Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La DEA aiuta i narcotrafficanti in Sud America

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012

Rodrigo Hinzpeter Kirberg

Pensate ad un accogliente piano bar in una strada tranquilla nel centro di Santiago del Cile, un posto romantico dove le coppie si incontrano, gli artisti e i turisti si sporgono fuori per ascoltare vecchie canzoni. Tale doveva essere il luogo in cui un agente della DEA di stanza presso l’ambasciata degli Stati Uniti incontrava il suo contatto, un alto ufficiale della polizia investigativa (PDI), per discutere gli accordi – quantità, camuffamento, percorsi e protezione – per il solito business del narcotraffico: l’invio di un carico di cocaina dalla Bolivia passando dal valico di Paso de Colina…
L’investigatore della polizia Fernando Ulloa fu il primo a far saltare il coperchio del sistema. Trovò  un giro di droga nel capoluogo di Maipú, scoprendo che dei suoi colleghi permettevano che la cocaina raggiungesse la destinazione. Svelato il mistero, Fernando Ulloa apprese che ogni mese di carichi di 120-200 kg di cocaina venivano messi in scatole etichettate come apparecchi elettronici, e venivano spediti in Cile da un paio di anni, e che in quel paese i veicoli che trasportavano le scatole venivano scortati dagli ufficiali della polizia o dell’esercito, la cui missione era renderne sicuro il transito. A quel punto, però, i tentativi di Ulloa di riferire le conclusioni dell’indagine vennero sventati dai suoi supervisori di Maipú. Poliziotto onesto, Ulloa non avrebbe mai immaginato che le forze dell’ordine avrebbero strenuamente ignorato le sue assolutamente affidabili informazioni. Quando evaporarono le ultime speranze che gli alti vertici della PDI reagissero, Ulloa, con l’aiuto della parlamentare Monica Slakett, poté contattare direttamente il ministro degli interni Rodrigo Hinzpeter Kirberg, e nel maggio 2011 gli consegnò un pesante dossier di prove incriminanti. Il ministro Hinzpeter disse che il problema avrebbe richiesto quattro giorni per essere risolto e per trasmettere le prove al capo del ministero per le inchieste giudiziarie, chiedendo a Ulloa di non parlarne ai media nel frattempo, in modo da evitare di danneggiare la reputazione della PDI. Ulloa non disse ciò che sapeva per un anno, prima di rendersi conto che il traffico attraverso Paso de Colina continuava come se nulla fosse successo; quindi assunse un avvocato per la sua difesa e rese pubblica la questione. L’amministrazione rispose licenziando Ulloa, mettendolo sotto sorveglianza, ascoltando il suo telefono. Minacce anonime contro Ulloa fecero seguito poco dopo.
Ciò che Ulloa doveva capire era che il suo avversario principale era proprio il ministro Hinzpeter, una delle più influenti figure della politica cilena. I legami di Hinzpeter con elementi di destra degli Stati Uniti e di Israele sono noti in Cile, anche se, paradossalmente, la famiglia del ministro ha un passato socialista al fianco di Salvador Allende, e uno dei suoi parenti era noto per aver spiato per conto dei sovietici durante la seconda guerra mondiale, lavorando per il famoso Grigulevich sulle attività degli agenti nazisti e anche dell’FBI. Hinzpeter, al contrario, è un personaggio che appartiene interamente all’epoca liberale. Ambizioso rampollo di una famiglia ebraica, ha frequentato l’Istituto Weizmann e, di nascosto, ha ricevuto addestramento militare in Israele. Hinzpeter si laureò in giurisprudenza al Dipartimento di scienze sociali dell’Universidad Catolica de Chile, dove entrò in un gruppo di studenti pro-Pinochet, e più tardi lavorò per la Simpson Thacher & Bartlett di New York. Si dice che gli ambienti sionisti negli Stati Uniti apprezzassero la nuova promessa Hinzpeter. L’aspirante ministro è stato il più stretto collaboratore di Sebastián Piñera dal 2001, lavorando come suo capo della campagna elettorale, ed è stato nominato capo della polizia nel 2010, quando Piñera divenne presidente. Non c’è dubbio, la promozione aveva la benedizione di Washington. I cileni hanno costantemente discusso su come esattamente la fedeltà di Hinzpeter si divida tra il Cile e altri centri di gravità politica. Nel corso dei due anni del mandato, Hinzpeter preoccupava costantemente il governo e, da una prospettiva più ampia, minacciava la dirigenza del Cile a causa delle sue inclinazioni scandalosamente autoritarie. Piñera doveva ricorrentemente difendere Hinzpeter dal malcontento pubblico che l’accusava per l’uso della forza contro le proteste della popolazione verso l’aumento delle tariffe del gas di Aisén, i giri di vite sulle manifestazioni degli studenti per l’istruzione gratuita, o per la campagna secondo cui il Cile è in qualche modo oggetto delle mire di gruppi radicali islamici.
I blogger cileni individuano regolarmente delle analogie tra la politica perseguita da Hinzpeter e il modo in cui Israele tratta i palestinesi, indicando a volte che il motivo per cui il ministro sia immune dalle responsabilità per la sua durezza sproporzionata, è perché gode del forte sostegno del Mossad. Tra l’altro, Hinzpeter ha ottenuto ulteriore notorietà come partner della CIA e del Mossad nella caccia alle mitiche cellule di al-Qaida quando, nel maggio 2010, lo studente pakistano Muhammad Saif-ur-Rehman Khan è stato arrestato con accuse piuttosto ridicole, in Cile. Con un pretesto banale, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti invitò Khan nella sede diplomatica e lo studente ingenuamente accettò. William Whitaker, presumibilmente un operativo della CIA, lo fece passare attraverso un rilevatore di esplosivi, gli chiese di lasciare il suo cellulare e lo portò in una stanza dell’ambasciata. Poco dopo fu detto a Khan che delle tracce di esplosivo erano state rilevate sul suo telefono e lo studente, che voleva protestare contro la violazione dei propri diritti nel corso del procedimento, venne perquisito e con un interrogatorio stile Abu Ghraib costretto a dichiararsi colpevole di un complotto del tutto immaginario. Nel frattempo, la Polizia Investigativa prese istruzioni dal rappresentante dell’FBI in Cile Stanley Stoy, e perquisì la stanza affittata da Khan. Seguendo il consiglio di Hinzpeter, gli israeliani depistarono gli investigatori, ma non furono in grado di identificare nessuno dei contatti degli studenti come potenziali terroristi. Hinzpeter ordinò alla Direzione dell’Intelligence Politica dei Carabineros (Direcciòn de Inteligencia Politica de Carabineros – Dipolcar) d’intercettare tutte le conversazioni telefoniche di Khan (senza un mandato giudiziario ufficialmente rilasciato), con lo scopo di valutare il grado di coordinamento tra il giovane pakistano e il senatore Alejandro Navarro, che aveva condannato l’intera operazione come una provocazione, e controllare se Khan avesse collegamenti con rappresentanti di regimi populisti.
