principe ereditario saudita Salman bin Abdul Aziz, ricevuto il 1 settembre all’Eliseo da François Hollande, nell’ambito della visita ufficiale per la cooperazione militare nella crisi in Medio Oriente. Il principe ereditario si recava in Francia per dire ciò che re Abdullah aveva detto ai diplomatici in Arabia Saudita. In altre parole, non si dovrebbe più giocare con il fuoco del fondamentalismo, perché vi è il pericolo dell’incendio. Era questo che ha spinto a reagire il re saudita, temendo per il suo regno l’indecisione e l’inazione di Barack Hussein Obama negli attacchi aerei contro i jihadisti del SIIL. Il 30 agosto 2014, il quotidiano saudita Asharq al-Awsat e la rete TV al-Arabiya riferivano tali propositi del re saudita. Abdullah aveva anche detto che “il terrorismo non conosce confini e può interessare diversi Paesi al di fuori del Medio Oriente“, dove i jihadisti del SIIL devastano barbaramente i territori conquistati in Siria e in Iraq grazie al denaro saudita e qatariota, e alle armi fornite da statunitensi, inglesi e francesi. Anche se ritardataria, la posizione di re Abdullah è un’importante svolta nella politica saudita. Rientra nella logica del sostegno saudita al Generale Abdelfatah al-Sisi contro la Fratellanza musulmana in Egitto. “Ma questa politica sarà ambigua fin quando non sarà avviato un cambiamento radicale nella crisi siriana, e non sia imposta una giusta correzione allo Stato canaglia del Qatar, principale finanziatore del terrorismo islamico nel mondo arabo, africano e occidentale.”
A ciò si aggiunga gli ultimi eventi nella Libia oramai martirizzata da tre anni d’interventismo islamo-atlantista, “A fine agosto 2014, il Paese aveva due parlamenti: uno eletto dal popolo libico, e l’altro legittimato esclusivamente dal supporto straniero. La situazione sembrava così difficile, a quel punto, che era possibile l’intervento militare da parte degli Stati regionali, capeggiati dall’Egitto, per l’obiettivo di stabilizzare il Paese eliminando i jihadisti finanziati e armati dall’estero e che utilizzano la Libia come trampolino di lancio della guerra islamista contro l’attuale governo egiziano. … Il Qatar ha creato un “esercito libero egiziano” nel deserto della Cirenaica, modellato sull'”esercito libero siriano” che Qatar, Turchia e Stati Uniti avevano costruito per sfidare il leader siriano Bashar al-Assad. … Nell’agosto 2014, i terroristi jihadisti legati ai gruppi salafiti collaboravano con i Fratelli musulmani (Iqwan) radicati in Cirenaica e sostenuti da Qatar, Turchia e Stati Uniti. … Il 18 agosto 2014, la situazione si era deteriorata al punto che aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU), operando da basi egiziane, effettuarono attacchi contro le milizie jihadiste a Tripoli, senza preavvisare gli Stati Uniti. L’operazione fu coordinata con il governo dell’Arabia Saudita, che permise agli aerei dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti si sorvolare il regno saudita verso l’Egitto. Gli aerei dell’aeronautica emirota utilizzarono le aviocisterne Airbus A330MRTT per rifornirsi in volo e raggiungere la base aerea di Marsa Matruh, o un’altra base aerea avanzata egiziana, da cui effettuare gli attacchi sugli obiettivi libici. I primi attacchi, il 18 agosto 2014, colpirono gruppi di terroristi; i successivi, del 23 agosto 2014, colpirono lanciarazzi e veicoli militari dei terroristi forniti dal Qatar. Gli attacchi non impedirono alle milizie della coalizione islamista di Misurata, Fajr al-Libiya (Alba della Libia), di occupare il 24 agosto Tripoli, sottraendola al controllo della milizia di Zintan. L’UAE colpì anche Ansar al-Sharia, altro gruppo islamista sostenuto da Washington”.
Il 25 agosto 2014, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito rilasciarono una dichiarazione che denunciava le “interferenze esterne” in Libia, che “aggravano le divisioni attuali e minano la transizione democratica della Libia“, nascondendo la realtà che gli Stati Uniti dal 2011 interferiscono in Libia continuando a sostenere l’invadenza del Qatar. Allo stesso tempo, sempre con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, l’ex-parlamento islamista, senza mandato, veniva riconvocato il 25 agosto 2014 per deliberare lo scioglimento del governo ad interim votato dal Parlamento neoeletto e contrario agli islamisti. Il Parlamento non controllato dagli islamisti continua a riunirsi a Tobruq, in Cirenaica, dove il 24 agosto licenziava il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Abdesalam Jadallah al-Ubaydi, sostituendolo con il colonnello Abdelrazaq Nadhuri, promosso generale per l’occasione. Nadhuri, della città di Marj, a 1100 km ad est di Tripoli, ha partecipato con il ministro degli Esteri della Libia e agli omologhi regionali, al vertice di Cairo per discutere la minaccia islamista. Nadhuri sostiene l’operazione anti-islamista Qarama (Dignità) del generale Qalifa Haftar. All’annuncio della nomina di Nadhuri, alcuni generali libici espressero la loro contrarietà dichiarando “di rifiutarsi di lavorare al comando di un ufficiale che supporta l’operazione Qarama, e di riconoscere solo il generale al-Ubaydi come Capo di stato maggiore“. Intanto, il 25 agosto il Congresso Nazionale Generale (GNC), ufficialmente sostituito dal nuovo Parlamento, nominava una figura islamista, Umar al-Hasi, per formare un “governo di salvezza” che riceveva il riconoscimento degli Stati Uniti. Quindi la Libia oggi ha due parlamenti e due governi. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri avrebbe detto, il 25 agosto, che la situazione in Libia minaccia la regione, “Gli sviluppi in Libia colpiscono la sicurezza dei Paesi vicini, per la presenza di movimenti estremisti e gruppi terroristi i cui attivisti non solo non si fermano ai territori libici ma s’infiltrano nei Paesi vicini”, affermando anche che la diffusione dell’illegalità dalla Libia potrebbe richiedere l’intervento straniero. La posizione di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela la divisione tra gli ex-alleati di Washington. Sottolineando ciò, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi dichiarava, sempre il 24 agosto, che Qatar, Turchia, Stati Uniti e Fratellanza musulmana finanziano nuovi piani mediatici che “volti a minare la stabilità dell’Egitto“. Tali potenze, ha detto, “non esitano a spendere decine di milioni, o addirittura centinaia di milioni di dollari per tali siti, promuovendo idee che mirano a minare la stabilità dell’Egitto”.
Gli Stati Uniti, ed Israele, si alienano i principali alleati regionali nel perseguimento di obiettivi strategici confusi e indefiniti, volti solo a generare caos e, forse, creare terreno bruciato economico-sociale intorno all’Asse eurasiatico, il cui nucleo è rappresentato dal riallineamento strategico tra Mosca, Beijing e Tehran, verso cui gravitano sempre più Turchia, Siria, Iraq ed Egitto.

