I sauditi gettano petrolio per fare leva sugli Stati Uniti

Moon of Alabama 13 ottobre 2014obamaL’anno scorso il presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato molto riguardo l’indipendenza energetica: “Al suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha celebrato gli sforzi della sua amministrazione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e anche lodato il recente aumento della produzione interna di petrolio e di gas. Obama ha detto all’inizio del discorso che ora “produciamo più petrolio di quanto ne compriamo dal resto del mondo”, per la prima volta in vent’anni”. Obama non ha detto che l’aumento della produzione statunitense di combustibili fossili è possibile solo perché i prezzi di petrolio e gas sono aumentati oltre la soglia magica dei 100 dollari al barile. Quindi il prezzo per l’estrazione di gas di scisto e la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è solo marginalmente redditizio o per nulla redditizio. Ma parlare di “indipendenza energetica” consente a vari esperti di sostenere che gli Stati Uniti potrebbero ora ignorare il Medio Oriente: “Chiaramente, il boom delle compagnie petrolifere e gasifere statunitensi non è esente da problemi, ma i vantaggi economici, geopolitici e ambientali di tale imminente indipendenza energetica superano di gran lunga gli svantaggi. I giorni in cui le dittature dei produttori di petrolio mediorientali e dei loro amici dell’OPEC potevano così facilmente imporre il loro potere su un tremolante ed assetato occidente stanno per divenire reliquia del passato”.
Essendovi una nuova strisciante recessione mondiale, il consumo di combustibili fossili è diminuito. Tipicamente, un tale declino potrebbe essere seguito dal calo della produzione dei principali produttori, per mantenere i prezzi e il loro reddito alquanto stabili. Ma ciò non accade.
I sauditi e gli altri governanti del Golfo non amano parlare molto dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, dovendo mantenere una certa influenza sulla politica degli Stati Uniti. Ora hanno deciso di porre fine alle chiacchiere sull'”indipendenza energetica” degli Stati Uniti e costringere gli Stati Uniti a rivolgersi di nuovo a loro. Il metodo semplice adottato è mantenere la produzione di petrolio abbastanza alta, in un periodo di cali dei consumi, accettando prezzi più bassi e far sì che la nuova produzione nazionale degli Stati Uniti sia in perdita: “Il regno (saudita), il maggiore produttore dell’OPEC, è pronto ad accettare prezzi sul petrolio al di sotto dei 90 dollari al barile, forse a 80, per un anno o due, secondo persone informate sui recenti colloqui. Le discussioni, alcune delle quali hanno avuto luogo a New York la scorsa settimana, indicano il chiaramente che il regno abbandona la vecchia strategia di tenere i prezzi a circa 100 dollari al barile per il Brent, a favore del controllo di quote di mercato in futuro”.
Lo scopo è chiaro. Espellere dal mercato i produttori dai maggiori costi dell’OPEC e quindi mantenere la quota di mercato globale, così come la leva necessaria per perseguire gli obiettivi politici dei Paesi del Golfo: “Il ministro del petrolio del Quwayt Ali al-Omayr avrebbe detto all’agenzia KUNA che l’OPEC difficilmente ridurrà la produzione di petrolio puntellandone i prezzi, perché una tale mossa non sarebbe efficace. Omayr ha detto che 76-77 dollari al barile potrebbe essere il livello ultimo della discesa del prezzo del petrolio, dato che si tratta del costo di produzione negli Stati Uniti e in Russia“. I sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tutti bilanci positivi (Fig 3). Possono facilmente permettersi dei prezzi più bassi. I costi della produzione di gas di scisto e sabbie bituminose degli USA sono superiori ai costi di produzione saudita o russo. Saranno i primi a chiudere se i prezzi restano bassi: “Permettere che il Brent scenda a meno di 85 dollari potrebbe rallentare il boom dello scisto negli Stati Uniti, perché alcuni produttori potrebbero perdevi a quel prezzo, ha detto Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime della Bank of America, in un rapporto del 9 settembre. … Limitare il boom shale negli USA ne assicurerebbe la continua dipendenza dall’energia mediorientale, ha detto Blanch. … “Per l’Arabia Saudita, non vedo il motivo per cui portino e mantengano i prezzi a meno di 90 dollari”, ha detto Torbjoern Kjus, analista della DNB di Oslo, il 10 settembre, “Va a vantaggio dei sauditi testare il limite del gas di scisto degli Stati Uniti”. Il leader de facto dell’OPEC ha la “potenza di fuoco fiscale” per tollerare prezzi a 70 dollari per due anni e senza difficoltà economiche, secondo la consulente londinese Energy Aspects Ltd. Il regno aveva riserve valutate per 741,6 miliardi dollari a luglio, quasi il doppio di cinque anni prima, secondo la Saudi Arabia Monetary Agency.
Tale strategia non solo permetterà ai dittatori del Golfo di conservare la loro quota di mercato, ma i sauditi e gli altri l’useranno per rallentare, se non fermare, le aperture statunitensi all’Iran, nonché per premere per il cambio di regime in Siria.

000_was3227957.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le stupide sanzioni di Obama lasciano a Putin un nuovo premio petrolifero

William Engdahl New Eastern Outlook 13/10/2014167182064Il presidente degli USA Barack Obama, o almeno i falchi neocon guerrafondai nel mondo, vengono colpiti dal boomerang delle stupide sanzioni economiche contro la Russia di Putin. Pochi giorni fa, la maggiore società petrolifera russa statale, OAO Rosneft, guidata da un alleato di Putin, Igor Sechin, annunciava la scoperta di un nuovo gigantesco giacimento nell’Artico russo a nord di Murmansk. La stupidità della decisione di Obama è dovuta all’imposizione di sanzioni a Sechin e alla sua compagnia, e a vietare alle aziende statunitensi di farvi affari. Il 27 settembre, in un comunicato congiunto, Rosneft e il gigante petrolifero statunitense ExxonMobil annunciarono la scoperta di un nuovo enorme giacimento di petrolio con il pozzo Universitetskaja-1 nel Mare di Kara. Per più di due decenni le compagnie petrolifere russe avevano sognato di raggiungere ciò che ritenevano essere gli enormi giacimenti di petrolio nell’Artico. Nel 2011, il CEO di ExxonMobil, la maggiore megacompagnia petrolifera statunitense e cuore del gruppo petrolifero Rockefeller, firmava un accordo di joint venture con la Rosneft di Sechin per perforazioni nell’Artico russo. I dati di Universitetskaja-1 suggeriscono la scoperta di 750 milioni/1 miliardo di barili di petrolio greggio leggero e di alta qualità, per un valore di 7,5-10 miliardi di dollari ai prezzi attuali. La scoperta del mare di Kara è solo la prima in una regione che gli esperti ritengono possa divenire una delle più importanti aree di produzione di greggio nel mondo, più grande del Golfo del Messico. Le stime indicano che la regione d’esplorazione della Rosneft nel Mare di Kara, Universitetskaja, la cui struttura geologica è stata perforata, ha le dimensioni della città di Mosca ed è abbastanza grande da contenere oltre 9 miliardi di barili di petrolio. Il primo pozzo è stato il più costoso nella storia di ExxonMobil; 600 milioni di dollari per la perforazione. Con grande eufemismo, Sechin ha detto alla stampa “Supera le nostre aspettative. Questa scoperta è d’importanza eccezionale mostrando la presenza di idrocarburi nella regione artica“.
La scoperta di enormi giacimenti di petrolio in Russia, nel Mare di Kara, a nord est di Murmansk é una grande spinta alla geopolitica energetica di Putin e una grave sconfitta per Washington e ExxonMobil. Sechin ha detto che la produzione di petrolio dal giacimento Mare di Kara potrebbe iniziare entro cinque-sette anni. Il giacimento scoperto sarà chiamato “Vittoria”. C’è molta ironia in questo nome. A causa delle sanzioni del sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria del dipartimento del Tesoro USA, David S. Cohen, il 10 ottobre ExxonMobil sarà costretta a ritirarsi dal progetto russo incorrendo ad ingenti perdite o violando le sanzioni del governo statunitense, per cui affronterebbe severe sanzioni. L’amministrazione Obama ha appena segnato un autogol (Eigentor?) con la nuova brillante decisione dell’unità di guerra finanziaria ed economica del dipartimento del Tesoro. Bravo, Washington! Avete inflitto gravi danni a una delle più grandi aziende degli Stati Uniti. Quando ExxonMobil si accordò con Rosneft, scommise che la regione artica, la regione petrolifera inesplorata dal maggiore potenziale del mondo, potesse essere la salvezza della società assicurandosi le forniture di greggio a lungo termine. La scommessa si è rivelata corretta e l’ha fatto proprio mentre gli stupidi burocrati dell’amministrazione Obama impongono sanzioni a Sechin e al progetto sull’Artico con l’intenzione di danneggiare la Russia.

