Ucraina, il delirante calcolo energetico sul gas di scisto

William Engdahl New Oriental Outlook 19/03/2014cia-mapgimpUna delle storie sentite in questi giorni è la lotta in Ucraina per i suoi enormi giacimenti di gas e petrolio di scisto. I principali funzionari del governo ucraino, anche sotto la sfortunata presidenza Janukovich, si sono convinti che una pentola d’oro si trovi nelle loro rocce di scisto. Hanno collaborato con i giganti del petrolio statunitensi ed inglesi per sfruttare le enormi riserve di gas di scisto non convenzionale e petrolio di scisto nelle formazioni rocciose nell’oriente del Paese. La compagnia anglo-olandese Shell insieme con la Chevron USA avevano già firmato contratti per sviluppare le potenzialità dello scisto dell’Ucraina. C’è un problema che gli ingenui ucraini non hanno ancora scoperto: la “rivoluzione dello shale” degli Stati Uniti è una montatura di Wall Street.  Una ragione per cui alcuni in Ucraina siano così pronti a gettare ogni prudenza e rompere con la Russia è il fatto che nel gennaio 2013, il gigante energetico Shell aveva firmato un contratto con il governo ucraino per sfruttare il gas di scisto ucraino. Attualmente l’Ucraina deve importare circa il 65% del gas naturale che consuma dalla Russia. Secondo il ministro dell’Energia ucraino Edvard Stavitskij, al momento della firma del contratto, l’anno scorso, la Shell disse agli ucraini che “10 miliardi di dollari sarebbero stati investiti se la geologia soddisfa le aspettative“. I diritti della Shell riguardano il campo di Juzivska, nella parte orientale del Paese, proprio dove esiste il più forte sentimento pro-Russia. Poco dopo la Shell, il colosso energetico statunitense Chevron, l’ex-società di Condi Rice, entrava nella mischia nel novembre 2013, proprio quando le proteste antigovernative di piazza Maidan cominciavano. Il governo Janukovich ha firmato un accordo di produzione con la Chevron Corp. per l’estrazione del gas di scisto, ed era in trattative anche con il gruppo Exxon Mobil per la stessa operazione. Le aziende hanno suggerito che l’Ucraina potrebbe produrre abbastanza gas di scisto dai propri giacimenti da coprire oltre il 50% del gas naturale consumato  nazionalmente dall’Ucraina. Una stima del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, difficilmente una fonte imparziale in questi giorni, ha suggerito che l’Ucraina potrebbe avere più di 40 miliardi di metri cubi di gas di scisto recuperabile, abbastanza per soddisfare decenni di domanda. Il problema è che nessuno lo sa. Anche lasciando da parte gli enormi problemi dell’inquinamento delle falde acquifere con la tecnologia del “fracking“, ovvero la possibilità che la perforazione del scisto provochi terremoti, il sogno del gas di scisto dell’Ucraina è pronto a diventare un incubo.

Le aziende si sbarazzano del gas di scisto negli USA
C’è solo una cosa sbagliata nella prospettiva ucraina della rivoluzione energetica basata sul gas di scisto. Si tratta di menzogne e falsità delle major petrolifere e dei governi di Regno Unito e Stati Uniti. La rivoluzione del gas di scisto negli Stati Uniti è finita a soli pochi anni dall’inizio. La Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sfruttamento del gas di scisto negli Stati Uniti. La Shell vende i suoi contratti di locazione di circa 700.000 ettari di terre nelle principali aree del gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che dovrà  sbarazzarsene di altre per tamponare le perdite. Il CEO di Shell, Ben van Beurden ha dichiarato: “La gestione finanziaria non è francamente accettabile… alcune delle nostre puntate esplorative non hanno semplicemente funzionato“. Era un eufemismo. Il problema con il gas di scisto non convenzionale è che non si comporta affatto come i normali giacimenti di gas. S’impoverisce rapidissimamente, dopo un picco di uscita iniziale, invece che lentamente nel corso degli anni. Il trucco è uscirsene prima che la bolla scoppi. Ma giganti come Shell e BP vi sono cascati e ora cercano evidentemente di attirare gli ignari ucraini nella trappola del scisto. Possiamo solo sospettare che il lungo braccio del dipartimento di Stato, Victoria Nuland, stimoli l’inferno. Chevron e le altre major petrolifere hanno notevolmente alimentato le illusioni ucraine sull’indipendenza energetica dalla Russia attraverso lo sfruttamento del gas di scisto.
