Le ONG statunitensi in Ucraina: strumenti della politica estera di Washington

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 23/04/2014
10256449Il vicepresidente John Biden è venuto a Kiev per vedere con i propri occhi l’evolversi degli eventi nel Paese. Qui è importante affermare il fatto che l’Ucraina serve a irritare Mosca, che può divenire sua nemica ed è l’unica cosa che Washington vuole dall’Ucraina. La situazione nel Paese è peggiorata al punto da portarlo sull’orlo della guerra civile, ma a Washington non importa. La cosa principale è mantenere al potere il regime fantoccio. Biden è l’autore della politica delle “rivoluzioni colorate” e responsabile di disordini in altri Paesi. Per lui, l’Ucraina è solo un altro banco di prova, come il Nord Africa… Gli statunitensi non sono persone incline alla fantasia, hanno sempre un modello da seguire e misurano tutte le altre nazioni con il loro “criterio democratico” ignorando caratteristiche razziali e religiose. La stessa cosa si ripete a Kiev. La Casa Bianca dice che Biden incontrerà i capi della società civile per discuterne il ruolo nel rafforzamento delle istituzioni democratiche. Non è un caso che le ONG siano al centro della sua attenzione, miliardi di dollari vengono spesi per tenerle a galla per produrre i risultati previsti. Il governo dell’Ucraina ha utilizzato ogni occasione per sottolineare la sua indipendenza, mentre è abbastanza docile e remissivo verso tutte le organizzazioni non governative e le agenzie speciali straniere che agiscono nel territorio dell’Ucraina. Non importa che le ONG statunitensi sottolineino sempre quanto aperte, democratiche e trasparenti siano, in realtà agiscono come un club dai criteri di arruolamento  normalmente praticati dalla CIA quando sceglie gli agenti per le missioni per rafforzare l’influenza statunitense. Come regola generale, le posizioni principali sono detenute da soggetti appositamente selezionati e pronti a rappresentare gli interessi degli Stati Uniti in altri Paesi, l’Ucraina nel caso specifico, in cambio di una remunerazione finanziaria. Cercano di coinvolgere esperti ed élite ucraini nelle loro attività, mentre conferenze e seminari vengono utilizzati per raccogliere informazioni su politica, potenziale militare, economia, così come vita religiosa e sociale del Paese. Successivamente i dati vengono inviati ai corrispondenti centri di elaborazione delle informazioni e  analisi negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti rappresentano la maggior parte delle ONG straniere in Ucraina, tra cui ad esempio le ben note NDI (National Democratic Institute), IRI (International Republican Institute), e NED (National Endowment for Democracy). L’ambasciata degli Stati Uniti in Ucraina è attivamente coinvolta nel finanziamento estero e nella distribuzione di sovvenzioni. L’internazionale “Vozrozhdenie” è tenuta in speciale considerazione, incaricata di 500-600 progetti. L’organizzazione è un’idea del magnate finanziario George Soros. Per meriti eccezionali “Vozrozhdenie” è incaricata dei fondi destinati a media, assistenza sanitaria, sociologia e altre necessità. La Polonia ha ricordato di recente che alcuni territori dell’Ucraina le appartenevano in passato, quindi ha avviato un’attiva propaganda nelle zone di confine. Non svolge tali attività in modo indipendente; gli Stati Uniti usano le ONG polacche come strumenti della loro politica estera.  Il ruolo della Polonia è limitato all’espansione della presenza delle ONG statunitensi in Ucraina. La missione è la stessa, raccogliere informazioni e inviarle agli Stati Uniti, così come creare fonti informative al servizio degli interessi degli Stati Uniti nella regione. Oltre la russofobia, Polonia e Stati Uniti istigano e provocano l’ostilità degli ucraini verso la Russia. Le ONG polacche hanno diffuso una rete di filiali operanti formalmente nell’ambito della società civile. I nazionalisti radicali di Pravy Sektor hanno la loro parte nelle attività. La Polonia opera costantemente per penetrare Stato e strutture pubbliche ucraini. Si prenda la Fondazione degli aiuti ai polacchi in Oriente (Fundacja Pomoc Polakom na Wschodzie), fondata nel 1992 da Ministero delle Finanze, Ministero degli Esteri, Senato e Ministero della Cultura  polacchi. Gli obiettivi ufficialmente dichiarati è  prestare aiuto alla diaspora dei Kresy (“confini orientali), sviluppando lingua, cultura, spirito nazionale e coscienza di sé dei polacchi, creando condizioni favorevoli ai progetti politici, cooperando con organizzazioni polacche all’estero per collegarle con i gruppi polacchi. Ma basta dare uno sguardo a coloro che dirigono la Fondazione per capirne lo stretto collegamento con lo Stato: i suoi