Il “Dream Team” anti-SIIL

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 09/10/2014

...Ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

…ma sono io Abu Baqr al-Baghdadi!

Come alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti ancora una volta sono sul lato sbagliato di un conflitto e della storia. Anni di attenzioni per lo Stato espansionista d’Israele e i principati wahabiti del Golfo Persico hanno portato alla totale bancarotta politica statunitense in Medio Oriente, che vede avanzare le forze del sedicente “Stato islamico” o “califfato”, catturando città dopo città, in Siria e Iraq. Il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante o “SIIL”, il cui acronimo preferito dal governo USA (ISIL) non casualmente è simile ad “Israele”, è divenuto una forza da non sottovalutare in conseguenza dell’ingerenza del dipartimento di Stato in Siria, cortesia dei neoconservatori filo-israeliani rimasti dalla precedente amministrazione Bush-Cheney. Non c’è dubbio che la Forza di Difesa israeliana e l’agenzia d’intelligence Mossad abbiao sostenuto attivamente il SIIL e i suoi alleati come il Fronte al-Nusra in Siria e Iraq. Le intelligence irachena, siriana e iraniana sanno che i commando israeliani forniscono alle unità militari del SIIL armi nella provincia occidentale di Anbar, in Iraq. I feriti di SIIL e al-Nusra nei combattimenti contro le truppe governative siriane sulle alture del Golan beneficiano delle rapide operazioni Medevac negli ospedali da campo israeliani in Israele. Picnic israeliani si organizzano sulle alture del Golan per divertirsi a guardare con binocoli e telescopi i ribelli del SIIL/al-Nusra combattere le unità dell’esercito siriano. Mai una volta tali depravati israeliani si sono preoccupati per il tiro dalle posizioni di SIIL/al-Nusra. L’esercito siriano ha evitato di violare il cessate il fuoco delle Nazioni Unite sparando su Israele.
La stampa israeliana riferisce che i giardinieri della città settentrionale israeliana di Nazareth Illit hanno scoperto un sacchetto contenente circa 25 nuove bandiere del SIIL. La scoperta delle bandiere implica che il governo israeliano fornisce non solo supporto militare e logistico al ISIL ma, come si vede con la scoperta delle bandiere, anche propaganda. Era pratica comune tra i sostenitori finanziati da George Soros del “Clean Break” del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel 1996, noto anche come politica della “Protezione del Reame”, rifornire di nuove bandiere i ribelli nei Paesi arabi. Durante la cosiddetta “primavera araba”, nuove bandiere dei regimi pre-Assad e pre-Gheddafi, per gentile concessione delle ONG finanziate da Soros, apparvero per le strade di Damasco, Aleppo, Homs, Bengasi e Tripoli, in Libia. Il fatto che un sacchetto di bandiere del SIIL nuove di zecca sia stato scoperto in Israele non dovrebbe sorprendere. Era e rimane una politica israeliana mettere arabi contro arabi e musulmani contro musulmani nei Paesi arabi, puntando a creare Stati belligeranti come il cosiddetto “Stato islamico”. Su tale tentativo, gli israeliani hanno raggiunto un accordo con gli Stati wahabiti del Golfo Qatar, Dubai, Quwayt, Bahrayn, Abu Dhabi e Arabia Saudita, facendo tutto il necessario per sconfiggere gli sciiti della regione e i loro alleati siriani alawiti, cristiani e curdi. Netanyahu ha ridicolmente cercato di sostenere che Hamas e SIIL sono “la stessa cosa” mentre spaccia anche la sciocchezza sionista che Siria e Iran sostengano lo Stato islamico. Netanyahu vede il mondo attraverso il prisma talmudico della menzogna e dell’inganno per raggiungere la tanto ricercata espansione israeliane. Al recente vertice plenario dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i delegati, ancora una volta, hanno riso della propaganda speciosa e insulsa che Netanyahu ha vomitato dal palco dell’Assemblea generale, una volta noto per discorsi eloquenti sulla pace e non per la pazzesche divagazioni belliciste di Netanyahu. Vi sono anche molte prove secondo cui il direttore saudofilo della Central Intelligence Agency, John O. Brennan, abbia autorizzato l’addestramento di ribelli radicali siriani, anche quelli unitisi al SIIL, in un campo segreto nei pressi della città di Safawi sul lato giordano del confine siriano. Inoltre, i capi del SIIL da Tunisia, Georgia e regione uigura della Cina, avrebbero ricevuto addestramento specifico dalle forze speciali statunitensi a Fort Bragg, North Carolina, e in un campo di addestramento statunitense-turco presso la base aerea di Incirlik in Turchia. La Giordania potrebbe aver stipulato un accordo faustiano con Israele sulla minaccia del SIIL. Netanyahu ha dichiarato che Israele entrerà militarmente in Giordania se il Regno hascemita è minacciato dal SIIL. La presenza israeliana sul campo in Giordania aprirebbe la via all’assorbimento della Giordania nel sogno sionista del “Grande Israele”, sostanzialmente non diverso dal “Grande Reich” della Germania nazista. L’informatore della National Security Agency Edward Snowden ha rivelato che CIA, MI-6 e Mossad hanno collaborato alla creazione del SIIL con il proposito di sconvolgere il Medio Oriente. Snowden ha indicato che il piano è stato chiamato “operazione Nido di Vespe”. Fonti francesi sostengono che il “Califfo” del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, sia stato addestrato per un anno in un corso intensivo militare in Israele. Il risultato della creazione di CIA, Mossad e MI-6 del SIIL è un esercito ben comandato, in possesso di nuove armi ed equipaggiamenti per comunicazioni avanzati, composto da oltre 12000 combattenti di 81 nazionalità. Oltre il venti per cento dei combattenti del SIIL sono sauditi e, insieme ai ceceni della Repubblica di Georgia e agli uiguri cinesi, sono i mercenari più violenti. Inoltre, i sauditi hanno commesso atrocità terroristiche in Iraq dall’invasione degli Stati Uniti nel 2003; dei 125 attentati suicidi in Iraq, 54 furono effettuati da cittadini sauditi.
Non c’è che un modo per sconfiggere il SIIL al punto da non rappresentare più una minaccia per il relativamente stabilizzato status quo del Medio Oriente. Anche se non accadrebbe mai, considerando la potenza della lobby israeliana presso il governo degli Stati Uniti, essi dovrebbero fare causa comune con le vere potenze anti-SIIL del Medio Oriente, un “dream team” se si vuole, che includa i governi di Siria e Iran, Hezbollah, Hamas e Jihad islamica palestinesi, la fazione Talabani del Governo Regionale del Kurdistan (la fazione Barzani è irrimediabilmente legata agli interessi d’Israele), il clan Huthi zaydita yemenita, come così come Russia, la Cina e gli “stan” centro-asiatici della Shanghai Cooperation Organization. In altre parole, gli Stati Uniti devono abbandonare la lunga fedeltà ai wahabiti radicali che governano l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, così come i patetici corrotti “collaborazionisti” dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e riallineare la politica degli Stati Uniti a sostegno della mezzaluna sciita dal sud del Libano all’Iran, fino ad includere gli sciiti tagiki e hazara in Afghanistan. Dopo aver parlato con i rappresentanti di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah in Iran, l’autore si è reso conto che i tre gruppi disprezzano il SIIL quale costruzione d’Israele, dei taqfiri wahhabiti e dell’occidente. Israele disprezza queste organizzazioni semplicemente perché rappresentano gli arabi contrari alle macchinazioni regionali d’Israele. Gli sciiti e i loro alleati alawiti in Siria e aleviti in Turchia, sono ben consapevoli del potere non solo dei sionisti ebrei e cristiani, ma anche dei sionisti islamici. Nessun Paese è più utile agli interessi dei sionisti islamici di Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che ospita il sionista Centro Saban della Brookings Institution finanziato dal magnate israeliano-statunitense di Hollywood Haim Saban. La riluttanza di India e Giappone ad essere coinvolti nella lotta al SIIL è dovuta alla presenza nei loro governi di indù e buddisti sionisti.
Israeliani e neocon hanno scatenato i loro “cani da guerra” sul Medio Oriente. Solo la coalizione intelligente di sciiti e loro alleati può sconfiggere tale flagello che pretende cinicamente di parlare a nome dell’Islam.

