Turchia: l’effetto boomerang delle bombe di Erdogan

Bahar Kimyongür, Global Research, 15 maggio 2013
521850Il regime di Ankara parla di 51 morti negli attentati nella città di Reyhanli al confine con la Siria.  Ma la gente afferma che le autorità nascondono il numero reale delle vittime. Da parte dei media ufficiali, il black-out. Non pubblicano che i rapporti di polizia e gli scenari dettati dal AKP sul doppio attentato. E per una buona ragione: la Procura della Repubblica di Reyhanli è riuscita a convalidare un decreto di censura del tribunale di mera polizia a Reyhanli. C’è rabbia in Turchia contro il governo Erdogan e contro i suoi mercenari in Siria. A Reyhanli, tra le macerie, le persone accusano il governo turco di voler fare la guerra contro la Siria per conto degli Stati Uniti e d’Israele.

Alcuni giornalisti e blogger sfidano la censura a costo della libertà, come Ferdi Özmen che ha registrato il numero delle vittime del doppio attentato di Reyhanlì. Secondo Özmen, le vittime in sette ospedali della regione, sono le seguenti:
ospedale di Defne: 26 corpi
ospedale pubblico di Antakya: 44 corpi
ospedale di Kirikhan: 18 corpi
ospedale dell’Accademia: 6 corpi
ospedale del Mediterraneo (Akdeniz): 3 corpi
ospedale per le ricerche mediche (Arastirma): 30 corpi
ospedale pubblico di Reyhanli: 50 corpi
In totale, ci sarebbero 177 morti, e non 51 come annunciato dalle fonti ufficiali. Queste accuse non verificabili ma non smentite dal ministro della Salute Mehmet Müezzinoglu, hanno tuttavia portato all’arresto di Ferdi Özmen…
Uno studente di Samandag (Sueydiye in arabo), Meziyet Camuz, chiede giustamente:
“Il giorno dell’attacco, perché i leader dell’AKP si erano riuniti a celebrare un matrimonio (del figlio del deputato Burhan Kuzu, ndr)?
Perché Davutoglu sorrideva parlando delle vittime?
Perché le autorità agiscono come se Hatay non faccia parte della Turchia? Perché nascondono l’entità del massacro e distruggono le prove insabbiandole?
Perché non è stato decretato un giorno di lutto nazionale? I nostri fratelli defunti sono così spregevoli?
Se le bombe attraversano il confine, perché i servizi del governo, della polizia e d’intelligence non hanno fermato il veicolo?  (…)
I ribelli siriani distruggono un autocarro dei vigili del fuoco a Cilvegözü, ma a nessuno del (governo) ciò importa. Uccidono un agente di polizia, e nessuno si muove. Uccidono i miei fratelli, e il governo non se ne cura (…)” (Fonte: Portale Sol, 14 maggio 2013)
Le popolazioni di Antakya, Samandag, Mersin, Reyhanli, Iskenderun e Adana, nel meridione della Turchia, di tutte le etnie e le fedi, protestano contro il governo Erdogan.
Qui, una manifestazione a Samandag:

Nel resto del Paese, i movimenti progressisti mostrano solidarietà alle vittime degli attentati e accusano l’AKP di esserne corresponsabile. Lunedì, la polizia ha impedito una manifestazione di solidarietà con Reyhanli a Kocaeli, presso Istanbul.

Il giorno dopo, la polizia ha manganellato i manifestanti di Adana.
Al mattino, le autorità turche hanno annunciato la cattura di altri quattro esponenti della sinistra, portando a 13 il numero dei “sospetti” arrestati in relazione all’eccidio di Reyhanli. Ma, colpo di scena, il ministro degli interni Muammer Güler ha rivelato al quotidiano Hurriyet che i veri colpevoli non sono ancora stati arrestati. Il suo discorso accredita la teoria dell’interferenza e del depistaggio. Un altro scandalo, secondo alcuni giornali alternativi, 73 telecamere di sorveglianza di Reyhanli erano fuori uso al momento del doppio attentato. Il ministro degli interni ha subito smentito l’informazione.
Da parte sua, il movimento marxista-leninista DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione Popolare Rivoluzionario), cui alcuni sostenitori sono stati arrestati per i loro presunti legami con gli attentati, ha pubblicato una smentita in cui accusa il governo dell’AKP e i gruppi jihadisti di essere dietro gli attentati. Il DHKP-C ci ricorda nel suo comunicato sulla Siria, “i gruppi jihadisti commettono ogni giorno massacri come quello di Reyhanli” (…) “Hanno organizzato attentati simili contro i leader, ministri e comandanti militari del governo Assad, ma anche contro gli imam delle moschee, autobus scolastici, università, edifici governativi e quartieri brulicanti di gente. Hanno ucciso centinaia di persone in attentati di questo tipo, e ogni giorno commettono nuovi massacri. Dopo ognuno di questi massacri contro il popolo siriano, i leader dell’AKP dicono, minacciando, “Assad, la tua fine è vicina.”
Il movimento ribelle turco ritiene che il disagio dell’AKP, davanti all’attentato di Reyhanli, ne tradisca il “sentimento di colpevolezza”. E avverte che presto gli investigatori dell’AKP presenteranno “testimoni anonimi” o “pentiti” imputando i loro crimini ai loro nemici interni (l’opposizione di sinistra) ed esterni (Stato siriano). Questa volta, dalle proteste anti-governative in seguito all’eccidio di Reyhanli, le “teorie del complotto” dell’AKP non sembrano funzionare.
Nonostante la sua partenza per Washington, l’effetto boomerang dell’attentato di Reyhanli sembra assai doloroso per Erdogan.