servizi speciali e l’apparato della propaganda. Ora Varsavia ha mano libera per espandere la propria influenza in Ucraina, mentre il governo ucraino ha dimenticato che governa un Paese indipendente, consentendo a Stati Uniti e Polonia di fare ciò che vogliono sul suolo ucraino. L’Ucraina è diventata una base sicura per le ONG che propagano estremismo, separatismo e nazionalismo, e sono coinvolte nella manipolazione delle persone fino alla vera e propria ingerenza negli affari interni. Secondo diverse stime, ci sono oltre 500 ONG internazionali che utilizzano Internet come strumento operativo principale. Molto spesso assumono il ruolo di giudici della politica statale e dell’opinione pubblica. Agiscono in base a ciò che gli Stati Uniti gli dettano per divenire una forza radicale. Vi sono gruppi speciali interagenzia della comunità d’intelligence USA che coordinano le attività delle ONG in Ucraina. Per esempio, il National Intelligence Council (NIC) controlla la National Intelligence per la Russia e l’Eurasia nella sua struttura. L’unità è sottoposta al direttore della National Intelligence ed è responsabile del National Intelligence Estimate, il rapporto redatto in base alle informazioni da fonti aperte, regolarmente trasmessa al presidente degli Stati Uniti. Insieme ad altri servizi operativi guida le attività delle ONG occidentali e filo-occidentali in Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica, creando una rete d’influenza multi-stadio.
Gli ucraini passano dei momenti difficili imposti del modello straniero di democrazia, mentre  Washington s’ingerisce grossolanamente negli affari interni di uno Stato a migliaia di chilometri dal CONUS. La Casa Bianca ha assunto il ruolo di tutore del regime di Kiev, rendendosi responsabile dei crimini commessi dai provvisori governanti ucraini contro il loro popolo. Cerca di distogliere l’attenzione dal fallimento del regime ucraino incitando l’odio contro i russi. La storia delle due nazioni fraterne è distorta, i russofoni sono oppressi mentre la lingua russa è stata bandita, i russi vengono dichiarati minoranza nazionale ed i patrioti ucraini nel Sud-Est che scendono in piazza per protesta insieme alle loro famiglie, vengono definiti separatisti. I golpisti al potere hanno le mani sporche del sangue dei loro compatrioti. Ma tutti coloro che si rifiutano di piegarsi a loro vengono posti fuorilegge. Ci sono milioni di persone che violerebbero la legge, e che rappresentano la maggioranza della popolazione del Paese. Migliaia di giovani ucraini sono perduti nel mondo contemporaneo avendo perso senso morale. Il risveglio spirituale e la rottura con l’ideologia imposta dall’estero è ciò di cui l’Ucraina di oggi ha bisogno più di tutti. Le ONG finanziate dagli USA non hanno alcun ruolo da svolgere. Il vicepresidente Biden chiama tali organizzazioni “leader della società civile”, mentre discute del loro ruolo nel rafforzare il regime che combatte il proprio popolo.
Secondo la dichiarazione della Casa Bianca, la visita del vicepresidente Joe Biden in Ucraina è volta a mostrarne il sostegno degli Stati Uniti. Washington sa che il governo provvisorio a Kiev è sull’orlo del collasso. Ma la sua caduta equivarrebbe a una sconfitta degli Stati Uniti. Biden è atterrato a Kiev per salvare la faccia agli USA e definire le modalità della ritirata in caso di necessità. Con il pretesto degli impegni globali, la Casa Bianca s’è focalizzata sulla missione locale mantenendo al potere in Ucraina i suoi burattini… Il Paese è allo sbando; il piano per convertirlo in un trampolino di lancio antirusso non è riuscito. Un altro fallimento globale degli Stati Uniti che Biden deve coprire con dichiarazioni sulla “difesa dell’unità e dell’indipendenza dell’Ucraina e la restaurazione del suo onore ed orgoglio nazionali”. Ma i risultati della visita raccontano una storia diversa.
In primo luogo, nessuno ha dubbi, ora, che gli impostori a Kiev dipendano completamente da Washington. La crisi in Ucraina si diffonde su tutta la nazione. La situazione richiede misure urgenti. Gli statunitensi commettono un altro errore cercando di sostituire la gestione globale della crisi nazionale con la dichiarata “de-escalation” in Oriente.
In secondo luogo, appare chiaro a Washington che i governanti a Kiev non possono difenderne gli interessi in Ucraina, come previsto. L’influenza statunitense riguarda solo un numero limitato di singoli politici ucraini dalla scarsa popolarità. La frustrazione degli Stati Uniti è stata dimostrata dal modo in cui le cosiddette elezioni previste per maggio sono state discusse dai partiti. Alcuna campagna elettorale è possibile da quando il potere centrale ha occupato intere regioni con la forza. L’intero processo elettorale si riduce a una lunga lista di candidati, ma non c’è nessuno su cui gli Stati Uniti possono contare. Come potrebbe una vittoria “democratica” essere garantita quando la maggioranza della popolazione non ha voglia di esprimere la propria volontà? Ma il vicepresidente Biden ha detto a Kiev di andare avanti con la missione.
