La situazione in Iraq, dal 28 giugno al 9 luglio

Alessandro Lattanzio, 10/7/2014

iraq-hell-terrorism-650_41628 giugno, un capo dell’ordine Naqshabandi, Qalid Ibrahim, viene ucciso a Baquba dalle forze speciali. Il SIIL distrugge tre moschee sciite: Husaniyah, Ahlulbayt e al-Haqim e tre mausolei, Qadir Ilyas, Imam Sad Ibn Aqil, Ar Mamut a Tal Afar. Il SIIL annuncia che santuari e mausolei nel suo territorio saranno distrutti. A Tiqrit, elicotteri da combattimento attaccano le postazioni dei terroristi prima dell’assalto dell’esercito. Il Tenente-Generale Sabah Fatawi, “I terroristi del SIIL hanno due scelte: fuggire o morire“. L’ammiraglio John Kirby, portavoce del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dichiara che gli Stati Uniti possono schierare 30000 soldati in Iraq in caso il presidente lo decida. 5 terroristi del SIIL sono eliminati dalle forze di sicurezza a Falluja; 20 autoveicoli dei terroristi distrutti presso Samara; Abu Abdul Hadi, capo del SIIL e altri 29 terroristi sono eliminati a Tiqrit. Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, afferma che i velivoli russi Sukhoj Su-25 sosterranno presto le operazioni dell’esercito. Le forniture di aerei militari russi all’Iraq rientrano nei contratti già stipulati e da completare entro la fine dell’estate, afferma l’ambasciatore russo in Iraq Ilja Morgunov. “Prevediamo di fornire 5-10 aeroplani entro la fine dell’estate, se non prima. I contratti furono conclusi nel 2013 e ora sono adempiuti. Non sono per gli aerei, ma anche per altri equipaggiamenti, che verranno consegnati appena pronti“. 5 aviogetti sono stati consegnati con un aereo da trasporto russo An-124. “Il Sukhoj Su-25 è un aereo da supporto aria-terra per le missioni antiterrorismo. In questi tempi difficili abbiamo grande bisogno di tali aeromobili. Con l’aiuto di Dio, potremo schierarli nei prossimi 3-4 giorni a sostegno delle nostre forze di terra, nelle operazioni contro il SIIL“, aveva detto il Tenente-Generale dell’esercito iracheno Anwar Hamad Ahmad. “Abbiamo piloti provetti e altri professionisti. I nostri amici russi hanno anche inviato i propri esperti per aiutarci nella preparazione dei velivoli. Anche la logistica è pianificata“. Gli aerei da combattimento saranno di stanza in una base aerea meridionale, mentre il comandante dell’aeronautica irachena Hamid al-Maliqi ha confermato l’invio di elicotteri d’attacco russi MI-35M e MI-28, per “supportare lo slancio” negli attacchi contro il SIIL. Il comandante ha firmato tre contratti con i russi e ha sottolineato l’importanza degli elicotteri quali “eccellenti armi antiterrorismo“. Se l’Iraq crolla potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente e le regioni limitrofe, avvertiva il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “Se crolla l’Iraq, e considerando che la Libia è quasi crollata, e qualcuno vuole che la Siria condivida un destino simile, l’intera regione semplicemente esploderebbe e i disordini diventerebbero sua caratteristica dominante, influenzando non solo Medio Oriente e Nord Africa, ma le regioni adiacenti. Esortiamo tutti a trarre le conclusioni da ciò che è successo in Iraq, Libia e Yemen. Non sono Londra e Washington che dovrebbero decidere,.. come in Iraq nel 2003, ma tutti i Paesi della regione, tutti i vicini dell’Iraq“, aveva detto Lavrov aggiungendo che Russia e Cina dovrebbero partecipare a “questa consultazione”. “Vorrei sottolineare ancora una volta, che tutti i vicini dell’Iraq dovrebbero partecipare ai negoziati, proprio come tutti i vicini della Siria dovrebbero discutere la questione siriana. Credo che un simile approccio dovrebbe essere adottato affrontando la crisi in Afghanistan. Se l’occidente smettesse di pensare di esser l’unico ad elaborare una strategia per tutta la comunità internazionale, la situazione si svilupperebbe in modo assai positivo“.
29 giugno, Qasim Ata afferma che 142 terroristi sono stati eliminati e 51 loro autoveicoli distrutti. Scontri tra le forze di sicurezza e il SIIL a sud di Tiqrit, nel villaggio di al-Rwashid. La milizia turcomanna cerca di spezzare la presa del SIIL sul villaggio sciita Bashir, presso Kirkuk. Unmanned Aerial Vehicles (UAV) dell’esercito iracheno bombardano le basi del SIIL a Mosul. Inoltre, al-Iraqiya TV ha riferito che aerei da combattimento iracheni avevano attaccato un convoglio di decine di autoveicoli del SIIL presso Samara eliminando tutti i terroristi a bordo, “la forza aerea irachena ha lanciato intensi e precisi attacchi aerei su raduni del SIIL presso Mosul”. Un nuovo gruppo di resistenza a Mosul, composto da 183 elementi, soldati e ufficiali dell’esercito, si propone di contrastare la presenza dei terroristi nella provincia di Niniwa.
30 giugno, il capo della più grande tribù sunnita irachena, Ali Hatim Sulaymani, dichiarava che continuerà a sostenere gli islamisti fintanto che Maliqi sarà al potere. Il re dell’Arabia Saudita Abdullah licenziava il viceministro della Difesa principe Qalid bin Bandar bin Abdulaziz, su raccomandazione del ministro della Difesa, principe Salman.
1 luglio, l’aeronautica irachena attaccava gli islamisti a Samara. La Turchia registrava un forte calo delle esportazioni in Iraq, pari al 21% rispetto l’anno precedente. Hossein Amir Abdul Allahaan, viceministro degli Esteri iraniano, durante la sua visita a Mosca dichiarava la volontà dell’Iran di fornire attrezzature militari a Baghdad, contro “il tentativo degli Stati Uniti di fare dell’Iraq una seconda Ucraina. … Anche se l’Iraq ha un forte esercito, l’Iran è pronto ad inviarvi consulenti militari per aiutarlo nella battaglia contro il SIIL. Tutte le fazioni irachene dovrebbero rispettare la costituzione del Paese“. Gli Stati Uniti inviavano altri 200 militari in Iraq assieme a droni ed elicotteri, per proteggere i propri interessi. Secondo l’ONU 2417 iracheni furono uccisi a giugno. Il capo del SIIL di Kirkuk, il ceceno Abu Baqr al-Shishani, veniva eliminato dai servizi di sicurezza iracheni. Altri 50 terroristi del SIIL eliminati ad ovest di Mosul. Scontri a Baquba, 1 soldato e 3 terroristi uccisi. Due IED esplodevano a Baghdad uccidendo 9 civili. I seguaci del movimento anti-iraniano del religioso sciita Mahmud al-Hasani al-Sarqi si scontravano a Qarbala con la polizia, 25 persone sarebbero morte. Il movimento blocca anche le strade per Nasiriya e Basrah. L’aeronautica siriana bombardava le posizioni del SIIL a Raqah, distruggendo il centro di ricerca agricolo usato dai terroristi come deposito per gli autoveicoli, un campo di addestramento usato dai terroristi come centro comando, una postazione a 10 chilometri dalla città e le basi del SIIL di Raqah, al-Manaqir e al-Hamrat, e le raffinerie di petrolio. Gli attacchi aerei distrussero numerosi autoveicoli sottratti dai terroristi all’esercito iracheno ed inviati in Siria.
