Vertici a Pechino

Konstantin Penzev New Oriental Outlook 01.11.2013

tpbje201310222a4_38845401Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha visitato la Cina dal 22 al 24 ottobre. Le visite da parte della leadership russa nel Regno di Mezzo non sono eventi straordinari di per sé. Prestare maggiore attenzione a questa potenza è del tutto comprensibile. Eppure ci sono alcuni aspetti nell’ultima visita di Medvedev che ci spingono a prestare ancora più attenzione. Il 22 ottobre, mentre Medvedev era a Pechino, il primo ministro indiano Manmohan Singh compiva una visita di tre giorni, e altra curiosa coincidenza, anche il capo del governo della Mongolia, Norovyn Altankhuyag. Perchè questa casualità? Come Hua Yiwen del Quotidiano del Popolo suppone, la necessità si cela dietro la casualità. Sullo sfondo generale dei più recenti incontri a Pechino, si può affermare molto brevemente: prossimamente, l’India e la Cina diventeranno (la Cina lo è già) le principali regioni produttive dell’Eurasia e probabilmente del mondo. La loro domanda di energia ed elettricità a buon mercato cresce molto rapidamente. Quale peso ha la Russia in questo triangolo geopolitico emergente? Soprattutto un peso legato all’energia. Ma non è tutto. La Russia è forse l’unico Paese che ha più volte affrontato militarmente l’occidente senza mai esser stato sconfitto. La potenza militare è un argomento potente per la Russia nel grande gioco politico. Il Paese è anche leader mondiale nella progettazione e produzione di nuovi sistemi d’arma. Il “pivot in Asia” dell’amministrazione Obama impone a Pechino la necessità di potenziare il suo esercito e la sua forza navale. Cooperare con la Russia sarebbe molto utile per questa relazione.
Tutto ciò sono i cosiddetti “presupposti oggettivi” per ravvicinare i “tre eurasiatici”. Le economie di questi Paesi possono integrarsi e gli interessi sulla sicurezza potrebbero forzare i governi a cooperare più strettamente. Quali temi erano all’ordine del giorno nel vertice di Medvedev con i suoi colleghi cinesi? I media globali hanno seguito superficialmente l’agenda, concentrandosi invece sulle preferenze letterarie e sportive del primo ministro russo. Riguardo al Quotidiano del Popolo, Hua Yiwen ha osservato che i leader cinesi, durante un viaggio all’estero quest’anno, hanno suggerito l’idea di creare una “Zona economica della Via della Seta ” e una “Via della Seta marittima”, che comporterebbe enormi opportunità a Russia, Cina e Mongolia. Gli scambi commerciali tra la Russia e la Cina si avvicinano ai 100 miliardi di dollari. Come Medvedev ha detto: “Il premier Li Keqiang ed io dicemmo, in occasione del vertice, che questo non è il limite.  Tale cifra potrebbe salire a 150 miliardi di dollari, a 200 miliardi o più.” Inoltre, il passaggio delle merci cinesi dirette in Europa attraverso la Mongolia e la Russia, e il diretto rifornimento energetico russo della Cina promettono profitti considerevoli per tutti i Paesi coinvolti. Questa prospettiva  difficilmente susciterà sentimenti positivi a Washington, ma è così. Ahimè, le portaerei non possono controllare le vaste distese della Siberia. Alla luce delle affermazioni di Washington sulla sua esclusività, la rotta attraverso lo Stretto di Malacca non sembra più così attraente per la Cina. Il collo di bottiglia dello stretto inizia ad essere visto più come la via a una trappola. E’ ovvio che i cinesi vogliono diversificare non solo le fonti di petrolio e gas del Paese, ma anche le rotte che li collega ai partner commerciali.
