Obama il chimico tra l’Iraq e i ribelli siriani

Dedefensa, 27 aprile 2013

399773Il 25 aprile 2013, DEBKAfiles spargeva la discreta isteria bellica, che caratterizza il senso storico del sito, del cambiamento (“una notevole inversione“) della valutazione del segretario della Difesa Hagel sull’utilizzo o meno di armi chimiche da parte di Assad. Hagel, alla fine di un tour in Medio Oriente e dopo aver respinto le dichiarazioni, nei giorni precedenti, che ritenevano che Assad abbia usato armi chimiche, all’improvviso questo impiego ora diventava, secondo lui, abbastanza probabile. Allo stesso tempo, la notizia è stata annunciata dal presidente Obama al leader del Congresso… “Con una notevole inversione, il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha detto ad Abu Dhabi, il 25 aprile, che la comunità dell’intelligence degli USA crede che il governo siriano abbia usato armi chimiche contro il proprio popolo, determinando con “diversi gradi di fiducia” che le forze del presidente siriano Bashar al-Assad abbiano usato l’agente nervino sarin contro i civili e le forze che lottano per rimuovere Assad dal potere. La Casa Bianca informa il Congresso sulle armi chimiche ora utilizzare, ha detto Hagel, alcune ore dopo aver espresso riserve sulla valutazione del comandante dell’intelligence militare israeliana, brigadier-generale Itai Brun, che il regime di Assad abbia iniziato a ricorrere alla guerra chimica“. La cosa sarebbe importante perché l’anno scorso Obama ha annunciato che l’uso di armi chimiche da parte di Assad sarebbe stata la “linea rossa” da non superare, che sarebbe stato quasi un casus belli postmoderno, e che gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione l’intervento… Ma poi no, non è più sicuro: sono molto discreti a Washington su questa “famosa linea rossa” che non deve essere attraversata (luogo comune logoro utilizzato dai presidenti degli Stati Uniti che dettano al mondo) e ancor più discreti sul fatto che l’eventuale suddetto impiego (sempre meno presentato come assicurato) comporti automaticamente l’intervento.
Soffermiamoci su questo pasticcio chimico, fatto rivivere per l’ennesima volta, non senza aver già notato che, se c’è stato davvero un evento importante in Siria nelle ultime 72 ore, è piuttosto possibile, se non probabile, la risposta di un aereo iracheno contro i ribelli siriani in Siria. Lo vedremo quando ne parleremo più avanti in questo testo.
• In generale, la pomposa “allerta” di Washington sull’impiego(?) di armi chimiche in Siria ha incontrato molto scetticismo. (Cfr. John Glaser, Antiwar.com, 26 aprile 2013: “Questo sembra violare la “linea rossa” del presidente Obama, innescando certe azioni non specificate che si presumono di natura militare [...] Anche se non è chiaro se questo sia vero. Queste chiacchiere su una “linea rossa” sono una perdita di tempo“. O Stephan M. Walt, che il 26 aprile 2013, dice sulla politica estera: “Nessuno dovrebbe esser contento che le forze di Assad (forse) abbiano usato armi chimiche, ma non è ovvio, per me, perché la scelta di utilizzare tali armi è un’informazione decisiva a favore dei falchi interventisti.”)
• Quali sono le motivazioni dietro le argomentazioni di ognuno nella narrativa “Assad-ha-usato-le-armi-chimiche”? Da parte israeliana, presso i massimalisti di DEBKAfiles (26 aprile 2013), si tratta sempre di scatenare un meccanismo che coinvolga gli Stati Uniti in Siria, per farli scontrare con il problema iraniano, questa volta con la scusa delle armi di distruzione di massa (WMD). Per gli Stati Uniti, dove sembra certo che Obama non vuole un coinvolgimento diretto in Siria, appare che la drammatizzazione della “notizia” sia immediatamente soggetta a serie riserve, secondo informazioni del Congresso, ed è stata fatta per evitare l’offensiva dello stesso Congresso contro l’amministrazione, che verrebbe accusata di “morbidezza” dai report allarmistici che Israele potrebbe “far trapelare” ai parlamentari più militanti come Graham-McCain.
• Sul terreno in Siria, gli argomenti sull’uso di armi chimiche, spesso orchestrati dalla propaganda dei ribelli anti-Assad, ha ovviamente a che fare con la situazione sul terreno, che appunto sarebbe diventata più sempre più difficile per i ribelli. In particolare, abbiamo riportato due articoli che vanno in questo senso, da fonti molto distanti dall’attuale propaganda-sistema, ma per molti orientamenti, diversi. Tra questi la penna estremamente rispettata e rispettabile di Robert Fisk su The Independent del 26 aprile 2013: “Combattono per la Siria, non per Assad. Possono anche vincere. La morte insegue il regime siriano proprio come fa con i ribelli. Ma sulla prima linea della guerra, l’esercito del regime non è in vena di arrendersi, e sostiene che non ha bisogno di armi chimiche...” L’altra fonte citata è Tony Cartalucci, LandDestroyer del 25 aprile 2013:
“Le ultime due settimane hanno visto una serie di vittorie dell’esercito siriano in tutta la Siria.  Sembra che due intere compagnie di cosiddetti combattenti dell’”Esercito Libero siriano” siano state annientate presso Damasco, mentre le forze governative hanno ristabilito l’ordine dalle parti di Homs e lungo il precedentemente poroso confine siriano-libanese. Il tempo è scaduto per l’occidente, che sembra alla disperata ricerca di scuse per salvare la sua fallimentare guerra per procura. Così è necessaria un’azione militare, altrimenti ingiustificabile, dal solito pretesto “umanitario” inventato, come in Libia. In mancanza di ciò, come l’occidente ha già chiaramente fatto in Siria, una narrazione ancora più tenue viene resuscitata dalla sua meritata tomba. La CNN ha riferito, nel suo articolo, “Hagel: Prove che armi chimiche sono usate in Siria”, secondo cui...”
• Nel frattempo, il dibattito continua su un eventuale invio di un team di “esperti” delle Nazioni Unite per indagare sul presunto uso di armi chimiche. RussiaToday, 27 aprile 2013, ci spiega molto bene le incredibili manovre dello strumentato del blocco BAO, l’ONU, dopo non aver risposto alle richieste di Assad, ha cercato d’inviare una squadra sostanzialmente anti-Assad, escludendo esperti cinesi e russi per “pregiudizio“. L’inviato russo presso l’ONU, Vitalij Churkin, ha condannato “questo tipo di logica“, dicendo che in questo caso consiglierei “l’esclusione anche di quelli della NATO“. Il portavoce del ministero degli Esteri russo ha detto: “L’amministrazione del Segretariato delle Nazioni Unite ha chiesto che Damasco accetti la creazione di un meccanismo permanente di controllo su tutto il territorio siriano con accesso illimitato dappertutto. Lo schema delle ispezioni proposto è simile a quello utilizzato alla fine dello scorso secolo in Iraq, che a differenza della Siria, era sottoposto alla sanzioni delle Nazioni Unite.” In ogni caso, la Siria (che non è sottoposta ad alcuna sanzione ONU e quindi non ha alcun obbligo nei confronti dell’organizzazione), per il momento non permette l’accesso al suo territorio di una tale squadra.
