11 Settembre 2001: Inside job o Mossad job?

Laurent Guyenot – Voltairenet

Il ruolo d’Israele negli eventi dell’11 settembre 2001, che hanno determinato il XXI.mo secolo, è oggetto di aspre polemiche, o piuttosto di un vero tabù, anche nel “movimento per la verità sull’11 settembre” (9/11 Truth Movement), ignorando l’autore che ne ha suscitato lo scandalo: Thierry Meyssan. La maggior parte dei gruppi militanti, mobilitatisi sotto lo slogan “l’11/9 è stato un lavoro  interno” resta scettica di fronte alle prove che accusano i servizi segreti dello Stato ebraico. Laurent Guyenot fa il punto su dati incontestabili ma sconosciuti, e analizza il meccanismo della negazione.

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Mentre il ruolo d’Israele nella destabilizzazione mondaile dopo l’11 settembre diventa sempre più evidente, l’idea che una fazione di Likudnik, aiutata dai suoi alleati infiltrati nell’apparato statale statunitense, sia responsabile dell’operazione false flag dell’11 settembre è sempre più difficile da respingere, e alcuni personaggi hanno avuto il coraggio di dichiararlo pubblicamente. Francesco Cossiga, presidente dell’Italia tra il 1985 e il 1992,  dichiarò il 30 novembre 2007 al Corriere della Sera: “Ci fanno credere che bin Ladin abbia confessato l’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri di New York, in realtà gli Stati Uniti e i servizi segreti europei sanno bene che questo disastroso attentato fu pianificato e realizzato dalla CIA e dal Mossad, al fine d’incolpare i Paesi arabi del terrorismo e quindi poter attaccare l’Iraq e l’Afghanistan [1].” Alan Sabrosky, ex professore dell’US Army War College e dell’US Military Academy, non ha esitato a proclamare la propria convinzione che l’11 settembre sia un’”operazione tipicamente orchestrata dal Mossad” eseguita con complicità nel governo degli Stati Uniti. Le sue idee vengono riprese con forza da alcuni siti dei veterani dell’US Army, disgustati dalle guerre ignobili che gli hanno fatto combattere in nome dell’11 settembre o in nome delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein [2].
Gli argomenti a favore dell’ipotesi Mossad non si basano solo sulla reputazione del servizio segreto più potente del mondo. Un rapporto dell’US Army School for Advanced Military Studies (citato dal Washington Times, alla vigilia dell’11 settembre), lo descrive “Sornione, spietato e scaltro. In grado di effettuare un attentato contro le forze americane e di camuffarlo da attentato commesso dai palestinesi/arabi [3].” Il coinvolgimento del Mossad, associato ad altre unità d’elite israeliane, è reso evidente da un certo numero di fatti poco noti.

Gli israeliani danzanti
Si sa, per esempio, che le sole persone arrestate quello stesso giorno, in relazione agli attentati terroristici dell’11 settembre, sono israeliane? [4]. L’informazione fu diffusa il giorno dopo dal giornalista Paulo Lima su The Record, quotidiano della contea di Bergen del New Jersey, seguendo fonti della polizia. Subito dopo il primo impatto sulla torre Nord, tre individui furono visti da diversi testimoni sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultando”, “saltando di gioia” e fotografandosi con le torri gemelle sullo sfondo. In seguito si spostarono con il loro furgone in un altro parcheggio di Jersey City, dove altri testimoni li videro dedicarsi alle medesime ostentate esultazioni. La polizia emise immediatamente un’allerta BOLO (be-on-the-look-out):Veicolo possibilmente correlato all’attentato terroristico a New York. Un furgone Chevrolet 2000 bianco con targa del New Jersey e la scritta ‘Urban Moving Systems’ sul retro, è stato visto al Liberty State Park, Jersey City, NJ, al momento del primo impatto dell’aereo di linea sul WTC. Tre individui nel furgone sono stati visti esultare dopo il primo impatto e la conseguente esplosione [5]“. Il furgone venne fermato dalla polizia poche ore dopo, con a bordo cinque giovani israeliani: Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. Costretti con la forza ad uscire dal veicolo e stesi a terra, l’autista Sivan Kurzberg disse questa strana frase: “Siamo israeliani. Non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono i nostri problemi. I palestinesi sono il problema [6].” Le fonti della polizia che informarono Paulo Lima, erano convinte del coinvolgimento degli israeliani negli attentati di quella mattina: “C’erano mappe della città nel furgone, con certi punti evidenziati. Si potrebbe dire che fossero al corrente [...] sapessero cosa sarebbe successo quando erano al Liberty State Park [7].” Gli abbiamo anche trovato passaporti di varie nazionalità, quasi 6000 dollari in contanti e biglietti aerei in bianco per l’estero. I fratelli Kurzberg furono formalmente identificati quali agenti del Mossad. I cinque israeliani lavoravano ufficialmente per una società di traslochi denominata Urban Moving Systems, i cui dipendenti erano soprattutto israeliani. “Piangevo, questi tizi ridevano e ciò mi turbava” [8], rivelò al Record uno dei pochi impiegati non israeliani. Il 14 settembre, dopo aver ricevuto la visita della polizia, l’imprenditore Dominik Otto Suter (il proprietario dell”Urban Moving System‘) lasciò il Paese per Tel Aviv.
Le informazioni divulgate dal Record, confermate dal rapporto della polizia, furono riprese da siti d’indagine come Wayne Madsen Report (14 settembre 2005) e Counterpunch (7 febbraio 2007). Inoltre furono anche riprese da alcuni grandi media, ma in modo da minimizzarne la portata: il New York Times (21 novembre 2001) omise di menzionare la nazionalità degli individui, proprio come Fox News e l’Associated Press. The Washington Post (23 novembre 2001), disse che erano israeliani, ma passò sotto silenzio la loro apparente preveggenza degli eventi di quel giorno. Tuttavia, The Forward (15 marzo 2002), la rivista della comunità ebraica di New York, rivelò, da una fonte anonima dell’intelligence statunitense, che l’Urban Moving Systems era un’emanazione coperta del Mossad (cosa che non gli impedì di ricevere un prestito federale di 498.750 dollari, come risulta dagli archivi del fisco) [9]. L’FBI effettuò un’indagine al riguardo, consegnata in un rapporto di 579 pagine parzialmente declassificato nel 2005 (sarà completamente declassificato solo nel 2035). Il giornalista indipendente Hisham Hamza ha analizzato in dettaglio il rapporto nel suo libro “Israël et le 11-Septembre: le Grand Tabou”. Ne trae diversi elementi decisivi. In primo luogo, le foto scattate da questi giovani israeliani, li mostrano effettivamente in atteggiamenti esultanti davanti alla torre Nord in fiamme: “Sorridono, si abbracciano e si stringono la mano a vicenda.” Per spiegare tale comportamento, le parti interessate hanno dichiarato di essere semplicemente felici “che gli Stati Uniti avrebbero da ora adottato misure per fermare il terrorismo nel mondo” (anche se, a quel punto, la maggioranza delle persone pensava ad un incidente piuttosto che a un atto terroristico). Peggio, un testimone li ha notati presenti almeno alle 8:00, prima che il velivolo colpisse la prima torre, mentre altri certificano che stessero già fotografando cinque minuti dopo, e tutto ciò viene confermato dalle loro foto. Un ex dipendente confermò all’FBI l’atmosfera fanaticamente pro-israeliana e anti-americana che regnava nell’azienda, attribuendo anche allo stesso direttore Dominik Otto Suter queste parole: “Dateci venti anni, e noi ci impadroniremo dei vostri media e distruggeremo il vostro Paese”. I cinque israeliani arrestati erano in contatto con un’altra azienda di traslochi chiamata Classic International Movers. Quattro dipendenti furono interrogati separatamente per i loro legami con i 19 presunti dirottatori. Uno di loro aveva telefonato a “un tizio che in Sud America aveva veri contatti con militanti islamici mediorientali.” Infine “un cane anti-esplosivi indicò la presenza di tracce di esplosivo nel veicolo [10].”
Come nota Hamza, le conclusioni del rapporto insospettiscono, l’FBI informò la polizia locale che trattiene i sospetti, che “l’FBI non ha più alcun interesse ad indagare sui detenuti e che dovrebbero essere avviate adeguate procedure sull’immigrazione [11].” Una lettera del Servizio federale immigrazione e naturalizzazione prova, infatti, che la direzione dell’FBI aveva raccomandato la chiusura dell’indagine il 24 settembre 2001. Tuttavia, i cinque israeliani trascorsero 71 giorni in carcere a Brooklyn, durante cui si rifiutarono, e poi non superarono per diverse volte, i test della macchina della verità. Quindi furono rimpatriati con la semplice accusa di violazione del permesso del visto.

ThreeOfFiveDancingIsraelisOmer Marmari, Oded Ellner e Yaron Shmuel tre dei cinque “israeliani danzanti” furono invitati in una trasmissione israeliana, quando rientrarono nel novembre 2001. Tutti negarono di essere membri del Mossad, ma uno di loro candidamente disse: “Il nostro obiettivo era registrare l’attentato“.

Dobbiamo, infine, menzionare un dettaglio essenziale di questo caso, che può fornire forse una spiegazione aggiuntiva al comportamento esuberante di quei giovani israeliani: certi testimoni precisavano, nelle loro telefonate alla polizia, che gli individui visti esultare di gioia sul tetto del loro furgone sembravano “arabi” o “palestinesi”. In particolare, poco dopo il crollo delle torri, una telefonata anonima alla polizia di Jersey City, riferita quello stesso giorno dalla NBC News, parlava di “un furgone bianco con due o tre persone dentro, che sembravano palestinesi, che girava intorno ad un edificio“; uno di loro “rovistava cose, e aveva questa tenuta da ‘sceicco’. [...] Era vestito come un arabo [12].” Tutto porta a credere che questi individui fossero proprio i cinque israeliani arrestati più tardi. Due ipotesi vengono in mente: o questi falsi traslocatori erano effettivamente impegnati in una messa in scena per sembrare arabi/palestinesi, o il testimone o i testimoni che li descrissero tali, erano dei complici. In un caso come nell’altro, è chiaro che il loro obiettivo era avviare la voce mediatica che fossero stati avvistati dei musulmani non solo gioire per gli attentati, ma che ne fossero a conoscenza già  prima. La notizia fu effettivamente trasmessa su alcune radio a mezzogiorno, e dalla NBC News nel pomeriggio. Propendo per la seconda ipotesi (informatori complici invece che un travestimento da arabi), perché il rapporto della polizia non parla di abbigliamento esotico trovato nel furgone, ma soprattutto perché l’informatore citato, che insisteva sul particolare dell’abbigliamento, sembrava aver voluto ingannare la polizia sulla posizione esatta del furgone; quest’ultimo venne fermato perché la polizia, invece che di accontentarsi della localizzazione, sbarrò tutti i ponti e le gallerie tra New Jersey e New York. Ma l’importante è questo: se gli israeliani non fossero stati fermati nel tardo pomeriggio, la storia probabilmente sarebbe finita sui giornali, con il titolo ‘Gli Arabi Danzanti’. Invece, fu totalmente ignorata e circolò confidenzialmente come gli ‘Israeliani danzanti’ o i ‘cinque danzatori’.

ehud-barak2Ehud Barak, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana (Sayeret Matkal) fu Primo ministro dal luglio 1999 al marzo 2001. Sostituito da Ariel Sharon, si trasferì negli Stati Uniti come consulente dell’Electronic Data Systems e della SCP Partners, una società schermo del Mossad specializzata in problemi di sicurezza che, con i suoi partner Metallurg Holdings e Advanced Metallurgical, poteva produrre nano-termite. SCP Partners aveva un ufficio a dieci chilometri dall’Urban Moving Systems. Un’ora dopo la disintegrazione delle torri, Ehud Barak era negli studi della BBC World a indicare bin Ladin quale principale sospettato (Bollyn, Solving 9-11, pag. 278-280).

