2,5 milioni di dollari per assassinare il Presidente Maduro

Thierry Deronne, Global Research, 3 agosto 2013

ap-venezuela-president-nicolas-maduro_20130709104851_640_480La speranza della destra internazionale e dei media mainstream di vedere la rivoluzione bolivariana scomparire con la morte (sospetta) del Presidente Hugo Chavez, è stata frustrata dal nuovo Presidente Nicolas Maduro che porta avanza con forza le trasformazioni ricorrendo, in particolare, al “Governo di quartiere” in Venezuela (1), all’integrazione politica dell’America Latina e alla cooperazione Sud-Sud. Perciò, riprendo i preparativi per un attentato, di cui i servizi segreti venezuelani hanno sventato un primo tentativo. Prevista per il 24 luglio, l’operazione includeva l’assassinio di Maduro da parte di un cecchino, mentre partecipava a manifestazioni pubbliche per commemorare la nascita di Simon Bolivar, seguita da attacchi simultanei ad obiettivi politici e militari da parte di 400 uomini infiltrati in Venezuela attraverso il confine con la Colombia.
Secondo il ministro Miguel Rodríguez Torres, che ha rivelato i dettagli il 31 luglio alla rete d’informazione Telesur, gli incontri per sviluppare questo progetto si sono svolti a Bogotá, Medellín (Colombia), Miami e Panama. Il membri di questa operazione comprendono terroristi, golpisti, personaggi legati al traffico di droga e paramilitari, tutti vecchi giocatori della sovversione in America Latina come Roberto Frómeta di Miami, leader del gruppo terrorista F4, riconosciuto autore di azioni terroristiche contro Cuba e mentore del terrorista internazionale di origine cubana Luis Posada Carriles. Ex agente della CIA, è l’autore (tra le altre cose) del bombardamento del 6 ottobre 1976, quando morirono 73 passeggeri del volo 455 della Cubana de Aviación, e responsabile della tortura e della scomparsa di militanti sinistra, per conto della polizia politica venezuelana del regime degli anni ’60 e ’70. Nonostante le diverse richieste di estradizione, continua a godere della protezione del governo degli Stati Uniti. Sempre a Miami i 2,5 milioni di dollari volti a coprire l’acquisto di armi e logistica per l’attentato contro Maduro, furono raccolti dalla rete dell’imprenditore di destra venezuelano Eduardo Álvarez Macaya (di origine cubana), alias Eddy, membro del Comando delle organizzazioni rivoluzionarie unite (CORU) e di Omega 7, sospettato di aver organizzato l’assassinio del diplomatico cubano all’ONU Félix García, nel 1980.
Prima del piano di assassinare il presidente bolivariano, la prima fase di questa operazione era creare il caos in Venezuela per giustificare l’intervento. Fu lanciata dal candidato della destra Henrique Capriles Radonski dopo l’annuncio della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013. Seguendo i suoi ordini di scendere in piazza per scatenare la rabbia, gli squadroni paramilitari s’infiltrarono tra i militanti del suo partito Primero Justicia, assassinando gli attivisti bolivariani José Luis Ponce, Rosiris Reyes, Ender Agreda, Henry Rangel Manuel, Keler Enrique Guevara, Luis García Polanco, Rey David Sánchez, Antonio Acosta Hernández Jonathan e Johnny Pacheco, attaccando o bruciando le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), 25 Centri di Diagnosi Integrale (centri gratuiti di salute popolari), media comunitari, centri per l’approvvigionamento popolare (rete Mercal), una sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi. Tre settimane prima delle elezioni, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez) avevano ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di questo piano di destabilizzazione (2).

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario  colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell'aprile 2002.

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile 2002.

Questa violenza permeata di razzismo sociale godeva della disponibilità dei media privati che dominano la maggior parte dell’etere in Venezuela, e dei media internazionali che hanno oscurato le vittime. Durante la campagna presidenziale, il quotidiano francese “Le Monde” aveva definito Henrique Capriles “azzimato avvocato socialdemocratico” (sic). Questa prima fase, fallita davanti la resistenza pacifica della popolazione, aveva attratto il commento dell’ex Presidente Lula nell’aprile 2013: “Quando lasciai l’incarico che occupavo c’erano cose che non si potevano dire per diplomazia, ma oggi posso dire che ogni volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni di un altro Paese. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.”(3) Nel giugno 2013, una registrazione telefonica rivelava i contatti con gli Stati Uniti di un altro leader della destra venezuelana, Maria Corina Machado (anch’ella coinvolta nel sanguinoso colpo di Stato contro Chavez nell’aprile del 2002). Insistendo sulla necessità di organizzare un nuovo colpo di Stato preceduto da “scontri non dialoganti” (sic).
Fin dall’inizio, tutta questa operazione faceva affidamento sul sostegno di alcuni agenti della CIA e di due ex-presidenti legati al traffico internazionale di stupefacenti e ai paramilitari: l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e l’ex presidente honduregno de facto, l’imprenditore Roberto Micheletti, che prese il potere in Honduras dopo il colpo di Stato contro il Presidente Manuel Zelaya. Questi sono gli stessi settori della destra ad organizzare attività di destabilizzazione contro i governi di Bolivia, Ecuador e Venezuela, sempre con l’aiuto dei media privati, che hanno partecipato al colpo di Stato contro Hugo Chavez nell’aprile 2002, al blocco petrolifero nel 2002-2003, al massacro di Plaza Altamira nel dicembre 2012, agli attentati contro le ambasciate di Spagna e Colombia nel 2003, all’omicidio del giudice Danilo Anderson nel 2004, che indagava sugli autori del colpo di Stato, all’infiltrazione nel 2004 di un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nella finca Daktari (periferia di Caracas), mentre preparavano l’assassinio di Hugo Chavez.

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell'operazione: "decapitate Chavez."

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell’operazione: “decapitate Chavez.”

Le telefonate dimostrano che la possibilità dell’omicidio di Nicolas Maduro, rinviato a causa delle fughe e delle misure adottate dal servizio segreto venezuelano, resta. Uno degli scenari preferiti dai terroristi sarebbe “il governo di quartiere” approfittando dell’alta esposizione del presidente durante il contatto diretto con la popolazione.

Thierry Deronne, Caracas, 1 agosto 2013, AVN e Telesur.

Note:
(1) “Deux tours du monde en 100 jours : révolution dans la révolution bolivarienne
(2) “Venezuela: victoire du “chavisme sans Chavez” di Maurice Lemoine
(3) “Défaite de la tentative de coup d’État. L’ex-président Lula critique l’ingérence des États-Unis dans les élections vénézuéliennes“,
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Elezioni del presidente del Venezuela: l’opposizione non ha alcuna chance

