Agenti segreti infiltrati nei media

Hisham Hamza, Réseau International 17 settembre 2013

Ufficialmente, la DGSE è l’unico a contare tra le sue fila agenti sotto copertura inseriti nella vita civile, compresi dei giornalisti impiegati nei media mainstream.”
La spia del Presidente”, Didier Hassoux, Christophe Labbé e Olivia Recassens 2012

Bernard Bajolet

Bernard Bajolet, nuovo direttore della DGSE

La stampa e la radiotelevisione francesi hanno diffuso una nota declassificata dell’intelligence circa le “prove” del coinvolgimento del regime siriano nell’uso di armi chimiche contro i “ribelli” e la popolazione civile. Il presente documento (disponibile su diversi siti, tra cui quello della CRIF) è una sintesi sviluppata congiuntamente dal DGSE (Servizio d’intelligence estera) e dalla DRM (Direzione dell’intelligence militare).
In 48 ore, si sono visti dibattiti audiovisivi o leggere editoriali che mettano in discussione la veridicità del documento? Nessuno. Si deve andare su social network, blog di attivisti e siti alternativi per vedere analisi o pareri che svelino l’argomentazione fallace di questa nota ufficiale. Una doppia leggenda continua però ad avere vita facile: la stampa francese è piuttosto di “sinistra” e la sinistra è naturalmente incline all’antimilitarismo. L’apatia dei giornalisti francesi davanti alle “prove” dell’intelligence militare, per giustificare l’intervento militare in Siria, dimostra che non è così. Come spiegarlo? Al di là della mentalità da mandria degli uni e dell’indifferenza degli altri, una terza causa può illuminare un atteggiamento così rassegnato tra molti giornalisti, che si pretende costituiscano un contropotere.
Pubblicato nel gennaio 2012, l’e-book ‘La spia del Presidente‘ sull’ex-direttore del DCRI, conferma un segreto di pulcinella: i servizi segreti francesi, sia esterni (DGSE) che interni (DCRI), impiegano agenti coperti e giornalisti infiltrati nei grandi media francesi. La loro missione? Spiare i loro colleghi che indagano e, se necessario, intervenire per disinformare il pubblico su questioni relative alle questioni di sicurezza nazionale. I servizi possono anche finanziare l’addestramento di un futuro giornalista, come confermato da Jean Guisnel nel suo libro sulla storia della DGSE. Infine, alcuni giornalisti già sul posto, possono essere attivati per missioni specifiche con il pretesto del patriottismo e/o del denaro. Tranne ai loro reclutatori, non è noto il loro numero o identità. Solo con la pubblicazione di un libro pieno di rivelazioni, alcuni nomi poterono esser fatti. Come nel caso di Jean-Pierre Van Geirt, ex giornalista di TF1 che fu ‘smascherato’ dall’ex direttore dell’intelligence generale. Altri possono scegliere di confessarlo, come avvenne ad aprile con Denaud Patrick, ex-corrispondente di guerra.
