La Francia arma i terroristi di al-Qaida

La Francia invia armi ai terroristi di al-Qaida coinvolti nel massacro di civili nel villaggio Hatlah, Der Ezzor, in Siria
Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 13 giugno 2013

64326La stampa occidentale era rimasta muta sulla guerra siriana, il 12 giugno, quando giunsero rapporti su un altro massacro compiuto dai cosiddetti “ribelli”, in realtà membri di al-Qaida e di gruppi affiliati. Tra i massacrati nel villaggio di Hatlah, nella regione di Deir al-Zohr, vi erano decine di donne e bambini. I numeri del massacro variano da 30 a 100. La stampa francese sembrava troppo interessata a nascondere la strage, cosa sorprendente data la sua profonda preoccupazione per la ‘protezione della popolazione civile’ e nell’invocare infaticabilmente l”intervento umanitario’ nel conflitto siriano. Le Monde, che ha pubblicato recentemente due rapporti sensazionali che pretendevano di ‘provare’ che il ‘regime’ siriano aveva usato armi chimiche ‘contro il proprio popolo’, senza presentare uno straccio di prova credibile a sostegno di tali affermazioni, ha tentato di sdrammatizzare il crimine contro l’umanità commesso dai “ribelli” che supporta. Il quotidiano francese ha riferito che 60 residenti sciiti del villaggio di Hatlah sono stati uccisi l’11 giugno. Non vi era alcuna menzione della parola ‘strage’, nessuna menzione della parola ‘crimine’, nessuna condanna di tale barbarie. Invece, il rapporto parlava di aree locali sotto il controllo delle ‘milizie’ del governo. Nessuna condanna del massacro di Hatlah da parte del Quai d’Orsay. Migliaia di massacri sono stati commessi dai terroristi filo-occidentali dallo scoppio del conflitto in Siria nel 2011, la maggior parte, se non tutti, sono stati ignorati dal governo francese. [1]
Le agenzie di stampa mainstream di solito usano i massacri commessi dai terroristi in Siria come propaganda di guerra incolpandone l’esercito siriano. Ma il coordinamento tra i terroristi e agenzie mediatiche della NATO sembra essere stata carente nel teatro di guerra siriana, quel giorno. I killer hanno postato un video su internet in cui si vantano del massacro di civili da loro compiuto nel villaggio, cantando ‘Allah akbar’, mostrando i resti delle loro vittime ‘raafidis’ (termine dispregiativo per gli sciiti). Non si tratta di testi che le agenzie mediatiche della NATO trovano utili. In realtà, ciò è controproducente e aiuta il ‘regime’. Avrebbero dovuto presentare il video delle vittime macellate postandolo on-line con la didascalia ‘civili innocenti massacrati dalle forze di Assad, la comunità internazionale deve intervenire’; sembra che questi terroristi siano stati male addestrati.
Assassini siriani e quwaitiani sono entrati nel villaggio di Hatlah l’11 giugno, circondato le case sciite per distruggerle e incendiarle. Ibrahim Said, un religioso locale, la moglie e due bambine di 4 e 2 anni sono stati trascinati fuori e massacrati. Il capo della banda ha anche invitato i sunniti del Kuwait a uccidere i loro vicini sciiti. Il video, visibile il 12 giugno, è stato censurato dal youtube, ma può essere visualizzato su Liveleak. [2] Secondo notizie, centinaia di abitanti della città sono stati rapiti dai terroristi, che si autodefiniscono brigata al-Mut’aa. La posizione dei rapiti non è attualmente nota. In un altro video pubblicato sul sito web SyriaNews, una piccola folla di manifestanti della città di al-Mayadin celebra la strage dei cittadini sciiti di Hatlah.
Fin dall’inizio dei disordini in Siria nel 2011, la stampa occidentale ha incitato all’odio religioso e settario demonizzando la comunità alawita, proprio come fece contro i serbi durante la distruzione della Jugoslavia. Ora c’è una pulizia etnica su vasta scala. La demonizzazione degli alawiti consiste nel sostenere che costituiscono la casta dominante sulla popolazione a maggioranza sunnita. Questo non è vero. La maggior parte dell’esercito arabo siriano è sunnita. Sunniti e cristiani hanno sempre avuto posizioni di vertice nel governo. La Siria è uno stato laico e multiculturale che è sempre stato orgoglioso delle proprie diversità. Ma Le Monde ha pubblicato un articolo importante riguardante la Siria su uomini donne e bambini massacrati ad Hatlah dai loro amati “ribelli”. Il rapporto intitolato ‘Siria:.. Fabius chiede di fermare l’avanzata delle forze di Assad‘. [3] Forse i redattori di Le Monde hanno deciso di ignorare il massacro di Hatlah perché sono restii a rischiare un’ulteriore perdita di credibilità del giornale. Sarebbe stato troppo imbarazzante per Fabius, che ha scarso sostegno tra la popolazione francese nel suo bellicismo contro la Siria. Basta leggere i commenti sul sito web di Le Monde per comprendere il disprezzo che lettori intelligenti e dalle buone letture hanno per il quotidiano francese. Lo stesso si può dire per il resto della stampa tradizionale della Francia. In realtà, molti giornali hanno deciso di non consentire ulteriori commenti sulla Siria, a causa della moltitudine di utenti che ne denunciano e svelano le menzogne criminali e la propaganda di guerra.
E’ possibile che il leader dello squadrone della morte che ha ucciso e rapito i cittadini di Hatlah possa un giorno soddisfare il suo più grande sostenitore francese, Laurent Fabius. Come il suo collega statunitense, il senatore John McCain, Fabius ha apparentemente incontrato di recente il terrorista siriano Mohammad Nur. Nur è il leader di un gruppo terrorista che ha rapito dei cristiani in Libano, lo scorso anno. La loro sorte resta ignota. [4]
Dato che questo autore ha sottolineato, in precedenza, che se gli squadroni della morte non riuscissero a distruggere lo Stato siriano, la NATO potrebbe usarli per giustificare l’intervento con il pretesto della ‘guerra al terrore’. Ma prima dovrebbe indebolire lo Stato in misura sufficiente per giustificare tale strategia. Dopo il trionfo dell’esercito arabo siriano sui terroristi stranieri nella città di al-Qusayr, la prospettiva di una vittoria sulla NATO aumenta. Un autore del sito web Syrianews nota come sia significativo che l’organo di propaganda dell’MI6 chiamato Osservatorio siriano per i diritti umani, che finora era stata la fonte della disinformazione dei media ufficialisti, abbia riferito della strage di Hatlah. Un tentativo è stato fatto per distinguere l’Esercito libero siriano dai terroristi di al-Qaida. Data l’efficacia delle menzogne dei media su una popolazione ipnotizzata, sarebbe facile sostenere che Assad stia segretamente collaborando con al-Qaida e sia necessario un intervento al fine di liberare il Paese dai terroristi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani può iniziare a parlare di altre stragi compite dai terroristi per fornire una propaganda in tal senso, quando la NATO dovesse cambiare la strategia di guerra contro la Siria.
Una strategia simile è stata adottata dalla Francia contro il Mali, dopo aver permesso ai terroristi di dilagare nel Paese per mesi, affinché servissero da pretesto per la successiva invasione militare e occupazione da parte della Francia. La fiction della Guerra al Terrore è flessibile e può essere riscritta su richiesta, per soddisfare le esigenze geopolitiche della NATO. [5] Ma per ora, la narrazione della guerra francese rimane focalizzata su Assad. La risposta del governo degli Stati Uniti alla strage di Hatlah mostra divergenze tra gli psicopatici neo-conservatori di Parigi e Londra, che vogliono la guerra in Siria, e il regime di Obama che sembra tentare di disimpegnarsi dal Medio Oriente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha condannato il massacro. Questo dimostra che la Francia e il Regno Unito sono ancora più bellicosi delle loro controparti statunitensi. Il complesso militare-industriale-mediatico francese vuole furiosamente ricolonizzare la Siria, e il suo fedele bollettino di pubbliche relazioni Le Monde fa tutto quanto in suo potere per servire i suoi padroni guerrafondai. I cittadini massacrati ad Hatlah non hanno fatto notizia ieri, perché c’era la buona notizia, per i siriani che non sono ancora stati uccisi da autobombe o massacrati nelle loro case: il governo francese vuole dare ancora più armi ai terroristi.

