Le economie di UE e Stati Uniti vicine al punto di non ritorno

Igor Kalinovskij, ExpertReseau International 22 ottobre 2014

fedBuilding-grassLe economie di Europa e Stati Uniti hanno urgente bisogno di nuovi incentivi e liquidità, o scivoleranno in una spirale deflazionistica. La sempre più debole domanda dei consumatori evidenzia i sospetti sugli investitori che avevano previsto un futuro fin troppo positivamente. Il crollo del mercato del petrolio crea problemi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questo prodotto, dicono gli esperti. La situazione nei mercati di Europa e Stati Uniti è peggiorata notevolmente e ora le speranze non si fondano sulla ripresa economica, ma su azioni rapide e decisive delle autorità monetarie. Se ci si attarda ancora, il punto di non ritorno sarà superato, queste sono le stime pubblicate dalla revisione analitica della società d’investimento IT Invest.

La BCE senza risorse
Il 22 ottobre, i mercati azionari europei hanno registrato un significativo calo di circa il 3%. Il mercato azionario greco s’è particolarmente distinto, con un calo del 6,25%. “Vedendo che tutti gli indici azionari in Europa sono scesi a un nuovo minimo annuale, ci si domanda: dov’é la ripresa moderata di cui il capo della Banca Centrale europea Mario Draghi parla negli ultimi tre trimestri? Il rallentamento economico nella zona euro continua ad aggravarsi e la deflazione resta imbattuta“, ha detto Vasilij Olejnik, analista della società IT Invest. I dati pubblicati ieri hanno sottolineato la debolezza della ripresa economica dell’UE e mostrano che l’inflazione in Germania non è aumentata a settembre. L’indice delle aspettative economiche in Germania è sceso inaspettatamente. L’istituto di ricerca ZEW ha detto che non esclude la possibilità di una recessione della maggiore economia europea nel terzo quadrimestre. Gli indicatori dell’inflazione in Francia, Italia e Spagna sono al di sotto delle aspettative dimostrando anche la debole crescita dei prezzi al consumo. I dati del Regno Unito suggeriscono una situazione simile, il mese scorso il tasso d’inflazione annuale è sceso inaspettatamente all’1,2%. La sterlina è scesa dello 0,7%, a 1,6 dollari, vicino al minimo in 11 mesi rispetto al biglietto verde. Tutti i mercati azionari europei sembrano aspettarsi il lancio del promesso programma di acquisto di asset, simile al QE della Federal Reserve degli Stati Uniti, ma non ha ancora risolto la questione dei poteri del regolatore, afferma Vasilij Olejnik. “Mentre la corte decide se la BCE abbia il diritto di acquistare grandi asset con il suo bilancio, gli investitori diventano nervosi. Considerando che i tedeschi erano fortemente contrari all’introduzione di un tale programma, la situazione sembra ammorbarsi. Draghi non ha più assi nella manica, e il tasso più basso e la distribuzione di crediti a buon mercato non possono salvare le banche. Possiamo solo aspettare, sperare e credere. Il lancio del programma di riacquisto è stato deciso per la seconda metà di ottobre, ma finora nessuno ne conosce i parametri. Se il volume del programma è trascurabile, si riesce a smorzare il panico provvisoriamente e, prima o poi, la BCE dovrà ancora seguire il percorso della FED. La situazione si riscalda assai rapidamente, quindi è probabile che le autorità della zona euro non abbiano tempo“, ha detto.

Si spinge la FED alla flessibilità
La situazione negli USA peggiora. Il protocollo della riunione della FED di settembre, pubblicato la scorsa settimana, ha modificato l’atteggiamento degli investitori globali sul dollaro. L’accento si pone sul rallentamento dell’economia globale e il rafforzamento del dollaro è una potenziale minaccia per gli Stati Uniti. Gli investitori hanno concluso che la FED non ha fretta di restringere la politica monetaria. Ma vi è un grande vantaggio per gli investitori e il motore principale della crescita di tutti i mercati azionari, ha detto Vasilij Olejnik. “Il 22 ottobre scorso, la riduzione dei principali indici statunitensi ha raggiunto il 3%, il declino massimo giornaliero negli ultimi due anni. Al termine della sessione di contrattazione, gli indici riuscivano a riguadagnare la maggior parte delle perdite. La rapida caduta dei prezzi del petrolio e un dollaro più forte porterebbero immediatamente al calo dell’inflazione negli Stati Uniti. Con tale scenario, gli Stati Uniti rischiano di precipitare in una spirale deflazionistica, seguita dalla recessione, così come in Europa. La cosa buona è che presto spariranno tutti i timori di un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, ed è probabile che la FED dovrà riflettere sulle nuove misure di stimolo che gli investitori salutano, visto che il rischio d’inflazione passa in secondo piano. Ora possiamo già scommettere che alla prossima riunione la retorica del regolatore cambierà divenendo più accomodante, e alcune sorprese e cenni positivi non sono esclusi. Anche se la FED riduce sicuramente il programma di acquisto attivo di asset, potrà ancora acquistare attivi con gli interessi sulle obbligazioni in bilancio per un ammontare di 10-15 miliardi di dollari“, dice.
La caduta di ieri nelle borse degli Stati Uniti è dovuta ai cattivi dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, ha detto l’analista di VTB24 Stanislav Klechev. Le vendite, escluse le automobili, di settembre hanno mostrato un calo del 0,2%. Il primo calo da gennaio, quando il degrado era dovuto al freddo. “La domanda dei consumatori è inaspettatamente debole, motore principale dell’economia statunitense, scatenando la reazione naturale degli investitori già avvertiti dalla FED su un rischio significativo per l’economia nazionale, come il dollaro a buon mercato e il rallentamento dell’economia globale. Tuttavia, un rischio interno, le cui cause sono ancora da indagare, si aggiunge a tali rischi esterni“, ha detto. Nel frattempo la vendita nel mercato azionario passava alla rapida crescita del mercato del debito, e gli investitori iniziavano a comprare a colpo sicuro titoli del Tesoro come rifugio per i loro capitali. I rendimenti delle obbligazioni a 10 anni sono scesi al di sotto del 2% annuo. Ieri la sola diffusione dell’informazione della riunione a porte chiuse ha impedito il crollo del mercato azionario statunitense. La presidentessa della FED Janet Yellen ha apparentemente confermato la convinzione che l’economia statunitense raggiungerà l’obiettivo della crescita del PIL al 3%, mentre l’inflazione tornerà al livello voluto del 2%. “La menzione di quest’ultimo fatto, che non vi sia alcun rischio di deflazione, s’è rivelata molto importante in quanto i dati di ieri sull’indice dei prezzi alla produzione, al netto degli alimentari e dell’energia, hanno mostrato una crescita zero. E’ la prima volta dalla primavera dello scorso anno, generando un timore ben fondato su un crescente senso deflazionistico“, ha detto l’analista. A suo parere, non c’è nulla di nuovo nei propositi del capo della FED nella riunione riservata. Questo punto di vista appare nelle proiezioni ufficiali del regolatore. Ma il mercato aveva bisogno di emozioni positive, anche inventate, per fermare il panico. Tuttavia, la questione del completamento della correzione sul mercato statunitense resta aperta.

Tutti uguali davanti al petrolio
Il crollo del mercato del petrolio è un motivo in più per pensare ad ulteriori incentivi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questi prodotti, ma anche per gli USA, ha detto Vasilij Olejnik. La redditività della produzione di petrolio in molti pozzi negli Stati Uniti è ormai vicina agli 80 dollari al barile, per non parlare dello scisto bituminoso la cui produzione è più costosa. “Negli ultimi anni gli Stati Uniti aumentano la produzione di petrolio in vista di un’entrata nei mercati esteri come esportatori avendo una fonte di reddito supplementare nel bilancio, ma tutti questi piani potrebbero fallire. Resta per le autorità degli Stati Uniti una cosa: ancora una volta cominciano a sostenere l’economia stampando moneta, indebolendo il dollaro ed aumentando il costo delle materie prime. Più il petrolio rimarrà al livello attuale, più rapidamente l’eccesso di offerta sul mercato scomparirà e più il prezzo salirà. Si consiglia di acquistare “oro nero” vicino ai livelli attuali, attendendo un aumento di 10 dollari“, dice l’esperto di IT Invest. Nel frattempo, secondo il capo del dipartimento analisi della società Golden Hills Kapital AM, Natalja Samojlova, i prezzi del petrolio non saranno lontani dal minimo da diversi anni e possono continuare a scendere verso l’obiettivo degli 80 dollari al barile, nelle prossime settimane.

rtx12cgv.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La moneta comune dei BRICS potrebbe contribuire a spezzare l’egemonia finanziaria occidentale

BRICS Business Magazine 22 ottobre 2014 – RBTH

Oleg Sienko, Direttore Generale dell’UralVagonZavod Research and Production Corporation, parla di come la Russia può cooperare con i partner dei BRICS per stimolare la crescita economica.