2 luglio, altri 5 aerei Sukhoj Su-25 arrivavano in Iraq. L’aeronautica irachena ora possiede 10 Su-25 forniti dalla Russia, assieme a 7 elicotteri russi, 3 Mil Mi-28 e 4 Mi-35M. Altri 24 Mi-28NE e Mi-35M saranno consegnati entro il 2016 con un contratto da 4,2 miliardi di dollari firmato nel 2012. Secondo fonti inglesi altri 7 Su-25 iraniani sarebbero arrivati a Baghdad per sostenere le operazioni delle forze armate irachene contro il SIIL. I velivoli sarebbero pilotati dai Pasdaran della Guardia rivoluzionaria islamica (IRGC). Gli aerei sarebbero schierati, assieme ai Su-25 russi, nella base aerea Imam Ali. Secondo ACIG.org, l’Iran ha fornito agli iracheni 3 velivoli da combattimento Su-25UBKM e 4 Su-25KM. Tiqrit veniva sgombrata dai terroristi. L’ambasciatore iracheno negli Stati Uniti, Luqman al-Fayli, dichiarava: “Baghdad non può aspettare oltre l’assistenza degli Stati Uniti“, sottolineando che l’Iraq potrebbe rivolgersi ad altri governi per gli aiuti militari, come Iran e Turchia. Il dr. Haydar al-Abadi, portavoce di Maliqi, dichiarava, “Dobbiamo stare attenti a non farci coinvolgere in una guerra settaria: gli sciiti non sono contro sunniti, e il SIIL ha una propria agenda sull’Iraq. Qualunque cosa facciamo, anche se nominassimo un primo ministro sunnita, saranno contro di noi. Combatteranno anche contro Alawi perché è laico, anche se non sciita“. I Su-25 attaccavano le posizioni del SIIL ad Anbar e Babylon, eliminando 60 terroristi. Athil al-Nujayfi, governatore di Niniwa, chiedeva la creazione di un “territorio sunnita” in Iraq, sottolineando che la regione è ricca di petrolio, come i 15 giacimenti recentemente scoperti nella provincia di Anbar, oltre ad ampie risorse idriche. Il SIIL a Mosul chiedeva alle tribù alleate e ai combattenti baathisti di deporre le armi e giurare fedeltà al loro califfo. I capi di al-Qaida giordana Abu Muhammad al-Maqdisi e Muhammad Shalabi condannavano il SIIL. Scontri tra terroristi del SIIL e combattenti Naqshabandi ad Himrin, provincia di Niniwa, che lasciavano 4 morti. I terroristi del SIIL conquistavano la cittadina siriana di Buqamal, occupata dal rivale Jabhat al-Nusra. Il SIIL avanzava verso la roccaforte di Jabhat al-Nusra, Shuhayl. Masud Barzani incontrava il capo della Coalizione nazionale siriana Ahmad al-Jarba.
3 luglio, aeromobili iracheni bombardavano un convoglio di autocisterne del SIIL  presso il villaggio di al-Safra, a sud di Kirkuk. Il raid ha distruggeva 3 autocisterne e ne danneggiava altre 6. I peshmerga si scontravano con i militanti del SIIL a Baquba. Da Jurf al-Saqar, provincia di Babil, venivano cacciati i terroristi del SIIL, mentre l’aviazione bombardava Shurqat, nella provincia di Salahudin. Abu al-Ula al-Shami, capo del SIIL responsabile del reclutamento, veniva eliminato dalle forze di sicurezza ad Anbar. Usama al-Nujayfi, capo del partito Mutahidun, affermava di “aver ricevuto la conferma dal vicepresidente statunitense Joe Biden della ‘necessità di un cambio’ nel Paese. Maliqi è ormai il passato“, e giustificava l’indipendenza curda. La coalizione dello Stato di Diritto guidata da Nuri al-Maliqi dichiarava che non avrebbe permesso ad Usama al-Nujayfi di occupare la carica di presidente, primo ministro o presidente del parlamento. Il portavoce Muhammad al-Sayhud dichiarava: “la nostra convinzione è che Nujayfi abbia fallito nel processo politico iracheno“. L’esercito iracheno liberava il villaggio di Awja, a sud di Tiqrit, eliminando 50 terroristi.
4 luglio, scontri tra SIIL e peshmerga a Jalawa, provincia di Diyala. Il comando delle forze speciali degli Stati Uniti diventava operativo ad Irbil, nel Kurdistan iracheno. Le forze antiterrorismo del governo iracheno eliminavano 80 terroristi e 12 autoveicoli nella provincia di Salahudin, e controllavano Qarbala e le altre città coinvolte nella rivolta di Mahmud al-Sarqi. I velivoli Sukhoj Su-25 iracheni effettuavano attacchi a Kirkuk contro obiettivi del SIIL. 30 terroristi del SIIL venivano eliminati nell’assalto alla raffineria di Baiji. Maliqi dichiarava “Non rinuncerò mai alla mia candidatura a primo ministro“.
5 luglio, la Tunisia ritirava il personale diplomatico in Iraq. I curdi scoprivano finanziariamente e politicamente difficile dichiarare l’indipendenza, dato che per poter vendere il petrolio devono raffinarlo presso gli impianti di Baghdad. Una nave cisterna carica del loro greggio era al largo del Marocco in attesa di acquirenti. Le tribù irachene eliminavano un capo del SIIL, Nasir Sabat. Il pilota iraniano colonnello Shojat Alamdari Murjani cadeva in combattimento in Iraq, presso il santuario sciita di Samara. Il SIIL distruggeva un santuario sunnita, la tomba del nipote del secondo Califfo Umar ibn Qatab a Mosul. Rinforzi arrivavano alla raffineria di Baiji mentre si ebbero scontri tra il personale della sicurezza e milizie filogovernative con i terroristi a Babil, a sud di Baghdad. 2 civili venivano uccisi da 2 autobombe a Basrah. Husayn Firas al-Mashadani, l’emiro di al-Qaida in Iraq, veniva eliminato dalle forze di sicurezza irachene. Il primo ministro Nuri al-Maliqi avvertiva che un referendum sullo Stato curdo nel nord dell’Iraq è incostituzionale, “Nessuno ha il diritto di sfruttare gli eventi attuali per imporre il fatto compiuto, come è già accaduto nella regione curda“.
L’ambasciatore iracheno in Sud Africa, dr. Hisham al-Alawi, dichiarava “L’insurrezione non è solo un problema iracheno, ma internazionale, quindi richiede cooperazione internazionale per essere sconfitta. Le nostre forze di sicurezza hanno ripreso il controllo del campus universitario di Tiqrit e continuano le operazioni di rastrellamento in città, ma ci vorrà del tempo dato che gli insorti hanno piazzato molte bombe. Abbiamo ricevuto jet Sukhoj dalla Russia e attendiamo la consegna di alcuni jet F-16 dagli Stati Uniti. L’Iran ha offerto assistenza militare, se il nostro governo lo richiede, quindi abbiamo supporto morale e materiale da tutto il mondo. Gli insorti hanno ucciso più di 2000 uomini disarmati, donne e bambini nel tentativo di seminare paura tra la popolazione civile, così almeno mezzo milione di persone è fuggito dalle aree che controllano. Gli insorti provengono per lo più dell’apparato di sicurezza della vecchia dittatura. Hanno cercato di dipingerla come un conflitto settario, ma non è così, il capo dell’esercito e il capo delle forze speciali sono sunniti, 9 delle 14 divisioni sono guidate da generali sunniti. Abbiamo diviso il reddito tra le province sulla base della popolazione e le due province più povere sono infatti quelle sciite, a sud di Baghdad. Abbiamo avuto tre elezioni negli ultimi dieci anni e ridotto la disoccupazione dal 30 per cento nel 2003 all’11 per cento dell’anno scorso. Siamo impegnati in uno Stato federale democratico e unito nel rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto. I ribelli hanno commesso crimini di guerra, ucciso 14 importanti imam sunniti e distrutto santuari. Questo è un modello visto in altre parti del mondo, motivo per cui diciamo che è una minaccia globale e dobbiamo avere la cooperazione internazionale per sconfiggerlo“.