Su questo caso, dedichiamoci ad alcuni dettagli tralasciati dalla relazione, che sono ciò che gli assegnano del fascino. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon è al suo secondo mandato, che svolge sulla base di condizioni interne fortemente contestate (vedi il rapporto OIOS, del dipartimento responsabile per la revisione contabile del segretariato generale del 14 luglio 2010, dal tono spietatamente critico). Il presidente della Commissione europea Barroso, anche lui al secondo  mandato, aveva recentemente fatto scivolare una parola nell’orecchio di Obama, suggerendo l’idea che avrebbe perfettamente soddisfatto Obama, se lui stesso, Barroso, succedesse a Ban. (Ban scade nel 2016, Barroso nel 2015, la visione è di lungo termine, come in tutti i grandi statisti). Il caso potrebbe essere interessante (e rassicurante per noi, dato il calibro di Barroso), nessuno dubita dell’immediata dipartita di Ban Ki-moon, data la sua scarsa leadership, del tutto incoerente anche per gli Stati Uniti che l’hanno installato lì, in qualità di loro ragazzo-immagine vassallo. Poi, improvvisamente, a sorpresa Barroso deve rimpacchettare le sue virtuose ambizioni apprendendo, dai corridoi congiunti dell’ONU e della Commissione, che Ban si sarebbe battuto con fierezza per avere infine un altro mandato. Quindi sembra del tutto inadeguato, se non offensivo, interrogarsi sul comportamento delle Nazioni Unite che, in modo scandaloso, favoriscono il partito del blocco BAO, tra cui gli Stati Uniti, in questo caso controllando l’impiego di sostanze chimici con un team delle Nazioni Unite. Sarebbe assurdo credere che la presunta operazione, così bassa, possa essere stata immaginata da uno stratega come Ban per avviare la ricostruzione di una base di supporto futura, soprattutto con il sostegno degli Stati Uniti… Non pensateci neanche per un secondo! Andiamo avanti.
• In realtà, la cosa più importante, se confermata, simbolicamente importante per la comunicazione sulla “guerra siriana”, forse dalle possibili conseguenze geopolitiche, proviene da un campo completamente diverso. Si tratta dell’incursione di quello che sarebbe stato un aereo iracheno nello spazio aereo siriano, per attaccare i ribelli siriani. Lo dice l’ELS (l’esercito libero siriano, come viene detto comunemente). Antiwar.com riassume questo caso il 27 aprile 2013. “I ribelli locali dicono che un aereo da guerra ha lanciato un attacco, è stato visto volare dal confine iracheno, anche se ci sono differenze di opinione sul fatto che si trattasse di un aereo iracheno o semplicemente di un MiG siriano che abbia usato lo spazio aereo iracheno durante il bombardamento. L’Iraq ha fatto un punto pubblico tentare di rimanere neutrale nella guerra civile in corso presso il vicino, ma con alcuni ribelli apertamente collegati ai militanti iracheni e alla crescente lotta settaria nel’Iraq stesso; potrebbero esserci delle pressioni su Maliki affinché appoggia Assad più apertamente. “Detto questo, mentre la diffusione delle violenze viene subita da diversi vicini dei siriani, questa sarebbe la prima volta che un confinante interviene militarmente direttamente in Siria, dal momento che anche la Turchia, che tuttora ospita i ribelli, si è rifiutata finora di attraversare le frontiere...” Questa possibile intrusione in Iraq è effettivamente possibile ed anche simbolica; ma un simbolo di quale peso! Da molti mesi sappiamo che gli eventi che lacerano l’Iraq vanno nella stessa direzione di quelli in Siria, quindi con lo stesso atteggiamento dell’Iran nei confronti dei due Paesi, in modo che si possa parlare di un asse de facto Damasco-Baghdad-Teheran. Il simbolo apparirebbe nel momento successivo all’impegno iracheno contro i corrispettivi iracheni dei ribelli jihadisti in Siria, tutti della stessa famiglia, a conferma del ruolo attivo dell’Iraq come relè per il trasferimento di armi e forze iraniane in Siria e, infine, la recente riaffermazione, discreta ma altamente significativa, dei grandi accordi sugli armamenti tra l’Iraq e la Russia (vedi 12 ottobre 2012). Il contratto era stato sospeso per alcuni mesi a causa di pressioni da parte degli Stati Uniti, e da assai gravi questioni di corruzione da parte russa.
Un simbolo non ha veramente bisogno di conferma “operativa” se corrisponde a una situazione, e di cui effettivamente ne provoca la percezione. In questo caso, ricorda la posizione dell’Iraq che amplia così il potenziale della “Guerra siriana”, spostandone il centro di gravità verso sud-est, nel cuore del Medio Oriente, a spese dell’apertura verso un occidente in crisi, corrispondente al blocco BAO e alla sua dialettica umanitario-democratica e ai suoi relè (Giordania e Israele). (I Paesi del Golfo non hanno alcuna reale posizione geografica o strategica nella mappatura simbolica, perché non hanno identità reali, sono completamente asserviti al loro stravagante rapporto con i petrodollari ancor più che al loro rapporto con il blocco BAO). Questo potenziale spostamento del centro di gravità della crisi ha una identità religiosa (asse Baghdad-Damasco-Teheran come asse sciita, in ogni caso anti-sunnita) solo per facilità di classificazione e perché la classificazione religiosa risponde perfettamente alle fantasie del blocco BAO. In realtà, questo asse ha come scopo   acquisire sostanza sbarazzandosi della classificazione religiosa e ponendosi come blocco anti-imperialista e anti-BAO, particolarmente surreale nel caso dell’Iraq, nella sua recente prospettiva storica, ma dopotutto un surrealismo che bilancia e quindi elimina il surrealismo iniziale che ha portato all’invasione dell’Iraq da parte degli USA. E’ in relazione a tali riclassificazioni, che Paesi come l’Egitto e la Turchia (se esce dalle fantasie di Erdogan) dovrebbero rientrare. Tale contesto è molto più interessante, naturalmente, delle armi chimiche che ricadono principalmente, anch’esse, nelle fantasie occidentali sui pericoli della sfrenata fabbricazione di armi di distruzione di massa in tutte le direzioni e in tutti i modi (comprese le pentole a pressione dei fratelli Tsarnaev che, si deduce, sono classificate “armi di distruzione di massa” dato che il fratello superstite è imputato del reato di averle usate). Il caso delle armi chimiche siriane è, in definitiva, solo la trasposizione in ambito nazionale del turbinio della crisi nel blocco BAO, le cui élite sono psicologicamente terrorizzate dalla frenetica narrazione su terrorismo e ADM, nuovo transfert della nostra confusione concettuale e della nostra impotenza a casa altrui. L’indiscussa “abilità” di BHO, che da mesi interpreta l’improbabile virtuoso, con la “minaccia siriana” volta a ingannare il Congresso di cui teme di essere prigioniero, dimostrando che egli è, difatti, un prigioniero, concentrando tutti i suoi sforzi su questo tema, mentre questa abilità è oggetto della grande stanchezza dei commentatori. Mentre i funzionari russi non si nascondono più di non capire nulla della politica degli Stati Uniti, o di cosa gli Stati Uniti vogliano davvero, ammettendo infine che gli stessi leader degli Stati Uniti ignorano sia l’uno che l’altro. Questo non significa che non si rischia nulla da questo lato, e vorremmo anche dire “altrimenti”… Con una politica estera ridotta a un tale stato di stupore, di falsi pretesti e di simulacri, tutto può davvero accadere, anche il peggio, come dice il proverbio. Sarebbe ironico, dopo tutto, oltre che essere stupido e tragico allo stesso tempo, che un aereo statunitense e un aereo iracheno s’affrontino fatalmente sui due campi contrapposti, nel cielo siriano…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina è in grado di trasformare l’Africa: Dambisa Moyo

Sons of Malcolm 3 marzo 2013

Dambisa_Moyo2L’economista dello Zambia Dambisa Moyo è un’aperta critica degli aiuti internazionali, sostenendo da anni che la mano straniera soffoca lo sviluppo dell’Africa, perpetuando la corruzione e ostacolando la crescita del continente. Autrice di bestseller del Times New York, Moyo si è affermata al livello internazionale con il suo libro del 2009 “Aiuti mortali: Perché gli aiuti non aiutano e qual’è la via migliore per l’Africa.” Da allora ha scritto altri due libri, sul declino dell’occidente e gli effetti della corsa alle materie prime della Cina. In una nuova intervista con Robyn Curnow del  CNN, Moyo spiega perché è ottimista sul futuro dell’Africa. Guarda all’impatto positivo che la Cina può avere sul continente, e in dettaglio, ai fattori chiave che alimentano la crescita economica dell’Africa.

