La valutazione degli attacchi israeliani in Siria

Conflicts Forum – Dedefensa

E’ noto (vedasi 22 ottobre 2013), che l’istituto di ricerca Conflicts Forum di Beirut, sotto la direzione di Alastair Crooke, produca un’eccellente analisi della situazione e della crisi in Medio Oriente, attualmente concentrandosi principalmente sulla crisi siriana. L’istituto  pubblica settimanalmente un commento generale della regione. In questa edizione del 3-10 Maggio 2013, Conflicts Forum si concentra esclusivamente sulla grande storia degli attacchi israeliani alla Siria, analizzando, interpretando e cercando di capire i motivi militari e/o politici dietro queste azioni, considerandone le conseguenze, ecc. Commento illuminante.

529056Conflicts Forum: Commento settimanale (3-10 maggio)
• L’obiettivo principale di questa settimana è valutare la ‘logica’ dietro gli attacchi israeliani contro la Siria negli scorsi venerdì e domenica, e di valutarne le conseguenze. Apparentemente, Israele ha sostenuto che le sue azioni erano dirette contro Hezbollah per impedirgli di ricevere le armi strategiche che ‘cambiano il gioco’. Questa politica è stata annunciata in occidente negli ultimi anni (per contesti diversi: prima i missili terra-aria S-300, poi i razzi Fateh-110 e ultimamente le armi chimiche). Gli Stati occidentali l’hanno accettato silenziosamente e quindi hanno approvato la rivendicazione di questo ‘diritto’, e tale pretesto viene quindi, senza alcun dubbio, visto in Israele come una cosa contro cui gli Stati occidentali non possono facilmente obiettare.  Quasi una settimana dopo, però, non ci sono prove sostanziali che le armi destinate a Hezbollah siano state difatti intercettate. È vero, la struttura di ricerca di Jurmana, vicino a Damasco, un sito noto per essere stato creato per soddisfare le esigenze militari dei movimenti di resistenza in Libano e in Palestina, è stato attaccato da missili con una spettacolare azione pirotecnica, domenica scorsa, ma informalmente le fonti di Hezbollah suggeriscono che una partita di armi “efficaci” era da poco già arrivata (questo è stato confermato anche dai giornalisti di alto livello della stampa israeliana).
Forse collegato a questo, il Libano, da venerdì in poi, è stato oggetto di continui sorvoli a bassa quota di aerei israeliani, come se gli israeliani avessero fallito nel loro obiettivo iniziale, ma che ancora cercassero di individuare il carico, senza riuscire a fermarlo (supponendo che la pretesa di Hezbollah venga considerata accurata, il che probabilmente è). E’ assai  probabile, comunque, che Israele abbia parzialmente ricevuto dell’intelligence su un trasferimento, che i funzionari israeliani hanno presentato nel loro show ambulante per l’Europa ottenendo sostegno alla loro missione.
In ogni caso, mentre la polvere si deposita, sembra che le vittime a Damasco siano state molto, molto meno di quanto affermato dalle fonti dell’opposizione (l’esercito siriano è un esercito di cittadini, e le grandi perdite, come sostenuto, non potrebbero realisticamente essere nascoste alla popolazione), e nessun risultato strategico militare ne è conseguito. Hezbollah è già completamente armato, e l’intelligence israeliana suggerisce da tempo che i missili Fateh-110 fanno già parte del suo arsenale.
Tutto ciò suggerisce quindi che l’attacco è stato più politico che sostanziale. Qual’è poi la logica d’Israele? Il parere in questa regione suggerisce due possibilità: la prima è collegata alla tempistica: il raid è avvenuto sulla scia dei sostanziali progressi dell’esercito siriano contro l’opposizione armata. Ci sono alcuni resoconti non sostanziati ma altamente visibili, secondo cui l’attacco d’Israele in stile colpisci e spaventa a Damasco, potesse essere  destinato a dare impulso all’opposizione, facilitandone un assalto all’interno di Damasco, poco prima della riunione di Kerry-Putin a Mosca, un evento che se fosse riuscito e avesse avuto successo, avrebbe rafforzato l’opposizione in questi colloqui. Più probabile, a nostro avviso, è che tutta questa vicenda sia stata costruita con l’obiettivo di sostenere l’opinione interna degli Stati Uniti a favore di un intervento più diretto in Siria. Israele senza dubbio ha calcolato (correttamente) che potrebbe cavarsela solo con un intervento così dimostrativo in Siria, senza iniziare una guerra, se gli interventisti riuscissero a spingere Obama ad ignorare la sua ‘linea rossa’ sulla questione della Siria utilizzando tale precedente, divenendo più forti nella loro posizione nei confronti di Obama e spingendolo a intervenire anche in Iran.
