FMI, BRICS e l’”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha un’arma segreta contro l’occidente, e non si tratta di petrolio, gas o armi nucleari

Jason Karaian QZ 14/4/2104

ap070614059593I mercati dell’energia sono alquanto instabili di recente, grazie alle violenze in Ucraina e la guerra verbale tra Russia e occidente. Entrambe le parti in conflitto giocano sulla politica dei gasdotti, con minacce e contro-minacce che volano tra il fornitore di energia più grandi del mondo e i consumatori. Come gli animi si accendono, la minaccia di chiudere gli oleodotti cruciali basta a spaventare anche i trader più temprati. Anche se petrolio e gas sono in cima ai pensieri, non sono le uniche merci di cui i trader si preoccupano. Il prezzo del palladio ha avuto un balzo da tre anni ad oggi:

spot-palladium-price-nymex-price_chartbuilderLa Russia è il maggiore produttore mondiale del metallo, ingrediente fondamentale per convertitori catalitici nelle automobili, condensatori elettronici, corone, gioielli e molto altro. Mentre l’occidente minaccia sanzioni sempre più severe contro la Russia, per le sue presunte provocazioni in Ucraina orientale, la Russia potrebbe infliggere danni simili con proprie restrizioni commerciali. Limitare le esportazioni di palladio può essere un’utile ed efficace arma rispetto al divieto di visto imposto ai principali funzionari occidentali, ma non provocatorio come l’embargo su petrolio o gas. Ciò che dà alla Russia mano libera nel possibile uso della “politica del palladio”, sono i minatori in sciopero in Sud Africa, il secondo maggiore grande produttore di palladio del mondo. Circa 80000 minatori sono in sciopero per il salario e devono ancora tornare al lavoro. Russia e Sud Africa controllano più di tre quarti della produzione di palladio nel mondo, secondo Johnson Matthey. L’anno scorso, la domanda di palladio ha superato l’offerta di 23 tonnellate (25,4 tonnellate), così le scorte già si esauriscono.

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Gli europei sono giustamente preoccupati per l’affidabilità delle forniture energetiche russe, mentre gli Stati Uniti cominciano a gettare il loro peso di produttori che potrebbero influenzare il mercato petrolifero. Ma le schermaglie iniziali della guerra economica tra Russia e occidente non sono state combattute sugli oleodotti. Gli Stati Uniti hanno già usato il settore finanziario per azzoppare una banca russa e disturbare i sistemi di pagamento del Paese, mentre i Paesi europei hanno congelato i contratti per la Difesa con i russi. Controllando un oscuro metallo prezioso, ma assai importante, la Russia ha un mezzo per reagire; il prezzo del palladio è in crescita del 13% nel mercato, quest’anno, con i futures che suggeriscono ulteriori guadagni futuri. Può sembrare strano, ma una disputa  territoriale in Ucraina potrebbe far balzare i prezzi negli autosaloni europei e nelle cliniche odontoiatriche statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina riduce massicciamente il suo stock di debito degli Stati Uniti

Charles Sannat, Le Contrarien Matin, 27 febbraio 2014 – Reseau International

“Cercando di soffocare le rivoluzioni pacifiche, si rendono inevitabili quelle violente”

