Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ‘Pivot’ asiatico degli USA passa per la Malesia

 Tony Cartalucci, Land Destroyer 8 maggio 2013

malaysiaLe ambizioni egemoniche in Asia di Wall Street e Londra, centrate sull’installazione di regimi fantoccio in tutto il Sud-Est asiatico e sull’utilizzo del blocco sovranazionale ASEAN per circondare e contenere la Cina, hanno subito un duro colpo questa settimana, quando l’opposizione filo-occidentale, del partito del leader malese Anwar Ibrahim, ha perso nelle elezioni generali. Mentre il partito di opposizione di Anwar Ibrahim, il Pakatan Rakyat (PR) o “Alleanza del Popolo”, ha tentato di sfruttare una piattaforma anti-corruzione per la sua campagna, che invece assomigliava ai tentativi ispirati dall’occidente di sovvertire politicamente i governi in tutto il mondo, tra cui recentemente in Venezuela e in Russia nel 2012.
Proprio come in Russia dove la cosiddetta agenzia di monitoraggio delle elezioni “indipendente” GOLOS, si rivelò essere completamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED), il cosiddetto centro di monitoraggio elettorale della Malesia, il Merdeka Centre for Opinion Research, è parimenti finanziato direttamente dagli Stati Uniti attraverso il NED. Nonostante ciò i media occidentali, nel perseguimento della promozione dell’Alleanza popolare filo-occidentale, hanno ripetutamente presentato il Merdeka come “indipendente”. La BBC nel suo articolo, “Le elezioni in Malaysia vedono il record di affluenza alle urne“, delinea le ben collaudate grida sulle “elezioni rubate” utilizzate dall’occidente per minare la legittimità delle elezioni dove teme che i suoi candidati  possano perdere, citando il Centro Merdeka finanziato dagli USA, nei tentativi per sostenere queste affermazioni. Il finanziamento estero e la scarsa obiettività non sono mai menzionate:
Le accuse di frode elettorale sono spuntate prima delle elezioni. Alcuni di quelli che hanno già votato, hanno detto alla BBC News che l’inchiostro indelebile, che dovrebbe durare per giorni, viene facilmente lavato via. L’inchiostro indelebile può essere lavato via facilmente, solo con l’acqua, in pochi secondi”, un elettore, Lo, ha detto alla BBC News da Skudai. Un altro elettore ha scritto: “Ho votato e sono stato contrassegnato con “inchiostro indelebile” alle 10:00, e alle 12:00 l’inchiostro era già scomparso. Se fossi anche registrato sotto un altro nome e numero ID in una circoscrizione vicina, sarei in grado di votare di nuovo prima delle 17:00!L’opposizione ha accusato il governo di finanziare i voli dei supporter negli Stati chiave, cosa che il governo nega. Il sondaggista indipendente Merdeka Center ha ricevuto rapporti non confermati da cittadini stranieri di aver ricevuto gli ID e il permesso di votare.”
Tuttavia, un organismo di controllo elettorale finanziato da un governo straniero, che cerca apertamente di rimuovere l’attuale partito di governo in Malesia, a favore del vecchio servo di Wall Street, Anwar Ibrahim, certamente non é più “indipendente”. I legami tra l’”Alleanza del Popolo” di Anwar Ibrahim e il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non si esauriscono con il Merdeka Center, ma continuano nel movimento di piazza dell’opposizione Bersih. Affermando di lottare per elezioni “pulite e giuste”, Bersih in realtà è un veicolo progettato per mobilitare le proteste di piazza in nome del partito d’opposizione di Anwar. La presunta leader di Bersih, Ambiga Sreenevasan, ha lei stessa ammesso che la sua organizzazione ha ricevuto denaro direttamente dagli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute (NDI) e l’Open Society del criminale riconosciuto George Soros.
Il Malaysian Insider ha riferito, il 27 giugno 2011, che il capo del Bersih, Ambiga Sreenevassan, “…ha ammesso di ricevere soldi da due organizzazioni statunitensi, il National Democratic Institute (NDI) e l’Open Society Institute (OSI), per altri progetti, che ha sottolineato non erano collegati alla marcia del 9 luglio“. Una visita al sito dell’NDI ha rivelato, infatti, che il finanziamento e l’addestramento erano forniti dall’organizzazione statunitense NDI, che quindi ha preso nota delle informazioni e le ha sostituite con una versione più benigna e interamente purgata da qualsiasi menzione del Bersih. Per le innocue affermazioni di Ambiga sui finanziamenti, l’NDI si è precipitato a nascondere i possibili legami con la sua organizzazione, suggerendo così che qualcosa di molto più sinistro è in gioco.
Il sostanziale e attentamente occultato supporto che l’occidente ha prestato ad Anwar, non dovrebbe essere una sorpresa per coloro che hanno familiarità con le vicende di Anwar. Quando Anwar Ibrahim era presidente del Comitato per lo Sviluppo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 1998, ha ricoperto incarichi di docenza presso la Scuola di studi internazionali avanzati della Johns Hopkins University, è stato consulente per la Banca Mondiale, e  consulente del ‘Democracy Award‘ della filo-neocon National Endowment for Democracy, e partecipe ad una cerimonia di donazione della NED, la stessa organizzazione degli Stati Uniti che finanzia e sostiene Bersih e la cosiddetta agenzia “indipendente” di monitoraggio delle elezioni Merdeka, dipingendo il quadro di un’opposizione in corsa per le elezioni in Malesia non per il popolo malese, ma chiaramente per gli interessi finanziari aziendali di Wall Street e Londra.
In realtà, la leadership del Bersih, assieme ad Anwar e alla miriade di loro sponsor stranieri, cercano di galvanizzare le reali rimostranze del popolo malese e di sfruttarle per andare al potere. Mentre molti possono essere tentati di suggerire che le “elezioni pulite e giuste” sono veramente gli obiettivi del Bersih e di Anwar, e che i finanziamenti degli Stati Uniti tramite l’NDI, la NED e l’Open Society del criminale bankster miliardario George Soros sono del tutto innocui, un esame approfondito di queste organizzazioni, di come funzionano e della loro dichiarata agenda, rivela la rupe proverbiale verso cui Anwar e Bersih trascinano i loro seguaci e la Malesia. Mentre il Bersih mobiliterà prevedibilmente le piazze per conto del partito di opposizione di Anwar, a seguito del suo completo fallimento delle elezioni generali della Malesia del 2013, è importante per i malesi capire la vera natura delle organizzazioni occidentali che finanziano i tentativi di indebolire politicamente il partito al governo e di dividere i malesi, mettendoli l’uno contro l’altro; e il reale motivo per cui ciò viene fatto, nel più ampio ambito egemonico degli Stati Uniti in Asia.

