Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

cp5Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le FEMEN legate all’estrema destra ucraina e ai think tank degli USA

Joe Lecorbeau 22 gennaio 2014

femen cavalleTale articolo è una bomba per tutti gli appassionati e sostenitori del controverso movimento delle FEMEN. In primo luogo, Joelecorbeau.com loda il lavoro eccezionale di Olivier Pechter che ha contribuito ad evidenziare il passato “nauseante” (riprendendo i mass media) di tali attiviste femministe. Lavoro che presenteremo con informazioni aggiuntive.

image002Inizio comunista
Come abbiamo visto nella prima parte del suo articolo “la faccia nascosta delle FEMEN”, queste attiviste sono delle note transfughe, passate dai movimenti giovanili comunisti a quelli ultranazionalisti, ma anche come “tecnologia politica: una manipolazione politica estrema. Gli strumenti sono familiari: narrazione, disinformazione, e interpolazione...” marketing ed organizzazione dei media sarebbe il termine oggi appropriato. Tra costoro troviamo Oksana Chashko (co-fondatrice delle FEMEN), Anna Hutsol (co-fondatrice delle FEMEN) e Viktor Svjatskij (l’uomo presentato come uno dei burattinai nell’ombra del movimento FEMEN ).

Il passaggio alla Grande Ucraina
In seguito ai risultati catastrofici del Partito comunista ucraino nel 2006, Anna Hutsol e Viktor Svjatskij, che crearono nel frattempo “due movimenti studenteschi alla fine del 2005, il Centro per le prospettive della gioventù (un sindacato) e Nuova Etica, prefigurando l’organizzazione delle FEMEN (che sarà guidata da Sasha Shevchenko, altra co-fondatrice delle FEMEN), si avvicinarono al partito della Grande Ucraina di Igor BerkutLa “Grande Ucraina” è un partito social-patriottico e vagamente di sinistra, quindi appartenente come il Partito Comunista al campo filo-russo. Il suo supporto deciso alla pena di morte gli valsero la mediatizzazione, e le proposte anti-immigrati (comprendenti il posizionamento al confine di “circoli militari-patriottico”) interessarono i forum di destra. Nel 2010, si dichiarò (sul serio) per una “buona dittatura democratica”.”

24103_3_image002-33741Viktor Svjatskij (Centro di prospettiva/Grande Ucraina), Sasha Shevchenko (che poi diresse Nuova Etica, e futura co-fondatrice delle FEMEN) e Igor Berkut (Grande Ucraina) ottobre 2007.

Quando le FEMEN furono avviate a Kiev, nella primavera 2008, Andrej Kolomets (“Andrew Kolomyjec”), uno dei quadri di Grande Ucraina (movimento rosso-bruno da cui provengono le FEMEN) entrò subito nel consiglio d’amministrazione. Sarà uno dei più “costanti sostegni finanziari” delle attiviste. “Al fine di garantirne l’indipendenza”, disse molto seriamente … aggiungendo che il movimento “non era mai scaduto nel razzismo”. Vedasi Mickael Orlyuk un altro quadro del partito, e anche partecipe delle proteste delle FEMEN.
Un certo numero di tesi della Grande Ucraina viene ripreso delle FEMEN. Immigrazione: l’esenzione dei visti per i cittadini europei che visitano l’Ucraina è un disastro, dovrebbero chiudere le frontiere. La Grande Ucraina denuncia le “centinaia di migliaia di immigrati clandestini (che) ci minacciano”. Le FEMEN si ponevano al suo fianco, con l’aiuto dell’influenza aviaria “all’ingresso di stranieri nel nostro Paese.” “Xenofobia? Forse”, rispose Anna Hutsol. Sull’esempio della Grande Ucraina, le FEMEN sostengono la pena di morte per i ‘sadici’.” Infine, ci sono i turchi contro cui Igor Berkut (leader di Grande Ucraina) ritiene che la guerra sia inevitabile. Le FEMEN, da parte loro, li hanno avuti a lungo come primi nemici, in nome della lotta al turismo sessuale.”

Il riavvicinamento con l’estrema destra ucraina
Tra le reclute del movimento FEMEN, troviamo Darija Stepanenko, membro del gruppo identitario  Confraternita di San Luca, che sostiene “la rivoluzione nel mondo ortodosso”, ramo del partito Bratstvo (“Fratellanza”).