Hinzpeter subito presentò la versione statunitense dell’arresto, facendo riferimento alle tracce di esplosivo presumibilmente rilevate sui beni di Khan. La notizia si diffuse nei media, senza menzionare il carattere estremamente ipotetico delle accuse, e Khan venne rinchiuso in una prigione di massima sicurezza ad affrontare cicli di interrogatori. Khan, in seguito, espresse l’idea che Hinzpeter avesse programmato di farne il caso di punta, al culmine del più ampio quadro di una campagna anti-estremista in Cile, in modo da giustificare l’adozione di una pesantissima legge anti-estremista. Diverse indagini tecniche vennero eseguite su richiesta di un avvocato di Khan, con il risultato che le tracce di esplosivi esistevano solo sul telefono, ma in nessun altro dei beni dello studente. L’unica spiegazione plausibile, dietro tale paradosso, potrebbe essere che il telefono di Khan era stato messo a contatto con una sostanza esplosiva dagli agenti dell’ambasciata degli Stati Uniti. La PDI probabilmente ha fatto lo stesso nell’appartamento in cui viveva Khan, ma “ulteriori prove” non poterono essere piazzate poiché la pattuglia dei Carabineros appostata per ottenere un mandato di perquisizione, videoregistrava le visite della PDI.
Tutto ciò fu un fallimento epico, e chi ideò il trucco non ebbe altra scelta che fuggire dal Cile. Stanley Stoy riemerse presso l’Unità di Negoziazione Crisi dell’FBI in cui le sue esperienze cilene saranno certamente le benvenute, e William Whitaker trovò lavoro come Console a Tijuana (Messico), con il compito di combattere contro quei cartelli della droga che osano sfidare il controllo della DEA. L’ambasciatore Paul Simons, che per un certo periodo rimase in Cile ad affrontare la curiosità non richiesta dei giornalisti, divenne finalmente il segretario esecutivo della Commissione Interamericana per il Controllo dell’Abuso di Droga (CICAD) dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Solo il ministro Hinzpeter detiene ancora la sua carica e dice ancora che Khan aveva a che fare con i gruppi terroristici islamici e cileni, responsabili di una serie di esplosioni presso istituti bancari. Hinzpeter non sembra essere seriamente turbato da un altro scandalo che scoppiò quando divenne chiaro che i proventi della droga venivano usati per minare i regimi populisti dell’America Latina. È convinto che finché i suoi padroni statunitensi e israeliani gli staranno accanto, non gli succederà nulla.
Il giornale indipendente cileno Panorama affermava il 3 novembre che la DEA e la CIA sono  coinvolte nella filiera della droga che si estende da Bolivia e Perù passando per Paso de Colina. Citando fonti attendibili, il giornalista cileno Patricio Mery ha scritto che l’operazione è gestita dall’ambasciata degli Stati Uniti a Santiago del Cile, con un occhio sull’utilizzo di fondi illeciti per attività sovversive nei paesi populisti. Il resoconto dettagliava il sistema di distribuzione della droga, ma vi sono gravi indizi che la base militare di Concon, costruita con i fondi del SouthCom degli Stati Uniti, potrebbe essere una stazione della filiera. Secondo lo stesso articolo, al momento la DEA e la CIA puntano all’Ecuador, che si sta preparando per le elezioni del 17 febbraio 2013. Il leader del paese R. Correa vanta uno schiacciante 70% di consensi, ma è considerato un politico ostile a Washington, contrastando i grandi progetti per l’Asia Pacifico degli Stati Uniti. Un elemento fondamentale della lista di rimostranze degli USA contro Correa, è la chiusura della base militare statunitense di Manta. Di seguito, Correa ha avvertito spesso che la CIA potrebbe pianificare la manipolazione del risultato delle elezioni ecuadoriane e ha citato la scoperta di Mery sui profitti del narcotraffico impiegati per la sovversione politica. Correa ha egualmente citato le rivelazioni del diplomatico inglese Craig John Murray, secondo cui la CIA ha “ufficialmente” versato 85 milioni di dollari, probabilmente un elemento molto reale, negli sforzi per deviare le elezioni in Ecuador. Correa ha evitato di accusare pubblicamente l’amministrazione cilena di complicità in questo sporco gioco, ma potrebbe aver ripreso la questione recentemente, quando ha incontrato il presidente Piñera.
Hinzpeter sta sottoponendo a un forte stress i rapporti, altrimenti amichevoli, tra il Cile e Ecuador, ma vi sono poche probabilità che tale attività costi al ministro il posto. Piñera difficilmente avrà il coraggio di irritare i potenti protettori di Hinzpeter e, quindi, nessun pericolo incombe attualmente sulla rete del narcotraffico che passa da Paso de Colina.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La DEA coordina il traffico di droga in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 03/11/2012

L’ispettore Franklin Chase Brewster, 39 anni, a capo delle indagini sui casi particolarmente importanti di traffico di droga a Panama, è stato avvelenato il 3 luglio 2006. Brewster, come molti altri membri del personale, teneva il cibo portato da casa nel frigo che si trovava in uno degli uffici. Dopo aver pranzato e bevuto l’acqua da una bottiglia di plastica, si senti male e cominciò a lamentare mancanza di respiro, febbre, vertigini e nausea. Mezz’ora dopo, ancora cosciente, chiese di essere portato al National Hospital. Due settimane più tardi morì tra dolori lancinanti. Gli investigatori panamensi dichiararono alla stampa che, con ogni probabilità, Brewster era stato avvelenato con pesticidi organofosfati… Brewster era un agente di successo, un brillante laureato presso l’Accademia della DEA (Drug Enforcement Administration – Ufficio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti). Si era specializzato nei cartelli della droga colombiani, e aveva condotto numerose operazioni di successo scoprendo i canali per il riciclaggio dei narcodollari, e aveva partecipato allo smascheramento dei complici del boss della droga panamense Pablo Rayo Montano. Brewster non fu coinvolto in alcun caso di discredito. Era molto apprezzato per la sua carriera ed era un padre di famiglia esemplare.
