Novorossija, tregua incendiaria

Alessandro Lattanzio, 31/10/2014

20141030_russiaIl 21 ottobre iniziava, per concludersi il 30 ottobre, presso la base aerea di Ghedi, l’esercitazione della NATO STEADFAST NOON 2014 per l’addestramento delle forze aeree di 7 Paesi membri della NATO, alle operazioni di pianificazione e attacco nucleare. La NATO dispiega 180 bombe nucleari aerolanciabili B-61 in Europa, di cui 60 in Italia. A STEADFAST NOON 2014 avevano preso parte 2 F-16 polacchi del 32° Stormo di Lask. Dal 1996 la NATO si sarebbe impegnata a non dispiegare ordigni nucleari nei Paesi dell’Europa orientale, ma la partecipazione a STEDAFAST NOON 2014 degli F-16 polacchi, lanciava un messaggio chiaro alla Russia, l’intenzione della NATO di cambiare tale politica facendo entrare la Polonia nella pianificazione delle operazioni nucleari della NATO.
Il 28 e 29 ottobre, aerei militari russi conducevano ampie manovre militari sul Mar Baltico, Mare del Nord, Nord Atlantico e Mar Nero. Le manovre vedevano la partecipazione di 4 bombardieri strategici Tu-95MS e 4 aerocisterne Il-78 sul Mar di Norvegia, nello spazio aereo internazionale. 6 velivoli poi rientravano, mentre 2 Tu-95MS proseguirono verso sud-ovest sul mare del Nord. Norvegia e Regno Unito facevano decollare dei caccia F-16 e Typhoon. Sull’Oceano Atlantico, ad ovest del Portogallo, sempre i due Tu-95MS furono seguiti dagli F-16 dell’aeronautica portoghese. I velivoli russi poi rientravano alla base di partenza, spaventando ancora una volta le aeronautiche di Regno Unito e Norvegia. Nel pomeriggio del 29 ottobre, altri 4 aerei russi sorvolano il Mar Nero, nello spazio aereo internazionale; si trattava di 2 bombardieri Tu-95MS e 2 caccia Su-27 Flanker. Questa volta a spaventarsi fu l’aeronautica turca che faceva decollare dei suoi caccia F-16. Nel pomeriggio del 29 ottobre, la NATO rilevava numerosi velivoli russi sorvolare il Mar Baltico, sempre nello spazio aereo internazionale: 2 caccia-intercettori MiG-31 Foxhound, 2 cacciabombardieri Su-34 Fullback, 1 caccia-intercettore Su-27 Flanker e 2 cacciabombardieri Su-24 Fencer. Caccia F-16 portoghesi, assegnati alla missione Baltic Air Policing, decollavano mentre i velivoli russi rientravano nello spazio aereo russo, su Kaliningrad. Infine un velivolo russo che sorvolava il Golfo di Finlandia, veniva seguito da un caccia Typhoon della Baltic Air Policing della NATO. Il velivolo russo successivamente veniva seguito dai caccia di Danimarca, Finlandia e Svezia, ultimi a spaventarsi per le attività dell’aereo russo diretto a Kaliningrad, che aveva presentato il piano di volo alle autorità di controllo del traffico aereo e che usava il transponder. La NATO ha fatto decollare per oltre 100 volte i propri velivoli, per inseguire aerei russi, solo nel 2014, circa tre volte rispetto al 2013.

