Il GCC e la NATO stanno perdendo la loro leadership

Il doppio veto che impedisce la guerra imperiale contro la Siria
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 5 febbraio 2012

Contrariamente a quello che era successo durante l’attacco contro l’Iraq, la Francia non ha difeso i principi del diritto internazionale nel caso della Siria, ma si è unita al campo imperiale e alle sue menzogne. Con il Regno Unito e Stati Uniti, ha subito una storica sconfitta diplomatica, mentre la Russia e la Cina sono diventate i campioni della sovranità dei popoli e della pace. Il nuovo equilibrio del potere internazionale non è solo una conseguenza del declino delle forze armate statunitensi, ma sanziona anche il declino del loro prestigio. In definitiva, gli occidentali hanno perso la leadership che hanno condiviso per tutto il ventesimo secolo, perché hanno abbandonato ogni legittimità, tradendo i propri valori.

La fine del mondo unipolare
Questo quadruplo veto sigilla la fine di un periodo delle relazioni internazionali che ha avuto inizio con il crollo dell’Unione Sovietica, ed è stato marcato dal dominio completo degli Stati Uniti sul mondo. Ciò non significa un ritorno al precedente sistema bipolare, ma l’emergere di un nuovo modello i cui contorni restano indefiniti. Nessuno dei progetti del Nuovo Ordine Mondiale si è concretizzato. Washington e Tel Aviv non sono riusciti a istituzionalizzare l’operazione unipolare che volevano stabilire come paradigma intangibile, mentre il BRICS non è riuscito a creare un sistema multipolare che avrebbe permesso ai suoi membri di raggiungere un livello più alto.
Come anticipato giustamente dallo stratega siriano Imad Fawzi Shueibi, è la crisi siriana che ha cristallizzato un nuovo equilibrio di potere, e da lì, una ridistribuzione del potere che nessuno ha pensato o voluto, ma che ora è vincolante per tutti [1].
In retrospettiva, la dottrina do Hillary Clinton della “leadership da dietro” appare come un tentativo degli Stati Uniti di testare i limiti che non possono superare, facendo sopportare la responsabilità e le conseguenze ai loro alleati inglesi e soprattutto francesi. Sono questi ultimi che si sono messi in prima fila come leader politici e militari, durante il rovesciamento della Jamahiriya araba libica, e che aspiravano ad esservi di nuovo, nel rovesciare la Repubblica araba siriana, anche se agivano da vassalli e mercenari dell’impero statunitense. Sono quindi Londra e Parigi, più che Washington, che hanno subito una sconfitta diplomatica e ne sopporteranno le conseguenze in termini di perdita di influenza.
Gli Stati del Terzo Mondo non mancheranno di trarre le loro conclusioni dagli avvenimenti recenti: coloro che cercano di servire gli Stati Uniti, come Saddam Hussein, o  di negoziare con essi, come Muammar al-Gheddafi, possono essere eliminati dalle truppe imperiali e il loro paese potrà essere distrutto. Al contrario, coloro che resistono, come Assad e costruiscono alleanze con la Russia e la Cina sopravviveranno.