Si potrebbe pensare che l’assassinio del massimo esperto nella lotta al narcotraffico avrebbe mobilitato tutte le strutture della polizia di Panama, e allarmato l’agenzia DEA, che gestisce almeno un centinaio di agenti “sotto copertura”. Niente di tutto questo è accaduto. La morte di Brewster è stata considerata una cosa ordinaria. Due giorni dopo, il suo corpo veniva cremato. L’inchiesta sull’omicidio fu effettuata violando molte procedure d’indagine, snaturando le prove e, di fatto, confondendo la pista. Una dimostrazione dell’indifferenza del caso Brewster della DEA, è stata l’analisi, in un laboratorio presso la sede dell’FBI. Dei campioni di pelle, tessuti, sangue, liquido gastrico e i dati del passaporto di Brewster erano stati erroneamente attribuiti alla vittima, ma alcune delle provette dei campioni, in realtà, contenevano i biomateriali di un’altra persona. Secondo alcuni giornalisti panamensi, i rappresentanti della DEA hanno deliberatamente creato le condizioni per evitare il riconoscimento dei dati, rendendoli inadatti agli esami. Joseph Evans era il ‘responsabile’ delle indagini della DEA, mentre l’addetto agli affari legali David Vatli rappresentava l’FBI. Fu lui che aveva inviato alle autorità inquirenti di Panama i documenti e il biomateriale di Brewster destinati al laboratorio medico dell’FBI: “Nessuna traccia di pesticidi organofosfati era stata rilevata, l’atropina era stata identificata, come l’ossima e la lidocaina”. Il primo farmaco dimostra le cure presso il National Hospital; la lidocaina è un elemento dissonante e non si adatta alle cure. Il documento era stato inviato via fax, senza un adeguato procedimento legale presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Le conclusioni tossicologiche non furono messe a disposizione delle autorità panamensi. E’ importante notare che, in seguito, in una lettera ufficiale al quotidiano Panama America, l’FBI ha negato l’esistenza di tale documento, dicendo che qualche sconosciuto potrebbe aver inviato un fax fasullo. Il giorno dopo la morte di Brewster, una certa organizzazione criminale diffuse un comunicato sulla “riuscita operazione Factura Roja” minacciando i funzionari panamensi che lavoravano con l’FBI e la DEA.
Subito dopo la morte di Brewster, degli statunitensi s’identificarono come agenti dell’FBI, “ma senza un mandato”; erano tre dei più stretti collaboratori di Brewster nella divisione per le indagini sui casi di particolare importanza. Furono portati in camere appositamente attrezzate di un hotel di lusso a Panama City, e interrogati con il poligrafo. Il tutto venne fatto per intimidirli: minacce, aggressioni e ricatto. Durante gli interrogatori divenne chiaro ai panamensi che non avevano a che fare con l’FBI. Riconobbero uno di loro, John Warner, come ufficiale della marina degli Stati Uniti. Quando Giaconda Velez (“uno dei sospetti”) disse che lo statunitense non era dell’FBI, ma della marina, Warner uscì immediatamente dalla stanza e non ricomparve più. Gli interrogatori non ebbero successo. Forse gli statunitensi stavano cercando di creare l’impressione di voler cercare le risposte all’omicidio di Brewster, da cui dipendeva, in gran parte, il successo della DEA a Panama. Sulla base dei materiali di questo caso clamoroso, la giornalista messicana Adela Coryate, che aveva lavorato per molti anni a Panama, nel 2011 scrisse e pubblicò il libro Sulle tracce del narcotraffico. In qualità di giornalista del quotidiano Panama America, doveva coprire gli eventi che circondavano la morte dell’ispettore Brewster. Tutto puntava al fatto che il suo allontanamento interessava influenti forze politiche a Panama, finanziate dai signori della droga, e l’Ambasciata degli Stati Uniti, che aveva cercato di utilizzare Brewster per raccogliere la sporcizia riguardante alcuni membri del governo panamense. In particolare, utilizzando le più moderne attrezzature, il dipartimento di Brewster si era impegnato in centinaia di intercettazioni di telefoni cellulari (“Operazione Matador“). Il compito era stato formulato in modo specifico: i materiali dovevano essere così convincenti da consentire l’assunzione dei politici più promettenti come agenti d’influenza. Anche se Panama, negli ultimi anni, è stata sistematicamente “integrata” nei piani geo-strategici degli USA, tuttavia devono sempre curarne la continuità e prepararsi a un fidato cambiamento della leadership panamense, affinché continui ad affidarsi a Washington. A quanto pare, Brewster aveva rifiutato di lavorare contro il suo governo. Con questo aveva firmato la sua condanna a morte.
È a Washington che la giornalista si era recata per raccogliere le informazioni mancanti per il suo libro. Negli Stati Uniti incontrò l’opposizione delle autorità. Fu minacciata di arresto e di essere processata con l’accusa di cercare di violare il segreto di Stato. Coryate fu costretta a fuggire dagli Stati Uniti. Ma non si arrese e continuò a raccogliere materiale, trovando molte incongruenze nel modo in cui l’indagine era stata condotta; dei fatti furono nascosti e le circostanze sulla morte di Brewster furono falsificate. Inoltre richiamò l’attenzione sulle statistiche dei sequestri di droga della DEA, a Panama e in altri paesi dell’America Latina. I conti non tornavano, sembrava che centinaia di tonnellate di cocaina, eroina e allucinogeni sintetici sequestrati fossero scomparsi nel nulla. Se davvero è così, cosa è successo? Quali sono i mercati? E chi c’è dietro?
Nuove versioni sui motivi dell’eliminazione di Brewster emergevano nel frattempo. In risposta agli articoli di Adela Coryate, mi sono imbattuto in dichiarazioni (citando fonti della polizia) secondo cui Brewster è stato ucciso per essersi rifiutato di partecipare alle operazioni della mafia “interna” della DEA, al contrabbando di cocaina dalla Colombia a Panama e poi negli Stati Uniti e in Europa. Le tecniche delle intelligence statunitensi coinvolte nel traffico di droga sono ben note: spietati attentati ai concorrenti e creazione di canali sicuri per il trasferimento delle droghe nei mercati. Sempre più spesso, il traffico di droga, nelle discussioni riservate su questo tema, viene visto nei circoli più importanti negli Stati Uniti come una strategica fonte di entrate per il Tesoro, in una situazione di imminente collasso finanziario ed economico. I dipendenti della DEA e dell’FBI, oggetto dell’”indagine” sul delitto Brewster, furono prematuramente ritirati dal paese. L’agente dell’FBI David Vatli ritornò negli Stati Uniti. A Panama, si sparse la voce che era stato licenziato, ma su questo punto ci sono seri dubbi. Joseph Evans fu assegnato in Messico, dove fino a poco tempo fa coordinava le operazioni del suo dipartimento con la polizia messicana. Un modo per non disperdere personale esperto. Tutti i successivi capi della DEA di Panama seguirono la politica strategica dell’ufficio centrale.