Rosneft ora guarda alla Cina
Ora con ExxonMobil e molto probabilmente MorganStanley come agenzia finanziaria che organizzava i miliardi per incrementare le perforazioni la prossima primavera, bloccate dalle sanzioni statunitensi, Sechin si volge ad est verso la Cina. Convenientemente per Rosneft, ExxonMobil è stata espulsa appena dopo aver terminato la parte più complessa e difficile del progetto. Il 1° settembre, il Presidente Putin ha detto personalmente ai cinesi che approvava la partecipazione finanziaria delle compagnie petrolifere statali cinesi nella grande società onshore controllata da Rosneft, Vankor. Sarà il più grande accordo azionario cinese con una compagnia petrolifera russa, ad oggi. Fino alla crisi Ucraina e alle sanzioni, la Russia aveva gelosamente limitato lo share-holding estero nelle proprie compagnie petrolifere e gasifere statali. L’accordo approfondisce i crescenti legami energetici tra Cina e Russia, ironia della sorte, è un risultato opposto a quello perseguito dalla strategia geopolitica in Eurasia di Washington. Come lo stratega statunitense Zbigniew Brzezinski scrisse nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera, la geopolitica degli Stati Uniti deve evitare a tutti i costi la sfida economica di un’Eurasia unificata all’egemonia globale statunitense. Oops, Obama avrebbe fatto l’opposto. Ecco cos’è abbastanza stupido, non riuscire a prevedere le conseguenze e i collegamenti delle proprie azioni.

ExxonRussiaJay_snallF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, s’è laureato in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fine dell’impero, la carta della ‘de-dollarizzazione’ di Cina e Russia

Tyler Durden Zerohedge 12/09/2014

China-buying-U.S.-DebtLa storia non è finita con la guerra fredda e, come Mark Twain ha detto, se la storia non si ripete spesso fa rima. Come Alessandro, Roma e Gran Bretagna cedettero il loro dominio globale assoluto, così sarà anche per gli Stati Uniti già in declino. Il dominio economico globale degli USA è in declino dal 1998, ben prima della crisi finanziaria globale. Gran parte di tale declino ha effettivamente poco a che fare con le azioni degli Stati Uniti, ma piuttosto con il dipanarsi di un’anomalia economica lunga un secolo. La Cina ritorna ad avere la posizione economica globale che aveva per millenni prima della rivoluzione industriale. Proprio come il dollaro è divenuto valuta di riserva globale mentre la sua potenza economica cresceva così, come il grafico sottostante indica, la crescente spinta alla dedollarizzazione del ‘resto del mondo isolato’, è una scommessa intelligente…

20140912_USANo2Come spiega Jim Reid di Deutsche Bank, “Nel 1950 la quota della Cina di popolazione mondiale era il 29%, la sua quota di produzione economica mondiale (su base PPP) era di circa il 5% (Figura 98). Per contro gli Stati Uniti era il contrario, con l’8% della popolazione mondiale detenevano il 28% della produzione economica”.

20140912_USANo22Dal 2008, l’enorme secolare ritardo economico della Cina era già sulla via del superamento (Figura 97).

20140912_USANo21Sulla base delle tendenze attuali, l’economia cinese supererà quella statunitense in potere d’acquisto, nei prossimi anni. Gli Stati Uniti non sono più l’unica superpotenza economica del mondo e in effetti la loro quota di produzione mondiale (su base PPP) è caduta a meno del 20%, storicamente utile per indicare la singola superpotenza economicamente dominante. In termini economici siamo già nel mondo bipolare. Stati Uniti e Cina di oggi controllano oltre un terzo della produzione mondiale (su base PPP). Tuttavia, come abbiamo già sottolineato, la dimensione economica di una nazione non è l’unico fattore determinante dello status di superpotenza. C’è un moltiplicatore “geopolitico” che deve essere contabilizzato, permettendo alle nazioni performance superiori o inferiori al loro potere economico sul piano geopolitico globale. Abbiamo già discusso di come la riluttanza degli Stati Uniti ad impegnarsi nel resto del mondo prima della seconda guerra mondiale, fece sì che sulla scena mondiale gli Stati Uniti non fossero una superpotenza a dispetto dell’enorme vantaggio economico, e come la capacità e la volontà dell’URSS di sacrificare altri obiettivi per assicurarsi lo status di superpotenza, le permettesse di competere con gli Stati Uniti per il potere geopolitico, nonostante la sua economia molto più debole. Guardando il mondo di oggi, si potrebbe sostenere che gli USA continuano a godere di un’influenza smisurata rispetto alle dimensioni della propri economia, mentre geopoliticamente la Cina non sfrutta la sua economia. Per usare il termine che abbiamo qui sviluppato, gli Stati Uniti hanno un moltiplicatore geopolitico maggiore di uno, mentre per la Cina è minore di uno. Perché?
Quasi un secolo di dominio economico e mezzo secolo di status da superpotenza degli Stati Uniti, hanno lasciato il segno sul mondo. Il potere lascia un’eredità. Primo, il “soft power” degli Stati Uniti rimane in gran parte senza rivali, la cultura degli Stati Uniti è onnipresente (si pensi a Hollywood, alle università della Ivy League e a McDonald), le maggiori imprese statunitensi sono giganti globali e la lista degli alleati USA è senza pari. Secondo, il presidente degli Stati Uniti continua ad avere il titolo di “leader del mondo libero”, e gli USA sono impegnati a difendere questo mondo. Anche se ultimamente delle domande si pongono, gli Stati Uniti sono l’unica nazione disposta ad intervenire per sostenere tale ordine del “mondo libero”, e la sua spesa militare fa impallidire quella del resto del mondo. La spesa militare degli USA è oltre il 35% del totale mondiale e i loro alleati coprono un altro 25%.
Il ritardo geopolitico cinese ha una serie di ragioni plausibili, per cui la Cina continua a non sfruttare la sua economia sulla scena mondiale. Prima di tutto ha le sue priorità. La Cina pone la crescita interna in cima a tutte le sue preoccupazioni, nonostante i recenti progressi, milioni di cittadini cinesi continuano a vivere in povertà. Così finora è stata disposta a sacrificare il potere globale sull’altare della crescita economica. Ciò probabilmente si riflette meglio sulla dimensione del bilancio militare, che in dollari è meno di un terzo di quello degli USA. In secondo luogo la Cina non ha lo stesso livello di soft power degli Stati Uniti. Il comunismo cinese non fu seducente come il comunismo sovietico ed oggi l’ascesa della Cina generalmente spaventa i vicini piuttosto che farne degli alleati. Tali fattori probabilmente contribuiscono a spiegare perché, in un certo senso geopolitico, gli USA sembrano restare l’unica superpotenza del mondo; utilizzando il modello di superpotenza dominante di cui parliamo, ci aiuta a spiegare perché le tensioni geopolitiche globali fossero relativamente basse, almeno prima della crisi finanziaria globale. Tuttavia questa situazione è cambiata negli ultimi cinque anni. Non solo l’economia cinese continua a crescere molto più velocemente di quella statunitense, ma forse ancora più importante si può affermare che il moltiplicatore geopolitico degli Stati Uniti cede, riducendo il predominio degli Stati Uniti sulla scena mondiale, andando verso una ripartizione equilibrata del potere geopolitico mondiale, come non s’è visto dalla fine della Guerra Fredda. Se è così, allora il mondo sarebbe nel pieno dell’inasprimento delle tensioni geopolitiche, strutturali e non temporanee.
Perché affermiamo che il moltiplicatore geopolitico degli Stati Uniti, la sua capacità di trasformare la forza economica in potere geopolitico, sia in declino? Su molte ragioni secondo cui ciò sarebbe vero, tre ne spiccano. In primo luogo, dalla crisi gli Stati Uniti (e l’occidente in generale) hanno perso fiducia. L’apparente fallimento del laissez faire economico rappresentato dalla crisi, combinato con la debole ripresa economica degli Stati Uniti, li lascia meno sicuri sul generazionale modello nazionale democratico e liberista. Poiché tale incertezza è aumentata, la volontà statunitense di sostenere che il resto del mondo debba seguire il suo modello è scemata. Secondo, la guerra in Afghanistan e, in particolare, in Iraq hanno lasciato gli Stati Uniti assai meno disposti ad intervenire nel mondo. Una delle più importanti lezioni che gli Stati Uniti sembrano aver tratto dalla guerra in Iraq, è che non possono risolvere tutti i problemi del mondo, ed in effetti spesso li peggiorano. In terzo luogo, l’avanzata dei politici faziosi negli Stati Uniti, lascia il popolo sempre meno fiducioso verso il governo. Il risultato netto di questi cambiamenti nei sentimenti del popolo degli Stati Uniti e del suo governo, è il declino del loro predominio geopolitico globale. Gli eventi degli ultimi 5 anni l’hanno sottolineato. Guardando alle quattro principali questioni geopolitiche di questo periodo, l’esito della Primavera araba (soprattutto in Siria), l’ascesa dello Stato islamico, le azioni della Russia in Ucraina e della Cina nella regione con la sua dimostrazione di forza navale, gli Stati Uniti si sono dimostrati sostanzialmente inefficienti. Il presidente Obama si allontanò dalla “linea rossa” dell’uso da parte del governo siriano di armi chimiche. Gli Stati Uniti escludono un intervento significativo nel nord dell’Iraq contro lo Stato islamico. Gli USA non possono frenare l’azione pro-russa in Ucraina e solo dopo molto tempo (con l’impeto del tragico disastro aereo civile) hanno convinto i loro alleati ad adottare ciò che sarebbe generalmente considerata una “prima risposta” ad una situazione del genere, le sanzioni economiche. E finora gli Stati Uniti non hanno dato alcuna risposta strategica alle azioni della Cina nei mari orientale e meridionale cinesi. È importante sottolineare che tali scelte politiche non necessariamente riflettono la scelta dell’attuale amministrazione, ma piuttosto riflettono lo stato d’animo del popolo degli Stati Uniti. Nel sondaggio Pew 2013 sul ruolo degli USA nel mondo, la maggioranza (52%) ritiene che “gli Stati Uniti dovrebbero pensare ai propri affari e lasciare che altri Paesi facciano al meglio ciò che possono per conto proprio“. Questa percentuale oscillava dal 20% nel 1964, al 41% nel 1995 al 30% nel 2002.

