I giornalisti combattenti di Bab Amr

L’Emirato islamico indipendente di Bab Amr (Parte 1)
Thierry Meyssan Réseau Voltaire 3 marzo 2012

La repressione di Bab Amr è la più grande finzione politica dall’11 settembre? Questo è ciò che intende provare Thierry Meyssan in una storia esclusiva che Réseau Voltaire pubblica a puntate. In questa prima puntata, si discute della presunta evasione dei giornalisti occidentali e si dimostra che alcuni di loro facevano parte dell’esercito libero “siriano”.

Foto satellitare della Emirato islamico indipendente di Bab Amr. La stampa atlantista interpreta il fumo che si eleva al di sopra del quartiere come prova dei bombardamenti.

Gli Stati membri della NATO e del GCC non sono riusciti a lanciare un attacco convenzionale contro la Siria. Tuttavia l’hanno preparato, per dieci mesi, conducendo una guerra a bassa intensità accoppiata a una guerra economica e mediatica. La città di Homs è diventata il simbolo dello scontro. L’esercito libero “siriano” ha investito i quartieri di Bab Amr e Inchaat ed ha proclamato un emirato islamico, offrendo una panoramica del suo progetto politico.
Con il sostegno della Russia, ancora traumatizzata dall’esperienza del Emirato Islamico di Ichkeria, e della Cina, preoccupata di vedere il governo di Damasco proteggere i suoi cittadini, l’Esercito Nazionale della Siria ha dato l’assalto il 9 febbraio, dopo aver esaurito tutti i tentativi di mediazione. L’esercito libero “siriano”, sconfitto, ben presto si trincerava in una zona di circa 40 ettari che veniva immediatamente isolata dalle forze lealiste, e che si restringeva progressivamente e, alla fine, cadeva il 1° marzo. Per vendetta, gli ultimi elementi armati dell’Emirato avevano massacrato dei cristiani in due villaggi che avevano attraversato, prima di trovare rifugio in Libano.
Durante questo periodo, i media principali hanno nascosto la realtà sordida e crudele di questo Emirato e l’hanno sostituita con una finzione sulla rivoluzione e la repressione. Particolare cura è stata data per far credere che migliaia di civili siano stati bombardati dall’artiglieria o dell’aviazione siriane. Al centro di questo sistema di propaganda, un centro stampa utilizzato dai canali satellitari della Coalizione: al-Jazeera (Qatar), al-Arabiya (Arabia Saudita), France24 (Francia), BBC (UK) e CNN (USA) e coordinato da giornalisti israeliani.
L’opinione pubblica in Occidente e del Golfo potrebbe legittimamente chiedersi chi dice il vero tra la versione dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e del Consiglio di cooperazione del Golfo da un lato, e quella dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, dall’altro. Cercheremo di dare elementi decisivi per determinare e stabilire la verità. Ci baseremo sui video trasmessi dai canali televisivi occidentali e del Golfo, sulle testimonianze dei superstiti raccolti dall’ufficio della Rete Voltaire in Siria, e dai documenti trovati nel centro stampa dell’Emirato.

Il doppio gioco dei giornalisti occidentali
I giornalisti occidentali intrappolati nell’emirato avevano lanciato degli appelli di aiuto sulla rete. Due di loro apparivano feriti, il terzo sembrava essere in buona salute. I loro governi hanno fatto della loro evacuazione una questione di principio. La Francia aveva delegato un funzionario a negoziare con i ribelli. Diversi altri Stati, compresa la Russia, ansiosi di abbassare la tensione nel Levante, avevano offerto i loro buoni uffici.
Ho partecipato a questo sforzo collettivo. In effetti, una giornalista francese aveva rifiutato una prima occasione di andarsene con la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa siriana. Temendo una trappola, non aveva afferrato la mano che gli era stata tesa. La mia missione era duplice. In primo luogo, prendere contatto con i miei compatrioti, per informarli circa la situazione politica e militare, e facilitare la loro consegna a un funzionario francese che li mettesse sotto la protezione diplomatica. Poi ho dovuto riferire a coloro che lavorano per la pace in questa regione, l’esatta sequenza degli eventi e valutare la disponibilità dei protagonisti.
Come sappiamo, le trattative sono fallite. I delegati dei servizi di intelligence dei vari stati coinvolti hanno scoperto che le autorità siriane e le agenzie umanitarie avevano fatto del loro meglio, e che il blocco era dovuto esclusivamente all’esercito libero “siriano”.
Non è stata una sorpresa, reale o finta, per i diversi operatori sapere improvvisamente che i tre giornalisti che avevamo cercato di far uscire da Homs, oltre a un quarto che non voleva il nostro aiuto, avevano attraversato le linee dell’esercito libero siriano e quelle truppe dell’Esercito Nazionale, per andarsene da soli in Libano.
Dopo un momento di confusione e la verifica che le iniziative parallele della Russia non avanzavano più della nostra, abbiamo dovuto constatare che un commando armato di una grande nazione occidentale aveva fatto uscire i quattro giornalisti, e forse altri, mentre mettevamo le nostre vite a rischio inutilmente. In queste circostanze, non ho motivo di mantenere il silenzio sui retroscena di questa vicenda. Escluderò da questo articolo unicamente i riferimenti ai funzionari e alle personalità coinvolte, per preservare la loro capacità di agire per la pace, anche se parlare di certi dettagli sarebbe stato di utile valore educativo per i nostri lettori.
Non ho dubbi che i sopravvissuti di Bab Amr pubblicheranno la propria versione dei fatti, per rafforzare la propaganda atlantista. Continueranno a mentire come non hanno cessato di mentire. Pertanto, prima voglio testimoniare ciò che ho visto per evitare che il tessuto della disinformazione venga tessuto intorno a noi.
Secondo la versione mediatica attuale, una rivoluzione sarebbe stata brutalmente repressa. Dei giornalisti occidentali, spinti dal loro desiderio di informarsi, sarebbero venuti a vedere e a testimoniare. Gli insorti si sarebbero sempre più trincerati nel quartiere di Bab Amr, dove sarebbero sopravvissuto per tre settimane sotto un diluvio di fuoco. Il loro centro stampa sarebbe stato bombardato con dei Grad, o “organi di Stalin”, mercoledì 22 febbraio 2012. Durante questo bombardamento, Marie Colson (Sunday Times) e Remi Ochlik (IP3 Press) sarebbero stati uccisi, mentre Edith Bouvier (Le Figaro Magazine) e Paul Conroy (Sunday Times) sarebbero rimasti feriti. William Daniels (ex Figaro Magazine e Time Magazine), sarebbero rimasti con loro, mentre Javier Espinosa (El Mundo) si sarebbe separato dal gruppo.
I sopravvissuti hanno inviato quattro video sulla rete che ci raccontano una storia strana.



La morte di Marie Colvin e Rémi Ochlik

La morte di Marie Colvin e Rémi Ochlik ci è nota da un video fornito dall’esercito libero “siriano”.  I loro corpi sono stati trovati dopo la caduta dell’Emirato e sono stati identificati dagli ambasciatori di Francia e Polonia (che rappresenta il suo omologo statunitense).
Mary Colson era nota per il suo abbigliamento chic e il contrasto, su cui giocava, tra la delicatezza del suo abbigliamento femminile e la durezza della benda che copriva il suo occhio perduto. Il video, su cui vediamo solo la schiena dei due corpi che giacciono a terra, è autentico ed è stato convalidato da diversi media che l’hanno mandato in onda. I due giornalisti appaiono in tenuta da combattimento. Converrebbe domandarsi perché questo dettaglio, che viola lo status di non-combattenti nel campo di battaglia dei giornalisti, e non ha sollevato interrogativi del pubblico, o commenti indignati dei colleghi.

Edith Bouvier e Paul Conroy feriti presso il ricovero medico
Sul secondo video, il rappresentante della Mezzaluna Rossa siriana negli Emirati, il dottor Ali, un dentista nel quartiere che si è dedicato con coraggio ai feriti, presenta Edith Bouvier e Paul Conroy sdraiati sui lettini in quello che sembra essere una sorta di ospedale. Poi, un soldato dell’esercito libero “siriano” che si fa chiamare “dottor Mohammed”, che indossa un grembiule azzurro e stetoscopio, fa commenti rivoluzionari.
Tre elementi devono essere notati:
Edith Bouvier rifiuta di declinare la sua identità, che è comunque nota al pubblico, e cerca di nascondere il viso.
Paul Conroy rotea gli occhi in modo ansioso e di rimprovero.
Il “dottor Mohammed” è la star dei video dell’opposizione siriana. Gioca il ruolo di medico rivoluzionario, anche se non è un medico. Parla con un linguaggio approssimativo, senza vocaboli medici, ma con riferimenti salafiti.
Tutto ciò suggerisce che il “dottor Mohammed” ha approfittato della situazione per far partecipare il vero dottore e i due giornalisti a una piccola messa in scena, per drammatizzare oltraggiosamente la situazione.

