Un altro sospetto incidente aereo in America Latina, aiuta gli interessi statunitensi e globalisti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19/08/2014

Brazilian President Rousseff cancels US visit over spying claimsLe elezioni presidenziali in Brasile, ad ottobre, sarebbero state una passeggiata virtuale per la presidentessa in carica Dilma Rousseff. Questo fino all’incidente aereo che ha ucciso il piuttosto scarso avversario di Rousseff, l’economista ed ex-governatore di Pernambuco Eduardo Campos. Il 13 agosto l’aereo che trasportava Campos, candidato presidenziale centrista liberista brasiliano, terzo dopo il candidato del più conservatore partito socialdemocratico Aécio Neves, economista e campione dell’austerità, si schiantava in una zona residenziale di Santos, nello Stato di Sao Paulo, Brasile. Campos era un candidato dell’ex-sinistro ed ora “liberista” Partito Socialista brasiliano. Come con i partiti laburisti inglese, australiano e neozelandese, quelli liberale e democratico canadesi, e il partito democratico degli Stati Uniti, gli interessi corporativi e sionisti hanno infiltrato il Partito Socialista brasiliano trasformandolo nel partito della “terza via” liberista, conservando in modo fraudolento la denominazione “socialista”. E’ chiaro che, dalla scoperta dello spionaggio dell’US National Security Agency di posta elettronica e cellulari della Presidentessa del Partito dei Lavoratori brasiliani Dilma Rousseff e dei suoi ministri, la conseguente cancellazione di una visita di Stato a Washington di Rousseff e il benvenuto in Brasile al presidente russo Vladimir Putin e agli altri leader del blocco economico BRICS, al vertice di Fortaleza, gli Stati Uniti cercano di destabilizzare il Brasile. Il dipartimento di Stato e la CIA cercano gli anelli deboli del Brasile di Rousseff creando le stesse condizioni d’instabilità che hanno fomentato in altri Paesi dell’America Latina, come Venezuela, Ecuador, Argentina (tramite il credit default nazionale pianificato dall’avvoltoio sionista capitalista Paul Singer), e Bolivia. Tuttavia, Rousseff, che affronta Washington annunciando, assieme agli altri leader dei BRICS a Fortaleza, la creazione della banca di sviluppo dei BRICS competendo con la Banca Mondiale controllata da USA e UE, sembrava imbattibile nella rielezione. Certamente era così fino al 13 agosto, quando Campos e quattro dei suoi consiglieri, insieme a pilota e co-pilota, rimasero uccisi nello schianto del Cessna 560XL. L’incidente ha permesso di promuovere la compare di Campos nella corsa presidenziale, la candidata alla vicepresidenza del partito socialista Marina Silva. Nel 2010 Silva ebbe un sorprendente 20 per cento di voti quale candidata del Partito Verde alle presidenziali. Piuttosto che concorrere come candidata dei verdi, quest’anno Silva ha deciso di unirsi al liberista Campos. Silva è ora vista come la migliore occasione del Partito Socialista di sconfiggere Rousseff alle elezioni presidenziali di ottobre. Silva, cristiana evangelica in un Paese cattolico romano, viene anche vista vicina alla “società civile” globale dell’infrastruttura dei gruppi dell’“opposizione controllata” finanziati dallo speculatore dei fondi hedge George Soros. Come capo dei tentativi di proteggere la foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana, Silva viene lodata dai gruppi ambientali finanziati dall’Open Society Institute di Soros. La propaganda di Silva è piena di frasi in codice sorosiane, come “società sostenibile”, “società della consapevolezza” e “diversità”. Silva sfilò con la squadra brasiliana alla cerimonia di apertura delle olimpiadi del 2012 a Londra. Il ministro dello Sport brasiliano Aldo Rebelo disse che la partecipazione di Silva alle olimpiadi fu approvata dalla famiglia reale inglese, avendo “sempre avuto buoni rapporti con l’aristocrazia europea”. Silva è anche più moderata di Rousseff sulle politiche d’Israele sulla Palestina. Come cristiana pentecostale delle Assemblee di Dio, Silva è membro di una setta al cuore del movimento mondiale dei “cristiani-sionisti”, avidamente pro-Israele, come le organizzazioni ebraiche sioniste B’nai B’rith e Congresso Ebraico Mondiale. Le Assemblee di Dio credono che Israele: “Secondo le Scritture, ha un ruolo importante da svolgere per la fine dei tempi. Per secoli gli studiosi della Bibbia hanno riflettuto sulla profezia di un Israele restaurato. ‘Questo è ciò che dice il Signore Dio: prenderò i figli d’Israele dalle nazioni in cui sono andati. Li radunerò da ogni parte e li riporterò nella loro terra’. Quando la nazione del moderno Israele fu fondata nel 1948, e gli ebrei iniziarono il ritorno da tutto il mondo, gli studiosi della Bibbia sapevano che Dio era al lavoro e che molto probabilmente viviamo gli ultimi giorni”. Nel 1996 Silva ricevette il Goldman Environmental Prize, istituito dal fondatore della Goldman Insurance Company. Richard Goldman e dalla moglie Rhoda Goldman, erede di Levi Strauss, della famosa azienda di abbigliamento. Nel 2010 Silva fu nominata dalla rivista Foreign Policy, diretta da David Rothkopf, ex-amministratore delegato dei Kissinger Associates, tra i “migliori pensatori globali”.
712383 I dettagli completi della causa dell’incidente aereo di Campos non saranno mai noti. Assistono alle indagini il National Transportation Safety Board (NTSB) e la Federal Aviation Administration statunitensi. Gli investigatori di NTSB e FAA saranno stati sicuramente informati ed informeranno, i funzionari della CIA di stanza in Brasilia, desiderosi che la relazione sullo schianto concluda con “tragico incidente”. La CIA è riuscita a nascondere il suo coinvolgimento in altri incidenti aerei latinoamericani che eliminarono gli avversari dell’imperialismo USA in America Latina. Il 31 luglio 1981 il presidente panamense Omar Torrijos fu ucciso quando il suo aereo si schiantò nei pressi di Penonomé, Panama. Dopo l’invasione di Panama di George HW Bush nel 1989, i documenti sull’indagine dell’incidente aereo del governo panamense del generale Manuel Noriega, furono sequestrati dai militari statunitensi e scomparvero. Due mesi prima che Torrijos venisse ucciso, il presidente ecuadoriano Jaime Roldós, leader populista che si oppose agli Stati Uniti, fu ucciso quando il suo aereo Super King Air, convertito in aereo VIP dell’aeronautica ecuadoriana, si schiantò nella montagna Huairapungo nella provincia di Loja. L’aereo trasportava anche la First Lady dell’Ecuador, il ministro della Difesa e la moglie. Furono tutti uccisi nello schianto. L’aereo non aveva il registratore dei dati di volo, noto come “scatola nera”. A Zurigo, la polizia svizzera condusse una propria indagine scoprendo che l’indagine ufficiale del governo ecuadoriano era gravemente viziata. Ad esempio, il rapporto del governo ecuadoriano sull’incidente omise di menzionare che i motori dell’aereo furono spenti prima che l’aeromobile finisse sul fianco della montagna. Come l’aereo di Roldós, il Cessna di Campos non aveva un registratore dei dati di volo. Inoltre, l’aeronautica brasiliana annunciò che le due ore di audio del registratore della cabina del Cessna di Campos non ripresero le conversazioni tra pilota, co-pilota e controllo a terra, il 13 agosto. Il registratore della cabina di volo dello sfortunato Cessna 560XL è prodotto da L-3 Communications, Inc. di New York City. L-3 è un importante contractor dell’intelligence statunitense che rifornisce la National Security Agency della maggior parte dei sistemi di ascolto dei cavi sottomarini tramite un accordo tra NSA e la controllata di L-3, Global Crossing.
Sebbene il candidato alla presidenza brasiliana Campos non fosse nemico degli Stati Uniti, la sua morte sospetta, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, e la sostituzione con una beniamina delle infrastrutture di George Soros, sono una minaccia elettorale per Rousseff, sicuramente considerata una nemica da Washington. Stati Uniti e Soros cercano vari modi per penetrare e perturbare le nazioni BRICS. Il tentativo Soros/CIA di promuovere il membro del Politburo cinese Bo Xilai alla presidenza cinese fallì quando lui e la moglie furono arrestati e incarcerati per corruzione. Con la Russia e Sud Africa off-limits per qualsiasi intrigo del genere, India e Brasile sono al centro dei tentativi di CIA e Soros di spezzare i BRICS. Sebbene il governo di destra di Narendra Modi in India sia nuovo, i primi segni di frattura dei BRICS sono incoraggianti. Ad esempio, con il ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj, alleato schietto ed attivo d’Israele. Il Brasile di Rousseff è visto da CIA e Soros quale migliore opportunità di incunearvisi; in tal caso Marina Silva, alla guida di una nazione BRICS, diverrebbe un “cavallo di Troia” contro il blocco economico dalla crescente importanza. L’incidente aereo che ha ucciso Eduardo Campos contribuisce a promuovere un’agente di George Soros al palazzo presidenziale Alvorada di Brasilia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’MH17 una false flag della CIA che non vola