Le conseguenze geopolitiche del declino del dominio globale
Ognuno di tali eventi ha mostrato la riluttanza statunitense nell’adottare una forte azione in politica estera e certamente ne sottolinea la riluttanza ad usare la forza. Alleati e nemici degli USA l’hanno notato e preso atto. Il moltiplicatore geopolitico degli USA è diminuito anche se la lor forza economica è relativamente in declino e gli Stati Uniti degradano rispetto al resto delle grandi potenze mondiali in termini di potere geopolitico. Qui cerchiamo di vedere cosa imparare dalla storia cercando di comprendere i cambiamenti nelle tensioni geopolitiche strutturali mondiali. Abbiamo in generale sostenuto che l’ampio dipanarsi della storia del mondo suggerisce che la spinta principale ai cambiamenti strutturali delle tensioni geopolitiche globali era l’ascesa o la caduta della potenza leader mondiale. Abbiamo anche suggerito una serie di segnali importanti per tale punto di vista, soprattutto che una superpotenza dominante causerebbe minori tensioni geopolitiche strutturali quando fosse stabile internamente. Abbiamo anche cercato di distinguere tra una superpotenza “economica” (che possiamo misurare direttamente) e una vera e propria superpotenza “geopolitica” (cosa che non possiamo misurare). Su tale argomento abbiamo ipotizzato che la potenza geopolitica di una nazione può essere stimata approssimativamente moltiplicandone la potenza economica con il “moltiplicatore geopolitico” che ne riflette la capacità di accumulare e pianificare la forza, la volontà d’intervenire negli affari mondiali e l’estensione del suo “soft power”.
Tenuto conto di questa analisi, ci colpisce il fatto che oggi siamo nel pieno di un evento storico estremamente raro, il relativo declino di una superpotenza mondiale, gli Stati Uniti, il cui dominio geopolitico mondiale è in declino, da un lato per l’ascesa storica della Cina dalla sua spropositata arretratezza e dall’altro da varie questioni interne, dalla crisi della fiducia sul nucleo del modello economico degli Stati Uniti e dalla stanchezza per la guerra in generale. Ciò non vuol dire che la posizione degli USA nel sistema globale sia sull’orlo del collasso. Lungi da ciò, gli Stati Uniti rimangono la maggiore delle due grandi potenze del prossimo futuro, dato che il “moltiplicatore geopolitico” potenziato dal soft power profondamente radicato e dal costante impegno per l’ordine del “mondo libero”, permette di sovrastimarne la potenza economica. Come l’attuale segretario alla Difesa USA Chuck Hagel ha detto all’inizio dell’anno, “Noi (gli USA) non c’impegniamo nel mondo perché siamo una grande nazione. Piuttosto, siamo una grande nazione perché c’impegniamo nel mondo“. Ciò nonostante gli Stati Uniti perdono il posto di unica superpotenza geopolitica dominante e la storia suggerisce che durante tali mutamenti le tensioni geopolitiche aumentano strutturalmente. Se questa analisi è corretta, allora l’aumento negli ultimi cinque anni, e più in particolare l’anno scorso, delle tensioni geopolitiche globali potrebbe rivelarsi non temporaneo, ma strutturale al sistema mondiale attuale, e il mondo continuerà a sperimentarne più frequenti, duraturi e ampi rispetto agli ultimi vent’anni, almeno. Se sarà davvero così, allora i mercati potrebbero aumentare i prezzi per via dei maggiori rischi geopolitici in futuro.

SCO_updated_versionCina e Russia affronteranno unite le sfide
The BRICS Post 11 settembre 2014

putin-sco-dushanbe-summit2.siIl presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo russo, Vladimir Putin, si sono incontrati a Dushanbe, capitale del Tagikistan, per il 14° summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO). I due alleati hanno discusso di “questioni urgenti della cooperazione bilaterale, in particolare nei settori energetico, aerospaziale e infrastrutturale“, ha detto un comunicato del Cremlino. E’ il quarto incontro nel 2014 tra i due leader. Il presidente cinese Xi Jinping ha detto, durante l’incontro, che le leadership delle due nazioni “affronteranno congiuntamente le sfide estere”. “Sono pronto ad ulteriori contatti per rafforzare il sostegno reciproco e ampliare l’apertura tra i nostri Paesi, in modo da poter sempre attingere al reciproco sostegno, affrontando congiuntamente le sfide estere e raggiungere i nostri grandi obiettivi di sviluppo e rinascita”, ha detto Xi.
All’inizio della scorsa settimana, la Cina ha solidamente appoggiato il piano di pace di Vladimir Putin sull’Ucraina , anche se l’Unione europea ha preparato altre sanzioni bancarie ed energetiche alla Russia. Il presidente russo ha lodato l’accordo sul gas da 400 miliardi di dollari firmato questo maggio tra i due Paesi, garantendo all’utente energetico più importante del mondo una delle principali fonti di combustibile pulito. “Ciò è stato fatto con il sostegno diretto del presidente della Cina. Ora ne abbiamo praticamente iniziato l’attuazione che, ne sono certo, che procederà secondo le regole del business e sarà realizzato efficacemente da entrambe le parti, Russia e Repubblica popolare di Cina“, ha detto Putin a Dushanbe. L’accordo ha aperto un nuovo mercato a Mosca che rischia di perdere clienti europei per la crisi ucraina. “L’amicizia personale di Putin” con il presidente cinese è un suo trionfo politico, mentre i capi occidentali intensificano i tentativi d’isolare Putin per il presunto sostegno della Russia ai ribelli pro-Mosca in Ucraina orientale. “Compiamo progressi in altri settori tradizionali della cooperazione come energia nucleare, ingegneria aerospaziale, infrastrutture e così via”, ha detto Putin.
Xi ha detto che Pechino e Mosca supervisionano i progressi nello sviluppo congiunto del jumbo jet a lungo raggio e degli elicotteri pesanti, così come altri importanti progetti comuni. “All’inizio del mese abbiamo preso personalmente parte alla cerimonia dell’avvio della costruzione del gasdotto Potere della Siberia, mostrando quanto seriamente consideriamo l’espansione della cooperazione energetica russo-cinese”, ha detto Xi Putin. “Abbiamo istituito una commissione intergovernativa russo-cinese sulla cooperazione degli investimenti. Valutiamo attivamente la cooperazione nella costruzione di ferrovie ad alta velocità e lanciato la cooperazione nei sistemi di navigazione satellitare, cui ho prestato personalmente grande attenzione“, ha aggiunto.
Xi e Putin hanno anche avuto colloqui a luglio in Brasile durante il 6° vertice BRICS. Xi ha avuto colloqui o incontrato Putin nove volte da quando ha assunto la carica di Presidente della Cina, nel marzo 2013, a testimonianza di relazioni sino-russe più forti e assertive. In un momento saliente dell’incontro sugli investimenti, Mosca e Pechino hanno stipulato un patto per incrementare l’uso di rublo e yuan nelle transazioni commerciali. Durante la riunione inaugurale nella Grande Sala del Popolo di Pechino, la Commissione per la Cooperazione negli Investimenti Russia-Cina ha discusso dei 32 progetti d’investimento bilaterali, ha detto il viceprimo ministro russo Igor Shuvalov.
Xi e Putin partecipavano al 14° summit della SCO nella capitale tagika.