miraq 6 luglio, 20 terroristi vengono eliminati nella provincia di Salahudin, a Tiqrit, mentre un capo del SIIL e due guardie del corpo vengono eliminati da una IED, a nord-est di Baquba. Masud Barzani dichiarava a un giornale tedesco che la partizione dell’Iraq è inevitabile e che la Turchia è ormai un “buon vicino” del Kurdistan. Il ministero della Difesa iracheno inviava un battaglione di carri armati a supporto delle forze governative che combattono a Jurf al-Saqir, a nord di Babil. L’ex primo ministro iracheno Iyad Allawi incontrava funzionari turchi a Istanbul chiedendo a Maliqi di dimettersi. 3 civili uccisi a Baquba. L’esercito iracheno distruggeva 8 autoveicoli del SIIL presso la raffineria di Baiji e 5 autoveicoli di un convoglio del SIIL presso Falluja. Il giornale curdo Ozgur Gundem, del Partito dei lavoratori curdo, affermava che l’operazione avviata dal SIIL contro Mosul seguiva un piano stabilito in un incontro ad Amman, il 1° giugno, tra esponenti di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, Turchia e il leader del Kurdistan Masud Barzani. Parteciparono alla riunione il capo dell’intelligence giordana e rappresentante del re Salah Qalab, il rappresentate del Partito Democratico del Kurdistan Azad Bervari, il vicepresidente dell’intelligence curda Masrur Barzani noto come “Juma”, rappresentanti del partito Baath, due delegati dell’esercito dei mujahidin, e rappresentanti di Ansar al-Islam, Ansar al-Sunnah, esercito della ‘Comunità vittoriosa’ maghrebina, “Brigate della Rivoluzione del 1920″, Esercito dell’Islam e un libico residente a Mosul. L’obiettivo della riunione era l’occupazione di Mosul e l’avanzata su Baghdad, con cui imporsi sull’Iraq, mentre Barzani riceveva il sostegno di Gran Bretagna, Israele e Turchia all’indipendenza del Kurdistan iracheno. Secondo la rete irachena al-Sumarya, il capo del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, sarebbe in Siria dopo essere stato gravemente ferito in un raid aereo ad Anbar. Secondo il rappresentante del Parlamento internazionale iracheno, dr. Haydar al-Shara, “Le forze di sicurezza irachene hanno effettuato un’operazione nella città di Qaim, al confine con la Siria. Grazie ad intelligence accurata e con l’aiuto dell’aeronautica, avrebbero ferito gravemente il capo del SIIL. Dopo essere stato colpito, al-Baghdadi e vari elementi della sua organizzazione sono fuggiti nella vicina Siria, dove al-Baghdadi potrebbe essere morto per le ferite”. Iran e Russia concordi nel sostenere congiuntamente l’Iraq contro il terrorismo, affermava il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani Hossein Amir-Abdollahian. “Teheran e Mosca sostengono fermamente l’Iraq nella sua lotta contro il terrorismo e sosterranno nettamente la nazione e il governo iracheni nel proteggere unità, indipendenza e l’integrità territoriale irachene“. Iran e Russia si oppongono a qualsiasi cospirazione per la disintegrazione dell’Iraq, “Teheran e Mosca hanno stretto in molti casi una comune e coordinata posizione sugli sviluppi regionali. Se Maliqi viene riproposto come primo ministro dell’Iraq, lo sosterremo con forza; e chiunque altro venga eletto nell’ambito del risultato delle recenti elezione, sarà anch’egli sostenuto dalla Repubblica islamica dell’Iran. È una questione interna dell’Iraq”. Il generale di brigata iraniano Masud Jazayri indica negli USA il cervello dei gruppi terroristici nella regione.
7 luglio, il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian visiterà Oman, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti. Il comandante delle forze Basiji iraniane, Generale di brigata Mohammad Reza Naqdi, dichiarava che un nuovo fronte di resistenza contro l’occidente si formerebbe in Iraq se gli Stati Uniti continueranno a proteggere i terroristi. Citibank e Standard Chartered Bank ritiravano i loro uffici dall’Iraq, come HSBC aveva già fatto a crisi iniziata. Il governo iracheno affermava di combattere contro SIIL, baathisti e l’ordine Naqshabandi. Il Kurdistan iracheno ha bisogno di 6 milioni di litri di benzina al giorno, per alimentare oltre 600000 vetture, ma ne produce solo 3,2 milioni di litri. Il governo locale ricorre al razionamento. La protezione del santuario di Samara dell’Imam Asqari veniva assegnata alle Brigate Badr guidate da Haji al-Amari e alla Asayb Ahlal Haq guidata da Qais al-Qazali, la periferia era assegnata alle Brigate della Pace di Muqtada Sadr, mentre la polizia federale veniva allontanata. Un alto comandante delle forze irachene, Maggior-Generale Najm Abdullah Sudan, della 6° Brigata, rimaneva ucciso nelle operazioni antiterrorismo presso Baghdad, dove 60 terroristi venivano eliminati dalle forze di sicurezza irachene. L’alleanza del Kurdistan dichiarava che non parteciperà ai colloqui per la formazione del governo fino a quando non sarà scelto un nuovo Primo ministro. Le forze peshmerga effettuavano operazioni contro il SIIL a Jalawla, presso Diyala. L’esercito e l’aviazione iracheni distruggevano 15 autoveicoli del SIIL a Baiji, provincia di Salahudin, mentre altri 125 terroristi venivano eliminati a Baghdad e dintorni. Il Primo ministro iracheno licenziava il comandante delle forze di terra irachene, Tenente-Generale Ali Ghaidan Majid, insieme al suo vice maggiore Abdul Rahman al-Handal e al suo capo di stato maggiore, Generale di brigata Hasan Abdul Razaq. La motivazione era la ritirata da Mosul di giugno.
8 luglio, l’esercito iracheno assaltava Tiqrit da nord. Muqtada Sadr incontrava la leadership delle Brigate della Pace a Samara. Ad al-Zwaya, a nord di Tiqrit, l’esercito distruggeva 3 autoveicoli del SIIL. Il religioso sunnita e capo degli Studiosi in Iraq, shayq Qalid al-Mulla dichiarava che nelle città sunnite verranno organizzati i Battaglioni di Difesa Nazionale per lottare contro i terroristi, in sintonia con l’appello lanciato da Sistani. Una bomba uccideva 3 poliziotti presso Samara. Diverse bombe a Baghdad uccidevano 3 civili e ne ferivano 17. Maliqi nominava il Generale Raid Shair Jawdat nuovo capo della polizia irachena. Abdulqadir Hamat, ex-colonnello dell’esercito baathista veniva eliminato assieme a 33 terroristi nei raid aerei governativi su Tal Afar. Altri 38 terroristi rimanevano feriti. Un ex-jihadista turco afferma che oltre 6000 islamisti turchi sono stati addestrati dal SIIL. Masud Barzani affermava che i curdi non sono più soggetti alla costituzione irachena. I curdi sosteevano di aver eliminato 200 terroristi del SIIL. Il Consiglio provinciale di Najaf vietava la vendita di merci saudite. L’inviato cinese in Medio Oriente Wu Sike  incontrava il premier iracheno Nuri al-Maliqi, affermando che la Cina è saldamente al fianco degli iracheni nella loro lotta per preservare la sovranità e l’indipendenza contro il terrorismo. Iraq e Cina hanno piena fiducia reciproca e sincera amicizia, dichiarava il Primo ministro, ringraziando il governo cinese per il sostegno a sovranità e indipendenza dell’Iraq, promettendo che Baghdad continuerà a promuovere la cooperazione con Pechino in tutti i settori. Invitava inoltre la Cina a partecipare alla ricostruzione del Paese. “La stabilità dell’Iraq è essenziale per la pace e la stabilità del Medio Oriente e del mondo”, dichiarava Wu. La Cina esorta la comunità internazionale a fare di più per aiutare l’Iraq, sottolineando che continuerà a fornire sostegno materiale all’Iraq.
9 luglio, 3 autobombe esplodevano a Hila, provincia di Babil, uccidendo 3 civili e ferendone 11. Abu Usama al-Musrati, emiro di Sadiya, veniva eliminato insieme a due guardie del corpo in un attentato nella provincia di Diyala. Aerei Sukhoj Su-25 bombardavano le posizioni del SIIL a Babil, eliminando 28 terroristi, mentre unità antiterrorismo del governo, in coordinamento con l’aviazione, assaltavano le posizioni del SIIL nella provincia di Salahudin. Agenti dei servizi segreti del Qatar venivano arrestati negli Emirati Arabi Uniti. La Coalizione nazionale siriana sostituiva Ahmad al-Jarba con Hadi al-Bahra, un agente dell’Arabia Saudita.