F. William Engdahl Nsnbc 2 agosto 2014

Crash site of Malaysia Airlines flight MH17Il mondo ha già visto tali sceneggiate. Ha visto l’incidente sotto falsa bandiera del Golfo del Tonchino durante la guerra del Vietnam. Ha visto l’episodio del finto gas Sarin di CIA e sauditi, nel 2013, che ha portato il mondo sull’orlo della guerra mondiale. Ha visto l’episodio dell’uranio yellowcake fasullo del Niger usato per costringere il Congresso degli Stati Uniti alla guerra contro l’Iraq di Sadam Husayn nel 2003, per le cosiddette armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Ora il mondo vede di nuovo le frenesie del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA per cercare d’accusare la Russia di Putin di fornire ai separatisti dell’Ucraina orientale armi antiaeree altamente sofisticate russe che sarebbero state utilizzate per abbattere l’aereo delle Malaysia Airlines. Putin, accusa il segretario di Stato John Kerry su cinque (!) talk show del 20 luglio, di non controllare i ribelli dell’Ucraina orientale. La prova di tutto questo? I “social media”, secondo il portavoce ufficiale del dipartimento di Stato. La buona notizia per quelle anime sobrie che non desiderano vedere la terza guerra mondiale tra Cina-Russia e Paesi BRICS contro USA/NATO, trasformando l’Europa occidentale in un Trümmerfeld devastato per la terza volta in un secolo, è che tale tentativo d’incolpare la Russia di Putin si ritorce contro, anche s’è stato deciso.