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Dalla deamericanizzazione teorica a quella pratica. Questo è uno dei principali fenomeni finanziari cui si assiste senza che per il momento le conseguenze siano troppo visibili. Tuttavia, tutto sembra a posto e, ancora una volta, la sospensione dei quantitative easing (cioè le iniezioni di liquidità della banca centrale statunitense, FED, tramite il riacquisto del debito bancario o del Tesoro degli Stati Uniti) è piuttosto sorprendente, per non dire assolutamente incredibile. Si ricordi, un paio di mesi fa, al culmine dello psicodramma sull’innalzamento del tetto del debito degli Stati Uniti e dello stallo politico nel Congresso degli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti subivano lo “shutdown“, la Cina avvertiva quasi ufficialmente gli USA indicando nettamente il passaggio alla deamericanizzazione della propria economia cercandone di ridurre l’esposizione al debito degli Stati Uniti e al dollaro USA. La Cina, il maggiore detentore mondiale di debito USA, attualmente impiega tre leve per realizzare la sua politica di deamericanizzazione. La prima sono i massicci acquisti di metallo fisicamente consegnati alla Cina, diventata in meno di 3 anni null’altro che il maggiore consumatore mondiale di oro dopo l’India. La Cina e i suoi acquisti massicci hanno sostenuto il prezzo dell’oro durante il periodo della significativa correzione del 2013 e ora, dall’inizio del 2014, fa aumentare di nuovo i prezzi. La seconda è la moltiplicazione degli scambi bilaterali in yuan (moneta cinese) e la riduzione della quota in dollari del commercio estero della Cina. Tali accordi su scambi valutari si sono moltiplicati nel 2013 amplificandosi a partire dall’ultimo trimestre del 2013. Anche Cina e Giappone cui però i rapporti possono esser tesi, hanno firmato un simile accordo. La terza è l’uso della Cina delle sue riserve valutarie in dollari per acquistare beni all’estero come società di Stati Uniti o Europa (si pensi alla partecipazione alla PSA, all’acquisizione di Volvo o del mega-programma immobiliare in California). In questo caso, la Cina scambia carta moneta (il dollaro) con beni reali.
C’è una quarta leva molto difficile da usare senza destabilizzare il maggiore mercato di titoli sovrani quello in particolare del Tesoro degli Stati Uniti. Anche in questo caso, la Cina è il maggiore detentore del debito degli Stati Uniti… Per deamericanizzarsi effettivamente, Pechino deve liberarsi della montagna di buoni del Tesoro degli Stati Uniti… ciò, dal punto di vista di Washington, potrebbe quasi essere considerato un atto di guerra. Non credo che i cinesi inizieranno a liquidare rapidamente la loro quota del debito degli Stati Uniti, per i rischi geopolitici che una tale decisione comporterebbe. Eppure sappiamo che i cinesi smaltiscono difatti massicciamente il debito degli Stati Uniti che hanno! Nel dicembre 2013, la Cina ha venduto 48,8 miliardi dollari di debito degli Stati Uniti. Ecco un dispaccio dell’agenzia finanziaria Bloomberg del 19 febbraio, passata quasi inosservata e senza commenti. “La Cina, il maggiore creditore estero degli Stati Uniti, ha ridotto in modo significativo la propria partecipazione dei buoni del Tesoro degli Stati Uniti (maggiore riduzione in due anni), mentre la Federal Reserve (FED) annuncia la riduzione dei riacquisti delle attività.” Quasi tutto è così concisamente riassunto in queste due righe e mezzo dell’agenzia Bloomberg. Infatti, la Cina ha venduto nel dicembre 2013 quasi 50 miliardi di titoli del Tesoro USA, mentre allo stesso tempo la FED (la banca centrale statunitense) ha ridotto i propri acquisti diretti di debito degli Stati Uniti…

Una situazione esplosiva sul mercato obbligazionario internazionale
E’ ovvio, ed è la grande questione, che la combinazione tra riduzione degli acquisti di debito degli Stati Uniti da parte della stessa banca centrale degli Stati Uniti, e massiccia vendita di buoni del Tesoro da parte della Cina, sia una situazione semplicemente esplosiva per il mercato obbligazionario globale! Tale movimento è semplicemente intollerabile…, in ogni caso, se questi due fenomeni dovessero essere permanenti. Delle due cose, l’una. O è solo un avvertimento delle autorità di Pechino, e in questo caso la Cina, non riuscendo a incrementare ulteriormente la propria posizione nel debito degli Stati Uniti, manterrà più o meno la sua attuale posizione, o in realtà la Cina ha deciso di ridurre ogni mese di 50 miliardi il debito degli Stati Uniti e, in questo caso, il mercato globale dovrà assorbirli, cosa ovviamente impossibile poiché gli Stati Uniti emettono ogni mese diversi miliardi di nuovo debito… Questo è precisamente il motivo per cui la FED riacquista gli enormi debiti del proprio governo. Non ci sono abbastanza compratori per finanziare ancora il debito degli Stati Uniti e per giunta a un prezzo basso (al 10% tutti vorrebbero fare prestiti allo Zio Sam, ma al 2,8% a 10 anni, chiaramente ci sono meno volontari!) Ciò significa che se la politica cinese di rivendita continua… la FED dovrà riprendere a creare moneta e a comprare di nuovo massicciamente e probabilmente anche più di prima, i titoli del governo degli Stati Uniti. In tal caso, la riduzione del QE potrebbe non essere sostenibile e Janet Yellen cambierà rapidamente rotta.

