Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Black Ops’ di Brennan in Libia ha provocato il “Bengasigate”

Patrick Henningsen, Global Research, 13 febbraio 2013

John O. Brennan

John O. Brennan

Il Bengasigate continua a dipanarsi, e l’uomo che è al centro delle udienze di questa settimana a Washington DC, viene ora accusato dell’assedio al complesso dello scorso settembre… Secondo un nuovo libro inchiesta pubblicato da due ex soldati delle operazioni speciali, e riportato esclusivamente dal Daily Mail, l’ex direttore della CIA David Petraeus sarebbe stato ricattato da due alti ufficiali della CIA, affinché si dimettesse ed ammettesse pubblicamente la sua relazione con l’agente dell’intelligence Paula Broadwell. Naturalmente, questo aspetto della storia sicuramente spingerà le vendite del libro, ma non è la rivelazione più importante della storia…

Il signore dei droni: John O. Brennan
Nel loro libro, che dovrebbe essere presto pubblicato, dal titolo ‘Bengasi: La relazione definitiva’, gli autori Jack Murphy (un berretto verde dell’esercito) e il co-autore Brandon Webb (Navy SEAL e amico di Glen Doherty, che morì durante l’assedio di Bengasi), ha anche rivelato che il ‘Signore dei Droni’, John O. Brennan, attuale candidato direttore della CIA dal presidente Barack Obama, che è stato il viceconsigliere del presidente alla NSA all’epoca, aveva ‘autorizzato delle operazioni segrete unilaterali al di fuori della struttura di comando tradizionale’, utilizzando il Joint Special Operations Command (JSOC) del Pentagono in Libia e Nord Africa. Le black ops di Brennan avrebbero suscitato le ritorsioni che in Libia hanno portato all’assalto al complesso di Bengasi dell’11 settembre 2012, dove rimasero uccisi quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Chris Stevens e tre altri. Vale la pena di notare qui che l’assedio di Bengasi è stato inizialmente attribuito da Hillary Clinton, Susan Rice e da tutti i media degli USA e dalla BBC, all’epoca, al video fasullo di YouTube dal titolo “L’innocenza dei musulmani“. Era la prima fase del cover-up.
Quindi, secondo il nuovo libro, fu John O. Brennan ad aver architettato gli eventi che hanno portato alla debacle del Bengasigate? A quanto pare, sì, ma non solo… Il libro di Murphy e Webb, anche se molto incisivo e accurato su ciò che gli autori descrivono come “una vasta rete di addetti militari e agenti dei servizi segreti volti a svelare la realtà dietro agli attacchi ‘raccontati’“, si concentra sul caso Petraeus, ma fornisce solo dettagli superficiali sulla natura stessa della missione dell’ambasciatore degli Stati Uniti J. Christopher Stevens in Libia. Né gli autori spiegano che il complesso in questione non era un’”ambasciata” a Bengasi, come la Casa Bianca di Obama ha detto all’inizio, e non era un “Consolato degli Stati Uniti” o un “centro di sicurezza della CIA”, come si è detto successivamente.
Susanne Posel di OccupyCorporatism.com, riporta ciò che è probabilmente la verità: “A Bengasi, Stevens alloggiava in una villa affittata dal dipartimento di Stato degli USA da un uomo del posto di nome Muhammad al-Bishari. La villa di Bengasi non era l’ambasciata degli Stati Uniti, una missione diplomatica o un estensione dell’ambasciata. In realtà, l’ambasciata più vicina degli Stati Uniti è a Tripoli. Stevens si trovava lì in quanto doveva colloquiare con il CNT, il governo de facto della Libia che gli Stati Uniti hanno supportato nel rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011. Stevens era stato precedentemente designato rappresentante speciale presso il CNT, durante la rivoluzione libica controllata dagli USA. Per mascherare il nuovo ruolo di Stevens, gli venne concesso lo status di ambasciatore degli Stati Uniti da Hillary Clinton, segretaria di Stato, e stanziato a Tripoli. Bishari ha confermato che Stevens sarebbe rimasto nella villa, quando ha incontrato il CNT. La missione di Stevens a Bengasi era raccogliere informazioni per la CIA, “avviando la sorveglianza e la raccolta di informazioni su una serie di gruppi militanti armati della città.”
Secondo il Daily Mail, ‘i nemici di Petraeus erano degli alti ufficiali della CIA che conducevano le indagini’. The Daily Mail prosegue spiegando come la storia di Petraeus abbia aperto e innescato un ‘colpo di palazzo’: “Gli autori dicono che alti ufficiali dei servizi segreti che lavorano al 7° piano della sede CIA a Langley, in Virginia, hanno usato la loro influenza politica per garantirsi che l’FBI indagasse sulla vita intima dell’ex generale dell’esercito. Hanno poi detto a Petraeus che l’avrebbero pubblicamente umiliato se non ammetteva la vicenda e dava le dimissioni. ‘Era ben noto al personale di sicurezza di Petraeus (le guardie del corpo) che lui e Broadwell avevano una relazione. Non era l’unico dirigente dell’Agenzia o generale coinvolto in relazioni extraconiugali, ma quando al 7° piano hanno voluto far fuori Petraeus, hanno incassato i loro assegni’, scrivono Murphy e Webb. Il libro continua: ‘La realtà della situazione era che alti funzionari della CIA avevano già scoperto la vicenda consultando il PSD di Petraeus, e poi hanno trovato il modo di far avviare un’indagine all’FBI, al fine di creare una serie di prove e una traccia d’indagine che portasse alle informazioni che già avevano, in altre parole, un’indagine ufficiale che potesse essere usata per spingere Petraeus a dimettersi’… Gli alti funzionari erano furiosi per il modo in cui veniva gestita l’agenzia, da quando era stato nominato nel settembre 2011… Aveva incentrato il lavoro dell’agenzia dall’intelligence e dall’analisi alle operazioni paramilitari, tra cui gli attacchi con i droni.”
Ciò che rivela lo scandalo Petraeus è che il sensazionale affare extraconiugale è stato usato dai media per distrarre il pubblico dalla questione vera.