Domande senza risposta
Una delle caratteristiche più scioccanti della copertura dei media mainstream occidentali sul caso del MH17 è la totale mancanza di un serio e prudente giornalismo investigativo, esistente solo pochi anni fa. Invece di peccare per eccesso di cautela prima di giudicare una situazione che potrebbe facilmente innescare una nuova Guerra Fredda o, peggio, CNN, New York Times, Washington Post e la maggior parte dei media UE, tra cui quelli tedeschi, hanno semplicemente citato i funzionari del governo di Kiev, tra cui dei neo-nazisti, come se fossero credibili. Una vera inchiesta deve esaminare le domande insolute. In primo luogo dovremmo cominciare con molte domande, senza risposta, assai cruciali, prima di decidere cosa sia successo al Boeing 777 del MH17, quel 17 luglio.

MH17_Flightpath_Ukraine_EngdahlScreenshot da FlightAware.com compilato da Vagelis Karmiros che collaziona tutte le rotte del MH-17 tracciate da FlightAware mostrando come, mentre tutti gli ultime 10 rotte passano tranquillamente a sud della regione di Donetsk, sorvolando il Mare di Azov, solo il 17 luglio, il tragico volo MH17 passò proprio sul Donetsk.

Il primo è il motivo per cui il controllo del traffico aereo di Kiev del ministero dell’Aviazione dell’Ucraina, ordinò al MH17 di deviare dalla rotta pianificata che evitava la zona di guerra nell’Ucraina orientale? Secondo rapporti iniziali di FlightAware.com, che traccia online tutti gli aeromobili civili, il 17 luglio il Boeing 777 del Volo MH17 delle Malaysia Airlines, dall’aeroporto Schiphol di Amsterdam a Kuala Lumpur in Malesia, deviava in modo significativo in altitudine e rotta da tutti gli altri voli commerciali che dall’inizio della guerra civile in Ucraina orientale, ad aprile, volano a sud della regione in conflitto. Le domande chiave prima d’incolpare qualcuno, furono completamente ignorate dal governo ucraino a Kiev, dall’amministrazione Obama a Washington, dalla maggior parte dei media occidentali, è perché il pilota deviò dalla rotta? Perché sorvolò lo spazio aereo vietato? E quali istruzioni diede il controllo aereo di Kiev al pilota, nei minuti prima della tragica esplosione? Curiosamente, dopo che i dati di FlightAware furono pubblicati inizialmente, il sito cambiò versione sulla rotta del MH17. Perché l’ha fatto?

Il falso video della ‘pistola fumante’ di Kiev
La maggior parte delle argomentazioni dell’amministrazione Obama su chi sia responsabile del  MH17 cita i funzionari del governo di Kiev. Eppure hanno mentito ripetutamente dal colpo di Stato del 22 febbraio 2014, che li ha messi al potere illegalmente con le armi. Poche ore dopo la notizia dell’abbattimento dell’aereo, l’intelligence ucraina diffuse ciò che sosteneva essere la “prova” che il MH17 era stato abbattuto dai separatisti agli ordini diretti della Russia. Il video su YouTube di 2:23 minuti pretese di dimostrare che “i militanti del ‘gruppo Bes’, usando un missile antiaereo russo, avevano abbattuto l’aereo di linea Boeing 777 delle Malaysia Airlines da Amsterdam a Kuala Lumpur‘. L’intelligence ucraina presentò ciò che pretendeva essere le registrazioni delle conversazioni tra un separatista filo-russo e il suo coordinatore Vasil Geranin, che sarebbe un colonnello del Primo direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe. Si parla dell'”abbattimento di un jet”, senza capire se si tratta di un jet civile o militare, potendo anche riferirsi a un Su-25 ucraino abbattuto alcune ore prima nei combattimenti. Nel video su YouTube non c’è modo di provare che l’audio non sia semplicemente un copione letto da due attori in uno studio. La “pistola fumante” di Kiev, il video, scomparve dai media quando diligenti ricercatori informatici scoprirono che data/ora mostravano che il fu messo online il 16/07/2014 alle 19:10 ora di Kiev, il giorno prima dell’abbattimento del MH17. Ops! Tornate a studiare a Langley, ragazzi. Questo per quanto riguarda la credibilità del governo di Kiev, che ha sempre mentito fin dal primo giorno al potere.