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 8 aprile 2013

484083Uno scienziato politico venezuelano che conosco mi ha detto, un paio di anni fa, che l’opposizione aveva un candidato presidenziale promettente, Alberto C. Vollmer, un giovane distillatore di rum e proprietario terriero che ricopriva la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione e Amministratore Delegato di Ron Santa Teresa. Centinaia di persone, contadini senza terra ed elementi declassati, improvvisamente occuparono le sue terre. Ma invece di usare la forza per cacciarli, iniziò a parlargli, raggiungendo un accordo. In Venezuela, le occupazioni del genere venivano normalmente respinte arruolando pistoleros, chiamati a fare il lavoro sporco dai capi.  Gestì la situazione in modo assai diverso. Non ci fu alcun spargimento di sangue quella volta.  Accompagnato da un poliziotto, Vollmer avvicinò gli occupanti per sapere di preciso ciò che volevano. Di conseguenza furono autorizzati a vivere sulla tenuta. C’erano case costruite per ospitare gli indigenti, un servizio medico venne fornito a tutti loro e una scuola fu costruita per i loro figli. Questo esperimento fu un caso unico, un’esperienza da studiare per i think tank economici dell’America Latina. Il carismatico Vollmer, di origine tedesca, sembra essere fedele al regime bolivariano, è finito nella lista mondiale dei leader neoliberali globali.
Vollmer era troppo indipendente per diventare un candidato. Così chi tira le fila di nascosto ha guardato altrove, lasciando spazio al docile Henrique Capriles Radonsky, rampollo 40enne di una ricca famiglia ebrea. La famiglia è proprietaria di industrie, media, nel cui campo dell’intrattenimento fa la parte del leone. Le sue vedute destrorse sono in larga parte spiegate dalle sue origini e dai legami famigliari con i partner commerciali degli Stati Uniti e di Israele… Negli anni scolastici, Henrique aderì alla TFP (Tradizione, Famiglia, Proprietà), un’organizzazione di destra che combatteva il marxismo e la Teologia della Liberazione e manteneva stretti legami con para-militari estremisti. Il suo leader, Alejandro Pe?a Esclusa, ebbe un’enorme influenza su Henrique. Sostenne pienamente gli appelli di Esclusa ad usare la violenza contro i nemici. Ma il Venezuela vietò l’organizzazione nel 1984, essendo coinvolto nel tentato omicidio di Giovanni Paolo II. La prima cosa che fece Henrique, fu di nascondere la bandiera della TFP che sventolava nelle manifestazioni.
Laureatosi, Capriles entrò in politica e divenne un membro del parlamento nel 1998. Nel 2000 fu  coinvolto nella creazione di Primero Justicia (Movimiento Primero Justicia), un partito politico di centro-destra finanziato dalla CIA. Fin dai primi giorni della sua fondazione, il partito è stato visto come uno strumento per combattere le politiche di Chavez. Assegnato al distretto della capitale di Baruta, Capriles condusse la caccia alle streghe contro i sostenitori del governo bolivariano e organizzò l’assalto all’ambasciata cubana. Incontrando German Sanchez, l’ambasciatore cubano, pretese di avere accesso a ogni angolo dell’edificio dell’ambasciata, per assicurarsi che dirigenti chavisti non vi avessero trovato rifugio. Sanchez rifiutò risolutamente l’ultimatum e avvertì che il personale dell’ambasciata era pronto a resistere con tutti i mezzi a disposizione. Capriles non ebbe il coraggio di attaccare, ma l’ambasciata fu assediata interrompendo energia elettrica, acqua, fognatura, mentre tutte le vetture con targa diplomatica furono danneggiate. Capriles ha passato diversi mesi in carcere per questi crimini.
Nel luglio-ottobre 2012 Capriles guidò l’opposizione alle elezioni presidenziali. Chavez aveva gravi problemi di salute, dopo aver subito diversi interventi chirurgici e chemioterpaici. Ma riuscì a riprendersi e a sconfiggere l’avversario ottenendo il 55% dei voti contro il 44% di Capriles. Molti studiosi politici venezuelani pensano che la sua grave malattia sia stato un complotto, un cancro inoculato dai nemici per disabilitarlo prima delle elezioni di ottobre. Si suppose che Capriles avesse una buona possibilità di vincere di fronte a qualsiasi altro candidato bolivariano. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale è sicura che l’intelligence israeliana ne sia stata coinvolta. Il Presidente aveva cacciato l’ambasciatore d’Israele e maledetto pubblicamente lo Stato israeliano per l’uccisione di centinaia di libanesi. Il rafforzamento delle relazioni tra il Venezuela e la Palestina è ritenuta inaccettabile da Israele. Era visto come un pericoloso precedente seguito da altri Stati latino-americani. La nazionalizzazione dell’oro e dei diamanti, prima sotto il controllo degli imprenditori israeliani, suscitò la rabbiosa reazione di Tel Aviv. Cardinale sottolinea che il Mossad e la CIA hanno una lunga esperienza in operazioni in Venezuela; incitando ai colpi di stato, destabilizzando il Paese e finanziando l’opposizione, i giornalisti anti-governativi e le proteste  inscenate dagli studenti. Dice che Capriles è un ebreo che finge di essere un cattolico, e che è un candidato sostenuto dal Mossad. Secondo lei, agenti del Mossad erano le sue guardie nelle scorse elezioni. Cardinale ricordò l’incidente della sinagoga a Caracas saccheggiata nel 2009. Uomini armati fecero irruzione nell’edificio e l’imbrattarono scrivendo slogan, tra cui “ebrei andatevene”, sulle pareti, prima di distruggere oggetti religiosi. La guardia del corpo del rabbino e un gruppo di poliziotti, ne furono i responsabili. Cardinale ammise la possibilità che i poliziotti fossero stati pagati per accusare i sostenitori di Chavez. Si chiede se gli attentati contro le sinagoghe a Caracas continueranno ad imitare le azioni antiebraiche o se lo stesso Shimon Peres ammetterà mai il coinvolgimento d’Israele e confesserà che Israele ha ucciso Chavez nello stesso modo con cui ha ucciso Arafat. Si noti che agenti del Mossad controllavano le posizioni chiave nella polizia segreta venezuelana prima di Chavez. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese dopo l’avvento di Chavez nel febbraio del 1999, altri sono ricorsi all’arte del mimetismo e hanno continuato le loro attività sovversive. Le indagini vengono svolte per impedire la possibilità che i leader bolivariani cadano preda di malattie impreviste.
Secondo il sondaggio condotto da Hinterlaces il 4 aprile, Capriles non ha alcuna possibilità di vincere le elezioni presidenziali, se non in caso di una qualche “emergenza”. Oscar Schemel, capo dell’agenzia di sondaggi Hinterlaces, ha detto che Nicolas Maduro vince sui dibattiti ideologici, perché la sua fedeltà al chavismo gli dà un vantaggio. A 10 giorni dalle elezioni, in programma per il 14 aprile, i sondaggi danno a Maduro un vantaggio del 20%. Secondo Shemel, l’assenza di Chavez provoca instabilità emotiva tra le fila chaviste. La base si sente vulnerabile avendo perso il leader che li difese, gli restituì i diritti e li rese i principali partecipi della vita nazionale, in modo che possa rendersi conto che erano sempre dei cittadini. Non li portava all’immobilismo, piuttosto radicava il chavismo come movimento politico. Dopo aver saputo dell’intenzione di Capriles di ritirarsi dalla corsa, in vista dell’inevitabile sconfitta, Nicolas Maduro ha chiesto al suo avversario di continuarla. Secondo i media bolivariani, Capriles si è comprato un appartamento da 5 milioni di dollari a Manhattan, New York. Questo tipo di informazioni disorienta gli elettori dell’opposizione. Capriles ha perso almeno il 5% dei voti recentemente, ma la cosa più importante, è che si trova ad affrontare molti avversari clandestini, soprattutto nelle file dei partiti borghesi tradizionali, Azione Democratica (AD) e Partito Democristiano (COPEI), che ne minano gli sforzi.
Non importa, il fattore decisivo, prima delle elezioni del 14 aprile, è la mobilitazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Le informazioni provenienti dalle città che Nicolas Maduro ha visitato, testimonia il fatto che Hugo Chavez è in grado di vincere la battaglia per il socialismo, il progresso e la prosperità del popolo, anche dopo la morte. In tutti gli angoli del Paese, il popolo dice che “Chavez ci ha detto di vincere, e lo faremo a qualsiasi prezzo!

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti non possono perdonare Chavez