Chris Stevens e il traffico di armi della CIA
Secondo il Daily Mail, il libro di Murphy e Webb fornisce la documentazione secondo cui “Stevens ha probabilmente contribuito a mettere sotto controllo il maggior numero possibile di armi, dopo la guerra, per tenerle al sicuro, e a quel punto Brennan le esportava all’estero, per avviare un altro conflitto“. Anche se entrambi gli autori, che gestiscono un sito web chiamato SOFREP.com, un sito di informazioni curato dai membri, attuali ed ex, della comunità delle operazioni speciali, sembrano essere “ben posizionati” per accedere ad informazioni classificate privilegiate sugli eventi e a un’ampia rete di contatti nell’ambiente, potendo approfondire di parecchio su quali fossero i reati  principali: Chris Stevens, uomo di punta della CIA nella gestione del traffico illegale di armi dalla Libia alla Siria, attraverso la Turchia, diretto all’esercito libero siriano (ELS). Anche il senatore del Kentucky Rand Paul contesta Hillary Clinton su queste cose, ma ha subito l’ostruzionismo dalla segretaria di Stato uscente.
Il libro dice che Stevens stava aiutando John Brennan in un’operazione estremamente illegale di traffico internazionale di armi parallelo, un fatto che da solo dovrebbe (in teoria almeno) cassare,  alle audizioni, la nomina di Brennan alla direzione della CIA, questa settimana, a Washington DC. E’ sorprendente come questo aspetto della storia sia rimasto all’ombra di uno scandalo sessuale, rendendo sospettosi su questo libro e la sua tempistica particolare. Posel spiega anche il ruolo di Stevens come trafficante di armi della CIA: “Alcune spedizioni di armi fatte da Stevens possono aver riguardato artiglieria e armi inviate all’esercito libero siriano (ELS) in Siria, che combatte una guerra per procura degli Stati Uniti. Stevens era diventato il “collegamento” tra le fazioni terroristiche sponsorizzate da Stati e il traffico di armi per l’ELS in Siria. Le spedizioni all’ELS provenivano dall’Arabia Saudita, da dove provengono anche i terroristi salafiti e i partigiani della Sharia  utilizzati per promuovere interessi sovversivi. Grazie agli Stati Uniti, al governo saudita e a Stevens, l’ELS è il gruppo jihadista sponsorizzato da degli Stati più pesantemente armato del Medio Oriente. In realtà, le fazioni terroristiche islamiche che collaborano con gli Stati Uniti, sono state arruolate dal governo dell’Arabia Saudita per togliere di mezzo una delle spie della CIA di Petraeus. Questa spia era J. Christopher Stevens.”