CNN: Il dibattito sugli aiuti è così diverso da prima…
Dambisa Moyo: Sono successe tante cose negli ultimi cinque anni, in Africa, Sud America e in Asia, dove nessuno parla più di aiuti. Gli stessi responsabili politici l’abbandonano e si dedicano ai debiti sul mercato. Il mio Paese, lo Zambia, ha un debito fantastico, 750 milioni dollari in 10 anni, lo scorso settembre. La discussione riguarda molto più la creazione di posti di lavoro e gli investimenti, una storia fantastica, ovviamente in parte legata al fatto che i donatori tradizionali hanno problemi finanziari, fiscali, per i loro bilanci. Semplicemente non hanno più tanto capitale liquido a disposizione come in passato.

CNN: La storia dei cinesi che si sono immischiati, ha cambiato il quadro?
DM: Sì, assolutamente, ma in un modo strano, è esattamente quello che ci serve in termini di significative crescita economica e riduzione della povertà. Abbiamo bisogno di posti di lavoro,  investimenti, commercio, investimenti esteri diretti, sia dal mercato interno, ma anche dall’estero. Non è una pillola magica, ma tutti sanno che questa è la formula e, infine, i cinesi dimostrano ancora una volta, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, quell’elisir, quel mix di opportunità da trasformare in realtà in questi Paesi. Ricordate, il 70% delle popolazioni di questi luoghi ha un’età inferiore ai 24 anni. Non c’è scampo: dobbiamo creare posti di lavoro.

CNN: Molte persone sono critiche verso il “neo-colonialismo” cinese, ma lei sostiene che non è vero.
DM: Beh, non lo è, perché la Cina ha così tanti problemi economici. Sapete, ha una popolazione di 1,3 miliardi di persone, con 300 milioni di persone che vivono a livello occidentale. Così hanno un miliardo di persone da far uscire dalla povertà. L’idea che spenderebbero tempo a cercare di colonizzare altri luoghi è soltanto, francamente, assurda. Non sto dicendo che la Cina dovrebbe disporre di un tappeto rosso, di carta bianca, in Africa o addirittura in qualsiasi parte del mondo, per fare quello che vuole. Abbiamo bisogno di partecipazione, di creare posti di lavoro e di scambi effettivi in questi luoghi. Ma penso che ciò che sia veramente essenziale è concentrarsi su ciò che la Cina può fare per l’Africa, così come ciò che l’Africa può fare per la Cina. E penso che la discussione non sia più obiettiva di come dovrebbe essere. In ultima analisi, la responsabilità di come la Cina si impegna in Africa è davvero compito dei governi africani. Non saremmo preoccupati per i rischi di neo-colonialismo, o abuso ambientale e questioni del lavoro, se ci fidassimo del fatto che i governi africani facciano la cosa giusta.

CNN: Come vedete le tendenze dei prossimi decenni?
DM: Sono un’eterna ottimista. Probabilmente sono la persona sbagliata a cui chiedere, perché credo che il quadro strutturale e fondamentale d’Africa, in questo momento, sia pronto da soli pochi decenni. Se si guarda all’economia attraverso la lente del capitale, fondamentalmente di denaro, di lavoro, fondamentalmente quanti l’hanno e quali competenze hanno, e della produttività, ovvero dell’efficienza nell’uso di capitale e lavoro, la tendenza è chiaramente a favore dell’Africa. Abbiamo un andamento fiscale molto solido. Il debito e PIL in Africa, oggi a livello sovrano, non sono neanche lontanamente simili agli oneri che vediamo in Europa e negli Stati Uniti. L’andamento del lavoro è molto positivo, il 60-70% degli africani ha meno di 25 anni. Quindi, una popolazione giovane su cui si ha bisogno di far leva dinamicamente, sicuramente abbiamo bisogno di investire in competenze e istruzione per assicurarsi il meglio da questa popolazione giovane. E poi, in termini di produttività, questo continente è un grande ricettacolo di tecnologie e di tutto ciò che può aiutarci a diventare più efficienti. Pertanto, questi tre fattori chiave: capitale, lavoro e produttività, contribuiscono a stimolare la crescita economica. Ora avremo una navigazione tranquilla? Certo che no, ci sarà volatilità, ma credo che gli investitori reali in Africa saranno in grado di delimitare rischio e incertezza.

CNN: E si tratta anche di risorse di un Paese, giusto?
DM: Questa è una domanda geniale, perché in realtà la risposta è no. Penso che si tratti soltanto degli elementi strutturali che ho menzionato: capitale, lavoro, produttività. Perché dico questo? Diamo uno sguardo al mercato azionario africano. Ci sono circa 20 borse in Africa e circa 1.000 titoli commerciali, l’85% di essi non sono merci. Parliamo di banche, assicurazioni, vendita al dettaglio, beni di consumo, aziende di logistica, di telecomunicazioni, questi sono i titoli sul mercato azionario africano.

CNN: Sente della responsabilità nel rappresentare una storia africana di successo?
DM: Beh, suppongo che, io, senta la responsabilità di dire la verità. Questo è un grande continente. In questo continente sono andata alla scuola elementare, secondaria, all’università, ho lavorato in questo continente e penso che sia un pessimo servizio che, per qualsiasi motivo, le persone abbiano usurpato un’Africa immaginaria assolutamente sbagliata. Si concentrano su guerre, malattie,  corruzione e povertà. Ma l’Africa non è tutto questo e penso che sia davvero essenziale, se dobbiamo svoltare, avere bisogno di prenderci questa responsabilità, come governi, come cittadini, non solo africani, ma del mondo, dicendo “che in realtà, questo non è vero”. Ci sono più poveri in India che in Africa, più poveri in Cina che in Africa, ma in qualche modo c’è uno stigma decennale  associato al continente africano, del tutto ingiustificato, e che trovo discutibile.