24103_11-19962Inna e Sasha Shevchenko tengono per mano Darija Stepanenko, altra figura pubblicizzata dalla confraternita.

Le FEMEN appaiono accanto a Bogdan Titskij, capo del Comitato Nero, organizzazione di estrema destra ucraina i cui membri furono condannati per l’incendio doloso “di un ostello per studenti africani e per aver attaccato un centro della comunità ebraica“.

24103_13-e3d2aDa sinistra a destra: l’ultra-destra Anna Sinkova (a capo della Confraternita di San Luca), Sasha Shevchenko, Anna Hutsol, un’attivista delle FEMEN e Bogdan Titskij (responsabile del Comitato Nero), all’uscita da un interrogatorio della polizia (agosto 2013)

Le FEMEN sostengono un poster del partito di estrema destra Svoboda, fondato come Partito Nazionalsocialista d’Ucraina (in riferimento ai nazisti.) Il partito ottenne 36 seggi nelle elezioni parlamentari del 2012, divenendo il quarto del Paese. Membro del Fronte Nazionale Europeo che comprende, tra gli altri, l’NDP (Nationaldemokratische Partei Deutschlands), un partito neo-nazista  tedesco.

24103_14-ff16f“Viva la Bielorussia indipendente! Viva la libera Ucraina!” “No al terrore rosso!”

Le FEMEN manifestano soprattutto con l’UNA-UNSO o Assemblea Nazionale ucraina – Autodifesa ucraina, il maggiore partito di destra, difensore della Chiesa ortodossa in Ucraina (Patriarcato di Kiev). Conoscendo l’odio delle FEMEN verso la religione, non c’è una contraddizione?

24103_15-d411cInna e Sasha Shevchenko, sullo sfondo Viktor Svjatskij

Concludiamo questa lista sui collegamenti tra FEMEN e le organizzazioni di estrema più radicali osservandone le connessioni trans-atlantiche.

24103_8-65ebdCollegamento con l’Open World Leadership Center
Il movimento delle FEMEN avrebbe ricevuto sostegno estero (soprattutto da Washington) per sviluppare il movimento? L’articolo di Olivier Pechter indica la strada. “Anna Hutsol (fondatrice delle FEMEN) fu infatti invitata negli Stati Uniti da un’agenzia del Congresso degli Stati Uniti, l’Open World Leadership Institute, che descrisse come “una studentessa”.” Nel report del 2008, Anna Hutsol viene chiaramente menzionata sulla settima pagina (link PDF):
Coordinate del centro:
The Library of Congress, 101 Independence Avenue., SE Camera LM 611, Washington DC, 20540-1026, USA Tel: (202) 707-8943 Fax: (202) 252-3464 E-mail: RLP@loc.gov, sito http://www.openworld.gov

Qual è l’obiettivo del centro?
L’Open World Leadership Center è descritto come: “Il programma Open World permette ai leader russi di sperimentare la democrazia e la libera impresa in azione nelle comunità degli Stati Uniti in una visita di 10 giorni. I partecipanti al World Open studiano ruoli e relazioni tra i tre diversi livelli e rami del governo degli Stati Uniti. Esaminano anche in che modo il settore privato e no-profit negli Stati Uniti contribuiscano a soddisfare le esigenze sociali e civiche.”

Billington-2A pagina 3 del report del 2008, trovate il discorso del presidente del consiglio d’amministrazione dell’Open World Leadership Center, l'”onorevole” James H.  Billington. Chi è costui? Secondo  Wikipedia, James Hadley Billington è un accademico e bibliotecario statunitense, fu membro del consiglio del comitato di redazione della rivista Foreign Affairs. Un bimestrale internazionale, pubblicato a New York dal Council on Foreign Relations, che appartiene a David Rockefeller! Ecco, trovato il think tank statunitense dietro le FEMEN. Poche righe dopo, gli ultimi dubbi scompaiono quando viene confermato che James Hadley Billington è membro del Council on Foreign Relations!

James H. BillingtonIl presidente George W. Bush consegna la Presidential Citizen Medal a James H Billington. Questa decorazione viene assegnata a qualsiasi cittadino degli Stati Uniti “che ha compiuto un servizio esemplare per il Paese o i cittadini di questo Paese.”

