Grecia: confermato il piano golpista di Alba dorata; escalation di violenze e conti offshore greci

DarkerNet, 5 aprile 2013

24E4B5CE42132EE1CAA604FEEB71074CRecentemente il partito neonazista Alba dorata ha dichiarato di poter effettuare incursioni su lidi stranieri, creando cellule in Paesi come l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti, ecc. Interessante come questo annuncio coincida con la conferma, da parte di un giornalista investigativo greco, che la ‘strategia della tensione’ (per favorire un colpo di Stato o la legge marziale) preannunciata da DarkerNet circa sei settimane fa, sia ora pienamente operativa (vedi sotto per maggiori dettagli). Rileviamo, inoltre, un recente feroce assalto da parte dei membri di Alba dorata nell’isola di Paros. Viene anche fornito un aggiornamento sulle notizie riguardanti una lista di 23.000 conti offshore greci.

Aggiornamento 1: ICIJ rivela i conti segreti offshore di alcuni greci: 2.400 società registrate in paradisi fiscali del Pacifico e del Canale della Manica. 23.000 aziende greche sono state insediate in altri Paesi, tra cui i paradisi fiscali.
Aggiornamento 2: I teppisti di Alba dorata sono stati costretti a lasciare il villaggio di Potamia sull’isola di Taso. Erano venuti per distribuire cibo ai Greci (cioè non agli immigrati). Ma la gente del posto li ha bloccati e Ad è stata costretta ad andarsene. Ad Hania, Creta, antifascisti locali si sono scontrati con i membri di Ad, uno dei quali è stato gettato in mare, nel porto.

A. Confermata la ‘strategia della tensione’ di Alba dorata
Sei settimane fa Darker Net ha pubblicato un articolo sostenendo che Alba dorata, in combutta con la polizia greca, persegue una ‘strategia della tensione’, nella modalità dei terzaposizionisti italiani. A sostegno di ciò, abbiamo riferito dell’arresto di diversi membri di Alba dorata da parte della polizia, dopo che sono stati trovati in possesso di esplosivi e armi (oltre all’avvertimento di un ex-ambasciatore greco su un possibile colpo di Stato). Il presidente greco ha anche trasmesso le sue preoccupazioni su ciò che stava accadendo. Abbiamo compreso che Alba dorata stia tramando per compiere un massacro che verrebbe poi attribuito agli anarchici, in modo da organizzare un colpo di Stato militare, o almeno di far dichiarare la legge marziale. Ieri, Vice ha pubblicato un’intervista a Dimitris Psarras, giornalista investigativo greco, il cui libro, The Black Bible of the Golden Dawn, è una delle indagini più approfondite sul partito. Psarras ha confermato di aver anch’egli capito che la ‘strategia della tensione’, una campagna di terrore pianificata da Alba dorata, sia difatti operativa. Qui citiamo parte dell’intervista:

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Nota: Nikos Michaloliakos, il capo di Alba dorata, fu imprigionato per 13 mesi nel 1978 per aver organizzato una serie di attentati ad Atene. In carcere è stato incaricato da Ghiorgos Papadopulos, il colonnello che guidava la giunta militare, di fondare Chrysi Avghi (Alba dorata).