Va notato che anche se il governo russo attribuisce particolare importanza alle relazioni con la Cina, il Presidente Vladimir Putin considera le relazioni Russia-India non meno significative. Il 21 ottobre, immediatamente prima della sua visita a Pechino, Singh ha visitato Mosca. In un incontro con il primo ministro indiano, Putin ha ricordato alcuni aspetti della cooperazione russo-indiana, in particolare l’aggiornamento della portaerei Vikramaditya, quasi pronta per essere consegnata all’India. Putin ha anche preso atto della partecipazione della Russia alla realizzazione dei futuri armamenti indiani. Purtroppo, il piccolo incremento commerciale tra l’India e la Russia lascia molto a desiderare, ma alcune modifiche vanno illustrate qui. L’India, ripetiamo, ha estremo bisogno di grandi quantità di energia. Nello Stato del Tamil Nadu, la Russia sta costruendo l’impianto nucleare di Kudankulam. Citando Putin: “A luglio, il primo blocco dei reattori della centrale di Kudankulam è stato attivato, collegandolo alla rete elettrica dell’India. Il secondo blocco dei reattori è in costruzione. I blocchi successivi sono già programmati, forse in più di quattro.” Tuttavia, non basta. Il lavoro è stato modificato, recentemente, per organizzare il rifornimento diretto di gas all’India, e si discute la possibilità di una rete di oleogasdotti che colleghi l’India e la Russia. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid, nella recente intervista a La Voce della Russia, ha osservato che la Russia potrebbe diventare un partner importante nella costruzione del gasdotto TAPI che colleghi il Turkmenistan all’India via Afghanistan e Pakistan. “Tutto il gas russo ora va in Europa“, ha detto Khurshid. “Perché non inviarne nell’Asia del Sud?” La fornitura di gas attraverso il Pakistan e l’Afghanistan potrebbe stimolare lo sviluppo industriale di questi Paesi che, nel caso dell’Afghanistan, dovrebbe compiere una vera svolta verso il 21° secolo. Una parte considerevole della popolazione afgana partecipa alla produzione di oppio ed eroina per soddisfare le esigenze dei tossicodipendenti di tutto il mondo. La forza di spedizione statunitense controlla il territorio dell’Afghanistan. La costruzione di un gasdotto attraverso i campi di oppio potrebbe sembrare a Washington un’impresa vana e inutile, privando i lavoratori afghani dei loro mezzi di sussistenza. E’ un peccato che la Casa Bianca non aderisca alla strategia del “divide et impera“, come viene comunemente presentata dai media. E’ più attratta dalla possibilità di giocare sporco ovunque sia possibile.
Riguardo le relazioni tra l’India e la Cina, non sono semplici e sono appesantite dal fardello del passato recente: i conflitti di frontiera, il supporto ai separatisti tibetani e altri spiacevoli equivoci.  Questi devono essere affrontati. Ciò richiede volontà politica, qualcosa che i governi di India e Cina possiedono. Entrambi si concentrano sulla cooperazione, la questione principale. Secondo il Quotidiano del Popolo, durante la visita di Singh in Cina, le parti hanno convenuto nel rafforzare la cooperazione creando un corridoio economico che colleghi Cina, India, Bangladesh e Myanmar; realizzando progetti nel campo della cooperazione ferroviaria e dei parchi industriali. Questi progetti consentiranno inoltre alla Cina di bypassare lo stretto di Malacca e di facilitarne l’accesso al Golfo Persico. In sintesi, la conclusione da trarre è questa: la Cina continua a rafforzare la sua posizione economica, politica e soprattutto geopolitica grazie ai suoi buoni rapporti con la Russia, l’India e altri Paesi. Inoltre, il governo cinese è ovviamente preoccupato dal forte aumento dell’aggressività di Washington, ultimamente, e prende tutte le precauzioni per rafforzare la sicurezza del Paese. Peccato che gli Stati Uniti, subendo grandi difficoltà finanziarie, cerchino solo di risolverle a spese di altri Paesi.