In una recente analisi dei risultati effettivi di diversi anni di estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti, così come dell’assai costoso petrolio delle Athabasca Tar Sands canadesi, l’analista  petrolifero David Hughes ha osservato che “la produzione di gas di scisto è cresciuta in modo esplosivo arrivando quasi al 40 per cento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti. Tuttavia, la produzione è stazionaria dal dicembre 2011; l’ottanta per cento della produzione di gas di scisto proviene da cinque giochi, molti dei quali in declino. I tassi molto elevati del declino dei pozzi di gas di scisto richiedono input continui di capitale, stimati in 42 miliardi dollari all’anno per perforare oltre 7000 pozzi, al fine di mantenere la produzione. In confronto, il valore del gas di scisto prodotto nel 2012 è stato di appena 32,5 miliardi di dollari“. Poiché il gas si esaurisce così rapidamente, una società è costretta ad investire nella perforazione di sempre più pozzi solo per stabilizzare la produzione di gas, come la tigre che si morde la coda intorno all’albero. In breve, il gas di scisto è un miraggio evanescente.

Altre opzioni per l’Ucraina?
Un’altra opzione del gas non russo sbandierata da ignoranti riguardo giacimenti di gas ed energia, è l’idea d’importare gas naturale liquefatto (GNL) dal saturo mercato del gas statunitense. L’ex-viceprimo ministro ucraino Jurij Bojko sembra avere tale illusione. In una recente intervista con un giornalista degli Stati Uniti, Bojko ha dichiarato, “Abbiamo bisogno di sostegno negli sforzi per navi metaniere per l’Ucraina. Già dei tentativi erano già in corso per stabilire un terminale off-shore galleggiante di fabbricazione statunitense che dovrebbe ricevere i carichi. Il GNL che arriva via mare in Ucraina su navi battenti bandiera statunitense, sarebbe un modo potente e importante di sostenere l’Ucraina… gli USA potrebbero esportare gas in Europa per compensare l’influenza russa“. Il problema è che il rigido inverno statunitense ha consumato gran parte del surplus di gas degli Stati Uniti. Il secondo problema è che aziende come Shell, BP e altre major chiudono la loro inutile produzione di gas di scisto negli Stati Uniti. Un terzo problema è che la legge degli Stati Uniti risalente alle crisi energetiche degli anni ’70, impone che gli Stati Uniti producano petrolio e gas da consumare negli Stati Uniti, per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Naturalmente, il Congresso potrebbe abrogare tale legge, anche se non ci sono indicazioni in tal senso. Il problema resta il fatto che il boom del gas di scisto statunitense sta per finire. Se l’Ucraina si rende dipendente dal gas di scisto degli USA e taglia la sua ancora di salvezza del gas russo, sarebbe peggio che darsi  la zappa sui piedi. La politica energetica dell’Ucraina su un unico livello, è al centro della mossa geopolitica ucraina di Washington. Il problema per l’Ucraina è che Washington attira l’Ucraina con false speranze sui giacimenti di gas di scisto nazionali o con importazioni statunitensi per sostituire il 65% di gas naturale vitale importato dalla Russia.

F. William Engdahl è consulente sui rischi strategici e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Gulf Cooperation Council: Monarchie dei fantocci di Rockefeller/Rothschild

Dean Henderson, Left HookCounterpsyops

Non dovrebbe avere sorpreso nessuno quando i sei paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC) hanno invitato i loro protettori occidentali ad imporre una no-fly zone nei cieli della Libia, lo scorso anno. Perché queste nazioni arabe: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar, hanno fatto appello a un atto di guerra contro un altro produttore di petrolio arabo? Una breve storia del CCG è necessaria. La rivoluzione iraniana del 1979 è stato un evento spartiacque. Con lo scià deposto e il Consorzio iraniano nazionalizzato, i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell, e i loro proprietari Rockefeller/Rothschild hanno cercato di creare un sistema di sicurezza più completo per la salvaguardia del greggio del Golfo Persico.