In terzo luogo, va ricordato che Biden è personalmente responsabile del crollo dello Stato ucraino. Alla fine di gennaio, Biden esortò il presidente ucraino Janukovich a rispondere alle preoccupazioni legittime dei manifestanti e a proteggere le libertà democratiche. Biden disse allora che le violenze da qualsiasi lato erano inaccettabili ma che solo il governo dell’Ucraina poteva por fine alla crisi. Il vicepresidente disse anche a Janukovich che ulteriori violenze avrebbero avuto conseguenze nei rapporti dell’Ucraina con gli Stati Uniti, che valutava sanzioni. Oggi ha un’altra faccia, esortando i nuovi governanti a Kiev ad usare la forza in Ucraina orientale. A gennaio Biden chiedeva di rispondere alle richieste dei manifestanti pacifici sottolineando l’importanza del dialogo con l’opposizione e la necessità di trovare una via d’uscita dalla crisi sulla base di un compromesso. Ora vuole impedire di venire incontro all’Oriente. Secondo lui, la volontà del popolo scuote le “fondamenta della società democratica”. Solo persone assai ingenue non possono vedervi lo sfacciato ipocrita che è.
In quarto luogo, le sue osservazioni alla Verkhovna Rada (parlamento) erano insolitamente dure. Ancora una volta ha sottolineato che l’ingerenza della Russia negli affari interni dell’Ucraina è inaccettabile. Solo pochi giorni prima del referendum in Crimea, Kerry minacciava che “i mezzi diplomatici per gestire la crisi potrebbero esaurirsi presto”. Gli avvertimenti degli Stati Uniti non hanno prodotto i risultati attesi. E’ il momento per l’amministrazione statunitense di re-impostare l’approccio nei confronti della Russia. Joe Biden ha condiviso la sua visione del posto della Russia sulla scena internazionale, in un’intervista con il Wall Street Journal. Secondo lui, la situazione nel mondo cambia, mentre la Russia cerca di attaccarsi a un passato traballante rischiando di perdere faccia e postura imperiale. Ammise che Washington doveva agire con cautela, citando anche  suo padre che gli disse di non mettere mai un uomo in un angolo senza via di scampo, puntandosi un dito sulla testa. Ma Biden Jr. porta gli Stati Uniti in un vicolo cieco in Ucraina, vicolo cieco lungi dal lasciare una via di fuga. Non c’è nulla di concreto che il curatore di Kiev possa offrire.
Quinto luogo, intervenendo ad un incontro con i deputati ucraini, Biden ha detto che gli Stati Uniti sostengono l’Ucraina di fronte a “minacce umilianti”, intendendo la Russia. Eppure, molti parlamentari ucraini che non hanno simpatia per la Russia trovano l’aiuto economico offerto dagli Stati Uniti imbarazzante. Gli Stati Uniti fornirebbero 50 milioni di dollari per le riforme politiche ed economiche in Ucraina, tra cui 11 milioni per le elezioni presidenziali del 25 maggio, e ancora 8 milioni per l’assistenza militare non letale, come apparecchiature per lo sminamento e radio. Nulla in confronto a ciò che è stato speso per il colpo di Stato. Gli ucraini sono sconvolti da tali briciole offerte dalla tavola del padrone. Kiev ricorda ancora l’importo degli aiuti economici ricevuti dalla Russia fin dal crollo dell’Unione Sovietica, di circa 250 miliardi di dollari.
In sesto luogo, la visita ha mostrato che gli Stati Uniti sono inclini a discutere dietro le quinte del destino del Paese con le autorità illegittime. La cecità di Kiev è stupefacente. Guarda la patria attraverso il prisma delle ostilità nei confronti della Russia. L’ottica russofoba distorce la realtà al di là del dovuto. Gli appelli del vicepresidente di “smettere di parlare e cominciare ad agire” perseguono l’unico obiettivo di far collassare l’Ucraina trasformandola in un satellite degli USA per minacciarne i vicini. Non solo la Russia, ma tutti i vicini. Gli USA non si preoccupano dell’opinione degli alleati europei. Non è venuto in mente al vicepresidente di tenere consultazioni preliminari con i partner dell’Unione europea. Si ha l’impressione che non abbia mai letto la dichiarazione finale di Ginevra sull’Ucraina firmata dagli europei. L’avvertimento di Biden alla Russia che un ulteriore “comportamento provocatorio” porterebbe ad un “maggiore isolamento”, sembra assai arcaico, qualcosa che non ha alcuna relazione con i recenti tentativi diplomatici di gestire la crisi ucraina. Parlando di “de-escalation” Biden continua a spingere Kiev ad iniziare una guerra contro il proprio popolo.