Associated Press, una seconda connessione?
Il 24 febbraio 2013, durante le elezioni presidenziali in Italia, tre membri delle FEMEN avviarono un’operazione mediatica per colpire, senza successo, Silvio Berlusconi mentre andava a votare a Milano. L’operazione mediatica riuscì potendosi avvicinare a Berlusconi con lo slogan sul petto “Basta Berlusconi”. Tuttavia, come poterono le FEMEN arrivare così vicino al loro obiettivo?
Le FEMEN avevano documenti contraffatti dell’agenzia di stampa statunitense Associated Press. Legalmente dovrebbero essere perseguite per falsificazione e uso di falsi. Tuttavia, nessuna inchiesta preliminare è stata aperta. Perché Associated Press non ha presentato una denuncia contro tale usurpazione? Forse la risposta è nel nome del proprietario di tale agenzia? In un articolo pubblicato nel maggio 2011, Fox News rivelava che l’Associated Press è di proprietà del miliardario George Soros! George Soros, oltre che per le speculazioni nelle valute estere è noto come il burattinaio delle rivoluzioni colorate in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003, Kirghizistan nel 2005 e anche in Ucraina nel 2004, passata al campo russo nel 2010 con la vittoria di Viktor Janukovich alle elezioni presidenziali.
Il ruolo dell’Open Society Institute di Soros è determinante nel passaggio degli ex-satelliti dell’URSS al campo atlantista. Vedasi il documentario: Gli USA alla conquista dell’Est. Open Society Institute finanzia Reporters Sans Frontières di Robert Ménard. Leggasi il libro di Maxime Vivas “La face cachée de Reporters sans frontières : de la CIA aux faucons du Pentagone

george_soros_4_13_2012George Soros, specialista in sovversioni e interferenze. Le FEMEN furono appoggiate dall’Associated Press di George Soros? Resta da determinare. Ma i primi tesserini (della stampa) furono gettati via.

In conclusione
E’ ormai chiaro che le FEMEN sono agenti delle sovversione per imporre l’ideale liberal-libertario anti-religioso e anti-tradizionale. Ideale nel servire interessi stranieri, se non atlantisti. Un servizio per la sovversione e la destabilizzazione invocando diritti umani, democrazia e libertà in Paesi come la filo-russa Ucraina e la Russia di Vladimir Putin, nell’ambito della partita geopolitica statunitense contro questi Paesi, grandi principi che portarono alla “guerra contro il terrorismo” e all’attacco all’Iraq nel 2003, con il risultato che tutti conosciamo.
Abbiamo sintetizzato il lavoro di Olivier Pechter combinandolo con le informazioni di Joelecorbeau.com, indicando il passato di transfughi ed estremisti delle FEMEN che, misteriosamente, non viene affrontato nel documentario di Foufou (Caroline Fourest): “I nostri seni, le nostre armi”, dove dice di ospitare Inna Shevchenko, la leader più estremista del movimento, Fufu s’è bruciata! Manuel Valls ha vietato lo spettacolo di Dieudonné in nome della dignità umana, mentre concede asilo politico alle FEMEN, gruppo affiliato all’estrema destra ucraina! Dire che i merdia hanno fatto tutto un gran baccano sul presunto antisemitismo e razzismo di Dieudonné, mentre puntano i riflettori sulle FEMEN, dimostra dove sia l’odio. Amici, non esitate a inviare queste informazioni a tutti coloro che sostengono le FEMEN. Tale organizzazione deve smetterla di danneggiare il nostro Paese e il mondo. Facciamo presente il loro passato “nauseante”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aggredire la Democrazia: Chavez, gli Stati Uniti e la destabilizzazione del Venezuela

Eric Draitser, StopImperialism.com, 5 ottobre 2012

Il Venezuela va alle urne questa domenica, in un’elezione che molti vedono quale referendum sul presidente Chavez e le sue politiche. Anche se vi è sicuramente una tale dimensione, il significato delle elezioni va ben al di là delle opinioni politiche e dei litigi partigiani, andando al cuore dello Stato venezuelano. Questo perché le elezioni saranno utilizzate come copertura per un tentativo di rovesciare, con la forza bruta se necessario, il governo democraticamente eletto, mettendo al suo posto un governo più sensibile agli interessi degli Stati Uniti. Ciò dovrebbe suonare familiare. È esattamente la stessa tattica provata nel 2002, con un colpo di stato istigato dagli USA che, anche se per breve tempo, depose Chavez, ma che in ultima analisi non riuscì. Ora, dieci anni dopo, la classe dominante imperialista degli Stati Uniti è pronta a cimentarsi ancora una volta in un cambiamento di regime in Venezuela.