Nuovo messaggio di Paul Conroy dalla sua stanza
In un terzo video, il fotografo inglese Paul Conroy è in un angolo, sdraiato su un divano, dopo aver ricevuto le cure. Chiede aiuto. Si preoccupa di specificare che è stato invitato e che non è un prigioniero.
Sembra anche a disagio, come la prima volta, e non fornisce indicazioni al pubblico. Chiede alle  “agenzie globali” di intervenire perché “lavorano per gli stessi obiettivi sul terreno”. Quali sono queste “agenzie globali” che avrebbero il potere di evacuarlo dall’Emirato? Non può trattarsi che delle agenzie pubbliche, sia intergovernative come quelli delle Nazioni Unite, o nazionali come le agenzie di intelligence. Che cosa significa “lavorare per gli stessi obiettivi sul terreno”? Non si può intendere un’attività delle Nazioni Unite, dal momento che non sono destinate a fare giornalismo. L’unica interpretazione possibile è che si rivolge alle cosiddette agenzie di intelligence alleate, suggerendo la sua appartenenza ad una agenzia di intelligence britannica.
A differenza di Marie Colson, che accompagnava come fotografo per i suoi reportages sul Sunday Times, Paul Conroy non indossa l’uniforme da campagna, ma non ne aveva bisogno per identificarsi.

Il “dottor Mohammed” interviene per darci la sua diagnosi
Paul Conroy il giorno prima è stato ferito a una gamba da un missile Grad. Ci mostra una gamba con una fasciatura immacolata. Nonostante la gravità estrema della lesione e la sua freschezza, la gamba non è tumefatta. “Il dottor Mohammed” non usurpa il suo soprannome: senza formazione medica, ha fatto miracoli della medicina.
Alla fine del suo discorso, Paul Conroy aggiunge un messaggio per rassicurare “la sua famiglia e gli amici in Inghilterra“, “sto benissimo“. Se il significato occulto è sfuggito al “dottor Mohammed”, coloro che sanno che Paul Conroy è nordirlandese, non inglese, non avranno difficoltà a decifrare. Il “fotografo” si rivolge alla gerarchia dell’agenzia militare britannica per cui lavora e segnala che questa commedia non deve indurre in errore, è sano e salvo.
Questa volta è Paul Conroy che sembra utilizzare la messa in scena del “dottor Mohammed” per inviare il suo messaggio, mentre è immobilizzato per le ferite.

Nuovo messaggio di Edith Bouvier e del suo collega
In un quarto video, ripreso e trasmesso lo stesso giorno, Edith Bouvier, sdraiata sul suo letto d’infortunio, chiede aiuto. Chiede (1) “l’istituzione di un cessate il fuoco” e (2) “un’autoambulanza che la conduca in Libano“, in modo che possa essere curata rapidamente. Poiché i requisiti espressi sono quelli di una tregua per consentire la circolazione di un’autoambulanza e di trasportarla in un ospedale per essere curata, queste affermazioni sono assolutamente incongrue.
(1) Un cessate il fuoco è un accordo per sospendere tutte le ostilità tra le parti, durante i negoziati politici, mentre una tregua è l’interruzione dei combattimenti, in una zona specifica e per un periodo determinato, per far passare persone o aiuti umanitari.
(2) Inoltre, per essere condotta in Libano è necessaria l’amnistia per il reato di immigrazione clandestina, essendo Edith Bouvier entrata clandestinamente in Siria, assieme ai ribelli.
E’ chiaro che questi due requisiti non sono sostenibili, ma corrispondono alla creazione di un “corridoio umanitario”, così come l’intendeva il ministro degli esteri francese Alain Juppé.
Alain Juppé è purtroppo noto per la sua capacità di invertite i ruoli e il suo uso dei “corridoi umanitari”. Nel 1994 aveva ottenuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che autorizzava l’Operazione Turquoise, vale a dire la creazione di un “corridoio umanitario” per consentire alla popolazione Hutu del Ruanda di non essere massacrata per vendetta per i crimini commessi dal potere Hutu prevalentemente contro la popolazione Tutsi. Ora sappiamo che questo corridoio non era umanitario. Consentì alla Francia di far fuoriuscire i genocidi nascosti tra i civili, al fine di evitargli di dover rispondere dei loro crimini. Alain Juppé aveva cercato questa volta di far esfiltrare i gruppi armati responsabili delle uccisioni in Siria.
Si deve pertanto constatare che Edith Bouvier non esprimeva necessità personali, ma che le sue richieste corrispondevano agli interessi dell’Esercito libero “siriano”, così come la Francia li difende.
Non è sorprendente che la giornalista faccia da portavoce di Alain Juppé. Era stata assunta nel gruppo Le Figaro da Malbrunot. Secondo le autorità siriane, negli anni ’80 quest’ultimo era ufficiale di collegamento del DGSE con i Fratelli Musulmani. Fu arrestato ad Hama, poi restituito alle autorità francesi su richiesta del presidente Francois Mitterrand.
Nella sequenza successiva, il “dottor Mohammed” spiega la situazione, mentre il suo compagno fotografo William Daniels (freelance di Le Figaro-Magazine, e poi di Time Magazine) sottolinea l’urgenza della situazione. Le dichiarazioni in arabo vengono tradotte in inglese da un quarto personaggio che non vediamo sullo schermo. Infine, un quinto partecipante, il giovane Khaled Abu Saleh, da una conclusione rivoluzionaria al breve video.
Mentre nei primi video Edith come Paul si rifiutano chiaramente di collaborare con il “dottor Mohammed”, questa volta giocano volentieri il loro ruolo.
Il giovane Khaled Abu Saleh è il capo del centro stampa dell’esercito libero “siriano”. Secondo i giornalisti che hanno usato questa base, il centro è situato in un edificio fatiscente, ma è stato dotato di tutto il materiale hi-tech necessario. I giornalisti potevano farvi i loro montaggi audiovideo, e avevano le apparecchiature satellitari per le trasmissioni in diretta. Alcuni ironizzavano confrontando il livello del centro informatico dell’esercito nazionale siriani, che continua a utilizzare sistemi di trasmissione antiquati.
Non ci sono informazioni sui generosi sponsor che hanno fornito questa installazione all’ultimo grido. Ma abbiamo un’indicazione quando si ci occupa delle attività professionali di Khaled Abu Saleh. Il giovane rivoluzionario è egli stesso un giornalista. E’ corrispondente per al-Jazeera e pubblica il suo blog sul suo sito web, è un freelance di France24, in cui appare come collaboratore della rubrica “Les Observateurs“. Questi due canali televisivi satellitari costituiscono l’avanguardia della propaganda della NATO e del GCC, volta a giustificare il cambiamento di regime in Siria, come hanno fatto in Libia.
A titolo di esempio dell’etica della rete pubblica francese, il 7 giugno 2011, France24 trasmetteva in diretta un intervento telefonico emozionante dell’ambasciatrice di Siria in Francia, Lamia Shakkour, annunciando le sue dimissioni in segno di protesta contro i massacri nel suo paese. Immediatamente la macchina diplomatica francese metteva sotto pressione gli ambasciatori della Siria in tutto il mondo, affinché seguissero questo buon esempio. Aimé! Benché Renee Kaplan, la vicedirettrice della redazione di France24, avesse giurato che la voce trasmessa fosse quella dell’ambasciatrice, che conosceva bene, in realtà era quella della moglie del giornalista Fahd al-Argha al-Masri. Fu un’intossicazione persistente [1].
Spinte da Alain de Pouzilhac e Christine Ockrent-Kouchner, France 24 e RFI hanno cessato di essere dei notiziari, per diventare strumenti del complesso militar-diplomatico francese. Così, il 5 luglio 2011, Alain de Pouzilhac, come amministratore delegato agli Audiovisivi Esterni della  Francia (AEF), aveva firmato un memorandum d’intesa con Mahmoud Shammam, ministro dell’informazione dei ribelli libici. Si era impegnato a creare dei media anti-Gheddafi e ad addestrare il personale necessario per facilitare il rovesciamento della “Guida” libica. L’annuncio sollevò le ire dei giornalisti di RFI e France24, furiosi per essere stati strumentalizzati in questa impresa propagandistica. Tutto ciò suggerisce che disposizioni analoghe siano state prese per favorire il “giornalismo civico” dei “rivoluzionari siriani”. Se questo è il caso, il ruolo di Khaled Abu Saleh non si limita alle corrispondenze da freelance, ma è un giocatore fondamentale nella produzione di informazioni false, per conto del complesso militare-diplomatico della Francia.
All’inizio, Edith Bouvier era riluttante alla messa in scena. Invece, questa volta, collaborava con il suo collega di France24 e registrava un appello volto a manipolare la simpatia del pubblico, per giustificare l’istituzione di un “corridoio umanitario”, cosa che Alain Juppé presentava necessaria per evacuare i mercenari dell’esercito libero “siriano” e i loro consiglieri occidentali.

