Guinea Equatoriale: Transparency International prepara l’invasione di questo paese petrolifero africano?

Jules Allain AgoraVox 30 marzo 2012

Due giudici inquirenti francesi, Roger Le Loire e René Grouman hanno richiesto un mandato di cattura internazionale per “riciclaggio” contro il figlio del presidente della Guinea Equatoriale, Teodorin Nguema Obiang, ministro dell’agricoltura e vicepresidente del Partito Democratico della Guinea Equatoriale (PDGE) al potere. Per ora, si attende il parere del Procuratore della Repubblica, che non ha ancora risposto a questa richiesta scellerata. Questa procedura è un’idea di Transparency International, “TI”, che ovviamente vuole solo violare la sovranità del paese africano. E tuttavia, non sentiamo nulla dei casi di corruzione in Francia: Karachi, Bettencourt-Woerth, ecc. TI non ha mai lanciato le sue diatribe contro i paesi del Golfo, i cui patrimoni immobiliari, opere d’arte e altri oggetti di valore presenti in Francia, sono di gran lunga superiori a quelli di un Obiang Nguema, e sono di proprietà esclusiva dei monarchi regnanti. Atmosfera.
Non si tratta qui di difendere qualcuno se non semplicemente la sovranità di un paese. In nome di chi e su quale mandato TI può volere il processo di un ministro di un paese terzo, quando non è in grado di indagare nel proprio paese, il nostro, la Francia?

Che cosa è Transparency International?
Probabilmente una pianta, un animale o semplicemente un’impostura. Quello che è certo non è il tipo di piante dioiche della famiglia delle euforbiacee o la piccola marsupilani che arriva sui nostri schermi il prossimo mercoledì, ma l’ONG Transparency International, “TI France”, nuovo braccio giudiziario della Francia per destabilizzare l’Africa con l’aiuto, a volte, dei suoi figli. Con i suoi stivali delle sette leghe, col la sua felpa incappucciata, TI prova a spargere i suoi odori pestilenziali in Africa.
Transparency International, all’origine di questo caso, sospettava il saccheggio sistematico delle casse dello stato della Guinea. Ciò ha consentito ai giudici di sequestrare le auto del figlio di Obiang e le sue proprietà sono state sottoposte a sequestro. Non si può negare il lato indecente di questa ostentazione dei beni di Teodorin Nguema Obiang, ma nulla permette alla giustizia francese di interferire negli affari interni di un paese sovrano, per non parlare di cercare di giudicare un ministro per delle accuse provenienti, per sovrappiù, da un’organizzazione non governativa. Il disprezzo dell’Africa è l’optimum, dopo il precedente libico, dove le forze straniere hanno rivendicato il diritto di uccidere sul suo territorio un capo di Stato, vale a dire, il leader libico, fratello Muammar Gheddafi. Chi può accettarlo? Se fosse accaduto il contrario, la stampa occidentale avrebbe parlato di scandalo e un clamore avrebbe invaso le onde radio. Ma qui, (la stampa) si è limitata a parlare delle azioni dei giudici. Una vergogna. Ma andando sul sito di questa macchina, TI, si resta sbalorditi leggendo la sezione sulla restituzione, secondo questa ONG, del “maltolto”.

Restituire i beni rubati a degli Stati saccheggiati
La restituzione dei beni rubati è uno dei temi fondamentali della lotta contro la corruzione. Questa procedura, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione (Convenzione di Mérida, 2003), deve suonare come una minaccia alle orecchie dei circoli dominanti, con il fine d’impedire l’impiego scorretto dei fondi pubblici.
L’adozione di strumenti internazionali in questo senso, riflette la crescente consapevolezza di questo problema. Tuttavia, le restituzioni portate a compimento sono molto rare. La mancanza di volontà politica da parte dei governi saccheggiati, la mancanza di cooperazione internazionale, le procedure complesse. Le spiegazioni sono molte.
Di fronte a questo paradosso, la mobilitazione della società civile è essenziale. Dal 2001, la questione della restituzione dei beni rubati è una priorità di Transparency International. “Mentre lotta per il corretto utilizzo degli aiuti internazionali, la restituzione al paese d’origine del “maltolto” deve essere utilizzato per lo sviluppo di tali Stati. In nessun caso, il rimborso deve essere occasione, per i nuovi leader, di ripetere i fallimenti dei loro predecessori.”
Quest’ultima frase da sola dice tutto. Dimostra inequivocabilmente che l’ONG sostiene il diritto di nominare chi vuole, soprattutto in Africa, o nei paesi in cui desidera incriminare i dirigenti. Nella sua lista nera, oltre alla Guinea equatoriale, ci sono il Congo – Brazzaville e il Gabon. “In nessun caso, la restituzione deve essere occasione, per i nuovi leader, di ripetere i fallimenti dei loro predecessori.” Questo vuol dire che, dopo la confisca di tali beni, i tribunali francesi invieranno in Guinea Equatoriale tutte queste auto, solo quando il regime sarà caduto? Chi si incaricherà di questa missione, poiché viene detto che i nuovi dirigenti non devono ripetere gli errori dei loro predecessori? Cosa vogliono dimostrare i giudici francesi e Transparency International? Che a loro sta a cuore l’Africa? Perché non attaccano gli accordi, anzi, i dettami della cooperazione in atto da anni, per saccheggiare i beni dell’Africa?
Al di là di questa truffa che si veste di stracci elogiativi, quando i guineani sono stati consultati? Non riuscendo a chiedere esplicitamente alla Francia di perpetrare un colpo di stato in Guinea Equatoriale, Transparency International  piuttosto, cerca di mettere in pericolo le relazioni diplomatiche di questo piccolo paese petrolifero africano (di 616.459 abitanti). Perché Transparency International non inizia a far vietare agli africani di acquistare proprietà in Francia, cosa di cui, penso, sia lo scopo? Per fare questo, basta chiedere alle agenzie immobiliari, ai concessionari di auto, ai gioiellieri, ecc., di non vendergli nulla. Peggio ancora, Transparency International ha accusato, in un comunicato del 28 marzo, il pubblico ministero di trascinare i piedi, come se una logica o un’etica qualsiasi sia nascosta dietro la loro diatriba.
Vedendo poi dei cittadini di questo paese stigmatizzato, approvare la teatralità di Transparency International semplicemente per opposizione al regime del loro paese, sostenendo la ri-colonizzazione dell’Africa. Ciò è irresponsabile e tali sedicenti leader devono sapere che, se arrivano al potere, saranno insolentiti allo stesso modo dei loro predecessori. E’ giunto il momento che gli africani si riabilitino, unendosi e diventino consapevoli dei loro poteri morali, per non farsi calpestare da nessuno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Srebrenica e Racak a Bengasi e Homs

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30.03.2012

Le guerre umanitarie sono una moderna forma di imperialismo. Il modello standard che gli Stati Uniti e i loro alleati utilizzano per attuarle è quello in cui si presume il genocidio e la pulizia etnica da parte di una coalizione di governi, organizzazioni dei media e organizzazioni non governative di facciata, preceduti da sanzioni, isolamento e intervento militare. Questo è il modus operandi post-Guerra Fredda degli Stati Uniti e della NATO.
Nella sua esecuzione, le Nazioni Unite vi hanno preso parte a causa del sequestro dei suoi incarichi e uffici da parte di Washington. Ora Kofi Annan è stato nominato al ruolo di mediazione in Siria, ma la sua posizione sul R2P non deve essere trascurata. Né deve esserlo neanche il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono interessati a una pace mediata.

I semi erano in Iraq
Appena la Guerra Fredda cominciò a estinguersi, la NATO vide l’opportunità che derivava dal vuoto geo-politico che avrebbe lasciato il crollo dell’URSS e la dissoluzione del blocco orientale. Non solo la NATO iniziò a trasformandosi da organizzazione difensiva in un corpo militare offensivo, ma  iniziò ad abbracciare un mandato umanitario per questo scopo. E ‘attraverso questo abbraccio con l’umanitarismo che l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord fu in grado di trasformarsi in alleanza militare offensiva da difensiva  che si supponeva essere.
Ignota alla maggior parte delle persone, compresi gli esperti, la più grande operazione militare della NATO nel primo decennio dopo la Guerra Fredda, fu la guerra del Golfo. Il ruolo della NATO iniziò ufficiosamente nell’ombra e fu sulla base di ciò che la NATO, durante la guerra in Iraq e le operazioni militari coincidenti, si attivò in nome dell’”umanitarismo” nel Kurdistan iracheno, che a tempo, avrebbe preparato l’intervento umanitario della NATO nell’ex Jugoslavia. Le no-fly zone che furono create per motivi umanitari in Iraq, furono applicate anche nella ex Jugoslavia e, recentemente nel 2011, in Libia.