Ma la questione si pone, evidentemente, in periodo di guerra, se la Francia decidesse di attaccare la Siria, l’opinione pubblica potrà essere deliberatamente presa di mira dalla propaganda e dalla disinformazione per garantirsi che sostenga qualsiasi manovra militare su larga scala. Quando il DGSE pubblica un documento rilanciato dai media, in cui sono già inseriti alcuni suoi agenti (travestiti da giornalisti), diventa necessario, in relazione alla verità e all’interesse generale,  dubitare di sostenitori e approfittatori di questa operazione di comunicazione. Ovviamente, molti giornalisti non hanno bisogno di essere pagati dai servizi segreti, se del caso, per farsi strumentalizzare fornendo specifici servizi o, più in generale, chiudendo gli occhi sulla disinformazione fomentata dai loro capi di redazione. La crescente insicurezza del lavoro contribuisce all’auto-censura e all’anestesia del pensiero critico. È per questo che i media mainstream non hanno ritenuto necessario soffermarsi sul significato e le conseguenze della nomina di Hollande Christophe Bigot, a direttore strategico del DGSE, il 1 settembre. La coincidenza è gustosa: l’ex-ambasciatore in Israele, ammiratore delle pulizie etniche di David Ben Gurion e vicino alla classe politica di Tel Aviv, inizia i suoi compiti, mentre la Francia è in procinto di entrare in guerra contro la Siria, un Paese per cui il clan Netanyahu aspetta con ansia (dal 1996) un cambiamento di regime. E la sua nomina certamente contribuirà a rafforzare la stretta collaborazione occulta, tessuta fin dagli anni ’50 e descritta dallo storico Yvonnick Denol, tra servizi segreti francesi ed israeliani. Ecco perché la DGSE e la DCRI non dovrebbero incontrare difficoltà nel tentativo di modellare l’opinione pubblica attraverso le redazioni francesi da esse infiltrate. Oltre alla docilità dei veri giornalisti, vi sono ancor più numerosi agenti segreti sotto copertura, sempre pronti a farsi prendere la mano giocando al “soldatino” dell’ombra.
A titolo di esempio, una rivista regionale ha, con ogni probabilità, reso un favore al nuovo direttore della DGSE. Ad aprile, ho scritto per Oumma un breve ritratto di Bernard Bajolet. In particolare mi ricordo un aneddoto: il grande capo dei servizi segreti giocava a backgammon con Bashar al-Assad in gioventù. Per rendere visibile l’aura del personaggio, ho inserito un video di Bernard Bajolet, ripreso da La Presse di Vesoul. Come un signore aristocratico, ha mostrato le sue belle fontane  suggerendo di esser felice di avere acquisito l’opulenta proprietà nella regione. Nulla di scandaloso, a priori. Tuttavia, di recente ho scoperto, guardando l’articolo su Oumma, che questo video, pubblicato da La Presse di Vesoul a dicembre, era stato eliminato dopo la pubblicazione del mio articolo. Qualcuno della DGSE, direttamente a Dailymotion o tramite il giornale locale, ha fatto ritirare senza spiegazione questo video. Non c’era alcun rischio per la vita e la reputazione di Bernard Bajolet. Se il personaggio è in realtà discreto, immagini del suo viso circolano su internet e il suo domicilio presso Vesoul è facilmente identificabile. Non importa: lo zelo di un alto funzionario della DGSE ha rimosso un innocuo video dalla rete.
Se si è in grado, stando ai vertici dello Stato, di censurare un video innocuo prodotto da un giornale locale, è facile immaginare quali significativi mezzi di pressione vengono usati per nascondere informazioni che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale. O, più precisamente, sull’immagine dei nostri leader.
Addendum 08/09: il quotidiano inglese The Guardian ha oggi dedicato un articolo sui giornalisti-spia nel Regno Unito e sull’impatto di questo doppio impiego nella presentazione politico-multimediale della questione siriana.