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 08/03/2013

542697Una tabella di marcia è pronta La storia, evidentemente, non si è conclusa in America Latina. Tra la tempesta del ‘sequestro’ che colpisce incessantemente il circuito politico Washington, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama potrebbe ancora vedere un alone argenteo fra le pesanti nuvole nere, affrettandosi ad esprimere interesse in un ‘rapporto costruttivo’ con il Venezuela, appena il presidente Hugo Chavez ha esalato l’ultimo respiro. Ma Obama, che non è mai a corto di parole, sembrava insolitamente brusco e incerto su come necessariamente presentare le sue condoglianze. Le élite politiche statunitensi, in qualche modo si sono unite, le élite sono così polarizzate che possono anche non essere d’accordo che la terra ruoti intorno al sole, ma subito serrano le fila scrutando attraverso il binocolo verso Caracas e gridando ‘Terra!’
Chavez evoca forti sensazioni nella mente statunitense. I repubblicani sulla collina gongolano, ritenendo una buona cosa che Chavez sia morto. Sia i democratici che i repubblicani vedono la possibilità di lasciarsi alle spalle il lungo periodo di tensioni USA-Venezuela e di aprire una nuova pagina. Tuttavia, con il passare delle ore, il dipartimento di Stato è intervenuto per tenere un briefing speciale, fornendo una sfumata reazione statunitense, forse nel tentativo di perfezionare le esplosioni d’intemperanza politica dei membri del Congresso, nonché per trasmettere una serie complessa di segnali alla leadership al potere a Caracas… Privo di retorica, il briefing del dipartimento di Stato ha segnalato la disponibilità di Washington a relazionarsi con il Venezuela post-Chavez, ma con l’importante avvertenza che le elezioni presidenziali dovrebbero tenersi entro 30 giorni, come previsto dalla Costituzione, assicurando “parità di condizioni” all’opposizione nel parteciparvi e tenendole in modo libero e leale, con gli osservatori stranieri, per essere convinti che “i principi democratici” sono rispettati.
Gli anonimi alti funzionari del dipartimento di Stato si sono lamentati che Chavez era solito usare lo Zio Sam come un «bersaglio, usandoci come una specie di spaventapasseri che può essere attaccato”, e hanno ammesso “quanto sia difficile cercare di avere un rapporto positivo con il Venezuela, ci piacerebbe… un più produttivo rapporto funzionale”. Hanno ripetutamente individuato aree specifiche in cui ci potrebbe essere dell’interesse reciproco, “dove i nostri interessi coincidono”, la lotta alla droga e al terrorismo, il commercio e le relazioni economiche, l’energia. Hanno detto che gli Stati Uniti “vedono se c’è qualche spazio per lavorare su queste cose… se c’è lo spazio per farlo da parte loro [del Venezuela], lo scopriremo”, anche se “almeno inizialmente, non vediamo questo grande cambiamento”. Nel complesso, quindi, gli Stati Uniti “adotteranno un processo lento durante il quale continueremo a parlare e a difendere i principi democratici… abbiamo stabilito una sorta di tabella di marcia, se volete, la via che ci piacerebbe seguire, una sorta di processo passo dopo passo”.
Leggendo tra le righe, l’amministrazione Obama sta cercando a tentoni una via d’uscita, data l’alta probabilità che il braccio destro di Chavez e Vicepresidente Nicolas Maduro possa essere il potere dominante emergente alle prossime elezioni presidenziali. Washington perseguirà un duplice approccio verso di lui, facendo pressione con il pretesto della sua preoccupazione ai “principi democratici”, mentre cerca un’apertura per un “rapporto costruttivo”. Si tratta di un ben noto approccio che gli Stati Uniti hanno illustrato nel corso del tempo, non solo in America Latina ma anche altrove. Ma se funzionerà nel Venezuela di oggi, resta da vedere. La dipartita di Chavez non significa la fine della sinistra in Venezuela. Né l’amministrazione statunitense ignora l’enorme importanza politica della fedeltà apertamente espressa a Maduro dai militari venezuelani.

Giocando un gioco lungo
Chiaramente, la sinistra è penetrata profondamente nella società venezuelana e nel breve termine almeno, Maduro erediterà il mantello della leadership. L’opposizione venezuelana, che rappresenta in generale gli interessi della classe media, non ha oggi il peso per mutare l’equilibrio di potere a suo favore. Anche i detrattori ammettono che Chavez si è ripetutamente assicurato dei mandati legittimi governando attraverso genuine elezioni democratiche. In breve, la “tabella di marcia” eil  “passo dopo passo” degli statunitensi si propongono, da un lato di far tremare il governo Maduro, imponendogli una risposta “costruttiva” alle aperture di Washington, mentre dall’altra parte gioca un  gioco lungo. Le due parole agghiaccianti espresse al briefing del dipartimento di Stato, “tabella di marcia” e “lento processo”, suggeriscono che lo Zio Sam ha tutta l’intenzione di screditare il Chavismo, gli insegnamenti di Chavez, ora che il bizzarro e avvincente populista socialista dall’immenso carisma ha lasciato libero il palco. Evidentemente Washington non ha nessuna intenzione di lasciare che il Venezuela cerchi da solo la via, in un momento cruciale della sua storia. Tanto è in gioco.
Prima di tutto, vi è il petrolio. Chavez ha preso di nuovo nelle mani nazionali il controllo delle vaste risorse petrolifere del Venezuela. Nel 2007 ha iniziato a spingere per un controllo nazionale dell’industria petrolifera del Paese. Le sue azioni hanno portato all’abbandono dei grandi progetti nell’Orinoco di Exxon Mobil e ConocoPhillips. Eppure, raffinerie statunitensi continuano a importare più di un milione di barili di petrolio venezuelano al giorno, la seconda fonte più importante delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, superate solo dalle cessioni dal Canada. Ma altre aziende internazionali si sono insediate, in particolare, dalla Russia e dalla Cina. A dire il vero, si attende una lotta cupa con Big Oil che cerca di recuperare almeno parte del terreno perduto, oltre alle sgomitate con i concorrenti, essendo un’aspettativa diffusa che il Venezuela possa probabilmente aumentare la sua produzione di petrolio.
Il Venezuela ha dimostrato di avere riserve di greggio per 297.570 milioni di barili, secondo un rapporto del 2012 dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Tuttavia produce solo 2,9 milioni di barili al giorno e ne esporta 1,6 milioni  al giorno. (In confronto, l’Arabia Saudita, il più grande produttore dell’OPEC, ha minori riserve accertate, 265.410 milioni di barili, anche se produce 9,3 milioni di barili al giorno e ne esporta 7,2 milioni al giorno, secondo l’OPEC.) La vendita di petrolio del Venezuela alla Cina è salita alle stelle e Chavez ha firmato un accordo per 40 miliardi di dollari di prestito con Pechino, confermando la garanzia dell’accesso della Cina al petrolio venezuelano. Inoltre Chavez ha fornito Cuba di tutto il petrolio di cui aveva bisogno, linfa vitale per l’economia di quel Paese in lotta per trovare la sua strada nella difficile transizione nel periodo post-guerra fredda, di fronte all’ostilità implacabile di Washington. Il petrolio venezuelano ha forgiato l’asse Cuba – Venezuela, che si è rivelato un punto di svolta nella politica regionale. L’Avana ha inviato migliaia di operatori sanitari in Venezuela che hanno contribuito a realizzare il progetto sociale per i poveri di Chavez. I consulenti di sicurezza cubani hanno aiutato Chavez a neutralizzare le macchinazioni degli Stati Uniti contro il suo governo.
Inoltre, ancora una volta il petrolio ha spinto Chavez verso il suo iniziale obiettivo diplomatico di rilanciare il cartello dei paesi esportatori di petrolio, conosciuto come la OPEC [Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio] con l’ordine del giorno di incrementare i proventi per il Venezuela. E questo, a sua volta, lo mise in contatto con un leader che gli Stati Uniti vogliono ostracizzare totalmente, l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad. La vicinanza tra i due è sbocciata in una stretta amicizia e alleanza in pochissimo tempo, nutrita dalla comune antipatia verso le politiche degli Stati Uniti. Basti dire che il petrolio rimarrà un fattore chiave per le politiche degli Stati Uniti verso il Venezuela. Ma alla fine l’eredità di Chavez non può essere ridotta a quella di un venditore di petrolio. Il punto è che ha colpito in profondità i principali interessi degli Stati Uniti a livello regionale e globale, divenendo difficile per Washington perdonarlo facilmente, e possibilmente per sempre.

