La paura irrazionale e razzista dell’Occidente verso la Cina

Andre Vltchek, Mondialisation, 11 gennaio 2013
c01_20572561

Iraq, Afghanistan, Palestina e Libia sono in rovina, schiacciati dai pesanti stivali dell’imperialismo occidentale. Ma ci è stato detto che dobbiamo avere paura della Cina.
Tutte le nazioni dell’Indocina sono state bombardate fino alla rovina, poiché i semidei occidentali non erano disposti a tollerare, e pensavano che non dovrebbero tollerare, ciò che alcuni non-popoli asiatici volevano davvero ardentemente. Su Vietnam, Cambogia e Laos furono sganciati milioni di tonnellate di bombe dai famosi bombardieri B-52 e dai cacciabombardieri. Bombe piovvero sui campi sterminando bambini, donne e bufali; milioni di morti. Non ci furono scuse, la colpa non fu accettata e non ci fu alcun compenso dalle nazioni colpevoli. L’Indonesia, leader mondiale dei non-allineati e con un enorme Partito Comunista costituzionale, fu distrutta dal colpo di stato del 1965 dell’alleanza dei governi occidentali e delle élite militari e fasciste indonesiane, così come dei fanatici religiosi della più grande organizzazione musulmana, e dalle Nazioni Unite. Tra 2 e 3 milioni di persone morirono, compresi gli appartenenti alla minoranza cinese. Insegnanti, artisti, pensatori furono tutti uccisi o soffocati. In questo caso l’imperialismo creò un popolo sottomesso, quasi privo della capacità non solo intellettuale, ma anche di analizzare la sua rovina. Ma ora ci viene ordinato di temere la crescita della Cina.
L’America Latina: ripetutamente violentata dal Messico, Repubblica Dominicana, Cuba a Grenada, Panama, Haiti, Brasile, Argentina, Colombia e Cile. Per anni, decenni e secoli. Quasi tutti i paesi dell’America centrale, del Sud America e dei Caraibi sono stati devastati a un certo punto della loro storia, con l’instaurazione della razzista e disgustosa “Dottrina Monroe”. I recenti colpi di stato contro i governi progressisti di Honduras e Paraguay sono state implementate come “soft leadership” dal leader supremo del “difensore occidentale della democrazia liberale globale”: il presidente Barack Obama. Ma ci dicono che dobbiamo contenere la Cina! Non noi, non l’occidente, ma la Cina. In Medio Oriente, regni ed emirati si affrettano per essere più servili e dipendenti dagli interessi occidentali, accettando altre basi militari degli Stati Uniti d’America (USA) nel loro territorio, uccidendo, torturando o perseguitando la maggior parte degli oppositori alla dittatura globale occidentale. Ma è la Cina, ovviamente, che mette illegittimamente in pericolo la legge ancestrale usamericana ed europea di governare il mondo. O, per essere più precisi, il “pericolo” è condiviso da Cina, Russia e America Latina, tre luoghi che sono riusciti a liberarsi delle catene dell’occidente e ad avanzare sui propri percorsi di sviluppo politici, sociali e culturali. Qualsiasi cosa siano, ma i loro! Ma la Cina è anche “peggio”, perché questi popof e latinos ancora ci assomigliano, almeno nella loro maggioranza sono bianchi. Ma immaginate che il paese più importante del mondo sia saldamente collocato in Asia, sarebbe impensabile, inaccettabile e davvero un sacrilegio.
L’Africa, che certamente non ha molta importanza nella situazione di oggi agli occhi dei governi occidentali e delle multinazionali, è abitata dalle specie più umili di “non-persone” (per usare il vocabolario di Orwell), grandi aree geografiche e culturali sono saccheggiate, divise, indebolite e quasi annientate. Sono state erette delle ridicole frontiere, grandi leader popolari come Patrice Lumumba in Congo, sono stati assassinati. Maniaci assassini come Paul Kagame e Museveni sono stati addestrati, armati e messi al potere dall’occidente, e poi sono stati inviati in varie missioni a saccheggiare e mantenere l’ordine in nome degli interessi occidentali. Il Congo ha perso circa 10 milioni di persone durante il genocidio durante il regno del re del Belgio Leopoldo II (attualmente eroe nazionale del Belgio, celebrato da innumerevoli statue in tutta Bruxelles). Oggi perde un numero simile di abitanti, mentre i militari protetti da Washington e Londra in Ruanda e Uganda l’hanno invaso deliberatamente, per rovesciare governi e saccheggiare questa grande nazione vicina. La Somalia è stata praticamente divisa con la forza e regolarmente invasa dagli alleati dell’occidente, Kenya ed Etiopia. Gli europei inviano rifiuti tossici nei pressi della costa per poi dimostrarsi indignati per la pirateria, giustificando l’ulteriore militarizzazione di tutta la regione. La “fiera Cuba africana”, l’Eritrea, viene torturata dalle sanzioni, mentre il paese/base militare di Gibuti viene glorificato e viziato, frustrato e trasformato in grottesco simbolo del militarismo francese e degli Stati Uniti: l’imperialismo occidentale nella regione in cui è nato il genere umano.
In Africa occidentale, Algeria, Angola, Namibia, Congo e Somalia, e in decine di altri paesi dell’Africa, decine di milioni di persone sono state massacrate dagli imperialisti occidentali del XX.mo e del XXI.mo secoli. E il racconto orribile non è stato migliore in passato, con l’olocausto di popolazioni indigene, come i genocidi compiuti dai tedeschi in quella che oggi è la Namibia, la schiavitù, la tortura, lo stupro e il totale disprezzo per le vite umane non di razza bianca. Ma ciò ha permesso che le nazioni occidentali siano più umili, riflessivi e apologetiche? C’è almeno un certo pathos di colpa profonda che susciti una speranza di riconciliazione globale? No, anzi! Non vi è alcun rimorso a Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles e Washington, nei territori francesi, nel Midwest e nel Sud degli Stati Uniti. Oppure, se c’è, viene raccolta in piccole aree, prevalentemente urbane, tagliate fuori dai media mainstream. Ma ora accusano la Cina di “fare impresa” con i dittatori africani! E la macchina della propaganda occidentale, i media locali, di proprietà e “addestrati” dall’occidente, fabbricano, gonfiano e individuano la responsabilità della Cina nel cervello delle persone in tutto il mondo. Ad esempio, un incidente in miniera in Zambia. Ogni volta che è coinvolta una società cinese, la situazione viene esagerata per darne proporzioni terribili. Il risultato è che decine di persone morte a causa della negligenza, vengono messe allo stesso livello di decine di milioni di morti a causa dell’imperialismo selvaggio occidentale della tratta degli schiavi, del colonialismo e del neocolonialismo.
Le stesse tattiche di propaganda vengono utilizzate in tutto il mondo. Ad esempio, il Goethe Institut di Jakarta, in Indonesia, ha a lungo tenuto una mostra fotografica degli scontri con la polizia dei lavoratori polacchi a Gdansk, all’epoca di Solidarnosc. Alcune persone morirono. Ma il Goethe Institute non organizza mostre per commemorare i milioni di comunisti, atei, intellettuali e cinesi che morirono nel 1965 in Indonesia! Come dire: “Guarda, questi 3 milioni di indonesiani, dovevano essere sacrificati per evitare che 30 persone morissero in seguito in Polonia.” Logica interessante. Ma se è sostenuta da montagne di soldi, funziona!
Oceania – Polinesia, Melanesia e Micronesia, padroni coloniali inglesi, statunitensi, francesi, spagnoli, tedeschi e altri [olandesi, portoghesi, ecc.], qui hanno compresso e rimodellato il complesso mondo che fino ad allora apparteneva a popoli antichi che vivevano in decine di migliaia di isole, isolotti e atolli nel Pacifico meridionale. I popoli del posto in realtà sono stati ridotti in schiavitù, i loro regni, i loro organismi geopolitici furono suddivisi in colonie e quindi in Stati-Nazioni. I loro capi furono uccisi, ignorati, minacciati e, infine, corrotti e comprati. Le nazioni occidentali si sono combattute nelle isole, hanno condotto test nucleari a spese dei popoli locali e poi hanno inventato la cosiddetta “dottrina di deterrenza strategica”, per garantirsi che nessuna nave “nemica”, nessuna idea inopportuna o ideologia anti-imperialista entrasse in questo mondo terribile, che si estende su una infinita superficie di acqua. Infine, hanno costruito enormi basi militari; statunitensi, inglesi e francesi hanno scaricato tutti i tipi di rifiuti tossici, e atolli protetti come Kwajalein sono stati trasformati in aree per test missilistici.
Radiazioni, spazzatura e cibo spazzatura, hanno portato a innumerevoli emergenze mediche che hanno avuto una tale dimensione, che solo il cambiamento climatico e l’inevitabile conseguente aumento del livello del mare, potrebbero essere considerati simile alla realistica grave minaccia alla sopravvivenza del popolo e degli stati dell’Oceania. Ho vissuto nel Pacifico del Sud per più di 4 anni, ho viaggiato e lavorato in tutti i paesi della regione, ad eccezione di Niue e Nauru. Ho scritto sulla lotta per la sopravvivenza in un’isola del Pacifico del Sud, nel mio saggio Oceania. Diversi paesi – Kiribati, Isole Marshall, Stati federati di Micronesia, e vari isole e atolli che ora appartengono ad altri Stati, stanno rapidamente divenendo inabitabili. L’acqua del mare filtra nelle zone basse e la vegetazione muore. L’occidente è il maggior responsabile della contaminazione, dell’emissione di biossido di carbonio e del riscaldamento globale, ma non ha fatto quasi nulla per salvare questi paesi dall’estinzione. Gli aiuti internazionali di Stati Uniti, l’Unione europea, Australia e Nuova Zelanda sono spesso nocivi come gli stessi gas tossici. Di solito usati per corrompere i funzionari del governo locale, facendoli volare nel mondo in aereo, radicandovi la cosiddetta “mentalità del subito”. Sottomessi e corrotti, i governanti locali non chiedono una vera compensazione o reali soluzioni per il loro paese che soffre. Gli “aiuti esteri” sono anche usati per pagare gli esperti stranieri che gli fanno visita, “analizzando” e scrivendo innumerevoli rapporti quasi sempre inutili. Tutto questo, solo per dare l’impressione che qualcosa viene fatto, e per garantirsi che non sia fatto nulla!
Il popolo dell’Oceania non se ne vuole andare, la maggior parte vuole combattere per la sopravvivenza delle proprie isole. Ho parlato con loro a Kiribati, Tuvalu, FSM, RMI e in altri luoghi. Ma i governi occidentali e locali insistono sugli stupidi progetti di evacuazione per molte ragioni sbagliate. A un certo punto, la Cina iniziò ad assisterli con lo spirito internazionalista che un paese socialista dovrebbe avere. Si è messa al lavoro e ha cominciato a costruire scuole, ospedali, edifici pubblici, strade e stadi, argini e altre infrastrutture per sostenere le zone popolose in pericolo. L’occidente ha attaccato immediatamente tutti questi sforzi, iniettando nichilismo e rendendo vile tutto ciò che è puro e decente. La prima fase della propaganda occidentale, la stessa utilizzata in Africa e in altri luoghi, è stata una raffica di messaggi negativi, come “la Cina non fa mai niente altruisticamente”, perseguendo semplicemente i propri oscuri interessi ed intenzioni egoistiche. Le costruzioni “filosofiche” e propagandistiche sono prevedibili e semplici: “Se noi siamo feccia, se la nostra cultura ci invia a saccheggiare e ridurre in schiavitù il mondo, dobbiamo convincere l’umanità che gli altri hanno la nostra stessa essenza. In questo modo, ciò non sarà considerato straordinario. Siamo tutti esseri umani, alla fine!” Questa è spazzatura, naturalmente, e anche  persone come Gustav Jung consideravano la cultura occidentale eccezionalmente aggressiva, una sorta di patologia. Ma come i propagandisti occidentali, come Joseph Goebbels e Rupert Murdoch hanno spesso rivelato, se la propaganda si ripete mille volte e compriamo abbastanza soggetti corrotti nel mondo per fargli ripetere quello che diciamo, la spazzatura diventa brillante come diamanti della verità e, infine, un’inconfondibile saggezza comune. Ma torniamo alla Cina e all’Oceania.
Quando la guerra-lampo per screditare la Cina non ha dato nessun risultato, o almeno non nei paesi che hanno beneficiato dell’assistenza cinese, l’occidente ha inventato una strategia singolare: è andato a Taipei e ha iniziato a “incoraggiare” Taiwan “a coinvolgersi.” I taiwanesi sono disposti e disponibili, e hanno iniziato a dare tangenti e bustarelle ai funzionari dell’Oceania, in cambio del riconoscimento di Taiwan come paese indipendente. Quando Taiwan è stata “riconosciuta”, qualcosa che perfino gli Stati Uniti e l’Unione europea si rifiutano di fare nella maggior parte dei casi, la Cina si è vendicata troncando i rapporti diplomatici. E tale è senza dubbio il livello di astuzia delle potenze ex-coloniali. Mentre i paesi che non hanno abbandonato la Cina, come Samoa, hanno avuto dighe foranee, stadi ed edifici come il parlamento costruito con la solidarietà e l’ottimismo socialisti, paesi come Kiribati, un luogo che potrebbe facilmente essere descritto come uno dei veri paradisi perduti dell’Oceania, sono stati inondati dal nichilismo inflitto da Taiwan. Il denaro è arrivato, ma non al popolo, ma nelle ampie tasche del governo. Mentre piccoli interi paesi dell’Oceania sono vicini all’estinzione, i loro capi, per lo più istruiti e formatisi in Australia e negli Stati Uniti, si sono impegnati a vendere il loro voto alle Nazioni Unite a sostegno dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, a sostegno delle invasioni degli USA in tutto il mondo o contro le risoluzioni che possono avere un diretto effetto ecologico positivo sulla situazione nel proprio paese. “Un giorno una squadra della TV israeliana mi si avvicinò“, ha detto un sacerdote della capitale degli Stati Federati di Micronesia (FSM). “L’opinione pubblica israeliana voleva sapere: Chi sono queste creature che votano in modo coerente a sostegno di Israele, insieme agli Stati Uniti e contro il mondo intero?” Bene: sono coloro che ricevono le navi da guerra di Taiwan e i loro equipaggi suonando inni nazionali sulle spiagge, e che sfilano come manichini mentre alzano bandiere! E coloro che pensano che la Cina non può agire con altruismo, dovrebbero leggere Fidel Castro e le sue parole forti e riconoscenti, descrivendo come Cuba è stata salvata dalla nazione cinese, dopo l’attacco di Gorbaciov e la demenziale orgia di Eltsin, un esaltato alcolizzato promosso dall’occidente, con la distruzione dell’URSS e dei conseguenti terribili anni di impunito saccheggio del mondo da parte dell’imperialismo occidentale.
Quando i media cinesi m’intervistano, spesso mi fanno la stessa domanda: “Che cosa può fare la Cina per placare l’occidente?” E la mia risposta è sempre la stessa: “Niente!” La Propaganda occidentale non cerca di analizzare oggettivamente la Cina, non cerca la buona volontà della Cina. Esiste per distorcere e danneggiare qualsiasi paese che insiste sul proprio modello di sviluppo, aiuta il proprio popolo invece di soccombere docilmente agli interessi dell’occidente e delle multinazionali. L’Occidente sta cercando di distruggere la Cina socialista, come cercava di distruggere il Vietnam, nella “guerra degli Stati Uniti” in Asia. Come ha fatto uno sforzo enorme per rovinare Mosca, subito dopo la rivoluzione del 1917 fino alla fine. Come ha cercato di distruggere tutti i paesi che hanno perseverato nei loro principi: Cuba, Egitto, Indonesia, Cile, Nicaragua, Eritrea e Iran prima dello scià, per citarne solo alcuni. Alcuni, come la Corea del Nord, sono rasi al suolo e poi portati alle estreme conseguenze, causandone la radicalizzazione che ridicolizzano e mostrano sugli schermi televisivi come esempio mostruoso di un strambo paese.
E’ ovvio ciò che l’occidente vuole fare con la Cina, e non è così diverso da suoi piani della “guerra dell’oppio”. La scena perfetta è una nazione che non sia che un ammiratore diviso e sottomesso all’occidente. La cosa migliore sarebbe una sorta di governo Eltsin cinese, disposto a tradire, a smembrare il paese, aprirsi agli oligarchi e agli interessi stranieri, ad annullare tutte le aspirazioni sociali e a bombardare il Parlamento dei rappresentanti del popolo che credono ancora nel socialismo. Poi avremmo potuto “fare affari con la Cina“, e darle pieno sostegno e propaganda ideologica. Il mio solito consiglio ai media cinesi è: “Usate i numeri! Le cifre sono con voi!” Ma sembra che la squadra propagandistica della Cina non sia all’altezza dei burocrati occidentali. La Cina è troppo timida, troppo morbida, lo è in realtà come tutti rispetto ai gangster politici ed economici occidentali. Mentre con una serie di colpi mortali l’occidente può bombardare un paese, avvelenare il suo popolo con l’uranio impoverito, imporre sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di donne e bambini indifesi, e quindi iniziare a bombardare, invadere, saccheggiare il posto e garantirsi che le sue aziende guadagnino miliardi di dollari nel processo di ricostruzione che non mostrano, in realtà, alcun risultato. Un simile atteggiamento non può essere paragonato con nessuno, né con la Cina né con l’Unione Sovietica, che ha sempre assicurato ai suoi Stati satelliti un livello di vita superiore a quello di Mosca. Se la Cina non lo fa, lo farò io brevemente.
