Cosa ne farà l’FBI dei beni rubati all’Ucraina?

Valentin Katasonov Strategic Culture Foundation 22/04/2014

ucrainaRecentemente l’Ufficio del portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che gli USA avevano inviato un team di esperti di FBI, dipartimenti della Giustizia e del Tesoro ad aiutare Kiev a recuperare beni rubati all’estero. Il 29 aprile Stati Uniti e Gran Bretagna ospiteranno una riunione multilaterale sul tema con la partecipazione di funzionari ucraini. Si prevede che l’International Center of Asset Recovery (ICAR) di Basilea parteciperà alla riunione. L’Ucraina è sull’orlo del collasso, di massicce fiammate sociali e perfino della carestia. L’Ucraina ha bisogno di soldi per salvare l’economia nazionale dal collasso. Certo, Washington non si preoccupa di ciò che accade all’economia ucraina; è preoccupata dalla capacità dell’Ucraina di pagare i debiti ai creditori occidentali. Attualmente il debito estero dell’Ucraina è stimato a 145 miliardi dollari. Ora, nessuno in occidente vuole fare nuovi prestiti all’Ucraina. Gli importi menzionati dai media, di miliardi di dollari e di euro, non sono altro che “intervento verbale” di politici ucraini e funzionari occidentali.  Vi sono segni evidenti che il settore bancario ucraino presto crollerà. La Banca Nazionale dell’Ucraina (NBU) discute la possibilità di salvare le banche commerciali come s’è fatto a Cipro, cioè confiscando i conti dei depositanti e girandoli forzatamente agli “investitori” (“azionisti”). Il piano del regime a Kiev è mobilitare diversi miliardi di dollari in questo modo; tale palese rapina potrebbe salvare diverse banche, ma non può salvare il Paese dal collasso. Ciò richiederebbe decine di miliardi di dollari. Quando si arriva al dunque, pagare i debiti ai creditori stranieri, l’Ucraina ha solo due risorse. La prima è privatizzare i beni dello Stato, anche le risorse naturali del Paese. La seconda sono i beni esteri dell’Ucraina. Quindi FBI e dipartimento della Giustizia e del Tesoro degli Stati Uniti hanno deciso di aiutare Kiev ad utilizzare la seconda risorsa.
Le attività estere ucraine sono costituite da diversi componenti. La principale sono le riserve internazionali della NBU, che si dileguano continuamente da metà 2011 (al culmine dei 38 miliardi di dollari). Oggi sono a meno di 15 miliardi; tale riserva è insufficiente per pagare i debiti dovuti ai prestiti e ai servizi precedenti, perfino per la fine dell’anno. Ci anche sono beni esteri privati. E’ noto che gli investimenti diretti privati ucraini all’estero non arrivano a 10 miliardi cumulati; tuttavia, questi sono solo gli investimenti diretti. Ci sono anche i portafogli dei nuovi investimenti, prestiti, crediti, fondi bancari e contanti in valuta estera. In tutto, alla fine dello scorso anno, le attività estere arrivavano a oltre 140 miliardi di dollari. Importo pari solo al debito estero complessivo dell’Ucraina. E circa il 70% delle attività è sotto forma di valuta e liquidità in conti bancari esteri, una forma molto liquida di attività. Tuttavia, il patrimonio privato ufficiale in valuta estera dell’Ucraina è solo la punta dell’iceberg. La parte principale delle attività ucraine all’estero è formata da capitali esportati illegalmente da funzionari di alto rango e oligarchi. Non sono contabilizzati nelle statistiche del bilancio dei pagamenti della NBU. Lo scorso anno i media ucraini hanno pubblicato una valutazione dei 100 cittadini ucraini più ricchi (Top-100). Le attività di questi “top 100″ nel 2012 erano pari a 130 miliardi dollari (80% del PIL di Ucraina). E le attività estere degli oligarchi, per la maggior parte, sono superiori a quelli nazionali. Tuttavia, questi dati non tengono conto dei fondi nei conti bancari degli oligarchi. Ciò rimane completamente nell’ombra. Negli ultimi anni le attività irregolari di oligarchi ucraini e funzionari in vari settori all’estero, vennero  alla luce. Jatsenjuk, nella sua passione nel denunciare il “regime criminale di Janukovich”, ha dichiarato che negli anni della sua presidenza 70 miliardi di dollari uscirono dal Paese per aree off-shore. Tuttavia, ha taciuto su quanti ne uscirono sotto Jushenko e Timoshenko. Secondo le stime della Rete della Giustizia Tributaria, un centro di analisi statunitense, dall’indipendenza dell’Ucraina 167 miliardi di dollari finirono off-shore. Importo quasi pari al prodotto interno lordo del 2012 e in modo significativo superiore al debito estero complessivo del Paese. È tali attività estere che il regime a Kiev, insieme ai padroni di Washington, vede come potenziale risorsa per la soluzione dei problemi economici e finanziari dell’Ucraina.