Africa e America Latina: costruire l’unità e la solidarietà contro l’intervento occidentale
Abayomi Azikiwe, Global Research, 4 marzo 2013

540783Il 20-23 febbraio si è tenuto a Malabo, Guinea Equatoriale, il terzo vertice Africa-Sud America (ASA). L’evento segue altri due vertici avutisi in Nigeria nel 2006, e in Venezuela nel 2009. Questo evento ha visto la partecipazione di 63 governi di entrambi i continenti, tra cui 20 capi di Stato  africani e cinque latinoamericani. Il vertice aveva per tema: “Strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” Il vertice ha adottato la Dichiarazione di Malabo contenente una serie di risoluzioni volte a rafforzare la cooperazione tra i due continenti. Le deliberazioni hanno anche portato alla creazione di un comitato presidenziale che avrà il ruolo di organo decisionale tra i vertici triennali.
Il ministro degli Esteri della Repubblica dello Zimbabwe Simbarashe Mumbengegwi, membro della delegazione guidata dal Presidente Robert Mugabe, ha descritto il vertice come un grande successo. Dopo il ritorno da Malabo, all’aeroporto internazionale di Harare ha informato i giornalisti sugli sviluppi nel corso del vertice. Mumbengegwi ha detto “Come sapete il tema del vertice riguardava la cooperazione Sud-Sud. Il vertice ha discusso di strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” (Zimbabwe Sunday Mail, 24 febbraio). Ha continuato notando che “un segretariato permanente con sede in Venezuela, è stato approvato per il coordinamento quotidiano dell’attuazione della nostra collaborazione.” Circa 30 progetti comuni sono stati proposti in materia di istruzione, informazione, commercio e telecomunicazioni, tra altri settori. Secondo Mumbengegwi, “Finora l’America latina ha espresso interesse in 16 progetti. Tuttavia, l’implementazione non è stata avviata per mancanza di un quadro di attuazione.” Il funzionario dello Zimbabwe ha riconosciuto che questi progetti incarnano la possibilità di trarre enormi benefici economici, per entrambe le regioni. Il Brasile coopera con gli Stati africani in vari settori, tra cui l’agricoltura come strumento di rilancio della crescita economica.

Il presidente venezuelano rilascia una dichiarazione per il Vertice
Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chavez aveva inviato una lettera aperta al vertice ASA esortando entrambe le regioni ad unirsi per diventare un “vero polo di potere”. La lettera è stata letta dal ministro degli Esteri Elias Jaua a tutte le delegazioni, durante l’incontro. Chavez ha chiesto “un legame autentico e permanente nella cooperazione” tra l’Africa e il Sud America. “… possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalistaI nostri continenti, dove vi sono sufficienti risorse naturali, politiche e storiche... possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalista]“, ha detto. (Venezuelan Analysis, 22 febbraio)
Il leader venezuelano, ora sotto cure mediche, ha sottolineato che “in nessun modo si devono negare le nostre relazioni sovrane con le potenze occidentali, ma dobbiamo ricordare che non sono la soluzione completa e definitiva dei problemi dei nostri Paesi”. Chavez ha detto che per l’Africa e l’America Latina è essenziale sviluppare un ordine “multipolare” mondiale, al fine di fornire un’alternativa a livello internazionale al dominio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Chavez ha chiesto un’escalation nella cooperazione in materia di energia, istruzione, agricoltura, finanza e  comunicazioni. Per facilitare questi obiettivi, Chavez ha suggerito lo sviluppo di una Università dei Popoli del Sud, una società petrolifera per collegare le risorse petrolifere dei due continenti e la creazione di una Banca del Sud. Il commercio tra l’Africa e l’America Latina è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, dai 7,2 miliardi nel 2002 ai 39,4 miliardi di dollari US nel 2011. Con la creazione di un segretariato per coordinare meglio queste tendenze, si potrebbe avere una maggiore e più veloce cooperazione.
Il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino ha discusso delle difficoltà nel rafforzare la cooperazione tra l’Africa e l’America latina. Ha detto che “non ci conosciamo bene, non abbiamo esperienza nel lavoro comune… ci sono tante cose che possiamo offrire l’un l’altro, e non solo in termini commerciali.” (Venezuelan Analysis, 22 febbraio) Patino ha detto che la difficoltà nella collaborazione è dovuta al retaggio del colonialismo europeo. Sebbene l’Africa e l’America Latina condividano la storia comune della forte presenza di popolazioni africane scaturita dalla tratta atlantica degli schiavi e del dominio economico e politico dell’imperialismo e del neo-colonialismo, il processo di decolonizzazione ha, in molti modi, ostacolato l’unità tra gli Stati in via di sviluppo.
Chavez nel suo discorso ha osservato che l’intervento militare dell’imperialismo ha ostacolato la cooperazione tra le regioni. Dal 2009, nell’ultimo Vertice ASA, dove il leader libico colonnello Muammar Gheddafi era presente come l’allora presidente dell’Unione africana, gli Stati Uniti hanno intensificato le proprie politiche di destabilizzazione nei confronti dell’Africa e dell’America latina. Il leader venezuelano ha affermato che “Non è per fortuna o per caso… [che] dopo il Vertice di Margarita (Venezuela), il continente africano sia stato vittima di interventi e attacchi multipli delle potenze occidentali.” Perciò, ha proseguito, il Venezuela “respinge totalmente l’interventismo NATO” in Africa e in altre parti del mondo.

L’Africa invoca l’unità Sud-Sud
Il viceprimo ministro della Repubblica di Namibia Marco Hausiku, alla guida di una delegazione di 13 funzionari, al vertice ASA ha sottolineato che “i popoli dell’America Latina e dell’Africa  condividono la comune storia di lotte per la libertà e l’autodeterminazione. Dobbiamo parlare con una sola voce promuovendo gli interessi comuni dei nostri popoli“. (Informante.web.na, 27 febbraio)
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il dottor Nkosazana Dlamini-Zuma, in una dichiarazione ha detto che “gli africani non possono ignorare il patrimonio comune condiviso dalle nostre due regioni, forgiati da legami storici, nonché da circostanze di cui non  sempre siamo stati al timone. In effetti, non abbiamo altra scelta che prenderci le responsabilità dei nostri rispettivi destini con un approccio collettivo, come ci viene dettato dal nostro passato e dal presente, nonché dalla necessità di combattere con successo per un futuro brillante.” (African Executive, 1 marzo)
Il vertice ASA ha emesso un comunicato d’impegno verso il popolo palestinese. L’incontro ha riconosciuto che la questione palestinese è una delle sfide principali per la pace internazionale e la sicurezza nel mondo moderno. Per quanto riguarda la Siria, il vertice ha condannato le violenze in corso nel Paese e consigliato il dialogo a tutte le parti coinvolte.

La presidente brasiliana visita la Nigeria
Nel periodo immediatamente successivo al vertice ASA, la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha visitato lo Stato dell’Africa occidentale della Nigeria. Questi due Stati hanno le più grandi popolazioni dei continenti di Africa e America Latina. Dopo un vertice a porte chiuse, il presidente della Repubblica Federale della Nigeria Jonathan Goodluck e la Presidente Rousseff hanno emesso un comunicato congiunto affermando che la riforma delle Nazioni Unite è uno sviluppo positivo. I due leader hanno preso atto degli sforzi compiuti dalla Nigeria per divenire membro non permanente del Consiglio di Sicurezza per il 2014-1015. Entrambi i leader hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) su agricoltura e sicurezza alimentare, petrolio, energia, bio-carburante, commercio e investimenti, estrazione mineraria, l’istruzione, aviazione, infrastrutture,  finanza e cultura. Jonathan ha riferito che una commissione bi-nazionale sarà creata per l’attuazione del protocollo d’intesa.
I capi di Stato hanno preso atto della crescente collaborazione in ambito economico. Il protocollo d’intesa sarà utilizzato come “leva economica dal nostro popolo, migliorando la situazione dei giovani disoccupati e delle donne, facendo in modo che nigeriani e brasiliani siano persone felici.” Il protocollo d’intesa continua affermando che “I nostri scambi sono effettivamente cresciuti  significativamente dal 2009 al 2012, anni segnati dalla crisi. I nostri scambi commerciali sono cresciuti e per il 2012 si arriva a 9 miliardi di dollari US.”