La destabilizzazione strategica
Le elezioni di domenica rappresentano l’occasione ideale per l’intelligence USA di avviare una sorta di colpo di stato o rivoluzione “colorata” in Venezuela. Tuttavia, al fine di raggiungere questo obiettivo insidioso, vi sono strategie e tattiche molto specifiche, e rischi che devono essere compresi. Nel suo articolo, pubblicato dal Council on Foreign Relations, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela Patrick Duddy presenta una serie di scenari dove l’elezione diventa il fulcro di una campagna di destabilizzazione. Forse il più importante di questi scenari, che sarebbe in linea con la tradizione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, è l’esplosione di violenze nelle prime ore dalla proclamazione del vincitore.
Duddy scrive, “la maggior parte degli scenari plausibili per l’instabilità e il conflitto in Venezuela deriva dalla premessa che i chavisti non abbiano intenzione di cedere il potere, e sarebbero disposti a provocare violenze, orchestrare disordini civili o impegnarsi in varie forme di resistenza armata, per evitare ciò.” Naturalmente, Duddy non riesce a spiegare dove un tale scenario sarebbe considerato “plausibile”. A causa della natura della rivista e dell’autore, è giusto supporre che si riferisca alla comunità d’intelligence degli Stati Uniti, per cui ciò è “plausibile”. Naturalmente, questa affermazione viene fatta senza che ci sia alcun precedente storico riguardo ai chavisti impegnati in tale comportamento. Piuttosto, è proprio questo il tipo di disordini fomentati dagli Stati Uniti per un cambiamento di regime. Ogni violenza dovrebbe essere basata sul concetto che le elezioni sono state ingiuste e che Chavez abbia “rubato” la vittoria. Infatti, la propaganda statunitense su questa premessa è inconfondibile. In un articolo scritto per la destrorsa Heritage Foundation e dal titolo propagandistico “Il piano di Chavez per usurpare le elezioni del Venezuela“, Ray Walser scrive che il “furto” delle elezioni sarà reso possibile dall’inganno, dalla disuguaglianza elettorale, dalla propaganda e dalla violenza, tra gli altri fattori. Tuttavia, esaminando il modo con cui Walser presenta ciascuno di questi fattori, si comincia a vedere che, in realtà, ciò che viene descritto non è un elenco di tattiche e scenari possibili, ma piuttosto, un progetto incredibilmente dettagliato dei pretesti che verrebbero utilizzati per legittimare una risposta fabbricata e probabilmente violenta ad una vittoria di Chavez.
Una delle forme più evidenti di inganno in cui la comunità intelligence degli Stati Uniti si sta impegnando, è la manipolazione dei dati elettorali. Uno studio condotto dal Venezuela Solidarity Campaign UK dimostra che, non più di due mesi fa, il vantaggio di Chavez era dai 15 ai 27 punti, a seconda della agenzia di sondaggio. Tuttavia, nonostante l’enorme quantità di dati statistici in senso contrario, i media occidentali e la dirigenza dell’intelligence continuano a propagare la menzogna che Chavez sia in realtà indietro nei sondaggi. In nessun luogo questo inganno più evidente che nel Democracy Digest, espressione del National Endowment for Democracy, che sostiene che Capriles Radonski detiene un vantaggio di due punti sul presidente venezuelano. L’articolo cita Luis Christiansen, un rappresentante del dubbio gruppo di sondaggi Consultores, che afferma : “Se dovessimo fare una proiezione lineare delle elezioni, Capriles manterrà un vantaggio del 2,5 per cento rispetto a Chávez.” Questa sembra un’affermazione piuttosto innocua che potrebbe avere una qualche validità, se non fosse per il fatto incontrovertibile che più di una dozzina di altre agenzie elettorali indipendenti concludono esattamente l’opposto e che, di fatto, Chavez è avanti con un margine significativo. Pertanto, si può facilmente vedere che un gruppo di sondaggio come Consultores svolgerebbe un ruolo di primo piano nella produzione di una crisi, perché il sondaggio verrebbe poi presentato come la prova di un chiaro “broglio elettorale”.
Un altro aspetto di tali propaganda e inganno ha a che fare con l’integrità delle stesse elezioni. Uno dei punti di cui più comunemente si parla, stabiliti dalla classe dominante imperialista degli Stati Uniti, è che la decisione di Chavez di non consentire osservatori internazionali alle elezioni non può che essere interpretata come un’ammissione di colpa del governo nella frode elettorale. Come afferma Walser nel suo articolo su Heritage Foundation, “Dopo le elezioni presidenziali del 2006, il Venezuela pose fine alle grandi missioni di osservazione elettorale dell’OSA, dell’Unione europea e altri gruppi, come ad esempio il Centro Carter degli Stati Uniti … Il CNE [Consiglio Nazionale Elettorale] ora permette solo ‘compagni’ elettorali … che mancano di credibilità internazionale“. Questa affermazione ignora completamente il fatto evidente che tali organizzazioni non governative internazionali, e altre organizzazioni, sono parte di una complessa rete di istituzioni finanziate e controllate dalla classe dominante imperialista occidentale. Come è stato più chiaramente dimostrato in Russia, dopo la rielezione di Putin, la funzione dei provocatori cosiddetti “osservatori indipendenti”, è cercare di creare polemiche dove non ce ne sono. Inoltre, tali organizzazioni sono del tutto dipendenti dai finanziamenti del Dipartimento di Stato USA e di altre potenti istituzioni della classe dominante, che lavorano al servizio dell’imperialismo statunitense. Alla luce di tale tentativo di sovversione, nonché di esempi simili in tutto il mondo negli ultimi anni, ha perfettamente senso che Caracas voglia garantire la validità delle elezioni, al di fuori della presenza del potere egemonico statunitense.