Konstantin Penzev, scrittore, storico e editorialista della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’alleanza Russia-India-Cina è un’idea necessaria

Rakesh Krishnan Simha RIR 24 ottobre 2013

Vladimir Putin, Chinese Xi Jinping, Manmohan Singh,L’economista e primo ministro dell’India Manmohan Singh è solitamente economico con le parole, ma ciononostante offre l’indizio che qualcosa succede nei BRICS. A Mosca ha ringraziato la Russia per il sostegno all’India, quando “i nostri amici erano pochi“. Il giorno dopo a Pechino ha detto, “La Cina è il nostro grande vicino.” Questo è lo stesso Premier che nel settembre 2008, poche settimane prima che George W. Bush lasciasse la carica da presidente statunitense più impopolare a memoria, “Il popolo dell’India ti ama.” Non importa se Singh fosse semplicemente gentile o se davvero non avesse idea di cosa stesse dicendo. Quello che conta fu che il Primo ministro mostrò scarsa capacità di giudizio, mostrando agli statunitensi le sue carte.

Fare le mosse giuste
Ma a Pechino, le parole di Singh hanno suscitato quello che è forse l’affermazione più significativa mai fatta sull’India dagli imperscrutabili cinesi. Quella India-Cina, ha detto il premier cinese Li Keqiang, è la “più importante amicizia bilaterale del mondo“. Non è una semplice dichiarazione, ma uno spostamento tettonico. In realtà, il suggerimento che l’atteggiamento di Pechino verso l’India si stesse ammorbidendo era evidente nell’inedito editoriale su China Daily dell’anno scorso: “La questione dei confini è solo una piccola parte delle relazioni Cina-India.” Il giornale, che riflette la politica ufficiale della Cina, continuava dicendo che i due Paesi sono “partner cooperativi, rivali non competitivi, in quanto hanno molto più in comune che differenze“. I due Paesi hanno firmato un accordo sui confini che la parte cinese ha descritto documento legale da “pietra miliare” nel regolare il comportamento delle truppe di entrambe le parti.

Tripla Intesa
L’arrivo a Pechino lo stesso giorno dei primi ministri di India e Russia, spinse gli strateghi politici a domandarsi se il presidente cinese Xi Jinping stesse cercando di sviluppare una nuova alleanza. Secondo il taiwanese China Times Group News: “L’ex primo ministro russo Evgenij Primakov ebbe per primo l’idea di un’alleanza trilaterale tra Russia, Cina e India negli anni ’90, con un importante passo avanti verificatosi nel luglio 2006 al G8 di San Pietroburgo, quando sul momento il Presidente Vladimir Putin organizzò un incontro tra i leader dei tre Paesi“.

Sindrome cinese
La Cina ha le sue ragioni per cercare conforto nella compagnia di India e Russia. Nonostante la sua spettacolare crescita economica e le alte spese militari, il gigante asiatico sente la pressione della strategia del contenimento dell’occidente. Il Perno asiatico degli USA vede intere flotte dell’US Navy, che una volta pattugliavano gli Oceani Atlantico e Indiano, dirigersi verso il Pacifico. L’enorme presenza di marines a Darwin, in Australia, è specificamente rivolta contro Pechino. La leadership cinese è quindi pronta a neutralizzare i piani statunitensi per imbottigliare le proprie ambizioni nella regione Asia-Pacifico. Pechino si rende conto che non importa quanto potente  diventi, da sola non può affrontare la potenza combinata di Stati Uniti, India e Giappone, con Taiwan, ASEAN e Australia che forniscono un importante supporto. Solo alleandosi con l’India e la Russia, ritengono gli intelligenti Han, daranno un vero scacco matto agli sforzi statunitensi per acquisire una posizione dominante nella regione.

Delhi disillusa
Il diplomatico statunitense Henry Kissinger ha detto una volta di India e Cina: “Serve al meglio ai nostri scopi avere strette relazioni con ciascun di loro, che piuttosto loro averne di reciproche.” Beh, Henry il tuo tempo è scaduto. L’India difficilmente sarà lieta di svolgere il ruolo di sceriffo degli USA in Asia meridionale. Sarebbe umiliante per un Paese come l’India, che aspetta di essere un grande giocatore nei prossimi decenni. La maggior parte degli indiani la crede destinata ad essere una grande potenza, mentre l’occidente si riduce a delle sacche isolate intorno il Nord America e l’Europa. Il declino dell’economia statunitense, che sembra eccessivamente dipendente dalle guerre, è un campanello d’allarme fastidioso per la cricca della Banca Mondiale che opera nel ministero delle Finanze indiano. Se il modello di crescita statunitense non può più nutrire gli statunitensi, come può funzionare per Paesi meno ricchi come l’India? Mentre le tradizioni democratiche occidentali non hanno portato benefici a gran parte del pianeta, il modello rivale di prosperità autoritaria abbracciata da Russia e Cina da i suoi chiari risultati. Gran parte della grande attività economica ha adesso origine in Asia. La grande novità da Pechino di questa settimana, è la firma di un accordo petrolifero da 85 miliardi di dollari tra Russia e Cina. Altre mega-offerte seguiranno mentre la Russia delinea dei gasdotti transcontinentali per alimentare le fameliche economie d’Oriente.