Abayomi Azikiwe, caporedattore di Pan-African News Wire

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Note sull’RQ-170 e le vertigini nebbiose sull’Iran

Dedefensa 9.12.2011

Così, sembra che gli iraniani abbiano mostrato al mondo il RQ-170 in condizioni superbe, la prova della qualità della macchina, mentre era parcheggiata in un hangar, lontano dalla ricognizione  elettronica di un altro RQ-170 che volasse nel cielo iraniano (la CIA ne ha un numero). Il DVD ormai famoso può essere trovato, per rintracciare la fonte, su PressTV.com dell’8 dicembre 2011:
«L’Iran ha pubblicato il video del più avanzato drone da ricognizione statunitense, abbattuto dall’esercito iraniano nella parte orientale della Repubblica islamico all’inizio di questa settimana».
Il filmato ha immediatamente innescato una valanga di commenti, valutazioni e ipotesi. Il sospetto si confonde con lo scetticismo, il catastrofismo con le suggestioni dei cambiamenti enormi che questo evento potrebbe causare nei piani del blocco BAO, e naturalmente, negli Stati Uniti in particolare.

L’RQ-170 dell’Iran è un “falso autentico“?
Uno degli assi originali(?) dei commenti era: Questo è un RQ-170 “falso”. In questo caso, tanto di cappello agli iraniani per sapere cosi rapidamente realizzare un “falso” di così buona fattura, oppure, un’altra ipotesi, ciò dimostrerebbe che loro stessi hanno un proprio pseudo RQ-170, vero o falso, chi lo sa… È particolarmente la Danger Room, l’8 Dicembre 2011, che sviluppa questa tesi. Ci sono vari argomenti che vengono sviluppati, tra cui il famigerato tradimento degli iraniani (in contrasto con il comportamento leale del blocco BAO), sempre pronti a ingannare il blocco BAO.
«Avvertenze. Quando si tratta di notizie dall’Iran – in particolare in materia di imprese militari – le false e sciocche storie ufficiali devono essere prese con una sana dose di scetticismo quale ingrediente necessario».
AOL.Defense.com dell’8 dicembre 2011 va nella stessa direzione. Il sito, tuttavia, ha i suoi esperti, e parlano anche della pittura stessa per mostrare l’inganno iraniano.
«Il nostro esperto è, beh, molto esperto. Ecco cosa ha detto in una e-mail dopo che gli ho inviato il link al filmato iraniano. “Sembra un falso”, ha scritto. “Non sembra un velivolo che ha perso il controllo. Colore è anche sbagliato, e non mostrano il carrello di atterraggio o la parte inferiore del velivolo … e le saldature sulle giunture delle ali sono difficilmente furtive…” Al fine di evitare i radar, le saldature sugli aerei stealth deve essere molto vicino alla superficie della struttura ed estremamente lisce».

L’RQ-170 è “autenticamente reale“?
Oltre a questo, o piuttosto il contrario, per molti altri commentatori si tratta, infatti del vero RQ-170. Intervistato dalla CNN, Bill Sweetman di Aviation Week & Space Technology, ha detto che gli sembrava che questo sia il vero RQ-170. La stessa CNN ha rilasciato un breve messaggio del suo giornalista Chris Lawrence, il 9 dicembre 2011, per noi in Europa, dove ha fornito un primo risultato della sua indagine – dal momento che è su Tweeter, è necessariamente  conciso – su questo nuova polemica nella polemica: “Ufficiale degli Stati Uniti dice @clawrencecnn “Non vi è ragione di ritenere il drone del video iraniano  falso“.
Tutti hanno un esperto e un “ufficiale”, così sappiamo anche che la CIA sta studiando attentamente il video iraniano. Per il colmo della villania, il video mostra che gli iraniani hanno avvolto la parte inferiore dell’unità (carrello di atterraggio) con una strana bandiera statunitense, necessariamente smisurata, allungata per la sua lunghezza. Così si perdono dettagli preziosi.
Va notato tuttavia che il prestigioso esperto Loren B. Thompson che aveva annunciato che gli iraniani, con questa “preda”, avevano in mano un mucchio di rottami senza valore, non mette in discussione l’autenticità della cosa mostrata dal video iraniano (su Forbes, l’8 dicembre 2011).
«Tuttavia, la televisione iraniana ha oggi trasmesso le prime immagini di quello che dice di essere il drone abbattuto, e l’aereo sembra essere quasi del tutto intatto. In effetti, uno dei funzionari militari nel film si vede far scivolare una parte delicata, dentro e fuori dai suoi slot sulla cellula, indicando praticamente l’assenza di alcun danno. A prima vista, sembra che gli iraniani siano davvero in possesso del drone, e saranno in grado di esaminarlo attentamente per capire come la comunità dell’intelligence USA ha spiato la loro nazione. Se è così, questo è un colpo significativo per la comunità dell’intelligence statunitense, cosa che porterà sicuramente ad un’indagine prolungata in cui un tale sensibile sistema di raccolta di intelligence sia letteralmente caduto nelle mani dell’Iran…»
(Seguendo un numero di argomenti per mostrarci che questo “terribile colpo” inflitto al segreti degli Stati Uniti, non è granché, per motivi numerosi quanto le argomentazioni.)

Il caso del raid per distruggere l’RQ-170
Oltre a questa controversia nella controversia, un’altra polemica nella polemica, che riguarda la reazione dell’amministrazione Obama. In una parola, l’amministrazione Obama prevedeva di lanciare un raid delle forze speciali “con l’aiuto di agenti statunitensi infiltrati nelle forze iraniane” (che è una ammissione inedita), o un attacco aereo per distruggere il RQ-170 catturato, abbandonando infine l’idea dicendo che questa azione sarebbe considerata “un atto di guerra”, con possibili conseguenze incalcolabili. Il Wall Street Journal aveva riferito della questione il 4 dicembre. Il New York Times l’ha confermato, il 7 dicembre 2011: «Due funzionari hanno detto che gli Stati Uniti hanno brevemente considerato di recuperare il drone abbattuto, o di distruggerlo, come per primo è stato riportato dal Wall Street Journal, ma l’operazione è stata ritenuta troppo rischiosa» – ciò, prima di dare ulteriori dettagli.
Questi sono i dettagli di particolare interesse per DEBKAFiles.com dell’8 dicembre 2011. Il sito israeliano riferisce le informazioni del New York Times e, in particolare, ne espone stati, secondo esso, le conclusioni tratte dagli israeliani che avrebbero “seguito intensamente” le deliberazioni statunitensi sulla questione. DEBKAFiles.com ritiene che questa decisione dell’amministrazione Obama abbia rafforzato il partito dei duri in Israele, e convinto i leader israeliani che non dovrebbero contare sugli Stati Uniti per attaccare l’Iran.
«Le discussioni interne all’amministrazione Obama su come gestire la perdita dell’importante drone da ricognizione sono intensamente seguite a Gerusalemme. Le decisioni adottate contro l’avvio di una missione per recuperare o distruggere il top-secret Sentinel, sono percepite in Israele come sintomatico della più ampia decisione di annullare la guerra occulta che gli USA stanno conducendo da alcuni mesi contro il programma per la bomba nucleare dell’Iran – almeno fino a quando i danni causati dall’incidente del  RQ-170 saranno pienamente valutati. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha detto questo: “Tutto quello che è successo riguardo il RQ-170 dimostra che quando si tratta di Iran e del suo programma nucleare, l’amministrazione Obama e Israele hanno obiettivi diversi. Su questo problema, ogni paese ha bisogno di andare per la sua strada.”»