Lance Heberle fu coinvolto in una operazione multipla contro il generale boliviano René Sanabria, che attraverso il controspionaggio militare curava la lotta contro il traffico di droga nel suo paese. Veniva spesso indicato come il “miglior allievo della DEA”. Tuttavia, non aveva potuto resistere alla tentazione di arricchirsi rapidamente. Nella città cilena di Arica, Sanabria si incontrava con “narcotrafficanti della Colombia”, accettando di collaborare con loro. Come deposito ricevette una valigia contenente 170 mila dollari. L’intera conversazione venne registrata dagli operatori cileni e statunitensi. La prima spedizione di cocaina verso gli Stati Uniti avvenne tramite il “corridoio verde” organizzato dal generale. Ispirato da questo successo e per proseguire l’attività, Sanabria si recò a Panama, dove venne arrestato dal personale di Heberle e subito trasferito negli Stati Uniti. Dopo un breve processo, con prove inconfutabili, l’ex generale è stato condannato a 17 anni di carcere. Naturalmente, Sanabria incastrò gran parte del governo di Evo Morales, per il quale la lotta contro il traffico di droga è una questione di principio. La coltivazione delle foglie di coca è una tradizione millenaria del popolo, ma la produzione e il traffico di cocaina sono un crimine! In Bolivia, i soci più vicini di Sanabria vennero arrestati o messi sotto inchiesta. L’entourage del Presidente non ha alcun dubbio: nel prossimo futuro la DEA userà Sanabria per screditare il governo, come vendetta per l’espulsione dalla Bolivia del personale delle agenzie.
Panama appare spesso nei rapporti della DEA sulla lotta contro il traffico di droga, in parte a causa della sua posizione geografica e per l’aumento del traffico attraverso il Canale di Panama. La zona di libero scambio crea le condizioni favorevoli per le banche per il riciclaggio dei narcodollari. Come sempre, l’attività rilevante della DEA a Panama è occuparsi delle riserve finanziarie dei cartelli della droga. Pertanto, le operazioni dal carattere sempre più regionale sono condotte senza una sufficiente preparazione, con elementi d’improvvisazione e rischio per i dipendenti. Nel maggio di quest’anno, al Tocumen International Airport di Panama City, due honduregni e un colombiano sono stati arrestati su un aereo con due piloti statunitensi. A bordo sono stati trovati valigie contenenti milioni di dollari. L’equipaggio e i passeggeri sono stati arrestati, ed è iniziata l’indagine durante la quale si è dovuta spiegare la presenza della DEA nell’aeroplano statunitense. L’operazione non era riuscita perché, per ovvie ragioni, nessuno ha reclamato le valigie. Episodi simili, nelle attività della DEA, si verificano sempre più spesso. Sempre più spesso il Congresso degli Stati Uniti mette in discussione la natura della DEA: vuol lottare contro il riciclaggio di denaro o al contrario favorire le attività criminali di questo tipo?
Utilizzando il solito schema della DEA, nel proteggere il personale, Heberle, capo dell’agenzia a Panama, è stato assegnato a un nuovo compito: consigliere politico del comando della IV flotta della marina statunitense, la cui competenza comprende l’America Centrale, i Caraibi e il Sud America. Heberle metterà in comunicazione, in forma ufficiale, il Dipartimento di Stato e il comando della flotta, dando consigli analitici nelle varie operazioni della flotta nella regione. In pratica, le operazioni di Heberle nella DEA non verranno interrotte. Il dibattito sull’uso delle navi della IV flotta dell’US Navy per trasportare stupefacenti dall’America Latina ai porti della costa orientale degli Stati Uniti continua nella blogosfera. La nomina di Heberle è un’altra conferma importante che il traffico di droga, coordinato dallo Stato (anche “sotto la copertura” della marina militare), esiste davvero ed è gestito dalla DEA.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la NATO e le ONG difendono i Narcos

Il caso Jason Puracal
Jorge Capelan, Global Research, 29 agosto 2012 – Tortilla con sal

Cosa c’è dietro la campagna per Jason Puracal?
Campioni del mondo nella detenzione arbitraria, gli Stati Uniti e l’Unione europea adesso appoggiano una campagna per liberare una persona condannata per traffico di droga in Nicaragua. Gli Stati Uniti sono noti per le loro prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib e la loro rete globale di centri di detenzione segreti. La sua complice d’oltreatlantico, l’Unione europea, è anch’essa nota per aver collaborato alla creazione di questa rete, così come per i suoi centri di detenzione in cui decine di migliaia di immigrati privi di documenti languono. Il loro sostegno alla campagna Puracal è solo uno altro stratagemma politico, un altro chiaro esempio del tandem USA-UE al lavoro per cooptare e corrompere l’intero sistema internazionale dei diritti umani.

“Fuga di Mezzanotte” in America Centrale
Il primo agosto 2011, il cittadino statunitense Jason Puracal Zachary è stato condannato da un tribunale nicaraguense a 22 anni di carcere per traffico di droga e riciclaggio di denaro, insieme a 10 nicaraguensi, anche loro condannati a lunghe pene detentive. Nove mesi prima, la casa e l’ufficio di Puracal erano stati perquisiti dalle autorità nicaraguensi, senza un mandato, una procedura straordinaria consentita dal codice penale del paese per i casi gravi, in cui vi sia il sospetto che le indagini siano a rischio con la distruzione o l’occultamento delle prove. Utilizzando una tecnologia avanzata (fornita, tra l’altro, dagli Stati Uniti), tracce di stupefacenti sono state trovate nel veicolo di Puracal, assieme a una ampia documentazione che supportava le indagini, che secondo le autorità nicaraguensi giudiziarie giustificavano le accuse contro di lui e gli altri membri della rete a cui aderiva. Da cittadino degli Stati Uniti, Puracal ha fatto appello ed ha seguito le audizioni iniziate questa settimana, nella Corte d’appello distrettuale di Granada.
Jason Puracal è un ex volontario del Corpo della pace degli Stati Uniti in Nicaragua. Dopo aver incontrato e sposato una nicaraguense, ha deciso di rimanere nel paese, comprando un franchising immobiliare dopo che il suo lavoro di volontariato era terminato. Il suo arresto ha suscitato una campagna internazionale senza precedenti, sotto forma di petizione organizzata in favore della sua liberazione, che ha raccolto oltre 90 mila firme su Internet.