L’esperienza internazionale del rientro di attività estere in patria c’è. In pratica ci sono stati tentativi di recuperare il denaro di Saddam Hussein, Muammar Gaddhafi, Hosni Mubaraq, Francois Duvalier, Robert Mugabe e altri. Tali operazioni utilizzarono quasi sempre lo slogan della “restituzione di ciò che hanno rubato i ricchi”. C’è un protocollo chiaro per tali operazioni:
1. approvare le leggi necessarie nel Paese vittima per le operazioni di recupero dei beni, nonché la firma di accordi con altri paesi.
2. cercare e trovare i beni all’estero.
3. congelamento dei beni.
4. dimostrare l’origine illecita dei beni.
5. presentazione di un programma per l’utilizzo dei beni recuperati dal paese vittima.
6. trasferimento dei beni al Paese vittima e attuazione del programma.
Questa è la procedura descritta nelle istruzioni ideate da International Centre for Asset Recovery (ICAR), Banca mondiale e altri organismi. In realtà, di solito non si arriva mai all’ultima fase. Questo per le difficoltà a districarsi nei complicati schemi utilizzati per l’esportazione dei beni provenienti dai Paesi vittima. Perché l’occidente, dove i beni sono ubicati, ha interesse a congelare i beni il più a lungo possibile, soprattutto nel caso dei conti bancari. Tale aspetto della questione non viene quasi mai menzionato. Dopotutto, i fondi congelati che spesso ammontano a miliardi di dollari, sono un vero regalo alla banca che li ospita. Qualsiasi banca sogna clienti che non utilizzano i conti che hanno aperto. Anche se gli specialisti presentano le dovute prove della provenienza illecita dei beni esteri, il governo del Paese in cui tali beni sono nascosti non si affrettano a sbloccarli immediatamente e a restituirli al “popolo” del Paese derubato. Il ragionamento del Paese che “ospita” i beni illegali è più o meno così: se riprendiamo tali beni (denaro), saranno sottratte di nuovo. Possiamo solo trasferirle al Paese vittima se avremo le giustificazioni di spesa e meccanismi per monitorarne l’uso nello scopo previsto. Gli Stati Uniti usano termini come questi per tenersi i beni rubati.
Nel valutare la probabilità che l’Ucraina possa recuperare una piccola parte delle decine di miliardi di dollari presi ed esportati, è utile ricordare la storia dell’ex-primo ministro ucraino Pavel Lazarenko che sconta una condanna negli Stati Uniti per riciclaggio di denaro. La corte federale degli Stati Uniti considera illeciti tutti i soldi trovati nei conti bancari a suo nome, in diversi Paesi. L’importo sarebbe stimato a 1000 miliardi di dollari, ma non è ancora stato dimostrato che tutti i conti e il denaro siano legati al primo ministro o a abbiano origine criminale. Attualmente ciò è stato incontestabilmente dimostrato per fondi pari a soli 250 milioni di dollari. Passati 15 anni dall’arresto di Lazarenko negli Stati Uniti, l’Ucraina non ha ancora ricevuto un solo dollaro dei fondi congelati dell’ex-primo ministro. E non li avrà mai… L’esperienza del Kazakistan nella cooperazione con Washington sembra un po’ più ottimista. Astana ha potuto prendersi 84 milioni dollari dagli Stati Uniti, sebbene gli esperti stimano che i beni illegali di origine kazaka negli Stati Uniti siano pari a diversi miliardi di dollari. Come si suol dire, la montagna ha portato un topolino. Anche l’esperienza della Libia è interessante. Dopo il rovesciamento di Gaddhafi, fu lanciata una vasta campagna per cercarne i beni personali e dei suoi stretti collaboratori, nelle banche e nei vari Paesi. I media hanno riferito che i vari beni in totale non ammontano a miliardi, ma a decine di miliardi di dollari. Tuttavia neanche l’un per cento è tornato in Libia. Il precedente libico è interessante: fin dall’inizio dell’aggressione alla Libia, Washington a gran voce dichiarò che “i beni del dittatore saranno restituiti al popolo”. Quando furono trovati, fu detto che il popolo libico doveva a Washington larghe somme di denaro speso per instaurare la democrazia nel Paese, riferendosi alle spese per le operazioni militari statunitensi che uccisero migliaia di civili. Alcuni esperti sono convinti che i soldi di Gaddhafi e di altri cittadini libici saranno semplicemente trasferiti nel bilancio federale degli Stati Uniti. E’ del tutto probabile che la stessa sorte attenda il patrimonio ucraino, quando gli statunitensi lo troveranno.
Un’ultima cosa. Il recente arresto dell’oligarca ucraino Dmitrij Firtash è una minaccia per l’aristocrazia off-shore dell’Ucraina. I conti esteri di Firtash sono stati sequestrati perché il denaro è di origine criminale, e in futuro sarà utilizzato per rimborsare i debiti di Firtash con le banche occidentali. Ciò che resterà, sarà utilizzato per ripagare i debiti dell’Ucraina con il FMI e altri creditori “prioritari”. Il popolo non avrà nulla.