Armi chimiche in Siria
L’altro aspetto evidente e molto grande di questa storia, anch’esso trascurato, è l’assai visibile filo  già comparso ai primi di dicembre 2012, dei rapporti sulle ‘armi chimiche in Siria’, probabilmente anch’essi originatesi in Libia, sotto la forma del vecchio stock di armi chimiche di Gheddafi  contrabbandate dalla Libia alle mani dell’ELS in Siria…, al fine di incolpare il governo siriano di Assad dell’uso di “armi chimiche contro il proprio popolo“. Alla fine di dicembre, la comunità di intelligence degli Stati Uniti, tramite il console generale degli Stati Uniti a Istanbul, in Turchia, sembra avere preparato la storia della minaccia delle armi chimiche di Assad da dare in pasto al pubblico, ma subito si iniziò a dipanare questo punto discutibile, praticamente abbandonandolo del tutto alla fine.
In ‘Bengasi: La relazione definitiva’, a quanto sembra gli autori hanno aperto la porta di alcune intuizioni incredibili e forse fondamentali negli eventi che riguardano il Bengasigate, e il loro libro farà un grande botto mediatico, ma sembra che gli insider delle black-ops Murphy e Webb abbiano trascurato l’aspetto più importante di tutta questa storia, che sembra solo essere lo scandalo che certamente farebbe cadere l’amministrazione Obama in un colpo solo.
Incredibile come questi eventi siano corroborati, o non confermati dai media, a seconda dei casi. Sempre più in questi giorni si vede una parata infinita di scrittori ex-Navy SEAL ed ex-commando delle Special Ops, che possono benissimo avere un grande libro nero da cui trarre quelle informazioni che i giornalisti non hanno, e in alcuni casi il loro rapporto con il mondo delle operazioni speciali potrebbero essere un po’ troppo stretto per considerarli dei ricercatori obiettivi ed indipendenti. Murphy e Webb non possono parlare di un “Rapporto definitivo” a pochi mesi dall’evento. E’ alquanto arrogante esserne sicuri. Aspettiamo il sequel del libro, che scopra la copertura della storia vera. Fino ad allora, ciò potrebbe essere solo una ‘detonazione mediaticamente controllata’.

‘Bengasi: La relazione definitiva’ di Brandon Webb e Jack Murphy, William Morrow Company, HarperCollins. Disponibile per il download in formato ebook.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America