00-my-praded-was-in-the-konarmiya-12-10-14Il 5 ottobre, si svolgevano combattimenti a Marinka, Avdeevka e Peski (Donetsk), per impedire ai majdanisti di ritirarsi da Nevelskoe. Scontri a Nikishino, Volnovakha, Krasnogorovka e Shastie. I gruppi d’assalto della milizia, presso l’aeroporto di Donetsk, distruggevano il 1° battaglione delle forze speciali della Guardia nazionale ucraina. Il 6 ottobre, a Shastie era rimasto il 12.mo battaglione Kiev con 423 effettivi e 12 blindati. Gli altri battaglioni di mercenari, Donbass, Artemjovsk e Shakhtjors, erano stati espulsi dalla città. Il nazibattaglione Krivbass veniva dissolto. Nel frattempo il 14.mo battaglione territoriale Zhitomir e il 10.mo battaglione territoriale Cherkassij passavano alle milizie della Novorossija. Infatti, il 5 ottobre i due battaglioni erano stati attaccati dal battaglione neonazista Shaktjorsk, guidato dal pedofilo parlamentare neonazista ucraino Oleg Ljashko. Il battaglione Zhitomir perse negli scontri 24 uomini presso Volnovakha, prima di riuscire a ricongiungersi con le milizie. Durante gli scontri fu eliminata una decina di neonazisti ed arrestati alcuni criminali neonazisti ucraini, tra cui Jurij Sinezhuk, ricercato dall’Interpol per crimini di guerra compiuti in Ruanda nel 1994, ed il vicecomandante del battaglione Cherkassij, Vladimir Melnik, contrario alla defezione del suo battaglione. Il comandante del battaglione Cherkassij, colonnello Radchenko, aveva abbandonato il battaglione a fine settembre. La notte del 6 ottobre, la milizia attaccava Andreevka e Novotrojtskoe, respingendo i majdanisti e permettendo ai soldati del Cherkassij di unirsi alle milizie. I majdanisti bombardavano Donetsk e Birjuzovo, uccidendo diciannove civili.
Il 7 ottobre, i majdanisti bombardano Orlovo-Ivanovka, Debaltsevo, Tonenkoe e Donetsk, uccidendo quattro civili. Scontri a Shastie, Avdeevka e Marjupol. Nella zona di Starognatovka un gruppo di forze speciali ucraine veniva attaccato, subendo almeno una perdita. A Kasjanovka, nei pressi di Marjupol, le unità da ricognizione novorusse distruggevano un veicolo da ricognizione di una colonna majdanista, che si ritirava in disordine. L’8 ottobre scontri presso Slavjanoserbsk causavano la perdita di 2 effettivi della guardia nazionale ucraina. Combattimenti presso Donetsk e Avdeevka, ed a Debaltsevo, Nikishino, Olkhovatka, Orlovo-Ivanovka e Maloorlovka. Tra Lisichansk e Novoajdar, il battaglione “Ucraina” del deputato pedofilo a capo del Partito Radicale Oleg Ljashko cadeva in un’imboscata, subendo gravi perdite. Il 9 ottobre, a Krasnoarmejsk i partigiani attaccavano una colonna majdanista infliggendo diverse perdite. I bombardamenti dei majdanisti uccidevano 5 civili ad Avdeevka, Donetsk, Gorlovka e Shastie. Il 10 ottobre, le milizie liberavano Majorsk (vicino Gorlovka) ed avanzavano su Opitnoe e Avdeevka. Presso Volnovakha veniva distrutto un convoglio di munizioni dei majdanisti assieme a un deposito di prodotti petroliferi.
Il Premier della RPD Aleksandr Zakharchenko dichiarava, “Abbiamo firmato un accordo con Kiev sulla linea di demarcazione. In base ad esso, le forze di sicurezza dovrebbero lasciare diverse città, tra cui Peski, ma posso dire che non abbiamo Marjupol, Slavjansk e Kramatorsk, che rimangono sotto il controllo di Kiev“.
L’11 ottobre i majdanisti bombardavano Dontesk uccidendo tre civili. Scontri a Shastie. I majdanisti assassinavano due donne a Krasnoarmejsk. Il 12 ottobre, i bombardamenti dei majdanisti su Donetsk e Avdeevka uccidevano dodici civili. Bombardamenti anche su Svetlodarsk e Fashevka. Scontri a Nikishino, Marjupol, Chernukhino e Debaltsevo. I battaglioni del ministero degli Interni ucraino (MVDU) Poltava, Sumij e Kiev-2 disertavano abbandonando la zona di operazioni presso la Novorossija dopo una settimana di permanenza. Abbandonavano anche i loro equipaggiamenti. Nella notte del 13 ottobre, sconosciuti sparavano contro l’auto del leader del movimento politico “Novorossija” Pavel Gubarjov, mentre si dirigeva a Rostov sul Don. L’autovettura si schiantava ferendo Gubarev, che veniva ricoverato a Rostov sul Don. Truppe ucraine tentavano l’assalto all’aeroporto di Donetsk, venendo respinte dall’esercito di Novorossija. Combattimenti a Kharzytsk e Nikishino. A Gorlovka l’artiglieria majdanista uccideva un civile e altri due a Brjanka. L’artiglieria di Novorossija bombardava le posizioni majdaniste a Grodovka, infliggendo gravi danni e la distruzione della base ucraina. Il 14 ottobre, i majdanisti bombardavano Donetsk, Gorlovka, Enakievo e Marjupol uccidendo almeno nove civili.
1003405 Il 15 ottobre, un’unità dell’esercito della Novorossija distruggeva un blindato del 19.mo battaglione territoriale ucraino Nikolaev, eliminando 4 naziguardie. I majdanisti bombardavano Enakievo, Gorlovka, Avdeevka, Kirovskoe, Grigorovka, Komunar, Vergulevka, Sartana, Talakovak e Kalinovka, uccidendo tre civili. Scontri presso Makeevka, l’aeroporto di Donetsk e Grigorevka. Il 16 ottobre, un assalto di carri armati ucraini all’aeroporto di Donetsk veniva respinto con la distruzione della maggior parte dei blindati majdanisti. Nell’attacco al terminal dell’aeroporto, la colonna di blindati e 150 naziguardie ucraine veniva bombardata sia dall’artiglieria federalista che da quella majdanista. Sempre i majdanisti bombardavano Granitnoe, uccidendo un civile. A Novoajdarsk 100 naziguardie venivano accerchiate. 20 venivano eliminate e 32 ferite, un loro maggiore arrestato e 3 loro blindati distrutti dalle forze novorusse. Altri 3 blindati ucraini furono distrutti presso Slavjanoserbsk, a Smeloe, da unità dei cosacchi. Le forze della RPL circondavano circa 200 naziguardie a Bakhmutovka, a nord-ovest di Shastie. La metà veniva liquidata mentre furono respinti i tentativi di un distaccamento dell’80.mo reggimento aeromobile ucraino, che perdeva almeno 2 carri armati T-64, di soccorrere le truppe accerchiate. Il 17 ottobre si svolgeva un combattimento tra carri armati presso l’aeroporto di Donetsk, Avdeevka e Marinka; i majdanisti perdevano almeno 4 carri armati e due unità da ricognizione. I rinnovati bombardamenti dei majdanisti su Donetsk uccidevano 30 civili. Combattimenti a Debaltsevo, Telmanovo, Nikishino, Jasenovataja, Chernukhino e Smeloe. Il 18 ottobre, altri bombardamenti majdanisti su Donetsk colpivano lo stabilimento chimico ‘Azotnij’ con 3 missili Tochka-U, distruggendo anche un asilo, un deposito di carburante e danneggiando l’impianto metalmaccanico ‘Fregat’. A Bakhmutovka, presso Shastie, l’80.ma brigata aeromobile veniva accerchiata assieme al 9.no battaglione territoriale ‘Vinnitsa’. Tra Smiloe e Khoroshoe, a nord di Lugansk, sul fiume Severskij Donets, tre postazioni ucraine venivano circondate dalle FAN così come il presidio majdanista nel villaggio di Trjokhizbjonka, a 30 km a nord-ovest di Lugansk. Un’unità della milizia della RPL attaccava una postazione di ‘Pravij Sektor’ catturando cinque autoveicoli. Il 19 ottobre veniva respinto un nuovo assalto majdanista sull’aeroporto di Donetsk. Le truppe ucraine avevano tentato di sfondare da Peski, ma l’attacco fu respinto con la distruzione di 20 dei 22 blindati utilizzati dai majdanisti. Bombardamenti ucraini su Petropavlovka, Rassipnoe, Kirovskoe, Petrovskoe, Frunze, Dokuchaevsk, Kumshatskoe, Kruglic, Nikishino, Pobeda, Kalinovo e Vesjoloe. Combattimenti a Shastie. A Nikishino e a Volnovakha la milizia bombardava le posizioni majdaniste. Sette civili venivano rapiti a Stanitsa Luganskaja dai nazisti del battaglione ‘Ajdar’. Bombardamenti majdanisti su Donetsk e presso Torez. La milizia popolare bombardava le postazioni majdaniste tra Nizhnoe e Toshkovka. Bombardamenti su Alchevsk e Vesjolaja Gora, scontri a Lomovatka, Stanitsa Luganskaja e Shastie. Nel complesso, nella RPL, la situazione mutava a favore della milizia popolare di Lugansk.
Il 20 ottobre, l’artiglieria majdanista bombardava Fashevka. Le milizie, in risposta, bombardavano le posizioni della Guardia Nazionale nei pressi del villaggio Mjus. Scontri tra Smeloe e Novogrigorovka, Popasnaja, Nikishino e Orlovo-Ivanovka. Le milizie federaliste bombardavano le posizioni della Guardia nazionale ucraina presso Trjokhizbjonka. Pesanti combattimenti a Tonenkoe, Olkhovatka, Krasnogorovka, Volnovakha, Avdeevka e Peski. Ad Avdeevka 3 postazioni ucraine furono distrutte dalla milizia popolare. A Krasnaja Talovka i partigiani federalisti attaccavano le guardie di frontiera ucraine. Tra le 13:10 e le 13:30 un missile Tochka-U colpiva la zona di Grabari e un altro l’area della stazione ferroviaria di Donetsk. Il 21 ottobre, bombardamenti dei majdanisti su Donetsk, Gorlovka ed Enakievo. Scontri a Dokuchaevsk, Debaltsevo, Novotrojtskoe, Nikolaevka, Nikishino, Strjukovo, Redkodub, Shastie, Vesjolaja Gora e Stanitsa-Luganskaja. A Peski la milizia distruggeva un deposito di munizioni e 3 autocarri dei majdanisti, danneggiando diversi altri blindati ed eliminando 12 naziguardie ucraine. Mezzi SIGINT e per la guerra elettronica venivano osservati nei pressi di Trjokhizbjonka. Il loro obiettivo sarebbe stato il sistema di comando e comunicazione federalista. Il 22 ottobre i majdanisti bombardavano Zolotoe, Fashevka, Nikolaevka, Lukovo Primorskoe e Novogrigorovka, uccidendo 21 civili. A Marjupol, i capi delle forze occupanti Jurij Gotlubej e Gennadij Mitrofanov sparivano dalla città. Tra Krasnij Partizan e Gorlovka l’assalto delle forze ucraine si concludeva con l’accerchiamento da parte delle FAN di 400 naziguardie ucraine. A Kharkov, i partigiani federalisti attaccavano una postazione della naziguardia e un treno che trasportava carri armati.
1208524 Il 23 ottobre, ulteriori bombardamenti majdanisti su Donetsk, Fashevka (2 miliziani caduti). A Popasnaja la milizia distruggeva 5 autoveicoli della naziguardia. La sacca di Lutugino veniva liquidata dalla milizia. Un convoglio ucraino veniva distrutto nei pressi di Bahmutovka, diretto a soccorrere le naziguardie accerchiate. 22 blindati e un centinaio di naizguardie venivano così eliminati dalle FAN. Il 24 ottobre si svolgevano combattimenti a Uglegorsk, Olkhovatka, Debaltsevo e Chernukhino. I majdanisti bombardavano Donetsk, Gorlovka, Kirovskoe, Petropavlovka e Rassipnoe. Il 25 ottobre, scontri a Debaltsevo, Chernukhino e Nikishino. I majdanisti bombardavano Donetsk, Jasinovataja, Petropavlovka e Gorlovka, uccidendo un civile. Il 26 ottobre, scontri a Pervomajsk, Popasnaja, Debaltsevo, Maloorlovka, Shastie, Stanitsa Luganskaja e Krimskoe. Qui le naziguardie uccidevano due civili sulla piazza centrale, accusandoli di avere rapporti con la milizia. Il 27 ottobre, scontri a Debaltsevo, Marjupol, Talakovka, Sartana, Bezimenoe, Stepanovka e Nikishino. A Smeloe la milizia distruggeva 1 mezzo corazzato ucraino. Bombardamenti su Avdeevka. Nel posto di blocco n°31 presso Smeloe, i federalisti eliminavano 8 naziguardie. Il 28 ottobre i majdanisti bombardavano Volnovakha, Dokuchaevsk, Nikishino, Staromarevka, Naberezhnoe, Tavricheskoe e Donetsk, dove uccidevano due civili. Scontri a Chernukhino, Smeloe e Talakovka. A Shastie, 150 naziguardie abbandonavano la città lasciando armi ed equipaggiamenti. Il 29 ottobre, combattimenti a Majorsk e Chernukhino, bombardamenti su Donetsk, Volnovakha e Dokuchaevsk. A Gorlovka i majdanisti tentavano un attacco contro le postazioni dell’esercito di Novorossija, che veniva respinto con la distruzione di 2 carri armati ucraini. Gli ucraini attaccavano anche tra Pavlopol e Gnutoe. Presso Shastie, circondata dall’esercito di Novorossija, gli ucraini tentavano di sfondare verso Vesjolaja Gora, ma subivano 40 morti. Tra Popasnaja e Pervomajskoe un’unità federalista catturava 7 naziguardie.
Il 30 ottobre, combattimenti a Avdeevka, Chernukhino, Debaltsevo, Dzerzhinsk-Gorlovka, Frunze, Krimskoe, Maloorlovka, Novosjolovka, Opitnoe, Severodonetsk, Svetlodarsk, Uglegorsk e Zolotoe. L’esercito di Novorossija distruggeva i depositi di armi majdanisti di Tonenkoe, il checkpoint n° 31 e diversi mezzi ucraini. I majdanisti bombardavano Dokuchaevsk, Donetsk, Fashevka, Karlovka e Nikishino. Un deposito di carburante veniva distrutto a Kramatorsk. Il 31 ottobre, scontri presso Granitnoe, Chernukhino, Orlovo-Ivanovka, Novogrigorievka, Debaltsevo, Shastie e Lugansk. Bombardamenti su Donetsk, Vesjolaja Gora, Nikishino e Strjukovo.
Il 10 ottobre, la Repubblica Popolare di Donetsk prendeva sotto la sua “gestione provvisoria” tutte le miniere del territorio, preparandosi a vendere il carbone alla Russia. L’11 ottobre, la Federazione russa terminava la realizzazione del gasdotto per rifornire la Novorossija e il comando delle FAN riceveva garanzie ferree che in caso di aggressione ucraina, il Voentorg (rifornimento militare dalla Russia) sarebbe stato riaperto, ed è stato riaperto alla fine di ottobre. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe informava il presidente ucraino Poroshenko della disponibilità del Giappone a fornire 7 milioni di dollari, di cui 6 per il ripristino delle infrastrutture nel Donbas e 1 per l’assistenza medica ai cittadini della regione. Il capo della società energetica ucraina Naftogaz, Andrej Kobolev, il ministro delle Finanze golpista Aleksandr Shlapak e il primo ministro golpista Arsenij Jatsenjuk, proponevano di tagliare le forniture di gas alle regioni del Donbas. Il 30 ottobre, Russia, Ucraina e Unione europea firmavano un accordo per assicurare le forniture di gas all’Ucraina per l’inverno. L’Ucraina accettava di pagare i 3,1 miliardi di dollari di debito con la Russia entro la fine del 2014.
Il 13 ottobre, Poroshenko sostituiva Geletej con il colonnello-generale Stepan Poltorak, comandante della guardia nazionale. Infatti Poltorak non è un militare, ma un funzionario del ministero degli Interni da dove dirigeva la “guardia nazionale”. Un primo gruppo di volontari del battaglione nazista Donbas iniziava l’addestramento presso la base di Zolochovskij, regione di Lvov, sotto la guida di istruttori statunitensi. Gli statunitensi addestrano i neonazisti nel comando a livello di brigate e nel coordinamento, oltre che per le operazioni di sabotaggio e terrorismo in territorio ‘nemico’, e nell’organizzare gruppi clandestini e di spionaggio.

