Provaci ancora Barack: Hong Kong

Alessandro Lattanzio, 1/10/2104

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI capi del movimento “Occupy Central” ad Hong Kong sono stati addestrati presso l’Hong Kong-American Center, dove esperti internazionali gli hanno insegnato le tattiche delle azioni di protesta, le strategie di negoziazione con le autorità, come suscitare sommosse ed individuare i singoli punti politici richiesti che mai dovrebbero essere abbandonati. Il capo del Hong Kong-American Center, controllato dal National Endowment for Democracy (NED), un’emanazione del dipartimento di Stato USA, è Morton Holbrook. Nominatovi alla fine del 2013. Holbrook è una spia con circa 30 anni di esperienza nelle agenzie d’intelligence statunitense. Lui e l’oligarca di Hong Kong Jimmy Lai, altro sponsor dell’“opposizione”, sono vicini all’ex-viceministro della Difesa degli USA Paul Wolfowitz. “Si ha l’impressione che l’Hong Kong-American Center degli Stati Uniti cerchi di sfruttare l’esperienza delle rivoluzioni colorate dell’est Europa per influenzare la situazione interna della Cina popolare“. Infatti, l’Ufficio del Commissario del Ministero degli Esteri presso l’autorità di Hong Kong, ha discusso della riunione dell’oligarca Jimmy Lai Chee-ying, proprietario della taiwanese Next Media Group e di Apple Daily, con l’ex-vicesegretario della Difesa dell’amministrazione Bush, Paul Wolfowitz. La coppia si era incontrata sullo yacht privato di Lai per cinque ore, a fine maggio. Wolfowitz, ex-presidente della Banca Mondiale nel 2005-2007, è un ben noto neo-con statunitense, membro dell’American Enterprise Institute. Assieme ai due si erano incontrati anche l’ex-capo del Partito democratico Martin Lee Chu-ming e Mark Simon, direttore di Next Media Group. Prima di trasferirsi a Hong Kong nel 1992, Simon aveva lavorato per tre anni al Pentagono come analista dei sottomarini. Inoltre, Benny Tai, fondatore e capo di “Occupy Central“, ha lavorato per il dipartimento di Stato degli Stati Uniti per anni, mentre i due co-fondatori del movimento, Audrey Eu Yuet-mee e Martin Lee, incontrarono il Vicepresidenmte degli USA Joe Biden alla Casa Bianca, quest’anno.
La NED ad Hong Kong finanzia le seguenti organizzazioni sovversivo-spionistiche:
Centro Americano per la Solidarietà Internazionale del Lavoro, a cui ha versato nel 2012 139532 dollari USA. La funzione è creare dei sindacati gialli filo-statunitensi allo scopo di sabotare la produzione locale e creare il caos tra le organizzazioni sindacali antimperialiste, ed infine permettere l’infiltrazione diretta degli interessi statunitensi nell’economia locale; com’è accaduto in Italia con la creazione dei sindacati gialli atlantisti CISL e UIL.
Hong Kong Human Rights Monitor, ha ricevuto 155000 dollari USA nel 2012 per diffondere propaganda anti-cinese utilizzando l’usurata e trita tematica dei ‘diritti umani’, che ha ancora presa sugli ambienti delle sinistre anarcoliberali filo-occidentali e occidentali.
National Democratic Institute for International Affairs, nel 2012 ha ricevuto 460000 dollari USA per occuparsi appunto dell’attivazione della ‘rivoluzione colorata’ ad Hong Kong sotto il pretesto del “processo di riforma costituzionale e per sviluppare la capacità dei cittadini”.
Secondo Edward Snowden, la CIA paga le triadi mafiose attive ad Hong Kong, tramite la stazione della CIA presso il consolato USA di Hong Kong. Snowden, parlando della sua fuga dagli USA, spiegava il suo passaggio ad Hong Kong, affermando “che la Cina è un nemico degli Stati Uniti. Voglio dire, vi sono conflitti tra il governo degli Stati Uniti e il governo della Repubblica popolare cinese, … ma il governo di Hong Kong è in realtà più indipendente rispetto a molti importanti governi occidentali”.