Un’alternativa al Consenso di Washington
L’eredità di Hugo Chavez è una cosa meravigliosa. Il Venezuela è un Paese con una popolazione di circa 30 milioni dalla limitata forza nazionale, ma la morte di Chavez è stata osservata e discussa come un evento internazionale di grande importanza. Nonostante la campagna sostenuta dall’occidente per demonizzare Chavez come ‘dittatore’, l’opinione pubblica mondiale in generale lo prende seriamente come un uomo del destino, come è confermato dalla lode smaccata profusa dalle leadership di Brasile, Russia, Cina, India e così via. Infine, ciò che conta è che, nonostante il suo stile autoritario, nella tradizione latinoamericana del caudillismo o del governo forte, Chavez era un leader eletto e ogni elezione che ha affrontato, ne è uscito vincente in modo schiacciante sui suoi rivali.
Cosa spiega questa straordinaria popolarità tra il suo popolo? In poche parole, è stata la Rivoluzione Bolivariana, la visione di Chavez a fare del Venezuela uno Stato socialista. Ha intrapreso numerosi ‘missioni’ sociali al fine di promuovere l’alfabetizzazione di massa, fornendo sicurezza alimentare e assistenza sanitaria in tutto il Paese. Il risultato è evidente. Chavez è riuscito in buona misura nella ridistribuzione della ricchezza del Venezuela, migliorando il tenore di vita del popolo oppresso. Secondo le Nazioni Unite, la Commissione economica per l’America Latina, la povertà in Venezuela è scesa di ben il 20,8 per cento, dal 48,6% al 27,7, nei soli otto anni tra il 2002 e 2010, e la portata del successo di Chavez nel colmare il divario tra ricchi e i poveri è stato tale, che il Paese oggi ha il più basso coefficiente di Gini di tutta l’America Latina: 0,394. La Banca Mondiale stima che nel corso del periodo 2003-2009 la percentuale di venezuelani che vive sotto la soglia di povertà sia scesa dal 62% al 29%. In sei anni, dal 2001 al 2007, l’analfabetismo è sceso dal 7% al 5%. Chiaramente, Chavez ha portato il Venezuela a un elevato livello di uguaglianza socio-economica. Questo e solo questo spiegherebbe la massiccia dimostrazione di sostegno, di elezione dopo l’elezione da parte della classe operaia del Paese. Ma ancora più importante, gli ha dato una voce, un senso di dignità, un’assertività nel rivendicare i propri diritti e anche il diritto a sognare una vita migliore.
In effetti, questo ha funzionato anche in altri modi. In primo luogo, Washington era ‘bloccata’ con Chavez. Tutti i trucchi sporchi nell’armeria della Central Intelligence Agency non potevano destabilizzare il regime di Chavez. Né poteva scherzare con il caudillismo come con il peronismo. In altre parole, non era una questione di personalità o cojones soltanto. In circostanze diverse, Washington avrebbe sminuito Chavez per la sua mancanza di istinti democratici. Ma, al contrario, Chavez ha mantenuto costantemente il Venezuela sul percorso democratico. Le violazioni dei diritti umani erano una rara occorrenza. La libertà dei media in disaccordo o critici del governo non è mai stata minacciata. Le elezioni si sono svolte regolarmente e sono state assai eque secondo gli osservatori imparziali, e la prospettiva di un trasferimento pacifico del potere non è mai stata messa veramente in dubbio. Il fatto è che Chavez ha vinto la sua rielezione di ottobre con il 54% dei voti. Con la sola forza della sua personalità e delle sue politiche, Chavez ha assicurato che il ‘sinistrismo’ si radicasse nella politica del Venezuela. Così, nelle elezioni di ottobre, anche il principale candidato dell’opposizione Henrique Capriles Radonski finì praticamente con l’approvare le missioni di Chavez, sostenendo che avrebbe avuto la possibilità di poterle gestire meglio e in modo più efficiente.
La moltitudine di poveri, che sono stati ignorati e dimenticati, hanno riacquistato il rispetto di sé durante l’era Chavez e, anche senza di lui, sono tenuti a richiedere la partecipazione al sistema politico e sociale del Paese. Il fervore delle masse almeno in parte compensa il pericolo che il sistema che Chavez ha lasciato non sia così radicato come dovrebbe essere. Così, nel breve periodo, il suo partito è del tutto certo di mantenere il potere. A dire il vero, Chavez ha lasciato un segno indelebile nel panorama politico non solo in Venezuela, ma anche nel continente latino-americano nel suo complesso. Ha ispirato l’ondata politica di sinistra in tutto il continente. Diversi paesi hanno ‘oscillato’ negli ultimi 14 anni, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Perù, e hanno continuato a eleggere leader di sinistra. Ciò che li accomuna è l’accento che questi leader hanno posto sulla lotta alla povertà, la giustizia sociale e l’opposizione pronunciata all”imperialismo’ USA. Avviando questa sinergia, Chavez ha svolto un ruolo fondamentale nel creare nuovi organismi regionali con una concertata integrazione regionale, L’Unione delle nazioni sudamericane [Unasur], l’Alleanza Bolivariana per le Americhe [Alba] e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi [ Celac]. Si tratta di una strategia accorta, in quanto ha creato un ‘muro di fuoco’ contro un eventuale intervento degli Stati Uniti nella regione. La realtà per cui l’Organizzazione degli Stati Americani [OSA], che gli Stati Uniti hanno utilizzato come strumento di egemonia regionale, è stata relegata in secondo piano perdendo la sua preminenza. La conseguente perdita di influenza degli Stati Uniti nella regione, potrebbe rivelarsi il lascito più importante di Chavez.
Dal punto di vista di Washington, il culmine della sua influenza regionale è stato nel dicembre 1994 a Miami, quando il presidente Bill Clinton ospitò il primo vertice delle Americhe nel tentativo di lanciare in America Latina l’immagine degli Stati Uniti. Da allora in poi, è stato un costante declino. Il pendolo ha cominciato oscillare praticamente dall’altra parte dal 1998, quando Chavez andò al potere. Oggi la regione riverbera il modello socialista che Chavez ha esposto, e non la zona di libero scambio delle economie di mercato, dall’Artico alla Tierra del Fuego, che Bill Clinton immaginava. Chavez ha stabilito che l’America Latina non ha bisogno di seguire l’esempio di Washington e in effetti farebbe meglio a non farlo. È vero, il modello Chavez non è diventato un modello uniforme dell’America Latina, ma il suo progetto ha dimostrato in modo generale che ci sono alternative alla visione di sviluppo economico e politico di Washington. La lungimiranza di Chavez sta nella sua generosità nel mettere il petrolio venezuelano a disposizione degli altri Stati poveri della regione, salvandone le economie in modo che fossero abbastanza forti da scontrarsi con il diktat di Washington. Vide che, aiutando i vicini piccoli, rafforzava la capacità del Venezuela nel resistere alle pressioni degli Stati Uniti. A sua volta, la sua posizione abrasiva contro l’imperialismo degli Stati Uniti, sulla scena internazionale, ha anche fornito lo spazio politico per altri Paesi dell’America Latina, meno ‘militanti’, per poter negoziare con Washington. Nel frattempo, questo emergente clima politico latinoamericano ha aperto la porta ad altri grandi giocatori comparsi sulla scena, che era fino ad allora dominata dagli Stati Uniti, in particolare la Cina.
Infatti, attraversando una fase critica, quando tutto questo stava accadendo in America Latina, gli Stati Uniti erano occupati dal tentativo di districarsi dal pantano in Iraq. Ma in ultima analisi, sono state le iniziative di Chavez, nel creare un’unione economica e un’unità politica regionale, che praticamente hanno ricacciato il potere degli Stati Uniti sulla regione. In aggiunta a questo, il suo atteggiamento provocatorio sulla scena mondiale, rimproverando l’imperialismo degli USA, ha colpito le corde profonde della psiche popolare latino-americana. L’effetto valanga di tutto questo era evidente nel fallimento degli Stati Uniti nell’avere il sostegno di molti Paesi dell’America Latina per l’invasione dell’Iraq, nel 2003. Guardando indietro, Chavez è riuscito nella sua missione di minare l’influenza degli Stati Uniti in tutta l’America Latina e probabilmente c’è riuscito su una scala che neanche Fidel Castro e Che Guevara, nel loro periodo di massimo splendore, potevano avere…