2_oleg-sienko-samyy-realnyy-shagI problemi strutturali e le sanzioni occidentali hanno messo l’economia russa in una posizione difficile. La Russia deve continuare l’integrazione con i Paesi BRICS, in particolare mediante la creazione di un sistema finanziario comune e una moneta unica, per evitare stagnazione e garantire l’accesso a tecnologie critiche ed infine divenire una potenze tecnologica mondaile. Oleg Sienko, Direttore Generale dell’UralVagonZavod Research and Production Corporation, ne discute in un’intervista con BRICS Business Magazine.

A fine settembre, la Banca Mondiale ha pubblicato tre scenari a medio termine sullo sviluppo economico della Russia, il migliore dei quali prevede una bassa crescita del PIL nei prossimi anni. Tra le altre cose, gli esperti della banca sottolineano che un’ulteriore accelerazione della crescita economica non sarà possibile semplicemente mantenendo la politica di stimolo fiscale vigente. È d’accordo con tali conclusioni? Come valuta la situazione attuale dell’economia russa?
Non è affatto semplice. E’ già evidente che le sanzioni hanno causato gravi problemi. E’ difficile discutere con gli esperti della Banca Mondiale, non ci sarà una crescita importante, soprattutto dei settori fondamentali dell’economia. Tuttavia, è altrettanto evidente che il Paese dovrà prendere misure per stimolare l’economia, oggi, a prescindere dalle limitazioni di bilancio. Altri Paesi sono riusciti a trovare una via d’uscita da crisi simili iniettando denaro nell’economia. A mio parere, c’è un altro aspetto importante in questo caso. Se vogliamo uscire dalla crisi in fretta, il governo deve essere molto più attivo di quanto sia stato. Decisioni lente significano che gli sforzi per combattere la crisi devono essere raddoppiati.

Come si manifesta?
Ci sono settori economici che hanno bisogno di supporto immediato. Noi stessi abbiamo creato alcuni di tali problemi, adottando leggi a destra e a sinistra come ad esempio sugli appalti pubblici, e ora cerchiamo strenuamente di superarle. Per qualche ragione nessuno sembra preoccuparsi di tale incoerenza politica, anche se si tratta di un punto abbastanza critico. Ma non solo. L’aiuto del governo non dovrebbe limitarsi solo ad iniettare denaro nell’economia; dovrebbe anche concentrarsi su protezione e preservazione del mercato interno. Finora è stato il contrario. Quando la Russia ha aderito all’OMC, quasi tutti ebbero accesso al mercato russo.

Potrebbe citare esempi specifici?
Si prenda l’industria automobilistica. L’obiettivo della localizzazione del 50%, incorporato negli accordi con le società automobilistiche estere che gestiscono l’assemblaggio industriale, è ancora irraggiungibile, come sempre. Le aziende metallurgiche russe fabbricano lamiere per carrozzerie, ma non vengono utilizzate o almeno non nella misura in cui potrebbero esserlo. Non producendo componenti a livello nazionale non riusciamo a stimolare altri settori della nostra economia, come l’industria mineraria, metallurgica, delle costruzioni, e la lista continua lungo la filiera. Questo dovrebbe ricevere più attenzione.

Chiede di limitare l’accesso a questi mercati?
Prendete l’India, per esempio. Questo Paese è membro dell’OMC dal 1995, ma vi sfido ad importarvi prodotti di cotone. Finireste per pagare un dazio doganale tra il 50% e il 100%. Provate a importare un auto a Cipro, Stato membro dell’UE, pagherete un dazio del 100%. Ci sono innumerevoli esempi di questo tipo. Ciò non include le famigerate sanzioni antirusse, in contrasto con ogni regola del commercio globale, e la nostra appartenenza all’OMC non ha alcuna influenza su di esse. Ciò dimostra solo che ciò viene attuato per un unico obiettivo, aprire i nostri mercati.

Un’alternativa al dollaro
Ha sostenuto il riavvicinamento tra i Paesi BRICS, compresa la creazione di una moneta comune. Perché è così importante? E soprattutto è fattibile?
E’ del tutto fattibile. I Paesi BRICS rappresentano la metà della popolazione del pianeta, e hanno già fatto un passo importante verso la creazione di un proprio meccanismo finanziario indipendente. Mi riferisco al recente accordo per creare la Banca di sviluppo BRICS e un pool di valute per controbilanciare istituzioni come il FMI. Il prossimo passo logico sarebbe creare una moneta unica per i Paesi BRICS. A mio parere, tale misura permetterà di liberarci dalla dipendenza dai centri finanziari occidentali e dal dollaro come principale valuta di transazione e riserva internazionale. Questo è il passo più realistico, che potrebbe preannunciare il miglioramento economico di tutti i Paesi BRICS, Russia compresa.

Secondo Lei qual è il meccanismo necessario per creare una tale moneta?
Si dovrebbe selezionare un ‘moneta BRICS’ per tutte le transazioni tra i Paesi BRICS e scegliere l’euro per effettuare la conversione più rapida, quindi creare centri monetari e di transazione e un proprio sistema di pagamento. Sono sicuro che molti Paesi in America Latina, Sud-Est asiatico e Africa passerebbero a questa valuta, essendo sempre più stanchi dell’egemonia di dollaro ed euro, le uniche valute in cui i beni vengono acquistati e gli investimenti effettuati. Intendiamoci, le persone sono pienamente consapevoli del fatto che tali investimenti sono in funzione della stampa, e non prodotto di un’economia reale. Se accadesse nei prossimi tre anni, il nuovo sistema di pagamento globale dovrebbe includere almeno il 70% di tutti i Paesi in termini di popolazione globale, abbattendo il dollaro statunitense una volta per tutte.

Come potrebbe la moneta comune BRICS essere diversa da dollaro o euro?
La differenza sarebbe che la moneta BRICS sarà supportata da attività e risorse reali; risorse umane, naturali e materie prime di cui i nostri Paesi sono ricchi e con tutta probabilità, una volta che queste misure saranno introdotte, il mondo sarà diviso in due campi: il campo ‘progressista’ dei Paesi BRICS e dei mercati emergenti allineati, e i “pessimisti” che includerebbero Stati Uniti, Europa e Paesi ad essi associati. Ecco perché creare la nostra moneta è un passo fondamentale. Quanto prima avviene, maggiori progressi farà il nostro sviluppo economico e migliori possibilità avremo di costruire un’alleanza forte ed indipendente controbilanciando gli Stati Uniti.

Può riassumere i passaggi chiave che Russia e Paesi BRICS dovrebbero adottare per compensare le conseguenze delle sanzioni e, soprattutto, sviluppare le proprie economie a un nuovo livello tecnologico?
Come ho già detto, la prima mossa sarebbe creare una moneta comune. La seconda aggiornare la nostra base tecnologica assieme ai nostri partner. Non tutte le tecnologie critiche sono disponibili nelle nazioni che c’impongo le sanzioni. Inoltre, vi sono Paesi occidentali dalla visione più sobria; hanno le tecnologie di cui abbiamo bisogno, ma non possiedono materie prime. Dobbiamo negoziare e trovare il modo di raggiungere e scoprire opportunità di scambio reciprocamente vantaggiose. Ovviamente, dobbiamo costruirci le tecnologie. La Russia vanta una grande tradizione in questo settore ed è già ben avviata nel crearne di nuove. Ad esempio, siamo il principale produttore di rompighiaccio a propulsione nucleare e di piattaforme petrolifere artiche. Siamo anche impegnati nello sviluppo del fondale dell’Artico. Dobbiamo attivare il nostro cervello. Infine, il terzo passo riguarda le infrastrutture, e forse questa è l’area più importante. Le infrastrutture spronerebbero le altre industrie all’azione, perché sono il fondamento su cui tutto è costruito, dal chiodo al più complesso equipaggiamento. Per far si che accada, dobbiamo adottare un nuovo modo di pensare e iniziare ad affrontare questi problemi. Dobbiamo farlo subito, e non procrastinare secondo le vecchie abitudini.

