Agente della CIA candidata presidenziale in Brasile

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/09/2014

bvpoi0diqaajbxb1Marina Silva è la candidata presidenziale del Partito socialista. La sua personalità attirò l’attenzione della CIA a metà degli anni ’80, quando frequentava l’Università Federale di San Giovanni d’Acri. Allora aveva grande interesse per il marxismo e divenne membro del clandestino Partito Comunista Rivoluzionario. Ben presto la sua infatuazione a sinistra finì passando alla lotta per la protezione dell’ambiente della regione amazzonica. I servizi speciali degli Stati Uniti sono sempre interessati a tale parte del continente, nella speranza di controllarlo in caso d’emergenza geopolitica. La CIA l’ha contattata, e non fu un caso che nel 1985 entrò nel Partito dei Lavoratori (PT – Partido dos Trabalhadores), aprendole nuove prospettive di carriera politica. Nel 1994 Marina Silva fu eletta al Senato federale per la fama di fervente ambientalista, ed allora le notizie sui suoi legami con la CIA comparvero. Nel 1996 ebbe il Goldman Environmental Prize ed altri premi prestigiosi per la protezione dell’ambiente. I curatori della CIA fecero del loro meglio per aumentarne il prestigio. Per cinque anni fu membro del governo di Luiz Inácio Lula da Silva per poi cambiare partito. Nel 2009 Silva annunciò il suo passaggio dal Partito dei Lavoratori al Partito dei verdi, principalmente per protesta contro le politiche ambientali approvate dal PT. Silva scosse seriamente la politica brasiliana annunciando la sua candidatura, dopo quasi trent’anni. Ebbe quasi 20 milioni di voti nelle elezioni del 2010 come candidata del Partito Verde ed ha accettato la candidatura a vicepresidente di Campos quando i tentativi di creare il Partito della rete della sostenibilità fallirono. Dilma Rousseff, la candidata del PT che vuole continuare le politica indipendente del suo predecessore Lula da Silva, non piace a Washington.
10487406 Il rapporto degli Stati Uniti con il Brasile è peggiorato per lo scandalo sulle intercettazioni. L’US National Security Agency (NSA) spiava Dilma Rousseff e il suo governo. La presidentessa brasiliana sospese anche la visita ufficiale negli Stati Uniti, in segno di protesta. Non ha mai ricevuto scuse o la promessa di fermare le attività di spionaggio. Così ha cominciato ad agire. La presidentessa ha condannato le attività di NSA e CIA in America Latina e preso misure per migliorare la sicurezza delle comunicazioni e controllare i rappresentanti statunitensi nel Paese, esasperando Barack Obama. Nelle elezioni presidenziali in Brasile previste per il 5 ottobre, Washington vuole far decadere Dilma Rousseff. I servizi speciali degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna per sbarazzarsi dell’attuale leader brasiliana. In un primo momento provocando proteste di piazza presunte spontanee per modificare e abbandonare le “vecchie politiche”. C’erano gruppi di giovani che protestavano contro propaganda e simboli dei politici politici, soprattutto del Partito dei lavoratori. Marina Silva ha formato il Partito della rete sostenibile. E’ ancora un mistero da dove abbia preso i fondi. La nuova organizzazione deve sostituire i vecchi partiti che presumibilmente sarebbero delle reliquie, ed ascendere. Le elezioni presidenziali del 2014 dovrebbero fare di Marina e del suo partito il cambio del panorama politico del Brasile, rimuovendo le forze politiche “arcaiche”. Terza con 19 milioni di voti, alle ultime elezioni, inizialmente non ebbe l’opportunità di concorrere alle presidenziali non avendo ottenuto le firme necessarie per farvi partecipare il suo Partito della rete sostenibile. Ma la tragedia che ha ucciso Campos e altre sei persone preso São Paulo, il mese scorso, ha dato a Silva l’inattesa seconda possibilità di soddisfare le proprie ambizioni presidenziali. Per divenire il primo presidente nero del Paese, dovrà sconfiggere la prima donna presidente, Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT), così come il liberista Aécio Neves del Partito della socialdemocrazia brasiliana (PSDB), che ora è al terzo posto. La Casa Bianca era frustrata, Campos non aveva nessuna possibilità, ma era irremovibile nel concorrere, ignorando i media brasiliani che l’accusavano di corruzione. Anche Dilma Rousseff e il suo team furono pesantemente attaccati. Il 13 agosto la campagna elettorale presidenziale del Brasile finì nello sconcerto quando il jet privato del candidato del Partito socialista Eduardo Campos si schiantò in una zona residenziale nei pressi di San Paolo. Campos e gli altri sei membri dell’equipaggio e passeggeri rimasero uccisi nell’incidente, avvenuto durante il maltempo, mentre il Cessna si apprestava ad atterrare. La morte ha messo in lutto in tutto il Paese, rischiando di essere seguito da speculazioni sull’effetto sul voto presidenziale del 5 ottobre. La Presidentessa Dilma Rousseff dichiarava tre giorni di lutto ufficiale per Campos, che sostenne il governo Lula. L’aereo aveva prestato servizio tecnico regolare e senza difetti. Il registratore di cabina del Cessna era spento, sollevando interrogativi. In precedenza aveva funzionato senza intoppi, ma non registrò le conversazioni nel giorno della tragedia. L’aereo ebbe diversi proprietari (uomini d’affari brasiliani e statunitensi che rappresentavano aziende dalla dubbia reputazione). Alcuni commentatori brasiliani ritengono che si tratti di un assassinio. Prima della tragedia il velivolo fu utilizzato dall’US Drug Enforcement Administration (DEA). Persone inviate dagli ex-proprietari potrebbero aver avuto accesso all’aereo con diversi pretesti. Viene da chiedersi, gli Stati Uniti sono responsabili della tragedia? Chi esattamente? L’aereo decollò da Rio de Janeiro dove una stazione CIA opera nel consolato degli Stati Uniti. Non c’è dubbio che l’ufficio sia utilizzato dall’agenzia. Forse i servizi speciali brasiliani dovrebbero prestare attenzione a coloro che lasciarono il Paese subito dopo l’incidente aereo. La morte di Eduardo Campos ha innalzato le quote di Silva come candidata elettorale del Partito socialista. Se Campos non raccolse mai più del 9-10%, lei avrebbe il 34-35% al primo turno. Le previsioni indicano che il voto aumenterebbe al ballottaggio.
Marina Silva viene dipinta come strenua combattente contro la corruzione che potrebbe placare gli scontri interni, promettendo di lavorare con tutti i gruppi, i partiti e le coalizioni senza distinzioni. E’ difficile dire quale siano le sue reali intenzioni, è sempre difficile dire qualcosa di preciso quando si parla di personaggi sostenuti dagli Stati Uniti, troppo spesso Silva ha cambiato bandiera. Ad esempio, unendosi a Campos ha sostenuto l’idea di tenere alla larga le idee di Chavez (Hugo Chavez, defunto presidente del Venezuela noto per le sue convinzioni socialiste e la politica di sinistra) lontane dal Brasile. Oggi dice che la squadra del Presidente Lula era troppo chavista (pro-Chavez). Quindi, sulla sua proclamata disponibilità a lavorare con tutti? Non c’è dubbio che il Partito dei Lavoratori del Brasile gode di ampio sostegno, ma difficilmente può essere paragonato al partito al potere in Venezuela. Forse la CIA vuole utilizzare Silva per attuare il suo vecchio piano di creare una “cintura della sinistra alternativa” in America Latina per opporsi ai regimi autoritari, populisti e arcaici di Venezuela e Cuba. Silva è sempre più neo-liberale nella campagna elettorale dicendo che non c’è bisogno di un altro “centro di potere”, i BRICS, e di attuare la decisione del blocco d’istituire una banca di sviluppo, un fondo di riserva, ecc. Silva ha dubbi sul Consiglio di difesa sudamericano. Sottovoce chiede di prestare meno attenzione al MERCOSUR (Mercado Común del Sur, blocco sub-regionale che comprende Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) e UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane: Unión de Naciones Suramericanas, unione intergovernativa che integra le due unioni doganali esistenti, Mercosur e Comunità delle nazioni andina, nell’ambito del processo d’integrazione sudamericano). Secondo lei, lo sviluppo delle relazioni bilaterali dovrebbe avere la priorità. Tali punti di vista sono in contrasto con il processo d’integrazione dell’America Latina. Come reagiranno i brasiliani alla svolta neoliberista del Paese nel caso vincesse? C’è la grande possibilità che si arrivi a disordini sociali, essendo abituati al progresso sociale del Paese. Le persone sono ascoltate, le riforme avviate e il Paese è stabile ed avanza. Se Silva diventasse presidentessa (George Soros, magnate, investitore e filantropo statunitense finanzia la sua campagna con notevoli fondi) ci sarà la seria possibilità di chiudere molti programmi sociali ed economici suscitando ampio malcontento. C’è l’idea che gli uffici degli Stati Uniti in Brasile siano pieni di agenti dei servizi speciali incaricati della missione di stimolare le proteste.

