India e Giappone devono sostenere il colosso eurasiatico

Atul Bhardwaj (India)  Oriental Review 31 agosto 2014
iron_silk_roadLa rottura dell’alleanza ideologica sino-sovietica fu il brusco taglio di Kissinger alla Guerra Fredda. Un forte consolidamento socialista avrebbe potuto sfidare vigorosamente l’egemonia transatlantica. Non solo Kissinger inflisse lo scisma ai ranghi comunisti, ma fece anche in modo che India e Giappone, giganti asiatici disincantati dall’occidente, fossero lontani dalla probabile formazione eurasiatica. La morte di Stalin e le élite giapponese ed indiana che aderivano alla guerra anticomunista degli USA, fecero sentire la Cina isolata e vulnerabile. Nei primi anni ’70 la Cina abbandonò formalmente il blocco comunista per diventare partner degli USA capitalisti. 25 anni dopo la fine della guerra fredda, lo spettro dell’alleanza sino-russa ancora una volta inquieta gli USA, chiaramente preoccupati dall’alleanza post-guerra fredda tra Russia e Cina, non basata su ‘un rinnovato amore’ per l’ideologia. I nuovi legami eurasiatici sono costruiti su solide fondamenta, potere economico e finanziario cinese combinato con risolutezza e potere militare russo, costruiti nella convinzione comune che l'”unipolarità è perniciosa” debba essere contestata. La formazione della banca BRICS, la proposta della Cina della nuova “Via della Seta economica” che colleghi Germania, Russia e Cina e l’annuncio del ministro della Difesa russo Sergei Shojgu sulla prospettiva d’estendere la linea ferroviaria dalla Siberia e Mongolia occidentale ad Urumxi in Cina, e poi in Pakistan e India, non solo sono audaci, ma sono passi innovativi.
Il 2014 diventa rapidamente l’anno del passaggio al cambio del corso valutario e dei corridoi di collegamento. Né la Via della Seta, né le idee sul currency swap sono nuove. Tuttavia, le attuali aperture diplomatiche ed economiche cinesi acquisiscono maggiore rilevanza grazie al fatto che la Russia, con un’esportazione di idrocarburi da circa un trilione di dollari l’anno, abbandona il “petro-dollaro” quale unità di negoziazione per le operazioni su petrolio e gas. Assieme a questi sviluppi, la Cina, seconda maggiore economia del mondo ed primo importatore di petrolio, si avvicina sempre più alla Russia e sinceramente “cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela basati sulle valute nazionali.” Si dice che entro il 2018, la Russia invierà in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, le cui “operazioni saranno valutate in rublo, yuan ed eventualmente oro“. Questi sviluppi hanno già causato nervosismo nei mercati azionari statunitensi e crescente scetticismo globale sul futuro del dollaro come valuta di riserva. Le tensioni montano anche nel Mar Nero, dove è stato recentemente riferito che una nave da guerra statunitense ha inutilmente indugiato sperando di minacciare il Presidente Putin. La Russia sa affrontare l’inutile diplomazia delle cannoniere statunitense. Tali manovre in alto mare erano comuni durante la Guerra Fredda, quando navi da guerra sovietiche e statunitensi, vincolate dalle regole d’ingaggio, s’impegnavano in duelli tranquilli solo per molestarsi vicenda, dimostrando la capacità di guidare una nave o l’addestramento sui missili.
La domanda è: i mutamenti globali economici e politici comporteranno l’aumento delle dimostrazioni di forza nella diplomazia delle cannoniere dagli Stati Uniti, o il crollo del dollaro inaugurerà la nuova era dell’autentico multipolarismo nell’ordine internazionale. Tuttavia, prima di passare oltre, si deve chiarire che il declino degli Stati Uniti nel 21° secolo non è assoluto. E’ solo relativo alla notevole crescita della Cina. Ciò che accade oggi non è la liquidazione dell’impero degli Stati Uniti, ma il vacillare delle sue basi? L’ascesa della Cina dalla povertà e della Russia dalla passività strategica, riaprono l’ordine internazionale offrendo opportunità ad economie emergenti come l’India. Questa volta, l’India non deve cadere nella trappola statunitense e tradire i BRICS e l’emergente formzione eurasiatica. Si tratta probabilmente della migliore occasione di domare l’egemonia occidentale. India e Giappone non dovrebbero rigettare questa opportunità solo per le piccole isole Senkaku e il feticcio di Shinzo Abe di trasformare Tokyo in una base militare. E’ giunto il momento che la proposta della nuova “via della seta marittima” non sia vista come uno stratagemma cinese, un piano ambiguo per ingannare la regione e imporre l’egemonia, ma come grande strategia per migliorare i legami dell’Asia, offrendo un nuovo modello per catapultare la regione via dalla trappola territoriale. I piccoli passi russo-cinesi sono o volti ad uscire dal sistema di dominio del dollaro statunitense e dall’insicurezza perpetua nel tracciare il nuovo ordine mondiale.

map19L’autore è membro del Consiglio indiano di Ricerche Sociali dell’Istituto di Studi Cinesi. È un alunno del College Reale di Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran intensificano i legami economici

Le relazioni economiche aggravatesi tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale
Jurij Barsukov e Kirill Melnikov, Kommersant, 7 agosto 2014 – RBTH
339416_Lavrov-ZarifRussia e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) di 5 anni avviando un’ampia intensificazione della cooperazione economica. Il documento pone le basi per l’approccio a un accordo globale da miliardi di dollari nel commercio petrolifero tra i due Paesi. Ma tale attività verso l’Iran viene indicata non solo da società russe, ma anche dai concorrenti di altri Paesi, anche occidentali. “Il memorandum prevede l’espansione del commercio e della cooperazione economica nella costruzione e ricostruzione dell’elettroproduzione, sviluppo delle infrastrutture elettriche, petrolifere e gasifere, nonché fornitura di macchinari, attrezzature e beni di consumo“, dichiarava il Ministero dell’Energia russo. Il ministero ha chiarito che i contratti specifici in queste aree saranno discussi a Teheran il 9-10 Settembre, in occasione della riunione della Commissione intergovernativa di Federazione Russa e Iran (co-presieduta dai ministri dell’Economia dei due Paesi).

Petrolio in cambio di beni
La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano dalla Russia. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno deciso un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent. L’accordo annuale potrebbe raggiungere i 2,35 miliardi di dollari. Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, l’1,5 per cento della produzione iraniana, è una quantità significativa secondo gli esperti. L’analista d’Investkafe Gregory Birge dice che questo importo è pari al 10 per cento dell’esportazione petrolifera della Russia nell’Asia-Pacifico e al 2 per cento delle esportazioni di petrolio verso l’Unione Europea. “Per il mercato del petrolio, si tratta di un importo significativo, soprattutto se le sanzioni alla Russia, in futuro, avranno ripercussioni negative sulla produzione nazionale di petrolio“, ha detto Birge. Secondo gli analisti, la Russia può riesportare il greggio iraniano oppure raffinarlo ed esportarlo come prodotti petroliferi, oppure utilizzarlo nel mercato interno. Il problema principale nella cooperazione petrolifera è trovare un acquirente che importi petrolio iraniano nonostante l’embargo. In precedenza la Russia considerava Bielorussia e Ucraina, dove le aziende russe hanno capacità di raffinazione. Ma per ragioni politiche, tale possibilità è stata abbandonata. Ora si presume che i mercati principali possano essere Cina e Africa (possibilmente il Sud Africa). Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti, frutta e verdura trasformati“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan. Il processo indica che l’Iran intende acquistare prodotti e servizi dalla Russia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti, metalli e cereali russi. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, secondo l’ambasciatore, Teheran è interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuta la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Inoltre, l’ambasciatore ha detto che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e svilupparvi giacimenti di gas.