I sostenitori di Anwar e del Bersih del dipartimento di Stato degli USA
Il NED e il NDI del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sono certamente dei promotori non benevoli della democrazia e della libertà. Un rapido sguardo al consiglio di amministrazione del NED rivela un milieu di fascio-aziendalisti e di guerrafondai:
• William Galston: Brookings Institution (Il consiglio di fondazione può essere trovato a pagina 35).
• Moises Naim: Carnegie Endowment for International Peace (finanziamenti aziendali).
• Robert Miller: avvocato aziendale.
• Larry Liebenow: Camera di Commercio degli Stati Uniti (importante sostenitore di SOPA, ACTA, e CISPA), Centro Internazionale per l’Impresa Privata (CIPE).
• Anne-Marie Slaughter: Dipartimento di Stato USA, Council on Foreign Relations (membri aziendali), direttrice di Citigroup, McDonald Corporation e Political Strategies Advisory Group.
• Richard Gephardt: rappresentante degli Stati Uniti, lobbista di Boeing, Goldman Sachs, Visa, Ameren Corp e Waste Management Inc., lobbista, consulente aziendale, consulente e ora direttore di Ford Motor Company, sostenitore dell’invasione militare e dell’occupazione dell’Iraq nel 2003.
• Marilyn Carlson Nelson: CEO di Carlson, direttrice della Exxon Mobil.
• Stephen Sestanovich: Dipartimento di Stato USA, Carnegie Endowment for International Peace, CFR.
• Judy Shelton: direttrice di Hilton Hotels Corporation e Atlantic Coast Airlines.
• Francis Fukuyama: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC.
• Zalmay Khalilzad: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
• Will Marshall: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
• Vin Weber: neocon guerrafondaio, sostenitore pro-egemonico del PNAC
Possono Boeing, Goldman Sachs, Exxon, la SOPA, ACTA, CISPA, sponsor della Camera di Commercio degli Stati Uniti e degli istituti guerrafondai neocon, curarsi di promuovere la democrazia in Malesia? O espandono i loro interessi corporativi-finanziari in Asia con il pretesto di promuovere la democrazia? Chiaramente è quest’ultima. Il NDI, da cui il capo del Bersih Ambiga Sreenevasan ammette ricevere fondi per la sua organizzazione, è parimenti presieduto da una collezione sgradevole di interessi fascisti aziendali.
Alcuni membri scelti includono:
• Robin Carnahan: formalmente della Export-Import Bank degli Stati Uniti, dove “ha esplorato le soluzioni innovative per aiutare le aziende statunitensi ad incrementare le vendita di beni e servizi all’estero“. L’ingerenza del NDI nelle nazioni straniere, in particolare in occasione delle elezioni, per conto dei candidati filo-occidentali che favoriscono il libero scambio, e i precedenti legami della Carnahan con una banca che ha cercato di ampliare gli interessi aziendali all’estero, costituiscono un allarmante conflitto di interessi.
• Richard Blum: banchiere d’investimento della Blum Capital, CB Richard Ellis. Impegnato nell’affarismo bellico assieme ai neocon del Carlyle Group, quando le azioni di entrambi furono acquistati dalla EG&G, cui in seguito venne assegnato un contratto da 600.000.000 di dollari dai militari, durante le prime fasi dell’invasione dell’Iraq.
• Bernard W. Aronson: fondatore di ACON Investments, in precedenza era consigliere della Goldman Sachs e faceva parte dei consigli di amministrazione di Fifth & Pacific Companies, Royal Caribbean International, Hyatt Hotels Corporation, Chroma Oil & Gas e Northern Tier Energy. Aronson è anche membro del Council on Foreign Relations (CFR), che a sua volta rappresenta gli interessi collettivi di alcune delle più grandi aziende sulla Terra.
• Sam Gejdenson: il profilo del NDI pretende che Gejdenson sia “responsabile” della Sam Gejdenson International che proclama dal suo sito web il “Commercio Senza Frontiere“, o in altre parole, il monopolo del grande business tramite il libero scambio. Nel suo profilo autobiografico, afferma di aver promosso le esportazioni degli Stati Uniti come democratico della Commissione per le relazioni internazionali della Camera. Ecco un altro caso di conflitto di interessi tra l’ingerenza del NDI in politica estera e i membri del consiglio precedentemente coinvolti nella “promozione delle esportazioni statunitensi.”
• Nancy H. Rubin: membro del CFR.
• Vali Nasr: membro del CFR e senior fellow presso il grande petroliere e banchiere Belfer Centre di Harvard.
• Rich Verma: partner della Steptoe & Johnson LLP di Washington, uno studio legale internazionale aziendale e governativo che rappresenta per Verma una moltitudine di conflitti d’interessi e di potenziali improprietà. Setptoe & Johnson è attivo in molte delle nazioni in cui il NDI opera, aprendo la porta alla manipolazione di entrambe le parti per favorire l’altra.
• Lynda Thomas: investitrice privata, formalmente senior manager/CPA presso Deloitte Haskins & Sells di New York, e della Coopers & Lybrand Deloitte di Londra. Tra i suoi clienti vi erano le banche internazionali.
• Maurice Tempelsman: presidente del Consiglio di Amministrazione di Lazare Kaplan International Inc., la più grande azienda per il “taglio ideale” dei diamanti negli Stati Uniti. Inoltre,  senior partner di Leon Tempelsman & Son, coinvolto nel settore minerario, negli investimenti e nello sviluppo del business e del commercio di minerali in Europa, Russia, Africa, America Latina, Canada e Asia. Ancora un altro immenso potenziale di interessi in conflitto, dove Tempelsman trae profitto direttamente, finanziariamente e politicamente, manipolando i governi stranieri attraverso il NDI.
• Elaine K. Shocas: presidente della Madeleine Albright, Inc., una società di investimento privata. Era a capo del personale al dipartimento di Stato degli USA e della missione degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, durante il mandato di Madeleine Albright, Segretaria di Stato e ambasciatrice alle Nazioni Unite, illustra la particolarmente vertiginosa “porta girevole” tra il governo e le grandi imprese.
• Madeleine K. Albright: cattedra alla Albright Group Stonebridge e presidente dell’Albright Capital Management LLC, una società di consulenza di investimenti, direttamente affiliata al membro del consiglio del NDI Elaine Shocas, rappresenta la relazione incestuosa affari/governo con evidenti conflitti d’interesse. Infame la dichiarazione della Albright sulle sanzioni contro l’Iraq che  portarono direttamente alla morte per fame di mezzo milione di bambini: “ne è valsa la pena“.
Il malese medio, che potrebbe essere privato dell’attuale governo, non può assolutamente credere che queste persone finanzino e puntellino delle ONG chiaramente in malafede, sostenendo  direttamente il compromesso Anwar Ibrahim nell’interesse della Malesia.
La conclusione, per gli Stati Uniti, di un governo dell’Alleanza popolare di Anwar Ibrahim sarebbe una Malesia che capitola agli Stati Uniti sia sul regime di libero scambio che sulla politica estera. Nel caso della Malesia, ciò lascerà che l’ampia indipendenza economica raggiunta sfuggendo al dominio britannico, venga distrutta, mentre le risorse della nazione verrebbero sottratte allo sviluppo interno e utilizzate per fungere da ascaro nello scontro con la Cina, così come è già accaduto per Corea, Giappone e Filippine.