Il terrorista Haisam abu Omar, già arrestato per l'assalto dell'ambasciata siriana a Roma del 10 febbraio 2012, è il criminale cerchiato di rosso nella fotografia, invece, la signorina, è l'inviata della RAI Tg-3 Lucia Goracci.

Il terrorista e criminale Haisam ‘abu Omar’, arrestato per l’assalto all’ambasciata siriana del 10 febbraio 2012, assieme all’inviata speciale del TG-3 della RAI Lucia Goracci, velina della NATO, propagandista islamista e supporter del terrorismo in Libia e Siria.

Lucia Goracci e Hasaim 'abu Omar'

Lucia Goracci e Haisam ‘abu Omar’

Husaim 'abu Omar' cerchiato in rosso

Haisam ‘abu Omar’, cerchiato in rosso

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La misteriosa Margaret Thatcher e i suoi fantasmi

Aangirfan, 14 aprile 2013

547446Shirley Bassey è un’icona dei gay ed era una cara amica di Margaret Thatcher. É stata invitata al funerale di Thatcher. François Mitterand, l’ex presidente francese, suggerì che Margaret Thatcher aveva “gli occhi di Caligola.” Margaret Thatcher li trattava tutti come una malattia.
Quando Thatcher andò al potere, nel 1979, la produzione rappresentava circa il 26% del PIL del Regno Unito. Nel 2011 produzione era il 10,8% del PIL. “Dopo i suoi 11 anni al potere, la spesa pubblica era ancora alta. Il peso dello Stato centralizzato aumentò anziché diminuire. E nonostante tutti i suoi proclami di aver riacceso lo spirito di’impresa, il tasso di crescita economica negli anni ’80 fu solo di poco più elevato che negli anni ’70.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
Il primo collaboratore della Thatcher, Peter Morrison, avrebbe abusato di ragazzi. Ex ministro dice che il collaboratore della Thatcher era un pedofilo. L’amico di Thatcher, Sir Jimmy Savile, avrebbe presumibilmente fornito bambini ai membri dell’élite.
Secondo Geoff Ford, presidente della Ford Aerospace e della Ford Components Manufacturers, “Margaret Thatcher ha inflitto danni incalcolabili alla produzione e ne subiamo le conseguenze negative ancora oggi. Chiuse le miniere e lasciò andare in malora l’industria pesante. Non sostenne la produzione, come fece la Germania.” Ford dice che l’abbandono dell’industria pesante ha portato al calo della domanda dei prodotti metalmeccanici. Ciò ha inciso sulla catena di approvvigionamento e ha depresso l’economia.
Il ministro degli Esteri della Thatcher, Peter Carrington, fece credere all’Argentina che la Gran Bretagna voleva liberarsi delle Isole Falkland. L’Argentina quindi le invase. “Qualcuno dell’amministrazione Reagan supportava l’Argentina piuttosto che la Gran Bretagna sulle Falkland, e il presidente affiancò Thatcher solo all’ultimo momento”. Come Sir Nicholas Henderson, l’allora ambasciatore britannico a Washington, ricordò in seguito, “Se avessi riferito quello che la Thatcher pensava veramente del presidente Reagan, avrei danneggiato le relazioni anglo-statunitensi.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
In un’intervista con The Guardian, il 9 gennaio del 1984, l’ex ministro del governo inglese Enoch Powell, dichiarò che gli statunitensi assassinarono Airey Neave, amico di Mountbatten e Thatcher. Powell affermò di averne avuto le prove da un membro della Royal Ulster Constabulary, con il quale ebbe una conversazione. (Simon Heffer, Like the Roman: The Life of Enoch Powell, 1999, p 881). Lord Mountbatten si dice fosse un ospite della Casa dei ragazzi nordirlandese di Kincora, che “era gestito virtualmente come un bordello gay dai leader lealisti e dall’MI5.” (Lord Mountbatten collegato ai bambini di Kincora – Regno Unito) (Aangirfan: Pedofilia nella Casa dei ragazzi di Kincora)