BxQxhq7IEAAJCbgNote
BNB
BNB
Fort Russ
Infobeez

Infobeez
Lifenews
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
RIAN
RID
StopNATO
The Saker
The Saker
Voice of Russia
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Zerohedge

nGOJDl_Ol2Y30102014_original

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws
Zerohedge

Aquile imperiali e terrorismo economico: i fondi avvoltoio sono strumenti della politica estera degli Stati Uniti?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 26 Ottobre 2014

E’ una coincidenza che i fondi avvoltoi facciano sempre più pressione sull’Argentina che si prepara a sviluppare le seconde più grandi riserve di gas di scisto del mondo? Gli avvoltoi sono strumenti della politica estera?CFK-ONUParanoia o attenzione di Buenos Aires?
Ore dopo che l’ambasciata statunitense a Buenos Aires aveva emesso un avviso di allerta ai cittadini statunitensi presenti o in viaggio per il Paese sudamericano, la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha accusato gli Stati Uniti di complottare per rovesciarla o ucciderla. Parlando alla trasmissione televisiva dalla Casa de Gobierno, il 30 settembre, ha spiegato che “se succede qualcosa a me, non guardate al Medio Oriente, guardate a nord“, a Washington DC. Ha detto al popolo argentino di non credere a nulla che il governo degli Stati Uniti dice, respingendo la minaccia del SIIL quale spauracchio degli Stati Uniti. Alle Nazioni Unite era già cautamente sprezzante sulle minacce ISIL contro di lei, quando vi ha parlato il 24 settembre. Ora, però, la Presidentessa Kirchner ha collegato i punti tra la situazione diplomatica con Washington e la minaccia del SIIL verso di lei, affermando che “quando li si vede uscire dalle sedi diplomatiche, farebbero meglio a non venire qui per cercare di spacciare qualche racconto sul ISIS che vuole rintracciarmi per uccidermi”. Invece di chiedere ciò che ha portato Fernandez de Kirchner a fare tali accuse al governo degli Stati Uniti, la questione dovrebbe essere cosa ha portato al deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Buenos Aires e Washington. Tale deterioramento ha due dimensioni. In superficie è legato al debito sovrano dell’Argentina, alla sua ristrutturazione e agli hedge fund negli Stati Uniti. L’altra è legata alla politica su petrolio e gas di scisto.