Marina Silva é como uma nota de 3 reaisLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rockefeller, Cocaina e schiavitù ad Haiti

Dean Henderson 25 marzo 2014

haitiIeri l’alto inviato delle Nazioni Unite ad Haiti Sandra Honorè ha riferito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che l’epidemia di colera ad Haiti è la peggiore del mondo. Oltre 8000 persone sono morte di colera dal devastante terremoto di Haiti nel gennaio 2010 e altre 680000 hanno contratto la malattia, che studi scientifici hanno dimostrato introdotto nel Paese da nepalesi infetti delle forze di pace delle Nazioni Unite. Gli Haitiani hanno presentato una raffica di azioni legali collettive contro le Nazioni Unite per la loro condotta illecita, ma l’ONU ha invocato l’immunità diplomatica. Gli haitiani non potranno avere alcun aiuto dal loro presidente Michel Martelly, un ex-musicista e proprietario del club “Sweet Micky“. Martelly ha trascorso la maggior parte dei suoi anni a Miami e sviluppato legami con la dittatura di Duvalier. Il ruolo di Haiti nell’emisfero occidentale di minimo salariale per le multinazionali, combinata con la sua importanza geografica nel traffico di cocaina colombiana, orchestrato dalla CIA, ha indotto la frode elettorale del 28 novembre 2010 che ha messo al potere Martelly in modo fin troppo prevedibile, provocando le proteste. La rotta più breve dall’isola di San Andres della Colombia a Miami passa per Haiti, dove la filiale della Bank of Nova Scotia, Scotiabank, domina la finanza. La banca Nova Scotia controllata dalla famiglia sionista Bronfman è il rivenditore dell’oro nel Triangolo d’Argento nei Caraibi infestato dalla cocaina. Possedeva le 200 tonnellate di oro recuperato dalle macerie del World Trade Center nel 2001. L’oro è la moneta scelta dal narcotraffico mondiale controllato della Corona inglese.
Dal 1970 al 1986 Haiti è stata governata da Jean-Claude (Papa Doc) e dal figlio Baby Doc Duvalier.  I dittatori furono appoggiati dagli Stati Uniti, che inviarono oltre 400 milioni di dollari. Quello che non finiva nelle tasche di Duvalier fu utilizzato dalle società statunitensi per creare impianti per approfittare della super-economica manodopera haitiana. Haiti fu il fulcro della Caribbean Basin Initiative dell’International Basic Economy Corporation di David Rockefeller, che mirava a creare una piattaforma di produzione a basso salario nei Caraibi per i suoi tentacoli multinazionali. I salari reali ad Haiti diminuirono del 56% nel 1983-1991, spingendo la Caribbean Basin Initiative. Le esportazioni haitiane esplosero con aziende come la Rawlings che spediva negli Stati Uniti pezzi da baseball fabbricati a poco prezzo. Il petroliere di Dallas e proprietario degli Intercontinental Hotels Clint Murchison gestiva gli impianti d’inscatolamento della carne di Haiti, che affidò all’occhio vigile dell’agente CIA, poi assassinato, e gestore di Lee Harvey Oswald, George de Mohrenschildt. La devastata industria tessile statunitense in gran parte occupò Haiti. In nessuna parte del mondo il lavoro era più conveniente. Baby Doc Duvalier cadde dopo una rivolta popolare nel 1986 e si ritirò nella Costa Azzurra, insieme ad altri dittatori di latta degli Stati Uniti. Quell’anno la CIA creò il National Intelligence Service (SIN) haitiano. L’acronimo, che condivide con l’intelligence peruviana, è probabilmente un’idea dei massoni dell’M16. Il SIN fu creato con il pretesto della lotta contro il traffico di droga, ma i suoi funzionari semplicemente rilevarono il traffico commerciale di coca colombiana dai compari di Duvalier, i Tonton Macoutes. Le bande haitiane controllavano il traffico di droga in molte città degli Stati Uniti. Nonostante il divieto del Congresso degli Stati Uniti di aiuti ad Haiti, il SIN ricevette un milione di dollari all’anno dalla CIA, mentre la Società addestrava ed equipaggiava il nuovo esercito haitiano. La CIA cercava di mettere un coperchio sulla rivoluzione di sinistra che spazzò Baby Doc via dal potere, il movimento della famiglia Lavalas. Il SIN impose il terrore contro la sinistra haitiana, prendendo il posto lasciato dai Tonton Macoutes di Duvalier.
Nel 1989 il capo del SIN, colonnello Ernesto Prudhomme, guidò un brutale interrogatorio del sindaco progressista di Port-au-Prince Evans Paul. L’ex capo del SIN, colonnello Leopoldo Clerjeune, era presente. Il sindaco Paul ebbe cinque costole rotte e gravi lesioni interne. Un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti disse del SIN, “Era un’organizzazione militare che distribuiva droga ad Haiti. Il SIN non condusse mai intelligence sulla droga. L’Agenzia gli diede i soldi per l’antidroga e usò il loro addestramento per fare altro in politica“. Una di quelle “altre cose” fu architettare il colpo di Stato che rovesciò il presidente populista Jean Bertrand Aristide, il prete cattolico che vinse le prime elezioni democratiche di Haiti nel 1991. Aristide era un leader del movimento della famiglia Lavalas. Predicava la teologia della liberazione, una tendenza di sinistra cattolica nata nel 1968 a Medellin dopo il concilio Vaticano II, su ispirazione della rivoluzione in America Latina. Aristide era già sfuggito a tre tentativi di assassinio da parte dei Tonton Macoutes di Duvalier. All’atto dell’insediamento, Aristide iniziò ad arrestare i funzionari del SIN coinvolti nel traffico di droga e alzò il salario minimo haitiano da 0,22 dollari a 0,37 all’ora. Le società statunitensi brontolarono e iniziarono una campagna diffamatoria contro Aristide. L’USAID le aiutò, lanciando, con 26,7 milioni di dollari forniti dai contribuenti USA, l’assalto alla proposta del salario minimo di Aristide e alle altre iniziative progressiste che aveva attuato. André Apaid, ricco uomo d’affari di Haiti, fu scelto dall’USAID per guidare la campagna anti-Aristide tramite la sua società d’export Prominex, affiliata alla Permindex, centro del commercio mondiale del traffico di stupefacenti e rete internazionale dei killer nazisti. La Permindex era dietro l’assassinio di JFK e il tentato assassinio del Presidente francese Charles de Gaulle. Era gestita da M16 e Mossad israeliano. I finanziamenti provenivano da ricchi aristocratici europei. La società di Apaid riforniva numerose multinazionali statunitensi, tra cui Honeywell, IBM, Remington e Unisys. Intanto, gli agenti della CIA Brian Latell e James Woolsey, poi con Clinton direttore della CIA, stilarono un rapporto citando “problemi di salute mentale” di Aristide. Il capo della DEA di Miami, Thomas Cash, cercò, senza successo, di collegare Aristide al business della cocaina colombiana.
Nel 1991, pochi mesi dopo che Aristide si era insediato, i gruppi finanziati dall’USAID eseguirono un colpo di Stato che insediò la giunta militare guidata dal capo dell’esercito Raoul Cedras. Cedras era un informatore della CIA incaricato dei militari di Haiti. Il SIN fu rinominato FRAPH e intraprese ancora il terrorismo politico contro Lavalas, contadini e sindacati. I salari furono diminuiti ulteriormente, con una ditta di abbigliamento che riforniva i contractor statunitensi che pagava 0,14 dollari all’ora. L’uomo di punta dell’USAID, André Apaid, venne sicuramente ricompensato divenendo un lobbista a Washington del regime di Cedras. Disse a una folla di Miami che se Aristide tornava ad Haiti, “Mi sarebbe piaciuto strangolarlo“. Ma era il FRAPH che faceva il grosso dello strangolamento. Amnesty International denunciò  2000 civili assassinati ad Haiti a diciotto mesi dal colpo di Stato di Cedras. L’agente della CIA Brian Latell, la cui relazione fasulla contribuì a rovesciare Aristide, visitò Haiti nel 1992 elogiando Cedras e dicendo di non aver visto “nessuna prova dell’oppressione o delle stragi del governo“. Amnesty International definì la sua valutazione “assurda”.
Aristide andò in esilio negli Stati Uniti. Infine si accordò con la Banca mondiale che gli permise di tornare ad Haiti. L’operazione comportò il rilascio dei membri del governo FRAPH, la privatizzazione di 300 aziende statali, riduzione delle tariffe e dei dazi all’importazione di Haiti, e la riscrittura delle leggi fiscali d’impresa e d’investimento di Haiti. Il movimento della famiglia Lavalas di Aristide venne bandito e gli stipendi congelati a 0,11-0,18 dollari all’ora, inferiori a quelli della dittatura Duvalier. Haiti su ordine della Banca Mondiale stabilì il salario più basso nell’emisfero occidentale. Una volta siglato l’accordo, il presidente Clinton intervenne ad Haiti per riportare Aristide. Nel 1993 l’USS Harlan County entrò a Port-au-Prince per gettare le basi del ritorno di Aristide. La nave fu accolta da manifestanti violenti guidati da Emmanuel (Toto) Constant, che era sul libro paga della CIA come fondatore e capo dei killer del FRAPH. Toto partecipò al ballo inaugurale di Clinton. Suo padre era il generale Gerard Constant, capo dell’esercito di Papa Doc e “consulente interno” dell’ambasciatore statunitense Alvin Adams. Constant formò il FRAPH dai resti del SIN per volere del colonnello Patrick Collins, addetto militare presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Port-au-Prince. Constant afferma che Collins e il capo della stazione CIA di Haiti erano nel quartier generale militare di Haiti nel 1991, durante il golpe di Cedras. Ora a Toto fu detto di fare il bravo cane e dare il benvenuto al Aristide, riformato dalla Banca Mondiale, di ritorno ad Haiti. In una riunione con il generale dell’US Army Hugh Shelton, a Constant fu detto “Ecco la tua occasione. O lo fai o ti cacciamo come un cane“. Il giorno prima che Constant convocasse una conferenza stampa annunciando che gli haitiani salutavano Aristide, s’incontrò con il capo della stazione della CIA ad Haiti John Kambourian. Gli fu detto che mentre Aristide sarebbe tornato, il FRAPH sarebbe rimasto al potere ad Haiti. La prima missione di Toto fu indottrinare le truppe dell’esercito haitiano sui mali della teologia della liberazione. L’amministrazione Clinton rinnegò le sue promesse ad Aristide. Anthony Lake dell’NSA di Clinton si vantò al Congresso che CIA e USAID si scelsero il nuovo parlamento haitiano per “bilanciare Aristide”. Molti assassini del FRAPH rimasero al potere tra cui il generale Jean-Claude Duperval,  l’uomo della CIA che guidò il colpo di Stato del 1991 accanto all’ex-capo dei Tonton-Macoute. Il  FRAPH continuò il narcotraffico. Nel 1997 il colonnello haitiano Michel Francois, che fu il capo della polizia di Port-au-Prince durante la giunta Cedras, venne estradato dall’Honduras per essere processato per traffico di cocaina ed eroina. Francois fuggì nella Repubblica Dominicana dopo che Aristide scoprì che era anche dietro un complotto per destabilizzare Haiti. Francois lavorò con il prediletto della CIA Pablo Escobar ed utilizzò un aeroporto privato controllato dal colonnello haitiano Jean Claude Paul come punto di trasbordo per Miami della cocaina di Escobar.
La Permindex rapidamente si stancò dell’interferenza di Aristide nel business della droga. Nel 2000, dopo che Aristide vinse di nuovo le elezioni haitiane, gli Stati Uniti decisero che il voto era un broglio e tagliarono tutti gli aiuti, sottoponendo in modo efficace l’isola a una morte lenta. Pochi anni dopo, come un bizzarro fantasma dell’opera, Aristide fu rapito dalla CIA ed esiliato in Africa. Il burattino dell’FMI Rene Preval fu nominato presidente. James Woolsey, che coautore delle menzogne che contribuirono a rovesciare Aristide fu premiato con l’incarico di direttore della CIA, ma ben presto trovò un lavoro più redditizio. La sua Dyn Corporation di Reston, VA, stipulò un contratto con la CIA per addestrare e schierare la nuova polizia nazionale haitiana, che sostituì i militari haitiani nell’ambito della transazione della Banca Mondiale. Quando le truppe delle Nazioni Unite si ritirarono da Haiti, i consiglieri della DynCorp rimasero. Human Rights Watch dice che la polizia nazionale haitiana che la DynCorp ha addestrato era coinvolta in “esecuzioni extragiudiziali, uso inappropriato della forza letale e percosse“. Le barricate tornarono nella nazione di schiavi moderni di Haiti, mentre il popolo da tempo sofferente ancora una volta si ribellava per combattere i monopoli di Rockefeller, della Corona inglese e dei signori della droga e loro finanziatori, i banchieri Illuminati. Forse questa volta gli haitiani scacceranno i bastardi una volta per tutte.
Viva la Revolucion! Viva Haiti!