Bahar Kimyongür, 14 maggio 2013
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La CIA, il Qatar e la creazione di Jabhat al-Nusra

Phil Greaves, Global Research, 17 maggio 2013

556754Una recente intervista rilasciata da un ‘anonimo’ funzionario della sicurezza del Qatar, ha gettato ulteriore luce sull’invio segreto dalla CIA di armi ai militanti che combattono in Siria. In questo articolo della Reuters, il funzionario ‘anonimo’ della sicurezza e diversi comandanti ribelli confermano che il Qatar ha “strettamente coordinato i traffici di armi dirette [plurale] alla Siria“, per la presunta preoccupazione che le armi finiscano nelle mani di militanti estremisti islamici legati ad al-Qaida; gli stessi militanti, come notato in precedenza, che continuano a formare la punta di lancia della rivolta contro il governo siriano: “I combattenti ribelli in Siria dicono che negli ultimi mesi il sistema di distribuzione delle armi è diventato più centralizzato, con le armi consegnate attraverso il Comando Generale della Coalizione dell’opposizione nazionale guidata da Selim Idriss, un generale che ha disertato ed è uno dei preferiti da Washington.”
Ciò che è stato da tempo confermato dalle “fonti ufficiali” sulla stampa mainstream, è che queste spedizioni di armi sono iniziate almeno “all’inizio del 2012″. Possiamo essere sicuri, come nella maggior parte dei resoconti ufficiali, che libertà d’azione sia stata concessa con queste dichiarazioni: è assai probabile che un piccolo traffico di armi in Siria sia iniziato molto prima che le dichiarazioni di testimoni oculari, in Libia, confermassero che le spedizioni di armi dal porto di Misurata, roccaforte del Libyan Islamic Fighting Group, cominciassero subito dopo la caduta di Gheddafi. Sibel Edmonds ha anche riferito, nel novembre 2011, quindi molto prima che i grandi media lo rivelassero, che la CIA, insieme ai suoi omologhi turchi e della NATO, operava dal “centro nevralgico” congiunto statunitense-turco della base aerea di Incirlik, in Turchia, coordinando ‘ribelli’ e ‘attivisti’ già dall’aprile-maggio del 2011. Edmonds teorizza che probabilmente ciò fu una delle prime fasi in cui la CIA e i suoi partner regionali avviarono il contrabbando di armi, combattenti e materiale in Siria, mentre la rivolta prendeva piede.
Molte di queste informazioni di base, ‘fonti ufficiali’ e discrepanze sui resoconti danno l’impressione che i media non diano le informazioni quando le ricevono e che trattengano gli elementi cruciali degli eventi, adattandosi alla favola delle “forze di Assad che uccidono manifestanti pacifici“. Ciò che apprendiamo dal rapporto Reuters è che il Qatar (agendo direttamente agli ordini della CIA) ha scelto di “stringere” il coordinamento delle sue forniture di armi alla Siria, non essendoci modo coerente e strutturato di distribuire le armi, una volta raggiunto il confine con la Siria: “Il Qatar ora [maggio 2013] passa alla Coalizione aiuti umanitari e militari attraverso il comando militare,” ha detto un comandante nel nord della Siria intervistato a Beirut. Ciò pone subito la domanda: chi distribuiva le migliaia di tonnellate di armi del Qatar (su ordine della CIA) prima dell’aprile 2013? L’articolo prosegue affermando: “Prima che la coalizione fosse formata, passavano attraverso gli uffici di collegamento e altre formazioni militari e civili. Ciò all’inizio. Ora è diverso, tutto passa  attraverso la Coalizione e il comando militare”. “Vi sono molte consultazioni con la CIA, che aiuta il Qatar nell’acquisto e trasferimento delle armi in Siria, ma solo come consulente” ha detto. La CIA ha rifiutato di commentare.
Questo pezzo di disinformazione deve essere preso almeno con un pizzico di sale. Quali sono esattamente gli “uffici di collegamento, e le formazioni militari e civili?” L”opposizione’ non ha mai avuto nulla di simile a una formazione militare. Indipendentemente da ciò, questo pone diversi interrogativi e serie domande sui resoconti sul conflitto siriano. Sappiamo da tempo che il principale fornitore di armi ai ‘ribelli’ era ed è tuttora il Qatar, agendo direttamente sotto la “consulenza” della CIA. Sappiamo anche che queste spedizioni di armi furono notevoli “all’inizio del 2012″ e continuarono a crescere in quantità e frequenza. Un’inchiesta del New York Times ha confermato che è stato proprio così, riferendo che ottantacinque aerei cargo militari hanno volavato dal Qatar alla Turchia portando le armi dirette alla Siria tra gennaio 2012 e marzo 2013. (Il carico massimo di un aereo da trasporto militare medio è di circa 50-60 tonnellate.) Quali altri simili aspetti del conflitto sappiamo essere iniziati e progrediti “dall’inizio del 2012″? La dinamica più chiara e lampante verificatasi lungo questo lasso di tempo, e che ha continuato a crescere e aumentare notevolmente, sono il numero di morti che quello dei profughi all’interno della Siria. Come ampiamente indicato prima, il numero di morti in Siria è mensilmente quasi raddoppiato “dall’inizio del 2012″, e ha continuato ad aumentare rapidamente. Tutte le risorse disponibili e i dati sui morti forniti dai gruppi di opposizione o di ‘attivisti’, grosso modo lo confermano, come si può vedere in questo grafico compilato dalla Reuters:
bko-berciaauaye-largeUn altro fattore critico collega direttamente l’aumento del flusso di armi (ad opera di CIA/Qatar) all’enorme aumento del numero di morti. Cioè: il successo, la proliferazione e il rafforzamento di Jabhat al-Nusra e di simili gruppi militanti salafiti/jihadisti. Jabhat al-Nusra o, come è ormai noto, Stato Islamico d’Iraq e al-Sham (ISIS) era attivo in Siria come derivazione dal gruppo Stato islamico dell’Iraq (al-Qaida in Iraq – IQA) anni prima della rivolta siriana. In effetti, fin dalla formazione di IQA nelle regioni orientali della Siria (confinante con l’ovest iracheno e la provincia di Anbar), queste sono state un focolaio delle attività di al-Qaida subito dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. E’ fuor di dubbio che Jabhat al-Nusra e altri gruppi salafiti/jihadisti collaborazionisti, siano la forza trainante della rivolta armata. Per la maggior parte del conflitto armato, è stato Jabhat al-Nusra che ha condotto gli attacchi degli insorti alle principali installazioni militari siriane; le basi della difesa aerea e le autostrade costiere nei seri tentativi di bloccare le linee di rifornimento dell’EAS, la stragrande maggioranza degli attentati suicidi in aree civili e degli omicidi di importanti funzionari della sicurezza pubblica. Questi gruppi estremisti sono divenuti sempre più attrezzati, più organizzati, ben finanziati e, soprattutto, con i maggior successi sul terreno. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo pretendono di avere armato, addestrato e sostenuto solo i ribelli ‘controllati’ e ‘moderati’, la realtà in Siria non dimostra assolutamente alcuna coerenza con queste affermazioni.