Dove sono i 50 miliardi venduti dai cinesi?… In Belgio!
No, amici miei, non è l’ultima barzelletta belga, anche se ci assomiglia tremendamente. Ovviamente, quando si viene a sapere che la Cina ha appena venduto 50 miliardi di dollari di buoni del Tesoro, mi chiedo dove il denaro sia andato e chi sia il destinatario… è un’altra fonte perfettamente ufficiale, perché è lo stesso dipartimento del Tesoro statunitense a dirlo nel riassunto sui principali detentori esteri di titoli del Tesoro, infatti la Cina ha ridotto la sua esposizione di 50 miliardi mentre, allo stesso tempo, in quarta posizione adesso si colloca il Belgio (che compie la più irreale rimonta nella classifica del dipartimento del Tesoro), poiché il Belgio è passato, tenetevi forte, dai 200 miliardi ai 250 miliardi in un mese… un aumento considerevole. Allora perché il Belgio? Per essere onesti, mistero, nessuna idea. Inoltre, si tratta del Belgio, della Banca centrale del Belgio o dei belgi? (No, i belgi non hanno cominciato a comprare obbligazioni statunitensi come se fossero piatti di impepate di cozze…) Forse poiché a Bruxelles c’è la Commissione europea e un sacco di agenzie (per non parlare di qualche grande e oscuro depositario come Euroclear). In breve, per il momento, niente fatti ma tante speculazioni e ipotesi. Ciò che è noto, però, è che tramite il Belgio la vendita dei cinesi è stata assorbita ed il Belgio ha aumentato la ricapitalizzazione del Tesoro in modo significativo in 12 mesi… quasi raddoppiando la propria detenzione già colossale. Quindi succede qualcosa in Belgio, fulcro della questione.
Quello che è certo è che i 50 miliardi dei cinesi sono stati assorbiti dai nostri amici belgi, ringraziandoli vivamente per il loro sacrificio finanziario perché preferisco che tali buoni siano in Belgio e non in Francia. Quindi dobbiamo guardare il bollitore dell’evoluzione del mercato obbligazionario, perché se la Cina continua la massiccia emissione di buoni del Tesoro USA… non saranno i nostri poveri amici belgi, per quanto simpatici, che sostituiranno l’acquirente cinese divenuto un così grande venditore… Ma per prolungare il sistema ancora di più, grazie al loro “potere di persuasione”, i nostri grandi amici statunitensi possono costringere alcune nazioni a comprare altro loro debito ammuffito… e la Francia, grande amico degli Zamericani con François sul tappeto rosso di Obama, dovrebbe finire per farsi tentare, firmando un sublime assegno per lo Zio Sam a danno dei francesi e dei contribuenti (‘con-tribuables‘, coglion-buenti. NdT) che siamo noi tutti. Quindi aspettiamoci di vedere se lo stock del debito statunitense detenuto dalla Francia  aumenta (oltre i 3 miliardi nell’ultimo conteggio, come i tedeschi).
Capite che l’informazione deve aiutare a farci comprendere che il sistema economico mondiale come lo conosciamo è agli sgoccioli, e ciò implica logicamente che ci si dovrebbe preparare a grandi cambiamenti… ciò non impedisce una qualche speranza di miglioramento per ognuno di noi.
Restate sintonizzati. Ci rivediamo… se non vi dispiace!

Public DebtUStoaddthreetimesmoredebtthaneurozoneover-yearsQuesto è un articolo ‘presslib’, vale a dire privo di diritto di riproduzione, a condizione che questo paragrafo sia riportato in coda. Le Contrarien Matin è quotidiano di decrittazione di notizie economiche pubblicato dalla società AuCOFFRE.com. L’articolo è di Charles Sannat, direttore degli studi economici. Grazie per aver visitato il nostro sito. È possibile iscriversi gratuitamente a LeContrarien.com.