Prime conclusioni
In questa fase dello studio dei video, ho fatto diverse ipotesi.
La squadra del Sunday Times (Mary Colson e Paul Conroy), lavorava per l’MI6, mentre l’inviata de Le Figaro Magazine (Edith Bouvier) lavorava per il DGSE.
Il “dottor Mohammed” ha approfittato del fatto che i giornalisti fossero costretti a letto per registrare altri due video, ma Paul Conroy ha colto l’occasione per inviare un messaggio di soccorso agli alleati.
In definitiva, il freelance di France24, Abou Khaled Saleh, ha messo in scena la rivendicazione di Alain Juppé.

Fallimento dei negoziati o cambiamento dei negoziati?
Nel corso dei negoziati, ho potuto avere varie intuizioni che sono state prese in considerazione. Ma ogni volta che ho citato le osservazioni di cui sopra, mi è stato detto che questo non era il momento. Sembrava che l’esercito libero “siriano” si rifiutasse di lasciare uscire i giornalisti. L’urgenza era di salvarli. Ci si occuperà in seguito del loro vero status.
Sabato 25 sera, le trattative fallivano. Per ripristinare il contatto con i takfiristi, i siriani cercavano uno sheikh moderato con cui accettassero di parlare, ma tutti i religiosi contattati si ritiravano uno dopo l’altro, per paura delle conseguenze. Bisognava bivaccare sul posto per riprendere i colloqui quando uno sceicco si fosse presentato? O bisognava rientrare a Damasco per un riposo al sicuro?
In definitiva fu dalle autorità militari siriane che venne la risposta. Siamo stati invitati a tornare e ci sarebbe stato notificato quando una nuova opportunità di trattative sarebbe emersa. Tornando nella capitale, un SMS ci informava che i negoziati erano stati sospesi per 48 ore.
Sospesi non voleva dire che avremmo potuto divertirci domenica e lunedì mentre dei connazionali e dei colleghi erano in pericolo di morte, ma durante quelle 48 ore era in corso un’altra trattativa. Al momento, ho pensato che il testimone era stato preso dai nostri amici russi.
Martedì mattina sono stato svegliato da un amico, un reporter di alcuni grandi media francesi, che mi aveva chiamato per dirmi dell’arrivo di Paul Conroy, e probabilmente di altri giornalisti, a Beirut. Rimasi perplesso. Svegliai a mia volta un alto funzionario siriano, il quale espresse le sue perplessità. Dalle telefonate fatte, nessuno a Damasco sapeva nulla, o non ne voleva parlare.
In ultima analisi, ho scoperto che l’accordo era stato negoziato dal Generale Assef Shawkat con un alto funzionario francese e dei suoi amici, per trovare una soluzione politica a questo pasticcio. Le forze lealiste avevano aperto le loro linee di notte, per lasciare che i consiglieri militari francesi e i giornalisti se ne andassero in Libano. Allo spuntar del giorno, l’esercito libero “siriano” aveva scoperto la loro fuga. Rendendosi conto di esser stati abbandonati, i mercenari decisero di andarsene, abbandonando il loro arsenale, mentre gli islamisti su rifiutavano di trarne le conseguenze. Il Generale Assef Shawkat ha dato l’assalto finale e ha preso l’Emirato entro poche ore, liberando dalla tirannia degli islamici i civili che vi erano stati intrappolati.
Dal suo quartier generale all’estero, l’esercito libero “siriano”, ora ridotto a ben poca cosa, annunciava il suo “ritiro strategico”. Dal momento che la natura aborrisce il vuoto, il Consiglio nazionale siriano, basato anch’esso all’estero, annunciava la creazione di un Comitato militare composto da esperti siriani e soprattutto stranieri. In quattro giorni, la questione militare si è spostata dal campo di battaglia siriano alle comode sale dei grandi alberghi parigini.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fine dei giochi in Medio Oriente

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria), 4 Febbraio 2012

Mentre i combattimenti non sono ancora finiti nei quartieri ribelli di Homs e le autorità siriane e libanesi devono ancora dare comunicazione della loro recente azione, Thierry Meyssan ha tratto un primo bilancio delle operazioni di lunedì notte, sul primo canale russo; informazioni di prima mano che condivide con i lettori della rete Voltaire.

Da undici mesi, le potenze occidentali e del Golfo conducono una campagna per destabilizzare la Siria. Diverse migliaia di mercenari si sono infiltrati nel paese. Reclutati dai centri in Arabia Saudita e Qatar della comunità sunnita estremista, sono giunti per rovesciare l’”usurpatore alawita” Bashar al-Assad e imporre una dittatura d’ispirazione wahhabita. Hanno le più sofisticate attrezzature militari, compresi sistemi di visione notturna, centri di comunicazione e robot per la guerriglia urbana. Supportati sottobanco dalle potenze della NATO, hanno anche accesso alle necessarie informazioni militari, tra cui immagini satellitari dei movimenti delle truppe siriane e intercettazioni telefoniche.
Questa operazione  è falsamente presentata al pubblico occidentale come una rivoluzione politica schiacciata nel sangue da una dittatura spietata. Naturalmente, questa menzogna non è universalmente accettata. Russia, Cina e gli Stati americani membri dell’ALBA la respingono. Ognuno ha infatti le esperienze storiche che gli permettono di capire velocemente la posta in gioco. I russi pensano alla Cecenia, i cinesi al Xinkiang, e gli americani a Cuba e al Nicaragua. In tutti questi casi, tranne l’aspetto ideologico o religioso, i metodi di destabilizzazione della CIA sono gli stessi.
La cosa più strana in questa situazione è osservare i media occidentali auto-convincersi che i salafiti, i wahabiti e i combattenti di al-Qaida amino la democrazia, mentre continuano a fare appello, sui canali satellitari di Arabia Saudita e Qatar, ad uccidere gli eretici alawiti e gli osservatori della Lega Araba. Non importa se Abdelhakim Belhaj (numero 2 di al-Qaida e attuale governatore militare di Tripoli, in Libia) sia venuto personalmente per installare i suoi uomini nel nord della Siria, e Ayman al-Zawahiri (numero uno di al-Qaeda, dalla morte ufficiale di Usama bin Ladin) abbia fatto appello alla jihad in Siria, la stampa occidentale continua il suo sogno romantico sulla rivoluzione liberale.
La cosa più ridicola, è sentire i media occidentali ripetere servilmente le accuse quotidiane del ramo siriano della Fratellanza Musulmana che diffonde notizie sui crimini del regime e le sue vittime, sotto la firma dell’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo. E poi, da quando questa confraternita di golpisti si occupa di diritti umani?
Sarebbe bastato ai servizi segreti occidentali creare un “Consiglio nazionale siriano” fantoccio, che ha per  presidente un professore della Sorbona e per portavoce l’amante dell’ex capo della DGSE, affinché i “terroristi”siano diventati “democratici”. In un batter d’occhio, la menzogna diventa verità  mediatica. Le persone rapite, mutilate e uccise dalla Legione wahhabita, nella stampa sono diventate vittime del tiranno. I coscritti di tutte le fedi che difendono il loro paese contro l’aggressione, sono diventati soldati settari alawiti che opprimono il loro popolo. La destabilizzazione della Siria da parte di stranieri è diventato un episodio della “Primavera araba”. L’emiro del Qatar e il re saudita, due monarchi assoluti che non hanno mai indetto elezioni nazionali nei loro paesi e che reprimono i manifestanti, sono diventati campioni della rivoluzione e della democrazia. Francia, Regno Unito e Stati Uniti, che hanno appena ucciso 160.000 libici in violazione del mandato ricevuto dal Consiglio di Sicurezza, sono diventati filantropi responsabili della protezione delle popolazioni civili. Ecc.
Tuttavia la guerra a bassa intensità che la stampa occidentale e del Golfo nascondono dietro questa mascherata, si è conclusa con il doppio veto di Russia e Cina del 4 Febbraio 2012. Alla NATO e ai suoi alleati è stato intimato di cessare il fuoco e di ritirarsi, o di rischiare una guerra regionale, o anche mondiale.
Il 7 febbraio, una folta delegazione russa, tra cui il più alto responsabile dell’intelligence estera, giungeva a Damasco dove veniva salutata da folle plaudenti, certi che il ritorno della Russia sulla scena internazionale,  segnava la fine dell’incubo. La capitale, ma anche Aleppo, la seconda città più grande, si sono impavesate nei colori bianco, blu e rosso, e hanno marciato dietro striscioni scritti in cirillico. Al palazzo presidenziale, la delegazione russa ha incontrato le delegazioni di altri stati, tra cui Turchia, Iran e Libano. Una serie di accordi è stata raggiunta per il ritorno alla pace. La Siria ha restituito 49 istruttori militari catturati dall’esercito siriano. La Turchia è intervenuta per liberare gli ingegneri e i pellegrini iraniani rapiti, anche quelli sequestrati  dai francesi (a proposito, il tenente Tlass che il sequestrava per conto della DGSE, è stato liquidato). La Turchia ha cessato ogni supporto al “libero esercito siriano”, ed ha chiuso i suoi impianti (ad eccezione di quella nella base NATO di Incirlik), e ha consegnato il suo comandante, il colonnello Riad al-Assad. La Russia, che è il garante degli accordi, è stata autorizzata a riattivare la base sovietica di intercettazione sul Monte Qassioum.
Il giorno dopo, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha informato l’opposizione siriana in esilio che non poteva più contare su un aiuto militare. Rendendosi conto che hanno tradito il loro paese per niente, i membri del Consiglio nazionale siriano andranno in cerca di nuovi sponsor. Uno di loro è anche arrivato al punto di scrivere a Benjamin Netanyahu, chiedendogli di invadere la Siria.
Dopo i due giorni necessari per l’attuazione degli accordi, non solo l’esercito nazionale della Siria, ma anche quello del Libano, hanno preso d’assalto le basi della Legione wahhabita. Nel nord del Libano, un massiccio arsenale è stato sequestrato a Tripoli e quattro agenti occidentali sono stati fatti prigionieri ad Akkar, in una scuola dell’UNRWA abbandonata e trasformata in quartier generale militare. In Siria, il generale Assef Shawkat in persona ha diretto le operazioni. Almeno 1.500 combattenti sono stati catturati, tra cui un colonnello francese dei servizi tecnici di comunicazione  della DGSE, e più di mille persone sono state uccise. In questa fase non è possibile determinare quante vittime vi siano tra i mercenari stranieri, quanti tra i siriani che hanno collaborato con le forze straniere, e quanti i civili intrappolati nella città in guerra.
Libano e Siria hanno ripristinato la loro sovranità sul loro territorio.
Degli intellettuali discutono se Vladimir Putin non abbia commesso un errore nel proteggere la Siria al costo di una crisi diplomatica con gli Stati Uniti. Questa è una domanda mal posta. Ricostituendo le proprie forze per anni e affermandosi sulla scena internazionale di oggi, Mosca ha concluso due decenni di  ordine mondiale unipolare, in cui Washington poteva estendere la sua egemonia fino ad ottenere il dominio globale. La scelta non era tra allearsi con la piccola Siria o con degli stati potenti, ma o di lasciare che la prima potenza mondiale distruggesse un altro stato o che la Russia sconvolgesse l’equilibrio del potere e creasse un ordine internazionale più giusto dove la Russia abbia una voce in capitolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Qaida in Siria: Le ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar

