La “guerra mediatica” della Russia contro gli Stati Uniti

Dedefensa 10 dicembre 2012

155952Abbiamo già notato come la Russia sia una priorità nella “nuova aggressione” del Sistema (principalmente Stati Uniti), vale a dire, l’attacco mediatico totale, sia per quanto riguarda i diritti umani, sia mettendo in discussione la legittimità del regime politico, denunciandone l’isolamento ostile dalla “comunità internazionale”, e una miriade di altre aree di attacco di questo genere, riguardanti soprattutto l’aggressione ai principi di sovranità e legittimità, per ottenerne la dissoluzione. (Si veda, per esempio, sulla questione dell’”aggressione morbida” contro la Russia, 14 marzo 2012, 9 aprile  2012, 12 luglio 2012).
I russi hanno deciso di rispondere all’ondata di attacchi stranieri, principalmente dagli Stati Uniti, dell’inizio dell’anno, tra le elezioni generali del dicembre 2011 e le elezioni presidenziali del marzo 2012. La risposta si è inizialmente concentrata contro le organizzazioni ufficiali degli Stati Uniti, ed è culminata con l’espulsione dell’USAID dalla Russia, effettiva dal 1.mo ottobre (si veda l’articolo di Fjodor Lukjanov, 12 ottobre 2012, RussiaToday).
Lo stesso Lukjanov osservava il 7 novembre 2012, su Novosti: “…Mosca ha deciso di sbarazzarsi definitivamente del lascito degli anni ’90. Dal 1.mo ottobre, l’attività dell’USAID (US Agency for International Development) è stata sospesa, mentre l’accordo è stato firmato precisamente nel 1992. La Russia ha anche chiuso il programma Nunn-Lugar, in base al quale Washington finanziò il disarmo nucleare russo, il riciclaggio dei missili obsoleti e la distruzione delle armi chimiche. Entrambi gli eventi seguono la stessa logica: il momento in cui la Russia ha dovuto accettare un accordo, era in una posizione debole, e la tolleranza all’intervento esterno nei suoi affari interni è finita. Risolveremo i nostri problemi da soli e, quanto a voi, dovreste considerare la Russia di oggi su un piano di parità. Ma gli Stati Uniti non hanno quasi nessuna tradizione di partnership paritaria. Tranne, forse, un accordo molto specifico durante la guerra fredda, quando la parità nucleare non significava cooperazione, ma impedire i conflitti e garantire l’equilibrio. Per il resto, gli Stati Uniti impostano tutte le relazioni in base al principio del “dominante-dominato.” Secondo, il partner deve seguire lo schema del sistema sociopolitico o, almeno, riconoscerlo ed accettarlo solo per contribuire alla sua attuazione, appena possibile. La Russia moderna non intende rispettare né la prima né la seconda condizione.
C’è stato ancora, questo autunno, l’episodio del Consiglio d’Europa (CE) per, naturalmente, aiutare le Pussy Riot (come resistere a cotanta causa?), volendo dare una lezione alla Russia. Lukjanov, ancora una volta, ha riferito (11 ottobre 2012, Novosti) della reazione della Russia ai “consigli” decisivi e senza risposta, al vertice della CE: “La reazione del portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov, alle raccomandazioni ufficiali della APCE è stata assai inusuale: “Queste formulazioni e questi appelli sono inopportuni e, naturalmente, irricevibili.” “…ovviamente, non ci baderemo”, questo è il nuovo approccio alla Russia. Calmo e sprezzante. In precedenza, confutando le critiche, la Russia ha sempre sottolineato la sua disponibilità a collaborare con il Consiglio d’Europa per trovare formulazioni accettabili e costruire una soluzione diplomatica. Oggi, la Russia suggerisce che non intende più fare sforzi…”
Queste reazioni russe sono molto forti. Fonti europee ci dicono che l’atteggiamento descritto è “isterico”, gli statunitensi hanno saputo che gli europei non hanno affrontato (inavvertitamente più che per ragione, ci rassicurano) la questione dei diritti umani, in un recente incontro con i russi. “Dagli eventi di quest’anno, e in particolare, dall’espulsione di USAID, gli statunitensi si sono totalmente scatenati su questi temi umanitari. E’ chiaro che hanno subito una terribile sconfitta con la reazione russa, in una zona che ritengono di importanza strategica“.