Bloomberg
Treasury.gov
LeContrarien

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera bosniaca” e l’autunno serbo

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 15/02/2014

bosnia_herzegovina_political_mapI drammatici sviluppi in Bosnia Erzegovina assumono sempre più carattere pan-europeo. Nelle dinamiche del conflitto si vedono dei parallelismi con  la crisi in Ucraina e allo stesso tempo da di che pensare agli apologeti dell’eurointegrazione negli altri Paesi. Naturalmente, le proteste che travolgono le città bosniache hanno le loro peculiarità nazionali. Dopo tutto, sulla base degli indici aggregati socio-economici, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è uno dei tre Paesi più deboli dell’Europa, assieme all’Albania e alla Moldavia, e la tendenza alla crisi non è difficile da vedere. Nonostante ciò, fino a poco prima le élite del governo della Bosnia-Erzegovina, musulmane, croate e serbe, potevano mantenere una relativa stabilità politica. La pressione esterna, la presenza dell’Alto Rappresentante a Sarajevo con poteri senza precedenti per uno Stato sovrano, ha avuto un ruolo. Tuttavia, la crisi europea, la crescita della disoccupazione, la tipica corruzione diffusa nei Balcani e l’aumento delle attività di forze estere hanno radicalizzato la situazione. Di conseguenza, sia Milorad Dodik, carismatico presidente della Republika Srpska, parte della Bosnia-Erzegovina, che il leader moderato dei musulmani Bakir Izetbegovic, hanno perso molta popolarità sotto la pressione delle forze radicali. La possibilità di tenere elezioni anticipate è all’ordine del giorno. I politici già al potere le supportano affrettandosi a “cavalcare l’onda” delle proteste. “La gente vuole un cambio di governo”, dice Bakir Izetbegovic, nella speranza di ampliare il suo sostegno elettorale, anche se attualmente è membro del massimo organo del potere in Bosnia-Erzegovina, la presidenza collettiva.
Per ora le proteste di massa interessano principalmente il territorio della federazione croato-mussulmana della Bosnia-Erzegovina, una delle due entità che compongono lo Stato. La posizione dei croati sembra più riservata per via dei peculiari aspetti della loro posizione. Il ricercatore inglese David Chandler caratterizza con precisione queste peculiarità, affermando che i bosniaci croati rafforzano la loro posizione in Bosnia, mantenendo e approfondendo i legami con la più benestante Croazia. Un ottimo esempio per i serbi di Bosnia e la Serbia! Dopo tutto, il rischio di una diffusione su ampia scala della crisi attuale nel territorio della Republika Srpska, non dovrebbe essere sottovalutato. Un dettaglio degno di nota. La Bosnia-Erzegovina ha firmato l’accordo di associazione con l’Unione europea nel 2008. Un documento simile a quello che Bruxelles cercava di far firmare all’Ucraina. La conseguenza diretta dell’eurointegrazione è che ciò che restava dell’industria della Bosnia-Erzegovina dopo la guerra civile del 1992-1995, collassa. L’agenzia nazionale di statistica segnala un tasso di disoccupazione del 44%, un abitante su cinque della Bosnia-Erzegovina vive al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia, l’Unione europea e i suoi fondi anticrisi non hanno né la capacità né l’intenzione di aiutare un Paese che non è nemmeno candidato ufficiale all’adesione all’organizzazione. Ora sembra che Bruxelles si appresti a sottoporre la Bosnia-Erzegovina a una dimostrazione militare per “imporre un’operazione di pace”. L’Alto rappresentante della comunità internazionale a Sarajevo, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, ha dichiarato al quotidiano viennese Kurier: “Se la situazione continua a complicarsi, pensiamo d’inviare truppe dell’UE…” Considerando l’intensità delle controversie interetniche persistenti in Bosnia-Erzegovina a quasi due decenni dalla fine della guerra fratricida, la crisi socioeconomica  potrebbe facilmente portare alla disintegrazione del Paese. E’ assai probabile che l’occidente si avvarrà delle manifestazione per forzare l’integrazione euro-atlantica della Bosnia-Erzegovina… il ministro degli Esteri inglese William Hague ha già esortato i suoi colleghi dell’UE e della NATO a fare ogni sforzo per aiutare la Bosnia-Erzegovina ad avvicinarsi all’adesione all’Unione europea e alla NATO.
Per ora il governo della Bosnia-Erzegovina ha potuto controllare la coalizione radicale della “primavera bosniaca” che guida le manifestazioni, tramite concessioni tattiche. I leader dei cantoni di Sarajevo, Zenica e Tuzla si sono dimessi, così come il capo della polizia di Mostar. Tuttavia, la crisi bosniaca è di natura sistemica e si presenta come nuova “riformattazione” di questa assai travagliata ex-repubblica jugoslava. Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha già dichiarato che Banja Luka non consentirà un qualsiasi intervento della comunità internazionale negli affari della Bosnia-Erzegovina “che non sia previsto dalla costituzione e dalla normale procedura”. Ma l’occidente si farà davvero sfuggire l’occasione di giocare la “carta” bosniaca di nuovo a scapito degli interessi dei serbi e della Serbia?