Gioco di potere
Un’importante spinta all’alleanza Cina-Russia-India darà vita alla tanto dormiente Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Mentre il BRICS è un gruppo economico, la SCO può diventare  un’alleanza militare pari alla NATO, che potrebbe scongiurare l’avventurismo occidentale o islamista in Eurasia. I media occidentali raramente mancano di evidenziare la natura eterogenea dei membri BRICS, in particolare l’infiammabilità del confine tra India e Cina. Nello stesso tempo, la SCO viene derisa come Club dei Dittatori. Con grande dispiacere dell’occidente, la cosa cambierà con l’ingresso dell’India che eliminerà l’immagine non democratica della SCO. Inoltre, una SCO militarizzata potrebbe eliminare la possibilità di un conflitto militare India-Cina, e forse anche India-Pakistan.

Rabbia rossa o specchietto per le allodole
Non tutti sono convinti che ci sarà la triplice alleanza. Zhou Fangyin, stratega globale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha detto a Duowei News che le probabilità di un’alleanza Cina-Russia-India è prossima allo zero. La tempistica della Cina nel formare alleanze non è ancora quella giusta, ha detto Zhou, aggiungendo che le aree di cooperazione in questo momento sono estremamente limitate. Un altro ostacolo è il fastidioso, ma “sempiterno” amico della Cina, il Pakistan. Pechino ha firmato un trattato di amicizia con Islamabad, nel 2005, in modo che qualsiasi alleanza con l’India dovrà aspettare la scadenza del trattato nel 2015. In ogni caso, il Pakistan è più una merce di scambio da utilizzare contro l’India e gli Stati Uniti.

Necessità storica
Ma queste sono piccole questioni irritanti. Il quadro più grande è che l’India e la Cina non sono nemici naturali, e dopo che Pechino ha scaricato il comunismo negli anni ’70, non c’è neanche rivalità ideologica. Se l’India può accettare dei confini scarabocchiati attraverso l’Himalaya dai colonialisti inglesi, intenti a distruggere le civiltà di entrambi i lati di esso, una pace totale può aversi in Himalaya. Come al solito, le voci più equilibrate sulle relazioni India-Cina provengono dall’occidente. Taylor Fravel, professore associato di Scienze Politiche e membro del Programma di studi sulla sicurezza presso il Massachusetts Institute of Technology, ha dichiarato: “La Cina vede l’India quale potenza emergente che può aiutarla a limitare l’influenza degli Stati Uniti in varie arene, soprattutto nelle istituzioni internazionali“. Nel 2007, l’economista Angus Maddison aveva fatto una delle rivelazioni più sorprendenti del 20° secolo, con il suo studio finanziato dell’OCSE sull’economia mondiale. Ha detto che nell’anno 1001 dC, l’India era il Paese più ricco del mondo, rappresentando un terzo del PIL mondiale, seguita dalla Cina e dall’Impero Romano. Dopo gli assalti islamici, l’India cedette il primo posto alla Cina nel 1700, con i due che sommavano il 50 per cento dell’economia globale. Con il 1900, dopo che le potenze coloniali europee avevano spogliato entrambi i Paesi delle loro ricchezza e industria, la Cina e l’India scesero a circa il 3 e l’1 per cento rispettivamente.
La marea cambia. Potere finanziario, potenza manifatturiera e valore militare sono tutti in movimento in Oriente. Un’intesa India-Cina terrebbe il passo con questo sconvolgimento storico. Aggiungendo la Russia si accelererebbe tale processo.

L’appartenenza alla SCO potrebbe avvicinare l’India e il Pakistan
Boris Volkhonskij, RIR 18 ottobre 2013