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Il senatore interventista neo-con McCain e, cerchiato in rosso, al-Baghdadi, presunto califfo del SIIL

Fonti:
Il re saudita non sostiene più i terroristi islamici! 1 settembre 2014
La Libia al centro della frattura tra gli alleati regionali degli USA  31/08/2014

Hillary Clinton è la nonna del Califfato islamico

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 01/09/2014EIILHillary Clinton s’appassiona nel cambiare la storia in modo da mettersi nella miglior luce possibile. Da First Lady affermò nel 1996 di aver schivato il fuoco dei cecchini durante una visita a Sarajevo, capitale lacerata dalla guerra civile di Bosnia-Erzegovina. Fu una buona trovata ed inizialmente fu elogiata per il suo “eroismo sotto il fuoco” da un comunicato tipicamente servile. Tuttavia, la storia era falsa. La signora Clinton non è mai finita sotto il fuoco dei cecchini. Aveva mentito. E le bugie dell’ex e potenziale candidata presidenziale non si fermano in Bosnia. Secondo una persona vicina all’ex-First Lady, il suo primo libro importante, “Living History”, era pieno di così tante bugie e mezze verità che dovrebbe essere venduto nella collana “fiction”. La signora Clinton rifiuta l’accusa che la sua politica destabilizzasse Libia e Siria, comportando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (o, com’è anche chiamato, Stato Islamico d’Iraq e Sham (SIIS) o Stato islamico (“al-Dawlah”). Tirapiedi idolatri di Clinton e falchi neo-conservatori definiscono tali accuse “teoria del complotto”, il dispregiativo favorito da coloro che soffrono per il fallimento fattuale. Infatti, Clinton si vanta dell’esecuzione extragiudiziale del leader libico Muammar Gheddafi, di cui ridacchiò “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto”, insieme alla sua promessa di spodestare il presidente siriano Bashar al-Assad, dopo averlo lodato pubblicamente nel marzo 2011, fornendo la prova delle sue continue menzogne, modificando i fatti per soddisfare i propri scopi.
L’intervento di Clinton in Siria e Libia, era volto a sostituire dei governi unitari con regimi deboli afflitti dalla guerra civile, così come da movimenti separatisti e emirati islamici e califfati in lotta per il controllo politico, a vantaggio degli interessi d’Israele. Da quando Israele ha sviluppato la strategia delle “Rottura Netta” nei primi anni ’90, la frattura degli Stati arabi con guerre civili, movimenti secessionisti e tumulti religiosi e fratricide è l’obiettivo degli israeliani ultra-sionisti e dei capi politici di destra, come il primo ministro Binyamin Netanyahu. Buon amico della signora Clinton e candidato alla vicepresidenza, il spesso citato ex-comandante generale della NATO Wesley Clark, fece trambusto nel 2007 quando rivelò in un programma televisivo, in parte finanziato dal magnate degli hedge fund George Soros, di aver visto un memorandum classificato del Pentagono che dichiarava che sette Paesi sarebbero stati “eliminati” dagli Stati Uniti in cinque anni. Clark disse di aver visto l’appunto il 20 settembre 2001, appena una settimana dopo l’attacco dell’11 settembre agli Stati Uniti. Dopo gli Stati Uniti invasero e occuparono l’Iraq, i successivi sei Paesi sulla “hit list” degli USA erano Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, infine, Iran. Anche se ci sono voluti più di cinque anni per colpire Siria e Libia, Hillary Clinton avviò l’operazione “responsabilità di proteggere” (R2P) aizzando i gruppi di opposizione islamici contro Gheddafi in Libia, Assad in Siria, Hosni Mubaraq in Egitto e Zin al-Abidin Ben Ali in Tunisia. Clark ha scritto il libro della NATO sui Paesi da destabilizzare e aizzare militarmente contro la Russia. Le sue operazioni nei Balcani da comandante della NATO permisero che l’ex-Jugoslavia venisse frammentata in sette Paesi diversi, tra cui Montenegro e Kosovo. Clark non condannò il piano del 2001 per colpire sette Paesi in cinque anni, si limitò a dire che la forza militare dovrebbe essere usata come ultima risorsa. Ma Clark sembra assai a suo agio con le operazioni R2P che portarono il SIIL a prendere il controllo di vaste aree di Siria e Iraq e gli altri ribelli islamici a prendere il controllo della maggior parte della Libia. Clark ha inoltre approvato l’azione israeliana che demolì la sede del presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Ramallah nel 2002; Clark sostiene la politica interventista di Clinton in Medio Oriente, in linea con la strategia d’Israele della “Rottura Netta” demolendo ogni accordo di pace con i palestinesi, da Madrid a Oslo, e ciò non dovrebbe sorprendere se si considera il contesto familiare di Clark. Anche se appare un cattolico romano, Clark è il figlio di Benjamin Kanne, un “kohen” (sacerdote) discendente da una vecchia famiglia di rabbini talmudici armati bielorussi. Il disprezzo di Clark per i russi apparve a pieno nella crisi del Kosovo. Considerando le sue radici, non sorprende che Clark condivida la difesa di Clinton d’Israele. Il tandem Clinton e Clark nel 2016 potrebbe ulteriormente minacciare Medio Oriente, Europa orientale, Balcani e in altre parti del mondo.
Considerando il fatto che Mossad e Forze di difesa israeliane hanno coordinato congiuntamente gli attacchi alle forze di Assad in Siria con Jabhat al-Nusra, alleato del SIIL, e che i capi di Mossad e Muqabarat, l’intelligence generale saudita, ebbero una serie di incontri segreti, non v’è dubbio che il piano di Clinton sia creare un califfato islamico dai resti di quelle che erano le forti e unite repubbliche laiche e socialiste arabe di Siria, Iraq e Libia. Quando il SIIL, alleato di Jabhat al-Nusra, occupò il valico di frontiera siriano-israeliano di Qunaytra nel Golan, l’esercito israeliano coordinò il suo tiro sulle posizioni del governo siriano in modo d’aiutare i radicali islamici. Allo stesso modo, li legami israeliani con una cellula del SIIL a Gaza furono utilizzati dagli israeliani per suggerire che Hamas stesse perdendo il controllo sull’enclave palestinese. Israele fu anche colto in flagrante ad assistere gruppi filo-SIIL in Libano che attaccarono Hezbollah. Tutte le azioni d’Israele sono in linea con la politica di “rottura” 2.0. Infatti, Mossad, Muqabarat saudita e in misura minore CIA degli Stati Uniti e Secret Intelligence Service MI-5 inglese, sono collegati soprattutto, se non del tutto, ai vari rami di al-Qaida in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre a Jabhat al-Nusra e SIIL, vi sono Jabhat al-Islamiya fil-Muqawama al-Iraqiya (Fronte Islamico della Resistenza Irachena), Jaysh al-Islami fil-Iraq (Esercito islamico in Iraq), Haraqat al-Muqawama al-Islamiya fil-Iraq (Movimento di Resistenza Islamico in Iraq), Jaysh al-Iraq al-Islami (Esercito Islamico dell’Iraq), Jaysh al-Jihad al-Islami (Esercito della Jihad islamica), Jaysh al-Mujahidin (Esercito dei Mujahidin), Jaysh al-Taifa al-Mansura (Esercito del gruppo vittorioso), Jaysh Ansar al-Sunna (Esercito dei partigiani della Sunna), Tanzim al-Qaidah fi Jazirat al-Arab, (al-Qaida nella penisola araba) e Tandhim al-Qa’ida fi Bilad al-Rafidayn (Organizzazione di al-Qaida in Mesopotamia).