Negli Stati Uniti, nel novembre 1982, cinque uomini furono assolti dall’accusa di contrabbando di armi per l’IRA, dopo che avevano rivelato che la CIA ne aveva approvato la spedizione. Il 12 ottobre 1984 esplose una bomba al Grand hotel a Brighton, in Inghilterra. La bomba, piazzata da Patrick Magee, membro del Provisional Irish Republican Army (IRA) era destinata a uccidere il primo ministro Margaret Thatcher e il suo gabinetto, che alloggiavano nell’hotel per la conferenza del partito conservatore. L’Esercito di Liberazione Nazionale irlandese era un rivale dell’IRA Ufficiale, e potrebbe essere stato creato al fine di indebolire la causa nazionalista. C’è una teoria secondo cui molti gruppi terroristici irlandesi, non siano che mafie gestite da elementi della CIA e dell’MI6, allo scopo di finanziarsi con il traffico di droga e armi. Kevin Fulton, un ex-soldato inglese affermò che si era recato a New York, dove incontrò agenti dell’FBI e dell’MI5 che gli diedero il denaro per comprare un dispositivo a raggi infrarossi da utilizzare per innescare le bombe dell’IRA. (Congress probes ‘IoS’ revelations on IRA link) L’INLA uccise 113 persone negli anni ’80 e ’90.
Quando l’amico intimo di Margaret Thatcher, Airey Neave, venne assassinato nel 1979 con un’auto-bomba nel parcheggio della Camera dei Comuni, l’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese (INLA) ne venne incolpato. Il giornalista Paul Routledge, nel suo libro Public Servant Secret Agent, fece balenare l’idea che Neave fosse stato ucciso da elementi dell’MI6 e della CIA. Nel 2002, il giornalista Paul Donovan scrisse sull’Irish DemocratUna ragnatela di intrighi.” Secondo Donovan:
1. Neave cercò di eliminare la corruzione nei servizi di sicurezza.
2. Neave fu ucciso da una bomba. Gerald James, ex-capo della società di armamenti Astra Holdings, scrisse che l’interruttore al mercurio della bomba era a disposizione solo della CIA, all’epoca.
3. Enoch Powell affermò che la CIA voleva un’Irlanda unita nell’ambito della NATO.
Da Wikipedia apprendiamo: Il politico inglese Tony Benn scrisse nel suo diario (17 febbraio 1981) che un giornalista del New Statesman, Duncan Campbell, gli disse che aveva ricevuto informazioni da un agente dell’intelligence due anni prima che Neave avesse pensato di assassinare Benn se vi fosse stata la possibilità che Benn venisse eletto leader del partito laburista. Il New Statesman pubblicò il pezzo il 20 febbraio 1981, indicando l’agente come Lee Tracey. Tracey affermò di aver incontrato Neave, che gli chiese di far parte di un team di specialisti d’intelligence e della sicurezza, affinché fosse sicuro che “Benn venisse fermato.” Tracey programmò un secondo incontro con Neave, ma questi venne ucciso prima di poterlo incontrare di nuovo. Kevin Cahill, un giornalista investigativo irlandese, sostiene che Neave stava per avviare una massiccia revisione dei servizi di sicurezza, possibilmente arrivando alla fusione di MI5 e MI6, a causa del fatto che riteneva i servizi di sicurezza corrotti. Cahill suggerisce che l’omicidio di Neave sia collegato all’omicidio di Sir Richard Sykes e al tentato omicidio di Christopher Tugendhat, nel dicembre 1980. Cahill sostiene che Neave sarebbe divenuto il capo dei servizi di sicurezza combinati con Sykes e Tugendhat come suoi vice: Sykes responsabile delle operazioni estere e Tugendhat responsabile delle operazioni interne. Cahill concluse che Neave sia stato assassinato da agenti dell’MI6 che lavoravano con la CIA, perché Neave cercava di perseguire importanti personaggi dell’intelligence per corruzione.
Il 18 ottobre 1986, Enoch Powell tornò sul tema della morte di Neave in un discorso agli studenti conservatori di Birmingham. Disse che l’INLA non aveva ucciso Neave, ma che era stato assassinato dall’”MI6 e dai suoi amici“. Powell affermò che la politica di Neave sull’Irlanda del Nord era integrarla con il resto del Regno Unito. Il suo omicidio, presunse Powell, aveva lo scopo di far adottare al governo britannico una politica più accettabile per gli USA, nel perseguire l’obiettivo di una Irlanda unita nell’ambito della NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America