B. Feroce assalto di Ad a Paros
Questa parte è stata tradotta dal quotidiano Ethnos del 22/03/2013. L’obiettivo della vittima, nel raccontare questo fatto, è unire la sua voce a quelle delle persone vittime degli assalti di fascisti, al fine di chiedere la condanna di Alba dorata nei tribunali europei.
Indipendentemente da ciò che i sostenitori di Alba dorata dicono, i singoli membri costituiscono un pericolo pubblico. Minacciano non solo gli immigrati, ma ogni cittadino che voglia esprimersi liberamente e rivendicare i propri diritti. Le autorità ufficiali e i poteri politici hanno dimostrato la loro incapacità nel far fronte a queste violenze fasciste. Spero che vi venga posto fine al più presto, altrimenti molte persone innocenti e pacifiche ne soffriranno. Ovunque Alba dorata sia intervenuta, qualcuno ha pagato con il sangue. Questa barbarie deve finire”. M. Troullou.
L’assalto in questione ha avuto luogo il 28 febbraio 2013. Una delegazione di Alba dorata s’era recata a Paroikia [la capitale dell'isola] per organizzare un evento, e lo stesso giorno era prevista una manifestazione di Iniziativa antifascista. Forti elementi delle forze di polizia, tra cui la polizia antisommossa di Atene, sono stati inviati nell’isola. Poco prima della fine della marcia, la polizia antisommossa ha messo con le ‘spalle al muro’ i manifestanti del corteo, in un vicolo buio di Paros, vicino alla taverna dove la manifestazione di Alba dorata si stava svolgendo. La polizia ha poi caricato e usato gas chimici contro la folla. Subito dietro la polizia antisommossa vi erano individui in abiti civili, indicati dagli astanti come sostenitori di Alba dorata, che lanciavano pietre contro i manifestanti.
Maria Troullou, un’insegnante, si rifugiò in un balcone con il suo compagno Savvas Mavridis, ma non riuscì a sottrarsi da una grosso individuo. Ha spiegato… “L’assalto è stato così crudele e violento. Orrendo, senza alcuna giustificazione. Era come se l’assalitore aveva deliberatamente scelto me tra la folla. Cosa c’è di più minaccioso di una donna antifascista, mi chiedo? Mi ha afferrato per i capelli e sbattuto la testa furiosamente contro il muro. Poi mi ha colpito sulla fronte e io sono caduta esanime, avevo le vertigini. Poi ho sentito la mano del mio partner sul mio braccio. Stava cercando di sollevarmi. Poi ho ricevuto un secondo colpo, dalla stessa direzione dell’aggressore. Qualcosa mi ha colpito sulla parte superiore della testa, qualcosa di duro, come un piede di porco o un bastone. Mi sono piegata di nuovo e sono crollata sentendo il sangue scorrere“. Ha aggiunto… “Il mio compagno è riuscito a tenermi sotto il suo controllo. Abbiamo ricevuto diversi colpi dalla polizia in vari punti, ma anche da parte dell’aggressore. L’unica cosa che potevamo fare era difenderci istintivamente. Siamo stati sempre colpiti da tutti i lati. Il mio compagno ha ricevuto più colpi alla testa, al corpo e al collo. Ha cicatrici sui polpacci per la resistenza che ha esercitato con le gambe per restare aggrappati al balcone. Se il mio compagno non fosse stato lì a proteggermi, rischiando la propria vita, mi sarebbe accaduto il peggio“.
Dopo l’attacco, Maria e Savvas sono stati inviati all’ospedale di Paros. Nel referto medico è stato confermato che quando si sono recati in ospedale, la sera del 28/02/2013, a Savvas è stato diagnosticata la frattura delle ossa frontale e occipitale sinistra del cranio. Le ferite sono state disinfettate e hanno richiesto 17 punti di sutura. Maria ha sofferto mal di testa intenso, dolore al collo e agli occhi, e ha ricevuto quattro punti di sutura sulla testa. Le ferite erano su tutto il corpo della maestra e del compagno; hanno lasciato l’ospedale con 21 punti di sutura in tutto. Una folla si era radunata davanti l’ospedale, per offrire sostegno e chiedere l’intervento della polizia per identificare l’aggressore. La polizia ha aspettato più di un’ora per recarsi in ospedale a raccogliere le testimonianze dei feriti.
Maria ha dichiarato nella sua testimonianza che l’aggressore era uno sconosciuto in abiti civili, con la carnagione chiara e capelli corti, grosso e alto 1,90.  Anche se Maria ha scelto di parlare pubblicamente dell’aggressore, ha deciso di non procedere con una querela nei confronti dello stesso. Una ragione è che, dopo il recente processo di Ilias Kasidiaris, nel quale è stato assolto in un’aula piena di sostenitori di Alba dorata, crede che il suo caso avrebbe avuto la stessa sorte. La seconda ragione è che aveva paura, mentre l’uomo che la picchiava furiosamente, davanti alla polizia, questa non l’ha protetta dall’assalto e né ha arrestato l’aggressore (il che fa pensare che goda dell’immunità). Si crede anche che ci siano molti testimoni disposti a fornire un alibi all’aggressore. Il giorno dopo, venerdì 1 marzo 2013, gli assalti più violenti hanno avuto luogo nel porto di Parikia. In uno di questi assalti, un tedesco che vive stabilmente sull’isola ha cercato di riprendere con la sua macchina fotografica i sostenitori e i parlamentari Giannis Lagos, Ilias Panagiotaros e Nikos Michos di Alba dorata. Secondo la polizia, un certo numero di seguaci, tra cui il deputato N. Michos, si sono rivolti minacciosamente al tedesco e la polizia è stata costretta ad intervenire. La tensione cresceva, fin quando la delegazione di Alba dorata si è imbarcata per tornare ad Atene. Fu in quel giorno che l’aggressore di Maria Troullou è stato riconosciuto quale membro della delegazione di Alba dorata.