Dedefensa 7 dicembre 2012

36538L’articolo del 6 dicembre 2012 del New York Times (NYT) sul sostegno e l’armamento in Libia di estremisti jihadisti e altri, di al-Qaida o un suo doppione, fornisce il sigillo dell’ufficialità al disastro effettivo del Sistema, qual’è stato il caso libico. Sappiamo che il New York Times è una sorta di potere “non ufficiale” di Washington, esso stesso un relè operativo centrale del Sistema, una sorta di Pravda del posto, se si vuole, i cui interventi sono essenziali per il sistema di comunicazione, per informare tutte le componenti del sistema. Questo è il caso di tale articolo, che ha chiaramente ricevuto il sostegno dell’amministrazione per le informazioni e il relativo imprimatur. (Quando si trova, in un articolo di questo tipo, una frase come “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare“, si può essere sicuri che è successo proprio ciò che vi viene descritto, vale a dire che si dice ufficiosamente sul New York Times ciò che Washington non dice ufficialmente, ma che vuole far sapere alle “componenti del Sistema” già citato.)
Quindi abbiamo una buona sintesi di quale sia la “politica ufficiale” degli Stati Uniti nei confronti della questione dell’armamento dei ribelli libici, della posizione del Qatar (e degli Emirati Arabi Uniti) come intermediari operativi, soprattutto nelle consegne di armi, la completa assenza di controllo e comprensione della situazione, anche del comportamento del Qatar, da parte dei vari servizi degli Stati Uniti. Si può anche leggere come l’amministrazione Obama sia stata passiva, in questo caso, a differenza delle varie descrizioni di imbrogli in proposito, come l’abbia appena “seguita”, con il solo panico costante dettato dalla preoccupazione del coinvolgimento in un conflitto sul terreno. Vi fu all’inizio una richiesta dagli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di armi statunitensi ai ribelli libici, con iniziale rifiuto di Washington (paura di essere coinvolta), mentre il Qatar aveva già iniziato, di sua autorità, a consegnare le armi a sua disposizione, di produzione francese e russa. Infine, Washington è entrata nel circuito fornendo armi statunitensi ai suoi amici del Golfo, per i ribelli libici.
Per quanto riguarda il “controllo” esercitato dagli Stati Uniti su queste consegne: “l’amministrazione non ha mai deciso che tutte le armi, pagate dal Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, andassero in Libia, hanno detto i funzionari [...]. Nessuno lo sapeva esattamente“, dice l’ex funzionario della difesa. Il Qatar, ha aggiunto il funzionario, è “un buon alleato presumibilmente, ma gli islamisti che supporta non sono nel nostro interesse.” Nessuna vera sorpresa in ciò, perché tutto quello che ha detto il New York Times è stato espresso dagli autori e dai dissidenti del Sistema, che l’hanno diffuso ampiamente nei media alternativi, soprattutto su Internet. Le peggiori valutazioni della politica degli Stati Uniti sono confermate: incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni che tendono a divenire sempre più estreme e più dubbie, nessuna strategia. La natura incontrollabile e massimalista del comportamento del Qatar, dalle ambizioni grottesche, sembrano essere in gran parte descritte nei chiarimenti forniti dall’articolo.
L’amministrazione Obama inizialmente non sollevò obiezioni, quando il Qatar cominciò ad inviare armi ai gruppi di opposizione in Siria, anche se non l’aveva incoraggiato, secondo attuali ed ex funzionari dell’amministrazione. Hanno detto che le crescenti preoccupazioni degli Stati Uniti, per la Libia, era che il Qatar armasse i militanti sbagliati. Gli Stati Uniti aveva soltanto un piccolo numero di agenti della CIA in Libia, durante i tumulti della ribellione, che fornirono un superficiale controllo all’invio di armi. Poche settimane dopo l’approvazione del piano del Qatar d’inviarvi armi, nella primavera del 2011, la Casa Bianca iniziò a ricevere rapporti secondo cui erano i gruppi militanti islamisti che le ricevevano. Erano “più antidemocratici, più intransigenti, più estremisti nella concezione dell’Islam” dell’alleanza ribelle principale in Libia, ha detto un ex-funzionario del Dipartimento della Difesa.”
Il supporto del Qatar ai combattenti ritenuti ostili dagli Stati Uniti, ha mostrato l’amministrazione Obama lottare in continuazione, nel trattare con le rivolte della primavera araba, poiché cercava di istigare i movimenti di protesta popolare, evitando il coinvolgimento militare statunitense. Basandosi su surrogati per permettere agli Stati Uniti di non lasciare trapelare il loro coinvolgimento nelle operazioni, ma avendo come obiettivo anche di influenzare il conflitto a proprio vantaggio. Per farlo, è necessario disporre sul terreno d’intelligence e avere esperienza“, ha detto Vali Nasr, ex-consulente del Dipartimento di Stato ed attuale preside della Scuola Paul H. Nitze di studi internazionali avanzati, della Johns Hopkins University. “Se vi rivolgete a un paese senza avere queste cose, andate veramente alla cieca. Se vi affidate ad un intermediario, perderete il controllo.” Affermando che il Qatar non avrebbe inviato le armi se gli Stati Uniti si fossero opposti, vari funzionari dell’amministrazione hanno detto che Washington poteva fare leva sui funzionari del Qatar. “Marciavano al suono del loro tamburino“, ha detto un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare.