Usare l’ASEAN per rappattumare i regimi fantoccio nella lotta contro la Cina
L’idea che obiettivo degli Stati Uniti sia utilizzare la Malesia e altri Paesi del Sudest asiatico contro la Cina, non è solo una speculazione. E’ il fondamento di una cospirazione documentata risalente al 1997, e ribadita recentemente dalla segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, nel 2011. Nel 1997, lo scribacchino Robert Kagan del Brookings Institution finanziato da Fortune 500 (pagina 19)  scrisse: “Ciò che la Cina sa che noi non sappiamo: il caso di una nuova strategia di contenimento“, che enunciava che la politica di Wall Street e Londra erano già in via di attuazione anche allora, anche se in modo alquanto nebuloso. Nel suo saggio, Kagan afferma letteralmente: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze degli Stati Uniti e dei loro alleati, che l’hanno costruito. Ed è poco adatto alle esigenze di una dittatura cinese che cerca di mantenere il potere interno e di aumentare la sua influenza all’estero. I leader cinesi sentono i vincoli su di loro e si preoccupano di dover cambiare le regole del sistema internazionale, prima che il sistema internazionale li cambi”. Qui Kagan ammette apertamente che “l’ordine mondiale”, o l’”ordine internazionale”, è semplicemente gestito dall’egemonia globale statunitense, dettata da interessi statunitensi. Questi interessi, dovrebbe essere tenuto in mente, non sono quelli del popolo statunitense ma sono gli immensi interessi corporativi-finanzieri dell’establishment anglo-statunitense. Kagan continua: “In verità, il dibattito sul fatto se si debba o meno contenere la Cina è un po’ sciocco. Stiamo già contenendo la Cina, non sempre consapevolmente e non del tutto correttamente, ma abbastanza per infastidire i leader cinesi e ostacolarne le ambizioni. Quando i cinesi utilizzarono le manovre militari e i test dei missili balistici, nel marzo scorso, per intimidire gli elettori di Taiwan, gli Stati Uniti risposero inviando la Settima Flotta. Con questa dimostrazione di forza, gli Stati Uniti dimostrarono a Taiwan, Giappone e al resto dei nostri alleati asiatici, che il nostro ruolo come difensore nella regione non era diminuito tanto quanto si sarebbe temuto. Così, in risposta ad una singola dimostrazione di forza cinese, i legami del contenimento divennero visibili e serrati. La nuova Cina insiste sul fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di spiegare ai cinesi che il loro obiettivo è semplice, come scrive [Robert] Zoellick, evitare “il dominio dell’Asia orientale di una potenza o un gruppo di potenze ostili agli Stati Uniti.” I nostri accordi con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, e le nostre forze navali e militari nella regione, mirano solo alla stabilità regionale, non all’accerchiamento aggressivo. Ma i cinesi capiscono gli interessi degli Stati Uniti benissimo, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti come un controllo sul Giappone, la nazione che temono di più, si può vedere chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano gravemente la loro capacità di diventare la potenza egemone regionale. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando gli analisti militari e civili del governo cinese, i leader cinesi temono che “giochino a Gulliver con i lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono la corda e la posta in gioco.” In effetti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo quello che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen fa notare che i pensatori strategici cinesi considerano le “denunce delle violazioni delle norme internazionali della Cina” componente di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per evitare che la Cina diventi una grande potenza“.”
Ciò di cui Kagan parla è mantenere la supremazia statunitense in tutta l’Asia e produrre una strategia della tensione per dividere e limitare il potere di ogni singolo giocatore verso l’egemonia di Wall Street e Londra. Kagan continua: “I cambiamenti nel comportamento esterno e interno dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni ’80, hanno provocato almeno in parte, una strategia statunitense che potrebbe essere definita “integrazione attraverso il contenimento e pressione per il cambiamento”. Tale strategia deve essere applicata in Cina oggi. Finché la Cina mantiene la sua forma attuale di governo, non può essere pacificamente integrata nell’ordine internazionale. Per i leader attuali della Cina, è troppo rischioso giocare secondo le nostre regole, ma la nostra mancanza di volontà d’imporgli di giocare con le nostre regole è troppo rischioso per la salute dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti non possono né devono essere disposti a sconvolgere l’ordine internazionale nella convinzione errata, che un accordo è il modo migliore per evitare un confronto con la Cina. Dovremmo tenere la linea, invece, e lavorare per il cambiamento politico a Pechino. Ciò significa rafforzare le nostre capacità militari nella regione, migliorando i nostri legami di sicurezza con amici e alleati, e rendendo chiaro che risponderemo con la forza se necessario, quando la Cina utilizza l’intimidazione o l’aggressione militare per realizzare le sue ambizioni regionali; ciò significa anche non commerciare con l’esercito cinese o fare affari con aziende possedute o gestite dai militari. Significa imporre sanzioni rigide quando scopriamo la Cina impegnarsi nella proliferazione nucleare. Una strategia del contenimento di successo richiederà l’aumento, e non la diminuzione, delle nostre capacità globali di difesa. Eyre Crowe ha avvertito nel 1907 che “più si parla della necessità di economizzare sui nostri armamenti, più i tedeschi crederanno saldamente che avremo difficoltà nella lotta e che vinceranno andando avanti.” Oggi, la percezione del nostro declino militare sta già delineando i calcoli cinesi. Nel 1992, un documento interno del governo cinese affermava che la “forza degli USA è in relativo declino e che ha limiti su ciò che può fare.” Questa percezione deve essere dissipata il più rapidamente possibile.”
Il discorso di Kagan sul “rispondere” all’espansione della Cina, chiaramente si manifesta oggi in una serie di crescenti conflitti per procura tra il Giappone e le Filippine sostenuti dagli USA, e in misura minore tra Nord e Sud Corea, e addirittura comincia a mostrarsi in Myanmar. I governi di questi Paesi hanno capitolato agli interessi degli Stati Uniti e al loro desiderio di svolgere il ruolo di procuratori degli statunitensi nella regione, anche a proprie spese; non è una sorpresa. Per espandere ciò, però, gli Stati Uniti prevedono una piena integrazione del Sud-Est asiatico con l’installazione di regimi fantocci e, quindi, usare le loro risorse e i loro popoli contro la Cina. Nel 2011, l’allora segretaria di Stato Hillary Clinton svelò la copertura della cospirazione di Kagan del 1997. Pubblicò sulla rivista Foreign Policy un pezzo intitolato “Il secolo del Pacifico dell’America” dove afferma esplicitamente: “Nei prossimi 10 anni, dobbiamo essere intelligenti e sistematici su dove investire tempo ed energie, in modo che ci mettiamo nella posizione migliore per sostenere la nostra leadership, proteggere i nostri interessi e far avanzare i nostri valori. Uno dei compiti più importanti del governo americano, nel prossimo decennio, sarà impegnarsi nella sostanziale avanzata degli investimenti – diplomatici, economici, strategici e altrove – nella regione Asia-Pacifico”.
Sostenere la nostra leadership“, “proteggere i nostri interessi” e “far avanzare i nostri valori“, sono chiaramente affermazioni egemoniche, e indicano l’obiettivo degli Stati Uniti di un “sostanziale aumento degli investimenti“, tra cui l’acquisto di ONG e partiti di opposizione in Malaysia, utili  direttamente alla leadership, agli interessi e ai “valori” degli Stati Uniti, non all’interno dei confini degli Stati Uniti, ma al di fuori di essi, soprattutto in Asia.
Clinton continua: “In un momento in cui nella regione si costruisce una più matura architettura economica promuovendo stabilità e prosperità, l’impegno degli Stati Uniti è essenziale. Contribuirà a costruire l’architettura e a pagare i dividendi della continua leadership americana per tutto il secolo, proprio come il nostro impegno post-bellico per la costruzione di una rete globale duratura di istituzioni e relazioni transatlantiche ci ha ripagato molte volte, e continua a farlo.” L’”architettura” sovranazionale è il blocco ASEAN, e di nuovo Clinton conferma che l’impegno degli Stati Uniti in questo processo è volto non a sollevare l’Asia, ma a mantenere la propria egemonia in tutta la regione, e in tutto il mondo. Clinton poi ammette apertamente che gli Stati Uniti cercano di sfruttare la crescita economica in Asia: “Sfruttare la crescita e il dinamismo in Asia è centrale per gli interessi economici e strategici americani e una priorità chiave per il presidente Obama. L’apertura dei mercati in Asia fornisce agli Stati Uniti un’opportunità senza precedenti per gli investimenti, il commercio e l’accesso a una tecnologia all’avanguardia. La nostra ripresa economica interna dipenderà dalle esportazioni e dalla capacità delle imprese americane di sfruttare la vasta e crescente base consumatrice in Asia.”
Naturalmente, lo scopo di un’economia è soddisfare le esigenze di coloro che vivono al suo interno. L’economia asiatica pertanto dovrebbe soddisfare le esigenze e gli interessi degli asiatici, non un impero egemonico sull’altro lato del Pacifico. L’articolo di Clinton potrebbe facilmente riprendere la dichiarazione del re d’Inghilterra Giorgio e le sue intenzioni di svuotare il Nuovo Mondo. E nessun impero è completo senza stabilire una guarnigione militare permanente in un territorio appena conquistato. Clinton spiega: “Con ciò in mente, il nostro lavoro sarà procedere lungo sei linee d’azione fondamentali: rafforzare le alleanze di sicurezza bilaterali; approfondire i nostri rapporti di collaborazione con le potenze emergenti, tra cui la Cina, impegnarsi con le istituzioni multilaterali regionali, nell’espansione del commercio e degli investimenti; forgiare una larga presenza militare e promuovere la democrazia e i diritti umani.” Naturalmente, per “promuovere la democrazia e i diritti umani,” Clinton indica la continuazione del finanziamento delle pseudo-ONG che sfruttano maliziosamente i diritti umani e la promozione della democrazia per minare politicamente governi presi di mira nel perseguimento dell’installazione di regimi-fantocci più obbedienti.
Il pezzo è lungo, e mentre molti lettori potrebbero essere tentati dal sorvolare su alcuni dei più brutti  aspetti, apertamente imperiali della dichiarazione di Clinton, la prova delle vere intenzioni degli USA in Asia può essere vista chiaramente oggi, manifestatasi con l’incoraggiamento intenzionale delle provocazioni tra Corea democratica e Corea del Sud, con l’ampliarsi del confronto tra la Cina e i delegati degli Stati Uniti, Giappone e Filippine, e con le folle che scendono in piazza in Malesia, nella speranza di rovesciare le elezioni che il candidato degli USA, Anwar Ibrahim, non ha avuto alcuna possibilità di vincere.