1779264La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line  della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Agenti segreti infiltrati nei media

Hisham Hamza, Réseau International 17 settembre 2013

Ufficialmente, la DGSE è l’unico a contare tra le sue fila agenti sotto copertura inseriti nella vita civile, compresi dei giornalisti impiegati nei media mainstream.”
La spia del Presidente”, Didier Hassoux, Christophe Labbé e Olivia Recassens 2012

Bernard Bajolet

Bernard Bajolet, nuovo direttore della DGSE

La stampa e la radiotelevisione francesi hanno diffuso una nota declassificata dell’intelligence circa le “prove” del coinvolgimento del regime siriano nell’uso di armi chimiche contro i “ribelli” e la popolazione civile. Il presente documento (disponibile su diversi siti, tra cui quello della CRIF) è una sintesi sviluppata congiuntamente dal DGSE (Servizio d’intelligence estera) e dalla DRM (Direzione dell’intelligence militare).
In 48 ore, si sono visti dibattiti audiovisivi o leggere editoriali che mettano in discussione la veridicità del documento? Nessuno. Si deve andare su social network, blog di attivisti e siti alternativi per vedere analisi o pareri che svelino l’argomentazione fallace di questa nota ufficiale. Una doppia leggenda continua però ad avere vita facile: la stampa francese è piuttosto di “sinistra” e la sinistra è naturalmente incline all’antimilitarismo. L’apatia dei giornalisti francesi davanti alle “prove” dell’intelligence militare, per giustificare l’intervento militare in Siria, dimostra che non è così. Come spiegarlo? Al di là della mentalità da mandria degli uni e dell’indifferenza degli altri, una terza causa può illuminare un atteggiamento così rassegnato tra molti giornalisti, che si pretende costituiscano un contropotere.
Pubblicato nel gennaio 2012, l’e-book ‘La spia del Presidente‘ sull’ex-direttore del DCRI, conferma un segreto di pulcinella: i servizi segreti francesi, sia esterni (DGSE) che interni (DCRI), impiegano agenti coperti e giornalisti infiltrati nei grandi media francesi. La loro missione? Spiare i loro colleghi che indagano e, se necessario, intervenire per disinformare il pubblico su questioni relative alle questioni di sicurezza nazionale. I servizi possono anche finanziare l’addestramento di un futuro giornalista, come confermato da Jean Guisnel nel suo libro sulla storia della DGSE. Infine, alcuni giornalisti già sul posto, possono essere attivati per missioni specifiche con il pretesto del patriottismo e/o del denaro. Tranne ai loro reclutatori, non è noto il loro numero o identità. Solo con la pubblicazione di un libro pieno di rivelazioni, alcuni nomi poterono esser fatti. Come nel caso di Jean-Pierre Van Geirt, ex giornalista di TF1 che fu ‘smascherato’ dall’ex direttore dell’intelligence generale. Altri possono scegliere di confessarlo, come avvenne ad aprile con Denaud Patrick, ex-corrispondente di guerra.