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Venezuela dopo Chavez

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 07/03/2013

7_11_12-Chavez-PutinIl leader del Venezuela è scomparso a 58 anni. Non ha avuto il tempo sufficiente per completare neanche la metà dei suoi piani. Un uomo d’azione che ha dato l’esempio alle forze di sinistra del continente. La sua scomparsa certamente rallenterà, forse temporaneamente, le riforme nell’emisfero occidentale associate al suo nome. Recatosi a Cuba per un nuovo intervento chirurgico nel dicembre 2012, ha invitato i sostenitori a restare uniti. Uniti, ha ripetuto la parola tre volte di proposito, perché è l’unità che può garantire la continuazione del suo percorso politico e la sconfitta storica delle forze guidate dall’impero degli Stati Uniti d’America. E’ stato spesso chiamato il liberatore del XXI.mo secolo, in riferimento a Simon Bolivar, che combatté contro il giogo coloniale spagnolo. Ha fatto molto per liberare il Venezuela dalla dipendenza economica e politica dagli Stati Uniti: l’industria petrolifera è stata nazionalizzata, il processo d’integrazione dell’America Latina è stato accelerato.
Il significato storico di Chavez sarà sempre più distinto col passare del tempo…
Il fatto che il presidente Obama abbia offerto le condoglianze al Venezuela per la morte di Chavez ed espresso la speranza per la costruzione di un rapporto costruttivo bilaterale, è stato percepito da molti come un segnale ai leader bolivariani. Una volta che Obama parla di cooperazione, non è interessato al confronto, in modo che Caracas non dovrebbe rifiutare una stretta di mano. E’ tempo per il dialogo, l’interazione e la riduzione della tensione. Ma la tranquillità ostentata di Obama va di pari passo con l’euforia vendicativa sorta a Washington. I sentimenti prevalenti nei circoli dell’establishment degli Stati Uniti sono evidenti: finalmente l’odiato caudillo è morto! La causa della sua morte deve essere ancora precisata, ma apre la strada a nuove azioni sovversive in Venezuela, per esempio, sviluppando contatti con gli avversari di Nicolas Maduro, l’uomo che Chavez ha nominato come suo successore. L’obiettivo principale dei servizi speciali degli Stati Uniti è inserire un cuneo di discordie tra i leader venezuelani, destabilizzare la situazione, rafforzare l’opposizione, in particolare l’ala radicale, e farle cercare vendetta. Le note di pacificazione nelle parole di cordoglio di Washington non sono altro che una cortina di fumo per un’operazione multifase volta a tenere lontano dal potere i “successori di Chavez”… Tutto il resto non sono altro che parole vuote.
La punizione pubblica di un Paese governato da un “regime populista” è da lungo tempo un’idea fissa di alcuni ambienti al vertice della leadership degli Stati Uniti. Pensano che sia il momento giusto per un attacco esplorativo, per verificare la stabilità del regime bolivariano. L’elezione imminente apre promettenti prospettive. L’opposizione ha la possibilità di prendere l’iniziativa. Tutti i sondaggi dicono che Nicolas Maduro è avanti a Capriles Radonsky del 15-20%. Capriles ha perso con Chavez nell’ottobre 2012, ma coloro che tirano i fili da Washington non rispettano le regole. E sarà una dura lotta. Sabotaggi, provocazioni, sovversioni, omicidi politici, tutto è lecito in amore e in guerra, tutto andrebbe fatto per raggiungere l’obiettivo. Se Maduro sarà un chiaro vincitore nelle elezioni, istigheranno disordini nelle città, bloccando le vie di trasporto, accendendo il confronto e poi alzando i toni e il pianto sulle “vittime della repressione del governo”. L’uso della forza per arrivare al potere non è escluso, ma si può tentare con l’aiuto di mercenari e unità per operazioni speciali straniere. Tali scenari hanno già avuto luogo nella storia contemporanea del Venezuela. L’altra opzione è agire mentre i voti vengono contati. I media e gli attivisti pro-USA diffonderanno informazioni su “falsificazioni di massa”, per colpire Maduro. Tali accuse hanno accompagnato tutte le campagne elettorali che Chavez ha vinto, ma sempre con un ampio margine. Ma ora, riguardo Maduro?
Naturalmente, la leadership bolivariana conta sul sostegno di amici e alleati. E’ già stata riconosciuta dall’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, o ALBA), dalla Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños, CELAC), dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unión de Naciones Suramericanas, UNASUR) e altri. Nicolas Maduro ha un disperato bisogno del sostegno di Cina, Brasile e Russia, Paesi su cui contava Chavez durante l’assunzione di decisioni in politica estera. Igor Sechin, il presidente esecutivo di Rosneft, guiderà la delegazione russa al funerale. Ha fatto molto per promuovere le relazioni Russia-Venezuela. La squadra russa comprende anche Denis Manturov, ministro del Commercio e dell’Industria della Federazione Russa, e Sergej Chemezov, direttore generale della Russian Technologies State Corporation. La composizione della delegazione mostra chiaramente che la visita non sarà limitata  solo a funzioni rappresentative. La delegazione ha l’obiettivo di impedire lo svolgersi degli eventi secondo il piano di destabilizzazione di Washington, e dare ogni possibile aiuto a Nicolas Maduro.
I liberali già prevedono che la Russia soffrirebbe grandi perdite finanziarie e materiali in Venezuela. Dando alle previsioni una tinta artificialmente drammatica: gli Stati Uniti raggiungeranno il loro obiettivo, gli investimenti della Russia nel bacino dell’Orinoco e in altre zone del Venezuela andranno persi, e l’enorme prestito per l’acquisizione di armi russe svanirà nel nulla. L’opposizione al potere spazzerebbe via tutti coloro che non hanno il favore di Washington, come cinesi, russi,  brasiliani… Queste prospettive oscure sono viste da coloro che credono in un solo modello di politica: chi offrirà più soldi ai successori di Chavez sarà il vincitore. Ma Chavez ha costituito una squadra vera e propria. Quindi, non importa quanto duri potranno essere i tempi, non ci saranno disertori nelle file di coloro che lottano per la vittoria della rivoluzione bolivariana.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia finale di Chavez: “la mobilitazione del lutto”