Terrorismo economico e finanziario: in linea con il SIIL?
Di fronte alla sessantanovesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, presieduta dal presidente statunitense Barack Obama, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo non è solo opera di gruppi violenti con le bombe, ma anche di enti e organizzazioni finanziarie che destabilizzano le economie nazionali e impoveriscono intere società con la speculazione e la manipolazione finanziarie. Secondo Cristina Kirchner, “i terroristi non sono solo quelli che lanciano bombe, ma anche coloro che destabilizzano le economie, causando fame, miseria e povertà“. Affrontando la crescente mitologia e fissazione internazionale concernente il SIIL in Siria e in Iraq, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo ha le sue radici alimentate e nutrite da ingiustizia e disparità nel sistema globale. Gruppi come SIIL e al-Qaida sono solo i sintomi di qualcosa di molto più profondo e grave. Respingendo i metodi militari di Washington come improduttivi e illogici, l’Argentina ha dichiarato che per bloccare il circolo vizioso della violenza il mondo deve affrontare alla radice le cause che creano gruppi come il SIIL e condizioni che fanno disperare i popoli. Kirchner ha anche ricordato a Obama e alla delegazione degli Stati Uniti, che raffigurano i gruppi insorti attuali in Siria, che il mondo condanna, come “combattenti per la libertà”. Il punto cruciale della tesi argentina è semplice: il terrorismo è anche economico e finanziario, e tale forma di terrorismo è molto più letale. La distruzione delle economie e la destituzione delle società aprono le porte a una miscela tossica di rabbia, ignoranza e accuse. Perciò Buenos Aires ha sostenuto che i terroristi economici e finanziari che mirano alle economie nazionali devono essere identificati, combattuti e fermati.

Incontrare gli avvoltoi
Non solo l’Argentina s’era indignata il 24 settembre, ma sfidava alle Nazioni Unite le strutture dominanti del sistema globale. Gli argentini erano sconvolti verso gli Stati Uniti ed altri dieci Paesi che avevano votato contro l’istituzione di una formula giuridica universale per affrontare il debito sovrano, pochi giorni prima, il 9 settembre. La presidentessa Kirchner ha deriso le politiche economiche neoliberiste degli istituti di Bretton Woods Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI), essenzialmente il Washington Consensus. Ha spiegato come i precedenti governi argentini avevano seguito ricette e “condizioni” del FMI, dicendo che la medicina economica del FMI ha rovinato economicamente l’Argentina nel 2001. Allora, chi sono i “terroristi economici e finanziari” condannati dall’Argentina? Parte della risposta è già stata menzionata. L’altra parte ha a che fare con gli hedge fund della NML Capital Ltd. Degli Stati Uniti, che ha sede nelle Isole Cayman, e dell’Aurelio Capital Management. Fin dalla crisi economica nel 2001, Buenos Aires ha rinegoziato i debiti, nel 2005 e nel 2010, attraverso nuovi piani di rimborso e la riduzione dei valori nominali del debito del 70 per cento, circa 13 miliardi di dollari, con il 92,4 per cento dei suoi creditori. Il 7 per cento della minoranza degli obbligazionisti, tuttavia, si tiene fuori e respinge le proposte dell’Argentina. Questi sono hedge fund inglobati dai fondi avvoltoio. Come gli avvoltoi reali circuitano e si aggirano sulle carcasse morenti, tali obbligazionisti colpiscono le economie in difficoltà per trarre vantaggio ed enormi profitti dalla crisi fiscale. Tali hedge fund e fondi private equity predatori operano acquistando debito a sconti stracciati e attendendo ristrettezze e fallimenti. La loro strategia è trarre profitto dai default e amplificarlo massimizzando i rendimenti degli interessi su ciò che gli devono i debitori, o sfruttando i contenziosi citando in giudizio i debitori per importi maggiori di quello che riceverebbero se il debito venisse pagato per intero. E’ nel quadro di tale logica che NML Capital Ltd. ed Aurelio Capital Management hanno rifiutato di accettare qualsiasi swap del debito o accordo con Buenos Aires. Hanno cercato di far deragliare gli argentini e impedirgli di pagare i debiti. Questo è il motivo per cui hanno chiesto il pagamento integrale dei debiti dell’Argentina per un valore nominale di circa 1,33 miliardi di dollari. In ultima analisi, ciò costringerebbe l’Argentina al default incrementandone il debito del 70 per cento. Mentre Kirchner parlava alle Nazioni Unite, Buenos Aires era bloccata nella battaglia legale a New York con gli avvoltoi. Utilizzando il sistema legale degli Stati Uniti, i fondi avvoltoio hanno ottenuto nel 2012 da Thomas Griesa, giudice federale del District Court del Southern District di New York, negli Stati Uniti, una sentenza senza precedenti a loro vantaggio. Griesa aveva ordinato all’Argentina di pagare gli avvoltoi per una somma totale ricalcolata ed irrealistica. L’Argentina ha perso l’appello e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di ascoltare in appello l’Argentina, a giugno. Griesa ha concesso non soltanto i debiti con oltre il 1600 per cento d’interesse su ciò che era dovuto, in cinque anni, ma ha anche impedito a Buenos Aires di effettuare i pagamenti del debito agli altri obbligazionisti, fin quando non ripaga i fondi avvoltoio della somma totale ricalcolata. Secondo gli argentini, la nuova interpretazione giudiziaria di Griesa implica che un Paese sovrano non possa pagare i creditori che hanno accettato lo scambio, a meno che i debiti dello scambio non siano tutti pagati, concedendo difatti condizioni privilegiate ai creditori. Quindi il pagamento di 539 milioni di dollari è congelato dalla Bank of New York Mellon Corporation, decidendo il ricorso legale degli altri obbligazionisti il 15 agosto.
La sentenza della Corte degli Stati Uniti ha molte conseguenze. Nel primo caso, l’Argentina non può soddisfare la scandalosa pretesa di pagare i fondi avvoltoio del capitale più il 1600 per cento degli interessi in cinque anni. In secondo luogo, a causa della clausola “diritti sulle offerte future” prevista nei negoziati con gli altri obbligazionisti, che promettevano migliori condizioni, l’Argentina è stata messa in una situazione difficile dal giudice statunitense. Date le circostanze imposte dai fondi avvoltoio tramite il giudice Griesa, gli altri obbligazionisti hanno il diritto di esigere pagamenti superiori, equivalenti a ciò che i fondi avvoltoi pretendono. In altre parole, i negoziati del 2005 e del 2010 sono stati effettivamente annullati da Griesa con una quantità ingestibile di interessi aggiunti agli altri debiti. Se gli altri obbligazionisti evocano la clausola “diritti su offerte future”, ci sarà una grave crisi economica in Argentina. Standard & Poor ha dichiarato l’Argentina in mora il 30 luglio, dopo che a Buenos Aires è stato impedito di effettuare i pagamenti del debito. Non solo gli investitori sono spaventati e v’è un ridotto accesso dell’Argentina al mercato dei capitali globali, ma la minaccia d’inadempienza, alla fine di ottobre 2014, mette ulteriore pressione su economia e peso argentini.