Cina, Russia e Mongolia creano un corridoio economico
The BRICS Post 12 settembre 2014

2014091207125869365Il presidente cinese Xi Jinping ha proposto di costruire un corridoio economico che colleghi Cina, Mongolia e Russia, durante i colloqui tripartiti tra i leader dei tre Paesi a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Xi ha avuto colloqui con i suoi omologhi russo Vladimir Putin e mongolo Tsakhiagiin Elbegdorj a margine del 14° summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Xi ha detto che il vertice trilaterale è di “grande importanza per approfondire la fiducia reciproca e portare avanti la cooperazione regionale nell’Asia nordorientale“. Il presidente mongolo aveva suggerito che i tre Paesi s’incontrino in un formato trilaterale. “Naturalmente, la vicinanza geografica di Mongolia, Russia e Cina aiuta a realizzare vantaggiosi progetti a lungo termine infrastrutturali, energetici e minerari. Abbiamo cose da discutere e troviamo importante, fattibile e utile stabilire un dialogo regolare“, ha detto Putin durante l’incontro. Il presidente cinese ha detto che i tre vicini possono collegare l’iniziativa di Pechino della Cintura economica della Via della Seta al piano ferroviario transcontinentale della Russia e al programma Vie della Prateria della Mongolia, costruendo insieme un corridoio economico Cina-Mongolia-Russia. Ciò potrebbe trasformare la Mongolia in un “corridoio” che collega le economie cinese e russa.
La Mongolia è più estesa di Giappone, Francia e Spagna messe insieme. Le tre parti devono anche rafforzare l’interconnettività del traffico, agevolare il flusso dei trasporti e studiare la fattibilità della costruzione di una rete elettrica transnazionale, ha detto Xi. I tre leader hanno inoltre deciso di istituire un meccanismo di consultazione ministeriale per coordinare e promuovere la cooperazione trilaterale. La Mongolia è di crescente interesse strategico per Russia, Cina e Stati Uniti. La proposta del presidente cinese di un corridoio economico mira anche a contrastare il maggiore interesse di Washington sulla regione. La Cina è il maggiore partner commerciale della Mongolia, anche se gli Stati Uniti hanno significativi legami nella difesa con il Paese. Xi ha suggerito che le tre nazioni rafforzino la cooperazione attraverso gruppi di riflessione, media e l’allineamento sulla tutela ambientale e la prevenzione delle catastrofi. Sulla cooperazione internazionale, Xi ha detto che i tre Paesi devono “salvaguardare congiuntamente le norme fondamentali che disciplinano le relazioni internazionali, sostenere il nuovo concetto di sicurezza con fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza e collaborazione, promuovendo congiuntamente la soluzione politica delle controversie internazionali e questioni scottanti”.
Xi e Putin hanno ribadito l’invito alla Mongolia a partecipare alle attività congiunte di Cina e Russia previste il prossimo anno per commemorare il 70° anniversario della vittoria della guerra mondiale antifascista e della guerra popolare cinese di resistenza contro l’aggressione giapponese. Il presidente mongolo ha detto a Xi e Putin che il suo Paese è pronto a rafforzare la cooperazione con i due alleati nella Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC).

Xi-Jinping-and-Vladimir-Putin-toast-May-2014Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia: verso un nuovo modello di sviluppo?

Jacques Sapir, Russeurope 8 settembre 20141La questione del modello di sviluppo che la Russia potrebbe seguire nei prossimi anni è ormai apertamente legata all’evoluzione del contesto internazionale. Il gioco delle sanzioni e contro-sanzioni è destinato a continuare. Possiamo chiederci se non abbia già causato un cambiamento significativo nella percezione del mondo da parte del governo ed anche dell’élite russa.

Il ritorno della Guerra Fredda?
Le relazioni tra Stati Uniti, Unione europea e Russia sono peggiorate notevolmente dall’inizio del 2014, e non erano buone prima. Le contraddizioni in politica estera erano chiare da circa due anni. Ma l’iniziativa russa sulla questione delle armi chimiche in Siria ha mostrato che una collaborazione era ancora possibile. Collaborazioni anche necessarie per gli Stati Uniti, che non possono uscire dall’Afghanistan senza il supporto implicito della Russia, o per la Francia, che dipende in gran parte dal trasporto aereo pesante delle società russe per le operazioni in Africa. Eppure c’è un impressionante deterioramento del rapporto fin dall’inizio del 2014. John Mearsheimer, professore di scienze politiche presso l’Università di Chicago, ha dimostrato in un recente articolo sulla rivista Foreign Affairs che la responsabilità di tale peggioramento è piuttosto da ricercarsi negli Stati Uniti e nell’Unione europea [1]. In questo degrado, un importante punto di svolta sembra essere stato il dramma del volo MH17 delle Malaysian Airlines, distrutto sull’Ucraina orientale. Gli Stati Uniti subito dichiararono che gli insorti del Donbas e Russia erano responsabili della tragedia. Ora sembra che le cose siano molto più complesse e che prove per condannare la Russia e gli insorti semplicemente non esistano [2]. Gli ex-funzionari dei servizi segreti statunitensi si sono mossi [3]. Ma qualunque sia l’origine della crisi, il suo slancio attuale è perno importante nelle relazioni internazionali, ben oltre il caso della sola Russia. Questo nuovo contesto internazionale è naturalmente preso in considerazione dall’élite russa. Cambia, esplicitamente o implicitamente, il loro rapporto con il mondo e, da questo punto di vista, vi sono importanti implicazioni per il modello di sviluppo adottato dalla Russia. Quindi è probabilmente esagerato parlare di “nuova guerra fredda”, come fanno certi commentatori, non c’è dubbio che si osservano tutte le caratteristiche di un allontanamento tra la Russia e i Paesi definiti, a torto o a ragione, occidentali Tuttavia, la maggiore differenza tra la situazione attuale e quella della seconda metà del ventesimo secolo, è che ora il “bacino atlantico” (Stati Uniti, Canada e Europa occidentale) non concentra più l’essenziale delle tecniche e tecnologie di produzione. La possibile espulsione della Russia non può comportarne l’isolamento, ma lo spostamento delle relazioni verso altri Paesi.

Sanzioni e controsanzioni
Il meccanismo delle sanzioni e delle controsanzioni, ora al culmine, pesa sulle aspettative dei diversi attori economici. Le diverse fasi del processo delle sanzioni e delle risposte del governo russo, costruiscono un particolare contesto psicologico la cui importanza va ben al di là degli effetti concreti delle misure adottate. Riguardo gli Stati Uniti e l’Unione europea, vi è una serie di misure (comprese quelle dell’8 settembre 2014) che comprende la cooperazione industriale come le transazioni finanziarie. In primo luogo, le misure contro le attività industriali, soprattutto le compagnie petrolifere, la tecnologia militare o che potrebbe avere capacità “duale”. Queste misure, tuttavia, restano limitate per diversi motivi:
(I) Si dovrebbero applicare solo ai nuovi contratti, in particolare petrolio e militare, e non pregiudicare i contratti già firmati.
(II) Tali misure sono limitate nel tempo, rinnovabili (ogni 6 mesi).
Si noti inoltre che un certo numero di Paesi in possesso di tali tecnologie non partecipa alle “sanzioni” in questione. Questi Paesi continueranno a rifornire la Russia. Si può anche immaginare che una società di un Paese che applica le sanzioni, trasferisca ad una società in un Paese che non applica tali sanzioni, la concessione delle licenze tecnologiche colpite dalle sanzioni [4]. Ciò riduce notevolmente l’impatto sulla Russia. Poi vi sono le misure che riguardano la sfera finanziaria. Gli Stati Uniti hanno deciso dal 30 marzo di vietare qualsiasi contratto e congelare i beni della banca Rossija e di 6 piccole banche. A luglio decisero di estendere tali misure all’industria della difesa, cantieristica statale (OSK) e costruzioni aeronautiche statali (OAK). Poi vi sono le sanzioni che rientrano nel regime SSI delle sanzioni industriali. Si tratta del divieto alle compagnie russe di prendere prestiti per oltre 90 giorni sui mercati finanziari internazionali. Tali sanzioni vietano sia l’aumento del debito estero di imprese private, sia il fatturato del debito (roll-over) quando matura.

G1Il debito delle banche coinvolte è stimato a 140 miliardi di dollari. Di tale importo, circa 12 miliardi di dollari sarebbero soggetti alle misure roll-over entro il terzo trimestre del 2014 e 22 entro la fine del 2014.

Le aziende colpite dalle sanzioni
Banche: Gazprombank, VEB, VTB, Banca di Mosca, Rosselkhozbank
Industrie: Gazprom, Rosneft, Novatek, OAK, OSK

Il debito estero lordo delle società russe è dell’ordine dei 650 miliardi di dollari. Le banche rappresentano un po’ meno della metà dell’importo (310 miliardi dollari), ma sono loro che hanno la crescita più forte, poiché il debito aziendale è pressoché costante dal 2012. Tali misure essenzialmente penalizzano il settore bancario russo. Un aspetto importante delke sanzioni è che de facto danno agli Stati Uniti una presa sull’UE. La “legge BNP Paribas” renderà imprese e banche europee estremamente riluttanti nel trattare affari in dollari che potrebbero rientrare nel quadro dello status SSI degli Stati Uniti. L’effetto indotto potrebbe essere la riduzione dei flussi in dollari a favore dell’euro o dello yuan (ora utilizzato più degli euro per gli investimenti) e di altre valute. La Russia ha deciso, in risposta a queste misure, d’imporre il divieto di un anno su certi prodotti alimentari provenienti da UE, Stati Uniti, Canada e Australia. Tali misure rientrano in due approcci distinti: rappresaglia che può essere sospesa quando saranno annullate le sanzioni di Stati Uniti ed Unione europea, e misure protezionistiche. In realtà, sembra che il governo russo abbia colto l’occasione fornita dalle sanzioni per adottare misure il cui effetto sull’economia russa potrebbe essere positivo.

