La misteriosa Margaret Thatcher e i suoi fantasmi

Aangirfan, 14 aprile 2013

547446Shirley Bassey è un’icona dei gay ed era una cara amica di Margaret Thatcher. É stata invitata al funerale di Thatcher. François Mitterand, l’ex presidente francese, suggerì che Margaret Thatcher aveva “gli occhi di Caligola.” Margaret Thatcher li trattava tutti come una malattia.
Quando Thatcher andò al potere, nel 1979, la produzione rappresentava circa il 26% del PIL del Regno Unito. Nel 2011 produzione era il 10,8% del PIL. “Dopo i suoi 11 anni al potere, la spesa pubblica era ancora alta. Il peso dello Stato centralizzato aumentò anziché diminuire. E nonostante tutti i suoi proclami di aver riacceso lo spirito di’impresa, il tasso di crescita economica negli anni ’80 fu solo di poco più elevato che negli anni ’70.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
Il primo collaboratore della Thatcher, Peter Morrison, avrebbe abusato di ragazzi. Ex ministro dice che il collaboratore della Thatcher era un pedofilo. L’amico di Thatcher, Sir Jimmy Savile, avrebbe presumibilmente fornito bambini ai membri dell’élite.
Secondo Geoff Ford, presidente della Ford Aerospace e della Ford Components Manufacturers, “Margaret Thatcher ha inflitto danni incalcolabili alla produzione e ne subiamo le conseguenze negative ancora oggi. Chiuse le miniere e lasciò andare in malora l’industria pesante. Non sostenne la produzione, come fece la Germania.” Ford dice che l’abbandono dell’industria pesante ha portato al calo della domanda dei prodotti metalmeccanici. Ciò ha inciso sulla catena di approvvigionamento e ha depresso l’economia.
Il ministro degli Esteri della Thatcher, Peter Carrington, fece credere all’Argentina che la Gran Bretagna voleva liberarsi delle Isole Falkland. L’Argentina quindi le invase. “Qualcuno dell’amministrazione Reagan supportava l’Argentina piuttosto che la Gran Bretagna sulle Falkland, e il presidente affiancò Thatcher solo all’ultimo momento”. Come Sir Nicholas Henderson, l’allora ambasciatore britannico a Washington, ricordò in seguito, “Se avessi riferito quello che la Thatcher pensava veramente del presidente Reagan, avrei danneggiato le relazioni anglo-statunitensi.” Come dovremmo considerare Margaret Thatcher? – New York Times
In un’intervista con The Guardian, il 9 gennaio del 1984, l’ex ministro del governo inglese Enoch Powell, dichiarò che gli statunitensi assassinarono Airey Neave, amico di Mountbatten e Thatcher. Powell affermò di averne avuto le prove da un membro della Royal Ulster Constabulary, con il quale ebbe una conversazione. (Simon Heffer, Like the Roman: The Life of Enoch Powell, 1999, p 881). Lord Mountbatten si dice fosse un ospite della Casa dei ragazzi nordirlandese di Kincora, che “era gestito virtualmente come un bordello gay dai leader lealisti e dall’MI5.” (Lord Mountbatten collegato ai bambini di Kincora – Regno Unito) (Aangirfan: Pedofilia nella Casa dei ragazzi di Kincora)
Negli Stati Uniti, nel novembre 1982, cinque uomini furono assolti dall’accusa di contrabbando di armi per l’IRA, dopo che avevano rivelato che la CIA ne aveva approvato la spedizione. Il 12 ottobre 1984 esplose una bomba al Grand hotel a Brighton, in Inghilterra. La bomba, piazzata da Patrick Magee, membro del Provisional Irish Republican Army (IRA) era destinata a uccidere il primo ministro Margaret Thatcher e il suo gabinetto, che alloggiavano nell’hotel per la conferenza del partito conservatore. L’Esercito di Liberazione Nazionale irlandese era un rivale dell’IRA Ufficiale, e potrebbe essere stato creato al fine di indebolire la causa nazionalista. C’è una teoria secondo cui molti gruppi terroristici irlandesi, non siano che mafie gestite da elementi della CIA e dell’MI6, allo scopo di finanziarsi con il traffico di droga e armi. Kevin Fulton, un ex-soldato inglese affermò che si era recato a New York, dove incontrò agenti dell’FBI e dell’MI5 che gli diedero il denaro per comprare un dispositivo a raggi infrarossi da utilizzare per innescare le bombe dell’IRA. (Congress probes ‘IoS’ revelations on IRA link) L’INLA uccise 113 persone negli anni ’80 e ’90.
Quando l’amico intimo di Margaret Thatcher, Airey Neave, venne assassinato nel 1979 con un’auto-bomba nel parcheggio della Camera dei Comuni, l’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese (INLA) ne venne incolpato. Il giornalista Paul Routledge, nel suo libro Public Servant Secret Agent, fece balenare l’idea che Neave fosse stato ucciso da elementi dell’MI6 e della CIA. Nel 2002, il giornalista Paul Donovan scrisse sull’Irish DemocratUna ragnatela di intrighi.” Secondo Donovan:
1. Neave cercò di eliminare la corruzione nei servizi di sicurezza.
2. Neave fu ucciso da una bomba. Gerald James, ex-capo della società di armamenti Astra Holdings, scrisse che l’interruttore al mercurio della bomba era a disposizione solo della CIA, all’epoca.