201112290908087654406Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi gettano petrolio per fare leva sugli Stati Uniti

Moon of Alabama 13 ottobre 2014obamaL’anno scorso il presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato molto riguardo l’indipendenza energetica: “Al suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha celebrato gli sforzi della sua amministrazione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e anche lodato il recente aumento della produzione interna di petrolio e di gas. Obama ha detto all’inizio del discorso che ora “produciamo più petrolio di quanto ne compriamo dal resto del mondo”, per la prima volta in vent’anni”. Obama non ha detto che l’aumento della produzione statunitense di combustibili fossili è possibile solo perché i prezzi di petrolio e gas sono aumentati oltre la soglia magica dei 100 dollari al barile. Quindi il prezzo per l’estrazione di gas di scisto e la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è solo marginalmente redditizio o per nulla redditizio. Ma parlare di “indipendenza energetica” consente a vari esperti di sostenere che gli Stati Uniti potrebbero ora ignorare il Medio Oriente: “Chiaramente, il boom delle compagnie petrolifere e gasifere statunitensi non è esente da problemi, ma i vantaggi economici, geopolitici e ambientali di tale imminente indipendenza energetica superano di gran lunga gli svantaggi. I giorni in cui le dittature dei produttori di petrolio mediorientali e dei loro amici dell’OPEC potevano così facilmente imporre il loro potere su un tremolante ed assetato occidente stanno per divenire reliquia del passato”.
Essendovi una nuova strisciante recessione mondiale, il consumo di combustibili fossili è diminuito. Tipicamente, un tale declino potrebbe essere seguito dal calo della produzione dei principali produttori, per mantenere i prezzi e il loro reddito alquanto stabili. Ma ciò non accade.
I sauditi e gli altri governanti del Golfo non amano parlare molto dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, dovendo mantenere una certa influenza sulla politica degli Stati Uniti. Ora hanno deciso di porre fine alle chiacchiere sull'”indipendenza energetica” degli Stati Uniti e costringere gli Stati Uniti a rivolgersi di nuovo a loro. Il metodo semplice adottato è mantenere la produzione di petrolio abbastanza alta, in un periodo di cali dei consumi, accettando prezzi più bassi e far sì che la nuova produzione nazionale degli Stati Uniti sia in perdita: “Il regno (saudita), il maggiore produttore dell’OPEC, è pronto ad accettare prezzi sul petrolio al di sotto dei 90 dollari al barile, forse a 80, per un anno o due, secondo persone informate sui recenti colloqui. Le discussioni, alcune delle quali hanno avuto luogo a New York la scorsa settimana, indicano il chiaramente che il regno abbandona la vecchia strategia di tenere i prezzi a circa 100 dollari al barile per il Brent, a favore del controllo di quote di mercato in futuro”.
Lo scopo è chiaro. Espellere dal mercato i produttori dai maggiori costi dell’OPEC e quindi mantenere la quota di mercato globale, così come la leva necessaria per perseguire gli obiettivi politici dei Paesi del Golfo: “Il ministro del petrolio del Quwayt Ali al-Omayr avrebbe detto all’agenzia KUNA che l’OPEC difficilmente ridurrà la produzione di petrolio puntellandone i prezzi, perché una tale mossa non sarebbe efficace. Omayr ha detto che 76-77 dollari al barile potrebbe essere il livello ultimo della discesa del prezzo del petrolio, dato che si tratta del costo di produzione negli Stati Uniti e in Russia“. I sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tutti bilanci positivi (Fig 3). Possono facilmente permettersi dei prezzi più bassi. I costi della produzione di gas di scisto e sabbie bituminose degli USA sono superiori ai costi di produzione saudita o russo. Saranno i primi a chiudere se i prezzi restano bassi: “Permettere che il Brent scenda a meno di 85 dollari potrebbe rallentare il boom dello scisto negli Stati Uniti, perché alcuni produttori potrebbero perdevi a quel prezzo, ha detto Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime della Bank of America, in un rapporto del 9 settembre. … Limitare il boom shale negli USA ne assicurerebbe la continua dipendenza dall’energia mediorientale, ha detto Blanch. … “Per l’Arabia Saudita, non vedo il motivo per cui portino e mantengano i prezzi a meno di 90 dollari”, ha detto Torbjoern Kjus, analista della DNB di Oslo, il 10 settembre, “Va a vantaggio dei sauditi testare il limite del gas di scisto degli Stati Uniti”. Il leader de facto dell’OPEC ha la “potenza di fuoco fiscale” per tollerare prezzi a 70 dollari per due anni e senza difficoltà economiche, secondo la consulente londinese Energy Aspects Ltd. Il regno aveva riserve valutate per 741,6 miliardi dollari a luglio, quasi il doppio di cinque anni prima, secondo la Saudi Arabia Monetary Agency.
Tale strategia non solo permetterà ai dittatori del Golfo di conservare la loro quota di mercato, ma i sauditi e gli altri l’useranno per rallentare, se non fermare, le aperture statunitensi all’Iran, nonché per premere per il cambio di regime in Siria.

000_was3227957.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le stupide sanzioni di Obama lasciano a Putin un nuovo premio petrolifero

William Engdahl New Eastern Outlook 13/10/2014167182064Il presidente degli USA Barack Obama, o almeno i falchi neocon guerrafondai nel mondo, vengono colpiti dal boomerang delle stupide sanzioni economiche contro la Russia di Putin. Pochi giorni fa, la maggiore società petrolifera russa statale, OAO Rosneft, guidata da un alleato di Putin, Igor Sechin, annunciava la scoperta di un nuovo gigantesco giacimento nell’Artico russo a nord di Murmansk. La stupidità della decisione di Obama è dovuta all’imposizione di sanzioni a Sechin e alla sua compagnia, e a vietare alle aziende statunitensi di farvi affari. Il 27 settembre, in un comunicato congiunto, Rosneft e il gigante petrolifero statunitense ExxonMobil annunciarono la scoperta di un nuovo enorme giacimento di petrolio con il pozzo Universitetskaja-1 nel Mare di Kara. Per più di due decenni le compagnie petrolifere russe avevano sognato di raggiungere ciò che ritenevano essere gli enormi giacimenti di petrolio nell’Artico. Nel 2011, il CEO di ExxonMobil, la maggiore megacompagnia petrolifera statunitense e cuore del gruppo petrolifero Rockefeller, firmava un accordo di joint venture con la Rosneft di Sechin per perforazioni nell’Artico russo. I dati di Universitetskaja-1 suggeriscono la scoperta di 750 milioni/1 miliardo di barili di petrolio greggio leggero e di alta qualità, per un valore di 7,5-10 miliardi di dollari ai prezzi attuali. La scoperta del mare di Kara è solo la prima in una regione che gli esperti ritengono possa divenire una delle più importanti aree di produzione di greggio nel mondo, più grande del Golfo del Messico. Le stime indicano che la regione d’esplorazione della Rosneft nel Mare di Kara, Universitetskaja, la cui struttura geologica è stata perforata, ha le dimensioni della città di Mosca ed è abbastanza grande da contenere oltre 9 miliardi di barili di petrolio. Il primo pozzo è stato il più costoso nella storia di ExxonMobil; 600 milioni di dollari per la perforazione. Con grande eufemismo, Sechin ha detto alla stampa “Supera le nostre aspettative. Questa scoperta è d’importanza eccezionale mostrando la presenza di idrocarburi nella regione artica“.
La scoperta di enormi giacimenti di petrolio in Russia, nel Mare di Kara, a nord est di Murmansk é una grande spinta alla geopolitica energetica di Putin e una grave sconfitta per Washington e ExxonMobil. Sechin ha detto che la produzione di petrolio dal giacimento Mare di Kara potrebbe iniziare entro cinque-sette anni. Il giacimento scoperto sarà chiamato “Vittoria”. C’è molta ironia in questo nome. A causa delle sanzioni del sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria del dipartimento del Tesoro USA, David S. Cohen, il 10 ottobre ExxonMobil sarà costretta a ritirarsi dal progetto russo incorrendo ad ingenti perdite o violando le sanzioni del governo statunitense, per cui affronterebbe severe sanzioni. L’amministrazione Obama ha appena segnato un autogol (Eigentor?) con la nuova brillante decisione dell’unità di guerra finanziaria ed economica del dipartimento del Tesoro. Bravo, Washington! Avete inflitto gravi danni a una delle più grandi aziende degli Stati Uniti. Quando ExxonMobil si accordò con Rosneft, scommise che la regione artica, la regione petrolifera inesplorata dal maggiore potenziale del mondo, potesse essere la salvezza della società assicurandosi le forniture di greggio a lungo termine. La scommessa si è rivelata corretta e l’ha fatto proprio mentre gli stupidi burocrati dell’amministrazione Obama impongono sanzioni a Sechin e al progetto sull’Artico con l’intenzione di danneggiare la Russia.