Il possibile impatto sul modello di sviluppo della Russia
Dall’ottobre 2005 sembrava esservi un compromesso tra “interventisti” e liberali nel governo, e più in generale nell’élite russa, per un uso misurato dei fondi da reddito delle materie prime. Le quattro “priorità nazionali” fissate da Putin al momento (salute, istruzione, alloggio e integrazione agro-industriale) sono destinate a canalizzare alcune attività degli investimenti, come desiderato dagli “interventisti” ma senza causare notevoli squilibri macroeconomici. Queste priorità nazionali sono responsabilità dell’ex-capo dell’amministrazione presidenziale, Medvedev. nominato Primo Vicepremier nell’autunno 2005, e dovrebbe essere coerente con le regole stabilite da Kudrin e Gref. Va notato che Kudrin, al tempo ministro delle finanze, continua ad opporsi a qualsiasi uso massiccio dei fondi accumulati con le esportazioni dell’economia russa, per il rischio di squilibrio macroeconomico. Questo fu già discusso con la crisi economica mondiale (2008-2010) che ha visto lo Stato assumere un ruolo sempre più importante nell’economia. Nel 2010-2013, vi fu ciò che potrebbe essere chiamata l'”illusione” del possibile ritorno a tale equilibrio.

G2Fonte: Banca Centrale della Russia. 2014: stime di Sberbank

Allo stesso tempo, apparve la strategia industriale per organizzare l’economia russa in tre settori.
A) Il settore prioritario per lo sviluppo dell’economia russa, strettamente controllato dallo Stato: energia e materie prime.
B) Il settore delle industrie strategiche, definito nella logica per la diversificazione della produzione industriale. C’è una notevole industria metalmeccanica. In questo settore, lo Stato non intende esercitare un controllo diretto, ma fornire una direzione strategica. L’ingresso di attori esteri è possibile ed anche auspicabile, ma solo se la politica di tali attori s’integra con la strategia formulata. Inoltre, le aziende russe cercheranno di entrare nel capitale delle grandi imprese occidentali (EADS, Oerlikon), e in cambio il capitale di alcune società russe potrebbe essere aperto.
C) il settore delle altre industrie in cui lo Stato russo non intende intervenire, salvo che per rispettare la legislazione.
In realtà, la compatibilità tra le varie politiche economiche presente nel compromesso del 2005 è problematica. Non sorprende che il punto di equilibrio tra le forze contrapposte nel governo russo sia mutato decisamente dopo la crisi del 2008. Il compromesso sembra essere stata la prima vittima dei cambiamenti del contesto internazionale. Ma i segni di un cambio potrebbero essere stati percepiti alla fine del 2013 o anche prima, con la dipartita del governo Kudrin. Da questo punto di vista, il cambio di modello di sviluppo non è la semplice reazione al cambio geopolitico, ma viene usato per mutare l’ordine del giorno dalla fine del 2012 e che dovrebbe portare ad un modello di sviluppo che per la Russia sarebbe molto più egoista di quanto appaia, puntando decisamente alla costruzione di un’industria innovativa [5].

Una politica per la sostituzione delle importazioni
Si notano negli ultimi mesi cambiamenti significativi, in qualche misura il prodotto del nuovo sistema di relazioni internazionali. L’impatto delle sanzioni sembrava molto debole fino ad aprile 2014, ma oggi possiamo fare le seguenti osservazioni:
A) Vi è una ripresa dell’attività industriale (+ 2,5% nel primo semestre), ed è chiara.
B) L’attività agricola e alimentare sembra accelerare a giugno e luglio, prima dell’entrata in vigore della rappresaglia russa.
C) Questi effetti positivi sembrano direttamente correlati al deprezzamento di circa il 10% del rublo da marzo.

G3La crisi ucraina ha anche causato gravi disagi, ma era limitata sul mercato dei cambi e finanziario russo. Se le fluttuazioni del mercato azionario di Mosca hanno poca influenza (i fondi della borsa di Mosca sono solo l’1% degli investimenti in Russia), le perturbazioni del mercato dei cambi sono più importanti. Da questo punto di vista, per valutare l’impatto reale della crisi ucraina si segnala quanto segue:
1) La Russia ha un tasso d’inflazione di gran lunga superiore a quello di UE e Stati Uniti, con un tasso nel 2014 stimato al 7,5%. Questo significa che per analoghi incrementi di produttività, il deprezzamento del rublo dovrebbe essere del 5% nei confronti del dollaro e del 6,5% verso l’euro, per mantenere la competitività del Paese.
2) Infatti, i guadagni di produttività della produzione russa sono superiori di circa il 2,5% rispetto a quanto noto di Stati Uniti e Unione europea. La svalutazione del rublo dovrebbe essere del 2% nei confronti del dollaro e del 4% nei confronti dell’euro.
3) Ora vediamo una perdita media dell’8-12% contro il dollaro e dell’11-16% rispetto all’euro, in media un deprezzamento reale del rublo dell’8% contro il dollaro e del 9% nei confronti dell’euro. Questi livelli di deprezzamento possono effettivamente avere un effetto positivo sui produttori locali russi. Ha senso allora che l’economia russa reagisca positivamente e non negativamente alle sanzioni, in quanto si ha un notevole potenziale di crescita nel settore delle sostituzioni delle importazioni. Tuttavia, l’effetto diretto del deprezzamento del tasso di cambio è al culmine da 6 a 18 mesi dopo l’ammortamento. L’effetto tende a diminuire in seguito, ed è considerato esaurito da 36 a 60 mesi dopo l’ammortamento. Tuttavia, si tratta di un’analisi puramente statica che presuppone che le società locali non investino per migliorare qualitativamente la loro competitività. La vera questione è se l’investimento in capitale produttivo delle società locali incrementerà la produzione dell’industria manifatturiera, ma anche dell’industria alimentare in qualità e diversità.

Verso l’indipendenza finanziaria?
In realtà, la questione degli investimenti si riferisce all’autonomia o indipendenza che la Russia potrebbe raggiungere nei prossimi anni. Dal 2011, le autorità russe hanno dato segni ricorrenti di voler acquisire una propria autonomia dai mercati finanziari occidentali. Ciò s’è accelerato significativamente a fine 2013m nell’ambito dell’alleanza di fatto con la Cina. Il cambio dello yuan alla borsa di Mosca, ma anche la creazione di un mercato del rublo “non residente”, vanno verso la costruzione di un’economia russa autonoma dallo spazio finanziario dominato dal dollaro. Ora, ciò è destinato ad avere implicazioni serie per l’equilibrio finanziario globale, perché la Russia è un importante esportatore di petrolio e gas, ma anche di alcuni metalli e, finora, queste operazioni sono state condotte in gran parte in dollari. La costruzione da parte della Russia di un sistema di finanziamento che ne assicuri l’autonomia dai mercati finanziari occidentali può avere accelerato la logica delle sanzioni. La costruzione di questo sistema è una priorità per la Russia se vuole sfruttare appieno la logica della sostituzione delle importazioni, in cui sembra essere impegnata. Il ruolo dello Stato sarà importante nel sistema dei finanziamento, e non è ancora chiaro se questo ruolo sarà legato direttamente al Ministero delle Finanze o se sarà attuato dalle banche statali. Tuttavia, la costruzione di un tale sistema avrà implicazioni estremamente importanti per il sistema finanziario internazionale, che potrebbe vedere la propria crisi accelerare dallo squilibrio così prodotto.

russias-pipelines-could-loop-around-earth-more-than-six-times[1] Mearsheimer J., “Why the Ukraine Crisis is the West’s fault“, Foreign Affairs, settembre/ottobre 2014
[2] Sapir J., “MH17, doubts in the intelligence community“, Russeurope, 1 agosto 2014
[3] “Senior U.S. Intelligence Officers: Obama Should Release Ukraine Evidence“, 29 luglio 2014
[4] “Rosneft to take 30 percent in Norwegian driller”, RT Business, 22 agosto 2014
[5] Trenim D., Russia’s New National Strategy

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: energia in cambio della sopravvivenza