hillary-clinton-israel Il SIIL ha già sequestrato grandi porzioni della provincia del possibile califfato di Sham, composto di parti dell’Iraq occidentale e della Siria. Altre parti del Sham che il SIIL intende “liberare” sono Libano e Giordania. In Nord Africa, l’islamista Ansar al-Sharia e altri gruppi islamici alleati hanno sequestrato la maggior parte della Cirenaica orientale e gran parte della Tripolitania, tra cui Tripoli stessa. Tali gruppi intendono collegarsi con Boko Haram in Nigeria, che ha già dichiarato il califfato nella città nigeriana di Gwoza nello Stato di Borno. Il califfato di Boko Haram comprende anche Damboa a Borno, Buni Yadi nello Stato di Yobe, e Madagali nello Stato di Adamawa. Il tanto sbandierato US Africa Command non ha intrapreso alcuna azione per sopprimere l’avanzata del califfato in Nigeria e nel vicino Camerun. Come le acquisizioni militari del SIIL in Siria e in Iraq, Boko Haram ha catturato almeno una base militare, insieme ad attrezzature, in Nigeria. Boko Haram, insieme ad al-Qaida nel Maghreb Islamico e Ansar al-Din in Mali, intende allargare il califfato in Tunisia, Algeria, Mali, Marocco, Mauritania, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio e resto dell’Africa occidentale come califfato della “Provincia di Maghreb”. I salafiti alleati del SIIL in Cirenaica, Egitto, Sudan settentrionale e Darfur prevedono l’istituzione del califfato della “Provincia di Alqinana”. Il califfato del SIIL comprende anche Corno d’Africa, tra cui le cristiane Etiopia e Kenya, così come Repubblica Centrafricana, Ciad, Camerun, Ruanda, e Sud Sudan come “Terra di Habasha”. I guerriglieri di al-Shabaab hanno stabilito un califfato, l’”Emirato islamico della Somalia” nelle aree dello Stato fallito che controllano. L’area dell’Africa che il SIIL intende conquistare ha visto la sua quota di genocidi, ma che sarà nulla in confronto a ciò che l’attende con il califfato. Il SIIL ha detto che intende conquistare Spagna e Portogallo, e ripristinare “al-Andalus” come parte del “Grande Califfato”. I piani del SIIL per trasformare Arabia meridionale nella provincia di “Yaman” avverrà a spese sanguinose degli Houthis Zaidi dello Yemen del Nord e del movimento di indipendenza del Sud per la restaurazione dello Yemen laico. In ogni caso, i Saud continueranno a governare il loro regno, che si chiami Saudita o “Hijaz”. Il SIIL, generato con il sostegno saudita, sarà centurione ed esecutore della Casa dei Saud e dei loro alleati israeliani. Al-Qaida nella penisola arabica ha già creato un califfato satellite, l’emirato di Waqar nello Yemen. Le migliaia di ceceni che combattono per il SIIL in Siria e in Iraq possono aspettarsi aiuto nel minacciare il Caucaso, dopo le vittorie previste in Sham, Iraq, “Kordistan” e Iran. Il SIIL si riferisce alla regione del Caucaso, comprese Cecenia, Daghestan, Crimea, Ucraina meridionale (anche Odessa), come “Qoqzaz”, e ai califfati Anatolico, attuale Turchia, e Orobpa, i Balcani oltre a Ungheria, Moldavia e Austria. Forse non viene compreso dall’amministrazione Obama e dai suoi alleati dell’Unione Europea e della NATO che la destabilizzazione dell’Ucraina, operata dal regime fascista a Kiev, va a vantaggio dei piani del SIIL per prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e della Crimea con l’aiuto dei simpatizzanti musulmani caucasici, turchi e tartari della Crimea.
Il califfato minaccia grandi porzioni di Asia centrale e Cina occidentale, Tibet, Nepal, l’India (tranne il Sikkim e gli Stati nord-orientali, dove il popolo auto-descrittosi ebraico B’nei Menashe vive negli Stati di Mizoram e Manipur), Sri Lanka, Maldive, Pakistan (dove un emirato islamico fedele al califfato è già stato creato in Waziristan), Afghanistan (dove i taliban chiamano le zone sotto controllo “Emirato islamico dell’Afghanistan”), e in Russia (dove l’Emirato del Caucaso tenta di guadagnare terreno), sotto il controllo del “Khurasan”, adattandosi perfettamente ai piani occidentali per spezzare i BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). BRICS e SCO sono la salda base che contrasta l’imperialismo politico ed economico occidentale. Inoltre, centinaia di islamisti del Sud-Est asiatico combatterebbero nei ranghi del SIIL in Iraq e Siria. Hanno annunciato piani per tornare in Indonesia, Malesia, Bangladesh, Stato di Rakhin della Birmania, Thailandia meridionale e Mindanao nelle Filippine, per incorporare tali Paesi e regioni al califfato.
La signora Clinton e la sua banda di falchi di guerra e amici israeliani hanno creato le condizioni che permettono a un gruppo come il SIIL di massacrare sciiti, curdi, assiri cristiani, alawiti, yazidi, turcomanni, tribù sunnite, druse e altri da Aleppo a Qunaytra, da Mosul a Kirkuk alla periferia di Erbil e Baghdad. Se finiranno sulla sua strada, il SIIL crocifiggerà e decapiterà copti in Egitto, cristiani e sciiti in Libano, zoroastriani e sciiti in Iran, sciiti in Tagikistan, e indù, sikh, giainisti e buddisti in India. La signora Clinton, l’attuale “nonna del SIIL”, ha lasciato al presidente Obama una situazione estremamente instabile che intende utilizzare contro di lui e la sua politica estera nelle elezioni del 2016. Dall’11 settembre, l’occidente è sempre più spesso preda di temi e schemi da guerra psicologica ideati in Israele e nei pensatoi e rimuginatoi neocon di Washington DC. Se il SIIL sarà eliminato come minaccia, come deve essere, i suoi veri sponsor saranno smascherati ed eliminati.