Le sanzioni hanno accelerato la cooperazione con l’Iran
Secondo gli analisti, la firma del protocollo d’intesa russo-iraniano è in gran parte dovuto al peggioramento delle relazioni tra Russia e occidente. “Mosca ha investito molto per trovare una soluzione diplomatica alla questione nucleare iraniana, ed era pronta ad astenersi da azioni che potessero causare una forte reazione dagli Stati Uniti. Ma la situazione è cambiata“, ha detto l’esperto del Centro PIR Andrej Baklitskij. “La Russia è ora molto meno interessata ad ascoltare le raccomandazioni degli Stati Uniti. Inoltre l’Iran, la cui importanza per l’occidente è notevolmente aumentata per gli eventi in Iraq e la ricerca di alternative agli idrocarburi russi, riceve maggiore libertà di manovra. Infine, già Mosca ha dovuto considerare la minaccia di sanzioni dagli Stati Uniti per aver violato l’embargo petrolifero contro l’Iran; ma ora, quando anche il settore petrolifero russo viene colpito dalle sanzioni, tale fattore ha meno importanza“. Un altro motivo per la rapida attuazione dei piani di Mosca verso Teheran, come affermano gli esperti, è la lotta che s’intensifica per conquistare il mercato iraniano. Dalla fine dello scorso anno, quando l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran è iniziata, delegazioni aziendali provenienti da Cina, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Austria, Svezia e altri Paesi avevano già visitato Teheran. Pochi giorni fa, Reuters e Wall Street Journal, citando fonti industriali tedesche, riferivano che per via della situazione in Ucraina e delle sanzioni di Stati Uniti e UE contro la Russia, le imprese tedesche potrebbero reindirizzare i loro investimenti dall’economia russa a quella iraniana. La Camera di Commercio tedesca prevede, dopo che le sanzioni contro Teheran saranno ulteriormente indebolite, che le esportazioni annuali tedesche verso l’Iran raggiungano i 10 miliardi di euro (nel 2013 furono pari a 1,85 miliardi).

iran_industry_mining78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le molte opportunità per l’India e l’Unione economica eurasiatica

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 3 giugno 2014

Le industrie farmaceutiche, petrolifere e del gas sarebbero le maggiori beneficiarie di un accordo globale di partenariato economico tra l’India e l’Unione. Il corridoio Nord-Sud probabilmente avrà una nuova prospettiva di vita.
2262La firma dell’accordo sull’Unione economica eurasiatica (UEE) si ripercuote in tutto il mondo con protagonisti e detrattori dell’unione che speculano sul suo futuro. Gli eventi prima della firma dell’accordo UEE, in particolare la crisi in Ucraina, hanno reso il dibattito intenso. Il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato il principio alla base dell’unione: “Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno elevato la loro collaborazione ad un nuovo livello fondamentale, creando un mercato comune con libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro“. Ha inoltre sottolineato, “gli Stati della ‘trojka’ condurranno una politica coordinata nell’energia, industria, agricoltura e trasporti“. I detrattori percepiscono l’UEE come stratagemma russo per aumentare il predominio sullo spazio ex-sovietico. Alcuni addirittura arrivano al punto di vedere l’UEE come una manovra russa per far risorgere l’Unione Sovietica. Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha dissipato tali speculazioni. Ha categoricamente affermato, in una delle sue interviste lo scorso agosto, “Non è il revival dell’Unione Sovietica… Chi ha bisogno di rilanciare l’Unione Sovietica?” L’UEE con la sua operatività all’inizio del prossimo anno, creerà un mercato di 170 milioni di persone, con un PIL annuo di 2700 miliardi di dollari e un quarto delle risorse energetiche mondiali. Come Putin ha sottolineato, l’Unione sarà la cassaforte degli idrocarburi, possedendo un quinto di tutte le risorse di gas naturale mondiali e il 15 per cento di tutto le riserve di petrolio. Sarà utile soprattutto per i Paesi ex-sovietici che hanno bassa crescita, enorme disoccupazione e surplus di forza lavoro. La Russia può beneficiare del pluslavoro dei Paesi dell’Asia centrale.

Un CEPA con l’India
Molti Paesi esterni allo spazio post-sovietico manifestano interesse a firmare accordi commerciali preferenziali con l’UEE. Primi fra essi India, Israele, Vietnam e Nuova Zelanda. Putin ha dichiarato che è stato raggiunto un accordo per istituire “gruppi di esperti per elaborare regimi commerciali preferenziali con Israele e India“. L’India sarà interessata ad avere un accordo globale di partenariato economico (CEPA) con l’UEE. Ha firmato un CEPA con Paesi come la Corea del Sud, dove hanno ridotto notevolmente la tariffa sulle rispettive merci. Il vantaggio dell’India da un CEPA con l’UEE sarà favorevolmente reciproco. Come già sottolineato, Putin ha indicato una partnership dell’UEE con l’India. Con ognuno degli aderenti attuali, l’India gode di rapporti amichevoli. Recentemente il Kazakistan ha invitato l’ONGC Videsh Ltd indiano ad esplorare il blocco energetico Abaj. L’India ha recentemente firmato un accordo con la Bielorussia per la fornitura di 500 tonnellate di concime potassico. I suoi rapporti con potenziali soci come Armenia e Kirghizistan sono ottimi. La Russia sostiene un CEPA con l’India, e probabilmente vi saranno minime obiezioni. Con l’EEU che istituirà una zona farmaceutica comune entro il 2015, l’India avrà un’immensa leva se firma il CEPA. L’India è leader nella farmaceutica e un regime preferenziale sarà reciprocamente vantaggioso. Altre aree di cooperazione saranno energia e trasporti. Il molto pubblicizzato corridoio dei trasporti Nord-Sud, quando realizzato, attraverserà gran parte dell’UEE, e il CEPA offrirà all’India un trattamento gratuito e preferenziale su importazioni ed esportazioni di merci attraverso il corridoio. India ed UEE potranno evitare una lunga deviazione commerciale se questo corridoio sarà operativo. Unendo l’energia a questa idea del corridoio, il CEPA sarà ancor più significativo. La Via della Seta che passa a nord dell’India attraversando l’Eurasia in tutte le direzioni, può anche essere studiata e utilizzata per il commercio multilaterale tra UEE e India.

Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree d’interesse riguardono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo nell’Asia meridionale e gli aspetti strategici della politica eurasiatica. 600px-Map_of_3_countries
L’occidente teme l’alleanza RIC?
Valentin Mândrasescu, Voce della Russia, 3 giugno 2014

India_Russia_China_FlagAnni fa, l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill coniò il termine BRIC per i quattro maggiori Paesi emergenti che minacciavano lo status quo economico globale. Ora l’editorialista di The Times Roger Boyes raduna nel RIC Russia India e Cina, chiamandola “alleanza anti-USA di Putin” poiché a suo avviso i tre alleati sono una minaccia all’ordine mondiale esistente. Boyes non è l’unico opinionista occidentale assai preoccupato dalla creazione del nuovo presunto blocco anti-USA. Secondo RT, anche il club Bilderberg è preoccupato dalla possibilità che l’Iran e altri Paesi siano attratti dal nuovo blocco costruito da Russia e Cina, rendendo la vita difficile agli Stati Uniti e ai suoi vassalli europei. Anche gli esperti che credono che una alleanza formale sia improbabile nel prossimo futuro, come Chen Dingding del Diplomat, sostengono che “gli Stati Uniti dovrebbero stare attenti a non fare un altro errore strategico che faciliterebbe solo una formale alleanza Cina-Russia“. Ci sono numerose ragioni per cui una nuova alleanza geopolitica asiatica, formale o informale, sia una buona idea per i Paesi asiatici, come India e Iran. Unendosi con Russia e Cina, tutti i Paesi minacciati dalla prepotenza degli Stati Uniti, nota anche come “diplomazia statunitense”, saranno più sicuri e avranno più possibilità di tenere lontani dai propri confini bombardieri e influenza statunitensi. A giudicare dagli articoli dei media occidentali, la nuova strategia statunitense per impedire la formazione della nuova alleanza anti-USA può essere riassunta come “meno bullismo, più seduzione”.
Gli esperti di Washington sembrano molto preoccupati dalle implicazioni del riavvicinamento dell’India alla Cina e dei suoi buoni vecchi rapporti con il Cremlino. Il nuovo e molto popolare primo ministro indiano Narendra Modi ha subito il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per anni, ma allo stesso tempo ha sempre trovato interlocutori attenti a Pechino. Se Modi rimane fedele al suo mantra “l’India prima di tutto”, la via più ovvia per l’India è avvicinarsi a Russia e Cina. Diventando strumento della strategia degli Stati Uniti per “contenere la Cina” e “isolare la Russia”, l’India non avrebbe alcun beneficio mentre Modi stesso sarebbe sempre visto come un paria, indegno di sedere allo stesso tavolo di fenomeni come Barack Obama o Francois Hollande. E’ interessante che i giornalisti occidentali, anche intelligenti e ben informati come Boyes di The Times, consiglino Washington di “corteggiare” la nuova India e giocare sul “fatto” che la Russia è un “partner minore” nel rapporto con la Cina. L’idea che Washington possa cercare di offrire alcune concessioni genuine o un rapporto reciprocamente vantaggioso a Nuova Delhi o a Mosca non passa per la mente del giornalista inglese. Un tale atteggiamento è un ottimo esempio di ciò che c’è di sbagliato nella politica estera di Stati Uniti e UE.
L’occidente deve smettere di trattare l’Oriente come un insieme di colonie vittime di bullismo e inganni perché, altrimenti, tutti gli incubi dei dirigenti di Washington hanno per via della possibile “alleanza anti-USA di Putin” diventeranno realtà prossimamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica dell’Unione economica eurasiatica