Usiamo i dati e mostriamoli al mondo, anche ai cittadini occidentali “interessati” su come sia in realtà la Cina. Confrontateli. E facciamolo su base pro capite, che è l’unica strada giusta. Quante persone sono state uccise dall’occidente, fuori dai suoi confini dalla seconda guerra mondiale, nel mondo arabo, in Asia-Pacifico, Africa, America Latina, Oceania? A dire il vero un po d’ovunque. Ho calcolato, e il mio calcolo è minimo, va dai 50 ai 60 milioni di persone. Più altri 200 milioni per azioni indirette. La Cina, poche migliaia di persone nella sua invasione punitiva e fuorviante del Vietnam, dopo che il Vietnam aveva sbarazzato la Cambogia dai Khmer Rossi. Ma questo è il peggio che la Cina ha fatto! Da cui subito si era ritirata. E non ha mai bombardato il Vietnam per mandarlo all’età della pietra! Quindi, si pensi che l’invasione cinese sia costata 10000 vite, mentre l’occidente ha ucciso persone almeno 5000 volte in più rispetto alla Cina. Matematica semplice: no? Quanti governi sono stati rovesciati dall’occidente, compresi quelli che sono stati eletti in processi democratici attenti ed entusiasti? Non ho la pazienza di citarli tutti: Nicaragua, Cile, Brasile, Repubblica Dominicana, Indonesia, Iran, Zaire, Paraguay e decine di altri. Venne semplicemente distrutto ogni governo che non fosse stato approvato dai politici e dalle imprese occidentali. La Cina: zero. L’occidente ha dato davvero grandi lezioni di democrazia al mondo! Ma continuiamo nei nostri confronti.
• Chi utilizza il suo diritto di veto contro le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina e altre questioni cruciali internazionali?
• Chi si trova al di fuori dalla portata dei tribunali internazionali, anche quando minaccia di invadere i Paesi Bassi nel caso siano giudicati i suoi cittadini alla Corte internazionale dell’Aia?
• Chi è il più grande inquinatore pro capite? La Cina non è nemmeno paragonabile alle nazioni scandinave, diventando la seconda minaccia ecologica, dopo gli Stati Uniti, solo se si pensa in termini assoluti, un modo molto strano di utilizzare dati statistici. Utilizzando la stessa logica, dovremmo concludere dicendo che “ci sono più persone che fumano in Francia e nel principato di Monaco.” Anche l’ex vicepresidente statunitense Al Gore, che non si può dire sia un amante della Cina, ha scritto che le norme di protezione ambientale della Cina sono più dure di quelle degli Stati Uniti d’America. Ma torniamo alla difesa, alla “minaccia” che la Cina si suppone arrechi al resto del mondo. Secondo l’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI Yearbook 2012), con una popolazione di 315 milioni di abitanti, gli Stati Uniti (ufficialmente) investono circa 711 miliardi dollari nelle spese militari. Molti analisti sostengono che la cifra sia in realtà di 1000000000000 [un milione di milioni di dollari], altri dicono che l’importo sia addirittura superiore, incalcolabile a causa della complessa e opaca interazione tra il governo degli Stati Uniti e l’industria privata. Ma ci affidiamo a dati ufficiali e l’accettiamo come dato, il calcolo minimo di 711 miliardi. I più stretti alleati degli Stati Uniti sono anche tutti grandi spendaccioni, che avidamente acquisiscono bombe nucleari, missili e aerei da combattimento: il Regno Unito con 63 milioni di persone spende 62,7 miliardi dollari per la “difesa”. La Francia, con 65 milioni di persone, spende 62,5 miliardi. Il Giappone con 126 milioni di abitanti, spende 59,3 miliardi dollari, anche se ufficialmente non avrebbe nemmeno un esercito. Due dei più stretti alleati dell’occidente in Medio Oriente sono ancor più radicali: L’Arabia Saudita, con una popolazione di 28 milioni di abitanti, spende 48,2 miliardi dollari, e Israele, con una popolazione di soli 8 milioni di abitanti, spende 15 miliardi di dollari, con  un importo proporzionalmente simile.
La Cina, il paese più popoloso del mondo, con 1347 milioni di persone, spende 143 miliardi dollari, quasi quanto il Regno Unito e la Francia combinate, ma con una popolazione 10 volte più grande da difendere! Pro capite, gli Stati Uniti spedono per la difesa 21 volte più della Cina. Il Regno Unito più di 9 volte e l’Arabia Saudita più di 16 volte. E dobbiamo chiederci: da chi si “difendono” la Francia e il Regno Unito? Da Andorra, Principato di Monaco o Irlanda? O forse da quel lontano pezzo dell’Europa, l’Islanda? Al contrario, la Cina, che è stata attaccata a più riprese, è stata occupata, colonizzata e depredata dalle potenze occidentali, in particolare Regno Unito e Francia (compreso il leggendario barbaro saccheggio di Pechino), e affronta centinaia di bombardieri strategici e missili nucleari puntati dalle basi di Okinawa e Guam della flotta degli Stati Uniti, nella regione e nelle ex-colonie confinanti dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica. Gli Stati Uniti, a dispetto della costituzione delle Filippine, conducono esercitazioni militari nella base Clark e in altre strutture militari sul territorio della sua ex colonia. Hanno una forte presenza militare in Corea del Sud, a pochi passi dalla Cina, e proposte aperte e nascoste in Vietnam, con cui cercano stranamente di noleggiare alcuni delle loro vecchie basi, che furono utilizzate l’ultima volta durante la guerra contro di esso. E non è un segreto che la Mongolia sia oggi uno degli alleati più incondizionati dell’occidente, con migliaia di chilometri di confine con la Cina.
Cosa giustifica una spesa militare così diversa tra l’occidente e la Cina? La risposta è: niente! Come nel caso della “Dottrina Monroe”, l’occidente ha bisogno di giustificazioni ridicole. La sua presunzione di superiorità razziale e culturale, un assunto inespresso, sembra sufficiente per mettere a tacere tutti gli scettici e i critici interni. Le elites “intellettuali” e la maggior parte dei media mondiali sono stati addestrati e pagati per inginocchiarsi e chinare il capo davanti a questa farsa ovvia ma inconfondibile. Cosa stiamo facendo? Formulare queste domande non solo è considerato inaccettabile in Europa e negli Stati Uniti: è insolente! E la Cina, spesso fisicamente aggredita dagli occidentali, è ormai sulla difensiva, accusata di “mostrare il suo potere”, nonostante il suo bilancio della difesa sia sproporzionatamente basso e una storia quasi priva di invasioni e imperialismo. La Cina è una minaccia, mentre sostiene la maggior parte delle nazioni latinoamericane ed è i prima fila, con la Russia, nelle risoluzioni delle Nazioni Unite che bloccano la via all’invasione occidentale della Siria. Agli occhi del regime occidentale, il tentativo di impedire un’invasione equivale a un crimine supremo, quasi al terrorismo. I paesi che rappresentano un ostacolo vengono vilipesi, usando la propaganda più virulenta. Dobbiamo ricordarci che la stessa retorica è stata utilizzata dalla Germania nazista durante la guerra. Tutti i membri della resistenza e le forze della guerriglia di opposizione furono trattati come terroristi. E chi può dimenticare gli insulti gravi riservati alle nazioni che dovevano essere attaccate? O all’Unione Sovietica che affrontava i nazisti che alla fine sconfisse!
Secondo le mie ricerche nella regione, le forze occidentali non solo alimentano l’”opposizione siriana”, ma anche i mercenari jihadisti sauditi e del Qatar, nei cosiddetti “campi profughi” in Turchia, nei pressi di Hatay e della base dell’US Air Force di Adana. Ma chi perdonerà Cina, Russia e America Latina che cercano di evitare un altro scenario terrificante in stile libico? E dopo questo, abbiamo, le isole Spratly, la prodezza della propaganda occidentale.
Le Isole Spratly potrebbero in realtà essere l’unica prova che la Cina è in procinto di “mostrare il suo potere”, o che è disposta a difendere i propri interessi. Il governo delle Filippine, una ex colonia degli Stati Uniti è in prima fila nel criticare la Cina. Ho parlato con docenti universitari filippini, i maggiori esperti a Manila, sono riuscito a intervistarne alcuni. I punti di vista sono stati generalmente simili, come riassunto da Roland G. Simbulan, ricercatore e professore di Studi sullo sviluppo e la Pubblica Amministrazione presso l’Università delle Filippine, che ha detto: “Parlando francamente, le Isole Spratly non sono importanti per noi. Quello che succede è che le nostre élite politiche sono ovviamente incoraggiate dagli Stati Uniti a provocare la Cina, e vi è anche una grande influenza sui militari da parte delle forze armate statunitensi. Direi che l’esercito filippino è molto vulnerabile a questo tipo di “incoraggiamento”. Pertanto gli Stati Uniti alimentano costantemente questi atteggiamenti contrastanti. Ma continuare con questo tipo di atteggiamento potrebbe essere disastroso per il nostro paese. Soprattutto siamo vicini alla Cina, geograficamente e in generale.” In Vietnam, gli Stati Uniti chiaramente sfruttano le vecchie rivalità, creando inimicizia tra due stati socialisti.
E poi vi è il tema dei diritti umani. Anche in questo caso bisogna fare confronti. Ci sono più persone in carcere negli Stati Uniti che in Cina. Non solo di più, ma incomparabilmente più. Secondo il Centro Internazionale di Studi sulle prigioni, gli Stati Uniti d’America hanno più persone in carcere rispetto a qualsiasi altra parte del mondo: 730 per 100000 abitanti! Dei 221 paesi e territori da cui sono stati ottenuti dati, la Cina è al 123.mo posto, con 121 detenuti ogni 100000 abitanti. Sei volte di meno rispetto agli Stati Uniti, e anche meno del Lussemburgo (che occupa il 120° posto con 124 detenuti ogni 100000 abitanti) e l’Australia (che occupa il 113° posto con 129 detenuti ogni 100000 abitanti). E’ un fatto noto che negli USA molte carceri siano privatizzate e che attualmente gestiscono i prigionieri come manodopera a basso costo o gratis. Se non è una violazione dei diritti umani, tenere milioni di persone in carcere per reati di poco conto solo per riempire le casse delle aziende private, quale non lo è? La tortura è accettata e utilizzata dal personale degli Stati Uniti in qualsiasi parte del mondo. La Cina giustizia più persone degli Stati Uniti, anche su base pro capite, un male, ma la quantità di esecuzioni in Cina diminuisce, perché il numero di reati punibili con la morte si riduce. Ma mentre la pena di morte in Cina è spesso citata in riferimento alle violazioni dei diritti umani, raramente viene riferita agli Stati Uniti che effettuano esecuzioni extragiudiziali in diverse parti del mondo, tra cui l’Afghanistan e il Pakistan, ecc. Dove usano i droni per attaccare arbitrariamente sospetti terroristi, tra cui donne e bambini.
E l’ultimo argomento della propaganda, il Tibet? Se si confronta la situazione nei territori governati dagli alleati occidentali, come l’Indonesia e l’India, si arrivano a conclusioni molto scomode. Il regime dell’India in Kashmir può solo essere descritto come un vero e proprio macello, il regime indonesiano in Papua, con più di 120000 morti (un calcolo minimo) non differisce in alcun dal  genocidio. Ma l’India e l’Indonesia non sono mai state descritte come nazioni che dovrebbero cambiare la loro storia di brutali violazioni dei diritti umani. Non è descritta così la maggior parte delle nazioni occidentali, in base ai loro innumerevoli crimini contro l’umanità in tutti i continenti. I diritti sono validi solo per coloro che vivono all’interno di un paese? Non sono “umani” i 50, 60 o 200 milioni di persone che l’occidente ha ucciso, soprattutto nei paesi poveri? E’ ridicolo dire che il razzismo non abbia un ruolo nel modo in cui si dipinge la Cina. Ho amici, che sono anche uomini e donne sensibili e progressisti che quando si parla della Cina non ascoltano e gridano: “No, non voglio andare in questo paese. Questo è terribile!
Comunisti, socialisti o capitalisti, il successo delle nazioni asiatiche viene sempre preso alla leggera in occidente. Chi potrebbe dimenticare il sarcasmo e la “sfiducia” verso il Giappone quando sorpassava, economicamente e socialmente la maggior parte delle nazioni europee. E fino ad oggi, quando qualcuno menziona il fatto che Singapore ha molti indicatori sociali migliori di quelli dell’Australia, viene immediatamente accolto da argomenti deviati, indirizzati alla città-stato tropicale. Singapore e Giappone sono stretti alleati degli occidentali ed economie di mercato sviluppate fortemente integrate al sistema capitalistico mondiale. La Cina è diversa. Sviluppa un proprio modello, si apre e crea il proprio percorso attraverso un territorio sconosciuto. Non è disposta a sottomettersi agli ordini degli altri. E’ troppo grande, la sua cultura è troppo vecchia.
In passato, quando il Giappone e la Cina erano chiusi, vivendo nel loro dominio senza mai essere aggressivi verso gli altri e senza ambizioni espansionistiche, arrivarono gli occidentali e li costrinsero ad aprirsi. Quello che è successo dopo fu spargimento di sangue e inganno, confusione e un lungo periodo di umiliazione e marasma nazionali. Poi vi fu la lotta per l’indipendenza e la rivoluzione. Non senza difficoltà e senza problemi, ma la Cina ha iniziato a crescere, cominciò a rialzarsi, ad educare il suo popolo, fornendo alloggio e salute ai poveri. Ha seguito la sua strada, in un complesso equilibrio tra la propria cultura e le situazioni del mondo, tra il socialismo e la realtà capitalista che domina il mondo. Ha sofferto alcune battute d’arresto, ma ha avuto molti altri successi. E in realtà, non è “cresciuta” soltanto, ma ha cominciato a recuperare il suo posto nel mondo, un luogo che le è stato negato per così tanto tempo, dopo anni di saccheggi e invasioni debilitanti. Si tratta generalmente di una nazione benigna, abitata da persone di buon cuore. Quasi chiunque conosca la Cina è d’accordo. Ma è anche una nazione molto determinata e orgogliosa. E’ saggia e cerca l’armonia, ed è sempre disposta a scendere a compromessi. Provate ad attaccarla, a provocarla, l’attacco sarebbe ingiusto e quasi suicida. Questa volta la Cina non cederà, non quando si tratta di argomenti essenziali. E’ ancora fresca la memoria di ciò che accadde quando lo fece.
L’occidente, congelato dalla paura di poter perdere i privilegi da dittatore, ha fatto l’impensabile: mettere una barra di ferro nella bocca del drago. Qui in Asia, i draghi sono rispettati e amati, sono creature mitiche di grande saggezza e potere. Ma i draghi possono anche essere crudeli quando si spezza la buona volontà e gli invasori minacciano di devastare la nazione. La Cina cresce e cerca di capire il mondo, d’interagire con esso. Il suo popolo si entusiasma per ciò che vede, vuole essere amico. L’antagonismo dell’occidente gioca a provocare una corsa agli armamenti, con la propaganda più virulenta, corrompendo intere nazioni in Asia e Oceania per fargli adottare una posizione anti-cinese. E’ comprensibile che l’occidente non abbia sacrificato milioni di persone in tutto il mondo solo per abbandonare i propri controllo esclusivo e potere dittatoriale. Non ha distrutto decine di paesi in cerca della libertà, non ha bombardato decine di milioni di persone, solo per arrendersi adesso. In futuro non si può escludere un confronto, e chi ne sarà il colpevole è evidente. La Cina non abbandonerà la sua via. Non ci sarà un Eltsin cinese. Dimostrando fermezza, la Cina fornisce un esempio al mondo.
Quando scrivo queste parole, i latino-americani resistono e vincono. La Russia resiste mentre cerca la propria via. Gli altri possono unirvisi. L’Africa sogna la resistenza, ma non osa, è ancora troppo debole. Gli arabi sfidano, ma non hanno ancora deciso in quale direzione mettere i loro sogni. Ma lo scontento aumenta mentre gli stivali schiacciano la libertà. E la Cina non è quella che li calza. L’irrazionalità e il razzismo dell’occidente possono essere controproducenti.