NED57272_900Note:
China Daily Asia
Genius
Moon of Alabama
NED
Pravda

La Cina si prepara a spezzare il blocco

Valentin Vasilescu, Ruvr, Reseau International, 29 settembre 2014Location_of_the_Ryukyu_IslandsLa Cina, entro quest’anno, sarà la prima economia del mondo minacciando lo status di leader militare degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Gli Stati Uniti per mantenere il loro status attuale, faranno ogni sforzo per contenere il potere economico della Cina dispiegando notevoli forze militari negli oceani Indiano e Pacifico. Le rotte marittime della flotta militare della Cina arrivano all’Oceano Indiano attraverso gli stretti di Malacca e della Sonda, e al Pacifico attraverso le isole Babuyan (tra le Filippine e Taiwan) o passando tra l’arcipelago giapponese di Okinawa (Ryukyu) e Taiwan, e al Mar del Giappone passando tra il Giappone e la Corea del sud. La strategia statunitense nel Pacifico è stata spiegata ampiamente in questi due articoli: qui e qui.
Uno studio scientifico del Centro Arroyo, della prestigiosa istituzione RAND Corporation, è stato recentemente commissionato dal Pentagono, intitolato “Installazione di batterie antinave nel Pacifico occidentale“. Lo staff di scienziati e capi dei gruppi di lavoro della RAND Corporation è composto da decine di generali e ammiragli della riserva statunitensi la cui professionalità è dimostrata nelle guerre negli ultimi decenni dell’esercito statunitense. L’opera presuppone che solo la creazione di un completo sistema di sorveglianza e reazione immediata può intimidire la Cina tenendola prigioniera in una piccola scatola. Solo che le varie missioni in questo teatro vanno ben oltre le capacità del sistema navale attualmente schierato nel Pacifico occidentale da Stati Uniti ed alleati. Definendo le caratteristiche principali della nuova strategia, essa si basa su un sistema difensivo formato da centinaia di batterie antinave terrestri, creando una linea di blocco per evitare che la flotta cinese acceda ai punti di transito obbligatori quali sono gli stretti navigabili. Dato che ad oggi l’esercito statunitense ha già schierato batterie antinave a terra nella regione, il rapporto chiede la creazione di un tale sistema difensivo sugli arcipelaghi, permettendo il controllo della linea di blocco nella regione Asia-Pacifico.
La pubblicazione del rapporto è coincisa con lo schieramento da parte del Giappone di un nuovo sistema difensivo, costituito da cinque batterie di missili antinave Type-88 sull’isola di Miyako e su altre isole dell’arcipelago di Okinawa (Ryukyu). In particolare, nello stretto tra Okinawa e Miyako lungo 300 km, una delle rotte principali della marina cinese per accedere al Pacifico e agli Stati Uniti. Il missile Type-88 ha una portata di 150 km ed è simile all’Harpoon statunitense. Inoltre, il Giappone ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare 280 isole impiantandovi i missili antinave. Con tutto il rispetto per la natura scientifica della relazione, appare incompleta. Analizzando l’efficacia della nuova concezione, dovrebbe modellarsi matematicamente cercando di vedere come le batterie antinave influenzino la neutralizzazione di alcuni fattori casuali. Basandosi