Link:
Vice, Gu, In to the Fire

Alba dorata ricorre al terrorismo per diffondere il suo messaggio?
Yiannis Baboulias Vice, 3 aprile 2013

Grecia-Chrysi-Avghi-l-anima-nera-della-crisi_largeLa Grecia ha avuto la sua dose di nazionalisti di estrema destra negli ultimi decenni. Operando sotto marcato pseudonimo, come “patrioti” o “anti-comunisti”, hanno commesso alcuni crimini, come fracassare con una mazza il cranio del leader della di sinistra Grigoris Lambrakis, uccidendolo nel 1963, ma nessuno di loro può davvero competere nella posta dell’idiozia con gli attuali truculenti estremisti di Alba dorata. Se per qualsiasi motivo, non avete sentito parlare di Alba dorata, si tratta del partito neofascista greco il cui leader, Michaloliakos, è stato per qualche tempo in prigione nel 1979 per porto illegale di armi ed esplosivi, e per essere collegato a un gruppo che compì attentati contro due cinema di Atene. Recentemente, i sostenitori del partito sono stati collegati all’omicidio di immigrati per le strade di Atene, a violenze casuali contro immigrati e anarchici e, in più di una occasione, sono stati arrestati per trasporto di armi ed esplosivi. Ma è il caso del dinamitardo di Sparta ad essere ancora più preoccupante. Il 31 agosto dell’anno scorso, una bomba esplose nelle mani di un 38enne di Sparta. Il suo obiettivo non è noto. Il complice dell’attentatore, un 34enne non ancora identificato, fu arrestato ma rilasciato dopo aver testimoniato, nonostante il fatto che più di 60 bombe, fucili da caccia e maschere fossero stati ritrovati dalla polizia in casa sua. Da allora, nessuna ulteriore informazione è stata rilasciata ed i media greci hanno insabbiato la storia.
Notizie da Sparta identificano sia il morto che il suo complice come membri di Alba dorata, suggerendo che l’estrema destra greca passi al terrorismo per diffondere il proprio messaggio. Al fine di comprendere la reale possibilità di ulteriore terrorismo politico in Grecia, ho parlato con Dimitris Psarras, un giornalista investigativo il cui libro La Bibbia nera di Alba dorata, è una delle indagini più approfondite sul partito.

Vice: Il caso del dinamitardo di Sparta non è progredito per nulla, e sembra esser stato insabbiato dai media mainstream. Quanto ne sai tu?
Psarras Dimitris: Non so nulla di più. Si tratta di un caso molto strano e abbiamo cercato di fare pressione per aver alcune risposte sulla vicenda, ma niente è venuto fuori.

Vice: Perché è bloccato?
Psarras: E’ il procedimento istruttorio. Le autorità non hanno alcun obbligo di rilasciare dettagli alla stampa prima del processo, ma in questo caso sono stati molto riservati. Inoltre, la gestione del caso non ha alcuna somiglianza con altri casi di terrorismo, quando abbiamo avuto nomi e foto fin da subito. In questo caso, non abbiamo visto niente del genere.

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Un paio di giorni dopo l’intervista a Psarras, una storia dalla città greca di Volos è balzata agli onori della cronaca. Durante i negoziati per il “salvataggio” dei ciprioti, un edificio della Banca di Cipro è stato bombardato, la polizia ha fermato due sospetti e, sorpresa, sorpresa, hanno trovato pistole, coltelli, mazze e arnesi di Alba dorata nelle loro case. Incredibilmente, Alba dorata ha affermato di non saperne nulla, così come presumibilmente non sa nulla dell’attentatore di Sparta e del suo complice. Ma le diventa sempre più difficile nascondersi dietro il paravento pubblico di amica della democrazia, mentre un’imminente potenziale di violenze si profila sempre più sullo sfondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scioperi e manifestazioni spazzano la Tunisia