10704038La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

Copyright © 2014 Global Research

Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘rivoluzione degli ombrelli’ e il contagio secessionista in Cina

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 3 ottobre 2014

1972261Introduzione
La Cina è in preda ad una rivoluzione colorata altrettanto, se non più, minacciosa della minaccia anti-establishment affrontata nel 1989 a piazza Tiananmen. All’epoca, come oggi, individui ben intenzionati (per lo più giovani) furono coinvolti dal romanticismo rivoluzionario del momento. All’epoca si era all’imminente caduta del comunismo in Europa orientale, mentre oggi vi sono le rivoluzioni colorate, la ‘primavera araba’ (una rivoluzione colorata regionale) e il movimento Occupy. L’ultima volta, però, la scena delle attività era la capitale, e l'(irrealistico) obiettivo era porre una fine rapida e veloce al regime comunista in Cina attraverso una ‘protesta popolare’ manipolata. Quello che accade ora, tuttavia, è più sinistro. L’ampio obiettivo strategico è avviare un perdurante serie di proteste non solo nelle altre principali aree urbane della Cina costiera, ma anche ispirare manifestazioni assai più violente nelle regioni lontane di Tibet e Xinjiang. Complessivamente, ciò ha la possibilità inquietante e realistica di avere serie e grevi provocazioni ‘violente’ del separatismo affliggere le periferie, con il rischio di porre una minaccia esistenziale al concetto stesso di ‘una sola Cina’. La ricerca è divisa in due parti, con la prima che esplora la manifestazione e i suoi gestori e finanziatori esteri. Poi si passa ai creduloni e alle masse del movimento e alla stessa ammissione dei cospiratori di averlo programmato e preparato in anticipo. Poi vi è l’esame di come la rivoluzione colorata sia commercializzata terminando con la significativa innovazione tattica dell’ombrello, provocando volutamente una repressione violenta. La seconda sezione passa alla specificità della situazione e indaga le vulnerabilità di Hong Kong a tale destabilizzazione, con la parte successiva che guarda agli obiettivi tematici e strategici generali della rivoluzione colorata, sia nazionali che internazionali. Infine, l’analisi della risposta del governo a tale minaccia, conclude l’articolo.

‘La rivoluzione degli ombrelli’
La mano nascosta della ‘rivoluzione degli ombrelli': gli eventi ad Hong Kong seguono esattamente il modello di tutte le rivoluzioni colorate. Individui ben intenzionati vengono ingannati aderendo a un movimento volto a rovesciare le autorità con un colpo di Stato morbido (per ora). Le rimostranze legittime sono sfruttate da un nucleo rivoluzionario e le loro coorti trascinano il maggior numero di civili nelle risse usandoli come scudi umani, nella speranza che ciò possa garantire la propria sicurezza dalla repressione che alcuni cercano di provocare. È importante sottolineare che non si tratta di un movimento di protesta interno, come il reporter investigativo e analista politico Tony Cartalucci ha meticolosamente documentato. I suoi articoli dimostrano la connessione tra il dipartimento di Stato USA, la sua emanazione National Endowment for Democracy e la cosiddetta ‘rivoluzione degli ombrelli’. Come ciliegina metaforica sulla torta, per così dire, a dimostrare ciò, il pupillo e assistente di Gene Sharp, Jamila Raqtib, co-autore di un recente articolo, spiega il motivo per cui “vengono utilizzate strategie di resistenza non-violenta”. In primo luogo bisogna ricordarsi che Sharp è il padrino delle attività ‘civili’ contro i governi in tutto il mondo, e che la maggior parte delle sue opere si occupa di come rovesciare le autorità di un Paese nel mirino. La ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe giustamente essere vista in tale ottica. Con questa mano nascosta in mente, si può capire chiaramente come dei normali cittadini di Hong Kong, con dubbi legittimi verso i loro leader, possano essere rinchiusi come bestie dagli organizzatori del movimento e strategicamente distribuiti nei “ranch dell’occupazione”. Per quando sfortunato e triste possa sembrare il paragone, proprio come l’allevatore che intende destinare al macello il proprio bestiame, così anche l”allevatore’ delle rivoluzioni colorate intende far sentire al suo ‘gregge’ il peso delle forze dello Stato con la provocazione dell”occupazione’, una motivazione che verrà approfondita.