Jugoslavia: Srebrenica e Racak
L’11 luglio 1995 le forze serbo-bosniache avrebbero marciato nella cosiddetta zona di sicurezza delle Nazioni Unite di Srebrenica. La narrazione ufficiale della NATO è che le truppe delle Nazioni Unite avevano accettato di ritirarsi da Srebrenica e lasciare che le forze serbo-bosniache si prendessero cura dei bosniaci locali, ma che una volta che i serbi di Bosnia erano entrati nella zona, abbatterono circa 8.000 bosniaci. Questo sarebbe stato indicato come il peggior massacro in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.
In realtà, gli eventi di Srebrenica sarebbero stati utilizzati e deformati per giustificare una massiccia risposta della NATO, sulla base dell’indignazione pubblica. I leader bosniaci si rifiutarono perfino di fornire alla Croce Rossa i nomi delle persone che erano fuggite da Srebrenica, facendo così gonfiare il numero di persone scomparse, e il numero dei morti, anche se in seguito si rivelò significativamente inferiore a quanto inizialmente riportato. I media ritennero che fosse arrivato il momento. Il più alto funzionario delle Nazioni Unite in Bosnia-Erzegovina, Philip Corwin, avrebbe anche prestato la sua voce a coloro che dicevano che i fatti di Srebrenica erano stati distorti per motivi politici e per suscitare l’intervento militare della NATO.
Bill Clinton aveva effettivamente avvertito Alija Izetbegovic che 5.000 bosniaci sarebbero dovuti essere sacrificati per spingere la NATO a intervenire nella guerra. Alcuni sopravvissuti della delegazione bosniaca di Srebrenica avevano dichiarato, su verbale, che Izerbegovic aveva detto che la NATO sarebbe intervenuta militarmente contro la Republika Srpska se almeno 5.000 cadaveri sarebbero stati trovati. La caduta di Srebrenica, un rapporto dell’ONU pubblicato il 15 novembre 1999, cita casualmente anche questo nel paragrafo 115. Il capo della polizia bosniaca di Srebrenica aveva anche confermato la richiesta di Clinton a Izetbegovic per un “sacrificio”, per  aprire le porte agli attacchi della NATO contro i serbo-bosniaci.
Nella guerra in Bosnia, atti orribili furono commessi da tutte le parti, ma il crimine dei serbo-bosniaci non era la pulizia etnica, per la NATO. Il crimine dei serbi di Bosnia era che stavano combattendo per mantenere la Jugoslavia.  Anche i croati e i bosniaci, in Croazia e Bosnia-Erzegovina, che avevano voluto preservare la Jugoslavia e la pace interetnica furono presi di mira, demonizzati  o uccisi. Ad esempio, il bosniaco Fikret Abdic fu accusato come criminale di guerra in Croazia, dopo esser fuggito in Bosnia-Erzegovina, e Josip Rejhl-Kir il capo della polizia croata di Osijek fu ucciso dai nazionalisti croati perché lavorava per preservare l’armonia tra croati e serbi di Croazia.
NATO è intervenuta in Bosnia-Erzegovina per cambiare l’equilibrio di potere. Il serbo-bosniaci erano la forza militare più forte. Se le potenze della NATO non internazionalizzavano i combattimenti ed intervenivano, i serbi bosniaci avrebbero preso il controllo del paese e l’avrebbero mantenuto come parte integrante della Jugoslavia. Questo avrebbe paralizzato o bloccato l’espansione euro-atlantica nei Balcani.
Il 15 gennaio 1999, i combattimenti a Racak tra le forze serbe e l’illegale Esercito di Liberazione del Kosovo, che lo stesso Dipartimento di Stato statunitense aveva etichettato come organizzazione terrorista, sarebbero stati utilizzati per dipingere la parvenza di un quadro di genocidio e pulizia etnica, per giustificare la guerra. A questo punto i serbi vennero demonizzati dalla NATO e dai media quali responsabili della pulizia etnica nella ex-Jugoslavia, così gli sforzi della NATO per diffamare i serbi furono relativamente facili. Era una questione di opinione pubblico su cui la Segretaria di Stato Madeline Albright e la leadership dell’UCK stavano lavorando, per creare un pretesto per l’intervento umanitario. Fu in questo contesto che gli Stati Uniti e la NATO avevano esercitato pressioni sulla Repubblica Federale di Jugoslavia per accettare un accordo in cui le loro forze militari avrebbero lasciato il Kosovo, ma permettendo all’UCK di continuare i suoi attacchi. Questo tipo di tensioni erano ciò che la NATO ha cercato di replicare in Siria, attraverso il cosiddetto Esercito Libero siriano, che in realtà è una organizzazione terroristica legata alla NATO e al Gulf Cooperation Council (GCC).

Arabdom: Libia e Siria
Nel 2011, la carta umanitaria sarebbe stata giocato ancora una volta dalla NATO. Il colonnello Gheddafi era stato accusato di massacrare il suo popolo, in particolare a Bengasi. Confezionato con affermazioni su attacchi di aviogetti e mercenari stranieri, venne chiesto alle Nazioni Unite di permettere agli Stati Uniti ed i suoi clienti della NATO di imporre un’altra no-fly zone, come in Jugoslavia, permettendo che un cambio di regime avvenisse a Tripoli.
In Siria, gli Stati Uniti e le sue coorti hanno cercato di utilizzare Homs come un’altra Srebrenica, Racak o Bengasi. Hanno cercato di usare la stessa tattica per acuire le tensioni. Gli Stati Uniti e i loro alleati vogliono costringere l’esercito siriano a smettere di combattere, mentre alle forze ribelli dell’Esercito libero siriano viene data una mano libera nel lanciare attacchi, proprio come hanno fatto con l’esercito jugoslavo e l’UCK. Le richieste dei russi e dei cinesi che entrambe le parti osservino un cessate il fuoco, invalidano questa strategia.
Ciò che ostacola un altro intervento è la fermezza di Mosca e Pechino al Consiglio di sicurezza dell’ONU, nonché la catena di alleanze che la Siria ha stretto con l’Iran. Damasco e i suoi alleati, tuttavia, dovrebbero essere cauti verso le trappole per trascinare politicamente e legalmente la Siria verso il basso, attraverso accordi unilaterali. Né i siriani dovrebbero riporre la loro fiducia nelle Nazioni Unite.

Kofi Annan e la responsabilità a proteggere (R2P)
Molti elogi vengono fatti a Kofi Annan inviato speciale della Lega Araba e delle Nazioni Unite. Ci dovrebbe essere, comunque, qualche cautela quando si tratta di Annan. A questo proposito, i suoi rapporti con l’intervento umanitario devono essere valutati.
Secondo Richard Holbrooke, intimamente collegato alla balcanizzazione della Jugoslavia, Annan è stata una delle figure più favorevoli alla politica estera degli Stati Uniti nei Balcani. Annan, in realtà, serve a collegare la responsabilità di proteggere (R2P) ai diplomatici canadesi. Inoltre, il signor Annan deve la sua ascesa agli Stati Uniti, agli eventi di Srebrenica e alla guerra nella ex Jugoslavia. Il segretario generale Boutros Boutros-Ghali venen dimesso dagli Stati Uniti per far posto ad Annan a capo delle Nazioni Unite.
Kofi Annan è anche apertamente favorevole alla R2P. Oggi era ad Ottawa come membro del seminario sulla R2P (La responsabilità a proteggere – 10 relazioni su: Riflessioni sul suo passato, presente e futuro) tenutosi presso l’Università di Ottawa il 4 novembre 2011. Prima del suo arrivo Allan Rock, il presidente dell’Università di Ottawa ed ex ambasciatore canadese alle Nazioni Unite, e Lloyd Axworthy presidente dell’Università di Winnipeg ed ex ministro degli esteri canadese, sostenitore della R2P e co-autore di un articolo sulla R2P sull’Ottawa Citizen del 25 ottobre 2011. Sia Axworthy, che sarà nel seminario con Annan, che Allan Rock, che ospiterà Annan presso il Centro per gli Studi di Politica Internazionale,  lodavano la guerra in Libia definendola una vittoria della R2P.
Al seminario, Annan dovrebbe inoltre essere affiancato dal parlamentare canadese  decisamente pro-NATO Christopher Alexander, del partito conservatore del Canada, al governo. Alexander è il segretario parlamentare di Peter MacKay. Mackay è l’attuale ministro della difesa del Canada e sostenitore dichiarato delle guerre contro la Siria e l’Iran. Christopher Alexander è stato anche inviato diplomatico canadese in Russia per diversi anni, ex ambasciatore canadese nell’Afghanistan presidiato dalla NATO e vicerappresentante speciale della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA). Il seminario sulla R2P è stato moderato da Lyse Doucet, un corrispondente della BBC e un amico di Alexander.
Ciò che è importante da notare del seminario sulla R2P presso l’Università di Ottawa, è che è favorevole alla R2P. Kofie Annan ha anche espresso il suo sostegno all’intervento militare della NATO in Libia. Alla domanda sulla Siria, nessuna risposta è stata data, ma la linea di Annan la supporta. Infine, sia Annan che Axworthy hanno proposto che le organizzazioni regionali dessero il mandato alla R2P. Ad esempio, l’Unione africana dovrebbe essere in grado di intervenire per conto della comunità internazionale nei paesi africani, come l’Uganda e il Sudan, o anche alla Lega Araba altresì dovrebbe essere conferito un mandato R2P in paesi come la Siria.
Questi punti sono dei fattori chiave. Non devono essere trascurati. L’imparzialità di Annan dovrebbe essere messa in discussione, soprattutto alla luce della posizione sulla Libia e delle sue opinioni a sostegno dell’intervento militare della NATO.