Jean-Bertrand-AristideTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti contro Brasile: dallo spionaggio alla destabilizzazione

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 20.09.2013

41d3f7fe263524ab656aLo scandalo spionistico scoppiato dopo le rivelazioni del dipendente della NSA Edward Snowden, che ha reso tesi i rapporti tra il Brasile e gli Stati Uniti, progredisce. Sempre più dettagli emergono sullo spionaggio elettronico degli Stati Uniti verso la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff e coloro che la circondano, compresi parenti e dirigenti del ministero degli Esteri, della Difesa e delle agenzie di intelligence. Rousseff è particolarmente indignata dal fatto che la NSA e la CIA abbiano spiato tutti i suoi telefoni, nell’ufficio presidenziale e nella sua residenza. È emerso anche il fatto che la NSA abbia illegalmente infiltrato le banche dati informatiche della società petrolifera brasiliana Petrobras, e monitorato l’attività e la corrispondenza del suo personale ventiquattro ore su ventiquattro.
Al fine di prendere una decisione ben ponderata sullo scandalo spionistico, Rousseff ha inviato il ministro delle Relazioni esterne, Luiz Alberto Figueiredo, negli Stati Uniti, dove ha avuto una serie di incontri con i funzionari dell’amministrazione Obama, tra cui la consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Susan Rice. Questo problema era stato discusso in precedenza, quando Rousseff ha personalmente incontrato Obama a San Pietroburgo, al forum del G20. Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di vedere la questione e di fornire al Brasile una spiegazione approfondita. Tuttavia, Figueiredo è tornato da Washington a mani vuote. Gli statunitensi, ancora una volta, hanno scelto il loro schema preferito: stallo, procrastinare e promettere di spiegare tutto tra un giorno o due. Obama ha usato la stessa tattica quando ha chiamato Dilma Rousseff per convincerla a non annullare la visita di Stato, ancora una volta limitandosi a promesse indistinte. Le giuste richieste della presidentessa brasiliana a non ritardare la spiegazione e a consegnarle in forma scritta, vengono ignorate dalla Casa Bianca… Obama non vuole scoprirsi le spalle con prove compromettenti che i suoi avversari nel Congresso e i giornalisti possono interpretare come “debolezza”, nel regolare un conflitto con un Paese del “terzo mondo”. I tentativi da parte dell’amministrazione Obama di far sì che i brasiliani accettino di discutere del conflitto a porte chiuse, per via diplomatica o altro, come è stato fatto molte volte con altri Paesi, non hanno avuto successo. La situazione s’è ulteriormente aggravata con l’avvicinarsi della data della visita di Dilma Rousseff a Washington, il 23 ottobre. La leadership brasiliana ha tenuto la sua linea fino alla fine: Rousseff ha annunciato la cancellazione della sua visita a Washington e ha spiegato le ragioni di questo passo.
Il Brasile si prepara alla spiegazione pubblica ed intransigente di tutte le circostanze relative allo spionaggio condotto dagli Stati Uniti. I primi risultati di questo conflitto sono già apparsi, dopo che l’ambasciatore statunitense Thomas Shannon è stato chiamato due volte al ministero degli Esteri brasiliano per fornire una spiegazione, il dipartimento di Stato ne ha affrettato la partenza dal Paese.  Il Brasile è molto dispiaciuto del fatto che le spiegazioni dei suoi partner nordamericani restino vaghe, superficiali e, in sostanza, beffarde. Le vuote promesse di Obama, Kerry e altri alti funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti, di “esaminare la questione” e “normalizzare” le attività delle agenzie di intelligence, hanno avuto l’effetto opposto questa volta. Dilma Rousseff è abbastanza decisa a dimostrare a Washington che può tutelare gli interessi del proprio Paese, specialmente nel campo della sicurezza dello Stato… Tra le azioni esaminate dalle autorità brasiliane riguardo l’intelligence statunitense operante sul territorio del Brasile, vi è l’inasprimento del controllo del personale dell’intelligence statunitense individuato, con l’obiettivo di documentare gli aspetti illegali delle sue attività e, successivamente, la deportazione dal Brasile. Le autorità brasiliane sono sempre più preoccupate dai segnali che operatori di CIA, dell’intelligence militare degli Stati Uniti e della DEA siano coinvolti nella creazione di “gruppi di protesta giovanili”, già utilizzati e che potrebbero essere utilizzati in futuro per aggravare una situazione di crisi nel Paese.
Il problema dello spionaggio elettronico degli Stati Uniti è stato discusso in occasione della prima riunione dei leader del Mercosur e dagli esperti in materia di sicurezza informatica e delle telecomunicazioni. I rappresentanti di Brasile, Venezuela, Bolivia, Argentina e Uruguay hanno suggerito misure urgenti per fermare “lo spionaggio dell’impero e rafforzare l’indipendenza tecnologica e la sovranità dei Paesi del raggruppamento.” Il ministro degli Esteri venezuelano Elias Jaua ha supportato il Brasile in tutti i punti all’ordine del giorno. La decisione di creare un gruppo di lavoro per lo sviluppo di una strategia unitaria, volta a contrastare “l’interferenza imperialista” e “le operazioni di spionaggio degli Stati Uniti che causano danni a governi, imprese e cittadini“, è stato approvato. Una riunione dei ministri della Difesa di Brasile e Argentina si è tenuto, dove i  ministri hanno firmato un accordo per la creazione di un gruppo bilaterale con l’obiettivo di “raggiungere un livello ottimale nello sviluppo della cyber-protezione ela riduzione al minimo della vulnerabilità agli attacchi informatici“.
In un’intervista al quotidiano argentino Pagina 12, il ministro della Difesa brasiliano Celso Amorim ha parlato delle crescenti capacità operative del Centro per la Protezione cibernetica. Il ministro ha toccato solo di passaggio il tema dello spionaggio elettronico verso la Presidentessa Rousseff e il suo entourage, ma ha sottolineato in particolare che tutti i fatti a loro disposizione indicano la necessità di sviluppare le capacità difensive del Brasile. Celso Amorim ha parlato, con franchezza inusuale per un dirigente di un ente militare, dei piani a medio termine per rafforzare le forze armate del Brasile. Tra queste, la costruzione di un sottomarino nucleare per il pattugliamento nelle acque territoriali e la protezione dei giacimenti petroliferi dei fondali, lo sviluppo del settore aerospaziale e l’avvio della produzione dell’aereo da trasporto pesante KC-390, che in futuro potrebbe sostituire l’Hercules made in USA in servizio nella forza aerea brasiliana. Secondo dati provenienti da fonti indipendenti, lo scandalo sullo spionaggio globale degli Stati Uniti in Brasile, potrebbe causare il rifiuto del Brasile di chiudere l’accordo per l’acquisto di 36 aerei da combattimento F-18 Hornet.Non possiamo“, dicono gli analisti brasiliani, “firmare contratti di tali dimensioni con un Paese di cui non ci fidiamo“.
Il Brasile intende seguire l’esempio della Russia e della Cina creando un proprio sistema Internet, una significativa misura che garantirà la sicurezza dei suoi utenti e ostacolerà l’infiltrazione degli “specialisti” della NSA. Tra i piani del Brasile vi è la posa di propri cavi di comunicazione verso l’Europa e l’Africa. I canali di comunicazione esistenti, che passano attraverso il territorio degli Stati Uniti, sono totalmente controllati dalla NSA. Una delegazione di membri del parlamento brasiliano prepara un viaggio in Russia per incontrare Edward Snowden e avere ulteriori informazioni sulla reale portata dello spionaggio elettronico statunitense in Brasile, tra cui l’uso di satelliti spia. Un modernizzato centro di intercettazioni radio, che non fu chiuso nel 2002 come i media assicuravano, opera a pieno regime presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Ora è evidente alla leadership brasiliana che l’argomento utilizzato dal governo degli Stati Uniti, della guerra al terrorismo, sia solo una copertura per svolgere operazioni di tutt’altro tipo. Nell’emisfero occidentale, si tratta dell’infiltrazione delle banche dati e delle reti informatiche dei Paesi latinoamericani, in primo luogo di tutti coloro che cercano di condurre una politica indipendente e di concentrarsi nell’integrazione attraverso Unasur, ALBA, Petrocaribe, ecc. Si ritiene che l’acquisizione di informazioni preliminari circa viaggi, percorsi e residenze dei leader latinoamericani “ostili” a Washington, come Nestor Kirchner, Inacio Lula da Silva, Hugo Chavez e altri, abbia aiutato l’attuazione di operazioni speciali contro di loro, alcuni dei quali, come è noto, sono stati mortali. Quest’anno la celebrazione del Giorno dell’Indipendenza, il 7 settembre, nella capitale brasiliana, così come a Rio de Janeiro, San Paolo e Porto Alegre, è stata accompagnata da disordini di massa ben organizzati. Gli istigatori hanno pronunciato slogan contro il governo gridando accuse contro Dilma Rousseff, chiamandola “traditrice degli interessi nazionali”. Diverse decine di persone sono rimaste ferite, e oltre 300 manifestanti sono stati arrestati. La polizia indaga sui legami occulti tra i detenuti ed organismi “non-profit” finanziati dagli Stati Uniti. Alcuni blogger brasiliani hanno interpretato questi tumulti come un “avvertimento” dell’intelligence degli Stati Uniti a Dilma Rousseff.
Il personale dell’intelligence degli Stati Uniti in Brasile potrebbe operare in condizioni molto più complesse nel prossimo futuro. L’agenzia d’intelligence brasiliana (Abin) cerca di riabilitarsi agli occhi della presidentessa e dell’opinione pubblica. I leader dell’Abin, che non poterono rilevare in tempo le fughe di informazioni strategiche verso gli Stati Uniti, causando enormi perdite politiche e materiale al Paese, hanno ricevuto nuove istruzioni sui parametri per ulteriori collaborazioni con partner provenienti dagli Stati Uniti. Come si dice, uno tira l’altro.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gladio, Gladio-B e al-Qaida