Rosneft ora guarda alla Cina
Ora con ExxonMobil e molto probabilmente MorganStanley come agenzia finanziaria che organizzava i miliardi per incrementare le perforazioni la prossima primavera, bloccate dalle sanzioni statunitensi, Sechin si volge ad est verso la Cina. Convenientemente per Rosneft, ExxonMobil è stata espulsa appena dopo aver terminato la parte più complessa e difficile del progetto. Il 1° settembre, il Presidente Putin ha detto personalmente ai cinesi che approvava la partecipazione finanziaria delle compagnie petrolifere statali cinesi nella grande società onshore controllata da Rosneft, Vankor. Sarà il più grande accordo azionario cinese con una compagnia petrolifera russa, ad oggi. Fino alla crisi Ucraina e alle sanzioni, la Russia aveva gelosamente limitato lo share-holding estero nelle proprie compagnie petrolifere e gasifere statali. L’accordo approfondisce i crescenti legami energetici tra Cina e Russia, ironia della sorte, è un risultato opposto a quello perseguito dalla strategia geopolitica in Eurasia di Washington. Come lo stratega statunitense Zbigniew Brzezinski scrisse nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera, la geopolitica degli Stati Uniti deve evitare a tutti i costi la sfida economica di un’Eurasia unificata all’egemonia globale statunitense. Oops, Obama avrebbe fatto l’opposto. Ecco cos’è abbastanza stupido, non riuscire a prevedere le conseguenze e i collegamenti delle proprie azioni.

ExxonRussiaJay_snallF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, s’è laureato in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fine dell’impero, la carta della ‘de-dollarizzazione’ di Cina e Russia

Tyler Durden Zerohedge 12/09/2014

China-buying-U.S.-DebtLa storia non è finita con la guerra fredda e, come Mark Twain ha detto, se la storia non si ripete spesso fa rima. Come Alessandro, Roma e Gran Bretagna cedettero il loro dominio globale assoluto, così sarà anche per gli Stati Uniti già in declino. Il dominio economico globale degli USA è in declino dal 1998, ben prima della crisi finanziaria globale. Gran parte di tale declino ha effettivamente poco a che fare con le azioni degli Stati Uniti, ma piuttosto con il dipanarsi di un’anomalia economica lunga un secolo. La Cina ritorna ad avere la posizione economica globale che aveva per millenni prima della rivoluzione industriale. Proprio come il dollaro è divenuto valuta di riserva globale mentre la sua potenza economica cresceva così, come il grafico sottostante indica, la crescente spinta alla dedollarizzazione del ‘resto del mondo isolato’, è una scommessa intelligente…

20140912_USANo2Come spiega Jim Reid di Deutsche Bank, “Nel 1950 la quota della Cina di popolazione mondiale era il 29%, la sua quota di produzione economica mondiale (su base PPP) era di circa il 5% (Figura 98). Per contro gli Stati Uniti era il contrario, con l’8% della popolazione mondiale detenevano il 28% della produzione economica”.

20140912_USANo22Dal 2008, l’enorme secolare ritardo economico della Cina era già sulla via del superamento (Figura 97).

20140912_USANo21Sulla base delle tendenze attuali, l’economia cinese supererà quella statunitense in potere d’acquisto, nei prossimi anni. Gli Stati Uniti non sono più l’unica superpotenza economica del mondo e in effetti la loro quota di produzione mondiale (su base PPP) è caduta a meno del 20%, storicamente utile per indicare la singola superpotenza economicamente dominante. In termini economici siamo già nel mondo bipolare. Stati Uniti e Cina di oggi controllano oltre un terzo della produzione mondiale (su base PPP). Tuttavia, come abbiamo già sottolineato, la dimensione economica di una nazione non è l’unico fattore determinante dello status di superpotenza. C’è un moltiplicatore “geopolitico” che deve essere contabilizzato, permettendo alle nazioni performance superiori o inferiori al loro potere economico sul piano geopolitico globale. Abbiamo già discusso di come la riluttanza degli Stati Uniti ad impegnarsi nel resto del mondo prima della seconda guerra mondiale, fece sì che sulla scena mondiale gli Stati Uniti non fossero una superpotenza a dispetto dell’enorme vantaggio economico, e come la capacità e la volontà dell’URSS di sacrificare altri obiettivi per assicurarsi lo status di superpotenza, le permettesse di competere con gli Stati Uniti per il potere geopolitico, nonostante la sua economia molto più debole. Guardando il mondo di oggi, si potrebbe sostenere che gli USA continuano a godere di un’influenza smisurata rispetto alle dimensioni della propri economia, mentre geopoliticamente la Cina non sfrutta la sua economia. Per usare il termine che abbiamo qui sviluppato, gli Stati Uniti hanno un moltiplicatore geopolitico maggiore di uno, mentre per la Cina è minore di uno. Perché?
Quasi un secolo di dominio economico e mezzo secolo di status da superpotenza degli Stati Uniti, hanno lasciato il segno sul mondo. Il potere lascia un’eredità. Primo, il “soft power” degli Stati Uniti rimane in gran parte senza rivali, la cultura degli Stati Uniti è onnipresente (si pensi a Hollywood, alle università della Ivy League e a McDonald), le maggiori imprese statunitensi sono giganti globali e la lista degli alleati USA è senza pari. Secondo, il presidente degli Stati Uniti continua ad avere il titolo di “leader del mondo libero”, e gli USA sono impegnati a difendere questo mondo. Anche se ultimamente delle domande si pongono, gli Stati Uniti sono l’unica nazione disposta ad intervenire per sostenere tale ordine del “mondo libero”, e la sua spesa militare fa impallidire quella del resto del mondo. La spesa militare degli USA è oltre il 35% del totale mondiale e i loro alleati coprono un altro 25%.
Il ritardo geopolitico cinese ha una serie di ragioni plausibili, per cui la Cina continua a non sfruttare la sua economia sulla scena mondiale. Prima di tutto ha le sue priorità. La Cina pone la crescita interna in cima a tutte le sue preoccupazioni, nonostante i recenti progressi, milioni di cittadini cinesi continuano a vivere in povertà. Così finora è stata disposta a sacrificare il potere globale sull’altare della crescita economica. Ciò probabilmente si riflette meglio sulla dimensione del bilancio militare, che in dollari è meno di un terzo di quello degli USA. In secondo luogo la Cina non ha lo stesso livello di soft power degli Stati Uniti. Il comunismo cinese non fu seducente come il comunismo sovietico ed oggi l’ascesa della Cina generalmente spaventa i vicini piuttosto che farne degli alleati. Tali fattori probabilmente contribuiscono a spiegare perché, in un certo senso geopolitico, gli USA sembrano restare l’unica superpotenza del mondo; utilizzando il modello di superpotenza dominante di cui parliamo, ci aiuta a spiegare perché le tensioni geopolitiche globali fossero relativamente basse, almeno prima della crisi finanziaria globale. Tuttavia questa situazione è cambiata negli ultimi cinque anni. Non solo l’economia cinese continua a crescere molto più velocemente di quella statunitense, ma forse ancora più importante si può affermare che il moltiplicatore geopolitico degli Stati Uniti cede, riducendo il predominio degli Stati Uniti sulla scena mondiale, andando verso una ripartizione equilibrata del potere geopolitico mondiale, come non s’è visto dalla fine della Guerra Fredda. Se è così, allora il mondo sarebbe nel pieno dell’inasprimento delle tensioni geopolitiche, strutturali e non temporanee.
Perché affermiamo che il moltiplicatore geopolitico degli Stati Uniti, la sua capacità di trasformare la forza economica in potere geopolitico, sia in declino? Su molte ragioni secondo cui ciò sarebbe vero, tre ne spiccano. In primo luogo, dalla crisi gli Stati Uniti (e l’occidente in generale) hanno perso fiducia. L’apparente fallimento del laissez faire economico rappresentato dalla crisi, combinato con la debole ripresa economica degli Stati Uniti, li lascia meno sicuri sul generazionale modello nazionale democratico e liberista. Poiché tale incertezza è aumentata, la volontà statunitense di sostenere che il resto del mondo debba seguire il suo modello è scemata. Secondo, la guerra in Afghanistan e, in particolare, in Iraq hanno lasciato gli Stati Uniti assai meno disposti ad intervenire nel mondo. Una delle più importanti lezioni che gli Stati Uniti sembrano aver tratto dalla guerra in Iraq, è che non possono risolvere tutti i problemi del mondo, ed in effetti spesso li peggiorano. In terzo luogo, l’avanzata dei politici faziosi negli Stati Uniti, lascia il popolo sempre meno fiducioso verso il governo. Il risultato netto di questi cambiamenti nei sentimenti del popolo degli Stati Uniti e del suo governo, è il declino del loro predominio geopolitico globale. Gli eventi degli ultimi 5 anni l’hanno sottolineato. Guardando alle quattro principali questioni geopolitiche di questo periodo, l’esito della Primavera araba (soprattutto in Siria), l’ascesa dello Stato islamico, le azioni della Russia in Ucraina e della Cina nella regione con la sua dimostrazione di forza navale, gli Stati Uniti si sono dimostrati sostanzialmente inefficienti. Il presidente Obama si allontanò dalla “linea rossa” dell’uso da parte del governo siriano di armi chimiche. Gli Stati Uniti escludono un intervento significativo nel nord dell’Iraq contro lo Stato islamico. Gli USA non possono frenare l’azione pro-russa in Ucraina e solo dopo molto tempo (con l’impeto del tragico disastro aereo civile) hanno convinto i loro alleati ad adottare ciò che sarebbe generalmente considerata una “prima risposta” ad una situazione del genere, le sanzioni economiche. E finora gli Stati Uniti non hanno dato alcuna risposta strategica alle azioni della Cina nei mari orientale e meridionale cinesi. È importante sottolineare che tali scelte politiche non necessariamente riflettono la scelta dell’attuale amministrazione, ma piuttosto riflettono lo stato d’animo del popolo degli Stati Uniti. Nel sondaggio Pew 2013 sul ruolo degli USA nel mondo, la maggioranza (52%) ritiene che “gli Stati Uniti dovrebbero pensare ai propri affari e lasciare che altri Paesi facciano al meglio ciò che possono per conto proprio“. Questa percentuale oscillava dal 20% nel 1964, al 41% nel 1995 al 30% nel 2002.