Trionfo nel mondo virtuale, sconfitta nel mondo reale.
Lo scacco del GCC e della NATO mostra un rapporto di potere che molti sospettavano, ma nessuno poteva verificare: l’Occidente ha vinto la guerra mediatica e ha dovuto rinunciare alla guerra militare. Parafrasando Mao Zedong: è diventata una tigre virtuale.
Durante questa crisi, e ancora oggi, i leader occidentali e i monarchi arabi sono riusciti ad avvelenare non solo i loro popoli, ma una gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Sono riusciti a far credere che la popolazione siriana si fosse ribellata al loro governo e che questo reprimesse la protesta politica nel sangue. Le reti satellitari non solo hanno creato dei falsi per ingannare il pubblico, ma hanno anche ripreso immagini fabbricate negli studi, ai fini della loro propaganda. In definitiva, il GCC e la NATO hanno inventato e fatto vivere mediaticamente per dieci mesi una rivoluzione che esisteva solo nelle immagini, mentre sul terreno, la Siria si trovava ad affrontare solo una guerra a bassa intensità condotta dalla Legione wahhabita supportata dalla NATO.
Tuttavia, la Russia e la Cina avendo fatto uso, per la prima volta, del loro diritto di veto, e l’Iran avendo annunciato l’intenzione di combattere a fianco della Siria, se necessario, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno dovuto ammettere che se continuavano nel loro piano, sarebbero stati assorbiti in una guerra mondiale. Dopo mesi di estrema tensione, gli Stati Uniti hanno ammesso che stavano bluffando e che non avevano delle buone carte per il loro gioco
Nonostante un bilancio militare di oltre 800 miliardi di dollari, gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Infatti, se le forze armate sono in grado di distruggere gli Stati in via di sviluppo, sfiniti da guerre precedenti o da embarghi di lunga data, come Serbia, Iraq o Libia, non possono occuparne il territorio, né possono misurarsi con Stati in grado di reagirgli e di portare la guerra in America.
Nonostante le certezze del passato, gli Stati Uniti non sono mai stati una significativa potenza militare. Non sono che intervenuti un paio di settimane dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, contro un nemico già esaurito dall’Armata Rossa, e sono stati sconfitti in Corea del Nord e Vietnam, non sono stati in grado di controllare nulla in Afghanistan e sono stati costretti a fuggire dall’Iraq, per paura di esservi schiacciati.
Nel corso degli ultimi due decenni, l’impero statunitense ha cancellato la realtà umana delle sue guerre e ha comunicato equiparando la guerra ai videogiochi. Su questa base ha condotto campagne di reclutamento, e sempre su tale base ha addestrato i suoi soldati. Oggi, ha centinaia di migliaia di videogiocatori camuffati da soldati. Pertanto, al minimo contatto con la realtà, le loro forze armate vengono demoralizzate. Secondo le proprie statistiche, la maggior parte dei loro morti non cade in battaglia, ma si suicida, mentre un terzo del personale delle proprio forze armate, è affetto da disturbi psichiatrici che li rendono inadatti al combattimento. Lo smisurato bilancio militare del Pentagono non è in grado di compensare le risorse umane al collasso.

I nuovi valori: l’onestà e la sovranità
Il fallimento degli Stati del GCC e della NATO è anche quello dei loro valori. Si presentarono come i difensori dei diritti umani e della democrazia, mentre hanno fatto delle torture un sistema di governo, e la maggior parte di essi sono contrari al principio della sovranità popolare.
Anche se l’opinione pubblica in Occidente e nel Golfo è disinformata su questo argomento, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno avviato dal 2001 una vasta rete di prigioni e centri di tortura segreti, anche sul territorio dell’Unione europea. Con il pretesto della guerra contro il terrorismo, hanno diffuso terrore sequestrando e torturando più di 80.000 persone. Nello stesso periodo, hanno creato unità per operazioni speciali dotate di un budget di quasi 10 miliardi dollari ogni anno, compiendo omicidi politici in almeno 75 paesi, secondo i propri rapporti.
Per quanto riguarda la democrazia, gli Stati Uniti di oggi non fanno mistero di ciò che non significa ai loro occhi “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” nelle parole di Abraham Lincoln, ma solo la soggezione dei popoli alla loro volontà, come dimostrano le parole e le guerre del presidente Bush. Inoltre, la loro costituzione respinge il principio della sovranità popolare e hanno sospeso le libertà costituzionali fondamentali nella creazione di uno stato permanente di emergenza con il Patriot Act. Quanto ai loro vassalli del Golfo, non è necessario ricordare che si tratta di monarchie assolute.
Questo modello, che combina sfacciatamente crimini di massa e discorso umanitario, è stato sconfitto dalla Russia e dalla Cina; gli Stati, il cui bilancio sui diritti umani e la democrazia, per quanto sia molto discutibile, è comunque infinitamente superiore a quelli del GCC e della NATO.
Facendo uso del loro diritto di veto, Mosca e Pechino hanno difeso due principi: il rispetto per la verità, senza la quale la giustizia e la pace sono impossibili, e il rispetto per la sovranità dei popoli e degli stati, senza cui nessuna democrazia è possibile.
E’ tempo di lottare per ricostruire la società umana dopo il periodo di barbarie.