Dedefensa, 28 maggio 2013

gladioPer oltre un decennio, polemiche e varie rivelazioni sono occasionalmente comparse riguardo Sibel Edmonds, giovane accademica multilingue assunta come traduttrice dell’FBI subito dopo l’attacco dell’11/9 per un lavoro di traduzione su ciò che si sono dimostrati essere dei documenti ultra-sensibili. Fu licenziata dopo essere intervenuta presso i suoi superiori sul contenuto di alcuni cabli top-secret che aveva tradotto, che dimostravano la fattiva collaborazione tra i vari dipartimenti e funzionari del governo degli Stati Uniti e diversi individui ed organizzazioni terroristiche vagamente affiliate al-Qaida, o raggruppati sotto questo nome. Edmonds ha pubblicato un libro sulla sua storia l’anno scorso (Classified Woman: The Sibel Edmonds Story). Ha incontro l’accademico, giornalista, scrittore e attivista Nafeez Mosaddeq Ahmed che ha pubblicato questa intervista con un lungo articolo sul rapporto tra gli statunitensi e i gruppi islamisti. L’articolo è stato pubblicato il 17 Maggio 2013 sul sito della rivista Ceasefire, ripreso da vari siti e finalmente pubblicato sul sito di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Cutting Edge, il 21 maggio, 2013. In questa ultima versione, Nafeez Mosaddeq Ahmed aggiunge alcuni dettagli, tra cui il nome di determinate persone precedentemente designate in forma anonima. Ecco il lungo resoconto, molto dettagliato, della straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti e della miriade di implicazioni e operazioni sotto copertura che l’accompagnano.
Pubblichiamo la presentazione dell’articolo di Nafeez Mosaddeq Ahmed, l’inizio del articolo che descrive la carriera Edmonds, del suo licenziamento dall’FBI, delle pressioni e varie sfide legali che ha dovuto affrontare, e un passaggio particolarmente interessante che caratterizza lo sviluppo e la diffusione di una organizzazione designata Gladio-B, sviluppatasi da Gladio. L’uso dello schema Gladio-B prevede che i gruppi terroristici islamici siano utilizzati dal 1990, nello stesso modo dei gruppi neofascisti e neonazisti utilizzati principalmente in Europa negli anni ’70, in operazioni terroristiche attuate con le operazioni Gladio, soprattutto in Italia e in Belgio. Il collegamento è ovviamente molto interessante e permette di prendere in considerazione una panoramica delle operazioni sotto copertura e delle attività terroristiche del gruppo dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, di numerosi Paesi della NATO e di altri Paesi associati al blocco BAO, come quello del presidente egiziano Mubaraq. Si conferma l’importanza fondamentale di Gladio, estesa a Gladio-B, per l’intero periodo post-1945. Vediamo che l’operazione in generale, tendeva e tende a sorvegliare, se non a riunire, tutto il sistema delle operazioni sovversive del Sistema nel suo ramo americanista, durante questo periodo e fino ad oggi, secondo lo scenario volto ad attuare cambiamenti politici o di governo/regime in Paesi di diverse regioni (l’Europa con Gladio, l’Asia centrale e dintorni con Gladio-B) attraverso la strategia della provocazione che utilizza lo strumento del terrorismo per fini specifici che possono variare. Questi dati confermano l’analisi di Daniele Ganser, universitario svizzero e migliore specialista di Gladio, che ha trovato i collegamenti diretti tra l’azione di Gladio durante la guerra fredda e le implicazioni della stessa Gladio nell’attacco dell’11/9 e in generale con questo periodo del post-guerra fredda (vedasi due nostri testi su Ganser e Gladio, un’intervista del 27 dicembre 2005, e un’analisi simile del 27 dicembre 2005).

Introduzione di Nafeez Mosaddeq Ahmed
Venerdì scorso, la rivista Ceasefire ha pubblicato il mio esclusivo e approfondito articolo investigativo che svela la sponsorizzazione occulta del Pentagono dei terroristi di al-Qaida dalla fine degli anni ’90 all’11 settembre, tra cui la sponsorizzazione dello stesso Ayman al-Zawahiri. La mia relazione si basa su interviste all’informatrice dell’FBI Sibel Edmonds, il cui caso straordinario è stato seguito dai professionisti di Vanity Fair e American Conservative, così come dai giornalisti del Sunday Times che hanno corroborato le sue affermazioni e parlato di una serie investigativa su cui stavano lavorando nel 2008 sulla base delle sue rivelazioni, che fu “ritirato” inspiegabilmente su  pressione del governo degli Stati Uniti. L’articolo è andato veramente bene raccogliendo oltre 4.000 contatti su Facebook, 500 su Tweets e venendo ripubblicato in tutto il web. L’articolo è stato anche ripubblicato dall’assai rispettata rivista investigativa Counterpunch. Ma c’è di più…
Le versioni pubblicate finora sono state modificate per evitare di fare certi nomi. Qui di seguito, in esclusiva per questo blog, pubblico la versione originale che indica il “funzionario del dipartimento di Stato” indicato da Sibel in passato, Marc Grossman, un alto funzionario del governo che ha lavorato per le amministrazioni Bush e Obama prima di passare al settore privato/lobbying...”