• Le implicazioni strategiche degli attacchi israeliani, effettivamente hanno alzato il conflitto siriano da guerra per procura contenuta, combattuta all’interno della Siria, a una in cui i soggetti esterni (Israele, Iran, Hezbollah e Russia) sono sull’orlo dell’intervento militare esterno diretto nel conflitto, conseguenza degli ultimi tre interventi diretti d’Israele in Siria, e nel caso in cui Israele montasse un nuovo attacco. In altre parole, le azioni israeliane ci fanno correre maggiori rischi, facendo evolvere il conflitto siriano in un grande conflitto regionale. Tra le conseguenze degli attacchi di domenica, gli israeliani e altre fonti (vedi qui) hanno segnalato la reazione fortemente contrariata dall’azione israeliana del Presidente Putin. Putin avrebbe avvertito direttamente Netanyahu che la Russia non avrebbe tollerato alcun ulteriore attacco alla Siria, e che una simile mossa avrebbe portato a una risposta diretta russa alle sue azioni, come l’invio di altri sistemi d’arma russi in Siria. (Netanyahu, inoltre, avrebbe ricevuto una fredda accoglienza nella sua successiva visita in Cina, ma non fino al punto del verbale ‘avvertimento’ che ha ricevuto da Mosca). La Guida suprema iraniana ha anch’egli promesso sostegno ‘integrale e senza limiti’ alla Siria, e il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha parlato di una più stretta alleanza militare con la Siria, e della decisione della Siria, di conseguenza, di accelerarne l’approvvigionamento di armi e d’includervi nuovi ‘equilibri mutevoli’ a vantaggio di Hezbollah (una sfida diretta a Israele). Sorprendentemente, il leader di Hezbollah ha anche sottolineato la decisione siriana di ‘recuperare’ il Golan, come ulteriore ricaduta degli attacchi israeliani. Siamo quindi sull’orlo della guerra? A questo punto, probabilmente no. Gli sforzi (interni ed esterni) per trascinare Obama nell’intervento in Siria per una presunta violazione della sua ‘linea rossa’ sulle armi chimiche, sono alquanto ‘collassati’; come Obama ha spiegato: “Abbiamo la prova che vi è stato l’uso di armi chimiche in Siria, ma non prendiamo decisioni basate su ciò che viene “percepito”. E io non posso organizzare coalizioni internazionali sulla base della “percezione”. Abbiamo la prova che, in passato, tra l’altro, ciò non ha funzionato”. La prova non è lì, e il procuratore dell’ICC, Carla del Ponte ha dichiarato che vi erano sospetti sull’uso del gas nervino sarin, ma da parte dell’opposizione piuttosto che da parte del governo siriano, permettendo ad Obama di scalciare il problema nel sottobosco di una approfondita (e lunga) indagine. Conflicts Forum ritiene che Obama, tenendo a mente la sua eredità storica, si aggrappi ancora al desiderio di essere visto storicamente come l’uomo che ha fatto uscire gli USA dalle loro fastidiose guerre in Medio Oriente, piuttosto che di averne iniziate altre. Fonti iraniane hanno notato che a seguito dell’azione israeliana, è arrivato il messaggio a Iran, Siria e Russia che gli Stati Uniti non hanno intenzione d’intervenire militarmente, e che anche Israele, in seguito, ha inviato un’ondata di messaggi secondo cui non sta per iniziare una guerra.
• Dove ciò lascia la Siria? Emerge una posizione più fiduciosa e forte sia militarmente che politicamente (vedi qui per i recenti commenti ottimistici di un funzionario siriano). Per il momento, l’attenzione ora sarà sulla questione dei possibili negoziati in una conferenza internazionale proposta per la fine di maggio. In ambito politico, sono gli Stati Uniti, avendo chiuso gli occhi per primi, che si avvicinano alla posizione russa (cioè abbandonando la vecchia richiesta che Assad debba andarsene), mentre la Siria, l’Iran ed Hezbollah, in questi ultimi giorni, hanno espresso pubblicamente il consolidarsi di un rinvigorito Fronte della Resistenza. Ma l’occidente sarà in grado di svolgere la sua parte del patto con Mosca, presentando un’opposizione quale partner credibile (ed efficace) al tavolo dei negoziati? La Russia non avrà una corrispondente difficoltà con Damasco. E nel frattempo le forze governative siriane probabilmente perseguiranno il loro obiettivo di ampliare ulteriormente i loro successi militari sul campo. Ma questo, a quanto pare, non dispiace agli Stati Uniti: segnale, forse, dell’inizio di un grande cambiamento nel modo di pensare degli Stati Uniti. Rapporti dai colloqui di Mosca, suggeriscono che un obiettivo principale degli USA a Mosca è diventato il mantenimento dell’esercito siriano (anche sotto il comando di Assad). Sembra che  tardivamente gli Stati Uniti possano rinunciare alla speranza, se mai è veramente esistita al di là di un sogno irrealizzabile, che l’opposizione non abbia alcuna prospettiva (o addirittura volontà) di eliminare i gruppi armati islamisti, in particolare il Fronte al-Nusra collegato ad al-Qaida. E ora gli Stati Uniti sembrano orientati a ritenere che sia l’esercito siriano a rappresentare l’unica forza in grado di distruggere al-Qaida in Siria, e per di più riuscendoci. Forse nessun cessate il fuoco, quindi? L’esercito siriano continua ad attaccare l’opposizione islamista, mentre in parallelo l’opposizione non-jihadista verrebbe invitata alle trattative. Ciò è possibile? Possono i cosiddetti ‘laici’ accettare questa divisione? Gli statunitensi stanno già preparando l’opposizione alla trattativa, ma può l’opposizione più laica partecipare davvero alle trattative con il governo, mentre il Fronte al-Nusra viene distrutto dall’esercito siriano? Verrà mai tenuta la conferenza? Se no, allora cosa?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, Netanyahu, S-300 e SS-26