Ora abbiamo alcune opzioni teoriche, primo: la CIA sosterrà, come l’amministrazione statunitense afferma, di aver armato e supportato solo gruppi moderati e ‘coordinati’; come abbiano fatto gli  estremisti va oltre il mandato della CIA. Scaricandone così la responsabilità solo al Qatar o ai contrabbandieri turchi che trasportano armi in Siria. Anche in questo caso, il servizio d’intelligence del Qatar può anche rivendicare una negazione plausibile, passando la patata bollente ai contrabbandieri e ai ribelli che ne controllano il traffico al confine turco. Quindi le ramificazioni di questa politica, anche se fosse vera, assolverebbe dall’incoscienza puramente distruttiva e dall’evidente rafforzamento degli estremisti che ha permesso? Un altro risultato probabile, o negazione dell’associazione con questi gruppi, sarà che l’esercito arabo siriano e il governo siriano, a causa della presunta leadership degli alawiti, avrebbero preso la decisione di instillare consapevolmente il settarismo nel conflitto, al fine di reprimere il movimento di protesta. Quando si guardano da vicino le aperture del governo siriano verso il movimento di protesta pacifica, e le concessioni del governo di Assad fatte durante le prime fasi della protesta, è ancora una volta difficile vedervi una qualsiasi realtà confermare l’intenzione di Assad di dividere la Siria e d’iniziare una guerra settaria su vasta scala. In effetti, molte concessioni sono state fatte, tra cui: massiccia liberazione di prigionieri politici; una nuova costituzione che promette pluralità politica e un massimo di mandati presidenziali, il licenziamento di diversi governatori regionali e il licenziamento completo del governo siriano. Queste concessioni non recano il segno distintivo di un leader che cerca di emarginare la maggioranza del suo Paese, dove la popolazione sunnita era, ed è, fortemente rappresentata sia nel governo che nell’esercito.
La cosa più probabile, è che la CIA, insieme ai suoi partner del Qatar, conosca bene l’ideologia di chi arma e sostiene, scegliendo di perseguire questa politica semplicemente perché la più efficace a indebolire l’esercito siriano e a dividere il pacifico e multi-etnico tessuto della società siriana. Come detto sopra, è Jabhat al-Nusra che guida la lotta in Siria e che ha colpito le basi della difesa aerea della Siria in parecchie occasioni. Quale minaccia i missili antiaerei e i radar della difesa rappresentano per i piccoli gruppi di insorti con armi leggere, è difficile capirlo, suggerendo che questi gruppi agiscano su ordini di Stati esteri, le cui intelligence li utilizzano perseguendo il risultato desiderato d’indebolire le capacità di difesa strategica della Siria. Per coloro che studiano gli incessanti tentativi di sovversione e destabilizzazione dei governi degli Stati Uniti, questa tattica di fomentare e sostenere gli estremisti islamici non sarà una sorpresa. Non è solo la capacità tattica e l’esperienza in battaglia di Jabhat al-Nusra (IQA) che l’ha spinta alla leadership, senza soldi né armi e con il solo appello psicologico per avvincere le reclute, l’esperienza non vale nulla. Questi gruppi, presumibilmente originati da “al-Qaida”, sono più un’ideologia che formazioni operative coerenti e capaci di condurre una guerra internazionale; formano le “truppe d’assalto” settarie che da tempo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno concordato di fomentare per sostenere i loro tentativi di bloccare la “resistenza” della “mezzaluna sciita”, allevandole letteralmente in modo incontrollato. Il Qatar (su “consulenza” della CIA) ha tacitamente incoraggiato, promosso e armato quei gruppi divenuti oggi i più importanti: gli estremisti salafiti/jihadisti che abbracciano l’odio settario contro sciiti e minoranze per promuovere divisione e caos sociale. Questo presumibilmente è accaduto proprio sotto il naso della CIA, con la sua tacita “consulenza” e senza riuscire a notare questa dinamica estremista in rapida espansione? Un altro possibile vantaggio per gli Stati Uniti e i loro alleati è stato recentemente sottolineato dal commentatore politico libanese Dr. Asad Abu Khalil, che ha osservato: “elencando il fronte al-Nusrah quale organizzazione terroristica, il governo degli Stati Uniti ha sostanzialmente concesso la licenza a tutti gli altri gruppi armati siriani di commettere ogni sorta di crimini di guerra. Quindi un qualsiasi gruppo armato può farla franca con i suoi crimini di guerra se solo batte la bandiera di al-Nusrah. È tutto quello che ci vuole. Così un gruppo armato appartenente all’ombrello del libero esercito siriano, per esempio, può commettere crimini di guerra, e quindi emettere una condanna il successivo giorno. Si tratta di una licenza illimitata ai crimini di guerra.”
Una forza a tutti gli effetti e totalmente malleabile delegata ai combattimenti, che promuove la sovversione, la divisione settaria e il caos totale per raggiungere l’obiettivo desiderato dagli Stati Uniti della distruzione dello Stato siriano, ergo: la rimozione di un alleato chiave dell’Iran e della resistenza all’egemonia occidentale nel Medio Oriente. Quando l’estremismo e la brutalità diventano troppo appariscenti per consentirne l’aperto sostegno occidentale, gli Stati Uniti indicano dei “terroristi” che, con un cambio di casacca, diventano la menzogna che è l’”ELS”.