L’umanitarismo: Il volto dell’imperialismo moderno
Gli interventi militari della NATO in Jugoslavia erano invasioni coloniali mascherate con la farsa degli sforzi umanitari. Inoltre, ciò che ha fatto la NATO in Jugoslavia era far intervenire tramite fasi graduali un piano di frammentazione, per dividere e conquistare il paese. Secondo il generale John Galvin, ex comandante supremo della NATO, questo è stato fatto perché i funzionari della NATO sapevano che una vera e propria invasione, durante la disintegrazione del paese, si sarebbe tradotto in una guerriglia in massa, dai costi elevati per la NATO. Si può anche aggiungere che un intervento della NATO avrebbe anche avuto l’effetto inverso di unificare la Jugoslavia, invece di lasciare che lo Stato federale su dissolvesse.
All’inizio del 2011, sia la Libia che la Siria erano escluse dal Dialogo Mediterraneo della NATO e hanno avuto anche delle riserve sull’Unione per il Mediterraneo (Upm) dell’UE. Questo significa che effettivamente erano entrambe esterne all’espansione euro-atlantica. Mentre le proteste in Bahrain e Giordania passano inosservate, tutti gli occhi erano diretti sulla Libia e la Siria. Questo perché gli interessi imperialisti hanno sovvertito entrambi gli stati arabi.
L’atlantismo è in marcia. Le operazioni della NATO nei Balcani e nel mondo arabo hanno lo scopo di espandere la zona euro-atlantica. Il suo coinvolgimento nelle missioni dell’Unione africana in Africa orientale, è legato anche a questo. Per tutti gli osservatori danno uno sguardo dettagliato alla ristrutturazione degli stati vinti da parte della NATO, questo dovrebbe essere molto chiaro. L’umanitarismo è diventato il nuovo volto dell’imperialismo moderno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I giornalisti combattenti di Bab Amr

L’Emirato islamico indipendente di Bab Amr (Parte 1)
Thierry Meyssan Réseau Voltaire 3 marzo 2012

La repressione di Bab Amr è la più grande finzione politica dall’11 settembre? Questo è ciò che intende provare Thierry Meyssan in una storia esclusiva che Réseau Voltaire pubblica a puntate. In questa prima puntata, si discute della presunta evasione dei giornalisti occidentali e si dimostra che alcuni di loro facevano parte dell’esercito libero “siriano”.

Foto satellitare della Emirato islamico indipendente di Bab Amr. La stampa atlantista interpreta il fumo che si eleva al di sopra del quartiere come prova dei bombardamenti.

Gli Stati membri della NATO e del GCC non sono riusciti a lanciare un attacco convenzionale contro la Siria. Tuttavia l’hanno preparato, per dieci mesi, conducendo una guerra a bassa intensità accoppiata a una guerra economica e mediatica. La città di Homs è diventata il simbolo dello scontro. L’esercito libero “siriano” ha investito i quartieri di Bab Amr e Inchaat ed ha proclamato un emirato islamico, offrendo una panoramica del suo progetto politico.
Con il sostegno della Russia, ancora traumatizzata dall’esperienza del Emirato Islamico di Ichkeria, e della Cina, preoccupata di vedere il governo di Damasco proteggere i suoi cittadini, l’Esercito Nazionale della Siria ha dato l’assalto il 9 febbraio, dopo aver esaurito tutti i tentativi di mediazione. L’esercito libero “siriano”, sconfitto, ben presto si trincerava in una zona di circa 40 ettari che veniva immediatamente isolata dalle forze lealiste, e che si restringeva progressivamente e, alla fine, cadeva il 1° marzo. Per vendetta, gli ultimi elementi armati dell’Emirato avevano massacrato dei cristiani in due villaggi che avevano attraversato, prima di trovare rifugio in Libano.
Durante questo periodo, i media principali hanno nascosto la realtà sordida e crudele di questo Emirato e l’hanno sostituita con una finzione sulla rivoluzione e la repressione. Particolare cura è stata data per far credere che migliaia di civili siano stati bombardati dall’artiglieria o dell’aviazione siriane. Al centro di questo sistema di propaganda, un centro stampa utilizzato dai canali satellitari della Coalizione: al-Jazeera (Qatar), al-Arabiya (Arabia Saudita), France24 (Francia), BBC (UK) e CNN (USA) e coordinato da giornalisti israeliani.
L’opinione pubblica in Occidente e del Golfo potrebbe legittimamente chiedersi chi dice il vero tra la versione dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e del Consiglio di cooperazione del Golfo da un lato, e quella dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, dall’altro. Cercheremo di dare elementi decisivi per determinare e stabilire la verità. Ci baseremo sui video trasmessi dai canali televisivi occidentali e del Golfo, sulle testimonianze dei superstiti raccolti dall’ufficio della Rete Voltaire in Siria, e dai documenti trovati nel centro stampa dell’Emirato.

Il doppio gioco dei giornalisti occidentali
I giornalisti occidentali intrappolati nell’emirato avevano lanciato degli appelli di aiuto sulla rete. Due di loro apparivano feriti, il terzo sembrava essere in buona salute. I loro governi hanno fatto della loro evacuazione una questione di principio. La Francia aveva delegato un funzionario a negoziare con i ribelli. Diversi altri Stati, compresa la Russia, ansiosi di abbassare la tensione nel Levante, avevano offerto i loro buoni uffici.
Ho partecipato a questo sforzo collettivo. In effetti, una giornalista francese aveva rifiutato una prima occasione di andarsene con la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa siriana. Temendo una trappola, non aveva afferrato la mano che gli era stata tesa. La mia missione era duplice. In primo luogo, prendere contatto con i miei compatrioti, per informarli circa la situazione politica e militare, e facilitare la loro consegna a un funzionario francese che li mettesse sotto la protezione diplomatica. Poi ho dovuto riferire a coloro che lavorano per la pace in questa regione, l’esatta sequenza degli eventi e valutare la disponibilità dei protagonisti.
Come sappiamo, le trattative sono fallite. I delegati dei servizi di intelligence dei vari stati coinvolti hanno scoperto che le autorità siriane e le agenzie umanitarie avevano fatto del loro meglio, e che il blocco era dovuto esclusivamente all’esercito libero “siriano”.
Non è stata una sorpresa, reale o finta, per i diversi operatori sapere improvvisamente che i tre giornalisti che avevamo cercato di far uscire da Homs, oltre a un quarto che non voleva il nostro aiuto, avevano attraversato le linee dell’esercito libero siriano e quelle truppe dell’Esercito Nazionale, per andarsene da soli in Libano.
Dopo un momento di confusione e la verifica che le iniziative parallele della Russia non avanzavano più della nostra, abbiamo dovuto constatare che un commando armato di una grande nazione occidentale aveva fatto uscire i quattro giornalisti, e forse altri, mentre mettevamo le nostre vite a rischio inutilmente. In queste circostanze, non ho motivo di mantenere il silenzio sui retroscena di questa vicenda. Escluderò da questo articolo unicamente i riferimenti ai funzionari e alle personalità coinvolte, per preservare la loro capacità di agire per la pace, anche se parlare di certi dettagli sarebbe stato di utile valore educativo per i nostri lettori.
Non ho dubbi che i sopravvissuti di Bab Amr pubblicheranno la propria versione dei fatti, per rafforzare la propaganda atlantista. Continueranno a mentire come non hanno cessato di mentire. Pertanto, prima voglio testimoniare ciò che ho visto per evitare che il tessuto della disinformazione venga tessuto intorno a noi.
Secondo la versione mediatica attuale, una rivoluzione sarebbe stata brutalmente repressa. Dei giornalisti occidentali, spinti dal loro desiderio di informarsi, sarebbero venuti a vedere e a testimoniare. Gli insorti si sarebbero sempre più trincerati nel quartiere di Bab Amr, dove sarebbero sopravvissuto per tre settimane sotto un diluvio di fuoco. Il loro centro stampa sarebbe stato bombardato con dei Grad, o “organi di Stalin”, mercoledì 22 febbraio 2012. Durante questo bombardamento, Marie Colson (Sunday Times) e Remi Ochlik (IP3 Press) sarebbero stati uccisi, mentre Edith Bouvier (Le Figaro Magazine) e Paul Conroy (Sunday Times) sarebbero rimasti feriti. William Daniels (ex Figaro Magazine e Time Magazine), sarebbero rimasti con loro, mentre Javier Espinosa (El Mundo) si sarebbe separato dal gruppo.
I sopravvissuti hanno inviato quattro video sulla rete che ci raccontano una storia strana.