3. Enoch Powell affermò che la CIA voleva un’Irlanda unita nell’ambito della NATO.
Da Wikipedia apprendiamo: Il politico inglese Tony Benn scrisse nel suo diario (17 febbraio 1981) che un giornalista del New Statesman, Duncan Campbell, gli disse che aveva ricevuto informazioni da un agente dell’intelligence due anni prima che Neave avesse pensato di assassinare Benn se vi fosse stata la possibilità che Benn venisse eletto leader del partito laburista. Il New Statesman pubblicò il pezzo il 20 febbraio 1981, indicando l’agente come Lee Tracey. Tracey affermò di aver incontrato Neave, che gli chiese di far parte di un team di specialisti d’intelligence e della sicurezza, affinché fosse sicuro che “Benn venisse fermato.” Tracey programmò un secondo incontro con Neave, ma questi venne ucciso prima di poterlo incontrare di nuovo. Kevin Cahill, un giornalista investigativo irlandese, sostiene che Neave stava per avviare una massiccia revisione dei servizi di sicurezza, possibilmente arrivando alla fusione di MI5 e MI6, a causa del fatto che riteneva i servizi di sicurezza corrotti. Cahill suggerisce che l’omicidio di Neave sia collegato all’omicidio di Sir Richard Sykes e al tentato omicidio di Christopher Tugendhat, nel dicembre 1980. Cahill sostiene che Neave sarebbe divenuto il capo dei servizi di sicurezza combinati con Sykes e Tugendhat come suoi vice: Sykes responsabile delle operazioni estere e Tugendhat responsabile delle operazioni interne. Cahill concluse che Neave sia stato assassinato da agenti dell’MI6 che lavoravano con la CIA, perché Neave cercava di perseguire importanti personaggi dell’intelligence per corruzione.
Il 18 ottobre 1986, Enoch Powell tornò sul tema della morte di Neave in un discorso agli studenti conservatori di Birmingham. Disse che l’INLA non aveva ucciso Neave, ma che era stato assassinato dall’”MI6 e dai suoi amici“. Powell affermò che la politica di Neave sull’Irlanda del Nord era integrarla con il resto del Regno Unito. Il suo omicidio, presunse Powell, aveva lo scopo di far adottare al governo britannico una politica più accettabile per gli USA, nel perseguire l’obiettivo di una Irlanda unita nell’ambito della NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Relazione su un disastro: Libia, Qatar, al-Qaida e Stati Uniti d’America

Dedefensa 7 dicembre 2012

36538L’articolo del 6 dicembre 2012 del New York Times (NYT) sul sostegno e l’armamento in Libia di estremisti jihadisti e altri, di al-Qaida o un suo doppione, fornisce il sigillo dell’ufficialità al disastro effettivo del Sistema, qual’è stato il caso libico. Sappiamo che il New York Times è una sorta di potere “non ufficiale” di Washington, esso stesso un relè operativo centrale del Sistema, una sorta di Pravda del posto, se si vuole, i cui interventi sono essenziali per il sistema di comunicazione, per informare tutte le componenti del sistema. Questo è il caso di tale articolo, che ha chiaramente ricevuto il sostegno dell’amministrazione per le informazioni e il relativo imprimatur. (Quando si trova, in un articolo di questo tipo, una frase come “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare“, si può essere sicuri che è successo proprio ciò che vi viene descritto, vale a dire che si dice ufficiosamente sul New York Times ciò che Washington non dice ufficialmente, ma che vuole far sapere alle “componenti del Sistema” già citato.)
Quindi abbiamo una buona sintesi di quale sia la “politica ufficiale” degli Stati Uniti nei confronti della questione dell’armamento dei ribelli libici, della posizione del Qatar (e degli Emirati Arabi Uniti) come intermediari operativi, soprattutto nelle consegne di armi, la completa assenza di controllo e comprensione della situazione, anche del comportamento del Qatar, da parte dei vari servizi degli Stati Uniti. Si può anche leggere come l’amministrazione Obama sia stata passiva, in questo caso, a differenza delle varie descrizioni di imbrogli in proposito, come l’abbia appena “seguita”, con il solo panico costante dettato dalla preoccupazione del coinvolgimento in un conflitto sul terreno. Vi fu all’inizio una richiesta dagli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di armi statunitensi ai ribelli libici, con iniziale rifiuto di Washington (paura di essere coinvolta), mentre il Qatar aveva già iniziato, di sua autorità, a consegnare le armi a sua disposizione, di produzione francese e russa. Infine, Washington è entrata nel circuito fornendo armi statunitensi ai suoi amici del Golfo, per i ribelli libici.
Per quanto riguarda il “controllo” esercitato dagli Stati Uniti su queste consegne: “l’amministrazione non ha mai deciso che tutte le armi, pagate dal Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, andassero in Libia, hanno detto i funzionari [...]. Nessuno lo sapeva esattamente“, dice l’ex funzionario della difesa. Il Qatar, ha aggiunto il funzionario, è “un buon alleato presumibilmente, ma gli islamisti che supporta non sono nel nostro interesse.” Nessuna vera sorpresa in ciò, perché tutto quello che ha detto il New York Times è stato espresso dagli autori e dai dissidenti del Sistema, che l’hanno diffuso ampiamente nei media alternativi, soprattutto su Internet. Le peggiori valutazioni della politica degli Stati Uniti sono confermate: incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni che tendono a divenire sempre più estreme e più dubbie, nessuna strategia. La natura incontrollabile e massimalista del comportamento del Qatar, dalle ambizioni grottesche, sembrano essere in gran parte descritte nei chiarimenti forniti dall’articolo.
L’amministrazione Obama inizialmente non sollevò obiezioni, quando il Qatar cominciò ad inviare armi ai gruppi di opposizione in Siria, anche se non l’aveva incoraggiato, secondo attuali ed ex funzionari dell’amministrazione. Hanno detto che le crescenti preoccupazioni degli Stati Uniti, per la Libia, era che il Qatar armasse i militanti sbagliati. Gli Stati Uniti aveva soltanto un piccolo numero di agenti della CIA in Libia, durante i tumulti della ribellione, che fornirono un superficiale controllo all’invio di armi. Poche settimane dopo l’approvazione del piano del Qatar d’inviarvi armi, nella primavera del 2011, la Casa Bianca iniziò a ricevere rapporti secondo cui erano i gruppi militanti islamisti che le ricevevano. Erano “più antidemocratici, più intransigenti, più estremisti nella concezione dell’Islam” dell’alleanza ribelle principale in Libia, ha detto un ex-funzionario del Dipartimento della Difesa.”