Gli sprovveduti e le truppe
Nell’ambito della destabilizzazione, gli Stati Uniti e i loro partner mobilitano ‘creduloni e truppe’ quali rivoluzionari colorati. Lo studente che guida il movimento Scholarism è Joshua Wong, un adolescente di Hong Kong e già provocatore professionista dai rapporti stretti e discutibili con il consolato USA. Sotto le spoglie di ‘adolescente ingenuo’ ha incoraggiato migliaia di studenti di Hong Kong ad unirsi al suo movimento, ingannando tutti coloro che vi partecipano. Mentre in principio la campagna era solo volta a protestare pacificamente contro le controverse modifiche della legge elettorale, ora ordina al suo gruppo di considerare l'”atto finale” di occupare edifici governativi. Mossa sicura per forzare una risposta dallo Stato. Sparita la retorica della protesta contro la legge, la presunta scintilla originante delle proteste, spuntano le vere motivazioni delle proteste, il rovesciamento (nei loro termini ‘dimissioni’) del governatore di Hong Kong e di altri politici, come in una rivolta per il cambio di regime. In questa fase di rapida escalation retorica, non sarebbe sorprendente se alcuni attivisti iniziassero ad approvare la secessione di Hong Kong dalla Repubblica popolare cinese. Le migliaia di creduloni che costituiscono la stragrande maggioranza dei partecipanti alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ sono lo scudo umano e il cuscinetto umano dei membri del nucleo e della coorte che organizzano la sovversione. Il gruppo più grande e più organizzato, invece, si chiama Occupy Central con Pace e Amore diretto da Benny Tai. I loro membri hanno ammesso di essersi addestrati per mesi ad evitare che la polizia li disperdesse una volta deciso di avviare la destabilizzazione. Ciò ne fa un gruppo più pericoloso dei gonzi di Scholarism, avendo il livello di militarizzazione delle rivoluzioni colorate, come i metodi violenti utilizzati ad EuroMaidan. Sebbene originariamente pianificassero la campagna per il 1 ottobre, simbolico giorno nazionale della Cina (le rivoluzioni colorate sono sempre associate al simbolismo), inaspettatamente la posticiparono di un paio di giorni apparentemente per sostenere l’attività di Scholarism. In realtà, probabilmente si attendevano che tutti fossero pronti, posticipando la data originale, al fine di confondere le autorità cinesi, con Scholarism che ancora una volta usa le sue vittime come truppe di Occupy Central, essendo Joshua Wong e il suo controllo null’altro che una scusa per fare ciò.

Gestione della percezione e ‘spaccio della democrazia’
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ viene spacciata in modo assai specifico mascherandone i fini da cambio di regime, destabilizzazione e secessionismo. Lo slogan del ‘suffragio universale’ è fuorviante, in quanto i cittadini di Hong Kong votano comunque, e nessuno glielo impedisce. Questo in netto contrasto con i governi occidentali che addirittura proibirono ai siriani che vi vivono di votare alle elezioni presidenziali di giugno. Infatti, in alcuni di questi Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, i candidati presidenziali e governatori finiscono sulla scheda elettorale solo per il grosso sostegno finanziario che ne rende possibile la campagna. Basta invocare il sistema del Collegio Elettorale, dove gli elettori votano indirettamente il presidente, dato che sono loro gli “elettori” che mettono le schede che contano. Retorica ipocrita a parte, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è spacciato come movimento studentesco di giovani contrari alla burocrazia stantia del Partito Comunista. Ciò non è affatto vero, essendo la maggioranza di Hong Kong contraria ai sovversivi, come anche la CNN ha implicitamente riconosciuto attraverso la ripubblicazione di un importante editoriale del fondatore della maggioranza silenziosa. Questo gruppo è l”anti-Maidan’ di Hong Kong, e già oltre 1,5 milioni di cittadini di Hong Kong (su 7 milioni) hanno firmato una petizione che respinge Occupy Central e le sue azioni. Tale numero monumentale dovrebbe essere confrontato con le relativamente scarse migliaia scese in piazza per promuovere il cambio di regime vedendo su cosa si basa la vera democrazia a Hong Kong. Ritornando ai precedenti tentativi di destabilizzazione intenzionale filo-occidentali, circola un video dove una ragazza supplica il pubblico occidentale a sostenere i manifestanti e la ‘democrazia’. Chiamato ‘Please Help Hong Kong‘, è già stato riconosciuto dai commentatori on-line come copia carbone di ‘Io sono un ucraino‘ video diffuso da EuroMaidan, che a sua volta s’è rivelato legato alla ONG che gestiva le operazioni di propaganda ‘Kony 2012‘ e ‘Danny il Siriano‘. Chiaramente ‘Please Help Hong Kong’ è un’altra manipolazione delle informazioni provata e testata nelle precedenti operazioni di destabilizzazione.

L’ombrello come strumento dell’escalation
L’eponimo ‘rivoluzione degli ombrelli’ è dovuto all’uso di tali accessori e delle buste di plastica per deviare spray al pepe e altri strumenti di controllo della folla utilizzati dalle autorità. La maggior parte dei disinformati può ridere dell’uso di ombrelli o ammirarne l’ingegnosità, ma ciò che trascurano è che tale accessorio è in realtà strumento per un’escalation violenta e provocatrice. Innovativo ed economico nel neutralizzare lo spray al pepe come la busta di plastica usata per combattere i gas lacrimogeni, i “manifestanti” lasciano pericolosamente la polizia in inferiorità numerica e senza altra scelta che utilizzare proiettili di gomma o peggio, per pacificare le masse indisciplinate come dovrebbe essere. Le autorità cinesi hanno ora di fronte due opzioni, capitolare o l’escalation, ma ne hanno sapientemente creato una terza, imprevista, l’attendismo. Tale decisione rischiosa sarà discussa nelle conclusioni.