La morte di Marie Colvin e Rémi Ochlik

La morte di Marie Colvin e Rémi Ochlik ci è nota da un video fornito dall’esercito libero “siriano”.  I loro corpi sono stati trovati dopo la caduta dell’Emirato e sono stati identificati dagli ambasciatori di Francia e Polonia (che rappresenta il suo omologo statunitense).
Mary Colson era nota per il suo abbigliamento chic e il contrasto, su cui giocava, tra la delicatezza del suo abbigliamento femminile e la durezza della benda che copriva il suo occhio perduto. Il video, su cui vediamo solo la schiena dei due corpi che giacciono a terra, è autentico ed è stato convalidato da diversi media che l’hanno mandato in onda. I due giornalisti appaiono in tenuta da combattimento. Converrebbe domandarsi perché questo dettaglio, che viola lo status di non-combattenti nel campo di battaglia dei giornalisti, e non ha sollevato interrogativi del pubblico, o commenti indignati dei colleghi.

Edith Bouvier e Paul Conroy feriti presso il ricovero medico
Sul secondo video, il rappresentante della Mezzaluna Rossa siriana negli Emirati, il dottor Ali, un dentista nel quartiere che si è dedicato con coraggio ai feriti, presenta Edith Bouvier e Paul Conroy sdraiati sui lettini in quello che sembra essere una sorta di ospedale. Poi, un soldato dell’esercito libero “siriano” che si fa chiamare “dottor Mohammed”, che indossa un grembiule azzurro e stetoscopio, fa commenti rivoluzionari.
Tre elementi devono essere notati:
Edith Bouvier rifiuta di declinare la sua identità, che è comunque nota al pubblico, e cerca di nascondere il viso.
Paul Conroy rotea gli occhi in modo ansioso e di rimprovero.
Il “dottor Mohammed” è la star dei video dell’opposizione siriana. Gioca il ruolo di medico rivoluzionario, anche se non è un medico. Parla con un linguaggio approssimativo, senza vocaboli medici, ma con riferimenti salafiti.
Tutto ciò suggerisce che il “dottor Mohammed” ha approfittato della situazione per far partecipare il vero dottore e i due giornalisti a una piccola messa in scena, per drammatizzare oltraggiosamente la situazione.

Nuovo messaggio di Paul Conroy dalla sua stanza
In un terzo video, il fotografo inglese Paul Conroy è in un angolo, sdraiato su un divano, dopo aver ricevuto le cure. Chiede aiuto. Si preoccupa di specificare che è stato invitato e che non è un prigioniero.
Sembra anche a disagio, come la prima volta, e non fornisce indicazioni al pubblico. Chiede alle  “agenzie globali” di intervenire perché “lavorano per gli stessi obiettivi sul terreno”. Quali sono queste “agenzie globali” che avrebbero il potere di evacuarlo dall’Emirato? Non può trattarsi che delle agenzie pubbliche, sia intergovernative come quelli delle Nazioni Unite, o nazionali come le agenzie di intelligence. Che cosa significa “lavorare per gli stessi obiettivi sul terreno”? Non si può intendere un’attività delle Nazioni Unite, dal momento che non sono destinate a fare giornalismo. L’unica interpretazione possibile è che si rivolge alle cosiddette agenzie di intelligence alleate, suggerendo la sua appartenenza ad una agenzia di intelligence britannica.
A differenza di Marie Colson, che accompagnava come fotografo per i suoi reportages sul Sunday Times, Paul Conroy non indossa l’uniforme da campagna, ma non ne aveva bisogno per identificarsi.

Il “dottor Mohammed” interviene per darci la sua diagnosi
Paul Conroy il giorno prima è stato ferito a una gamba da un missile Grad. Ci mostra una gamba con una fasciatura immacolata. Nonostante la gravità estrema della lesione e la sua freschezza, la gamba non è tumefatta. “Il dottor Mohammed” non usurpa il suo soprannome: senza formazione medica, ha fatto miracoli della medicina.
Alla fine del suo discorso, Paul Conroy aggiunge un messaggio per rassicurare “la sua famiglia e gli amici in Inghilterra“, “sto benissimo“. Se il significato occulto è sfuggito al “dottor Mohammed”, coloro che sanno che Paul Conroy è nordirlandese, non inglese, non avranno difficoltà a decifrare. Il “fotografo” si rivolge alla gerarchia dell’agenzia militare britannica per cui lavora e segnala che questa commedia non deve indurre in errore, è sano e salvo.
Questa volta è Paul Conroy che sembra utilizzare la messa in scena del “dottor Mohammed” per inviare il suo messaggio, mentre è immobilizzato per le ferite.

Nuovo messaggio di Edith Bouvier e del suo collega
In un quarto video, ripreso e trasmesso lo stesso giorno, Edith Bouvier, sdraiata sul suo letto d’infortunio, chiede aiuto. Chiede (1) “l’istituzione di un cessate il fuoco” e (2) “un’autoambulanza che la conduca in Libano“, in modo che possa essere curata rapidamente. Poiché i requisiti espressi sono quelli di una tregua per consentire la circolazione di un’autoambulanza e di trasportarla in un ospedale per essere curata, queste affermazioni sono assolutamente incongrue.
(1) Un cessate il fuoco è un accordo per sospendere tutte le ostilità tra le parti, durante i negoziati politici, mentre una tregua è l’interruzione dei combattimenti, in una zona specifica e per un periodo determinato, per far passare persone o aiuti umanitari.
(2) Inoltre, per essere condotta in Libano è necessaria l’amnistia per il reato di immigrazione clandestina, essendo Edith Bouvier entrata clandestinamente in Siria, assieme ai ribelli.
E’ chiaro che questi due requisiti non sono sostenibili, ma corrispondono alla creazione di un “corridoio umanitario”, così come l’intendeva il ministro degli esteri francese Alain Juppé.
Alain Juppé è purtroppo noto per la sua capacità di invertite i ruoli e il suo uso dei “corridoi umanitari”. Nel 1994 aveva ottenuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che autorizzava l’Operazione Turquoise, vale a dire la creazione di un “corridoio umanitario” per consentire alla popolazione Hutu del Ruanda di non essere massacrata per vendetta per i crimini commessi dal potere Hutu prevalentemente contro la popolazione Tutsi. Ora sappiamo che questo corridoio non era umanitario. Consentì alla Francia di far fuoriuscire i genocidi nascosti tra i civili, al fine di evitargli di dover rispondere dei loro crimini. Alain Juppé aveva cercato questa volta di far esfiltrare i gruppi armati responsabili delle uccisioni in Siria.
Si deve pertanto constatare che Edith Bouvier non esprimeva necessità personali, ma che le sue richieste corrispondevano agli interessi dell’Esercito libero “siriano”, così come la Francia li difende.
Non è sorprendente che la giornalista faccia da portavoce di Alain Juppé. Era stata assunta nel gruppo Le Figaro da Malbrunot. Secondo le autorità siriane, negli anni ’80 quest’ultimo era ufficiale di collegamento del DGSE con i Fratelli Musulmani. Fu arrestato ad Hama, poi restituito alle autorità francesi su richiesta del presidente Francois Mitterrand.
Nella sequenza successiva, il “dottor Mohammed” spiega la situazione, mentre il suo compagno fotografo William Daniels (freelance di Le Figaro-Magazine, e poi di Time Magazine) sottolinea l’urgenza della situazione. Le dichiarazioni in arabo vengono tradotte in inglese da un quarto personaggio che non vediamo sullo schermo. Infine, un quinto partecipante, il giovane Khaled Abu Saleh, da una conclusione rivoluzionaria al breve video.
Mentre nei primi video Edith come Paul si rifiutano chiaramente di collaborare con il “dottor Mohammed”, questa volta giocano volentieri il loro ruolo.
Il giovane Khaled Abu Saleh è il capo del centro stampa dell’esercito libero “siriano”. Secondo i giornalisti che hanno usato questa base, il centro è situato in un edificio fatiscente, ma è stato dotato di tutto il materiale hi-tech necessario. I giornalisti potevano farvi i loro montaggi audiovideo, e avevano le apparecchiature satellitari per le trasmissioni in diretta. Alcuni ironizzavano confrontando il livello del centro informatico dell’esercito nazionale siriani, che continua a utilizzare sistemi di trasmissione antiquati.
Non ci sono informazioni sui generosi sponsor che hanno fornito questa installazione all’ultimo grido. Ma abbiamo un’indicazione quando si ci occupa delle attività professionali di Khaled Abu Saleh. Il giovane rivoluzionario è egli stesso un giornalista. E’ corrispondente per al-Jazeera e pubblica il suo blog sul suo sito web, è un freelance di France24, in cui appare come collaboratore della rubrica “Les Observateurs“. Questi due canali televisivi satellitari costituiscono l’avanguardia della propaganda della NATO e del GCC, volta a giustificare il cambiamento di regime in Siria, come hanno fatto in Libia.
A titolo di esempio dell’etica della rete pubblica francese, il 7 giugno 2011, France24 trasmetteva in diretta un intervento telefonico emozionante dell’ambasciatrice di Siria in Francia, Lamia Shakkour, annunciando le sue dimissioni in segno di protesta contro i massacri nel suo paese. Immediatamente la macchina diplomatica francese metteva sotto pressione gli ambasciatori della Siria in tutto il mondo, affinché seguissero questo buon esempio. Aimé! Benché Renee Kaplan, la vicedirettrice della redazione di France24, avesse giurato che la voce trasmessa fosse quella dell’ambasciatrice, che conosceva bene, in realtà era quella della moglie del giornalista Fahd al-Argha al-Masri. Fu un’intossicazione persistente [1].
Spinte da Alain de Pouzilhac e Christine Ockrent-Kouchner, France 24 e RFI hanno cessato di essere dei notiziari, per diventare strumenti del complesso militar-diplomatico francese. Così, il 5 luglio 2011, Alain de Pouzilhac, come amministratore delegato agli Audiovisivi Esterni della  Francia (AEF), aveva firmato un memorandum d’intesa con Mahmoud Shammam, ministro dell’informazione dei ribelli libici. Si era impegnato a creare dei media anti-Gheddafi e ad addestrare il personale necessario per facilitare il rovesciamento della “Guida” libica. L’annuncio sollevò le ire dei giornalisti di RFI e France24, furiosi per essere stati strumentalizzati in questa impresa propagandistica. Tutto ciò suggerisce che disposizioni analoghe siano state prese per favorire il “giornalismo civico” dei “rivoluzionari siriani”. Se questo è il caso, il ruolo di Khaled Abu Saleh non si limita alle corrispondenze da freelance, ma è un giocatore fondamentale nella produzione di informazioni false, per conto del complesso militare-diplomatico della Francia.
All’inizio, Edith Bouvier era riluttante alla messa in scena. Invece, questa volta, collaborava con il suo collega di France24 e registrava un appello volto a manipolare la simpatia del pubblico, per giustificare l’istituzione di un “corridoio umanitario”, cosa che Alain Juppé presentava necessaria per evacuare i mercenari dell’esercito libero “siriano” e i loro consiglieri occidentali.