Andre Vltchek CounterPunch, 4-6 gennaio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sinofobia, la Siria e la “sinistra degenerata”

Return2source 12 dicembre120209040617-china-syria-russia-flags-story-topIl formale riconoscimento del Dipartimento di Stato USA della coalizione dell’opposizione siriana (SOC) non è un piccolo intoppo della campagna mondiale imperialista per rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad. Pretendere, come molti nella sinistra degli Stati Uniti, che gli Stati Uniti e la Francia non combattano attivamente contro Assad sostenendo materialmente i ribelli, non è più possibile, anche dal punto di vista dei tecnicismi. Armi e munizioni continuano a fluire verso i ribelli in Siria, e se tale aiuto letale è opera della Central Intelligence Agency o dei regimi fantoccio nel Golfo Persico, non fa alcuna differenza fondamentale per la missione imperialista in Siria. Gli Stati Uniti non possono lanciare un attacco militare alla Siria, grazie al non trascurabile sostegno di Cina e Russia, che hanno dato solidarietà materiale sotto forma di dissuasione militare, ma i missili cruise di sinistra del The North Star non possono continuare a sostenere che “dal punto di vista dell’alleanza USA-Israele, non ci sarebbero vantaggi o buone opzioni dalla rivoluzione siriana.”(1)
In risposta alle accuse sulle armi chimiche, apparse la scorsa settimana, da parte di Washington, Pham Binh, autore di “Libia e Siria: Quando l’anti-imperialismo sbaglia”, ha scritto un’altra tirata a favore della ribellione denunciando la sinistra anti-imperialista. Binh sostiene che la minaccia di un intervento militare contro la Siria è vuota, ma va oltre nella sua denuncia dell’anti-imperialismo, affermando che gli Stati Uniti e l’Europa occidentale hanno tutto l’interesse a vedere Assad restare al potere. (Vecchia barzelletta già sentita riguardo Gheddafi. I ratti rossi sono monotematici e senza fantasia. NdT.)
L’individuazione, analisi e lotta contro le premesse di base di ciò che Takis Fotopoulos chiama “sinistra degenerata” sono importanti, alla luce della mancanza di unità della sinistra sulla questione della Siria. La maggior parte della sinistra non prende posizioni orribili, come quella di The North Star, ma il rifiuto del marxismo-leninismo come mezzo di comprensione dell’imperialismo ha messo molti, nella sinistra statunitense, dalla parte degli imperialisti. Una delle ragioni principali dell’abbandono dell’anti-imperialismo è la volontà della sinistra degli Stati Uniti di impegnarsi nella sinofobia e di non riconoscere l’importante ruolo della Cina nella politica mondiale. Come seconda più grande potenza economica del mondo, l’avanzata della Cina ha di fatto cambiato il modo di operare dell’imperialismo USA, e svolge oggi il ruolo di contrappeso all’aggressione alla Siria. Anche se il suo ruolo è carico di contraddizioni, identificare la Cina come un nemico piuttosto che come un alleato molto importante del movimento anti-imperialista globale, è un punto di partenza pericoloso che porta a conclusioni ugualmente pericolose, e degenerate.

La sinofobia e la “sinistra degenerata”
Vi è una sezione incredibilmente piccola della sinistra degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, che sostiene la Cina come paese socialista (Workers World Party, Freedom Road Socialist Organization e il Party for Socialism and Liberation sono i tre gruppi marxisti più noti). Vi è una sezione leggermente più grande, della sinistra, che ha una visione ambivalente della Cina e dell’influenza cinese, inclusi ma non limitati al revisionista  Partito Comunista USA e il rifondatore Committee for Correspondence on Democracy and Socialism. Tuttavia, la maggior parte della sinistra degli Stati Uniti ha una visione del tutto negativa della Cina. Gruppi come International Socialist Organization (ISO) e l’International Marxist Tendency condividono la stessa visione della Cina del Wall Street Journal (WSJ) e dell’Economist, che la trattano da paese a capitalismo di stato. Inoltre, di norma l’ISO arriva oltre equiparando la Cina a una potenza imperialista uguale agli Stati Uniti. Anche la Segretaria di Stato Hillary Clinton potrebbe trovare un terreno comune con questa posizione, dato il suo commento in un vertice in Tanzania, lo scorso anno, secondo cui la Cina persegue una politica di “nuovo colonialismo” in Africa. Clinton ha fatto questi commenti senza un pizzico di ironia, così come non vi è alcuna ironia in “Record dell’imperialismo della Cina“, un articolo apparso sul Socialist Worker del 2009. Questo è ovviamente un parere condiviso da The North Star, che chiama la Cina “elemento di sostegno essenziale, forse il supporto essenziale, al dominio capitalista internazionale“. (2) Ciò è un importante punto di partenza per comprendere le basi teoriche della “sinistra degenerata” di cui The North Star fa parte.
Significativamente, nell’ultimo pezzo di Binh non vi è alcuna menzione della deterrenza militare o politica fornita da Cina e Russia sulla Siria. Nel pezzo originale, difendendo l’intervento della NATO in Libia e Siria, Binh fa menzione dell’opposizione della Cina e della Russia all’intervento in stile Libia, dicendo: “Paradossalmente, la vittoriosa campagna della NATO in Libia ha reso una futura campagna USA/NATO in Siria meno probabile. Russia e Cina sono ora determinate a bloccare qualsiasi tentativo di applicare il modello libico in Siria al Consiglio di sicurezza, e l’amministrazione Obama non è disposta a sfidarle avviando un’azione militare unilaterale in stile Bush, per il momento.” Cinque mesi più tardi, il ruolo di Cina e Russia non merita neanche una menzione, anche se Binh ridicolizza la sinistra anti-imperialista che risponde a nuovi segni di aggressione. Al contrario, la spiegazione della riluttanza di Washington ad intervenire direttamente per conto dei ribelli, si riduce a tre punti principali: (1) Washington non ha le truppe necessarie per invadere e occupare la Siria, (2) il Senato degli Stati Uniti limita la capacità di Obama di lanciare una no-fly zone, e (3) gli Stati Uniti fondamentalmente non vogliono vedere rovesciato Assad, perché la ribellione è pro-palestinese e i palestinesi sostengono la ribellione.