Il supporto del Qatar ai combattenti ritenuti ostili dagli Stati Uniti, ha mostrato l’amministrazione Obama lottare in continuazione, nel trattare con le rivolte della primavera araba, poiché cercava di istigare i movimenti di protesta popolare, evitando il coinvolgimento militare statunitense. Basandosi su surrogati per permettere agli Stati Uniti di non lasciare trapelare il loro coinvolgimento nelle operazioni, ma avendo come obiettivo anche di influenzare il conflitto a proprio vantaggio. Per farlo, è necessario disporre sul terreno d’intelligence e avere esperienza“, ha detto Vali Nasr, ex-consulente del Dipartimento di Stato ed attuale preside della Scuola Paul H. Nitze di studi internazionali avanzati, della Johns Hopkins University. “Se vi rivolgete a un paese senza avere queste cose, andate veramente alla cieca. Se vi affidate ad un intermediario, perderete il controllo.” Affermando che il Qatar non avrebbe inviato le armi se gli Stati Uniti si fossero opposti, vari funzionari dell’amministrazione hanno detto che Washington poteva fare leva sui funzionari del Qatar. “Marciavano al suono del loro tamburino“, ha detto un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno rifiutato di commentare.
Il 12 novembre 2012, abbiamo pubblicato un estratto dell’intervento dell’esperto statunitense Flynt Leverett sul caso di Bengasi dell’11 settembre 2012 (l’assassinio dell’ambasciatore Stevens): “Tra le polemiche a Washington sulla cronologia e le dimensioni della risposta della CIA e dei militari degli Stati Uniti all’attacco al consolato degli Stati Uniti a Bengasi, l’11 settembre 2012, vi è un elemento critico che la maggior parte degli esperti non ha sollevato, ma di cui l’amministrazione Obama era molto consapevole: “che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia potrebbe essere stato ucciso da un gruppo armato e sostenuto dagli Stati Uniti o dai loro alleati … [i funzionari dell'amministrazione] sanno che gruppi jihadisti giocano un ruolo sempre più importante sul terreno, nell’opposizione siriana, e Washington vuole occultare questo problema.” Infatti, più volte viene ripreso, in questo articolo NYT, il peso della preoccupazione posta dall’”effetto-Bengasi” (l’omicidio di Stevens) sull’amministrazione Obama. (“Nessuna prova è emersa che colleghi le armi fornite dal Qatar durante la rivolta contro il colonnello libico Muammar Gheddafi, all’attentato in cui sono stati uccisi quattro statunitensi nel complesso diplomatico degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, a settembre.”)
Una descrizione più dettagliata sul coinvolgimento  degli Stati Uniti nel caso libico, dato da un trafficante di armi, ci permette di trarre le nostre conclusioni sul clima prevalente in questo caso, sul coinvolgimento dell’ambasciatore Stevens in particolare, e le strette connessioni tra le azioni clandestine degli USA, i gruppi estremisti, il traffico di armi, la criminalità più o meno organizzata, e sempre meglio organizzata, ecc. Così, viene definita oggi la politica estera generale, e ci dovrebbero essere numerosi interventi di Hillary sui diritti umani e delle donne, la democrazia e tutto il resto, per tentare almeno di lavarne la facciata…
Ecco il caso di Marc Turi. “Il caso di Marc Turi, mercante d’armi statunitensi che aveva cercato di fornire armi alla Libia, illustra le sfide affrontate dagli Stati Uniti sulla Libia. Trafficante che vive in Arizona e ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, il signor Turi vende ami leggere ad acquirenti in Medio Oriente e  Africa, fornendo principalmente armi di concezione russa dell’Europa orientale. Nel marzo 2011, mentre la guerra civile libica si intensificava, il signor Turi si rese conto che la Libia poteva essere un nuovo mercato redditizio, e si rivolse al Dipartimento di Stato per la licenza di fornire armi ai ribelli, secondo una e-mail e altri materiali da egli esibiti. (I cittadini statunitensi sono tenuti ad ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per ogni vendita internazionale di armi.) Inviò una e-mail a J. Christopher Stevens, rappresentante speciale presso l’alleanza ribelle libica. Il diplomatico disse di “voler condividere” la proposta di Turi con i colleghi a Washington, secondo le e-mail fornite dal signor Turi. Stevens, che divenne l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, fu uno dei quattro statunitensi uccisi nell’attacco a Bengasi dell’11 settembre 2012. “La domanda di Turi per una licenza fu respinta alla fine di marzo 2011. Imperterrito, la chiese ancora una volta, questa volta affermando solo che prevedeva di spedire le armi, del valore di oltre 200 milioni di dollari, in Qatar. Nel maggio 2011, la sua richiesta venne approvata. Il signor Turi, in un’intervista, disse che il suo intento era inviare le armi in Qatar, e che “ciò che il governo degli Stati Uniti e del Qatar ne fecero dopo, è affare loro”. Due mesi dopo, però, la sua casa di Phoenix fu perquisita da agenti del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. I funzionari dell’amministrazione dissero che era sotto inchiesta in relazione al suo traffico di armi. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Il signor Turi disse che crede che i funzionari statunitensi volessero bloccare le sue vendite perché intralciava i rapporti dell’amministrazione Obama con il Qatar. Il Qatar, si lamentava, non impose alcun controllo sulla destinazione delle armi. “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle”, ha detto.