Fida Dakroub  Mondialisation 15 gennaio 2012

La democrazia, la democrazia delle potenze imperialiste e colonialiste, che ci schiacciano e sfruttano, la democrazia proclamata dall’Impero, scritto in lettere maiuscole sulla fronte dell’occidente, in ogni carcere di Guantanamo e su ogni missile Tomahawk o Cruise, la sua vera, autentica, prosaica espressione è il caos costruttivo, le guerre civili, i conflitti religiosi, etnici e tribali nelle forme più spaventose, nelle guerre in Medio Oriente.
La Democrazia! Tale era il grido di battaglia di Cesare George W. Bush. La Democrazia! Gridava Barack Obama, il giorno in cui Sirte è diventata cenere, in grazia della “missione umanitaria” della NATO in Libia. La Democrazia! Gridava Hamad, il despota assoluto del Qatar, eco brutale delle monarchie assolute e decadenti del Golfo Arabico. La Democrazia! Rimproverò l’esplosione terroristica a Damasco lacerando il corpo del popolo siriano.  

Al-Qaida in Siria
In un video che segnava il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre, il nuovo leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, esortava i siriani a “continuare la loro resistenza” al presidente Bashar al-Assad: “Il tiranno sembra vacillare. Continuate la pressione su di lui fino al prossimo autunno“, prometteva. [1]
Non sarebbe stato difficile a un osservatore alle prime armi, che mostrasse una certa curiosità – innata o acquisita – nei conflitti in Medio Oriente, sottolineare che una certa somiglianza raccoglieva, in un unico cestino, i recenti attacchi terroristici che hanno colpito la capitale siriana, Damasco, e quelli che avevano colpito l’Iraq dopo l’invasione delle legioni dell’Impero statunitense; da notare, quindi, che il “cervello” che ha ordinato gli attacchi di Damasco aveva anche diretto il terrore in tutto il mondo, dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa [2] all’ultimo attacco contro i civili in Iraq, che ha lasciato almeno 68 morti [3]; e di trovare, inoltre, che tutti questi attacchi, del passato e del presente – ma anche quelli che potrebbero aversi nel prossimo futuro – provengono dalla stessa ideologia, basata sulla eliminazione dell’Altro, ossia il salafismo wahhabita; dato che 1) il metodo utilizzato – attentatori suicidi, autobombe – 2) la vittima mirata – le istituzioni governative e i  luoghi civile – specialmente in Iraq – e 3) la giustificazione ideologica – una ideologia islamista salafita takfirista che chiede la morte degli “infedeli” e anche dell’Altro religioso.
Nel frattempo, non sarebbe stato così difficile – questa volta per un osservatore avvertito – notare che dopo il ritiro delle legioni dall’Iraq, l’Impero statunitense “rovescia il tavolo” sulla testa del giocatore iraniano, e ciò per stabilire un nuovo ordine regionale che manterrebbe il Medio Oriente sotto il suo controllo. Ma la Bastiglia non è ancora stata presa. Il trionfo momentaneo dei gruppi terroristici nel colpire il cuore della capitale siriana viene pagato con l’annientamento di tutte le illusioni e le fantasie che camuffano la presunta “rivoluzione” siriana, dalla disintegrazione di ogni discorso “filantropico” delle potenze imperialiste, dalla scissione della Lega araba in tre campi: i paesi resistenti all’Impero, i paesi obbedienti all’Impero e quelli che si tengono fuori.  
Nacquero così le ambizioni imperiali dell’Emirato del Qatar.