[1] “Russia and China in the Balance of the Middle East: Syria and other countries“, Imad Fawzi Shueibi, Voltaire Network, 27 gennaio 2012. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall’Iran nel Golfo Persico?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 8 Gennaio 2012 

Dopo anni di minacce degli Stati Uniti, l’Iran sta compiendo dei passi che suggeriscono che è disposto ed è in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat-90 nello e intorno lo Stretto di Hormuz, che si estende dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Oman mare) al Golfo di Aden e al Mar Arabico. Dall’inizio di queste esercitazioni, c’è stata una crescente guerra di parole tra Washington e Teheran. L’amministrazione Obama o il Pentagono non hanno fatto o detto nulla finora, però, hanno minacciato Teheran dal continuare le sue esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz
Oltre al fatto che si tratta di un vitale punto di transito delle risorse energetiche globali e un collo di bottiglia strategico, due ulteriori questioni devono essere affrontate riguardo lo Stretto di Hormuz e il suo rapporto con l’Iran. La prima riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. La seconda riguarda il ruolo dell’Iran nella co-gestione dello stretto strategico, in base al diritto internazionale e ai suoi diritti di sovranità nazionale.
Il traffico marittimo che passa attraverso lo Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, che sono prevalentemente composte dalla Marina iraniana regolare e dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria iraniana. In realtà, le forze navali iraniane monitorano e controllano lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman, attraverso l’enclave omanita di Musandam. Ancora più importante, per transitare attraverso lo stretto di Hormuz, tutto il traffico marittimo, tra cui anche la US Navy, deve navigare attraverso acque territoriali iraniane. Quasi tutti questi ingressi nel Golfo Persico sono compiuti attraverso le acque iraniane e la maggior parte esce attraverso le acque dell’Oman.
L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base della parte III della Convenzione della legge marittima delle Nazioni Unite sulle disposizioni sul transito nei passaggi marittimi che prevede che le navi siano libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e simili specchi d’acqua, per avere una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Anche se Teheran di solito segue le pratiche della navigazione del diritto marittimo, Teheran non è giuridicamente vincolato ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato internazionale, ma non l’ha mai ratificato.

Le tensioni irano-statunitensi nel Golfo Persico
Recentemente, il Majlis (Parlamento) iraniano sta rivalutando l’uso delle acque iraniane presso lo Stretto di Hormuz da parte di navi straniere. La legislazione si propone di bloccare le navi da guerra straniere nel poter utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz, senza l’autorizzazione iraniana; il Comitato per la Sicurezza Nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha attualmente allo studio una normativa che stabilisce una posizione  ufficiale iraniana. Quest’ultima dipenderebbe dagli interessi strategici e dalla sicurezza nazionale iraniani. [1]
Il 30 dicembre 2011, la portaerei USS John C. Stennis passava attraverso la zona dove l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze iraniane regolari, il generale Ataollah Salehi, consigliava alla USS John C. Stennis e alle altre imbarcazioni della Marina degli Stati Uniti, di non tornare nel Golfo Persico mentre l’Iran stava compiendo le sue esercitazioni, dicendo che l’Iran non ha l’abitudine di ripetere un avvertimento due volte. [2] Poco dopo il severo ammonimento iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto facendo una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca il confronto [con l'Iran] sullo stretto di Hormuz. E ‘importante abbassare la temperatura“. [3]
Nello scenario di un reale conflitto militare con l’Iran, è molto probabile che le portaerei statunitensi in realtà opererebbero al di fuori del Golfo Persico e del Golfo di Oman poiù a sud e del Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta sviluppando nei petro-sceiccati del Golfo Persico meridionale, siano operativi, l’impiego di grandi navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico sarebbe improbabile. Le ragioni di ciò sono legate alla realtà geografica e alle capacità difensive dell’Iran.