200 spie esperte in esplosivi
Pochi, anche tra i ricercatori della verità sull’11 Settembre, conoscono la storia degli “israeliani danzanti” (siamo ancora in attesa, per esempio, che l’associazione Reopen 9/11 ne parli sul suo sito francofono, pur essendo molto puntuale su tutti gli altri aspetti del caso). Pochi sanno, inoltre, che al momento degli attentati, le polizie federali degli Stati Uniti erano impegnate a smantellare la più grande rete spionistica israeliana mai identificata sul territorio statunitense. Nel marzo 2001, il National CounterIntelligence Center (NCIC) pubblicò questo messaggio sul suo sito web: “Durante le ultime sei settimane, i dipendenti degli uffici federali negli Stati Uniti hanno riferito attività sospette relative a individui che si spacciano per studenti stranieri che vendono o consegnano opere d’arte.” Il NCIC precisava che questi individui erano cittadini israeliani. “Si sono presentati nelle abitazioni private di funzionari federali con il pretesto di vendere oggetti artistici [13].”
Nell’estate seguente, la Drug Enforcement Agency (DEA) compilò un rapporto che venne svelato al pubblico dal Washington Post il 23 Novembre 2001, e poi da Le Monde il 14 marzo 2002, prima di essere reso completamente accessibile dalla rivista francese Intelligence Online. Questo rapporto elencava 140 israeliani arrestati dal marzo 2001. Di età compresa tra i 20 e i 30 anni e organizzati in squadre di 4-8 membri, avevano visitato almeno “36 siti sensibili del dipartimento della Difesa”. Molti di loro furono identificati come membri del Mossad e di Aman (l’intelligence militare israeliana), e sei erano in possesso di telefoni comprati da un ex-viceconsole israeliano. Sessanta furono arrestati dopo l’11 settembre, portando a 200 il numero di spie israeliane catturate. Furono tutte poi rilasciate.

DualBannerMichael Chertoff, cittadino israeliano, figlio di un rabbino ortodosso e di una pioniere del Mossad, dirigeva la divisione criminale del dipartimento della Giustizia nel 2001, e come tale fu il responsabile della conservazione e della distruzione di tutti i dati che riguardano l’11 settembre, dalle videocamere del Pentagono alle travi del World Trade Center. E’ a lui che gli “israeliani danzanti” devono il loro discreto rimpatrio. Nel 2003 fu nominato a capo del nuovo dipartimento per la Sicurezza interna, incaricato dell’antiterrorismo nel territorio statunitense, permettendogli di controllare il dissenso, pur continuando a limitare l’accesso ai dossier dell’11 settembre grazie alla legge Sensitive Security Information.

Il rapporto della DEA conclude che “la natura del comportamento di questi individui [...] ci porta a credere che gli incidenti costituissero forse un’attività di raccolta delle informazioni [14].” Ma la natura delle informazioni raccolte è ignota. Può darsi che lo spionaggio fosse una copertura secondaria, un paravento, di questi studenti d’arte israeliani, considerando l’addestramento militare ricevuto da alcuni di loro, ad esempio su demolizioni, esplosivi, preparazione di ordigni, disinnescare bombe, intercettare segnali elettronici secondo il rapporto della DEA. Uno degli agenti arrestati, Peer Segalovitz, “riconobbe di saper far esplodere edifici, ponti, automobili, tutto quello che voleva [15].” Perché questi agenti israeliani avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla loro vera missione con un’operazione di spionaggio così ostentata quanto inutile, curiosamente concentrata sulla Drug Enforcement Agency? La risposta a questa domanda è suggerita dal legame inquietante, di natura geografica, tra questa rete di persone e gli attentati dell’11 settembre.
Secondo il rapporto della DEA, “la località di Hollywood in Florida sembra essere il punto focale di questi individui [16].” In realtà, più di trenta falsi studenti spia israeliani, arrestati poco prima dell’11 settembre, vivevano  vicino Hollywood in Florida, dove si erano appositamente riuniti 15 dei 19 presunti dirottatori islamici (9 a Hollywood altri 6 dei dintorni). Uno di loro, Hanan Serfaty, da cui passarono almeno un centinaio di migliaia di dollari in tre mesi, aveva preso in affitto altri due appartamenti ad Hollywood, vicino all’appartamento e alla cassetta postale di Mohamed Atta, che ci presenteranno quale capo della banda dei dirottatori. Quali furono i rapporti tra le “spie israeliane” e i “terroristi islamici”? Secondo le spiegazioni imbarazzate dei media allineati, i primi sorvegliavano i secondi. Ascoltiamo ad esempio David Pujadas presentare l’articolo di ‘Intelligence Online‘ al telegiornale del 5 marzo 2002 di France 2: “Sempre a proposito d’Israele, ma riguardante l’Afghanistan ora, questo caso di spionaggio, che suscita preoccupazioni; una rete israeliana è stata smantellata negli Stati Uniti, in particolare in Florida: una delle sue missioni sarebbe stata monitorare degli uomini di al-Qaida (questo prima dell’11 settembre). Certe fonti vanno anche oltre: indicano che il Mossad non avrebbe fornito tutte le informazioni in suo possesso.” Questa spiegazione eufemistica è un esempio di limitazione dei danni. Israele ne esce appena scalfito, poiché non si può accusare un servizio segreto di non condividere le proprie informazioni. Tuttalpiù si può accusare Israele di “aver lasciato correre”, garantendosi l’impunità. Questo spiega, a mio parere, la sotto-copertura di spie dei falsi studenti israeliani, in effetti esperti di attentati false flag. In realtà, la loro volontariamente grossolana copertura da studenti era volta ad attirare l’attenzione sulla copertura secondaria, quella di spie, che serviva da alibi per la loro vicinanza ai presunti terroristi.
La verità è probabilmente che non spiavano i terroristi, ma li manipolavano, li  finanziavano e probabilmente li hanno eliminati poco prima dell’11 settembre. Un articolo del New York Times del 18 febbraio 2009, riferisce che la Ali al-Jarrah, cugino del sospetto terrorista sul Volo 93 Ziad al-Jarrah, fu per 25 anni una spia del Mossad infiltrata nella resistenza palestinese e in Hezbollah dal 1983. E’ attualmente in carcere in Libano. Ricordiamo inoltre che il Mohamed Atta della Florida era finto. Il vero Mohamed Atta, che ha chiamò suo padre dopo gli attentati (come questi confermò alla rivista tedesca Bild am Sonntag, alla fine del 2002), era descritto dalla famiglia come devoto, riservato, puritano e spaventato dall’idea di volare. Gli avevano rubato il  passaporto nel 1999, mentre studiava architettura ad Amburgo. Il falso Mohamed Atta della Florida viveva con una spogliarellista, mangiava carne di maiale, amava le auto veloci, i casinò e la cocaina. Come riportato dal South Florida Sun-Sentinel del 16 settembre (con il titolo “Il comportamento dei sospettati non si giustifica”), seguito da molti quotidiani nazionali, questo Atta veniva descritto come un ubriacone e drogato che pagava diverse prostitute nelle settimane e nei giorni precedenti gli attentati dell’11 settembre, e altri quattro terroristi suicidi ebbero un comportamento simile, poco compatibile per degli islamisti che si preparano a morire [17].

La rete di New York
Secondo l’agente rinnegato Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il Mossad deve la sua efficienza alla rete internazionale di Sayanim (“collaboratori”), termine ebraico che descrive gli ebrei che vivono fuori da Israele e pronti ad eseguire su richiesta azioni illegali, senza necessariamente conoscerne lo scopo. Si contano a migliaia negli Stati Uniti, in particolare a New York, dove si concentra la comunità ebraica degli Stati Uniti. Larry Silverstein, l’affittuario delle Torri Gemelle nell’aprile 2001, appare come l’archetipo del sayanim dell’11 settembre. È membro di spicco della United Jewish Appeal Federation of Jewish Philanthropies of New York, il più grande collettore di fondi per Israele degli Stati Uniti (dopo il governo degli Stati Uniti, che versa ogni anno tre miliardi di aiuti a Israele). Silverstein era anche, al momento degli attentati, intimo amico di Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu con cui intratteneva conversazioni ogni domenica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz. Il socio di Silverstein nel contratto di locazione del WTC per un centro commerciale al piano seminterrato, Frank Lowy, era un altro “filantropo” sionista vicino ad Ehud Barak ed Ehud Olmert, e un ex-membro dell’Haganah. Il capo della New York Port Authority, che privatizzò il WTC concedendolo in affitto a Silverstein e Lowy era Lewis Eisenberg, membro dell’United Jewish Appeal Federation ed ex-vicepresidente dell’AIPAC. Silverstein, Lowy ed Eisenberg erano indubbiamente tre uomini chiave nella pianificazione degli attentati contro le Torri Gemelle.
Altri membri della rete di New York poterono essere identificati. Secondo il rapporto del NIST, il Boeing che si schiantò sulla torre Nord “fece uno squarcio ampio più della metà della larghezza del palazzo, dal 93° al 99° piano. Tutti questi piani erano occupati dalla Marsh & McLennan, una compagnia di assicurazione internazionale che occupava anche il 100° piano [18].” L’amministratore delegato di Marsh & McLennan era Jeffrey Greenberg, membro di una ricca famiglia ebraica che aveva contribuito notevolmente alla campagna di George W. Bush. I Greenberg erano anche tra gli assicuratori delle Torri Gemelle, e il 24 luglio 2001 presero la precauzione di rinegoziare i contratti presso i concorrenti che dovevano indennizzare Silverstein e Lowy. Essendo il mondo dei neocon piccolo, proprio nel novembre 2000 il Consiglio di Amministrazione di Marsh & McLennan accolse Paul Bremer, presidente della Commissione nazionale sul terrorismo al momento degli attentati, poi nominato nel 2003 a capo della Coalition Provisional Authority (CPA).
Complicità dovranno essere ricercate anche negli aeroporti e nelle compagnie aeree coinvolte negli attentati. Gli aeroporti da cui partirono i voli AA11, UA175 e UA93 (aeroporto Logan di Boston e aeroporto di Newark nei pressi di New York) avevano subappaltato le loro sicurezza alla società ‘International Consultants on Targeted Security (ICTS)’, una società con capitale israeliano guidata da Menachem Atzmon, un tesoriere del Likud. Un’approfondita indagine permetterebbe certamente di trovare altre complicità. Per esempio dovrebbe interessare la Zim Israel Navigational, un gigante del trasporto marittimo controllato per il 48% dallo Stato ebraico (noto per servire da copertura del servizio segreto israeliano), la cui antenna statunitense lasciò i suoi uffici nel WTC, con relativi 200 dipendenti, il 4 Settembre 2001, una settimana prima degli attentati; “come per atto divino [19]“, disse l’amministratore delegato Shaul Cohen-Mintz.