fabiusNote
[1] Le Monde
[2] Youtube
[3] Le Monde
[4] Syria Report
[5] Syria News

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ibran Mustafic: Srebrenica è stato un “caos pianificato”

De-construct

I fantocci della sinistreria occidentale, da quella dei salotti parigini e londinesi, fino ai barboncini rossi e alla mefitica cloaca sionistra italiana, hanno avuto sempre, dai tempi della guerra alla Jugoslavia, un rapporto amoroso e un invaghimento da cheeleaders adolescenziale verso il terrorismo integralista islamista. Naser Oric, criminale di guerra e eroe della nostrana squallida sinistra ‘anti-anti’, resta nei cuori dei lerci guru del sinistrume pattoatlantista, a partire dal più marcio di tutti, lo yachtofilo gallipolese bombardatore della Jugoslavia, Dalema. Oggi, le stesse laide e misere icone della sinistra italiana fanno il tifo per i Naser Oric di Libia e Siria. Per fortuna, non ci saranno giudici amici pattoatlantisti a soccorerli, ma veri e severi giudici, armati, non di buone intenzioni nei loro confronti. (NdT)

Alija Izetbegovich, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Alija Izetbegovich signore della guerra bosniaco, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Immediatamente prima del 1 aprile 2008, del dibattimento alla corte di appello del tribunale dell’Aja, del caso del signore della guerra e comandante dell’esercito bosniaco musulmana a Srebrenica, Naser Oric, una testimonianza scritta rivela alcuni particolari inediti sul “signore della vita e della morte nella guerra a Srebrenica“, è stata resa pubblicata. Ibran Mustafic, l’autore del libro “Caos pianificato“, che la maggior parte dei leader musulmani bosniaci non avrebbe voluto fosse mai scritto, è un ex deputato del Partito dell’Azione Democratica (SDA, guidato dal signore della guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic) al parlamento della Bosnia-Erzegovina costituito dopo le elezioni del 1990 e poco prima dell’inizio della guerra civile, ed ex-presidente del comitato esecutivo dell’Assemblea comunale di Srebrenica.
All’inizio della guerra civile bosniaca si scontrò, come dice, con la “giunta di Naser Oric”, suscitando una serie di tentativi per assassinarlo. Nel terzo attentato dell’11 maggio 1995, Mustafic venne gravemente ferito e ritiene un miracolo che sia sopravvissuto. Gli assalti musulmani bosniaci contro Mustafic divennero più frequenti dopo la pubblicazione del libro. L’ultimo ebbe luogo il 25 aprile 2008, quando fu aggredito e picchiato da un gruppo di teppisti al centro di Srebrenica, in pieno giorno. “Mi chiamano traditore“, dice Mustafic, “sostenendo che ho inventato i crimini di Naser Oric, ma quel tipo di stupidità non mi preoccupa per niente. Lo scopo del mio libro non è difendere i serbi, ma non difendere in alcun modo i membri della mia nazione che hanno commesso atrocità! I criminali sono criminali, indipendentemente dal loro nome e dall’origine etnica. Ho categoricamente affermato che Naser Oric è un criminale di guerra senza pari!”

Crimini di guerra atroci contro i serbi di Srebrenica
“Caos Pianificato” getta nuova luce sui fatti di Srebrenica durante la guerra e rappresenta la prima ammissione e testimonianza di un bosniaco musulmano di Srebrenica sulle sofferenze dei serbi nella regione di Srebrenica. Oltre a descrivere i crimini commessi dall’esercito bosniaco musulmano sotto il comando di Naser Oric contro i serbi, Mustafic testimonia anche dell’armamento dei musulmani bosniaci prima e durante la guerra civile, compreso il periodo in cui Srebrenica fu dichiarata zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite. Descrive anche gli scontri interni tra musulmani bosniaci a Srebrenica, dominata dalla mafia di Naser Oric. Lungi dal rappresentarsi come “colomba” bosniaca musulmana, Ibran Mustafic si presenta come idolatra del movimento ustascia fin dalla prima giovinezza, scegliendo i suoi eroi nei famigerati tagliagole nazisti croati Jure Francetic, Kadrija Softic, Nurif Oric e altri membri della “Legione nera” ustascia  e nei bosniaci musulmani della 13.ma SS Division Handzar, indottrinati al disprezzo e all’odio contro i serbi. Indipendentemente da ciò, il suo resoconto scritto delle atrocità commesse contro i serbi bosniaci dalla banda di teppisti di Naser Oric, suscitò diffuse accuse di “tradimento” tra i musulmani bosniaci.
Nonostante le prove schiaccianti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi da Oric e dalla sua banda nella città di Srebrenica e nei villaggi circostanti popolati dai serbi, il tribunale-farsa dell’Aja l’assolse dall’accusa di coinvolgimento diretto nell’omicidio e nelle crudeltà contro i serbi, e dalla responsabilità per la distruzione indiscriminata di interi villaggi, chiese, case e proprietà. Mentre è stato condannato per “non essere riuscito a impedire agli uomini al suo comando di uccidere e maltrattare prigionieri serbi bosniaci”, condannandolo a due anni di carcere, da cui fu  immediatamente rilasciato, dal momento che aveva già trascorso tre anni a l’Aja durante il processo farsa.