Il signor Turi ci fornisce perfettamente la morale di questa storia, o di questo misero pezzo di storia attuale sul Qatar e le armi consegnate per la democrazia e i diritti umani: “Le hanno semplicemente distribuite come caramelle“… In effetti “la storia continua”, dal momento che la stessa cosa continua ancora oggi in Siria. Vi è quindi una lezione sorprendente sul funzionamento del Sistema e il livello di riflessione del kollabos-cosciente (del Sistema), il giornalista medio-alto del NYT, sul fatto che questo articolo fiorisca, possiamo dire, “come una rosa nel bel mezzo del letame”, tra commenti ed  editoriali dello stesso New York Times che sollecitano l’amministrazione ad armare ed equipaggiare anche gli eroici ribelli siriani, a sostenere il Qatar nei suoi traffici, forse con il Marc Turi del momento, per raggiungere infine l’instaurazione della democrazia in Siria, come in Libia. Almeno a questo livello e in questa attività, la Siria è una replica esatta della Libia, con una fedeltà quasi toccante dopo tutto; una sorta di repulsione straordinariamente potente per tutto ciò che può avere a che fare con l’esperienza e la memoria delle cose e degli atti “incomprensione, ignoranza, cecità, incapacità di controllare gli eventi, esitazioni sempre più estreme e dubbie, nessuna strategia.”
La tabella di marcia è scritta, col “copia-incolla”, dritto verso il casino tragico e patetico come tutti questi sapiens poveri, portati dalle loro debolezza e arroganza a credersene immuni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come la NATO e le ONG difendono i Narcos

Il caso Jason Puracal
Jorge Capelan, Global Research, 29 agosto 2012 – Tortilla con sal

Cosa c’è dietro la campagna per Jason Puracal?
Campioni del mondo nella detenzione arbitraria, gli Stati Uniti e l’Unione europea adesso appoggiano una campagna per liberare una persona condannata per traffico di droga in Nicaragua. Gli Stati Uniti sono noti per le loro prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib e la loro rete globale di centri di detenzione segreti. La sua complice d’oltreatlantico, l’Unione europea, è anch’essa nota per aver collaborato alla creazione di questa rete, così come per i suoi centri di detenzione in cui decine di migliaia di immigrati privi di documenti languono. Il loro sostegno alla campagna Puracal è solo uno altro stratagemma politico, un altro chiaro esempio del tandem USA-UE al lavoro per cooptare e corrompere l’intero sistema internazionale dei diritti umani.

“Fuga di Mezzanotte” in America Centrale
Il primo agosto 2011, il cittadino statunitense Jason Puracal Zachary è stato condannato da un tribunale nicaraguense a 22 anni di carcere per traffico di droga e riciclaggio di denaro, insieme a 10 nicaraguensi, anche loro condannati a lunghe pene detentive. Nove mesi prima, la casa e l’ufficio di Puracal erano stati perquisiti dalle autorità nicaraguensi, senza un mandato, una procedura straordinaria consentita dal codice penale del paese per i casi gravi, in cui vi sia il sospetto che le indagini siano a rischio con la distruzione o l’occultamento delle prove. Utilizzando una tecnologia avanzata (fornita, tra l’altro, dagli Stati Uniti), tracce di stupefacenti sono state trovate nel veicolo di Puracal, assieme a una ampia documentazione che supportava le indagini, che secondo le autorità nicaraguensi giudiziarie giustificavano le accuse contro di lui e gli altri membri della rete a cui aderiva. Da cittadino degli Stati Uniti, Puracal ha fatto appello ed ha seguito le audizioni iniziate questa settimana, nella Corte d’appello distrettuale di Granada.
Jason Puracal è un ex volontario del Corpo della pace degli Stati Uniti in Nicaragua. Dopo aver incontrato e sposato una nicaraguense, ha deciso di rimanere nel paese, comprando un franchising immobiliare dopo che il suo lavoro di volontariato era terminato. Il suo arresto ha suscitato una campagna internazionale senza precedenti, sotto forma di petizione organizzata in favore della sua liberazione, che ha raccolto oltre 90 mila firme su Internet.
Il sentimento è comprensibile data la facilità con cui la situazione può essere trasformata, in parallelo al famoso film Fuga di Mezzanotte (1978), di Alan Parker, e sceneggiatura di Oliver Stone. Nel film, un trafficante di droga statunitense viene condannato a 30 anni in una prigione turca. Nel corso dei decenni il film, basato su una storia vera, è diventato un classico dell’islamofobia, con tutti i luoghi comuni che ritraggono i paesi della “periferia” non-occidentale come luoghi senza legge, in cui i bianchi sono esposti a ogni tipo di tortura, compresa la violenza sessuale, per mano di locali corrotti, spietati e imprevedibili. Dopo anni di sopportazione di condizioni disumane e aver abbandonato ogni speranza di aiuto dal governo degli Stati Uniti, Billy Hayes, il protagonista del film, decide di fuggire dal carcere per conto suo.
Il caso Puracal è sostenuto da gruppi, negli Stati Uniti, come Innocence Project, e ha ricevuto il sostegno di persone influenti come l’ex direttore dell’US Drug Enforcement Agency (DEA) Tom Cash (che ha contribuito a perseguire il narco-boss colombiano Pablo Escobar) e Irwin Cotler, l’ex ministro della Giustizia e procuratore generale canadese. Cotler ha scritto una lettera infuocata al presidente del Nicaragua Daniel Ortega, riferendosi al caso Puracal come a una “detenzione arbitraria” e “un grave abuso della giustizia“, secondo il Nicaragua Dispatch. Anche il presunto prestigioso gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, consiglia di “rilasciare immediatamente” Jason Puracal.
Secondo la versione dei fatti presentati dai difensori di Puracal, i suoi diritti sono stati violati dalle autorità nicaraguensi, per la loro incapacità di produrre un mandato di perquisizione, quando entrarono a casa sua e nel suo ufficio. Sostengono anche che gli sia stato negato il diritto ad un’adeguata difesa, e che la sua pena detentiva sia più lunga di quanto la legge nicaraguense consenta. Infine, sostengono che è stato costretto a vivere con sette altri detenuti nella stessa cella, e che a un certo punto ha subito ustioni da un bollitore d’acqua, utilizzato nella prigione.
Tutte queste accuse sono state respinte, a titolo definitivo, dal Presidente della Corte d’Appello, il dottor Norman Miranda Castillo, che a sua volta ha accusato l’ambasciata degli Stati Uniti, a Managua, di interferire nella giustizia nicaraguense.