1535591Fonti:
Electronic Resistance
ITAR-TASS
Iraqi News
Nsnbc
Nsnbc
PressTV
Reseau International
Reseau International
RussiaToday
The Aviationist
The BRICS Post
Vineyard Saker
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Voice of Russia

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Cina e India: partnership e cooperazione strategiche

Vladimir Odintsov New Oriental  Outlook 07/10/2014
10390931Cina e India sono due superpotenze in rapido sviluppo legati da relazioni piuttosto complesse. Formalmente parlando, entrambe le nazioni hanno lo status di grandi nazioni in via di sviluppo  regionali, ciascuna concentrata sulla “propria” regione: l’India è focalizzata sull’Asia meridionale, dov’è uno dei principali membri dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) mentre la Cina guarda verso l’Est asiatico. A questo proposito, relazioni bilaterali attivamente sviluppate tra Cina e India si sono osservate nelle ultime settimane, avviate a una crescita stabile e dinamica senza effettivamente accrescere l’attenzione su se stesse. Negli anni la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India e il volume degli scambi tra questi Paesi cresce annualmente ad una velocità pazzesca. I Paesi hanno deciso di aumentare gli scambi dagli attuali 80 miliardi di dollari a 100 miliardi entro il 2015. Le imprese cinesi svolgono un ruolo importante nel miglioramento delle infrastrutture indiane e hanno una posizione stabile sul mercato indiano in settori come elettricità, comunicazioni e metallurgia. Negli ultimi anni, attraverso BRICS, BASIC, G20 e altre associazioni, Cina e India hanno perseguito una cooperazione efficace in settori come la lotta alla crisi finanziaria e al cambiamento climatico, sostegno al mondo multipolare, democratizzazione delle comunicazioni internazionali, nonché tutela dei diritti dei Paesi in via di sviluppo. Questi due Paesi sono le potenziali superpotenze di domani, e si contenderanno la leadership globale. Le fondamenta di questa rivalità sono già visibili in molti settori, in particolare nei mercati degli idrocarburi così come delle materie prime e degli investimenti. Oltre l’economia, reciproca rivalità e cautela accresciuta sono esibite negli ambiti militari e politici, in gran parte dovute alle conseguenze della guerra sino-indiana del 1962.
L’India a lungo era allarmata dal costante sviluppo e riarmo dell’Esercito di liberazione del popolo cinese, dai piani di sviluppo della flotta oceanica cinese e dalla creazione del “filo di perle”, la serie di basi militari dell’Esercito di liberazione del popolo cinese nell’Oceano Indiano, che numerosi strateghi della difesa indiani vedono come escalation ulteriore della superiorità militare cinese  sull’India. Per certi ambienti politici indiani contrastare la Cina è più importante che opporsi al nemico secolare pakistano. Tale atteggiamento prudente viene periodicamente intensificato dalla partecipazione attiva della Cina nella modernizzazione delle forze armate pakistane, spingendo la corsa agli armamenti e costringendo il Paese a concentrare un folto gruppo militare ai confini. Tuttavia, negli ultimi 15 anni, la Cina ha avuto una posizione neutrale sul conflitto indo-pakistano sul Kashmir, proponendo un dialogo costruttivo con l’India. A sua volta, la Cina è preoccupata dalla cooperazione militare tra India e Paesi che temono l’ascesa della Cina, mirando a creare un sufficiente contrappeso geopolitico al regno celeste. Tuttavia, nonostante la presenza di alcuni problemi e contrasti nelle relazioni sino-indiane, ciò che dovrebbe essere notato è l’assenza della predisposizione ad essere nemici. Oggi, lo sviluppo del contesto economico e politico globale dipende in modo significativo dalle relazioni tra questi due Paesi, ancora basate sulla rivalità regionale e internazionale. L’attuale battaglia ha visto un certo vantaggio di Pechino, che non solo è avanti New Delhi con un PIL superiore di 4,5 volte, ma che dimostra anche una totale indipendenza da Washington e dall’occidente. Un segno di ciò è stata la prima visita ufficiale all’estero della nuova amministrazione cinese, svoltasi non negli Stati Uniti ma a Mosca, portando alla conclusione di una serie di contratti impressionanti tra Cina e Russia su energia, commercio, economia e difesa.
Per ora, l’India non mostra alcuna indipendenza dall’occidente. Con le varie dichiarazioni sul “corso indipendente”, New Delhi, con un chiaro sguardo verso gli Stati Uniti, sostiene “l’unificazione delle forze democratiche in Asia” sotto l’auspicio di Washington, pur essendo consapevole che tale unificazione “ha chiare motivazioni anticinesi”. Tale ambito giustifica l’accresciuto interesse verso lo sviluppo dei contatti indo-cinesi delle ultime settimane, ben oltre i limiti della comunicazione quotidiana e sempre più dall’importanza globale e concreta, nella regione e altrove. Le comunicazioni tra i due Paesi dimostrano che la Cina è particolarmente attiva in materia. La Cina dimostra anche di percepire l’India come partner naturale per la cooperazione regionale e internazionale, aprendo nuove opportunità ad entrambe le nazioni, in particolare alla Cina. L’ambasciatore cinese a New Delhi Wei Wei ha avviato una discussione abbastanza dettagliata sulla tesi di Pechino per sviluppare i legami con l’India, nell’intervista al quotidiano indiano Hindi. In particolare, ha rilevato le seguenti aree di interesse nelle relazioni bilaterali in sviluppo:
Sviluppare attivamente gli scambi in politica estera ai vertici governativi, come in particolare la visita ufficiale a New Delhi del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, l’8 giugno, inviato speciale di Pechino per stabilire contatti diretti con la nuova amministrazione indiana, nonché la riunione dei leader a margine del vertice BRICS in Brasile.
Promuovere una pragmatica cooperazione bilaterale in tutti i settori, soprattutto nello sviluppo di infrastrutture, produzione, agricoltura, soprattutto sui grandi programmi come i trasporti ferroviari e i parchi industriali.
Pechino promuove l’espansione degli investimenti cinesi in India e l’India promuove ulteriormente l’interesse delle imprese indiane per il mercato cinese.
Sviluppo di scambi culturali e umanitari tra le nazioni, intensificare la cooperazione tra città gemellate.
Promuovere la cooperazione negli affari regionali e internazionali, stretto coordinamento delle posizioni su questioni chiave nell’ambito di BRICS, cooperazione Cina-Russia-India, G20 e East Asia Summit.
Ulteriori sforzi per risolvere le differenze tra i due Paesi per mantenere pace e tranquillità nelle zone di confine, e per risolvere la questione dei confini da definire.
Pechino vede il neoeletto premier indiano Narendra Modi un “manager efficace” che si concentrerà sugli aspetti economici del partenariato e il rispetto degli interessi nazionali approfondendo le riforme, migliorando l’economia e aumentando il benessere della popolazione. Queste aree di cooperazione bilaterale erano al centro dei colloqui di giugno avviati dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, accuratamente osservati dalle comunità politica ed economica non solo nella regione, ma anche occidentali. La particolare importanza del viaggio del ministro degli Esteri cinese a New Delhi è sottolineata anche dal fatto che è stata la prima visita ufficiale all’estero di un alto funzionario in India, dopo l’elezione di Narendra Modi al governo indiano.
Con palese delusione, la Casa Bianca ha dovuto ammettere che la visita a New Delhi dell’assistente del segretario di Stato per gli affari dell’Asia meridionale e centrale, Nisha Biswal, nello stesso momento, non era paragonabile a quella del ministro cinese, sia in termini di qualità dei contatti che del contenuto della visita. Washington si rende conto che il nuovo governo indiano cerca di affermarsi negli affari interni, soprattutto nella propria regione, avvicinando la posizione di leader del Movimento dei Paesi Non Allineati all’”autonomia strategica” e concentrandosi sulla risoluzione delle questioni relative alla sviluppo interno, principali obiettivi dell’India nella ricerca di partner stranieri per rafforzare la propria leadership regionale e ampliare i contatti sulla scena mondiale. Lo sviluppo attivo dei legami bilaterali tra Cina e India, avutosi negli ultimi giorni, può anche essere un importante elemento di prova affinché Washington rivaluti l’approccio politico verso Pechino e New Delhi, così come della declinante influenza statunitense nella regione e, sempre più, in altre regioni, dovuta alla politica perdente perseguita dalla Casa Bianca negli ultimi anni.