• Alla fine della scorsa settimana, un nuovo capitolo si è aperto nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Senato degli Stati Uniti, come al solito quando si tratta di giudicare su questioni inerenti la sovranità altrui, ha votato in tutta maestà la legge Magnitskij, decidendo di negare l’accesso agli Stati Uniti e il sequestro di tutti i beni di qualsiasi “funzionario russo” coinvolto nella morte del magnate russo, o su qualsiasi questione riguardante i diritti dell’uomo. La Duma sta prendendo in considerazione una risposta sotto forma di legislazione restrittiva, reciproca e antagonista, nei confronti di cittadini statunitensi coinvolti in violazioni dei diritti umani. A RussiaToday del 7 dicembre 2012, il Presidente della Commissione Affari Esteri della Duma di Stato Aleksej Pushkov ha detto che vi un’opzione tra una scelta opzionale “soft” (un emendamento ad una legge esistente) e una “dura”, e che la sua commissione propende per la seconda, cosa che costituirebbe, a parere dell’intervistato, “un atto legislativo senza precedenti nella storia della Federazione russa“. (Si noti che in questo testo sono i parlamentari e funzionari russi a giudicare, secondo il loro giudizio e unilateralmente, le violazioni dei diritti umani “universali” ed altri, da parte dei cittadini statunitensi incriminati.)
Una risposta molto più dura, e il Comitato per gli Affari internazionali della Duma propende verso quest’ultima, dice Pushkov, potrebbe essere l’introduzione di una nuova e apposita legge secondo cui tutti gli statunitensi sospettati di violare i diritti non solo dei cittadini russi all’estero, ma anche quelli “ampiamente accettati dei diritti umani universali”, verrebbero sanzionati dalla Russia. Per esempio, potrebbe essere il caso degli impiegati di Guantanamo, che oggi svolgessero le loro attività o volessero visitare la Russia per un qualsiasi motivo“, ha detto Pushkov. “In questo caso, a simili individui non sarà consentito entrare. Si potrebbe trattare anche di persone coinvolte nella morte di civili innocenti, durante le operazioni della NATO in Iraq e Afghanistan“, ha continuato Pushkov. “Potrebbe anche riguardare coloro che sono coinvolti nella tortura e tortura segreta, praticata in tutta Europa. Potrebbe essere evocata anche contro individui sospettati di sequestro di persona all’estero. Ci  potrebbe essere un elenco piuttosto ampio di individui che, secondo Mosca, hanno violato i diritti umani universali”, ha concluso. “Un elenco di cittadini statunitensi non graditi, a cui non è permesso l’ingresso in Russia, attualmente esiste già. Comprende l’ex direttore di Guantanamo, che ora lavora per un’azienda privata che gestisce un progetto in Russia. La sua ultima richiesta di visto è stata respinta. L’intera dirigenza commerciale degli Stati Uniti, che ha interessi in Russia, potrebbe essere sottoposta a tali controlli”, ha detto Pushkov.
C’è quindi un atteggiamento molto diverso da quello precedente tra USA e Russia, e di quello solito della diplomazia russa, un atteggiamento che va oltre il semplice scontro sulla legge Magnitskij. E’ nello spirito della legge, attraverso il coinvolgimento dei loro cittadini, accusare gli Stati Uniti di comportamenti illeciti e continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, venendo giudicati da una parte esterna (la Russia) arrogandosi il diritto di giudicare gli affari degli Stati Uniti. Si tratta niente di meno dell’orrore assoluto per l’immagine e l’idea di se stessi che hanno i leader degli Stati Uniti: i cittadini della terra del libero accesso interdetti e puniti in un paese straniero, per violazione del diritto internazionale e dei diritti umanitari determinata da questi “stranieri”. (Pushkov: “Il fatto è che Washington ha creato questo mito della protezione dei diritti umani, ma se si considera ciò che è stato fatto dagli Stati Uniti, quali rappresentanti di tutto il Mondo, allora è chiaro che non resisteranno a una qualsiasi critica. Ad esempio, non hanno detto una sola parola di solidarietà verso i civili, donne e bambini, uccisi nell’ultimo conflitto a Gaza, i funzionari statunitensi non hanno detto nulla [...] Questo tipo di iniezione sul tema dei diritti umani, merita una risposta da parte nostra.” Pushkov conclude. “Perché dovremmo negarci il diritto di condannare le uccisioni di civili nelle guerre, degli Stati occupati illegalmente nonostante le decisioni e le regole dell’ONU o degli attacchi dei droni?”)