Le simultanee manovre USA/NATO
Ora passiamo a una coincidenza molto interessante. Proprio come avvenne negli attacchi al World Trade Center del settembre 2001 e al cosiddetto attentato di Boston, e numerosi altri episodi terroristici, vi furono importanti manovre NATO in Ucraina nei giorni prima e dopo l’incidente del MH17. Secondo lo spifferatore di Washington della NSA Wayne Madsen, la NATO e l’esercito ucraino partecipavano ad “esercitazioni” militari congiunte di dieci giorni, nome in codice ‘Sea Breeze‘, comprendenti l’utilizzo di aeromobili da guerra elettronica e intelligence elettronica, come il Boeing EA-18G Growler e il Boeing E-3 Sentry Airborne Warning e Control System (AWACS). Sea Breeze, secondo Madsen, includeva l’incrociatore lanciamissili classe AEGIS USS Vella Gulf. Dal Mar Nero, “il Vella Gulf poteva seguire il Malaysia Airlines MH17, nonché eventuali missili lanciati contro l’aereo“. Inoltre, gli aeromobili AWACS e d’intelligence elettronica (ELINT) sorvolavano la regione del Mar Nero quando MH17 volava sull’Ucraina. Gli aerei Growler possono bloccare i radar dei sistemi terra-aria. L’esercitazione NATO coincise con l’abbattimento del 17 luglio del MH17, a soli 40 miglia dal confine con la Russia. “Navi ed aerei della NATO controllavano le regioni di Donetsk e Lugansk con i radar e la sorveglianza elettronica“. (Una nota curiosa è il ricorrente ruolo centrale del vicepresidente Joe Biden negli eventi Ucraina. Biden v’è coinvolto personalmente dall’inizio delle proteste. Ed insolitamente, non fu la NATO, ma il sito  dell’ufficio del vicepresidente Joe Biden che per prima annunciò le manovre militari statunitensi Sea Breeze e Rapid Trident II, il 21 maggio 2014. Così, con uno sfacciato conflitto di interessi, il figlio di Biden, Hunter, è il direttore della nuova società energetica ucraina Burisma Holdings, Ltd., di proprietà di Igor Kolomoiskij, l’oligarca mafioso ucraino-israeliano noto come il “Camaleonte”).
La domanda scottante è perché è il governo degli Stati Uniti non ha svelato le immagini del tracciato del volo MH17 del 17 luglio, mostrando con precisione dove volava e dove fu colpito? Forse per paura di rivelare ciò che teme essere un boomerang sui falchi di Washington? Non solo le agenzie statunitensi hanno dati satellitari sul volo MH17, hanno anche immagini precise della batteria lanciamissili che probabilmente aveva sparato il missile che ha distrutto MH17. Secondo il pluripremiato ex-giornalista di Newsweek Robert Perry, una fonte attendibile gli ha detto che “le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti hanno dettagliate immagini satellitari della probabile batteria lanciamissili che ha sparato il missile fatale, ma la batteria sembrava essere sotto il controllo delle truppe governative ucraine, vestite con ciò che sembrano uniformi ucraine”. Potrebbe essere questa la ragione per cui, finora, l’amministrazione Obama non ha rilasciato le prove dettagliate per dimostrare le sue affermazioni sui “ribelli ucraini appoggiati da Mosca” che avrebbero sparato il missile mortale? Potrebbe mostrare, infatti il contrario, le forze legate a Kiev.

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti cambia storia
La guerra di propaganda contro la Russia sull’abbattimento del MH17 è diretta, proprio come nel golpe di Majdan, da una cabala di neoconservatori del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. La viceportavoce di Victoria Nuland ed ex-addetta stampa della CIA, Marie Harf, nella conferenza stampa del 21 luglio a Washington, affrontò domande insolitamente persistenti e critiche da diversi giornalisti, che chiesero perché, se il segretario John Kerry e il governo degli Stati Uniti possedevano prove “inconfutabili” del coinvolgimento russo e dei ribelli sul caso MH17, si rifiutavano di renderle pubbliche, come fecero gli Stati Uniti in casi precedenti, come nella crisi dei missili di Cuba del 1962. Sulla difensiva e irritata dalle domande, Harf rispose, riferendosi alle dichiarazioni di Kerry del 20 luglio, “secondo la nostra valutazione si trattava di un missile SA-11 sparato dal territorio controllato dai separatisti filo-russi”. Ma, incredibilmente, qual era la prova che i giornalisti chiedevano? Harf rispose, “sappiamo, l’abbiamo visto nei social media e poi i video, abbiamo visto le foto dei separatisti filo-russi vantarsi di avere abbattuto un aereo…” Mi scusi, signore e signori per il sussulto. “L’abbiamo visto nei social media… poi abbiamo visto le foto dei separatisti filo-russi vantarsi...”, la CIA si occupa anche di fotografie? Con il governo e l’intelligence militare russi rilasciare le proprie prove, l’amministrazione Obama s’è lanciata freneticamente nel “limitare i danni”. Alle 17:57, ora di Washington del 22 luglio, decise di organizzare una conferenza stampa di “anonimi alti funzionari.” “Con anonimi alti funzionari” di solito ci si riferisce ai vertici del governo o agli assistenti dei segretari. Diversi “anonimi alti funzionari statunitensi” tennero una conferenza stampa a Washington. Ufficiali dell’intelligence USA dichiararono che, mentre i russi armavano i separatisti nell’Ucraina orientale, “gli Stati Uniti non avevano alcuna prova diretta che il missile utilizzato per abbattere l’aereo passeggeri provenisse dalla Russia“. Questa era nuova per Washington. I funzionari dell’intelligence USA continuarono a dire che non sapevano chi avesse sparato il missile o se eventuali operatori russi erano presenti al lancio del missile. Era “incerto” che l’equipaggio del lanciamissili sia stato addestrato in Russia… su chi abbia sparato il missile, dichiararono “Non sappiamo il nome, non sappiamo il grado e non siamo nemmeno al 100 per cento sicuri della nazionalità…
Sembrando dei goffi personaggi di un brutto remake hollywoodiano di Laurel & Hardy, gli ‘alti’ ufficiali dell’intelligence degli Stati Uniti, quando gli chiesero dettagli sulle prove, ripeterono il mantra di Marie Harf del dipartimento di Stato. I ‘vertici’ dell’intelligence ebbero la faccia tosta di affermare che “ci basiamo in parte sui messaggi e video dei social media resi pubblici nei giorni scorsi dal governo ucraino“, anche se apertamente ammisero che non potevano autenticarli tutti. Ad esempio, citarono il video di un lanciamissili che avrebbe attraversato il confine russo dopo il lancio che sembrava privo di un missile. Ma più tardi, interrogati, i funzionari riconobbero che non avevano ancora verificato se il video era esattamente ciò che pretendeva di essere. L’ultimo pezzo della conferenza stampa è sorprendente, perché indicava che qualche briefing, forse della CIA o del dipartimento di Stato, informò il presidente degli Stati Uniti (che presumibilmente ebbe poco tempo per le indagini…), quando poi andò alla televisione nazionale, il 21 luglio, per dire che l’aereo delle Malaysia Airlines, “è stato abbattuto sul territorio controllato dai separatisti filo-russi in Ucraina”, dicendo anche che la Russia aveva addestrato i separatisti “armandoli con attrezzature militari e armi, comprese armi antiaeree”. Quel discorso avvicinava il mondo alla Guerra Fredda con la Russia, che facilmente poteva divenire calda. Il giorno dopo, qualcuno assai esperto nell’amministrazione statunitense, chiaramente decise di ridurre massicciamente il confronto.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sul MH17