1964841La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FMI, BRICS e l’”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha un’arma segreta contro l’occidente, e non si tratta di petrolio, gas o armi nucleari

Jason Karaian QZ 14/4/2104

ap070614059593I mercati dell’energia sono alquanto instabili di recente, grazie alle violenze in Ucraina e la guerra verbale tra Russia e occidente. Entrambe le parti in conflitto giocano sulla politica dei gasdotti, con minacce e contro-minacce che volano tra il fornitore di energia più grandi del mondo e i consumatori. Come gli animi si accendono, la minaccia di chiudere gli oleodotti cruciali basta a spaventare anche i trader più temprati. Anche se petrolio e gas sono in cima ai pensieri, non sono le uniche merci di cui i trader si preoccupano. Il prezzo del palladio ha avuto un balzo da tre anni ad oggi:

spot-palladium-price-nymex-price_chartbuilderLa Russia è il maggiore produttore mondiale del metallo, ingrediente fondamentale per convertitori catalitici nelle automobili, condensatori elettronici, corone, gioielli e molto altro. Mentre l’occidente minaccia sanzioni sempre più severe contro la Russia, per le sue presunte provocazioni in Ucraina orientale, la Russia potrebbe infliggere danni simili con proprie restrizioni commerciali. Limitare le esportazioni di palladio può essere un’utile ed efficace arma rispetto al divieto di visto imposto ai principali funzionari occidentali, ma non provocatorio come l’embargo su petrolio o gas. Ciò che dà alla Russia mano libera nel possibile uso della “politica del palladio”, sono i minatori in sciopero in Sud Africa, il secondo maggiore grande produttore di palladio del mondo. Circa 80000 minatori sono in sciopero per il salario e devono ancora tornare al lavoro. Russia e Sud Africa controllano più di tre quarti della produzione di palladio nel mondo, secondo Johnson Matthey. L’anno scorso, la domanda di palladio ha superato l’offerta di 23 tonnellate (25,4 tonnellate), così le scorte già si esauriscono.