Il Sistema contro Sibel Edmonds
“Un’informatrice ha rivelato notizie straordinarie sul sostegno del governo degli Stati Uniti alle reti terroristiche internazionali e alla criminalità organizzata. Il governo ha negato le accuse ed ha anche  fatto di tutto per farla tacere. I suoi critici l’hanno derisa come affabulatrice e falsificatrice. Ma ora arriva la notizia che alcune delle sue più gravi accuse sono state confermate da un importante quotidiano europeo, solo per essere scacciate su richiesta del governo degli Stati Uniti. In un libro recente, Sibel Edmonds, ex traduttrice dell’FBI, descrive come il Pentagono, la CIA e il dipartimento di Stato hanno avuto legami intimi con al-Qaida fino al 2001. Nelle sue memorie Donna classificata: la vicenda di Sibel Edmonds, pubblicata l’anno scorso, accusa alti funzionari governativi di negligenza, corruzione e collaborazione con al-Qaida nel contrabbando di armi e  traffico di droga in Asia centrale.
Nell’intervista a questo autore ai primi di marzo, Edmonds ha sostenuto che Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al-Qaida e vice di Usama bin Ladin all’epoca, ha avuto innumerevoli incontri periodici all’ambasciata statunitense di Baku, in Azerbaijan, con militari e funzionari dei servizi segreti statunitensi tra il 1997 e il 2001, nell’ambito di una operazione denominata ‘Gladio B’. Accusando che al-Zawahiri così come i vari membri della famiglia bin Ladin e altri mujahidin, furono trasportati su aerei della NATO in varie parti dell’Asia centrale e dei Balcani per partecipare alle operazioni di destabilizzazione del Pentagono. Secondo due giornalisti del Sunday Times, che parlano in condizione di anonimato, queste e altre rivelazioni sono state confermate dai vertici del Pentagono e da funzionari dell’MI6 nell’ambito di una serie investigativa in quattro parti che avrebbe dovuto essere pubblicata nel 2008. I giornalisti del Times hanno descritto come la storia sia stata inspiegabilmente abbandonata su pressione di non dichiarati “gruppi di interesse” che, suggeriscono, sarebbero stati associati al dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Descritta dall’American Civil Liberties Union come la “persona più imbavagliata negli Stati Uniti d’America“, Edmonds ha studiato diritto penale, psicologia e politica presso le università George Washington e George Mason. Due settimane dopo gli attacchi terroristici dell’11/9, la sua fluidità del turco, persiano e azero l’è valsa un contratto dell’FBI presso l’ufficio di Washington DC. Fu incaricata di tradurre fonti d’intelligence altamente classificate in operazioni contro sospetti terroristi dentro e fuori gli Stati Uniti. Nel corso del lavoro, è venuta a conoscenza di elementi che  provano come militari e agenzie di intelligence degli Stati Uniti collaborassero con i militanti islamici affiliati ad al-Qaida, proprio le forze incolpate degli attacchi dell’11/9, e di come i funzionari dell’FBI coprissero tali prove. Quando Edmonds si lamentò con i suoi superiori, la sua famiglia venne minacciata da uno dei soggetti della sua denuncia, e lei venne licenziata. Le sue accuse di spionaggio contro i suoi colleghi dell’FBI furono poi esaminati dall’Ufficio dell’Ispettore Generale del dipartimento della Giustizia, che non diede dettagli sulle accuse rimaste classificate. Anche se non vi sono conclusioni definitive raggiunte sulle accuse di spionaggio, il dipartimento della Giustizia ha concluso che molte delle accuse di Edmonds “sono provate, che l’FBI non le prese abbastanza sul serio e che furono, difatti, il fattore più significativo nella decisione dell’FBI di interrompere il suo servizio“.
Quando tentò di rendere pubblica la sua vicenda nel 2002, e di nuovo nel 2004, il governo degli Stati Uniti mise a tacere Edmonds invocando un precedente giuridico noto come “privilegio del segreto di Stato”, un potere illimitato per annullare una causa basata esclusivamente sulla pretesa del governo che prove o testimonianze potrebbero divulgare informazioni che potrebbero minare la “sicurezza nazionale”. Con questa dottrina, il governo cercò di classificare retroattivamente le informazioni riguardanti il caso Edmonds già note al pubblico, tra cui, secondo il New York Times, “quali lingue Edmonds traducesse, quali casi avesse gestito e con quali dipendenti avesse lavorato, disse il funzionario. Informazioni anche di routine e ampiamente diffuse, come e dove lavorava, sono ora classificate“. Anche se non è stata di certo la prima invocazione del “privilegio del segreto di Stato”, il caso Edmonds è stato utilizzato più volte come precedente nell’era post-11/9 dalle amministrazioni Bush e Obama per proteggere il governo degli Stati Uniti dal giudizio del tribunale su tortura, estradizioni, intercettazioni senza mandato, così come nella rivendicazione dei poteri di guerra del presidente. Altri esperti d’intelligence concordano che Edmonds sia inciampata su una cospirazione criminale nel cuore del sistema giudiziario statunitense. Nelle sue memorie, racconta che l’agente speciale dell’FBI Gilbert Graham, che lavorava per l’ufficio di Washington sulle operazioni di controspionaggio, le aveva detto davanti a un caffè “come si controllassero i precedenti dei giudici federali” nei “primi anni novanta per conto dell’FBI… Se arriviamo alla merda, agli scheletri nei loro armadi, il dipartimento della Giustizia li teneva in serbo per usarli contro di loro in futuro o per fargli fare ciò che voleva  su alcuni casi. Casi come il tuo“. Una versione redatta della divulgazione classificata di Graham al dipartimento di Giustizia, riguardo queste accuse, uscì nel 2007, riferendosi all'”abuso di autorità” dell’FBI nel condurre intercettazioni illegali per avere informazioni su funzionari pubblici degli Stati Uniti.