Il ruolo della Cina e della Russia come contrappesi all’imperialismo
Cominciamo con il secondo argomento sulla mancanza di sostegno politico interno, al Senato degli Stati Uniti, a una no-fly zone. L’argomento di Binh è risibile dato che Stati Uniti, Francia, e le altre potenze imperialiste hanno già spinto per una no-fly zone attraverso le Nazioni Unite, come hanno fatto un anno fa, per lanciare l’assalto alla Libia, a giugno. Se avessero affrontato le stesse astensioni di Cina e Russia, come è successo con la no-fly zone in Libia, non vi è motivo di ritenere che l’intervento militare non si sarebbe già verificato. Tuttavia, la Cina e la Russia hanno, infatti, posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU verso la no-fly zone, riducendo notevolmente la percezione  di un consenso internazionale verso le operazioni militari straniere in Siria.
Ad agosto, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “ha avvertito l’occidente a non intraprendere azioni unilaterali contro la Siria, affermando che la Russia e la Cina sono d’accordo che violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, vanno vietate.” (3) Sia la Cina che la Russia continuano a supportare la Siria e a spezzare le sanzioni dell’occidente al governo di Assad, con la Russia che si fa avanti aiutando effettivamente il governo siriano nel conflitto. Sia la Cina che la Russia continuano a chiedere una soluzione politica della crisi siriana, e sconfessano esplicitamente la strategia dell’esercito libero siriano di prendere il potere attraverso la guerra. E sia la Cina che la Russia si sono opposte all’escalation degli Stati Uniti, tra cui il recente collocamento di missili Patriot sul confine turco-siriano.
La Cina e la Russia risponderebbero militarmente se l’occidente intervenisse unilateralmente in Siria? E’ difficile dirlo, anche se la Russia è molto più pronta a lanciare un contrattacco per difendere il governo di Assad. Il punto più saliente è che la Cina e la Russia hanno esercitato la loro influenza in contrappeso all’imperialismo occidentale, riguardo la Siria. Le potenze imperialiste occidentali possono ancora intervenire militarmente in Siria, ma vi assicuro che uno dei più grandi ostacoli che li ha tenuti a bada, finora, sono la Cina e la Russia. Che cosa dovremmo pensare dell’astensione della Cina e della Russia al voto per la no-fly zone in Libia, alle Nazioni Unite nel 2011, che ha facilitato il barbaro assalto della NATO contro il popolo libico e la caduta di Muammar Gheddafi? Ritengo che sia la Cina che la Russia la ritengano  un fallimento; un passivo ‘rimorso del compratore’. Martin Beckford del Telegraph ha segnalato questo, “nelle prime settimane dell’attacco della NATO: la Cina, che affronta spesso critiche per la soppressione dei propri movimenti democratici interni, ha detto che “deplora” l’azione militare e rispetta la sovranità della Libia. Un comunicato del Ministero degli Esteri ha dichiarato: “La Cina ha preso atto degli ultimi sviluppi in Libia, ed esprime rammarico per gli attacchi militari contro la Libia. Speriamo che la Libia sia in grado di ripristinare la stabilità nel più breve tempo possibile ed evitare ulteriori vittime civili, a causa dell’escalation del conflitto armato”, ha aggiunto.” (4) La reazione della Russia è stata simile.
La Cina ha raramente usato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza, e la Russia post-1991 ha seguito questa strada e, nonostante ciò, entrambe hanno supportato in silenzio nazioni indipendenti come la Siria. Tuttavia, l’entità e la ferocia dell’assalto alla Libia ha spinto il Partito Comunista Cinese (PCC) a cambiare posizione, riassumendo la sua inazione come un fallimento di cui “rammaricarsi”.

Scemo e più scemo: la sinofobia e il cinismo fuori luogo della sinistra degenerata
Binh e quelli del The North Star saranno pronti a sottolineare gli interessi  commerciali in Siria di Cina e Russia, insieme alla loro stretta relazione economica con l’Iran. Yusef Khalil dell’ISO, ha descritto il veto della Cina e della Russia a una no-fly zone sulla Siria, come “una [mossa] per proteggere i propri interessi imperialisti nella regione.” (5) La questione della Russia è un argomento altrettanto importante, ma la dovremo riservare per un’altra volta. Certo, la Cina è partner commerciale della Siria e il più grande titolare estero nella partecipazione al petrolio siriano. (6) Dopo l’embargo paralizzante fissato dall’Occidente, la Cina ha continuato ad acquistare petrolio siriano, minando gravemente il successo della ‘guerra delle sanzioni’. (6) Tuttavia, questo inevitabile contro-argomento è difettoso e ridicolo come l’intera premessa secondo cui la Cina sia un paese imperialista. Adel al-Toraifi, capo- redattore di al-Majalla News, dipana gli argomenti di tutti coloro che sostengono che la posizione della Cina sulla Siria sia basata su considerazioni economiche: “…La Cina ha avuto rapporti commerciali con la Siria, e una forte cooperazione economica con il regime di Bashar al-Assad dal 2001, dopo che entrambe le parti hanno firmato un accordo di cooperazione economica e tecnica, il che significa che la Cina è il terzo più importante partner commerciale della Siria. Tuttavia, il volume degli scambi commerciali tra i due paesi, pari a 2,2 miliardi di dollari nel 2010, è nulla in confronto allo scambio commerciale tra la Cina e gli Stati del Golfo, che supera i 90 miliardi di dollari all’anno. Quindi la Cina non è troppo preoccupata per la perdita della Siria come partner economico, ma il problema non è la perdita di utili o di affari, in particolare gli interessi cinesi sono protetti opponendosi alle mosse statunitense ed europea per promuovere un cambiamento di regime nel Medio Oriente.” (7)
Sostenendo che la Cina, un paese che in linea di massima non ha esercitato il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza, improvvisamente segua un capriccio e sostenga un partner commerciale minore come la Siria, sfida la logica. Solo una analisi cruda dei numeri di base, rivela che la Cina aveva oltre 20 miliardi di investimenti nella Libia del governo di Gheddafi, quasi dieci volte l’ammontare degli investimenti in Siria. (8) Il petrolio è un fattore determinante nella diversa linea  della Cina sulla Siria, rispetto la Libia? Ma neanche ci si avvicina. La Siria è un piccolo  produttore di petrolio, per gli standard del Medio Oriente, meno dell’1% delle esportazioni di petrolio siriane va in Cina (meno di 4.000 barili al giorno). (9) La Cina ha importato più di 15000 barili di petrolio libico al giorno con Gheddafi, ovvero circa 37,5 volte la quantità importata dalla Siria. (10)
Potremmo continuare a svelare l’argomento dell’interesse economico della Cina attraverso altri confronti economici. Per il bene del lettore, però, andiamo al sodo: la Cina ha molto meno motivi di partecipare alla difesa della Siria dalle aggressioni occidentali, di quanto abbia fatto con la Libia, ma le due domande hanno suscitato risposte diverse. La sinistra degenerata e la destra degli Stati Uniti condividono un cinismo comune verso le azioni cinesi negli affari mondiali. Tuttavia, la destra usa cinicamente la sinofobia come una tattica di pura propaganda volta a suscitare il nativismo negli Stati Uniti. La sinistra degenerata, d’altra parte, sembra davvero credere a questa farsa, ripetendo le stesse bugie a danno del movimento mondiale anti-imperialista.

La sinofobia della sinistra degenerata la spinge a saltare nel neo-conservatorismo
La politica estera della Cina è un eco lontano dal supporto critico dell’Unione Sovietica alle lotte di liberazione nazionale in tutto il mondo. In realtà, è importante per gli anti-imperialisti notare e criticare gli errori di politica estera commessi da Pechino, durante il conflitto cino-sovietico, che fin troppi gruppi statunitensi del nuovo movimento comunista hanno abbracciato acriticamente. Tuttavia, la sinistra degenerata che paragona la Cina a un interessato concorrente mondiale imperialista degli Stati Uniti, ha trascurato  totalmente le effettive dinamiche in gioco.
Poiché la maggior parte della sinistra occidentale vede nel commercio globale solo un affare diretto da multinazionali, vede il ruolo della Cina nel mercato mondiale come parte della stessa macchina imperialista, contro cui protesta nei propri paesi. Un elemento di opportunismo politico gioca in questa analisi, anche se si considerano le fiammate sinofobe palesemente alimentate da molti sindacati degli Stati Uniti. La sinistra degenerata ha un atteggiamento cinico nei confronti della Cina, anche quando fa qualcosa di incredibilmente lodevole come porre il veto alla risoluzione per la no-fly zone, derivante principalmente dal suo abbraccio della propaganda sinofoba. The North Star, insieme ad altri blog come Politics in the Zeroes, continuano a tacciare la Cina per il “massacro” di Piazza Tiananmen, dicendo che negli USA non sarebbe accaduto. (11) Naturalmente la Cina è sempre falsamente indicata quale potenza imperialista, per il suo rapporto con il Tibet, nonostante gli interessi feudali e imperialisti che alimentano il movimento Free Tibet. (12)
Con tutte le sue contraddizioni, la Cina rimane un paese socialista. Le leve fondamentali dell’economia sono ancora controllate dallo Stato, che è controllato solo dal partito comunista ed è orientato verso gli operai e i contadini. Un settore capitalista si è sviluppato in Cina, dalle riforme di Deng Xiaoping che rispecchiavano la nuova politica economica di Lenin, ma questo settore è del tutto dipendente dallo stato socialista. E anche se la Cina non è più un fautore verbale della rivoluzione mondiale, molti definirebbero questo revisionismo, la sua linea sulla questione siriana dimostra l’impegno costante del PCC nell’anti-imperialismo e nello sviluppo indipendente. Respingendo la Cina e tutta l’esperienza socialista del 20° secolo, la sinistra degenerata accetta già le premesse di base dell’elite di destra e borghese degli Stati Uniti. Naturalmente non si ferma solo alla Cina.
Se si respinge la Cina quale capitalismo di stato, o anche come stato imperialista, allora si deve andare oltre, rifiutando gli stati nazionalisti borghesi, come il governo di Assad in Siria o il governo di Gheddafi in Libia. Ogni tentativo di sostenere contro l’aggressione occidentale questi governi, da parte della Cina, o anche la Russia, viene visto come un’azione inter-imperialista, secondo la sinistra degenerata. Con ciò, i cosiddetti marxisti dei vari gruppi possono rispolverare Lenin, citando fuori contesto alcune sue denunce della Seconda Internazionale, e riprendendole oggi. Alcuni, come Binh, saltano Lenin e arrivano a Malcolm X, stracciando “con ogni mezzo necessario” in modo così grossolanamente fuori contesto, usando uno dei leader più rivoluzionari della liberazione nazionale, per giustificare lo stesso imperialismo contro ha combattuto.
Tutti si compiacciono nella loro soddisfazione di opporsi alla tirannia, nemmeno più il capitalismo, ma il concetto metafisico della tirannia, per conto di un immaginario movimento dei lavoratori ‘dal basso’. Questo ultimo punto, riguardo la semplicistica e completamente anti-dialettica visione del mondo della sinistra degenerata, è molto importante per capire il suo rapporto con il neo-conservatorismo. Perché la Siria è uno stato borghese, con una economia capitalistica, il degenerato vede il governo di Assad e le sue azioni nel vuoto politico. Non vi è alcuna comprensione dialettica delle contraddizioni primarie e secondarie, che rivelano che la lotta delle nazioni oppresse contro le nazioni che opprimono sono la contraddizione principale che affronta il popolo siriano. Invece, Assad è visto dalla sinistra degenerata allo stesso modo con cui Saddam (Hussein) era visto dall’amministrazione Bush: un tiranno che nega la libertà e la democrazia alla propria gente. Secondo questa visione del mondo, Assad non può essere progressista in qualsiasi contesto, perché guida uno stato borghese. Non importa che sia un nazionalista in opposizione all’imperialismo occidentale! Non importa che l’economia siriana sia ancora in gran parte controllata dallo Stato! Non importa che sostenga le lotte di liberazione nazionale in Palestina e in Libano! Opprime il suo popolo; una frase particolarmente condiscendente verso qualsiasi cosa che possa far parlare di sé la gente. E naturalmente non c’è discussione o differenziazione verso i popoli colpiti dalla repressione dello stato siriano (collaboratori e simpatizzanti dell’imperialismo, terroristi).
La Cina è anche uno dei fattori in questa visione tautologica del mondo. Per il degenerato di sinistra, la solidarietà internazionale da uno Stato, ogni Stato, è categoricamente impossibile, perché ritiene che più o meno tutti gli Stati siano capitalisti. Si consideri la tautologia qui all’opera: quando la Cina vieta una risoluzione sulla no-fly zone, è una tirannia che supporta una tirannia. Quando la Cina non vieta la risoluzione sulla no-fly zone in Libia, fornisce un “supporto essenziale, forse il supporto essenziale, al dominio capitalista internazionale.” (2) Quando la Russia posiziona delle navi per compensare i missili Patriot degli Stati Uniti in Turchia, è una potenza imperialista che salvaguarda i suoi interessi strategici e commerciali. Se la Russia non si oppone all’intervento occidentale in Libia, è un partner silenzioso del progetto imperialista. … O forse dobbiamo affrontare la Cina, e la Russia, dialetticamente considerando il loro ruolo in relazione all’imperialismo in un determinato momento della storia!
E’ una sorpresa che molti trotzkisti del 20° secolo, che hanno costruito le loro misere carriere politiche “denunciando tutte le istanze del socialismo come capitalismo di Stato, siano diventati dei neo-conservatori nell’era Reagan?* Cominciamo a capire il caso vergognoso di Christopher Hitchens, guerrafondaio sull’Iraq, quando ci rendiamo conto del suo odio per tutti i paesi socialisti esistenti, che vede come potenze capitaliste e imperialiste, non migliori rispetto agli Stati Uniti.

La Siria, la Cina, gli Stati Uniti e la sinistra
L’intervento militare in Siria sembra più probabile ogni giorno. Tragicamente, la risposta della sinistra degli Stati Uniti sembra ridursi sempre più ad ogni guerra o azione militare lanciata dall’amministrazione Obama. Con i suoi importanti legami economici con gli Stati Uniti e il mercato mondiale, la Cina potrebbe assumere un ruolo più attivo facendo pressione economica sulle potenze imperialiste, affinché non intervengano. In definitiva se la NATO è stata dissuasa da un intervento in stile Libia, sulla questione delle armi chimiche, la presenza militare russa nel Golfo avrà probabilmente più a che fare con ciò. Il punto più saliente è che la sinistra degenerata continua a fiancheggiare le potenze imperialiste, a parole (The North Star) o con i fatti (ISO). La sinistra degli Stati Uniti deve scartare queste teorie fallite e abbracciare l’anti-imperialismo, se spera di costruire una resistenza militante a questi attacchi criminali, un anti-imperialismo che invii un messaggio unificato di supporto ad Assad e all’autodeterminazione siriana, in questo periodo di crisi, come abbiamo scritto lo scorso fine settimana.
Tuttavia, la sinofobia della sinistra degenerata continua a perseguitare i movimenti degli Stati Uniti, impossibilitati a distinguere l’amico dal nemico. Anche la russofobia, un argomento da affrontare un’altra volta, alimenta una visione semplicistica del mondo, aliena dalla teoria leninista dell’imperialismo. In realtà capitalista, la Russia non è ancora una potenza imperialista e, soprattutto, fa da contrappeso all’imperialismo insieme alla Cina. Il coinvolgimento sia della Cina che della Russia nella crisi in Siria ha diverse contraddizioni, ma gli anti-imperialisti riconoscerebbero che questi due paesi hanno reso la sottomissione del popolo siriano al capitale finanziario occidentale più difficile. Né la Cina né la Russia sono i leader del movimento mondiale anti-imperialista. Questa distinzione appartiene alla lotta delle masse  per l’autodeterminazione e la rivoluzione in Colombia, India, Palestina, Filippine, e in tutto il mondo. Ma la sinistra degli Stati Uniti deve riconoscere che la Cina è un amico, non un nemico, del movimento anti-imperialista, e inizierà a vedere questioni come la Siria molto più chiaramente.