E’ il petrolio, stupido!
Tutti questi fatti danno un nuovo senso ai propositi del membro della Commissione sull’11 settembre Bob Graham, che citava nell’intervista alla PBS nel dicembre del 2002, “Abbiamo la prova che governi stranieri supportarono almeno le attività di certi terroristi negli Stati Uniti [20].” Graham, ovviamente, si riferiva all’Arabia Saudita. Perché la famiglia Saud avrebbe finanziato Usama bin Ladin, nonostante gli avesse revocato la cittadinanza saudita e messogli una taglia dopo gli attentati realizzati sul proprio territorio? La risposta di Graham, formulata nel luglio 2011, fu “le minacce di Usama di fomentare tumulti sociali contro la monarchia, guidati da al-Qaida [21].” I Saud avrebbero supportato bin Ladin temendo le sue minacce di fomentare rivolte. Questa ridicola teoria (Graham, a corto di argomenti, ne fece un romanzo) [22] non ha che uno scopo: distogliere i sospetti dal solo ‘governo straniero’ i cui legami con i presunti terroristi vengono dimostrati, Israele, piuttosto che la sua nemica Arabia Saudita. Vien da ridere, leggendo la presentazione del libro La Guerre d’après (2003) dell’anti-saudita Laurent Murawiec, secondo cui “Il potere regale (saudita) è riuscito negli anni ad infiltrare agenti d’influenza ai vertici del governo degli Stati Uniti organizzando un’efficace lobby intellettuale che controlla diverse delle università più prestigiose del Paese [23].” Afferma inoltre che la pista saudita è stata insabbiata per via dell’amicizia tra i Bush e i Saud. Graham e i suoi amici neocon usano George W. Bush come fusibile o parafulmine. Una strategia che paga, in quanto il movimento 9/11 Truth, nel suo complesso, s’accanisce contro di lui e vieta di pronunciare il nome d’Israele. Si riconosce l’arte di Machiavelli: fare svolgere il lavoro sporco a terzi, e poi esporli al verdetto popolare.
Il giorno in cui, sotto la pressione dell’opinione pubblica, i grandi media saranno costretti ad abbandonare la tesi ufficiale, il movimento dissidente sarà stato ampiamente infiltrato e gli slogan sull’11 settembre, come Inside Job, avranno già preparato le menti a scatenarsi contro Bush, Cheney ed altri, mentre i neocon rimarranno fuori dalla portata della giustizia. E se il giorno delle grandi rivelazioni, i media sionisti non riuscissero a tenere Israele fuori dall’attenzione, lo Stato ebraico potrà sempre giocare la carta chomskiana: America made me do it. Noam Chomsky [24], rimasto nell’estrema sinistra dopo che il trotskista Irving Kristol è passato all’estrema destra formando il movimento neocon, continua a rilanciare inesorabilmente l’argomento trito che Israele non fa altro che eseguire la volontà degli Stati Uniti, di cui non sarebbe che il 51° Stato e il gendarme in Medio Oriente. Secondo Chomsky e le figure mediatizzate della sinistra radicale statunitense come Michael Moore, la destabilizzazione del Medio Oriente sarebbe volontà di Washington piuttosto che di Tel Aviv. La guerra in Iraq? Per il petrolio: “Certo che era per le risorse energetiche dell’Iraq. La questione non si pone [25].” Segno dei tempi che cambiano, ecco che Chomsky riprende il ritornello di Alan Greenspan, direttore della Federal Reserve, che nel suo libro ‘L’età della turbolenza’ (2007) fa finta di rivelare “ciò che tutti sanno: una dei principali motivi della guerra all’Iraq, è il petrolio della regione.”
A ciò bisogna rispondere con James Petras (Zionism, Militarism and the Decline of US Power), Stephen Sniegoski (The Transparent Cabal) e Jonathan Cook (Israel and the Clash of Civilizations): “Big Oil non solo non ha incoraggiato l’invasione, ma non è riuscito nemmeno a controllare un singolo pozzo di petrolio, nonostante la presenza di 160.000 soldati statunitensi, di 127.000 mercenari pagati dal Pentagono e dal dipartimento di Stato e di un governo di fantocci corrotti [26].” No, il petrolio non spiega la guerra in Iraq, né spiega la guerra in Afghanistan, né spiega l’assalto alla Siria per mezzo dei mercenari, e neanche spiega la prevista guerra contro l’Iran. E non è certamente la lobby del petrolio che ha il potere d’imporre il “grande tabù” a tutta la sfera mediatica (da Marianne a Echoes, nel caso della Francia).

La cultura israeliana del terrorismo false flag
Un breve promemoria è necessario per collocare meglio l’11 settembre nella Storia. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di produzione di falsi pretesti di guerra. Potremmo risalire al 1845 con la guerra espansionistica contro il Messico, scatenata dalle provocazioni statunitensi sulla contesa zona al confine con il Texas (il fiume Nueces per i messicani, il Rio Grande per i texani) finché gli scontri diedero al presidente James Polk (un texano), la possibilità di dichiarare che i messicani avevano “versato sangue di americani sul suolo americano‘”. Dopo la guerra, un deputato di nome Abraham Lincoln fece riconoscere al Congresso la menzogna di questo casus belli. Da allora in poi, tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti lo furono per falsi pretesti: l’esplosione dell’USS Maine per la guerra contro la Spagna a Cuba, l’affondamento del Lusitania per l’ingresso nella Prima guerra mondiale, Pearl Harbor per la Seconda e il Golfo del Tonchino per la guerra al Vietnam del Nord. Tuttavia, solo per l’esplosione dell’USS Maine, che causò qualche morto, c’è ancora la possibilità di non parlare propriamente dello stratagemma della false flag.
Tuttavia, è un dato di fatto che Israele abbia un passato gravido ed esperienza di attentati false flag. La storia mondiale di tali stratagemmi, indubbiamente dovrebbe consacrare la metà delle sue pagine ad Israele, pur essendo la più giovane delle nazioni moderne. Tale piega fu presa anche prima della creazione d’Israele, con l’attentato al King David Hotel, il quartier generale delle autorità inglesi a Gerusalemme. La mattina del 22 luglio 1946, sei terroristi dell’Irgun (la banda terroristica comandata da Menachem Begin, futuro Primo ministro), travestiti da arabi furono visti entrare nell’edificio e depositare presso il pilastro centrale dell’edificio 225kg di tritolo nascosto in bidoni del latte, mentre altri terroristi dell’Irgun piazzavano esplosivo nelle strade di accesso all’edificio, per impedire l’arrivo dei soccorsi. Quando un ufficiale inglese s’insospettì, esplose uno scontro a fuoco nell’hotel e i membri del commando fuggirono accendendo gli esplosivi. L’esplosione uccise 91 persone, in maggioranza inglesi, ma anche 15 ebrei.
Lo schema venne ripetuto in Egitto nell’estate del 1954, con l’operazione Susannah, il cui scopo era compromettere il ritiro degli inglesi dal Canale di Suez, come richiesto dal colonnello Gamal Abdel Nasser con il supporto del presidente Eisenhower. Quest’operazione fu sventata ed è nota come “Affare Lavon”, dal nome del Primo ministro israeliano responsabile degli attentati. L’attacco sotto falsa bandiera israeliano più famoso e più catastrofico  riguardò la nave statunitense della NSA USS Liberty, l’8 giugno 1967 al largo delle coste dell’Egitto, due giorni prima della fine della guerra dei Sei giorni; già si assisteva alla profonda collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti, quando l’amministrazione Johnson coprì e forse perfino incitò questo crimine contro i propri tecnici e soldati. Ho citato questi due casi in un precedente articolo e non ne parlerò più [27].
Nel 1986, il Mossad tentò di far credere che una serie di ordini terroristici fossero stati trasmessi dalla Libia alle varie ambasciate libiche nel mondo. Secondo l’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il  servizio segreto israeliano utilizzò un sistema di comunicazioni speciale chiamato “Cavallo di Troia”, installato da un commando nel territorio nemico. Il sistema fungeva da stazione di trasmissioni di falsi comunicati inviati da una nave israeliana, e immediatamente inserite sulle frequenze utilizzate dallo Stato libico. Come aveva sperato il Mossad, la NSA captò e decifrò le trasmissioni che furono interpretate come prova che i libici sostenessero il terrorismo; cosa che i rapporti del Mossad opportunamente confermarono. Israele sfruttava la promessa di Reagan di attuare ritorsioni contro qualsiasi Paese colto a sostenere il terrorismo. Gli statunitensi caddero nella trappola e si trascinarono gli inglesi e i tedeschi. Il 14 aprile 1986, centosessanta aerei statunitensi sganciarono oltre sessanta tonnellate di bombe sulla Libia, mirando principalmente ad aeroporti e basi militari. Tra le vittime libiche vi fu la figlia adottiva di Gheddafi, di quattro anni. La missione fece saltare un accordo per il rilascio degli ostaggi statunitensi trattenuti in Libano.

isserharelIsser Harel, fondatore dei servizi segreti israeliani, avrebbe predetto al cristiano sionista Michael Evans, nel 1980, che il terrorismo islamico infine avrebbe colpito gli Stati Uniti. “Nella teologia islamica, il simbolo fallico è molto importante. Il vostro simbolo fallico più grande è l’edificio più alto di New York, e sarà quel simbolo fallico che colpiranno”. Nel riferire ciò in un intervista nel 2004 Evans, autore di “The American Prophecies, Terrorism and Mid-East Conflict Reveal a Nation’s Destiny“, sperava di far passare Harel per un profeta. Le menti razionali vedranno che l’11 settembre è maturato 30 anni prima, nel seno dello Stato profondo israeliano.