Elezioni pulite e giuste?
Mentre il grido di battaglia di Anwar Ibrahim, della sua Alleanza del popolo e del Bersih sono “elezioni pulite e giuste”, in realtà, le accuse di frode sono piovute molto prima che le elezioni fossero anche iniziate. Questo non perché il partito d’opposizione di Anwar avesse le prove di tale frode, ma si trattava d’impiantarne l’idea nella mente delle persone, molto prima delle elezioni, e abbastanza profondamente per giustificare la pretesa sulle elezioni rubate, non importa cosa le urne, infine, hanno sentenziato. A un certo punto durante le elezioni, addirittura prima che le schede fossero contate, Anwar Ibrahim ha dichiarato vittoria, una mossa che gli analisti in tutta la regione hanno notato come provocatoria, pericolosa e incredibilmente irresponsabile. Anche in questo caso, non ci poteva essere alcuna prova che Anwar avesse vinto, perché gli scrutini non erano ancora stati contati. E’ stata ancora una volta una mossa destinata a manipolare l’opinione pubblica e a preparare il terreno per contestare l’inevitabile sconfitta di Anwar, mandando per le strade le folle e scatenando il caos tipico della rivoluzione colorata sostenuta dall’occidente.
Bisogna seriamente chiedersi, considerando i sostenitori stranieri di Anwar, le intenzioni dichiarate di quei sostenitori sull’Asia, e le irresponsabili affermazioni infondate di Anwar, prima, durante e dopo le elezioni, che cosa ci sia di “pulito e giusto” in tutto questo? Anwar Ibrahim è una frode, un palese fantoccio degli interessi stranieri. Le sue ONG satellitari, tra cui l’insidioso movimento Bersih apertamente finanziato da interessi corporativi-finanziari stranieri, e l’altrettanta insidiosa ONG elettorale Merdeka, che si dipinge come “indipendente” nonostante sia finanziata direttamente da un governo straniero, sono anch’essi delle frodi, trascinando persone in buona fede grazie a un marketing ingannevole, proprio come fanno le aziende di sigarette. E come le aziende di sigarette che vendono ciò che per milioni di persone è essenzialmente una lenta e dolorosa condanna a morte umiliante, che li lascerà in rovina finanziariamente e spiritualmente prima di ucciderli una volta per tutte, l’opposizione appoggiata dagli USA di Anwar venderà alla Malesia una lenta, dolorosa e umiliante morte. Purtroppo, come con le sigarette, le persone ben intenzionate, ma impressionabili, non comprendono tutti i fatti e invece basano il loro appoggio solo su marketing, espedienti, slogan, e trucchi di una ben oliata macchina politica manipolativa.
Per questa follia, la Malesia potrebbe pagare un prezzo pesante, un giorno, ma Anwar e il suo partito d’opposizione, oggi, hanno perso le elezioni, e il rivestimento a buon mercato della “promozione della democrazia” del pizzo statunitense si sta rapidamente staccando. Per ora, gli USA hanno spostato a metà il perno della propria agenda egemonica verso l’Asia, con il governo della Malesia che fornisce un modello per le altre nazioni della regione, qualora fossero interessate alla sovranità e al progresso indipendente, non importa quanto imperfetto o lento possano essere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il primo Drone-Killer della Cina?