Sarkis Tsaturjan, IarexReseau International 9 settembre 2014

0,,16544700_303,00La politica delle sanzioni euro-statunitensi muta il sistema delle relazioni regionali. Il 10 e l’11 settembre la Commissione intergovernativa russo-iraniana studierà gli accordi concreti previsti nel protocollo d’intenti firmato a Teheran ai primi di agosto, per un periodo di 5 anni. Secondo le informazioni di “Kommersant”, l’accordo prevede l’acquisto dalla Russia di petrolio iraniano in grandi quantità, fino a 500000 barili al giorno o 25 milioni di tonnellate all’anno. Ciò rappresenta un quarto della produzione totale dell’Iran. L’Iran prevede di vendere con uno sconto di 5 dollari al barile meno dello Slightly Brent. L’embargo petrolifero imposto dall’occidente sulla vendita di greggio iraniano, che risale al 2013, è dimenticato. Mosca, in attesa delle sanzioni rinforzate da Washington e Bruxelles per via della sconfitta delle operazioni militari ucraine, ha iniziato a rompere il blocco grazie alla partnership con Teheran. Gli esperti di Kommersant ritengono che la maggioranza delle vendite sarà ‘puntuale’ e la maggior parte delle forniture andranno a Cina e Africa, in particolare Sud Africa. Ovviamente i BRICS avranno lo stimolo a sviluppare e rafforzare i reciproci legami. Per l’ambasciatore iraniano in Russia, Sanan, i profitti della vendita saranno usati da Teheran per acquistare dalla Russia macchine utensili, materiale rotabile, mezzi pesanti, metalli e cereali. Il gruppo di stato russo “Rostekhnologij” ha già annunciato la disponibilità a fornire all’Iran un’ampia gamma di apparecchiature ad alta tecnologia. Parte del ricavato dell’IRI (ente petrolifero iraniano) sarà destinato alle aziende russe per la costruzione della seconda unità della centrale nucleare di Bushehr. I piani statunitensi, che da tanti anni cercano di congelare il programma nucleare iraniano, si sgretolano sotto i nostri occhi. Ma non solo ciò colpisce l’amministrazione Obama: l’Iran chiede il lancio di un programma congiunto per la costruzione di miniraffinerie in Iran, e sviluppare i giacimenti di gas di Asaul e South Pars, che già occupano imprese russe. Non è un segreto che la partecipazione delle nostre imprese in tali progetti rafforza lo status della Russia quale potenza energetica globale. Anche il caos in Siria e in Iraq, su cui Arabia Saudita e Qatar hanno basato molte speranze, può cambiare il ruolo di leader della Russia nel mondo dell’energia.
“Lo Stato Islamico” ha polverizzato tali speranze. The Guardian riconosce che la situazione è senza speranza, “non abbiamo alcun desiderio di utilizzare i nostri punti di forza a vantaggio dello stato islamico, che si può apprezzare solo se uccide i coraggiosi sunniti in Iraq, con l’eventuale revisione delle relazioni occidentali con il Presidente Assad, preoccupando sunniti, o avvicinando i jihadisti“. I combattenti dello Stato Islamico legano le mani di Obama e Cameron, e le loro azioni danno a Putin e Rohani margini di manovra. L’Iran non si ferma facendo pressione sull’Arabia Saudita dal vicino Yemen. Nelle ultime settimane a Sana proseguono attivamente le manifestazioni organizzate dagli sciiti che ricordano lo sceicco Husayn Badr ad-Dina al-Husi, ucciso nel 2004 che, secondo l’agenzia Fars iraniana, installano nella capitale Sana una tendopoli da cui i manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Abd Rabo Mansur Qadi, accusato di sostenere al-Qaida. La situazione è complicata al punto che il governo dello Yemen bombarda la provincia settentrionale di Amran controllata dagli sciiti. La preoccupazione del saudita non conosce confini: la stampa fa filtrare che Ryad prevede l’intervento terrestre nel Paese. Sciiti e salafiti sono impegnati in una lotta mortale.
Si noti che le azioni di Russia e Iran non sono solo diplomatiche; si tratta soltanto di ciò di cui avvertivamo poco prima delle informazioni dell’agenzia Rekh, che citano “l’incubo della coalizione”; in tale caso l'”incubo” di Obama e dei suoi consiglieri di politica estera. Gli Stati Uniti d’America da tempo spingono l’Iran nelle braccia della Russia: la riconciliazione di queste due potenze era prevedibile. Sullo sfondo del riavvicinamento russo-iraniano, gli esperti turchi reagiscono nervosamente ricordando l’accordo di partnership strategica tra Rosneft e ExxonMobil firmato un anno prima. L’articolo di Yenicag dal titolo paradossale “Sindacato americano-russo” suggerisce l’indipendenza di ExxonMobil dalla Casa Bianca avutasi con l’esplorazione congiunta con Rosneft nel Mar Glaciale Artico, rinforzata da investimenti inauditi per 400 miliardi di dollari entro il 2030. Yenicag è perplessa: “Gli Stati Uniti invitano gli europei ad imporre sanzioni contro le compagnie petrolifere russe, mentre non possono imporle ad ExxonMobil, sapendo che nessun presidente statunitense ha tale potere“. Annunciando che il petrolio della prima nave curda è stato acquistato da Rosneft e consegnato nel porto di Trieste. E’ possibile che ExxonMobil, che si sa operare nel nord dell’Iraq, abbia sfruttato i suoi rapporti con Rosneft per concludere tale vendita. L’autore dell’articolo suggerisce che ci sono due USA: quelli di Obama e quegli di ExxonMobil… dai processi diversi. Mentre gli ex-sovietologi del Congresso USA elucubrano su relazioni USA-Russia in stile “guerra fredda”, il ruolo del nostro Paese sulla politica globale è irriconoscibile. Negli anni ’80 Ronald Reagan e il suo direttore della CIA, William Joseph Casey, convinsero Arabia Saudita e Gran Bretagna ad aumentare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale strangolando l’afflusso di valuta estera in URSS, comportando il crollo del modello economico sovietico. Attualmente una manovra simile non è possibile: le riserve artiche, l’esplorazione e lo sviluppo congiunto Rosneft-ExxonMobil, sono al di là dei mezzi di Arabia Saudita e partner regionali; e una quota delle esportazioni di petrolio iraniano alla Russia sarà la forza di riserva per impedirne il dumping sul mercato.

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Credo sia un messaggio confuso…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il default del debito argentino, un rischioso poker degli USA

F. William Engdahl New Eastern Outlook 29/08/2014147450La maggioranza ignora il dramma della minaccia imminente di (un altro) default del debito dell’Argentina. Lungi dall’ennesimo racconto di un Paese in via di sviluppo corrotto incapace di adempiere ai propri obblighi sul debito estero, come si vide negli anni ’80 e alla fine degli anni ’90, il dramma reale del default del debito sovrano dell’Argentina è infatti un rischioso gioco di potere di Washington e Wall Street, volto a terrorizzare non solo l’Argentina ma tutte le nazioni emergenti sulle regole del gioco scritte unicamente da Wall Street a vantaggio esclusivo delle banche e degli hedge fund di Wall Street. Il 1° agosto, l’agenzia di rating del credito di Wall Street, Standard & Poors, la stessa agenzia accusata d’intervenire politicamente per trasformare la crisi del debito greco in una crisi dell’euro nel 2011, agiva dichiarando l’Argentina “selective default”. La dichiarazione si è avuta quando i negoziati tra il governo argentino e gli hedge fund di Wall Street non risolvevano la disputa sul versamento di 400 milioni di dollari di debiti. Ma ancor più interessante di quanto appaia, l’Argentina si rifiuta di pagare l’importo, e non i fondi.

Le ragioni
L’elemento critico da sapere è che la controversia non riguarda la capacità dell’Argentina di rimborsare i debiti esteri, come avvenuto un decennio fa. Nel 2001 il default dell’Argentina fu di quasi 82 miliardi di dollari di debito sovrano. Fu un brutto momento per il Paese mentre le banche di Wall Street e City of London misero con le spalle al muro il governo, che aveva negoziato i termini di ristrutturazione del debito nel 2005 e nel 2010, con circa il 92% dei possessori del debito che accettava i “tagli” o una significativa riduzione del valore delle obbligazioni. Poi, circa l’8% degli obbligazionisti non accettò i termini della ristrutturazione, i cosiddetti “holdouts” per lo più hedge fund speculativi. Gli hedge fund, guidati da NML Capital della Elliott Capital Management di Paul Singer, rifiutarono i termini del taglio offerti dall’Argentina. Chiesero il rimborso integrale delle obbligazioni dall’Argentina più gli interessi.