La capacità di manipolazione del Mossad, oggi possono essere ulteriormente illustrate da due fatti analizzati da Thomas Gordon. Il 17 aprile 1986 una giovane irlandese di nome Ann-Marie Murphy imbarcò, a sua insaputa, 1,5 chili di Semtex su un volo da Londra a Tel Aviv. Il suo fidanzato, un pakistano di nome Nezar Hindawi, fu arrestato mentre cercava di fuggire verso l’ambasciata siriana. Entrambi erano stati effettivamente ‘gestiti’ dal Mossad, che ottenne il risultato desiderato: il governo della Thatcher ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria. Ma l’inganno fu sventato dai vertici (come Jacques Chirac confessò al Washington Times) [28]. Nel gennaio 1987, il palestinese Ismail Sowan, una talpa del Mossad infiltrata nell’OLP a Londra, ricevette da uno sconosciuto che diceva di essere un inviato dei capi dell’OLP, due valigie piene di armi ed esplosivi. Ismail avvertì i suoi contatti del Mossad, che l’inviarono a Tel Aviv e che, al suo ritorno, denunciarono presso Scotland Yard come sospetto di un possibile attentato islamista a Londra. Ismail venne arrestato al suo ritorno a Heathrow e accusato sulla base delle armi trovate a casa sua. Risultato: il Mossad fece un favore al governo Thatcher [29].
Dopo l’attentato del 26 febbraio 1993 contro il World Trade Center, l’FBI  arrestò il palestinese Ahmed Ajaj e lo identificò quale terrorista legato ad Hamas, ma il giornale israeliano Kol Ha’ir dimostrò che Ajaj non ebbe mai a che fare con Hamas o l’OLP. Secondo il giornalista Robert Friedman, autore di un articolo su The Village Voice del 3 agosto 1993, Ajaj era in realtà un piccolo truffatore arrestato nel 1988 per falsificazione di dollari, condannato a due anni e mezzo di carcere e rilasciato dopo un anno grazie al suo accordo con il Mossad, per conto del quale infiltrò alcuni gruppi palestinesi. Dopo il suo rilascio, Ajaj venne arrestato e imprigionato di nuovo per breve tempo, questa volta per aver cercato di contrabbandare armi per Fatah in Cisgiordania. Fu quindi con l’attentato al WTC nel 1993 che vennero attuate le stesse tattiche utilizzate dagli israeliani nel 2001: compiere attentati terroristici da attribuire ai Palestinesi.

Atentado_AMIA-635x357L’attentato contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992, che causò 29 morti e 242 feriti, fu immediatamente attribuito a un kamikaze di Hezbollah che avrebbe usato un camion bomba. Ma il magistrato incaricato delle indagini svelò le pressioni dei delegati statunitensi ed israeliani, così come le manipolazioni delle prove e le false testimonianze volte a orientare le indagini verso l’ipotesi del camion-bomba, mentre i fatti indicavano che l’esplosione avvenne dall’interno dell’edificio. Quando la Corte Suprema argentina confermò questa tesi, il portavoce dell’ambasciata israeliana accusò i giudici di antisemitismo.

E’ interessante ricordare ciò che scrissero Philip Zelikow e John Deutch nel dicembre 1998, in un articolo per Foreign Affairs dal titolo “terrorismo catastrofico”, immaginando a proposito di quella del 1993, che la bomba fosse stata nucleare, evocando già una nuova Pearl Harbour. “Tale atto di ‘terrorismo catastrofico’, che ucciderebbe migliaia o decine di migliaia di persone, e influenzerebbe i bisogni vitali di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone, sarebbe il punto di non ritorno nella storia degli Stati Uniti.  Potrebbe causare perdite umane e materiali senza precedenti in tempo di pace, e avrebbe certamente pregiudicato il senso di sicurezza degli USA entro i propri confini, come accadde similmente con il test atomico sovietico nel 1949, o forse peggio. [...] Come Pearl Harbor, questo evento dividerebbe la nostra storia tra un prima e un dopo. Gli Stati Uniti, in un caso del genere, potrebbero rispondere con misure draconiane, riducendo le libertà individuali, consentendo un maggiore controllo sui cittadini, la detenzione dei sospetti e l’uso letale della forza [30].” Il 12 gennaio 2000, secondo il settimanale indiano The Week, ufficiali dell’intelligence indiana arrestarono all’aeroporto di Calcutta undici predicatori islamisti che stavano imbarcandosi su un volo diretto in Bangladesh. Erano sospettati di appartenere ad al-Qaida e di voler dirottare l’aereo. Si  spacciarono da afghani soggiornanti in Iran prima di trascorrere due mesi in India a predicare l’Islam. Ma si scoprì che avevano tutti passaporti israeliani. L’ufficiale dei servizi segreti indiani disse a The Week che Tel Aviv “esercitò forti pressioni” su Delhi per assicurarsene il rilascio.
Il 12 ottobre 2000, nelle ultime settimane del mandato di Clinton, il cacciatorpediniere USS Cole, in rotta verso il Golfo Persico, ricevette l’ordine dalla sua base di partenza a Norfolk, di fare rifornimento nel porto di Aden nello Yemen, una procedura insolita dal momento che questi cacciatorpediniere vengono generalmente riforniti da una petroliera della Marina in mare aperto. Il comandante della nave espresse sorpresa e preoccupazione: l’USS Cole era stato già rifornito all’ingresso del Canale di Suez, e lo Yemen era una zona ostile. L’USS Cole stava attraccando quando fu avvicinato da un dinghy assegnato, apparentemente, alla rimozione dei rifiuti, che esplose contro lo scafo uccidendo 17 marinai e ferendone 50. I due “kamikaze” alla guida della barca morirono in questo “attentato suicida”. L’attentato fu subito attribuito ad al-Qaida, anche se bin Ladin non lo rivendicò e i taliban negarono che il loro ospite potesse esservi coinvolto. L’accusa diede agli Stati Uniti il pretesto per costringere il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh a cooperare nella lotta contro l’islamismo anti-imperialista, chiudendo, per cominciare, tredici campi paramilitari sul suo territorio. Inoltre, qualche settimana prima delle elezioni, l’attentato fu la ‘sorpresa d’ottobre’ che portò al potere Bush. John O’Neill era a capo delle indagini nello Yemen. Agente dell’FBI da 20 anni con esperienza specialistica nell’antiterrorismo, aveva indagato sull’attentato al WTC del 1993. La sua squadra arrivò a sospettare che Israele avesse lanciato un missile da un sottomarino: il buco indicava una carica perforante, non spiegabile dalla sola esplosione del dinghy. I sospetti furono condivisi anche dal presidente Saleh che evocò in un’intervista a Newsweek la possibilità che “l’attentato fosse opera d’Israele che cercava di danneggiare le relazioni USA-Yemen [31].” O’Neill e la sua squadra subirono l’ostilità dell’ambasciatrice degli Stati Uniti Barbara Bodine. Ebbero il divieto d’immergersi per ispezionare i danni. Infine, approfittando del loro rientro a New York per il Ringraziamento, Bodine ne impedì il ritorno nello Yemen. I membri dell’equipaggio del Cole ricevettero l’ordine di non parlare dell’attacco al Naval Criminal Investigative Service (NCIS). Nel luglio 2001, O’Neill si dimise dall’FBI e si vide subito offrire l’incarico di capo della sicurezza al WTC, che doveva occupare a partire dall’11 settembre 2001. Il suo corpo fu rinvenuto tra le macerie del WTC, disperso da due giorni. Invece Barbara Bodine entrò a far parte, nel 2003, nella corrotta squadra della Coalition Provisional Authority (CPA) di Baghdad.

mossad_mottoDove si ferma la lista dei falsi attentati islamici d’ideazione sionista? Il “New York Times” e altri giornali hanno riferito che il 19 settembre 2005, due agenti delle forze speciali britanniche (SAS) vennero arrestati dopo aver forzato un posto di blocco su un’auto carica di armi, munizioni, esplosivi e detonatori, che guidavano travestiti da arabi. Si sospetta che progettassero   attentati mortali nel centro di Bassora, nel corso di un evento religioso, per fomentare il conflitto tra sciiti e sunniti. La sera stessa, unità SAS liberarono i due agenti distruggendo il carcere, con il supporto di una decina di carri armati e di elicotteri. Il capitano Masters, incaricato delle indagini su questa vicenda imbarazzante, morì a Bassora il 15 ottobre.

Note
[1] Osama-Berlusconi? “Trappola giornalistica”; Demystifying 9/11: Israel and the Tactics of Mistake — Alan Sabrosky
[2] “Wildcard. Ruthless and cunning. Has capability to target U.S. forces and make it look like a Palestinian/Arab act” (Rowan Scarborough, “U.S. troops would enforce peace Under Army study”, The Washington Times, 10 settembre 2001).
[3] Oltre al libro di Hisham Hamza e quello di Christopher Bollyn, consultare su questo tema: Justin Raimondo, The Terror Enigma: 9/11 and the Israeli Connection, iUniversal 2003, così come l’articolo di Christopher Ketcham “What Did Israel Know in Advance of the 9/11 Attacks?” Counterpunch, 2007, vol. 14, pag. 1-10.
[4] «Vehicle possibly related to New York terrorist attack. White, 2000 Chevrolet van with New Jersey registration with ’Urban Moving Systems’ sign on back seen at Liberty State Park, Jersey City, NJ, at the time of first impact of jetliner into World Trade Center. Three individuals with van were seen celebrating after initial impact and subsequent explosion» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[5] «We are Israelis. We are not your problem. Your problems are our problems. The Palestinians are your problem » (Hicham Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[6] «There are maps of the city in the car with certain places highlighted. It looked like they’re hooked in with this. It looked like they knew what was going to happen when they were at Liberty State Park» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[7] «I was in tears. These guys were joking and that bothered me» (Raimondo, The Terror Enigma, p. 19 ). Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2.
[8] «They smiled, they hugged each other and they appeared to ‘high five’ one another»; «the United States will take steps to stop terrorism in the world»; «Give us twenty years and we’ll take over your media and destroy your country»; «an individual in South America with authentic ties to Islamic militants in the middle east»; «The vehicule was also searched by a trained bomb-sniffing dog which yielded a positive result for the presence of explosive traces» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[9] «that the FBI no longer has any investigative interests in the detainees and they should proceed with the appropriate immigration proceedings» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[10] “Our purpose was to document the event” (su Youtube, «Dancing Israelis Our purpose was to document the event»).
[11] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[12] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[13] “In the past six weeks, employees in federal office buildings located throughout the United States have reported suspicious activities connected with individuals representing themselves as foreign students selling or delivering artwork.” “these individuals have also gone to the private residences of senior federal officials under the guise of selling art.” Il rapporto completo della DEA
[14] “The nature of the individuals’ conducts […] leads us to believe the incidents may well be an organized intelligence gathering activity” (Raimondo, The Terror Enigma, p. x).
[15] “acknowledged he could blow up buildings, bridges, cars, and anything else that he needed to” (Bollyn, Solving 9/11, p. 159).
[16] The Hollywood, Florida, area seems to be a central point for these individuals” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 3).
[17] David Ray Griffin, 9/11 Contradictions, Arris Books, 2008, p. 142-156, cita Daily Mail, Boston Herald, San Francisco Chronicle e Wall Street Journal.
[18] «The aircraft cut a gash that was over half the width of the building and extended from the 93rd floor to the 99th floor. All but the lowest of these floors were occupied by Marsh & McLennan, a worldwide insurance company, which also occupied the 100th floor» (p. 20). Elementi analizzati da Lalo Vespera su La Parenthèse enchantée, capitolo 10.
[19] «Like an act of God, we moved» (USA Today, 17 settembre 2001).
[20] “evidence that there were foreign governments involved in facilitating the activities of at least some of the terrorists in the United States” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 64).
[21] «the threat of civil unrest against the monarchy, led by al Qaeda» («Saudi Arabia: Friend or Foe?», The Daily Beast, 11 juillet 2011).
[22] The Keys to the Kingdom, Vanguard Press, 2011.
[23] Presentazione su Amazon (http://www.amazon.ca/Guerre-Dapres-La-LAURENT-MURAWIEC/dp/2226137548)
[24] «Le contrôle des dégâts: Noam Chomsky et le conflit israélo-israélien» e «Contrairement aux théories de Chomsky, les États-Unis n’ont aucun intérêt à soutenir Israël», Jeffrey Blankfort, Traduzione di Marcel Charbonnier, Réseau Voltaire, 30 luglio e 21 agosto 2006
[25] “Of course it was Iraq’s energy resources. It’s not even a question” (cité dans Stephen Sniegoski, The Transparent Cabal: The Neoconservative Agenda, War in the Middle East, and the National Interest of Israel, Enigma Edition, 2008, p. 333).
[26] «‘Big Oil’ not only did not promote the invasion, but has failed to secure a single oil field, despite the presence of 160,000 US troops, 127,000 Pentagon/State Department paid mercenaries and a corrupt puppet régime» (James Petras, Zionism, Militarism and the Decline of US Power, Clarity Press, 2008, p. 18).
[27] Voltairenet
[28] Gordon Thomas, Histoire secrète du Mossad: de 1951 à nos jours, Nouveau Monde éditions, 2006, p. 384-5.
[29] Thomas, Histoire secrète du Mossad, p. 410-41.
[30] “An act of catastrophic terrorism that killed thousands or tens of thousands of people and/or disrupted the necessities of life for hundreds of thousands, or even millions, would be a watershed event in America’s history. It could involve loss of life and property unprecedented for peacetime and undermine Americans’ fundamental sense of security within their own borders in a manner akin to the 1949 Soviet atomic bomb test, or perhaps even worse. […] Like Pearl Harbor, the event would divide our past and future into a before and after. The United States might respond with draconian measures scaling back civil liberties, allowing wider surveillance of citizens, detention of suspects and use of deadly force” (Griffin, 9/11 Contradictions, p. 295-6).
[31] “Trying to spoil the U.S.-Yemeni Relationship