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Gli europei sono giustamente preoccupati per l’affidabilità delle forniture energetiche russe, mentre gli Stati Uniti cominciano a gettare il loro peso di produttori che potrebbero influenzare il mercato petrolifero. Ma le schermaglie iniziali della guerra economica tra Russia e occidente non sono state combattute sugli oleodotti. Gli Stati Uniti hanno già usato il settore finanziario per azzoppare una banca russa e disturbare i sistemi di pagamento del Paese, mentre i Paesi europei hanno congelato i contratti per la Difesa con i russi. Controllando un oscuro metallo prezioso, ma assai importante, la Russia ha un mezzo per reagire; il prezzo del palladio è in crescita del 13% nel mercato, quest’anno, con i futures che suggeriscono ulteriori guadagni futuri. Può sembrare strano, ma una disputa  territoriale in Ucraina potrebbe far balzare i prezzi negli autosaloni europei e nelle cliniche odontoiatriche statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina riduce massicciamente il suo stock di debito degli Stati Uniti

Charles Sannat, Le Contrarien Matin, 27 febbraio 2014 – Reseau International

“Cercando di soffocare le rivoluzioni pacifiche, si rendono inevitabili quelle violente”

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Dalla deamericanizzazione teorica a quella pratica. Questo è uno dei principali fenomeni finanziari cui si assiste senza che per il momento le conseguenze siano troppo visibili. Tuttavia, tutto sembra a posto e, ancora una volta, la sospensione dei quantitative easing (cioè le iniezioni di liquidità della banca centrale statunitense, FED, tramite il riacquisto del debito bancario o del Tesoro degli Stati Uniti) è piuttosto sorprendente, per non dire assolutamente incredibile. Si ricordi, un paio di mesi fa, al culmine dello psicodramma sull’innalzamento del tetto del debito degli Stati Uniti e dello stallo politico nel Congresso degli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti subivano lo “shutdown“, la Cina avvertiva quasi ufficialmente gli USA indicando nettamente il passaggio alla deamericanizzazione della propria economia cercandone di ridurre l’esposizione al debito degli Stati Uniti e al dollaro USA. La Cina, il maggiore detentore mondiale di debito USA, attualmente impiega tre leve per realizzare la sua politica di deamericanizzazione. La prima sono i massicci acquisti di metallo fisicamente consegnati alla Cina, diventata in meno di 3 anni null’altro che il maggiore consumatore mondiale di oro dopo l’India. La Cina e i suoi acquisti massicci hanno sostenuto il prezzo dell’oro durante il periodo della significativa correzione del 2013 e ora, dall’inizio del 2014, fa aumentare di nuovo i prezzi. La seconda è la moltiplicazione degli scambi bilaterali in yuan (moneta cinese) e la riduzione della quota in dollari del commercio estero della Cina. Tali accordi su scambi valutari si sono moltiplicati nel 2013 amplificandosi a partire dall’ultimo trimestre del 2013. Anche Cina e Giappone cui però i rapporti possono esser tesi, hanno firmato un simile accordo. La terza è l’uso della Cina delle sue riserve valutarie in dollari per acquistare beni all’estero come società di Stati Uniti o Europa (si pensi alla partecipazione alla PSA, all’acquisizione di Volvo o del mega-programma immobiliare in California). In questo caso, la Cina scambia carta moneta (il dollaro) con beni reali.
C’è una quarta leva molto difficile da usare senza destabilizzare il maggiore mercato di titoli sovrani quello in particolare del Tesoro degli Stati Uniti. Anche in questo caso, la Cina è il maggiore detentore del debito degli Stati Uniti… Per deamericanizzarsi effettivamente, Pechino deve liberarsi della montagna di buoni del Tesoro degli Stati Uniti… ciò, dal punto di vista di Washington, potrebbe quasi essere considerato un atto di guerra. Non credo che i cinesi inizieranno a liquidare rapidamente la loro quota del debito degli Stati Uniti, per i rischi geopolitici che una tale decisione comporterebbe. Eppure sappiamo che i cinesi smaltiscono difatti massicciamente il debito degli Stati Uniti che hanno! Nel dicembre 2013, la Cina ha venduto 48,8 miliardi dollari di debito degli Stati Uniti. Ecco un dispaccio dell’agenzia finanziaria Bloomberg del 19 febbraio, passata quasi inosservata e senza commenti. “La Cina, il maggiore creditore estero degli Stati Uniti, ha ridotto in modo significativo la propria partecipazione dei buoni del Tesoro degli Stati Uniti (maggiore riduzione in due anni), mentre la Federal Reserve (FED) annuncia la riduzione dei riacquisti delle attività.” Quasi tutto è così concisamente riassunto in queste due righe e mezzo dell’agenzia Bloomberg. Infatti, la Cina ha venduto nel dicembre 2013 quasi 50 miliardi di titoli del Tesoro USA, mentre allo stesso tempo la FED (la banca centrale statunitense) ha ridotto i propri acquisti diretti di debito degli Stati Uniti…