Taliban in Qatar: il nemico di ieri, l’amico oggi
Ricordiamo tutti i discorsi patriottici del Cesare George W. Bush la sera dell’11 settembre, dalla Casa Bianca. Durante quella notte molto buia, Bush si rivolse alla nazione parlando con una certa gravità, che evocava in noi la memoria dei grandi patriarchi biblici:
“Stasera vi chiedo di pregare per tutti coloro che sono afflitti, per i bambini il cui mondo è in frantumi, per tutti coloro il cui senso di sicurezza è stato minacciato. E prego che siano alleviati dal potere più grande di cui ci parla il Salmo 23: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male perché tu sei con me” [4].
Quella sera, dopo il suo discorso alla nazione, due angeli sarebbero scesi sulla Casa Bianca e avrebbero preso Cesare George W. Bush per mano, sussurrando al suo orecchio: “Vai dunque, conduci il popolo dove ti ho detto: Ecco, il mio angelo camminerà davanti a te, ma il giorno della mia vendetta, io li punirò per il loro peccato“. [5].
Pochi giorni dopo, Giovedi, 20 settembre, Cesare George W. Bush pronunciava un discorso a entrambe le Camere del Congresso. Tra i punti salienti del suo discorso, si legge:
Consegnare alle autorità americane tutti i leader di al-Qaida che si nascondono nella vostra terra“. [6] “Queste richieste non sono aperti ai negoziati o discussioni. I taliban devono agire e agire subito. Consegnino i terroristi o condivideranno il loro destino” [7]. “La nostra guerra contro il terrore inizia contro al-Qaida, ma non finisce qui. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico che può colpire in qualsiasi parte del mondo sarà trovato, fermato e sconfitto” [8].
A dispetto dello Spirito Santo, che ha soffiato l’audacia nella bocca di Cesare, queste affermazioni sono diventate subito copyright della storia. Infatti, tutti gli ostacoli sembrano oggi eliminati affinché i negoziati possano iniziare tra i nemici di ieri, e amici di oggi.
A partire dall’estate 2011, si sente sussurrare nei corridoi delle potenze imperialiste, dell’apertura di un ufficio di rappresentanza dei taliban in Qatar, come simbolo del processo di pace con il principale gruppo di ribelli in guerra contro La NATO e il governo di Kabul. [9]
Certo, questa iniziativa onorevole dell’emiro del Qatar, non avrebbe potuto vedere la luce senza la benedizione dell’Impero. Così, solo gli inviati degli Stati Uniti hanno incontrato “una dozzina di volte” i rappresentanti dei Taliban. [10]
Tuttavia, questo evento non è in alcun senso un incidente isolato. Invece, è parte di un flusso di messaggi d’amore tra i gruppi islamici salafiti – Taliban e i Fratelli musulmani – da un lato, e l’impero statunitense – attraverso il suo concessionario in Medio Oriente, l’emirato del Qatar – dall’altro. Le prime luci della nuova alba sono apparse nel marzo 2009, dopo che l’amministrazione Obama aveva abbandonato la “guerra contro il terrorismo“, termine adottato dal suo predecessore Bush [11].
A un altro livello, i funzionari statunitensi hanno iniziato di recente dei colloqui con il governo di Kabul per trasferire alle autorità afgane dei funzionari di alto rango dei taliban, imprigionati nel Gulag dell’Impero, a Guantanamo, dopo l’invasione Afghanistan, e questo nella speranza di raggiungere una tregua tra Washington e gli insorti. I funzionari degli Stati Uniti hanno già espresso la loro approvazione a mandare via da Guantanamo i detenuti taliban [12].
Inoltre, fonti della amministrazione Obama hanno indicato che i prigionieri taliban saranno liberati una volta che i ribelli avranno accettato di aprire un ufficio in Qatar e avviato i colloqui con gli statunitensi [13]. Da parte loro, i taliban si sono detti disposti a portare avanti i colloqui.
Si noti che tali scambi romantici di tipo epistolare tra l’Impero e gli insorti avvengono dopo dieci anni di guerra atroce. [14]  
Lontano dalle condizioni tremende di nemici di ieri, e di amici di oggi, nel corso di un ricevimento della delegazione della Lega araba, tra cui lo sceicco Hamad, a Damasco, il 26 ottobre scorso, il ministro degli esteri siriano Walid Moallem, secondo quanto riferito, aveva “lottato” per modificare alcuni articoli del testo dell’iniziativa araba, come l’articolo sul “ritiro dell’esercito siriano“, un articolo considerato il più pericoloso dalle autorità siriane, che ritiene impossibile considerare il ritiro dell’esercito dalle zone oramai diventate teatro di una guerra civile, come Homs. Ma lo sceicco Hamad ha chiesto il ritiro: “E’ imperativo rimuovere l’esercito e smettere di uccidere i manifestanti!” Diceva. Ciò che il presidente siriano ha dichiarato: “L’esercito non uccide i manifestanti, ma persegue piuttosto i terroristi armati. Se aveste una soluzione per finirla con questi ultimi, sarebbe la benvenuta!” [15]. Tuttavia, lo sceicco Hamad persisteva a voler fare credere ai suoi ospiti che respingeva qualsiasi uso del termine “terrorismo” ed ha anche mancato di ricusare ogni menzione delle bande nelle città [16].
Una domanda s’impone: perché questo anelito verso i gruppi armati islamisti – i nemici di ieri – da parte dell’Impero e del suo concessionario in Medio Oriente?

Il nuovo ruolo riservato al Qatar: la cornacchia che vuole imitare l’aquila
E’ chiaro fin dal principio che il ruolo svolto dal Qatar sul palcoscenico degli eventi regionali, dagli accordi di Doha nel 2008 [17] cerca di imporre questo piccolo emirato con una popolazione che non supera il milione e qualche centinaia di migliaia di assoggettati [18], come protagonista del conflitto in Medio Oriente.
Allo stesso modo, dal momento della sua precipitazione teatrale sulla scena degli eventi della presunta Primavera araba, l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad, insiste nel voler apparire nei costumi del despota illuminato. [19] Per farlo, si veste come Federico II di Prussia, detto Federico il Grande [20], e frequenta i Voltaire dell’imperialismo francese, come Bernard-Henri Lévy, e quelli dell’oscurantismo arabo, come Youssef al-Qaradawi [21].
Per contro, è vero che Hegel osservava da qualche parte che “tutti i principali eventi e personaggi storici si ripetono, per così dire due volte.” Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa [22].
Inoltre, lo sceicco Hamad – che si fa chiamare anche emiro – si è incontrato il 4 gennaio con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, per coinvolgere l’ONU nella missione della Lega Araba di Siria, in modo di avvalersi dell’”esperienza” della organizzazione internazionale in fatto di missioni di pace e di interposizione [23].
Questo passaggio dalla emiro mira a raggiungere due obiettivi: primo, facilitare e legittimare un intervento della NATO nella crisi siriana – non è più un segreto che tra i recenti “esperimenti” delle Nazioni Unite, figura il via libero alla NATO per la distruzione della Libia – e in secondo luogo, contrastare il potere della Lega Araba e ridurne il ruolo, come organizzazione che rappresenta gli interessi del mondo arabo, a una sorta di Loya Jirga [24], rappresentando soltanto gli emiri e sultani delle famiglie reali del Golfo.
E’ lo stesso per l’emirato del Qatar, che ha un esercito di 1500 mercenari, ma che contiene, per contro, la più grande base militare statunitense nella regione, e mira a svolgere un ruolo internazionale, tanto grande quanto l’enormità della presenza di truppe straniere sul suo territorio.
Così, alle prime luci della cosiddetta primavera araba, il Qatar, che è diventato uno strumento mediatico nel mondo arabo nelle mani delle potenze imperialiste, accorse sul luogo degli eventi. Sottolineiamo a questo proposito il ruolo del canale al-Jazeera, il cui scopo è distorcere i dati effettivi della guerra imperialista contro la Siria, promuovendo un discorso di odio e di risentimento contro i gruppi delle minoranze religiose nel mondo arabo. Anche il Qatar, allineandosi alle posizioni che suggeriscono addirittura l’intervento straniero in Siria, è andato oltre la questione delle sanzioni contro la Siria, che hanno lasciato degli effetti negativi diretta sul tenore di vita, il cibo e le medicine del popolo siriano.
Noi condividiamo la stessa opinione del politologo russo Vjacheslav Matuzov, che ha sottolineato che il Qatar ha un ruolo negativo nella Lega araba, aggiungendo che “gli Stati Uniti vogliono la rovina e la distruzione della Siria come Stato arabo indipendente (…) L’Occidente ha una sola richiesta per la missione degli osservatori arabi, e cioè una presa di posizione in solidarietà con l’opposizione radicale, senza alcuna preoccupazione per gli eventi reali sul campo“, ha detto l’analista russo, in un’intervista alla TV “Russia Today” [25].
Vale la pena ricordare che l’interferenza ostile del Qatar negli affari interni della Siria avvengono quando due potenze si confrontano in una specie di guerra fredda nella regione del Golfo Persico: quella dell’aquila calva [26] statunitense e quella del Derafsh Kaviani [27] iraniano. La presenza della prima potenza è in declino nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, quella della seconda potenza sta crescendo. Tra queste due grandi potenze belligeranti – Iran e l’Impero USA – le ambizioni “imperiali” del Qatar evocano in noi la favola di La Fontaine, la cornacchia che voleva imitare l’Aquila [28].  