Dedefensa 8 maggio 2013

6bec2d627576f415be813643cc1d4917Come già detto più volte, il sito DEBKAfiles deve essere decifrato tra le sue analisi orientate, se non fabbricate, e le osservazioni fondate e informate che riecheggiano le vere preoccupazioni della comunità di sicurezza nazionale d’Israele. Si porrà la notizia del 7 maggio 2013 nella seconda categoria. E’ un testo molto severo sul comportamento e la “strategia” di Netanyahu durante la sequenza degli attacchi israeliani in Siria. Il testo si conclude con questa osservazione effettivamente molto grave, in cui si ritiene che il fine manovratore che presumibilmente sarebbe stato Netanyahu, si è ritrovato intrappolato nel viaggio in Cina (5-10 maggio), che ha deciso di effettuare durante la situazione di emergenza tra Israele e la Siria…
“…Chiaramente, il primo ministro Netanyahu avrebbe fatto meglio a rimandare la visita cinese invece di recarvisi mentre le esplosioni dell’aviazione israeliana si riverberano ancora a Damasco. Rimanendo avrebbe mostrato una più solida e stabile mano sul timone. E dopo il decollo, avrebbe fatto bene a non indugiare per due giorni a Shanghai. Questo ha dato al leader russo la possibilità di spiazzarlo e somministrargli un forte rimprovero assai pubblicizzato, piombando così sull’agenda dei prossimi colloqui di Netanyahu con i leader cinesi.” Si noti che questa valutazione molto negativa del comportamento di Netanyahu è condivisa da diversi analisti, e anche dai leader politici intervenuti pubblicamente. Il più interessante di questi interventi è quello di Erdogan, alleato d’Israele nella guerra contro la Siria di Assad, ma dalla forte antipatia per Netanyahu e con una sfiducia generale verso Israele, che fa di questa “alleanza” una circostanza assai debole, se non incredibile. Novosti del 7 maggio 2013, riporta la reazione di Erdogan: “‘L’attacco israeliano contro Damasco è totalmente inaccettabile e non può avere alcuna giustificazione. Per il regime illegittimo di Assad, questo attacco è un dono e un bene prezioso’, ha detto Erdogan al gruppo parlamentare del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP). E spiega che Assad potrebbe sfruttare il raid aereo per distrarre l’opinione pubblica mondiale dal sanguinoso conflitto in Siria“.
Nella sua analisi, DEBKAfiles fa riferimento a una conversazione telefonica tra Putin e il primo ministro israeliano del 6 maggio 2013, mentre il secondo era a Shanghai. Le circostanze erano davvero assai sfavorevoli per Netanyahu isolato a Shanghai, impegnato in un tour commerciale, mentre Putin sembra abbia parlato di cose ben più gravi. Se il riferimento di cui sopra (Novosti) non è preciso, DEBKAfiles al contrario non è per nulla avaro, facendo riferimento alle proprie fonti che possono essere giudicate un relè semi-diretto dei leader della sicurezza nazionale israeliana… La sfiducia della comunità è ben nota, se non l’ostilità verso la leadership politica israeliana in generale, e in particolare verso Netanyahu.
Putin non ha detto come, ma ha annunciato di aver ordinato l’accelerazione delle forniture delle più  avanzate armi russe alla Siria. Fonti militari hanno rivelato a DEBKAfile che il leader russo si riferiva ai sistemi antiaerei S-300 e ai missili di superficie con capacità nucleare 9K720 Iskander (codice NATO SS-26 Stone), abbastanza precisi da colpire un bersaglio entro 5-7 metri di raggio a una distanza di 280 chilometri. Nella sua telefonata a Netanyahu, il leader russo non ha fatto mistero della sua determinazione a non permettere che Stati Uniti, Israele o qualsiasi altra forza regionale (ad esempio Turchia e Qatar) rovescino il Presidente Bashar Assad. Ha consigliato il primo ministro di tenere ciò in mente. Le nostre fonti aggiungono: Delle squadre della difesa aerea siriane sono già state addestrati in Russia sulla gestione delle batterie di intercettori S-300, che possono entrare in servizio non appena vengano sbarcati da uno dei voli arerei quotidiani dalla Russia alla Siria. Ufficiali della difesa aerea russa supervisioneranno il loro schieramento e la loro preparazione operativa. Mosca non reagisce solo alle operazioni aeree di Israele contro la Siria, ma anche in previsione dell’imminente decisione dell’amministrazione Obama di inviare le prime armi statunitensi ai ribelli siriani.”
I dettagli delle armi russi sono importanti. Riguardano due sistemi d’arma verso cui gli israeliani hanno dimostrato di avere una grande paura. Hanno già chiesto ai russi, al massimo livello (primo ministro) e a più riprese fin dal 2007, di non inviare S-300 e SS-26 agli iraniani e ai siriani. Abbiamo già trovato numerose indicazioni sulla possibilità che i russi consegnino gli SS-26 ai siriani (28 agosto 2008, 11 dicembre 2012 e 20 dicembre 2012). Gli S-300 non hanno molta importanza per la Siria, per ora, ma è proprio adesso il problema. Entrambi i casi sono teoricamente molto preoccupanti per Israele.
• L’SS-26 è un’arma offensiva dalla gittata sufficiente a minacciare in profondità Israele dai Paesi vicini. È molto precisa, molto difficile da rilevare ed estremamente difficile da intercettare. In termini di comunicazione e di simbolismo (ovviamente non parliamo dell’efficacia), vi è il fatto che l’SS-26 è un arma a doppia capacità (convenzionale e nucleare).
• L’S-300, a causa della sua gittata, elimina il vantaggio aereo essenziale dell’IAF, che interviene spesso contro la Siria in modalità “stand-off”, cioè da una posizione distante (spesso lo spazio aereo libanese) e sparando missili a lungo raggio, ma questo intervallo è più o meno equivalente appunto all’S-300. La vasta gittata dell’S-300 è una grave minaccia siriana all’aviazione militare israeliana.
Non discutiamo qui il fatto se ci siano state effettivamente delle consegne… L’annuncio di molte  consegne o di possibili consegne di queste armi, è di per sé una terribile arma della comunicazione. Ciò significa che la Russia, se lo era, non si ritiene più obbligata ad alcun passato accordo con Israele a non inviare tali armi, se non nel caso estremo in cui ci sarebbe stata una tale decisione. Legami o relazioni tra Israele e Russia in materia di sicurezza sono complesse e talvolta sorprendenti. La Russia può avere nei confronti d’Israele un approccio “comprensivo”. Al contrario, se gli eventi l’ordinano, la Russia può avere una politica molto rigorosa, e gli israeliani, che conoscono e rispettano i russi, sanno che la determinazione russa in questo caso è un fattore importante che non ha nulla a che fare con la procrastinazione e la politica gommosa degli Stati Uniti in questo settore. Tutto ciò dimostra indirettamente che in questa circostanza, come in altre, ma forse ancora di più in questo caso, la critica dei responsabili della sicurezza nazionale a Netanyahu è fondata, e ricorda del resto quel che abbiamo riportato nel testo del 7 maggio 2013, che riguardava direttamente Netanyahu: “Secondo i capi del Shin Bet: mentre era al comando, Yaakov Peri, ritiene di non aver ricevuto durante i sei anni del suo mandato, alcun ordine dai successivi governi. Vi è questa formula, i cui termini sono condivisi dai suoi colleghi: Israele ha vinto la maggior parte delle battaglie, ma senza vincere la guerra. ‘Non sapevamo da che parte andare’, dice Peri. ‘C’era sempre una visione tattica, ma mai strategica’.”
Se Putin in realtà ha detto a Netanyahu ciò che DEBKAfiles dice, o anche solo la metà di quello che DEBKAfiles dice, per Netanyahu la situazione è grave… Erdogan ha ragione quindi nel parlare di un “regalo”, che si può definire stupido, fatto da Netanyahu alla Siria. Il vero “dono” fatto alla Siria è avere aperto la strada alla Russia… Finora la Russia consegnava armi alla Siria seguendo un argomento che continuava ad indebolirsi, secondo cui adempiva ai vecchi contratti e/o consegnava principalmente attrezzature che non avevano alcun ruolo nella “guerra siriana”. Valido un anno fa, questo argomento è ormai vulnerabile e traballante a causa del prorogarsi e dell’approfondirsi del conflitto, mettendo la Russia in una posizione più vulnerabile nei confronti del suo “partner” del blocco BAO. Ma poi improvvisamente Israele crea la nuova dimensione dell’aggressione esterna alla sovranità della Siria, un argomento convincente che implica l’illegalità, la minaccia di un conflitto più ampio che costituirebbe un rischio terribile per la sicurezza della regione, ecc.; tutti argomenti molto forti a favore dell’atteggiamento russo nei negoziati come nella crisi in generale. Quindi, la Russia può dire che invia armi ad Assad al fine di proteggere la sovranità di un Paese, per contrastare l’espansione della guerra, per rispondere a un comportamento che può essere descritto non solo illegale, ma anche irresponsabile e catastrofico, tutto a spese d’Israele. La Russia è ancora una volta in una posizione di grande forza, sapendo discretamente di poter anche intervenire, rendendo un fatto se questo e quest’altro armamento avanzato venga consegnato e gestito da squadre russe.
Vediamo che S-300 e SS-26, consegnati o no, sono armi molto potenti innanzitutto sul piano della comunicazione. La loro evocazione, in una situazione in cui diventa accettabile, e anche quasi logico e indirettamente “legale” fornire tali sistemi, introducendo una terribile minaccia per Israele, non avendo mai nascosto la propria paura per tali armi. Israele perde quei vantaggi che tanto gli servivano ora: una posizione di pseudo-neutralità molto assertiva, supportata dalla minaccia aerea  contro cui nessuno, nella regione, avrebbe potuto fare molto. Dalla scorsa settimana e dalla chiamata di Putin a Netanyahu di ieri, questa percezione è andata in frantumi. Israele viene ora visto strategicamente molto vulnerabile, e questo per un vantaggio aleatorio e puramente tattico. La Siria ha ricevuto un dono regale, la Russia è più che mai padrona del gioco. SS-26 o no, S-300 o no, vi è la possibilità che queste cose inquietanti vengano effettivamente introdotte in Siria…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele colpisce la Siria: primo atto del “finale di partita”?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 06/02/2013