Descrizione di Gladio-B
Nella sua intervista di marzo a questo autore, Edmonds ha detto che le operazioni del Pentagono con gli islamisti erano l'”estensione” di un’originale programma di ‘Gladio’, scoperto negli anni ’70 in Italia, nell’ambito europeo dell’operazione segreta della NATO avviata già negli anni ’40. Come lo storico svizzero Daniele Ganser indica nel suo libro fondamentale, Gli eserciti segreti della NATO, un’inchiesta parlamentare italiana confermò che l’MI6 britannico e la CIA avevano stabilito una rete segreta “stay-behind” di eserciti paramilitari, gestiti da collaborazionisti fascisti e nazisti.  Gli eserciti segreti compirono attacchi terroristici in tutta l’Europa occidentale, ufficialmente attribuiti ai comunisti in quello che l’intelligence militare italiana chiamò ‘strategia della tensione’. “Si dovevano attaccare civili, donne, bambini, innocenti, sconosciuti assai lontani da ogni gioco politico“, ha spiegato Vincenzo Vinciguerra, operativo di Gladio, durante il suo processo nel 1984. “La ragione era molto semplice. Dovevano costringere queste persone… a chiedere allo Stato maggiore sicurezza“. Mentre la realtà dell’esistenza di Gladio in Europa è una questione storica, Edmonds sostiene che la stessa strategia è stata adottata dal Pentagono negli anni ’90 in un nuovo teatro di operazioni: l’Asia. “Invece di usare i neonazisti, hanno usato i mujahidin diretti dai vari bin Ladin, così come al-Zawahiri“, ha detto.
L’ultimo incontro di Gladio noto pubblicamente si svolse al Comitato Clandestino Alleato della NATO (ACC) di Bruxelles nel 1990. Mentre l’Italia era un punto focale per le maggiori attività europee, Edmonds ha detto che la Turchia e l’Azerbaigian furono i principali condotti per una completamente nuova e diversa serie di operazioni in Asia con i veterani della campagna anti-sovietica in Afghanistan, i cosiddetti “arabi afghani” addestrati da al-Qaida. Queste nuove grandi operazioni del Pentagono ebbero il nome in codice ‘Gladio B’ dal controspionaggio dell’FBI: “Nel 1997, la NATO chiese [al presidente egiziano] Hosni Mubaraq di scarcerare i militanti islamici affiliati ad Ayman al-Zawahiri [il cui ruolo nell'assassinio di Anwar Sadat portò all'ascesa di Mubaraq]. Furono trasportati, agli ordini degli Stati Uniti, in Turchia per [l'addestramento e l'impiego in operazioni] del Pentagono“, ha detto. Le accuse di Edmonds trovano qualche pubblica conferma indipendente. Il Wall Street Journal riferisce di un accordo nebuloso tra Mubaraq e “l’ala operativa della Jihad islamica egiziana, che fu poi guidata da Ayman al-Zawahiri… Molti dei combattenti di quel gruppo accettarono un cessate il fuoco con il governo dell’ex presidente Hosni Mubaraq, nel 1997.” Youssef Bodansky, ex direttore del Congressional Task Force sul terrorismo e la guerra non convenzionale, ha citato fonti dell’intelligence USA in un articolo per la difesa e gli affari esteri: Politica strategica, confermando le “discussioni tra il leader terrorista egiziano Ayman al-Zawahiri e un arabo-statunitense noto per essere un emissario della CIA e del governo degli Stati Uniti.” Fece riferimento a un'”offerta” fatta ad al-Zawahiri nel novembre 1997 per conto dell’intelligence degli Stati Uniti, concedendo mano libera in Egitto ai suoi islamisti mentre  sostenevano le forze statunitensi nei Balcani. Nel 1998, il fratello di al-Zawahiri, Muhammed, guidava un’unità d’elite dell’Esercito di liberazione del Kosovo contro i serbi durante il conflitto in che Kosovo, avrebbe avuto contatti diretti con la leadership della NATO. “È per questo”, continuò Edmonds nella sua intervista, “anche se l’FBI regolarmente monitorava le comunicazioni  diplomatiche di tutti i Paesi, solo quattro ne furono esenti, Regno Unito, Turchia, Azerbaijan e Belgio, sede della NATO. Nessun altro Paese, nemmeno gli alleati Israele e Arabia Saudita, ne furono esenti. Ciò perché questi quattro Paesi erano parte integrante delle cosiddette operazioni Gladio-B del Pentagono“.
Edmonds non specula sugli obiettivi delle operazioni ‘Gladio B’ del Pentagono, ma evidenzia le seguenti possibilità: proiezione di potenza degli Stati Uniti nell’ex sfera di influenza sovietica per avere un accesso strategico, precedentemente inutilizzato, all’energia e alle riserve di minerali per le aziende statunitensi ed europee; respingere la presenza russa e cinese e ampliare la portata delle lucrose attività criminali come particolarmente il traffico di armi e droga. L’esperta di finanza del terrorismo Loretta Napoleoni stima il valore totale dell’economia criminale a circa 1.500 miliardi dollari ogni anno, la maggior parte dei quali “finisce nelle economie occidentali, dove viene riciclata negli Stati Uniti e in Europa“, un “elemento vitale del flusso monetario di queste economie.” Non è un caso quindi che il commercio dell’oppio, come Edmonds ha detto a questo autore, sia cresciuta rapidamente nell’Afghanistan occupato dalla NATO: “So per certo che gli aerei della NATO inviano abitualmente eroina in Belgio, da dove poi finiscono in Europa e nel Regno Unito. Hanno anche inviato eroina nei centri di distribuzione di Chicago e New Jersey. Le operazioni di controspionaggio dell’FBI e della DEA (Drug Enforcement Agency) acquisirono le prova di questo traffico di droga sorvegliando una vasta gamma di obiettivi, tra cui funzionari del Pentagono, della CIA e del dipartimento di Stato. Nell’ambito di questa sorveglianza, il ruolo dei Dickerson, con il supporto di Grossman, nel facilitare il traffico di droga, aumentò d’importanza. Era chiaro da ciò che l’intero traffico di droga, denaro e terrorismo in Asia centrale era diretto, prima dell’11/9, da Grossman.” La prova di ciò, secondo Edmonds, resta nelle registrazioni di sorveglianza del controspionaggio dell’FBI che le venne chiesto di tradurre. Anche se queste presunte prove non sono mai apparse in tribunale, a causa degli sforzi del governo degli Stati Uniti con il ‘privilegio del segreto di Stato’, poteva testimoniare in dettaglio le sue accuse contro Grossman e altri, fatte sotto giuramento nel 2009. Inoltre, diffuse queste accuse con un’intervista all’ex funzionario della CIA Philip Giraldi della rivista American Conservative, quello stesso anno…

scott2cia_opiummapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La DEA aiuta i narcotrafficanti in Sud America