David Axe Wired 10 maggio 2013

942114Un paio di foto sgranate prese da da lontano potrebbero essere ora la migliore prova del primo drone aereo militare, a getto e presumibilmente armato, di Pechino. Le immagini, una delle quali ritagliate e zummate dagli utenti di Internet, è stata qui riprodotta per la prima apparizione nel mondo anglofono, sul forum Web Secretprojects.co.uk. Le foto seguono a ruota l’altrettanto ambigue prime foto dei due prototipi di caccia stealth della Cina (nel 2010 e nel 2012) e del suo aereo da trasporto pesante (quest’anno). Una foto sfocata e presa da lontano, ancora più ambigua, forse raffigurante il nuovo drone, è apparsa su un sito russo a marzo.
Ancora i cinesi, ‘Ci risiamo?‘”, il giornalista Bill Sweetman di Aviation Week così ha scherzato, dopo aver visto le immagini dei presunti droni armati. C’è consenso tra gli osservatori della Cina sul fatto che il velivolo raffigurato nelle foto sia il Lijian, ossia “Spada affilata”, un Unmanned Combat Aerial Vehicle nato dalla collaborazione tra le aziende aerospaziali cinesi Shenyang e Hongdu. Propulso da un singolo motore a reazione e dotato di un carrello di atterraggio triciclo, l’UCAV Lijian sembra sfoggiare una cellula ad ala volante, condivisa da diversi prototipi di droni-killer made in USA. La cellula ad ala volante, utilizzata anche dal bombardiere stealth B-2, è ideale per i velivoli  radar-furtivi. Oltre alla sua fusoliera e alle possibili qualità radar-eludenti, non si sa molto del nuovo drone. Ma questo non significa che l’aspetto del robot sia inedito. La Cina ha già presentato un rudimentale drone armato ad elica. E nell’ultima edizione della relazione annuale del Pentagono (.pdf) sulle capacità militari cinesi, pubblicata all’inizio di questa settimana, ha previsto che un più sofisticato UCAV cinese avrebbe presto fatto la sua apparizione. “L’acquisizione e lo sviluppo di un Unmanned Aerial Vehicles a lungo raggio… e di un Unmanned Combat Aerial Vehicle, aumenterà la capacità della Cina di condurre ricognizioni a lungo raggio ed operazioni di attacco“, afferma il rapporto. Vale la pena notare che la Cina è l’ultima grande potenza aerospaziale a presentare un primo prototipo di drone armato a reazione e furtivo (con bassa firma radar). Gli Stati Uniti sono in testa, avendo testato non meno di cinque UCAV dalla fine degli anni ’90 e avendo anche una versione non armata, l’RQ-170, in servizio operativo. L’Europa ha i modelli Taranis e Neuron in fase di sviluppo e la Russia sta lavorando a una versione del MiG Skat.
Come i progettisti di droni di tutto il mondo hanno scoperto, le cellule sono spesso la parte più facile del sistema da realizzare. Ciò che è difficile sono il software, la trasmissione dati, i sistemi di controllo e i carichi utili che rendono quel che sono essenzialmente dei grandi aeromodelli efficaci armi robotiche. Ed è con questi sottosistemi principali che la Cina probabilmente avrà più problemi. Il rapporto sulla Cina del Pentagono elenca specificamente “elettronica a stato solido, microprocessori e sistemi di guida e controllo” le tecnologie che Pechino trova più facile comprare o rubare da Stati Uniti, Europa e Russia, piuttosto che sviluppare da sola. Gli esperti statunitensi temono che la Cina possa avere accesso alla tecnologia dei droni statunitensi grazie all’RQ-170 atterrato in Iran nel 2011.
Finora il Lijian sembra esser stato avvistato solo in fase di rullaggio lungo una pista, durante i test a terra. Non è chiaro se i suoi sviluppatori possano tentare un primo volo. Ancora meno chiaro è se e quando il drone armato cinese possa entrare in servizio.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra in Oriente: come Khalkhin-Gol ha cambiato il corso della seconda guerra mondiale

Rakesh Krishnan Simha Indrus 7 maggio 2013

Nel 1939 un generale sconosciuto di nome Georgij Zhukov, sconfisse il Giappone nella battaglia di Khalkhin-Gol nelle steppe della Mongolia, spostando la traiettoria dell’espansionismo giapponese verso Pearl Harbour e le colonie asiatiche dell’Europa.

soldat_0Le ragioni delle spettacolari vittorie sovietiche in Europa durante la seconda guerra mondiale, possono essere ricondotte a una poco nota, ma significativa, battaglia che ebbe luogo in Asia ben due anni prima che Adolf Hitler invadesse l’Unione Sovietica. Nell’agosto del 1939, poche settimane prima che Hitler e Stalin invadessero la Polonia, l’Unione Sovietica e il Giappone combatterono una massiccia battaglia tra carri armati a Khalkhin-Gol, al confine con la Mongolia. Fu la più grande battaglia di carri armati nel mondo fino a quel momento. Khalkhin-Gol cambiò radicalmente il corso della seconda guerra mondiale, e quindi la Storia. Ossessionati dalla schiacciante sconfitta, i giapponesi strapparono i loro piani per annettersi l’Estremo Oriente russo e la Siberia. Invece decisero che sarebbe stato più facile espandersi verso il Pacifico e il Sud-Est asiatico. Il risultato: Pearl Harbor e l’invasione giapponese delle colonie asiatiche dell’Europa.

Offensive e contrattacchi
Se si avesse l’opportunità di viaggiare indietro nel tempo, si cerchi di evitare la Russia nel 1917.  Alcune cose davvero terribili stavano succedendo lì: la caduta dello zar, la rivoluzione bolscevica e una guerra civile intercontinentale. Tutto questo nel bel mezzo di una guerra mondiale durante la quale l’esercito tedesco arrivò a 500 km da St. Pietroburgo. (Sì, questo era prima che riapparissero nei paraggi durante la seconda guerra mondiale). Vedendo il vicino gigante in difficoltà, i giapponesi occuparono le sue province dell’Estremo Oriente e parti della Siberia nel 1918. Tuttavia, l’avventurismo giapponese non durò a lungo. Nel 1922, i comunisti poterono concentrare le loro forze e costrinsero Tokyo a ritirarsi da quei territori. Ma nel 1931 il Giappone ritornò occupando la Manciuria dove creò lo Stato fantoccio del Manchukuo. Ciò era abbastanza allarmante dal punto di vista dei russi, perché la Transiberiana, il loro unico legame con l’Estremo Oriente russo, adesso era  alla portata del territorio occupato dai giapponesi. Un altro temibile fattore fu il patto anti-comunista firmato nel 1936 tra la Germania e il Giappone, e successivamente raggiunto da altri Paesi, tra cui Italia, Spagna, Turchia, Croazia, Ungheria e Finlandia.