Dedefensa 6 marzo 2013

hugo-chavez-nicolas-maduroLa morte del presidente venezuelano Hugo Chavez si pone immediatamente sotto gli auspici di una grande crisi: una crisi, non solo nel Paese, cosa ovvia per un tale evento e sapendo le circostanze generali, ma soprattutto anche una crisi generale che oppone il Sistema a forze necessariamente anti-sistema, rientrando completamente nel contesto internazionale. Il governo e, in generale, il “Gruppo Chavez” condotto finora dal Vicepresidente Maduro, hanno immediatamente ed esclusivamente inserito l’evento in questo contesto, e con tutti gli argomenti necessari per farlo.
Due assi sono stati immediatamente scelti per realizzare questo contesto dell’aggressione del Sistema, rappresentato principalmente dagli Stati Uniti e dal loro processo d’interferenza immemorabile e d’intervento illegale in America Latina. Da un lato, un intervento diretto degli Stati Uniti, anche attraverso militari o funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti, con l’espulsione immediata di due ufficiali dell’USAF addetti all’ambasciata e accusati di proporre ai militari venezuelani delle azioni sovversive; dall’altro, i dubbi sulle cause del cancro di cui Chavez è morto. Si hanno i dettagli dei due assi nell’intervento di Maduro, denunciante un piano di destabilizzazione, su Venezuelanalysis.com del 5 Marzo 2013.
Il Vicepresidente Nicolas Maduro ha oggi denunciato piani di destabilizzazione da parte delle destre venezuelana e internazionale, annunciando l’espulsione di due ufficiali degli Stati Uniti per aver minacciato la sicurezza militare. Implicando anche che il cancro di Chavez sia stato “causato dai nemici del Venezuela” … [...] Inoltre, [Maduro] ha detto: “Non abbiamo dubbi che i nemici storici del Paese hanno cercato un modo per danneggiare la salute del presidente Chavez… aggredito con questa malattia”, alludendo alla possibilità di un “attentato scientifico”. “Proprio come è successo a Yasser Arafat… Alla fine ci sarà un’indagine scientifica sulla malattia del Presidente Chavez”, ha detto.” Questo aspetto, una cospirazione per provocare il cancro Chavez, è ovviamente l’asse più originale del contrattacco preventivo del governo venezuelano nel suo ruolo completamente anti-Sistema.
RussiaToday del 5 marzo 2013 mostra i due assi di questo “contrattacco preventivo”, sviluppando in particolare quello relativo alla salute di Chavez. Ci si ricorda delle accuse dello stesso Chavez, citando il suo caso personale e quello della presidente argentina, e avrebbe potuto aggiungere quelli dell’ex presidente brasiliano Lula e dell’attuale presidente Rousseff, essendosi entrambi curati dal  cancro. “Nel dicembre 2011, Chavez speculava sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero avere infettato i leader regionali con il cancro, dopo che alla presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner era stato diagnosticato un cancro alla tiroide. “Non voglio fare qualsiasi accusa insensata“, ha detto Chavez alla luce di qualcosa che risultava essere “molto, molto strana.” “Sarebbe strano se [gli Stati Uniti] abbiano sviluppato una tecnologia per indurre il cancro, e nessuno lo sappia?”, si è chiesto.”
Un altro campo di battaglia del dopo-Chavez riguarda l’economia. Su questo punto, da parte del Sistema è in atto un’intensa campagna propagandistica che ruota attorno alla recente svalutazione in Venezuela, e ovviamente contro di essa. Si tratta di screditare in tutti i modi possibili un sistema economico che si oppone direttamente all’ideologia economica del Sistema, di cui può essere visto in tutto il mondo il carattere destabilizzante e dissolvente, la cui generazione di crisi successive  colpisce la sua stessa essenza. Questi attacchi contro il sistema economico del Venezuela utilizzano ogni sorta di apprezzamento possibile, spesso straordinariamente assurdo e hollywoodiano, sulla realtà di questa svalutazione.
Un buon apprezzamento è dato dall’articolo di Mark Weisbrot sul Guardian del 3 marzo 2013. Ecco un breve estratto dove Weisbrot sembra rimproverare un economista del Sistema che avrebbe confuso, nel suo racconto, le false cifre dell’inflazione con le cifre false della svalutazione: “Non sorprende che parecchio di ciò che passa per analisi sulla stampa, si basa su una logica errata e dati sbagliati. Il premio dei numeri sbagliati questa volta va a Moisés Naim, che scrive sul Financial Times che “durante la presidenza di Chávez, il bolivar è stato svalutato del 992%.” I fan dell’aritmetica sapranno subito che questo è impossibile. Che la moneta al massimo può essere svalutata del 100%, a quel punto verrebbe scambiata per zero dollari. A quanto pare, un’amplissima esagerazione viene consentita quando si scrive del Venezuela, e finché è negativa…
L’economista Weisbrot, co-autore del documentario pro-Chavez di Oliver Stone, South of the Border, collabora anche con il sito Venezuelanalysis.com, che ha un forte sostegno dai “dissidenti” pro-Chavez negli Stati Uniti, ed è una buona fonte per seguire gli avvenimenti in Venezuela. Questo sito ha pubblicato, il 5 marzo 2013, un’interessante analisi del Dr. Francisco Dominguez, segretario della Campagna di solidarietà al Venezuela del Regno Unito, su Ricardo Haussmann, collaboratore episodico del Guardian che prende di mira la situazione economica del Venezuela: Haussmann uomo della vecchia era pre-Chavez, e del FMI, poi di Harvard… Questo è l’archetipo dell’attore economico del Sistema che agisce per raccogliere e organizzare le varie forze economiche dominanti anti-Chavez e pro-USA in Venezuela.
Nelle scorse elezioni di ottobre, vinte da Hugo Chavez in modo schiacciante, Haussmann (in qualità di advisor dello sconfitto candidato della  destra Henrique Capriles) aveva dichiarato che l’opposizione di destra avrebbe avuto 200.000 persone presenti ai seggi elettorali, che poi avrebbero annunciato i propri risultati prima di quelli ufficiali. Fortunatamente questo piano, che fu visto da molti fin dall’inizio come una preoccupante  destabilizzazione volta a legittimare dei risultati internazionalmente non riconosciuti, non scattò a causa della dimensione della vittoria di Hugo Chavez, con Capriles stesso che riconosceva i risultati. Questo non è stato il primo, il quotidiano spagnolo ABC aveva pubblicato un falso sondaggio che dichiarava perdente Hugo Chavez. Sicuramente il suo ruolo di consulente del candidato di destra avrebbe dovuto configurare il pezzo per il Guardian. Ciò spiegherebbe meglio i motivi del contenuto dell’articolo. Allo stesso modo, parte dei media britannici ha recentemente ospitato Diego Arria (che negò che il golpe che in Venezuela nel 2002 fosse un golpe!) e la filo-golpista del 2002, deputata estremista di destra (e amica di George W. Bush) María Corina Machado. Entrambi sono firmatari di primo piano di una recente petizione pubblica che invita i militari venezuelani a rovesciare il governo legittimo del Paese.”
Tutto ciò definisce una situazione molto particolare, che non è inaspettata considerando la personalità e l’influenza del defunto, nonché la condanna e l’odio con cui lo perseguiva il Sistema, ma una situazione che resta, tuttavia, straordinaria. Questa morte apparentemente “naturale” (di malattia) è stata chiaramente presentata e già accettata, e dovrebbe essere sempre più vista come una morte per attentato o aggressione dal Sistema, direttamente o indirettamente, a scelta. Questa presentazione e percezione della morte di Chavez, fanno si che sia più molto l’occasione della mobilitazione che del lutto o, se si vuole, di una “mobilitazione del lutto”, che sarebbe il massimo contributo diretto di Chavez alla lotta anti-Sistema. Sembra molto probabile che le elezioni presidenziali (entro 30 giorni, secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri del Venezuela) saranno sotto il segno della mobilitazione: contro l’aggressione del Sistema (gli Stati Uniti e gli economisti del Sistema), anche propriamente o indistintamente considerata responsabile della morte per assassinio di Chavez con un attentato tecnologico-medico, o di una sovversione generalizzata.
Il richiamo generale ai sospetti sulle cause del cancro di Chavez dovrebbe svolgere un ruolo importante nel comportamento e nella mobilitazione della popolazione per le elezioni. E anche se la situazione in America Latina sia coerente a ciò che si percepisce, questa mobilitazione  prevedibilmente supererà i confini del Venezuela, perché riguarda logicamente tutti i nuovi regimi dell’America Latina, dall’estrema-sinistra di Morales in Bolivia, al centro-sinistra di Rousseff e Lula in Brasile. (Usiamo queste nozioni di “sinistra” per facilità, quando si dovrebbero piuttosto indicare queste tendenze come anti-Sistema.) Non diremo che assolutamente tutti apprezzavano Chavez, ma tutto deve essere necessariamente interdipendente, almeno l’immediato dopo-Chavez, nella misura in cui la pressione del Sistema contro il Venezuela di Chavez comporta un attacco contro l’intero continente per il suo attuale orientamento anti-Sistema. Si può arrivare all’ipotesi che tutto è possibile, in talune circostanze, come nel caso di un brutale tentativo di “golpe” contro il regime di Chavez, in cui uno dei vicini, anche il potente Brasile, prenderebbe in considerazione un intervento militare basandosi sulla reazione popolare in Venezuela. Questo tipo di assunzione può portare a situazioni di grande destabilizzazione, in cui il Sistema non esce sempre vincitrice, anzi lontano da ciò, perché a livello continentale vi è la possibilità di un furioso indurimento anti-Sistema, in tali circostanze.
Ma si farà un tentativo diretto e brutale di destabilizzazione? La dottrina del “diritto alla stupidità“, come ha affermato Kerry ad uso universale del Sistema, non è impossibile. L’espulsione di due ufficiali dell’USAF potrebbe essere un segno, perché cercare di fomentare un colpo di stato delle forze armate venezuelane, nelle condizioni attuali, è una tattica brutale che delimita in modo efficace, nelle condizioni attuali (popolarità Chavez, sospetti sulle cause della sua morte, la solidarietà in America Latina), la famosa “stupidità”. (Che i due ufficiali abbiano effettivamente complottato o meno è secondario, il fatto essenziale è che la percezione di tale iniziativa sarebbe troppo in sintonia con i metodi degli Stati Uniti per essere categoricamente rifiutata: in questo caso, il sospetto sulla base dell’esperienza storica crea la verità della questione, altrimenti sarebbe quasi impossibile determinarlo oggettivamente…)
L’assunzione di un tale tentativo attivo e brutale è da prendere in considerazione, se non altro perché tutte le menti sono d’accordo sulla sua possibilità, e non si deve mai disperare di un sistema in cui più poteri non sono coordinati tra di loro e la passione anti-Chavez così ampiamente diffusa, accentuano il riferimento alla “dottrina della stupidità.” E’ su questo terreno che il regime di Chavez dovrebbe logicamente correggere le tattiche per lanciare il dopo-Chavez, e andare rapidamente a nuove elezioni per sfruttarne l’emozione, in particolare sulla mobilitazione che dovrebbe accompagnare questa emozione. Si aggiunga, come ulteriore vantaggio dei successori di Chavez, che l’opposizione è tutt’altro che unita intorno all’avversario di Chavez dell’ottobre 2012, Henrique Capriles.
La cosa più notevole della situazione, ancora una volta, si trova nel campo della comunicazione. L’attacco contro Chavez da parte della comunicazione del Sistema, e in particolare da quando era malato, è stato di tale potenza, coinvolgendo tutti gli aspetti della “dottrina della stupidità”, che l’idea dell’aggressione occulta si è istituzionalizzata. La morte di Chavez non sarebbe vista come naturale, ma causata da un’attentato. La mobilitazione diventerebbe assolutamente naturale, e se questa sarà la mentalità dominante, ovviamente sarà vantaggiosa per il regime; la responsabilità generale della crisi viene vista come il risultato di questo attacco costante e massiccio contro Chavez. Gli stessi metodi della comunicazione, “l’aggressione morbida” come contro la Russia, devono essere falsati in questo caso, perché in America Latina vi è il peso della brutalità storica del Sistema (Stati Uniti) in questa regione, disprezzata e considerata il giardino o il cortile degli Stati Uniti.
Si scaccia difficilmente l’atavismo storico della brutalità, in particolare quando si carica di questa stupidità del Sistema che sembra andare di pari passo con l’attività da superpotenza del Sistema, il suo odio totale per tutti i principi di legittimità della sovranità, il suo gusto per la dipendenza dell’illegalità, arrivando alla tossicodipendenza, ecc. Tutto questo è stato fatto per anni contro Chavez. Il risultato è che la morte di Chavez, qualunque sia la sua causa, viene facilmente percepita come un attacco del Sistema, giustificando tutte le paure e quindi la mobilitazione generale per il contrattacco “preventivo” delle accuse pubbliche del governo, l’espulsione degli ufficiali USAF come l’espulsione di agenti del KGB nei momenti di tensione durante la guerra fredda, e così via.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: deciso avvertimento sui tentativi di destabilizzazione