Jean Shaoul WSWS 25 agosto, 2012

Martedì, migliaia di lavoratori hanno marciato a Sidi Bouzid. La città impoverita dell’interno della Tunisia, dove il venditore di verdure Mohamed Bouazizi si era dato fuoco il 17 dicembre 2010, scatenando la rivolta contro il regime di Zine al-Abidine Ben Ali. La manifestazione era apertamente rivolta contro il governo ad interim, guidato dal partito islamista Ennahda (Movimento del Rinascimento), un ramo della Fratellanza musulmana egiziana, che è salito al potere dopo le elezioni dello scorso ottobre. L’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), la principale federazione sindacale ha indetto uno sciopero generale. Ha fatto notare che oltre il 90% dei lavoratori ha aderito allo sciopero. Negozi e uffici nel centro della città sono stati chiusi per tutta la giornata.
I manifestanti hanno marciato verso il palazzo di giustizia, chiedendo la liberazione di decine di attivisti politici detenuti da luglio, dopo le proteste brutalmente represse dalla polizia, che aveva sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni, ma non tutti, sono stati in seguito rilasciati, tra cui 12 attivisti arrestati durante una manifestazione nella scorsa settimana a Sfax, a 250 chilometri a sud della capitale. Gli scioperanti e i loro sostenitori hanno gridato slogan, tra cui “il popolo vuole la caduta del regime” e “Giustizia, attenti a te, Ennahda ha potere su di te!” Dei  manifestanti hanno rotto il finestrino di un’auto appartenente a un gruppo di al-Jazeera TV, per via del sostegno dichiarato del notiziario satellitare del Qatar verso il partito Ennahda e l’islamismo. Il Qatar fornisce un notevole sostegno finanziario ad Ennahda. I manifestanti hanno anche chiesto di risolvere il problema dell’accesso, del tutto inadeguato, ad acqua ed elettricità, che grava in modo insopportabile sulla vita quotidiana. In precedenza, lunedì sera, in occasione della Giornata Nazionale delle Donne, decine di migliaia di tunisini, soprattutto donne, hanno sfilato per le strade della capitale, Tunisi, e in altre città per chiedere che l’uguaglianza e i diritti delle donne siano tutelati dalla costituzione, in corso di elaborazione da parte del governo islamista.
Le manifestazioni sono state di gran lunga le più importanti dopo che il governo aveva violentemente soppresso quelle dello scorso aprile. I manifestanti temono che la Costituzione arretri la condizione delle donne. Avevano striscioni che dicevano: “Alzati, donna, in modo che i tuoi diritti siano sanciti dalla Costituzione” e “Ghannouchi [leader di Ennahda, Rashid Ghannouchi] folle della situazione, le donne tunisine sono forti“. I manifestanti hanno chiesto che il governo sopprima il proposto Articolo 27, che definisce le donne “complementari agli uomini” nella nuova Carta nazionale, e mantenga le disposizioni della legge del 1956, che garantisce la piena parità tra donne e uomini. Il codice dello statuto personale del 1956 vieta la poligamia, istituisce il diritto civile e ha dato alle donne il diritto di voto, di aprire conti bancari e di creare imprese senza il consenso dei loro mariti. Successivamente, è stato ampliato per includere, tra gli altri, il diritto al lavoro e all’aborto. Secondo una traduzione di France 24, l’Articolo 27 della nuova Carta stabilisce che “lo Stato deve tutelare i diritti delle donne, le sue realizzazioni, come partner dell’uomo per lo sviluppo del paese e in virtù del principio di complementarità con l’uomo, nella famiglia“. Ciò è stato ampiamente interpretato come il primo passo, da parte degli islamisti, con cui far arretrare la posizione delle donne in Tunisia, in conformità con le disposizioni della Sharia. I manifestanti hanno anche chiesto al governo di affrontare la privazione economica subita dalle regioni interne e la fine della disoccupazione.