20120630_ASD001_0Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Oriental  Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia reagisce alle sanzioni e avvia la battaglia contro il dollaro

Stefan Hedlund Global Research, 1 luglio 2014

L’Unione europea prevede nuove sanzioni economiche contro la Russia per la crisi in Ucraina, i cui termini scadono il 30 giugno. Ma il presidente russo Vladimir Putin capovolge il piano degli Stati Uniti stimolando una ‘de-dollarizzazione’ globale, scrive il professor Stefan Hedlund.
185076156La Russia compie un attacco concertato allo status del dollaro statunitense quale valuta di riserva globale ed è in procinto di abbandonare il ‘petrodollaro’ quale unità di trading per petrolio e gas. Le compagnie energetiche russe hanno l’ordine di abbandonare il dollaro e firmare contratti in rubli e monete dei Paesi partner. Il desiderio di ridurre l’uso dei dollari è in linea con l’obiettivo della Cina di promuovere l’uso internazionale dello yuan cinese. Altre nazioni emergenti vorrebbero vedere ridotta l’egemonia statunitense. Un attacco della Russia al dollaro sarebbe devastante e potrebbe, in teoria, innescare il crollo del mercato azionario negli Stati Uniti. Tuttavia, lo status del verdone quale valuta di riserva globale non è ancora gravemente minacciato per la semplice ragione che le alternative sono peggiori. Ma l’attacco russo può spingere l’economia globale a un ulteriore passo sulla via di un sistema senza valute di riserva. Se le banche centrali del mondo vendessero i loro  titoli di Stato degli USA, l’economia statunitense sarebbe inondata di dollari, causando un picco dell’inflazione e tassi d’interesse stellari. Il conseguente aumento del costo del finanziamento del debito pubblico sarebbe mostruoso, e per tornare a un equilibrio fiscale si dovrebbero chiudere così tanti programmi sociali da causare disordini per le piazze. E’ improbabile che accada ma è un quadro che fa riflettere sulla partita che la Russia gioca, e cosa potrebbe accadere se Washington persiste nel rifiutare di darsi un ordine interno.
Negli ultimi decenni, il mondo è così abituato al biglietto verde come valuta di riserva ‘naturale’ globale, che gli avvertimenti sulla possibile fine di tale finanziamento a basso costo del deficit degli Stati Uniti vengono regolarmente ignorati. Non vengono attuate misure per prepararsi al declino del biglietto verde. All’indomani della crisi dei mutui subprime che innescò la recessione del 2008, e l’umiliante degradazione del rating sovrano degli Stati Uniti nel 2011, gli avvertimenti cominciarono a chiedere per quanto tempo si potesse andare avanti così. I maggiori detentori di debito degli Stati Uniti sono Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che hanno iniziato a cercare di mollare il dollaro. Dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Russia  dipendeva dai dollari. Nei turbolenti anni ’90, il verdone dominava sostituendo il rublo collassato, offrendo un mezzo di scambio e una riserva valutaria. Con l’impennata dei prezzi del petrolio iniziata nel 2001, la Banca Centrale russa ha potuto stabilizzare la valuta e il ruolo del dollaro s’è ridotto. Ma l’economia russa rimane fortemente intrecciata alla circolazione del dollaro, dalle grandi aziende con riserve in valuta estera (forex) di dollari, a banche e imprese indebitate in dollari, alle aziende off-shore basate sui dollari, soprattutto per l’esportazione di energia, scambiata in dollari.  Con le minacce di sanzioni economiche avanzate dall’occidente, il Cremlino si sentiva veramente vulnerabile, decidendo quindi di ridurre tale vulnerabilità. Gli esperti bancari ed energetici russi hanno discusso con i funzionari governativi il modo per eliminare il dollaro dalle operazioni d’esportazione. Il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev ha invitato le aziende energetiche russe ad essere coraggiose firmando contratti in rubli e valute dei Paesi partner. Si è parlato di introdurre una ‘valuta di scambio esecutiva’ per cui le aziende potrebbero essere costrette a trattare una percentuale delle operazioni in rubli russi o yuan cinesi. Rosneft ha concluso uno swap ‘prodotti-per-petrolio’ con l’Iran per 500000 barili di petrolio iraniano al giorno da vendere sui mercati globali. E il recente accordo da 400 miliardi di dollari sul gas di Gazprom con la Cina è visto come modo per allontanarsi dal dominio dei dollari.
Ciò che salva il biglietto verde, per qualche tempo ancora, sono le alternative scadenti. Una moneta di riserva globale funzionante deve essere sia liquida che ‘profonda’, cioè deve essere venduta rapidamente e in grandi quantità senza un impatto significativo sul prezzo. Nonostante la cattiva gestione dell’economia degli Stati Uniti, il dollaro USA rientra ancora in tale regola. L’euro è sceso ben al di sotto delle grandi visioni iniziali, ma rimane un second best. Né sterlina né yen vi si avvicinano.

Russia’s-central-bankStefan Hedlund è professore e direttore presso il Centro di studi russi ed eurasiatici dell’Università di Uppsala, Svezia. É un economista specializzato nella Russia.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Brzezinski capovolto: il dilemma finale eurasiatico