Petro-politica: il gas di scisto argentino e la connessione Gazprom
Sull’altro aspetto della storia, va notato che l’Argentina è in via di ripresa economica dal 2002. Questo recupero include il riacquisto dal governo delle società nazionali privatizzate. La chiave è la rinazionalizzazione degli Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) del 3 marzo 2012. La rinazionalizzazione di YPF ha irritato la Spagna, in quanto la compagnia energetica argentina era stata acquistata dal gruppo petrolifero spagnolo Repsol. Riprendere il controllo di YPF è stato importante perché l’Argentina ha le seconde maggiori riserve di gas shale recuperabili nel mondo, dopo quelle cinesi, e Buenos Aires pensa di diventare esportatore di gas naturale sul mercato globale. La petro-politica e la guerra energetica sono parte dell’equazione. Non è un caso che Cristina Kirchner concluse il suo discorso, durante la discussione sul terrorismo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, voltandosi verso la delegazione degli Stati Uniti e dicendo che il suo Paese ha vasti giacimenti di idrocarburi che potrebbero finire per divenire una maledizione a causa dei problemi che li accompagnano. Kirchner tacitamente diceva che temeva che Washington s’intrometta in Argentina, come ha fatto altrove, per controllarne le risorse energetiche. Va anche notato che la Russia è partner dell’Argentina nel programma per divenire esportatrice di gas naturale. Prima che Kirchner parlasse alle Nazioni Unite, il presidente russo Vladimir Putin aveva visitato l’Argentina durante il suo tour in America Latina. A Buenos Aires annunciava che l’Argentina è un partner strategico di Mosca. Il 12 luglio Mosca e Buenos Aires firmavano importanti accordi commerciali e su energia, informazione e cooperazione militare. Mesi dopo, tramite teleconferenza, Putin e Kirchner inauguravano la trasmissione di RT in spagnolo o RT Actualidad in Argentina, il 9 ottobre; chiaramente sfidando influenza e interferenze degli USA in Argentina. Alcuni giorni dopo l’intervento di Kirchner alle Nazioni Unite, Argentina e Russia firmavano un importante accordo bilaterale energetico, di cooperazione tra Gazprom e YPF per esplorare e sviluppare i giacimenti di gas naturale dell’Argentina. Gazprom aveva già dei legami con l’Argentina, quando stipulò un contratto per esportare il gas naturale russo in Argentina nel 2013.

Fondi avvoltoio come “aquile imperiali”
Gli argentini hanno gridato allo scandalo. Sono sconvolti dalle dichiarazioni degli Stati Uniti sull’Argentina inadempiente e accusano il sistema legale e il governo federale degli Stati Uniti di complicità nel tentativo di destabilizzare economicamente l’Argentina. Dopo aver rifiutato di sottomettersi alle sentenze dei tribunali, l’Argentina ha cercato di negoziare con i fondi avvoltoio nel luglio 2014. Gli argentini infine respinsero il mediatore nominato dal tribunale, Daniel Pollack, come incompetente e fazioso. La situazione di stallo nei negoziati mediati dalla corte, infine ha portato al crollo quando Pollack ha fatto una dichiarazione contro l’Argentina. L’avvocato del governo argentino, Jonathan Blackman, protestò il 30 luglio per la dichiarazione di Pollack sull’Argentina inadempiente, come “nociva e pregiudizievole verso la Repubblica in relazione al mercato ed altre persone, come i gestori dei credit default swap“. Il 1° agosto, il governo argentino ha detto di aver perso fiducia nella mediazione. Dopodiché, Griesa ha impedito all’Argentina di ripagare gli altri debiti e un’udienza di emergenza si svolse a Manhattan l’8 agosto. Durante tutto questo tempo, Buenos Aires aveva chiesto al governo degli Stati Uniti di chiarire che il suo giudice nazionale non può trattare l’indipendenza argentina da ostaggio. Washington non ha fatto nulla. La settimana prima della comparsa della Presidentessa Kirchner alle Nazioni Unite, il suo governo fu irritato quando un funzionario degli USA disse che l’Argentina era in default. L’Argentina vede nel rifiuto del governo degli Stati Uniti d’intervenire una complicità. Il 7 agosto, Buenos Aires ha anche chiesto alla Corte internazionale di giustizia di ascoltare il suo caso contro Washington che consente al sistema legale degli Stati Uniti di violare la sua indipendenza di Stato sovrano. Quando il Congresso Nazionale argentino ha approvato la legge sul pagamento del debito sovrano, l’11 settembre, bypassando il sistema bancario degli Stati Uniti e iniziando a ripagare i propri debiti localmente o in Francia, il giudice Griesa l’ha dichiarato illegale. Dopo che Griesa ha minacciato l’Argentina di oltraggio alla corte, l’ambasciatrice argentina Cecilia Nahon ha inviato al segretario di Stato USA John Kerry una lettera di avvertimento, secondo cui Washington sarebbe stata ritenuta responsabile da Buenos Aires delle conseguenze delle sentenze della corte degli Stati Uniti. I fondi avvoltoio vengono utilizzati per ricattare Buenos Aires, come strumento di pressione degli Stati Uniti. Ciò fu accennato da Kirchner mentre parlava alle Nazioni Unite. Non c’è da stupirsi che la Kirchner alludesse a Washington come sostenitore del terrorismo economico. Più tardi Cristina Kirchner ha parlato in modo più diretto. “Non sono ingenua, non è la mossa isolata di un vecchio giudice di New York“, Kirchner ha anche dichiarato pubblicamente il fiasco. Secondo Kirchner, tali hedge fund “sembrano delle aquile imperiali” che eseguono gli ordini di Washington. I leader mondiali s’incontrano riguardo tale terrorismo e ricatto economico. Perciò il presidente boliviano Evo Morales s’è riferito alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Federazione russa come atto di terrorismo economico. E’ chiaro che un intricato gioco si svolge. Lo contesa dell’Argentina con i fondi avvoltoio è utilizzata per fare pressione su Buenos Aires. Comunque gli avvoltoi si comportano come “aquile dell’impero”.

Economic-Terrorism-Vulture-Funds-US-Policy-5Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo, pluripremiato autore e analista geopolitico.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria del banderismo ridurrà l’Ucraina al solo banderastan