Ma la questione si pone, evidentemente, in periodo di guerra, se la Francia decidesse di attaccare la Siria, l’opinione pubblica potrà essere deliberatamente presa di mira dalla propaganda e dalla disinformazione per garantirsi che sostenga qualsiasi manovra militare su larga scala. Quando il DGSE pubblica un documento rilanciato dai media, in cui sono già inseriti alcuni suoi agenti (travestiti da giornalisti), diventa necessario, in relazione alla verità e all’interesse generale,  dubitare di sostenitori e approfittatori di questa operazione di comunicazione. Ovviamente, molti giornalisti non hanno bisogno di essere pagati dai servizi segreti, se del caso, per farsi strumentalizzare fornendo specifici servizi o, più in generale, chiudendo gli occhi sulla disinformazione fomentata dai loro capi di redazione. La crescente insicurezza del lavoro contribuisce all’auto-censura e all’anestesia del pensiero critico. È per questo che i media mainstream non hanno ritenuto necessario soffermarsi sul significato e le conseguenze della nomina di Hollande Christophe Bigot, a direttore strategico del DGSE, il 1 settembre. La coincidenza è gustosa: l’ex-ambasciatore in Israele, ammiratore delle pulizie etniche di David Ben Gurion e vicino alla classe politica di Tel Aviv, inizia i suoi compiti, mentre la Francia è in procinto di entrare in guerra contro la Siria, un Paese per cui il clan Netanyahu aspetta con ansia (dal 1996) un cambiamento di regime. E la sua nomina certamente contribuirà a rafforzare la stretta collaborazione occulta, tessuta fin dagli anni ’50 e descritta dallo storico Yvonnick Denol, tra servizi segreti francesi ed israeliani. Ecco perché la DGSE e la DCRI non dovrebbero incontrare difficoltà nel tentativo di modellare l’opinione pubblica attraverso le redazioni francesi da esse infiltrate. Oltre alla docilità dei veri giornalisti, vi sono ancor più numerosi agenti segreti sotto copertura, sempre pronti a farsi prendere la mano giocando al “soldatino” dell’ombra.
A titolo di esempio, una rivista regionale ha, con ogni probabilità, reso un favore al nuovo direttore della DGSE. Ad aprile, ho scritto per Oumma un breve ritratto di Bernard Bajolet. In particolare mi ricordo un aneddoto: il grande capo dei servizi segreti giocava a backgammon con Bashar al-Assad in gioventù. Per rendere visibile l’aura del personaggio, ho inserito un video di Bernard Bajolet, ripreso da La Presse di Vesoul. Come un signore aristocratico, ha mostrato le sue belle fontane  suggerendo di esser felice di avere acquisito l’opulenta proprietà nella regione. Nulla di scandaloso, a priori. Tuttavia, di recente ho scoperto, guardando l’articolo su Oumma, che questo video, pubblicato da La Presse di Vesoul a dicembre, era stato eliminato dopo la pubblicazione del mio articolo. Qualcuno della DGSE, direttamente a Dailymotion o tramite il giornale locale, ha fatto ritirare senza spiegazione questo video. Non c’era alcun rischio per la vita e la reputazione di Bernard Bajolet. Se il personaggio è in realtà discreto, immagini del suo viso circolano su internet e il suo domicilio presso Vesoul è facilmente identificabile. Non importa: lo zelo di un alto funzionario della DGSE ha rimosso un innocuo video dalla rete.
Se si è in grado, stando ai vertici dello Stato, di censurare un video innocuo prodotto da un giornale locale, è facile immaginare quali significativi mezzi di pressione vengono usati per nascondere informazioni che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale. O, più precisamente, sull’immagine dei nostri leader.
Addendum 08/09: il quotidiano inglese The Guardian ha oggi dedicato un articolo sui giornalisti-spia nel Regno Unito e sull’impatto di questo doppio impiego nella presentazione politico-multimediale della questione siriana.