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012

Rodrigo Hinzpeter Kirberg

Pensate ad un accogliente piano bar in una strada tranquilla nel centro di Santiago del Cile, un posto romantico dove le coppie si incontrano, gli artisti e i turisti si sporgono fuori per ascoltare vecchie canzoni. Tale doveva essere il luogo in cui un agente della DEA di stanza presso l’ambasciata degli Stati Uniti incontrava il suo contatto, un alto ufficiale della polizia investigativa (PDI), per discutere gli accordi – quantità, camuffamento, percorsi e protezione – per il solito business del narcotraffico: l’invio di un carico di cocaina dalla Bolivia passando dal valico di Paso de Colina…
L’investigatore della polizia Fernando Ulloa fu il primo a far saltare il coperchio del sistema. Trovò  un giro di droga nel capoluogo di Maipú, scoprendo che dei suoi colleghi permettevano che la cocaina raggiungesse la destinazione. Svelato il mistero, Fernando Ulloa apprese che ogni mese di carichi di 120-200 kg di cocaina venivano messi in scatole etichettate come apparecchi elettronici, e venivano spediti in Cile da un paio di anni, e che in quel paese i veicoli che trasportavano le scatole venivano scortati dagli ufficiali della polizia o dell’esercito, la cui missione era renderne sicuro il transito. A quel punto, però, i tentativi di Ulloa di riferire le conclusioni dell’indagine vennero sventati dai suoi supervisori di Maipú. Poliziotto onesto, Ulloa non avrebbe mai immaginato che le forze dell’ordine avrebbero strenuamente ignorato le sue assolutamente affidabili informazioni. Quando evaporarono le ultime speranze che gli alti vertici della PDI reagissero, Ulloa, con l’aiuto della parlamentare Monica Slakett, poté contattare direttamente il ministro degli interni Rodrigo Hinzpeter Kirberg, e nel maggio 2011 gli consegnò un pesante dossier di prove incriminanti. Il ministro Hinzpeter disse che il problema avrebbe richiesto quattro giorni per essere risolto e per trasmettere le prove al capo del ministero per le inchieste giudiziarie, chiedendo a Ulloa di non parlarne ai media nel frattempo, in modo da evitare di danneggiare la reputazione della PDI. Ulloa non disse ciò che sapeva per un anno, prima di rendersi conto che il traffico attraverso Paso de Colina continuava come se nulla fosse successo; quindi assunse un avvocato per la sua difesa e rese pubblica la questione. L’amministrazione rispose licenziando Ulloa, mettendolo sotto sorveglianza, ascoltando il suo telefono. Minacce anonime contro Ulloa fecero seguito poco dopo.
Ciò che Ulloa doveva capire era che il suo avversario principale era proprio il ministro Hinzpeter, una delle più influenti figure della politica cilena. I legami di Hinzpeter con elementi di destra degli Stati Uniti e di Israele sono noti in Cile, anche se, paradossalmente, la famiglia del ministro ha un passato socialista al fianco di Salvador Allende, e uno dei suoi parenti era noto per aver spiato per conto dei sovietici durante la seconda guerra mondiale, lavorando per il famoso Grigulevich sulle attività degli agenti nazisti e anche dell’FBI. Hinzpeter, al contrario, è un personaggio che appartiene interamente all’epoca liberale. Ambizioso rampollo di una famiglia ebraica, ha frequentato l’Istituto Weizmann e, di nascosto, ha ricevuto addestramento militare in Israele. Hinzpeter si laureò in giurisprudenza al Dipartimento di scienze sociali dell’Universidad Catolica de Chile, dove entrò in un gruppo di studenti pro-Pinochet, e più tardi lavorò per la Simpson Thacher & Bartlett di New York. Si dice che gli ambienti sionisti negli Stati Uniti apprezzassero la nuova promessa Hinzpeter. L’aspirante ministro è stato il più stretto collaboratore di Sebastián Piñera dal 2001, lavorando come suo capo della campagna elettorale, ed è stato nominato capo della polizia nel 2010, quando Piñera divenne presidente. Non c’è dubbio, la promozione aveva la benedizione di Washington. I cileni hanno costantemente discusso su come esattamente la fedeltà di Hinzpeter si divida tra il Cile e altri centri di gravità politica. Nel corso dei due anni del mandato, Hinzpeter preoccupava costantemente il governo e, da una prospettiva più ampia, minacciava la dirigenza del Cile a causa delle sue inclinazioni scandalosamente autoritarie. Piñera doveva ricorrentemente difendere Hinzpeter dal malcontento pubblico che l’accusava per l’uso della forza contro le proteste della popolazione verso l’aumento delle tariffe del gas di Aisén, i giri di vite sulle manifestazioni degli studenti per l’istruzione gratuita, o per la campagna secondo cui il Cile è in qualche modo oggetto delle mire di gruppi radicali islamici.
I blogger cileni individuano regolarmente delle analogie tra la politica perseguita da Hinzpeter e il modo in cui Israele tratta i palestinesi, indicando a volte che il motivo per cui il ministro sia immune dalle responsabilità per la sua durezza sproporzionata, è perché gode del forte sostegno del Mossad. Tra l’altro, Hinzpeter ha ottenuto ulteriore notorietà come partner della CIA e del Mossad nella caccia alle mitiche cellule di al-Qaida quando, nel maggio 2010, lo studente pakistano Muhammad Saif-ur-Rehman Khan è stato arrestato con accuse piuttosto ridicole, in Cile. Con un pretesto banale, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti invitò Khan nella sede diplomatica e lo studente ingenuamente accettò. William Whitaker, presumibilmente un operativo della CIA, lo fece passare attraverso un rilevatore di esplosivi, gli chiese di lasciare il suo cellulare e lo portò in una stanza dell’ambasciata. Poco dopo fu detto a Khan che delle tracce di esplosivo erano state rilevate sul suo telefono e lo studente, che voleva protestare contro la violazione dei propri diritti nel corso del procedimento, venne perquisito e con un interrogatorio stile Abu Ghraib costretto a dichiararsi colpevole di un complotto del tutto immaginario. Nel frattempo, la Polizia Investigativa prese istruzioni dal rappresentante dell’FBI in Cile Stanley Stoy, e perquisì la stanza affittata da Khan. Seguendo il consiglio di Hinzpeter, gli israeliani depistarono gli investigatori, ma non furono in grado di identificare nessuno dei contatti degli studenti come potenziali terroristi. Hinzpeter ordinò alla Direzione dell’Intelligence Politica dei Carabineros (Direcciòn de Inteligencia Politica de Carabineros – Dipolcar) d’intercettare tutte le conversazioni telefoniche di Khan (senza un mandato giudiziario ufficialmente rilasciato), con lo scopo di valutare il grado di coordinamento tra il giovane pakistano e il senatore Alejandro Navarro, che aveva condannato l’intera operazione come una provocazione, e controllare se Khan avesse collegamenti con rappresentanti di regimi populisti.
Hinzpeter subito presentò la versione statunitense dell’arresto, facendo riferimento alle tracce di esplosivo presumibilmente rilevate sui beni di Khan. La notizia si diffuse nei media, senza menzionare il carattere estremamente ipotetico delle accuse, e Khan venne rinchiuso in una prigione di massima sicurezza ad affrontare cicli di interrogatori. Khan, in seguito, espresse l’idea che Hinzpeter avesse programmato di farne il caso di punta, al culmine del più ampio quadro di una campagna anti-estremista in Cile, in modo da giustificare l’adozione di una pesantissima legge anti-estremista. Diverse indagini tecniche vennero eseguite su richiesta di un avvocato di Khan, con il risultato che le tracce di esplosivi esistevano solo sul telefono, ma in nessun altro dei beni dello studente. L’unica spiegazione plausibile, dietro tale paradosso, potrebbe essere che il telefono di Khan era stato messo a contatto con una sostanza esplosiva dagli agenti dell’ambasciata degli Stati Uniti. La PDI probabilmente ha fatto lo stesso nell’appartamento in cui viveva Khan, ma “ulteriori prove” non poterono essere piazzate poiché la pattuglia dei Carabineros appostata per ottenere un mandato di perquisizione, videoregistrava le visite della PDI.
Tutto ciò fu un fallimento epico, e chi ideò il trucco non ebbe altra scelta che fuggire dal Cile. Stanley Stoy riemerse presso l’Unità di Negoziazione Crisi dell’FBI in cui le sue esperienze cilene saranno certamente le benvenute, e William Whitaker trovò lavoro come Console a Tijuana (Messico), con il compito di combattere contro quei cartelli della droga che osano sfidare il controllo della DEA. L’ambasciatore Paul Simons, che per un certo periodo rimase in Cile ad affrontare la curiosità non richiesta dei giornalisti, divenne finalmente il segretario esecutivo della Commissione Interamericana per il Controllo dell’Abuso di Droga (CICAD) dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Solo il ministro Hinzpeter detiene ancora la sua carica e dice ancora che Khan aveva a che fare con i gruppi terroristici islamici e cileni, responsabili di una serie di esplosioni presso istituti bancari. Hinzpeter non sembra essere seriamente turbato da un altro scandalo che scoppiò quando divenne chiaro che i proventi della droga venivano usati per minare i regimi populisti dell’America Latina. È convinto che finché i suoi padroni statunitensi e israeliani gli staranno accanto, non gli succederà nulla.
Il giornale indipendente cileno Panorama affermava il 3 novembre che la DEA e la CIA sono  coinvolte nella filiera della droga che si estende da Bolivia e Perù passando per Paso de Colina. Citando fonti attendibili, il giornalista cileno Patricio Mery ha scritto che l’operazione è gestita dall’ambasciata degli Stati Uniti a Santiago del Cile, con un occhio sull’utilizzo di fondi illeciti per attività sovversive nei paesi populisti. Il resoconto dettagliava il sistema di distribuzione della droga, ma vi sono gravi indizi che la base militare di Concon, costruita con i fondi del SouthCom degli Stati Uniti, potrebbe essere una stazione della filiera. Secondo lo stesso articolo, al momento la DEA e la CIA puntano all’Ecuador, che si sta preparando per le elezioni del 17 febbraio 2013. Il leader del paese R. Correa vanta uno schiacciante 70% di consensi, ma è considerato un politico ostile a Washington, contrastando i grandi progetti per l’Asia Pacifico degli Stati Uniti. Un elemento fondamentale della lista di rimostranze degli USA contro Correa, è la chiusura della base militare statunitense di Manta. Di seguito, Correa ha avvertito spesso che la CIA potrebbe pianificare la manipolazione del risultato delle elezioni ecuadoriane e ha citato la scoperta di Mery sui profitti del narcotraffico impiegati per la sovversione politica. Correa ha egualmente citato le rivelazioni del diplomatico inglese Craig John Murray, secondo cui la CIA ha “ufficialmente” versato 85 milioni di dollari, probabilmente un elemento molto reale, negli sforzi per deviare le elezioni in Ecuador. Correa ha evitato di accusare pubblicamente l’amministrazione cilena di complicità in questo sporco gioco, ma potrebbe aver ripreso la questione recentemente, quando ha incontrato il presidente Piñera.
Hinzpeter sta sottoponendo a un forte stress i rapporti, altrimenti amichevoli, tra il Cile e Ecuador, ma vi sono poche probabilità che tale attività costi al ministro il posto. Piñera difficilmente avrà il coraggio di irritare i potenti protettori di Hinzpeter e, quindi, nessun pericolo incombe attualmente sulla rete del narcotraffico che passa da Paso de Colina.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La DEA coordina il traffico di droga in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 03/11/2012