Piove sulla parata cinese
Ora è necessario guardare alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ da una prospettiva geopolitica per capire meglio come s’inserisca nel quadro della grande strategia per l’Eurasia. In breve, gli Stati Uniti cercano di ‘far piovere sulla parata della Cina’ dell’ascesa globale, dirottandola e sabotandola con qualunque mezzo, comprese sovversione e suppurazione delle tendenze violente e secessioniste. Infine, attenzione deve essere rivolta al modo in cui le autorità cinesi affronteranno il dilemma tra capitolazione ed escalation.

Un facile vantaggio
Hong Kong fu riunita alla Cina nel 1997, dopo oltre 150 anni di occupazione inglese. Visto che socialmente, politicamente ed economicamente si è sviluppata in modo diverso rispetto al resto della Cina nel corso di importanti ed mutevoli periodi storici, si può vedere come abbia già formulato una propria identità distinta da quella del resto del Paese. La semi-autonomia di Hong Kong ha istituzionalizzato tale mentalità nei propri cittadini dopo la riunificazione, considerando che formalmente è un arcipelago (sia pure in prossimità della terraferma), c’è anche una separazione geografica che ne rafforza l’identità. Attraverso questi mezzi, una percentuale significativa della popolazione di Hong Kong è influenzata dall’occidente e dai suoi vari meccanismi per proiettare tale influenza (anche con la retorica ‘democratica’), assoggettando l’acquisizione della Cina unificata ad interferenze esterne estreme.

Il contagio del caos
Obiettivo principale della ‘rivoluzione degli ombrelli’ è scatenare il caos nella Cina costiera e minare e indebolire gravemente, se non rovesciare, la leadership del Partito Comunista. L’idea è di creare un ‘ariete’ per spezzare il controllo centralizzato e avviare una reazione a catena caotica che si diffonda nelle megalopoli della Cina tramite movimenti fotocopia (attivati da cellule dormienti della rivoluzione colorata o meno) e dividere il resto della società, anche se solo teoricamente il 10% della popolazione di una città è a favore della rivoluzione e il 90% contrario. Tale scissione strategica della società porterebbe al caos interno e allo scontro delle due Cina, ‘la Cina cinese’ e la ‘Cina occidentale’, con la prima a sostenere la via cinese a democrazia e gestione degli affari, mentre la seconda volta a copiare sfacciatamente l’occidente in tutti gli aspetti (come la leadership occidentalista in Russia nei primi anni ’90, con successo simile). Il risultato finale è creare altro caos per quanto sia possibile, sconvolgendo le autorità e provocando un’altra piazza Tiananmen. A sua volta, ciò può essere selettivamente manipolato dai media occidentali che sfruttano immaginario e la guerra dell’informazione. La CNN ha già evidenziato le somiglianze tra il 1989 e il 2014, e gli attivisti stessi sembrano intenti a fare lo stesso, anche innalzando la famigerata ‘dea della democrazia’ nei loro raduni. Qui le innovazioni dell’ombrello e della busta di plastica entrano in gioco. Togliendo alle autorità ogni metodo non letale per rispondere fisicamente oltre ai proiettili di gomma, le probabilità che ciò accada aumentano. Qualora la ‘rivoluzione degli ombrelli’ seguisse il modello delle rivoluzioni colorate, ci si può aspettare che ‘misteriosi’ cecchini inizino a sparare indiscriminatamente alle forze di polizia e ai civili per massimizzare il caos e provocare ulteriore panico nelle piazze; e se il tentativo di rivoluzione colorata fallisse in tutti gli altri obiettivi, l’ultimo disperato passo sarebbe sostituire piazza Tienanmen con un ancora più grande macchia alla reputazione internazionale della Cina (reale o manipolata/percepita).

Contenimento e frammentazione della Cina
Su scala ancora più grande, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è volta a contenere e frammentare la Cina, rappresentando una minaccia inquietante per le ambizioni internazionali e l’integrità territoriale del Paese. Per cominciare, reindirizzando l’attenzione del Paese verso le coste lontano dalle frontiere marittime sul Mar Cinese Meridionale, cercando di distrarre strategicamente Pechino in un teatro geopolitico già vulnerabile in un momento di accresciuta concorrenza e richieste contrapposte. In un certo senso, è una specifica iterazione del ‘teorema capovolto di Brzezinski’ postulato questa estate con la creazione del dilemma sponsorizzato dagli USA e imposto a Pechino del ‘danneggia facendolo, danneggia non facendolo’. Non solo, ma gli Stati Uniti hanno un ‘obiettivo difensivo’ di lungo termine nella diversificazione economica strategica dalla Cina verso i Paesi dell’ASEAN. Gli Stati Uniti sanno che il livello complesso e d’intima interdipendenza economica è una vulnerabilità che li trattiene da azioni più aggressive contro la Cina. Perciò tentano di creare una cintura di Stati cuscinetto anticinesi con l’ASEAN. Quindi, cercano di legare questi due obiettivi trovando dei modi per cui le imprese occidentali si trasferiscano dalla Cina al Vietnam, per esempio. Resta da vedere, se perdurasse all’infinito la ‘rivoluzione degli ombrelli’ come sembrava con EuroMaidan, sia solo questione di tempo prima che alcune importanti aziende occidentali lascino Hong Kong per zone più a sud. Questo è solo un piccolo sviluppo di un gioco a lungo termine, ma l’idea generale dovrebbe essere compresa dal lettore, e tale probabile tendenza va monitorata in futuro. Il balzo causato dalla ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe diffondersi non solo nella Cina costiera (come già spiegato), ma più in profondità nel Paese. In particolare, gli Stati Uniti vorrebbero vedere le sue politiche pro-separatisti in Tibet e Xinjiang eccitate da tale movimento, sperando che ne faccia apparire gli ‘attivisti’ nelle piazze di Lhasa e di Urumqi con ombrelloni e buste di plastica. Deviando le tattiche di controllo della folla non letali delle autorità cinesi, anche loro possono provocare un’escalation che potrebbe tragicamente provocare vittime civili. Infatti, guardando da un’altra angolazione, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è la prima delle campagne di destabilizzazione degli Stati Uniti oltre la linea Heihe-Tengchong. Questa divisione geografica separa il Paese in due parti approssimativamente uguali geograficamente, ma con l’occidente che ospita circa il 6% della popolazione e l’Oriente con il restante 94%. L’ideale per gli USA sarebbe che la destabilizzazione venisse coordinata su entrambi i lati della linea Heihi-Tengchong, tra Hong Kong, Tibet e Xinjiang (non solo dai loro sorveglianti statunitensi, ma da collaborazionisti e organizzatori inconsapevoli in Cina), allora ciò adempirebbe parzialmente alla guerra strategica degli USA contro la Cina, sconvolgendo Pechino e riorientando l’iniziativa asiatica generale contro la Cina. Di conseguenza, tale scenario rappresenta un incubo terribilmente reale per il Partito comunista, perciò la serietà con cui affronta la ‘rivoluzione degli ombrelli’.