• Vi è un altro punto, ma di un campo diverso ma aderente allo stesso tema generale qui esplorato: la guerra mediatica o “aggressione morbida” contro la Russia, in una situazione di “guerra morbida” di cui la Russia parla chiaramente. Si tratta di considerare uno sviluppo meno aggressivo ma, a nostro avviso, altrettanto significativo, nel campo mediatico e più specificamente delle informazioni. RussiaToday ha pubblicato in rapida successione due interviste con ex funzionari degli Stati Uniti. Il 7 dicembre 2012, quella del colonnello dell’esercito degli Stati Uniti (in pensione) Lawrence Wilkinson, che era capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell dal 2001 al 2005. E il 9 dicembre 2012 quella dell’ex diplomatico Charles W. (“Chas”) Freeman Jr., che si era trovato nel marzo 2009 al centro di una polemica, quando venne attaccato con estrema violenza e ferocia dalla lobby sionista, dopo la sua nomina a capo del coordinamento di intelligence degli Stati Uniti, portandolo al suo ritiro volontario causato da queste pressioni.
Ciò che è notevole di questi due casi, è che si tratta di alti funzionari pensionati, anche se certamente “dissidenti” e quindi estremamente critici verso i Washingtoniani, ma che mantengono i loro riferimenti, compresa la “riserva del dovere.” Il fatto è che questi due uomini hanno accettato delle interviste sostanziali (Freeman soprattutto) e molto critiche verso la politica e le istituzioni del loro paese, affrontando i temi più caldi, egualmente critici verso la politica degli USA, per RT in condizioni politiche tese, ed in un contesto mediatico teso tra la Russia e gli Stati Uniti; tutto ciò compone un evento mediatico, e quindi politico, assai significativo.
Indicando che i media russi, tra cui RT, sono sempre più accreditati e non più considerati dei media off limits per i funzionari pubblici degli Stati Uniti, di solito molto esigenti su questo tema dell’”obbligo di riservatezza” verso i media stranieri, in particolare della Russia. Il tutto è, a nostro avviso, una vittoria mediatica indiscutibile della Russia, e che verrà apprezzata poco a poco, questa volta su un terreno più aggressivo che nei casi precedenti, nella misura in cui si tratta di penetrare nei circoli molto chiusi della dirigenza washingtoniana. Questa è un’indicazione che la Russia sta guadagnandosi uno status rispettabile, da questo punto di vista, secondo le norme mediatiche degli Stati Uniti, facendo in modo che la Russia venga percepita avente il diritto di partecipare alla battaglia interna in corso a Washington… (L’indicazione, inoltre, che questa “battaglia interna” si sia radicalizzata é data dalla violazione dei tabù del patriottismo ufficiale, aprendo la porta ad interventi favoriti dagli stessi attori washingtoniani ai media non-statunitensi, in particolare ancora, i media russi.)
Questi punti illustrano e suggeriscono l’evoluzione che la Russia sperimenta nella padronanza di un campo dove era sempre cronicamente svantaggiata. Il periodo sovietico l’aveva rinchiusa nello stereotipo della propaganda frustra e grossolana di tipo comunista, screditandone a lungo la comunicazione e avallando l’immagine di un paese soggetto ad abitudini incontrollabili, di tipo totalitario, senza alcuna sofisticazione secondo le concezioni occidentali. Il periodo di Eltsin (anni ’90, come ripete Lukjanov) immerse la Russia in una posizione di sottomissione, soprattutto nel grande campo dei media. Dopo alcuni anni di sperimentazione abbastanza difficile nel prendere in mano la propria situazione, sembra che i russi abbiano trovato tutte le ragioni e tutta l’energia per reagire agli attacchi dell’inverno 2011-2012, e con un’efficacia reale. Lo stesso episodio delle Pussy Riot ha propulso questa energia, mentre l’”attacco morbido” del blocco BAO perde sempre più dinamicità nel contesto del crollo del Sistema, che oggi è la sua attività principale.