“Responsabilità di proteggere” i Narcos
Lo scorso 24 maggio, il segretario per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, Miguel De La Lama, ha inviato una lettera in risposta a una richiesta di Jared Genser, a nome della “non-profit” Perseo Strategies LLC. Nella lettera, Lama informa Genser che il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, nella sua sessantatreesima sessione, ha emesso un “testo di opinione“, numero 10/2012, su Puracal. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria è stato istituita sulla base della risoluzione 1991/42 dell’oramai cessata Commissione ONU per i diritti umani, tra le altre cose, per indagare sui casi di detenzione arbitraria non coerenti con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; un compito che, secondo le Nazioni Unite, dovrebbe essere effettuato “con discrezione, obiettività e indipendenza“.
Il “testo di opinione“, inviato dal Gruppo delle Nazioni Unite al governo del Nicaragua, chiarisce che l’ente per i diritti umani non può commentare le accuse contro Puracal, né le prove presentate contro di lui dallo Stato del Nicaragua. Tuttavia, dato che il governo del Nicaragua non ha risposto alle accuse formulate dal gruppo entro il termine previsto di due mesi, il Consiglio ha raccomandato il rilascio immediato di Puracal, e di indire un nuovo processo se ritenuto necessario, oltre ad un indennizzo a Puracal per il presunto danno alla sua persona. Chiaramente, questa lettera dall’ente delle Nazioni Unite è diventata immediatamente una potente arma mediatica.
I membri del gruppo di lavoro sono Malick al-Hadji Sow del Senegal, Shaheen Sardar Ali del Pakistan, Roberto Garreton del Cile, Mads Andenas della Norvegia e Vladimir Tochilovsky, dell’Ucraina. Non è difficile scorgere l’influenza prevalente dell’Unione europea e della NATO in questo gruppo di lavoro dell’ONU. Il presidente del gruppo di lavoro Malick Sow, è un giudice della Corte Suprema in Senegal, un forte alleato regionale della Francia e un paese lodato come “democrazia forte e stabile” dall’Unione europea. Il Senegal è al 155.mo posto, su 169 paesi che compongono l’indice di sviluppo umano, ed è fortemente dipendente dagli aiuti dell’UE, che superano il 10% del bilancio nazionale. Nel frattempo, il vice-presidente pakistano del gruppo di lavoro è in realtà un professore di diritto presso l’Università di Warwick, in Inghilterra, e presso l’Università di Oslo, in Norvegia. E’ quasi impossibile aspettarsi azioni divergenti dalla linea ufficiale da un rappresentante cileno che, anche se noto difensore dei diritti umani durante l’era Pinochet, rappresenta oggi uno stato che pratica la detenzione arbitraria degli indigeni Mapuche di ogni età, come se fosse uno sport. Né ci si può aspettare un’azione indipendente da un avvocato ucraino, coinvolto nelle prime fasi dell’organizzazione della Corte penale internazionale, ampiamente criticata per il suo pregiudizio contro un capo di stato identificato da Washington come un nemico, e per la sua riluttanza a indagare sui crimini degli alleati della Casa Bianca. Infine, il norvegese Andenas è, come il pakistano Shaheen Ali, docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Oslo, ma è stato anche membro del consiglio di un’organizzazione molto esclusiva, l’Associazione degli Istituti dei diritti umani (AHRI) dell’Unione europea. Questo gruppo, finanziato dall’organizzazione della Cooperazione europea nel settore della scienza e della tecnica (COST), riunisce circa 41 università europee per condurre una ricerca in materia di diritti umani. Nel dicembre 2010, con il finanziamento di COST, AHRI ha gestito  il seminario sulla “Corte penale internazionale e della responsabilità di proteggere – Sinergie e tensioni“. Uno dei temi del seminario, dal nome suggestivo di “La via davanti“, una discussione sui modi con cui la “comunità internazionale potrebbe coordinare le su azioni future” per attuare la dottrina nota come R2P.
La responsabilità di proteggere, o R2P, è un idea che i paesi della NATO hanno promosso per diversi anni nell’ambito delle Nazioni Unite. Il concetto di base dell’R2P è che quando uno stato non protegge la propria popolazione, deliberatamente o non essendone in grado, è responsabilità della “comunità internazionale” intervenire, anche quando questo è in contraddizione con uno dei principi fondamentali delle Nazioni Unite: non interferenza negli affari interni degli altri Stati. In occasione del vertice mondiale delle Nazioni Unite del settembre 2005, la maggior parte degli Stati membri, sotto la pressione dei paesi della NATO, ha accettato in linea di principio l’idea di R2P, ma ha raccomandato una più ampia discussione del tema. Poco più di cinque anni dopo, la dottrina veniva messa in pratica dalle forze della NATO in una guerra di aggressione contro il popolo libico. Nello spazio di un paio di giorni, nel marzo 2011, Soliman Bouchuiguir della Lega libica per i diritti umani (LLHR) rilasciava una dichiarazione a un’assemblea di più di 70 organizzazioni non governative, nella 15.ma sessione speciale del Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, iniziata il 25 febbraio 2011. La sessione, per la prima volta nella sua storia, decise di espellere uno Stato membro, la Libia, per presunti attentati contro la propria popolazione. Poche settimane più tardi, avrebbe segnato l’inizio del massacro della NATO contro il paese nordafricano.
Le cifre con cui Bouchuiguir convinse gli altri membri del Consiglio, erano scioccanti: 17 marzo 2011, segnalati 6000 morti, 12000 feriti, 500 dispersi, 700 stupri e 75000 rifugiati. Solo due settimane più tardi, Bouchuiguir aveva parlato di 18000 morti, 46000 feriti, 28000 dispersi, 1600 aggressioni sessuali. Questi dati furono utilizzati per giustificare la “no fly zone” e i bombardamenti della NATO che hanno provocato un vero e proprio massacro. Tutte questi dati erano stati inventati.