Tra due sedie
Così, l’analisi della risposta di Pechino alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ assume maggiore importanza di quanto pensato, dato che il movimento, come affermato, potrebbe essere la scintilla che avvierebbe il separatismo antigovernativo nel Paese. Con gli attivisti che neutralizzano i metodi non letali di controllo della folla delle autorità tramite, con ombrelli e buste di plastica, il governo si trova ora tra due sedie, per citare un detto russo, dove né capitolazione né escalation sono preferibili. Così, come è stato già osservato, la Cina ha scelto di aspettare e vedere come il movimento si sviluppa, sperando che la maggioranza dei cittadini di Hong Kong, che si oppone alla destabilizzazione, si opponga alla rivoluzione colorata sgonfiandola. Ciò però è carico di rischi e potrebbe ritorcersi contro drasticamente, anche se nelle attuali circostanze potrebbe essere l’unico approccio ragionevole della leadership del Paese. Come ha osservato il New York Times sopra, scegliendo tale strategia il governo effettivamente cede allo slancio del movimento, che potrebbe tradursi nella sua espansione esponenziale. Tuttavia, se le autorità cinesi usassero questo periodo per arrestare il nucleo e le coorti che sostengono il tentativo di rivoluzione colorata, allora potrà abilmente eliminare tale minaccia lasciando solo una massa di civili pacifici e confusi, privi di ordini sovversivi. Il governo sembra seguire questa direzione, secondo i giornali, seguendo e sorvegliando le attività di certi attivisti, probabilmente nel tentativo di individuare e arrestare i capi segreti (non icone e spaventapasseri multimediali come Joshua Wong). Il metodo di Pechino di affrontare la crisi comporta anche un altro rischio, cioè che le folle governative che si vanno raccogliendo possano, a lungo andare, rivelarsi pericolose. Ad esempio, anche se possono essere utili nel limitare la ‘rivoluzione degli ombrelli’ salvando la stabilità di Hong Kong, in futuro potrebbero radunarsi (utilizzando le connessioni acquisite durante la loro attività precedente) per agire in modo autonomo e senza la benedizione di Pechino. Ciò potrebbe assumere la forma di proteste nazionaliste estreme e ampiamente legate alle controversie sul Mar Cinese Meridionale, interrompendo la delicata diplomazia cinese in una futura crisi. Naturalmente, il maggiore problema è la misura con cui la Cina sorveglia e influenza i cittadini (pro e anti-governativi), ma tale minaccia apparentemente lontana potrebbe diventare reale (o anche potrebbe essere diretta e istigata da forze esterne che cercano di minare la Cina) in futuro. Fondamentalmente, aprendo le cateratte degli attivisti della società civile, la Cina potrebbe anche involontariamente aprire un vaso di Pandora.

Conclusioni
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ a Hong Kong è innegabilmente una rivoluzione colorata orchestrata dagli occidentali che cerca di sfruttare rimostranze legittime per scopi sovversivi e possibilmente secessionisti. Essa è divisa in due gruppi principali, i creduloni e le truppe, compattate per formare una massa antigovernativa ad Hong Kong. Eliminando l’efficacia dei metodi non-letali di controllo della folla delle autorità attraverso ombrelli a buon mercato e prontamente disponibili, e buste di plastica, spingono il governo a ricorrere a metodi quasi letali e ai proiettili di gomma se gli attivisti seguitano nelle minacce di occupazione. Anche se volta a creare un contagio sociale lacerando la Cina costiera e la periferia etnica, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ riesce semplicemente a creare la percezione di un’altra piazza Tiananmen. Così Pechino si trova di fronte a un dilemma quasi ingestibile su come procedere, da qui l’approccio sperimentale ‘aspettare e vedere’. Questa è però una pausa temporanea, attivisti antigovernativi e autorità legittime probabilmente preparano ciò che sembra l’escalation inevitabile (provocata dai manifestanti), che potrebbe ben comportare una catastrofe.

dalai2Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo e tumulti: il contenimento USA della Cina