La geografia è contro il Pentagono: la Forza Navale degli Stati Uniti ha dei limiti nel Golfo Persico
La forza navale degli USA, che comprende la US Navy e la US Coast Guard, ha il primato su tutte le altre marine e le forze marittime del mondo. Le sue capacità oceaniche sono senza pari e sono ineguagliate da qualsiasi altra potenza navale. Ma il primato non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello stretto di Hormuz e del Golfo Persico sono tuttavia vulnerabili.
Nonostante la sua netta e chiara potenza, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La ristrettezza relativa del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. In senso figurato, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette o sono chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico. [Vedi mappa sopra]
Qui è dove le avanzate capacità missilistiche iraniane entrano in gioco. L’arsenale di siluri e missili iraniani renderebbe breve l’operatività dei mezzi navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico, dove le navi degli Stati Uniti sono costrette. Questo spiega perché gli Stati Uniti stanno alacremente costruendo un sistema anti-missili nel Golfo Persico, compresi i paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), in questi ultimi anni.
Anche le piccole imbarcazioni da pattugliamento iraniane nel Golfo Persico, che appaiono miserabili e insignificanti contro una portaerei o un cacciatorpediniere degli Stati Uniti, minacciano le navi da guerra statunitensi. L’apparenza inganna; queste motovedette iraniane possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbero danneggiare, in modo significativo e perfino affondare le grandi navi da guerra degli Stati Uniti. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficilmente rilevabili e difficile da  attaccare.
Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le capacità navali degli Stati Uniti solo lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Anche nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia delle batterie mobili dei missili costieri, dei missili antinave e delle piccole navi lanciamissili iraniani. [4] Le altre attività navali iraniane come droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e mini-sottomarini, potrebbero essere utilizzati anch’essi in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.
Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico con l’Iran sarebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il Millennium Challenge 2002 (MC02), gioco di guerra nel Golfo Persico che è stato condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e ha richiesto quasi due anni per i preparativi. Queste esercitazioni-mammut furono tra i giochi di guerra più grandi e più costosi mai realizzati dal Pentagono. Il Millennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso che avrebbe continuato lo slancio della guerra in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria e terminando con il primo premio dell’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.
Dopo che Millennium Challenge 2002 terminò, il gioco di guerra fu “ufficialmente” presentata come una simulazione di una guerra contro l’Iraq del presidente Saddam Hussein, ma in realtà questi giochi di guerra riguardavano l’Iran. [5] Gli Stati Uniti avevano già fatto le valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva le capacità navali da meritare un tale impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.
Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, il cui nome in codice era “Rosso” ed era indicato come uno sconosciuto stato-canaglia nemico mediorientale nel Golfo Persico. Diversamente dall’Iran, nessun altro paese potrebbe soddisfare i perimetri e le caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra ha avuto luogo perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa, nel 2007. Il gioco di guerra datava 2007, che cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, allo scopo di estenderla, secondo i piani militari, a una grande guerra contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non è andata come previsto e  Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva sfidarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.
Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe potuto sopraffare gli Stati Uniti e distruggere sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se questo fosse accaduto nel contesto di un reale teatro di guerra, più di 20.000 militari statunitensi sarebbero stati uccisi nel primo giorno dopo l’attacco. [6]
Successivamente, l’Iran avrebbe inviato le sue piccole motovedette – quelle che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e le altri grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico, il che avrebbe comportato il danneggiamento e l’affondamento della maggior parte della Quinta flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta degli Stati Uniti, i giochi di guerra furono avviati più volte, ma “Rosso” (Iran) ha dovuto operare sotto ipotetici di svantaggi e carenze, in modo che alle forze statunitensi fosse stato permesso di uscire vittoriosi dalle esercitazioni. [7] Questo risultato dei giochi di guerra ovviava al fatto che gli Stati Uniti furono travolti nel contesto di una vera guerra convenzionale con l’Iran, nel Golfo Persico.
Quindi, la formidabile potenza navale di Washington ha un handicap, sia per la geografia così come per le capacità militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o addirittura in gran parte del Golfo di Oman. Senza acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere sotto tempi di risposta notevolmente ridotti e, soprattutto, non saranno in grado di combattere da posizioni stand-off (militarmente sicuri). Così, l’insieme dei sistemi navali di difesa degli Stati Uniti, che sono stati progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni stand-off,  diventa quasi inutile nel Golfo Persico.