Motivazioni e paure del Giappone
GV8UG2aTTupiNDOYTZNOZHaV20kI giapponesi avevano validi motivi per espandersi in Asia. Uno, si era ancora nell’età degli imperi. Se i nazisti parlavano di Lebensraum (spazio vitale in più per i tedeschi dagli occhi azzurri) a occidente, dall’altra parte del globo il Giappone spacciava la sua Grande Asia Orientale-Sfera di coprosperità, un eufemismo per la propria versione di Lebensraum. Il secondo fattore furono le risorse naturali, tra cui il petrolio. L’Estremo Oriente della Russia, per esempio, essendo sotto-abitato, sotto-difeso e sovrabbondante di risorse, era semplicemente troppo allettante.
Essendo potenze sul Pacifico, Russia e Giappone erano rivali da decenni. Nella guerra russo-giapponese del 1905, il Giappone aveva affondato l’intera flotta russa che aveva imprudentemente circumnavigato il mondo dal Mar Baltico. Il Giappone aveva anche occupato Vladivostok durante la guerra civile russa. Ma dal 1930 la Russia risorse. Lo Stato Maggiore Generale Imperiale di Tokyo era particolarmente preoccupato per la minaccia dei sommergibili sovietici alle rotte giapponesi, e per la possibilità che i bombardieri sovietici di Vladivostok potessero colpire l’entroterra giapponese.
Il Giappone aveva due opzioni strategiche. Il Gruppo dei generali per l’Attacco a Nord dell’esercito giapponese voleva occupare la Siberia fino al Lago Bajkal, per via delle sue risorse. Il Gruppo per l’Attacco al Sud, sostenuto dalla Marina giapponese, cercava le ricche terre del sud-est asiatico, che erano sotto il dominio traballante di potenze europee come Gran Bretagna, Paesi Bassi e Francia.

Colpire in Cina e in Mongolia
Il Gruppo per l’Attacco a Nord prevalse. Nel 1937, i giapponesi, convinti che le purghe di Stalin del 1935-1937 avessero paralizzato il corpo degli ufficiali sovietici, entrarono in Cina. Il Paese era nel bel mezzo di una guerra civile e non avrebbe potuto reagire. L’invasione occupò rapidamente Shanghai e Nanchino, dove furono uccisi milioni di civili cinesi. I russi, temendo l’accerchiamento da parte del Giappone e della Germania, agirono rapidamente. Conclusero un trattato con la Cina, fornendo aiuti finanziari e militari; 450 piloti e tecnici e 225 aerei da guerra furono inviati in Cina nel 1937. Ma la vera posta in gioco venne puntata sulle steppe mongole. Nei mesi di luglio e agosto 1938, il Giappone e l’URSS si scontrarono ripetutamente al confine tra  Mongolia (alleato dei sovietici) e Manciuria. Dopo aspre battaglie aero-terrestri, i giapponesi infine decisero per lo scontro totale. Scelsero la zona remota del Khalkhin-Gol, il fiume tra la Mongolia e la Manciuria. Nel maggio 1939 i giapponesi occuparono la zona intorno al villaggio di Nomonhan, sperando di sfidare la Russia. L’esercito giapponese era fiducioso che la propria forza d’attacco avrebbe colpito il nemico “come la mannaia del macellaio smembra un pollo“.
Il comando delle forze sovietiche fu affidato a un generale relativamente sconosciuto, che era sfuggito alle sanguinose purghe di Stalin per puro caso. Questi era il 42enne Comandante di Corpo Georgij Zhukov. A metà agosto, Zhukov aveva raccolto 50.000 soldati, 216 pezzi di artiglieria e 498 veicoli blindati tra cui carri armati. Il supporto aereo era fornito da 581 velivoli. Alle 05:00 del 20 agosto 1939, Zhukov colpì. Iniziarono 200 bombardieri sovietici che martellarono le posizioni giapponesi. Quando i bombardieri si ritirarono, un massiccio sbarramento di artiglieria iniziò, durando quasi tre ore. Nel frattempo, gli aerei tornarono per un secondo bombardamento. Infine, Zhukov ordinò all’artiglieria un tiro di sbarramento di 15 minuti sui concentramenti delle truppe giapponesi. “I giapponesi erano rannicchiati nelle loro trincee sotto il bombardamento più pesante a cui qualsiasi unità giapponesi era mai stata sottoposta“, scrive Stuart D. Goldman in Nomonhan 1939: la vittoria dell’Armata Rossa che decise la seconda guerra mondiale. “L’artiglieria sparava 2-3 colpi al secondo. Terra e cielo pulsavano.”
Con la propria artiglieria eliminata, i giapponesi erano indifesi contro i carri armati dotati di lanciafiamme, che un ufficiale giapponese descrisse “sputare dardi rossi come lingue di serpenti“.  Un comandante d’artiglieria giapponese descrisse il bombardamento, riverberante come “i gong dell’inferno“. L’effetto, fisicamente e psicologicamente, fu sconvolgente. L’epilogo si ebbe quando i soldati giapponesi, traumatizzati, erano così a corto di acqua che per disperazione bevettero il liquido dei radiatori dei loro veicoli, immobilizzandoli. Ciò che seguì fu un assalto combinato. La fanteria sovietica attaccò il centro giapponese e i corazzati circondarono i fianchi giapponesi.  Nell’11.mo giorno della battaglia, la forza giapponese era decimata e circondata. Poche unità giapponesi riuscirono a rompere l’accerchiamento, ma coloro che rimasero furono finiti dagli attacchi aerei e dall’artiglieria. Il 16 settembre la guerra non dichiarata venne dichiarata finita.