Return to the Source ha difeso l’orientamento socialista della Cina e il suo ruolo nel commercio mondiale, e chi è interessato a un esame più approfondito deve fare riferimento a Cina e il socialismo di mercato: Una questione di Stato e rivoluzione.
* In nessun modo questa affermazione dovrebbe essere preso come un atto di accusa a tutti i gruppi che professano il patrimonio ideologico di Lev Trotzkij. Per quanto imperfetto, come noi crediamo, sulla linee e la strategie di organizzazione, molti di questi gruppi, come il Socialist Equality Party, hanno perlopiù confermato una posizione anti-imperialista sulla Siria.

Note
(1) Pham Binh, The North Star, ““Red Line” or Empty Threat? How the Left Gasses Itself on #Syria”, 6 dicembre 2012
(2) Gabriel Levy, The North Star, “The Trouble With Economic Growth”, 2 ottobre 2012
(3) Reuters, “Russia, China warn West against Syria intervention”, 21 agosto 2012
(4) Martin Beckford, The Telegraph, “Libya attacks criticised by Arab League, China, Russia and India”,  21 marzo 2011
(5) Yusef Khalil, Socialist Worker, “A Turning Point in Syria”, 31 maggio 2012
(6) Joel Wuthnow, The National Interest, “Why China would intervene in Syria”, 16 luglio 2012
(7)Adel al-Toraifi, al-Majalla, “Does China truly support Bashar al-Assad?” 16 febbraio 2012
(8) Michael Kan, The African Business Journal, “China’s Investments in Libya
(9) Energy Information Administration, “Country Analysis Briefs: Syria”, Updated August 2011
(10) Deborah Brautigam, “China in Africa: The Real Story, “China’s Oil Imports From Libya”,  23 marzo 2011
(11) Malcolm Moore, The Telegraph, “Wikileaks: No Bloodshead Inside Tianamen Square, cables claim”, 4 giugno 2011
(12) Michael Parenti, “Friendly Feudalism: The Tibet Myth”, gennaio 2007

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

The Italian party is over

Negli ultimi mesi, tanti uccellacci del malaugurio hanno svolazzato sopra le nostre teste, dall’isterico Giulietto Chiesa che, dal 2004, si sveglia ogni mattina sperando in un bombardamento nucleare dell’Iran, al marmagliume confusionario, violento e pericoloso della cosiddetta sinistra radicale italidiota che, salvo poche eccezioni, aveva partecipato militarmente all’assalto dell’ambasciata libica nel febbraio 2011, in strettissimo coordinamento con le frange terroristiche salafito-qatariote, nel quadro di un’alleanza stretta tra la sinistra radicale e fazioni integraliste finanziate dalle petromonarchie del Golfo Persico, e suggellata  tramite la cosiddetta ‘Freedom Flottilla‘. Oggi, parte di quel pantano ‘rivoluzionario’, o pseudo-tale, vedendo la resistenza opposta dal partito Baath di Damasco all’aggressione salafito-atlantista contro la Siria, per ridarsi verginità e una dignità persa da un decennio buono, si riscopre antimperialista e anticolonialista (ma non Laica e Socialista, termini divenuti nella neolingua ‘partigianny correct’ sinonimo di nazifascismo!), e al solo scopo di salvare il salvabile di una bancarotta irreversibile, evidentissima non solo sul piano internazionalista, ma anche e soprattutto sul piano sociale ed economico, dove il panzer-oekonomismus dei Monti-Marchionne e figli, sta liquidando il costrutto marcio e fatiscente che i sindacati, dal 1991, hanno così faticosamente e meschinamente tirato su, fino a inventarsi e manipolare totalmente il famoso referendum sul TFR dei bei tempi andati di Prodi-bis.
Oggi, per contrappasso, dobbiamo sorbirci gli squittì logorroici e irritanti dei Landini e dei Cremaschi, generalicchi senza truppa tanto incompetenti quanti petulanti e fastidiosi. E spiace per gli operai di ILVA, Sulcis e quant’altro. La loro vita da proletariato andreottiano, moroteo, con pizzichi berlingueriani, è finita. Meglio, terminata. Il mercato mondiale, verso cui l’italietta velinara-berluskina dei guitti antiberlusconiani travaglio-savianei ha espresso un sommo disprezzo snobistico, si vendica con sadismo. Gli altri sono andati avanti, perfino gli spagnoli in crisi, se ne usciranno, poiché hanno investito in infrastrutture, aziende, produzione, mentre l’italietta velinara-tottesca imitava il peggio del circo politico statunitense, irridendo il resto del Mondo non-americanizzato. Il risultato lo stiamo vedendo. La Cina e l’India se ne fanno un baffo delle minacce espresse da bimbiminkia come Benetazzo & friends, e hanno macinato tutto quel che c’era da macinare. Anzi. Non gli è stato consentito di vendere auto sul mercato dell’UE; vedi mai che avrebbero potuto liquidare carrozzoni privati a carico pubblico, come la FIAT, prima di venderne la polpa a Obama e sputandone l’osso invendibile sulla testa di Roma. Ma tant’è, l’importante per i militont ‘rivoluzzionari’ e le femministedisotto, è combattere invece per il diritto delle anarcocapitaliste Pussy Riot di danneggiare i beni pubblici pur di vendere la loro mercanzia scaduta e scadente sul mercato delle Hollywood di terza categoria,  mentre se ne fottono altamente di veri artisti dissidenti, come le due aderenti al gruppo rock-folk maoista Grup Yorum, arrestate e pestate dalla polizia turca. Il cosiddetto ‘internazionalismo’ della compagneria italiana, che si ferma regolarmente sui marciapiedi delle basi della NATO.
Già, perché l’importante è, nell’Italia sull’orlo dell’abisso, combattere per le marce gay e salafite, volantinare per il ‘bombardamento umanitario’ di regimi immensamente più degni dei loro sogni sclerotizzati di paradisi hippies, inventarsi gli orchi rosso-bruni per darsi un’identità diafana, afona e fantasmatica, avendo scoperto di essere totalmente escrescenziali, superflui, per quella che una volta, secoli fa, avrebbe dovuto essere il loro riferimento sociale. Dulcis in fundo, per questa massa amorfa di adolescenziali liderini liceali con la pensione assicurata dalla vituperatissima mamma DC, è vitale perpetrare all’infinito, fino alla tomba, il manicomio post-sessantottino e settantasettino. Un passato, senza storia, che non vuole passare.
Saltando a bomba sulle cose serie. Con la schiacciante sconfitta militare, ad opera della Siria, dell’asse atlantista-gulenista-salafita rappresentata dall’alleanza politico-strategica USA-NATO-Qatar-Arabia Saudita*, l’assalto geostrategico elaborato dal clan Brzezinsky, all’interno dell’amministrazione Obama, subisce un colpo tremendo. A ciò, si unisce la reazione della frazione Putin all’interno dei vertici strategici di Mosca: la cacciata, finalmente!, delle ONG statali USA, che per vent’anni hanno avvelenato l’ambiente politico russo ed ex-sovietico, con la loro opera missionaria: finanziamento a gruppi e gruppetti di teppisti, dai neocon come Kasparov e Navalnij, ai ‘comunisti’ di Udaltsov, alle anarco-capitaliste Pussy Riot, al buffone Limonov (il più amato dai nostrani cacciatori di rosso-bruni, che non capiscono che insultano un loro collega della CIA, che con il movimento Eurasiatico non ha una cippa a che fare. Ma vallo spiegare a dei caproni anarcoidi che si credono aquile leniniste). Obama, impegnatissimo sul fronte della campagna presidenziale, cui partecipa abusivamente, ma potentemente appoggiato dal sistema bancario-mediatico, può solo sparare vacue amenità anti-siriane e anti-iraniane, giusto per gasare amici dichiarati dell’impero USA, e amici travestiti da nemici del medesimo impero. Non è mica poi così facile bombardare Stati come Siria e Iran, anche se si è l’America di Capitan Hollywood. E ciò è ben dimostrato sia dall’isterismo della megera Hillary Clinton che del premier israeliano Binyamin Netanyahu.
La vecchia Clinton, in quattro anni da Segretaria di Stato di Washington, non ha portato a casa che l’Honduras e il Paraguay, mentre la succosissima Libia resta ancora aldilà del traguardo. Ciò farà sprofondare la sua carriera politica, mentre, grazie anche a lei, pure il Medio Oriente sprofonderà nel caos dissolvente degli integralisti islamisti al potere, incapaci di gestire  società ben più complesse degli incubi sociali saudita e qatariota. Incubi che nella porno-italietta hanno trovato, purtroppo, diversi estimatori nel milieux dei cosiddetti amici della Palestina, flottigliatori, campantimperialisti et similia. Potenza dei petrodollari. Da parte sua, il vecchio Biniamyn Netanyahu costerna i nemicissimi del sionismo globale mondiale invincibile, dando un sonoro colpo alla loro amata teoria, e che cioè gli ebrei sono dei formidabili manipolatori dei mass-media, dei telegiornali, del cinema, di Hollywood, della radio e della banda larga su Internet. Smentendo che l’umorismo ebraico sia volto alla conquista del mondo, Netanyahu invece ha dimostrato che il senso dell’humor non è presente in tutti gli ebrei, e che le barzellette dagli shtetl possono avere effetti-boomerang. Così, il famigerato capo del formidabile sionismo invincibile e imbattibile, ha dato uno spettacolo che neanche Meyerchold o Mel Brookes (lasciando perdere quella mezzasega gonfiata di Woody Allen), si sarebbero sognati nelle loro più sfrenate fantasie: presentarsi all’Assemblea Generale dell’ONU con un disegno della Bomba usata nei cartoni animati della Warner Bros., per indicare l’imminente minaccia dell’arma atomica iraniana. Uno sputtanamento simile, da far sganasciare, nell’arco di un paio di secondi, tutto il mondo tramite l’internet messoci a disposizione da quel sant’uomo di Bill Gates.
Manco fosse stato intervistato da Fulvio Grimaldi o Massimo Fini.
Con queste premesse, è improbabile un qualsiasi lancio di petardi sionisti su suolo iraniano, siriano o libanese. Con grande disperazione di quegli anti-americani totali assoluti, che hanno sul comodino le opere omnie dei loro guru e santini: Henry Ford, Robert Dukes, Otis Pike e Anthony Sutton. Ovviamente tutti American WASP purissimi. Se Marx e Trotskij non vanno bene perché erano ebrei, Lenin perché mezzo-asiatico, Mao perchè tutto asiatico, ecc. ecc. Allora agli anti-americanisti totali assoluti restano il peggio della politica statunitense, anzi, americana; anche se si passa da Vichy, Preziosi, Pio XII o Goebbels, finiscono tutti nelle pianure del Midwest o sul Ponte dei Frati Neri, a prendere il thè con Ford, Teddy Roosevelt, Churchill e Houston Chamberlein, tutti anglo-sassoni DOC.
Per fortuna, Mosca, Beijing, Minsk, Damasco, Caracas e tante altre capitali hanno forgiato la loro visione del mondo basandosi su analisi e studi che hanno anche radici secolari, come quelle forniteci da Bolivar o Marx, ma che al contrario dei vari adoratori di mummie adusi a mummificare il cervello per rituale, utilizzano per comprendere la realtà di oggi e non per crearsi fumisterie ideologiche a scopo consolatorio. L’abisso tra occidente, tutto, e l’avanguardia più sveglia del resto mondo, sta essenzialmente in ciò. Ed è stato questo, che ha permesso di sventare la mossa anti-eurasiatica e neoegemonistica studiata da vecchi arnesi come Brzezinsky, Kissinger, Rockefeller, queste ‘speranze’ dell’America che assieme totalizzano quasi 300 anni di età…
Un impero senza futuro, che ha giocato le sue ultime carte puntando sulla primavera araba, un fantasmatico fuoco di artificio, originale e creativo, che ha entusiasmato bimbetti, giornalisti d’assalto della RAI** e analisti della supponente mailing lista accademica Sesamo, ma sempre un fuoco d’artificio, che si spegne rapidamente e lascia solo cenere. Turbinio di cenere che, qui nell’Italietta velinaro-saviannea, ci arriverà in faccia.


Canzone militarista, laico-socialista, in sostanza Rosso-Bruna. Compagnetti, tappatevi le orecchie!!

Note
*Intorno cui ruota una immensa galassia di gruppi di giannizzeri, dalla Fratellanza musulmana alle ONG statali degli USA, dai mercenari della Blackwater e della Legione straniera jihadista, ai volenterosi kollabos dei salotti alternativi parigini, londinesi e della Roma sinistra e destra.
** Ricordiamoci del contegno ripugnante tenuto da Gabanelli, Belinguer, Goracci, Iacona, Ricucci, ecc. ecc.

Alessandro Lattanzio

Il vertice del NAM, l’Iran e la Siria: un colpo all’Occidente?