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 22 giugno 2014

zbigniew-brzezinskiIntroduzione
Un cambiamento globale nella strategia degli Stati Uniti è attualmente in corso, con gli USA che passano da ‘gendarme del mondo’ a mandante criminale. Questo cambiamento fondamentale comporta essenzialmente che gli Stati Uniti passino dalle grandi operazioni militari offensive alle forze stay-behind difensive. Parte di tale trasformazione è la riduzione militare convenzionale e sua sostituzione con forze speciali e agenti d’intelligence. Anche le compagnie militari private (PMC) occupano un ruolo maggiore nella grande strategia degli Stati Uniti. Naturalmente, ciò non vuol dire che gli Stati Uniti non hanno più la capacità o la volontà di aggredire, per nulla, ma che la strategia in evoluzione degli Stati Uniti preferisce un approccio più indiretto e nefasto alla proiezione di potenza, superando invasioni e bombardamenti di massa. Così seguendo il consiglio di Sun Tzu che  scrisse che, “la suprema eccellenza consiste nel spezzare la resistenza del nemico senza combattere“. Il risultato è una miscela di rivoluzioni colorate, guerre non convenzionali ed interventi di mercenari evitando l’uso diretto delle truppe degli Stati Uniti e basandosi sull’ampio coinvolgimento dei fantocci regionali. Ciò si traduce nella promozione della politica statunitense attraverso metodi obliqui e il mantenimento della relativa negazione plausibile. È importante sottolineare che l’assenza di forze convenzionali sia pensata per ridurre il rischio di un confronto diretto tra Stati Uniti e Russia, Cina e Iran, gli obiettivi primi di tali guerre per procura. Il piano di destabilizzazione strategico e di fratturazione eurasiatico deve la sua genesi a Zbigniew Brzezinski e al suo concetto dei Balcani eurasiatici. Gli Stati Uniti sono flessibili nel praticare questo concetto, che non si ferma finché la destabilizzazione incontra un ostacolo e non può avanzare. In questo caso, come in Ucraina, Siria e Iraq e forse presto nel Mar Cinese Meridionale, lo stratagemma evolve massimizzando il caos negli Stati trampolino posizionati sulla soglia delle potenze eurasiatiche. L’idea è creare “buchi neri” del disordine assoluto in cui Mosca, Pechino e Teheran siano “dannati se intervengono, dannati se non intervengono”. Idealmente, gli Stati Uniti preferiscono che i loro obiettivi siano risucchiati in un pantano che li esaurisca e li destabilizzi, come nella guerra sovietico-afgana che Brzezinski tramò oltre 30 anni fa. Lontano dall’espansione dei Balcani eurasiatici e ritornando alle radici dell”anarchia afgana’, si ha la natura del Brzezinski capovolto, che pone nella trappola del dilemma finale le potenze eurasiatiche.

Il prototipo afgano
L’esperienza degli Stati Uniti nell’addestrare e armare i mujahidin per scatenare e gestire la guerra sovietico-afgana, può essere considerata la prima incursione della strategia del mandante. Gli Stati Uniti cooperarono con Pakistan e altri Stati islamici diffondendo il caos in Afghanistan (anche creando l’organizzazione mercenaria internazionale al-Qaida), destabilizzando strategicamente, in modo così allettante, l’Unione Sovietica da non potere resistere alla sollecitazione ad intervenire. Obiettivo ultimo dal successo clamoroso e anche culmine delle guerre per procura della Guerra Fredda, che modificò nettamente l’equilibrio del potere internazionale del momento. Fu un tale successo che venne accreditato come uno dei fattori che contribuirono alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ciò alterò l’equilibrio del potere globale e portò al momento unipolare degli Stati Uniti. In tale periodo, il prototipo della guerra per procura afgana non fu più ritenuto necessario poiché gli Stati Uniti avevano potere, volontà e possibilità di proiettare potenza direttamente e con forza in tutto il mondo.

Il momento unipolare dello Shock and Awe
Ubriachi di potere dopo esser usciti vittoriosi dalla guerra fredda, gli Stati Uniti iniziarono un’ondata di interventi militari con la prima guerra del Golfo. Anche se spacciata come operazione multilaterale, gli Stati Uniti furono il maggiore azionista della coalizione bellica. Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti bombardarono le posizioni serbe in Bosnia prima di iniziare la guerra unilaterale della NATO nel Kosovo, provincia della Serbia. Fu il bombardamento della Serbia a svegliare i decisori russi sulla necessità di difendere il loro Paese da minacce future, iniziando così l’impegno a modernizzazione la propria industria della Difesa, al fine di scoraggiare un attacco diretto USA/NATO contro gli interessi russi. Tuttavia, ciò non determinò un cambio immediato, e nel frattempo il potere degli Stati Uniti era al culmine. Dopo gli attacchi terroristici del 9/11, gli Stati Uniti intrapresero l’operazione militare e successiva occupazione dell’Afghanistan, un Paese situato dall’altra parte del mondo e vicino all’Heartland dell’Eurasia. Tale massiccia espansione della potenza militare statunitense nel continente fu inedita, ma anche segnò il culmine dell’era post-guerra fredda. L’epitome del momento unipolare fu in realtà la campagna Shock and Awe del 2003 in Iraq. In quel periodo gli Stati Uniti bombardarono massicciamente l’Iraq con una dimostrazione di forza volta sicuramente a ricordarne al resto del mondo lo status di superpotenza. Inoltre distribuirono una quantità incredibile di truppe e armamenti in Medio Oriente. Ironia della sorte, i successivi costi finanziari della guerra e dell’occupazione svolsero un ruolo decisivo nel ridurre la potenza statunitense permettendo ad altri Paesi, come Russia e Cina, di affrontare la sfida e difendere dagli Stati Uniti le proprie sfere d’interesse.

I Balcani eurasiatici
Fu al centro del momento unipolare, nel 1997, che Brzezinski, autore di “La Grande Scacchiera”,  definì le priorità geostrategiche degli Stati Uniti in Eurasia e come raggiungerli al meglio. Postulò l’indispensabilità per gli Stati Uniti di un’influenza dominante sull’Eurasia, e che la via migliore perciò fosse impedire la collusione tra Russia e Cina. La ‘balcanizzazione’ strategica delle società del continente eurasiatico è un mezzo cardine per destabilizzare l’intero continente. Nella sua conclusione logica, prevede di creare un’ondata di anarchia etnica, religiosa e politica che può schiantare e smembrare le civiltà di Russia, Cina e Iran. Per certi aspetti, le guerre statunitensi in Afghanistan e Iraq e le loro conseguenze caotiche, possono essere viste come dettate dalla filosofia di tale principio. Gli Stati Uniti hanno anche storicamente intrapreso operazioni di cambio di regime come metodo per diffondere la destabilizzazione continentale facendo penetrare la potenza occidentale in Eurasia.

Cambio di regime
Il cambio di regime è sempre stato una caratteristica della politica estera statunitense, dal rovesciamento segreto del governo siriano nel 1949. Da allora, la CIA avrebbe rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, anche se l’ammise solo in 7 casi. Il cambio di regime può essere diretto o indiretto. Del primo caso vi sono gli esempi di Panama nel 1989 o Iraq nel 2003, mentre del secondo vi sono il colpo di Stato iraniano del 1953 o le rivoluzioni colorate. Come evidenziato dal recente colpo di Stato ucraino, il cambio di regime oggi può essere svolto al modico costo di soli 5 miliardi di dollari, una frazione della spesa richiesta per rovesciare direttamente Janukovich e invadere il Paese. Inoltre, a seguito delle circostanze internazionali e della rinascita della potenza militare russa, era impossibile agli Stati Uniti farlo senza rischiare una grande guerra. Pertanto, le operazioni segrete di cambio di regime sono preferibili quando gli interessi di altre grandi potenze sono in gioco. E’ assai importante che la nuova dirigenza sia percepita legittima dalla comunità internazionale dopo il colpo di Stato. Dato che la democrazia occidentale è vista come elemento standard di un governo legittimo, le rivoluzioni colorate pro-occidentali sono il metodo ottimale di cambio di regime negli Stati presi di mira che oggi non praticano tale forma di governo.

Rivoluzioni colorate
Le rivoluzioni colorate sono colpi di Stato filo-occidentali eterodiretti. In particolare utilizzano  social media e ONG per infiltrare la società, ingrossare i ranghi ed espanderne l’efficienza dopo l’avvio dell’operazione di cambio di regime. In genere manipolando grandi masse si crea l’illusione di un vasto movimento popolare di scontenti che si sollevano contro una dittatura tirannica. Tale percezione fuorviante consente al tentativo di colpo di Stato di avere ampio sostegno e l’accettazione dalla comunità occidentale, denigrando le legittime autorità che cercano di opporsi al rovesciamento illegale. Le masse manipolate sono trascinate per le piazze soprattutto tramite le tattiche di Gene Sharp, che con destrezza cercano di amplificare i movimenti di protesta sociale al massimo possibile. Tale nuovo metodo di guerra è estremamente efficace perché presenta un dilemma sorprendente per la leadership dello Stato interessato, usare la forza contro i manifestanti civili (de facto scudi umani inconsapevoli manipolati politicamente), per colpire il nucleo estremista tipo Pravyj Sektor? E sotto gli occhi dei media occidentali che seguono gli sviluppi, il governo può permettersi d’essere isolato dalla comunità delle nazioni, se si difende legalmente? Così, le rivoluzioni colorate presentano la strategia da Comma-22 al governo preso di mira; non è quindi difficile capire perché si siano diffuse nello spazio post-sovietico e oltre, sostituendo i ‘tradizionale’ colpi di Stato della CIA, divenendo il modus operandi occulto del cambio di regime.