Eric Draitser Global Research, 3 giugno 2014

3747040L’accordo firmato la settimana scorsa da Russia, Bielorussia e Kazakistan per creare l’Unione economica eurasiatica è un’altra contromisura contro i tentativi statunitensi ed europei d’isolare la Russia. Avanzando verso una più stretta cooperazione economica, la Russia spera di costruire, di passo in passo se necessario, uno spazio economico eurasiatico comune per affrontare, in ultima analisi, Stati Uniti ed Europa sul piano dell’influenza economica. Tuttavia, l’obiettivo ultimo di questo tipo di cooperazione va ben oltre la semplice potenza economica. Piuttosto, la Russia è l’elemento chiave di una serie di accordi multilaterali con cui negli ultimi quindici anni Putin (e gran parte del mondo) spera, in ultima analisi, di portare il mondo verso un ordine mondiale multipolare. Mentre questo è senza dubbio all’ordine del giorno per la Russia e l’alleata Bielorussia, il Kazakistan è un partner complicato in quanto profondamente legato all’occidente su business, investimenti, istruzione e una serie di altre aree critiche. L’Unione economica eurasiatica (UEE) presenta una serie di possibilità nella cooperazione economica e nello sviluppo. Dai giacimenti di energia agli importanti gasdotti, il nuovo accordo col tempo avrà un sempre maggiore impatto sulle esportazioni e i consumi energetici in Europa e in Asia, a cui la Cina guarda per proteggere il suo futuro energetico. Inoltre, l’UEE avrà un impatto sulle vitali rotte commerciali e le opzioni sui trasporti privati, oltre a promuovere la cooperazione politica, militare e di sicurezza tra i membri e nella regione. In sostanza quindi l’UEE va intesa come un altro duro colpo all’egemonia statunitense in Asia e nello spazio ex-sovietico.

Impatto economico regionale
L’istituzione dell’UEE avrà indubbiamente un notevole impatto regionale, e molto probabilmente globale. Poiché i legami economici tra Russia e Cina continuano a svilupparsi, come dimostra l’ultimo grande accordo energetico firmato dai due Paesi che avrà un’influenza di crescente importanza. Russia e Kazakistan saranno importanti fornitori energetici della Cina, primo consumatore mondiale di energia. In realtà, all’inizio dell’anno il governo cinese aveva annunciato che le importazioni di petrolio attraverso l’oleodotto Cina-Kazakistan avevano raggiunto livelli record nel 2013, aumentando del 14 per cento dal 2012. Inoltre, il recente accordo sul gas russo-cinese crea la prospettiva di realizzare un ancora più grande oleodotto consolidando il ruolo della Russia nel futuro strategico economico della Cina. Non solo vi sarà probabilmente un nuovo gasdotto che collegherà l’Estremo Oriente russo alla regione nord-est della Cina, ma sono già avviati i preparativi iniziali per la costruzione della Pipeline Altaj che porterà il gas russo nella provincia cinese dello Xinjiang, nella parte occidentale del Paese. In sostanza quindi, la geografia dei trasporti è tale che Russia e Cina saranno fisicamente collegate da est e da ovest, creando una relazione simbiotica in cui altre forme di cooperazione fioriranno. Naturalmente, il Kazakistan potrà avere un ruolo importante da svolgere in questo scenario, essendo convenientemente situato al confine della regione dell’Altai della Russia. Tuttavia, considerando lo status del Kazakistan d’esportatore netto d’energia, sembra improbabile che la Russia sia interessata a promuovere lo sviluppo energetico del potenziale rivale nel mercato cinese. Detto questo, il Kazakistan può trarre grandi vantaggi dal riavviarsi del progetto cinese della Nuova Via della Seta.
L’agenzia cinese Xinhua ha recentemente pubblicato uno articolo rivelatore della visione di Pechino sul progetto New Silk Road. Gli autori notano che il progetto porterà “nuove opportunità e nuovo futuro alla Cina e a tutti i Paesi lungo la strada che cerca di sviluppare“, con l’obiettivo finale di essere un'”area di cooperazione economica”. Mentre questo audace piano di vasta portata richiede ancora un imponente lavoro preparatorio, l’istituzione dell’UEE può solo aiutare il progetto. La visione di Pechino della Nuova Via della Seta quale spazio per “una maggiore convergenza di capitali e d’integrazione valutaria” si adatta bene al tentativo d’utilizzare l’UEE appena fondata per avvicinarsi all’integrazione economica regionale dell’Asia centrale. Con il Kazakistan parte centrale della New Silk Road e dell’UEE, sembra probabile che ognuno trarrà benefici dallo sviluppo degli altri. Di particolare rilievo è il fatto che Russia e Cina abbiano recentemente firmato l’accordo per bypassare il dollaro USA nella sistemazione dei debiti e nei pagamenti bilaterali. L'”accordo di cooperazione” firmato tra VTB russa e Bank of China è la salva di apertura del fiorente rapporto di cooperazione valutaria tra i due Paesi, che alla fine porterà a una maggiore indipendenza economica e finanziaria dall’occidente. Con l’istituzione dell’UEE, il rublo diventa rapidamente una valuta importante in Asia centrale, mentre lo yuan continua a crescere d’importanza regionale e globale. In particolare, Pechino prevede che lo yuan sarà la valuta dominante nella Nuova Via della Seta. Con la convergenza di questi due accordi multilaterali, la cooperazione su questioni valutarie diventa di centrale importanza. Naturalmente, ciò va inteso come un colpo significativo al dominio del dollaro e di conseguenza all’egemonia degli Stati Uniti sulla massa terrestre eurasiatica. Un ulteriore settore della cooperazione che assume un significato geopolitico è l’esplorazione spaziale. In particolare, il programma spaziale russo da tempo utilizza il centro spaziale di Bajkonur in Kazakistan come hub dei lanci nello spazio. Nel 2013, i negoziati tra i Paesi hanno stabilito una roadmap triennale sull’uso cooperativo della struttura. Con i cinesi dai sempre più ambiziosi programmi spaziali e la recente decisione della NASA di por termine alla cooperazione con Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, sembrerebbe una scelta naturale per Russia e Cina rafforzare la cooperazione mentre Russia e Kazakistan continuano ad essere partner. Con UEE e Via della Seta che forniscono il quadro, un nuovo allineamento strategico emerge nell’esplorazione spaziale. Naturalmente, gli Stati Uniti, dipendenti come sono dalla Russia per il lanci spaziali, ne escono perdenti.
Da non dimenticare, nel contesto dell’UEE, la Bielorussia, repubblica ex-sovietica da tempo stretta alleata della Russia. Anche se la Bielorussia è in qualche modo un attore trascurato in questo calcolo geopolitico, il Paese effettivamente ha una notevole importanza strategica per la Russia. Forse ancor più la Bielorussia rappresenta l’anello fondamentale nella rete di approvvigionamento energetico russo per l’Europa. Il gasdotto Jamal-Europa, che invia circa il 20 per cento delle esportazioni europee gasifere della Russia, è stato acquistato da Gazprom nel 2011. Visto quale  mezzo per diversificare la propria infrastruttura energetica europea dalla dipendenza totale dai gasdotti ucraini, la mossa ha fisicamente legato Russia e Bielorussia che, dal punto di vista della Bielorussia, ne fa il principale mercato e alleato strategico della Russia. Inoltre, la Bielorussia è un importante esportatore di macchinari pesanti, soprattutto movimento terra, trattori e altre macchine utili nella produzione industriale e nelle costruzioni. Con la Russia come suo principale cliente, la Bielorussia potrebbe trarre enormi benefici da una maggiore collaborazione economica nell’UEE. In particolare, restrizioni commerciali, questioni monetarie, regolamento dei debiti e altri ostacoli significativi potrebbero essere eliminati o notevolmente ridotti in modo tale che Minsk s’avvantaggi enormemente dal nuovo accordo. Dato il suo status di paria nello spazio economico dell’Unione europea, il presidente bielorusso Lukashenko probabilmente vede l’UEE come un passo positivo verso la stabilità economica e come leva in Europa nei negoziati e sanzioni.