turkParlando al vertice dei capi della difesa a Monaco di Baviera, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha infine confermato ciò che le agenzie di stampa avevano rivelato con clamore nei giorni precedenti: l’aviazione israeliana aveva lanciato un’operazione militare contro il legittimo governo della Siria. Dando luogo a speculazioni su un intervento militare su vasta scala da intraprendere molto presto. Barak ha riconosciuto il fatto, nel suo solito modo ambiguo, spargendo i segni per diverse interpretazioni…, “Non posso aggiungere nulla a quello che avete letto sui giornali di ciò che è successo in questi giorni in Siria”, ha detto Barak alla riunione degli alti diplomatici e funzionari della difesa di tutto il mondo. Poi ha proseguito: “Io continuo a dire francamente ciò che abbiamo detto – e questa è la prova che quando diciamo qualcosa, è vera – che non crediamo debba essere consentito trasportare sistemi d’arma avanzati in Libano”. (1)
Questo tipo di affermazione è un buon esempio per illustrare quale tipo di operazioni venga lanciato contro Damasco. Oltre agli attacchi militari immediati, anche i metodi della guerra d’informazione vengono utilizzati intensamente, evidenziando i fatti con una grande quantità di ambiguità, insinuazioni torbide e anche supposizioni arbitrarie. La missione è demoralizzare il nemico, spezzare la sua forza di volontà a resistere e privare la Siria di un qualsiasi sostegno internazionale, di cui potrebbe aver goduto finora. Secondo le prime notizie, negli attacchi aerei dell’aviazione israeliana effettuati la notte del 30 gennaio, l’obiettivo era un impianto chimico della difesa situato nelle vicinanze di Damasco. L’interpretazione è stata rapidamente ripresa dall’opposizione siriana. Spiegando così facilmente perché il nemico storico sia dalla sua parte. Sostenendone ancora tale versione dei fatti. Al resto del mondo è stata raccontata una storia diversa, quattro gruppi aerei, ognuno composto da tre velivoli, hanno sorvolato a bassa quota il monte Hermon e colpito un centro logistico congiunto di Siria, Hezbollah e Iran dove venivano conservate delle “armi ad alta tecnologia”, tra cui moderni missili superficie-aria. Presumibilmente un convoglio di camion sulla strada per il confine con il Libano è stato danneggiato, ma ben presto questa versione scomparve senza essere confermata.
Damasco ha detto che Israele ha attaccato un centro di ricerca della difesa. L’edificio è stato distrutto e due membri del personale sono morti, cinque altri feriti. Il 31 gennaio i governi di Siria e Iran hanno fatto dichiarazioni affermando che si riservavano il diritto di vendicarsi. Finora la Siria non ha risposto, probabilmente non vuole coinvolgere nuovi attori nello scontro. L’ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdul-Karim Ali, ha minacciato ritorsioni all’attacco aereo israeliano dicendo che Damasco “ha la possibilità e la capacità di effettuare una rappresaglia a sorpresa”. Non ha precisato di cosa si trattasse. Nel frattempo le attività militari in prossimità del confine israeliano con la Siria e il Libano si sono intensificate, andando oltre la portata di azioni limitate. Forse è il primo atto del previsto “finale di partita”. A Londra si ricordano che il giorno prima dell’attacco israeliano, il Maggior-Generale Amir Eshel aveva avvertito che la Siria sta cadendo a pezzi e nessuno sa che cosa accadrà il giorno dopo: “La guerra non può scoppiare domani”, aveva detto, “ma noi siamo pronti a qualsiasi evenienza”.
All’inizio del 3 febbraio, i media libanesi hanno riportato che l’aviazione israeliana ha aumentato le proprie attività in diverse parti del sud del Libano. Volando sopra le città di Nabatia, al-Hiam e altre aree urbane, conducendo missioni di addestramento al combattimento a bassa quota. Né le forze armate libanesi, né Hezbollah hanno risposto. (2) Il ministro degli Esteri libanese Adnan Mansour ha chiesto la condanna internazionale d’Israele. Ha detto che il raid aereo della scorsa settimana in Siria “è un’aggressione contro il Libano”. Ha inoltre aggiunto, “Israele merita risposte dure e un boicottaggio duro sul piano economico, politico e diplomatico”. Parlando prima di recarsi a Cairo per partecipare a una conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, Mansour ha detto, “i jet israeliani continuano a invadere lo spazio aereo del Libano ogni giorno. Dobbiamo resistere agli attacchi israeliani, ma non solo con gli appelli, le dichiarazioni e la condanna”.
E’ noto che le forze armate israeliane sono in stato di allerta al combattimento dal 25 gennaio. Tre batterie della difesa missilistica Iron Dome sono stati dispiegati nel nord d’Israele. Secondo il canale TV al-Manar (Hezbollah), un’unità israeliana ha smantellato il filo spinato vicino al villaggio di Yarun. Il gruppo consisteva in venti soldati e alcuni veicoli blindati. Non hanno attraversato realmente la frontiera, ma vi si sono avvicinati. In Israele molti hanno iniziato a parlare della necessità urgente di creare una zona cuscinetto profonda 16 km tra Israele e la Siria, e di spostare due divisioni e un battaglione sulle alture del Golan. Secondo gli esperti, nel caso di un grande intervento contro la Siria, il Libano e Hezbollah sarebbero i principali obiettivi d’Israele. Nessun dubbio che Hezbollah lo sappia bene e stia intraprendendo le misure preparatorie. Le forze armate libanesi sono in stato di massima allerta. Presumibilmente i militari non si confronteranno con gli israeliani (non l’hanno fatto durante l’ultimo conflitto sul loro territorio), ma non ostacoleranno Hezbollah.