sulla realtà del terreno, cioè per garantirsi la continuità della linea difensiva, il 50% delle batterie sarà posto su isolette rocciose di 2-4 chilometri quadrati, senza alcuna possibilità di dispiegarvi forze antiaeree o marines che possano respingere potenziali incursioni cinesi. Un esempio concreto dell’inefficacia della nuova strategia degli Stati Uniti sono le isole Senkaku, arcipelago tra l’isola Miyako e Taiwan, composto da otto isole appartenenti al Giappone e negli ultimi tempi reclamato in modo sempre più aggressivo dalla Cina. I cinesi hanno ampliato le loro attività nella zona del Mar Cinese Orientale tra Taiwan e Giappone, sulle isole Senkaku, creando uno spazio di sorveglianza aeromarittima per 78 droni. I velivoli automatici cinesi compiono regolarmente fino a 60 voli di ricognizione al giorno dalla durata media di quattro ore, molestando gli equipaggi dei velivoli da combattimento delle aviazioni avversarie, bloccando ed intercettando le comunicazioni dell’aeronautica giapponese e dell’aviazione statunitense basata in Giappone.
La Cina ha sviluppato negli ultimi quattro anni il più grande e complesso programma di progettazione e costruzione di velivoli senza equipaggio (UAV), che muta quotidianamente. Perciò la Cina può creare, dal 2014, altre due aree di sorveglianza aeromarittima. La prima è contigua a quella istituita nel 2013, tra Taiwan e le Filippine. La seconda è contigua alla precedente, ma a nord del Mar Giallo e sul Mar del Giappone, tra Giappone e Corea del sud. Poi, nel 2015, la Cina creerà l’ultimo anello della catena di zone di sorveglianza, questa volta verso l’Oceano Indiano, sugli stretti di Malacca e della Sonda. Così, la Cina sorveglierà dall’aria le posizioni di ogni batteria di missili antinave del sistema statunitense, potendo, se necessario, distruggerne una parte, creando un corridoio per la sua marina.
Il secondo fattore che può contrastare, almeno in parte, la linea delle batterie antinave, è rappresentato dalle forze aeree della Cina, sempre più potenti, e in cui aumenta esponenzialmente il numero di aeromobili di 4.ta generazione avanzata e di nuovi aerei cargo pesanti cinesi, come il Xian Y-20, il cui raggio d’azione di 4500 km va ben oltre la linea del blocco. Con un carico utile massimo di 66 tonnellate, il Xian Y-20 è stato progettato per le operazioni sotto copertura dei paracadutisti del 15.mo Corpo aeroportato della Cina. Il Xian Y-20 può trasportare il carro armato cinese (da 54 tonnellate) ZTZ-99A2, simile al Leopard 2 tedesco. Il potenziale finanziario e tecnologico della Cina gli permette già di portare il tasso di produzione di questo aereo a 5-7 velivoli al mese. A una condizione: che la Russia fornisca i motori PS-90A21 con cui la Cina equipaggia il velivolo. Riassumendo, la Cina ha interessi comuni con la Russia nel sud-est asiatico, cioè che gli Stati Uniti si ritirino da un mercato rappresentato dal 60% della popolazione mondiale. Senza la tecnologia militare e i rifornimenti di petrolio e gas dalla Russia, l’economia cinese ristagnerebbe. Il recente piano di investimenti della Cina in Europa orientale rientra nella politica congiunta russo-cinese per spezzare l’egemonia statunitense.