U158P5029T2D639667F24DT20131024071731Ai primi di ottobre, durante la visita del ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid a Mosca, il suo omologo russo Sergej Lavrov ha sostenuto in modo inequivocabile la volontà dell’India di diventare membro a pieno titolo della Shanghai Cooperation Organization (SCO), dove attualmente l’India ha lo status di osservatore. Non v’è dubbio che la questione sarà discussa la prossima settimana, durante la visita di Manmohan Singh in Russia. La domanda che l’India (e il Pakistan) passino dallo status di Paese osservatore a membro a pieno titolo della SCO, fu emesso tempo fa. S’è sempre considerato (e in molti modi, questo era vero) che la Cina avrebbe inequivocabilmente supportato l’adozione del Pakistan, e la Russia avrebbe sostenuto la domanda dell’India. Nel 2011, durante una visita a Mosca del presidente pakistano Asif Ali Zardari, la leadership russa sostenne la volontà del Pakistan di diventare membro a pieno titolo dell’organizzazione. Sembrava che la questione dell’accettazione simultanea dei due Paesi dell’Asia meridionale alla SCO si sarebbe risolta molto rapidamente. Tuttavia, ciò non è ancora avvenuto e il problema si trascina in una serie di lungaggini burocratiche; nessuno si opponeva apertamente, ma non s’è visto un gran progresso.
Nel frattempo, l’importanza dell’adesione di India e Pakistan alla SCO (credo sia evidente a tutti che questi due Paesi possono essere accettati solo contemporaneamente) è ovvia, soprattutto in vista del ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan, prevista per la fine del 2014. Se i vicini dell’Afghanistan non vogliono che questo Paese diventi una fonte di continue minacce di terrorismo, estremismo religioso e traffico di droga, i Paesi di questa vasta regione, che copre una parte del Medio Oriente e dell’Asia centrale, meridionale e orientale in diversa misura, dovrebbero accettare la responsabilità dello Stato di cose in Afghanistan. È importante notare che sia l’Afghanistan che il vicino occidentale Iran siano anche essi osservatori della SCO, quindi il successo complessivo dipenderà dall’attività coerente nell’organizzazione. Quando si parla di Afghanistan e del ruolo dei Paesi vicini nella soluzione pacifica della situazione in questo Paese, dobbiamo ricordarci quanto segue. Sia l’India che il Pakistan hanno legami di lunga data con l’Afghanistan, ma ognuno di questi Paesi supporta diverse e, non è esagerato dire, opposte forze. Il Pakistan ha forti legami con i taliban, e l’India è praticamente l’avversario più implacabile dei taliban sulla scena mondiale. Pertanto, se ogni forza esterna (aggiungeremmo altri Paesi vicini, ognuno che aiuta certi gruppi etnici e religiosi in Afghanistan, ad esempio, l’Iran, Uzbekistan, ecc.) cerca di mutare a proprio vantaggio l’equilibrio di forze nella guerra che dilania il Paese, allora la situazione potrebbe svilupparsi verso lo scenario più sfavorevole, quello implementato in Afghanistan nei primi anni ’90, vale a dire una guerra a tutto campo. Deve essere chiaro che il gioco a somma zero è impossibile in Afghanistan, e tentativi di trarre benefici a spese dell’altro porteranno inevitabilmente ad una situazione negativa per tutti. Per impedirlo, c’è bisogno di una piattaforma autorevole, dove molte questioni controverse possano essere risolte in anticipo, in modo che l’interazione dei Paesi confinanti con l’Afghanistan possa caratterizzarsi nella cooperazione e nel coordinamento degli sforzi, piuttosto che nello scontro. La SCO è la piattaforma naturale e più conveniente per ciò.
La questione afghana è urgente e richiede la rapida adesione della SCO da parte dell’India, ma è solo uno dei tanti problemi della regione. Uno degli ostacoli che impediscono oggettivamente la piena partecipazione dell’India nell’organizzazione è la connettività con l’Asia centrale, dove si trova la maggior parte degli attuali membri dell’organizzazione. Vie terrestri dall’India al nord attraversano l’Himalaya o il Pakistan, con cui i rapporti sono scarsi, o attraverso l’Afghanistan, dove la guerra non cessa da diversi decenni e minaccia di continuare nel prossimo futuro. Tuttavia, dato lo status dell’Iran di osservatore della SCO e la sua possibile adesione a membro a pieno titolo in futuro, l’appartenenza alla SCO apre all’India grandi opportunità per promuovere un progetto quasi dimenticato come il corridoio dei trasporti Nord-Sud, che collegherebbe i porti della costa occidentale dell’India con i porti dell’Iran ed altri, attraverso una rete ferroviaria e stradale, con l’Afghanistan, Asia centrale, Caucaso del Sud, Russia e Nord Europa. L’attuazione di questo progetto non solo contribuirebbe a una maggiore integrazione dei Paesi di questa vasta regione, ma potrebbe anche disinnescare notevolmente le tensioni sull’Iran. Va anche notato come i vecchi conflitti tra India e Pakistan potrebbero influenzare l’interazione dei due Paesi nella SCO. Recentemente è stato osservato un miglioramento dei rapporti tra i due Paesi. Tuttavia, la questione del Kashmir non ha ancora perso la sua asprezza. Naturalmente, l’adesione di India e Pakistan nella SCO non influenzerà direttamente la risoluzione della controversia, mentre la posizione dell’India rimane la stessa, si tratta di una questione di relazioni bilaterali e l’impegno di terzi nella sua risoluzione è inaccettabile. Tuttavia, se guardiamo al futuro (anche molto distante), possiamo vedere che ogni possibile sviluppo di forme d’integrazione multilaterali può risolvere anche i problemi più vecchi e apparentemente irrisolvibili. Ricordiamoci delle questioni territoriali in Europa che portarono a due guerre mondiali. Eppure oggi, nessuno menziona le vecchie discussioni su Alsazia e Lorena, e la capitale dell’Alsazia, Strasburgo, è diventata la capitale di un’Europa unita. Naturalmente, le condizioni in Asia di oggi sono lontane da quelle esistenti in Europa alla vigilia della creazione dell’Unione europea. Ma ancora la storia non finisce domani.