Ricordate che il 2 marzo, il capo di stato maggiore degli Stati Uniti, Mike Mullen, aveva testimoniato davanti al Congresso: “Non abbiamo potuto confermare se gli aerei libici avessero aperto il fuoco contro la propria popolazione“. Nello stesso tempo, il Capo di Stato Maggiore russo riferiva che il controllo via satellite sul territorio libico, dal principio della crisi a metà febbraio, non era riuscito a rilevare un qualsiasi tipo di bombardamento. “Non c’è modo di farlo“, ha risposto Bouchuiguir alla domanda di Teil riguardo come controllare se i dati che aveva dato all’ONU fossero veri. “Il governo libico mai, mai, ha fornito informazioni sui diritti umani (…) così si aveva una stima“, ha detto. “… Le sue informazioni (sul numero di vittime civili in Libia) non le ho ricevute da uno qualsiasi. Le ho ricevute dal primo ministro libico, d’altra parte“, ha aggiunto Bouchuiguir riferendosi al Consiglio nazionale di transizione (NTC), promosso dai cosiddetti “ribelli”, a loro volta sostenuti dalla NATO. “E’ stato il signor Mahmoud… della tribù Warfallah. Fu lui che mi ha dato queste cifre. Le ho usate, anche se con una certa cautela“, aggiunge. Bouchuiguir si riferiva a Mahmoud Jibril, il “primo ministro” dei “ribelli libici” designati dalla NATO e dalla CIA. Ali Zeidan, presentato ai primi di marzo come il portavoce della LLHR, sarebbe diventato anche portavoce del CNT. Più tardi, pressato da Teil, Bouchuiguir ha riconosciuto che diversi membri del CNT erano anche membri delle suddette organizzazioni dei “diritti umani”. “Sapete, queste persone nel governo (CNT), sono tutte parte dello stesso gruppo! Sono membri della Lega libica per i diritti umani! Il ministro dell’Informazione, per esempio, il ministro della Pubblica istruzione, il ministro del Petrolio, il ministro delle Finanze, tutti membri della nostra lega!… Nessuno occupa posti di responsabilità, ma sono membri della nostra lega“, spiega. La vera portata del massacro commesso contro il popolo libico, un  giorno potrà essere conosciuta. Per ora, però, attraverso alcuni dati fortemente impreziositi dalla stessa NATO, dettagliano l’utilizzo di 7.700 missili e bombe in più di 10.000 voli, si potrebbe avere un’idea molto probabilmente pallida davanti all’orrore della realtà. Fino a quando i responsabili del compito di contare i corpi sul terreno, continuano a mostrare lo stesso comportamento individuale non etico, come Bouchuiguir Soliman e i funzionari delle 70 ONG per i “diritti umani”, che senza nemmeno pensarci hanno votato in modo che altri attuassero la loro “responsabilità di bombardare” il popolo libico, la verità non si saprà mai, semplicemente perché ci sono interessi da garantire che lo impediranno per sempre.
Tutto questo fa sorgere una domanda: se questo tipo di burocrati umanitari non esita a inventarsi un genocidio, in modo da sancire il loro genocidio, in accordo con gli interessi delle potenze occidentali, perché avrebbero dovuto astenersi dal chiedere la liberazione di un trafficante di droga condannato, come Jason Puracal?
Molti altri casi importanti attendono l’attenzione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni arbitrarie, come la legge recentemente approvata dal Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, alla fine del 2011, che consente la detenzione a tempo indeterminato e senza accuse, e la detenzione senza processo, a fianco dei casi ampiamente riportati di Abu Ghraib, Guantanamo e delle molte altre prigioni segrete della CIA nel mondo. Oppure c’è il caso dei 7.000 bambini palestinesi che Israele ha messo dietro le sbarre dal 2000, o il caso di più di 200 centri di detenzione per immigrati, in cui l’Unione europea oggi detiene decine di migliaia di persone che non hanno commesso alcun reato, e così via. Quali sono le probabilità che il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite si occupi seriamente questi problemi? Assolutamente nessuna, perché i suoi membri sono pienamente solidali con i paesi noti come violatori dei diritti umani. Il maggiore beneficiario, Israele, probabilmente il più stretto alleato degli Stati Uniti e maggior beneficiario dei loro aiuti militari, è anche un membro de facto dell’Unione Europea nell’ambito del commercio internazionale e in altri accordi di cooperazione e di associazione.

Stelle ascendenti

Jared Genser

Nulla accade spontaneamente nel mondo corrotto dei “diritti umani” istituzionali, controllato dalla NATO. Ad esempio, ci si dovrebbe chiedere, chi è la persona incaricata di richiedere al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite d’indagare sul caso di Jason Puracal? Jared Genser, nominato dal National Law Journal come una delle “40 stelle nascenti, sotto i 40anni, di Washington“, è il responsabile delle Perseus Strategies LLC e fondatore di Freedom Now, un’organizzazione “non-profit” “indipendente” dedita alla difesa di presunti prigionieri di coscienza in tutto il mondo. Genser ha lavorato per lo studio legale DLA Piper LLP e la famosa società di consulenza McKinsey & Company, tra i cui clienti vi sono varie multinazionali e governi con le loro forze armate. Un dettaglio della carriera di questa stella luminosa: nel 2006-2007 è stato visiting professor presso il National Endowment for Democracy (NED), uno dei cui fondatori, Allen Weinstein, ha dichiarato nel 1991 “molto di quello che facciamo oggi è ciò che la CIA faceva di nascosto 25 anni fa.” Un altro dettaglio: tra i suoi clienti ufficiali vi sono l’ex presidente ceco Vaclav Havel, Aung San Suu Kyi del Myanmar, il premio Nobel cinese Liu Xiaobo, il vescovo sudafricano Desmond Tutu e l’ungherese-ebreo premio Nobel Elie Wiesel. Genser è laureato presso prestigiose università come Cornell, Harvard e Michigan. Né si dovrebbe omettere dal suo curriculum, un anno passato come Raoul Wallenberg Scholar presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Genser è anche l’autore della “Guida rivisitata e pratica” del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria (che sarà pubblicata nel 2013) e co-editore di un altro lavoro sulla dottrina R2P: “La responsabilità di proteggere: La promessa di por fine alle atrocità di massa nel nostro tempo” (Oxford University Press, 2012). Chi è il prefatore del libro? Niente meno che l’ex ministro della giustizia canadese, che ha inviato la lettera infuocata al presidente Daniel Ortega, per chiedere in primo luogo la liberazione immediata del narcotrafficante Jason Puracal: Irwin Cotler. Con un tale contesto, non sorprende che il governo del Nicaragua non abbia prestato molta attenzione alla campagna per Puracal, e non abbia risposto alla lettera del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria. Quando un gruppo di alleati influenti, con stretti contatti nei circoli più potenti dell’impero, iniziano una campagna di lettere e dichiarazioni ai media, non si ha che fare con un movimento sociale, ma con una cospirazione.