Naser Oric è un mostro, un criminale di guerra senza un pari
Tuttavia, il libro di Mustafic offre ulteriori prove del coinvolgimento diretto di Oric in alcuni dei crimini più efferati commessi sul territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra civile. Probabilmente il capitolo più scioccante del libro è quello cui offre ulteriori prove del primo omicidio di un serbo commesso personalmente da Naser Oric, quello del giudice di Srebrenica Slobodan Ilic. “Quando abbiamo preso il gruppo catturato a Zalazje dal carcere [di Srebrenica] per riportarlo a Zalazje, iniziò il loro assassinio, Slobodan Ilic capitò tra le mie mani. Gli salii sul petto. Era barbuto e irsuto come un animale. Mi guardò senza dire una parola. Tirai fuori la baionetta e glielo conficcai dritto in un occhio, e poi lo girai avanti e indietro. Non fece un solo suono. Poi lo colpì con il coltello nell’altro occhio… Non potevo credere che non reagisse. Francamente, in quel momento ho avuto paura per la prima volta, così gli ho tagliato la gola subito dopo“, Oric ha descritto la sua ‘impresa’ a Mustafic parola per parola quando Mustafic l’andò a visitare una sera.
L’ammissione di Oric è seguita dalla testimonianza dello zio di Mustafic, Ibrahim, che assistette allo stesso massacro. “Naser venne  e mi disse di prepararmi e di recarmi con la bandiera al carcere di Srebrenica. Mi vestì e andai. Quando arrivai al carcere, presero tutti quelli catturati a Zalazje e mi ordinarono di portarli a Zalazje. Quando raggiungemmo il deposito, mi ordinarono di fermarmi e di parcheggiare il camion. Mi misi a distanza di sicurezza. Ma quando vidi la loro ferocia quando l’eccidio iniziò, sentivo tutto il sangue raggelarmi nella testa. Quando Zulfo (Tursunovic)  squarciò con il coltello il petto dell’infermiera Rada, mentre le chiedeva dove stesse la stazione radio, non riuscivo a guardare più. Tornai a Srebrenica a piedi, e quando riportarono il camion indietro, lo presi da Srebrenica per ritornare a casa, a Potocare. L’interno era tutto insanguinato“, Mustafic cita la testimonianza di suo zio. La suddetta infermiera Rada Milanovic risiedette a Srebrenica, anche dopo che la famiglia si era allontanata. Il quartier generale della difesa territoriale di Srebrenica l’aveva assegnata al gruppo del campo medico e all’ospedale locale.

“Il ponte era immerso nel sangue serbo”
Mustafic ha anche raccontato altri crimini contro i serbi nella città di Srebrenica, più o meno noti. Ha ricordato che, dopo l’assalto contro il villaggio Jezestica, “Kemo di Pale [nei pressi di Sarajevo] si portava appresso una testa mozzata per spaventare la gente“. Descrive l’omicidio della famiglia Stjepanovic. I membri della famiglia Stjepanovi? furono trascinati fuori dal loro appartamento a Srebrenica dal battaglione dei macellai di Oric, nel luglio 1992, e portati nella vicina Potocare. “Andjelija Stjepanovic (74 anni) e suo figlio Mihajlo (50 anni) furono tra coloro che vennero brutalmente uccisi. Un bosniaco musulmano di Potocari descrisse poi come tutto il ponte, dove fu abbattuta questa povera gente, fosse letteralmente immerso nel sangue. Il killer della famiglia Stjepanovic era Kemo Mehmedovic di Pale, fedele seguace delle atrocità di Naser. Oggi il boia vive in Austria, e ci sono tonnellate di esempi simili a Srebrenica. E’ un peccato che nessuno di questi mostri in forma umana abbia affrontato le proprie responsabilità nei crimini, e il loro principale organizzatore, colui che gli ordinava di uccidere, Naser Oric, gira oggi in libertà“, ha commentato uno dei pochi serbo-bosniaci sopravvissuti all’inferno della reclusione di Srebrenica. I dettagli sconosciuti della tortura e dell’uccisione dei malati gravi Krsto Dimitrovski e della moglie Velinka, di Srebrenica, furono anche rivelati nel libro di Mustafic, accusando Ejub Golic, ex comandante del “battaglione indipendente della collina” del villaggio di Glogovo. Golic fu prosciolto dalle accuse sollevate contro di lui per questo crimine.

Il tribunale dell’Aja ha un occhio di riguardo per i criminali di guerra bosniaci musulmani
Oltre a raccontare questi e molti altri episodi di torture e omicidi selvaggi dei serbi che ebbero la sfortuna di rimanere nella città di Srebrenica occupata dai macellai di Oric, Mustafic descrive anche come la sua testimonianza contro i mostri musulmani di Srebrenica al tribunale dell’Aja venne respinta, e perché non ebbe occasione di dire alla Corte che cosa realmente fosse il “porto sicuro di Srebrenica” prima che il generale Mladic la riprendesse. “Fui, infatti, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Aja come testimone dell’accusa [nel processo contro Oric], e credo che avrei dovuto essere l’ultimo testimone dell’accusa. Dopo tre giorni trascorsi per la preparazione, ci fu un grande scontro tra il procuratore e io stesso. Prima di tutto, l’atto d’accusa contro Naser era del tutto ridicolo. Fu accusato di cose che non aveva commesso, e non di quelle di cui era colpevole. In secondo luogo, il Tribunale dell’Aja iniziò sempre più a sembrare alla sfilata di Carla Del Ponte, per cui un certo numero di processi si trasformò in un circo. Infine, mi offesi quando cercarono di ricattarmi, minacciandomi di sette anni di carcere o 200.000 euro di multa. Non potevo rimanere in silenzio quando vidi quel foglio, e dissi al procuratore: ‘Giusto! Il mio scopo nel venire qui a testimoniare era avere effettivamente una pena più grave di quella di Erdemovic [un altro criminale di guerra musulmano bosniaco], premiato dal tribunale dell’Aja per l’ammissione di aver preso parte personalmente a più di 140 omicidi!’ Dopo tutto ciò, quando arrivai al tribunale, attesi per due ore, ma alla fine fui informato che i giudici avevano deciso di non farmi testimoniare e che potevo tornare a casa“, ha scritto Mustafic.