Le conseguenze geopolitiche del declino del dominio globale
Ognuno di tali eventi ha mostrato la riluttanza statunitense nell’adottare una forte azione in politica estera e certamente ne sottolinea la riluttanza ad usare la forza. Alleati e nemici degli USA l’hanno notato e preso atto. Il moltiplicatore geopolitico degli USA è diminuito anche se la lor forza economica è relativamente in declino e gli Stati Uniti degradano rispetto al resto delle grandi potenze mondiali in termini di potere geopolitico. Qui cerchiamo di vedere cosa imparare dalla storia cercando di comprendere i cambiamenti nelle tensioni geopolitiche strutturali mondiali. Abbiamo in generale sostenuto che l’ampio dipanarsi della storia del mondo suggerisce che la spinta principale ai cambiamenti strutturali delle tensioni geopolitiche globali era l’ascesa o la caduta della potenza leader mondiale. Abbiamo anche suggerito una serie di segnali importanti per tale punto di vista, soprattutto che una superpotenza dominante causerebbe minori tensioni geopolitiche strutturali quando fosse stabile internamente. Abbiamo anche cercato di distinguere tra una superpotenza “economica” (che possiamo misurare direttamente) e una vera e propria superpotenza “geopolitica” (cosa che non possiamo misurare). Su tale argomento abbiamo ipotizzato che la potenza geopolitica di una nazione può essere stimata approssimativamente moltiplicandone la potenza economica con il “moltiplicatore geopolitico” che ne riflette la capacità di accumulare e pianificare la forza, la volontà d’intervenire negli affari mondiali e l’estensione del suo “soft power”.
Tenuto conto di questa analisi, ci colpisce il fatto che oggi siamo nel pieno di un evento storico estremamente raro, il relativo declino di una superpotenza mondiale, gli Stati Uniti, il cui dominio geopolitico mondiale è in declino, da un lato per l’ascesa storica della Cina dalla sua spropositata arretratezza e dall’altro da varie questioni interne, dalla crisi della fiducia sul nucleo del modello economico degli Stati Uniti e dalla stanchezza per la guerra in generale. Ciò non vuol dire che la posizione degli USA nel sistema globale sia sull’orlo del collasso. Lungi da ciò, gli Stati Uniti rimangono la maggiore delle due grandi potenze del prossimo futuro, dato che il “moltiplicatore geopolitico” potenziato dal soft power profondamente radicato e dal costante impegno per l’ordine del “mondo libero”, permette di sovrastimarne la potenza economica. Come l’attuale segretario alla Difesa USA Chuck Hagel ha detto all’inizio dell’anno, “Noi (gli USA) non c’impegniamo nel mondo perché siamo una grande nazione. Piuttosto, siamo una grande nazione perché c’impegniamo nel mondo“. Ciò nonostante gli Stati Uniti perdono il posto di unica superpotenza geopolitica dominante e la storia suggerisce che durante tali mutamenti le tensioni geopolitiche aumentano strutturalmente. Se questa analisi è corretta, allora l’aumento negli ultimi cinque anni, e più in particolare l’anno scorso, delle tensioni geopolitiche globali potrebbe rivelarsi non temporaneo, ma strutturale al sistema mondiale attuale, e il mondo continuerà a sperimentarne più frequenti, duraturi e ampi rispetto agli ultimi vent’anni, almeno. Se sarà davvero così, allora i mercati potrebbero aumentare i prezzi per via dei maggiori rischi geopolitici in futuro.

SCO_updated_versionCina e Russia affronteranno unite le sfide
The BRICS Post 11 settembre 2014

putin-sco-dushanbe-summit2.siIl presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo russo, Vladimir Putin, si sono incontrati a Dushanbe, capitale del Tagikistan, per il 14° summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO). I due alleati hanno discusso di “questioni urgenti della cooperazione bilaterale, in particolare nei settori energetico, aerospaziale e infrastrutturale“, ha detto un comunicato del Cremlino. E’ il quarto incontro nel 2014 tra i due leader. Il presidente cinese Xi Jinping ha detto, durante l’incontro, che le leadership delle due nazioni “affronteranno congiuntamente le sfide estere”. “Sono pronto ad ulteriori contatti per rafforzare il sostegno reciproco e ampliare l’apertura tra i nostri Paesi, in modo da poter sempre attingere al reciproco sostegno, affrontando congiuntamente le sfide estere e raggiungere i nostri grandi obiettivi di sviluppo e rinascita”, ha detto Xi.
All’inizio della scorsa settimana, la Cina ha solidamente appoggiato il piano di pace di Vladimir Putin sull’Ucraina , anche se l’Unione europea ha preparato altre sanzioni bancarie ed energetiche alla Russia. Il presidente russo ha lodato l’accordo sul gas da 400 miliardi di dollari firmato questo maggio tra i due Paesi, garantendo all’utente energetico più importante del mondo una delle principali fonti di combustibile pulito. “Ciò è stato fatto con il sostegno diretto del presidente della Cina. Ora ne abbiamo praticamente iniziato l’attuazione che, ne sono certo, che procederà secondo le regole del business e sarà realizzato efficacemente da entrambe le parti, Russia e Repubblica popolare di Cina“, ha detto Putin a Dushanbe. L’accordo ha aperto un nuovo mercato a Mosca che rischia di perdere clienti europei per la crisi ucraina. “L’amicizia personale di Putin” con il presidente cinese è un suo trionfo politico, mentre i capi occidentali intensificano i tentativi d’isolare Putin per il presunto sostegno della Russia ai ribelli pro-Mosca in Ucraina orientale. “Compiamo progressi in altri settori tradizionali della cooperazione come energia nucleare, ingegneria aerospaziale, infrastrutture e così via”, ha detto Putin.
Xi ha detto che Pechino e Mosca supervisionano i progressi nello sviluppo congiunto del jumbo jet a lungo raggio e degli elicotteri pesanti, così come altri importanti progetti comuni. “All’inizio del mese abbiamo preso personalmente parte alla cerimonia dell’avvio della costruzione del gasdotto Potere della Siberia, mostrando quanto seriamente consideriamo l’espansione della cooperazione energetica russo-cinese”, ha detto Xi Putin. “Abbiamo istituito una commissione intergovernativa russo-cinese sulla cooperazione degli investimenti. Valutiamo attivamente la cooperazione nella costruzione di ferrovie ad alta velocità e lanciato la cooperazione nei sistemi di navigazione satellitare, cui ho prestato personalmente grande attenzione“, ha aggiunto.
Xi e Putin hanno anche avuto colloqui a luglio in Brasile durante il 6° vertice BRICS. Xi ha avuto colloqui o incontrato Putin nove volte da quando ha assunto la carica di Presidente della Cina, nel marzo 2013, a testimonianza di relazioni sino-russe più forti e assertive. In un momento saliente dell’incontro sugli investimenti, Mosca e Pechino hanno stipulato un patto per incrementare l’uso di rublo e yuan nelle transazioni commerciali. Durante la riunione inaugurale nella Grande Sala del Popolo di Pechino, la Commissione per la Cooperazione negli Investimenti Russia-Cina ha discusso dei 32 progetti d’investimento bilaterali, ha detto il viceprimo ministro russo Igor Shuvalov.
Xi e Putin partecipavano al 14° summit della SCO nella capitale tagika.