Uno dei partner di Genser nella Perseus Strategies LLC, è Chris Fletcher, più un agente della CIA che un avvocato idealista. Fletcher è un esperto di diritti umani e di responsabilità sociale delle imprese, con esperienza presso gli uffici delle Nazioni Unite, ha partecipato al processo ai Khmer Rossi in Cambogia e ha lavorato per l’ONG Oxfam negli Stati Uniti, tra le altre organizzazioni. Inoltre, Fletcher è coinvolto nel “Tibet Forum, governance e pratica“, presso l’Università della Virginia. Questa università è un noto terreno di reclutamento della CIA, con docenti attivi per decenni nei circoli della sicurezza nazionale e d’intelligence, come Frederick P. Hitz, alla facoltà di legge dell’università. Altri incarichi temporanei, Chris Fletcher li ha avuti al Dipartimento di Stato e alla Banca mondiale.
La Strategie Perseus LLC, è una società dedita alla fornitura di servizi di consulenza legale a grandi ONG, multinazionali e governi, nei campi dei diritti umani, della responsabilità sociale delle imprese e dell’attuazione di R2P. Le loro attività spesso includono la promozione di interessi degli Stati Uniti in diversi paesi, e la preparazione di vari documenti per giustificare l’applicazione dell’aggressione imperialista con il pretesto della R2P contro il paese bersagliato, come nel caso della Corea del Nord.
In parallelo, o addirittura come divisione speciale all’interno dell’organizzazione, Genser e Fletcher gestiscono un “movimento sociale” sui generis, Freedom Now. Questa organizzazione lavora per liberare i “prigionieri di coscienza” in tutto il mondo, dando loro assistenza legale “pro bono”. Non è una sorpresa che la lista degli imputati di Freedom Now non includa casi come il cittadino cubano-americano René González e i suoi quattro compagni cubani ingiustamente reclusi nelle prigioni di massima sicurezza, per aver ottenuto informazioni al fine di impedire atti terroristici contro Cuba da Miami. Per inciso, questo 13 agosto, a tre giorni dall’appello di Puracal in Nicaragua, René González ha compiuto 56 anni da qualche parte negli Stati Uniti, senza poter essere con la sua famiglia che vive ancora a Cuba. Questi casi sono di poco o nessun interesse o preoccupazione per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, per Genser o per Fletcher e altra gente come loro. Sono interessati solo a casi che promuovono gli interessi del governo degli Stati Uniti: per ora questi includono dissidenti cinesi, “attivisti” iraniani, forse alcuni giornalisti in qualche regione oscura del Terzo Mondo, o trafficanti di droga statunitensi condannati in paesi come il Nicaragua, o altre nazioni nel mirino delle campagne diffamatorie della Casa Bianca.
Genser è solo un membro del Freedom Now. Un altro, il presidente di Freedom Now, è l’avvocato Jeremy Zucker, un ex legale della Corte penale internazionale e membro influente del Consiglio per le Relazioni Estere, dove l’elite del potere statunitense, sia democratica che repubblicana, decide la politica estera degli Stati Uniti e degli alleati. In Norvegia, la cubana-americana Teresita Alvarez-Bjelland, lavora come specialista consulente “non-profit” con i dirigenti della Norwegian-American Association, posizionata in modo da esercitare una pressione sul Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite tramite la loro forte influenza sui norvegesi. Peter Magyar, l’avvocato incaricato di ampliare l’attività di Freedom Now in Europa, è un influente avvocato nelle privatizzazioni e nei mercati internazionali dei capitali.
Freedom Now non difende chiunque. Il suo lavoro è volto “strategicamente” al fine di promuovere cambiamenti politici nei paesi di cui si sono selezionati gli imputati. E il loro operato non si limita agli organi giudiziari, ma è anche dedito allo sviluppo di relazioni pubbliche e campagne di propaganda con una vasta gamma di agenti e attori. Freedom Now dice che difende solo i prigionieri di coscienza. Ma nel caso di Jason Puracal, condannato per traffico di droga, è difficile, se non impossibile, usare tale argomento. In breve, la loro attività è semplicemente un altro modo, con il pretesto delle campagne per i diritti umani, d’intervenire con motivazioni politiche dei paesi bersaglio degli Stati Uniti.

Innocenza? Quale innocenza?
Una delle organizzazioni più influenti che sponsorizzano la campagna per Puracal è il gruppo chiamato Innocence Project, la cui missione è tutelare i diritti dei cittadini statunitensi ingiustamente detenuti dentro e fuori dagli Stati Uniti. Oltre al supporto dei media, l’organizzazione ha dato a Puracal supporto legale attraverso la sua rete di avvocati negli Stati Uniti. Questa organizzazione, nel 2011, ha ricevuto una sovvenzione di 400.000 dollari per due anni di spese generali, da parte della fondazione statunitense finanziata dal magnate George Soros, l’”Open Society Foundations“, appartenente al suo Open Society Institute.