La Casa dei Saud è  rapidamente diventata il parafulmine dei nazionalisti arabi, che vedevano nella monarchia un surrogato occidentale. Il Dipartimento di Stato ha cercato di far togliere la pressione sui sauditi, trovando altri leader regionali disposti ad abbracciare lo stesso scambio petrolio per armi che era in vigore nel regno saudita dall’inizio degli anni ’50. Tale accordo prevede la protezione degli Stati Uniti per la Casa dei Saud, per proteggerla dai nemici interni ed esteri. In cambio, i sauditi operano da “produttori a comando”, assicurando all’occidente la fornitura costante e relativamente a buon mercato del petrolio. Mentre le agenzie fantasma degli Stati Uniti come SAIC, Booz Hamilton, TRW e Vinnell Corp. addestravano la Guardia Reale saudita, i piloti pakistani ed egiziani (i cittadini sauditi non dovevano essere affidabili) venivano addestrati a volare sui caccia statunitensi F-15, per la protezione del Regno. I sauditi, a loro volta diventarono il principale finanziatore delle operazioni segrete di CIA/MI6/Mossad in tutto il mondo, comprese quelle contro la Libia basate nel Ciad controllato da Exxon-Mobil.
Mentre la regione del Medio Oriente contiene il 66,5% delle riserve mondiali di petrolio conosciute, la costa sud-ovest del Golfo Persico, che è controllata da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU), contiene il 42% delle riserve di greggio del Mondo. I sauditi hanno 261 miliardi di barili, più del doppio rispetto a qualsiasi altra nazione e il 26% delle riserve mondiali conosciute. Il regno possiede non meno di 60 giacimenti di petrolio e di gas che producono 10 milioni di barili al giorno. L’enorme giacimento di Ghawar è di gran lunga il più grande sulla Terra. L’Iraq ha la seconda riserva più grande del Mondo comprovate, 112 miliardi di barili. Gli Emirati Arabi Uniti sono terzi con 97,8 miliardi di barili. Il Kuwait è quarto con 96,5 miliardi di barili. Nel 1981 i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita fecero lo sforzo di creare il Gulf Cooperation Council (GCC), composto da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Tutti tranne l’Oman sono membri dell’OPEC. Tutti sono conosciuti come le nazioni bancarie dell’OPEC. Iran, Indonesia, Venezuela, Iraq, Algeria e Nigeria sono considerate le nazioni industrializzate dell’OPEC.
La formazione del GCC ha attirato critiche immediate da Libia, Siria, Iraq e OLP, che avevano detto che l’accordo divideva la Lega araba in ricchi e poveri. Le nazioni bancarie sono inclini a vendere petrolio ai Quattro Cavalieri a buon mercato, in quanto i loro paesi sono già sviluppati e gli eventuali proventi del petrolio possono essere riciclati in investimenti globali che vanno a beneficio delle élite di questi paesi. Le nazioni industrializzate hanno bisogno di un prezzo del petrolio più elevato, sia per sviluppare le infrastrutture dei loro paesi che per pagare i loro debiti enormi ai banchieri occidentali. Le nazioni bancarie dell’OPEC sono le colombe del prezzo, mentre le nazioni industrializzate sono i falchi del prezzo. Le colombe dei prezzi e gli stati bancari del GCC sono tutti governati da monarchi, che Big Oil trova facile da gestire. I falchi dei prezzi, le nazioni industrializzate dell’OPEC, tendono ad essere più democratici e quindi più difficili per i quattro cavalieri manipolarli attraverso regimi corrotti o altre forme di corruzione. Queste democrazie tendono a nazionalizzare l’industria del petrolio, per cui i benefici della vendita del petrolio va a tutta la società, mentre il settore del petrolio del GCC è sempre più privatizzato, con un fatturato che arricchisce i quattro cavalieri e i loro sovrani-fantoccio.