L’OSCE individua “fori da proiettili e shrapnel” che indicano dei tiri e alcun prova di un missile sull’aereo abbattuto
Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 31 luglio 2014

The PieceSecondo il rapporto del pilota ed esperto delle compagnie aeree tedesco Peter Haisenko, l’MH17 Boeing 777 non è stato abbattuto da un missile. Ciò che ha osservato dalle foto disponibili sono fori sulla cabina di pilotaggio: “I fatti parlano chiaro e forte e vanno oltre le speculazioni: la cabina di pilotaggio presenta tracce di tiro! È possibile vedere i fori di ingresso e uscita. Il bordo di una parte dei fori è piegato verso l’interno. I fori più piccoli, rotondi e puliti, mostrano i punti d’ingresso di probabili proiettili da 30 millimetri”. (Revelations of German Pilot: Shocking Analysis of the “Shooting Down” of Malaysian MH17. “Aircraft Was Not Hit by a Missile” Global Research, 30 luglio 2014)
Sulla base di un’analisi dettagliata, Peter Haisenko giunge alla conclusione che l’MH17 non è stato abbattuto da un missile: “Questo aereo non è stato colpito da un missile nella parte centrale. La distruzione si limita alla zona della cabina di pilotaggio. Ora è necessario prendere in considerazione che questa parte è costruita con materiale rinforzato”.

La missione OSCE
Vale la pena notare che le prime dichiarazioni degli osservatori OSCE (31 luglio), confermano ampiamente le conclusioni di Peter Haisenko: “Gli osservatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa hanno riferito che simili fori furono trovati in due parti separate della fusoliera dello sfortunato aereo delle Malaysia Airlines, che si crede sia stato abbattuto da un missile sull’Ucraina orientale”. Michael Bociurkiw del gruppo di osservatori dell’OSCE, al suo briefing quotidiano, aveva detto come parte della fusoliera dell’aereo sia crivellata da “buchi di proiettili e schegge”. Ha detto che i danni furono esaminati dai funzionari della sicurezza aerea malesi. (Wall Street Journal, 31 luglio 2014)
Il team di osservatori OSCE non ha trovato traccia di un missile sparato da terra, come affermato  dalle dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca. Ricordiamo che l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Samantha Power, aveva dichiarato, accusando la Russia, che l’aereo malese MH17 fu “probabilmente abbattuto da un missile superficie-aria azionato dalle posizioni dei separatisti“: “Il team di ricercatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) sono incerti se il missile utilizzato sia stato sparato da terra, come gli esperti militari statunitensi hanno già suggerito”, riferiva il Wall Street Journal (WSJ). (Malay Mail)
I primi risultati dell’OSCE tendono a dissipare la pretesa che un sistema missilistico Buk abbia abbattuto l’aereo. Evidentemente i fori sono attribuibili a dei tiri, un’operazione che da terra non avrebbe abbattuto l’aereo che volava a oltre 10000 metri.

safe_imageAerei militari Su-25 ucraini in prossimità del MH17
Lo studio di Peter Haisenko è corroborato dal Ministero della Difesa russo, che indicava un jet ucraino Su-25 nel corridoio del MH17, in prossimità dell’aereo. Ironia della sorte, la presenza di un aereo militare è confermata anche da un rapporto della BBC dal luogo dell’incidente del 23 luglio. Tutti i testimoni oculari intervistati dalla BBC confermarono la presenza di un aereo militare ucraino in prossimità del MH17 Malaysian Airlines, quando fu abbattuto:
Testimone 1: Ci sono state due esplosioni in aria. Ed è così che si è spezzato e i frammenti sparsi così, ai lati, quando…
Testimone 2: …E c’era un altro velivolo, militare, accanto. Tutti l’hanno visto.
Testimone 1: Sì, sì. Volava sotto, perché si poté vedere. Volava di sotto a quello civile.
Testimone 3: Vi furono suoni di un’esplosione, ma in cielo, provenivano dal cielo. Allora questo aereo ha fatto una ampia virata così, cambiando rotta e dirigendosi in quella direzione (indicando la direzione con le mani)”.

Il video originale della BBC, pubblicato da BBC Russian Service il 23 luglio 2014, è stato rimosso dall’archivio BBC. Con amara ironia, la BBC censura i propri servizi.