Cina, Russia e Mongolia creano un corridoio economico
The BRICS Post 12 settembre 2014

2014091207125869365Il presidente cinese Xi Jinping ha proposto di costruire un corridoio economico che colleghi Cina, Mongolia e Russia, durante i colloqui tripartiti tra i leader dei tre Paesi a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Xi ha avuto colloqui con i suoi omologhi russo Vladimir Putin e mongolo Tsakhiagiin Elbegdorj a margine del 14° summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Xi ha detto che il vertice trilaterale è di “grande importanza per approfondire la fiducia reciproca e portare avanti la cooperazione regionale nell’Asia nordorientale“. Il presidente mongolo aveva suggerito che i tre Paesi s’incontrino in un formato trilaterale. “Naturalmente, la vicinanza geografica di Mongolia, Russia e Cina aiuta a realizzare vantaggiosi progetti a lungo termine infrastrutturali, energetici e minerari. Abbiamo cose da discutere e troviamo importante, fattibile e utile stabilire un dialogo regolare“, ha detto Putin durante l’incontro. Il presidente cinese ha detto che i tre vicini possono collegare l’iniziativa di Pechino della Cintura economica della Via della Seta al piano ferroviario transcontinentale della Russia e al programma Vie della Prateria della Mongolia, costruendo insieme un corridoio economico Cina-Mongolia-Russia. Ciò potrebbe trasformare la Mongolia in un “corridoio” che collega le economie cinese e russa.
La Mongolia è più estesa di Giappone, Francia e Spagna messe insieme. Le tre parti devono anche rafforzare l’interconnettività del traffico, agevolare il flusso dei trasporti e studiare la fattibilità della costruzione di una rete elettrica transnazionale, ha detto Xi. I tre leader hanno inoltre deciso di istituire un meccanismo di consultazione ministeriale per coordinare e promuovere la cooperazione trilaterale. La Mongolia è di crescente interesse strategico per Russia, Cina e Stati Uniti. La proposta del presidente cinese di un corridoio economico mira anche a contrastare il maggiore interesse di Washington sulla regione. La Cina è il maggiore partner commerciale della Mongolia, anche se gli Stati Uniti hanno significativi legami nella difesa con il Paese. Xi ha suggerito che le tre nazioni rafforzino la cooperazione attraverso gruppi di riflessione, media e l’allineamento sulla tutela ambientale e la prevenzione delle catastrofi. Sulla cooperazione internazionale, Xi ha detto che i tre Paesi devono “salvaguardare congiuntamente le norme fondamentali che disciplinano le relazioni internazionali, sostenere il nuovo concetto di sicurezza con fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza e collaborazione, promuovendo congiuntamente la soluzione politica delle controversie internazionali e questioni scottanti”.
Xi e Putin hanno ribadito l’invito alla Mongolia a partecipare alle attività congiunte di Cina e Russia previste il prossimo anno per commemorare il 70° anniversario della vittoria della guerra mondiale antifascista e della guerra popolare cinese di resistenza contro l’aggressione giapponese. Il presidente mongolo ha detto a Xi e Putin che il suo Paese è pronto a rafforzare la cooperazione con i due alleati nella Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC).

Xi-Jinping-and-Vladimir-Putin-toast-May-2014Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia: verso un nuovo modello di sviluppo?

Jacques Sapir, Russeurope 8 settembre 20141La questione del modello di sviluppo che la Russia potrebbe seguire nei prossimi anni è ormai apertamente legata all’evoluzione del contesto internazionale. Il gioco delle sanzioni e contro-sanzioni è destinato a continuare. Possiamo chiederci se non abbia già causato un cambiamento significativo nella percezione del mondo da parte del governo ed anche dell’élite russa.

Il ritorno della Guerra Fredda?
Le relazioni tra Stati Uniti, Unione europea e Russia sono peggiorate notevolmente dall’inizio del 2014, e non erano buone prima. Le contraddizioni in politica estera erano chiare da circa due anni. Ma l’iniziativa russa sulla questione delle armi chimiche in Siria ha mostrato che una collaborazione era ancora possibile. Collaborazioni anche necessarie per gli Stati Uniti, che non possono uscire dall’Afghanistan senza il supporto implicito della Russia, o per la Francia, che dipende in gran parte dal trasporto aereo pesante delle società russe per le operazioni in Africa. Eppure c’è un impressionante deterioramento del rapporto fin dall’inizio del 2014. John Mearsheimer, professore di scienze politiche presso l’Università di Chicago, ha dimostrato in un recente articolo sulla rivista Foreign Affairs che la responsabilità di tale peggioramento è piuttosto da ricercarsi negli Stati Uniti e nell’Unione europea [1]. In questo degrado, un importante punto di svolta sembra essere stato il dramma del volo MH17 delle Malaysian Airlines, distrutto sull’Ucraina orientale. Gli Stati Uniti subito dichiararono che gli insorti del Donbas e Russia erano responsabili della tragedia. Ora sembra che le cose siano molto più complesse e che prove per condannare la Russia e gli insorti semplicemente non esistano [2]. Gli ex-funzionari dei servizi segreti statunitensi si sono mossi [3]. Ma qualunque sia l’origine della crisi, il suo slancio attuale è perno importante nelle relazioni internazionali, ben oltre il caso della sola Russia. Questo nuovo contesto internazionale è naturalmente preso in considerazione dall’élite russa. Cambia, esplicitamente o implicitamente, il loro rapporto con il mondo e, da questo punto di vista, vi sono importanti implicazioni per il modello di sviluppo adottato dalla Russia. Quindi è probabilmente esagerato parlare di “nuova guerra fredda”, come fanno certi commentatori, non c’è dubbio che si osservano tutte le caratteristiche di un allontanamento tra la Russia e i Paesi definiti, a torto o a ragione, occidentali Tuttavia, la maggiore differenza tra la situazione attuale e quella della seconda metà del ventesimo secolo, è che ora il “bacino atlantico” (Stati Uniti, Canada e Europa occidentale) non concentra più l’essenziale delle tecniche e tecnologie di produzione. La possibile espulsione della Russia non può comportarne l’isolamento, ma lo spostamento delle relazioni verso altri Paesi.

Sanzioni e controsanzioni
Il meccanismo delle sanzioni e delle controsanzioni, ora al culmine, pesa sulle aspettative dei diversi attori economici. Le diverse fasi del processo delle sanzioni e delle risposte del governo russo, costruiscono un particolare contesto psicologico la cui importanza va ben al di là degli effetti concreti delle misure adottate. Riguardo gli Stati Uniti e l’Unione europea, vi è una serie di misure (comprese quelle dell’8 settembre 2014) che comprende la cooperazione industriale come le transazioni finanziarie. In primo luogo, le misure contro le attività industriali, soprattutto le compagnie petrolifere, la tecnologia militare o che potrebbe avere capacità “duale”. Queste misure, tuttavia, restano limitate per diversi motivi:
(I) Si dovrebbero applicare solo ai nuovi contratti, in particolare petrolio e militare, e non pregiudicare i contratti già firmati.
(II) Tali misure sono limitate nel tempo, rinnovabili (ogni 6 mesi).
Si noti inoltre che un certo numero di Paesi in possesso di tali tecnologie non partecipa alle “sanzioni” in questione. Questi Paesi continueranno a rifornire la Russia. Si può anche immaginare che una società di un Paese che applica le sanzioni, trasferisca ad una società in un Paese che non applica tali sanzioni, la concessione delle licenze tecnologiche colpite dalle sanzioni [4]. Ciò riduce notevolmente l’impatto sulla Russia. Poi vi sono le misure che riguardano la sfera finanziaria. Gli Stati Uniti hanno deciso dal 30 marzo di vietare qualsiasi contratto e congelare i beni della banca Rossija e di 6 piccole banche. A luglio decisero di estendere tali misure all’industria della difesa, cantieristica statale (OSK) e costruzioni aeronautiche statali (OAK). Poi vi sono le sanzioni che rientrano nel regime SSI delle sanzioni industriali. Si tratta del divieto alle compagnie russe di prendere prestiti per oltre 90 giorni sui mercati finanziari internazionali. Tali sanzioni vietano sia l’aumento del debito estero di imprese private, sia il fatturato del debito (roll-over) quando matura.