Y-20.1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO non è più la principale alleanza militare del mondo

I primi risultati del vertice SCO di Dushanbe
RusVesna - Histoire et Societé 13/09/2014

13930305000564_PhotoIA Dushanbe, capitale del Tagikistan, si è conclusa la parte ufficiale del vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Anche se formalmente non è stato menzionato, in realtà il primo risultato dell’evento è riassunto dalle parole di un esperto: “Perfetto, ora la NATO fa un po’ di spazio“. In primo luogo, dopo la creazione della struttura unitaria della SCO per la lotta al traffico di droga, è stata annunciata a Dushanbe il quadro unificato della lotta al terrorismo. In realtà, si tratta di un’alleanza militare, forse ancora più potente della NATO, visto che si parla della possibilità di formare contingenti militari congiunti con comando unificato e condivisione di tutte le risorse necessarie contro un nemico comune. La dichiarazione dopo il vertice è stata preceduta dalle esercitazioni militari congiunte “Missione di Pace – 2014″, del 24-29 agosto in Cina, le più ambiziose nella storia della SCO. La ragione ufficiale della decisione è la prospettiva della ritirata delle truppe NATO dall’Afghanistan mentre il Paese è sempre più teatro dello scontro tra forze governative e radicali. Tuttavia, il commento del presidente del Tagikistan ha lasciato intendere che non si tratta dei taliban. Rakhmonov ha detto: “La situazione diventa preoccupante quando un gruppo di persone possiede moderne tecnologie militari, una volta esclusivamente appannaggio degli Stati. Tali cambiamenti mutano radicalmente la natura delle sfide che affrontiamo, e l’approccio alla loro soluzione“. Chiaramente si tratta del SIIL, i cui membri sono già attivi in tutti i Paesi aderenti alla SCO: Russia, Cina, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, e in tutti i Paesi osservatori della SCO: Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran. Un altro Paese interessato alla lotta contro il SIIL è la Turchia, che ha lo status di “interlocutore della SCO”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la presidenza della Russia, da Dushanbe si prevede di fissare nel 2015 l’adozione della strategia per sviluppare l’organizzazione per il 2025, facendo aderire alla SCO India e Pakistan come membri a pieno titolo.
Nonostante le varie complesse relazioni tra gli Stati della SCO, la loro volontà di agire come fronte unito contro la minaccia comune, indica anche la volontà di negoziare a vantaggio della prosperità comune: i progetti prioritari della SCO sono i programmi di collaborazione per lo sviluppo economico strategico. Così si parla di unione, non solo di alleanza economica, ma anche militare di quasi tutta l’Asia meridionale. Dato che la SCO ha strette relazioni con la Comunità economica eurasiatica e i Paesi CSI e BRICS, è comprensibile che molti esperti considerino il vertice di Dushanbe una chiara linea contro Stati Uniti e NATO, che hanno sostenuto la creazione della minaccia terroristica internazionale, tra cui anche il SIIL, provocando il crollo di numerosi Stati. Anche se la SCO non è destinata ad essere il contraltare di UE e NATO, con la loro disciplina di ferro, a giudizio di alti funzionari russi, la causa del rafforzamento dell’organizzazione è chiara: nonostante le contraddizioni, i principali Paesi del mondo non europeo sono pronti a difendersi dagli attacchi occidentali alla propria sovranità e la Russia è la mediatrice che ha contribuito all’unione. Particolarmente evidente è la posizione della SCO indicata a Dushanbe sulla “crisi ucraina”, che deve essere risolta pacificamente al più presto.
Rendendosi conto che il conflitto in Ucraina è una minaccia diretta alla Russia e quindi alle associazioni internazionali e soprattutto ai programmi economici e sociali cui partecipano, tutti i Paesi della SCO hanno espresso sostegno al piano di pace di Vladimir Putin. Si ricordi che questo piano attua il cessate il fuoco e avvia i negoziati. Tuttavia, il ritiro delle truppe dalle aree popolate dovrebbe essere superiore alla gittata dell’artiglieria. Il che significa che i gruppi della spedizione punitiva di Kiev devono lasciare il Donbas, dato che la densità della popolazione non gli permette di ritirarsi nella distanza specificata e di rimanere entro i suoi confini.

4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Sud Africa nega il visto al Dalai Lama? Mai sprecare un’opportunità per diffondere propaganda della CIA

Christof Lehmann, Nsnbc, 08/09/2014

Il Sud Africa avrebbe negato il visto a Tenzin Gyatso, alias Dalai Lama, che voleva entrare nel Paese per partecipare alla 14° conferenza dei vincitori del Premio Nobel. Il governo cinese e quello sudafricano considerano Tenzin Gyatso un esule che sfrutta una copertura religiosa per tentare di sovvertire l’integrità territoriale e politica della Cina. Il Dalai Lama e gli altri monaci tibetani in esilio, hanno una lunga e ben documentata cooperazione con la CIA.