NewsilkroadLa questione del Kazakistan
Con l’istituzione dell’UEE, il Kazakistan è destinato a diventare un attore ancora più importante sulla scena mondiale. A parte i suoi già noti giacimenti energetici e minerari strategici, la geografia del Kazakistan ne fa un legame fondamentale per la Cina e la Russia in Asia centrale. Quindi, sembrerebbe che il Paese abbia una chiara strada per la prosperità economica, lastricata da Russia e Cina. Tuttavia, un esame più approfondito dell’allineamento geopolitico e finanziario del Paese rivela che, piuttosto che un partner economico a pieno titolo “incondizionato”, il Kazakistan sia un amico che un nemico possibile. Mentre sembra che il Kazakistan sia un alleato naturale di Russia e Cina, con un futuro economico brillante nel contesto dello sviluppo eurasiatico, la realtà è che il regime di Nazarbaev è profondamente legato all’occidente grazie a vari istituzioni e organi finanziari. L’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la Camera di Commercio degli Stati Uniti sono ben presenti nel Paese con solidi rapporti con figure chiave governative del Kazakistan. In realtà, l’USAID ha agevolato la creazione dell’Iniziativa del partenariato economico pubblico-privato USA-Kazakistan (PPEPI). Come la relazione del PPEPI nota, “Il Programma PPEPI fu sviluppato come iniziativa di riforma politica al fine di promuovere il dialogo tra alti funzionari governativi e leader nel mondo degli affari… il PPEPI ha favorito la discussione e fornito consigli su molte importanti sfide che il Kazakistan deve affrontare rafforzando e diversificando la propria economia“. Un primo esame del PPEPI, insieme con le attività “pro-business” e la presenza della Camera di commercio americana in Kazakistan, illustra chiaramente il fatto che il capitale finanziario occidentale è profondamente radicato nel Paese, con influenza e connessioni sino ai vertici del governo. Forse nulla dimostra meglio tali legami concreti della recente nomina di Azamat Oinarov a capo del Kazakhstan Public-Private Partnership Center. Da ex-Viceministro della Difesa per l’Economia e le Finanze, Oinarov rappresenta ciò che potrebbe essere considerato come “agente di collegamento” tra il governo del Kazakistan e istituzioni ed organi del capitale finanziario occidentale. Essendo essenzialmente un tramite tra interessi economici occidentali e il governo di Nazarbaev, Oinarov è solo uno dei tanti burocrati la cui funzione principale è permettere presenza e redditività delle società occidentali nel Paese.  L’influenza del capitale finanziario occidentale in Kazakistan non si ferma alla comunità imprenditoriale. In effetti, uno degli aspetti più critici della presenza USA-occidentale nel Paese è ampiamente acclamato dalla Nazarbaev University, fondata a coronamento della nuova capitale Astana. L’università è stata concepita, progettata, finanziata, diretta e avviata sotto la guida di numerose importanti università statunitensi, tra cui Carnegie Mellon University, Cambridge, Harvard University (Kennedy School of Government) e molte altre. Tuttavia, la leadership e la dirigenza provengono dalla Banca Mondiale, che realmente hanno costruito l’Università Nazarbaev.
Come il giornalista investigativo Steve Horn scrisse per CounterPunch alla fine del 2012: “La Banca Mondiale alla fine del 2007 propose piani per l’aggiornamento e “commercializzare” le ricerche (del Kazakistan). Il progetto della Banca richiede la creazione di una rete di centri di ricerca e sviluppo universitari orientata al mercato e principalmente basata sui modelli statunitensi. Le successive proposte della Banca Mondiale per rinnovare la formazione tecnica e professionale del Paese seguiva tale esempio… la NU è nata attraverso una serie di iniziative dirette e strettamente coordinate dalla Banca mondiale, oggi nuovamente bollata come ”Banca del sapere” votata alla missione di eliminare la povertà globale attraverso la “riforma dell’istruzione” mercatocentrica, simile a quelle degli Stati Uniti“. Il ruolo della Banca Mondiale, insieme ad alcune delle università più prestigiose e delle più potenti multinazionali occidentali, nel creare e dirigere la Nazarbaev University, è un’indicazione evidente dell’enorme influenza che tali istituzioni esercitano in Kazakhstan. Inoltre, le implicazioni per il futuro del Paese sono piuttosto inquietanti. Con un’intera generazione dall’educazione “occidentalizzata” presso la Nazarbaev University, la logica conseguenza sarà un’intera generazione di giovani leader le cui professionalità e connessioni accademiche saranno radicate nelle istituzioni occidentali. Questo non fa ben sperare sul concetto del Kazakistan partner affidabile per l’UEE e la Silk Road della Cina.