Rendere lo Stretto di Hormuz ridondante per indebolire l’Iran?
Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Questo perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del GCC – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman e Emirati Arabi Uniti – per re-indirizzare il loro petrolio attraverso degli oleodotti che bypassano lo stretto di Hormuz, e la canalizzazione del petrolio del GCC direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi, nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.
Sia Israele che la Turchia sono anch’essi molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha cercato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come con i campi di petrolio dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto questo è legato alle previsioni della Turchia di voler essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.
Gli obiettivi del re-instradamento del petrolio dal Golfo Persico, eliminerebbe un elemento importante della leva strategica dell’Iran  contro Washington e i suoi alleati. Effettivamente ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.
E’ in questo quadro che il gasdotto Abu Dhabi Crude Oil o l’Hashan-Fujairah Oil Pipeline furono favoriti dagli Emirati Arabi Uniti per bypassare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu assemblato nel 2006, il contratto fu emesso nel 2007 e la costruzione fu iniziata nel 2008. [8] Questo oleodotto va direttamente da Abdu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Golfo di Oman nel Mar Arabico.
In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme con la costruzione di questo gasdotto, è stato anche prevista la costruzione di un deposito di petrolio strategico a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale, anche se il Golfo Persico dovesse essere chiuso. [9]
A parte il Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita guarda anche alle rotte di transito alternative ed esamina i porti nei suoi vicini meridionali nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden è di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, le fonti israeliane riportavano con una certa fanfara, che un progetto di oleodotto era tra le opere che avrebbero collegato i campi petroliferi sauditi di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a Muscat in Oman, e infine a Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che fu ironicamente costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stato anch’esso oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno, a Baghdad.
Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe anch’essa essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Cronologicamente, questo rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran, prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.
Le esercitazioni navali iraniano Velayat-90, che si estendono in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso, al Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, hanno avuto luogo anche nel Golfo di Oman, di fronte alle coste di Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 dovrebbe essere intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può anche colpire o bloccare gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.
La geografia è ancora una volta dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Bypassare lo Stretto di Hormuz non ancora cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi, appartenenti a paesi del GCC, si trovano nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutte situate nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la portata dell’Iran. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani possono facilmente disabilitare il flusso di petrolio dal suo punto di origine. Teheran potrebbe lanciare attacchi  missilistici e aerei, o implementare le sue forze terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non ha necessariamente bisogno di bloccare lo stretto di Hormuz, dopo tutto, impedire il flusso di energia è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  irano-statunitense
Washington è all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono solo un fronte di una pericolosa guerra fredda regionale multi-fronte tra Teheran e Washington nel Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche ristrutturando le sue forze militari per guerre non convenzionali, contro nemici come l’Iran. [10] Tuttavia, la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al loro dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha fatto ricorso a una guerra occulta, economica e diplomatica, contro l’Iran.

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo e un autore pluripremiato. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), Montreal. È specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. E’ stato collaboratore e ospite sul più vasto Medio Oriente in numerosi programmi e reti internazionali come al-Jazeera, Press TV e Russia Today. Nazemroaya è stato anche testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, ha relazionato da Tripoli per diversi media. Ha inviato dispacci dai punti chiave della Libia per Global Research ed è stato inviato speciale per il programma investigativo della Pacifica Flashpoints, trasmesso da Berkeley, California. I suoi scritti sono stati pubblicati in oltre dieci lingue. Scrive anche per Strategic Culture Foundation (SCF) a Mosca, Russia.

Note
[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’ s Permission to Pass through Strait of Hormuz”, 4 gennaio 2011.
[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf”, 4 gennaio 2011.
[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens US Navy as sanctions hit economy”, 4 gennaio 2012.
[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare”, Policy Focus , no.87 (Washington, DC: Washington Institute for Near Eastern Policy, settembre 2010).
[5] Julian Borger, “Wake-up call”, The Guardian, 6 settembre 2002.
[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, RI: Naval War College, 27 ottobre 2010), p. 9.
[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ’02 ‘was almost entirely scripted’” Army Times, 6 aprile 2002.
[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to be become oil export hub”, Gulf News, 12 giugno 2011.
[9] Ibidem.
[10] John Arquilla, “The New Rules of War”, Foreign Policy , 178 (marzo-aprile 2010): pp.60-67.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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