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: Fallimento della NATO in Libia e sconvolgimento dell’US Army

Horace G. Campbell, Pambazuka, 26/11/2012
PETRAEUS AFGHANISTAN

La relazione extraconiugale che avrebbe causato le dimissioni del capo della CIA, generale Petraeus, è insignificante in confronto all’appartenenza a una sezione delle forze armate e delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti che persegue un complesso e completo programma di destra. E’ in questo contesto che i giornalisti e le università sono manipolati con la bella storia dell’AFRICOM, in particolare sulla Libia, diffusa negli Stati Uniti. Ma la morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi sfata questo mito.

Carter Ham è stato sollevato dal suo incarico a capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM). Petraeus si è dimesso dalla CIA il 9 novembre. Il 26 ottobre, il viceammiraglio Charles M. Gaouette è stato assegnato al comando del gruppo d’attacco dell’USS John Stennis. Questi tre cambiamenti nei vertici della dirigenza militare statunitense sono tutti collegati al fallimento della missione e dell’intervento della NATO in Nord Africa, con la successiva guerra e ondate di assassini effettuati dalle milizie in Libia, in particolare a Bengasi. Questi cambiamenti mostrano la nuova autonomia e capacità di combattere una guerra testata in circostanze in cui, la CIA e i capi delle strutture di comando militare, come il Comando Centrale (CENTCOM) o AFRICOM, perseguono politiche indipendenti dal potere esecutivo e dalla leadership civile. Questi esperimenti hanno fallito, con conseguenze devastanti per l’intero apparato militare, incastrando generali, speculatori finanziari e specialisti mediatici di questioni militari e politiche.
Il 18 ottobre 2012, il segretario della difesa, Leon Panetta, annunciava che il presidente Obama avrebbe nominato comandante di AFRICOM il generale David Rodriguez, in sostituzione di Carter Ham. Quest’ultimo ha preso il comando di Africom dal generale William “Kip” Ward l’8 marzo 2011, e si fece notare come responsabile dell’intervento internazionale della NATO in Libia, presumendo che sarebbe durato un mese. Questa guerra è durata più di un anno. Un anno più tardi, dopo che le forze NATO hanno annunciato il loro “successo” in Libia, gli scontri con le milizie dell’11 settembre 2012 portarono al decesso dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Christopher Stevens, e di altre tre persone (uno specialista del dipartimento di stato e due agenti della CIA) nei “locali” statunitensi di Bengasi. La risposta all’indagine interna dell’US Army è stata la nomina del generale David Rodriguez a capo di AFRICOM. Se e quando il Senato confermerà la nomina di David Rodriguez, AFRICOM avrà avuto tre diversi comandanti in meno di quattro anni.
Il 9 novembre, due giorni dopo che Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, veniva annunciato che il generale a quattro stelle in pensione e direttore generale della Central Intelligence Agency (CIA) si era dimesso. David H. Petraeus, che aveva corteggiato la stampa e le università per crearsi la reputazione di soldato-studioso di successo, improvvisamente si dimetteva dopo che la sua relazione extraconiugale era stata rivelata al pubblico. Questa relazione extraconiugale, a Washington, con la sua biografa che ha scritto “Tutto: la formazione del generale David Petraeus“, non era un segreto per nessuno. Questo libro è stato pubblicato nel gennaio 2012. Quando Paula Broadwell apparve in televisione a gennaio per promuoverlo, fece un discorso era pieno di allusioni, e coloro che potevano leggere tra le righe avrebbero capito ciò che stava cercando di comunicare. I media hanno riferito che la relazione extraconiugale è stata scoperta dal Federal Bureau of Investigation (FBI) e che questo testimoniava “un giudizio discutibile” del generale. Tra il 18 ottobre, quando il comandante di AFRICOM è stato sollevato dal suo incarico, e il 9 novembre, quando il generale Petraeus si è dimesso, c’è stato un notevole sforzo per presentare le informazioni sugli eventi di Bengasi, allo scopo d’influenzare il risultato delle elezioni presidenziali del 6 novembre. In gergo militare, questo sforzo dei neo-conservatori di scaricare la caduta di Bengasi sulle spalle della Casa Bianca, sarebbe stata considerata un’operazione d’informazione militare.
La stretta relazione tra media statunitensi, mondo accademico e forze armate è stata perfezionata nella nuova guerra, volta a combattere secondo i metodi sperimentati dall’adozione del Patriot Act e dalla fusione di media, aziende high-tech e quelle armi letali, robotiche, senza equipaggio, chiamate droni. Nella guerra gestita con tali metodi, i giornalisti e gli accademici che servono gli interessi dei vari rami militari hanno cercato di nascondere quegli enormi fallimenti come il fiasco dell’Iraq o della massiccia guerra contro la droga in Afghanistan. Questi camuffamenti sono stati rafforzati da relazioni tendenziose sul ruolo dei vari generali. Il recente libro di Thomas Ricks: “Generali: il comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi” è uno degli spettacoli della nuova alleanza tra settori dei media e della dirigenza  militare. In questo libro, molti generali vengono criticati per la loro incompetenza e mancanza di visione. Tom Ricks ha partecipato a un dibattito dicendo che molti generali erano da licenziare. Per quanto riguarda Petraeus, Tom Ricks ha avuto solo complimenti, notando che “ha dimostrato una vera indipendenza mentale… Si tratta di un generale che sa adattarsi.” In questo libro, Petraeus è la pietra di paragone, mentre altri, come Tommy Frank e Casey vengono paragonati a William Westmoreland, simbolo del fallimento in Vietnam. Il web è ormai invaso da storie di sesso, intrighi e corruzione ora svelati al Mondo, in modo che tutti possano vedere come dei generali, come John Allen comandante delle forze USA in Afghanistan, che si ritiene sia al centro della guerra, abbia avuto il tempo e lo spazio per inviare da 20 a 30000 pagine di e-mail a Jill Kelley, una donna che vive a Tampa (Florida) considerata una rivale dell’amante del generale Petraeus. I titoli dei media su “la comunicazione non appropriata” con Jill Kelly, può distrarre dalla realtà dell’attuale situazione di guerra e di insicurezza in Libia, che ha provocato più di 50.000 morti  dall’intervento della NATO e della sua “responsabilità di proteggere“.
Per il popolo libico, le Nazioni Unite e la comunità pacifista, la rivelazione dello scandalo Petraeus ha un interesse particolare a causa della stretta relazione tra compagnie petrolifere, agenzie militari e di intelligence occidentali e le milizie di predoni che terrorizzano la popolazione libica. Il fallimento della strategia di controinsurrezione in Iraq e in Afghanistan si svela in Libia. Tutto è qui. Quando le informazioni sull’attacco ai “locali” statunitensi a Bengasi furono date, ci fu confusione. Lo spazio attaccato è un “consolato”, un “locale” del Dipartimento di Stato, un rifugio della CIA o, addirittura, una prigione per i miliziani catturati? Questa confusione ha distolto l’attenzione dal fatto che gli elementi dell’esercito hanno formulato una politica di allineamento con alcune milizie nella parte orientale della Libia (a volte chiamati jihadisti), che in passato hanno avuto legami con gruppi che gli Stati Uniti indicavano come “organizzazioni terroristiche”. Francia, CIA e AFRICOM hanno avuto come alleati questi jihadisti, nel destabilizzare la Libia, congelare i miliardi di Gheddafi, assassinarlo e stringere un’alleanza con una Libia quale base per l’attuale spinta al cambio di regime in Siria. I repubblicani pensavano di poter approfittare della confusione e della disinformazione diffuse dai servizi d’intelligence e militari sulla vera causa della morte dell’ambasciatore statunitense a Bengasi. Le udienze si svolgono su richiesta dei repubblicani, nel Congresso dominato dai repubblicani. Il Dipartimento di Stato ha fatto dichiarazioni, e la CIA ha pubblicato un calendario degli eventi a Bengasi, nella notte dell’11 settembre.
I media conservatori tentano di politicizzare il caso cercando di presentare una tabella che dimostri l’incompetenza dell’amministrazione Obama. Dopo ogni nuova dichiarazione alla stampa e presentazione del calendario, spuntano nuove informazioni, che pongono nuove questioni circa il marciume e la corruzione nell’esercito degli Stati Uniti. Dopo le sue dimissioni, è stato riferito dalla stampa statunitense che il generale David Petraeus ha visitato la Libia a fine ottobre, per condurre una propria indagine (alcuni direbbero un cover-up). Dopo la pubblicazione di queste informazioni, è stato rivelato che la CIA deteneva  miliziani libici in un suo edificio a Bengasi. Queste informazioni, rilasciate da Paula Broadwell in un discorso all’Università di Denver il 26 ottobre, ha ulteriormente complicato il nodo libico. Petraeus è stato il comandante delle forze USA in Iraq e in Afghanistan, in un momento della storia degli Stati Uniti in cui le informazioni militari sono importanti quanto le armi. Secondo la dottrina militare degli Stati Uniti, in questa nuova forma di guerra c’è una lotta per il controllo della narrazione. L’esercito degli Stati Uniti non è mai stato in grado di controllare le storie sull’Africa perché la storia della supremazia e del sciovinismo bianco hanno impedito una chiara comprensione delle dinamiche dell’auto-determinazione in Africa. Nel corso degli ultimi dieci anni, di assoluto fallimento delle operazioni militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan, lo sforzo per  controllare la narrazione ha comportato una massiccia campagna di disinformazione contro i cittadini statunitensi.
Nel caso specifico della Libia, i media hanno presentato la “fine della guerra” come la vittoria delle forze della NATO. La verità non è mai stata dichiarata. Non è mai stato detto che la lotta continua in Libia, con la recentissima battaglia di Bani Walid quale prova esplicita della continuazione della guerra. Il “successo” dell’intervento della NATO era la versione ufficiale, fino a che la morte dell’ambasciatore Stevens ha dimostrato la natura stratificata della guerra. Tra il licenziamento del generale Carter Ham e le dimissioni del generale Petraeus, vi è stata la sostituzione del viceammiraglio Charles M. Gaouette posto a capo del gruppo d’attacco dell’USS John C. Stennis. Mentre tutta la questione su Libia e Petraeus viene sezionata, questa settimana vogliamo esaminare in che modo le strutture come l’AFRICOM cercano di gestire il tutto, come se il comando fosse un governo parallelo con un proprio accesso a risorse contro l’AIDS, le società militari private, il gruppo di attacco della portaerei John Stennis… Siamo di fronte alla collusione tra l’esercito e i servizi di intelligence indipendenti dal potere esecutivo, che ne ha perso il controllo.