Come l’occidente risponderà?
Indubbiamente, Washington e i suoi alleati europei vedono l’istituzione dell’UEE come un evento preoccupante. E così, la regione e il mondo devono prepararsi a una sorta di contromisura a questa crescente indipendenza. In particolare, gli Stati Uniti possono utilizzare tutte le armi del soft power a disposizione per sabotare o ostacolare l’UEE e il progetto eurasiatico in generale. Una risposta probabilmente avrà la forma della destabilizzazione del territorio occidentale cinese del Xinjiang.  Popolata prevalentemente dal popolo uiguro (musulmani appartenenti al gruppo etnico turco), la regione ha subito violenze intermittenti da decenni, con il terrorismo divenuto maggiore forza destabilizzante negli ultimi anni. In particolare, l’organizzazione nota come Movimento islamico del Turkestan dell’Est (ETIM) è responsabile di decine di atti di terrorismo negli ultimi due decenni.  Tuttavia, il terrorismo è soltanto una parte fondamentale del più ampio tentativo degli Stati Uniti di togliere il Xinjiang ai cinesi o per lo meno renderlo troppo instabile e pericoloso per essere sviluppato economicamente secondo Pechino. Xinjiang figura avanti nei piani di sviluppo di Pechino. In primo luogo, Xinjiang, con la sua capitale regionale Urumqi, è un ponte importantissimo per il progetto New Silk Road. Collegando il confinante Kazakistan e infine la Turchia, la regione assume una grande importanza sia come hub di transito che punto di partenza per le esportazioni cinesi verso l’occidente. Inoltre, la capitale del Xinjiang Urumqi è la probabile candidata al terminale cinese della Pipeline Altaj. Come centro industriale geograficamente vicino ai partner della Cina confinanti ad occidente, Urumqi diventa un perno strategico cinese sempre più importante. Con l’ovvia importanza di Xinjiang nei piani a lungo termine della Cina, la presenza statunitense nella regione assume un significato ulteriore. In particolare, gli Stati Uniti hanno un formidabile “soft power” nella regione tramite il lungo sostegno finanziario a numerose ONG e altre organizzazioni anticinesi. In particolare, gli Stati Uniti hanno speso milioni di dollari sullo Xinjiang tramite il National Endowment for Democracy (NED), sostenendo ostentatamente organizzazioni per i “diritti umani” come l’International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, International Uyghur PEN Club, Uyghur American Association e World Uyghur Congress. Ciascuna di tali organizzazioni, dipendenti dal finanziamento degli Stati Uniti, è fanaticamente anticinese e propaganda secessione e “autodeterminazione”. Furono l’epicentro delle tensioni sociali nella regione, con un rappresentante del World Uyghur Congress che arrivò a giustificare il recente attentato terroristico a Kunming, che ha ucciso 33 persone, dicendo che “le politiche (della Cina) provocarono ‘misure estreme’ in reazione”.
Con Kazakistan e Cina che si avvicinano tramite la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e il Kazakistan nell’ambito dell’UEE, sembrerebbe molto probabile che un nuovo focolaio di violenze nello Xinjiang possa essere proprio ciò che il medico imperiale ordina. Inoltre, si potrebbe facilmente immaginare una rapida proliferazione della minaccia dell’ETIM nella regione, in quanto riceve un sostegno politico tacito dalle organizzazioni uigure finanziate dagli USA. Una tale mossa effettivamente bloccherebbe qualsiasi tentativo di costruire gasdotti, ferrovie ed altre infrastrutture necessarie a New Silk Road e gasdotti Russia-Cina. Dall’altra parte del confine del Xinjiang v’è il  Kazakistan profondamente infiltrato dagli organi del soft power statunitense. Il NED vi finanzia una vasta gamma di organizzazioni non governative, tra cui i famigerati International Republican Institute e National Democratic Institute, insieme ad altre organizzazioni dai nomi innocui come Ufficio internazionale dei diritti umani e stato di diritto del Kazakistan. Dato che tali organizzazioni sono profondamente radicate nel Paese, gli Stati Uniti possono esercitare un’enorme influenza nella società civile kazaka, rendendola in caso di necessità un’arma contro il governo. Ciò naturalmente fa parte della strategia di lunga data del “soft power” che gli Stati Uniti hanno abilmente impiegato in tutto il mondo, dall’America Latina all’Europa orientale. Il famoso autore e giornalista Pepe Escobar ha recentemente pubblicato un pezzo dal titolo “Nascita del secolo eurasiatico?“, in cui esamina il punto di svolta storico mondiale della partnership sino-russa che va ben oltre i soli gas e gasdotti. Escobar ha scritto: “L’alleanza strategica tra Cina e Russia ora simbiotica, con la possibilità di estendersi all’Iran, è il fatto fondamentale sul campo del giovane 21° secolo. Sarà estrapolata da BRICS, Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione Trattato di Sicurezza Collettivo e Movimento dei Paesi Non Allineati“. Questa trasformazione, una volta pensata come tendenza futura, è ormai diventata una realtà geopolitica inevitabile. La creazione dell’Unione economica eurasiatica è semplicemente un’altra manifestazione del nuovo ordine globale. Tuttavia, Russia e Cina, con i loro alleati e partner, farebbero bene a notare che l’occidente non ha intenzione di cedere la sua posizione egemonica senza combattere. Cosa sarà esattamente tale lotta, resta da vedere.

B5C9305F-D415-44D2-9B39-FEA79EEDC316_mw1024_s_nEric Draitser è fondatore di StopImperialism.com, ed è un analista geopolitico indipendente di New York City.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vertici a Pechino

Konstantin Penzev New Oriental Outlook 01.11.2013

tpbje201310222a4_38845401Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha visitato la Cina dal 22 al 24 ottobre. Le visite da parte della leadership russa nel Regno di Mezzo non sono eventi straordinari di per sé. Prestare maggiore attenzione a questa potenza è del tutto comprensibile. Eppure ci sono alcuni aspetti nell’ultima visita di Medvedev che ci spingono a prestare ancora più attenzione. Il 22 ottobre, mentre Medvedev era a Pechino, il primo ministro indiano Manmohan Singh compiva una visita di tre giorni, e altra curiosa coincidenza, anche il capo del governo della Mongolia, Norovyn Altankhuyag. Perchè questa casualità? Come Hua Yiwen del Quotidiano del Popolo suppone, la necessità si cela dietro la casualità. Sullo sfondo generale dei più recenti incontri a Pechino, si può affermare molto brevemente: prossimamente, l’India e la Cina diventeranno (la Cina lo è già) le principali regioni produttive dell’Eurasia e probabilmente del mondo. La loro domanda di energia ed elettricità a buon mercato cresce molto rapidamente. Quale peso ha la Russia in questo triangolo geopolitico emergente? Soprattutto un peso legato all’energia. Ma non è tutto. La Russia è forse l’unico Paese che ha più volte affrontato militarmente l’occidente senza mai esser stato sconfitto. La potenza militare è un argomento potente per la Russia nel grande gioco politico. Il Paese è anche leader mondiale nella progettazione e produzione di nuovi sistemi d’arma. Il “pivot in Asia” dell’amministrazione Obama impone a Pechino la necessità di potenziare il suo esercito e la sua forza navale. Cooperare con la Russia sarebbe molto utile per questa relazione.
Tutto ciò sono i cosiddetti “presupposti oggettivi” per ravvicinare i “tre eurasiatici”. Le economie di questi Paesi possono integrarsi e gli interessi sulla sicurezza potrebbero forzare i governi a cooperare più strettamente. Quali temi erano all’ordine del giorno nel vertice di Medvedev con i suoi colleghi cinesi? I media globali hanno seguito superficialmente l’agenda, concentrandosi invece sulle preferenze letterarie e sportive del primo ministro russo. Riguardo al Quotidiano del Popolo, Hua Yiwen ha osservato che i leader cinesi, durante un viaggio all’estero quest’anno, hanno suggerito l’idea di creare una “Zona economica della Via della Seta ” e una “Via della Seta marittima”, che comporterebbe enormi opportunità a Russia, Cina e Mongolia. Gli scambi commerciali tra la Russia e la Cina si avvicinano ai 100 miliardi di dollari. Come Medvedev ha detto: “Il premier Li Keqiang ed io dicemmo, in occasione del vertice, che questo non è il limite.  Tale cifra potrebbe salire a 150 miliardi di dollari, a 200 miliardi o più.” Inoltre, il passaggio delle merci cinesi dirette in Europa attraverso la Mongolia e la Russia, e il diretto rifornimento energetico russo della Cina promettono profitti considerevoli per tutti i Paesi coinvolti. Questa prospettiva  difficilmente susciterà sentimenti positivi a Washington, ma è così. Ahimè, le portaerei non possono controllare le vaste distese della Siberia. Alla luce delle affermazioni di Washington sulla sua esclusività, la rotta attraverso lo Stretto di Malacca non sembra più così attraente per la Cina. Il collo di bottiglia dello stretto inizia ad essere visto più come la via a una trappola. E’ ovvio che i cinesi vogliono diversificare non solo le fonti di petrolio e gas del Paese, ma anche le rotte che li collega ai partner commerciali.
Va notato che anche se il governo russo attribuisce particolare importanza alle relazioni con la Cina, il Presidente Vladimir Putin considera le relazioni Russia-India non meno significative. Il 21 ottobre, immediatamente prima della sua visita a Pechino, Singh ha visitato Mosca. In un incontro con il primo ministro indiano, Putin ha ricordato alcuni aspetti della cooperazione russo-indiana, in particolare l’aggiornamento della portaerei Vikramaditya, quasi pronta per essere consegnata all’India. Putin ha anche preso atto della partecipazione della Russia alla realizzazione dei futuri armamenti indiani. Purtroppo, il piccolo incremento commerciale tra l’India e la Russia lascia molto a desiderare, ma alcune modifiche vanno illustrate qui. L’India, ripetiamo, ha estremo bisogno di grandi quantità di energia. Nello Stato del Tamil Nadu, la Russia sta costruendo l’impianto nucleare di Kudankulam. Citando Putin: “A luglio, il primo blocco dei reattori della centrale di Kudankulam è stato attivato, collegandolo alla rete elettrica dell’India. Il secondo blocco dei reattori è in costruzione. I blocchi successivi sono già programmati, forse in più di quattro.” Tuttavia, non basta. Il lavoro è stato modificato, recentemente, per organizzare il rifornimento diretto di gas all’India, e si discute la possibilità di una rete di oleogasdotti che colleghi l’India e la Russia. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid, nella recente intervista a La Voce della Russia, ha osservato che la Russia potrebbe diventare un partner importante nella costruzione del gasdotto TAPI che colleghi il Turkmenistan all’India via Afghanistan e Pakistan. “Tutto il gas russo ora va in Europa“, ha detto Khurshid. “Perché non inviarne nell’Asia del Sud?” La fornitura di gas attraverso il Pakistan e l’Afghanistan potrebbe stimolare lo sviluppo industriale di questi Paesi che, nel caso dell’Afghanistan, dovrebbe compiere una vera svolta verso il 21° secolo. Una parte considerevole della popolazione afgana partecipa alla produzione di oppio ed eroina per soddisfare le esigenze dei tossicodipendenti di tutto il mondo. La forza di spedizione statunitense controlla il territorio dell’Afghanistan. La costruzione di un gasdotto attraverso i campi di oppio potrebbe sembrare a Washington un’impresa vana e inutile, privando i lavoratori afghani dei loro mezzi di sussistenza. E’ un peccato che la Casa Bianca non aderisca alla strategia del “divide et impera“, come viene comunemente presentata dai media. E’ più attratta dalla possibilità di giocare sporco ovunque sia possibile.
Riguardo le relazioni tra l’India e la Cina, non sono semplici e sono appesantite dal fardello del passato recente: i conflitti di frontiera, il supporto ai separatisti tibetani e altri spiacevoli equivoci.  Questi devono essere affrontati. Ciò richiede volontà politica, qualcosa che i governi di India e Cina possiedono. Entrambi si concentrano sulla cooperazione, la questione principale. Secondo il Quotidiano del Popolo, durante la visita di Singh in Cina, le parti hanno convenuto nel rafforzare la cooperazione creando un corridoio economico che colleghi Cina, India, Bangladesh e Myanmar; realizzando progetti nel campo della cooperazione ferroviaria e dei parchi industriali. Questi progetti consentiranno inoltre alla Cina di bypassare lo stretto di Malacca e di facilitarne l’accesso al Golfo Persico. In sintesi, la conclusione da trarre è questa: la Cina continua a rafforzare la sua posizione economica, politica e soprattutto geopolitica grazie ai suoi buoni rapporti con la Russia, l’India e altri Paesi. Inoltre, il governo cinese è ovviamente preoccupato dal forte aumento dell’aggressività di Washington, ultimamente, e prende tutte le precauzioni per rafforzare la sicurezza del Paese. Peccato che gli Stati Uniti, subendo grandi difficoltà finanziarie, cerchino solo di risolverle a spese di altri Paesi.