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia della Russia nella Regione Asia-Pacifico

Sofia Pale New Oriental Outlook  23/12/2013

Vladimir-Putin-and-Hu-JintaoDopo il collasso economico iniziato nel 2008 e che ben presto ha travolto il mondo intero, la Russia ha significativamente modificato la propria politica estera. In conseguenza della crisi, Stati Uniti ed Europa hanno subito le maggiori perdite finanziarie. Minori perdite sono state subite da Cina, Australia e un certo numero di Paesi dell’ASEAN (basti ricordare il termine “Cindonesia“, di moda nel 2009, verso il triangolo economicamente inaffondabile Cina, India e Indonesia). La Russia è riuscita ad affrontare con successo lo shock globale, ma ha dovuto rivedere la sua politica estera, in precedenza volta a una partnership quasi esclusivamente con l’occidente. La nuova direzione ad Est della Russia è stata progettata ed implementata al massimo livello e con successo, come questi ultimi anni hanno dimostrato. La mossa della Russia verso “oriente” segue due direzioni: economica e strategica. Soprattutto nella regione Asia-Pacifico, dove dal 2010 è aumentata la domanda di energia. Dato che negli Stati Uniti e in Europa, il consumo di materie prime è sceso, il riorientamento delle priorità per l’esportazione della Federazione russa verso i Paesi dell’Asia-Pacifico è diventata un passo naturale e logico, necessario per lo sviluppo dell’economia russa. La Russia è anche riuscita a rafforzare la propria influenza politica nella regione dell’Asia-Pacifico per via del marcato crollo delle posizioni statunitensi. Il culmine della politica estera russa in tale  direzione è stata la presidenza della Federazione russa al vertice APEC, tenutosi a Vladivostok nel 2012, e l’annuncio di politiche economiche chiare nel successivo vertice del 2013 a Bali, in Indonesia.

La Russia entra nel “Pacifico”
Il primo passo della leadership russa per stabilire legami più stretti con la regione Asia-Pacifico è stata la cooperazione regionale, vale a dire, il cuore dell’organizzazione regionale, l’ASEAN. In un primo momento, i Paesi dell’Asia orientale sospettavano delle intenzioni della Federazione russa nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, dopo il 2009, è diventato chiaro che il tradizionale dominatore del Pacifico, gli Stati Uniti, avranno bisogno di molti anni per riprendersi economicamente, mentre il potere finanziario, politico e militare della Cina, al contrario, si amplia rapidamente (si ricordi il conflitto sul Mar Cinese Meridionale aggravatosi nel 2013). Poi un certo numero di Paesi dell’ASEAN inizia a mostrare un’interesse particolare verso la Russia. Certo, approfittano della strategia “di attirare il grande per dissuadere il grande“, ritenendo che la presenza nella regione di un nuovo “leader”, la Russia, contribuirà a “calmare” le crescenti ambizioni della Cina. A questo proposito, il vertice dell’Asia orientale (EAS, che comprende i 10 Paesi dell’ASEAN e 6 partner del dialogo), portava la Russia e gli Stati Uniti a collaborare nel 2011 sul nuovo formato ASEAN+8, ma a poco a poco l’iniziativa è sbiadita alla luce dell’instabilità economica mondiale e del raffreddamento generale dei rapporti russo-statunitensi in particolare. Inoltre, se il vertice Russia-ASEAN pre-crisi del 2005 e quello post-crisi del 2010, si svolsero con la partecipazione del presidente della Russia, ampiamente seguiti dai media, nel 2013 il vertice si svolse già a livello ministeriale, affaristico e culturale, senza più ricevere grande pubblicità mediatica. Tuttavia, in occasione della riunione ministeriale Russia-ASEAN del 2013, le parole fiduciose del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ancora indicavano che il “potenziale per approfondire il partenariato è ben lungi dall’essere esaurito“, e “oggi possiamo vedere quali altre opzioni potrebbero essere interessate“. Il fatto è che negli ultimi anni la retorica è stata sostituita da azioni specifiche e mirate, che saranno discusse di seguito.