Al di là delle stesse elezioni, gli Stati Uniti intendono anche cercare di usare l’esercito contro Chavez. In una strategia che ricorda l’Egitto e l’uso di Tantawi e di altri, nel lavoro sporco di estromissione di Mubarak, così come anche della speranza dell’intelligence istituzionale di corrompere o influenzare in altro modo gli alti ufficiali per abbattere Chavez. Questa è proprio la raccomandazione finale, e forse più importante, fatta dall’ex ambasciatore Duddy, che scrive che gli Stati Uniti dovrebbero, “far leva sui contatti del Dipartimento della difesa in America latina e le forze armate ispaniche, per comunicare alla leadership militare venezuelana che è tenuta a sostenere la costituzione, rispettando i diritti umani e proteggendo la tradizione democratica del suo paese.” Oltre ad essere una grave violazione del diritto internazionale, intromettendosi negli affari di uno Stato sovrano, tale raccomandazione dimostra la debolezza dell’opposizione politica che, pur essendo ben finanziata e godendo del sostegno delle élite più ricche, non ha il supporto necessario per ottenere una vittoria elettorale legale.
Le raccomandazioni di Duddy, Walser ed altri dimostrano che queste forze (l’opposizione, i militari, la polizia, l’élite economica, ecc.) che furono istigate al tentativo di colpo di stato contro Chavez nel 2002, sono molto attive in questo nuovo sforzo di destabilizzazione. In nessun aspetto ciò è più evidente che riguardo al candidato stesso dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski. Al momento del tentato colpo di stato, Capriles era sindaco di Baruta (un comune di Caracas) e compì quello che può essere descritto come un assalto contro l’ambasciata cubana. La sua responsabilità nell’aggressione è dimostrata chiaramente dalla dichiarazione rilasciata dal personale dell’ambasciata cubana, che dice: “La responsabilità immediata del signor Capriles Radonsky e delle altre autorità dello Stato del Venezuela, è stata dimostrata quando non riuscirono ad agire con diligenza per evitare un aumento dell’aggressività cui era stata sottoposta la nostra ambasciata, causando gravi danni e mettendo in pericolo la vita dei funzionari e delle loro famiglie, in chiara violazione del diritto nazionale e internazionale.”
Alcuni ipotizzano, a ragione, che Capriles abbia partecipato anche all’assassinio di Danilo Anderson, il procuratore incaricato di indagare sui responsabili del colpo di stato del 2002. Data la criminalità che Capriles ha dimostrato, insieme ad un egocentrismo insaziabile, bisognerebbe chiedersi se quest’uomo potrebbe essere altro che un fantoccio degli Stati Uniti. Capriles ha ancora una base tra i ricchi e nella classe media borghese, anche se va sottolineato che l’ampiezza di questa base è spesso volutamente male interpretata dai portavoce dei media della classe dirigente. Tuttavia, a prescindere dalle dimensioni, i suoi sostenitori principali saranno messi in pericolo a causa del recente appello di Capriles a “stare in piazza” per “minimizzare le frodi” alle urne. Questi sostenitori diventeranno probabilmente vittime, istigatori o entrambi, delle violenze post-elettorali, così come si è visto in Kenya, Thailandia e innumerevoli altri paesi negli ultimi anni. Queste violenze sarebbe usate contro il governo di Chavez e sono volte a destabilizzare l’intero paese.
Tuttavia, la questione rimane: se non i chavisti, allora chi perpetrerebbe tali violenze? Una possibilità che non è un segreto: una forza mercenaria penetrata in Venezuela attraversando illegalmente il confine del paese. Ai primi di agosto, uno statunitense è stato catturato mentre cercava di intrufolarsi in Venezuela. Anche se ha rifiutato di divulgare qualsiasi informazione su se stesso o la sua missione, il suo passaporto dimostrava i suoi viaggi in Libia, Afghanistan, Iraq e altri paesi. Questa rivelazione, da sola, potrebbe indicare almeno un certo interesse militare e, probabilmente, delle forze speciali o di qualche altro distaccamento segreto. Inoltre, la sua cattura è coincisa piuttosto strettamente con la misteriosa esplosione e l’incendio di una raffineria, che ha ucciso un certo numero di venezuelani. Questi fa parte di un gruppo di sabotatori e di mercenari inviati in Venezuela, in preparazione di una destabilizzazione? Sebbene una prova concreta di ciò sia impossibile da avere, data la natura delle operazioni segrete, la possibilità deve essere considerata.