Konstantin Penzev, scrittore, storico e editorialista della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’alleanza Russia-India-Cina è un’idea necessaria

Rakesh Krishnan Simha RIR 24 ottobre 2013

Vladimir Putin, Chinese Xi Jinping, Manmohan Singh,L’economista e primo ministro dell’India Manmohan Singh è solitamente economico con le parole, ma ciononostante offre l’indizio che qualcosa succede nei BRICS. A Mosca ha ringraziato la Russia per il sostegno all’India, quando “i nostri amici erano pochi“. Il giorno dopo a Pechino ha detto, “La Cina è il nostro grande vicino.” Questo è lo stesso Premier che nel settembre 2008, poche settimane prima che George W. Bush lasciasse la carica da presidente statunitense più impopolare a memoria, “Il popolo dell’India ti ama.” Non importa se Singh fosse semplicemente gentile o se davvero non avesse idea di cosa stesse dicendo. Quello che conta fu che il Primo ministro mostrò scarsa capacità di giudizio, mostrando agli statunitensi le sue carte.

Fare le mosse giuste
Ma a Pechino, le parole di Singh hanno suscitato quello che è forse l’affermazione più significativa mai fatta sull’India dagli imperscrutabili cinesi. Quella India-Cina, ha detto il premier cinese Li Keqiang, è la “più importante amicizia bilaterale del mondo“. Non è una semplice dichiarazione, ma uno spostamento tettonico. In realtà, il suggerimento che l’atteggiamento di Pechino verso l’India si stesse ammorbidendo era evidente nell’inedito editoriale su China Daily dell’anno scorso: “La questione dei confini è solo una piccola parte delle relazioni Cina-India.” Il giornale, che riflette la politica ufficiale della Cina, continuava dicendo che i due Paesi sono “partner cooperativi, rivali non competitivi, in quanto hanno molto più in comune che differenze“. I due Paesi hanno firmato un accordo sui confini che la parte cinese ha descritto documento legale da “pietra miliare” nel regolare il comportamento delle truppe di entrambe le parti.

Tripla Intesa
L’arrivo a Pechino lo stesso giorno dei primi ministri di India e Russia, spinse gli strateghi politici a domandarsi se il presidente cinese Xi Jinping stesse cercando di sviluppare una nuova alleanza. Secondo il taiwanese China Times Group News: “L’ex primo ministro russo Evgenij Primakov ebbe per primo l’idea di un’alleanza trilaterale tra Russia, Cina e India negli anni ’90, con un importante passo avanti verificatosi nel luglio 2006 al G8 di San Pietroburgo, quando sul momento il Presidente Vladimir Putin organizzò un incontro tra i leader dei tre Paesi“.

Sindrome cinese
La Cina ha le sue ragioni per cercare conforto nella compagnia di India e Russia. Nonostante la sua spettacolare crescita economica e le alte spese militari, il gigante asiatico sente la pressione della strategia del contenimento dell’occidente. Il Perno asiatico degli USA vede intere flotte dell’US Navy, che una volta pattugliavano gli Oceani Atlantico e Indiano, dirigersi verso il Pacifico. L’enorme presenza di marines a Darwin, in Australia, è specificamente rivolta contro Pechino. La leadership cinese è quindi pronta a neutralizzare i piani statunitensi per imbottigliare le proprie ambizioni nella regione Asia-Pacifico. Pechino si rende conto che non importa quanto potente  diventi, da sola non può affrontare la potenza combinata di Stati Uniti, India e Giappone, con Taiwan, ASEAN e Australia che forniscono un importante supporto. Solo alleandosi con l’India e la Russia, ritengono gli intelligenti Han, daranno un vero scacco matto agli sforzi statunitensi per acquisire una posizione dominante nella regione.

Delhi disillusa
Il diplomatico statunitense Henry Kissinger ha detto una volta di India e Cina: “Serve al meglio ai nostri scopi avere strette relazioni con ciascun di loro, che piuttosto loro averne di reciproche.” Beh, Henry il tuo tempo è scaduto. L’India difficilmente sarà lieta di svolgere il ruolo di sceriffo degli USA in Asia meridionale. Sarebbe umiliante per un Paese come l’India, che aspetta di essere un grande giocatore nei prossimi decenni. La maggior parte degli indiani la crede destinata ad essere una grande potenza, mentre l’occidente si riduce a delle sacche isolate intorno il Nord America e l’Europa. Il declino dell’economia statunitense, che sembra eccessivamente dipendente dalle guerre, è un campanello d’allarme fastidioso per la cricca della Banca Mondiale che opera nel ministero delle Finanze indiano. Se il modello di crescita statunitense non può più nutrire gli statunitensi, come può funzionare per Paesi meno ricchi come l’India? Mentre le tradizioni democratiche occidentali non hanno portato benefici a gran parte del pianeta, il modello rivale di prosperità autoritaria abbracciata da Russia e Cina da i suoi chiari risultati. Gran parte della grande attività economica ha adesso origine in Asia. La grande novità da Pechino di questa settimana, è la firma di un accordo petrolifero da 85 miliardi di dollari tra Russia e Cina. Altre mega-offerte seguiranno mentre la Russia delinea dei gasdotti transcontinentali per alimentare le fameliche economie d’Oriente.

Gioco di potere
Un’importante spinta all’alleanza Cina-Russia-India darà vita alla tanto dormiente Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Mentre il BRICS è un gruppo economico, la SCO può diventare  un’alleanza militare pari alla NATO, che potrebbe scongiurare l’avventurismo occidentale o islamista in Eurasia. I media occidentali raramente mancano di evidenziare la natura eterogenea dei membri BRICS, in particolare l’infiammabilità del confine tra India e Cina. Nello stesso tempo, la SCO viene derisa come Club dei Dittatori. Con grande dispiacere dell’occidente, la cosa cambierà con l’ingresso dell’India che eliminerà l’immagine non democratica della SCO. Inoltre, una SCO militarizzata potrebbe eliminare la possibilità di un conflitto militare India-Cina, e forse anche India-Pakistan.