Può il vertice del NAM collegare l’Iran e l’Egitto?
Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 agosto 2012 

Il prossimo vertice del Movimento dei Non Allineati (NAM) si terrà a Teheran dal 26 al 31 agosto 2012. Il NAM e il suo vertice sono per lo più ignorati dal mondo atlantista degli Stati Uniti e della NATO, ma il suo vertice di quest’anno ha tratto l’attenzione degli atlantisti e della loro stampa. La ragione è che la sede scelta per il vertice del NAM ha sconvolto la dirigenza politica di Washington, DC.
Il governo degli Stati Uniti ha arruffato le sue piume e si è anche scomodato per rimproverare i leader del NAM per il vertice in Iran. La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, coniuge del co-fondatore del neo-con Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) ed arci-imperialista Robert Kagan, ha chiesto al nuovo presidente egiziano, Mohamed Morsi, e anche al Segretario Generale dell’ONU Ban Ki- Moon, cameriere di Washington alle Nazioni Unite, di non recarsi a Teheran. Nuland e il Dipartimento di Stato USA hanno aspramente dichiarato che l’Iran non è degno di tali “presenze di alto livello.” Gli Stati Uniti, invece, sono costretti a sorridere e a sopportare il vertice di leader mondiali a Teheran.
Ciò che avverrà è una conferenza internazionale, senza la NATO e i suoi principali membri de facto – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – della regione Asia-Pacifico, ed Israele. Funzionari africani, asiatici, dei Caraibi e dell’America Latina saranno presenti in piena forza. I cinesi, che hanno lo status di osservatori al NAM, vi saranno. I russi, che non fanno parte del NAM, sono stati invitati come ospiti speciali e saranno rappresentati da Konstantin Shuvalov, ambasciatore itinerante russo e inviato di Vladimir Putin. Anche un paese non-membro del NAM, come la Turchia, ha ricevuto un invito da Teheran. Per sostenere i palestinesi, Hamas avrà un posto speciale al tavolo, con un invito al primo ministro palestinese Ismail Haniyeh a partecipare al vertice, accanto al fantoccio di USA-Israele Mahmoud Abbas. Assieme alla Federazione russa, la maggior parte dei membri della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) parteciperà sia come membri a pieno titolo che come osservatori. Oltre a cinesi e russi, anche gli altri tre membri del gruppo BRICS – Brasile, India e Sud Africa – che sta diventando il nuovo motore che plasma il mondo, saranno presenti.

Il vertice NAM, l’Iran e la Siria: un colpo all’Occidente?
L’incontro dei leader del NAM sarà senza dubbio un evento importante per il prestigio internazionale e lo status dell’Iran. Per quasi una settimana, Teheran sarà un centro chiave del mondo, assieme agli uffici delle Nazioni Unite a New York e Ginevra. Non solo l’Iran sarà la sede di uno dei più grandi vertici internazionali di leader mondiali, ma riceverà anche la presidenza dell’organizzazione dalla potenza araba, l’Egitto. L’Iran manterrà questa posizione come leader del NAM per i prossimi anni e parlerà a nome dell’organizzazione internazionale. Fino a un certo punto, questa posizione permetterà a Teheran di avere maggiore influenza negli affari mondiali. Almeno questa è la visione di Teheran, dove l’importanza del vertice NAM non sfugge ai politici e ai funzionari iraniani che, uno dopo l’altro, sottolineano l’importanza del vertice NAM per il loro paese.
Il NAM è la seconda più grande organizzazione ed entità internazionale del mondo dopo  le Nazioni Unite. Con 120 membri effettivi e 17 membri osservatori, includendo la maggior parte dei paesi e governi di tutto il mondo. Circa i due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite sono membri a pieno titolo del NAM. L’Unione Africana (UA), l’Organizzazione di solidarietà dei popoli afro-asiatici, il Commonwealth delle Nazioni, il Movimento di Indipendenza Nazionale Hostosiano, il Fronte di Liberazione Nazionale Socialista Kanak, la Lega Araba, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI), il Centro Sud, le Nazioni Unite e il Consiglio Mondiale della Pace, sono tutti osservatori.
Gli Stati Uniti e la NATO, che con grande generosità e inganno si presentano sotto il termine di “comunità internazionale” quando si riferiscono a se stessi, sono una esigua minoranza globale che impallidisce in confronto al gruppo internazionale formato dal NAM. Gli accordi e consensi stipulati dal NAM rappresentano non solo la maggior parte della comunità internazionale, ma anche la maggioranza non-imperialista internazionale o quei paesi che sono tradizionalmente considerati come “non abbienti”. A differenza delle Nazioni Unite, la “maggioranza silenziosa” avrà voce senza le adulterazioni e la perversione della confederazione del NATO-stan.
Il vertice NAM a Teheran è un evento importante. Questo dimostra che l’Iran non è isolato a livello internazionale, come l’immagine che agli Stati Uniti e alle principali potenze dell’Unione europea, come Regno Unito e Francia, piace continuamente proiettare. La stampa atlantista si affanna a spiegare questa situazione e gli israeliani sono chiaramente sconvolti.
Senza dubbio, l’Iran userà il raduno internazionale a proprio vantaggio e farà uso del NAM per avere supporto alle sue posizioni internazionali e contribuire a cercare di porre fine alla crisi in Siria. L’assedio della Siria, supportato dagli USA, sarà denunciato alla conferenza del NAM e saranno inferti colpi diplomatici agli Stati Uniti e ai loro clienti e satelliti. Già la rapida conferenza ministeriale sui combattimenti in Siria, organizza dal Ministero degli esteri iraniano a Teheran, prima che fosse tenuto il vertice di emergenza dell’OCI a La Mecca, è un preludio del sostegno diplomatico che l’Iran darà alla Repubblica araba siriana in occasione del vertice NAM 2012.
Nonostante l’opposizione algerina e iraniana, la Siria è stata espulsa dall’OCI per volere di Arabia Saudita e delle petro-monarchie. Mentre il vertice di emergenza dell’OCI alla Mecca potrebbe essere stato un duro colpo politico e diplomatico per Damasco, la situazione dovrebbe essere assai diversa al vertice NAM di Teheran. I siriani saranno presenti anche a Teheran, e affronteranno i loro antagonisti arabi delle petro-monarchie del Golfo Persico.

La genesi del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Terzo Mondo
Il Movimento dei Paesi Non Allineati e il concetto di “Terzo Mondo” hanno le loro radici nel periodo della decolonizzazione, dopo la seconda guerra mondiale, quando gli imperi dell’Europa occidentale cominciarono a sgretolarsi e a terminare formalmente. Questo ha rappresentato superficialmente la fine del dominio sui deboli da parte dei forti. In realtà, il colonialismo è stato semplicemente sostituito dagli aiuti e prestiti esteri degli imperi in declino. In questo contesto, gli inglesi avrebbero offerto aiuto alle loro ex colonie, mentre i francesi e gli olandesi avrebbero fatto lo stesso con le loro ex colonie, per mantenerne il controllo. Così, lo sfruttamento non finì veramente e il mondo venne mantenuto in uno stato di squilibrio. Le Nazioni Unite sono state anche ostaggio delle grandi potenze ed ignorarono molte questioni importanti per luoghi come l’Africa e l’America Latina.
Ciò che ha portato alla formazione del NAM fu in primo luogo il rifiuto del dominio e delle interferenze da parte dei paesi del “Nord del Mondo” – un termine che sarà definito a breve – e il concetto di co-esistenza che l’India e la Cina tracciarono nel 1954, quando Nuova Delhi riconobbe il Tibet come parte della Cina.
Il NAM aveva intrapreso un’iniziativa asiatica, cercando di affrontare i rapporti tesi tra la Cina e gli Stati Uniti da un lato e le relazioni della Cina con le altre potenze asiatiche, dall’altro. I nuovi Stati indipendenti dell’Asia volevano evitare qualsiasi avanzata della guerra fredda nel loro continente, soprattutto dopo il disastroso intervento militare USA in Corea, o la manipolazione di India e Indonesia come stati cuscinetto nei confronti della Repubblica popolare cinese. Questa iniziativa asiatica si era rapidamente ampliata ed ottenne il sostegno della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, dell’Egitto e di vari leader dei movimenti di indipendenza nazionalisti in Africa, che erano in lotta per la loro liberazione da paesi della NATO, come la Gran Bretagna, la Francia e il Portogallo.
Il presidente jugoslavo Josip Broz Tito, il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e il presidente egiziano Jamal Abdel Nasser erano le tre forze principali dietro la creazione dell’organizzazione. Anche Kwame Nkrumah, il leader marxista panafricano del Ghana, e Ahmed Sukarno, il leader dell’Indonesia, diedero il loro peso al NAM e unendosi a Tito, Nehru e Nasser. Questi leader e i loro paesi non consideravano la guerra fredda come una lotta ideologica. Questa era una cortina fumogena. La guerra fredda era una lotta di potere, dal loro punto di vista, e l’ideologia era semplicemente utilizzata come giustificazione.

I diversi mondi della guerra fredda
La parola “non allineamento” è stata utilizzata a livello mondiale da Vengalil Krishnan Krishna Menon, ambasciatore dell’India alle Nazioni Unite, mentre “Terzo Mondo” fu un termine usato per la prima volta dallo studioso francese Alfred Sauvy. ‘Terzo Mondo’ è un termine politico discusso e alcuni lo trovano sia sbagliato che etnocentrico. Nel punto di fusione la frase ‘Terzo Mondo’ è inestricabilmente intrecciata con il concetto di non-allineamento e il NAM.
Sia il NAM che, in particolare, il Terzo Mondo, sono erroneamente e con noncuranza utilizzati come sinonimi per Mondo in via di sviluppo e sottosviluppato, o come indicatori economici. I Paesi del Terzo Mondo sono le sfortunate ex-colonie o gli stati meno abbienti dell’Africa e dell’America Latina, le vittime dell’imperialismo e dello sfruttamento. Ciò ha portato alla definizione generale o all’errata identificazione del NAM e dei paesi del Terzo Mondo con il concetto di povertà. Questo è sbagliato e non è ciò che i due termini indicano.
Terzo Mondo era un concetto che si è sviluppato durante il periodo della guerra fredda per distinguere i paesi che non erano formalmente parte del Primo Mondo, formato dal blocco occidentale, e del blocco orientale/sovietico o mondo comunista, che formavano il Secondo Mondo. In teoria, la maggior parte di questi abitanti del Terzo Mondo erano neutrali e unirsi al NAM era un’espressione formale di questa posizione di non allineamento. Oltre ad essere considerati parte del Secondo Mondo, gli stati comunisti come la Repubblica popolare di Cina e Cuba, furono ampiamente classificati come parte del Terzo Mondo e considerati componenti della terza forza globale. Il Presidente Mao definì la sua visione attraverso il concetto dei Tre Mondi, con cui inoltre sostenne la classificazione di stati comunisti come l’Angola, Cina, Cuba e Mozambico come parte del Terzo Mondo, perché non appartenevano al blocco sovietico come la Bulgaria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia.
Nella più ortodossa delle interpretazioni del significato politico di Terzo Mondo, lo stato comunista della Jugoslavia era parte del Terzo Mondo. Nello stesso contesto, grazie ai suoi legami con la NATO e la sua appartenenza al Central Treaty Organization (CENTO) controllato dagli USA, l’Iran era politicamente parte del Primo Mondo fino alla Rivoluzione iraniana del 1979. Pertanto, il riferimento alla Jugoslavia come un paese del Secondo Mondo e all’Iran come paese del Terzo Mondo prima del 1979, non è corretto.
Il termine Terzo Mondo ha dato origine alla frase “Sud del Mondo.” Questo termine è basato sulla posizione geografica a sud del Terzo Mondo, sulla mappa, a differenza del nord geografico del Primo e del Secondo Mondo, che collettivamente iniziò ad essere chiamato “Nord Globale.” I termini Nord e Sud Globali iniziarono a sostituire lentamente i termini Primo, Secondo e Terzo Mondo, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica.

Bandung, Belgrado e la creazione dei Non Allineati
Il NAM si formò quando gli abitanti del Terzo Mondo, che rimasero intrappolati tra gli atlantisti e i sovietici durante la Guerra Fredda, cercarono di formalizzare la loro terza via o terza forza. Il NAM sarebbe nato dopo la Conferenza di Bandung nel 1955, che fece infuriare il Blocco occidentale e gli Stati Uniti, che lo videro come un peccato contro i loro interessi globali.
Contrariamente al blocco occidentale, l’Unione Sovietica era molto più bendisposta ad accettare il NAM. Il Premier sovietico Nikita Khrushchev addirittura propose, nel 1960, che l’ONU fosse gestita da un “troika” composta da Primo, Secondo e Terzo Mondo, al posto della segreteria di New York, influenzata dall’occidente e collusa con gli Stati Uniti nella rimozione del primo ministro Patrice Lumumba dal potere nella Repubblica democratica del Congo, così come di altri leader mondiali indipendenti.
Fidel Castro e Cuba, che ha ospitato il vertice del NAM nel 1979, quando l’Iran vi si unì come ottantottesimo membro, in realtà sostennero che il Secondo Mondo e i movimenti comunisti erano “alleati naturali” del Terzo Mondo e del NAM. Gli atteggiamenti favorevoli di Nasser e Nehru verso l’Unione Sovietica, e il sostegno del blocco sovietico ai vari movimenti di liberazione nazionale, prestarono credibilità all’argomentazione cubana sull’alleanza del Secondo e del Terzo Mondo contro lo sfruttamento capitalista e le politiche imperialiste del Primo Mondo.
Il primo vertice NAM si tenne nella capitale jugoslava Belgrado, nel 1961, sotto la presidenza del maresciallo Tito. Il vertice di Belgrado chiese la fine di tutti gli imperi e del colonialismo. Tito, Nehru, Nasser, Nkrumah, Sukarno e altri leader del NAM chiesero che gli europei occidentali abbandonassero i loro ruoli coloniali in Africa e lasciassero che i popoli africani decidessero del proprio destino.
Una conferenza preparatoria si svolse qualche mese prima al Cairo, da Jamal Abdel Nasser. Nel corso delle riunioni preparatorie il non allineamento venne definito da cinque punti:
(1) i paesi non allineati devono seguire una politica indipendente di co-esistenza con nazioni dai diversi sistemi politici e sociali;
(2) i paesi non allineati devono essere coerenti nel loro sostegno all’indipendenza nazionale;
(3) i paesi non allineati non devono appartenere ad una alleanza multilaterale conclusa nel contesto delle politiche delle grandi potenze o delle superpotenze;
(4) Se dei paesi non allineati hanno accordi bilaterali con le grandi potenze o appartengono a un patto di difesa regionale, tali accordi non avrebbero dovuto essere conclusi nel contesto della guerra fredda;
(5) Se gli stati non allineati cedono basi militari a una grande potenza, queste basi non dovrebbero essere concesse nel contesto della guerra fredda.
Tutte le successive conferenze del NAM affrontarono questioni vitali, per gli anni a venire, che andavano dall’inclusione della Repubblica popolare cinese alle Nazioni Unite, ai combattimenti nella Repubblica Democratica del Congo, alle guerre africane di indipendenza contro i paesi dell’Europa occidentale, all’opposizione all’apartheid e al razzismo, al disarmo nucleare. Inoltre, il NAM è tradizionalmente ostile al sionismo e ha condannato l’occupazione dei territori palestinesi, libanesi, siriani ed egiziani da parte d’Israele, fruttandogli l’avversione permanente da parte di Tel Aviv.