La spinta mediatica
I media hanno riferito che un missile superficie-aria era stato sparato esplodendo prima di raggiungere l’obiettivo. Non fu il missile ad abbattere l’aereo, ma le schegge dell’esplosione del missile (prima di raggiungere l’aereo) che lo forarono creando la decompressione. Secondo il portavoce della sicurezza nazionale ucraina Andrej Lisenko, in una dichiarazione contraddittoria, l’aereo MH17 “subì una massiccia decompressione esplosiva dopo essere stato colpito dagli shrapnel di un missile“. (IBT, Australia)
In un articolo assurdo, la BBC citava il comunicato ufficiale ucraino dire che: “Il jet delle Malaysia Airlines abbattuto in Ucraina orientale ha subito una decompressione esplosiva dopo essere stato perforato da schegge di un missile. Dicono che l’informazione provenga dai dati di volo dell’aereo, registrati e analizzati da esperti inglesi. Tuttavia, non è chiaro chi ha sparato il missile, con i ribelli pro-Russia e l’Ucraina che si accusano a vicenda. Molte delle 298 persone uccise a bordo del MH17 erano olandesi. Gli investigatori olandesi che seguono l’inchiesta si sono rifiutati di commentare le affermazioni ucraine”.

btdfpohceaaoywp“Fori di proiettili”
I segni delle schegge devono essere distinti dai piccoli buchi di entrata e uscita “probabilmente dovuti a proiettili da 30 millimetri” sparati da un aereo militare. Tali buchi non possono essere dovuti all’esplosione di un missile, come suggerito dal MSN. Mentre l’MSN dice che i “buchi da schegge” possono essere dovuti a un missile (cfr. relazione della BBC), l’OSCE ha confermato l’esistenza di ciò che descrive come “buchi da proiettili di mitragliatrice“, senza tuttavia riconoscere che non siano causati da un missile. In proposito, il cannone GSh-302 del Su-25 arriva a sparare 3000 colpi al minuto, spiegando i numerosi fori di entrata e uscita. Secondo Peter Haisenko: “Se ora consideriamo l’armamento tipico del Su-25, sappiamo che è dotato di un cannone a doppia canna da 30mm GSh-302/AO-17A dotato di 250 proiettili anticarro, incendiari ed esplosivi (dum-dum) disposti in ordine alternato. La cabina dei piloti del MH 017 è stata forata da entrambi i lati: fori di entrata e di uscita si trovano sullo stesso frammento della cabina di guida” (op cit.)
Le accuse rivolte alla Russia, comprese le sanzioni di Washington, si basano su una menzogna. Le prove non supportano la tesi ufficiale degli Stati Uniti, secondo cui MH17 è stato abbattuto da un sistema missilistico Buk della milizia della RPD. Cosa dopo? Più disinformazione, più bugie dai media?

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come i collaborazionisti informatici della CIA hanno distrutto il mondo arabo

Tunisie Secret 31 luglio 2014
cyberwarIn esclusiva, pubblichiamo questo capitolo del libro capitale sulle “rivoluzioni” arabe e le conseguenze caotiche che ora misuriamo. Il titolo di questo libro collettivo è “Il volto nascosto delle rivoluzioni arabe” e il capitolo in questione s’intitola “ONG e reti sociali al cuore delle rivoluzioni arabe”. Mentre di venti cyber-collaborazionisti tunisini, l’unico nome citato è Salim Amamu, abbiamo però un altro nome della massima importanza, Alec Ross, giovane consulente di Hillary Clinton, passato al dipartimento della Difesa dal gennaio 2011 per guidare il suo esercito virtuale.  Secondo la stessa confessione di Sami Ben Gharbia, in un articolo pubblicato nel settembre 2010, Alec Ross era suo amico e “grande capo”. Oltre ai famigerati cyber-collaborazionisti, tra i gruppi che parteciparono attivamente alla destabilizzazione della Tunisia, in particolare vanno inclusi “Anonymous”, “Wikileaks”, “Telecomix”, “Pirates” e “Nawaat”, che Sami Ben Gharbia ha co-fondato e che fu finanziato da Freedom House e Open Society Institute. Documento da leggere e archiviare per la Storia.