Culturalmente nel mondo arabo la fondazione del GCC ha drammaticamente diffuso il potere dei centri più tradizionali e nazionalistici del potere geopolitico in Medio Oriente, come Damasco e Beirut, migliorando nel contempo la potenza delle relativamente giovani monarchie-Gucci degli Stati del Golfo. Questo nuovo blocco di nazioni bancarie aveva rapidamente firmato l’accordo economico del GCC, con la liberalizzazione delle loro economie per consentire maggiori investimenti diretti da parte delle banche e società occidentali; la creazione di una zona di libero scambio tra i membri e il lancio di un porto franco a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain divenne un importante centro bancario offshore. Lavoratori stranieri provenienti da Paesi poveri dell’Asia, come le Filippine e il Bangladesh, furono incoraggiati a entrare nei paesi del GCC, fornendo manodopera a basso costo per l’elite del petrolio. Un mercato comune venne istituito. Le politiche del petrolio furono armonizzate. Secondo il Wall Street Journal, le valute più importanti del mondo non sono la sterlina inglese, il dollaro USA o il franco svizzero. Molto più importante sono il dinaro kuwaitiano (0,30 dinari = 1 dollaro USA), il dinaro Bahraini (0,37 dinari = 1 dollaro USA) e la lira maltese (0,46 lire = 1 dollaro USA). Malta è stata fondata da Cavalieri Crociati cattolici di Malta con l’aiuto del Vaticano. Si tratta di un insieme di attività della criminalità organizzata e della CIA nel Mediterraneo. Nel 1966, il giornale al-Baath a Damasco enunciava che la posizione nazionalista araba dei falchi dei prezzi era la ragion d’essere dell’OPEC, in primo luogo. “Non resta nessun altra strada alle forze nazionali e progressiste, tranne la lotta in tutte le sue forme“, implorava il giornale, aggiungendo: “anche se questo porta a tagliare la produzione di petrolio… e alla chiusura dei pozzi di petrolio, al fine di privare il monopolista, il malversatore, il despota di questo petrolio“.
I malversatori sorseggiano tè Al fine di comprendere appieno il significato della formazione del GCC, si deve apprezzare la storia del dominio feudale dell’élite e della colonizzazione britannica che ha determinato l’esistenza stessa degli emirati che compongono il GCC. Una storia di dominio unifamiliare in questi Stati del Golfo Persico, ha reso questi emirati maturi per l’imposizione di un patto di sicurezza petrolio-per-armi, come quello creato nel 1981. Come il ministro del petrolio del Qatar ha dichiarato senza mezzi termini, recentemente, “Il mondo industriale dovrà proteggere il petrolio. Crediamo che questo sia un adeguato scambio di interessi e benefici“. Nel 1776 la British East India Company istituì un quartier generale in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri del clan hashemita del Kuwait, al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare rivolte nel sud dell’Iraq, lo Sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti presso al-Fao e al-Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Kuwait era visto come altamente strategico dai britannici, nel suo ruolo a protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi si accordarono con Mubaraq al-Sabah, ritagliando il Kuwait dall’Iraq e facendone un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che ora viene dichiarato Kuwait, si opposero al progetto britannico e volevano continuare a far parte dell’Iraq.
Nel 1914, nel pieno della prima guerra mondiale, il residente britannico nel Golfo Persico promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento dalla corona del suo nuovo paese, in cambio del passaggio di campo degli al-Sabah e dell’assalto alle truppe dell’Impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, quella che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si era guadagnato la sua striscia nell’Union Jack. La monarchia hashemita da allora governa il Kuwait. Nel 1917 gli inglesi ebbero un cliente in Ibn Saud, cui dissero, anche a lui, di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo Persico, all’inizio della Prima Guerra mondiale. Nello stesso anno la Camera dei Rothschild sostenne la Dichiarazione di Balfour, la promessa del supporto della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono divise dall’Impero Ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prendeva il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania ed era gestita da un emiro piazzato dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (ora Emirati Arabi Uniti) e le Coste dell’Oman (ora Oman) divennero anch’essi dei protettorati britannici. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, laddove l’ho messo in una domenica pomeriggio a Gerusalemme”.