0624-clark-clintonLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rivolta araba contro Obama

M K Bhadrakumar, 9 luglio 2014

bahrein_1L’espulsione dal Bahrayn di un alto funzionario del dipartimento di Stato USA, assistente del Segretario Tom Malinowski, durante le previste consultazioni a Manama, è un enorme affronto diplomatico che insulta e imbarazza l’amministrazione Obama senza spiegazioni. Che un tale piccolo Paese del Golfo, il più piccolo, potesse insultare così audacemente la superpotenza, era impensabile. Il Bahrayn vive sotto la copertura politica, economica e difensiva di Riyadh, ed è inconcepibile che il suo bellicoso snobbare l’amministrazione Obama non abbia avuto un qualche assenso saudita. Il punto è che a Manama sapevano che il lavoro di Malinowski presso Foggy Bottom è illuminare inesorabilmente i regimi autoritari che nel mondo calpestano i diritti umani e non adottano valori democratici, oggi è il Bahrayn, domani potrebbe essere l’Arabia Saudita. È vero, il Bahrain non poteva impedire che Malinowski arrivasse a Manama per un ‘giro d’ispezione’, quando Washington ha accettato la ‘pre-condizione’ che un mentore locale fosse presente in tutti i suoi incontri con attivisti dei diritti umani. Non sappiamo esattamente cosa sia successo, se Malinowski ha schivato il suo mentore, se ha articolato idee incendiarie mentre a Manama l’emiro è preda del panico, se ha incontrato persone che non doveva, e così via. In ogni caso, ad un certo punto il Bahrayn ha deciso che non poteva continuare. I governanti del Bahrayn sono assai sensibili sulla repressione sostenuta dai sauditi contro la popolazione a maggioranza sciita del Paese, che chiede a gran voce giustizia e responsabilità. Ciò è particolarmente vero oggi, quando le fratture settarie compaiono in tutta la regione. Infatti, il Bahrayn traccia una ‘linea rossa’ per l’amministrazione Obama. Washington s’interroga su “una serie di opzioni” in risposta all’affronto del Bahrayn, ma Riyadh e Manama non avrebbero sbagliato se hanno pesato i pro e i contro e concluso che gli Stati Uniti semplicemente non possono permettersi di reagire in modo eccessivo; la Quinta Flotta degli Stati Uniti è ancorata in Bahrayn, dopo tutto.
L’episodio sottolinea i sovrapposti modelli strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il Bahrayn ha sfidato l”eccezionalismo’ USA. La regione osserverà come Washington risponde alla sfida. Almeno in parte, i governanti del Golfo arabo mostrano assertività per via della polarizzazione nella politica statunitense. Obama è nel mirino per le sue politiche in Medio Oriente e i repubblicani lo criticano per aver abbandonato gli alleati tradizionali degli Stati Uniti nel mondo arabo, come l’egiziano Hosni Mubaraq e il saudita re Abdullah. L’affronto del Bahrayn non è isolato. In poche parole, gli alleati arabi degli Stati Uniti sono sempre più rudi e fuori controllo. I nervi sono tesi per la ‘primavera araba’. In Siria ed Egitto c’è una sfida strategica. Anche in questo caso, Washington ha dichiarato che avrebbe incrementato la potenza aerea di Baghdad per combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante solo con un cambio di governo, e il primo ministro Nuri al-Maliqi ha semplicemente ignorato la richiesta e ricevuto gli aviogetti d’attacco da Russia e Iran, invece. Israele, naturalmente, è sempre un fatto a sé, caso particolare di coda che guida il cane, ma gli arabi del Golfo non possono sperare di arrivare ai livelli d’Israele. Gli oligarchi del Golfo sono irrimediabilmente compromessi, delegittimati e, quando in difficoltà, si aspettano la protezione statunitense. Inoltre, i petrodollari sono anche il cordone ombelicale che li lega al sistema bancario occidentale. Intreccio bidirezionale e reciproco dovuto dal riciclaggio dei petrodollari. Negli ultimi anni, anche la Turchia ha mostrato segni di autonomia ignorando i consigli degli Stati Uniti, anche questa è una sfida calibrata volta più ad impressionare il pubblico turco su ciò che un partito islamico potrebbe fare difendendo l’onore nazionale. Ma la linea di fondo è che la Turchia è un membro della NATO ed è acutamente consapevole della propria identità ‘europea’.