Phil Greaves è uno scrittore ed analista inglese dedito all’analisi della politica estera anglo-statunitense e dei conflitti nel medio oriente dalla seconda guerra mondiale.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qusayrgrad della III Guerra Mondiale?

SyriaNews

4117644-3x2-700x467[1]Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.
Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte  funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri di al-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani, turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi.  Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici  wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad. Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..!  Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Parole chiave: Siria, Qusayr, diritti umani, violazioni del diritto umanitario
IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto?  L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta  contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ‘Pivot’ asiatico degli USA passa per la Malesia

 Tony Cartalucci, Land Destroyer 8 maggio 2013

malaysiaLe ambizioni egemoniche in Asia di Wall Street e Londra, centrate sull’installazione di regimi fantoccio in tutto il Sud-Est asiatico e sull’utilizzo del blocco sovranazionale ASEAN per circondare e contenere la Cina, hanno subito un duro colpo questa settimana, quando l’opposizione filo-occidentale, del partito del leader malese Anwar Ibrahim, ha perso nelle elezioni generali. Mentre il partito di opposizione di Anwar Ibrahim, il Pakatan Rakyat (PR) o “Alleanza del Popolo”, ha tentato di sfruttare una piattaforma anti-corruzione per la sua campagna, che invece assomigliava ai tentativi ispirati dall’occidente di sovvertire politicamente i governi in tutto il mondo, tra cui recentemente in Venezuela e in Russia nel 2012.
Proprio come in Russia dove la cosiddetta agenzia di monitoraggio delle elezioni “indipendente” GOLOS, si rivelò essere completamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED), il cosiddetto centro di monitoraggio elettorale della Malesia, il Merdeka Centre for Opinion Research, è parimenti finanziato direttamente dagli Stati Uniti attraverso il NED. Nonostante ciò i media occidentali, nel perseguimento della promozione dell’Alleanza popolare filo-occidentale, hanno ripetutamente presentato il Merdeka come “indipendente”. La BBC nel suo articolo, “Le elezioni in Malaysia vedono il record di affluenza alle urne“, delinea le ben collaudate grida sulle “elezioni rubate” utilizzate dall’occidente per minare la legittimità delle elezioni dove teme che i suoi candidati  possano perdere, citando il Centro Merdeka finanziato dagli USA, nei tentativi per sostenere queste affermazioni. Il finanziamento estero e la scarsa obiettività non sono mai menzionate:
Le accuse di frode elettorale sono spuntate prima delle elezioni. Alcuni di quelli che hanno già votato, hanno detto alla BBC News che l’inchiostro indelebile, che dovrebbe durare per giorni, viene facilmente lavato via. L’inchiostro indelebile può essere lavato via facilmente, solo con l’acqua, in pochi secondi”, un elettore, Lo, ha detto alla BBC News da Skudai. Un altro elettore ha scritto: “Ho votato e sono stato contrassegnato con “inchiostro indelebile” alle 10:00, e alle 12:00 l’inchiostro era già scomparso. Se fossi anche registrato sotto un altro nome e numero ID in una circoscrizione vicina, sarei in grado di votare di nuovo prima delle 17:00!L’opposizione ha accusato il governo di finanziare i voli dei supporter negli Stati chiave, cosa che il governo nega. Il sondaggista indipendente Merdeka Center ha ricevuto rapporti non confermati da cittadini stranieri di aver ricevuto gli ID e il permesso di votare.”
Tuttavia, un organismo di controllo elettorale finanziato da un governo straniero, che cerca apertamente di rimuovere l’attuale partito di governo in Malesia, a favore del vecchio servo di Wall Street, Anwar Ibrahim, certamente non é più “indipendente”. I legami tra l’”Alleanza del Popolo” di Anwar Ibrahim e il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non si esauriscono con il Merdeka Center, ma continuano nel movimento di piazza dell’opposizione Bersih. Affermando di lottare per elezioni “pulite e giuste”, Bersih in realtà è un veicolo progettato per mobilitare le proteste di piazza in nome del partito d’opposizione di Anwar. La presunta leader di Bersih, Ambiga Sreenevasan, ha lei stessa ammesso che la sua organizzazione ha ricevuto denaro direttamente dagli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute (NDI) e l’Open Society del criminale riconosciuto George Soros.
Il Malaysian Insider ha riferito, il 27 giugno 2011, che il capo del Bersih, Ambiga Sreenevassan, “…ha ammesso di ricevere soldi da due organizzazioni statunitensi, il National Democratic Institute (NDI) e l’Open Society Institute (OSI), per altri progetti, che ha sottolineato non erano collegati alla marcia del 9 luglio“. Una visita al sito dell’NDI ha rivelato, infatti, che il finanziamento e l’addestramento erano forniti dall’organizzazione statunitense NDI, che quindi ha preso nota delle informazioni e le ha sostituite con una versione più benigna e interamente purgata da qualsiasi menzione del Bersih. Per le innocue affermazioni di Ambiga sui finanziamenti, l’NDI si è precipitato a nascondere i possibili legami con la sua organizzazione, suggerendo così che qualcosa di molto più sinistro è in gioco.
Il sostanziale e attentamente occultato supporto che l’occidente ha prestato ad Anwar, non dovrebbe essere una sorpresa per coloro che hanno familiarità con le vicende di Anwar. Quando Anwar Ibrahim era presidente del Comitato per lo Sviluppo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 1998, ha ricoperto incarichi di docenza presso la Scuola di studi internazionali avanzati della Johns Hopkins University, è stato consulente per la Banca Mondiale, e  consulente del ‘Democracy Award‘ della filo-neocon National Endowment for Democracy, e partecipe ad una cerimonia di donazione della NED, la stessa organizzazione degli Stati Uniti che finanzia e sostiene Bersih e la cosiddetta agenzia “indipendente” di monitoraggio delle elezioni Merdeka, dipingendo il quadro di un’opposizione in corsa per le elezioni in Malesia non per il popolo malese, ma chiaramente per gli interessi finanziari aziendali di Wall Street e Londra.
In realtà, la leadership del Bersih, assieme ad Anwar e alla miriade di loro sponsor stranieri, cercano di galvanizzare le reali rimostranze del popolo malese e di sfruttarle per andare al potere. Mentre molti possono essere tentati di suggerire che le “elezioni pulite e giuste” sono veramente gli obiettivi del Bersih e di Anwar, e che i finanziamenti degli Stati Uniti tramite l’NDI, la NED e l’Open Society del criminale bankster miliardario George Soros sono del tutto innocui, un esame approfondito di queste organizzazioni, di come funzionano e della loro dichiarata agenda, rivela la rupe proverbiale verso cui Anwar e Bersih trascinano i loro seguaci e la Malesia. Mentre il Bersih mobiliterà prevedibilmente le piazze per conto del partito di opposizione di Anwar, a seguito del suo completo fallimento delle elezioni generali della Malesia del 2013, è importante per i malesi capire la vera natura delle organizzazioni occidentali che finanziano i tentativi di indebolire politicamente il partito al governo e di dividere i malesi, mettendoli l’uno contro l’altro; e il reale motivo per cui ciò viene fatto, nel più ampio ambito egemonico degli Stati Uniti in Asia.