Srebrenica come porto sicuro per criminali di guerra, delinquenti e mafiosi
Riguardo la situazione nel “porto sicuro di Srebrenica”, Mustafic ha scritto che, quando la regione fu dichiarata zona smilitarizzata e posta sotto la protezione delle Nazioni Unite, non ci furono “provocazioni” da parte dell’esercito serbo-bosniaco. Nonostante ciò, secondo Mustafic, le truppe musulmane di Oric continuarono a scavare trincee intorno alla città di Srebrenica e, assieme all’aiuto umanitario, venivano consegnate armi nella “zona demilitarizzata”, il tutto sotto gli occhi  del battaglione olandese dell’UNPROFOR. Mustafic scrive che, anche se dei cartelli furono  collocati intorno alla città di Srebrenica dichiarando “zona demilitarizzata, ogni operazione militare è severamente vietata, secondo l’articolo 60 del protocollo 1 della Convenzione di Ginevra“, la consegna di armi, munizioni, uniformi ed esplosivi non fu mai interrotta. L’equipaggiamento militare, nonostante la risoluzione ONU che vietava i sorvoli della Bosnia-Erzegovina, veniva consegnato con gli elicotteri. Nello stesso modo, l’accordo firmato dal generale Ratko Mladic da parte serbo-bosniaca e Sefer Halilovic da parte dei musulmani bosniaci, che prevedeva che “non a un solo soldato che si trovasse all’interno, o entrasse nella zona smilitarizzata, fatta eccezione per i membri dell’UNPROFOR, era permesso portare armi, esplosivi o munizioni“, fu ritenuto completamente inutile dalle truppe bosniache musulmane di Srebrenica.
Mustafic scrive che ci furono 18 voli per la consegna di armi, la maggior parte effettuati quando  Srebrenica, come zona presumibilmente demilitarizzata, era sotto la protezione del Corpo di pace delle Nazioni Unite [UNPROFOR]. Mustafic fa notevoli accuse alle truppe olandesi a Srebrenica, sostenendo che erano pienamente consapevoli delle quotidiane violazioni commesse dalla banda di Oric, ma scelsero di osservare il silenzio, sperando di uscirsene indenni. “Ovviamente, gli olandesi accettarono di pattugliare le linee insieme alle nostre truppe solo al fine di non assumersene la responsabilità, e per mostrare al mondo che Srebrenica era una zona demilitarizzata. In effetti, all’epoca, il battaglione olandese, che avrebbe dovuto avere circa 600 soldati, ne aveva circa 250 , mentre la 28.ma divisione [di Oric] era composta da 5.500 uomini presumibilmente demilitarizzati“, ha scritto Mustafic. “Quando la battaglia per Srebrenica iniziò, uno dei nostri teppisti, probabilmente su ordine, uccise un soldato del battaglione olandese. Questo contribuì a sciogliere l’intero sistema di responsabilità degli olandesi“, ha rivelato Mustafic.

La fondazione dello Stato musulmano, sigillata dal sangue sacrificale degli innocenti
Osserva inoltre che le truppe musulmane di Srebrenica compirono delle imboscate dal “porto sicuro” dell’ONU, uccidendo membri dell’esercito serbo-bosniaco, e usarono la condizione di area protetta di Srebrenica per lanciare attacchi contro i circostanti villaggi serbi, come il raid dei comandanti di Oric, Ekrem Salihovic e Ibrahim Mandzic, contro il villaggio serbo-bosniaco Visnjica, dove uccisero i civili e incendiarono il borgo. “Quando ho detto a Madzic che tali attacchi potrebbero giustificare l’assalto dell’esercito serbo-bosniaco a Srebrenica, disse: ‘Questa non è un’azione iniziata da noi. Abbiamo ricevuto ordini da Sarajevo“, testimonia Mustafic, aggiungendo che poi apprese che “l‘ordine di attaccare i villaggi serbi intorno a Srebrenica era stato firmato dal generale Enver Hadzihasanovic [dell'esercito musulmano bosniaco, dal comando di Sarajevo]… Chiaramente, volevano provocare una reazione per risolvere il problema di Srebrenica”. Tuttavia, si è scoperto che il “problema” che i leader bosniaci musulmani e i loro sponsor stranieri volevano risolvere, era molto più ampio di una città della Bosnia-Erzegovina, si trattava del modo di strappare il dominio su tutta la repubblica bosniaca dopo la distruzione della Jugoslavia, anche se i bosniaci musulmani erano solo una delle tre grandi nazioni che vivono in Bosnia-Erzegovina, e ancora oggi non sono la maggioranza. L’unico modo che pensavano potesse essere utile per farlo, era che i serbi bosniaci fossero completamente sterminati o, altrimenti, accusare l’intera nazione serba con l’accusa di “genocidio”, consentendo la totale assimilazione delle proprietà e delle terre dei serbi. Ibran Mustafic confermò questa affermazione nel luglio 1996: “Secondo le nostre abitudini [bosniaco musulmano], quando qualcuno finisce le fondamenta di una casa, un animale deve esservi macellato sopra. Sembra che Srebrenica sia stato l’agnello sacrificale per la fondazione di questo Stato [musulmano]“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono una sconfitta decisiva

Christof Lehmann (Nsnbc)