Il Qatar sequestra la Lega Araba
Durante tutti i periodi precedenti la presunta primavera araba, l’Egitto giocava un ruolo centrale nella Lega permittendogli di guidare il mondo arabo, soprattutto nell’era del presidente Nasser (1956 – 1970) e dell’ascesa dell’ideologia nasseriana [29].
Dalla sua nascita nel 1945, la Lega Araba era sempre divisa in due campi, dagli scopi politici opposti. In primo luogo, negli anni Quaranta e Cinquanta, l’accordo tra l’Egitto e l’Arabia favorevole all’indipendenza si opponeva ai progetti dell’asse hashemita giordano-iracheno, più incline a cooperare con la potenza britannica, ancora padrona di molti protettorati e mandati (Sudan, Palestina, Emirati Arabi, ecc.). Successivamente, nel contesto dell’anti-colonialismo e della Guerra Fredda, la divisione ha assunto una nuova linea tra Stati socialisti vicini all’URSS (Libia, Siria, Algeria, Egitto di Nasser, Iraq, Yemen del Nord) e Stati vicini agli Stati Uniti (gli emirati e sultanati arabi del Golfo) [30]. Infine, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Lega araba era ancora divisa in due campi: da un lato, i paesi che resistevano ai piani di dominio degli USA (in particolare Siria e Libano), d’altra parte i paesi docili all’Impero (sempre gli emirati e i sultanati del Golfo arabo, l’Egitto di Mubarak).
Dopo la caduta dell’ultimo faraone, Mubarak, nel 2011, l’Egitto è occupato dai suoi problemi interni, che gli impediscono di continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel mondo arabo, anche se il segretario generale della Lega continua a privilegiare l’Egitto. Non è più un segreto che l’assenza “transitoria” dell’Egitto come leader del mondo arabo ha ridotto il ruolo della Lega. Oltre l’Egitto, nessun paese è in grado di guidare il mondo arabo. Egitto rimane l’unico paese “in grado” di svolgere questo ruolo, dato il suo peso demografico [31], economico e culturale. Su un altro livello, l’Arabia Saudita non è più in una posizione che gli consenta di riempire il vuoto lasciato dal blocco dell’Egitto nei propri problemi e crisi interni, data la fragilità e l’instabilità interna – minaccia sciita nell’est del regno – e il terremoto politico alle porte del regno – la rivoluzione in Bahrain e la guerra civile in Yemen. Nel contempo, i paesi del Maghreb non sono in grado di guidare il mondo arabo, data la loro posizione geografica, all’estremo del mondo arabo, e in secondo luogo dalla natura demografica di quei paesi che non costituiscono in realtà degli agglomerati di masse, come l’Egitto e il Levante, ma piuttosto sono dei centri urbani sparsi lungo la costa mediterranea del Nord Africa. Allo stesso modo, la Tunisia rimane nella scia della sua rivoluzione dei gelsomini, instabile politicamente, e la Libia è rovinata dalla grazia della “missione umanitaria” della NATO.  
Pertanto, il ritiro temporaneo dell’Egitto dalla scena degli eventi ha creato un vuoto, politico e diplomatico. Accoppiato con il ritiro delle legioni dell’Impero dall’Iraq, che ha aperto le porte alla potenza iraniana in ascesa. Per “contenere” l’espansione dell’Iran, solo il Qatar sembra in grado di svolgere questo ruolo a livello politico e diplomatico, i quanto concessionario e commerciante dell’Impero – piuttosto che negoziatore -, per la semplice ragione che dal punto di vista militare, il Qatar è in realtà solo una base militare statunitense nella regione.
Per contrastare il ruolo della Lega Araba, le interferenze ostili del Qatar nella crisi siriana e il suo pieno impegno nella cospirazione imperialista volta, in primo luogo, a creare divisioni tra i suoi membri, sulla base della sensibilità religiosa – sunniti contro sciiti – ed etnica – arabi contro persiani – e in secondo luogo, trasformare la Lega in una sorta di Loya Jirga, degli emirati e dei sultanati arabi del Golfo, in cui le monarchie siano giustificate da una ideologia wahhabita islamista, la stessa dei taliban. Più tardi, il nuovo blocco sunnita wahhabita, che include gli emirati e sultanati arabi del Golfo, i taliban dell’Afghanistan e i Fratelli Musulmani dell’Egitto e della Siria – che beneficiano dell’enorme sostegno delle potenze imperialiste – cerca di smembrare l’arco sciita che si estende dall’Iran al Libano, mentre passa attraverso l’Iraq e la Siria, sovvertendo il regime siriano, in primo luogo, e poi isolando l’Iraq filo-iraniano di Maliki, in secondo luogo.  Pertanto, Hezbollah in Libano verrebbe totalmente isolato dalla sua retrovia, l’Iran, che faciliterebbe, in una fase successiva, l’invasione dell’Iran.
In breve, l’apertura di un ufficio dei taliban in Qatar mette fine, ufficialmente, alla guerra degli statunitensi contro il terrorismo; e i nemici di ieri diventano gli amici di oggi. Vale a dire che i recenti attacchi terroristici nel cuore della capitale siriana esprimono l’applicazione pratica delle nuove Liaisons dangereuses [32] che sono emerse recentemente tra il vero padrone – l’impero statunitense – rappresentato dal suo concessionario arabo – il Qatar – da una parte e i taliban dall’altra parte – e dietro di loro al-Qaida, naturalmente.

La risposta siriana e il declino della Lega araba
Un diplomatico arabo al Cairo ha riferito che durante il ricevimento della delegazione della Lega araba a Damasco, il 26 ottobre, 2011, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva accusato il primo ministro del Qatar, Hamad, di essere l’esecutore dei “diktat americani” e gli disse: “Io proteggo la mia gente, con l’aiuto del mio esercito, ma tu hai il tuo per proteggere le basi americane stabilite sulla tua terra (…) Se venite qui come Delegazione della Lega Araba, siete i benvenuti. Tuttavia, se siete i delegati degli americani, sarebbe meglio se smettessimo ogni discussione” [33].
Tuttavia, lo sceicco del Qatar ha dovuto attendere il 10 gennaio per ascoltare il presidente siriano dare la sua risposta finale all’interferenza del Qatar negli affari interni del suo paese. Lo stesso giorno, l’ambasciatore siriano alla Lega Araba, il signor Youssef Ahmed, aveva chiesto allo sceicco del Qatar di dire chi gli aveva dato il mandato di parlare a nome della Siria: “Deve tacere ed evitare ogni ingerenza negli affari siriani“, aveva detto. [34]
In un discorso all’anfiteatro dell’Università di Damasco, il presidente siriano Bashar al-Assad, schierò la sua artiglieria pesante e ha dichiarato l’inizio di una nuova fase della guerra imperialista contro la Siria, quella della contro-offensiva siriana: “Avevamo mostrato pazienza e resistenza in una battaglia senza precedenti nella storia moderna della Siria, e questo ci ha reso più forti, e benché questa lotta comporti grandi rischi e sfide fatalo, la vittoria è vicina se siamo in grado di resistere, di sfruttare i nostri  molti punti di forza e di conoscere i punti deboli dei nostri avversari, che sono molti di più”[35], aveva detto.
Durante il suo discorso, il presidente Assad ha attaccato la Lega Araba in diverse occasioni. L’ha accusata di aver accettato di diventare una sorta di vetrina diplomatica, dietro la quale nascondere i veri cospiratori, le potenze imperialiste: “Dopo il fallimento di questi paesi al Consiglio di Sicurezza nel  convincere il mondo delle loro menzogne, è stato necessario utilizzare una copertura araba, che diventata una base per esse” [36], ha sottolineato il presidente Assad.
Il presidente Assad ha voluto “inviare” messaggi multipli a più destinatari. Possiamo riassumere questi messaggi in tre punti:
In primo luogo, la Siria non ha paura di una sospensione dalla Lega Araba. Le conseguenze di una siffatta sospensione, appaiono prive di enormi effetti sulla Siria. Per contro, la Siria sarà “libera” dalle pretese della Lega, soprattutto ora che il Qatar ha dirottato il suo ruolo, e che tutte le risoluzioni della Lega sono preparate dietro le quinte dalle potenze imperialiste.  
In secondo luogo, senza la Siria, la Lega perde la sua legittimità e validità, mentre il mondo arabo come entità culturale, non può esistere – né in teoria né in pratica – senza la Siria, la culla della cultura e della civiltà arabo-musulmana. A maggior ragione, all’alba della brillante civiltà musulmana della Siria omayyade (661-750). Nelle arti, letteratura, lingua, scienze, storia, memoria collettiva e religioni, la Siria rimane il “cuore” del mondo arabo. Dal punto di vista geografico, senza la Siria, il mondo arabo non può esistere come entità politica, al contrario, sarà lacerato in diverse aree geografiche separate: la penisola arabica, la Valle del Nilo e il Nord Africa. Va notato qui che la Siria, come entità culturale e geografica, va oltre i confini della Repubblica araba siriana, imposti dal colonialismo franco-britannico a seguito dello smembramento dell’Impero Ottomano nel 1918. Stiamo parlando qui della Siria naturale. Il presidente Assad è stato chiaro su questo punto quando ha detto che “se alcuni paesi arabi hanno lavorato per sospendere la nostra arabità dalla Lega, diciamo che avrebbe sospeso piuttosto l’arabismo della Lega, o, senza la Siria, è l’arabismo della Lega che viene sospeso. Mentre alcuni credono di poter far uscire dalla Lega la Siria, non possono far uscire dalla Siria l’identità araba, perché l’arabismo non è una decisione politica, ma un patrimonio e una storia” [37], aveva continuato.
In terzo luogo, la Siria non sarà mai in ginocchio davanti alle potenze imperialiste. Le sanzioni imposte dalle potenze imperialiste e quelle imposte dalle monarchie assolute arabe potrebbero probabilmente avere un impatto negativo sull’economia della Siria. Tuttavia, nel mondo, ci sono altre potenze economiche in ascesa, esterne al sistema di subordinazione verso l’Occidente, come Russia, Cina, India, Iran, vale a dire l’Oriente. Il presidente Assad ha notato che la Siria si sta muovendo verso l’Oriente, e questo l’aveva fatto per anni: “L’Occidente è importante per noi, non possiamo negare questa verità, ma l’Occidente oggi non è quello che è stato un decennio prima (…) I rapporti della maggioranza del mondo con la Siria sono buoni nonostante le circostanze attuali e la pressione occidentale” [38], ha indicato, notando che l’embargo imposto alla Siria e le circostanze politiche e di sicurezza hanno un impatto, ma “potremmo ottenere degli obiettivi riducendo le perdite” [39], aveva precisato.