Perché odiano Chavez
Le ragioni per cui Chavez evoca tanta rabbia e antipatia nella classe dirigente degli Stati Uniti sono numerose e interconnesse. In primo luogo, Chavez si è dimostrato essere forse il leader internazionale dell’antimperialismo e della resistenza all’egemonia degli Stati Uniti. Ha guidato la trasformazione di gran parte dell’America Latina da poco più di mercato degli Stati Uniti per lo sfruttamento, a nazioni indipendenti in grado di gestire i propri affari. Questo sviluppo si presenta sotto forma di creazione di organizzazioni di cooperazione regionale, nell’affermazione della sovranità nazionale e del controllo delle risorse, così come nella formazione di blocchi politici vitali e indipendenti nella regione. Inoltre, Chavez guida un paese che è uno dei produttori leader mondiali di energia, fornendogli una leva sulle compagnie petrolifere occidentali. Infine, e forse più critico, Chavez rappresenta un modello per le altre nazioni dell’America Latina e il resto del mondo, che desiderano intraprendere una via indipendente e socialista allo sviluppo. Questo è, naturalmente, un anatema per gli obiettivi della élite finanziaria anglo-statunitense, che vuole riaffermare il dominio in quella che era stata la sfera di influenza statunitense.
Una delle grandi realizzazioni di Hugo Chavez è stata la costituzione di organizzazioni di cooperazione regionale, come l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Queste organizzazioni fungono da comunità economiche e blocchi politici, fornendo una valida alternativa alla dipendenza dagli Stati Uniti. E’ a causa di dette organizzazioni regionali, che paesi come l’Ecuador e la Bolivia sono stati in grado di prendere l’iniziativa contro le varie forme di dominio, la coercizione e la sovversione da parte degli Stati Uniti. Inoltre, ciò ha delegittimato l’egemonia degli Stati Uniti, consentendo all’America Latina di allontanarsi dalle organizzazioni dominate dagli USA, come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e il Mercosur. In tal modo, ALBA, CELAC e altri simili alleanze diventano organi per l’indipendenza nazionale.
Un altro aspetto dell’influenza di Chavez che attira le ire degli imperialisti degli Stati Uniti, è il suo sostegno al grande sviluppo economico della regione. Non solo il Venezuela si è liberato degli Stati Uniti e delle sue braccia finanziarie internazionali, il FMI e la Banca mondiale, ma ha usato le alleanze di cui sopra per promuovere lo sviluppo economico indipendente. I piani recentemente annunciati per un canale Inter-Oceanico attraverso il Nicaragua, che colleghi gli oceani Pacifico e Atlantico, insieme alla proposta dell’oleodotto Colombia-Venezuela, sono solo due esempi dell’impegno del governo di Chavez reciprocamente vantaggioso per lo sviluppo economico. Questi progetti, e molti come essi, hanno contribuito a portare l’America Latina in direzione della cooperazione e del progresso, lontano dalla divisione e dalla sottomissione del 20° secolo. Questa forma di dominio dell’Impero USA appariva con maggiore evidenza nel settore petrolifero.