L’ispettore Franklin Chase Brewster, 39 anni, a capo delle indagini sui casi particolarmente importanti di traffico di droga a Panama, è stato avvelenato il 3 luglio 2006. Brewster, come molti altri membri del personale, teneva il cibo portato da casa nel frigo che si trovava in uno degli uffici. Dopo aver pranzato e bevuto l’acqua da una bottiglia di plastica, si senti male e cominciò a lamentare mancanza di respiro, febbre, vertigini e nausea. Mezz’ora dopo, ancora cosciente, chiese di essere portato al National Hospital. Due settimane più tardi morì tra dolori lancinanti. Gli investigatori panamensi dichiararono alla stampa che, con ogni probabilità, Brewster era stato avvelenato con pesticidi organofosfati… Brewster era un agente di successo, un brillante laureato presso l’Accademia della DEA (Drug Enforcement Administration – Ufficio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti). Si era specializzato nei cartelli della droga colombiani, e aveva condotto numerose operazioni di successo scoprendo i canali per il riciclaggio dei narcodollari, e aveva partecipato allo smascheramento dei complici del boss della droga panamense Pablo Rayo Montano. Brewster non fu coinvolto in alcun caso di discredito. Era molto apprezzato per la sua carriera ed era un padre di famiglia esemplare.
Si potrebbe pensare che l’assassinio del massimo esperto nella lotta al narcotraffico avrebbe mobilitato tutte le strutture della polizia di Panama, e allarmato l’agenzia DEA, che gestisce almeno un centinaio di agenti “sotto copertura”. Niente di tutto questo è accaduto. La morte di Brewster è stata considerata una cosa ordinaria. Due giorni dopo, il suo corpo veniva cremato. L’inchiesta sull’omicidio fu effettuata violando molte procedure d’indagine, snaturando le prove e, di fatto, confondendo la pista. Una dimostrazione dell’indifferenza del caso Brewster della DEA, è stata l’analisi, in un laboratorio presso la sede dell’FBI. Dei campioni di pelle, tessuti, sangue, liquido gastrico e i dati del passaporto di Brewster erano stati erroneamente attribuiti alla vittima, ma alcune delle provette dei campioni, in realtà, contenevano i biomateriali di un’altra persona. Secondo alcuni giornalisti panamensi, i rappresentanti della DEA hanno deliberatamente creato le condizioni per evitare il riconoscimento dei dati, rendendoli inadatti agli esami. Joseph Evans era il ‘responsabile’ delle indagini della DEA, mentre l’addetto agli affari legali David Vatli rappresentava l’FBI. Fu lui che aveva inviato alle autorità inquirenti di Panama i documenti e il biomateriale di Brewster destinati al laboratorio medico dell’FBI: “Nessuna traccia di pesticidi organofosfati era stata rilevata, l’atropina era stata identificata, come l’ossima e la lidocaina”. Il primo farmaco dimostra le cure presso il National Hospital; la lidocaina è un elemento dissonante e non si adatta alle cure. Il documento era stato inviato via fax, senza un adeguato procedimento legale presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Le conclusioni tossicologiche non furono messe a disposizione delle autorità panamensi. E’ importante notare che, in seguito, in una lettera ufficiale al quotidiano Panama America, l’FBI ha negato l’esistenza di tale documento, dicendo che qualche sconosciuto potrebbe aver inviato un fax fasullo. Il giorno dopo la morte di Brewster, una certa organizzazione criminale diffuse un comunicato sulla “riuscita operazione Factura Roja” minacciando i funzionari panamensi che lavoravano con l’FBI e la DEA.
Subito dopo la morte di Brewster, degli statunitensi s’identificarono come agenti dell’FBI, “ma senza un mandato”; erano tre dei più stretti collaboratori di Brewster nella divisione per le indagini sui casi di particolare importanza. Furono portati in camere appositamente attrezzate di un hotel di lusso a Panama City, e interrogati con il poligrafo. Il tutto venne fatto per intimidirli: minacce, aggressioni e ricatto. Durante gli interrogatori divenne chiaro ai panamensi che non avevano a che fare con l’FBI. Riconobbero uno di loro, John Warner, come ufficiale della marina degli Stati Uniti. Quando Giaconda Velez (“uno dei sospetti”) disse che lo statunitense non era dell’FBI, ma della marina, Warner uscì immediatamente dalla stanza e non ricomparve più. Gli interrogatori non ebbero successo. Forse gli statunitensi stavano cercando di creare l’impressione di voler cercare le risposte all’omicidio di Brewster, da cui dipendeva, in gran parte, il successo della DEA a Panama. Sulla base dei materiali di questo caso clamoroso, la giornalista messicana Adela Coryate, che aveva lavorato per molti anni a Panama, nel 2011 scrisse e pubblicò il libro Sulle tracce del narcotraffico. In qualità di giornalista del quotidiano Panama America, doveva coprire gli eventi che circondavano la morte dell’ispettore Brewster. Tutto puntava al fatto che il suo allontanamento interessava influenti forze politiche a Panama, finanziate dai signori della droga, e l’Ambasciata degli Stati Uniti, che aveva cercato di utilizzare Brewster per raccogliere la sporcizia riguardante alcuni membri del governo panamense. In particolare, utilizzando le più moderne attrezzature, il dipartimento di Brewster si era impegnato in centinaia di intercettazioni di telefoni cellulari (“Operazione Matador“). Il compito era stato formulato in modo specifico: i materiali dovevano essere così convincenti da consentire l’assunzione dei politici più promettenti come agenti d’influenza. Anche se Panama, negli ultimi anni, è stata sistematicamente “integrata” nei piani geo-strategici degli USA, tuttavia devono sempre curarne la continuità e prepararsi a un fidato cambiamento della leadership panamense, affinché continui ad affidarsi a Washington. A quanto pare, Brewster aveva rifiutato di lavorare contro il suo governo. Con questo aveva firmato la sua condanna a morte.
È a Washington che la giornalista si era recata per raccogliere le informazioni mancanti per il suo libro. Negli Stati Uniti incontrò l’opposizione delle autorità. Fu minacciata di arresto e di essere processata con l’accusa di cercare di violare il segreto di Stato. Coryate fu costretta a fuggire dagli Stati Uniti. Ma non si arrese e continuò a raccogliere materiale, trovando molte incongruenze nel modo in cui l’indagine era stata condotta; dei fatti furono nascosti e le circostanze sulla morte di Brewster furono falsificate. Inoltre richiamò l’attenzione sulle statistiche dei sequestri di droga della DEA, a Panama e in altri paesi dell’America Latina. I conti non tornavano, sembrava che centinaia di tonnellate di cocaina, eroina e allucinogeni sintetici sequestrati fossero scomparsi nel nulla. Se davvero è così, cosa è successo? Quali sono i mercati? E chi c’è dietro?
Nuove versioni sui motivi dell’eliminazione di Brewster emergevano nel frattempo. In risposta agli articoli di Adela Coryate, mi sono imbattuto in dichiarazioni (citando fonti della polizia) secondo cui Brewster è stato ucciso per essersi rifiutato di partecipare alle operazioni della mafia “interna” della DEA, al contrabbando di cocaina dalla Colombia a Panama e poi negli Stati Uniti e in Europa. Le tecniche delle intelligence statunitensi coinvolte nel traffico di droga sono ben note: spietati attentati ai concorrenti e creazione di canali sicuri per il trasferimento delle droghe nei mercati. Sempre più spesso, il traffico di droga, nelle discussioni riservate su questo tema, viene visto nei circoli più importanti negli Stati Uniti come una strategica fonte di entrate per il Tesoro, in una situazione di imminente collasso finanziario ed economico. I dipendenti della DEA e dell’FBI, oggetto dell’”indagine” sul delitto Brewster, furono prematuramente ritirati dal paese. L’agente dell’FBI David Vatli ritornò negli Stati Uniti. A Panama, si sparse la voce che era stato licenziato, ma su questo punto ci sono seri dubbi. Joseph Evans fu assegnato in Messico, dove fino a poco tempo fa coordinava le operazioni del suo dipartimento con la polizia messicana. Un modo per non disperdere personale esperto. Tutti i successivi capi della DEA di Panama seguirono la politica strategica dell’ufficio centrale.
Lance Heberle fu coinvolto in una operazione multipla contro il generale boliviano René Sanabria, che attraverso il controspionaggio militare curava la lotta contro il traffico di droga nel suo paese. Veniva spesso indicato come il “miglior allievo della DEA”. Tuttavia, non aveva potuto resistere alla tentazione di arricchirsi rapidamente. Nella città cilena di Arica, Sanabria si incontrava con “narcotrafficanti della Colombia”, accettando di collaborare con loro. Come deposito ricevette una valigia contenente 170 mila dollari. L’intera conversazione venne registrata dagli operatori cileni e statunitensi. La prima spedizione di cocaina verso gli Stati Uniti avvenne tramite il “corridoio verde” organizzato dal generale. Ispirato da questo successo e per proseguire l’attività, Sanabria si recò a Panama, dove venne arrestato dal personale di Heberle e subito trasferito negli Stati Uniti. Dopo un breve processo, con prove inconfutabili, l’ex generale è stato condannato a 17 anni di carcere. Naturalmente, Sanabria incastrò gran parte del governo di Evo Morales, per il quale la lotta contro il traffico di droga è una questione di principio. La coltivazione delle foglie di coca è una tradizione millenaria del popolo, ma la produzione e il traffico di cocaina sono un crimine! In Bolivia, i soci più vicini di Sanabria vennero arrestati o messi sotto inchiesta. L’entourage del Presidente non ha alcun dubbio: nel prossimo futuro la DEA userà Sanabria per screditare il governo, come vendetta per l’espulsione dalla Bolivia del personale delle agenzie.
Panama appare spesso nei rapporti della DEA sulla lotta contro il traffico di droga, in parte a causa della sua posizione geografica e per l’aumento del traffico attraverso il Canale di Panama. La zona di libero scambio crea le condizioni favorevoli per le banche per il riciclaggio dei narcodollari. Come sempre, l’attività rilevante della DEA a Panama è occuparsi delle riserve finanziarie dei cartelli della droga. Pertanto, le operazioni dal carattere sempre più regionale sono condotte senza una sufficiente preparazione, con elementi d’improvvisazione e rischio per i dipendenti. Nel maggio di quest’anno, al Tocumen International Airport di Panama City, due honduregni e un colombiano sono stati arrestati su un aereo con due piloti statunitensi. A bordo sono stati trovati valigie contenenti milioni di dollari. L’equipaggio e i passeggeri sono stati arrestati, ed è iniziata l’indagine durante la quale si è dovuta spiegare la presenza della DEA nell’aeroplano statunitense. L’operazione non era riuscita perché, per ovvie ragioni, nessuno ha reclamato le valigie. Episodi simili, nelle attività della DEA, si verificano sempre più spesso. Sempre più spesso il Congresso degli Stati Uniti mette in discussione la natura della DEA: vuol lottare contro il riciclaggio di denaro o al contrario favorire le attività criminali di questo tipo?
Utilizzando il solito schema della DEA, nel proteggere il personale, Heberle, capo dell’agenzia a Panama, è stato assegnato a un nuovo compito: consigliere politico del comando della IV flotta della marina statunitense, la cui competenza comprende l’America Centrale, i Caraibi e il Sud America. Heberle metterà in comunicazione, in forma ufficiale, il Dipartimento di Stato e il comando della flotta, dando consigli analitici nelle varie operazioni della flotta nella regione. In pratica, le operazioni di Heberle nella DEA non verranno interrotte. Il dibattito sull’uso delle navi della IV flotta dell’US Navy per trasportare stupefacenti dall’America Latina ai porti della costa orientale degli Stati Uniti continua nella blogosfera. La nomina di Heberle è un’altra conferma importante che il traffico di droga, coordinato dallo Stato (anche “sotto la copertura” della marina militare), esiste davvero ed è gestito dalla DEA.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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