Oleg Bondarenko, Fort Russ 29 ottobre 2014

L’ultima Rada, o le elezioni senza il Donbas. L’analista politico Oleg Bondarenko parla del motivo per cui le ultime elezioni parlamentari potrebbero essere le ultime dell’Ucraina.12127 Il 26 ottobre si sono svolte le elezioni parlamentari 2014, che per la prima volta nella storia dell’Ucraina moderna hanno portato a una Rada Suprema composta da circa 420 deputati, meno del numero minimo legale di 450 rappresentanti eletti. Senza tener conto delle aree in cui si ritiene non abbiano avuto luogo le elezioni, i mandati non rappresentati includono i 10 della Crimea e 16 del Donbas. In tal modo, le autorità ufficiali di Kiev accettano che questi territori (volutamente denominati “Lungandon” dalla consigliera di Poroshenko Julija Lutsenko) non rientrano più nei confini dell’Ucraina di oggi. Ciò contrasta con le elezioni presidenziali del 25 maggio, quando fu tentato di presentare delle elezioni svolgersi nel Donbass e in Crimea, organizzando seggi elettorali esterni in cui numerosi rifugiati, con permesso di registrazione, furono inviati con la forza. Attualmente ci sono anche sei regioni fantasma nel Donbas, le cosiddette zone ATO (Operazione anti-terrorismo) in cui Kolomojskij ha già comprato la vittoria dei suoi candidati, tema di una conversazione telefonica, disponibile su internet, che ha avuto con il vecchio compare di Poroshenko David Zhvanja. Tuttavia, ciò può forse essere considerato un progresso rispetto ai precedenti tentativi di far passare i voti in Crimea a favore di Poroshenko. Inevitabilmente, le autorità di Kiev devono fare i conti con la nuova realtà politica che affrontano. Così, la nuova Rada (che secondo la costituzione attuale è l’organo principale del potere statale, nonostante le domande sul suo vero significato in assenza della corte costituzionale), per la prima volta non avrà rappresentanti dal Donbas, uno dei due elementi chiave dell’élite regionale ucraina. La relativa stabilità del modello politico precedente (lo strutto non ha crepe) fu raggiunto in larga misura nella lotta permanente tra due clan, Donetsk e Dnepropetrovsk, dove è il patrimonio industriale dell’Unione Sovietica, il cui principale prodotto era l’Ucraina. Kuchma contro Kravchuk, Jushenko contro Janukovich, Janukovich contro Timoshenko. La rivalità politica ed economica si basa su ciò. Naturalmente, negli ultimi dieci anni, tali clan sono stati contestati da uno nuovo, Lvov. Tuttavia per le evidenti carenze finanziarie e di uomini forti, non aveva funzionato. Oggi è una storia diversa, l”orgoglio’ della rivoluzione non è stato costruito dai clan di Kiev che temono il freddo, ma dalle bande senza pretese della Galizia, portando al potere un governo costituito in modo significativo da eletti di Lvov, di cui pare che la capacità di governare si sia dimostrata sensibilmente inferiore al meno intelligente di quelli di Donetsk.
Oggi, in assenza di uno dei più antichi pilastri della statualità, l’Ucraina va rapidamente in pezzi davanti ai nostri occhi. Prima della ‘primavera russa’ il tutto era tenuto dalle risorse e dalla volontà di ferro delle élite del Donbas. Ecco un’idea piuttosto sediziosa o politicamente scorretta: se non fosse stato per il lancio dei ‘paracadutisti’ del Donetsk in Crimea, negli ultimi tre anni, non è certo che la Crimea sarebbe stata nostra. La sostituzione dell’elite di Donetsk, a seguito del fallimento totale dei vecchi deputati con la fuga di Janukovich, ha aperto la strada a numerosi nuovi politici come Aleksandr Zakharchenko e Denis Pushilin. Il 2 novembre i residenti delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk andranno alle urne per eleggere i propri consigli e leader locali, eliminando in tal modo la questione della loro legittimità. Il nuovo scontro intra-elite Dnepropetrovsk-Lvov naturalmente sposterà i confini del Paese più a ovest, laddove Bandera è veramente venerato e dove il potere sovietico e Mosca sono ferocemente detestati. L’unico problema trascurato dagli architetti del Nuovo Ordine ucraino sono le divisioni e dicotomie assai inasprite in tale terra travagliata. Dopo il Donbass, Odessa e Kharkov non possono che seguire, e la tardiva consapevolezza di rusini, ungheresi e bulgari sulle loro opzioni e possibilità per una vera e propria sfida alle autorità disorganizzate e impreparate di Kiev. L’autodeterminazione delle città e dei popoli dell’Ucraina sarà notevolmente rafforzata dalla composizione della Rada. La presenza di circa 100 miliziani, comandanti di squadroni della morte e criminali con lo status di deputati, farà del parlamento ucraino qualcosa di simile a una zona di guerra. Il condannato per tentato omicidio e pestaggio di un difensore dei diritti umani, e liberato dal colpo di Stato del 22 febbraio, Igor Mosijchuk (10° nel partito radicale di Oleg Ljashko) e il capo dell”Assemblea Nazionale Sociale’, Andrej Biletskij (unico mandato del Fronte popolare di Arsenij Jatsenjuk a Kiev), continueranno a perseguire le idee amate da Hitler nel nuovo parlamento. E questi sono solo un esempio.
Con le bestie del battaglione ‘Azov‘ dall’immunità da deputato quali volti del massimo organo dello Stato, quale sarebbe migliore pubblicità negativa dell’Ucraina presso gli elettori di etnia diversa. in tale Paese multinazionale? Perciò sono assolutamente convinto che la convocazione della Verkhovnaja Rada dell’Ucraina, nei suoi attuali confini multietnici, sarà l’ultima. Poi vi saranno solo numerose repliche del modello della Rada nell’Ucraina centrale ed occidentale. La vittoria del banderismo ridurrà organicamente il Paese a misura del Banderastan. E la Rada vi contribuirà.

Gloria all'Ucraina!

G-Gloria all’Ucraina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran uniti contro il SIIL in Iraq

Dedefensa, 28 ottobre 2014339487_Rouhani-Iran-RussiaDa un canale di comunicazione complesso arriva la notizia che Russia e Iran hanno creato, presso l’hotel al-Rashid di Baghdad, un centro congiunto per la lotta agli islamisti di SIIL/SI. La notizia, estremamente breve, è data da un’agenzia di Baku, in Azerbaigian (Temkin Jafarov, agenzia Trend, 23 ottobre 2014), rilanciando un’agenzia iraniana. Nonostante la brevità, i dati sono sufficienti per un’informazione credibile e per ritenerla riflettere una situazione significativa. Inoltre, conferma le voci precedenti, da fonti irachene, che evocavano vagamente i termini di una cooperazione operativa tra Iran e Russia. Ecco il dispaccio della Trend riguardante esattamente questo “Comando congiunto” Iran-Russia … “Iran e Russia hanno creato un comando operativo unito per combattere l’organizzazione terroristica in Iraq dello Stato Islamico (SI), ha riferito l’agenzia iraniana Tasnimnews citando una fonte irachena. Secondo quanto riferito, esperti militari iraniani e russi aiutano i comandi iracheni nella lotta contro lo SI. “Oltre 60 esperti militari russi e iraniani hanno creato un quartier generale operativo nell’hotel al-Rashid, nella capitale irachena Baghdad”, dice il rapporto“. Si tratta di una notizia assai significativa, nonostante la brevità, in termini di potenza della comunicazione, per via della situazione che c’illustra. Ciò contrasta con il frastuono della comunicazione, avutosi dall’attacco del SIIL in Iraq nel giugno scorso, sulla possibile cooperazione tra Iran e Stati Uniti che alla fine s’è ridotta ad episodio senza seri contatti strutturali. Così la notizia permette di avanzare alcune osservazioni come ipotesi ampiamente sostantivate…
•Iran e Russia decidono di agire con la massima discrezione, soprattutto quando si tratta dell’eventuale cooperazione, dopo diversi anni in cui i due Paesi, vicini per posizioni e concezioni politiche, si erano allontanati per l’atteggiamento della Russia (mancata consegna dei missili da difesa aerea S-300). La Russia entrava, de facto, nella “comunità internazionale” che richiedeva il cambio nella politica nucleare dell’Iran. La crisi in Ucraina vi ha posto fine: i russi affrontano le sanzioni del blocco BAO e si avvicinano ancora più all’Iran, sia operativamente che intellettualmente (“ci comprendiamo meglio”). In ogni caso, la Russia ha ufficialmente chiarito che ora segue una politica di non-cooperazione con il blocco BAO (17 ottobre 2014).
• Tuttavia, la cooperazione Russia-Iran assume un’andatura puntuale e un tono molto discreto, ben rientrando nelle modalità dei due Paesi. Si tratta, per primo, di determinare l’interesse comune, che Russia e Iran trovano nella lotta contro lo SI; ma una volta stabilito questo interesse comune, la cooperazione diventa rapidamente efficace, efficiente, altamente efficiente… Ciò potrebbe diventare una “partnership strategica” estremamente realistica preservando le rispettive indipendenze di primaria importanza; ad esempio se i due Paesi determinano in un caso operativo o in un altro, che il blocco BAO sia il nemico comune “dichiarato”, e se sia indispensabile reagire in modo netto.
• Questi vari risultati confermano la tesi opposta a quella, diffusa e favorita da Stati Uniti e Arabia Saudita, che l’Iran evolva così rapidamente verso il blocco BAO da potersi inserire in varie infrastrutture come decisivo concorrente della Russia nelle forniture di gas all’Europa. Tale idea era stata decisamente respinta dal ministro degli Esteri iraniano spiegando che, in ogni caso, la questione della creazione di infrastrutture è tale che nulla può essere fatto per diversi anni. Tale semi-smentita tecnica riguardava anche, per l’Iran, la semi-smentita implicita del ruolo prestato, al fianco del blocco BAO, partecipando alla crociata antirussa per isolare e sanzionare la Russia.
• Queste relazioni discrete Iran-Russia, che potrebbero altrettanto tranquillamente materializzarsi con forniture di armi russe, mentre sono già in via d’attuazione con l’accordo di scambio energetico al di fuori dell’area del dollaro, in netto contrasto con le relazioni del blocco BAO con l’Iran. Il maggiore piano degli Stati Uniti, la riconciliazione con l’Iran e la sua “reintegrazione” nella “comunità internazionale” (idem, per la coalizione anti-russa del blocco BAO agli ordini degli Stati Uniti), è ora, come è usuale nel caso degli Stati Uniti, un gran rumore comunicativo seguito da, praticamente, nessun effetto. E’ assai probabile che la stessa cosa valga anche per i grandi e presumibilmente finali colloqui sul nucleare con l’Iran di novembre, che dovrebbero portare a questo grande accordo. Noi crediamo che, come in tutti gli altri casi importanti, la paralisi e l’impotenza del potere di Washington in questo caso, siano il nocciolo della questione. In tale caso, è la pressione anti-iraniana di Israele e AIPAC, con la loro influenza sul Congresso, ad agire; ma ciò è circostanziale e si esercita su una situazione in cui il potere degli Stati Uniti è strutturalmente, senza un’azione esterna necessaria, in stato d’impotenza e paralisi totale, come segnalato.
• …Certo, ci si aspetta che la Russia, senza trionfalismi, come nelle questioni di politica estera in cui la politica russa, per evitare qualsiasi danno che assomigli più o meno a delle interferenze, riduca in modo significativo la collaborazione costruttiva nei negoziati sulla questione nucleare iraniana. I russi propendono sempre più in favore dell’Iran, rafforzando le esigenze sovraniste del Paese contro il blocco BAO e la sua politica invadente. Una volta di più, si converrà che il blocco BAO, fonte di tali molteplici cambi di atteggiamento, segua imperturbabilmente una politica volta a creare il maggior numero possibile di reazioni contrarie. Le sanzioni, soprattutto quando sono volte contro una potenza come la Russia, in questo senso sono estremamente efficaci, auto-distruttive in modo infernale.