Carter Ham è stato scelto dai crociati dell’esercito degli Stati Uniti
Quando l’Africa Command degli Stati Uniti è stata fondata nell’ottobre del 2007, William E. “Kip” Ward, un generale statunitense a quattro stelle, vi prestò servizio come comandante dal 1° ottobre 2007 all’8 marzo 2011. Afro-americano, è stato degradato a generale a tre stelle e sarà presto in pensione. È stato ritirato dall’AFRICOM subito dopo l’adozione della risoluzione 1973, nel febbraio 2011, quando la NATO e le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti erano a conoscenza del complotto contro il popolo libico, da eseguirsi mediante AFRICOM. Come afro-americano, Ward aveva instaurato stretti rapporti con generali e politici africani, anche quelli che avevano pubblicamente preso posizione contro AFRICOM. La retrocessione di Ward si basa sull’accusa di aver speso troppo denaro, consentendo ai membri della famiglia di viaggiare con gli aerei del governo. Ed ecco un ufficiale che viaggiava con moglie e famiglia, caduto in disgrazia dall’alto comando dell’esercito, in un momento in cui il generale Petraeus dimostrava “mancanza di giudizio” verso Paula Broadwell.
Nel novembre 2012, hanno tolto una stella al generale William  “Kip” Ward” per uso improprio dei fondi militari quando era capo di AFRICOM, e deve ancora risarcire 82 mila dollari. Nel novembre 2010, il Senato confermava la nomina del generale Carter Ham al comando AFRICOM, ma l’ondata rivoluzionaria in Tunisia e in Egitto accelerava mentre assumeva l’incarico e s’insediava l’8 marzo 2011. A quel tempo, le forze armate degli USA erano divise tra coloro che ho definito le rocce e i crociati (vedi “Le Forze armate statunitensi e Africom: tra le rocce e i crociati” Pambazuka News, 31 marzo 2011). In questo articolo, ho detto che il capo di AFRICOM è stato scelto dai crociati. I crociati è un termine di Seymour Hersh, che lo ha usato per un pubblico poco preoccupato dalla pace e dalla giustizia sociale, in un articolo sulla rivista Foreign Policy. In questo articolo, Hersh ha rivelato che una fazione all’interno delle forze armate degli Stati Uniti, nota come “i crociati”, ha preso il potere nell’esercito. Hersh ha sostenuto che i crociati erano determinati a intensificare la guerra contro l’Islam e a considerarsi i protettori del cristianesimo. Secondo questo articolo, Hersh sostiene che gli elementi neo-conservatori dominano le alte sfere delle forze armate statunitensi, tra cui figure come l’ex-comandante statunitense in Afghanistan, Stanley McChrystal e il viceammiraglio William McRaven. Hersh ha detto: “Quello che sto dicendo è che otto o nove neo-conservatori, dei radicali se si vuole, hanno rovesciato il governo americano e preso il potere.”
Nel maggio 2009, quattro mesi dopo l’arrivo al potere del presidente Barack Obama, Harper Magazine ha pubblicato un lungo articolo che poneva il generale David Petraeus al centro dei crociati. L’articolo dal titolo “Proselitismo evangelico ancora dilagante tra le forze armate degli Stati Uniti“, dettagliava  in modo notevole il ruolo dei crociati. L’articolo discuteva di un libro del tenente-colonnello William McCoy, il cui titolo è “Manuale spirituale per il personale militare“. Secondo l’articolo, il libro sottolineava le “tendenze anti-cristiane” negli Stati Uniti e tentava di contrastare queste tendenze difendendo “la necessità per i cristiani di avere un esercito che funzioni correttamente“. Il libro di McCoy è stato adottato dal generale David Petraeus, che ha detto: “Oltre alle bandiere, questo libro dovrebbe essere in ogni zaino oggi, in cui i soldati hanno bisogno di energia spirituale“.
La guerra in Libia ha fornito ai crociati la possibilità di distruggere una società stabile del Nord Africa e di devastarne la società con 1700 milizie. Non solo i crociati hanno permesso l’invasione della Libia, ma anche di crearvi il caos, generando un grande tensione in Africa. L’impatto ha creato instabilità in tutto il nord-ovest dell’Africa. Carter Ham ha preso il comando di AFRICOM dopo che il generale Stanley McChrystal era stato licenziato. Petraeus ha curato i media e il mondo accademico, e ora sappiamo che la sua arroganza e superbia gli garantivano una elevata tolleranza all’idea dell’eccezionalità e superiorità innata del cittadino statunitense di origine europea. AFRICOM ha approfondito il concetto del generale Petraeus di mobilitazione delle forze “oscure” per la guerra. Questo concetto si basa sulla mobilitazione di risorse finanziarie e di personale esterni alla struttura formale dell’US Army, e un grande uso della Central Intelligence Agency (CIA) e delle società militari private. Nick Turse ha documentato questo cambiamento della pianificazione e dei combattimenti dell’istituzione militare nel libro: “Il nuovo volto dell’impero: operazioni speciali, droni, spie, combattenti-fantoccio, basi segrete e guerra informatica“, Haymarket Book, 2012. All’inizio dell’anno, Turse aveva partecipato a un dibattito con il colonnello Davis dell’AFRICOM sulla crescita rapida della presenza militare degli Stati Uniti in Africa (Vedasi: La rapida crescente presenza militare degli Stati Uniti in Africa). La discussione con il direttore dell’Ufficio affari pubblici del Comando dettagliava grandemente una serie di questioni sollevate da Turse, ed ha mostrato come la burocrazia dell’AFRICOM sia diventata sensibile alle nuove forme di guerra, delegandola alle operazioni con i droni e le forze speciali. (cfr. Dibattito).
Petraeus ha trovato lo spazio ideale per creare una unità militare/intelligence per elaborare una politica alternativa, quando chiese il comando della CIA e di gestire la rete di corruzione e droga in Afghanistan, nel 2011. Secondo il New York Times, Petraeus ha offuscato il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero. “La nomina del generale Petraeus e del signor Panetta sono l’ultima prova di un mutamento significativo negli ultimi dieci anni, su come gli Stati Uniti combattano le loro battaglie, confondendo il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero… Petraeus ha gettato l’esercito nelle braccia della CIA, che si avvale di operazioni speciali militari e di agenzie di sicurezza private per condurre missioni di spionaggio. Come comandante del Comando Centrale degli USA, ha anche firmato nel settembre 2009 un ordine confidenziale che autorizza le truppe per operazioni speciali a raccogliere informazioni in Arabia Saudita, Giordania, Iran e in altri luoghi ancora, oltre alle zone di guerra tradizionali.” (Vedasi)