Ora, l’Afghanistan è l’ultima istanza del Grande Medio Oriente, dove l’influenza regionale degli Stati Uniti sarà testata. I candidati alle presidenziali Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani ascolteranno i consigli sensati di Washington di dar prova di moderazione o preferiranno fare le cose secondo l’immemore bazar afgano? Bisogna spiegarglielo.

16264812062541467327410Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quali sono gli obiettivi dell’invasione dell’Iraq da parte del SIIL?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 30 giugno 2014

2799620501. Generale Hoteit, non temete che il SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) arrivi in Libano?
Considerare gli eventi come sono e non cadiamo nelle trappole mediatiche occidentali, che ci fanno credere che il SIIL sia una forza gigantesca contro cui non possiamo resistere. Non è vero.

2. E com’è?
Abbiamo sufficienti informazioni sulla forza dell’organizzazione. Gli eventi succedutisi mi hanno portato a scrivere, un paio di giorni fa, un articolo intitolato “Mosul: una sceneggiata del SIIL” [1].  Perché abbiamo infatti assistito a una sceneggiata! Lo sapevate che 25000 uomini della polizia e dell’esercito dello Stato iracheno erano presenti a Mosul e il SIIL aveva solo 500 combattenti? Pertanto, ciò che è successo a Mosul non è una guerra, ma tradimento e capitolazione associati a una guerra mediatica condotta dai canali TV al-Jazeera (qatariota) e al-Arabiya (saudita) che annunciarono la capitolazione di Mosul sei ore prima della sua caduta reale! Esattamente come nel procedente di Bab al-Aziziyah in Libia, quando annunciarono la sconfitta di Muammar Gheddafi tre giorni prima della caduta e la morte tre giorni prima dell’assassinio. Nel caso di “guerra psicologica”, la regola è che gran parte della popolazione sia immersa nella “nebbia media”, in attesa di vedere chi sia il più forte per decidere da che parte stare. Era ovvio che se gli iracheni nelle aree sunnite delle quattro province coinvolte (Ninawa, Salah al-Din, Diyala e Anbar) sapevano che le forze attaccanti del SIIL avevano solo 500 elementi di fronte a 25000, non avrebbero mai accettato di essere utilizzati da “incubatori”. Fu necessario “esagerare” le forze del SIIL per ottenere la situazione desiderata prima che la nebbia dei media complici si dissipasse. Il SIIL fu istituito in Iraq nel 2004. Quando l'”incendio arabo” fu attizzato in Tunisia alla fine del 2010, era confinato in Iraq dove raccolse al massimo 5200 elementi. Il SIIL fu inviato in Siria dopo il primo veto sino-russo nell’ottobre 2011 e una volta che Jabhat al-Nusra, appositamente creato per la crisi siriana, si dimostrò incapace di rovesciare il governo. E’ noto che SIIL e Jabhat al-Nusra sono legati ad al-Qaida, creata dal governo statunitense come ammette Hilary Clinton [2]. E’ in Siria che il SIIL passa da 5200 a 7000 elementi nel 2012, mentre ora sono 15000 contro 10000 in Iraq, in totale 25000.

3. Ed ora SIIL e Jabhat al-Nusra si combattono in Siria!
No… è solo “tattica” del capo che guida il gioco. Così abbiamo appreso questo pomeriggio (25 giugno) che ad Abu Qamal (città di confine tra Siria e Iraq) al-Nusra è stata costretta a dichiarare fedeltà al SIIL [3] per farle “accumulare potenza” e facilitarne l’opera nelle province irachene. E questo perché il terreno principale della guerra s’è spostato in Iraq.