Secondo l’investigatrice Eva Golinger, l’Open Society Institute è coinvolto nella destabilizzazione dei governi che hanno resistito all’offensiva delle rivoluzioni colorate post-sovietiche. L’Open Society Institute è stata attiva in Jugoslavia, Ucraina e Georgia, lavorando a stretto contatto con la Freedom House e l’Albert Einstein Institution (AEI) per rovesciare i governi finanziando i media e i gruppi di opposizione. Mentre l’area di maggior interesse per l’Open Society Institute è l’Europa orientale e il Caucaso, è anche molto attivo in Africa e in America Latina.
Secondo Barry C. Scheck, sul New York Times della fine dell’anno scorso, il nuovo direttore dell’”impero filantropico” di Soros, Christopher Stone “ha la passione di voler cambiare le cose, una grande visione e di voler comprendere come costruire istituzioni e riprogettarle per restare“. Scheck, co-direttore di Innocence Project, è noto come avvocato di OJ Simpson, nel caso altamente pubblicizzato del 1995. L’Organizzazione di Scheck è solo un’altra delle decine di ONG e altri gruppi che Soros ha cooptato, in tutto il mondo, per attuare l’agenda imperiale, con i suoi milioni; solo l’anno scorso 860 di essi. Esperto nel distruggere le banche centrali di tutto il mondo tramite attacchi speculativi contro le vulnerabili valute nazionali, Soros critica gli eccessi del sistema finanziario ed è favorevole alle regolamentazioni ma, dice, “non un eccesso di regolamentazione. I regolatori sono esseri umani fallibili e sono anche dei burocrati che prendono decisioni lentamente e sono soggetti a influenze politiche.” Il discorso di Soros sulle società aperte, il libero mercato e le sue critiche a Bush, lo hanno reso popolare tra i democratici, ma non è in alcun modo un progressista. Per quanto riguarda la strategia dell’impero, Soros è un attore di primo piano dell’élite del potere globale. È membro di Council on Foreign Relations, Bilderberg, International Crisis Group e Human Rights Watch, tutte organizzazioni che lavorano per raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti, spesso con i “diritti umani” come pretesto per gli interventi degli Stati Uniti e della NATO.

Gli stracci bianchi della DEA
La “raccomandazione” del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria si è rivelata un costrutto politico dei più alti livelli dell’opportunista, politicizzata, corrotta rete dei “diritti umani” del governo statunitense. L’ex ministro della giustizia canadese, che così duramente ha criticato il Comandante Daniel Ortega, si rivela essere un vecchio amico di Jared Genser, orchestratore della rete. Soros finanzia “Innocence”, ben lontana dall’essere una innocente organizzazione internazionale dei diritti umani. Allo stesso modo, spicca di più all’occhio l’ex capo della DEA Tom Cash, riguardo il suo sostegno a Puracal. Thomas V. Cash è uno degli uomini che hanno contribuito a perseguire Pablo Escobar. Quando ha lasciato la DEA, Cash ha lavorato per la società di consulenza informazioni e intelligence, Kroll Inc., diventando capo dell’ufficio di Miami. Tra i suoi servizi, Kroll offre consulenza ai governi dei vari paesi  paradisi fiscali su come migliorare la propria immagine e farsi rimuovere dagli elenchi anti-riciclaggio di denaro dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.
Kroll assume ex funzionari dell’intelligence quando lasciano la carica pubblica per entrare nel settore privato. Kroll ha assegnato Cash per imbiancare il paradiso fiscale di Antigua, fornendogli un lifting finanziario e creando scappatoie attraverso le quali i compari di Pablo Escobar potessero continuare a riciclare i ricavi della droga. Ciò che ha messo fuori dalla grazia Tom Cash, tuttavia, fu una questione diversa. Lo scorso giugno, il truffatore R. Allen Stanford è stato condannato a 110 anni di carcere. Un’indagine sul suo schema Ponzi ha scoperto che in 20 anni ha rubato 7 miliardi di dollari a 30000 depositanti, promettendo tassi di interesse favolosi sui loro depositi presso la Banca Internazionale di Stanford, ad Antigua. Il primo caso esplose tre anni fa, nel 2009, quando le autorità federali fecero irruzione negli uffici del Gruppo Stanford, per le indagini sulle frodi. A luglio di quell’anno, Cash lasciò la sua posizione nella Kroll. Il motivo? Come consulente che lavorava per la Kroll, Cash ha dato il via libera agli inquirenti per indagare sulla Stanford, ma non si è mai preso la briga di riferire che la sua azienda, una volta, l’aveva “assunto e pagato” come consulente di Stanford. Un’organizzazione di elettricisti che ha perso più di 6 milioni di dollari nello schema Ponzi, ha poi denunciato Cash. Cash non ha mai detto agli elettricisti che Stanford era stato sanzionato dalla Financial Industry Regulatory Authority. Né li informò che un ex dipendente di Stanford aveva citato in giudizio la società, con l’accusa che lo schema era tutta una truffa.
Tra le credenziali di Cash, secondo il New York Post, vi è l’aver prestato servizio come presidente della Associazione Internazionale dei Banchieri in Lotta contro le Frodi della Florida. Il giornale aggiunge che i legami tra Cash e la polizia di stato erano così grandi, che un giudice assegnato alla causa degli elettricisti contro la Kroll, ha dovuto abbandonare il caso perché era stato un amico personale di Cash per molti anni.

Palese interferenza
Il 16 agosto l’udienza d’appello inizia in Nicaragua, nel caso di Jason Puracal. La corte distrettuale di appello di Granada deciderà se ci sono o meno elementi sufficienti per dichiarare l’annullamento del processo originale che si concluse con la sua condanna a 22 anni, in base alle procedure della Costituzione e del Codice penale del Nicaragua. Anche così, attraverso le loro reti di interferenza politica, falsi gruppi per i diritti umani hanno utilizzato il caso Puracal per condurre una palese propaganda anti-Nicaragua. Ciò, a sua volta, non aiuta molto la difesa di Puracal.
La campagna per la liberazione di Jason Puracal, condannato per narcotraffico, illustra perfettamente, ancora una volta, il grado di corrotta manipolazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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