Iranian-IntelligenceTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Svezia lancia un diversivo sulla Russia per giustificare il raddoppio della propria flotta aerea

Valentin Vasilescu, Reseau International 28 ottobre 2014

Nessuno dei membri europei della NATO vuole seguire le istruzioni presupposte al vertice del Galles, cioè aumentare al 2% del PIL la spesa per la Difesa e destinarne il 20% per acquistare materiale bellico moderno, la Svezia non essendo membro della NATO, lo fa di propria iniziativa.

large_8451ac7c19L’esercito svedese ha annunciato un’operazione di ricerca aeronavale, su informazioni di possibili attività subacquee sospette intorno alle isole al largo di Stoccolma. I media internazionali hanno parlato immediatamente di un sottomarino russo danneggiato, riferendosi alla tragedia del sottomarino Kursk, accaduta oltre un decennio fa. Solo il Ministero della Difesa della Federazione russa rispose: “per ridurre le tensioni nel Mar Baltico e risparmiare denaro dei contribuenti svedesi, si consiglia di chiedere chiarimenti al comando della marina olandese. Da una settimana il sottomarino diesel-elettrico olandese Bruinvis conduce nel Mar Baltico, presso Stoccolma, esercitazioni con emersioni d’emergenza simulate, come mostrato le immagini di ciò che è considerato misterioso“. Per convincere l’opinione pubblica svedese sul pericolo della minaccia che corre il Paese, si è passati a un piccolo diversivo utilizzando l’arsenale della pubblicità sui media, volto a suggerire che l’aggressività della Russia aumenta di giorno in giorno. L’Intelligence Service, FRA, oltre l’esercito svedese, è responsabile dello spionaggio elettronico. Utilizza un aereo Gulfstream IVSP convertito nell’S102B Korpen, con attrezzature da ricognizione e disturbo radio-elettronico (SIGINT e ELINT). Il FRA ha pubblicato una foto dell’aereo russo Su-27 Flanker intercettato dal S102B Korpen da qualche parte sul Mar Baltico, avvicinandosi a 10 m. Come in altri scenari, ideati dal quartier generale della NATO, sulla presunta invasione russa dell’Ucraina, gli svedesi non dicono nulla su data, ora e dettagli del luogo in cui si sarebbe verificato l’incidente. Ciò suggerisce che anche in tale caso si tratti di un fotomontaggio del peggiore tipo.
La Svezia non è un membro della NATO, ma lavora a stretto contatto con gli Stati Uniti in campo militare, ed ha deciso di integrare il bilancio della Difesa con oltre 5 miliardi di euro per acquistare 22 JAS-39E/F Gripen-NG (inizialmente previsti per la Svizzera), oltre ad altri 18 JAS-39E/F. Tutti gli aerei JAS 39E/F-NG svedesi (60) saranno operativi nel 2018. L’armamento accelerato della Svezia è rilevante se visto con il prisma dei rapporti scientifici dell’US Geological Survey, secondo cui nel Mar Glaciale Artico ci sarebbero il 13% delle riserve di petrolio non ancora sfruttate nel mondo e il 30% delle riserve di gas naturale. Già solo il 70% di queste riserve si trova nel Mare di Barents, in particolare nella zona dell’Artico russo. Dato che non ha giacimenti di petrolio e che deve importarlo, la Svezia ha aderito con Stati Uniti, Canada, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Estonia, Lettonia e Lituania al nuovo concetto di mini-NATO artica, apparso nel 2011. Tale idea fornisce il mezzo per l’appropriazione e lo sfruttamento con la forza delle risorse di petrolio e gas del Mar Glaciale Artico della Russia. Nell’ambito di tale piano è necessario armare di missili da crociera in grado di colpire Mosca i vassalli più prossimi alla capitale russa: Finlandia e Polonia. Polonia, Paesi baltici e Finlandia travolti dalla febbre degli armamenti
L’aeronautica svedese dispone di 120 aerei JAS-39, di cui 63 della versione più vecchia A/B e 57 della seconda versione C/D. A seguito del referendum in Svizzera nel maggio 2014, il contratto per l’acquisto di 22 aerei JAS-39E/F Gripen, la terza versione NG (Next Generation), per 3,5 miliardi di dollari, è stato annullato. I tre velivoli già consegnati all’aeronautica svizzera sono stati rispediti alla fabbrica svedese SAAB. Nonostante la battuta d’arresto svizzera, il governo ritiene che lo sviluppo di nuove versioni del JAS-39 Gripen NG sia essenziale per l’industria del Paese, essendo il velivolo il favorito nella fase finale del programma di selezione brasiliano FX-2. Lo JAS-39E/F (NG) è apparso dopo che British Aerospace è entrata nella società SAAB con l’intenzione di sviluppare una versione da esportazione (BSE: Export baseline Standard) del JAS-39 Gripen. I cambiamenti riguardano il radar Raven ES-05 AESA (a scansione elettronica attiva) che rileva bersagli aerei a una distanza di 120-180 km, e l’apparecchiatura G-Skyward, utilizzata per rilevare bersagli agli infrarossi e per il puntamento, entrambi prodotti dalla società (italiana) Selex. Il motore F-404 della statunitense General Electric (uno dei due a bordo del F/A-18 Hornet) è prodotto su licenza da Volvo che ne ha aumentato la potenza del 20%. Il nuovo velivolo ha una sonda retrattile per il rifornimento aereo. Il JAS-39E/F-NG ha una velocità massima di Mach 2 e un’autonomia di 1200 km, operatività affidabile e può decollare e atterrare in condizioni invernali su tratti autostradali. Lo JAS-39 Gripen è stato testato in condizioni di combattimento reali nel 2011, quando il governo svedese rispose alla richiesta della NATO d’imporre la no-fly zone sulla Libia. La Svezia ha partecipato con otto aerei JAS-39C/D Gripen che operavano dalla base aerea di Sigonella, in Sicilia. Le aeronautiche di Repubblica Ceca e Ungheria sono dotate di JAS-39 Gripen C/D, mentre l’aeronautica thailandese ha 6 JAS-39C/D dal 2011, e altri 6 da consegnare dal 2013.