I sostenitori di Anwar e del Bersih del dipartimento di Stato degli USA
Il NED e il NDI del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sono certamente dei promotori non benevoli della democrazia e della libertà. Un rapido sguardo al consiglio di amministrazione del NED rivela un milieu di fascio-aziendalisti e di guerrafondai:
• William Galston: Brookings Institution (Il consiglio di fondazione può essere trovato a pagina 35).
• Moises Naim: Carnegie Endowment for International Peace (finanziamenti aziendali).
• Robert Miller: avvocato aziendale.
• Larry Liebenow: Camera di Commercio degli Stati Uniti (importante sostenitore di SOPA, ACTA, e CISPA), Centro Internazionale per l’Impresa Privata (CIPE).
• Anne-Marie Slaughter: Dipartimento di Stato USA, Council on Foreign Relations (membri aziendali), direttrice di Citigroup, McDonald Corporation e Political Strategies Advisory Group.
• Richard Gephardt: rappresentante degli Stati Uniti, lobbista di Boeing, Goldman Sachs, Visa, Ameren Corp e Waste Management Inc., lobbista, consulente aziendale, consulente e ora direttore di Ford Motor Company, sostenitore dell’invasione militare e dell’occupazione dell’Iraq nel 2003.
• Marilyn Carlson Nelson: CEO di Carlson, direttrice della Exxon Mobil.
• Stephen Sestanovich: Dipartimento di Stato USA, Carnegie Endowment for International Peace, CFR.
• Judy Shelton: direttrice di Hilton Hotels Corporation e Atlantic Coast Airlines.
• Francis Fukuyama: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC.
• Zalmay Khalilzad: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
• Will Marshall: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
• Vin Weber: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
Possono Boeing, Goldman Sachs, Exxon, la SOPA, ACTA, CISPA, sponsor della Camera di Commercio degli Stati Uniti e degli istituti guerrafondai neocon, curarsi di promuovere la democrazia in Malesia? O espandono i loro interessi corporativi-finanziari in Asia con il pretesto di promuovere la democrazia? Chiaramente è quest’ultima. Il NDI, da cui il capo del Bersih Ambiga Sreenevasan ammette ricevere fondi per la sua organizzazione, è parimenti presieduto da una collezione sgradevole di interessi fascisti aziendali.
Alcuni membri scelti includono:
• Robin Carnahan: formalmente della Export-Import Bank degli Stati Uniti, dove “ha esplorato le soluzioni innovative per aiutare le aziende statunitensi ad incrementare le vendita di beni e servizi all’estero“. L’ingerenza del NDI nelle nazioni straniere, in particolare in occasione delle elezioni, per conto dei candidati filo-occidentali che favoriscono il libero scambio, e i precedenti legami della Carnahan con una banca che ha cercato di ampliare gli interessi aziendali all’estero, costituiscono un allarmante conflitto di interessi.
• Richard Blum: banchiere d’investimento della Blum Capital, CB Richard Ellis. Impegnato nell’affarismo bellico assieme ai neocon del Carlyle Group, quando le azioni di entrambi furono acquistati dalla EG&G, cui in seguito venne assegnato un contratto da 600.000.000 di dollari dai militari, durante le prime fasi dell’invasione dell’Iraq.
• Bernard W. Aronson: fondatore di ACON Investments, in precedenza era consigliere della Goldman Sachs e faceva parte dei consigli di amministrazione di Fifth & Pacific Companies, Royal Caribbean International, Hyatt Hotels Corporation, Chroma Oil & Gas e Northern Tier Energy. Aronson è anche membro del Council on Foreign Relations (CFR), che a sua volta rappresenta gli interessi collettivi di alcune delle più grandi aziende sulla Terra.
• Sam Gejdenson: il profilo del NDI pretende che Gejdenson sia “responsabile” della Sam Gejdenson International che proclama dal suo sito web il “Commercio Senza Frontiere“, o in altre parole, il monopolo del grande business tramite il libero scambio. Nel suo profilo autobiografico, afferma di aver promosso le esportazioni degli Stati Uniti come democratico della Commissione per le relazioni internazionali della Camera. Ecco un altro caso di conflitto di interessi tra l’ingerenza del NDI in politica estera e i membri del consiglio precedentemente coinvolti nella “promozione delle esportazioni statunitensi.”
• Nancy H. Rubin: membro del CFR.
• Vali Nasr: membro del CFR e senior fellow presso il grande petroliere e banchiere Belfer Centre di Harvard.
• Rich Verma: partner della Steptoe & Johnson LLP di Washington, uno studio legale internazionale aziendale e governativo che rappresenta per Verma una moltitudine di conflitti d’interessi e di potenziali improprietà. Setptoe & Johnson è attivo in molte delle nazioni in cui il NDI opera, aprendo la porta alla manipolazione di entrambe le parti per favorire l’altra.
• Lynda Thomas: investitrice privata, formalmente senior manager/CPA presso Deloitte Haskins & Sells di New York, e della Coopers & Lybrand Deloitte di Londra. Tra i suoi clienti vi erano le banche internazionali.
• Maurice Tempelsman: presidente del Consiglio di Amministrazione di Lazare Kaplan International Inc., la più grande azienda per il “taglio ideale” dei diamanti negli Stati Uniti. Inoltre,  senior partner di Leon Tempelsman & Son, coinvolto nel settore minerario, negli investimenti e nello sviluppo del business e del commercio di minerali in Europa, Russia, Africa, America Latina, Canada e Asia. Ancora un altro immenso potenziale di interessi in conflitto, dove Tempelsman trae profitto direttamente, finanziariamente e politicamente, manipolando i governi stranieri attraverso il NDI.
• Elaine K. Shocas: presidente della Madeleine Albright, Inc., una società di investimento privata. Era a capo del personale al dipartimento di Stato degli USA e della missione degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, durante il mandato di Madeleine Albright, Segretaria di Stato e ambasciatrice alle Nazioni Unite, illustra la particolarmente vertiginosa “porta girevole” tra il governo e le grandi imprese.
• Madeleine K. Albright: cattedra alla Albright Group Stonebridge e presidente dell’Albright Capital Management LLC, una società di consulenza di investimenti, direttamente affiliata al membro del consiglio del NDI Elaine Shocas, rappresenta la relazione incestuosa affari/governo con evidenti conflitti d’interesse. Infame la dichiarazione della Albright sulle sanzioni contro l’Iraq che  portarono direttamente alla morte per fame di mezzo milione di bambini: “ne è valsa la pena“.
Il malese medio, che potrebbe essere privato dell’attuale governo, non può assolutamente credere che queste persone finanzino e puntellino delle ONG chiaramente in malafede, sostenendo  direttamente il compromesso Anwar Ibrahim nell’interesse della Malesia.
La conclusione, per gli Stati Uniti, di un governo dell’Alleanza popolare di Anwar Ibrahim sarebbe una Malesia che capitola agli Stati Uniti sia sul regime di libero scambio che sulla politica estera. Nel caso della Malesia, ciò lascerà che l’ampia indipendenza economica raggiunta sfuggendo al dominio britannico, venga distrutta, mentre le risorse della nazione verrebbero sottratte allo sviluppo interno e utilizzate per fungere da ascaro nello scontro con la Cina, così come è già accaduto per Corea, Giappone e Filippine.