L’autore è direttore del dipartimento del Centro Asia e Medio Oriente dell’Istituto russo di Studi Strategici.

Traduzioni di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha vinto la lunga battaglia degli oleodotti, ma ora cosa succederà?

Steve LeVine Osnetdaily 1 luglio 2013

sd_export_routes_20121La Russia ha ottenuto una grande vittoria nella battaglia quasi ventennale con l’occidente sul gas del Mar Caspio. Ma la vittoria del 28 giugno è contraddittoria per Mosca, perché aiuta a minare le ragioni di un altro progetto russo, un’arma chiave nella lotta del Paese per il predominio energetico. La storia è aggrovigliata, e prima di passare ai dettagli, diciamo solo d’identificare un sorprendente vincitore, la sofferente Grecia. Passerà da essa la rotta del gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che ha battuto il Nabucco sostenuto dall’occidente, il corridoio per cui l’occidente ha contrastato la Russia dalla metà degli anni ’90. Con la vittoria del TAP, assieme al Primo ministro greco Antonis Samaras, il mondo dovrebbe capire che una Grecia economicamente in lotta è sulla buona strada per riprendersi. Dopo tutto, “chi avrebbe investito denaro in un Paese che affronta minacce economiche, sociali e politiche?“, ha detto Samaras in una dichiarazione.

Gli USA hanno tramato per tenere la Russia fuori dal suo cortile di casa
La storia risale al crollo dell’Unione Sovietica. Dopo aver sconfitto il loro rivale della Guerra Fredda, gli Stati Uniti tracciarono una linea intorno alla metà meridionale dell’URSS, gli otto nuovi Stati del Caucaso e dell’Asia centrale, e annunciarono la strategia per impedire che dovessero mai cadere nuovamente nella morsa di Mosca. Il piano degli Stati Uniti era sostenere la costruzione di oleogasdotti per trasportare l’energia della regione ai mercati occidentali evitando il suolo russo e, quindi, rafforzarne l’indipendenza economica. Nel 2006, la prima linea si materializzò, l’oleodotto dall’Azerbaijan al Mediterraneo Baku-Ceyhan, lungo circa 1500 km. Un gasdotto parallelo presto  sarebbe seguito. Occupando la parte Caucasica del Caspio. Ma gli Stati dell’Asia centrale, i cosiddetti “stan”, si comportarono diversamente. Lì, gli Stati Uniti e l’Europa immaginarono un gasdotto di circa 5.600 chilometri che dal Turkmenistan attraversasse il Mar Caspio per arrivare in Europa. Tale linea avrebbe dato all’Asia centrale lo stesso canale economico indipendente di cui ora godeva il Caucaso. Solo che il Turkmenistan esitava. Anno dopo anno, non poteva apparire impegnato in tale linea o in un qualsiasi accordo di trivellazione con una società occidentale, per avviare le esportazioni di gas necessarie. Alcuni dicevano che il Turkmenistan avesse paura della Russia, altri ne incolparono i suoi profondi sospetti verso tutti gli stranieri. Comunque sia, le speranze di un decisivo abbraccio turkmeno del gasdotto trans-Caspio sembravano perdute.