Prime conclusioni
In questa fase dello studio dei video, ho fatto diverse ipotesi.
La squadra del Sunday Times (Mary Colson e Paul Conroy), lavorava per l’MI6, mentre l’inviata de Le Figaro Magazine (Edith Bouvier) lavorava per il DGSE.
Il “dottor Mohammed” ha approfittato del fatto che i giornalisti fossero costretti a letto per registrare altri due video, ma Paul Conroy ha colto l’occasione per inviare un messaggio di soccorso agli alleati.
In definitiva, il freelance di France24, Abou Khaled Saleh, ha messo in scena la rivendicazione di Alain Juppé.

Fallimento dei negoziati o cambiamento dei negoziati?
Nel corso dei negoziati, ho potuto avere varie intuizioni che sono state prese in considerazione. Ma ogni volta che ho citato le osservazioni di cui sopra, mi è stato detto che questo non era il momento. Sembrava che l’esercito libero “siriano” si rifiutasse di lasciare uscire i giornalisti. L’urgenza era di salvarli. Ci si occuperà in seguito del loro vero status.
Sabato 25 sera, le trattative fallivano. Per ripristinare il contatto con i takfiristi, i siriani cercavano uno sheikh moderato con cui accettassero di parlare, ma tutti i religiosi contattati si ritiravano uno dopo l’altro, per paura delle conseguenze. Bisognava bivaccare sul posto per riprendere i colloqui quando uno sceicco si fosse presentato? O bisognava rientrare a Damasco per un riposo al sicuro?
In definitiva fu dalle autorità militari siriane che venne la risposta. Siamo stati invitati a tornare e ci sarebbe stato notificato quando una nuova opportunità di trattative sarebbe emersa. Tornando nella capitale, un SMS ci informava che i negoziati erano stati sospesi per 48 ore.
Sospesi non voleva dire che avremmo potuto divertirci domenica e lunedì mentre dei connazionali e dei colleghi erano in pericolo di morte, ma durante quelle 48 ore era in corso un’altra trattativa. Al momento, ho pensato che il testimone era stato preso dai nostri amici russi.
Martedì mattina sono stato svegliato da un amico, un reporter di alcuni grandi media francesi, che mi aveva chiamato per dirmi dell’arrivo di Paul Conroy, e probabilmente di altri giornalisti, a Beirut. Rimasi perplesso. Svegliai a mia volta un alto funzionario siriano, il quale espresse le sue perplessità. Dalle telefonate fatte, nessuno a Damasco sapeva nulla, o non ne voleva parlare.
In ultima analisi, ho scoperto che l’accordo era stato negoziato dal Generale Assef Shawkat con un alto funzionario francese e dei suoi amici, per trovare una soluzione politica a questo pasticcio. Le forze lealiste avevano aperto le loro linee di notte, per lasciare che i consiglieri militari francesi e i giornalisti se ne andassero in Libano. Allo spuntar del giorno, l’esercito libero “siriano” aveva scoperto la loro fuga. Rendendosi conto di esser stati abbandonati, i mercenari decisero di andarsene, abbandonando il loro arsenale, mentre gli islamisti su rifiutavano di trarne le conseguenze. Il Generale Assef Shawkat ha dato l’assalto finale e ha preso l’Emirato entro poche ore, liberando dalla tirannia degli islamici i civili che vi erano stati intrappolati.
Dal suo quartier generale all’estero, l’esercito libero “siriano”, ora ridotto a ben poca cosa, annunciava il suo “ritiro strategico”. Dal momento che la natura aborrisce il vuoto, il Consiglio nazionale siriano, basato anch’esso all’estero, annunciava la creazione di un Comitato militare composto da esperti siriani e soprattutto stranieri. In quattro giorni, la questione militare si è spostata dal campo di battaglia siriano alle comode sale dei grandi alberghi parigini.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cambiamento di regime in Russia?

Perché Washington vuole farla finita con Putin?
F. William Engdahl GlobalResearch 13 gennaio 2012 