Dedefensa 7 dicembre 2012

36538L’articolo del 6 dicembre 2012 del New York Times (NYT) sul sostegno e l’armamento in Libia di estremisti jihadisti e altri, di al-Qaida o un suo doppione, fornisce il sigillo dell’ufficialità al disastro effettivo del Sistema, qual’è stato il caso libico. Sappiamo che il New York Times è una sorta di potere “non ufficiale” di Washington, esso stesso un relè operativo centrale del Sistema, una sorta di Pravda del posto, se si vuole, i cui interventi sono essenziali per il sistema di comunicazione, per informare tutte le componenti del sistema. Questo è il caso di tale articolo, che ha chiaramente ricevuto il sostegno dell’amministrazione per le informazioni e il relativo imprimatur. (Quando si trova, in un articolo di questo tipo, una frase come “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare“, si può essere sicuri che è successo proprio ciò che vi viene descritto, vale a dire che si dice ufficiosamente sul New York Times ciò che Washington non dice ufficialmente, ma che vuole far sapere alle “componenti del Sistema” già citato.)
Quindi abbiamo una buona sintesi di quale sia la “politica ufficiale” degli Stati Uniti nei confronti della questione dell’armamento dei ribelli libici, della posizione del Qatar (e degli Emirati Arabi Uniti) come intermediari operativi, soprattutto nelle consegne di armi, la completa assenza di controllo e comprensione della situazione, anche del comportamento del Qatar, da parte dei vari servizi degli Stati Uniti. Si può anche leggere come l’amministrazione Obama sia stata passiva, in questo caso, a differenza delle varie descrizioni di imbrogli in proposito, come l’abbia appena “seguita”, con il solo panico costante dettato dalla preoccupazione del coinvolgimento in un conflitto sul terreno. Vi fu all’inizio una richiesta dagli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di armi statunitensi ai ribelli libici, con iniziale rifiuto di Washington (paura di essere coinvolta), mentre il Qatar aveva già iniziato, di sua autorità, a consegnare le armi a sua disposizione, di produzione francese e russa. Infine, Washington è entrata nel circuito fornendo armi statunitensi ai suoi amici del Golfo, per i ribelli libici.
Per quanto riguarda il “controllo” esercitato dagli Stati Uniti su queste consegne: “l’amministrazione non ha mai deciso che tutte le armi, pagate dal Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, andassero in Libia, hanno detto i funzionari [...]. Nessuno lo sapeva esattamente“, dice l’ex funzionario della difesa. Il Qatar, ha aggiunto il funzionario, è “un buon alleato presumibilmente, ma gli islamisti che supporta non sono nel nostro interesse.” Nessuna vera sorpresa in ciò, perché tutto quello che ha detto il New York Times è stato espresso dagli autori e dai dissidenti del Sistema, che l’hanno diffuso ampiamente nei media alternativi, soprattutto su Internet. Le peggiori valutazioni della politica degli Stati Uniti sono confermate: incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni che tendono a divenire sempre più estreme e più dubbie, nessuna strategia. La natura incontrollabile e massimalista del comportamento del Qatar, dalle ambizioni grottesche, sembrano essere in gran parte descritte nei chiarimenti forniti dall’articolo.
L’amministrazione Obama inizialmente non sollevò obiezioni, quando il Qatar cominciò ad inviare armi ai gruppi di opposizione in Siria, anche se non l’aveva incoraggiato, secondo attuali ed ex funzionari dell’amministrazione. Hanno detto che le crescenti preoccupazioni degli Stati Uniti, per la Libia, era che il Qatar armasse i militanti sbagliati. Gli Stati Uniti aveva soltanto un piccolo numero di agenti della CIA in Libia, durante i tumulti della ribellione, che fornirono un superficiale controllo all’invio di armi. Poche settimane dopo l’approvazione del piano del Qatar d’inviarvi armi, nella primavera del 2011, la Casa Bianca iniziò a ricevere rapporti secondo cui erano i gruppi militanti islamisti che le ricevevano. Erano “più antidemocratici, più intransigenti, più estremisti nella concezione dell’Islam” dell’alleanza ribelle principale in Libia, ha detto un ex-funzionario del Dipartimento della Difesa.”
Il supporto del Qatar ai combattenti ritenuti ostili dagli Stati Uniti, ha mostrato l’amministrazione Obama lottare in continuazione, nel trattare con le rivolte della primavera araba, poiché cercava di istigare i movimenti di protesta popolare, evitando il coinvolgimento militare statunitense. Basandosi su surrogati per permettere agli Stati Uniti di non lasciare trapelare il loro coinvolgimento nelle operazioni, ma avendo come obiettivo anche di influenzare il conflitto a proprio vantaggio. Per farlo, è necessario disporre sul terreno d’intelligence e avere esperienza“, ha detto Vali Nasr, ex-consulente del Dipartimento di Stato ed attuale preside della Scuola Paul H. Nitze di studi internazionali avanzati, della Johns Hopkins University. “Se vi rivolgete a un paese senza avere queste cose, andate veramente alla cieca. Se vi affidate ad un intermediario, perderete il controllo.” Affermando che il Qatar non avrebbe inviato le armi se gli Stati Uniti si fossero opposti, vari funzionari dell’amministrazione hanno detto che Washington poteva fare leva sui funzionari del Qatar. “Marciavano al suono del loro tamburino“, ha detto un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare.