Il terrorista Haisam abu Omar, già arrestato per l'assalto dell'ambasciata siriana a Roma del 10 febbraio 2012, è il criminale cerchiato di rosso nella fotografia, invece, la signorina, è l'inviata della RAI Tg-3 Lucia Goracci.

Il terrorista e criminale Haisam ‘abu Omar’, arrestato per l’assalto all’ambasciata siriana del 10 febbraio 2012, assieme all’inviata speciale del TG-3 della RAI Lucia Goracci, velina della NATO, propagandista islamista e supporter del terrorismo in Libia e Siria.

Lucia Goracci e Hasaim 'abu Omar'

Lucia Goracci e Haisam ‘abu Omar’

Husaim 'abu Omar' cerchiato in rosso

Haisam ‘abu Omar’, cerchiato in rosso

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La misteriosa Margaret Thatcher e i suoi fantasmi

Aangirfan, 14 aprile 2013

547446Shirley Bassey è un’icona dei gay ed era una cara amica di Margaret Thatcher. É stata invitata al funerale di Thatcher. François Mitterand, l’ex presidente francese, suggerì che Margaret Thatcher aveva “gli occhi di Caligola.” Margaret Thatcher li trattava tutti come una malattia.
Quando Thatcher andò al potere, nel 1979, la produzione rappresentava circa il 26% del PIL del Regno Unito. Nel 2011 produzione era il 10,8% del PIL. “Dopo i suoi 11 anni al potere, la spesa pubblica era ancora alta. Il peso dello Stato centralizzato aumentò anziché diminuire. E nonostante tutti i suoi proclami di aver riacceso lo spirito di’impresa, il tasso di crescita economica negli anni ’80 fu solo di poco più elevato che negli anni ’70.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
Il primo collaboratore della Thatcher, Peter Morrison, avrebbe abusato di ragazzi. Ex ministro dice che il collaboratore della Thatcher era un pedofilo. L’amico di Thatcher, Sir Jimmy Savile, avrebbe presumibilmente fornito bambini ai membri dell’élite.
Secondo Geoff Ford, presidente della Ford Aerospace e della Ford Components Manufacturers, “Margaret Thatcher ha inflitto danni incalcolabili alla produzione e ne subiamo le conseguenze negative ancora oggi. Chiuse le miniere e lasciò andare in malora l’industria pesante. Non sostenne la produzione, come fece la Germania.” Ford dice che l’abbandono dell’industria pesante ha portato al calo della domanda dei prodotti metalmeccanici. Ciò ha inciso sulla catena di approvvigionamento e ha depresso l’economia.
Il ministro degli Esteri della Thatcher, Peter Carrington, fece credere all’Argentina che la Gran Bretagna voleva liberarsi delle Isole Falkland. L’Argentina quindi le invase. “Qualcuno dell’amministrazione Reagan supportava l’Argentina piuttosto che la Gran Bretagna sulle Falkland, e il presidente affiancò Thatcher solo all’ultimo momento”. Come Sir Nicholas Henderson, l’allora ambasciatore britannico a Washington, ricordò in seguito, “Se avessi riferito quello che la Thatcher pensava veramente del presidente Reagan, avrei danneggiato le relazioni anglo-statunitensi.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
In un’intervista con The Guardian, il 9 gennaio del 1984, l’ex ministro del governo inglese Enoch Powell, dichiarò che gli statunitensi assassinarono Airey Neave, amico di Mountbatten e Thatcher. Powell affermò di averne avuto le prove da un membro della Royal Ulster Constabulary, con il quale ebbe una conversazione. (Simon Heffer, Like the Roman: The Life of Enoch Powell, 1999, p 881). Lord Mountbatten si dice fosse un ospite della Casa dei ragazzi nordirlandese di Kincora, che “era gestito virtualmente come un bordello gay dai leader lealisti e dall’MI5.” (Lord Mountbatten collegato ai bambini di Kincora – Regno Unito) (Aangirfan: Pedofilia nella Casa dei ragazzi di Kincora)