Washington vuole porre fine manifestamente con Putin, ne ha abbastanza! Il messaggio è un po come Kefaya!, Basta!, del movimento egiziano della scorsa primavera. Hillary Clinton e i suoi amici, hanno evidentemente deciso che la possibilità di avere come prossimo presidente russo la persona di Putin, sia un grosso ostacolo ai loro piani. Poco, invece, per capirne il perché. La Russia di oggi, insieme con la Cina e l’Iran in una certa misura, è la spina dorsale, per quanto debole, del solo asse della resistenza efficace in un mondo che sarebbe dominato dall’unica superpotenza globale.
L’8 dicembre, alcuni giorni dopo che i risultati delle elezioni parlamentari russe sono state annunciate, che mostravano un forte calo di popolarità del partito del Primo Ministro Putin, “Russia Unita“, Putin ha accusato gli Stati Uniti e in particolare il ministro degli esteri statunitense Hillary Clinton, di istigare i manifestanti dell’opposizione e le loro proteste contro i risultati delle elezioni. Putin ha detto: “la ministra degli esteri degli Stati Uniti è stata molta veloce nel valutare le elezioni, dicendo che erano parziali e ingiuste, prima ancora di aver ricevuto i materiali degli osservatori dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (gli osservatori elettorali internazionali dell’OSCE)“. [1]
Putin ha continuato dicendo che i commenti prematuri della Clinton, erano il segnale necessario, atteso dai gruppi di opposizione sostenuti dal governo degli USA nelle loro manifestazioni. I commenti della Clinton, ha detto l’uomo, esperto nel campo dell’intelligence russo, è diventato un “segnale per i nostri attivisti che hanno iniziato il loro lavoro attivo con i ministeri degli affari esteri stranieri.” [2]
I grandi media occidentali hanno scelto sia di minimizzare la dichiarazione di Putin o di concentrarsi quasi esclusivamente sulle dichiarazioni del movimento di opposizione russo che emerge dalla situazione. Non dobbiamo guardare lontano per mostrare che lo stesso Putin ha minimizzato il vergognoso grado di interferenza nel processo politico nel suo paese. In questo caso, il paese è la Tunisia, lo Yemen e perfino l’Egitto. Questo è la seconda potenza nucleare del mondo, anche se resta una più piccola potenza economica. Hillary sta giocando con il fuoco termonucleare.  Democrazia o qualcos’altro?
Nessun errore, Putin non è un campione della pratica di ciò che i più considerano essere la democrazia. Il suo annuncio di qualche mese prima dell’accordo tra lui e l’attuale presidente Medvedev, di scambiare la loro posizione dopo le elezioni presidenziali del 4 marzo, ha sconvolto molti russi come se si trattasse di politica volgare e di accordi di retrobottega. Detto questo, ciò che Washington fa per interferire con il cambio di regime è qualcosa di più di un intervento palese. L’amministrazione Obama, la stessa che ha firmato e convertito in legge una serie di misure che stracciano di fatto i diritti costituzionali degli statunitensi, la Costituzione degli Stati Uniti [3], si pone a giudice supremo del mondo, in modo che altri aderiscano a ciò che si creda sia la democrazia.
Esaminiamo più da vicino le accuse do Putin di interferenza degli Stati Uniti nel processo delle elezioni russe. Se guardiamo, troviamo dichiarato apertamente nel loro rapporto annuale di agosto 2011, che una ONG a Washington dal nome  innocente di National Endowment for Democracy (NED), ha i suoi tentacoli in tutta la Russia.
Il NED finanzia un centro di stampa internazionale a Mosca, dove circa 80 ONG possono organizzare conferenze stampa sul tema di loro scelta. Finanzia molti “gruppi della gioventù attivisti” e workshop sulla leadership per “aiutare i giovani a impegnarsi nell’attivismo politico“. Infatti, spende ufficialmente 2,7 milioni di dollari in decine di programmi in tutta la Russia. Le spese per il 2011 saranno pubblicate successivamente nel 2012. [4]
Il NED finanzia anche dei partiti chiave del sistema di rilevazione e studio del sistema elettorale russo, una parte cruciale per poter piagnucolare di frode elettorale. Finanzia in parte l’organizzazione civica di difesa dei diritti e delle libertà democratiche, Golos. Secondo il rapporto annuale del NED, i fondi sono andati a “una dettagliata analisi del ciclo elettorale in Russia, nell’autunno 2010 e nella primavera 2011, che include una valutazione della stampa, dei disordini politici, delle attività delle commissioni elettorali, e altri aspetti dell’attuazione della legislazione elettorale, sul lungo termine delle elezioni“. [5]
Nel settembre del 2011, poche settimane prima delle elezioni di dicembre, il NED ha finanziato una conferenza a Washington invitando una organizzazione d’indagine “indipendente“, il Centro Levada.  Secondo il sito web di Levada, altro contenitore del finanziamento dal NED, [6] ha condotto una serie di sondaggi, un metodo standard usato in Occidente per analizzare i sentimenti dei cittadini. I sondaggi “profilavano gli umori degli elettori prima delle elezioni della Duma e delle elezioni presidenziali, le percezioni dei candidati e dei partiti politici e la fiducia degli elettori nel sistema di “democrazia gestita” che è stato istituita nell’ultimo decennio”.
Uno degli ospiti della conferenza di Washington era Vladimir Kara-Murza, Consigliere del Parlamento per Solidarnost (Solidarietà), il movimento russo d’opposizione democratica. E’ anche  “consulente dell’opposizione alla Duma di Boris Nemtsov,” secondo la NED. Un altro oratore era del think-tank neo-conservatore Hudson Institute. [7] 
Nemtsov è un personaggio dell’opposizione a Putin ad oggi più importante, ed è anche il presidente di Solidarnost, un nome curiosamente ripreso dai giorni della Guerra Fredda, quando la CIA finanziava l’opposizione  polacca dei lavoratori e del sindacato Solidarnosc di Lech Walesa. Altro su Nemtsov, più avanti in questo articolo.
Il 15 dicembre 2011, sempre a Washington, mentre una serie di azioni anti-Putin è stata innescata dai manifestanti sostenuti dagli Stati Uniti, guidati da Solidarnost e da altre organizzazioni, il NED tenn un’altra conferenza su “L’attivismo giovanile in Russia: una nuova generazione può fare la differenza“, in cui l’oratore principale era Tamirlan Kurbanov, che secondo il NED “è stato responsabile del programma presso la sede di Mosca del National Democratic Institute for International Affairs”, dove era coinvolto “nello sviluppo e nell’espansione della capacità delle organizzazioni politiche e civili, a promuovere la partecipazione dei cittadini nela vita pubblica, in particolare l’impegno politico dei giovani“. [8] L’Istituto è un ramo del NED.