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 05/03/2013

227710Il Vicepresidente Nicolas Maduro ha recentemente messo in guardia l’opposizione, numerose volte, che qualsiasi tentativo di inscenare un colpo di stato nel Paese sarà irricevibile. E’ così che la dirigenza bolivariana ha reagito alla visita del candidato presidenziale dell’opposizione, Henrique Capriles Radonsky, negli Stati Uniti. Ha perso le elezioni presidenziali dell’ottobre 2012 con Hugo Chavez, ma senza mai ammettere i risultati. E neanche le forze esterne che gli offrono sostegno. L’impero degli Stati Uniti e il sionismo mondiale sono intenti a far sì che Capriles continui a servire i loro interessi. Pensano che sia il momento giusto per il cambiamento di potere in Venezuela. La prolungata malattia del Presidente deve essere utilizzata come pretesto per cambiare l’onda degli eventi, in violazione della Costituzione e della volontà del popolo. Nicholas Maduro ha rigorosamente definito le attività di Capriles una cospirazione.
Per primo Radonsky si è recato in Colombia per incontrare uomini d’affari e discutere la collaborazione e le modalità per aumentare il contrabbando di prodotti alimentari e di prima necessità provenienti dal Venezuela; l’agenda abituale di chi progetta la sovversione economica. Ha inoltre discusso la questione del finanziamento delle formazioni paramilitari colombiane da utilizzare sul suolo venezuelano. Secondo Maduro, i loro leader sono stati consultati per una futura collaborazione. A Miami, Capriles ha avuto contatti con i banchieri venezuelani che avevano lasciato il paese per evitare l’arresto. Alcuni di loro sono stati accusati di sovversione, per esempio, nel coinvolgimento della morte del procuratore Danilo Anderson che indagava sulla partecipazione dei banchieri nella cospirazione dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez. Le due parti si sono accordate e i banchieri hanno detto che daranno aiuti finanziari all’opposizione radicale in Venezuela.
Maduro ha detto che Capriles ha avuto colloqui con un influente “clan mafioso di Miami” (probabilmente intendeva gli immigrati cubani) e i rappresentanti di Otto Reich, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela, allora inviato speciale per l’emisfero occidentale del presidente degli Stati Uniti, come Assistente del segretario di Stato per gli affari nell’Emisfero occidentale, e che oggi lavora per la CIA ed è coinvolto nelle campagne di propaganda contro il Venezuela e altri “regimi populisti”. A New York, Capriles ha incontrato alcuni repubblicani degli Stati Uniti e Roberta S. Jacobson, Assistente del segretario di Stato in carica per gli Affari nell’Emisfero occidentale. Anche i servizi speciali erano coinvolti nei colloqui. Maduro ha detto che il governo sta attentamente monitorando tutti i movimenti di Radonsky sul suolo statunitense. Mario Silva, giornalista e attivista politico venezuelano, conduttore di un programma televisivo, ha riferito che i dirigenti della Tavola Rotonda per l’Unità Democratica (Mesa de la Unidad Democratica, MUD), Jose Ramon Medina e Andres Borjes, un membro del parlamento e un partecipante attivo al tentato golpe dell’aprile 2002, accompagnavano Capriles nel suo viaggio negli Stati Uniti.
Ovviamente, gli emissari dell’opposizione venezuelani coordinano le proprie attività di destabilizzazione con gli Stati Uniti. Gli atti di sabotaggio vengono rinnovati in Venezuela. Centinaia di tonnellate di prodotti alimentari sono portati fuori dal Paese. Alcuni alimenti vengono portati dagli imprenditori in depositi clandestini, alcuni trasportati nei paesi vicini, mentre un’altra parte è destinata a marcire. Le linee e le sottostazioni elettriche sono soggette ad azioni sovversive. L’erogazione di acqua viene regolarmente interrotta. Le violenze di strada, in particolare nei quartieri operai, aumentano. Non sono così diffuse come in Messico, America Centrale, Colombia e Perù, ma il Venezuela ha ancora la reputazione di Stato criminale di primo piano nell’emisfero occidentale, tra cui il traffico di droga e di “merce umana”.
Le speranze vengono riposte nell’istigare il caos… La nuova generazione di studenti è l’obiettivo primario degli sforzi della propaganda. Bloccano strade con manifestazioni teatrali e chiedono al governo di dire tutta la verità sullo stato di salute del Presidente. Gli studenti dell’opposizione (provenienti dalle famiglie abbienti, di norma) sono coinvolti in attività di propaganda e di diffusione di voci antigovernative con l’aiuto dei social network. Dicono che Chavez è condannato. Questa disinformazione viene diffusa dentro e fuori il Venezuela. Gli intrugli di Guillermo Cochez, ex ambasciatore di Panama presso l’Organizzazione degli Stati Americani, che affermano che a Chavez sia stato spento il supporto vitale, vengono ampiamente diffusi. Il quotidiano spagnolo ABC riceve denaro dalla CIA per diffondere storie fabbricate, di norma dei falsi su Chavez. La colombiana Radio Caracol gode di una posizione speciale in tali sforzi. La prima pagina della rivista venezuelana della gioventù antigovernativa CETA, ha mostrato la foto di Chavez con gli occhi chiusi, dicendo che era morto.
Nicolas Maduro e la sua squadra sanno che la propaganda esercita un’influenza negativa. Durante tutto il periodo della malattia di Chavez, i funzionari del governo hanno fornito aggiornamenti regolari su ciò che stava accadendo e con molti dettagli. Nel giugno del 2011 è stato oggetto di un intervento chirurgico a un ascesso pelvico a L’Avana, poi è stato colpito da gonfiore intestinale. Entro la fine di febbraio 2012, Chavez ha subito un nuovo intervento chirurgico. Nel novembre dello stesso anno, stava attraversando un periodo di recupero a Cuba, nell’apposita camera a pressione. Si scoprì che un quarto intervento era richiesto. Dopo di che i media occidentali iniziarono a diffondere menzogne totali dicendo che il presidente era ostaggio dei cubani e che Maduro stava usurpando il potere in Venezuela. Chavez insistette a ritornare per allentare le tensioni. E’ stato trasferito a Caracas, nell’ospedale militare Carlos Arvelo. Il recupero è avviato, ma le regolari relazioni sul suo stato di salute non sono sufficienti a placare l’opposizione. Vuole vedere con i propri occhi se il presidente è veramente vivo e in grado di reagire in modo adeguato alla realtà. In realtà, ciò significa che l’opposizione ha intenzione di convertire il territorio circostante l’ospedale in un epicentro per lo scontro con le autorità. Diosdado Cabello, il presidente dell’Assemblea nazionale, ha messo in guardia contro tali azioni che minacciano di provocare una risposta rapida e risoluta.
Il recupero di Chavez è un processo difficile e lento. È per questo che i suoi parenti più prossimi sono contrari alla pubblicazione di foto che mostrano un leader nazionale impotente. Operazioni e chemioterapia non possono non lasciare tracce. In questo momento, Chavez non può incontrare persone che via radio a causa dei problemi respiratori, essendo intubato non può liberamente parlare. Una squadra mista di medici specialisti di Cuba e Venezuela fa del suo meglio per farlo riposare. Solo i parenti più prossimi e un ristretto gruppo di leader bolivariani ha accesso presso di lui. Anche ai presidenti di Ecuador e Bolivia, Rafael Correa e Evo Morales, è stata rifiutata la possibilità di vederlo. “Ci sono giorni in cui il suo stato di salute è assai difficile, secondo le informazioni dei suoi ministri, ma ora è tornato a Caracas e questo è un grande sollievo“, ha detto Morales. “A volte malattia e malessere sono difficili da combattere, ma naturalmente speriamo di  incontraci presto per poter continuare a collaborare, come abbiamo fatto finora“, ha aggiunto il presidente boliviano.
Il Ministro della Comunicazione e dell’Informazione Ernesto Villegas ha annunciato la creazione del Sistema di informazione e comunicazione bolivariano per combattere gli attacchi psicologici lanciati dalle agenzie degli Stati Uniti. Ha sottolineato che scopo del sistema è neutralizzare gli sforzi sistematici delle forze ostili per mettere a tacere le informazioni relative alle attività del governo. Tutto il Paese deve essere coperto dalla sua trasmissione. I media delle amministrazioni locali (comunas) e degli attivisti bolivariani assistono Radio, TV e stampa statali. Diventerà un mezzo per contrastare gli sforzi propagandistici pro-USA. Finora, i canali TV e le stazioni radio dell’opposizione hanno dominato le trasmissioni. Lo stesso è accaduto con gli organi di stampa. Ora i tempi sono maturi per cambiare tendenza. E’ una questione di mesi, non di anni.
Mentre la possibilità di Chavez di tornare al timone sta svanendo, in qualità di presidente Maduro è sempre più sottoposto a dure critiche dai media pro-USA. Ma ha acquisito la necessaria esperienza politica nel corso degli anni di collaborazione con Chavez. Ha anche una solida reputazione internazionale come capo di Stato. Maduro sa come prendere decisioni equilibrate e ferme, se necessario. Nel caso in cui diventi il Presidente del Venezuela, dovrà rispettare rigorosamente la politica iniziata da Chavez.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vedasi anche: Il cancro di Chavez è causato da un complotto statunitense?