4. Chi controlla il SIIL?
E’ sempre lo stesso capo che pensava che l'”accordo di sicurezza USA-Iraq”, che doveva [4] [5] fare dell’Iraq una colonia statunitense eterodiretta da Washington. Ma si scopre che tre anni dopo il ritiro degli Stati Uniti, l’Iraq ha cercato la sua via dettata dalle condizioni geopolitiche; cioè armonizzarsi con Iran e Siria. Risultato: gli statunitensi sono furiosi per il fatto che l’Iraq sia vicino all’asse della Resistenza, e i Paesi del Golfo sono ancora più furiosi con al-Maliqi che si rifiuta di obbedire ai loro dettami. Ciò che è successo in Iraq è conseguenza del loro fallimento in Siria; soprattutto Obama suona la campana a morto della presunta opposizione siriana (alla CBS) ammettendo pubblicamente che “non v’è opposizione siriana che possa rovesciare il Presidente Assad“. [6] Il governo statunitense ha ammesso il proprio fallimento in Siria, ma non abbandona il suo piano originale. Sfumature! Quindi passa in Iraq, dove i suoi interessi s’intrecciano con quelli dell’Arabia Saudita, da un lato, e del Qatar e Turchia dall’altra, mettendo da parte le differenze essendo tutti di fronte alle stesse catastrofe ed emergenza: impedire che l’Iraq aderisca al fronte del rifiuto e quindi all’asse della Resistenza. La domanda è: come impedirlo? Essendo al-Maliqi parte della “Alleanza Nazionale Irachena” abilitata dalla Costituzione a formare il governo, hanno scatenando l’invasione del SIIL! Ma oggi, la nostra intelligence dice che più di un terzo dei sunniti di Mosul e altrove, s’è opposto in sole 24 ore a tale mossa che ha causato 750000 profughi; cioè un sunnita su sette, essendo i sunniti iracheni 5,5-6 milioni. Tale sceneggiata del SIIL ha così due cause: la sconfitta subita in Siria e la lotta per il potere. Terrorizzando al-Maliqi e la coalizione autorizzata a decidere in merito a Costituzione e governo, per proporre un governo che trascuri i risultati delle ultime elezioni. Da qui la proposta di un “governo di salvezza nazionale” di John Kerry [7] [8]. Ciò implica che la proposta di John Kerry sia, in effetti, ignorare i risultati delle recenti elezioni parlamentari, vinte dal blocco di al-Maliqi. e distribuire equamente il potere tra sciiti, sunniti e curdi; Quindi su base settaria ed etnica! Il che equivarrebbe a un terzo agli sciiti (60-65% della popolazione), un terzo ai sunniti (15-18% della popolazione) e un terzo ai curdi (20% della popolazione). Risultato: i due terzi sunnita e curdo sono nelle mani di Paesi del Golfo e Stati Uniti. E questo lo scopo della sceneggiata in Iraq!

5. Ma allora come dovremmo capire l’appello agli Stati Uniti di al-Maliqi[9]?
È piuttosto intelligente, dato che l'”accordo di sicurezza USA-Iraq” afferma che se un Paese (ovviamente l’Iraq) deve affrontare una minaccia a sua esistenza, confini, unità territoriale… può chiedere all’altro assistenza nei limiti, luogo e momento decisi. Tuttavia, al-Maliqi sa che gli Stati Uniti sono dietro tutto ciò, come sa che né sauditi né turchi avrebbero mai osato incoraggiare l’invasione del SIIL senza la decisione, e non solo l’accordo, degli Stati Uniti. Ha quindi chiesto aiuto! Nel caso in cui gli Stati Uniti decidano di applicare i termini dell’accordo di sicurezza,  invierebbero la loro aviazione. A tal proposito, condivido con voi un fatto che rivelo per la prima volta: quando al-Maliqi ha parlato dei bombardamenti statunitensi sui centri del SIIL nella regione di al-Anbar, non era vero! Ma così costrinse gli Stati Uniti a smentirlo e il capo dell’Iraqi National Alliance, Ibrahim al-Jafari, rinfacciò agli statunitensi di aver preparato l’accordo di sicurezza bilaterale nel loro interesse, poiché si astengono dall’applicarlo alla prima occasione, autorizzando quindi l’Iraq a rivederle e a far fronte da solo ai pericoli che lo minacciano. Di qui la “fatwa” pronunciata dalle autorità religiose sciiti e sunnite contro tale sceneggiata “tramata dagli statunitensi assieme a Turchia, Qatar e Arabia Saudita“…

Durante l’intervista arriva la notizia di un’esplosione durante un raid in un hotel di Beirut: 10 feriti [10]; che porta la questione alla prima domanda di questo estratto.

6. Generale Hoteit, non temete che il SIIL arrivi in Libano?
La risposta del Generale Hoteit a tali atti terroristi in Libano è che il suo sistema di sicurezza subisce colpi, ma non cede! Risposta articolata, inoltre, in un articolo del 26 giugno, dai seguenti punti chiave.
• L’occidente cerca di spezzare l’asse della resistenza fin dal 2000. Ha cominciato con la risoluzione 1559, approvando la guerra del 2006 e provocando discordia in Libano nel 2008 e in Iran nel 2009, per poi affrontare la Siria nel 2011, prima di arrivare all’Iraq di oggi; l’ultima carta sionista-statunitense… Pertanto, ci si può chiedere se la mossa in Iraq, dopo la chiusura della frontiera siriano-libanese, allontani il Libano dall’incendio. O è destinato a svolgere un altro ruolo?
• Ora che l’Iraq è divenuto il principale teatro dell’aggressione, riteniamo che l’occidente stia leggermente arretrando in Siria, divenuta teatro secondario, mentre il Libano è ora “il teatro della pressione” sui componenti dell’asse della Resistenza in generale, e in particolare su Hezbollah. Ma il problema dell’occidente risiede nell’incapacità a penetrare la società della Resistenza, dato lo scudo protettivo formatosi intorno. Questo è il motivo per cui i molti tentativi terroristici sono falliti uno dopo l’altro… (come accaduto).
• Certo, i tentativi si ripetono, ma si nota un forte calo in preparazione e attuazione, soprattutto perché sembra che la produzione sia ora locale da quando i terroristi sono stati privati dalle loro “fabbriche della morte” nel Qalamun.
• A questo punto, possiamo dire che il fallimento di molti altri tentativi terroristici è dovuto alla costante collaborazione tra le istituzioni della sicurezza e l’esercito libanese, da un lato, e i membri della società civile della resistenza e dei cittadini dall’altra. Questo più la complementarità con l’Esercito arabo siriano sull’altro lato del confine. Mentre questa collaborazione continuerà, la sicurezza del Libano non cederà, nonostante i tremori causati da qualche attacco terroristico per cercare di porre fine all’equazione libanese in vigore: “Popolo, Esercito, Resistenza”.