Una situazione esplosiva sul mercato obbligazionario internazionale
E’ ovvio, ed è la grande questione, che la combinazione tra riduzione degli acquisti di debito degli Stati Uniti da parte della stessa banca centrale degli Stati Uniti, e massiccia vendita di buoni del Tesoro da parte della Cina, sia una situazione semplicemente esplosiva per il mercato obbligazionario globale! Tale movimento è semplicemente intollerabile…, in ogni caso, se questi due fenomeni dovessero essere permanenti. Delle due cose, l’una. O è solo un avvertimento delle autorità di Pechino, e in questo caso la Cina, non riuscendo a incrementare ulteriormente la propria posizione nel debito degli Stati Uniti, manterrà più o meno la sua attuale posizione, o in realtà la Cina ha deciso di ridurre ogni mese di 50 miliardi il debito degli Stati Uniti e, in questo caso, il mercato globale dovrà assorbirli, cosa ovviamente impossibile poiché gli Stati Uniti emettono ogni mese diversi miliardi di nuovo debito… Questo è precisamente il motivo per cui la FED riacquista gli enormi debiti del proprio governo. Non ci sono abbastanza compratori per finanziare ancora il debito degli Stati Uniti e per giunta a un prezzo basso (al 10% tutti vorrebbero fare prestiti allo Zio Sam, ma al 2,8% a 10 anni, chiaramente ci sono meno volontari!) Ciò significa che se la politica cinese di rivendita continua… la FED dovrà riprendere a creare moneta e a comprare di nuovo massicciamente e probabilmente anche più di prima, i titoli del governo degli Stati Uniti. In tal caso, la riduzione del QE potrebbe non essere sostenibile e Janet Yellen cambierà rapidamente rotta.