181817Mentre gli insorti filo-occidentali subiscono una sconfitta decisiva, il braccio di ferro tra l’occidente e la Russia s’intensifica. Il Regno Unito e la Francia nuovamente sostengono che il governo siriano abbia utilizzato armi chimiche, rivendicazioni che contraddicono sia il rapporto delle Nazioni Unite che tutte le prove indiziarie disponibili. La Russia ribadisce che qualsiasi intervento militare diretto sarà inutile, definendo il continuo sostegno agli insorti un “vicolo cieco”, e propone di sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani con truppe russe. L’intermediazione di una soluzione pacifica, in occasione della seconda conferenza internazionale sulla Siria a Ginevra, o anche tenere la conferenza come previsto, a giugno, diventa sempre più improbabile, mentre il rafforzamento militare e la retorica bellicosa continuano a crescere in Medio Oriente verso una situazione tipo Sarajevo, dove una scintilla può scatenare una reazione a catena inarrestabile.
I ribelli subiscono sconfitte decisive. Durante la seconda metà del 2012 l’esercito arabo siriano ha iniziato con successo l’attuazione di una strategia di contro-insurrezione, basata in parte sull’esperienza russa nella lotta ai ribelli in Cecenia. Gli analisti concordano sul fatto che il maggiore impiego nel teatro di armi chimiche da parte degli insorti sia un segno di disperazione e un tentativo di creare un percorso politico per l’intervento militare occidentale. Dopo che Hezbollah ha iniziato ad assicurare il confine libanese con la Siria, dopo che il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi in Iraq ha aumentato la sicurezza lungo il confine iracheno-siriano così come lungo quello iracheno-saudita, il sostegno logistico alla rivolta s’è notevolmente ridotto e limitato a Giordania, Israele, Iraq curdo e Turchia. L’indebolimento dell’amministrazione Erdogan-Gül ad opera delle proteste di massa in Turchia, già si traduce in maggiore sicurezza lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia. Il 7 giugno, Nsnbc International ha ricevuto i primi rapporti su diverse sparatorie tra  forze di polizia turche e “ribelli” siriani. L’arresto di 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di cilindri di metallo contenenti 2 kg di gas nervino Sarin, solo pochi giorni prima delle prime proteste di massa in Turchia la sera del 31 maggio, indica che l’amministrazione Erdogan perde la sua presa su almeno alcune fazioni della forze dell’ordine e di sicurezza della Turchia, e che l’amministrazione Erdogan-Gül deve far fronte a una maggiore opposizione all’aggressione della Turchia contro il suo vicino arabo.
L’ultima grande forza di combattimento intatta degli insorti è attualmente chiusa in una sacca, nella città di Qusayr. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, la maggior parte di quei combattenti provengono da Paesi europei e regionali. Con le linee di rifornimento tagliate e l’esercito arabo siriano che lentamente e sistematicamente avanza attraverso le montagna e la periferia, la situazione degli insorti è sempre più disperata, chiedendo l’invio di osservatori, soccorsi di emergenza per i “civili” feriti e altri appelli. Secondo le dichiarazioni dell’esercito arabo siriano, usa tutte le precauzioni possibili per evitare vittime collaterali. Un alto ufficiale in pensione turco, che mantiene l’anonimato per timore di repressioni, ha dichiarato a Nsnbc International che la città poteva essere presa molto tempo prima, non per il fatto che l’esercito siriano avanzava con ogni precauzione possibile riguardo al diritto internazionale, ma sapendo che l’occidente sorvegliava con attenzione l’avanzata per trarne vantaggi politici ed accusarlo di crimini di guerra.
La retorica occidentale sulla armi chimiche contraddice il rapporto delle Nazioni Unite. Dopo aver esaminato l’uso di armi chimiche ad Aleppo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Carla del Ponte ha dichiarato che, con sua grande sorpresa, non sono riusciti a trovare alcuna prova che indicasse che l’esercito arabo o il governo siriani avessero usato armi chimiche e che, d’altra parte, avevano trovato forti prove circostanziali che indicavano che i “ribelli” avevano ripetutamente usato armi chimiche. Inoltre, del Ponte ha dichiarato che era probabile che il gas Sarin usato contro i civili di Aleppo era giunto in Siria dalla Turchia. Oltre al rapporto della del Ponte, ci sono forti prove circostanziali che sostengono che gli insorti usano armi chimiche, mentre è altrettanto forte l’evidenza che suggerisce che il governo o i militari siriani non usano armi chimiche. Prove indiziarie contro l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono indicate dal fatto che tutte le scorte di armi chimiche in Siria sono sotto stretto controllo e tutte le armi e le sostanze chimiche sono registrate con numeri di serie. Nessun arma del genere potrebbe cadere nelle mani di “agenti instabili”. Tutti gli attacchi con armi chimiche finora sono stati diretti contro civili o truppe siriane. E’ altamente improbabile che l’esercito siriano usi le armi contro se stesso. Per quanto riguarda l’uso di armi chimiche contro la popolazione siriana, farlo mentre il dialogo nazionale in Siria progredisce in modo costante e continuo, equivarrebbe a un suicidio politico. Considerando il rischio di un’indagine internazionale sui crimini di guerra ed eventuali accuse contro membri del governo o militari siriani, è improbabile che qualcuno si prenda il rischio di usare armi chimiche. Inoltre, l’esercito arabo siriano ottiene vittorie decisive senza l’uso di armi chimiche. Non c’è né alcun vantaggio strategico o tattico percepito che giustificherebbe anche l’ipotesi dell’uso di queste armi. Prove indiziarie a sostegno dell’uso di armi chimiche da parte degli insorti sono indicate dal fatto che, nel febbraio 2013, la polizia malese ha arrestato l’ex ufficiale malese Yazzid Sufaat e la sua partner Halimah Hussein. Entrambi accusati di favoreggiamento di organizzazioni terroristiche arruolando giovani malesi per il servizio mercenario per conto dei terroristi associati ad al-Qaida in Siria. Nel 2001, dopo il ritorno dall’Afghanistan, Yazzid Sufaat è stato accusato di sostenere al-Qaida, sviluppandone le capacità in armi biologiche e chimiche.