Carter Ham licenziato dopo Bengasi
Questa è l’alleanza dei crociati che ha occupato il Dipartimento di Stato e la diplomazia degli Stati Uniti nella guerra in Libia. L’ambasciatore Stevens è diventato un campione della collaborazione tra il Comando Operazioni Speciali e le società militari private. Christopher Stevens aveva lasciato il suo posto presso l’ambasciata a Tripoli, nel febbraio 2011, per coordinare questo tipo di guerra a Bengasi. Quando la NATO ha dichiarato la vittoria, nell’ottobre 2011, Christopher Stevens venne scelto come ambasciatore in Libia e nel maggio 2012 era di nuovo in Libia. Tuttavia, la base principale per le operazioni speciali e gli intrighi in favore della sicurezza privata a Bengasi, era laddove la CIA aveva una base per il reclutamento degli “estremisti” diretti in Siria. Stevens è stato intrappolato in uno scontro tra la milizia e la CIA. L’ambasciatore Christopher J. Stevens, il senior management delle informazioni Smith Sean e gli agenti della CIA Tyrone Woods e Glen Doherty sono stati uccisi in un attacco a Bengasi, durante la notte dell’11-12 settembre 2012. Quando giunse la notizia, venne inizialmente detto che Woods e Doherty erano stati identificati come contractor privati, al fine di distogliere l’attenzione sulla CIA nella battaglia di Bengasi. Sean Smith, il responsabile informazione del Dipartimento di Stato, era il simbolo di quei simpaticoni che si sono mobilitati per una nuova postura militare degli Stati Uniti. Dopo la sua morte, la comunità “trendy” era in lutto.
Secondo il New York Times: “Il signor Smith era un accanito giocatore online di un videogame multiplayer chiamato Eve Online, in cui centinaia di migliaia di partecipanti di tutto il mondo, agiscono come pirati o diplomatici in un ambiente fantascientifico. Smith, on-line era “topo vile”. La sua esperienza è indicativa di come l’esercito abbia mobilitato esperienze sia nel mondo reale che nel mondo virtuale. Messaggi in codice vennero scambiati nel mondo virtuale, per assecondare gli interessi dei servizi segreti militari che operano al di fuori del quadro politico del governo. Sean Smith era chiamato “Maven” dai suoi compagni di gioco che ne hanno pianto la morte. E’ nel libro di Malcolm Gladwell, “Tipping Point” (Punto di interruzione), che Smith viene accostato ai “Maven” o connettori, “specialisti dell’informazione” o “alla persona che riposa dopo averci dato nuove informazioni.” Questi esperti o connettori sono cruciali per la nuova forma di guerra dove il confine tra guerra virtuale e guerra reale svanisce. Sempre più spesso i giocatori pescano a piene mani da situazioni reali, al punto che molti videogiochi sono in realtà delle simulazioni di possibili scenari di guerra. I militaristi conservatori che progettano questo tipo di distrazioni macho, hanno appena pubblicato Call of Duty Black Ops II, dove si presenta un David Petraeus virtuale come Segretario della Difesa. Sean Smith ha tragicamente imparato che la vera guerra non è un gioco. Il libro di Bob Woodward ci dice che l’ex generale Jack Keane (ora membro del consiglio dell’Istituto per lo studio della guerra) è uno dei più forti sostenitori della dirigenza militare/intelligence di Petraeus.
Il fatto che Jack Keane era arrivato alla National Public Radio (NPR) come presentatore, per spiegare la tempistica degli eventi di Bengasi (dove Stevens e Smith sono morti), rivela l’importanza del coinvolgimento di Petraeus negli eventi della notte dell’11-12 settembre. E’ in questa intervista del 2 novembre, che Jack Keane ha detto al Mondo della decisione del generale Carter Ham di chiedere alla National Response Force Mission (NMRF) di schierarsi a Bengasi. La NMRF è un’unità segreta di base sulla costa orientale degli Stati Uniti, in allerta 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è l’unità di intervento più veloce disponibile a recarsi in qualsiasi parte del Mondo. In questa intervista, Keane ha detto al pubblico statunitense: “Queste sono forze di terra. Non c’era altra forza disponibile e questo è il motivo per cui ha dovuto chiedere rinforzi fuori dall’AFRICOM. Il generale Ham ha cercato forze simili nel Comando Europeo, che ha un’altra forza segreta destinata alle operazioni speciali, ma si addestrava in Europa centrale; fu trasferita in una base, equipaggiata per il combattimento e inviata a Sigonella. Quando queste forze sono arrivate, furono informate che la sede della CIA era stata evacuata. Il problema che abbiamo è che AFRICOM non ha forze assegnate alla regione della Libia, quindi abbiamo dovuto dipenderne,… allertando le truppe provenienti dall’Europa e dal Nord America per venire a combattere.” Le informazioni sullo schieramento del comandante di AFRICOM erano velate, ma sufficienti per capire che Carter Ham è stato coinvolto in una battaglia per cui AFRICOM non è adibito. Quando il Pentagono indagò sui fatti di Bengasi, Carter Ham venne sollevato dal suo incarico di comandante di AFRICOM. Non vi aveva prestato servizio per i consueti tre anni. Petraeus visitò la Libia dopo la partenza di Carter Ham, nella speranza di salvare la sua reputazione e le forze di guerra e distruzione che aveva sviluppato.

Ascesa e caduta di Petraeus: Bengasi, snodo elettorale
Petraeus è un ufficiale ambizioso, che ha raggiunto fama internazionale perché sapeva corteggiare i media in modo da fargli un ritratto luminoso. Petraeus è noto come ufficiale ambizioso da quando era a West Point, dove si rese conto che sposando la figlia del sovrintendente dell’Accademia Militare di West Point, l’avrebbe aiutato nella sua carriera. Holly Knowlton proviene da una famiglia di tradizione militare. Suo padre, generale William A. Knowlton, era il capo dell’Accademia Militare di West Point quando Petraeus era ancora un cadetto. Petraeus si è laureato all’Accademia di West Point nel 1974, due mesi dopo aver sposato Holly. Petraeus si spaccia come studioso e soldato, così ha studiato a Princeton e ha scritto una tesi dal titolo “L’esercito americano e le lezioni del Vietnam“. Per soddisfare le sue ambizioni, Petraeus usò l’accademia, in particolare i sociologi, per soddisfare le sue “ambizioni”. E’ stato il rapporto con uno di questi scrittori che ha rivelato l’entità delle sue ambizioni manovriere. Nell’esercito, Petraeus era noto dagli ufficiali tradizionali come uno che avrebbe fatto qualsiasi cosa per avanzare di carriera. Il suo stretto rapporto con George W. Bush e il “successo” della rimonta delle truppe in Iraq, hanno contribuito alla sua reputazione. Petraeus è una figura controversa per la sua vicinanza ai neo-conservatori. Un ufficiale in pensione si pone la domanda: “Il generale Petraeus è un eroe, come suggerito dalle sue dichiarazioni alla stampa, o è una finzione creata, imballata e presentata al popolo americano dall’amministrazione Bush e dai suoi alleati neo-conservatori nei media e nel mondo accademico, come icona della contro-insurrezione?” (Cfr. Col. Douglas MacGregor, La saga di Petraeus: epitaffio per un quattro stelle)
La storia del generale Petraeus è ora di dominio pubblico. Ma ciò che è ignoto è come sia diventato un vero e proprio capolavoro di finzione creato, confezionato e raccomandato al pubblico statunitense. La maggioranza dei cittadini statunitensi non conosce le immense sofferenze inflitte al popolo iracheno dopo la rimonta delle truppe voluta dal generale Petraeus. Nell’esercito c’erano grandi differenze tra gli ufficiali nello sforzo di comprendere l’esperienza in Afghanistan e in Iraq. Ciò ha portato alla pubblicazione di importanti studi dal titolo “Decennio di guerra”. Lo studio delle guerre che seguirono l’11 settembre dello Stato Maggiore, rappresenta lo sforzo dell’esercito per capire perché l’esercito statunitense ha fallito e si è impantanato nella palude della corruzione, della guerra contro la droga in Afghanistan e in Iraq. Non mancano certamente scrittori che hanno esplorato in dettaglio come gli Stati Uniti hanno corrotto l’Afghanistan. Un articolista del Washington Post è stato esplicito quando ha scritto “La corruzione afgana e come gli Stati Uniti l’hanno favorita“: “E’ ora che noi americani – governo, media, analisti e intellettuali – guardiamo con occhio acuto alle cause della corruzione in Afghanistan; il fatto è che siamo tanto da biasimare per quello che è successo. Gli afgani e noi abbiamo fortemente ritardato ad ammettere i nostri sforzi o a correggerci“. Altri esperti militari noti, come Anthony Cordesman, hanno scritto ampiamente sul saccheggio e la devastazione dell’Afghanistan. Uno scrittore pacifista come Alfred McKoy ebbe a scrivere: “C’è qualcuno per pacificare lo stato numero uno stato delle droghe. Le guerre dell’oppio in Afghanistan?“.
Anche se il nome di Petraeus non è specificamente apparso in queste relazioni su droga e  corruzione, la sua posizione di comandante in Afghanistan e capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha inevitabilmente puntato i riflettori nella sua direzione. Da importante esperto nella presentazione delle informazioni sulle operazioni militari redatte per i media, Petraeus ha avuto cura della stampa. Una delle manifestazioni più evidenti si può trovare nel nuovo libro di Thomas Ricks: “Generali: il Comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi“. In questo libro, generali come Tommy Franks sono vilipesi, mentre Petraeus viene esaltato. Petraeus riceveva lo stesso atteggiamento da sicofante nel suo rapporto con Paula Broadwell. Petraeus aveva conosciuto Broadwell nel 2006, quando operava tra la CIA e Harvard. Ma questo rapporto non è stato completo prima della morte del generale William A. Knwolton nel 2008.

Il generale Petraeus e la mancanza di rispetto per Barack Obama
Petraeus si è reso popolare tra i neo-conservatori e i fondamentalisti cristiani come un buon esempio del codice d’onore dei cadetti di West Point. Il codice d’onore è semplice. Disse: “Un cadetto non mente, non bara, non ruba e non tollera quelli che lo fanno.” A causa del suo sostegno a “Agli ordini: manuale spirituale per il personale militare” del tenente-colonnello William McCoy, Petraeus era sui radar della destra. Non è un caso che politici come George W. Bush hanno fatto appello a lui. Bob Woordward nel suo libro ‘Le guerre di Obama’, ha documentato la mancanza di rispetto di un settore militare (i crociati) verso Obama. E’ importante per il lettore comprendere la profonda arroganza di Petraeus verso Obama. La formulazione di Petraeus era particolarmente rivelatrice, quando ha cercato di “incastrare” il presidente sulla questione del dispiegamento di truppe in Afghanistan. Bob Woodward racconta il via vai tra Obama, Petraeus e il generale Stanley McChrystal. Stanley McChrystal aveva istigato la divulgazione di notizia sulla corruzione in Afghanistan facendo commenti espliciti sul presidente Obama, sapendo che sarebbe valsa la pena di restare fuori dalla guerra alla droga in Afghanistan. Immediatamente nominato comandante in Afghanistan da Barack Obama, Petraeus comprese il valore dell’eredità del generale, e per via del suo senso della storia, approvò il progetto di Paula Broadwell che voleva scrivere la sua biografia. Douglas MacGregor lo descrive in questo modo: “Petraeus e Broadwell sono semplicemente due persone con obiettivi che convergono“.
Tra la biografia della Broadwell e il libro di Thomas Ricks, Petraeus è convinto che i posteri ricorderanno il suo nome. Nell’esercito vi era un intenso dibattito nel corpo degli ufficiali, sulla questione se ufficiali come Petraeus dovessero rendere conto. Il tenente-colonnello Paul Yingling ha scritto un articolo ampiamente discusso sul Giornale delle forze armate: “Il fallimento dei generali”. Con la presa del potere dei crociati nel campo militare, gli ufficiali che seguono la linea di Petraeus sono considerati favorevolmente. Secondo un articolo del New York Times, “Petraeus è stato il militare americano più importante negli ultimi dieci anni, l’architetto della rimonta delle truppe in Iraq. Ha sostituito il Generale Colin L. Powell come volto dei militari, diventando un personaggio esaltato da entrambe i lati della “linea” di Washington. Il New York Times è pienamente consapevole della divisione tra le rocce e i crociati, e di come Obama ha usato Colin Powell per chiamare a raccolta le rocce per sconfiggere i crociati. Ora sappiamo che il team di Obama non era compiacente verso le attività del generale Petraeus, che venivano monitorate. L’amministrazione lo teneva d’occhio ed era pienamente consapevole delle ambizioni presidenziali di Petraeus. Aveva assicurato Rahm Emmanuel di non essere un candidato per le presidenziali del 2012. Nel profilo favorevole compilato dal New York Times, si apprende che “Broadwell è diventata una presenza permanente presso la sede della coalizione guidata dagli americani a Kabul, poco dopo che Petraeus ne ha assunto il comando nel giugno 2010. Era considerata un’ambiziosa che perseguiva lo scopo di essere ammessa nell’elite della sicurezza nazionale di Washington. Se ne risentì quando gli ufficiali fecero notare che lei approfittava del suo rapporto con il loro capo.” Sei mesi dopo che Petraeus prese ufficio a Kabul, servendo da mentore della sua biografa, l’amministrazione nominò Holly Knowlton Petraeus alla carica di vicedirettrice dell’US Consumer Financial Protection Bureau, il cui compito è difendere i militari e le loro famiglie. La storia rivelerà più tardi il grado di contatto tra Michelle Obama e Holly Knowlton, quando gli iniziati a Washington capirono perfettamente le insinuazioni di Paula Broadwell al Daily Show.