Il sentimento è comprensibile data la facilità con cui la situazione può essere trasformata, in parallelo al famoso film Fuga di Mezzanotte (1978), di Alan Parker, e sceneggiatura di Oliver Stone. Nel film, un trafficante di droga statunitense viene condannato a 30 anni in una prigione turca. Nel corso dei decenni il film, basato su una storia vera, è diventato un classico dell’islamofobia, con tutti i luoghi comuni che ritraggono i paesi della “periferia” non-occidentale come luoghi senza legge, in cui i bianchi sono esposti a ogni tipo di tortura, compresa la violenza sessuale, per mano di locali corrotti, spietati e imprevedibili. Dopo anni di sopportazione di condizioni disumane e aver abbandonato ogni speranza di aiuto dal governo degli Stati Uniti, Billy Hayes, il protagonista del film, decide di fuggire dal carcere per conto suo.
Il caso Puracal è sostenuto da gruppi, negli Stati Uniti, come Innocence Project, e ha ricevuto il sostegno di persone influenti come l’ex direttore dell’US Drug Enforcement Agency (DEA) Tom Cash (che ha contribuito a perseguire il narco-boss colombiano Pablo Escobar) e Irwin Cotler, l’ex ministro della Giustizia e procuratore generale canadese. Cotler ha scritto una lettera infuocata al presidente del Nicaragua Daniel Ortega, riferendosi al caso Puracal come a una “detenzione arbitraria” e “un grave abuso della giustizia“, secondo il Nicaragua Dispatch. Anche il presunto prestigioso gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, consiglia di “rilasciare immediatamente” Jason Puracal.
Secondo la versione dei fatti presentati dai difensori di Puracal, i suoi diritti sono stati violati dalle autorità nicaraguensi, per la loro incapacità di produrre un mandato di perquisizione, quando entrarono a casa sua e nel suo ufficio. Sostengono anche che gli sia stato negato il diritto ad un’adeguata difesa, e che la sua pena detentiva sia più lunga di quanto la legge nicaraguense consenta. Infine, sostengono che è stato costretto a vivere con sette altri detenuti nella stessa cella, e che a un certo punto ha subito ustioni da un bollitore d’acqua, utilizzato nella prigione.
Tutte queste accuse sono state respinte, a titolo definitivo, dal Presidente della Corte d’Appello, il dottor Norman Miranda Castillo, che a sua volta ha accusato l’ambasciata degli Stati Uniti, a Managua, di interferire nella giustizia nicaraguense.

“Responsabilità di proteggere” i Narcos
Lo scorso 24 maggio, il segretario per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, Miguel De La Lama, ha inviato una lettera in risposta a una richiesta di Jared Genser, a nome della “non-profit” Perseo Strategies LLC. Nella lettera, Lama informa Genser che il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, nella sua sessantatreesima sessione, ha emesso un “testo di opinione“, numero 10/2012, su Puracal. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria è stato istituita sulla base della risoluzione 1991/42 dell’oramai cessata Commissione ONU per i diritti umani, tra le altre cose, per indagare sui casi di detenzione arbitraria non coerenti con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; un compito che, secondo le Nazioni Unite, dovrebbe essere effettuato “con discrezione, obiettività e indipendenza“.
Il “testo di opinione“, inviato dal Gruppo delle Nazioni Unite al governo del Nicaragua, chiarisce che l’ente per i diritti umani non può commentare le accuse contro Puracal, né le prove presentate contro di lui dallo Stato del Nicaragua. Tuttavia, dato che il governo del Nicaragua non ha risposto alle accuse formulate dal gruppo entro il termine previsto di due mesi, il Consiglio ha raccomandato il rilascio immediato di Puracal, e di indire un nuovo processo se ritenuto necessario, oltre ad un indennizzo a Puracal per il presunto danno alla sua persona. Chiaramente, questa lettera dall’ente delle Nazioni Unite è diventata immediatamente una potente arma mediatica.
I membri del gruppo di lavoro sono Malick al-Hadji Sow del Senegal, Shaheen Sardar Ali del Pakistan, Roberto Garreton del Cile, Mads Andenas della Norvegia e Vladimir Tochilovsky, dell’Ucraina. Non è difficile scorgere l’influenza prevalente dell’Unione europea e della NATO in questo gruppo di lavoro dell’ONU. Il presidente del gruppo di lavoro Malick Sow, è un giudice della Corte Suprema in Senegal, un forte alleato regionale della Francia e un paese lodato come “democrazia forte e stabile” dall’Unione europea. Il Senegal è al 155.mo posto, su 169 paesi che compongono l’indice di sviluppo umano, ed è fortemente dipendente dagli aiuti dell’UE, che superano il 10% del bilancio nazionale. Nel frattempo, il vice-presidente pakistano del gruppo di lavoro è in realtà un professore di diritto presso l’Università di Warwick, in Inghilterra, e presso l’Università di Oslo, in Norvegia. E’ quasi impossibile aspettarsi azioni divergenti dalla linea ufficiale da un rappresentante cileno che, anche se noto difensore dei diritti umani durante l’era Pinochet, rappresenta oggi uno stato che pratica la detenzione arbitraria degli indigeni Mapuche di ogni età, come se fosse uno sport. Né ci si può aspettare un’azione indipendente da un avvocato ucraino, coinvolto nelle prime fasi dell’organizzazione della Corte penale internazionale, ampiamente criticata per il suo pregiudizio contro un capo di stato identificato da Washington come un nemico, e per la sua riluttanza a indagare sui crimini degli alleati della Casa Bianca. Infine, il norvegese Andenas è, come il pakistano Shaheen Ali, docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Oslo, ma è stato anche membro del consiglio di un’organizzazione molto esclusiva, l’Associazione degli Istituti dei diritti umani (AHRI) dell’Unione europea. Questo gruppo, finanziato dall’organizzazione della Cooperazione europea nel settore della scienza e della tecnica (COST), riunisce circa 41 università europee per condurre una ricerca in materia di diritti umani. Nel dicembre 2010, con il finanziamento di COST, AHRI ha gestito  il seminario sulla “Corte penale internazionale e della responsabilità di proteggere – Sinergie e tensioni“. Uno dei temi del seminario, dal nome suggestivo di “La via davanti“, una discussione sui modi con cui la “comunità internazionale potrebbe coordinare le su azioni future” per attuare la dottrina nota come R2P.