L’Associazione tunisina delle donne democratiche, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo, il Partito Repubblicano, la Via SocialDemocratica e il Partito dell’Appello alla Tunisia hanno organizzato un’altra manifestazione al Palazzo dei Congressi di Tunisi, chiedendo “parità di diritti e doveri effettiva e incondizionata tra uomini e donne” e hanno messo in guardia contro “una regressione e una nuova possibile erosione delle conquiste realizzate dalle donne.” Le manifestazioni per celebrare la Giornata Nazionale della Donna in Avenue Bourguiba, nella capitale, sono state vietate dal governo, apparentemente per problemi di traffico. L’Avenue Bourguiba era il centro delle proteste di massa nel gennaio 2011, che hanno portato alla cacciata di Ben Ali, alleato di lunga data degli imperialismi statunitense e francese, innescando movimenti di massa in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Dimostranti sono scesi in strada anche a Monastir e a Sfax.
La nuova Carta nazionale ha generato una tale opposizione che Kheder Habib, il relatore generale del Comitato costituzionale, è stato costretto ad ammettere che è improbabile che possa essere finalizzato e ratificato ad ottobre, come previsto, affinché le elezioni politiche possano essere tenute a marzo. Ora sembra che la Carta non sarà pronta che a febbraio 2013, con la ratifica ad aprile, e non si sa se le elezioni di marzo si terranno come previsto.
Tanto lo sciopero a Sidi Bouzid che le proteste delle donne mostrano l’odio verso il regime islamico e le crescenti tensioni sociali. La Tunisia ha visto innumerevoli scioperi duri, sit-in e manifestazioni. La risposta del governo è stata minacciare gli avversari e utilizzare tutta la potenza della repressione poliziesca, come è accaduto negli ultimi mesi, in particolare contro i giovani disoccupati nelle regioni più povere. La Tunisia è devastata dalla disoccupazione. Secondo le statistiche ufficiali, oltre il 18% dei lavoratori, circa 750.000, sono disoccupati, i laureati ne sono particolarmente colpiti. La situazione è assai peggiore nei governatorati dell’interno o del sud, dove il 28% dei lavoratori è disoccupato. Ci sono notevoli disparità tra le regioni. Il contrabbando e la corruzione sono diffusi, con una economia di mercato nero che prospera. Questo ha portato i prezzi alle stelle e all’anarchia generale, con le violenze dei clan che hanno ucciso più di una dozzina di persone.
Come gli slogan dei manifestanti mostrano chiaramente, le cause sociali ed economiche che hanno innescato la rivolta di 18 mesi fa, non sono state neppure discusse, e tanto meno affrontate o risolte. Milioni di elettori si sono recati alle urne ad ottobre, nella speranza di trovare sollievo dai loro problemi, solo per avere un governo del tutto ostile alle aspirazioni sociali, economiche e democratiche che hanno guidato il movimento rivoluzionario della classe operaia. Ennahda, come i Fratelli Musulmani in Egitto, non ha preso parte al movimento rivoluzionario del dicembre 2010 – febbraio 2011. Supportato dalle monarchie del Golfo Persico, il suo vero scopo è schiacciare la classe operaia, in nome della elite finanziaria. Copre i crimini commessi contro il popolo dall’apparato statale borghese tunisino di Ben Ali, il cui regime, nonostante la sua estromissione, rimane intatto.
Le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto hanno portato all’installazione di regimi ostili alla rivoluzione, perché non c’era un partito operaio rivoluzionario che combattesse per la creazione di stati operai, sulla base di politiche socialiste, nel Maghreb e altrove. L’UGTT sosteneva da tempo il regime di Ben Ali ed ha approvato le riforme a favore di un’economia di mercato, senza indire uno sciopero contro il regime, pochi giorni prima della fuga di Ben Ali. Non ha alcuna intenzione oggi di difendere gli interessi della classe operaia, cerca solo di far esaurire la pressione.
Ennahda, come i Fratelli musulmani, serve da facciata legale per la giunta militare egiziana, o come il Consiglio nazionale di transizione in Libia, messo al potere dalla NATO, ha in particolare beneficiato del crollo della cosiddetta piccola borghesia cosiddetta di sinistra. A causa della sua opposizione a una prospettiva socialista, la “sinistra” ufficiale ha portato le masse in una situazione di stallo politico, cosa  particolarmente illustrata dal sostegno che ha dato agli islamici ed altri “movimenti di opposizione” borghesi.