Cambiare il corso della storia
Georgi-ZhukovKhalkhin-Gol ebbe due importanti risultati. Uno, assicurò le retrovie della Russia. I militaristi imperialisti del Giappone si resero conto di aver gravemente sottovalutato i sovietici. Non avrebbero mai più minacciato l’URSS. Ed infatti quando la Germania attaccò, i giapponesi, nonostante la tentazione e la pressione di Hitler, ne rimasero alla larga. Zhukov assicurò che la Germania e il Giappone non avessero mai la possibilità di collegare le loro aree conquistate attraverso la Russia. I militari sovietici, oberati, furono in grado di concentrare le proprie forze su un solo fronte. Poterono muovere 15 divisioni di fanteria, tre divisioni di cavalleria, 1.700 carri armati e 1.500 aerei dall’Estremo Oriente al fronte europeo. Questi rinforzi trasformarono l’andamento nella battaglia di Mosca nel 1941 (Ma non è vero! NdT). La battaglia catapultò Zhukov ai vertici militari sovietici. Molti dei suoi compagni di trincea a Khalkhin-Gol, in seguito, divennero importanti comandanti in tempo di guerra. S. I. Bogdanov, Capo di Stato Maggiore di Zhukov, continuò a comandare la Seconda Armata corazzata della Guardia, una delle formazioni meccanizzate d’élite che giocarono un ruolo importante nella sconfitta della Germania. Khalkhin-Gol dimostrò la fattibilità delle tattiche militari sovietiche. Un anno dopo aver contrattaccato respingendo i tedeschi da Mosca, Zhukov pianificò ed eseguì la sua offensiva nella battaglia di Stalingrado, utilizzando una tecnica simile a Khalkhin-Gol. In questa battaglia, le forze sovietiche mantennero il nemico al centro, costruendo una forza massiccia nelle zone inosservate, e lanciò un attacco a tenaglia intrappolando i tedeschi.
In secondo luogo, i pianificatori della guerra giapponesi cominciarono a guardare ai possedimenti coloniali inglesi, francesi e olandesi nel sud-est asiatico, che offrivano maggiori prospettive di espansione. Mentre gli eserciti europei venivano sonoramente battuti dalla Germania, il Gruppo per l’Attacco a Sud discese spazzando e occupando le loro colonie uno a uno, con la più spettacolare vittoria avutasi nella battaglia di Singapore, dove sconfissero 135.000 truppe inglesi. L’umiliazione degli ufficiali e dei soldati inglesi di fronte ai popoli asiatici assoggettati, giocò un ruolo enorme nel porre fine al colonialismo in Asia. La marcia d’inversione del Giappone, inoltre, lo gettò a capofitto nella guerra contro gli Stati Uniti, con il susseguente brillante, anche se in definitiva controproducente, attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.
Il resto, come si dice, è storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e l’esaurimento psicologico washingtoniano