Usare l’ASEAN per rappattumare i regimi fantoccio nella lotta contro la Cina
L’idea che obiettivo degli Stati Uniti sia utilizzare la Malesia e altri Paesi del Sudest asiatico contro la Cina, non è solo una speculazione. E’ il fondamento di una cospirazione documentata risalente al 1997, e ribadita recentemente dalla segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, nel 2011. Nel 1997, lo scribacchino Robert Kagan del Brookings Institution finanziato da Fortune 500 (pagina 19)  scrisse: “Ciò che la Cina sa che noi non sappiamo: il caso di una nuova strategia di contenimento“, che enunciava che la politica di Wall Street e Londra erano già in via di attuazione anche allora, anche se in modo alquanto nebuloso. Nel suo saggio, Kagan afferma letteralmente: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze degli Stati Uniti e dei loro alleati, che l’hanno costruito. Ed è poco adatto alle esigenze di una dittatura cinese che cerca di mantenere il potere interno e di aumentare la sua influenza all’estero. I leader cinesi sentono i vincoli su di loro e si preoccupano di dover cambiare le regole del sistema internazionale, prima che il sistema internazionale li cambi”. Qui Kagan ammette apertamente che “l’ordine mondiale”, o l’”ordine internazionale”, è semplicemente gestito dall’egemonia globale statunitense, dettata da interessi statunitensi. Questi interessi, dovrebbe essere tenuto in mente, non sono quelli del popolo statunitense ma sono gli immensi interessi corporativi-finanzieri dell’establishment anglo-statunitense. Kagan continua: “In verità, il dibattito sul fatto se si debba o meno contenere la Cina è un po’ sciocco. Stiamo già contenendo la Cina, non sempre consapevolmente e non del tutto correttamente, ma abbastanza per infastidire i leader cinesi e ostacolarne le ambizioni. Quando i cinesi utilizzarono le manovre militari e i test dei missili balistici, nel marzo scorso, per intimidire gli elettori di Taiwan, gli Stati Uniti risposero inviando la Settima Flotta. Con questa dimostrazione di forza, gli Stati Uniti dimostrarono a Taiwan, Giappone e al resto dei nostri alleati asiatici, che il nostro ruolo come difensore nella regione non era diminuito tanto quanto si sarebbe temuto. Così, in risposta ad una singola dimostrazione di forza cinese, i legami del contenimento divennero visibili e serrati. La nuova Cina insiste sul fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di spiegare ai cinesi che il loro obiettivo è semplice, come scrive [Robert] Zoellick, evitare “il dominio dell’Asia orientale di una potenza o un gruppo di potenze ostili agli Stati Uniti.” I nostri accordi con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, e le nostre forze navali e militari nella regione, mirano solo alla stabilità regionale, non all’accerchiamento aggressivo. Ma i cinesi capiscono gli interessi degli Stati Uniti benissimo, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti come un controllo sul Giappone, la nazione che temono di più, si può vedere chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano gravemente la loro capacità di diventare la potenza egemone regionale. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando gli analisti militari e civili del governo cinese, i leader cinesi temono che “giochino a Gulliver con i lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono la corda e la posta in gioco.” In effetti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo quello che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen fa notare che i pensatori strategici cinesi considerano le “denunce delle violazioni delle norme internazionali della Cina” componente di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per evitare che la Cina diventi una grande potenza“.”
Ciò di cui Kagan parla è mantenere la supremazia statunitense in tutta l’Asia e produrre una strategia della tensione per dividere e limitare il potere di ogni singolo giocatore verso l’egemonia di Wall Street e Londra. Kagan continua: “I cambiamenti nel comportamento esterno e interno dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni ’80, hanno provocato almeno in parte, una strategia statunitense che potrebbe essere definita “integrazione attraverso il contenimento e pressione per il cambiamento”. Tale strategia deve essere applicata in Cina oggi. Finché la Cina mantiene la sua forma attuale di governo, non può essere pacificamente integrata nell’ordine internazionale. Per i leader attuali della Cina, è troppo rischioso giocare secondo le nostre regole, ma la nostra mancanza di volontà d’imporgli di giocare con le nostre regole è troppo rischioso per la salute dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti non possono né devono essere disposti a sconvolgere l’ordine internazionale nella convinzione errata, che un accordo è il modo migliore per evitare un confronto con la Cina. Dovremmo tenere la linea, invece, e lavorare per il cambiamento politico a Pechino. Ciò significa rafforzare le nostre capacità militari nella regione, migliorando i nostri legami di sicurezza con amici e alleati, e rendendo chiaro che risponderemo con la forza se necessario, quando la Cina utilizza l’intimidazione o l’aggressione militare per realizzare le sue ambizioni regionali; ciò significa anche non commerciare con l’esercito cinese o fare affari con aziende possedute o gestite dai militari. Significa imporre sanzioni rigide quando scopriamo la Cina impegnarsi nella proliferazione nucleare. Una strategia del contenimento di successo richiederà l’aumento, e non la diminuzione, delle nostre capacità globali di difesa. Eyre Crowe ha avvertito nel 1907 che “più si parla della necessità di economizzare sui nostri armamenti, più i tedeschi crederanno saldamente che avremo difficoltà nella lotta e che vinceranno andando avanti.” Oggi, la percezione del nostro declino militare sta già delineando i calcoli cinesi. Nel 1992, un documento interno del governo cinese affermava che la “forza degli USA è in relativo declino e che ha limiti su ciò che può fare.” Questa percezione deve essere dissipata il più rapidamente possibile.”