Rendere il NAM nuovamente attuale
Molti si chiedono quale rilevanza il Movimento dei Paesi Non Allineati abbia oggi. Dalla fine della guerra fredda la forza del NAM è stata erosa, mentre gli Stati Uniti, le riforme economiche neoliberiste, il FMI e la Banca mondiale hanno acquisito sempre più controllo sui membri del NAM. In molti casi, i membri del NAM sono ritornati ad essere de facto delle colonie in tutto, tranne che nel nome. Molti membri del NAM, come Bielorussia, Colombia, Etiopia e Arabia Saudita, sono in realtà stati completamente allineati.
Non vi è alcun dubbio, al riguardo, che l’Iran voglia rendere il NAM nuovamente attuale, per combattere il mondo atlantista espansionista. Così fanno i russi e i cinesi. Il NAM, dopo tutto, ha fornito all’Iran un importante sostegno diplomatico nella sua controversia politicizzata sul nucleare con gli atlantisti. Il NAM è anche la più diretta alternativa alle Nazioni Unite, infiltrate e pervertite dagli atlantisti. Il vertice NAM sarà capitalizzato dall’Iran e dai suoi alleati per cercare di sviluppare una sorta di strategia di lotta e di elusione delle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti e dell’Unione europea contro l’economia iraniana, e per dimostrare agli atlantisti di Stati Uniti e Unione europea che il loro potere nel Mondo è limitato e declinante. Un piccolo passo in questa direzione è dato dall’Iran che avvia negoziati bilaterali con 60 paesi del NAM, per far cadere l’obbligo del visto per l’Iran. Una dichiarazione universale potrebbe essere rilasciata, che chiede che le sanzioni anti-iraniane siano abbandonate o modificate. Altre misure dovrebbero includere delle proposte per una nuova ed alternativa struttura finanziaria globale; per eludere il blocco atlantista sulle transazioni finanziarie internazionali.
Un evento importante al vertice NAM sarà l’arrivo di Morsi a Teheran, in segno di buone relazioni. I legami tra Cairo e Teheran non verranno ripristinati in una notte, perché ci sono restrizioni su Morsi. Qualunque cosa accada tra l’Egitto e l’Iran al vertice NAM di Teheran, sarà un passo nel processo di riappacificazione. Gli egiziani stanno soffrendo per non inimicarsi i loro finanziatori occidentali e arabi, e gli iraniani hanno scelto di essere pazienti. La presenza di Morsi in Iran, tuttavia, è simbolicamente molto importante. Teheran ha davvero motivo di essere molto ottimista mentre tutte le sue stelle si stanno allineando al suo gala del NAM.
Ambienti diplomatici  guardano all’Egitto alla vigilia del vertice NAM. Prima che fosse annunciato che  Morsi sarebbe andato in Iran, ci si aspettava che il vicepresidente egiziano Mahmoud Mekki avrebbe rappresentato l’Egitto al vertice del NAM, come dimostrazione dell’allontanamento dell’Egitto dall’Iran. Le relazioni del Cairo con Teheran e quel che si svilupperà dal viaggio di Morsi in Iran, è ciò che il Mondo Arabo, Israele e gli Stati Uniti guardano con attenzione. Alcuni analisti affermano che la posizione dell’Egitto potrebbe “creare o spezzare” il progetto di isolare l’Iran, in particolare in termini settari, comportando la divisione tra sciiti e sunniti. Questo in realtà è sbagliato, perché non c’è nulla di specificamente significativo che l’Egitto possa fare per rompere o mantenere l’isolamento dell’Iran. Dopo tutto, Cairo e Teheran hanno legami sostanzialmente dal 1980 e Mubarak è stato un fedele alleato degli Stati Uniti, facendo cooperare l’Egitto con l’Arabia Saudita e Israele per piegare l’influenza iraniana.
Nel peggiore dei casi il rapporto tra i due paesi rimarrà come è stato durante l’era Mubarak. Questa non è una situazione negativa per l’Iran, anche se la situazione in Siria ha catalizzato il desiderio iraniano per un più rapido riavvicinamento. Le relazioni Egitto-Iran non hanno dove andare se non verso l’alto. Le proteste di Tahrir Square (Piazza Liberazione) che hanno detronizzato Mubarak e contribuito alle elezioni che hanno portato al potere la Fratellanza musulmana egiziana, fanno parte di ciò che i funzionari iraniani chiamano “risveglio islamico”, in contrasto con la “primavera araba”. L’Iran non ha nascosto la sua convinzione che l’Egitto sia e potrebbe eventualmente costituire, un nuovo asse regionale dopo la caduta dal potere del dittatore a vita Mubarak. Se c’è un uomo che può saltare dalla concezione della primavera araba al risveglio islamico, almeno pubblicamente, è il presidente Morsi, attraverso un’alleanza con l’Iran.
L’8 agosto, l’Iran ha inviato Hamid Baqaei per portare a Morsi l’invito a partecipare al vertice del NAM di Teheran. La stampa internazionale e gli esperti hanno dato maggiore valore al rango governativo di Baqaei, perché non sono riusciti a capire o a menzionare che sia più anziano degli undici giovani vice-presidenti o assistenti, e che sia essenzialmente il ministro responsabile per gli affari esecutivi della presidenza iraniana. Il Primo Vice-Presidente Mohammed-Reza Rahimi, ex governatore della provincia iraniana del Kurdistan ed egli stesso ex-vicepresidente, è il più anziano vice-presidente dell’Iran. Indipendentemente da ciò, la visita di Baqaei a Cairo, sia come inviato presidenziale che come stretto collaboratore del presidente, era importante. L’Iran averebbe potuto consegnato la lettera d’invito attraverso la sua sezione di interesse all’Ambasciata Svizzera in Egitto, o altri canali diplomatici, ma ha fatto un gesto significativo inviando Baqaei direttamente in Egitto. La mossa ha reso molto ansiosi tutti i paesi che cospirano contro l’Iran e la Siria. Per questi paesi ansiosi, il vertice del NAM a Teheran riguarderà l’Egitto, l’Iran e la Siria.

Le mosse saudite, del Qatar e del FMI in Egitto sono legate al vertice NAM di Teheran?
Tanto l’Arabia Saudita che il Qatar hanno offerto il loro aiuto finanziario all’Egitto, prima che Morsi visiti Beijing, dove si prevede che chiederà aiuto ai cinesi. A parte l’abitudine di Arabia Saudita e Qatar nel decidere il modo con cui i Fratelli Musulmani egiziani devono interagire con l’Iran, le offerte di aiuto dai petro-despoti di Doha e Riyadh fanno parte della competizione araba per aver la maggiore influenza su Cairo.
Morsi è visto come uomo del Qatar e le relazioni tra Riyadh e Cairo sono a disagio da qualche tempo. L’ambasciata saudita a Cairo è stata perfino temporaneamente chiusa, dopo l’ondata di proteste egiziane contro l’Arabia Saudita. Ancora più importante, la Casa dei Saud si oppone a Morsi, sostenendo il vecchio scagnozzo di Mubarak, Ahmed Shafik, durante le elezioni presidenziali egiziane. Inoltre, la Casa dei Saud ha appoggiato i propri clienti politici in Egitto contro la Fratellanza Musulmana. I clienti egiziani della Casa dei Saud, sono il Partito Nour e la sua coalizione parlamentare chiamata Alleanza per l’Egitto (Blocco islamici), arrivata al secondo posto dietro la coalizione parlamentare dei Fratelli Musulmani, l’Alleanza democratica.
Nonostante il fatto che Doha e Riyadh siano entrambe al servizio degli interessi degli Stati Uniti, i due sceiccati hanno una rivalità reciproca. Questa rivalità qatariota-saudita ha ripreso a crescere, dopo la breve pausa che ha visto entrambe le parti invadere l’isola del regno del Bahrain, per sostenere il regime dei Khalifa, e cooperare contro i governi di Libia e Siria.
La rivalità tra Saud ed al-Thani li ha visti supportare diversi gruppi armati in Libia, e forze antigovernative in competizione, durante la cosiddetta primavera araba (o risveglio islamico per Teheran). Le elezioni in Egitto, dove Doha e Riyadh hanno supportato partiti diversi, hanno solo aggiunto benzina al fuoco qatariota-saudita.
L’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, ha deciso di sostenere i Fratelli Musulmani quasi ovunque si trovino, come mezzo per espandere l’influenza del Qatar. Pochi giorni dopo la cacciata di Mubarak, al-Jazeera del Qatar ha mostrato grande lungimiranza quando ha lanciato al-Jazeera Mubasher Misr, un notiziario dedicato esclusivamente all’Egitto. Mentre il Qatar e i suoi media hanno messo il loro peso a favore dei Fratelli Musulmani egiziani, l’Arabia Saudita e i suoi media non l’hanno fatto.
Questo è stato anche il motivo per cui i media controllati dai sauditi, come al-Arabiya, hanno continuato a criticare il presidente Morsi, anche dopo le elezioni in Egitto. Per alleviare le tensioni della Casa dei Saud con l’Egitto, Morsi ha compiuto in Arabia Saudita il suo primo viaggio all’estero da presidente. Oltre a una copertura favorevole, è anche ampiamente ritenuto che il Qatar abbia contribuito a finanziare i Fratelli Musulmani in Egitto, durante le elezioni. Inoltre, gli investimenti del Qatar in Egitto sono cresciuti del 74%, secondo i dati diffusi dalla Banca Centrale egiziana del luglio 2012. L’11 agosto, l’emiro al-Thani e una delegazione del Qatar si sono recati in Egitto per una visita di un giorno presso Morsi. Il giorno dopo, il 12 agosto, Morsi ha educatamente licenziato o mandato “in pensione” il Feldmaresciallo Tantawi, il capo delle forze armate egiziane, e Sami Anan, capo di stato maggiore delle forze armate egiziane e numero due di Tantawi. Dopo la visita di al-Thani, delle voci hanno cominciato a circolare in Egitto, secondo cui i Fratelli Musulmani avevano intenzione di affittare il Canale di Suez all’emiro al-Thani, cosa che è stata negata da Morsi e dal suo staff presidenziale. Un altro risultato della visita egiziana dell’emiro al-Thani era stato l’annuncio che il Qatar aveva dato a Cairo due miliardi di dollari (USA). In realtà, il Qatar ha dato all’Egitto solo 500 milioni di dollari (USA) e ha detto che il resto sarà consegnato a rate, che inizieranno dopo il vertice del NAM a Teheran. Il piano di pagamento dice qualcosa?
La tempistica della visita a Cairo del Fondo monetario internazionale (FMI), per negoziare un prestito alla vigilia del vertice del NAM di Teheran, è anch’essa sospetta. Dopo un anno di incertezze e di accattonaggi, il Qatar e il FMI hanno aperto le loro borse agli egiziani (anche se il Qatar aveva già inviato del denaro, in precedenza). Il governo libico del Consiglio di transizione, ha anch’esso offerto dei finanziamenti, anche se le sue stesse casse sono vuote a causa della guerra della NATO in Libia e del saccheggio del tesoro e dei beni della Libia da parte degli atlantisti, e con l’aiuto dell’economista neoliberale statunitense, divenuto libico, il “ministro del petrolio e delle finanze” Ali Tarhouni. Per quanto riguarda la Casa dei Saud, è consapevole che i suoi contributi finanziari all’Egitto richiedono il proseguimento delle politiche anti-iraniane da parte di Cairo.