Cosa significa avere ambizioni
In conclusione, riteniamo utile passare rapidamente alle ambizioni “imperiali” dell’emirato del Qatar.
Approfittando della presenza militare delle legioni dell’Impero nel territorio del suo feudo, l’Emiro del Qatar, Hamad, sembra convinto che la seconda resurrezione del Regno di Prussia, per così dire, diventi ogni giorno inevitabile; questa volta non sulle rive della Vistola e per mano degli Hohenzollern, ma lungo il Golfo Persico e per mano degli al-Thani, la famiglia reale del Qatar.
Resta da aggiungere che è vero che il Qatar punta a giocare un ruolo nella regione superiore alla sua reale “dimensione”, è vero che la cornacchia che voleva un giorno emulare l’aquila, non poté ritirarsi. Il pastore viene, lo prende e l’ingabbia bellamente, dandola ai suoi figli per passatempo. [40]

Note
[2] Gli attentati di Nairobi e Dar es Salaam del 7 agosto 1998.
[5] Esodo 32:34.
[12] RussiaToday
[13] RussiaToday
[14] RussiaToday
[15] Algeria Watch
[16] Algeria Watch
[17] L’accordo di Doha è un accordo politico temporaneo per la sistemazione economica, in una situazione di necessità e senza cambiamento costituzionale, tra l’opposizione libanese pro-siriana e il governo libanese, allora pro-saudita, dopo gli avvenimenti dell’8 maggio 2008, che portarono alla caduta totale della capitale Beirut nelle mani dei combattenti dell’opposizione.  
[18] La popolazione totale del Qatar è 1.699.435 persone.
[19] Il dispotismo illuminato è una variante del dispotismo che si è sviluppato nella metà del XVIII secolo, il potere è esercitato col diritto divino dei monarchi, le cui decisioni sono guidate dalla ragione e presentandosi come i primi servi dello Stato. I principali despoti illuminati così mantennero una costante corrispondenza con i filosofi dell’Illuminismo.
[20] Federico II di Prussia ha fatto entrare il suo paese nella corte delle grandi potenze europee. Dopo aver un tempo frequentato Voltaire, è diventato famoso per essere uno dei sostenitori dell’idea del principe dell’illuminismo, quale “despota illuminato”.
[21] Le Grand Soir
[22] Marx, Karl. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.  
[23] Info Syrie
[24] La Loya Jirga (Grande Assemblea o riunione di grandi dimensioni), è un termine d’origine Pashto che designa una riunione convocata per prendere decisioni importanti per il popolo afghano.
[25] Sana
[26] L’aquila calva è il simbolo ufficiale del Gran Sigillo degli Stati Uniti d’America.
Derafsh Kaviani è la leggendaria bandiera dell’impero persiano, che indica la Gloriosa bandiera dell’Iran.
[28] Le Favole di La Fontaine, libro II, favola 16.
[29] IL nasserismo è una ideologia pan-araba rivoluzionaria, combinato con un socialismo arabo, ma  contrario alle idee marxiste.
[30] Jean-Christophe Victor, «Mondes arabes», Le Dessous des cartes, 10 settembre 2011.
[31] L’Egitto è il paese più popoloso del mondo arabo e del Medio Oriente, con una popolazione di 82 milioni. 
[32] Les Liaisons dangereuses è il titolo di un romanzo epistolare scritto da Pierre Choderlos de Laclos, e pubblicato nel 1782.
[33] Algeria Watch
[35] Sana
[36] Sana
[37] Sana
[38] Sana
[39] Sana
[40] Le Favole di La Fontaine. La Cornacchia che volle imitare l’Aquila, libro II, favola 16.

Ricercatrice in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è membro del “Gruppo di ricerche e studi sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. Elle est l’auteur de E’ autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il governo siriano ha ragione, gruppi armati operano in Siria

Infosyrie

Vi proponiamo la traduzione di un articolo pubblicato il 3 agosto sul blog di Joshua Landis, Syria Comment, uno dei più acuti sulla questione, assai  consultato dai giornalisti statunitensi e anglosassoni, Landis ha scritto per i media e i giornali più prestigiosi degli Stati Uniti – CNN, New York Times, Wall Street Journal, Washington Post, ecc. Joshua Landis, uno statunitense sposato con una siriana, affronta qui il problema dei gruppi armati, la cui esistenza è costantemente negata in generale – o ignorata – dai media occidentali. Il suo articolo è stato scritto dopo l’uscita del famosa e terribile video che mostra dei manifestanti chiaramente islamiti e certamente anti-regime, appendere dei cadaveri insanguinati dal ponte sul fiume Oronte, ad Hama. Si riferisce anche a un altro video – pubblicato il 3 agosto da Infosyrie.fr - che mostra due camion dell’esercito siriano cadere in un’imboscata a Banias, ad aprile: è uno dei nove soldati uccisi in questa occasione era un cugino della moglie di Landis, il tenente colonnello Yasser Qash’ur. Questo dramma familiare, ma anche attento esame degli elementi esistenti di altre prove del coinvolgimento di gruppi armati dell’opposizione a Jisr al-Shoughour o Hama, porta Joshua Landis a concludere che le versioni fornite dalle autorità siriane su questi incidenti sanguinosi sono corrette, e che la stampa occidentale ha sempre rifiutato di vedere la verità in faccia, per motivi legati alla buona coscienza e alla conformità ideologica. Sì, ripete Landis, ci sono gruppi armati che operano in Siria, che tentano, con successo finora, di coinvolgere il noto e fatale ciclo “provocazione-repressione“, ben noto ai professionisti delle rivolte e della destabilizzante.
Questa conclusione di un esperto riconosciuto di questioni siriane, tanto più che la seconda parte dell’articolo di Landis non è altro che favorevole al regime baathista: afferma che troppi siriani attualmente soffrono la povertà e un totale mancanza di prospettive, e sono quindi ideali per essere reclutati dai gruppi armati eversivi: avremo riserve sul quadro molto desolante di Landis sul regime che ha comunque suscitato molti anni di progresso sociale ed economico.  Ma la sua tesi, preoccupante, sulla frangia radicale degli oppositori e dell’irrigidimento parallelo dei sostenitori del regime è credibile: lo spettro della guerra civile in Iraq è iniziata ha profilarso in Siria, nei pressi di Hama e Homs. I pompieri piromani della France – il tandem Juppé-Sarkozy – e altrove – che spalleggiano l’Unione europea o, talvolta precedono i desideri del Pentagono, del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca – ne devono essere ben consapevoli.