Il partenariato della Russia con i Paesi dell’Asia Orientale
Già nel 2010, tra la sofferenza di Nord America ed Europa per gli effetti della crisi globale, Mosca aveva annunciato ufficialmente che la priorità della politica estera della Russia sarebbe stata l’accesso ai mercati della regione Asia-Pacifico. Uno degli esempi più eclatanti di partenariato tra la Russia e un membro chiave dell’EAS, la Cina, è stato il lancio del trading in Yuan/Rublo sul MICEX nel dicembre 2010, al fine di ridurre la dipendenza di tali monete dal dollaro. Questo evento è significativo per il fatto che il MICEX è diventato la prima piattaforma estera in cui lo Yuan viene scambiato. (A proposito, per ridurre il ruolo del dollaro come intermediario nelle transazioni commerciali internazionali, nel 2013 la Cina ha proposto la creazione di un fondo dei Paesi BRICS in crediti nelle loro monete (o RMB) ad un tasso fisso, “bypassando” il FMI. Tale fondo, avviato dalla Cina, ha avuto successo nella regione Asia-Pacifico durante l’Iniziativa di Chiang Mai del 2005, raggiungendo un volume pari a 240 miliardi di dollari nel 2012). Nel 2010 Russia e Cina si sono anche accordate sull’acuto problema regionale della Corea democratica. Un ruolo chiave nel preservare le relazioni a lungo termine tra i due Paesi l’ha avuto la Pipeline Russia-Cina, avviata nell’autunno dello stesso anno, i cui profitti compensano la flessione dei ricavi delle vendite di gas russo in Europa. Nel 2013, il volume annuo di investimenti cinesi nell’economia russa è stato pari a 3,7 miliardi di dollari, e nell’ottobre 2013 la Russia e la Cina hanno firmato una serie di documenti sugli investimenti cinesi nell’economia russa nel complesso, e nello sviluppo delle regioni più povere della Russia in particolare. Tale evento storico per l’economia russa, è stato definito dal primo ministro russo Dmitrij Medvedev “lo speciale rapporto della partnership strategica“, sostenuto dalle promesse della Cina di portare gli investimenti annuali a 12 miliardi entro il 2020. Un altro gasdotto, “Siberia orientale – Oceano Pacifico” (ESPO), avviato nel 2013, dovrebbe trasformare l’Estremo Oriente russo nel principale fornitore di petrolio per Giappone, Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Filippine, Singapore e Taiwan.
Con un altro importante giocatore dell’EAS, la Corea del Sud, la Russia ha sviluppato un rapporto regolare, non offuscato dalla posizione di Mosca sulla questione della Corea democratica, che non corrisponde alle aspettative di Seul. Da quando la Corea del Sud ha un partenariato con gli USA sulla sicurezza e con il Giappone per le esportazioni high-tech, la Russia ha il ruolo tradizionale della “grande potenza delle materie prime“. In tale ottica, Mosca e Seoul, nel novembre 2010 hanno firmato un accordo per la fornitura di gas naturale liquefatto alla Corea del Sud per 1,5 milioni di tonnellate all’anno per 20 anni, nell’ambito del Progetto Sakhalin-2. Fornitrice è l’azienda russa Sakhalin Energy, che ha un motto promettente: “Essere la principale fonte di energia della regione Asia-Pacifico“. Inoltre, nel 2012, la Corea del Sud è diventata uno degli investitori per le strutture  costruite a Vladivostok per il vertice APEC. Relazioni speciali si hanno tra Russia e Australia. L’Australia è un altro partner affidabile degli Stati Uniti nella sicurezza regionale, ma il Paese è molto interessato a preservare le relazioni economiche e commerciali con la Cina. Contemporaneamente l’Australia cerca di inibire la crescita dell’influenza di Cina e Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Inoltre, se nel 2005 Canberra era categoricamente contraria ad invitare la Russia nell’Asia Orientale, considerandola un giocatore “estraneo” alla regione, nel 2010 ha volentieri appoggiato l’adesione del Paese all’organizzazione, sperando che la presenza di un terzo gigante, la Russia, controlli le due “egemonie” concorrenti. La posizione australiana sull’invito della Russia nel “Pacifico” fu sostenuta da Tokyo, nonostante la controversia irrisolta tra Russia e Giappone sulle isole Curili. Tuttavia, dal 2011 il Giappone acquista gas naturale liquefatto da Sakhalin e in misura molto maggiore rispetto alla Corea del Sud. Inoltre, le società giapponesi Mitsui e Mitsubishi possiedono il 22,5% delle azioni di Sakhalin Energy, la società del Progetto Sakhalin-2. Tuttavia, nella costruzione della relazioni con l’Asia Orientale, la Russia non si concentra solo sui giocatori che possono acquistare materie prime russe, ma anche su partnership strategicamente opportune, secondo il ministero degli Esteri, come con Nuova Zelanda, Vietnam e India che, a differenza di altri Paesi dell’Asia Orientale, storicamente non hanno avuto rapporti troppo solidi con gli Stati Uniti; tuttavia, l’unico settore in cui Mosca vede prospettive di cooperazione con tali Paesi è un loro coinvolgimento nell’Unione doganale EurAsEC. L’unica cosa da decidere sarà la base del baratto e il trasporto tra Federazione Russa, Nuova Zelanda, Vietnam e India che, in realtà, sarà forse il compito più complesso del prossimo decennio.