L’RQ-170 e i piani per attaccare l’Iran
Ma l’aspetto più interessante nell’articolo di DEBKAfiles, sono le affermazioni sul carico operativa dell’RQ-170, una compilation del possibile piano di attacco attraverso gli obiettivi che sono stati identificati nelle informazioni a disposizione del drone.
«Alti diplomatici e di sicurezza israeliani che seguono la discussione a Washington, hanno concluso che, non agendo, l’amministrazione ha lasciato all’Iran non solo i segreti dei rivestimento furtivi del Sentinel, i suoi sensori e telecamere, ma anche i dati memorizzati nel computer di bordo sugli obiettivi segnalati per l’attacco degli Stati Uniti e/o d’Israele. Le fonti militari dicono che questa conoscenza costringe Stati Uniti e Israele a rivedere i loro piani di attacco per interrompere il programma nucleare iraniano…»
…Quindi, secondo la stessa analisi, la vera “catastrofe” di questa avventura (oltre alla necessità di rivedere i piani di attacco), che ha rivelato una enorme debolezza del sistema, quale sarebbe il fallimento dell’autodistruzione in caso di perdita di controllo. In questo caso di presenza di queste informazioni, è necessaria la revisione completa di questi sistemi a bordo dei droni statunitensi; “in questo caso”, si direbbe con un certo scetticismo, se il caso è confermato; ma la stessa ipotesi rimane un’incertezza e la burocrazia dell’intelligence del blocco BAO potrebbe basarsi sull’incertezza, anche se estremamente esigua? Il mondo del sistema tecnologico, nel grado di affermazione e di eccesso in cui si trova, non può essere soddisfatto che della perfezione in tale campo. Si tratta allora, per esempio, dell’ossessione per la perfezione, che è comprensibilmente una ricerca senza fine, dove l’ossessione trionfa sempre sulla perfezione…
Contro la tesi di DEBKAfile, ci sono quelli, come mostrato dalla Danger Room, che minimizzano questo aspetto delle informazioni trasportate dall’RQ-170, affermando che la “crittografia” delle informazioni che aveva, è assolutamente inviolabile per gli iraniani. Oppure … In questo argomento, si opporrà lo stesso argomento dell’”ossessione per la perfezione [...] dove l’ossessione trionfa sempre sulla perfezione…” Si deve essere perfettamente sicuri (che gli iraniani non possano decifrarli) ebbene, quindi, nulla è certo.

L’ossessione per la perfezione, o l’ossessione contro la perfezione
Il caro Loren B., nell’articolo citato, “ride bene” al pensiero degli innumerevoli esperti nella burocrazia dell’intelligence che si fanno una “bella risata” dopo aver letto tutte queste congetture e le ipotesi del sistema di comunicazione (esperti ‘indipendenti’, giornalisti, propagandisti, ecc), incluso i propri, in realtà – mentre tutte queste brave persone sanno poco dei vasti segreti di questa stessa burocrazia. Quindi, non ci sarebbe, in ultima analisi, nulla da temere…
«Gli operativi dell’intelligence statunitense devono essersela spassata alla grande vedendo la della copertura mediatica di questa settimana, riguardante il supposto abbattimento dall’Iran di un drone da ricognizione statunitense top-secret. Il governo ha rivelato alcuni dettagli sul velivolo senza pilota RQ-170 Sentinel, ad esempio la quantità di cui ne possiede o che tipo di missioni il di sistema è in grado di eseguire. Dal momento che i giornalisti non sono titolari di una qualsiasi delle autorizzazioni di sicurezza pertinenti, la loro copertura è necessariamente congetturale».
… Beh, non condividiamo la sana gioia di Loren B., sempre in virtù della famosa equazione che abbiamo proposto tra “perfezione” e “ossessione”. Il sistema del tecnologismo, nella sua  maestosa superpotenza, può infatti, come abbiamo detto, andare sul sicuro non lasciando spazio ad alcuna ipotesi, a caso, probabilità, anche estremamente limitata, anche infinitamente minima. Il sistema del tecnologismo abbraccia il mondo, quindi, può essere soddisfatto solo dalla perfezione nel suo campo, che deve  controllare in modo assoluto, la ricerca della perfezione è necessariamente una ricerca senza fine, perché non c’è un riferimento assoluto che assicuri la perfezione, e la ricerca della perfezione diventa ossessione, cioè una patologia della psicologia, che implica confusione, ansia e così via, sviluppandosi in misura inversa al progresso nella riduzione del dubbio implicito che questa ricerca della perfezione richiesta dal sistema del tecnologismo… Più si crede di avvicinarsi alla perfezione nella sua ricerca, che comporta la certezza del compimento perfetto della superpotenza del sistema del tecnologismo, più questa ricerca alimenta la paura del dubbio che non possiamo eliminare completamente, alla fine, il più piccolo granello di sabbia che, in ultima analisi, vi farà dubitare di questa stessa perfezione, esattamente quando la ragione vi dice che l’avete raggiunta… Dio Dubita di Dio, per così dire.
Certo, la nebbia iraniana, non rende le cose più facili.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornalismo come arma nella guerra di Libia