G1Il debito delle banche coinvolte è stimato a 140 miliardi di dollari. Di tale importo, circa 12 miliardi di dollari sarebbero soggetti alle misure roll-over entro il terzo trimestre del 2014 e 22 entro la fine del 2014.

Le aziende colpite dalle sanzioni
Banche: Gazprombank, VEB, VTB, Banca di Mosca, Rosselkhozbank
Industrie: Gazprom, Rosneft, Novatek, OAK, OSK

Il debito estero lordo delle società russe è dell’ordine dei 650 miliardi di dollari. Le banche rappresentano un po’ meno della metà dell’importo (310 miliardi dollari), ma sono loro che hanno la crescita più forte, poiché il debito aziendale è pressoché costante dal 2012. Tali misure essenzialmente penalizzano il settore bancario russo. Un aspetto importante delke sanzioni è che de facto danno agli Stati Uniti una presa sull’UE. La “legge BNP Paribas” renderà imprese e banche europee estremamente riluttanti nel trattare affari in dollari che potrebbero rientrare nel quadro dello status SSI degli Stati Uniti. L’effetto indotto potrebbe essere la riduzione dei flussi in dollari a favore dell’euro o dello yuan (ora utilizzato più degli euro per gli investimenti) e di altre valute. La Russia ha deciso, in risposta a queste misure, d’imporre il divieto di un anno su certi prodotti alimentari provenienti da UE, Stati Uniti, Canada e Australia. Tali misure rientrano in due approcci distinti: rappresaglia che può essere sospesa quando saranno annullate le sanzioni di Stati Uniti ed Unione europea, e misure protezionistiche. In realtà, sembra che il governo russo abbia colto l’occasione fornita dalle sanzioni per adottare misure il cui effetto sull’economia russa potrebbe essere positivo.

Il possibile impatto sul modello di sviluppo della Russia
Dall’ottobre 2005 sembrava esservi un compromesso tra “interventisti” e liberali nel governo, e più in generale nell’élite russa, per un uso misurato dei fondi da reddito delle materie prime. Le quattro “priorità nazionali” fissate da Putin al momento (salute, istruzione, alloggio e integrazione agro-industriale) sono destinate a canalizzare alcune attività degli investimenti, come desiderato dagli “interventisti” ma senza causare notevoli squilibri macroeconomici. Queste priorità nazionali sono responsabilità dell’ex-capo dell’amministrazione presidenziale, Medvedev. nominato Primo Vicepremier nell’autunno 2005, e dovrebbe essere coerente con le regole stabilite da Kudrin e Gref. Va notato che Kudrin, al tempo ministro delle finanze, continua ad opporsi a qualsiasi uso massiccio dei fondi accumulati con le esportazioni dell’economia russa, per il rischio di squilibrio macroeconomico. Questo fu già discusso con la crisi economica mondiale (2008-2010) che ha visto lo Stato assumere un ruolo sempre più importante nell’economia. Nel 2010-2013, vi fu ciò che potrebbe essere chiamata l'”illusione” del possibile ritorno a tale equilibrio.

G2Fonte: Banca Centrale della Russia. 2014: stime di Sberbank

Allo stesso tempo, apparve la strategia industriale per organizzare l’economia russa in tre settori.
A) Il settore prioritario per lo sviluppo dell’economia russa, strettamente controllato dallo Stato: energia e materie prime.
B) Il settore delle industrie strategiche, definito nella logica per la diversificazione della produzione industriale. C’è una notevole industria metalmeccanica. In questo settore, lo Stato non intende esercitare un controllo diretto, ma fornire una direzione strategica. L’ingresso di attori esteri è possibile ed anche auspicabile, ma solo se la politica di tali attori s’integra con la strategia formulata. Inoltre, le aziende russe cercheranno di entrare nel capitale delle grandi imprese occidentali (EADS, Oerlikon), e in cambio il capitale di alcune società russe potrebbe essere aperto.
C) il settore delle altre industrie in cui lo Stato russo non intende intervenire, salvo che per rispettare la legislazione.
In realtà, la compatibilità tra le varie politiche economiche presente nel compromesso del 2005 è problematica. Non sorprende che il punto di equilibrio tra le forze contrapposte nel governo russo sia mutato decisamente dopo la crisi del 2008. Il compromesso sembra essere stata la prima vittima dei cambiamenti del contesto internazionale. Ma i segni di un cambio potrebbero essere stati percepiti alla fine del 2013 o anche prima, con la dipartita del governo Kudrin. Da questo punto di vista, il cambio di modello di sviluppo non è la semplice reazione al cambio geopolitico, ma viene usato per mutare l’ordine del giorno dalla fine del 2012 e che dovrebbe portare ad un modello di sviluppo che per la Russia sarebbe molto più egoista di quanto appaia, puntando decisamente alla costruzione di un’industria innovativa [5].

Una politica per la sostituzione delle importazioni
Si notano negli ultimi mesi cambiamenti significativi, in qualche misura il prodotto del nuovo sistema di relazioni internazionali. L’impatto delle sanzioni sembrava molto debole fino ad aprile 2014, ma oggi possiamo fare le seguenti osservazioni:
A) Vi è una ripresa dell’attività industriale (+ 2,5% nel primo semestre), ed è chiara.
B) L’attività agricola e alimentare sembra accelerare a giugno e luglio, prima dell’entrata in vigore della rappresaglia russa.
C) Questi effetti positivi sembrano direttamente correlati al deprezzamento di circa il 10% del rublo da marzo.

G3La crisi ucraina ha anche causato gravi disagi, ma era limitata sul mercato dei cambi e finanziario russo. Se le fluttuazioni del mercato azionario di Mosca hanno poca influenza (i fondi della borsa di Mosca sono solo l’1% degli investimenti in Russia), le perturbazioni del mercato dei cambi sono più importanti. Da questo punto di vista, per valutare l’impatto reale della crisi ucraina si segnala quanto segue:
1) La Russia ha un tasso d’inflazione di gran lunga superiore a quello di UE e Stati Uniti, con un tasso nel 2014 stimato al 7,5%. Questo significa che per analoghi incrementi di produttività, il deprezzamento del rublo dovrebbe essere del 5% nei confronti del dollaro e del 6,5% verso l’euro, per mantenere la competitività del Paese.
2) Infatti, i guadagni di produttività della produzione russa sono superiori di circa il 2,5% rispetto a quanto noto di Stati Uniti e Unione europea. La svalutazione del rublo dovrebbe essere del 2% nei confronti del dollaro e del 4% nei confronti dell’euro.
3) Ora vediamo una perdita media dell’8-12% contro il dollaro e dell’11-16% rispetto all’euro, in media un deprezzamento reale del rublo dell’8% contro il dollaro e del 9% nei confronti dell’euro. Questi livelli di deprezzamento possono effettivamente avere un effetto positivo sui produttori locali russi. Ha senso allora che l’economia russa reagisca positivamente e non negativamente alle sanzioni, in quanto si ha un notevole potenziale di crescita nel settore delle sostituzioni delle importazioni. Tuttavia, l’effetto diretto del deprezzamento del tasso di cambio è al culmine da 6 a 18 mesi dopo l’ammortamento. L’effetto tende a diminuire in seguito, ed è considerato esaurito da 36 a 60 mesi dopo l’ammortamento. Tuttavia, si tratta di un’analisi puramente statica che presuppone che le società locali non investino per migliorare qualitativamente la loro competitività. La vera questione è se l’investimento in capitale produttivo delle società locali incrementerà la produzione dell’industria manifatturiera, ma anche dell’industria alimentare in qualità e diversità.