Il 12 novembre 2012, abbiamo pubblicato un estratto dell’intervento dell’esperto statunitense Flynt Leverett sul caso di Bengasi dell’11 settembre 2012 (l’assassinio dell’ambasciatore Stevens): “Tra le polemiche a Washington sulla cronologia e le dimensioni della risposta della CIA e dei militari degli Stati Uniti all’attacco al consolato degli Stati Uniti a Bengasi, l’11 settembre 2012, vi è un elemento critico che la maggior parte degli esperti non ha sollevato, ma di cui l’amministrazione Obama era molto consapevole: “che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia potrebbe essere stato ucciso da un gruppo armato e sostenuto dagli Stati Uniti o dai loro alleati … [i funzionari dell'amministrazione] sanno che gruppi jihadisti giocano un ruolo sempre più importante sul terreno, nell’opposizione siriana, e Washington vuole occultare questo problema.” Infatti, più volte viene ripreso, in questo articolo NYT, il peso della preoccupazione posta dall’”effetto-Bengasi” (l’omicidio di Stevens) sull’amministrazione Obama. (“Nessuna prova è emersa che colleghi le armi fornite dal Qatar durante la rivolta contro il colonnello libico Muammar Gheddafi, all’attentato in cui sono stati uccisi quattro statunitensi nel complesso diplomatico degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, a settembre.”)
Una descrizione più dettagliata sul coinvolgimento  degli Stati Uniti nel caso libico, dato da un trafficante di armi, ci permette di trarre le nostre conclusioni sul clima prevalente in questo caso, sul coinvolgimento dell’ambasciatore Stevens in particolare, e le strette connessioni tra le azioni clandestine degli USA, i gruppi estremisti, il traffico di armi, la criminalità più o meno organizzata, e sempre meglio organizzata, ecc. Così, viene definita oggi la politica estera generale, e ci dovrebbero essere numerosi interventi di Hillary sui diritti umani e delle donne, la democrazia e tutto il resto, per tentare almeno di lavarne la facciata…
Ecco il caso di Marc Turi. “Il caso di Marc Turi, mercante d’armi statunitensi che aveva cercato di fornire armi alla Libia, illustra le sfide affrontate dagli Stati Uniti sulla Libia. Trafficante che vive in Arizona e ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, il signor Turi vende ami leggere ad acquirenti in Medio Oriente e  Africa, fornendo principalmente armi di concezione russa dell’Europa orientale. Nel marzo 2011, mentre la guerra civile libica si intensificava, il signor Turi si rese conto che la Libia poteva essere un nuovo mercato redditizio, e si rivolse al Dipartimento di Stato per la licenza di fornire armi ai ribelli, secondo una e-mail e altri materiali da egli esibiti. (I cittadini statunitensi sono tenuti ad ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per ogni vendita internazionale di armi.) Inviò una e-mail a J. Christopher Stevens, rappresentante speciale presso l’alleanza ribelle libica. Il diplomatico disse di “voler condividere” la proposta di Turi con i colleghi a Washington, secondo le e-mail fornite dal signor Turi. Stevens, che divenne l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, fu uno dei quattro statunitensi uccisi nell’attacco a Bengasi dell’11 settembre 2012. “La domanda di Turi per una licenza fu respinta alla fine di marzo 2011. Imperterrito, la chiese ancora una volta, questa volta affermando solo che prevedeva di spedire le armi, del valore di oltre 200 milioni di dollari, in Qatar. Nel maggio 2011, la sua richiesta venne approvata. Il signor Turi, in un’intervista, disse che il suo intento era inviare le armi in Qatar, e che “ciò che il governo degli Stati Uniti e del Qatar ne fecero dopo, è affare loro”. Due mesi dopo, però, la sua casa di Phoenix fu perquisita da agenti del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. I funzionari dell’amministrazione dissero che era sotto inchiesta in relazione al suo traffico di armi. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Il signor Turi disse che crede che i funzionari statunitensi volessero bloccare le sue vendite perché intralciava i rapporti dell’amministrazione Obama con il Qatar. Il Qatar, si lamentava, non impose alcun controllo sulla destinazione delle armi. “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle”, ha detto.
Il signor Turi ci fornisce perfettamente la morale di questa storia, o di questo misero pezzo di storia attuale sul Qatar e le armi consegnate per la democrazia e i diritti umani: “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle“… In effetti “la storia continua”, dal momento che la stessa cosa continua ancora oggi in Siria. Vi è quindi una lezione sorprendente sul funzionamento del Sistema e il livello di riflessione del kollabos-cosciente (del Sistema), il giornalista medio-alto del NYT, sul fatto che questo articolo fiorisca, possiamo dire, “come una rosa nel bel mezzo del letame”, tra commenti ed  editoriali dello stesso New York Times che sollecitano l’amministrazione ad armare ed equipaggiare anche gli eroici ribelli siriani, a sostenere il Qatar nei suoi traffici, forse con il Marc Turi del momento, per raggiungere infine l’instaurazione della democrazia in Siria, come in Libia. Almeno a questo livello e in questa attività, la Siria è una replica esatta della Libia, con una fedeltà quasi toccante dopo tutto; una sorta di repulsione straordinariamente potente per tutto ciò che può avere a che fare con l’esperienza e la memoria delle cose e degli atti “incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni sempre più estreme e dubbie, nessuna strategia.”
La tabella di marcia è scritta, col “copia-incolla”, dritto verso il casino tragico e patetico come tutti questi sapiens poveri, portati dalle loro debolezza e arroganza a credersene immuni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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