Teppisti islamisti attaccano le proteste dei lavoratori e disoccupati tunisini a Sidi Bouzid
Antoine Lerougetel WSWS 29 agosto 2012

La polizia si faceva da parte, la scorsa settimana, mentre centinaia di teppisti salafiti hanno attaccato i lavoratori e i giovani a Sidi Bouzid, nella Tunisia centrale. La città, la cui rivolta accese la rivoluzione del 2011 che ha rovesciato il dittatore tunisino, presidente Zine al-Abidine Ben Ali e ha lanciato la “primavera araba”, è tornata ad essere un centro di opposizione al governo di destra del partito islamista Ennahda.
I teppisti hanno attaccato Sidi Bouzid la notte del 23-24 agosto, ferendo almeno sette persone. Testimoni hanno detto all’AFP che gli assalitori, militanti radicali islamisti, sono giunti in autobus di notte e hanno attaccato circa 15 case nel quartiere Aouled Belhedi. La lotta era continuata fino all’alba. La polizia non è intervenuta a fermare gli scontri, “per evitare di aggravare la situazione.” Imperterriti, i giovani, il giorno dopo hanno indetto un sit-in davanti la sede dell’autorità scolastica regionale, per chiedere lavoro. AFP riferisce: “Secondo i residenti della città, gli scontri sono scoppiati lunedì notte, quando un gruppo di salafiti avrebbe tentato di sequestrare un uomo ubriaco, per  punirlo di aver bevuto alcolici in violazione delle leggi musulmane. I giovani si sono vendicati mercoledì pestando tre salafiti ed innescando così gli scontri della notte.” Non è un caso isolato. Il 16 agosto, teppisti islamisti armati di bastoni e spade hanno attaccato un festival culturale, nel nord della Tunisia, ferendo cinque persone, il terzo attacco del genere in Tunisia da parte dei salafiti in tre giorni, per una presunta mancanza di rispetto per il mese sacro del Ramadan.
Le forze islamiste di destra si sono introdotte come truppe d’assalto, per attaccare le crescenti proteste e l’opposizione sociale della classe operaia, nel deterioramento delle condizioni sociali ed economiche. L’economia è in recessione da più di un anno, e l’aggravarsi della crisi economica in Europa, che riceveva il 75 per cento delle esportazioni della Tunisia, è destinata a peggiorarla. Il tasso di disoccupazione è superiore al 18 per cento, 709 mila su una popolazione attiva di 3,9 milioni, con tassi molto più elevati nelle campagne e nell’interno povero, lontano dalla costa. Da maggio, vi sono stati scioperi generali a Tatouin, Monastir, Kasserine e Kairan.
La rinnovata offensiva della classe operaia è stata accolta dalle denunce sulla stampa borghese, che chiede che i lavoratori tunisini siano una docile manodopera a basso costo, come ai tempi di  Ben Ali. Il giornale padronale tunisino L’Economiste, mentre si trova a disagio verso le posizioni fondamentaliste del governo Ennahda, incolpa i giovani e i lavoratori per aver “contribuito con il loro comportamento alla cattiva situazione economica e sociale… Non potete giustamente chiedere sviluppo e poi indurre gli investitori a fuggire moltiplicando gli ostacoli alla produzione.” Il giornale ha aggiunto un altro commento, che rivela pienamente le preoccupazioni della borghesia. Ha espresso il timore che i lavoratori e i giovani di “Sidi Bouzid, Kasserine, Sfax … stiano cercando di estendere una rivoluzione incompiuta.”
A Sidi Bouzid, i lavoratori a giornata protestavano contro il ritardo di due mesi del pagamento degli stipendi, attaccando la sede del partito Ennadha, il 26 luglio. Hanno sfondato la porta e gettato un pneumatico in fiamme negli uffici di Ennadha. Mentre la polizia sparava colpi di avvertimento e gas lacrimogeni, i manifestanti gridavano, “la polizia di Ben Ali è tornata.” Il 9 agosto, la polizia ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni sulla folla, ferendo cinque persone che sono state ricoverate in ospedale. Chiedevano la definizione dello status dei lavoratori, le dimissioni del comandante regionale della Guardia Nazionale, le dimissioni del governatore Mohamed Najib Mansouri e lo scioglimento dell’Assemblea costituente, per la sua incapacità a rispondere alle esigenze dei residenti di Sidi Bouzid per la fornitura garantita di acqua, di posti di lavoro e sviluppo economico. Il 14 agosto, uno sciopero generale a Sidi Bouzid chiedeva il rilascio dei manifestanti arrestati durante le manifestazioni delle settimane precedenti.
La complicità di polizia e funzionari statali, compresa l’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), che ha sostenuto Ben Ali prima della rivoluzione, ha lasciato i salafiti liberi di attaccare i lavoratori. Un funzionario dell’UGTT di Kasserine, Mohamed Sgahaier Saihi, ha dichiarato alla stampa che, con la disoccupazione al 20 per cento, “Queste persone stanno esprimendo la loro rabbia con posti di blocco e sit-in non pianificati, giorno dopo giorno.” Alla maniera del burocrate dell’UGTT, ha lamentato queste attività che vedeva come una minaccia all’ordine sociale: “Sono una vera e propria minaccia per la stabilità sociale, e giorno dopo giorno, causano problemi in quanto organizzano sit-in e blocchi stradali”. Con proteste localizzate e controllate, l’UGTT prima della rivoluzione ha cercato di far sfogare ed impedire qualsiasi sfida politica indipendente al regime da parte della classe operaia. Anche fornendo l’occasione a vari partiti di pseudo-sinistra, come il Partito Maoista dei Lavoratori (PT), già Partito Comunista degli Operai Tunisino (PCOT), di avere una posa da alleati della classe operaia. Tutti hanno giocato un ruolo nell’impedire la caduta di Ben Ali, di aprire la strada a una vera e propria rivoluzione sociale e di far prendere il potere alla classe operaia. Hanno legittimato la formazione del governo di Ennahda, che ora appare completamente quale acerrimo nemico della classe operaia.
I timori dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo arabo hanno portato l’imperialismo USA e dei loro alleati europei a mettere sempre più i partiti islamici al governo, ed a usare i loro alleati più estremisti come truppe d’assalto nelle violenze. L’intervento di gruppi legati ad al-Qaida contro i regimi in Libia e Siria, presi di mira da Washington per rovesciarli, è diventato uno strumento importante della politica imperialista nella regione.
Il deputato di Ennahda Sadok Shuru ha attaccato gli scioperanti come ‘Nemici di Dio’, in un’intervista, negando che i salafiti fossero i responsabili delle violenze: “La verità è che alcuni membri dei gruppi salafiti non sono veri salafiti. Sono i resti del vecchio regime che si sono infiltrati nei gruppi salafiti per commettere atti contro il governo … i veri salafiti non sposano l’uso della violenza.” Shuru cerca di coprire il governo e la complicità della polizia nelle violenze dei salafiti. Se c’è qualche verità nei suoi commenti, però, è che la polizia di Ben Ali è coinvolta nell’organizzazione l’attacco contro i lavoratori di Sidi Bouzid, e questo sottolinea solo la continuità fondamentale nelle politiche anti-operaie di Ben Ali e di Ennadha. La rivoluzione della classe operaia, che ha avuto inizio con la caduta di Ben Ali, deve continuare nella lotta contro il governo Ennadha.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi greca intensifica le rivalità geopolitiche