La controversia sui gruppi armati
Joshua Landis 4 agosto 2011

Ho parlato della “polemica sui gruppi armati” nei miei ultimi due articoli. Nella sezione commenti, i siriani hanno discusso se l’opposizione  accoglie nelle sue fila elementi attivisti che uccidono i soldati siriani. Un certo numero di analisti, tra cui un tale Majd Eid, si univano al dibattito di ieri su France24, sostengono che è una rivolta non violenta. Essi insistono sul fatto che le truppe siriane uccidano altri soldati, non elementi dell’opposizione.  Questi massacri avvengono quando le forze di sicurezza rifiutano gli ordini di sparare sulla folla, insistono. Ad oggi, non ci sono prove che l’esercito siriano abbia ucciso suoi commilitoni per aver rifiutato un ordine diretto. Al contrario, la maggior parte delle prove disponibili rafforza le affermazioni del governo, secondo cui elementi armati dell’opposizione sparano alle forze di sicurezza.
Questa polemica è nata ad aprile durante le proteste di Banias, quando nove soldati sono stati uccisi sulla strada principale, su due veicoli al di fuori della città. Gli attivisti hanno annunciato che i soldati erano stati assassinati a Banias da altri soldati per essersi rifiutati di sparare sulla folla. Questa storia s’è dimostrata falsa, ma è stata trasmessa dalla maggior parte della stampa occidentale e non è mai stata corretta. Ho scritto un articolo su questa polemica il 14 aprile con il titolo: La stampa occidentale esagera – Chi ha ucciso i nove soldati di Banias? Non le forze di sicurezza siriane. La ragione per cui mi sono interessato a questo caso è che il cugino di mia moglie, il tenente colonnello Yasir Qash’ur, è stato uno dei nove soldati uccisi quel 10 aprile. Noi lo conoscevamo bene. Abbiamo parlato con il fratello di Yasser, il colonnello ‘Uday Ahmad, che era seduto nella parte posteriore del camion in cui sono stati uccisi Yasir e diversi soldati. ‘Uday ci ha detto che i loro due camion militari sono stati attaccati mentre stavano attraversando un cavalcavia, da uomini bene armati nascosti dietro le barriere e le piante, sui tetti degli edifici, lungo la strada. Hanno tempestato il convoglio con armi da fuoco automatiche, uccidendo nove persone. L’incidente non aveva niente a che fare con soldati che rifiutano gli ordini. La sua descrizione dei fatti era in contraddizione con tali le storie che ho letto sulla stampa, ed ho iniziato a scavare sull’argomento. Un video successivo sullo scontro a fuoco è stato trovato e mostrato alla televisione siriana. Ha confermato il racconto di ‘Uday. La stampa occidentale e gli analisti non sono disposti a riconoscere che elementi armati sono diventati attivi. Hanno preferito raccontare una bella favola di “buoni” che combattono dei “cattivi”. Non vi è dubbio che la maggior parte dell’opposizione è pacifica ed è stata presa di mira da soldati e da cecchini egualmente assassini. Ci si chiede solo perché questa storia non poteva essere raccontata tenendo conto della realtà – che elementi armati che sono venuti per uccidere, hanno anche un ruolo.
Durante gli scontri sanguinosi di Jisr al-Shoughour, la stampa occidentale per la maggior parte ha ripetuto le affermazioni dell’opposizione, che aveva annunciato che 100 soldati erano stati uccisi, non da elementi dell’opposizione, ma da altri soldati. I giornali hanno insistito che i militari siriani erano stati uccisi in questa città da altri soldati per aver rifiutato gli ordini di sparare sulla gente. Le dichiarazioni del governo, che dicono che i soldati sono stati uccisi da elementi armati che hanno teso un agguato, furono sistematicamente ignorate. Oggi, ecco un video che supporta la versione  degli eventi del governo: i soldati di stanza in città sono stati attaccati da un’opposizione armata e organizzata. Ecco un video che mostra alcuni di questi soldati prima che fossero uccisi. I primi minuti mostrano i soldati dopo che sono stati uccisi. Ecco il video originale, inedito, i corpi prima di essere messi sul camion.
Nella battaglia di Hama, il video che mostra i corpi gettati da un ponte in un fiume è stato oggetto di controversie. Questo video, realizzato mettendo a confronto la vista del ponte da Google Earth con quello che abbiamo visto nel video, dimostra che il film è nuovo, viene da Hama e mostra elementi dell’opposizione gettare i corpi dei soldati dal ponte autostradale sul fiume ‘Asi, a nord di Hama, sull’autostrada per Aleppo.
Qual è il significato dell’emergere degli elementi dell’opposizione armata? Un dei principali attivisti anti-governativi, parlando alla CNN, l’ha ben spiegato. Ecco la storia di Arwa Damon e Nada Husseini, trasmessa alla CNN il 2 agosto:
Un importante attivista anti-governativo, che ha chiesto di non essere nominato a causa dei pericoli associati alla divulgazione di queste informazioni, ha detto alla CNN che la relazione sulla televisione di stato siriana era corretta. I corpi sono quelli dei membri della polizia segreta uccisi da miliziani siriani provenienti dall’Iraq per unirsi alla lotta contro il governo, ha spiegato l’attivista, che ottiene informazioni relative agli eventi da una vasta rete di corrispondenti.
“L’attivista stesso ha sottolineato che questi estremisti non sono rappresentativi del movimento di protesta. Elementi marginali violenti sono emersi per fomentare i torbidi in Siria. Secondo uno studio dell’International Crisis Group, rilasciata il mese scorso, alcuni elementi anti-governativi hanno preso le armi. Tuttavia, afferma il rapporto, “la stragrande maggioranza delle perdite riguarda manifestanti pacifici, e la stragrande maggioranza della violenza è stata perpetrata dai servizi di sicurezza. L’attivista ha anche detto che la pubblicazione di questo video è come una spada a doppio taglio per gli avversari.
“Da un lato, dice, i manifestanti pacifici devono essere consapevoli dell’esistenza di questi elementi marginali. Questo dovrebbe incoraggiare più persone a rifiutare sia il regime che questo tipo di aggressione armata, e conservare gli obiettivi di una protesta pacifica. Ma a llo stesso tempo, ha detto, gli incidenti danno credito alle affermazioni del governo siriano, secondo cui attacca solo “bande armate”. Una tale violenza (da parte degli attivisti, ndr), dice ancora una volta, potrebbe far sì che la comunità internazionale sia riluttante nell’aumentare la pressione sul regime siriano“.
Molti sostenitori del movimento rivoluzionario hanno risposto a questi video, chiedendo: “Cosa si aspettavano? I siriani aspetterebbero di farsi uccidere? Naturalmente la violenza genera violenza. Questo è normale e l’unica sorpresa è che si ci sia voluto tanto tempo per scoppiare.”
E’ un argomento incontestabile. L’opposizione siriana è stata lenta a prendere le armi nel tentativo di rovesciare il regime baathista. Il Movimento degli ufficiali liberi è sempre più importante. Il video più recente pubblicato dal MUL mostra che il numero dei membri è cresciuto, anche se l’organizzazione è ancora balbettante. Il suo leader dice che difenderà i civili contro le “azioni barbariche del regime e dei suoi Shabbiha (giovani delinquenti della comunità alawita nella regione costiera del nord del paese, che si ritiene abbiano avuto un ruolo nella repressione di determinate manifestazioni dell’opposizione, ndr) “. Altre organizzazioni armate sono scese in strada, ma nessuno ha ufficialmente dichiarato la loro esistenza o obiettivi politici definiti. Questo dovrebbe certamente essere fatto nei prossimi mesi.
Fin dall’inizio, abbiamo avuto una guerra dei video. Quello di una donna che dice addio al marito, ucciso a Hama il 2 agosto, è patetico. Questi video sono come una chiamata alle armi.
Il regime si batterà fino alla fine e ha ancora uno spirito combattivo. I militari hanno molti vantaggi rispetto ad un’opposizione divisa. E’ improbabile che il sistema “collassi“, come previsto da alcuni attivisti, o evapori alla maniera di quello di Ceaucescu. Se deve essere sconfitto, sarà sul terreno e con la forza. E’ difficile immaginare un esito diverso. Naturalmente, se Damasco e Aleppo manifestano in massa assieme, la rottura potrebbe essere accelerato, ma l’esercito e il Baath non rinunceranno alla partite. Le divisioni della Siria sono troppo profonde. La paura della vendetta e della pulizia etnica rafforzerà la determinazione di tutti coloro che hanno sostenuto il regime in vigore per decenni. Se la leadership siriana avesse voluto passare il potere pacificamente e  stabilire una sorta di accordo costituzionale, lo avrebbe fatto.
La povertà e la perdita di dignità sperimentata da molti siriani sono una dimensione molto pesanti della realtà in questo paese. Il 22% dei siriani vive con due dollari al giorno o meno. Questo è un fatto sorprendente. Sarà molto peggio quando le difficoltà economiche e la perdita di posti di lavoro cominceranno a moltiplicarsi. La Siria è piena di persone che hanno poco da perdere, che hanno un basso livello di istruzione e poche prospettive per una vita migliore e più dignitosa. Il potenziale di violenza e criminalità è importante. Ancora più preoccupante è la mancanza di leadership delle forze dell’opposizione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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