Bengasi e la Libia entrano nel gioco elettorale
Settimane dopo gli scontri tra le milizie concorrenti a Bengasi, che costarono la vita degli agenti CIA e dell’ambasciatore degli Stati Uniti, i media simpatizzanti con i crociati “s’impadronirono di una serie di agenzie conservatrici, per lanciare accuse incendiarie poco prima delle elezioni, affermando che quattro americani erano stati uccisi a causa della negligenza dell’amministrazione.” Petraeus non fece alcuna dichiarazione pubblica. Ma i rapporti dei media e il breve viaggio di Petraeus in Libia sono la prova che ci fosse un grande progetto per limitare i danni. Sezioni dei media conservatori erano così sicuri della storia, che hanno accusato l’amministrazione di negligenza. William Kristol, direttore del conservatore Weekly Standard, ha concluso che l’agenzia stava indicando la Casa Bianca, suggerendo che avrebbe rifiutato l’azione richiesta. “Petraeus getta Obama in pasto ai lupi” avrebbe dovuto essere intitolato l’articolo sul blog del Weekly Standard. Tra l’incidente a Bengasi, il blog di William Kristol e la storia di Jack Keane sulla National Public Radio, c’era solo una cosa che avrebbe protetto Petraeus da una rivelazione completa. Le elezioni del 6 novembre 2012.
Bengasi e la Libia non furono un problema durante le elezioni, come speravano conservatori e crociati. Le forze alleate per la pace e la giustizia hanno eletto Barack Obama il 6 novembre. Due giorni dopo la sua rielezione, Petraeus ha rassegnato le dimissioni. I media ci dicono che il presidente aveva sentito per la prima volta dell’indagine sul rapporto tra Paula Broadwell e David Petraeus, l’8 novembre, quando Petraeus ha presentato le sue dimissioni. Secondo i media, il procuratore generale Eric Holder era stato già informato nel corso dell’estate. E’ difficile credere che il presidente non sapesse che l’FBI indagava sul generale David Petraeus. “I funzionari della Casa Bianca hanno detto che erano stati informati  la sera di mercoledì, che Petraeus aveva in programma di dimettersi a causa della sua relazione extraconiugale. Giovedì mattina, poco prima di una riunione del personale alla Casa Bianca, il presidente veniva informato quello stesso pomeriggio: Petraeus era andato dal presidente per dirgli che pensava sul serio alle dimissioni, che il presidente non aveva accettato, ma venerdì chiamò Petraeus e accettò le sue dimissioni…
Gli storici militari capiscono perché il Presidente ha voluto aspettare prima di prendere la decisione di accettare le dimissioni del più famoso generale statunitense. Dopo tutto, l’influenza di Petraeus sui giornalisti e i crociati era ben nota. Petraeus è stato il comandante di Fort Leavenworth, Kansas e del Center of Combined Arms (CAC) che si trova anche lì. Come comandante del CAC, Petraeus ha supervisionato lo Stato e il Collegio Maggiore Generale e 17 altre scuole, centri e programmi di formazione, mentre lavorava allo sviluppo di manuali di dottrina dell’esercito, alla formazione degli ufficiali e alla supervisione dei centri dell’esercito per la raccolta e la diffusione delle lezioni apprese. Durante la sua permanenza al CAC, Petraeus e il tenente-generale dei marines James Mattis curarono congiuntamente la pubblicazione del Field Manual 3-24, la maggior parte del quale è stato scritto da un gruppo straordinariamente composito di ufficiali, intellettuali, dirittumanitirasti, giuristi e giornalisti.
L’autore di queste righe rimane scettico riguardo la decisione di Obama di rifiutare le dimissioni di Petraeus, che si sarebbe basata su un approccio graduale alle tattiche militari adottate dal 2009. L’autore si astiene dal giudicare la recente prolusione di lodi a Petraeus di Obama, durante la conferenza stampa del 14 novembre 2012. Ci sono molti generali al comando legati sul piano militare e sociale a Petraeus, e l’estensione della sua rete cominciano ad essere conosciute. Le informazioni che il comandante in Afghanistan, John Allen, ha avuto dalla “comunicazione inappropriata” di 20-30000 pagine di e-mail, ha suscitato l’interesse dei cittadini mentre la storia veniva svelata. La cosa importante è che John Allen ha seguito le dottrine militari di Petraeus in Iraq e in Afghanistan. Ancora più significativo è il fatto che Allen ha sostenuto la nuova forma di destabilizzazione, la contro-insurrezione che coinvolge compagnie militari private.

La guerra in Libia e la necessità di smantellare le compagnie militari private
Il caso Petraeus si concentra sui dettagli piccanti della relazione extraconiugale del generale Petraeus, lasciando da parte la questione più fondamentale delle forme di distruzione militare scatenate in Iraq, Afghanistan e ora Libia. C’è stato un acceso dibattito nella dirigenza militare se i generali debbano rispondere alla leadership civile. Le dimissioni del generale Petraeus, il licenziamento di Carter Ham dall’AFRICOM e la nuova assegnazione del viceammiraglio Charles M. Gaouette, hanno fatto rivivere la questione del controllo civile sulle forze armate. Nonostante il nuovo libro di Tom Ricks, che è stato scritto per salvaguardare la reputazione di Petraeus, e la biografia di Petraeus che dovrebbe metterlo sul piedistallo dei generali più famosi degli USA, la nuova forma di guerra incontrollata ha abbattuto gli ufficiali principali architetti della strategia COIN di Petraeus e dei crociati. Nel contesto di una società democratica, i militari sono tenuti a fornire consulenze ai capi militari, e gli ufficiali non dovrebbero inviare truppe a combattere assieme alle milizie e senza l’autorizzazione della leadership civile.
L’intervento della NATO in Libia e la successiva base della CIA a Bengasi, sono forme costose di sperimentazione di nuove forme di guerra, che hanno causato la morte di migliaia di persone e distruzioni. Le rivelazioni sui centri di detenzione della CIA durante la guerra in Iraq, hanno generato sdegno verso queste prigioni private. Ci sono cittadini in Libia che possono rivelarsi confermando la veridicità sull’accusa di Paula Broadwell: che la CIA detiene dei prigionieri nei suoi centri in Libia. Politici stranieri hanno resistito alle richieste di una parte del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti che voleva rivedere le operazioni militari della NATO in Libia. Attraverso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, c’è stato uno sforzo enorme da parte di attivisti per la pace dal Sud del mondo, affinché le società militari private siano messe sotto il controllo internazionale. Il Consiglio ha istituito un “Gruppo di lavoro intergovernativo indefinito, per esaminare la possibilità di sviluppare un quadro giuridico internazionale per la regolazione, il controllo e la supervisione delle attività delle compagnie militari e di sicurezza private“.
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno guidato l’opposizione alla sorveglianza delle aziende militari. I comandanti di CENTCOM e AFRICOM si sono comportati, in questi ultimi anni, come se fossero un governo parallelo. La guerra contro il terrorismo ha generato un clima di terrorismo intellettuale e una logica burocratica del comando unificato, permettendo ai militari di diventare una fonte politica esecutiva indipendente. Non c’era controllo quando il bilancio militare metteva a disposizione dei comandanti militari fondi illimitati. Perché AFRICOM non scava pozzi in Africa orientale e distribuisce libri di scuola? Queste attività facevano parte di un approccio di pubbliche relazioni per diffondere l’idea che AFRICOM stesse compiendo del lavoro umanitario in Africa. L’audizione di conferma del generale Rodriguez dovrebbe fornire un’altra occasione per esporre il fallimento della CIA/AFRICOM in Libia. Gli intellettuali africani hanno scritto molto per dire che l’AFRICOM è stata costituita come forza ausiliaria per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi.
In questo gioco di protezione, vi sono settori dei vertici militari che si sono avventurati a dire che AFRICOM serve da contrappeso all’influenza della Cina in Africa. Petraeus ha gettato l’esercito sul terreno della CIA, che si avvale di agenzie militari per le operazioni speciali e di sicurezza private, svolgendo missioni di spionaggio e combattimento. Nella sua qualità di comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha perfezionato il trucco di combattere assieme a un gruppo contro cui poi si rivolge. Questo doppio gioco, in fase di attuazione in Libia, al fine ritarda la pace e la ricostruzione della Libia, in modo da farla diventare un’altra Somalia. Grazie ai milioni di dollari a disposizione per corrompere  giornalisti e accademici, la storia del successo di AFRICOM è stata ampiamente utilizzata negli Stati Uniti. E’ questo tentativo di controllare la storia che ha contribuito a sostenere l’idea che l’operazione della NATO e degli Stati Uniti in Libia, sia stata un successo. La morte dell’ambasciatore Stevens sfata questo mito. Il licenziamento di Carter Ham ha rivelato come la CIA e l’esercito abbiano preso decisioni politiche indipendentemente dalla leadership civile. Quando si connettono i punti finanziari tra le società di facciata della CIA, come l’IN-Q-Tel, le aziende e i produttori di petrolio, si vede che il capitale globale è anche partner del complesso militare-industriale, e la sua necessità di una guerra perpetua contro il terrorismo. Questo è il cerchio che deve essere spezzato da coloro che vogliono la pace.
Petraeus e i suoi sostenitori sono convinti che il ciclo della guerra e della distruzione continuerà per generazioni. Petraeus era sicuro che con l’aiuto dei media, il quadro completo della distruzione in Libia e dell’alleanza con le milizie rimanesse nell’ombra, lontano dal controllo pubblico. La storia completa si sta svelando. Le forze per la pace e la giustizia devono intensificare la loro richiesta per lo smantellamento di AFRICOM. L’Africa ha bisogno di cooperazione e sostegno per la ricostruzione. La Libia ha bisogno del sostegno della comunità internazionale per controllare le milizie e ricostruire la società. E’ tempo per il movimento per la pace di riorientarsi verso le attività reali del generale Petraeus e non sulla sua relazione extraconiugale. In effetti, alcuni commentatori europei dicono che in Europa alcuni generali inseriscono tali informazioni nel circuito dei pettegolezzi per aumentare il proprio prestigio. Le forze per la giustizia e la pace dovrebbero concentrarsi sui collegamenti tra le dimissioni di Carter Ham, Petraeus e del viceammiraglio Charles. Mr. Gaouette

Horace Campbell è professore di Studi afro-americani e Scienze politiche alla Syracuse University. E’ anche professore ospite alla Tsinghua University di Pechino. È autore del libro di prossima pubblicazione “La NATO globale e il suo fallimento catastrofico in Libia”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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