L’”aggressione morbida” contro la Russia si è trasformata in una “guerra morbida”, dove la grande novità è la posizione sempre più assertiva, efficiente, professionale e qualificata dei russi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il corridoio Nord-Sud: Le prospettive del commercio multilaterale in Eurasia

Dr Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR 14 marzo 2012
 
Mentre le attuali politiche internazionali ruotano intorno alle aspre questioni di Siria e Iran, gli sviluppi in altre parti del mondo sono abbastanza interessanti, soprattutto dal punto di vista della geopolitica dell’Eurasia, in cui l’India e la Russia hanno un’importante partecipazione.
Il collegamento dell’India con la Russia attraverso l’Iran e l’Asia centrale non fornirà beneficio solo ai paesi coinvolti nel progetto del  corridoio nord-sud, ma faciliterà anche il commercio nella regione euroasiatica, aprendo vasti mercati e riducendo i costi di trasporto e viaggio. Alla fine di questo mese, i paesi coinvolti nel progetto si incontreranno a New Delhi per deliberare ulteriormente e dare una forma concreta a questo progetto.
Discussa da India, Russia e Iran a San Pietroburgo nel 2000, l’idea del corridoio ha subito molti alti e bassi. Le dinamiche in rapida evoluzione della regione eurasiatica, la volatilità nello spazio post-sovietico, e anche la crisi in Afghanistan e l’impasse con l’Iran, hanno ridefinito i contorni del progetto. Quindi, nonostante un lasso di dodici preziosi anni, il progetto sembra ancora in potenza.

Il corridoio di trasporto Nord-Sud
Il corridoio di trasporto Nord-Sud è un termine usato per descrivere le rotte via nave, ferrovia, strada per il traffico di merci dall’Asia del Sud all’Europa attraverso l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Il percorso riguarda principalmente la movimentazione delle merci via nave, dall’India all’Iran. Dall’Iran, il trasporto merci avviene via nave attraverso il Mar Caspio, o via camion o treno nella Russia meridionale. Da lì, le merci vengono trasportate su gomma o su rotaia, lungo il fiume Volga, da Mosca al Nord Europa. Nel 2001, Russia, Iran e India hanno firmato un accordo per sviluppare ulteriormente il percorso.
Ma sembra che l’India abbia fatto un passo importante nel disporre la riunione dei paesi tra cui Iran, Russia e paesi dell’Asia centrale, così come la Bulgaria, nel gennaio di quest’anno, per sostenere l’idea di questo progetto e la sua attuazione. Attualmente il progetto comprende paesi come Azerbaijan, Armenia, Kazhakstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Ucraina, Bielorussia e Oman, oltre ai paesi sopra menzionati. L’attivo dinamismo dell’India nel vedere l’attuazione di questo progetto, può essere accostato alla sua crescente influenza nella politica internazionale, e alla sua crescente buona disposizione verso la Russia. Uno dei principali partner in questo progetto, l’Iran, è stato coinvolto nelle tensioni politiche con Israele e gli Stati Uniti, ma ciò non sembra scoraggiare l’India e i partner interessati, fra cui la Russia e l’Asia centrale, nel portare avanti il progetto.
L’attivo interesse dell’India nel portare avanti il progetto trae origine da considerazioni diverse. Le merci indiane verso la Russia e l’Asia centrale devono viaggiare attraverso il percorso tortuoso del Canale di Suez. Come un articolo del quotidiano Times of India del 13 marzo 2012 dettaglia: “Il progetto prevede una rete multimodale di trasporto che collega i porti sulla costa occidentale dell’India a Bandar Abbas in Iran, poi via terra fino al porto sul Mar Caspio di Bandar Anzali; quindi attraverso Rasht e Astara sul confine con l’Azerbaigian al Kazakistan, e poi verso la Russia, e attraverso il Mediterraneo, per raggiungere i porti ucraini di Odessa e Kiev, e poi quindi verso Russia e Asia Centrale. “Questo percorso non è completo in quanto richiede una tratta ferroviaria di circa 200km dall’Iran al Mar Caspio. Questa rete può essere ulteriormente ampliata verso l’Europa e il Sud-Est Asiatico. La nuova rotta ridurrà i costi di trasporto e i tempi di viaggio in misura significativa. Mentre il percorso del Canale di Suez dura circa 45-60 giorni, il percorso attraverso l’Iran richiederà circa 25-30 giorni. La buona equazione India-Russia-Iran probabilmente contribuirà a realizzare questo progetto nel tempo previsto.