alec_ross_project_revolutionVogliamo unirci alle vostre conversazioni“, firmato #State-Dept. Questo messaggio, semplice ma diretto, fu trasmesso su twitter all’attenzione dei dissidenti arabi durante le rivoluzioni, dal cuore nevralgico della strategia statunitense, il dipartimento della Difesa. L’autore Alec Ross, finora sconosciuto, è divenuto il simbolo di questa nuova diplomazia dell’amministrazione Obama. Infatti, tale giovane consigliere di Hillary Clinton, co-fondatore dell’organizzazione One Economy, è a capo dei servizi innovativi, polo delle “nuove tecnologie” del dipartimento della Difesa. Passato dalle tenebre alla luce in un paio di mesi, Alec Ross è ora chiamato “l’uomo che twitta le rivoluzioni“.  Ribadisce il suo ricorso, se necessario, dell’assistenza informatica del governo degli Stati Uniti ai dissidenti arabi. Aiuto che, secondo Alec Ross, dimostra che tale tecnologia può essere utilizzata per sorvegliare i cittadini ma che può anche diventare un’arma per liberarli. Un’arma formidabile perché grazie ad essa le rivoluzioni arabe hanno vinto una battaglia decisiva, necessaria per la vittoria finale, quella della comunicazione. Senza di essa, la rivoluzione non sarebbe stata esportata, venendo dimenticata dal pubblico e, infine, nella maggior parte dei casi, estinta nell’indifferenza generale. Chi avrebbe potuto prevedere la caduta di Ben Ali, Mubaraq o Gheddafi? I governi di Tunisia, Egitto e Libia che riuscirono a contenere il dissenso per molti anni, non riuscirono a sedare le ultime rivolte nonostante la censura. Senza dubbio, il risultato delle rivoluzioni ha giocato non solo sulle piazze ma anche sul web. Un ruolo che ha rivelato una nuova forza, internet e le reti sociali. Dall’inizio delle rivoluzioni arabe, i primi attori della cyber-dissidenza apparvero sulle reti. Blogger e hacker, esperti nel bypassare la censura del governo, divennero nei rispettivi Paesi eroi totali delle rivoluzioni. Il blogger dissidente tunisino Saim Amamu divenne, dopo la caduta di Ben Ali, segretario di Stato per la gioventù e lo sport. Alcuni pagheranno tale impegno con la vita, come il blogger libico Muhammad Nabus vittima di un cecchino, quando si recò con la sua macchina fotografica a riprendere gli attacchi dell’esercito libico per trasmetterli in diretta sul suo blog. Tuttavia, in questi Paesi solo il cyber-dissenso interno non basta a spiegarne il successo. Infatti, molte reti esterne, costituite da organizzazioni non governative, attivisti e “piattaforme” multimediali giocarono un ruolo decisivo. Dall’inizio delle proteste antigovernative a Cairo, al-Jazeera seguì ampiamente gli eventi in live streaming sulla sua rete satellitare. E nonostante il blackout imposto dalle autorità egiziane, il Qatar poté continuare la copertura in tempo reale con webcam amatoriali posizionate per la città. Le immagini trasmesse tramite mezzi messi a disposizione dai “dissidenti cibernetici”, furono poi pubblicate sul satellite Hot Bird, a differenza del satellite egiziano Nilesat, sottratto alla censura del governo. Infatti, se la diffusione terrestre può rimanere sotto il controllo statale, non c’è modo di censurare la copertura satellitare estera disponibile su grandi aree (Hot Bird è disponibile in Nord Africa, con una parabola di 90 cm). Inoltre, diversi operatori come Opensky offrono connessioni internet via satellite come Hot Bird, Eutelsat e Hispasat. Un semplice modem collegato tra la parabola e il computer basta per accedere al web senza sottostare a un operatore nazionale. Reti parallele di attivisti informatici operarono. Si può menzionare Telecomix, gruppo illustratosi in diverse azioni a sostegno delle rivolte in corso. Tale gruppo si vide anche acclamato da Reporters sans frontières che l’invitò, nel marzo 2012, alla Giornata Mondiale contro la Cyber-censura, per dare prova dell'”etica militante” dell’hackeraggio umanitario nelle rivoluzioni arabe. Una delle principali azioni di Telecomix fu l'”esfiltrazione cibernetica” di molti video degli insorti, utilizzando le connessioni modem tramite numeri ISP (Internet Service Provider) situati all’estero o fornendo strumenti di crittografia “anonima” per le comunicazioni. Durante la rivoluzione egiziana, Telecomix fece anche appello ai radioamatori per stabilire comunicazioni via radio. Il famoso gruppo hacker Anonymous rispose all’avvio delle rivoluzioni. In Tunisia, meno di due settimane dopo gli scontri di Sidi Buzid, il movimento Anonymous lanciò OPTunisia. Le sue prime azioni rilanciate da al-Jazeera furono gli attacchi DDoS (che mirano a bloccare un server con un gran numero di query) ai siti del governo tunisino. Per motivi di sicurezza, la maggior parte di tali operazioni fu lanciata dall’estero. Tuttavia, la Tunisia aveva già un “pool” attivo di hacker. Si può menzionare il gruppo tunisino BlackHat, fondato nel 2007, che svolse un ruolo importante nella preparazione degli attacchi di Anonymous. In effetti, tale gruppo di hacker tunisini poté fornire preziose informazioni sull’infrastruttura IT dei diversi siti governativi. Inoltre, in condizioni di anonimato, un funzionario della sicurezza IT tunisina, durante le rivoluzioni, ammette che fu sorpreso nel scoprire che numerosi hacker tunisini erano tirocinanti al suo servizio, un paio di mesi prima delle rivoluzioni. Un'”infiltrazione” può sembrare sorprendente, ma conferma le parole di Anonymous: “Abbiamo infiltrati i vostri eserciti, fonti e informatica” (…)