La storia della nebulosa NED
Aiutare i giovani a impegnarsi nell’attivismo politico, è precisamente ciò che la stessa NED ha fatto in Egitto negli ultimi anni, in preparazione del rovesciamento di Mubarak. Il NED è stato determinante secondo fonti informate negli Stati Uniti, nelle “rivoluzioni colorate“, fomentate dagli Stati Uniti nel 2003-2004 in Ucraina e Georgia, che ha portato al potere dei burattini pro-NATO. Il NED è stato anche attivo nel promuovere i “diritti umani” in Myanmar, Tibet e nella provincia dello Xinjiang, ricca di petrolio. [9]
Come analisti seri della “rivoluzione arancione” in Ucraina e altre rivoluzioni colorate hanno scoperto, il controllo dei  sondaggi e la capacità di dominare le percezioni dei media internazionali, soprattutto dei grandi  canali televisivi come la CNN e la BBC, sono componenti essenziali del programma di destabilizzazione di Washington. Il Centro Levada si trova in una posizione cruciale in questo senso, per la pubblicazione dei sondaggi d’insoddisfazione verso il regime.
Secondo la sua stessa descrizione, il NED è “una fondazione privata senza scopo di lucro dedicata allo sviluppo e al rafforzamento delle istituzioni democratiche nel mondo. Ogni anno, con il finanziamento del Congresso degli USA, il NED ha sostenuto oltre 1000 progetti di gruppi non governativi all’estero, che lavorano per degli obiettivi democratici in oltre 90 paesi“. [10]
Non potrebbe sembrare più nobile e ben intenzionato. Ad ogni modo, preferiscono omettere la loro vera storia. Nei primi anni ’80, il direttore della CIA Bill Casey convinse il presidente Reagan a creare una ONG plausibile, il NED, per far avanzare l’agenda globale di Washington con metodi diversi dall’azione diretta della CIA . Questo fu parte del processo di “privatizzazione” dei servizi segreti statunitensi, per rendere il loro lavoro più “efficiente“. Allen Weinstein, che ha contribuito a scrivere la legislazione che ha creato il NED, ha detto in un’intervista al Washington Post nel 1991: “Molto di ciò che facciamo oggi è stato fatto clandestinamente dalla CIA, 25 anni fa“. [11] Interessante. La maggior parte dei finanziamenti dal NED proviene dal contribuente attraverso il Congresso. Il NED è, in ogni senso del termine, un feudo della comunità d’intelligence del governo statunitense.
Il NED è stato creato dall’amministrazione Reagan per fungere, di fatto, da CIA privatizzata. per fornire più risorse e libertà di azione. I membri del comitato direttivo del NED tradizionalmente provengono dalla comunità dell’intelligence e dal Pentagono. Tra cui il generale in pensione Wesley Clark, l’uomo che ha bombardato la Serbia nel 1999. I membri chiave legati al servizio delle azioni segrete della CIA, che hanno servito nel comitato direttivo del NED, comprendono Otto Reich, John Negroponte, Elliott Abrams e Henry Cisneros. Il presidente del consiglio del NED nel 2008 è stato Vin Weber, fondatore dell’ultra-conservatrice Empower America e donatore della campagna presidenziale di George W. Bush. L’attuale presidente del NED è John Bohn, ex amministratore delegato della controversa agenzia di rating Moody, che ha svolto un ruolo malsano nel crollo del mercato dei subprime e della sicurezza degli Stati Uniti. Il comitato direttivo attuale del NED comprende l’ultra-conservatore ambasciatore di Bush in Iraq e in Afghanistan, Zalmay Khalilzad. [12]
E’ anche molto istruttivo guardare le persone che sono assurte nelle posizioni di leader dell’opposizione, recentemente, in Russia. Il “poster boy” dei giovani dell’opposizione e in particolare dei media occidentali, è Aleksej Navalny, il cui blog Navalny LiveJournal lo presenta come una quasi-martire del movimento di protesta, dopo aver trascorso 15 giorni nelle carceri di Putin, partecipando a una manifestazione vietata. In una grande manifestazione del giorno di Natale a Mosca, Navalny, che forse era stato intossicati dalla visione di troppi film di Eisenstein sulla rivoluzione del 1917, ha detto alla folla: “Vedo gente a sufficienza per prendere il Cremlino e la Casa Bianca (sede presidenziale russa) ora…” [13]
L’establishment mediatico occidentale tifa per Navalny, la BBC lo ha descritto come “probabilmente l’unica figura  dell’opposizione degna di questo nome in Russia, negli ultimi cinque anni” e la rivista Time l’ha definito “l’Erin Brockovich russo“, un curioso riferimento al film di Hollywood che ha caratterizzato Julia Roberts come investigatrice legale ed attivista. Comunque, la cosa più importante è che Navalny sia della Yale University sulla East Coast degli USA, che è anche l’Università della famiglia Bush (nota: e luogo di residenza della “fratellanzaSkull and Bones), dove è stato un “Fellow World Yale“. [14]
Il carismatico Navalny è  anche nella lista delle persone pagate dal NED per destabilizzare il paese.  Secondo un post sul blog Navalny stesso, il suo LiveJournal, che è sostenuto dal NED (nota: dunque la CIA, il che non significa che sia un “agente“, naturalmente) nel 2007 e 2008. [15] [16]
Con Navalny, i protagonisti del movimento di protesta anti-Putin sono centrati attorno Solidarnost, che è stato creato nel 2008 da Boris Nemtsov, Vladimir Ryzhkov e altri. Nemtsov non è qualcuno che contesta la corruzione. Secondo Business Week Russia del 23 settembre 2007, Nemtsov ha presentato il banchiere russo Boris Brevnov a Gretchen Wilson, cittadino USA e dipendente della International Finance Corporation, una filiale della Banca Mondiale. Con l’aiuto di Nemtsov, Wilson è riuscita a privatizzare la Balakhna Pulp e Paper Mill (nota: società di carta di grandi dimensioni) al prezzo ridicolmente basso di 7 milioni di dollari. La società è stata prosciugata e poi venduta alla Banca Swiss Investment di Wall Street, CS First Boston Bank. I rapporti finanziari dicono che il reddito dell’impianto è stato di 250 milioni di dollari. [17]
La CS First Boston Bank anche pagato tutte le spese di viaggio di Nemtsov al molto esclusivo per forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Nemtsov, quando divenne membro del gabinetto del direttore, il suo protetto Brevnov fu nominato presidente della Unified Energy System di Russia – JSC. Due anni dopo, nel 2009, Boris Nemtsov, oggi il “Signor anticorruzione“, ha usato la sua influenza per liberare Brevnov dalle accuse di appropriazione indebita per miliardi di beni della Unified Energy System di Russia. [18]
Nemtsov anche accettato denaro dal carcere oligarca Mikhail Khodorkovsky nel 1999, quando ha usato i suoi miliardi per cercare di acquistare il Parlamento, o Duma. Nel 2004, Nemtsov ha incontrato l’oligarca miliardario in esilio Boris Berezovsky, in un incontro segreto con altri russi influenti in esilio. Quando Nemtsov è stato accusato di finanziare il suo nuovo partito politico “Per una Russia legale e senza corruzione” con fondi esteri, i senatori statunitensi John McCain, Joe Lieberman e Mike Hammer del Consiglio di Sicurezza Nazionale del presidente Obama, sono volati in suo aiuto. [19]
Molto vicino al delinquente Nemtsov, Vladimir Ryzhkov di Solidarnost è anche molto vicino ai circoli svizzeri di Davos, ed ha anche finanziato una Davos siberiana. Secondo i resoconti della stampa russa di aprile 2005, Ryzkhov formò il comitato 2008 nel 2003, per “attrarre” i fondi di Khodorkovsky imprigionato e per sollecitare fondi dagli oligarchi latitanti come Boris Berezovsky e dalle fondazioni occidentali come la Fondazione Soros. Lo scopo dichiarato della manovra è riunire le forze della “democrazia” contro Putin. Il 23 maggio 2011, Ryzhkov, Nemtsov e altri hanno registrato un nuovo partito politico, Partito della Libertà Popolare, in modo da poter mettere in campo un candidato contro il presidente Putin nel 2012. [20]
Un’altra persona di influenza nel recente movimento anti-Putin è l’ex campione mondiale di scacchi, riciclatosi politico di destra, Gary Kasparov, un altro membro fondatore di Solidarnost. Kasparov è stato identificato alcuni anni fa, come membro del consiglio di think tank neo-conservatore militare di Washington. Nell’aprile 2007, Kasparov ha ammesso che era membro del National Security Advisory Council Center for Security Policy, “un’organizzazione della sicurezza nazionale e senza scopo di lucro, e non di parte, che è specializzata nell’identificazione di politiche, azioni e risorse vitali per la sicurezza degli Stati Uniti.” In Russia, Kasparov è più tristemente conosciuto per i suoi legami con Leonid Nevzlin, l’ex vice presidente della Yukos e partner di Mikahail Khodorskovsky. Nevzlin fuggì in Israele per evitare le accuse mosse contro di lui per omicidio e di aver assunto sicari per eliminare “dei suoi obiettori“, quando era vice presidente della Jukos. [21]
Nel 2009, Kasparov e Boris Nemtsov incontrarono lo stesso Barack Obama per discutere dell’opposizione russa a Putin, e questo su invito personale del presidente statunitense, presso il Ritz Carlton Hotel di Washington. Nemtsov aveva chiesto a Obama di incontrarsi con le forze dell’opposizione russa: “Se la Casa Bianca è d’accordo con il suggerimento che Putin non può parlare che con le organizzazioni pro-Putin … vuol dire che Putin ha vinto, non solo, ma che Putin ha confermato che Obama è debole“, ha detto.Nel corso di questo stesso 2009, Nemtsov è stato invitato a parlare al Council on Foreign Relations (CFR) di New York, senza dubbio il think-tank sulla politica estera più potente degli Stati Uniti. Quindi, non solo il Ministero degli Affari Esteri e NED ha speso milioni per costruire l’opposizione a Putin e una coalizione contro di lui in Russia, ma il presidente degli Stati Uniti intervenne personalmente nel processo. [22]
Ryzhkov, Nemtsov, Navalny e l’ex ministro delle Finanze di Putin, Aleksej Kudrin, sono stati coinvolti nell’organizzazione della manifestazione anti-Putin a Mosca il 25 dicembre, che hanno attirato circa 120 000 persone. [23] Perché è Putin?
La questione rilevante è perché Putin a questo punto? Non dobbiamo guardare lontano per una risposta. Washington e in particolare l’amministrazione Obama, se ne fregano se la Russia è democratica o meno. La preoccupazione principale è l’ostacolo ai piani di Washington al dominio totale del pianeta che Putin rappresenta. Secondo la Costituzione russa, il Presidente della Federazione Russa è il capo di stato, comandante in capo e il titolare delle più alte posizioni della federazione. Dirigerà il controllo della difesa e della politica estera.
Dobbiamo chiederci quale politica? Certamente delle contromisure drastiche contro l’accerchiamento della Russia da parte delle forze della NATO e contro l’installazione di Washington di un pericoloso sistema di missili balistici a intorno alla Russia, questo sarà un punto critico del programma di Putin. L’”aggiornamento dei rapporti russo-americani” d’Hillary Clinton finirà nella spazzatura, se non c’è già. Possiamo anche aspettarci un uso più aggressivo della carta dell’energia russa, con una diplomazia degli oleodotti volta a rafforzare i legami con i membri della NATO, come Francia, Italia e Germania, indebolendo così il supporto alla politica aggressiva della NATO e alle sue misure contro la Russia. Possiamo aspettarci un consolidamento dei legami fra la Russia e l’Eurasia, in particolare con la Cina, l’Iran e forse anche l’India, per rafforzare la debole spina dorsale della resistenza contro i piani del Nuovo Ordine Mondiale sostenuti da Washington.
Ci vorrà più di qualche manifestazione a temperature sotto lo zero, a Mosca e a St Pietroburgo, di una cricca di personaggi della corrotta e nebulosa opposizione come Kasparov e Nemtsov, per far deragliare la Russia. Ciò che è chiaro è che Washington sta spingendo a tutto campo contro l’Iran, la Siria, dove la Russia ha una base vitale navale, la Cina, e ora nella stessa Russia e nei paesi dell’area dell’euro guidata dalla Germania. Si intuisce il tentativo di por fine alla partita, per una superpotenza in declino.
Gli Stati Uniti oggi sono una superpotenza nucleare fallita de facto. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale non è mai stato così contestato dai tempi di Bretton Woods, nel 1944. Questo ruolo e quello degli Stati Uniti di potenza militare mondiale assoluta, furono le basi del secolo dell’egemonia statunitense dal 1945.
Indebolendo il ruolo del dollaro nel commercio internazionale e, infine, come valuta di riserva, la Cina è in procinto di stabilire relazioni bilaterali commerciali con il Giappone,  cortocircuitando il dollaro. La Russia sta facendo lo stesso con i suoi principali partner commerciali. La ragione principale per cui Washington ha lanciato una guerra monetaria totale aperta contro l’euro, alla fine del 2009, è impedire la minaccia crescente, dalla Cina e da altre nazioni, che si allontanino dal dollaro prendendo l’euro come valuta di riserva. Questo non è un compito facile. In realtà Washington può finanziare le sue guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e altrove. per il fatto che la Cina e altre nazioni con un surplus commerciale, investono il loro surplus di dollari in titoli di Stato degli Stati Uniti, con l’acquisto del debito degli Stati Uniti. Se questo dovesse cambiare anche di poco, causerebbe un notevole aumento dei tassi di interesse negli USA e la pressione finanziaria su Washington diventerebbe enorme.
Di fronte ad una crescente erosione del suo status di unica superpotenza mondiale, Washington si rivolge ora sempre più alla forza militare dura e pura per mantenere il suo status. Per questo per avere successo, deve essere neutralizzati Russia e Iran e Cina. Questa sarà la chiave nell’agenda del presidente degli Stati Uniti a venire, chiunque sia.