Jordan Shilton WSWS 29 giugno 2012

La catastrofe economica e sociale crescente in Grecia, porta alla ribalta i vecchi conflitti geopolitici. Le divergenze regionali tra la Grecia e la Turchia e la crescente concorrenza tra le grandi potenze del Mediterraneo orientale, potrebbero evolvere in un confronto nel contesto dell’incertezza delle condizioni economiche che peggiorano. Queste preoccupazioni si sono intensificate nelle ultime settimane, con discussioni che apertamente contemplavano la prospettiva dell’uscita della Grecia dall’euro. Oltre alla crisi economica che ciò potrebbe creare in Europa, il futuro schieramento politico della Grecia è anch’esso in discussione.
Come ha scritto Robert Kaplan, direttore dell’analisi economica della società privata di intelligence statunitense Stratfor, alla vigilia delle elezioni greche del 12 giugno, “gli interessi occidentali richiedono ora che, anche se la Grecia lascia la zona euro – e questo è un grande “se” – dovrebbe restare ancora ancorata nell’Unione europea e nella NATO. Che la Grecia abbandoni l’euro o meno, dovrà affrontare anni di severa austerità economica. Il che implica, data la sua posizione geografica, un orientamento politico della Grecia che non dovrebbe mai essere dato per scontato.”
I timori di un riallineamento di Atene che potrebbe discostarla dalla sua tradizionale attenzione per le potenze europee occidentali e gli Stati Uniti, sono alimentati dalla presenza sempre più importante della Russia e della Cina nella regione. Il coinvolgimento della Cina nell’economia greca, è cresciuto in modo significativo dall’inizio della crisi economica. Nel 2010, Pechino ha investito molto nella riabilitazione del porto commerciale del Pireo, vicino ad Atene. In un recente incontro per commemorare il 40° anniversario dello stabilimento delle relazioni tra Pechino e Atene, il presidente greco, Karolos Papoulias, aveva osservato che il commercio annuale tra la Grecia e la Cina aveva raggiunto i 3 miliardi di dollari. Riferendosi ad un ampio partenariato strategico firmato dai due paesi nel 2006, e che organizza la cooperazione in una serie di importanti settori economici, Papoulias ha commentato: “Penso che negli anni precedenti puntino ad una diversificazione delle nostre relazioni, nei prossimi anni.”
La Russia ha rafforzato nel frattempo il suo ruolo nella regione, facendo accordi con Cipro. Nel 2011, un prestito di 2,5 miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari) a Nicosia, ha evitato che Cipro chiedesse un piano di salvataggio all’UE, questo paese è ancora esposto alla crisi greca, dei rapporti recenti lasciano supporre che Cipro potrebbe essere in colloqui con Mosca per un nuovo prestito di circa 5 miliardi di dollari – un quarto del suo PIL. La compagnia petrolifera e gasifera russa Gazprom ha una presenza significativa nel settore energetico greco, e Atene sta lottando per onorare il debito assai elevato verso l’azienda. Kaplan ha attirato l’attenzione su ciò che vede come un’opportunità per accrescere l’impegno della Russia, notando che “Sono stati menzionati sui media l’illiquidità della Grecia e il surplus della Russia, se i russi venissero espulsi dai porti siriani, dopo un cambio di regime, Mosca potrebbe trovare un modo per utilizzare le strutture portuali greche.” Queste tensioni economiche sono aggravate dalla posizione strategica della Grecia nel Mediterraneo orientale e vicino al Medio Oriente.
Come ha osservato in una recente analisi Vassilis Fouskas, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Richmond a Londra, “La Grecia, per esempio, in virtù della sua posizione nel Mar Egeo, ha il potere di bloccare l’Egeo (commercio, linee di comunicazione, vie marittime, trasporto aereo, ecc), causando il caos nel traffico commerciale attraverso gli stretti turchi, interrompendo i progetti degli oleodotti, e minando la sicurezza della NATO e dell’UE nella regione [...] Non inganniamoci: se la Grecia si arrabbia, vale a dire se la società e la politica interna greche saranno spinte da potenze esterne, vale a dire dalla “Troika”, a compiere atti di disperazione, questa ipotesi non è così improbabile.”