I ribelli hanno più volte brandito le loro armi chimiche rilasciando dichiarazioni pubbliche, nonché attraverso la diffusione di video. In uno dei video, gli insorti mostrano dei contenitori con sostanze chimiche della società chimica turca Tekkim. Gli insorti uccidevano conigli con i prodotti chimici e minacciavano i siriani che non supportano l’insurrezione. Il video è sorprendentemente somigliante ai video girati nei laboratori di armi chimiche statunitensi. In diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate dai comandanti degli insorti, le dichiarazioni indicavano che l’Arabia Saudita avrebbe fornito agli insorti piccoli laboratori portatili per armi chimiche. Tali relazioni cominciarono ad emergere dopo la sconfitta decisiva inflitta all’esercito libero siriano ad Aleppo in due importanti battaglie, nel giugno e luglio 2012. I laboratori sarebbero simili o identici a quelli sviluppati per al-Qaida durante gli anni ’90. Mentre il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha sottolineato che l’Arabia Saudita ha riattivato le vecchie vie di contrabbando dalla regione di Anbar. I percorsi, ora utilizzati per il supporto logistico dei ribelli in Siria e per la destabilizzazione dell’Iraq, erano già stati utilizzati durante l’occupazione statunitense dell’Iraq. Laboratori di armi portatili potrebbero facilmente esser stati riforniti attraverso le vie del contrabbando. Nell’aprile 2013 i ribelli appartenenti a Jabhat al-Nusrah vennero segnalati combattere insieme a truppe e piloti turchi, nel tentativo di occupare la strategicamente importante base aerea di Minigh, preso Aleppo. Oltre al fatto che le truppe della Turchia, membro della NATO, vennero coinvolte in operazioni di combattimento contro l’esercito arabo siriano sul territorio siriano, un crimine di guerra che collega la Turchia all’uso di armi chimiche in Siria. Secondo quanto riferiscono l’esercito e il governo siriano, il razzo con testata chimica che aveva ucciso dei civili di Aleppo, era stato sparato da una zona tenuta dagli insorti e dalle truppe turche. E’ assai probabile che la relatrice speciale dell’ONU, Carla del Ponte, abbia mostrato prove dettagliate a sostegno dei fatti e che, tra l’altro, questa sia la prova da lei presentata alla conferenza, che con sua grande sorpresa, vedeva una prova accusare i ribelli di aver usato armi chimiche ad Aleppo, e che l’arma chimica potesse provenire dalla Turchia. Alla fine di maggio, la polizia turca ha arrestato 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di 2 kg di gas Sarin. Solo pochi giorni dopo, l’esercito arabo siriano sequestrava 2 contenitori con 2 kg di gas Sarin ai ribelli in Siria. C’è una straordinaria quantità di prove che accusano gli insorti di usare armi chimiche, mentre le prove contro i militari siriani sono praticamente inesistenti, se non in forma di argomenti retorici e prove discutibili o falsificate, che difficilmente possono essere utilizzate per giustificare il sostegno continuo ai terroristi o un intervento militare diretto con forze regolari.
La retorica francese, inglese e statunitense sulle armi chimiche e l’intervento umanitario aumenta proporzionalmente con la sconfitta degli insorti. Apparentemente non influenzata dai fatti sulle armi chimiche, la retorica occidentale su armi chimiche e diritti umani a sostegno del terrorismo e di una guerra aperta alla Siria, aumenta proporzionalmente alla disperazione degli insorti e alla loro schiacciante sconfitta. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha dichiarato di aver passato un’analisi per identificare tossine militari al capo di una inchiesta delle Nazioni Unite sull’uso delle armi chimiche in Siria, dicendo: “Queste analisi dimostrano la presenza di gas Sarin… Alla luce di queste prove, la Francia è ormai certa che il gas Sarin sia stato utilizzato in Siria più volte ed in maniera localizzata“. Fabius però, aveva dimenticato di dire che il governo siriano è d’accordo sul fatto che il gas Sarin sia stato utilizzato e che la Siria, insieme alla Russia, chiede un’indagine completa su ogni singolo episodio da parte di una commissione indipendente di esperti. Le indagini di tale natura sarebbero probabilmente travolgenti, come risulterebbe dalla documentazione sull’uso del Sarin da parte degli insorti e dal coinvolgimento di Turchia e NATO. Il ministro degli Esteri Fabius ha fatto una tale impressione sul giornalista irlandese Finian Cunningham, che questi suggerisce a Fabius di scrivere romanzi quando sarà in pensione, magari con lo pseudonimo di Fabulous. In seguito, il presidente francese Francois Hollande ha fatto eco al ministro Fabius e ha dichiarato: “Abbiamo elementi di prova e chiediamo alla comunità internazionale di agire.” Sia Hollande che Fabius sottolineano che non avrebbero agito unilateralmente e avrebbero partecipato ai colloqui con Washington. Fabius ha anche dichiarato che: “Una linea è stata indiscutibilmente violata… la Francia e i suoi alleati devono decidere se reagire, anche in maniera armata… ma, allo stesso tempo, non dobbiamo bloccare un’eventuale conferenza di pace“. Il riferimento a “elementi di prova” non solo indica il fatto che Fabius e Hollande camuffano la prova affermando correttamente che il Sarin è stato utilizzato, ma omettono le prove schiaccianti che indicano nei ribelli coloro che l’hanno utilizzato.
Ci sono anche buone ragioni per suggerire che la Francia in effetti potrebbe essere coinvolta nella falsificazione, ovvero nella creazione di prove. Alcuni dei campioni di sangue utilizzati dalla Francia sono stati “contrabbandati dalla Siria da giornalisti di Le Monde” che sostengono che i campioni gli sono stati forniti da medici locali. Si tratta di una “catena di prove” molto discutibile,  probabilmente non reggerebbero in un qualsiasi tribunale meglio del sale, ma è ottimo per la propaganda e la retorica per giustificare una guerra illegale, utilizzando un’arma di persuasione di massa, come fa Le Monde. Le affermazioni di Fabius, che “non ha alcun dubbio che il Sarin sia stato utilizzato da Assad e dai suoi complici” saranno riprese dai media francesi. Dopo tutto, le foto che suggeriscono l’impiccagione del malvagio signore della guerra Assad sono state già diffuse nei media danesi nel 2012, per cui la Francia ha un po’ di ritardo da recuperare sul fronte della propaganda. Il Foreign Office del Regno Unito ha rilasciato dichiarazioni, secondo cui i fluidi  raccolti dalle vittime di uno o più attacchi in Siria, sono stati trovati dagli scienziati dell’impianto inglese di Porton Down, contenere prove dell’uso del gas Sarin. Tuttavia, è stato anche dichiarato che non ci potrebbe essere alcuna certezza al 100% che il regime di Assad abbia usato armi chimiche. Il Foreign Office britannico non avrebbe nemmeno confermato dove o quando i campioni siano stati raccolti. Lyall Grant, ambasciatore inglese alle Nazioni Unite potrebbe semplicemente confermare che “i campioni hanno rivelato prove che suggeriscono l’uso di agenti chimici diversi, a volte Sarin, a volte no.” Il capo delle indagini ONU, Ake Sellstrom, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha avvertito che: “La validità delle informazioni non è garantita in assenza di prove convincenti sulla catena di custodia dei dati raccolti.” Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha risposto alle dichiarazioni inglesi e francesi ribadendo che l’utilizzo delle armi chimiche è una linea rossa, ma che ci sono divisioni su come e quanto velocemente procedere contro la Siria. Dopo aver discusso delle pretese francesi e britannici in una riunione dei ministri della difesa della NATO, a Bruxelles, il segretario della Difesa Chuck Hagel ha dichiarato alla stampa che non aveva visto prove e che il ruolo della NATO continua ad essere quello di aiutare la Turchia a tutelare i suoi confini. “Al di là di questo, così Hagel, non abbiamo discusso di piani di guerra aggiuntivi”. Il sostegno pubblico per una possibile guerra aperta alla Siria, negli Stati Uniti, è scarso e la retorica francese-britannica sulle armi chimiche potrebbe alla fine portare a un maggiore sostegno popolare. Ricordandosi i fatti emersi sulle amministrazioni Bush, riguardo alle armi di distruzione di massa in Iraq, però, la retorica sulle armi chimiche potrebbe anche ritorcerglisi politicamente.