12dalailama1La comunità buddista internazionale, tra cui la maggioranza dei tibetani buddisti, considera da tempo il Dalai Lama e il cosiddetto governo tibetano in esilio dei reietti che contaminano la religione buddista, come i voti e gli obblighi dei monaci, la cui vita dovrebbe concentrarsi sullo spirituale ed illuminare la comunità, piuttosto che avere incarichi politici, viaggiando come diplomatici in alberghi di lusso ed istigando insurrezioni armate con l’aiuto dei servizi segreti stranieri. Anche il numero di praticanti del buddismo tibetano, che negli Stati Uniti e in Europa si svegliano su tali evidenti incongruenze, aumenta nonostante il budget miliardario dei film di propaganda di Hollywood.
Il Ministero degli Esteri sudafricano ha detto che la sua Alta Commissione in India ha ricevuto una domanda di visto, ma ha negato sia stata respinta, aggiungendo che era oggetto di normale procedimento. Il Dalai Lama avrebbe poi annullato il viaggio. L’agenzia Reuters, tuttavia, cita un rappresentante in Sud Africa del Dalai Lama, Nangsa Chodon, dire “Abbiamo saputo informalmente che a Sua Santità non sarà possibile avere il visto“. Gyatzo avrebbe poi annullato il previsto viaggio. Né Reuters, né il rappresentante sudafricano di “Sua Santità” hanno fornito prove a sostegno della tesi che il governo sudafricano s’è rifiutato di rilasciare il visto e che la richiesta del Dalai Lama sia stata gestita diversamente dalle domande di visto di altri viaggiatori. Tale circostanza, tuttavia, non impedisce a Reuters di pubblicare un articolo dal titolo “Il Sud Africa ancora nega al Dalai Lama il visto”. The Guardian segue affermando “Al Dalai Lama negato il visto per l’Africa Summit Nobel”. ABC, sulla base di AP riprende “Al Dalai Lama nuovamente rifiutato il visto per il Sud Africa“. Supponendo che il Ministero degli Esteri sudafricano abbia utilizzato canali non ufficiali per comunicare che difficilmente Tenzin Gyatzo, alias Dalai Lama, avrebbe avuto il visto, come sostenuto da Nagsa Chodon, il Ministero degli Esteri sudafricano avrebbe voluto risparmiare a “Sua Santità” l’imbarazzo di affermare pubblicamente perché non avrebbe avuto il visto.
Una questione aperta discussa dai buddisti di tutto il mondo è come un monaco possa essere un re? Non è coerente anche con il più elementare insegnamento o Dharma buddhista. Un altro problema potrebbe essere il fatto che il premio Nobel per la pace ha sostenuto attivamente l’insurrezione secessionista armata appoggiata dalla CIA, come riportato da Süddeutsche Zeitung e molti altri.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest'uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest’uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Riguardo l’Africa, si può dire che la reti di buddisti tibetani esiliati accusavano la Cina di genocidio in Darfur fino alle Olimpiadi del 2008, e numerose altre diffamazioni contro il Sud Africa, alleato della Cina nei BRICS, grata per la posizione del Sudafrica verso il re-monaco in esilio. Un articolo ben documentato dal titolo “La diffamazione collettiva del Dalai Lama contro la Cina” contiene numerosi riferimenti a ricerche che documentano come le accuse che vanno dal genocidio a pulizia etnica, infanticidio, sterilizzazione forzata, genocidio culturale siano infondate e che nessuna prova a sostegno è stata mostrata trattandosi di propaganda diffamatoria. Un altro, articolo ben documentato, intitolato “La verità sull’auto-immolazione: il buddismo tibetano rapito dalla politica“, smonta i tanti articoli sulle auto-immolazioni causate da oppressione religiosa e politica come ennesima truffa propagandistica condotta contro la Cina, abusando delle buone intenzioni dei buddisti nel mondo per scopi politici.
Considerando la serie di vincitori del Premio Nobel per la Pace, tra cui Henry Kissinger, Barak Obama e Tenzin Gyatso, è sorprendente che il Sudafrica ospiti un incontro di tali premiati. Perché non lasciare che si riuniscano presso gli stabilimenti chimici Nobel in Norvegia, specializzati nella produzione dalla dinamite ai propellenti ed esplosivi a base di azoto, invece?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India e Giappone devono sostenere il colosso eurasiatico