Tony Cartalucci, Global Research, 3 ottobre 2014

china_sm96Con “Occupy Central” di Hong Kong completamente svelato quale movimento di protesta appoggiato dagli Stati Uniti, i lettori devono sapere che tale ultima agitazione non è che parte della grande campagna degli Stati Uniti per contenere e cooptare la nazione cinese. Già la guerra del Vietnam, con i cosiddetti “Pentagon Papers” del 1969, fu svelata essere semplicemente parte della grande strategia volta a controllare la Cina. Tre importanti citazioni da questi documenti rivelano tale strategia. Affermano che: “… La decisione a febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Fase I dello schieramento hanno senso solo se a sostegno della politica di lungo periodo degli Stati Uniti per contenere la Cina” e inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza e presenza nel mondo e, più tardi ma più minacciosamente, di organizzare tutta l’Asia contro di noi“. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale in cui gli Stati Uniti erano impegnati contro la Cina, all’epoca, affermando: “Ci sono tre fronti nel tentativo di lungo periodo per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): (a) il fronte Giappone-Corea; (b) il fronte India-Pakistan; e (c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti avrebbero in ultima analisi perso la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come forza do ascari contro Pechino, la lunga guerra contro di essa continua altrove.
Tale strategia del contenimento venne aggiornata e dettagliata nel 2006 dal rapporto del Strategic Studies Institute “Filo di Perle: la sfida della nascente potenza della Cina nel litorale asiatico“, dove si delineano gli sforzi della Cina per garantirsi il petrolio dal Medio Oriente alle coste nel Mar Cinese Meridionale, così come i mezzi con cui gli Stati Uniti potevano mantenere l’egemonia sugli oceani Indiano e Pacifico. La premessa è che, se la politica estera occidentale non riesce a spingere la Cina a aderire al “sistema internazionale” di Wall Street e Londra da attore responsabile, una postura sempre più conflittuale deve essere adottata per contenere la nazione in ascesa. Questa guerra per procura si è manifestata nella cosiddetta “primavera araba”, dove gli interessi cinesi hanno subito danni in Paesi come la Libia devastata dalla sovversione e dall’intervento militare diretto degli Stati Uniti. Il Sudan è anche un campo di battaglia in cui l’occidente sfrutta il caos per respingere gli interessi cinesi dal continente africano. Ultimamente, i disordini politici nel Sudest asiatico, come in Thailandia, dove hanno spodestato il regime filo-USA del dittatore Thaksin Shinawatra, mentre il confinante Myanmar tenta di scongiurare la sedizione guidata dai fronti politici statunitensi e inglesi guidati da Aung San Suu Kyi. Nella stessa Cina, gli Stati Uniti brandiscono il terrorismo per destabilizzare e dividere la società cinese nel tentativo di rendere ingovernabile il vasto territorio della Cina. Nella provincia occidentale del Xianjiang, gli Stati Uniti appoggiano pienamente le violenze separatiste. Infatti, i primi a sostenere i separatisti uiguri dello Xinjiang sono gli Stati Uniti attraverso il Fondo Nazionale per la Democrazia (NED) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Per la Cina, la regione occidentale Xinjiang/Turkestan Orientale, ha una propria pagina web sul sito del NED, riguardante i vari fronti finanziati dagli Stati Uniti, tra cui:
International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, 187918 dollari
Per far avanzare i diritti umani delle donne e dei bambini di etnia uigura. La Fondazione manterrà un sito in inglese e uiguro, per sostenere i diritti umani delle donne e dei bambini uiguri.
International Uyghur PEN Club, 45000 dollari dollari
Per promuovere la libertà di espressione degli uiguri. L’International Uyghur PEN Club avrà un sito web per informazioni su testi vietati e opere e stato di poeti, storici, giornalisti e altri perseguitati. PEN uigura condurrà anche campagne di sensibilizzazione internazionale per conto degli scrittori imprigionati.
Uyghur American Association, 280000 dollari
Per aumentare la consapevolezza sui diritti umani uiguri. l’Uyghur Human Rights Project dell’UAS ricerca, documenta e porta all’attenzione internazionale informazioni indipendenti e accurate sulle violazioni dei diritti umani che colpiscono le popolazioni turche della regione autonoma uigura dello Xinjiang.
World Uyghur Congress, 185000 dollari
Per migliorare la capacità dei gruppi e capi uiguri filodemocratici per implementare efficaci campagne su diritti umani e democrazia. Il World Uyghur Congress organizzerà una conferenza dei gruppi e capi uiguri pro-democrazia sulle questioni interetniche svolgendo un lavoro di sostengo ai diritti umani uiguri.
Va notato che l’elenco proviene dal sito del NED del marzo 2014, da allora, il NED ha cancellato dalla lista diverse organizzazioni, come fece in precedenza per altre nazioni, prima di più intense campagne di destabilizzazione in cui voleva occultare il proprio ruolo. Tali organizzazioni finanziate dal NED sostengono apertamente il separatismo dalla Cina, non riconoscendo l’autorità della Cina sulla regione, riferendosi ad essa invece come “occupazione cinese”. Sull’attacco terroristico del marzo 2014 a Kunming, il Congresso mondiale uiguro finanziato dagli USA ha tentato di giustificarlo sostenendo che le autorità cinesi non hanno lasciato ai separatisti altra scelta. Il report di “Radio Free Asia” del dipartimento di Stato USA, intitolato “Le violenze alla stazione ferroviaria di Kunming in Cina lasciano 33 morti”, afferma: “Il portavoce del Congresso mondiale uiguro Dilxat Raxit ha detto che non vi era “alcuna giustificazione per gli attacchi ai civili, ma ha aggiunto che le politiche discriminatorie e repressive provocano “misure estreme” in risposta”. Dalle guerre per procura negli anni ’60 nel Sud-Est asiatico, alla “primavera araba” fabbricata dagli Stati Uniti nel 2011, al terrorismo nello Xinjiang e alle turbolenze a Hong Kong oggi, ciò che avviene non è una battaglia per la “democrazia” o la “libertà di espressione”, ma la vitale battaglia per la sovranità della Cina. Qualsiasi problema il popolo cinese abbia con il proprio governo, è un problema interno e solo esso può risolverlo a suo modo. Usando la promozione della “democrazia” come copertura, gli Stati Uniti continueranno i loro tentativi d’infettare la Cina con istituzioni e politiche appoggiate dagli USA per sovvertire, cooptare o rovesciare l’ordine politico a Pechino, e imporvi sulle ceneri un ordine neo-coloniale diretto esclusivamente dagli interessi di Wall Street e Washington, e non da quelli del popolo cinese.
Hong Kong era già occupata, dalla Gran Bretagna dal 1841 al 1997. Nella folla di “Occupy Central“, molti hanno buone intenzioni, ma la leadership è in combutta con gli interessi stranieri che cercano di sovvertire, dividere e distruggere il popolo cinese, non diversamente da ciò che la Cina subì per mano delle potenze europee nel 1800 e nei primi anni del 1900.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: scontro Erdogan-Biden rispecchia le divergenze interne di Washington