Poi gli Stati Uniti decisero di abbandonare l’Asia centrale
Nel 2002, l’occidente cambiò posizione, propose un nuovo e più corto gasdotto denominato Nabucco (dal nome di un’opera verdiana), che saltasse il Turkmenistan e invece iniziasse dall’Azerbaigian. Questa proposta sembrava avere una migliore possibilità di successo, ma venne completamente ignorata l’originale motivazione del gasdotto, l’Asia centrale non sarebbe stata più liberata dalla morsa della Russia. Ma gli Stati Uniti e l’Unione europea sostennero che, mentre non potevano più salvare l’Asia centrale, avrebbero salvato l’Europa che, affermavano, dipendeva  troppo dal gas russo. Lo sforzo ottenne uno slancio particolare dal 2006, quando la Russia, in una serie di dispute con l’Ucraina, chiuse temporaneamente i rifornimenti di gas per l’Europa.
Nel 2007, Vladimir Putin rispose con la stessa arma, avrebbe costruito “South Stream“, un oleodotto da 39 miliardi di dollari lungo 1.900 km che, sfidando direttamente il Nabucco, avrebbe portato il gas russo nel cuore dell’Europa. Ma sembrava a molti esperti che le due linee, Nabucco e South Stream, fossero incompatibili. Per ragioni sia di offerta che di domanda, solo una sarebbe stata finanziata e costruita. Nel frattempo, i giocatori più piccoli emersero dalle infangate prospettive di un successo del Nabucco in Azerbaigian. Tra di essi vi era il TAP, una relativamente piccola linea che avrebbe trasportato solo un terzo del volume promesso da Nabucco, ma che sarebbe anche costata molto meno.

TAP, Nabucco e altri rivali del Caspio
Il culmine si ebbe il 28 giugno. In Azerbaijan, un consorzio guidato da BP annunciava di voler costruire il TAP. Sembra che tale decisione, almeno a questo stadio, si basasse su ragioni economiche. Il TAP è assai meno costoso della versione accorciata e ancora più compatta del Nabucco, chiamata “Nabucco West“. Mantenendo la pressione sul Nabucco, Putin condizionava tempo e ritmo della realizzazione del TAP. Questo costituisce una minaccia assai minore al predominio della Russia sul mercato europeo del gas. Il TAP fornirà solo 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas rispetto ai 30 miliardi di metri cubi che il Nabucco originariamente avrebbe dovuto inviare nel continente.

Senza il Nabucco, qual’è la logica del South Stream?
Così il gasdotto South Stream della Russia potrebbe da ora avere la strada spianata. Putin non ha ancora commentato, ma in passato ha detto che costruirà il South Stream indipendentemente dal destino del Nabucco. E una serie di accordi bilaterali lungo la sua rotta, suggerisce un progetto già deciso. Eppure la matematica viene sfidata. Per finanziare i grandi accordi petroliferi firmati il 21 giugno con la Cina, Rosneft, pesantemente indebitata, ha dovuto ottenere degli anticipi da Pechino per un totale di 60 miliardi su 70 miliardi di dollari. In una dichiarazione del 28 giugno, Aleksej Miller, il CEO della Gazprom, parlava di enormi impianti per la liquefazione del gas (GNL) a Vladivostok e sul Mar Baltico, aspirando a fornire il 15% del GNL del mondo. Tali impianti costano miliardi di dollari. Insomma, la Russia ha notevoli esigenze concorrenti per la sua liquidità. Nel frattempo, il mercato europeo non è invitante: la concorrenza sui gas è dura con Norvegia e Qatar, e le potenziali forniture, entro la fine del decennio, da Stati Uniti, Israele e Mozambico. L’Europa si rivolge anche al più economico carbone. E il suo appetito di energia nel complesso è stagnante, nella migliore delle ipotesi. Quindi vi è ragione di mettere in questione, almeno sul piano economico, il South Stream. E ora che Nabucco è morto, non c’è gloria nella vittoria su di esso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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