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 29 Giugno 2011

La verità è stata capovolta in Libia. La NATO e il governo libico stanno dicendo cose contraddittorie. La NATO afferma che il regime libico cadrà nel giro di pochi giorni, mentre il governo libico afferma che i combattimenti a Misurata si concluderanno in circa due settimane.
Durante la notte il rumore dei jet della NATO che sorvolano Tripoli può essere ascoltato nelle città costiere del Mediterraneo. Tripoli non è stata bombardata da alcuni giorni, ma i i sorvoli sono stati numerosi. L’Alleanza Atlantica sceglie deliberatamente la notte come mezzo per disturbare il sonno dei residenti, nel tentativo di diffondere la paura. I bambini piccoli in Libia hanno perso parecchio sonno durante questa guerra. Questa è parte della guerra psicologica. Ha lo scopo di spezzare lo spirito della Libia. Tutto ciò si aggiunge alle gravi ferite inflitte alla Libia, con falsità e sedizione.
Nello stesso contesto, la guerra mediatica contro la Libia è continuata. L’Hotel Rixos nella capitale libica di Tripoli, dove si trova la maggior parte della stampa internazionale, è un nido di menzogne e di deformazione, in cui i giornalisti stranieri distorcono la realtà, mistificano i fatti e pubblicano articoli inesatti per giustificare la guerra della NATO contro la Libia. Ogni relazione e dispaccio di agenzia viene inviato dalla Libia, dai reporter internazionali, deve essere attentamente controllo incrociato e analizzato. I giornalisti stranieri hanno messo parole in bocca ai libici e sono volontariamente ciechi. Hanno ignorato i civili morti in Libia, i crimini di guerra perpetrati chiaramente contro il popolo libico, ed i danni alle infrastrutture civili, dagli hotel agli ospedali e alle banchine.
Un gruppo di giovani libici ha spiegato, in una conversazione privata, che quando si parla con i giornalisti dovrebbero intervistare a due a due. Uno porrebbe la domanda seguito immediatamente dall’altro. Nel processo, la risposta alla prima domanda, verrebbe utilizzata come risposta per la seconda.  Negli ospedali libici i report esteri cercano di non riprendere le immagini dei feriti e dei moribondi. Vanno negli ospedali solo per dipingersi un’immagine di imparzialità, ma praticamente non rapportano sui nulla e ignorano quasi tutto ciò che faccia notizia. Si rifiutano di raccontare l’altro lato della storia.  Sfacciatamente di fronte a civili gravemente feriti, il tipo di domande che molti giornalisti stranieri pongono a medici, infermieri e personale ospedaliero è se hanno curato personale militare e della sicurezza negli ospedali.
La CNN ha anche pubblicato un rapporto da Misurata di Sara Sidner, che mostra la sodomizzazione di una donna con un manico di scopa, che è stato compiuto dai militari libici (che attribuisce alle truppe di Gheddafi, come strumento di demonizzazione). In realtà il video è stato un caso nazionale e da prima del conflitto. In origine si è svolto a Tripoli e l’uomo ha anche un accento di Tripoli. Questo è il tipo di invenzioni che i media mainstream portano avanti per sostenere la guerra e l’intervento militare.
Ora ci sono indagini in corso per dimostrare che l’uranio impoverito è stato usato contro libici. L’uso di uranio impoverito è un crimine di guerra assoluto.  Non è solo un attacco al presente, ma lascia anche una traccia radioattiva che attacca i bambini non ancora nati di domani. Le generazioni future saranno ferite da queste armi. Queste future generazioni sono innocenti. L’uso di uranio impoverito è come se gli Stati Uniti avessero lasciato delle armi nucleari in Germania o in Giappone, durante la seconda guerra mondiale, e lasciando che i timer le facessero esplodere nel 2011. Questo è un tema importante e degno di nota in Libia, e tutti i giornalisti stranieri ne hanno sentito parlare, ma quanti ne hanno effettivamente parlato?
La Ionis, una nave di Bengasi che è attraccato a Tripoli il 26 giugno 2011, trasportava oltre 100 persone che volevano lasciare Bengasi e ricongiungersi con le loro famiglie a Tripoli. I reporter stranieri erano lì in massa, giunti da tutto il mondo. CNN, RT e Reuters erano tra loro. Tra i giornalisti stranieri c’erano molti che non avevano alcun indizio circa la situazione in Libia, e stavano lavorando sulla base della disinformazione sostenuta dai loro rispettivi network e paesi. Ad una discussione informale, quando questi giornalisti sono sfidati sulla base delle loro valutazioni, non riuscono a rispondere e sembrano ridicoli. Un giornalista occidentale ha detto che le defezioni governative a Tripoli sono una valanga, ma quando viene sfidato da un collega a spiegare, ha potuto solo citare la cosiddetta defezione di un atleta libico.
L’arrivo della nave passeggeri è stato significativa, perché è un sintomo che la partizione politica della Libia è in corso. Quando le famiglie e gli individui sono trasportati in diverse parti della Libia, c’è l’indicazione che una sorta di linea di demarcazione sarà tracciata in modo temporaneo o permanente.
La Chiesa cattolica romana in Libia è stato distrutta e ferita. La posizione di padre Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, è in contraddizione con quella degli Stati Uniti e della NATO. Il contatto con le chiese cattolica e le comunità a Bengasi e dintorni è stato perso. Mons. Martinelli ha anche perso dei cari amici nella guerra, che non avevano niente a che fare con qualsiasi sorta di combattimento o ostilità. Quali giornalisti e agenzie di stampa stranieri ha parlato di ciò?
I giornalisti hanno la responsabilità di dire la verità e segnalare tutte le notizie. Alcuni lo fanno, ma le loro storie o sono modificate o non vengono mai pubblicate o trasmesse. Altri non dicono nulla e invece inventano storie. E’ ora responsabilità del pubblico leggere i report che escono dalla Libia da tutti le parti cum grano salis. La diversità delle notizie è solo un inizio.

Mahdi Darius Nazemroaya è un ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG). Attualmente è in Libia come osservatore internazionale e membro di un gruppo internazionale di giornalisti e scrittori provenienti da Europa, Nord America e il Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Che cosa succede (veramente) in Libia?