Le regole del capitalismo predatore
C’è una brutta piega però. NML Capital di Singer non è nemmeno un hedge fund ordinario. Gestisce ciò che viene chiamato “fondo avvoltoio”, un particolare tipo di fondo speculativo. Come suggerisce il nome, come un avvoltoio distrugge il debito dei “cadaveri” per possibili profitti del 1700% sugli investimenti. E’ l’espressione più cinica della pura logica del libero mercato di Gordon Gekko del film Wall Street di Oliver Stone del 1987. Comprano il debito di Paesi poveri e in recupero finanziario per un penny ogni dollaro per poi citarli in giudizio nei tribunali, spesso recuperando fino a dieci volte il prezzo di acquisto, di solito facendo causa presso le corti “filo-mercato” statunitensi ed europee. I fondi avvoltoio sono molto riservati e risiedono in paradisi fiscali offshore come le Isole Cayman. I profitti di Singer provengono dalle cause nelle corti distrettuali degli Stati Uniti vinte. Così, la questione tra Argentina e Singer sull’accordo volontario con il 92% degli altri possessori di debito, che l’Argentina ha rimborsato con grandi sconti e che i giudici statunitensi hanno congelato in attesa della risoluzione delle richieste di Singer, è se può essere sabotato da un grossolano speculatore in combutta con amici giudici per avere un profitto osceno a scapito della stabilità di un’intera nazione. La libertà dei fondi avvoltoio non regolamentati nel comprare debito sovrano in default nel citare in giudizio per recuperarli, equivarrebbe al paradosso che, dopo la dissoluzione del 1991 dello Stato sovietico, gli hedge fund di Wall Street citassero in giudizio la Federazione russa per recuperare, con gli interessi maturati, il default delle obbligazioni della Russia zarista del 1916 che avessero acquistato in qualche mercatino per pochi centesimi. Il punto non è la follia dei fondi avvoltoio, ma la follia dei tribunale distrettuale federale degli Stati Uniti di New York e persino della Corte Suprema nel consentire tali follie. Lo scorso giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti, una delle più bizzarre nella storia degli Stati Uniti, ha deciso a favore del fonfo avvoltoio NML Capital, decidendo che non avrebbe esaminato il ricorso della Argentina contro la sentenza del giudice Thomas Griesa del tribunale distrettuale federale. Lasciando da parte il fatto che il giudice Griesa ha 84 anni e le sue sentenze suggeriscono possibile senilità, la situazione è più che bizzarra, tanto che anche il governo degli Stati Uniti e il FMI si oppongono alla sentenza. Il giudice Griesa ha emesso sentenze contraddittorie nel caso argentino, ma la Corte Suprema si rifiuta di esaminare il caso. Griesa, utilizzando un argomento giuridico di parità o para passu, impedisce all’Argentina qualsiasi pagamento al 92% dei detentori del debito ristrutturato, se non paga i detentori che l’hanno citata in giudizio. Come ha dichiarato, le sue sentenze hanno lo scopo di costringere l’Argentina a subire ciò che ha ripetutamente chiamato i suoi “obblighi”. Griesa ha deciso che l’Argentina deve pagare appieno le vecchie obbligazioni ed anche i prossimi interessi semestrali dei titolari di nuove obbligazioni. E se non lo fa, qualsiasi banca che aiuta l’Argentina a pagare gli interessi sui nuovi titoli violerebbe l’ordine. Tale sentenza è stata confermata dalla Corte d’Appello del Secondo Circuito, e a giugno la Corte Suprema ha rifiutato di ascoltare l’appello finale dell’Argentina. Il giudice Griesa cerca di controllare le azioni di un governo sovrano emettendo sentenze vincolanti su ciò che normalmente non è mai di competenza di un tribunale statunitense. E’ una follia, se non fosse che la Corte Suprema degli Stati Uniti, la cui conoscenza dei fondi avvoltoi e delle complesse offerte finanziarie è forse limitata, s’è rifiutata di contestare la decisione di Griesa.
La presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner ha definito la sentenza “estorsione”, e ha detto che il suo Paese continuerà a pagare i detentori del debito ristrutturato. I pagamenti invece sono stati congelati dal giudice Griesa degli Stati Uniti. Per l’Argentina si tratta di un “comma 22″ nucleare. Se versa 1,33 miliardi di dollari al fondo avvoltoio, come preteso dal giudice, gli altri hedge fund detentori, in parte o tutti, la citeranno in giudizio, richiedendo il rimborso totale. Ciò all’Argentina costerebbe 28 miliardi di dollari, esaurendone le riserve valutarie. Ma bloccando il pagamento al 92%, il giudice Griesa impone il default all’Argentina riluttante. La ferocia del fondo avvoltoio di Singer non conosce limiti. Nell’ottobre 2013, nel tentativo di raccogliere il debito argentino, NML Capital chiese a un giudice ghanese di sequestrare una nave argentina, l’ADA Libertad, al largo delle coste del Ghana. NML Capital vinse la causa e il Ghana sequestrò la nave. Più tardi, la sentenza fu ribaltata dal Tribunale delle Nazioni Unite sulle leggi del mare e la nave ritornò in Argentina. Il 21 giugno 2013, la Corte Suprema del Ghana condannò il sequestro della nave argentina, indicando la natura da pirata di tali fondi avvoltoio, non riconosciuti in molti Paesi come la Germania. Joe Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha preso atto della sentenza sull’Argentina negli Stati Uniti, “Abbiamo gettato molte bombe nel mondo, e gli USA lanciano una bomba sul sistema economico globale. Non sappiamo quanto sarà grande l’esplosione, e non è solo in Argentina“.

425907F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito la laurea in politica dalla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina verso la dissoluzione

Xavier Moreau, RealpolitikReseau International 24 agosto 2014

Il sistema ucraino continua nella dissoluzione politica, economica e militare. Il calcolo del Cremlino, che prevede che la realtà economica porti alla ragione il governo oligarchico, sembra funzionare. La questione è ora se ci sarà qualcuno che avvierà le riforme costituzionali per la federalizzazione del Paese.

alexander-zakharchenkoSituazione militare
Il 19 agosto Kiev ha lanciato all’assalto, ancora una volta, le sue forze, e ancora senza risultati. In realtà, avvicinandosi alle truppe ribelli ucraine, nel corpo a corpo, la superiorità della fanteria della Nuova Russia è decisiva, soprattutto contro le truppe demoralizzate o abituate alle zuffe di Majdan. L’artiglieria ribelle, più professionale e manovriera, regolarmente sconfigge quella di Kiev, che si vendica bombardando indiscriminatamente le città. Il rinvio del convoglio umanitario russo non è dovuto alla possibilità che i russi vi nascondano una divisione di paracadutisti o di T-90, ma del fatto che l’aiuto sfida gli sforzi di Kiev nell’affamare il popolo della Nuova Russia. L’intera strategia della junta si basa sulla speranza di ripetere ciò che è successo a Slavjansk. Si noti che il tentativo di tagliare l’acqua a Donetsk è fallito, l’amministrazione comunale è riuscita a ripristinare le stazioni di pompaggio. Stanchi dell’anarchia di Kiev e con il controllo del territorio dei combattenti della Nuova Russia, i russi inviano il loro convoglio, giunto oggi a Lugansk. La crisi umanitaria è innegabile per Kiev, tanto più che il suo esercito ne è anche vittima. L’OSCE continua ad essere d’accordo con la Russia, e i soldati ucraini, non riuscendo a combattere efficacemente i combattenti del Donbas, sono ridotti ai selfie in cui si consegnano prigionieri ai soldati russi. Mentre Pravyj Sektor e SBU torturano e brutalizzano i prigionieri, l’esercito della Nuova Russia illustra come cura correttamente i prigionieri. Gli ucraini catturati sono autorizzati a chiamare le famiglie, avendo un effetto devastante, perché Kiev nega il massacro che subisce il suo esercito. Ancora una volta lo scontro tra barbarie della modernità occidentale e l’Europa cristiana. I russi non hanno bisogno d’inviare materiale perché, come ha sottolineato con umorismo il Premier della RPD Aleksandr Zakharchenko, l’unico affidabile fornitore di armamenti dei ribelli rimane l’esercito ucraino. I russi sicuramente inviano volontari e denaro, ma questa guerra è una guerra civile che Kiev perde, senza ammetterlo. Sembra che la controffensiva annunciata regolarmente tre settimane fa sia iniziata. Su tutti i punti del fronte, le forze kieviane si ritirano. L’obiettivo della Nuova Russia è controllare completamente la zona cuscinetto tra il confine con la Russia e Lugansk. Conseguiti questi primi obiettivi, i federalisti potrebbero reindirizzarsi, se le riserve lo consentono, su Slavjansk e Marjupol. I prossimi giorni decideranno.

Stalingrado, l’offensiva del Tet e anche lo sbarco del 6 giugno 1944
Lo Stato Maggiore della Nuova Russia ha attutato Stalingrado contenendo le forze d’invasione, mentre prepara il contrattacco. Avviando l’offensiva del Tet, rivela all’opinione pubblica ucraina e occidentale che la guerra è lungi dall’essere vinta da Kiev, e che può essere persa. Infine, avendo il governo di Kiev inviato la maggior parte delle proprie forze nel Donbas, ha creato un vuoto tra Donetsk e le altre città orientali: Kharkov, Dnepropetrovsk e Zaporozhe. L’esercito tedesco si trovò nella stessa situazione dopo la battaglia di Normandia. Su richiesta dell’ambasciata degli Stati Uniti, i media francesi hanno spiegato questa debacle come cambio di strategia, “un calcolo intelligente” dice Harold Hyman. Incompetente come i suoi omologhi francesi, ha allegramente confuso munizioni illuminanti e bombe al fosforo, come Frédéric Encel confonde il T-64, prodotto a Kharkov, con il T-72. A sua difesa, a differenza dei suoi omologhi francesi, il giornalista statunitense ha almeno il merito di essere divertente.