La responsabilità di proteggere, o R2P, è un idea che i paesi della NATO hanno promosso per diversi anni nell’ambito delle Nazioni Unite. Il concetto di base dell’R2P è che quando uno stato non protegge la propria popolazione, deliberatamente o non essendone in grado, è responsabilità della “comunità internazionale” intervenire, anche quando questo è in contraddizione con uno dei principi fondamentali delle Nazioni Unite: non interferenza negli affari interni degli altri Stati. In occasione del vertice mondiale delle Nazioni Unite del settembre 2005, la maggior parte degli Stati membri, sotto la pressione dei paesi della NATO, ha accettato in linea di principio l’idea di R2P, ma ha raccomandato una più ampia discussione del tema. Poco più di cinque anni dopo, la dottrina veniva messa in pratica dalle forze della NATO in una guerra di aggressione contro il popolo libico. Nello spazio di un paio di giorni, nel marzo 2011, Soliman Bouchuiguir della Lega libica per i diritti umani (LLHR) rilasciava una dichiarazione a un’assemblea di più di 70 organizzazioni non governative, nella 15.ma sessione speciale del Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, iniziata il 25 febbraio 2011. La sessione, per la prima volta nella sua storia, decise di espellere uno Stato membro, la Libia, per presunti attentati contro la propria popolazione. Poche settimane più tardi, avrebbe segnato l’inizio del massacro della NATO contro il paese nordafricano.
Le cifre con cui Bouchuiguir convinse gli altri membri del Consiglio, erano scioccanti: 17 marzo 2011, segnalati 6000 morti, 12000 feriti, 500 dispersi, 700 stupri e 75000 rifugiati. Solo due settimane più tardi, Bouchuiguir aveva parlato di 18000 morti, 46000 feriti, 28000 dispersi, 1600 aggressioni sessuali. Questi dati furono utilizzati per giustificare la “no fly zone” e i bombardamenti della NATO che hanno provocato un vero e proprio massacro. Tutte questi dati erano stati inventati.
Ricordate che il 2 marzo, il capo di stato maggiore degli Stati Uniti, Mike Mullen, aveva testimoniato davanti al Congresso: “Non abbiamo potuto confermare se gli aerei libici avessero aperto il fuoco contro la propria popolazione“. Nello stesso tempo, il Capo di Stato Maggiore russo riferiva che il controllo via satellite sul territorio libico, dal principio della crisi a metà febbraio, non era riuscito a rilevare un qualsiasi tipo di bombardamento. “Non c’è modo di farlo“, ha risposto Bouchuiguir alla domanda di Teil riguardo come controllare se i dati che aveva dato all’ONU fossero veri. “Il governo libico mai, mai, ha fornito informazioni sui diritti umani (…) così si aveva una stima“, ha detto. “… Le sue informazioni (sul numero di vittime civili in Libia) non le ho ricevute da uno qualsiasi. Le ho ricevute dal primo ministro libico, d’altra parte“, ha aggiunto Bouchuiguir riferendosi al Consiglio nazionale di transizione (NTC), promosso dai cosiddetti “ribelli”, a loro volta sostenuti dalla NATO. “E’ stato il signor Mahmoud… della tribù Warfallah. Fu lui che mi ha dato queste cifre. Le ho usate, anche se con una certa cautela“, aggiunge. Bouchuiguir si riferiva a Mahmoud Jibril, il “primo ministro” dei “ribelli libici” designati dalla NATO e dalla CIA. Ali Zeidan, presentato ai primi di marzo come il portavoce della LLHR, sarebbe diventato anche portavoce del CNT. Più tardi, pressato da Teil, Bouchuiguir ha riconosciuto che diversi membri del CNT erano anche membri delle suddette organizzazioni dei “diritti umani”. “Sapete, queste persone nel governo (CNT), sono tutte parte dello stesso gruppo! Sono membri della Lega libica per i diritti umani! Il ministro dell’Informazione, per esempio, il ministro della Pubblica istruzione, il ministro del Petrolio, il ministro delle Finanze, tutti membri della nostra lega!… Nessuno occupa posti di responsabilità, ma sono membri della nostra lega“, spiega. La vera portata del massacro commesso contro il popolo libico, un  giorno potrà essere conosciuta. Per ora, però, attraverso alcuni dati fortemente impreziositi dalla stessa NATO, dettagliano l’utilizzo di 7.700 missili e bombe in più di 10.000 voli, si potrebbe avere un’idea molto probabilmente pallida davanti all’orrore della realtà. Fino a quando i responsabili del compito di contare i corpi sul terreno, continuano a mostrare lo stesso comportamento individuale non etico, come Bouchuiguir Soliman e i funzionari delle 70 ONG per i “diritti umani”, che senza nemmeno pensarci hanno votato in modo che altri attuassero la loro “responsabilità di bombardare” il popolo libico, la verità non si saprà mai, semplicemente perché ci sono interessi da garantire che lo impediranno per sempre.
Tutto questo fa sorgere una domanda: se questo tipo di burocrati umanitari non esita a inventarsi un genocidio, in modo da sancire il loro genocidio, in accordo con gli interessi delle potenze occidentali, perché avrebbero dovuto astenersi dal chiedere la liberazione di un trafficante di droga condannato, come Jason Puracal?
Molti altri casi importanti attendono l’attenzione del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni arbitrarie, come la legge recentemente approvata dal Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, alla fine del 2011, che consente la detenzione a tempo indeterminato e senza accuse, e la detenzione senza processo, a fianco dei casi ampiamente riportati di Abu Ghraib, Guantanamo e delle molte altre prigioni segrete della CIA nel mondo. Oppure c’è il caso dei 7.000 bambini palestinesi che Israele ha messo dietro le sbarre dal 2000, o il caso di più di 200 centri di detenzione per immigrati, in cui l’Unione europea oggi detiene decine di migliaia di persone che non hanno commesso alcun reato, e così via. Quali sono le probabilità che il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite si occupi seriamente questi problemi? Assolutamente nessuna, perché i suoi membri sono pienamente solidali con i paesi noti come violatori dei diritti umani. Il maggiore beneficiario, Israele, probabilmente il più stretto alleato degli Stati Uniti e maggior beneficiario dei loro aiuti militari, è anche un membro de facto dell’Unione Europea nell’ambito del commercio internazionale e in altri accordi di cooperazione e di associazione.