Verso l’indipendenza finanziaria?
In realtà, la questione degli investimenti si riferisce all’autonomia o indipendenza che la Russia potrebbe raggiungere nei prossimi anni. Dal 2011, le autorità russe hanno dato segni ricorrenti di voler acquisire una propria autonomia dai mercati finanziari occidentali. Ciò s’è accelerato significativamente a fine 2013m nell’ambito dell’alleanza di fatto con la Cina. Il cambio dello yuan alla borsa di Mosca, ma anche la creazione di un mercato del rublo “non residente”, vanno verso la costruzione di un’economia russa autonoma dallo spazio finanziario dominato dal dollaro. Ora, ciò è destinato ad avere implicazioni serie per l’equilibrio finanziario globale, perché la Russia è un importante esportatore di petrolio e gas, ma anche di alcuni metalli e, finora, queste operazioni sono state condotte in gran parte in dollari. La costruzione da parte della Russia di un sistema di finanziamento che ne assicuri l’autonomia dai mercati finanziari occidentali può avere accelerato la logica delle sanzioni. La costruzione di questo sistema è una priorità per la Russia se vuole sfruttare appieno la logica della sostituzione delle importazioni, in cui sembra essere impegnata. Il ruolo dello Stato sarà importante nel sistema dei finanziamento, e non è ancora chiaro se questo ruolo sarà legato direttamente al Ministero delle Finanze o se sarà attuato dalle banche statali. Tuttavia, la costruzione di un tale sistema avrà implicazioni estremamente importanti per il sistema finanziario internazionale, che potrebbe vedere la propria crisi accelerare dallo squilibrio così prodotto.

russias-pipelines-could-loop-around-earth-more-than-six-times[1] Mearsheimer J., “Why the Ukraine Crisis is the West’s fault“, Foreign Affairs, settembre/ottobre 2014
[2] Sapir J., “MH17, doubts in the intelligence community“, Russeurope, 1 agosto 2014
[3] “Senior U.S. Intelligence Officers: Obama Should Release Ukraine Evidence“, 29 luglio 2014
[4] “Rosneft to take 30 percent in Norwegian driller”, RT Business, 22 agosto 2014
[5] Trenim D., Russia’s New National Strategy

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: energia in cambio della sopravvivenza

Sarkis Tsaturjan, IarexReseau International 9 settembre 2014

0,,16544700_303,00La politica delle sanzioni euro-statunitensi muta il sistema delle relazioni regionali. Il 10 e l’11 settembre la Commissione intergovernativa russo-iraniana studierà gli accordi concreti previsti nel protocollo d’intenti firmato a Teheran ai primi di agosto, per un periodo di 5 anni. Secondo le informazioni di “Kommersant”, l’accordo prevede l’acquisto dalla Russia di petrolio iraniano in grandi quantità, fino a 500000 barili al giorno o 25 milioni di tonnellate all’anno. Ciò rappresenta un quarto della produzione totale dell’Iran. L’Iran prevede di vendere con uno sconto di 5 dollari al barile meno dello Slightly Brent. L’embargo petrolifero imposto dall’occidente sulla vendita di greggio iraniano, che risale al 2013, è dimenticato. Mosca, in attesa delle sanzioni rinforzate da Washington e Bruxelles per via della sconfitta delle operazioni militari ucraine, ha iniziato a rompere il blocco grazie alla partnership con Teheran. Gli esperti di Kommersant ritengono che la maggioranza delle vendite sarà ‘puntuale’ e la maggior parte delle forniture andranno a Cina e Africa, in particolare Sud Africa. Ovviamente i BRICS avranno lo stimolo a sviluppare e rafforzare i reciproci legami. Per l’ambasciatore iraniano in Russia, Sanan, i profitti della vendita saranno usati da Teheran per acquistare dalla Russia macchine utensili, materiale rotabile, mezzi pesanti, metalli e cereali. Il gruppo di stato russo “Rostekhnologij” ha già annunciato la disponibilità a fornire all’Iran un’ampia gamma di apparecchiature ad alta tecnologia. Parte del ricavato dell’IRI (ente petrolifero iraniano) sarà destinato alle aziende russe per la costruzione della seconda unità della centrale nucleare di Bushehr. I piani statunitensi, che da tanti anni cercano di congelare il programma nucleare iraniano, si sgretolano sotto i nostri occhi. Ma non solo ciò colpisce l’amministrazione Obama: l’Iran chiede il lancio di un programma congiunto per la costruzione di miniraffinerie in Iran, e sviluppare i giacimenti di gas di Asaul e South Pars, che già occupano imprese russe. Non è un segreto che la partecipazione delle nostre imprese in tali progetti rafforza lo status della Russia quale potenza energetica globale. Anche il caos in Siria e in Iraq, su cui Arabia Saudita e Qatar hanno basato molte speranze, può cambiare il ruolo di leader della Russia nel mondo dell’energia.
“Lo Stato Islamico” ha polverizzato tali speranze. The Guardian riconosce che la situazione è senza speranza, “non abbiamo alcun desiderio di utilizzare i nostri punti di forza a vantaggio dello stato islamico, che si può apprezzare solo se uccide i coraggiosi sunniti in Iraq, con l’eventuale revisione delle relazioni occidentali con il Presidente Assad, preoccupando sunniti, o avvicinando i jihadisti“. I combattenti dello Stato Islamico legano le mani di Obama e Cameron, e le loro azioni danno a Putin e Rohani margini di manovra. L’Iran non si ferma facendo pressione sull’Arabia Saudita dal vicino Yemen. Nelle ultime settimane a Sana proseguono attivamente le manifestazioni organizzate dagli sciiti che ricordano lo sceicco Husayn Badr ad-Dina al-Husi, ucciso nel 2004 che, secondo l’agenzia Fars iraniana, installano nella capitale Sana una tendopoli da cui i manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Abd Rabo Mansur Qadi, accusato di sostenere al-Qaida. La situazione è complicata al punto che il governo dello Yemen bombarda la provincia settentrionale di Amran controllata dagli sciiti. La preoccupazione del saudita non conosce confini: la stampa fa filtrare che Ryad prevede l’intervento terrestre nel Paese. Sciiti e salafiti sono impegnati in una lotta mortale.
Si noti che le azioni di Russia e Iran non sono solo diplomatiche; si tratta soltanto di ciò di cui avvertivamo poco prima delle informazioni dell’agenzia Rekh, che citano “l’incubo della coalizione”; in tale caso l'”incubo” di Obama e dei suoi consiglieri di politica estera. Gli Stati Uniti d’America da tempo spingono l’Iran nelle braccia della Russia: la riconciliazione di queste due potenze era prevedibile. Sullo sfondo del riavvicinamento russo-iraniano, gli esperti turchi reagiscono nervosamente ricordando l’accordo di partnership strategica tra Rosneft e ExxonMobil firmato un anno prima. L’articolo di Yenicag dal titolo paradossale “Sindacato americano-russo” suggerisce l’indipendenza di ExxonMobil dalla Casa Bianca avutasi con l’esplorazione congiunta con Rosneft nel Mar Glaciale Artico, rinforzata da investimenti inauditi per 400 miliardi di dollari entro il 2030. Yenicag è perplessa: “Gli Stati Uniti invitano gli europei ad imporre sanzioni contro le compagnie petrolifere russe, mentre non possono imporle ad ExxonMobil, sapendo che nessun presidente statunitense ha tale potere“. Annunciando che il petrolio della prima nave curda è stato acquistato da Rosneft e consegnato nel porto di Trieste. E’ possibile che ExxonMobil, che si sa operare nel nord dell’Iraq, abbia sfruttato i suoi rapporti con Rosneft per concludere tale vendita. L’autore dell’articolo suggerisce che ci sono due USA: quelli di Obama e quegli di ExxonMobil… dai processi diversi. Mentre gli ex-sovietologi del Congresso USA elucubrano su relazioni USA-Russia in stile “guerra fredda”, il ruolo del nostro Paese sulla politica globale è irriconoscibile. Negli anni ’80 Ronald Reagan e il suo direttore della CIA, William Joseph Casey, convinsero Arabia Saudita e Gran Bretagna ad aumentare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale strangolando l’afflusso di valuta estera in URSS, comportando il crollo del modello economico sovietico. Attualmente una manovra simile non è possibile: le riserve artiche, l’esplorazione e lo sviluppo congiunto Rosneft-ExxonMobil, sono al di là dei mezzi di Arabia Saudita e partner regionali; e una quota delle esportazioni di petrolio iraniano alla Russia sarà la forza di riserva per impedirne il dumping sul mercato.

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Credo sia un messaggio confuso…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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