Negli Stati Uniti, nel novembre 1982, cinque uomini furono assolti dall’accusa di contrabbando di armi per l’IRA, dopo che avevano rivelato che la CIA ne aveva approvato la spedizione. Il 12 ottobre 1984 esplose una bomba al Grand hotel a Brighton, in Inghilterra. La bomba, piazzata da Patrick Magee, membro del Provisional Irish Republican Army (IRA) era destinata a uccidere il primo ministro Margaret Thatcher e il suo gabinetto, che alloggiavano nell’hotel per la conferenza del partito conservatore. L’Esercito di Liberazione Nazionale irlandese era un rivale dell’IRA Ufficiale, e potrebbe essere stato creato al fine di indebolire la causa nazionalista. C’è una teoria secondo cui molti gruppi terroristici irlandesi, non siano che mafie gestite da elementi della CIA e dell’MI6, allo scopo di finanziarsi con il traffico di droga e armi. Kevin Fulton, un ex-soldato inglese affermò che si era recato a New York, dove incontrò agenti dell’FBI e dell’MI5 che gli diedero il denaro per comprare un dispositivo a raggi infrarossi da utilizzare per innescare le bombe dell’IRA. (Congress probes ‘IoS’ revelations on IRA link) L’INLA uccise 113 persone negli anni ’80 e ’90.
Quando l’amico intimo di Margaret Thatcher, Airey Neave, venne assassinato nel 1979 con un’auto-bomba nel parcheggio della Camera dei Comuni, l’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese (INLA) ne venne incolpato. Il giornalista Paul Routledge, nel suo libro Public Servant Secret Agent, fece balenare l’idea che Neave fosse stato ucciso da elementi dell’MI6 e della CIA. Nel 2002, il giornalista Paul Donovan scrisse sull’Irish DemocratUna ragnatela di intrighi.” Secondo Donovan:
1. Neave cercò di eliminare la corruzione nei servizi di sicurezza.
2. Neave fu ucciso da una bomba. Gerald James, ex-capo della società di armamenti Astra Holdings, scrisse che l’interruttore al mercurio della bomba era a disposizione solo della CIA, all’epoca.
3. Enoch Powell affermò che la CIA voleva un’Irlanda unita nell’ambito della NATO.
Da Wikipedia apprendiamo: Il politico inglese Tony Benn scrisse nel suo diario (17 febbraio 1981) che un giornalista del New Statesman, Duncan Campbell, gli disse che aveva ricevuto informazioni da un agente dell’intelligence due anni prima che Neave avesse pensato di assassinare Benn se vi fosse stata la possibilità che Benn venisse eletto leader del partito laburista. Il New Statesman pubblicò il pezzo il 20 febbraio 1981, indicando l’agente come Lee Tracey. Tracey affermò di aver incontrato Neave, che gli chiese di far parte di un team di specialisti d’intelligence e della sicurezza, affinché fosse sicuro che “Benn venisse fermato.” Tracey programmò un secondo incontro con Neave, ma questi venne ucciso prima di poterlo incontrare di nuovo. Kevin Cahill, un giornalista investigativo irlandese, sostiene che Neave stava per avviare una massiccia revisione dei servizi di sicurezza, possibilmente arrivando alla fusione di MI5 e MI6, a causa del fatto che riteneva i servizi di sicurezza corrotti. Cahill suggerisce che l’omicidio di Neave sia collegato all’omicidio di Sir Richard Sykes e al tentato omicidio di Christopher Tugendhat, nel dicembre 1980. Cahill sostiene che Neave sarebbe divenuto il capo dei servizi di sicurezza combinati con Sykes e Tugendhat come suoi vice: Sykes responsabile delle operazioni estere e Tugendhat responsabile delle operazioni interne. Cahill concluse che Neave sia stato assassinato da agenti dell’MI6 che lavoravano con la CIA, perché Neave cercava di perseguire importanti personaggi dell’intelligence per corruzione.
Il 18 ottobre 1986, Enoch Powell tornò sul tema della morte di Neave in un discorso agli studenti conservatori di Birmingham. Disse che l’INLA non aveva ucciso Neave, ma che era stato assassinato dall’”MI6 e dai suoi amici“. Powell affermò che la politica di Neave sull’Irlanda del Nord era integrarla con il resto del Regno Unito. Il suo omicidio, presunse Powell, aveva lo scopo di far adottare al governo britannico una politica più accettabile per gli USA, nel perseguire l’obiettivo di una Irlanda unita nell’ambito della NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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