La guerra regionale è più un punto di svolta nell’opinione pubblica USA che non le armi chimiche. La diplomazia statunitense in poche parole potrebbe spiegare che: “Gli Stati Uniti vogliono eliminare Assad quale alleato dell’Iran, senza indebitamente provocare la Russia, cercando di creare un regime sostitutivo che sia accettabile a Mosca”. Dato ciò, è comunque previsto che una Siria destabilizzata continuerà a creare tensioni tra l’UE e la Russia sulla sicurezza energetica. Se una destabilizzazione della Siria comportasse il sabotaggio dell’ulteriore integrazione del settore energetico russo-iraniano-europeo e delle economie nazionali, una guerra regionale ne sarebbe il logico passo successivo. L’allargamento del conflitto nei vicini Libano, Turchia, Iraq e Golan, e la retorica sul coinvolgimento di Hezbollah potrebbero essere usati per dirigere l’opinione pubblica degli Stati Uniti verso un riluttante sì all’intervento militare, se la Russia non reagisce al ricatto occidentale. Il senatore repubblicano e presidente del Comitato forze armate del Senato degli Stati Uniti John McCain e Condoleeza Rice starebbero incitando l’amministrazione Obama a un intervento militare degli Stati Uniti, usando sia le armi chimiche che la minaccia di una guerra regionale quali argomenti principali. Cioè, gli argomenti per il pubblico. Finora, nessuna delle parti coinvolte ha apertamente affrontato la sicurezza energetica, le cause geo-politiche ed economiche reali della guerra alla Siria.
La Russia alza la posta, offrendo truppe per sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani. Dopo che la Russia ha avvertito che qualsiasi intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile, e onorato il contratto russo-siriano per la fornitura di sistemi SAM S-300, introducendo un fattore di stabilità nella regione, il presidente russo Vladimir Putin ha inviato altri segnali inequivocabili all’alleanza anti-Siria. Secondo il sito web della TV semi-statale russa RT, Vladimir Putin ha detto che Mosca invierà forze russe per sostituire il battaglione austriaco che opera nell’ambito della Forza di osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF) nel Golan siriano occupato, se l’ONU lo chiede alla Russia. RT avrebbe citato Putin: “A causa della complicata situazione nel Golan, possiamo sostituire le unità austriache che si ritireranno dalla zona con unità russe nel caso tutti i Paesi della regione concordino e il Segretario generale delle Nazioni Unite lo richieda“. RT riporta anche che Putin ha detto che il segretario generale dell’ONU Ban Kyi-moon ha chiesto alla Russia, durante la sua ultima visita nel Paese, di aumentare il volume delle sue forze nelle missioni di mantenimento della pace organizzate dalle Nazioni Unite. Martin Nesirky, il portavoce del segretario generale Ban Kyi-moon, tuttavia, ha espresso la sua gratitudine per l’offerta della Russia, ma ha sottolineato che l’accordo di disimpegno nel Golan non permette di accettare la proposta russa, in quanto l’accordo prevede che nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite possa schierare forze di pace nel Golan. Considerando che è estremamente probabile che i funzionari russi ne fossero ben consapevoli, la dichiarazione di Putin viene vista da molti analisti, compreso l’autore, come un avvertimento implicito da parte di uno scaltro statista che ha voluto ribadire che qualsiasi aggressione militare diretta contro la Siria sarebbe inutile e che la Russia, così come l’Iran, risponderanno con forza, e che la continuazione del sostegno dei ribelli attraverso il Golan, deve essere fermato.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha discusso del Golan con il Segretario generale delle Nazioni Unite nei preparativi per Ginevra 2. In un comunicato, il ministero degli Esteri russo ha detto che le due parti hanno discusso la situazione politica e militare in Siria, riguardo la situazione di crescente tensione nella zona di disimpegno nel Golan. La Russia ribadisce la necessità di una soluzione politica della Crisi in Siria mentre traccia una chiara linea. Mentre i vertici diplomatici russi sempre più affermano che il continuo sostegno agli insorti o l’intervento militare sono inaccettabili, e mentre l’alleanza anti-siriana sembra fare di tutto per minare la prevista conferenza di Ginevra 2, i diplomatici russi continuano ad impegnarsi a trovare una soluzione politica. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato la necessità che tutti gli attori internazionali si sforzino ad avviare il processo politico in Siria. Nel corso di una conferenza stampa presso l’Organizzazione per la cooperazione islamica, Lavrov ha dichiarato: “Oggi abbiamo sottolineato ancora una volta che tutti gli attori internazionali devono lavorare per la soluzione pacifica della crisi e creare condizioni favorevoli per avviare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione“. Rispondendo alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti circa la situazione ad al-Qusayr, Lavrov ha risposto: “Ci sono diversi punti, cosa più importante è che abbiamo avvertito dei gravi pericoli nell’internazionalizzare la crisi in Siria“. Lavrov ha sottolineato che: “Centinaia, forse migliaia di uomini armati che combattono l’esercito siriano sono di nazionalità di Paesi europei e regionali, motivo per cui vi è maggiore importanza nel porre fine alla crisi e creare le condizioni favorevoli per tenere la conferenza internazionale sulla Siria“. Lavrov ha aggiunto che ci sono informazioni su esperti e consiglieri stranieri che aiutano questi uomini armati, anche a Qusayr. Alla domanda circa la condanna occidentale e da altri Paesi delle operazioni dei militari siriani contro gli insorti a Qusayr, Lavrov ha dichiarato che tali dichiarazioni sono ipocrite e ha ribadito che: “Ogni ipocrisia riguardo il diritto internazionale umanitario per distorcere l’immagine reale di al-Qusayr è impossibile… In linea di principio, dobbiamo capire e decidere se vogliamo sostenere il processo politico, nel qual caso tutti devono lavorare per lanciare il dialogo… o vogliamo cambiare il regime“. Lavrov ha concluso le sue dichiarazioni ribadendo che “ogni continuazione del sostegno militare dell’opposizione non porterà a nulla ed è un vicolo cieco“. Anche l’inviato speciale del presidente russo per il Medio Oriente, il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, ha indicato l’aumentata assertività russa. Bogdanov ha dichiarato che non ci dovrebbe essere spazio per forze radicali che combattono sul territorio siriano  in qualsiasi accordo futuro sulla Siria. Bogdanov ha dichiarato ai media russi, anche a RT, che la Russia e gli Stati Uniti continuano gli incontri a tutti i livelli per la preparazione della conferenza di Ginevra 2, forse il 25 giugno, e che le armi chimiche erano parte delle discussioni in corso.
Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono un sconfitta decisiva, e la Francia e il Regno Unito utilizzano una propaganda sempre più disperata per giustificare l’intervento militare o la continua sponsorizzazione del terrorismo. Un nuovo, instabile equilibrio strategico in Medio Oriente emerge. Finché non sarà assicurato, piccole scintille potrebbero innescare un disastro regionale di proporzioni storiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La polizia turca trova armi chimiche in possesso ai terroristi di al-Nusra diretti in Siria