Frédéric Delorca Geostrategie 25 Aprile 2011

Ho appena incontrato ieri de gli amici polacchi che erano di ritorno da Tripoli, dove hanno trascorso alcuni giorni in qualità di osservatori. Ecco in riassunto alcuni dei loro commenti, che sono ovviamente molto incompleto, ma danno una eco diversa a ciò che sentiamo spesso, e che si deve tener in conto assieme alle altre. E’ ‘materia grezza’ senza alcuna opinione personale da parte mia. Per cercare di capire la giungla della informazioni contrastanti che ci cadono addosso:
- Questi amici soggiornavano in un hotel vicino al mare, e quindi  dormivano molto male, perché proprio li affianco c’erano le batterie antiaeree che sparavano ad ogni passaggio degli aerei della coalizione umanitaria, ma loro non scendevano nei rifugi, perché nessuno a Tripoli, pensa di entrare nei rifugi. Sarebbe un vero peccato! La gente pensa ai fatti suoi senza prestare attenzione ai bombardamenti, inch’Allah
- La vita è normale a Tripoli, come se il paese non fosse in guerra. La guerra al centro di Tripoli si vede alla TV, nel cielo… e quando si va negli ospedali.
- Il regime organizza manifestazioni a sostegno di Gheddafi (per gli stranieri) che appaiono molto manipolati. Tuttavia, basta camminare per le strade della città o nei villaggi circostanti, per vedere le persone che, in un modo o in un altro, riflettono spontaneamente il loro sostegno al regime contro l’intervento straniero. L’impressione generale è che si scende nella scala della ricchezza, più è forte il supporto, più in alto si va, l’entusiasmo per il regime è meno schiacciante. I funzionari da parte loro riconoscono che se il popolo della Libia occidentale è in gran parte pro-Gheddafi, le tribù d’Oriente, dove era situata la ex famiglia reale, sono almeno in parte contrari al regime, e lo sono sempre stati in parte. Essi tendono a presentarsi come “libici moderni ed istruiti” contro “libici arcaici e ignoranti“. “L’Islam dinamico” contro “l’Islam conservatore“. “Il nazionalismo arabo contro tribalismo“, “la rivoluzione contro la reazione“. Ma possiamo supporre che si tratta di “qualcosa un po’ più complicato di così”….
- Detto questo, ci sono in realtà “tre Libie”: a ovest che combatte soprattutto per Gheddafi, l’est per lo più ribelle. e i rifugiati in Egitto dalla Libia orientale, che si trovano in campi di cui nessuno parla, che sono fuggiti dalla violenza e dalla repressione degli anti-Gheddafi e che sono pro-Gheddafi. E che contano su Gheddafi per “ritornare” un giorno da est, con il sostegno della rivoluzione egiziana, per marciare su Bengasi. Perché, secondo i filo-Gheddafi, l’opinione pubblica egiziano è i modo schiacciante contro i ribelli, e in particolare contro la NATO, e  sosterrà presto alle elezioni libere il campo “anti-imperialista“. Dicono che già gli egiziani e le tribù sul lato egiziano del confine, li aiutano a ripristinare le reti e i gruppi armati filo-Gheddafi nella parte orientale della Libia, in particolare nel sud-est del deserto di Ajdabiya.
- I filo-Gheddafi spiegano il loro riavvicinamento con gli Stati Uniti dopo il 1991, con la preoccupazione, in un mondo ormai dominato dagli Stati Uniti, di preservare i ‘benefici economici e sociali’ del regime interno, rinunciando a essere presenti sulla scena internazionale e anche in quella araba… ma sembra che ciò abbia permesso l’emergere di una borghesia libica realmente filo-liberale e filo-occidentale, anche all’interno del regime di Gheddafi, che è la vera fonte del conflitto attuale e della ribellione in associazione con i monarchici a Londra.
- A Misurata, la vita è normale dicono, ad eccezione della zona del porto che è nelle mani dei ribelli, ma questo riguarda solo poche strade. La città è in gran parte controllata da Gheddafi e le amministrazioni funzionano normalmente. La TV del governo libico manda in loop “immagini di Misurata” che passano sulla CNN… e che si sono rivelate essere immagini dei bombardamenti … di Fallujah, in Iraq. Ciò può essere facilmente individuata guardando le targhe delle auto… bruciate.
- Gheddafi non ha inviato il “suo” denaro (in divise occidentali) all’estero, come i principi del Golfo, per cui è ancora in Libia che si garantiscono ai libici che vivono nelle aree governative da almeno due anni (in caso di blocco prolungato), i pagamenti delle prestazioni sociali (sanità, disoccupazione, assegni familiari, i salari, ecc …) riconosciuti dal regime alla popolazione … Nelle aree controllate dai ribelli, i pagamenti si sono fermati e il decadimento  sociale, sanitario e urbano è iniziato… Gheddafi conta sulla stanchezza della popolazione in questa zona per ritornare. Conta sullo sviluppo di una “opposizione alla opposizione” in Oriente. Alcuni già programmano di iniziare a erogare  le prestazioni sociali in queste zone… a patto della fedeltà politica.
- Il filo-Gheddafi ricevono armi e munizioni attraverso vari paesi africani che gli aiutano, compensando l’impatto degli aiuti occidentali ai ribelli. E gli africani hanno molta paura che il movimento di armi in zone poco controllate, nelle mani dei gruppi ribelli armati e mafiosi si generalizza in tutti i paesi del Sahel. Di qui il loro sostegno a Gheddafi, che ha un vero e proprio esercito. Algeria condivise all’apparenza questo approccio, ma è il Ciad che è il più attivo.
-I filo-Gheddafi sospettano che gli occidentali vogliano che la Libia sia per sempre divisa in due parti, con una lunga guerra, cosa da cui trarrebbero vantaggio affliggendo durevolmente il mondo arabo. Per evitare questo, hanno ripetutamente offerto di negoziare un governo di unità nazionale con i ribelli. E contano sulle crepe che appariranno nella NATO, per sostenere queste iniziative. …Giocando in particolare in materia di concorrenza tra le grandi compagnie petrolifere, in particolare in Italia e in Germania.
- I filo-Gheddafi, ma più in generale la popolazione, non capiscono perché la Francia sia caduta così in basso con questo “pazzo” e “guitto teatrale” di Sarkozy… Il tema della “follia” dei dirigenti Occidentali sembra continuare a tornare a Tripoli… Facendo eco alla “pazzia” di Gheddafi presentata dai nostri media.
- Gheddafi continua ad esportare secondo i contratti sul gas e petrolio firmati in Italia, anche se non pagati dagli italiani, perché si basa sul fatto che nel medio termine, l’Italia tornerà a una posizione pro-Gheddafi nel quadro della rivalità franco-italiana per i contratti in Libia, e quando capirà che “il regime di Gheddafi non cadrà“… A quanto pare, Ashton avrebbe detto: “In un anno saremo costretti a iniziare i negoziati con Gheddafi, poiché non è caduto e non cadrà.”
- I negoziati sono attualmente impossibili a causa delle divisioni all’interno di entrambi i campi. Le divisioni tra occidentali, ma anche tra i libici. Tra i ribelli, vi è un conflitto latente tra ex-Gheddafisti, che hanno rappresentato la “lobby” filo-occidentale nel governo della Libia, cosa che i funzionari filo-Gheddafi riconoscono, e i diversi gruppi cosiddetti islamisti che non sono d’accordo tra di loro altrove (Iran, Arabia Saudita, salafiti, AQIM, “CIAlqaida” ricavi dall’Iraq, ecc…) e i monarchici legati alla Gran Bretagna. … Ma anche nel in campo filo-Gheddafi ci sono divisioni. Seif el Islam dirige la frazione disposta a negoziare, al compromesso con l’Occidente e i ribelli, e a un governo di unità nazionale con Gheddafi ritiratosi a una posizione di mero “consigliere” onorario, e la fazione dura del regime, che vuole agire su tutti i possibili fronti, interni ed esterni, tra cui i passando alla guerriglieri per riconquistare le tribù dell’est … Questa fazione è appoggiata da Aisha Gheddafi, figlia della ‘Guida’.
- L’esercito di Gheddafi non ha più una forza aerea, ma molti carri armati. Ma per i combattimenti urbani, i kalashnikov e i mortai sono sufficienti, e per trasportarli tra le città, li si imbarca sui pick-up.
- I medici libici sono estremamente preoccupati per le conseguenze dei bombardamenti con uranio impoverito per il futuro della salute pubblica della popolazione. La vera bomba a tempo della NATO contro il popolo libico, per tutti gli orientamenti politici, come in Iraq, dove i tassi di mortalità infantile e i difetti alla nascita tra i sunniti come gli sciiti, curdi e cristiani, hanno già raggiunto vette ignote in un paese “normale“. Secondo loro, è lì che si realizza il vero e proprio genocidio dei popoli arabi, in differita, ed inevitabile. E’ la stessa a Gaza (e in Kosovo, Serbia, Bosnia).
- I combattimenti non sono molto duri in effetti, da un lato come nell’altro, sono libici, e nessuna delle due parti ha voglia di sparare per uccidere l’altro, sono spesso della stessa famiglia o compagni di scuola o di liceo, il che spiega il va e vieni delle linee, e il fatto che pochissimi soldati sono stati uccisi da entrambe le parti. Si fa un sacco di rumore e si uccide poco. I militari filo-Gheddafi, loro stessi lo riconoscono, non hanno molta voglia di uccidere gli avversari, che fanno lo stesso. … Tuttavia, vogliono sparare agli interventisti occidentali e pensano che i combattenti se,pliic del lato opposto, volterebbero le loro armi contro gli occidentali se sbarcassero le loro truppe nel paese… il che spiega perché i militari USA non vogliono un intervento che non sia aereo… cosa che inoltre, garantirebbe una lunga guerra, senza alcun vincitore.
- I consiglieri militari stranieri, soprattutto russi, ucraini e bielorussi, che lavoravano per l’esercito libico, ancora operano. Sono (ben) pagati dai libici. Uno stipendio molto più alto di quello che ricevono nell’esercito del loro paese. L’esercito non ha bisogno di “mercenari stranieri”, ma ha bisogno di questi consiglieri.
- I filo-Gheddafi preparano una campagna mediatica sui “massicci omicidi razzisti e di stranieri neri, ma anche libici (le popolazioni Toubou del sud della Libia) che si sono verificati nella regione di Bengasi” e sul trattamento nelle prigioni nelle mani dei ribelli.
- Società e cantieri sono chiusi a causa della partenza della manodopera straniera. Anche molti negozi sono chiusi. A lungo andare, questo minaccia il futuro del paese.
- Molti Libici parlano francese e si rivolgono spontaneamente agli stranieri per strada in francese (raramente in inglese!). Le persone parlano spontaneamente con gli stranieri e soprattutto vogliono capire il perché, come dicono, di “così tanto odio in Occidente contro il popolo libico“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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