Dove sono i 50 miliardi venduti dai cinesi?… In Belgio!
No, amici miei, non è l’ultima barzelletta belga, anche se ci assomiglia tremendamente. Ovviamente, quando si viene a sapere che la Cina ha appena venduto 50 miliardi di dollari di buoni del Tesoro, mi chiedo dove il denaro sia andato e chi sia il destinatario… è un’altra fonte perfettamente ufficiale, perché è lo stesso dipartimento del Tesoro statunitense a dirlo nel riassunto sui principali detentori esteri di titoli del Tesoro, infatti la Cina ha ridotto la sua esposizione di 50 miliardi mentre, allo stesso tempo, in quarta posizione adesso si colloca il Belgio (che compie la più irreale rimonta nella classifica del dipartimento del Tesoro), poiché il Belgio è passato, tenetevi forte, dai 200 miliardi ai 250 miliardi in un mese… un aumento considerevole. Allora perché il Belgio? Per essere onesti, mistero, nessuna idea. Inoltre, si tratta del Belgio, della Banca centrale del Belgio o dei belgi? (No, i belgi non hanno cominciato a comprare obbligazioni statunitensi come se fossero piatti di impepate di cozze…) Forse poiché a Bruxelles c’è la Commissione europea e un sacco di agenzie (per non parlare di qualche grande e oscuro depositario come Euroclear). In breve, per il momento, niente fatti ma tante speculazioni e ipotesi. Ciò che è noto, però, è che tramite il Belgio la vendita dei cinesi è stata assorbita ed il Belgio ha aumentato la ricapitalizzazione del Tesoro in modo significativo in 12 mesi… quasi raddoppiando la propria detenzione già colossale. Quindi succede qualcosa in Belgio, fulcro della questione.
Quello che è certo è che i 50 miliardi dei cinesi sono stati assorbiti dai nostri amici belgi, ringraziandoli vivamente per il loro sacrificio finanziario perché preferisco che tali buoni siano in Belgio e non in Francia. Quindi dobbiamo guardare il bollitore dell’evoluzione del mercato obbligazionario, perché se la Cina continua la massiccia emissione di buoni del Tesoro USA… non saranno i nostri poveri amici belgi, per quanto simpatici, che sostituiranno l’acquirente cinese divenuto un così grande venditore… Ma per prolungare il sistema ancora di più, grazie al loro “potere di persuasione”, i nostri grandi amici statunitensi possono costringere alcune nazioni a comprare altro loro debito ammuffito… e la Francia, grande amico degli Zamericani con François sul tappeto rosso di Obama, dovrebbe finire per farsi tentare, firmando un sublime assegno per lo Zio Sam a danno dei francesi e dei contribuenti (‘con-tribuables‘, coglion-buenti. NdT) che siamo noi tutti. Quindi aspettiamoci di vedere se lo stock del debito statunitense detenuto dalla Francia  aumenta (oltre i 3 miliardi nell’ultimo conteggio, come i tedeschi).
Capite che l’informazione deve aiutare a farci comprendere che il sistema economico mondiale come lo conosciamo è agli sgoccioli, e ciò implica logicamente che ci si dovrebbe preparare a grandi cambiamenti… ciò non impedisce una qualche speranza di miglioramento per ognuno di noi.
Restate sintonizzati. Ci rivediamo… se non vi dispiace!

Public DebtUStoaddthreetimesmoredebtthaneurozoneover-yearsQuesto è un articolo ‘presslib’, vale a dire privo di diritto di riproduzione, a condizione che questo paragrafo sia riportato in coda. Le Contrarien Matin è quotidiano di decrittazione di notizie economiche pubblicato dalla società AuCOFFRE.com. L’articolo è di Charles Sannat, direttore degli studi economici. Grazie per aver visitato il nostro sito. È possibile iscriversi gratuitamente a LeContrarien.com.

Bloomberg
Treasury.gov
LeContrarien

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera bosniaca” e l’autunno serbo