Atul Bhardwaj (India)  Oriental Review 31 agosto 2014
iron_silk_roadLa rottura dell’alleanza ideologica sino-sovietica fu il brusco taglio di Kissinger alla Guerra Fredda. Un forte consolidamento socialista avrebbe potuto sfidare vigorosamente l’egemonia transatlantica. Non solo Kissinger inflisse lo scisma ai ranghi comunisti, ma fece anche in modo che India e Giappone, giganti asiatici disincantati dall’occidente, fossero lontani dalla probabile formazione eurasiatica. La morte di Stalin e le élite giapponese ed indiana che aderivano alla guerra anticomunista degli USA, fecero sentire la Cina isolata e vulnerabile. Nei primi anni ’70 la Cina abbandonò formalmente il blocco comunista per diventare partner degli USA capitalisti. 25 anni dopo la fine della guerra fredda, lo spettro dell’alleanza sino-russa ancora una volta inquieta gli USA, chiaramente preoccupati dall’alleanza post-guerra fredda tra Russia e Cina, non basata su ‘un rinnovato amore’ per l’ideologia. I nuovi legami eurasiatici sono costruiti su solide fondamenta, potere economico e finanziario cinese combinato con risolutezza e potere militare russo, costruiti nella convinzione comune che l'”unipolarità è perniciosa” debba essere contestata. La formazione della banca BRICS, la proposta della Cina della nuova “Via della Seta economica” che colleghi Germania, Russia e Cina e l’annuncio del ministro della Difesa russo Sergei Shojgu sulla prospettiva d’estendere la linea ferroviaria dalla Siberia e Mongolia occidentale ad Urumxi in Cina, e poi in Pakistan e India, non solo sono audaci, ma sono passi innovativi.
Il 2014 diventa rapidamente l’anno del passaggio al cambio del corso valutario e dei corridoi di collegamento. Né la Via della Seta, né le idee sul currency swap sono nuove. Tuttavia, le attuali aperture diplomatiche ed economiche cinesi acquisiscono maggiore rilevanza grazie al fatto che la Russia, con un’esportazione di idrocarburi da circa un trilione di dollari l’anno, abbandona il “petro-dollaro” quale unità di negoziazione per le operazioni su petrolio e gas. Assieme a questi sviluppi, la Cina, seconda maggiore economia del mondo ed primo importatore di petrolio, si avvicina sempre più alla Russia e sinceramente “cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela basati sulle valute nazionali.” Si dice che entro il 2018, la Russia invierà in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, le cui “operazioni saranno valutate in rublo, yuan ed eventualmente oro“. Questi sviluppi hanno già causato nervosismo nei mercati azionari statunitensi e crescente scetticismo globale sul futuro del dollaro come valuta di riserva. Le tensioni montano anche nel Mar Nero, dove è stato recentemente riferito che una nave da guerra statunitense ha inutilmente indugiato sperando di minacciare il Presidente Putin. La Russia sa affrontare l’inutile diplomazia delle cannoniere statunitense. Tali manovre in alto mare erano comuni durante la Guerra Fredda, quando navi da guerra sovietiche e statunitensi, vincolate dalle regole d’ingaggio, s’impegnavano in duelli tranquilli solo per molestarsi vicenda, dimostrando la capacità di guidare una nave o l’addestramento sui missili.
La domanda è: i mutamenti globali economici e politici comporteranno l’aumento delle dimostrazioni di forza nella diplomazia delle cannoniere dagli Stati Uniti, o il crollo del dollaro inaugurerà la nuova era dell’autentico multipolarismo nell’ordine internazionale. Tuttavia, prima di passare oltre, si deve chiarire che il declino degli Stati Uniti nel 21° secolo non è assoluto. E’ solo relativo alla notevole crescita della Cina. Ciò che accade oggi non è la liquidazione dell’impero degli Stati Uniti, ma il vacillare delle sue basi? L’ascesa della Cina dalla povertà e della Russia dalla passività strategica, riaprono l’ordine internazionale offrendo opportunità ad economie emergenti come l’India. Questa volta, l’India non deve cadere nella trappola statunitense e tradire i BRICS e l’emergente formzione eurasiatica. Si tratta probabilmente della migliore occasione di domare l’egemonia occidentale. India e Giappone non dovrebbero rigettare questa opportunità solo per le piccole isole Senkaku e il feticcio di Shinzo Abe di trasformare Tokyo in una base militare. E’ giunto il momento che la proposta della nuova “via della seta marittima” non sia vista come uno stratagemma cinese, un piano ambiguo per ingannare la regione e imporre l’egemonia, ma come grande strategia per migliorare i legami dell’Asia, offrendo un nuovo modello per catapultare la regione via dalla trappola territoriale. I piccoli passi russo-cinesi sono o volti ad uscire dal sistema di dominio del dollaro statunitense e dall’insicurezza perpetua nel tracciare il nuovo ordine mondiale.

map19L’autore è membro del Consiglio indiano di Ricerche Sociali dell’Istituto di Studi Cinesi. È un alunno del College Reale di Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sveglia, i cinesi arrivano!