Un’altra ragione per cui l’India è interessata a perseguire questa strada iraniana, è la rivalità dell’India con il Pakistan e le turbolenze in Afghanistan. Perciò, l’India è cauta nell’esplorare le opzioni del percorso Iran-Pakistan-India. Come suggeriscono dei rapporti, l’India è anche interessata a sviluppare i progetti in Iran, poiché in questo modo è possibile bypassare le sanzioni contro l’Iran, investendo nei progetti in Iran, invece di pagarne l’importazione di petrolio.
Le implicazioni più grandi del corridoio Nord-Sud è che vi sono anche altri rami, quali il percorso che collega il Turkmenistan e l’Azerbaigian o la strada che collega l’Afghanistan e l’Uzbekistan, ed entrambe possono essere collegate a questo corridoio, e ciò avrà un significato assai più ampio per la regione. Esso contribuirà ad aprire i vasti mercati di India, Russia e Asia Centrale, e in altre parti dell’Asia e dell’Europa. In questo contesto, l’idea dell’Unione Eurasiatica assume un significato notevole. L’Unione doganale già esistente tra  Russia, Ucraina e Bielorussia può essere ulteriormente ampliata e collegata ad altri paesi dell’Eurasia, al fine di creare una maggiore entità economica che potrà utilizzare vantaggiosamente il corridoio di trasporto.
Vladimir Putin, prima delle elezioni presidenziali di questo mese, ha già rivelato la sua visione dell’Unione Eurasiatica, che nel suo ombrello probabilmente abbraccerà i paesi dello spazio post-sovietico, nel quadro di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La regione ricca di energia dalla vasta geografia e con ampie risorse energetiche, inoltre giocherà probabilmente un ruolo cruciale nel nascente nuovo grande gioco nello spazio eurasiatico post-sovietico. Dimenticate le implicazioni politiche, la dimensione economica di questo progetto sarà sufficiente ad alterare i contorni della politica internazionale esistente, indicando lo spostamento e la proliferazione della base del potere globale.
Oltre all’idea dell’Unione Eurasiatica, un’altra dimensione fondamentale nel contesto della connettività nello spazio eurasiatico è l’avanzata della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Molti dei paesi coinvolti in questo progetto sono associati alla SCO, sia come membri che come osservatori. La Cina ha già esteso la sua influenza alle regioni dell’Asia Centrale. Mentre la Russia è già una potenza regionale da tenere in considerazione, l’ingresso importante dell’India probabilmente allaccerà i tre paesi: India, Russia e Cina – nel rafforzare ulteriormente gli scambi reciproci e le relazioni commerciali, con grandi conseguenze per la regione. La mutua collaborazione tra questi tre paesi allargherà ulteriormente il discorso sul multilateralismo, con il rafforzamento delle strutture Russia-India-Cina (RIC) e Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa (BRICS).
I leader dell’Asia centrale sono assai ansiosi di vedere la rete stradale aprirsi. Il presidente uzbeko Islam Karimov, durante la sua visita a New Delhi lo scorso anno, e il presidente kazako Nursultan Nazarabayev, durante la sua visita in India, hanno sottolineato la crescente cooperazione tra i paesi della regione. Il Kazakistan ha già invitato l’India a esplorare il suo blocco petrolifero Satpaev. La costruzione del corridoio Nord-Sud certamente favorirà una simile prospettiva. Non solo, può portare i paesi della regione in un quadro reciprocamente vantaggioso, senza alcun lascito della passata rivalità.  Nell’ordine mondiale in evoluzione, i mantra del successo nella cooperazione bilaterale o multilaterale daranno una migliore connettività e miglioreranno il traffico e il commercio. L’apertura del corridoio nord-sud certamente favorirà questa prospettiva, e porterà le potenze della regione, in particolare India e Russia, su una piattaforma di crescente amicizia e cooperazione.

Il Dr Debidatta Aurobinda Mahapatra fa parte della facoltà di ricerca presso il Centre for Central Eurasian Studies, Università di Mumbai, India.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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