Prospettive in Estremo Oriente
Nell’ottobre 2013, al vertice APEC a Bali (che, per inciso, fu ancora ignorato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama), Mosca aveva indicato chiaramente un piano per attrarre investimenti dai suoi partner strategici dell’Est asiatico per sviluppare le regioni dell’Estremo Oriente russo. La difficoltà principale nella realizzazione di tali piani era forse il fatto che l’Estremo Oriente russo suscita forti preoccupazioni negli investitori orientali, per via del suo sottosviluppo economico e delle “selvagge” pratiche commerciali. C’è un altro problema da affrontare al massimo livello, che il dr. in Scienze Politiche S. Pestsov ha descritto come: “Una delle condizioni più importanti per il successo della strategia di penetrazione e consolidamento della Russia nell’Asia Orientale è fornire più spazio ed opportunità alle regioni della Siberia e dell’Estremo Oriente (della Russia) per includerle nei processi d’integrazione regionale, nei progetti di partenariato transfrontalieri e nella cooperazione. Fino ad allora, se l’autonomia regionale viene percepita solo come una minaccia per l’unità del Paese, una reale integrazione regionale sarà fuori questione.” Queste parole sono state finalmente ascoltate, nell’ottobre 2013; durante un vertice del World Economic Forum a Mosca, il viceprimo ministro russo Igor Shuvalov ha detto che “è tempo di trasferire ulteriori poteri dal governo federale alle regioni”, fornendo l’opportunità alle regioni di raccogliere ulteriori fondi da investitori nazionali e stranieri. I fatti hanno seguito le sue parole: incentivi fiscali per nuovi progetti di investimento in Estremo Oriente avranno effetto dal 1° gennaio 2014. Inoltre, il Presidente Vladimir Putin ha proposto di estendere gli sgravi fiscali all’intera Siberia orientale nel 2015.

Chi sarà il partner chiave della Russia nell’Asia orientale?
Nonostante i tentativi della Russia d’introdurre il rublo russo come affidabile mezzo di pagamento (dovrebbe anche essere posizionato il simbolo del rublo sulle tastiere russe nel 2014), nei prossimi anni, il nucleo della cooperazione della Russia con l’Asia-Pacifico potrebbe diventare il capitale cinese, sostenuto dalle riserve in valuta estera della Cina che, nel 2004-2012, sono aumentate del 721% raggiungendo i 3300 miliardi di dollari (abbastanza per comprare due volte le riserve auree di tutte le banche centrali del mondo). La Cina costruisce una politica equilibrata e prudente nelle relazioni con i suoi vicini più prossimi, i Paesi dell’ASEAN e i loro interlocutori nell’Asia orientale, per non aver problemi nel “soggiogarne” le economie, spostandole gradualmente dal dollaro allo yuan nelle operazioni di trading. La Federazione russa s’inserisce naturalmente in questi piani, in quanto considera la Cina suo partner strategico, pronto a sua volta ad investire grandi quantità di denaro nello sviluppo delle regioni russe, acquistando materie prime russe in grandi volumi.
In generale, negli ultimi anni la dinamica delle relazioni della Russia non solo con la Cina, ma anche con il resto dell’Asia orientale, è aumentata notevolmente e forse il prossimo decennio sarà una pietra miliare della Storia della politica estera russa, rafforzando la posizione della Russia nella regione dell’Asia-Pacifico.

Russia APEC 2
Sofia Pale, Ricercatrice in Storia e membro del Centro per il Sud-Est asiatico, Australia e Oceania della RAS di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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