Il discorso di Kagan sul “rispondere” all’espansione della Cina, chiaramente si manifesta oggi in una serie di crescenti conflitti per procura tra il Giappone e le Filippine sostenuti dagli USA, e in misura minore tra Nord e Sud Corea, e addirittura comincia a mostrarsi in Myanmar. I governi di questi Paesi hanno capitolato agli interessi degli Stati Uniti e al loro desiderio di svolgere il ruolo di procuratori degli statunitensi nella regione, anche a proprie spese; non è una sorpresa. Per espandere ciò, però, gli Stati Uniti prevedono una piena integrazione del Sud-Est asiatico con l’installazione di regimi fantocci e, quindi, usare le loro risorse e i loro popoli contro la Cina. Nel 2011, l’allora segretaria di Stato Hillary Clinton svelò la copertura della cospirazione di Kagan del 1997. Pubblicò sulla rivista Foreign Policy un pezzo intitolato “Il secolo del Pacifico dell’America” dove afferma esplicitamente: “Nei prossimi 10 anni, dobbiamo essere intelligenti e sistematici su dove investire tempo ed energie, in modo che ci mettiamo nella posizione migliore per sostenere la nostra leadership, proteggere i nostri interessi e far avanzare i nostri valori. Uno dei compiti più importanti del governo americano, nel prossimo decennio, sarà impegnarsi nella sostanziale avanzata degli investimenti – diplomatici, economici, strategici e altrove – nella regione Asia-Pacifico”.
Sostenere la nostra leadership“, “proteggere i nostri interessi” e “far avanzare i nostri valori“, sono chiaramente affermazioni egemoniche, e indicano l’obiettivo degli Stati Uniti di un “sostanziale aumento degli investimenti“, tra cui l’acquisto di ONG e partiti di opposizione in Malaysia, utili  direttamente alla leadership, agli interessi e ai “valori” degli Stati Uniti, non all’interno dei confini degli Stati Uniti, ma al di fuori di essi, soprattutto in Asia.
Clinton continua: “In un momento in cui nella regione si costruisce una più matura architettura economica promuovendo stabilità e prosperità, l’impegno degli Stati Uniti è essenziale. Contribuirà a costruire l’architettura e a pagare i dividendi della continua leadership americana per tutto il secolo, proprio come il nostro impegno post-bellico per la costruzione di una rete globale duratura di istituzioni e relazioni transatlantiche ci ha ripagato molte volte, e continua a farlo.” L’”architettura” sovranazionale è il blocco ASEAN, e di nuovo Clinton conferma che l’impegno degli Stati Uniti in questo processo è volto non a sollevare l’Asia, ma a mantenere la propria egemonia in tutta la regione, e in tutto il mondo. Clinton poi ammette apertamente che gli Stati Uniti cercano di sfruttare la crescita economica in Asia: “Sfruttare la crescita e il dinamismo in Asia è centrale per gli interessi economici e strategici americani e una priorità chiave per il presidente Obama. L’apertura dei mercati in Asia fornisce agli Stati Uniti un’opportunità senza precedenti per gli investimenti, il commercio e l’accesso a una tecnologia all’avanguardia. La nostra ripresa economica interna dipenderà dalle esportazioni e dalla capacità delle imprese americane di sfruttare la vasta e crescente base consumatrice in Asia.”
Naturalmente, lo scopo di un’economia è soddisfare le esigenze di coloro che vivono al suo interno. L’economia asiatica pertanto dovrebbe soddisfare le esigenze e gli interessi degli asiatici, non un impero egemonico sull’altro lato del Pacifico. L’articolo di Clinton potrebbe facilmente riprendere la dichiarazione del re d’Inghilterra Giorgio e le sue intenzioni di svuotare il Nuovo Mondo. E nessun impero è completo senza stabilire una guarnigione militare permanente in un territorio appena conquistato. Clinton spiega: “Con ciò in mente, il nostro lavoro sarà procedere lungo sei linee d’azione fondamentali: rafforzare le alleanze di sicurezza bilaterali; approfondire i nostri rapporti di collaborazione con le potenze emergenti, tra cui la Cina, impegnarsi con le istituzioni multilaterali regionali, nell’espansione del commercio e degli investimenti; forgiare una larga presenza militare e promuovere la democrazia e i diritti umani.” Naturalmente, per “promuovere la democrazia e i diritti umani,” Clinton indica la continuazione del finanziamento delle pseudo-ONG che sfruttano maliziosamente i diritti umani e la promozione della democrazia per minare politicamente governi presi di mira nel perseguimento dell’installazione di regimi-fantocci più obbedienti.
Il pezzo è lungo, e mentre molti lettori potrebbero essere tentati dal sorvolare su alcuni dei più brutti  aspetti, apertamente imperiali della dichiarazione di Clinton, la prova delle vere intenzioni degli USA in Asia può essere vista chiaramente oggi, manifestatasi con l’incoraggiamento intenzionale delle provocazioni tra Corea democratica e Corea del Sud, con l’ampliarsi del confronto tra la Cina e i delegati degli Stati Uniti, Giappone e Filippine, e con le folle che scendono in piazza in Malesia, nella speranza di rovesciare le elezioni che il candidato degli USA, Anwar Ibrahim, non ha avuto alcuna possibilità di vincere.