Stelle ascendenti

Jared Genser

Nulla accade spontaneamente nel mondo corrotto dei “diritti umani” istituzionali, controllato dalla NATO. Ad esempio, ci si dovrebbe chiedere, chi è la persona incaricata di richiedere al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite d’indagare sul caso di Jason Puracal? Jared Genser, nominato dal National Law Journal come una delle “40 stelle nascenti, sotto i 40anni, di Washington“, è il responsabile delle Perseus Strategies LLC e fondatore di Freedom Now, un’organizzazione “non-profit” “indipendente” dedita alla difesa di presunti prigionieri di coscienza in tutto il mondo. Genser ha lavorato per lo studio legale DLA Piper LLP e la famosa società di consulenza McKinsey & Company, tra i cui clienti vi sono varie multinazionali e governi con le loro forze armate. Un dettaglio della carriera di questa stella luminosa: nel 2006-2007 è stato visiting professor presso il National Endowment for Democracy (NED), uno dei cui fondatori, Allen Weinstein, ha dichiarato nel 1991 “molto di quello che facciamo oggi è ciò che la CIA faceva di nascosto 25 anni fa.” Un altro dettaglio: tra i suoi clienti ufficiali vi sono l’ex presidente ceco Vaclav Havel, Aung San Suu Kyi del Myanmar, il premio Nobel cinese Liu Xiaobo, il vescovo sudafricano Desmond Tutu e l’ungherese-ebreo premio Nobel Elie Wiesel. Genser è laureato presso prestigiose università come Cornell, Harvard e Michigan. Né si dovrebbe omettere dal suo curriculum, un anno passato come Raoul Wallenberg Scholar presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Genser è anche l’autore della “Guida rivisitata e pratica” del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria (che sarà pubblicata nel 2013) e co-editore di un altro lavoro sulla dottrina R2P: “La responsabilità di proteggere: La promessa di por fine alle atrocità di massa nel nostro tempo” (Oxford University Press, 2012). Chi è il prefatore del libro? Niente meno che l’ex ministro della giustizia canadese, che ha inviato la lettera infuocata al presidente Daniel Ortega, per chiedere in primo luogo la liberazione immediata del narcotrafficante Jason Puracal: Irwin Cotler. Con un tale contesto, non sorprende che il governo del Nicaragua non abbia prestato molta attenzione alla campagna per Puracal, e non abbia risposto alla lettera del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria. Quando un gruppo di alleati influenti, con stretti contatti nei circoli più potenti dell’impero, iniziano una campagna di lettere e dichiarazioni ai media, non si ha che fare con un movimento sociale, ma con una cospirazione.
Uno dei partner di Genser nella Perseus Strategies LLC, è Chris Fletcher, più un agente della CIA che un avvocato idealista. Fletcher è un esperto di diritti umani e di responsabilità sociale delle imprese, con esperienza presso gli uffici delle Nazioni Unite, ha partecipato al processo ai Khmer Rossi in Cambogia e ha lavorato per l’ONG Oxfam negli Stati Uniti, tra le altre organizzazioni. Inoltre, Fletcher è coinvolto nel “Tibet Forum, governance e pratica“, presso l’Università della Virginia. Questa università è un noto terreno di reclutamento della CIA, con docenti attivi per decenni nei circoli della sicurezza nazionale e d’intelligence, come Frederick P. Hitz, alla facoltà di legge dell’università. Altri incarichi temporanei, Chris Fletcher li ha avuti al Dipartimento di Stato e alla Banca mondiale.
La Strategie Perseus LLC, è una società dedita alla fornitura di servizi di consulenza legale a grandi ONG, multinazionali e governi, nei campi dei diritti umani, della responsabilità sociale delle imprese e dell’attuazione di R2P. Le loro attività spesso includono la promozione di interessi degli Stati Uniti in diversi paesi, e la preparazione di vari documenti per giustificare l’applicazione dell’aggressione imperialista con il pretesto della R2P contro il paese bersagliato, come nel caso della Corea del Nord.
In parallelo, o addirittura come divisione speciale all’interno dell’organizzazione, Genser e Fletcher gestiscono un “movimento sociale” sui generis, Freedom Now. Questa organizzazione lavora per liberare i “prigionieri di coscienza” in tutto il mondo, dando loro assistenza legale “pro bono”. Non è una sorpresa che la lista degli imputati di Freedom Now non includa casi come il cittadino cubano-americano René González e i suoi quattro compagni cubani ingiustamente reclusi nelle prigioni di massima sicurezza, per aver ottenuto informazioni al fine di impedire atti terroristici contro Cuba da Miami. Per inciso, questo 13 agosto, a tre giorni dall’appello di Puracal in Nicaragua, René González ha compiuto 56 anni da qualche parte negli Stati Uniti, senza poter essere con la sua famiglia che vive ancora a Cuba. Questi casi sono di poco o nessun interesse o preoccupazione per il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, per Genser o per Fletcher e altra gente come loro. Sono interessati solo a casi che promuovono gli interessi del governo degli Stati Uniti: per ora questi includono dissidenti cinesi, “attivisti” iraniani, forse alcuni giornalisti in qualche regione oscura del Terzo Mondo, o trafficanti di droga statunitensi condannati in paesi come il Nicaragua, o altre nazioni nel mirino delle campagne diffamatorie della Casa Bianca.
Genser è solo un membro del Freedom Now. Un altro, il presidente di Freedom Now, è l’avvocato Jeremy Zucker, un ex legale della Corte penale internazionale e membro influente del Consiglio per le Relazioni Estere, dove l’elite del potere statunitense, sia democratica che repubblicana, decide la politica estera degli Stati Uniti e degli alleati. In Norvegia, la cubana-americana Teresita Alvarez-Bjelland, lavora come specialista consulente “non-profit” con i dirigenti della Norwegian-American Association, posizionata in modo da esercitare una pressione sul Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite tramite la loro forte influenza sui norvegesi. Peter Magyar, l’avvocato incaricato di ampliare l’attività di Freedom Now in Europa, è un influente avvocato nelle privatizzazioni e nei mercati internazionali dei capitali.
Freedom Now non difende chiunque. Il suo lavoro è volto “strategicamente” al fine di promuovere cambiamenti politici nei paesi di cui si sono selezionati gli imputati. E il loro operato non si limita agli organi giudiziari, ma è anche dedito allo sviluppo di relazioni pubbliche e campagne di propaganda con una vasta gamma di agenti e attori. Freedom Now dice che difende solo i prigionieri di coscienza. Ma nel caso di Jason Puracal, condannato per traffico di droga, è difficile, se non impossibile, usare tale argomento. In breve, la loro attività è semplicemente un altro modo, con il pretesto delle campagne per i diritti umani, d’intervenire con motivazioni politiche dei paesi bersaglio degli Stati Uniti.

Innocenza? Quale innocenza?