Nel caso di un conflitto, i 60.000 razzi che Hezbollah ha contrabbandato in Libano (tre volte in più rispetto al 2006), sarebbero un vero rompicapo per Israele. Le armi provenienti dalla Siria, nel caso collassasse, è una questione di particolare interesse, in particolare per i SA-15 e SA-17 di fabbricazione russa, in grado di colpire bersagli a bassa quota. Yiftah Shafir del Centro Jaffee per gli studi strategici dell’Università di Tel Aviv, ha detto a Ynet,Nel 2006 abbiamo visto che Hezbollah è un esercito come gli altri, con punti forti e deboli. Non ha carri armati, per esempio, e non è certo che vorrà avere dei carri armati siriani. Suppongo che vuole ancora essere rifornito dalla Siria di razzi e missili antiaerei. Abbattere un aereo israeliano con il sistema missilistico antiaereo SA-17 sarebbe una vittoria per la propaganda di Hezbollah, ma questo sistema è molto difficile da usare. Presumo che preferiscano i piccoli sistemi antiaerei, come il SA-8. Questi missili possono essere caricati su un camion e sono abbastanza facili da usare”. Israele teme che alcune di queste armi finiscano non solo nelle mani di Hezbollah, ma nelle mani di elementi legati alla Jihad globale di al-Qaida. (3)
Come in tempo di guerra, il tintinnare di sciabole va di pari passo con l’aggressione mediatica, comprese quella orchestrata ai vertici. Ad esempio, i media israeliani hanno diffuso dappertutto notizie secondo cui il governo ha ottenuto il via libera per l’attacco contro la Siria da Washington e da Mosca. Debkafile, sito open-source sull’intelligence militare israeliana, ha riferito che l’operazione è stata attuata con il via libero del presidente Obama, dopo che la Casa Bianca, il 22 gennaio, era stata informata del piano dal comandante dell’Aman (l’intelligence militare israeliana), Maggior-Generale Aviv Kochavi. Il sito ha anche riferito che un altro emissario israeliano, il consigliere della sicurezza nazionale Yakov Amidror aveva visitato Mosca, nello stesso momento, per avvertire i leader russi dell’imminente attacco. Mentre i funzionari russi hanno espresso obiezioni nei confronti dell’attacco israeliano alla Siria, apparentemente avrebbero omesso di avvertire il Presidente Assad di quello che sarebbe successo, che è stato colto di sorpresa. Dopo il raid, il presidente Vladimir Putin ha comunicato al leader siriano di non aggravare la situazione militare con Israele. (4) Secondo altre fonti, compresa Debka, gli israeliani hanno raccontato a Mosca la solita storia che era loro intenzione impedire che armi chimiche finissero nelle mani di Hezbollah, senza fornire dettagli. (5)
E’ chiaro che confondere i fatti e le informazioni abbia il solo scopo di legittimare le azioni israeliane, ottenendo una presunta approvazione dalle grandi potenze. Nel caso della Russia, l’obiettivo è minare la sua credibilità nel mondo arabo, anche presso Damasco. Questo abuso della riservatezza (è difficile credere che i funzionari di Stato israeliani non abbiano nulla a che fare con ciò che scrive Debka) non è passata inosservata a Mosca. Non è un caso che il raid aereo sia stato condannato da Mosca, e senza mezzi termini, “la Russia dice di essere estremamente preoccupata per le notizie di un attacco aereo israeliano in Siria, nei pressi di Damasco, e una tale azione sarebbe un’indebita interferenza militare. Se questa informazione è confermata, allora si tratta di un attacco non provocato contro obiettivi sul territorio di un Paese sovrano, che viola palesemente la Carta delle Nazioni Unite e che non è accettabile, non importano i motivi addotti per giustificarlo”, ha detto il ministero degli Esteri russo in una dichiarazione del 31 gennaio.
La risposta della Turchia è stata alquanto particolare. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha criticato il raid israeliano in Siria, mettendo pesantemente in discussione l’inazione di Damasco verso l’aggressione. “Perché [Bashar] al-Assad non ha neanche gettato un sasso quando i jet israeliani sorvolavano il suo palazzo e si facevano beffe della dignità del suo Paese?” ha detto Davutoglu ai giornalisti durante la sua visita bilaterale nella capitale serba Belgrado, ha riferito il quotidiano Hurriyet. “Perché l’esercito siriano, che ha attaccato il suo stesso inerme popolo per 22 mesi dal cielo, con gli aviogetti, e a terra con i carri armati e il fuoco dell’artiglieria, non risponde all’operazione d’Israele? Perché non è possibile per al-Assad, che ha dato ordine di sparare missili SCUD su Aleppo, fare qualcosa contro Israele?” ha chiesto Davutoglu. Ha detto di non conoscere le circostanze precise del raid, ma ha aggiunto che la Turchia non sarebbe rimasta senza rispondere ad un attacco israeliano contro un Paese musulmano. (6) Ecco perché gli israeliani hanno un motivo per credere che una guerra tra Israele e la Siria sarebbe la migliore soluzione per i militari turchi. La Turchia se ne sarebbe rimasta in disparte, avendo ancora la possibilità di giocare il ruolo del “pacificatore e del liberatore dal nemico secolare”.
Il fatto che Netanyahu possa gettare il paese nella mischia sta diventando una questione sempre più preoccupante per gli israeliani. Secondo il quotidiano di destra Maariv, alti funzionari del ministero degli Esteri israeliano dicono che non ci sono stati cambiamenti strategici in Siria di recente, e non vi è alcun motivo di esser presi dal panico o di fare dichiarazioni ad alta voce. C’é uno status quo e la probabilità che armi di distruzione di massa finiscano nelle mani dei terroristi rimane sempre la stessa. Maariv scrive che Netanyahu istiga la tensione cercando di formare il più ampio governo di coalizione nazionale possibile. La cosa più semplice è invitare le parti a essere responsabili e a formare il governo che Netanyahu vuole, sotto il condizionamento della paura e delle minacce alla sicurezza. (7)
Molti in Israele dicono che tali azioni non soddisfano gli interessi dello Stato di Israele. Gli analisti locali scrivono che Israele non è interessato alla caduta di Assad, ma volente o nolente l’indebolisce mostrando al mondo che la difesa aerea siriana è vulnerabile. In questo modo si potrebbe accelerare un intervento straniero in Siria e facendo finire nelle mani sbagliate delle armi non convenzionali, divenendo un vero e proprio incubo prima del previsto. (8)