1175352Verso la strategia del mandante e la sua accettazione ufficiale
Le convenzionali (forti) strategie di cambio di regime (Panama, Afghanistan, Iraq) erano possibili in un mondo unipolare, ma con il momento unipolare che svanisce, gli Stati Uniti sono costretti a riavviare il modello del mandante con cui già flirtarono durante la guerra sovietico-afgana. La prima indicazione ufficiale che gli Stati Uniti passavano a tale strategia fu il loro comportamento nella guerra di Libia del 2011, dove usarono per la prima volta la tattica del mandante. Ciò fu seguito dall’allora segretario alla Difesa Robert Gates, nel discorso finale in cui implorò gli alleati della NATO a fare di più per aiutare gli Stati Uniti nell’affrontare le sfide globali. Fu quindi evidente che gli Stati Uniti non erano più entusiasti del “far da sé”, come prima, né sembravano disposti a porre l’ultimatum “siete con noi o contro di noi”. L’indicazione che la potenza statunitense declinava  relativamente davanti le altre grandi potenze, fu formalmente indicata dal National Intelligence Council del 2012. Nella sua pubblicazione “Global Trends 2030“, scrisse come gli Stati Uniti saranno “primus inter pares” perché “il ‘momento unipolare’ è finito e la ‘Pax Americana’, l’era della supremazia statunitense nella politica internazionale iniziato nel 1945, si esaurisce rapidamente”. Chiaramente, in un ambiente così competitivo, l’unilateralismo aggressivo sarà sempre più difficile da attuare senza rischiare conseguenze. Quest’ulteriore dato diede impulso alla strategia del modello del mandante nell’attuazione dei piani militari statunitensi. Infine, il presidente Obama istituzionalizzò il modello del mandante parlando a West Point a fine maggio. Nel suo discorso sottolineò che “l’America deve dirigere la scena mondiale… ma che l’azione militare degli Stati Uniti non può essere l’unica, o addirittura prima, componente della nostra leadership in ogni caso. Solo perché abbiamo il miglior martello non significa che ogni chiodo sia un problema“. Ciò fu interpretato come se gli Stati Uniti abbandonassero formalmente l’unilateralismo del ‘fare da sé’ salvo in circostanze eccezionali. A questo punto, è evidente che gli Stati Uniti hanno mostrato definitivamente l’intenzione di scambiare il posto di poliziotto mondiale con quello di mandante occulto. Illustra ulteriormente tale punto la trasformazione sociale e politica regionale che gli Stati Uniti hanno immaginato con la Primavera araba, che non sarebbe riuscita come azione unilaterale. Pertanto, il 2011 rappresenta la fine ufficiale del momento unipolare e l’inizio dell’era del mandante, e l’adattamento dei militari statunitensi al mondo multipolare.

Le improvvisazioni siriana e ucraina
Siria e Ucraina rappresentano improvvisazioni tattiche delle strategie del mandante e dei Balcani  eurasiatici. L’ibrido risultante presenta la prima indicazione di ciò a cui somiglia il nuovo approccio alla guerra degli Stati Uniti. Cominciando con la Siria, la guerra segreta degli Stati Uniti rientra nei  piani per la trasformazione della regione con la Primavera araba. A differenza di Tunisia, Egitto o Yemen, le autorità siriane hanno resistito con fermezza al tentativo di rivoluzione colorata grazie al notevole sostegno popolare e alla legittimità tra la popolazione. Ciò era un ostacolo all’attuazione del modello del mandante appena lanciato in Libia (pseudo-rivoluzionari aiutati dai raid aerei occidentali). Considerando che in Libia ampi segmenti della società erano precariamente tenuti insieme dalla personalità e dal governo di un singolo individuo, in Siria la situazione era completamente diversa. La Siria ha una identità civile, mentre la Libia ha solo un’identità nazionale (anche se Gheddafi cercava di far evolvere tale identità a livello continentale africano, prima di essere rovesciato e ucciso). Tuttavia, poiché un forte sostegno popolare ha reso estremamente difficile ‘balcanizzare’ la Siria allo stesso modo della Libia, gli Stati Uniti dovettero improvvisare la propria strategia ed adattarsi a questo ostacolo. Gli Stati Uniti così optarono per la strategia del  mandante indiretto, contribuendo a reclutare, addestrare, armare e dispiegare mercenari islamici in Siria, utilizzando la Turchia come ascaro regionale grazie ai mutui interessi. Ankara ha l’ambizione di ripristinare l’impero ottomano anche se rimodellato e quindi era l’alleato più attivo degli Stati Uniti nel destabilizzare la Siria. Quando l’ibrido rivoluzione colorata/eterodiretta non era evidentemente sufficiente a rovesciare il governo siriano, gli Stati Uniti passarono alla strategia della guerra non convenzionale. Pertanto, il contributo dell’esperienza siriana alla nuova strategia di guerra degli Stati Uniti fu dare ai gruppi mercenari addestrati dagli occidentali un ruolo maggiore nel promuoverne sul campo gli obiettivi. Tale principio viene applicato con alterne fortune in Ucraina dopo il colpo di Stato contro Janukovich. Prima gli Stati Uniti avevano ancora una volta lanciato la loro ibrida rivoluzione colorata/eterodiretta, salvo che in questo caso la Polonia ha sostituito la Turchia come potenza egemone regionale nella destabilizzazione del vicino. Indipendentemente da ciò, vi sono molte somiglianze strutturali, ma a differenza di Assad che ha coraggiosamente resistito alla guerra combattuta contro di lui, Janukovich capitolò e fu rovesciato  rapidamente. A questo punto, il popolo di Crimea e del Donbass si oppone ai golpisti cominciando a far valere i propri diritti umani. Mentre la Crimea ha avuto successo nel rapido ricongiungimento con la Federazione russa (grazie a circostanze storiche uniche e alla demografia), il Donbas ha dovuto condurre una lunga lotta di autodeterminazione. In questa lotta gli Stati Uniti importano la loro strategia siriana in Ucraina. Mercenari occidentali, agenti della CIA e dell’FBI, consiglieri militari e oltre 50 milioni di dollari sono stati inviati alla giunta per aiutarla a reprimere la ribellione orientale. Il fatto che le improvvisazioni apprese durante la destabilizzazione siriana siano ripetute in un altro teatro, conferma che gli Stati Uniti hanno sviluppato un nuovo approccio alla guerra.