MK Bhadrakumar - 18 agosto 2014  modi-12C’è molta lavorio per la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, il mese prossimo. E’ difficile ricordare un tale traffico per un vertice India-Cina. Dev’essere l’effetto ‘Modi’, basti dire che Pechino si appresta alla visita di Xi con grandi aspettative sulla svolta storica nelle relazioni con l’India. Cruciali nei colloqui preparatori tra Delhi e Pechino, saranno le consultazioni a Pechino del ministro del Commercio Nirmala Sitharaman, ai primi di settembre, poco prima della visita di Xi. Seetharaman è stato a Pechino di recente, accompagnato dal Vicepresidente MH Ansari. La seconda visita così ravvicinata, suggerisce che questioni commerciali e d’investimento domineranno l’agenda di Xi nei colloqui con il Primo ministro Modi. La visita di Xi offre la grande opportunità all’India d’attrarre investimenti cinesi in volumi molto più grandi di quanto è stato finora. L’espansione all’estero degli investimenti della Cina è iniziata solo circa un decennio fa, ma la media annuale che si attestava a quasi 3 miliardi di dollari nel 2005, è aumentata in modo esponenziale toccando i 90 miliardi già l’anno scorso. In effetti, questa ondata contrasta con i livelli decrescenti degli FDI globali. La Cina è oggi uno dei principali esportatori mondiali di investimenti diretti. Lo spread è semplicemente da mozzafiato, come l’Heritage Foundation Investment Tracker Map presenta qui. Le tendenze sono abbastanza chiare. La Cina traduce seriamente la sua ricchezza, accumulatasi negli ultimi decenni da maggiore potenza commerciale mondiale, in potenza economica globale. La quota dell’India è gracile, nemmeno mezzo miliardo di dollari. Dovrebbe avvertire il fatto che gli Stati Uniti, nonostante la tanto declamata strategia del ‘perno’ bla bla, abbiano attirato 15 dei 90 miliardi di dollari, l’anno scorso, divenendo di gran lunga la prima destinazione degli investimenti cinesi globali. Gli esperti indiani avrebbero qualcosa su cui rimuginare seriamente. L’aumento degli investimenti cinesi è destinato a continuare. Xi intende liberalizzare i flussi finanziari, e gli Stati Uniti sperano di attirare i liberalizzati flussi di investimenti esteri cinesi prestandovi maggiore attenzione e tenendo in considerazione il potenziale d’investimento quale acceleratore di forti relazioni USA-Cina. (qui).
Il governo UPA, al contrario, fu nervoso. Ora le recenti dichiarazioni di Sitharaman suggeriscono che il governo Modi è fiducioso nel compiere quest’atto di fede. Naturalmente è necessario un occhio più esigente, sempre in materia di investimenti stranieri nella nostra economia, non importa da dove provengano. Senza dubbio, i supremi interessi della sicurezza nazionale prevarranno. Ma detto ciò, un bilanciamento sagace è necessario, anche perché non c’è Paese che abbia un surplus investimenti come la Cina; è disposta a concedere finanziamenti e, innegabilmente, gli investimenti cinesi potrebbero rilanciare crescita ed occupazione, divenendo un0importante fonte dell’occupazione in India. Gli investimenti riguarderanno anche il problema dello squilibrio commerciale bilaterale. Lo spin-off politico è evidentemente svolto dagli investimenti cinesi, che non infondono più paura, ma cominciano a sembrare ‘normali’ e banali azioni di mercato. L”ordinarietà’ degli investimenti cinesi in India è certamente una prospettiva futura, ma in termini immediati vi sono grandi decisioni da prendere. Xi ha esteso l’invito alle Maldive ad aderire al progetto di Via della Seta Marittima, nella riunione con il Presidente Abdulla Yameen, a Nanchino. La Cina ha già invitato l’India a partecipare al progetto, ma il governo UPA non poteva prendere tale grande decisione prima di essere sostituito. Pechino ha mostrato interesse nell’adesione dell’India al progetto della Via della Seta Marittima. Un modo di guardare all’iniziativa cinese è considerarla (con disposizione predeterminata, forse) la conferma dell’ambizione del Paese d’emergere come grande nazione marittima. Se questo è l’obiettivo della Cina, è naturale. Ma un grave problema sorge se si dovesse caricarlo anche del gioco delle grandi