Nel 1922 il trattato di Jeddah diede all’Arabia Saudita l’indipendenza, dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una considerevole influenza. Nel corso del 1920, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, quando occupò Riyadh. Aveva  anche occupato le città sante di Mecca e Medina, tolte agli hashemiti. Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo che divideva le concessioni petrolifere del Medio Oriente tra i due paesi. Entro due settimane, gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti nel gioco del petrolio in Medio Oriente. I piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favoriva gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le Major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, la progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono a British Petroleum, Royal Dutch/Shell, di proprietà in gran parte della Real Casa degli Orange d’Olanda e della famiglia Rothschild, e alla Compagnie des Petroles dei francesi, per dividersi i giacimenti di petrolio del Medio Oriente. La Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle società europee, mentre l’Aramco dell’Arabia Saudita sarebbe stata di proprietà dei Cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso le diverse combinazioni dei quattro cavalieri.
Una controllata della IPC, la Petroleum Development Trucial Coast, iniziò la perforazione in quello che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nel 1935. Oggi, dell’industria petrolifera ADCO degli Emirati Arabi Uniti, il 24% è della BP-Amoco, il 9,5% della Royal Dutch/Shell e il 9,5 % della Exxon-Mobil. ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP-Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compagnie des Petroles, che si è oramai consolidata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà della Exxon-Mobil. La Dubai Oil è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% della Dubai Marines Areas, di cui BP-Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total hanno contratti a lungo termine per la sua spedizione, con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, già unite attraverso ARAMCO e il suo ramo del marketing Caltex, hanno costituito la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco ora controlla la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede una grande quota della Qatargas, che attualmente rifornisce il Giappone con 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche un partner al 30% del gigantesco giacimento gasifero di Ras Laffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale l’anno. La BP si è unita alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che oggi vende greggio scontato agli ex proprietari della BP-Amoco e della Chevron-Texaco (la Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio in Medio Oriente, mentre i cavalieri anglo-olandesi ne avevano il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Total-Fina-Elf e di altre società minori.
Gli inglesi, in seguito, concessero l’indipendenza ai loro protettorati degli Stati del Golfo, a partire dal 1961, con il Kuwait, e terminando nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti si formarono da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza britannica non era in declino. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. I mercenari britannici costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei stati del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie monofamiliari selezionate dai colonialisti britannici, per portare avanti il loro piano per dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime, fin dal tardo 18° secolo.
Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra loro, così come lo sono le famiglie reali d’Europa. Le monarchie del GCC sono invenzioni del monopolio petrolifero dei Rockefeller/Rothschild. Loro interesse, come con Mubarak in Egitto e re Hussein di Giordania, è arricchirsi servendosi dei malversatori del petrolio arabo. Gheddafi, invece, ha trascorso la sua vita combattendo quei malversatori. I media corporativi ingannano i progressisti occidentali ritraendo gli arabi come un gruppo monolitico di despoti corrotti. Ma proprio come Castro, Ortega, Chavez, Morales e Correa hanno fatto grandi passi avanti nella liberazione del Centro e Sud America, Gheddafi, Ahmadinejad, Nasser, Boumedienne e Nasrallah hanno combattuto il cartello bancario mondiale a vantaggio del loro popolo. Questo è il motivo per cui c’è il lavaggio del cervello per farli odiare. Quello che è successo in Libia è un’operazione segreta classica, evocata dall’intelligence occidentale e finanziata dal GCC, che tenta di arraffare i giacimenti petroliferi appartenenti al popolo della Libia e di consegnarli ai trilionari Rothschild/Rockefeller. Non lasciatevi ingannare. Si tratta sempre della stessa stronzata coloniale.
Viva Gheddafi!

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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