Note
[1] Alexei Druzhinin, Putin says US encouraging Russian opposition, RIA Novosti, Mosca, 8 dicembre 2011
[2] Ibidem.
[3] Jonathan Turley, The NDAA’s historic assault on American liberty, guardian.co.uk, 2 gennaio 2012
[4] National Endowment for Democracy, Russia, from NED Annual Report 2010, Washington, DC, pubblicato nell’agosto 2011
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] NED, Elections in Russia: Polling and Perspectives, 14 settembre 2011
[8] NED, Youth Activism in Russia: Can a New Generation Make a Difference?, 15 dicembre 2011 
[9] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, 2010, edizione Engdahl press. Il libro descrive in dettaglio le origini del NED e delle varie ONG sui “diritti umani” sponsorizzate dagli USA e come sono stati utilizzati per rovesciare i regimi non amichevole, per una più ampia agenda geopolitica degli Stati Uniti.
[10] National Endowment for Democracy, About Us.
[11] David Ignatius, Openness is the Secret to Democracy, Washington Post National Weekly Edition, 30 settembre – 6 ottobre 1991, 24-25.
[12] F. William Engdahl, Op. Cit., p.50.
[13] Yulia Ponomareva, Navalny and Kudrin boost giant opposition rally, RIA Novosti, Mosca, 25 dicembre 2011.
[14] Yale University, Yale World Fellows: Alexey Navalny, 2010.
[15] Alexey Navalny, emails between Navalny and Conatser, (sinteti in inglese dell’autore su  www.warandpeace.ru).
[16] Ibidem.
[17] Business Week Russia, Boris Nemtsov: Co-chairman of Solidarnost political movement, Business Week Russia, 23 settembre 2007 .
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Russian Mafia.ru, Vladimir Ryzhkov: Co-chairman of the Party of People’s Freedom
[21] Russian Mafia.ru, Garry Kasparov: The leader of United Civil Front, http://www.rumafia.com/person.php?id=1518 .
[22] The OtherRussia, Obama Will Meet With Russian Opposition, 3 luglio 2009 
[23] Julia Ponomareva, op. cit.

F. William Engdahl è l’autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, può essere contattato tramite il suo sito web all’indirizzo: www.engdahl.oilgeopolitics.net

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Osservatori arabi in Siria Vs NED: chi è legittimo?

Julien Teil La Guerre Humanitaire 9 Gennaio 2012

Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una vera e propria sollevazione dei media occidentali, francesi in testa. Questi ritengono di essere in grado di contestare la legittimità degli osservatori della Lega Araba in Siria. Tutte i rilanci cui questi media fanno appello, sono collegati al NED (National Endowment for Democracy). L’organizzazione è stata fondata nel 1982 da Reagan e mira a usare il pretesto dei diritti umani al fine di nascondere le interferenze degli Stati Uniti.
La critica dei media occidentali si basa su due argomenti principali:
Gli osservatori della Lega Araba non possono fare il loro lavoro a fondo, perché il regime siriano nasconde le prove dei suoi crimini controllando gli osservatori inquadratura.
Il generale sudanese Mohamed Ahmed Mustafa al-Dabi nominato capo degli osservatori, non sarebbe “credibile”.
La prima affermazione è da intendersi per ciò che vuole nascondere, attraverso la retorica del dubbio:
-Il regime siriano nasconde le prove dei suoi crimini – come avrebbe fatto il regime di Gheddafi, cosa non ancora provata a tutt’oggi.
-Inoltre, l’esercito siriano supervisiona in modo vincolante la libertà degli osservatori. Sarebbe dunque estremamente difficile produrre le prove.
-Non ci saranno prove concrete a seguito di questa missione, se non il primo rapporto di Navi Pillay al consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, rapporto così povero che non può essere considerato da un tribunale, costituente una prova solida per accusare il regime siriano.
La seconda affermazione – a sua volta – mette in dubbio la legittimità della procedura dell’osservazione della Lega Araba.
Nega la legittimità in particolare del generale sudanese Mohamed Ahmed Mustafa al-Dhabi, responsabile della missione di osservazione.
In particolare, Marc Lavergne, coordinatore del gruppo degli esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in Darfur, nel 2006, lo ha criticato per essersi opposto a una “indagine sui crimini contro l’umanità in atto nel Darfur. Quindi c’è qualcuno che passa egli stesso per un torturatore agli occhi dell’opposizione sudanese“. Sarebbe quindi egli stesso legato connessi ad atti efferati come quelli che di cui si accusa il regime siriano.
Ma di nuovo, ancora nessuna produzione di prove.
Queste due affermazioni si basano quindi l’una sull’altra, senza che nessuna di esse possa essere indipendentemente giustificata da fatti e prove documentate.  Ma presentati così, la mente non penserà a mettere in discussione la veridicità delle prima accusa  indipendentemente dalla seconda.
Quindi cerchiamo di invertire questa logica e chiediamoci se queste affermazioni, abbiano senso in termini di diritto internazionale, poiché riguardano un conflitto, ma soprattutto la ragione.
La Carta delle Nazioni Unite intende limitare la sovranità degli Stati per prevenire tensioni internazionali che possano portare a conflitti armati. Ma questa limitazione non consente interferenze in alcun modo. Ora, in questo caso, si tratta sempre della questione di commentare l’esercizio del potere in Siria, quindi è bene mettere in discussione e criticare – quasi contestare, l’esercizio della sovranità della Siria sul proprio territorio.
Detto questo, ora vediamo i rilanci di queste asserzioni contro il regime siriano.
L’OSDH (Observatoire Syrien des Droits de l’Homme) non è altro che un’organizzazione finanziata dal National Endowment for Democracy – che dipende dal Congresso degli Stati Uniti. Eppure, le loro accuse sui crimini del regime siriano vengono riprodotti sui media ogni giorno. L’organizzazione ha sede a Londra, come le tre organizzazioni della NED dedicate alla Libia.
Il Damascus Center for Human Rights Studies è presieduto da Radwan Ziadeh. Il suo curriculum vitae è impressionante, impariamo molto della sua attività politica e personale all’interno del NED. L’organizzazione è finanziata dalla FIDH. Inoltre, Radwan Ziadeh si occupa delle formalità diplomatiche tra NED/FIDH e il Consiglio dei Diritti Umani sulla questione siriana, e attraverso un’altra organizzazione della FIDH: Cairo Institute for Human Rights.
Axel Poniatowski è responsabile della “risoluzione” del problema posto e inventato dai suoi alleati. Cioè: confondere le tracce, proponendo la sostituzione degli osservatori della Lega Araba con altri osservatori, aggirando la possibilità di una soluzione pacifica chiedendo il deferimento al Consiglio di sicurezza.
Crede, in un articolo di Le Monde, che “Questo piano (l’invio di osservatori arabi) è utile, deve ora essere oggetto di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questo modo sarà più difficile l’opposizione di Cina e Russia“.
Axel Poniatowski è il Presidente della Commissione Affari esteri dell’Assemblea nazionale dal 28 giugno 2007. Ma ha anche partecipato alla fondazione del Movimento Internazionale dei parlamentari per la democrazia, un programma del World Movement for Democracy del NED. Questo programma è stato fondato nel 2003, quando si riunirono 24 parlamentari provenienti da 13 paesi diversi. Un altro francese vi partecipava: Jean Dominique Giuliani, presidente della Fondazione Robert Schuman per l’Europa.
Conclusione: il National Endowment for Democracy la cui legittimità – riguardo a essa – può essere veramente messa in discussione, prevede di essere in grado di produrre interamente il discorso le accusatorio contro il regime siriano e così come la soluzione giusta per ogni situazione.
Pertanto:
Il National Endowment for Democracy non è una Organizzazione Non Governativa (ONG) poiché il suo bilancio è votato dal Congresso degli Stati Uniti.
L’organizzazione interferisce illegalmente nella vita politica di molte nazioni: Russia, Venezuela, Libia, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, ecc.
L’organizzazione, nonostante il suo discorso accusatorio non ha prodotto, finora, alcuna prova seria contro il regime siriano.
In sintesi, coloro che intendono utilizzare il sofisma per farci ammettere l’impossibilità di produrre delle prove senza deferimento al Consiglio di sicurezza – e quindi senza il rischio di distruggere ogni possibilità di procedura dell’osservazione – sono proprio quelli che hanno meno legittima per poter commentare questa procedura. Infatti, si pongono formalmente al di fuori del quadro del diritto internazionale e anche all’offensiva, quest’ultima essendo in contraddizione con l’idea di risoluzione dei conflitti intraterritoriali. Inoltre, l’obiettivo dichiarato è quello di bypassare il veto russo e cinese, ossia sfidare ancora una volta l’esercizio della sovranità di alcune nazioni anche se è conforme con le attuali procedure internazionali nel caso siriano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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