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ATEHERAN (IRIB) Alessandro Lattanzio, redattore della rivista ‘Eurasia‘ e analista delle questioni politiche internazionali, parlando ai nostri microfoni sulla recente divergenza poltica tra Ankara e Washington ha detto: “Probabilmente e’ un riflesso dello scontro all’interno dei vertici statunitensi in questi giorni…” Potete ascoltare la versione integrale dell’intervista con Alessandro Lattanzio.

Gli USA ammettono di finanziare “Occupy Central” a Hong Kong

Tony Cartalucci Global Research, 1 ottobre 2014CIAPoco dopo che la cosiddetta “primavera araba” ha sparso caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti ammisero di averne interamente finanziati, addestrati e attrezzati i capi e di aver pesantemente armato i terroristi anni prima; oggi il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ammette di essere dietro, attraverso una miriade di organizzazioni e ONG, alle cosiddette proteste “Occupy Central” a Hong Kong. Il Washington Post riferisce in un articolo intitolato “Mentre Hong Kong scoppia la Cina stringe le viti sulla società civile“, che: “I leader cinesi innervositi dalle proteste altrove quest’anno, hanno costantemente rafforzato i controlli in Patria sulle organizzazioni civiche sospettate di lavorare per le potenze straniere. La campagna mira ad isolare la Cina dai pensieri sovversivi occidentali: come democrazia e libertà di espressione, e dall’influenza in particolare dei gruppi statunitensi che tentano di promuovere quei valori, dicono gli esperti. Tale campagna esiste da tempo, ma è perseguita con vigore rinnovato con il Presidente Xi Jinping, soprattutto dopo il rovesciamento del presidente ucraino Viktor Janukovich dopo mesi di manifestazioni di piazza a Kiev, viste come esplicitamente sostenute dall’occidente”. Quindi, nell’articolo del Washington Post: “Un esperto in politica estera, che ha parlato in anonimato discutendo di un argomento delicato, ha detto che Putin ha chiamato Xi per condividere le sue preoccupazioni sul ruolo occidentale in Ucraina. Tali preoccupazioni sembrano essere filtrate in conversazioni tenutesi in Cina, secondo i membri del gruppo della società civile. “Sono molto preoccupati per le rivoluzioni colorate e per quello che succede in Ucraina“, ha detto il manager dell’ONG internazionale, la cui organizzazione è finanziata dal National Endowment for Democracy (NED), accusata di sostenere le proteste nella piazza principale di Kiev, Majdan. “Dicono, ‘Il vostro denaro proviene dalle stesse persone. Chiaramente volete rovesciare la Cina’“. Finanziata dal Congresso allo scopo esplicito di promuovere la democrazia all’estero, la NED è vista da tempo con sospetto e ostilità dalle autorità. Ma i sospetti si sono ampliati comprendendo gruppi statunitensi come Fondazione Ford, International Republican Institute, Centro Carter e la Fondazione Asia. Naturalmente, la NED e molte sue controllate, come International Republican Institute e National Democratic Institute, non “promuovono la democrazia”, invece costruiscono la rete globale dell’amministrazione neo-imperiale denominata “società civile”, che fa lega con molte cosiddette “istituzioni internazionali” occidentali, a loro volta completamente controllate da Washington, Wall Street, Londra e Bruxelles.

NEDcorporateInterests_1Mentre il Washington Post vorrebbe far credere che la NED promuove la “libertà di espressione” e la “democrazia”, gli interessi delle imprese finanziare rappresentate nel CdA della NED non sono per nulla i campioni di tali principi, e sono invece note per i loro principi opposti.

Il concetto di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti è scandaloso se si considera il loro coinvolgimento nello scandalo globale della sorveglianza invasiva, nel perseguire guerre uno dopo l’altra in tutto il pianeta contro la volontà del popolo e sulla base di menzogne, nel brutalizzare ed abusare dei propri cittadini con una polizia militarizzata che reprime i civili in città come Ferguson, Missouri, facendo impallidire, in confronto, le azioni della polizia cinese contro i manifestanti di “Occupy Central”. “Promuovere la democrazia” è semplicemente la copertura per espansione dell’agenda egemonica, ben oltre i confini ed a scapito della sovranità nazionale di tutti i sottoposti, compresi gli statunitensi stessi. Nel 2011, furono pubblicate rivelazioni simili sull’ingerenza degli Stati Uniti nella cosiddetta “primavera araba”, quando il New York Times scrisse l’articolo “Gruppi USA hanno istigato le rivolte arabe”: “Numerosi gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme nella regione, come il Movimento Giovanile 6 aprile in Egitto, il Centro per i diritti umani del Bahrain e attivisti come Entsar Qadhi, giovane capo nello Yemen, sono stati addestrati e finanziati da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington”. L’articolo aggiungeva, riguardo alla NED in particolare, che: “Gli istituti repubblicani e democratici sono affiliati ai partiti democratico e repubblicano. Sono stati creati dal Congresso e finanziati attraverso il National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per incanalare le sovvenzioni per la promozione della democrazia nei Paesi via di sviluppo. Il National Endowment riceve 100 milioni di dollari ogni anno dal Congresso. Anche Freedom House riceve la maggior parte del denaro dal governo statunitense, soprattutto dal Dipartimento di Stato”.
Il senatore guerrafondaio degli Stati Uniti John McCain, famoso per aver insultato il presidente russo Vladimir Putin e il predecessore del presidente Xi Jinping, nel 2011, promettendo che la sovversione degli Stati Uniti che spazzava il Medio Oriente sarebbe presto arrivata a Mosca e Pechino. The Atlantic in un articolo del 2011, “La primavera araba: ‘un virus che attacca Mosca e Pechino“, riferiva che: “(McCain) ha detto, “Un anno fa, Ben Ali e Gheddafi erano al potere. Assad non lo sarà l’anno prossimo. Questa primavera araba è un virus che attacca Mosca e Pechino”. McCain poi scese dal palco”. Considerando la natura palese del finanziamento estero non solo della “primavera araba”, ma anche di “Occupy Central“, e considerando caos, morte, destabilizzazione e distruzione presso le vittime della sovversione degli Stati Uniti, “Occupy Central” può essere riverniciata di nuova luce, con una folla di utili idioti volta a distruggere la propria Patria, il tutto abusando dei principi della “democrazia”, formulata da un’insidiosa tirannide straniera guidata da principi diametralmente opposti degli immensi interessi corporativo-finanziari che temono e attivamente vogliono distruggere la concorrenza. In particolare, tale egemonia globale mira a sopprimere la Russia riemergente come potenza mondiale, e ad impedire l’ascesa mondiale della Cina. Il programma regressivo di “Occupy Central” appoggiato dagli Stati Uniti e lo sfruttamento spudorato delle buone intenzioni dei tanti giovani irretiti dai loro espedienti, sono una minaccia altrettanto pericolosa della “minaccia” che essi dicono Pechino ponga ad Hong Kong e alla sua gente. Speriamo che il popolo cinese, e i popoli del mondo che cercano di vedere come “Occupy Central” si svolga, comprendano tale mossa eterodiretta, e la fermino prima che esiga il pesante pedaggio pagato dalle nazioni già sue vittime come Libia, Siria, Ucraina, Egitto e molte altre.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Provaci ancora Barack: Hong Kong