Per decenni, le compagnie petrolifere straniere hanno estratto una ricchezza incalcolabile da sotto i piedi del popolo del Venezuela, mentre la povertà dilagante peggiorava. Tuttavia, con la Legge sugli idrocarburi del 2001, il governo di Chavez ha effettivamente nazionalizzato l’industria energetica e, per la prima volta, ha esercitato la sovranità nazionale sulle risorse naturali. Questa mossa, forse più di ogni altra, gli valse l’odio della classe dirigente anglo-statunitense. L’industria petrolifera non è stata l’unica ad essere nazionalizzata; cemento, telefono e un certo numero di altri settori sono stati posti sotto il controllo statale. Chavez ha anche costruito strette relazioni economiche e politiche con la Cina, la Russia, l’Iran, Cuba e innumerevoli altri paesi che gli imperialisti percepiscono come “nemici”. Questo è ciò che viene spesso definito come l'”anti-americanismo” di Chavez. Tuttavia, è opportuno qui ricordare che Chavez ha dichiarato più volte la sua visione positiva degli americani, dicendo in un discorso a New York City, “… mi sono innamorato dell’anima del popolo degli Stati Uniti.” Piuttosto, è la classe dirigente degli Stati Uniti, la classe dirigente stessa che ha sfruttato e oppresso il Venezuela e il resto dell’America Latina per decenni, che disprezza. Questa è una distinzione importante,  fondamentale per dissipare le distorsioni e le bugie raccontate dai media mainstream negli Stati Uniti.
Forse le realizzazioni più importanti di Chavez sono quelle socio-economiche. I progressi che il suo governo ha fatto nella lotta contro la povertà, l’analfabetismo, il razzismo, l’oppressione dei popoli indigeni, la mortalità infantile e innumerevoli altri indicatori del progresso sociale, hanno fatto del Venezuela nel fulgido esempio per il resto dell’America Latina e del Mondo. Questa è, naturalmente, una minaccia esistenziale per il potere del capitale finanziario internazionale, e più in generale, per il capitalismo. Esponendo questo tipo di “Socialismo del 21° secolo“, Chavez diventa bersaglio della sovversione degli Stati Uniti; le sue politiche sociali lo rendono il nemico pubblico numero uno. Hugo Chavez è giunto a simboleggiare tutto ciò che la classe dominante imperialista degli Stati Uniti disprezza: lo sviluppo economico indipendente, la politica estera indipendente e un profondo impegno per la giustizia sociale. Ha sfidato apertamente non solo l’impero degli Stati Uniti, ma l’imperialismo in tutte le sue forme. Inoltre, Chavez rappresenta un futuro sostenibile per l’America Latina, libera dalle catene della schiavitù degli Stati Uniti. Per questi motivi, la classe dirigente prova un cambiamento di regime, ancora una volta. Gli antimperialisti di tutto il mondo devono ora sostenere e difendere Chavez e la rivoluzione bolivariana, non perché siano d’accordo o in disaccordo con tutti i suoi principi, ma perché si trova all’opposizione dell’impero, del colonialismo e del dominio.

Eric Draitser è un analista indipendente geopolitico di New York City. È fondatore e direttore di StopImperialism.com così come ospite del podcast StopImperialism. È un frequente ospite di RussiaToday, del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione e di molti altri siti e pubblicazioni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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