7. E cosa ne pensate del pericolo che la Giordania deve attendersi?
Il SIIL ha diffuso la sua mappa corrispondente in realtà all’avvertimento degli Stati Uniti a cinque Paesi, oltre a un sesto per inquinare! Tale mappa include Iraq e Quwayt, a est, Siria e Giordania, al centro, Libano e Palestina occupata ad ovest. Certo, Israele non è preoccupato dal SIIL perché l’alto comando del SIIL è statunitense e consapevole dei propri interessi. Pertanto, né il comando né il SIIL metteranno a repentaglio Israele. Il Quwayt è stato aggiunto alla mappa, poiché alcune notizie indicavano suoi tentativi di avvicinarsi a Siria e Iran dopo il “fallimento del piano”. L’avvertimento gli dice non ti muovere! La Giordania, che era nell’asse della guerra contro la Siria per tutto il periodo in cui Bandar bin Sultan operava, è riluttante. È stata avvertita (ma questa è un’altra storia. NdT). Il Libano è sulla mappa dall’inizio. Coloro che sostengono il contrario devono avere informazioni dirette dalle sale operative di statunitensi, sionisti, giordani e golfini che non abbiamo!

8. Infine, e dato lo scenario appena descritto, non temete una guerra regionale?
La guerra tradizionale in cui Israele farebbe parte, inviando i propri soldati a combattere su tutti i fronti in Libano, Golan o Iran, non è all’orizzonte. Se una tale guerra fosse possibile, Israele non avrebbe aspettato 8 anni per lanciarla!

Ayatollah Ali al-SistaniDottor Amin Hoteit, al-Bina  25/06/2014
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal

Note:
[1] Mosul: sceneggiata del SIIL
[2] Hillary Clinton: abbiamo creato al-Qaida, abbiamo finanziato i mujahidin
[3] Al-Qaida e SIIL si uniscono al confine siriano-iracheno
[4] L’accordo del 17 novembre 2008 istituisce il quadro giuridico per la presenza statunitense in Iraq e la cooperazione tra i due Stati
[5] La truffa dell’accordo di sicurezza USA-Iraq
[6] Obama: ‘Notion that Syrian opposition could overthrow Assad a “fantasy”': “Non c’è opposizione siriana che possa sconfiggere al-Assad… Penso che l’idea che ci sia attualmente una forza di opposizione moderata in grado di sconfiggere al-Assad è semplicemente falsa… Abbiamo passato molto tempo cercando di lavorare con l’opposizione moderata in Siria… l’idea che potessero improvvisamente rovesciare Assad, e non solo, ma anche jihadisti spietati e altamente qualificati, se gli inviamo alcune armi, è fantasia… Penso che sia molto importante che il popolo americano, e probabilmente ancor più importante, che Washington e le agenzie di stampa lo capiscano!
[7] Crisi in Iraq: Kerry ad Irbil per colloqui sulla crisi che imperversa
[8] Kerry chiede un governo di unità nazionale in Iraq
[9] L’Iraq chiede aiuto agli USA
[10] Ancora una volta, una carneficina sventata a Beirut

Il Dottor Amin Hoteit è analista politico libanese, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iraq ringrazia la Siria per aver bombardato il SIIS, e Obama aiuta il settarismo in Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 27 giugno 2014