Elezioni pulite e giuste?
Mentre il grido di battaglia di Anwar Ibrahim, della sua Alleanza del popolo e del Bersih sono “elezioni pulite e giuste”, in realtà, le accuse di frode sono piovute molto prima che le elezioni fossero anche iniziate. Questo non perché il partito d’opposizione di Anwar avesse le prove di tale frode, ma si trattava d’impiantarne l’idea nella mente delle persone, molto prima delle elezioni, e abbastanza profondamente per giustificare la pretesa sulle elezioni rubate, non importa cosa le urne, infine, hanno sentenziato. A un certo punto durante le elezioni, addirittura prima che le schede fossero contate, Anwar Ibrahim ha dichiarato vittoria, una mossa che gli analisti in tutta la regione hanno notato come provocatoria, pericolosa e incredibilmente irresponsabile. Anche in questo caso, non ci poteva essere alcuna prova che Anwar avesse vinto, perché gli scrutini non erano ancora stati contati. E’ stata ancora una volta una mossa destinata a manipolare l’opinione pubblica e a preparare il terreno per contestare l’inevitabile sconfitta di Anwar, mandando per le strade le folle e scatenando il caos tipico della rivoluzione colorata sostenuta dall’occidente.
Bisogna seriamente chiedersi, considerando i sostenitori stranieri di Anwar, le intenzioni dichiarate di quei sostenitori sull’Asia, e le irresponsabili affermazioni infondate di Anwar, prima, durante e dopo le elezioni, che cosa ci sia di “pulito e giusto” in tutto questo? Anwar Ibrahim è una frode, un palese fantoccio degli interessi stranieri. Le sue ONG satellitari, tra cui l’insidioso movimento Bersih apertamente finanziato da interessi corporativi-finanziari stranieri, e l’altrettanta insidiosa ONG elettorale Merdeka, che si dipinge come “indipendente” nonostante sia finanziata direttamente da un governo straniero, sono anch’essi delle frodi, trascinando persone in buona fede grazie a un marketing ingannevole, proprio come fanno le aziende di sigarette. E come le aziende di sigarette che vendono ciò che per milioni di persone è essenzialmente una lenta e dolorosa condanna a morte umiliante, che li lascerà in rovina finanziariamente e spiritualmente prima di ucciderli una volta per tutte, l’opposizione appoggiata dagli USA di Anwar venderà alla Malesia una lenta, dolorosa e umiliante morte. Purtroppo, come con le sigarette, le persone ben intenzionate, ma impressionabili, non comprendono tutti i fatti e invece basano il loro appoggio solo su marketing, espedienti, slogan, e trucchi di una ben oliata macchina politica manipolativa.
Per questa follia, la Malesia potrebbe pagare un prezzo pesante, un giorno, ma Anwar e il suo partito d’opposizione, oggi, hanno perso le elezioni, e il rivestimento a buon mercato della “promozione della democrazia” del pizzo statunitense si sta rapidamente staccando. Per ora, gli USA hanno spostato a metà il perno della propria agenda egemonica verso l’Asia, con il governo della Malesia che fornisce un modello per le altre nazioni della regione, qualora fossero interessate alla sovranità e al progresso indipendente, non importa quanto imperfetto o lento possano essere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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