Brzezinski capovolto e le insidie eurasiatiche
Le guerre segrete condotte dagli Stati Uniti in Siria e Ucraina sono parte integrante della più ampia strategia dei Balcani eurasiatici. Idealmente, la logica del mandante è diffondere la destabilizzazioni come un incendio in una foresta arida, fagocitando Iran (con la Siria e il flusso di mercenari in Iraq) e Russia (Ucraina). Questo pio desiderio è subito fallito quando la Siria e il popolo di Crimea e del Donbas hanno resistito. Per estensione, Iran e Russia coprono i loro interessi nelle rispettive sfere, comprendendo che il successo della politica estera degli Stati Uniti potrebbe costituire una minaccia esistenziale. Così, con la destabilizzazione relativamente contenuta, la strategia inversa di Brzezinski viene respinta. Gli Stati Uniti hanno cercato di capitalizzare il caos in Siria e Ucraina,  per creare “buchi neri” in cui risucchiare Iran e Russia. Scientificamente parlando, un buco nero è formato da una stella collassata, per far sì che tale metafora sia rapidamente trapiantata nella geopolitica, si guardi al caos balcanizzato formato da uno Stato fallito (o parti di essi). La Siria non è crollata, ma parti del Paese rimangono al di fuori del controllo del governo legittimo. L’Iraq si  avvicina allo status di Stato quasi fallito, i cui problemi possono rappresentare una pericolosa minaccia per l’Iran. Allo stesso modo, l’Ucraina è uno pseudo-Stato fallito, e gli eventi che genera  sono un pericolo significativo per la Russia. In entrambi i casi, accade che i buchi neri si formano in alcune parti della Siria, della maggior parte dell’Iraq e in Ucraina, la cui attrazione gravitazionale è la destabilizzazione e il caos che possono facilmente aspirare Iran e Russia. Dopo tutto, Iran e Russia hanno i legittimi interessi di sicurezza nazionale messi in pericolo dalle azioni degli USA  nelle vicinanze, e la tentazione potrebbe essere troppo grande per astenersi da un coinvolgimento. Ciò rende le situazioni in Siria/Iraq e Ucraina delle insidie eurasiatiche per intrappolare Iran e Russia. Russia e Iran sono obiettivi del Brzezinski capovolto, perché gli Stati Uniti hanno già importanti infrastrutture e influenza nelle loro vicinanze (NATO e basi nel Golfo). Ciò facilita la direzioni di tali grandi operazioni segrete. Una struttura simile non è ancora pronta nel Sudest asiatico, ma potrebbe presto apparire dopo il Pivot in Asia degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno infrastrutture e influenza in Asia nordorientale, ma il sud-est asiatico rappresenta il ventre molle di Pechino. In futuro gli Stati Uniti potranno utilizzare le lezioni di Siria/Iraq e Ucraina per costruire una trappola ancora più allettante contro la Cina, o forse riuscire a mettere Russia e Iran ‘fuori gioco’, e una sistemazione sarebbe possibile con la Cina, consolidandola in una posizione asservita. Allo stesso modo, se gli Stati Uniti avessero successo nella destabilizzazione su larga scala dell’Asia centrale, dopo il ritiro afgano, un mega-buco nero regionale potrebbe svilupparsi aspirando contemporaneamente Russia, Cina e Iran. Sarebbe il colpo di grazia della pianificazione eurasiatica statunitense e rappresenterebbe il raggiungimento dell’obiettivo strategico della Grande Scacchiera.

Riflessioni conclusive
Compiendo una svolta completa Brzezinski è tornato ai suoi principi fondamentali, attirare gli avversari degli USA in impegni strategici da cui non poter ritirarsi. La sua istigazione della guerra sovietico-afgana con i mujahidin addestrati e armati dalla CIA, prima dell’intervento sovietico, non deve mai essere dimenticata. Il concetto dei Balcani eurasiatici ha ampiamente oscurato tale capitolo del passato di Brzezinski, ma ciò non significa che non sia meno importante per la dottrina strategica statunitense contemporanea. Mentre il momento unipolare degli Stati Uniti si avvicina al crepuscolo, l’alba dell’era multipolare è dietro l’angolo. Ciò richiede un cambio fondamentale del precedente modello offensivo degli Stati Uniti in Eurasia, e quindi il rilancio della strategia del mandante. Per accentuare il fatto che tale strategia sia attualmente utilizzata dai vertici statunitensi, si deve andare oltre i casi di Siria e Ucraina. Questi due campi di battaglia sono i fronti dichiarati di tale strategia, essendo i test in tempo reale per perfezionare tale idea. Le recenti dichiarazioni dimostrano che l’obiettivo principale degli Stati Uniti è attirare Russia e Iran nei pantani eurasiatici di Ucraina e Siria/Iraq. Brzezinski stesso ha detto che gli USA devono armare direttamente Kiev, al fine di bloccare tutte le forze russe d”invasione’ che è convinto essere sul punto di attraversare il confine. Egualmente, gli Stati Uniti ora parlano di ‘collaborare’ con l’Iran per sconfiggere il SIIL filo-occidentale in Iraq. Il pensiero va ai raid aerei statunitensi che coprirebbero le offensive della Guardia Rivoluzionaria iraniana (in coordinamento con l’esercito iracheno), ma in realtà ciò permetterebbe agli Stati Uniti di scegliere quando e dove entrare in battaglia (da esterni), mentre le truppe iraniane ed irachene sarebbero usate come carne da cannone. L’offerta di cooperare non è altro che una finta per ingannare gli iraniani impigliandoli nella trappola irachena. Il “reset iraniano” è altrettanto falso del reset USA-Russia, un inganno per guadagnare tempo prezioso per montare il tradimento strategico. Mentre le insidie in Medio Oriente ed Europa orientale sono già dispiegate, la versione asiatica è ancora in sviluppo. Gli Stati Uniti devono prima completare il Pivot in Asia per completare la trappola alla Cina, tuttavia ciò non vuol dire che non siano già state testate diverse strategie. Ad esempio, la controversia vietnamita-cinese sul Mar Cinese Meridionale continua a tendersi, con accuse di aggressività da entrambi le parti. Gli Stati Uniti testano il terreno per usare i leader regionali quali partner eterodiretti, e finora sembra che il Vietnam sia in prima linea nelle riuscite manovre anticinesi. Tuttavia, poiché il Pivot in Asia è ancora in essere, può cambiare, ed è difficile prevedere esattamente quale sarà la trappola asiatica quando sarà infine dispiegata.
In conseguenza delle mutate circostanze internazionali, gli Stati Uniti hanno definitivamente abbandonato i grandi interventi militari a favore delle guerre segrete per procura con i paramilitari. La nomina di Frank Archibald a capo del National Clandestine Service (NCS) della CIA, nel 2013, è la prova dell’importanza delle operazioni paramilitari, del cambio di regime e delle rivoluzioni colorate nella strategia statunitense. Archibald partecipò alla guerra civile bosniaca e seguì la prima rivoluzione colorata in Serbia nel 2000. Quando un esperto in campagne paramilitari e rivoluzioni colorate, per inciso le prime riuscite nella storia, viene messo al vertice della NCS, allora qualsiasi movimento rivoluzionario colorato dovrebbe giustamente essere sospettato essere un’operazione della CIA, così come qualsiasi campagna paramilitare dannosa agli interessi russi, cinesi e iraniani. Mentre gli Stati Uniti riducono la dipendenza dal conflitto convenzionale, seguendo il consiglio di Sun Tzu di sconfiggere il nemico senza combattere direttamente, il nuovo approccio statunitense alla guerra è ancor più nefasto. Il padrino della guerra sovietico-afgana è tornato alle sue grandi radici strategiche, e la sua influente eredità ha portato alla creazione di due trappole eurasiatiche invitanti per Russia e Iran. Entrambi gli obiettivi prefissati furono attirati in conflitti sanguinosi quando l’Unione Sovietica finì in Afghanistan nel 1979, e siano “dannati se intervengono, dannati se non intervengono“. Quando si parla delle atrocità umanitarie e dei crimini di guerra in Ucraina, ciò è volutamente intrapreso al fine d’irritare la leadership russa e provocare una reazione militare emotiva. Mosca è ancora una volta nel mirino dello scaltro Brzezinski che l’aveva ingannata in passato, e l’Iran deve riflettere profondamente sulle conseguenze se ritornasse nel conflitto iracheno dopo lo stallo della guerra Iran-Iraq. Per concludere con il commento di Hillary Clinton in chiusura del suo libro di memorie, quando si tratta di Mosca e Teheran “il tempo per un’altra scelta difficile arriverà abbastanza presto“.

defense-largeAndrew Korybko è corrispondente politico della Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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