10455051Il presidente degli USA Obama è ancora una volta coinvolto in nuovi intrighi sinistri, perché mentre lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) è intento a frazionare Iraq e Siria, l’unica risposta a tale realtà è, per Obama, cercare di portare altro caos e settarismo in Siria. Infatti, è evidente come l’assalto del SIIS in Iraq segua naturalmente le orme delle manovre militari in Giordania di USA e innumerevoli alleati. Mai SIIS e altre forze settarie e taqfiriste in Siria hanno temuto Israele e la NATO in Turchia. Al contrario, SIIS e altre forze settarie e taqfiriste prosperano all’ombra di Israele, Giordania e NATO in Turchia. Allo stesso modo, alcuni elementi del blocco anti-Hezbollah e anti-Aoun in Libano giocano con i taqfiristi e il demonio settario. Il recente attacco del SIIS in regioni dell’Iraq è stato accolto dalla solita bizzarria dell’amministrazione Obama. Ciò vale per l’illogica necessità di rafforzare le forze anti-siriane in Siria, così rafforzando SIIS e altre forze settarie e terroristiche. L’Iraq deve prendere atto che le potenze del Golfo e della NATO partecipano all’intera agenda settaria in Siria e, naturalmente, che tale realtà mina lo Stato nazione iracheno. Dopo tutto, le forze settarie taqfiriste in Siria sono sostenute da varie nazioni del Golfo e dalla Turchia, alleate degli USA e che ovviamente la destabilizzazione della Siria iniziò usando le enormi scorte militari rimaste in Libia. Allo stesso tempo, il cosiddetto controllo di CIA, MI6, DGSE e altre intelligence in Turchia e Golfo è una farsa, perché i terroristi inondano la Siria e l’Iraq da tutto il mondo. Infatti, l’unico controllo che sembra esserci è volto ad armare le varie forze settarie in Siria contro il governo laico del Presidente Bashar al-Assad.
USA ed alleati occidentali adorano la parola “democrazia” quando fa comodo, ma il popolo della Siria è dannato se vota o meno. Questa visione neo-coloniale di USA, Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito è estremamente irritante. Pertanto i siriani, nel Paese e all’estero, che sostengono il governo di Assad, non contano. Ciò spinge Obama ad ignorare le elezioni in Siria, proprio come USA ed alleati occidentali ignorano la schiavitù delle donne nel Golfo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è il paradiso dei pedofili perché vecchi possono sposare bambine di otto anni, mentre naturalmente il regno della Casa dei Saud supporta l’uccisione degli gli apostati verso il cristianesimo. Naturalmente, ciò non fa aggrottare la fronte, pur essendo  completamente nota tale realtà. Pertanto, con l’Iraq che affronta altro settarismo e barbarie taqfirista, non sorprende sentire Obama finanziare ulteriore settarismo e terrorismo in Siria. Anche le forze  antisiriane fuori dalla nazione non possono negare che l’esercito libero siriano (ELS) spesso combatte a fianco delle varie forze taqfiriste e settarie. Altre volte si combattono perché la loro unica caratteristica vincolante è uccidere, decapitare, perseguitare minoranze e applicare barbarie a chiunque capiti di essere in disaccordo con il loro dominio.
Diversamente dall’amministrazione Obama che cerca d’indebolire le forze centrali in Siria al fine di potenziare il SIIS, il governo siriano bombarda tale movimento barbaro presso il confine tra Iraq e  Siria. L’Iraq viene messo in pericolo da USA e satelliti di NATO e Golfo, accendendo il settarismo in Siria, con il risultato di mettere in pericolo Libano e Iraq. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdogan non disdegna contrattare in Iraq con strutture di potere estranee a Baghdad. Ciò significa che l’Iraq deve affrontare la duplice minaccia della barbarie del SIIS e del ruolo della Turchia nell’ignorare le forze economiche centrali della nazione. Nel frattempo, mentre le potenze del Golfo e la Turchia giocano la carta settaria contro il governo della Siria, mettendo chiaramente in pericolo l’Iraq, la saggezza del Grande Ayatollah Ali al-Sistani entra in gioco. Ciò vale in particolare per i fedeli sciiti che ascoltano con passione il grande ayatollah dell’Iraq. Tuttavia, questo venerato leader religioso si rivolge a tutti i cittadini iracheni, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Il grande ayatollah sa bene che le forze sinistre estranee all’Iraq cercano di trascinare la nazione, ancora una volta, nel settarismo. Nonostante ciò, il venerato leader sciita fa sapere che l’unità è essenziale contro SIIS e altre forze settarie che prosperano sulle divisioni nella società. Pertanto, a prescindere dall’aspetto politico dell’Iraq moderno, è chiaro che il SIIS cerca d’imporre uno status draconiano alla società, per imporle l'”anno zero”. Non sorprendono gli appelli all’unità dei leader sunniti e sciiti in Iraq, perché i leader religiosi sanno perfettamente che i taqfiristi odiano tutti. Allo stesso modo, gli studiosi religiosi in Iraq comprendono appieno che tali forze brutali lavorano all’ombra delle potenze del Golfo e della NATO.
Recentemente è stato riportato che la Siria ha bombardato il SIIS al confine tra Iraq e Siria. La BBC riferisce: “Il primo ministro Nuri al-Maliqi dell’Iraq ha detto alla BBC di sostenere l’attacco aereo sui militanti islamici in un valico di frontiera tra Iraq e Siria… Fonti militari e ribelli dicono che l’attacco ha avuto luogo nell’Iraq, all’incrocio Qaim, anche se Maliqi ha detto che s’è avuto sul lato siriano“. Tuttavia, mentre la Siria cerca di arginare la marea del SIIS, il governo USA è intento a promuovere la minaccia taqfirista sostenendo altre forze settarie in Siria contro il governo centrale.  Il New York Times: “Il presidente Obama ha chiesto 500 milioni di dollari al Congresso per addestrare ed equipaggiare ciò che la Casa Bianca chiama membri “adeguatamente controllati” dell’opposizione siriana, riflettendo maggiore preoccupazione per l’allargamento del conflitto siriano in Iraq“. Naturalmente, gli “opportunamente controllati” esistono solo nelle menti deliranti dell’amministrazione Obama. In effetti, un gran numero di massacri brutali sono dovuti a tali cosiddetti “moderati”, che in realtà sono settari e apertamente partecipi al banditismo di massa. Pertanto, mentre Baghdad e Damasco sono minacciate dai “taqfiri da anno zero”, l’amministrazione Obama cerca di versare ulteriore benzina sul fuoco sostenendo altra destabilizzazione in Siria. Ciò  deve aprire gli occhi ai leader dell’Iraq, perché sanno che gli alleati degli USA nel Golfo e la Turchia consentono che il virus settario, sedizioso e terrorista taqfirista si diffonda. Pertanto, i governi di Iraq, Iran, Siria e il movimento Hezbollah devono collaborare più strettamente, arginando l’agenda settaria e taqfirista di Arabia Saudita, Quwayt e Qatar, amplificata dalla NATO in Turchia e dal totale fallimento di USA, Francia e Regno Unito.

ap229496324122Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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