Note
(1) Novosti
(2) Zman.com
(3) (4) (5)
(6) Novosti
(7) Novosti
(8) MigNews

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Venezuela cede all’Iran i suoi caccia F-16

F-16036Alla fine degli anni ’70, l’Iran imperiale di Riza Palivi aveva ordinato 160 cacciabombardieri General Dynamics (oggi Lockheed) F-16A Fighting Falcon. Tuttavia, con la caduta dello Shah, nel 1979, l’ordine venne annullato e gli aeromobili non furono mai consegnati, anche se alcune attrezzature per la loro manutenzione erano già giunte in Iran.
Nell’agosto 2012, almeno due F-16 sarebbero stati avvistati nella base aerea di Mehrabad, presso Teheran. Infatti, secondo alcuni fonti, un Fighting Falcon sarebbe operativo dalla base iraniana, mentre un altro sarebbe stato sottoposto a un processo di reverse engineering e poi forse inviato in Pakistan. Il quotidiano spagnolo ABC aveva anche riportato che almeno un F-16A Block 15 dei 24 acquistati dal Venezuela, nel 1983, era stato inviato in Iran nell’agosto 2006, nell’ambito della cooperazione militare tra Iran e Venezuela, che vede anche l’impiego di due droni iraniani Mohajir (ribattezzati Sant’Arpia) da parte delle forze armate venezuelane. Infatti, nell’agosto 2006 il Maggior-Generale Roger Lara Lamb e il Tenente-Colonnello Luis Reyes Reyes avviarono e gestirono l’operazione per la consegna all’Iran di quel primo cacciabombardiere F-16A.
In seguito, nell’agosto 2009, il Presidente della Compañia Anomina Venezolana de Industrias Militares (CAVIM), Generale Eduardo Richani Aref si recò a Teheran, dove affermò che “i venezuelani si sono impegnati ad accelerare la fattibilità degli studi presentati dall’AIO [Aviation Industries Organization] iraniana riguardo al caccia F-16“, Il viceministro per la logistica del ministero della Difesa iraniana, Generale Mohammad Mohammad Lou Beig, siglò il documento che comprendeva anche altri accordi di cooperazione, come la vendita dei droni Mohajir.
Sempre secondo il quotidiano spagnolo ABC, un F-16B biposto, di stanza nella base aerea di Maracay, sarebbe stato smontato, imballato in grandi contenitori di legno sigillati e privi di contrassegni, e quindi caricati nella base aerea el Libertador, su un Boeing KC-707 dell’Aeronautica Militare venezuelana. Il volo avrebbe fatto scalo in Brasile (Recife) e in Algeria prima di giungere a Teheran. Dei piloti e tecnici venezuelani sarebbero stati inviati per rimontare il velivolo e addestrare gli iraniani presso la base di Mehrabad, in Iran.
La notizia era stata divulgata da ABC in concomitanza con la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in Venezuela. Ahmadinejad aveva detto che l’Iran sosterrà sempre il Venezuela di Chavez: “Apprezziamo la vostra opposizione all’imperialismo”, e Chavez avrebbe risposto che “siamo consapevoli delle minacce alla sovranità e all’indipendenza iraniane. Potete contare sul nostro sostegno. Sosterrò Ahmadinejad in tutte le circostanze, dato che i nostri legami con l’Iran sono una questione sacra per noi.”
Già nel maggio 2006, il Generale Alberto Muller, consigliere di Chavez, aveva dichiarato all’Associated Press che valeva la pena prendere in considerazione “la possibilità di una trattativa con l’Iran per la vendita di quegli aerei“, e di aver raccomandato al ministro della Difesa che il Venezuela considerasse la possibilità di vendere gli F-16 a un altro paese, come Russia, Cina, Cuba o Iran, in risposta al bando degli Stati Uniti sulle vendite di armamenti all’amministrazione del Presidente Hugo Chavez. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, reagiva avvertendo che Washington avrebbe dovuto firmare ogni vendita di F-16, cosa che il portavoce Sean McCormack suggeriva essere assai improbabile. “Senza il consenso scritto degli Stati Uniti, non è possibile trasferire articoli per la difesa, e in questo caso gli F-16, a un paese terzo“. Ma il Generale Muller ribadiva: “La raccomandazione che faccio al ministro, e che farò al Presidente al momento opportuno, è che gli F-16 siano venduti a Paesi terzi, poiché gli USA, non conformandosi alla loro parte dell’accordo (ovvero inviare i pezzi di ricambio e permettere così la manutenzione degli F-16A), ci liberano da qualsiasi obbligo a rispettare la nostra parte.”
Dei 24 F-16 acquistati nel 1983, solo dodici-sedici restano operativi, mentre gli altri vengono conservati per mancanza di pezzi di ricambio. Il governo di Caracas comunque aveva annunciato l’intenzione di vendere o cederli a Paesi terzi, anche senza il permesso degli Stati Uniti. L’F-16 verrebbe valutato dall’Iran per testare i propri sistemi difesa aerea, in previsione di un possibile attacco aereo israeliano o statunitense al programma nucleare iraniano, dove verrebbe impiegato il cacciabombardiere F-16I Sufa (Block 52).
Dopo la visita a Teheran nel 2009 dei vertici militari venezuelani, quando si sarebbe deciso l’invio di ulteriori cacciabombardieri F-16A, almeno altri tre velivoli si troverebbero oggi in Iran. Ely Harmon, ricercatore israeliano presso l’Istituto Internazionale per il Controterrorismo, ha affermato che “Questo aereo è molto utile per l’Aeronautica dell’Iran, perché può così addestrare i propri piloti alle tattiche degli avversari, dimostrando anche la profonda relazione tra l’Iran e il Venezuela. Una partnership che potrebbe anche manifestarsi in una rappresaglia contro coloro che attaccassero gli impianti nucleari iraniani.”