rivalità. In secondo luogo, vi è una nozione fantasiosa tra i nostri esperti, incoraggiata senza dubbio dagli analisti occidentali, che il progetto cinese sfiderebbe le ambizioni indiane come supremo signore dell’Oceano Indiano. In realtà, però, l’iniziativa cinese della Via della Seta Marittima deve essere vista sullo sfondo del ‘perno in Asia’ degli Stati Uniti, che Pechino ritiene una malcelata strategia del contenimento contro la Cina. La spinta strategica dell’iniziativa della Via della Seta Marittima si basa sulla costruzione di una serie di accordi tra la Cina e i Paesi di Asia sud-orientale, Asia meridionale, Asia centrale, Eurasia, Golfo Persico e Asia occidentale, al fine di ‘neutralizzarli’, se non coltivarne amicizia, oltre ovviamente a sviluppare scambi e legami economici reciprocamente vantaggiosi, evitando l’emersione di una falange regionale guidata dagli Stati Uniti schierata contro la Cina.
Non ci vuole molto per capire che la spinta del progetto è nel contenuto economico, perché in tale ambito i fattori del vantaggio Cinese si ritrovano nel ‘sedurre’ i Paesi di queste regioni dalle diverse culture, sistemi politici e storia, affinché passino alla piattaforma comune della Cina. Pechino calcola giustamente che apporterebbe una certa ‘addizionalità’ che Stati Uniti ed Europa semplicemente non possono corrispondere, nel commercio e negli investimenti, integrandosi bene con gli obiettivi nazionali di sviluppo dei questi Paesi (come Turchia, Qatar, Iran, Mongolia, Uzbekistan, Pakistan, Maldive, Sri Lanka e Malaysia). La Cina non è così stupida da sperare di esercitare un’egemonia da ‘Grande Fratello’ su clienti difficili come Turchia, Iran, Uzbekistan, Sri Lanka e Malaysia, noti per il loro nazionalismo convinto e senso d’indipendenza. Né è nel DNA della Cina formare alleanze militari. Pertanto, fare un parallelo con le potenze coloniali dei secoli 17° e 18° significa travisare la storia moderna. La grande ondata di nazionalismo e liberazione del 20° secolo continua a modulare la politica mondiale e Pechino non può che esserne a conoscenza. D’altra parte, se l’India dovesse rimanere fuori dalla Via della Seta Marittima, rischia di perdervi notevolmente. Oltre a un possibile totale isolamento nella regione dell’Asia meridionale, è al cento per cento sicuro che Bangladesh, Nepal, Myanmar, Sri Lanka, Maldive, Pakistan saranno attratti dalle lusinghe dello sviluppo delle infrastrutture finanziato dai cinesi; l’India deve anche prevedere che l’iniziativa cinese sarà l’unico spettacolo in città per molto tempo. USA e Unione europea non avranno l’interesse (o la capacità) di entrare in una tale intensa cooperazione economica con i Paesi asiatici (che non sono d’importanza vitale quanto i collegamenti lo sono per la Cina). L’India può corrispondere alla Via della Seta Marittima cinese con un’iniziativa altrettanto seducente? Beh, no.
A mio avviso, la vera sfida dei responsabili politici indiani fu la lunga assenza di una visione sana della cooperazione regionale, come invece ha la Cina. Non si può negare il fatto che l’India abbia trascurato il SAARC. SAARC e SCO sono casi da manuale di come il formidabile ritardo storico e il lavoro incompiuto attuali possano  essere superati dal solo senso delle priorità politiche regionali con un ‘quadro generale’ sullo sfondo. Fortunatamente, però, l’India rientra oggi nella nuova alba della politica regionale. Tutto indica che l’adesione dell’India alla SCO probabilmente si materializzerà a settembre. Sempre a settembre, Xi potrebbe rinnovare l’invito a Modi di aderire all’Asian Investment Development Bank e al progetto della Via della Seta Marittima. La sfida di Sitharaman da ministro con doppio incarico, nel commercio e nella finanza, con un ruolo centrale nella preparazione della visita di Xi, sarà capire come i suddetti piani a settembre possano effettivamente correlarsi e divenire un vantaggio strategico dell’India tramite una complementarità con le priorità dello sviluppo nazionale del governo Modi.

modi-jinping_650_072114094947Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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