Il 12 novembre 2012, abbiamo pubblicato un estratto dell’intervento dell’esperto statunitense Flynt Leverett sul caso di Bengasi dell’11 settembre 2012 (l’assassinio dell’ambasciatore Stevens): “Tra le polemiche a Washington sulla cronologia e le dimensioni della risposta della CIA e dei militari degli Stati Uniti all’attacco al consolato degli Stati Uniti a Bengasi, l’11 settembre 2012, vi è un elemento critico che la maggior parte degli esperti non ha sollevato, ma di cui l’amministrazione Obama era molto consapevole: “che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia potrebbe essere stato ucciso da un gruppo armato e sostenuto dagli Stati Uniti o dai loro alleati … [i funzionari dell'amministrazione] sanno che gruppi jihadisti giocano un ruolo sempre più importante sul terreno, nell’opposizione siriana, e Washington vuole occultare questo problema.” Infatti, più volte viene ripreso, in questo articolo NYT, il peso della preoccupazione posta dall’”effetto-Bengasi” (l’omicidio di Stevens) sull’amministrazione Obama. (“Nessuna prova è emersa che colleghi le armi fornite dal Qatar durante la rivolta contro il colonnello libico Muammar Gheddafi, all’attentato in cui sono stati uccisi quattro statunitensi nel complesso diplomatico degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, a settembre.”)
Una descrizione più dettagliata sul coinvolgimento  degli Stati Uniti nel caso libico, dato da un trafficante di armi, ci permette di trarre le nostre conclusioni sul clima prevalente in questo caso, sul coinvolgimento dell’ambasciatore Stevens in particolare, e le strette connessioni tra le azioni clandestine degli USA, i gruppi estremisti, il traffico di armi, la criminalità più o meno organizzata, e sempre meglio organizzata, ecc. Così, viene definita oggi la politica estera generale, e ci dovrebbero essere numerosi interventi di Hillary sui diritti umani e delle donne, la democrazia e tutto il resto, per tentare almeno di lavarne la facciata…
Ecco il caso di Marc Turi. “Il caso di Marc Turi, mercante d’armi statunitensi che aveva cercato di fornire armi alla Libia, illustra le sfide affrontate dagli Stati Uniti sulla Libia. Trafficante che vive in Arizona e ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, il signor Turi vende ami leggere ad acquirenti in Medio Oriente e  Africa, fornendo principalmente armi di concezione russa dell’Europa orientale. Nel marzo 2011, mentre la guerra civile libica si intensificava, il signor Turi si rese conto che la Libia poteva essere un nuovo mercato redditizio, e si rivolse al Dipartimento di Stato per la licenza di fornire armi ai ribelli, secondo una e-mail e altri materiali da egli esibiti. (I cittadini statunitensi sono tenuti ad ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per ogni vendita internazionale di armi.) Inviò una e-mail a J. Christopher Stevens, rappresentante speciale presso l’alleanza ribelle libica. Il diplomatico disse di “voler condividere” la proposta di Turi con i colleghi a Washington, secondo le e-mail fornite dal signor Turi. Stevens, che divenne l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, fu uno dei quattro statunitensi uccisi nell’attacco a Bengasi dell’11 settembre 2012. “La domanda di Turi per una licenza fu respinta alla fine di marzo 2011. Imperterrito, la chiese ancora una volta, questa volta affermando solo che prevedeva di spedire le armi, del valore di oltre 200 milioni di dollari, in Qatar. Nel maggio 2011, la sua richiesta venne approvata. Il signor Turi, in un’intervista, disse che il suo intento era inviare le armi in Qatar, e che “ciò che il governo degli Stati Uniti e del Qatar ne fecero dopo, è affare loro”. Due mesi dopo, però, la sua casa di Phoenix fu perquisita da agenti del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. I funzionari dell’amministrazione dissero che era sotto inchiesta in relazione al suo traffico di armi. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Il signor Turi disse che crede che i funzionari statunitensi volessero bloccare le sue vendite perché intralciava i rapporti dell’amministrazione Obama con il Qatar. Il Qatar, si lamentava, non impose alcun controllo sulla destinazione delle armi. “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle”, ha detto.
Il signor Turi ci fornisce perfettamente la morale di questa storia, o di questo misero pezzo di storia attuale sul Qatar e le armi consegnate per la democrazia e i diritti umani: “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle“… In effetti “la storia continua”, dal momento che la stessa cosa continua ancora oggi in Siria. Vi è quindi una lezione sorprendente sul funzionamento del Sistema e il livello di riflessione del kollabos-cosciente (del Sistema), il giornalista medio-alto del NYT, sul fatto che questo articolo fiorisca, possiamo dire, “come una rosa nel bel mezzo del letame”, tra commenti ed  editoriali dello stesso New York Times che sollecitano l’amministrazione ad armare ed equipaggiare anche gli eroici ribelli siriani, a sostenere il Qatar nei suoi traffici, forse con il Marc Turi del momento, per raggiungere infine l’instaurazione della democrazia in Siria, come in Libia. Almeno a questo livello e in questa attività, la Siria è una replica esatta della Libia, con una fedeltà quasi toccante dopo tutto; una sorta di repulsione straordinariamente potente per tutto ciò che può avere a che fare con l’esperienza e la memoria delle cose e degli atti “incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni sempre più estreme e dubbie, nessuna strategia.”
La tabella di marcia è scritta, col “copia-incolla”, dritto verso il casino tragico e patetico come tutti questi sapiens poveri, portati dalle loro debolezza e arroganza a credersene immuni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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