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Venezuela Threatens to Sell F-16 Fleet to Iran, Associated Press, 16 maggio 2006
Inter-american Security Watch 22 giugno 2012
The Aviationist 20 agosto 2012

A cura di Alessandro Lattanzio

La Russia affronta una nuova minaccia missilistica

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012


E’ noto a tutti che il centro della spesa militare e della potenza militare globale si sposta verso l’Asia. L’Asia come perno degli Stati Uniti rischia di esacerbare la tendenza. Le potenze asiatiche iniziano a trasformare la crescita economica post-guerra fredda in potenza militare, producendo organizzazioni militari sempre più moderne ed efficienti. La maggior parte dei nuovi investimenti riguarda le capacità aero-navali; si tratta duìi un fenomeno universale. I fornitori di tecnologia della difesa più sofisticata iniziano a provenire dalla regione. Il Giappone, naturalmente, rimane costituzionalmente impegnato all’1% della spesa, ma è una quantità enorme tenendo conto dell’ampiezza dell’economia giapponese. Mentre appaiono nuove tecnologie innovative, sembra che non siano limitate dai confini della regione, ma abbiano un’influenza globale portando ad una svolta rivoluzionaria nella guerra contemporanea.
Il Giappone ha in programma “di sviluppare un drone che sarà dotato di missili a testata ad infrarossi per missioni a bassa quota, che potrebbero individuare un attacco missilistico nucleare nordcoreano e contrastare l’avanzata militare della Cina”, affermava il 4 novembre un rapporto del ministero della difesa giapponese. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il ministero ha chiesto 3.000.000.000 di yen (372 milioni di dollari) per i prossimi quattro anni, per sviluppare il velivolo che entrerà in servizio nel 2020. Una parte di questo importo dovrebbe essere assegnato al progetto di bilancio da votare il prossimo dicembre. Taiwan e Corea del Sud stanno già guardando con interesse a tale processo. Essendo un alleato strategico degli Stati Uniti e con uno speciale accordo di cooperazione nella tecnologia della difesa missilistica, il Giappone avrà pieno accesso a tutto ciò che si studia negli Stati Uniti. Ciò significa che c’è da aspettarsi presto l’avvento di una nuova componente per la distruzione dei missili intercontinentali balistici (ICBM) russi. Ora la divergenza tra gli Stati Uniti (e alleati) e la Russia sulla questione sta diventando molto più complicata di quanto non lo sia stata finora…

Nuovi sistemi d’arma
Nell’aprile di quest’anno la Corea del Nord ha lanciato quello che ha affermato essere un missile balistico. I radar di terra e i cacciatorpediniere Aegis del Giappone, supportati dai satelliti di sorveglianza dagli Stati Uniti, non sono riusciti a rintracciarlo. Si temeva che le capacità di monitoraggio del Giappone fossero insufficienti. La vera ragione era che l’oggetto non era mai andato abbastanza in alto da essere rilevato. Sempre a Tokyo ci si ricordò del problema della capacità di rilevare oggetti a bassa quota, nonché della fase iniziale del lancio di un missile. La risposta del governo giapponese fu iniziare un costoso programma per sviluppare velivoli non pilotati dotati di sensori a infrarossi ultrasensibili per monitorare i lanci di missili balistici (e possibilmente da crociera) e altri oggetti a bassa quota. Non se ne sa ancora nulla, sebbene brevi articoli siano apparsi sui media all’inizio del novembre 2012. Secondo fonti giapponesi, per lo più anonime, un prototipo di UAV, che sarebbe in grado di operare ad una quota di circa 13.500 metri, sarà presentato entro l’anno fiscale successivo ed entrerà in servizio nel 2020. Vorrei notare che è esattamente la tempistica annunciata dalla NATO per la Phased Adaptive Approach, entro cui si prevede che l’Aegis raggiungerà la sua piena capacità operativa intercontinentale. La cosa di primaria importanza è che il sistema rileverà i lanci in tempi più ridotti rispetto agli attuali radar terrestri.
Il nuovo sistema d’arma avrebbe la capacità di intercettare i missili balistici al primo stadio, o almeno di aggiungere una serie di punti nella “catena di eliminazione” con cui un missile balistico può essere abbattuto dal Giappone. Resta da vedere se il drone giapponese avrà abbastanza autonomia e se sarà dotato di missili aria-aria come, per esempio, i moderni AIM-120 AMRAAM con un secondo stadio a propellente liquido, che opererebbero come missili intercettori aerolanciati e rileverebbero i movimenti di oggetti a bassa quota sulle acque viciniori al Giappone. Poiché i piloti non sono necessari per guidare i droni, i velivoli dovrebbero essere in grado di pattugliare i cieli per 22 ore consecutive. Il ministero giapponese prevede di avere il progetto di un prototipo di UAV pronto entro il prossimo anno fiscale. Una volta completato, sarà sottoposto ai test di resistenza e altri. L’UAV sarà in grado di inseguire i missili dal loro lancio, operazione difficile per i satelliti. Anche se un missile non completa il lancio, l’UAV sarà in grado di rilevarlo. Il ministero si aspetta che l’UAV svolga altri compiti. Tra cui la sorveglianza marittima, come ad esempio controllare i movimenti della Marina cinese nel Mar Cinese Orientale, e la raccolta di informazioni sulle aree contaminate dalle sostanze radioattive fuoriuscite dal danneggiato reattore n° 1 della centrale nucleare di Fukushima della Tokyo Electric Power Co.
Non è necessario essere un esperto militare per sapere che rilevare un oggetto durante il suo decollo, offre notevoli vantaggi. Il missile non manovra e presenta una firma agli infrarossi molto elevata. È più lento nell’ascesa rispetto alla fase di rientro, rendendo l’intercettazione cinetica più facile da realizzare. Questo è uno dei motivi che suscitano i timori della Russia riguardo la difesa missilistica europea della NATO. Inoltre, un aeromobile da sorveglianza aerea situato in prossimità del sito di lancio, ovvierebbe al tempo e all’alta energia necessaria per intercettare un oggetto in volo da parte degli atuali intercettori basati a terra o in mare. Renderà le intercettazioni più economiche e veloci. Una cosa molto importante del sistema è che distruggere un missile balistico in quella fase significa che la sua distruzione si verificherà sul territorio nemico, piuttosto che altrove, per esempio in Giappone o nei cieli degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno dei propri progetti.
La Missile Defense Agency (MDA) ha testato “un sensore aeroportato” per velivoli senza pilota, come il General Atomics MQ-9 Reaper. Il direttore della MDA, Ten.-Gen. Patrick O’Reilly ha detto che il test di rilevazione di lanci di missili a una distanza di oltre 965 km ha avuto successo. La gamma delle opzioni per una intercettazione riuscita dipenderà dall’aggiornamento dei piccoli e leggeri missili trasportati dagli UAV, come da una velocità significativa necessaria per intercettare i missili balistici, soprattutto da grandi distanze. Gli ostacoli tecnologici per identificare e inseguire i lanci di missili sarebbero notevolmente ridotti se  dei satelliti ‘panoramici’ vi venissero coinvolti. Un nuovo concetto allo studio permetterebbe di distruggere i missili balistici di teatro subito dopo il lancio, quando sono ancora dei bersagli lenti e luminosi. Non c’è dubbio che si inizia proprio con la gittata di teatro per poi raggiungere la capacità intercontinentale. Inoltre, i progettisti di missili sono stati incoraggiati a lavorare su dei booster più potenti e a riprogettare missili abbastanza piccoli e leggeri da poter essere trasportati internamente ai velivoli. Devono essere abbastanza veloci, almeno 5 km al secondo, per impegnare i pesanti missili balistici durante il loro lancio e salita da distanze di 563 km o più. Questo è esattamente la velocità per poter avere la capacità parziale per distruggere un ICBM. Maggiore è la gittata, più veloce e più pesante deve essere l’intercettore. Gli esperti affermano che i sensori possono vedere la scia di lancio di un missile a una distanza di circa 560 km, da 19.800 metri di quota.
Alla fine di questo ottobre la società della difesa statunitense Boeing ha condotto un primo riuscito test di un drone denominato Counter-electronics High-powered Advanced Missile Project (CHAMP) (Progetto missilistico avanzato ad alta potenza per contromisure) in grado di emettere un  potente impulso a microonde, bruciando ogni componente elettronico sulla sua traiettoria, dai personal computer alle macchine fotografiche ad avanzati attrezzature ospedaliere e computer di controllo del volo. CHAMP si è avvicinato al suo primo obiettivo e ha sparato una raffica di microonde ad alta energia contro un edificio di due piani costruito sul campo di prova. All’interno   personal computer e sistemi elettrici erano stati attivati per valutare gli effetti delle potenti onde radio. CHAMP aveva eliminato con successo i sistemi informatici ed elettrici nell’edificio puntato. Anche le telecamere presenti per registrare il test sono state disattivare, senza danni collaterali. “Questa tecnologia segna una nuova era della guerra moderna”, ha detto Keith Coleman, il responsabile del programma CHAMP per la Boeing Phantom Works. “Nel prossimo futuro, questa tecnologia potrà essere utilizzata per rendere i sistemi elettronici e digitali inutili prima ancora che le prime truppe o aeromobili del nemico arrivino”. Questi droni sono stati propagandati come armi non letali, con lo scopo di fare fuori gli ‘impianti elettrici’ del nemico, come sistemi di puntamento o forse i database dell’intelligence. Ma non è mai stato detto che il test abbia dimostrato la capacità di disattivare i sistemi di comando e controllo dei siti degli ICBM. Non si hanno notizie su un sito per missile intercontinentale a cui è stato messo fuori uso il sistema di controllo; il sogno dei pianificatori militari. Oltre ai missili, spegnere un sistema informatico potrebbe portare a ulteriori perdite umane, a lungo termine, nel caso si distruggesse un sistema idrico o una diga controllati da computer.
La distruzione di un missile balistico durante la sua fase di lancio è quasi un compito arduo data la sua posizione in territorio nemico, ma è ancora più difficile nel caso in cui lo spazio aereo nemico sia coperto da forti sistemi di difesa. Tuttavia, i velivoli aerei senza pilota a bassa firma possono  penetrare inosservati in territorio nemico e volare più in prossimità di un sito di lancio degli aerei convenzionali, aumentando notevolmente le possibilità dell’intercettazione.