Alessandro Lattanzio, 1/10/2104

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI capi del movimento “Occupy Central” ad Hong Kong sono stati addestrati presso l’Hong Kong-American Center, dove esperti internazionali gli hanno insegnato le tattiche delle azioni di protesta, le strategie di negoziazione con le autorità, come suscitare sommosse ed individuare i singoli punti politici richiesti che mai dovrebbero essere abbandonati. Il capo del Hong Kong-American Center, controllato dal National Endowment for Democracy (NED), un’emanazione del dipartimento di Stato USA, è Morton Holbrook. Nominatovi alla fine del 2013. Holbrook è una spia con circa 30 anni di esperienza nelle agenzie d’intelligence statunitense. Lui e l’oligarca di Hong Kong Jimmy Lai, altro sponsor dell’“opposizione”, sono vicini all’ex-viceministro della Difesa degli USA Paul Wolfowitz. “Si ha l’impressione che l’Hong Kong-American Center degli Stati Uniti cerchi di sfruttare l’esperienza delle rivoluzioni colorate dell’est Europa per influenzare la situazione interna della Cina popolare“. Infatti, l’Ufficio del Commissario del Ministero degli Esteri presso l’autorità di Hong Kong, ha discusso della riunione dell’oligarca Jimmy Lai Chee-ying, proprietario della taiwanese Next Media Group e di Apple Daily, con l’ex-vicesegretario della Difesa dell’amministrazione Bush, Paul Wolfowitz. La coppia si era incontrata sullo yacht privato di Lai per cinque ore, a fine maggio. Wolfowitz, ex-presidente della Banca Mondiale nel 2005-2007, è un ben noto neo-con statunitense, membro dell’American Enterprise Institute. Assieme ai due si erano incontrati anche l’ex-capo del Partito democratico Martin Lee Chu-ming e Mark Simon, direttore di Next Media Group. Prima di trasferirsi a Hong Kong nel 1992, Simon aveva lavorato per tre anni al Pentagono come analista dei sottomarini. Inoltre, Benny Tai, fondatore e capo di “Occupy Central“, ha lavorato per il dipartimento di Stato degli Stati Uniti per anni, mentre i due co-fondatori del movimento, Audrey Eu Yuet-mee e Martin Lee, incontrarono il Vicepresidente degli USA Joe Biden alla Casa Bianca, quest’anno.
La NED ad Hong Kong finanzia le seguenti organizzazioni sovversivo-spionistiche:
Centro Americano per la Solidarietà Internazionale del Lavoro, a cui ha versato nel 2012 139532 dollari USA. La funzione è creare dei sindacati gialli filo-statunitensi allo scopo di sabotare la produzione locale e creare il caos tra le organizzazioni sindacali antimperialiste, ed infine permettere l’infiltrazione diretta degli interessi statunitensi nell’economia locale; com’è accaduto in Italia con la creazione dei sindacati gialli atlantisti CISL e UIL.
Hong Kong Human Rights Monitor, ha ricevuto 155000 dollari USA nel 2012 per diffondere propaganda anti-cinese utilizzando l’usurata e trita tematica dei ‘diritti umani’, che ha ancora presa sugli ambienti delle sinistre anarcoliberali filo-occidentali e occidentali.
National Democratic Institute for International Affairs, nel 2012 ha ricevuto 460000 dollari USA per occuparsi appunto dell’attivazione della ‘rivoluzione colorata’ ad Hong Kong sotto il pretesto del “processo di riforma costituzionale e per sviluppare la capacità dei cittadini”.
Secondo Edward Snowden, la CIA paga le triadi mafiose attive ad Hong Kong, tramite la stazione della CIA presso il consolato USA di Hong Kong. Snowden, parlando della sua fuga dagli USA, spiegava il suo passaggio ad Hong Kong, affermando “che la Cina è un nemico degli Stati Uniti. Voglio dire, vi sono conflitti tra il governo degli Stati Uniti e il governo della Repubblica popolare cinese, … ma il governo di Hong Kong è in realtà più indipendente rispetto a molti importanti governi occidentali”.

NED57272_900Note:
China Daily Asia
Genius
Moon of Alabama
NED
Pravda

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