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 30 maggio 2013

913904_323161474476445_662576414_oSecondo un rapporto dell’agenzia statale turca Zaman, agenti della Direzione generale di sicurezza turca (Emniyet Genel Müdürlügü) hanno sequestrato 2 kg di gas Sarin nella città di Adana, alle prime ore di ieri mattina. Le armi chimiche erano in possesso ai terroristi di al-Nusra che si ritiene fossero diretti in Siria. Il Sarin è una sostanza inodore e incolore estremamente difficile da rilevare.  Il gas è vietato dalla convenzione sulle armi chimiche del 1993. L’EGM ha identificato 12 membri della cellula terroristica di al-Nusra ed ha anche sequestrato armi da fuoco e attrezzature digitali.  Questa è la seconda grande conferma ufficiale sull’uso di armi chimiche da parte dei terroristi di al-Qaida in Siria, dopo la recente dichiarazione dell’ispettore ONU Carla Del Ponte a confermare l’uso di armi chimiche da parte dei terroristi filo-occidentali in Siria. La polizia turca attualmente conduce ulteriori indagini sulle operazioni dei gruppi legati ad al-Qaida in Turchia. [1]
Questa ulteriore conferma che i ‘ribelli’ siriani usano armi chimiche mentre utilizzano anche la Turchia come base per le operazioni terroristiche contro la Siria, potrebbe causare ulteriori problemi al primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che il leader dell’opposizione turca Kemal Kilicdaroglu ha chiamato ‘capo dei terroristi’. [2] La Coalizione nazionale siriana all’estero ha persistito nell’accusare il governo siriano di usare armi chimiche. Il responsabile dei media della coalizione nazionale siriana Khaled Saleh ha detto ad al-Jazeera il 26 maggio, che le autorità turche erano certe dell’uso di armi chimiche da parte del governo siriano. Saleh ha anche sostenuto che era in contatto con i combattimenti di diversi ‘brigate’ in Siria. Forse, Saleh dovrebbe essere avvisato di consultare la polizia turca, ora che una delle sue ‘brigate’ è stata arrestata per possesso di armi chimiche. [3]
nusra_grenadeNon sorprende che questa notizia turca non ha ottenuto titoli internazionali. Dall’inizio del conflitto siriano, le agenzie di stampa internazionali hanno tentato di ritrarre l’invasione di al-Qaida in Siria come ‘rivoluzione popolare’, iniziata come ‘protesta pacifica’ contro un ‘regime brutale’. Il fatto che non ci sia mai stata un briciolo di prova a sostegno di tali affermazioni non ha ostacolato la valanga di vituperi e la demonizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad e della Repubblica araba siriana.
Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato un rapporto ‘esclusivo’ il 27 maggio 2013, che ha affermato di avere le ‘prove’ che il governo siriano usa armi chimiche ‘contro il proprio popolo’. Tuttavia, la relazione semplicemente si basa sulle dichiarazioni di ‘attivisti’ e “ribelli”, che la maggior parte dei commentatori più seri hanno descritto come fonti inaffidabili. L’articolo di Le Monde è apparso proprio nel momento in cui il governo francese spinge l’Unione europea a togliere l’embargo sulle armi ai terroristi in Siria. La conferma dai precedenti articoli di Le Monde che l’opposizione in Siria è di fatto al-Qaida [4], insieme alla riluttanza dei partner europei Germania, Austria e altri Paesi nel sostenere apertamente i terroristi, isolando Parigi e Londra e svelando i governi britannico e francese quali sponsor del terrorismo.
Nel gennaio 2013, la televisione russa RT aveva pubblicato documenti trapelati dalla British Defence Corporation Britam, che rivelava un piano del Qatar per inviare armi chimiche a Homs in Siria con l’aiuto della Britam Defence. La società inglese avrebbe addestrato personale ucraino affinché agissero come consiglieri militari russi, al fine di accusare il governo russo del crimine. L’e-mail ha suggerito che il Qatar fornisse “enormi” somme di denaro per il piano approvato da Washington. [5] L’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra non ha nascosto il desiderio di gasificare la minoranza alawita in Siria. Un video postato su YouTube il 4 dicembre 2012 mostra dei terroristi sperimentare armi chimiche su conigli, giurando di sterminare gli alawiti siriani in modo simile. [6] L’iraniana PressTV ha anche pubblicato un rapporto che mostra i terroristi con armi chimiche. [7]
Mentre i terroristi filo-occidentali perdono davanti alle forze governative in Siria, la probabilità di ulteriori massacri commessi dai terroristi e di accusarne il governo siriano cresce. Tuttavia, mentre sempre più rapporti contraddicono la versione ufficiale dei media sulla guerra siriana, le voci della verità acquisiscono la massa critica, minacciando di far cadere una volta per tutte l’oppressivo impero mediatico della NATO.

Note
[1] [2] [3] [4] [5] [6] [7]

Copyright © 2013 Global Research


Scoperto un complotto con armi chimiche di al-Qaida
Syria Report 1 giugno 2013

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Personale dell’intelligence militare irachena ha arrestato una cellula di al-Qaida specializzata nella produzione di composti chimici per i gas sarin, mostarda e nervino che intendevano usare in Iraq e nei Paesi limitrofi. Il ministero della difesa iracheno ha detto che la cellula terroristica di cinque membri è stata sottoposta a sorveglianza per tre mesi e che aveva apparentemente ricevuto istruzioni da un altro ramo di al-Qaida. L’avvio delle operazioni delle forze di sicurezza irachene ha portato all’arresto di decine di membri dell’organizzazione al-Qaida in Iraq.
Due giorni prima, Syria Report aveva rivelato un articolo dei giornali turchi che dettagliava dell’arresto di un gruppo di Jabhat al-Nusra ad Adana, Turchia.  La polizia antiterrorismo aveva sequestrato, tra l’altro, 2 kg di agente nervino sarin. Il 3 maggio, Syria Report ha pubblicato un ampio articolo su al-Qaida e il suo uso di armi chimiche, tra cui il dispiegamento di sarin. Il Sarin, o GB, è una sostanza inodore ed incolore estremamente difficile da rilevare. È usata come arma chimica grazie alla sua estrema potenza come agente nervino. E’ stata classificata arma di distruzione di massa nella risoluzione 687 dell’ONU. La produzione e il stoccaggio di Sarin è illegale secondo la Convenzione sulle armi chimiche del 1993, dove viene classificata sostanza Tabella 1. Il gas Sarin non è particolarmente difficile da produrre.
Questa è la terza grande conferma ufficiale sull’uso e il possesso di armi chimiche da parte dei surrogati di al-Qaida in Siria, dopo la recente dichiarazione dell’ispettrice ONU Carla Del Ponte a conferma dell’uso di armi chimiche da parte dei militanti di Khan al-Asal, Aleppo. La polizia anti-terrorismo turca attualmente conduce ulteriori indagini sulle operazioni dei gruppi legati ad al-Qaida in Turchia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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