gripen-ngTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soros e CIA subiscono una grave sconfitta in Brasile

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 28/10/2014
331La Central Intelligence Agency e i suoi “manipolatori della democrazia” pagati da George Soros in Brasile hanno subito una grave sconfitta con la rielezione a presidente del Brasile dell’Alfiere del Partito dei lavoratori ed ex-guerrigliera marxista Dilma Rouseff. Nelle ore precedenti alla rielezione di Rousseff, i media occidentali ancora indicavano che le elezioni erano “troppo ravvicinate per una dichiarazione” mentre i primi dati indicavano che Rousseff avrebbe battuto il suo avversario conservatore, appoggiato da CIA e Soros, Aecio Neves, con almeno 2 punti percentuali. New York Times, Globe and Mail, Reuters e altri media erano ovviamente delusi dalla vittoria di Rousseff, dato che tali organi di Wall Street mascherati da aziende giornalistiche indicavano che il “centrista” Neves “per un pelo” aveva perso con Rousseff. L‘Associated Press ha scritto malinconicamente, “non ci sono abbastanza voti da conteggiare da permettere al rivale (Neves) di raggiungerla (Rousseff). E Alberto Ramos, capo economista di Goldman Sachs per l’America Latina, ha avvertito che Rousseff dovrebbe abbandonare le sue politiche alleviando la scarsa “fiducia dei mercati” del Brasile o avrebbe continuato a soffrirne. Bloomberg News ha predetto che il valore della moneta brasiliana, il reale, avrebbe continuato a indebolirsi con la vittoria di Rousseff, e quando i mercati hanno aperto il 27 ottobre, i desideri di Bloomberg si sono realizzati. Il Financial Times di Londra riferiva felice che il real era sceso del 3,1 per cento rispetto al dollaro, e che la sua performance era peggiore del Metical mozambicano, che pure è stato sgonfiato dagli avvoltoi bancari globali dopo che il governo del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) di sinistra aveva vinto le elezioni contro la Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO) creata dalla CIA e finanziata da Soros e dai banchieri. Per i manipolatori della democrazia di Soros e della CIA, le notizie sulle elezioni nelle capitali lusofone di Brasilia e Maputo non sono certo incoraggianti.
I “soliti sospetti” Goldman Sachs, Bloomberg e il New York Times piangevano di rabbia per la vittoria decisiva di Rousseff su Neves. Il neo-conservatore Wall Street Journal di proprietà di Rupert Murdoch si lamentava che il Brasile avesse scelto di continuare con lo “statalismo”, che per i capitalisti avvoltoi di Wall Street che adorano il Journal come se fosse un rotolo talmudico, è una bestemmia. Neves era consigliato in politica economica, durante la campagna, da Arminio Fraga Neto, ex-dirigente degli hedge fund Quantum di Soros e in politica estera da Rubens Barbosa, direttore dell’ufficio di San Paolo dell’Albright Stonebridge Group dell’ex-segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright (ASG). La reazione di Wall Street e Londra svalutando immediatamente la valuta del Brasile dopo la vittoria di Rousseff, indica la strategia dei capitalisti globali verso il Brasile. Senza dubbio, il Brasile deve essere sottoposto allo stesso tipo di guerra economica riservata al Venezuela dopo la vittoriosa elezione, lo scorso anno, del presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro. Il Venezuela ha subito pressioni con carenze artificiali di prodotti di base e problemi di transazione estera per via del sabotaggio dell’economia venezuelana da parte di Wall Street e della CIA. I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale.
Le forze interventiste di CIA e Soros ora cercano di consolarsi della vittoria elettorale in America Latina, esercitando pressioni su Brasile e Argentina. Al presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica, ex-guerrigliero marxista Tupamaro, viene impedito di partecipare alla rielezione e l’alfiere del suo Fronte Ampio è il suo predecessore Tabare Vasquez. Ottenendo il 45 per cento dei voti al primo turno delle elezioni del 26 ottobre, lo stesso giorno delle elezioni in Brasile, Vasquez è ora costretto al ballottaggio con il candidato presidenziale di destra del Partito nazionale Luis Lacalle Pou, figlio dell’ex-presidente conservatore uruguaiano Lacalle Herrera che mise l’Uruguay sotto il controllo economico di Banca Mondiale e FMI. Proprio come la CIA puntava su Neves, il nipote dell’ex-presidente del Brasile Tancredo Neves, morto per una malattia sospetta appena prima di prestare giuramento come presidente, nel 1985. CIA e Soros scommettono su Pou per sconfiggere Vasquez e vantarsi che la base progressista dell’America Latina delle nazioni non è permanente. Pedro Bordaberry, terzo classificato in Uruguay, che ora sostiene Pou proprio come Silva sosteneva Neves in Brasile dopo aver perso il primo turno, è il figlio del brutale dittatore uruguayano installato dalla CIA Juan Maria Bordaberry, arrestato nel 2005 per aver ordinato l’assassinio di due deputati uruguaiani. Ironia della sorte, Vasquez, che come Mujica favorisce la legalizzazione e il controllo governativo della vendita della marijuana, affronta l’opposizione dal suo avversario, finanziato da Soros, contrario alla legalizzazione della marijuana, citando statistiche nebulose e infondate sull’aumento della criminalità sotto le presidenze del Fronte Ampio. Soros passa come favorevole alla legalizzazione della marijuana, tuttavia, compromette la sua posizione in Paesi come l’Uruguay, dove gli interessi suoi e della CIA impongono l’opposizione alla legalizzazione della marijuana.
In Brasile e Uruguay i candidati sostenuti da CIA e Soros e i loro principali sostenitori rappresentano le forze reazionarie che vogliono riportare indietro l’orologio dell’America Latina, ai giorni del dominio fascista. L’elezione brasiliana ostacola i piani di CIA e Soros. Il ballottaggio uruguaiano del 30 novembre darà alla coppia letale John Brennan della CIA e George Soros un’altra occasione per ostacolare l’avanzata dell’America Latina verso un governo progressista, ma anche i piani dell’alleanza BRICS d’espansione come forza economica e politica che possa continuare a sfidare il neo-imperialismo del vero “asse del male”: Washington-Londra-Bruxelles-Israele.

Dilma-Cristina-hgLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 386 follower