Rabbia rossa o specchietto per le allodole
Non tutti sono convinti che ci sarà la triplice alleanza. Zhou Fangyin, stratega globale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha detto a Duowei News che le probabilità di un’alleanza Cina-Russia-India è prossima allo zero. La tempistica della Cina nel formare alleanze non è ancora quella giusta, ha detto Zhou, aggiungendo che le aree di cooperazione in questo momento sono estremamente limitate. Un altro ostacolo è il fastidioso, ma “sempiterno” amico della Cina, il Pakistan. Pechino ha firmato un trattato di amicizia con Islamabad, nel 2005, in modo che qualsiasi alleanza con l’India dovrà aspettare la scadenza del trattato nel 2015. In ogni caso, il Pakistan è più una merce di scambio da utilizzare contro l’India e gli Stati Uniti.

Necessità storica
Ma queste sono piccole questioni irritanti. Il quadro più grande è che l’India e la Cina non sono nemici naturali, e dopo che Pechino ha scaricato il comunismo negli anni ’70, non c’è neanche rivalità ideologica. Se l’India può accettare dei confini scarabocchiati attraverso l’Himalaya dai colonialisti inglesi, intenti a distruggere le civiltà di entrambi i lati di esso, una pace totale può aversi in Himalaya. Come al solito, le voci più equilibrate sulle relazioni India-Cina provengono dall’occidente. Taylor Fravel, professore associato di Scienze Politiche e membro del Programma di studi sulla sicurezza presso il Massachusetts Institute of Technology, ha dichiarato: “La Cina vede l’India quale potenza emergente che può aiutarla a limitare l’influenza degli Stati Uniti in varie arene, soprattutto nelle istituzioni internazionali“. Nel 2007, l’economista Angus Maddison aveva fatto una delle rivelazioni più sorprendenti del 20° secolo, con il suo studio finanziato dell’OCSE sull’economia mondiale. Ha detto che nell’anno 1001 dC, l’India era il Paese più ricco del mondo, rappresentando un terzo del PIL mondiale, seguita dalla Cina e dall’Impero Romano. Dopo gli assalti islamici, l’India cedette il primo posto alla Cina nel 1700, con i due che sommavano il 50 per cento dell’economia globale. Con il 1900, dopo che le potenze coloniali europee avevano spogliato entrambi i Paesi delle loro ricchezza e industria, la Cina e l’India scesero a circa il 3 e l’1 per cento rispettivamente.
La marea cambia. Potere finanziario, potenza manifatturiera e valore militare sono tutti in movimento in Oriente. Un’intesa India-Cina terrebbe il passo con questo sconvolgimento storico. Aggiungendo la Russia si accelererebbe tale processo.

L’appartenenza alla SCO potrebbe avvicinare l’India e il Pakistan
Boris Volkhonskij, RIR 18 ottobre 2013

U158P5029T2D639667F24DT20131024071731Ai primi di ottobre, durante la visita del ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid a Mosca, il suo omologo russo Sergej Lavrov ha sostenuto in modo inequivocabile la volontà dell’India di diventare membro a pieno titolo della Shanghai Cooperation Organization (SCO), dove attualmente l’India ha lo status di osservatore. Non v’è dubbio che la questione sarà discussa la prossima settimana, durante la visita di Manmohan Singh in Russia. La domanda che l’India (e il Pakistan) passino dallo status di Paese osservatore a membro a pieno titolo della SCO, fu emesso tempo fa. S’è sempre considerato (e in molti modi, questo era vero) che la Cina avrebbe inequivocabilmente supportato l’adozione del Pakistan, e la Russia avrebbe sostenuto la domanda dell’India. Nel 2011, durante una visita a Mosca del presidente pakistano Asif Ali Zardari, la leadership russa sostenne la volontà del Pakistan di diventare membro a pieno titolo dell’organizzazione. Sembrava che la questione dell’accettazione simultanea dei due Paesi dell’Asia meridionale alla SCO si sarebbe risolta molto rapidamente. Tuttavia, ciò non è ancora avvenuto e il problema si trascina in una serie di lungaggini burocratiche; nessuno si opponeva apertamente, ma non s’è visto un gran progresso.
Nel frattempo, l’importanza dell’adesione di India e Pakistan alla SCO (credo sia evidente a tutti che questi due Paesi possono essere accettati solo contemporaneamente) è ovvia, soprattutto in vista del ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan, prevista per la fine del 2014. Se i vicini dell’Afghanistan non vogliono che questo Paese diventi una fonte di continue minacce di terrorismo, estremismo religioso e traffico di droga, i Paesi di questa vasta regione, che copre una parte del Medio Oriente e dell’Asia centrale, meridionale e orientale in diversa misura, dovrebbero accettare la responsabilità dello Stato di cose in Afghanistan. È importante notare che sia l’Afghanistan che il vicino occidentale Iran siano anche essi osservatori della SCO, quindi il successo complessivo dipenderà dall’attività coerente nell’organizzazione. Quando si parla di Afghanistan e del ruolo dei Paesi vicini nella soluzione pacifica della situazione in questo Paese, dobbiamo ricordarci quanto segue. Sia l’India che il Pakistan hanno legami di lunga data con l’Afghanistan, ma ognuno di questi Paesi supporta diverse e, non è esagerato dire, opposte forze. Il Pakistan ha forti legami con i taliban, e l’India è praticamente l’avversario più implacabile dei taliban sulla scena mondiale. Pertanto, se ogni forza esterna (aggiungeremmo altri Paesi vicini, ognuno che aiuta certi gruppi etnici e religiosi in Afghanistan, ad esempio, l’Iran, Uzbekistan, ecc.) cerca di mutare a proprio vantaggio l’equilibrio di forze nella guerra che dilania il Paese, allora la situazione potrebbe svilupparsi verso lo scenario più sfavorevole, quello implementato in Afghanistan nei primi anni ’90, vale a dire una guerra a tutto campo. Deve essere chiaro che il gioco a somma zero è impossibile in Afghanistan, e tentativi di trarre benefici a spese dell’altro porteranno inevitabilmente ad una situazione negativa per tutti. Per impedirlo, c’è bisogno di una piattaforma autorevole, dove molte questioni controverse possano essere risolte in anticipo, in modo che l’interazione dei Paesi confinanti con l’Afghanistan possa caratterizzarsi nella cooperazione e nel coordinamento degli sforzi, piuttosto che nello scontro. La SCO è la piattaforma naturale e più conveniente per ciò.
La questione afghana è urgente e richiede la rapida adesione della SCO da parte dell’India, ma è solo uno dei tanti problemi della regione. Uno degli ostacoli che impediscono oggettivamente la piena partecipazione dell’India nell’organizzazione è la connettività con l’Asia centrale, dove si trova la maggior parte degli attuali membri dell’organizzazione. Vie terrestri dall’India al nord attraversano l’Himalaya o il Pakistan, con cui i rapporti sono scarsi, o attraverso l’Afghanistan, dove la guerra non cessa da diversi decenni e minaccia di continuare nel prossimo futuro. Tuttavia, dato lo status dell’Iran di osservatore della SCO e la sua possibile adesione a membro a pieno titolo in futuro, l’appartenenza alla SCO apre all’India grandi opportunità per promuovere un progetto quasi dimenticato come il corridoio dei trasporti Nord-Sud, che collegherebbe i porti della costa occidentale dell’India con i porti dell’Iran ed altri, attraverso una rete ferroviaria e stradale, con l’Afghanistan, Asia centrale, Caucaso del Sud, Russia e Nord Europa. L’attuazione di questo progetto non solo contribuirebbe a una maggiore integrazione dei Paesi di questa vasta regione, ma potrebbe anche disinnescare notevolmente le tensioni sull’Iran. Va anche notato come i vecchi conflitti tra India e Pakistan potrebbero influenzare l’interazione dei due Paesi nella SCO. Recentemente è stato osservato un miglioramento dei rapporti tra i due Paesi. Tuttavia, la questione del Kashmir non ha ancora perso la sua asprezza. Naturalmente, l’adesione di India e Pakistan nella SCO non influenzerà direttamente la risoluzione della controversia, mentre la posizione dell’India rimane la stessa, si tratta di una questione di relazioni bilaterali e l’impegno di terzi nella sua risoluzione è inaccettabile. Tuttavia, se guardiamo al futuro (anche molto distante), possiamo vedere che ogni possibile sviluppo di forme d’integrazione multilaterali può risolvere anche i problemi più vecchi e apparentemente irrisolvibili. Ricordiamoci delle questioni territoriali in Europa che portarono a due guerre mondiali. Eppure oggi, nessuno menziona le vecchie discussioni su Alsazia e Lorena, e la capitale dell’Alsazia, Strasburgo, è diventata la capitale di un’Europa unita. Naturalmente, le condizioni in Asia di oggi sono lontane da quelle esistenti in Europa alla vigilia della creazione dell’Unione europea. Ma ancora la storia non finisce domani.