La rielezione di Chavez in Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 08/10/2012

La rielezione di Chavez nelle elezioni presidenziali in Venezuela, incombeva in tutte le previsioni più serie. Il 7 ottobre ha ottenuto il 54,4% dei voti, il messaggio inviato dal collegio elettorale dice che i venezuelani non hanno perso la fiducia nel loro leader, nel corso di 14 anni di governo. Chavez rimane un campione senza sfidanti diretti in vista, e il mandato ribadito gli permette di proseguire le radicali riforme strutturali, comprese le missioni dal carattere sociale che gli sono valse l’eccezionale popolarità nel paese. La presidenza attuale è destinata a durare fino al 2019, ma la costituzione venezuelana non limita il numero delle rielezioni, il che significa che Chavez, come ha spiegato in più occasioni, ha bisogno di essere al timone fino al 2025 per poter attuare il suo programma socialista per il Venezuela, che probabilmente ripresenterà nuovamente in futuro.
L’affluenza senza precedenti dell’80,94%, ha evidenziato l’adeguatezza del corso, unico nel suo genere, in cui è entrato il Venezuela da quando Chavez è salito al potere nel 1999, una combinazione di forti politiche di modernizzazione, sovranità e fedeltà immune alle alte pressioni internazionali, e di destinazione dei proventi del petrolio ai massicci e ampi programmi di welfare. Come leader di un paese dotato di alcuni dei più grandi giacimenti energetici del mondo, Chavez non deve flirtare con l’oligarchia nazionale o con Washington. Ha vinto fiduciosamente la partita  con Henrique Capriles Radonski, che ha ottenuto il 44,5% dei voti con la sua subdola piattaforma antinazionale e, se eletto, avrebbe capovolto i benefici sociali per la popolazione, detto no alla costruzione di alleanze latinoamericane e avviato la privatizzazione strisciante di tutto il settore energetico venezuelano.
Al momento, i sostenitori di Chavez possono essere orgogliosi di aver ottenuto la rielezione diretta. L’intensità della propaganda occidentale anti-Chavez, non è mai stata leggera verso il leader venezuelano, raggiungendo un picco nella giornata cruciale del 7 ottobre. Contrariamente ai sondaggi del tutto affidabili, i media hanno sfornato rapporti inattendibili secondo cui Radonski fosse un attivista energico a pochi punti da Chavez, che avrebbe colmato il divario e che avrebbe alla fine prevalso. Alcuni media liberali della Russia, tra l’altro, con entusiasmo hanno fatto eco a tali rivendicazioni. Tornando alla prima presidenza di Chavez, l’establishment politico in Russia era stato lento nell’apprezzare le opportunità che cominciarono a sorgere con lo passaggio del Venezuela verso il populismo. L’inerzia dell’era Eltsin e gli approcci adottati quando A. Kozyrev era alla guida del ministero degli Esteri russo, nel 1991-1995, una pseudo-diplomazia che riconosceva un’illimitata supremazia degli Stati Uniti e che portava la Russia a sacrificare di continuo i propri interessi, dominavano la politica estera di Mosca, ma emerse in breve tempo che Chavez era entrato nella politica mondiale con dei piani di vasta portata e assolutamente realistici. Mosca, dunque, ha dovuto aprire un dialogo con Chavez e, infine, tracciare un lungimirante programma di cooperazione.
Ad oggi, la partnership tra la Russia e il Venezuela è un modello da seguire per l’America Latina e non solo. Mosca e Caracas interagiscono nei settori dell’energia, dell’industria, del commercio, delle finanze, ecc. E soprattutto l’impegno di Chavez nell’amicizia con la Russia è assoluto. La sua posizione, infatti, espone Chavez a ulteriori critiche nei media occidentali e liberali russi che, evidentemente, sono sconvolti dal fatto che la cooperazione tra la Russia e il Venezuela aumenti. Non dovrebbe sfuggire il fatto che, implicitamente, la diffusione delle invettive contro Chavez, spesso prendano di mira il presidente russo Putin mentre tenta di portare verso Mosca lo slancio di Caracas.
Le anticipazioni dei media filo-occidentali già ridipingono il quadro delle elezioni venezuelane su misura di Washington, dando al pubblico resoconti ridicoli, secondo cui dei sondaggi citati, ma non identificati, davano a Radonski un punteggio inferiore a quello del vincitore di meno dell’un per cento, cercando in qualche modo d’inserirsi nel margine di errore nel conteggio dei voti. In origine, le accuse di brogli elettorali avrebbero dovuto essere il primo passo nel quadro di uno scenario destinato a culminare in disordini nelle strade delle città venezuelane, ma la vittoria schiacciante di Chavez ha aggiunto al suo successo l’impraticabilità di tale piano.
Non c’è dubbio che, in circostanze meno favorevoli, l’opposizione venezuelana radicale avrebbe scatenato una violenta offensiva contro il regime, inviando le sue bande addestrate dalla CIA e finanziate dall’USAID, a lottare per gli interessi degli influenti mandanti stranieri. “Chavez ora ha mano libera nel conferire un ruolo ancora più grande allo stato nell’economia e nel perseguire i programmi populisti. Ha promesso, prima della votazione, di dare una spinta più forte al socialismo, nel prossimo mandato. E’ anche probabile che limiterà ulteriormente il dissenso e approfondirà le amicizie con i rivali degli Stati Uniti“, ha scritto il collaboratore di Associated Press Ian James. Quanto sopra fornisce una buona idea delle lamentele suscitate a Washington, che considera Chavez il nemico numero uno in America Latina.
Radonski ha semplicemente dovuto cedere sulla vittoria di Chavez e astenersi dalla solita retorica sui presunti brogli elettorali. In primo luogo, l’attuale processo di votazione in Venezuela è completamente sicuro ed include anche la scansione delle impronte digitali prese a coloro che vanno nelle cabine. In secondo luogo, l’opposizione si sta preparando a una battaglia elettorale per l’elezione dei governatori e legislatori, a dicembre. La tattica degli avversari di Chavez passa al confronto muscolare regionale con il regime populista.
L’opposizione già controlla Zulia, Táchira e Nueva Esparta. In parte, una finestra di opportunità si apre per l’opposizione dal momento che, in un certo numero di casi, i governatori pro-Chavez non sono stati all’altezza degli standard che Caracas sta cercando di imporre e, a livello locale, mali come la corruzione, l’inefficienza e la demagogia erodono le fondamenta dell’autorità venezuelana. La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Chavez era alle prese con il cancro, e la sua presa sul governo e il Partito Socialista Unito si era temporaneamente indebolita.
E’ chiaro che Chavez non ha praticamente il tempo di celebrare il trionfo. Ciò che affronta, mentre la polvere si deposita, è una nuova fase di sostegno alla causa; la sfida consiste nel salvaguardare le conquiste politiche nazionali e internazionali.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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