Tutti osserveranno Morsi a Teheran
Le letture su Morsi e la Fratellanza musulmana, che governano sotto la bandiera del Partito della Libertà e della Giustizia, variano. Da un lato, il governo egiziano ha tenuto chiuse le frontiere con i palestinesi di Gaza. Ha anche promesso di onorare i trattati internazionali, un riferimento malizioso al trattato di pace con Israele, cercando di evitare di menzionare Israele e impedire un polverone mediatico. D’altra parte, Morsi ha compiuto gesti positivi verso Teheran, presso il vertice di emergenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI) alla Mecca, chiedendo di  formare un gruppo di contatto Ankara-Il Cairo-Riyadh-Teheran per discutere della crisi siriana, e aveva anche detto che voleva apportare modifiche al trattato di pace egiziano con Israele.
Come la maggior parte dei politici, Morsi ha annacquato le sue promesse elettorali. Ha dovuto percorrere una linea sottile, circondato da nemici e concorrenti, mentre ha lavorato per accumulare lentamente forza. Quando è stato eletto, c’è stato un ritardo nell’annunciare il risultato delle elezioni egiziane. Il Feldmaresciallo Tantawi e la giunta militare egiziana stavano prendendo tempo per riflettere se mantenere Morsi come presidente o imporre nuove leggi marziali, mentre insediavano con la forza il loro collega, il generale Ahmed Shafik, a presidente civile del paese.
Morsi è in contrasto con i vertici militari dell’Egitto, alleati di vecchia data d’Israele e degli Stati Uniti, così come della Casa dei Saud. A parte il pensionamento dei due membri più importanti della giunta militare egiziana, Morsi ha anche capovolto le decisioni dei militari egiziani di subordinare la sua presidenza e modificare la costituzione dell’Egitto post-Mubarak. Questo gioco del potere viene ampiamente descritto come un contro-colpo di stato preventivo contro la giunta militare egiziana. Doha potrebbe avere favorito la mossa, in modo che il suo cavallo dei Fratelli Musulmani rimanga al potere, in opposizione all’esercito egiziano e al cavallo saudita, il partito Nour. Se il contro-colpo di stato è una mossa compiuta  nel contesto della rivalità tra Qatar ed Arabia Saudita, o una mera mossa per dare libertà politica a Morsi e alla Fratellanza musulmana, è una domanda da dieci milioni di riyal qatarioti.

Cairo passa a una politica rivolta all’Est?
Dove andrà la politica estera di Morsi, dopo la conferenza di Teheran del NAM, è l’altra domanda importante. Dove sarà, quando inizierà a cristallizzarsi nelle riunioni del NAM. La paura del riavvicinamento tra l’Iran e l’Egitto, sicuramente tiene sveglia molta gente nelle notti di Riad, Tel Aviv, Londra e Washington, DC. Tutti sono in attesa di vedere cosa faranno Cairo e Teheran, e per molti le aspettative di un riavvicinamento sono forti, ma la leva finanziaria e le restrizioni che esistono verso Morsi non devono essere dimenticate.
Anche se vi è assai meno clamore e attenzione sul viaggio in Cina di Morsi, quello che farà sarà anch’esso molto importante. Alcuni dicono che ha in programma di allontanare lentamente la politica estera di Cairo dal campo atlantista, che ha Washington come capitale, al campo Eurasiatista, che comprende la Cina e l’Iran. Certo, gli aiuti esteri cinesi ridurranno la dipendenza egiziana dagli atlantisti e dai loro partner delle petro-monarchie arabe. Ciò con cui si ha a che fare, in questo caso, è un intreccio tra molteplici relazioni di diversi gruppi che interagiscono in modi diversi e attraverso relazioni mutevoli.

Addendum – 25 agosto 2012
Il non eletto presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha minacciato di boicottare il vertice del NAM dopo che i media iraniani ed Hamas avevano annunciato che il primo ministro Haniyeh, rappresentante dei palestinesi democraticamente eletto, avrebbe partecipato al vertice del  NAM. Successivamente, il ministero degli Esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione che affermava che Haniyeh non è mai stato invitato a Teheran.

Pluripremiato autore e analista geopolitico, Mahdi Darius Nazemroaya è autore di The Globalization of NATO (Clarity Press) e di un libro di prossima uscita The War on Libya and the Re-Colonization of Africa. Ha anche contribuito a diversi altri libri che vanno dalla critica culturale alle relazioni internazionali. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), collaboratore presso la Strategic Culture Foundation (SCF) di Mosca e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, Italia. Ha anche affrontato le questioni del Medio Oriente e delle relazioni internazionali su diverse reti televisive, tra cui al-Jazeera, Telesur e RussiaToday. I suoi scritti sono stati tradotti in più di venti lingue. Nel 2011 è stato insignito del Primo Premio Nazionale del Circolo della Stampa messicano, per il suo lavoro nel giornalismo investigativo internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria divide la sinistra araba

Nicolas Dot-Pouillard Le Monde Diplomatique 4.8.2012

Le violenze si approfondiscono e diffondono. Eppure, a differenza di Egitto e Tunisia, la rivolta siriana non ha avuto il sostegno unanime della sinistra araba. C’è una spaccatura tra coloro che simpatizzano con le richieste dei manifestanti e quelli che temono l’ingerenza straniera, sia politica che militare.
Lo scorso agosto il quotidiano della sinistra nazionalista libanese, al-Akhbar, ha attraversato la sua prima crisi dal suo lancio nell’estate del 2006 (1). Il caporedattore Khaled Saghieh lasciato il giornale che aveva contribuito a creare, a causa della sua copertura della crisi siriana. Saghieh ha denunciato la mancanza di sostegno da parte del giornale, alla rivolta popolare che ha avuto inizio nel marzo 2011. Al-Akhbar non ha mai negato le sue simpatie politiche verso Hezbollah, uno dei principali alleati di Bashar al-Assad nella regione, o nascosto il fatto che preferisce il dialogo tra il governo di Damasco e una sezione dell’opposizione, alla caduta del regime di Assad. Il giornale ha dato voce ad alcuni membri dell’opposizione siriana, tra cui Kaileh Salameh, un intellettuale marxista siriano-palestinese che è stato arrestato lo scorso aprile dai servizi di sicurezza.
Un articolo di giugno di Amal Saad-Ghorayeb (2) ha provocato tensioni all’interno della versione inglese del giornale online. Il commentatore libanese si è posizionato stabilmente con il regime di Damasco, e ha criticato i sostenitori di una “terza via”, quelli che denunciano il regime, mentre metteva in guardia contro l’intervento militare occidentale, sul modello libico. Lo stesso mese un altro giornalista di al-Akhbar, l’inglese Max Blumenthal, ha annunciato che stava rilasciando un articolo di critica verso gli “apologeti di Assad” nella redazione (3).
La crisi di al-Akhbar è sintomatica del dibattito che divide la sinistra araba, ideologicamente e strategicamente. Alcuni continuano a sostenere il regime siriano in nome della lotta contro Israele e la resistenza all’imperialismo. Altri stanno fermamente con l’opposizione, in nome della rivoluzione e della difesa dei diritti democratici. Altri ancora sostengono una via di mezzo tra la prova di solidarietà (a distanza) con le richieste dei manifestanti per la libertà, e il rifiuto dell’ingerenza straniera: sostengono una sorta di riconciliazione nazionale. Sembra che la crisi siriana stia gettando la sinistra araba – strettamente comunista, tendenzialmente marxista, nazionalista di sinistra, radicale o moderata - nel disordine.
C’è un piccolo sostegno inequivocabile per il clan Assad, e poche persone chiedono al regime di andare avanti così com’è, ma i sostenitori incondizionati della rivoluzione non sembrano essere in maggioranza. La maggior parte di loro sono all’estrema sinistra dello schieramento politico, di solito trotzkisti (Forum socialista in Libano, socialisti rivoluzionari in Egitto) o maoisti (Via democratica in Marocco). Hanno legami con sezioni dell’opposizione, come la Sinistra Rivoluzionaria siriano di Ghayath Naisse. Dalla primavera del 2011 hanno preso parte a manifestazioni occasionali davanti alle ambasciate e consolati siriani nei loro paesi. Ci sono anche alcuni intellettuali indipendenti di sinistra che appoggiano l’insurrezione, come lo storico libanese Fawwaz Traboulsi (4). Chiedono la caduta del regime, ed escludono il dialogo. Anche se difendono la pacifica protesta popolare, credono che i ribelli hanno il diritto di ricorrere alla forza delle armi. Sostenitori della rivoluzione dell’estrema sinistra si distanziano dal Consiglio Nazionale siriano (CNS)(5), una delle principali coalizioni di opposizione, perché credono che i suoi legami con paesi come il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita, potrebbero compromettere l’indipendenza del movimento popolare.

A prudente distanza
Una parte della sinistra radicale, anche se denuncia il regime di Assad e chiede la sua caduta, è diffidente verso il supporto che le monarchie del Golfo stanno dando ai rivoluzionari siriani; allo stesso modo, non osano sottoscrivere pienamente il discorso anti-Assad della “comunità internazionale”, in particolare degli Stati Uniti. Ma questo riflesso anti-imperialista non ha la precedenza sul sostegno alla rivoluzione: ciò che conta è la situazione interna in Siria, e il principio di rivolta popolare, come fatto in Tunisia ed Egitto.
Ma la maggioranza della sinistra araba mantiene una prudente distanza dalla rivolta siriana. Condannano  la sua militarizzazione, che dicono vada a vantaggio dei gruppi radicali islamici e dei combattenti stranieri che si affollano in Siria. Criticano il settarismo del conflitto, che mettendo prima gli alawiti, e poi le minoranze cristiane davanti a una maggioranza sunnita radicalizzata dalla repressione, temono, porterà a una guerra civile senza fine. E si preoccupano per l’equilibrio regionale e internazionale del potere. Con l’Iran e la Siria contro le monarchie del Golfo, e la Russia e la Cina contro gli Stati Uniti, la Siria è in prima linea nel grande gioco della guerra internazionale. La sinistra tende a favorire l’Iran e la Siria, e la Russia e la Cina, piuttosto che quelli che vi si oppongono.
Una coalizione di sei partiti di sinistra e nazionalisti, tra comunisti e nazionalisti arabi, si è incontrata ad Amman il 4 aprile, in occasione del nono anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. Ma era la crisi in Siria, non la caduta di Saddam Hussein, che ha dominato le discussioni. I relatori hanno denunciato con forza “l’intervento straniero” in Siria, e tracciato un parallelo tra l’operazione del 2003 contro l’Iraq e il sostegno delle principali potenze occidentali al CNS e all’opposizione armata in Siria.
Il potente Sindacato Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT, cui alcuni membri dell’esecutivo sono di estrema sinistra) ha emesso un comunicato il 17 maggio, ribadendo il suo sostegno alle esigenze democratiche del popolo siriano, ma mettendo in guardia contro un “complotto degli Stati arabi coloniali e reazionari“. Due mesi prima, il Partito Comunista dei Lavoratori tunisino (POCT) e gruppi nazionalisti arabi avevano indetto una manifestazione per protestare contro le “Amici della Siria” (un organizzazione che riunisce circa 60 rappresentanti internazionali e il CNS), quando ha tenuto una conferenza a Tunisi.
Il Partito Comunista Libanese ha assunto un atteggiamento particolarmente prudente. Anche se ha pubblicato articoli nel suo giornale dei leader dell’opposizione siriana come Michel Kilo, che non fa parte del CNS, è rimasto in diparte dalle manifestazioni che hanno avuto luogo nel corso dell’ultimo anno, di fronte all’ambasciata siriana a Beirut. Inoltre, il partito è finito sotto il fuoco della sinistra libanese, perché parte della sua leadership resta vicino al del Partito della volontà popolare di Qadri Jamil. Jamil è un membro dell’opposizione “ufficiale” siriana, e nel giugno Assad lo ha nominato viceprimo ministro per l’economia, nel governo di Riad Hijab.
Un’altra parte degli appelli della sinistra arabi per un approccio graduale e riformista al conflitto siriano, sostiene che la soluzione deve essere politica e non militare. Questa posizione ha trovato riscontro nel comunicato finale del Congresso nazionalista arabo, che ha riunito circa 200 delegati provenienti da gruppi nazionalisti arabi e di sinistra, e di alcuni islamisti, a Hammamet, Tunisia, a giugno (6). Il documento cercato di essere il più possibile consensuale. Pur riconoscendo il diritto del popolo siriano a “libertà, democrazia e alternanza pacifica del potere tra i partiti“, ha condannato la violenza da tutte le parti, criticando sia il regime cje l’opposizione armata, e chiedendo di impegnarsi in un dialogo sulla base del piano di pace di Kofi Annan, del marzo 2012.

Due facce
Mentre una parte della sinistra radicale araba crede ancora che la rivoluzione è in gioco, carte, una percentuale molto più grande l’ha abbandonata, dal momento che in realtà non vuole vedere un violento collasso del regime. La contraddizione si trova nella tacita guerra fredda non detto. Temono più un vuoto di potere e una Siria post-Assad riconciliata con gli Stati Uniti e i loro alleati degli Stati del Golfo, più che la prosecuzione del regime attuale.
Gli attivisti arabi di sinistra vedono la Siria come Giano bifronte. Pochi negano la sua natura autoritaria e repressiva, ma ancora oggi gli argomenti a difesa del regime, combinati con le sanzioni internazionali contro di esso, risuonano nella sinistra araba, profondamente radicata nella convinzione unitaria anti-imperialista e terzomondista. In alcuni, questi sentimenti sono temperati da un attaccamento alla natura popolare della rivolta, in altri sono amplificati dalla crescente internazionalizzazione del conflitto.
La primavera araba ha dato una spinta agli islamisti, portando al potere i partiti dalle origini nella Fratellanza Musulmana, in Marocco, Tunisia ed Egitto. Non c’è dubbio che questo ha spinto alcuni esponenti della sinistra a spostarsi da un’altra parte, temendo che le rivoluzioni arabe possano portare all’egemonia islamista. Il Movimento Ennahda in Tunisia, come la Fratellanza Musulmana in Egitto e Giordania, appaiono come ardenti sostenitrici dell’opposizione siriana. Quindi la posizione che gran parte della sinistra araba assume verso la Siria, riflette il suo scontro con l’Islam politico. Ecco perché i partiti che di solito pretendono di essere “rivoluzionari” e “progressisti”, anche se non sono necessariamente marxisti, paradossalmente sperano in una soluzione negoziata e nella transizione graduale in Siria, per paura di una delusione futura.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 332 follower