Ci sono molti punti caldi che potrebbero destabilizzare la regione. I problemi economici di Cipro potrebbero causare un aumento della tensione tra la Grecia e la Turchia verso l’isola divisa in due, attirando le grandi potenze. La decisione della Turchia di cambiare il nome della metà settentrionale dell’isola di Cipro in Repubblica Turca di Cipro, è stata interpretata come una dichiarazione delle sue intenzioni di unire tutta l’isola sotto il suo controllo. I vecchi conflitti territoriali tra Grecia e Turchia hanno ripreso intensità con la scoperta di grandi quantità di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. Alla fine del 2010, il governo di Atene ha iniziato ad investire nell’esplorazione petrolifera, e le ultime stime indicano che oltre 4 miliardi di barili di petrolio si trovano nel nord del Mar Egeo e almeno 22 miliardi di barili nel Mar Ionio, al largo della costa occidentale della Grecia. Delle scoperte sono previste nel sud del Mar Egeo, che non è ancora stato esplorato.
La manna che apporterebbe il pieno sfruttamento di queste risorse non passa inosservata alle grandi potenze. Una parte dei termini del piano di salvataggio dello Stato greco da parte dell’UE e del FMI, dispone che Atene debba privatizzare ciò che resta del suo demanio pubblico, compresi i porti e le compagnie petrolifere. Ciò potrebbe aprire questo settore altamente redditizio agli investimenti stranieri, in particolare alle imprese statunitensi. Ciò è stato oggetto di una visita ad Atene della segretaria agli esteri Hillary Clinton, lo scorso luglio, durante il quale ha discusso il futuro sviluppo energetico con i funzionari governativi. Dopo tali negoziati, il governo greco ha rivelato la creazione di un ente governativo per la gestione dei permessi di ricerca e dei diritti di perforazione ai gruppi internazionali.
Secondo l’analista William Engdahl, i politici greci erano stati posti sotto pressione da Clinton e dai suoi consiglieri, per abbandonare tutti i piani di collaborazione con la russa Gazprom per la costruzione del gasdotto ‘Sud’, che deve passare attraverso il Mediterraneo orientale e rifornire il mercato europeo. Nel 2007, Atene aveva firmato un accordo con la Bulgaria e la Russia per la sua costruzione, bypassando la Turchia. E’ attualmente previsto d’iniziarne la costruzione nel dicembre 2012. Washington ha da tempo avanzato la sua proposta, quella del trasporto del gas da Baku attraverso la Georgia e il porto turco di Ceyhan, in modo che queste risorse siano al di là del controllo russo. Nel corso della riunione del luglio scorso, Clinton avrebbe esortato i politici greci a raggiunger un accordo con la Turchia sulla questione dello sfruttamento in comune dei giacimenti di gas e petrolio nella regione.
La proposta affronta il problema delle relazioni tese tra Grecia e Turchia. Il controllo del Mar Egeo è stato a lungo il pomo della discordia tra Atene e Ankara. Le proposte greche per istituire una zona economica esclusiva (ZEE), di cui Atene sostiene di avere il diritto di formare, secondo i termini del trattato delle Nazioni Unite, si trovarono di fronte all’irricevibilità della Turchia. I rappresentanti di Ankara hanno dichiarato che qualsiasi tentativo di Atene di estendere la sua autorità nel Mar Egeo, per una ZEE, sarebbe considerato un atto di guerra. Ad aprile, abbiamo appreso che la Turchia aveva deciso il 16 marzo di concedere delle licenze di esplorazione petrolifere e gasifere a sud delle isole di Rodi e Kastelorizo, che la Grecia ritiene essere sue acque territoriali.
Ci sono sentimenti sempre più forti in tutto il mondo politico greco, a favore di un’azione unilaterale a dispetto delle minacce turche. Durante la campagna elettorale, il leader di SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale) Alexis Tsipras, ha indicato il suo pieno sostegno alla creazione di una ZEE nel Mar Egeo. Ha detto in una riunione con gli ambasciatori dei paesi del G20, che la Grecia ha “il diritto inalienabile” di stabilire una ZEE nel Mar Egeo, per iniziare “lo sfruttamento della ricchezza sottomarina della zona.” Evangelos Kouloumbis, ex ministro dell’industria, ha espressamente designato la Turchia come uno dei principali ostacoli, quando ha commentato all’inizio di quest’anno, che la Grecia possa soddisfare “il 50 per cento del suo fabbisogno, con il petrolio che si trova nei giacimenti off-shore nel Mar Egeo, e l’unico ostacolo a ciò è l’opposizione turca a un possibile sfruttamento da parte greca.
In aggiunta ai benefici economici enormi che una tale impresa potrebbe portare, il rafforzamento delle tensioni nazionaliste con la Turchia è un obiettivo politico fondamentale per la classe dominante greca. In condizioni di collasso sociale, accusare la Turchia e pararsi dietro la bandiera nazionale, permette di creare un diversivo a buon mercato alle misure di austerità devastanti applicate contro la classe operaia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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