L’autore è direttore del dipartimento del Centro Asia e Medio Oriente dell’Istituto russo di Studi Strategici.

Traduzioni di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha vinto la lunga battaglia degli oleodotti, ma ora cosa succederà?

Steve LeVine Osnetdaily 1 luglio 2013

sd_export_routes_20121La Russia ha ottenuto una grande vittoria nella battaglia quasi ventennale con l’occidente sul gas del Mar Caspio. Ma la vittoria del 28 giugno è contraddittoria per Mosca, perché aiuta a minare le ragioni di un altro progetto russo, un’arma chiave nella lotta del Paese per il predominio energetico. La storia è aggrovigliata, e prima di passare ai dettagli, diciamo solo d’identificare un sorprendente vincitore, la sofferente Grecia. Passerà da essa la rotta del gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che ha battuto il Nabucco sostenuto dall’occidente, il corridoio per cui l’occidente ha contrastato la Russia dalla metà degli anni ’90. Con la vittoria del TAP, assieme al Primo ministro greco Antonis Samaras, il mondo dovrebbe capire che una Grecia economicamente in lotta è sulla buona strada per riprendersi. Dopo tutto, “chi avrebbe investito denaro in un Paese che affronta minacce economiche, sociali e politiche?“, ha detto Samaras in una dichiarazione.

Gli USA hanno tramato per tenere la Russia fuori dal suo cortile di casa
La storia risale al crollo dell’Unione Sovietica. Dopo aver sconfitto il loro rivale della Guerra Fredda, gli Stati Uniti tracciarono una linea intorno alla metà meridionale dell’URSS, gli otto nuovi Stati del Caucaso e dell’Asia centrale, e annunciarono la strategia per impedire che dovessero mai cadere nuovamente nella morsa di Mosca. Il piano degli Stati Uniti era sostenere la costruzione di oleogasdotti per trasportare l’energia della regione ai mercati occidentali evitando il suolo russo e, quindi, rafforzarne l’indipendenza economica. Nel 2006, la prima linea si materializzò, l’oleodotto dall’Azerbaijan al Mediterraneo Baku-Ceyhan, lungo circa 1500 km. Un gasdotto parallelo presto  sarebbe seguito. Occupando la parte Caucasica del Caspio. Ma gli Stati dell’Asia centrale, i cosiddetti “stan”, si comportarono diversamente. Lì, gli Stati Uniti e l’Europa immaginarono un gasdotto di circa 5.600 chilometri che dal Turkmenistan attraversasse il Mar Caspio per arrivare in Europa. Tale linea avrebbe dato all’Asia centrale lo stesso canale economico indipendente di cui ora godeva il Caucaso. Solo che il Turkmenistan esitava. Anno dopo anno, non poteva apparire impegnato in tale linea o in un qualsiasi accordo di trivellazione con una società occidentale, per avviare le esportazioni di gas necessarie. Alcuni dicevano che il Turkmenistan avesse paura della Russia, altri ne incolparono i suoi profondi sospetti verso tutti gli stranieri. Comunque sia, le speranze di un decisivo abbraccio turkmeno del gasdotto trans-Caspio sembravano perdute.

Poi gli Stati Uniti decisero di abbandonare l’Asia centrale
Nel 2002, l’occidente cambiò posizione, propose un nuovo e più corto gasdotto denominato Nabucco (dal nome di un’opera verdiana), che saltasse il Turkmenistan e invece iniziasse dall’Azerbaigian. Questa proposta sembrava avere una migliore possibilità di successo, ma venne completamente ignorata l’originale motivazione del gasdotto, l’Asia centrale non sarebbe stata più liberata dalla morsa della Russia. Ma gli Stati Uniti e l’Unione europea sostennero che, mentre non potevano più salvare l’Asia centrale, avrebbero salvato l’Europa che, affermavano, dipendeva  troppo dal gas russo. Lo sforzo ottenne uno slancio particolare dal 2006, quando la Russia, in una serie di dispute con l’Ucraina, chiuse temporaneamente i rifornimenti di gas per l’Europa.
Nel 2007, Vladimir Putin rispose con la stessa arma, avrebbe costruito “South Stream“, un oleodotto da 39 miliardi di dollari lungo 1.900 km che, sfidando direttamente il Nabucco, avrebbe portato il gas russo nel cuore dell’Europa. Ma sembrava a molti esperti che le due linee, Nabucco e South Stream, fossero incompatibili. Per ragioni sia di offerta che di domanda, solo una sarebbe stata finanziata e costruita. Nel frattempo, i giocatori più piccoli emersero dalle infangate prospettive di un successo del Nabucco in Azerbaigian. Tra di essi vi era il TAP, una relativamente piccola linea che avrebbe trasportato solo un terzo del volume promesso da Nabucco, ma che sarebbe anche costata molto meno.

TAP, Nabucco e altri rivali del Caspio
Il culmine si ebbe il 28 giugno. In Azerbaijan, un consorzio guidato da BP annunciava di voler costruire il TAP. Sembra che tale decisione, almeno a questo stadio, si basasse su ragioni economiche. Il TAP è assai meno costoso della versione accorciata e ancora più compatta del Nabucco, chiamata “Nabucco West“. Mantenendo la pressione sul Nabucco, Putin condizionava tempo e ritmo della realizzazione del TAP. Questo costituisce una minaccia assai minore al predominio della Russia sul mercato europeo del gas. Il TAP fornirà solo 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas rispetto ai 30 miliardi di metri cubi che il Nabucco originariamente avrebbe dovuto inviare nel continente.

Senza il Nabucco, qual’è la logica del South Stream?
Così il gasdotto South Stream della Russia potrebbe da ora avere la strada spianata. Putin non ha ancora commentato, ma in passato ha detto che costruirà il South Stream indipendentemente dal destino del Nabucco. E una serie di accordi bilaterali lungo la sua rotta, suggerisce un progetto già deciso. Eppure la matematica viene sfidata. Per finanziare i grandi accordi petroliferi firmati il 21 giugno con la Cina, Rosneft, pesantemente indebitata, ha dovuto ottenere degli anticipi da Pechino per un totale di 60 miliardi su 70 miliardi di dollari. In una dichiarazione del 28 giugno, Aleksej Miller, il CEO della Gazprom, parlava di enormi impianti per la liquefazione del gas (GNL) a Vladivostok e sul Mar Baltico, aspirando a fornire il 15% del GNL del mondo. Tali impianti costano miliardi di dollari. Insomma, la Russia ha notevoli esigenze concorrenti per la sua liquidità. Nel frattempo, il mercato europeo non è invitante: la concorrenza sui gas è dura con Norvegia e Qatar, e le potenziali forniture, entro la fine del decennio, da Stati Uniti, Israele e Mozambico. L’Europa si rivolge anche al più economico carbone. E il suo appetito di energia nel complesso è stagnante, nella migliore delle ipotesi. Quindi vi è ragione di mettere in questione, almeno sul piano economico, il South Stream. E ora che Nabucco è morto, non c’è gloria nella vittoria su di esso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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