Situazione economica
Il primo ministro Jatsenjuk, che certuni fraintendono moderato e ragionevole, impazzisce sulle sanzioni contro la Russia. Gli europei hanno appreso con costernazione che stava per tagliare il flusso di gas dall’Ucraina. L’incredulità è divenuta sconcerto quando ha proposto la privatizzazione parziale della rete dei gasdotti ucraini. Le strutture sono in serio stato di abbandono, nessuno vi vorrà investire. La Shell ha subito declinato l’offerta, preferendo lavorare con la Russia. Tutti aspettano il “South Stream“, mentre i bulgari, minacciati da John McCain e dall’UE, hanno congelato il progetto contro i propri interessi. Sarà interessante vedere come il governo bulgaro si spiegherà con la popolazione questo inverno, se Kiev interrompe il gas. In realtà, l’inverno arriva, ma non il gas. Le forniture alternative si dimostrano una favola, come abbiamo detto fin dall’inizio. Il deficit di gas, che impedisce di riscaldare correttamente le case d’inverno, si aggiunge a quello dell’acqua calda e del carbone (generalmente estratto nel Donbas). In 40 giorni, l’Ucraina passa da esportatrice ad importatrice. La produzione di elettricità, in cui l’Ucraina era esportatrice, sarà gravemente colpita, anche a Kiev. Avendo acquistato boiler e stufe elettriche, si prevede che gli ucraini subiranno il “blackout” questo inverno. L’aiuto del FMI, previsto per il 29 agosto, non è garantito. Data la situazione, il ministro dell’economia Pavel Sheremet s’è dimesso il 21 agosto.

Situazione politica
Le dimissioni del ministro dell’economia non sono un caso isolato. Parubi ha lasciato il Consiglio di Sicurezza Nazionale, dopo aver rinunciato due settimane prima alla segreteria generale. Tatiana Chernovol, altra isterica banderista, nel frattempo, ha lasciato il suo ministero della lotta alla corruzione. Il governo ucraino cede alle minacce di Jarosh. Il capo di “Pravyj Sektor” che non supportando che i suoi scagnozzi vengano arrestati per traffico di armi, aveva minacciato di lasciare il Donbas per Kiev. Secondo voci, Poroshenko ne avrebbe chiesto l’eliminazione e che le unità naziste, prive di professionalità facendone facili bersagli dei ribelli, siano inviate nelle zone più pericolose per essere distrutte (il dispiegamento tragicomico dell’unità in questo video, comporterebbe l’immediata espulsione dalla scuola di fanteria). Diversi capi radicali sono stati feriti o uccisi. L’efficacia di Jarosh ci ricorda quella di un altro grande stratega della seconda guerra mondiale. L’arbitrio domina l’Ucraina. Rapimenti e torture aumentano. Gli scambi di prigionieri e di spoglie umane svelano gli spaventosi maltrattamenti nelle carceri di Kiev. Come se non bastasse, il presidente Poroshenko ha firmato un decreto che autorizza la detenzione di 30 giorni senza l’autorizzazione del giudice. Quindi, i valori statunitensi scompaiono in Ucraina. Majdan viene sgombrata, almeno in parte. Vitalij Klishko ha le mani in tasca e non è mai stato così popolare da quando riempie i cassonetti, evitando di parlare. Così il governo non baderà più al soviet di Majdan, senza suscitare l’indignazione di Anne Tinguy, che si era fatta trascinare, con molta sensualità, dalla felicità del 26 febbraio, prima della costruzione di tale favoloso e originale sistema politico. Nei Carpazi, gli ungheresi chiedono l’indipendenza con il sostegno del partito nazionalista ungherese Jobbik. Sorridiamo pensando a coloro che volevano unire i nazionalisti di tutta Europa. Saremo lieti della reazione di Svoboda e del suo capo Tjagnibok. A Kiev, la situazione è più delicata, l’Ungheria non è solo un membro della NATO ma anche un Paese amico della Russia, con cui condivide valori cristiani, in attesa di riceverne il gas.

Relazioni tra Russia e Ucraina
Il presidente Poroshenko incontrerà Vladimir Putin a Minsk il 26 agosto, ma il suo peso è limitato. Julija Timoshenko, che non ha ancora digerito la sconfitta nella corsa presidenziale, è in agguato con l’accusa di tradimento, nel caso in cui il presidente ucraino accetti la federalizzazione. E’ supportata da Igor Kolomojskij, in procinto di sequestrare Odessa e metterla a disposizione della “principessa del gas”, con il suo esercito privato composto dai banditi armati di Pravyj Sektor. Se Poroshenko vuole fare qualcosa, come la costituzione ucraina, prima o poi dovrà mettere in conto le dimissioni. Eletto per fare la pace, è sempre più impopolare e rischia di perdere le elezioni parlamentari. Beneficerebbe in tale caso del sostegno francese e russo. La domanda è se Angela Merkel, che l’incontrava a Kiev il 23 agosto, saprà fargli dimenticare il revanscismo antirusso. La Russia è l’unico Paese interessato ai risultati delle indagini sulla distruzione del Boeing malese. Scommetto che la relazione, se ci sarà, farà storia sui media francesi, come l’omicidio di James Foley, presumibilmente detenuto da Bashar al-Assad dal 2012.

Fallimento delle sanzioni
Le sanzioni sono un fallimento quasi totale. L’UE, che non dubita di nulla, chiede al Sud America di sanzionare la Russia, così come la Serbia. La risposta non si è fatta attendere. Gli statunitensi sperano su Cina e Corea, Washington spera, con grande ottimismo e candore, che facciano pressione. Il Giappone continua a fingere. I contadini russi e serbi possono così ringraziare UE e NATO. Da parte sua, la Russia batterà nel 2014 il record di produzione del grano, ed ha anche firmato un contratto di forniture dall’Egitto nell’ambito della politica araba ereditata dall’Unione Sovietica. Con le sanzioni, il valore delle azioni delle aziende agricole russe è aumentato del 20%. I 125 milioni proposti dall’UE sono soltanto una goccia nell’oceano del disastro, gli ideologi pro-europei cercano di spiegare ai produttori europei che è ancora più difficile per i russi. Anche se ciò fosse vero, sarebbe una magra consolazione per i contadini francesi che, a differenza di Bruxelles e Washington, non sono in guerra contro la Russia; né per i lettoni, troppo stanchi, o gli spagnoli che ora protestano apertamente. Povero Jacques Rupnik che vede nella crisi ucraina un test per l’Europa (in realtà l’UE, ma la distinzione è troppo sottile per il suo entusiasmo da tifoso). Sarà servito. UE e NATO vivono ancora nel 1990, ed è tempo che la Francia entri nel ventunesimo secolo e smetta di seguire i capricci della Polonia rivolgendosi ai BRICS e all’Asia. Per ora, la Francia ha giocato bene la sua parte alla mostra degli armamenti di Mosca, dal 13 al 17 agosto, quando Dimitri Rogozin ha annunciato che le società presenti nei momenti difficili non sarebbero state dimenticate. Su Exxon-Mobil, di cui abbiamo discusso nell’ultima analisi, la compagnia petrolifera non ha mostrato alcun interesse per i tubi arrugginiti di Naftogaz, ma tuttavia ha inaugurato in diretta, con Putin e Igor Sechin (sulle liste delle sanzioni) la sua prima perforazione USA-Russia nell’Artico, il 9 agosto. La Russia si aspetta che la situazione si calmi. Le sanzioni saranno una doccia fredda per l’UE, che chiaramente pensava che Mosca si sarebbe fatta punire come un discolo. Il governo francese, di cui si deve salutare la perseveranza sulla Mistral, è stato trascinato in sanzioni stupide e sterili per via della nullità degli “esperti” consultati sulle questioni russe e ucraine. I giornalisti francesi, naturalmente, non contano e Gomart, Encel, Tertrais, Rupnik e altri Heisbourg, la cui incompetenza lede gravemente gli interessi francesi, devono sparire. La Fondazione per la Ricerca Strategica e l’IFRI devono recuperare con urgenza, assolutamente e seriamente.

MAPInsomma
Concludendo con una nota umoristica, vi presentiamo un video su come si gioca con i bambini in Galizia. E’ più simile a una cerimonia voodoo, dopo una tale infanzia, anche un Oleg Tjagnibok è scusato… Infine, ultima e grande novità, il bilancio per produrre RussiaToday in francese, 29 milioni di euro, è stato votato. Il Cremlino prende in considerazione la mancanza di libertà d’espressione in Francia e cerca di porvi rimedio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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