Dedefensa, 30 aprile 2013

603046L’articolo di Ben Hubbard, sul New York Times del 28 aprile 2013, ha causato scalpore. Tutti trattengono il fiato e continuano a rimbombargli  nella testa la frase centrale e simbolica del testo: “Da nessuna parte, nelle zone controllate dai ribelli, vi è una fazione combattente laica degna di questo nome”. Ciò significa che i ribelli che combattono Assad, in Siria, oggi non sono in generale che gruppi estremisti islamici, compresi quelli che i pianificatori washingtoniani riconoscono essere molto più pericolosi dello stesso Assad. Lo spettacolo descritto da Hubbard agghiaccia gli editorialisti del Sistema, e noi crediamo che sia stato scritto con questo intento…
Nella seconda città più grande della Siria, Aleppo, i ribelli allineatisi con al-Qaida controllano la centrale elettrica, i panifici e una corte che applica la legge islamica. Altrove, hanno occupato giacimenti di petrolio del governo, che potrebbero riattivare subito beneficiando del greggio che producono. In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono punteggiate da tribunali islamici gestiti da avvocati e chierici, e da brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello delle formazioni ribelli, con cui l’occidente sperava di emarginare i gruppi radicali, è pieno di comandanti che vogliono imporre la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria c’è una forza combattente secolare di cui parlare. Questo è il paesaggio che il Presidente Obama affronta mentre pensa a come rispondere alla crescente evidenza che ufficiali siriani hanno usato armi chimiche, attraversando la “linea rossa” che aveva tracciata. Più di due anni di violenze hanno radicalizzato l’opposizione armata che combatte il governo del Presidente Bashar al-Assad, lasciando pochi gruppi che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti.”
Due giorni dopo, il 30 aprile 2013, il pomposo e maestoso quotidiano di riferimento giunge al culmine con un editoriale che simbolicamente afferma la posizione del giornale, dettagliando senza necessariamente voler essere appariscente, ma in modo particolare, le contraddizioni della posizione degli Stati Uniti (e del blocco BAO) in Siria, e quindi la paralisi che ne risulta. Considerando per lo meno contraddittorio e irresponsabile la posizione dei falchi al Congresso, tra cui i due amigos inevitabili Graham e McCain, l’editoriale nota che BHO ha agito con cautela, finora, ma che è intrappolato dalla visualizzazione della “linea rossa” per un intervento più deciso degli Stati Uniti, nel caso di uso di armi chimiche; e che se si scoprisse che vi è stato uso di queste armi, bisognerebbe agire per BHO; e questo sarebbe necessariamente a favore dei ribelli, ma ciò potrebbe essere catastrofico, perché è ormai chiaro, come abbiamo visto, che i “ribelli combattenti” islamisti sono più pericolosi di Assad…
A differenza di McCain e Graham, che hanno accusato il presidente Obama perfino del ritiro delle truppe dall’Iraq e che hanno cercato di indurlo ad un atteggiamento più militarista contro l’Iran, il presidente cerca di districare gli Stati Uniti dai conflitti d’oltremare e, di conseguenza, è stato molto cauto sul coinvolgimento militare in Siria. Ma potrebbe cambiare idea, ora che le forze di Assad vengono accusate di usare armi chimiche. Lo stesso Obama si è messo con le spalle al muro quando ha avvertito il leader siriano che l’uso di armi chimiche costituirebbero una “linea rossa” e un “punto di svolta”, suggerendo fortemente, forse incautamente, che attraversando quella riga scatterebbe qualche tipo di azione statunitense. L’incapacità di agire ora potrebbe essere fraintesa da Assad, come dai leader di Iran e Corea del Nord, i cui programmi nucleari sono sul radar degli Stati Uniti.  Obama deve agire solo se ha una documentazione convincente che il gas sarin sia stato utilizzato in un attacco da parte delle forze siriane, e che non sia il risultato di un incidente o di fertilizzanti. Il Financial Times ha riferito che la prova si basa su due distinti campioni prelevati dalle vittime degli attacchi. Con la guerra civile in Siria, che ora entra nel terzo anno e il bilancio delle vittime a oltre 70.000, la posizione è peggiorata. Assad resta al potere, le divisioni settarie si sono intensificate e i rifugiati nei Paesi limitrofi sono destabilizzanti. Ancor più preoccupante, i jihadisti legati ad al-Qaida sono diventati la forza di combattimento dominante e, come Ben Hubbard ha riportato su The Times, ci sono pochi gruppi di ribelli che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti. Non ci sono mai stati facili opzioni per gli Stati Uniti in Siria, che non sono migliorate nel tempo. E la Russia e l’Iran che supportano Assad, meritano una particolare condanna. Senza il loro sostegno Assad non sarebbe durato così a lungo. Eppure, il Paese è importante per la stabilità regionale. Obama deve presto chiarire come ha intenzione di usare l’influenza americana nel trattare la minaccia jihadista e il finale di partita in Siria“.
In precedenza, un altro articolo sullo stesso giornale del 28 aprile 2013, attaccava le posizioni dei “consulenti [che] non sono pagatori“, di vari parlamentari e di altri che raccomandano “una forte azione” in Siria, sulla base di informazioni sull’uso di armi chimiche di cui è nota la poetica verità, ma che ognuno si sente in dovere di darvi un qualche credito. Si tratta, in questo caso, soprattutto per i falchi del Congresso come Graham-McCain e pochi altri, di avere come risultato un pasticcio enorme.
“...Domenica scorsa, molti repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham del South Carolina e John McCain dell’Arizona, entrambi membri del Comitato per i Servizi Armati, che fanno le loro usuali apparizioni nei talk show televisivi avvertendo che l’assenza di un intervento in Siria favorirebbe nazioni come l’Iran e la Corea del Nord. “Se manteniamo questo approccio inattivo verso la Siria, con l’attuale indecisione verso la Siria, con questa sorta di azione senza scopo, inizieremmo una guerra con l’Iran perché l’Iran considererà la nostra inazione in Siria come una nostra mancanza di serietà sul loro programma di armi nucleari”, ha detto Graham al programma della CBS “Face the Nation”. Graham ha aggiunto: “Non c’è niente che si può fare in Siria senza rischi, il rischio maggiore è uno Stato fallito le cui armi chimiche cadano nelle mani degli islamisti radicali, che si stanno riversando in Siria.[...] Il senatore Saxby Chambliss, repubblicano della Georgia, anch’egli nel Comitato di servizi armati, ha detto a “Face the Nation” che aveva parlato la settimana prima con il re Abdullah II di Giordania di una no-fly zone, mentre il rappresentante Mike Rogers, repubblicano del Michigan e presidente del Comitato per l’Intelligence della Camera, ha detto che i deputati hanno ricevuto informazioni classificate che suggeriscono che il governo di Assad abbia usato armi chimiche negli ultimi due anni. “Il problema è, come si sa, che il presidente ha tracciato la linea,” ha detto Rogers al programma dell’ABC “This Week. “E non può essere una linea tratteggiata. Non può essere altro che una linea rossa. E più che la Siria, è l’Iran presta attenzione a ciò. La Corea del Nord presta attenzione a ciò”. I repubblicani convengono che gli Stati Uniti non dovrebbero mandare le truppe di terra. “La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento è inviare truppe sul terreno in Siria”, ha detto  McCain al programma della NBC “Meet the Press”. “Cosa che metterebbe il popolo contro di noi”. I democratici, tra cui la senatrice Claire McCaskill del Missouri e il deputato Keith Ellison del Minnesota, sembrano meno propensi ad intensificare gli aiuti militari e ad aspettare che venga fornita assistenza umanitaria ai siriani che hanno abbandonato la lotta“.
Certamente non pretendiamo, con queste varie citazioni e i commenti che li accompagnano, di apportare nulla di nuovo a fatti ed eventi, come abbiamo visto altrove non sono che materiale sfuggente e improbabile per una guerra delle comunicazioni di cui nessuno controlla il senso e ne comprende davvero gli obiettivi. Piuttosto, si misura l’evoluzione del clima di Washington, che diffonde la sua schizofrenia indiscriminatamente, indubbiamente perché non è più possibile nascondere l’impotenza che ha portato questo stato. Il New York Times non esita più a descrivere la verità catastrofica della situazione sul terreno, e a scrivere editoriali dove ciò che viene scritto viene contraddetto, in successione, chiedendo di fare qualcosa in Siria ma che è impossibile fare qualcosa in Siria. Anche un’illuminata esaltata come Lindsay Graham, non si è nemmeno presa la briga di rimuovere o anche ridurre gli argomenti che contraddicono immediatamente la sua tesi guerrafondaia, citandoli subito dopo. Così dice che è necessario intervenire in modo netto in Siria (l’”utilizzazione” di armi chimiche) se no, Assad, Kim della Corea del Nord ed i mullah iraniani potranno facilmente schernire il potere americanista, aggiungendo subito che il peggior disastro (“il rischio peggiore“) è che i ribelli islamici catturino le armi chimiche (e non Assad che rimane al potere?), cosa che accadrebbe indubbiamente se gli USA saranno coinvolti “nettamente” in Siria, cioè aiutando i ribelli contro Assad, dal momento che gli unici ribelli combattenti, dice il New York Times, sono gli islamisti.
Ciò che è notevole non è il regno del sofismo, come abbiamo già descritto: si sapeva, naturalmente, e lo sapevamo. (Potremmo chiamarlo “sofisma siriano”, non avendo lo spirito di parlare di “sofismo libico” quando le stesse circostanze si manifestarono in Libia.) Ciò che è notevole è che Washington non prova nemmeno a rimuovere l’uno o l’altro dei suoi termini per argomentare meglio il suo caso, ma sembra abbandonare ogni speranza di contenere questa ondata di contraddizioni che alimenta proprio i sofismi in cui sono immersi gli USA (blocco BAO), dopo due anni di attività del tutto irresponsabili, o meglio infraresponsabili, intorno la Siria. Questo clima speciale che  miscela un’eruttazione belligeranza, ma usurata, e di paura alquanto esaurita dalle conseguenze di questo bellicismo, viene evidenziato con particolare forza dall’affermazione di McCain che gli Stati Uniti non invieranno nessuna truppa sul terreno in Siria (“La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento, è inviare truppe sul terreno in Siria“). Questo è, però, un’opzione già ampiamente discussa dagli estremisti del Partito della Guerra di cui McCain è una delle fonti d’ispirazione più forte. (Per aggiungere la solita ciliegina sulla torta, necessaria e inevitabile quando si parla di Siria, riportiamo il giudizio di Shamus Cooke su Antiwar.com del 30 aprile 2013, secondo cui Obama, ancora molto misurato nelle sue opzioni interventiste, viene ampiamente superato “a sinistra” dai militari che sono più che mai contrari a qualsiasi intervento.) Questa specie di decomposizione delle trincee dialettiche e consolidate di Washington, che si è avuta finora, sembra indicare un interessante avanzamento del processo di dissoluzione, se non di entropizzazione dei giudizi sulla situazione in Siria e sulle opzioni politiche degli Stati Uniti. La psicologia dei leader americanisti comincia a sembrare seriamente infettata dai fattori dissolventi della “guerra siriana.” Ed alla luce dell’allarme “vero-falso” sull’uso, manipolato o meno, delle armi chimiche, in un momento in cui si misura l’intensa fatica psicologica di questi vari figuranti del Sistema, permettendo all’infezione di penetrare facilmente; questa intensa stanchezza, prossima all’esaurimento psicologico, grazie a una crisi che non giunge a determinare un parossismo che interessa il sistema, ma che s’impantana e l’impantana (“pantano critico”), in una sorta di amorfismo per loro incomprensibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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