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 15/02/2014

bosnia_herzegovina_political_mapI drammatici sviluppi in Bosnia Erzegovina assumono sempre più carattere pan-europeo. Nelle dinamiche del conflitto si vedono dei parallelismi con  la crisi in Ucraina e allo stesso tempo da di che pensare agli apologeti dell’eurointegrazione negli altri Paesi. Naturalmente, le proteste che travolgono le città bosniache hanno le loro peculiarità nazionali. Dopo tutto, sulla base degli indici aggregati socio-economici, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è uno dei tre Paesi più deboli dell’Europa, assieme all’Albania e alla Moldavia, e la tendenza alla crisi non è difficile da vedere. Nonostante ciò, fino a poco prima le élite del governo della Bosnia-Erzegovina, musulmane, croate e serbe, potevano mantenere una relativa stabilità politica. La pressione esterna, la presenza dell’Alto Rappresentante a Sarajevo con poteri senza precedenti per uno Stato sovrano, ha avuto un ruolo. Tuttavia, la crisi europea, la crescita della disoccupazione, la tipica corruzione diffusa nei Balcani e l’aumento delle attività di forze estere hanno radicalizzato la situazione. Di conseguenza, sia Milorad Dodik, carismatico presidente della Republika Srpska, parte della Bosnia-Erzegovina, che il leader moderato dei musulmani Bakir Izetbegovic, hanno perso molta popolarità sotto la pressione delle forze radicali. La possibilità di tenere elezioni anticipate è all’ordine del giorno. I politici già al potere le supportano affrettandosi a “cavalcare l’onda” delle proteste. “La gente vuole un cambio di governo”, dice Bakir Izetbegovic, nella speranza di ampliare il suo sostegno elettorale, anche se attualmente è membro del massimo organo del potere in Bosnia-Erzegovina, la presidenza collettiva.
Per ora le proteste di massa interessano principalmente il territorio della federazione croato-mussulmana della Bosnia-Erzegovina, una delle due entità che compongono lo Stato. La posizione dei croati sembra più riservata per via dei peculiari aspetti della loro posizione. Il ricercatore inglese David Chandler caratterizza con precisione queste peculiarità, affermando che i bosniaci croati rafforzano la loro posizione in Bosnia, mantenendo e approfondendo i legami con la più benestante Croazia. Un ottimo esempio per i serbi di Bosnia e la Serbia! Dopo tutto, il rischio di una diffusione su ampia scala della crisi attuale nel territorio della Republika Srpska, non dovrebbe essere sottovalutato. Un dettaglio degno di nota. La Bosnia-Erzegovina ha firmato l’accordo di associazione con l’Unione europea nel 2008. Un documento simile a quello che Bruxelles cercava di far firmare all’Ucraina. La conseguenza diretta dell’eurointegrazione è che ciò che restava dell’industria della Bosnia-Erzegovina dopo la guerra civile del 1992-1995, collassa. L’agenzia nazionale di statistica segnala un tasso di disoccupazione del 44%, un abitante su cinque della Bosnia-Erzegovina vive al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia, l’Unione europea e i suoi fondi anticrisi non hanno né la capacità né l’intenzione di aiutare un Paese che non è nemmeno candidato ufficiale all’adesione all’organizzazione. Ora sembra che Bruxelles si appresti a sottoporre la Bosnia-Erzegovina a una dimostrazione militare per “imporre un’operazione di pace”. L’Alto rappresentante della comunità internazionale a Sarajevo, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, ha dichiarato al quotidiano viennese Kurier: “Se la situazione continua a complicarsi, pensiamo d’inviare truppe dell’UE…” Considerando l’intensità delle controversie interetniche persistenti in Bosnia-Erzegovina a quasi due decenni dalla fine della guerra fratricida, la crisi socioeconomica  potrebbe facilmente portare alla disintegrazione del Paese. E’ assai probabile che l’occidente si avvarrà delle manifestazione per forzare l’integrazione euro-atlantica della Bosnia-Erzegovina… il ministro degli Esteri inglese William Hague ha già esortato i suoi colleghi dell’UE e della NATO a fare ogni sforzo per aiutare la Bosnia-Erzegovina ad avvicinarsi all’adesione all’Unione europea e alla NATO.
Per ora il governo della Bosnia-Erzegovina ha potuto controllare la coalizione radicale della “primavera bosniaca” che guida le manifestazioni, tramite concessioni tattiche. I leader dei cantoni di Sarajevo, Zenica e Tuzla si sono dimessi, così come il capo della polizia di Mostar. Tuttavia, la crisi bosniaca è di natura sistemica e si presenta come nuova “riformattazione” di questa assai travagliata ex-repubblica jugoslava. Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha già dichiarato che Banja Luka non consentirà un qualsiasi intervento della comunità internazionale negli affari della Bosnia-Erzegovina “che non sia previsto dalla costituzione e dalla normale procedura”. Ma l’occidente si farà davvero sfuggire l’occasione di giocare la “carta” bosniaca di nuovo a scapito degli interessi dei serbi e della Serbia?

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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