Russia
Subito dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti, Putin ha inviato ad Obama le sue congratulazioni esprimendo la speranza che le relazioni bilaterali migliorino, invitando il neo-eletto presidente a visitare la Russia l’anno prossimo. Come è noto, la polemica sul programma dello scudo missilistico crea tensione fra Stati Uniti e Russia. Mosca ha respinto le assicurazioni di Washington secondo cui lo scudo è destinato a contrastare potenziali minacce missilistiche dall’Iran e ha espresso la preoccupazione che il sistema possa minacciare il deterrente nucleare russo. A  marzo Obama, senza sapere che stava parlando con un microfono aperto, aveva detto a Dmitrij Medvedev, l’allora presidente della Russia, che avrebbe avuto maggiore flessibilità sulla questione dopo le elezioni di novembre. L’8 novembre, subito dopo la rielezione del signor Obama, il viceprimo ministro della Russia, Dmitrij Rogozin, sembrava cercasse di ricordare a Obama la sua promessa di una conferenza internazionale a Mosca. Ha detto che Mosca spera che il presidente degli Stati Uniti ascolti le preoccupazioni della Russia sulla difesa missilistica della NATO in Europa. Parlando con RIA-Novosti il 12 novembre ha detto, “la Russia reagirà in maniera più decisa a ogni nave statunitense dotata del sistema di combattimento Aegis che tenti di navigare presso le sue coste”.
Quanto a Rogozin, la difesa antimissile degli Stati Uniti destabilizza le relazioni Russia-Stati Uniti in questo momento. Commentando la vittoria di Obama, il Viceministro degli esteri Sergei Rjabkov ha detto che Mosca è ancora intenzionata a collaborare con i paesi della NATO, se le circostanze lo permettono; tuttavia continuerà a spingere per avere solide garanzie da Washington. I colloqui Russia-USA per la riduzione degli armamenti non andranno avanti fino a quando le due parti risolveranno la spinosa questione della difesa missilistica. La questione comprende anche le componenti dello scudo della difesa missilistica in Europa e in altre regioni, ha aggiunto Rjabkov. La Russia pretende garanzie giuridicamente vincolanti che il sistema di difesa missilistico non sia rivolto contro la Russia, e non accetterà alcuna assicurazione verbale in alternativa. Il piano di Mosca di ridurre le scorte nucleari dipende da tutti i fattori più rilevanti che influenzano la sua ‘stabilità strategica’, compresi i piani di alcuni partner occidentali per schierare la progettata difesa antimissile in Europa, ha detto.
Resta da vedere come la tecnologia creata da Stati Uniti, Giappone e altri alleati degli statunitensi che partecipano al progetto dello scudo missilistico influenzerà il processo. Ma non c’è dubbio che la realizzazione di nuovi elementi della difesa missilistica difficilmente migliorerà le relazioni bilaterali e, senza dubbio, provocherà delle misure di ritorsione da parte della Russia.

La ripubblicazione è gradito con alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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