Una delle organizzazioni più influenti che sponsorizzano la campagna per Puracal è il gruppo chiamato Innocence Project, la cui missione è tutelare i diritti dei cittadini statunitensi ingiustamente detenuti dentro e fuori dagli Stati Uniti. Oltre al supporto dei media, l’organizzazione ha dato a Puracal supporto legale attraverso la sua rete di avvocati negli Stati Uniti. Questa organizzazione, nel 2011, ha ricevuto una sovvenzione di 400.000 dollari per due anni di spese generali, da parte della fondazione statunitense finanziata dal magnate George Soros, l’”Open Society Foundations“, appartenente al suo Open Society Institute.
Secondo l’investigatrice Eva Golinger, l’Open Society Institute è coinvolto nella destabilizzazione dei governi che hanno resistito all’offensiva delle rivoluzioni colorate post-sovietiche. L’Open Society Institute è stata attiva in Jugoslavia, Ucraina e Georgia, lavorando a stretto contatto con la Freedom House e l’Albert Einstein Institution (AEI) per rovesciare i governi finanziando i media e i gruppi di opposizione. Mentre l’area di maggior interesse per l’Open Society Institute è l’Europa orientale e il Caucaso, è anche molto attivo in Africa e in America Latina.
Secondo Barry C. Scheck, sul New York Times della fine dell’anno scorso, il nuovo direttore dell’”impero filantropico” di Soros, Christopher Stone “ha la passione di voler cambiare le cose, una grande visione e di voler comprendere come costruire istituzioni e riprogettarle per restare“. Scheck, co-direttore di Innocence Project, è noto come avvocato di OJ Simpson, nel caso altamente pubblicizzato del 1995. L’Organizzazione di Scheck è solo un’altra delle decine di ONG e altri gruppi che Soros ha cooptato, in tutto il mondo, per attuare l’agenda imperiale, con i suoi milioni; solo l’anno scorso 860 di essi. Esperto nel distruggere le banche centrali di tutto il mondo tramite attacchi speculativi contro le vulnerabili valute nazionali, Soros critica gli eccessi del sistema finanziario ed è favorevole alle regolamentazioni ma, dice, “non un eccesso di regolamentazione. I regolatori sono esseri umani fallibili e sono anche dei burocrati che prendono decisioni lentamente e sono soggetti a influenze politiche.” Il discorso di Soros sulle società aperte, il libero mercato e le sue critiche a Bush, lo hanno reso popolare tra i democratici, ma non è in alcun modo un progressista. Per quanto riguarda la strategia dell’impero, Soros è un attore di primo piano dell’élite del potere globale. È membro di Council on Foreign Relations, Bilderberg, International Crisis Group e Human Rights Watch, tutte organizzazioni che lavorano per raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti, spesso con i “diritti umani” come pretesto per gli interventi degli Stati Uniti e della NATO.

Gli stracci bianchi della DEA
La “raccomandazione” del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria si è rivelata un costrutto politico dei più alti livelli dell’opportunista, politicizzata, corrotta rete dei “diritti umani” del governo statunitense. L’ex ministro della giustizia canadese, che così duramente ha criticato il Comandante Daniel Ortega, si rivela essere un vecchio amico di Jared Genser, orchestratore della rete. Soros finanzia “Innocence”, ben lontana dall’essere una innocente organizzazione internazionale dei diritti umani. Allo stesso modo, spicca di più all’occhio l’ex capo della DEA Tom Cash, riguardo il suo sostegno a Puracal. Thomas V. Cash è uno degli uomini che hanno contribuito a perseguire Pablo Escobar. Quando ha lasciato la DEA, Cash ha lavorato per la società di consulenza informazioni e intelligence, Kroll Inc., diventando capo dell’ufficio di Miami. Tra i suoi servizi, Kroll offre consulenza ai governi dei vari paesi  paradisi fiscali su come migliorare la propria immagine e farsi rimuovere dagli elenchi anti-riciclaggio di denaro dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.
Kroll assume ex funzionari dell’intelligence quando lasciano la carica pubblica per entrare nel settore privato. Kroll ha assegnato Cash per imbiancare il paradiso fiscale di Antigua, fornendogli un lifting finanziario e creando scappatoie attraverso le quali i compari di Pablo Escobar potessero continuare a riciclare i ricavi della droga. Ciò che ha messo fuori dalla grazia Tom Cash, tuttavia, fu una questione diversa. Lo scorso giugno, il truffatore R. Allen Stanford è stato condannato a 110 anni di carcere. Un’indagine sul suo schema Ponzi ha scoperto che in 20 anni ha rubato 7 miliardi di dollari a 30000 depositanti, promettendo tassi di interesse favolosi sui loro depositi presso la Banca Internazionale di Stanford, ad Antigua. Il primo caso esplose tre anni fa, nel 2009, quando le autorità federali fecero irruzione negli uffici del Gruppo Stanford, per le indagini sulle frodi. A luglio di quell’anno, Cash lasciò la sua posizione nella Kroll. Il motivo? Come consulente che lavorava per la Kroll, Cash ha dato il via libera agli inquirenti per indagare sulla Stanford, ma non si è mai preso la briga di riferire che la sua azienda, una volta, l’aveva “assunto e pagato” come consulente di Stanford. Un’organizzazione di elettricisti che ha perso più di 6 milioni di dollari nello schema Ponzi, ha poi denunciato Cash. Cash non ha mai detto agli elettricisti che Stanford era stato sanzionato dalla Financial Industry Regulatory Authority. Né li informò che un ex dipendente di Stanford aveva citato in giudizio la società, con l’accusa che lo schema era tutta una truffa.
Tra le credenziali di Cash, secondo il New York Post, vi è l’aver prestato servizio come presidente della Associazione Internazionale dei Banchieri in Lotta contro le Frodi della Florida. Il giornale aggiunge che i legami tra Cash e la polizia di stato erano così grandi, che un giudice assegnato alla causa degli elettricisti contro la Kroll, ha dovuto abbandonare il caso perché era stato un amico personale di Cash per molti anni.

Palese interferenza
Il 16 agosto l’udienza d’appello inizia in Nicaragua, nel caso di Jason Puracal. La corte distrettuale di appello di Granada deciderà se ci sono o meno elementi sufficienti per dichiarare l’annullamento del processo originale che si concluse con la sua condanna a 22 anni, in base alle procedure della Costituzione e del Codice penale del Nicaragua. Anche così, attraverso le loro reti di interferenza politica, falsi gruppi per i diritti umani hanno utilizzato il caso Puracal per condurre una palese propaganda anti-Nicaragua. Ciò, a sua volta, non aiuta molto la difesa di Puracal.
La campagna per la liberazione di Jason Puracal, condannato per narcotraffico, illustra perfettamente, ancora una volta, il grado di corrotta manipolazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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