cyber-warfareI dissidenti arabi ricevettero anche un significativo sostegno dall’ONG statunitense Avaaz. Avaaz significa “voce” in molte lingue, è un’organizzazione non governativa statunitense di New York, ma ha anche uffici a Londra, Parigi, Washington, Ginevra e Rio de Janeiro. Fu fondata nel 2006 dall’anglo-canadese Ricken Patel, ex-consulente per le Nazioni Unite e membro delle fondazioni Rockefeller e Bill Gates. E’ l’emanazione del gruppo ResPublica, dedita a campagne civiche transnazionali, e del gruppo statunitense MoveOn per la mobilitazione sociale su internet (….) Avaaz ha sostenitori celebri negli ambienti politici, tra cui l’ex-primo ministro inglese Gordon Brown, che disse che faceva avanzare gli ideali mondiali; l’ex-vicepresidente Al Gore, che ritiene Avaaz fonte d’ispirazione e che ha già fatto molto per cambiare le cose; Zaynab Bangura, ex-ministro degli Esteri della Sierra Leone, che descrive Avaaz come un alleato e un punto d’incontro dei popoli svantaggiati del mondo, facendo la vera differenza. Avaaz, utilizzando donazioni per sostenere le proteste arabe, inviò ai ribelli libici, yemeniti e siriano kit per connessioni internet via satellite a prova di blackout, piccole videocamere, trasmettitori portatili radio e anche gruppi di esperti per addestrarvi i manifestanti. Scopo di tali azioni di Avaaz è chiaramente visibile sul suo sito: permettere “di trasmettere video live anche con blackout d’internet e telefonici e far attrarre l’attenzione internazionale sui coraggiosi movimenti per il cambiamento“. In Siria, Avaaz sostiene di avere una “rete che contrabbanda rifornimenti medici e giornalisti, e per ricevere immagini e informazioni”. L’ONG dice anche di avere sul confine siriano “case sicure” per proteggere ribelli e giornalisti. Diversi hacker tunisini, egiziani e libici hanno anche dimostrato l’importante ruolo di Wikileaks quale fonte per la mobilitazione. Infatti, pochi mesi prima dell’inizio delle rivoluzioni arabe, abbiamo assistito all’ampia diffusione di dispacci diplomatici statunitensi che denunciavano gli eccessi e la corruzione prevalenti nei vari regimi arabi in cui sarebbe avvenuta la rivoluzione. Così per la Tunisia, si legge che “la corruzione è un problema politico ed economico. L’assenza di trasparenza e responsabilità che caratterizza il sistema politico tunisino, danneggia seriamente l’economia per le degradanti condizioni degli investimenti, alimentando la cultura della corruzione“. Un altro cablo sull’Egitto citava “la tortura e la brutalità della polizia sono endemiche e diffuse” o su Hosni Mubaraq, “ideali quali i diritti umani non lo interessano“. Mesi prima delle rivoluzioni arabe, Wikileaks alimentò le argomentazioni dei dissidenti contro i processi decisionali. Su questo dato di fatto ci si può anche interrogare sul ruolo infine favorevole all’amministrazione degli Stati Uniti svolto da Wikileaks con i cabli diplomatici. Alcuni non esitano a sostenere che la “fuga” dei messaggi diplomatici confidenziali rispondesse a un’operazione d’intelligence degli Stati Uniti con l’obiettivo di destabilizzare molti regimi arabi. Su questo punto, è interessante vedere che diverse organizzazioni che parteciparono al “mirroring” (duplicazione di un sito web al fine di salvaguardarlo e di un’ampia diffusione) di Wikileaks avessero un “donatore generoso” nel miliardario statunitense George Soros, assai vicino a Henry Kissinger e a capo di una rete globale di organizzazioni non governative, tra cui l’Open Society Institute (OSI), che svolse un ruolo attivo nelle rivoluzioni arabe. Infatti, nel 2009 l’OSI, in collaborazione con il governo degli Stati Uniti, organizzò un workshop a Cairo per addestrare gli attivisti ad eludere la censura egiziana e tunisina. La Fondazione Soros è al centro di molte rivoluzioni e la sua azione fu addirittura considerata “sovversiva” in diversi Stati, tra cui Russia e Iran che l’accusavano di essere il braccio invisibile della CIA nella “promozione della democrazia americana“. Su Wikileaks e il sostegno “indiretto” della Fondazione Soros, si può notare che Mark Stevens, uno degli avvocati di Julian Assange, è anche consulente dell’Open Society Institute. Un’altra fondazione statunitense, “Global Voices“, ha anche fornito aiuto prezioso ai blogger arabi. Fondata presso la facoltà di Giurisprudenza ad Harvard da Rebecca MacKinnon, ex-giornalista della CNN, e da Ethan Zuckerman, membro dell’Open Society Institute di George Soros, l’organizzazione mira a sostenere una rete internazionale di blogger e “cittadini giornalisti” che segue e concentra le notizie del mondo nella “blogosfera”. Nell’ottobre 2011, Global Voices co-organizzò il terzo incontro dei blogger arabi a Tunisi ed affermò l’impegno nel promuovere il “diritto delle persone ad esprimere liberamente sulle reti le proprie aspirazioni democratiche“.
facebookCIA1Vediamo gli elementi della preparazione “sotto l’influenza” estera delle rivoluzioni del Vicino e Medio Oriente avviarsi gradualmente. Inoltre, se la culla della primavera araba è la Tunisia, si può collocare la sua genesi nel giugno 2009 in Serbia. Mohamed Adel, giovane egiziano che studiò dai Fratelli musulmani, è un capo del movimento 6 aprile. Composto da giovani dissidenti, il gruppo ha scelto il nome in riferimento allo sciopero generale del 6 aprile 2008, nato su internet. Ma secondo Muhammad Adel, non fu realmente spontaneo. Come egli stesso ammette: “In Serbia fummo addestrati nei metodi della non-violenza. Ci fu insegnato a mobilitare le folle pacificamente, a controllarle ed organizzare efficacemente le manifestazioni...” Fu nel giugno 2009, che accompagnato da altri 14 militanti egiziani e algerini, si recò a Belgrado. Seguì un corso di formazione in arabo. Tali due settimane di seminario avevano lo scopo di formare “apprendisti rivoluzionari” alla lotta non violenta, con la possibilità d’interagire con i militanti serbi e incontrare ONG e giornalisti. Dietro tale formazione rivoluzionaria vi era il Canvas o Center for Applied Nonviolent Action and Strategies. Tale organizzazione è in realtà una propaggine del movimento serbo Otpor, che significa resistenza. Otpor è un’associazione studentesca all’origine degli eventi che portarono alla caduta di Milosevic nel 2000. Scopo dichiarato era utilizzare il know-how di CanvasOtpor riguardante i movimenti di protesta non violenta, che può essere fatto risalire ai “consulenti” di Canvas nella rivoluzione delle rose in Georgia. In Ucraina, l’organizzazione PORA era molto attiva durante la “rivoluzione arancione”, inviando nell’aprile 2004 18 suoi membri a Novi Sad, nel nord della Serbia, per partecipare a un seminario. Si noti inoltre che poco prima delle elezioni, un membro di Canvas venne deportato dall’Ucraina. Canvas è anche strettamente legata a Zubr, organizzazione per i diritti civili filo-occidentale bielorussa, creata nel 2001 per rovesciare il regime di Aleksandr Lukashenko. Nel 2002 troviamo tracce di Canvas nell’opposizione venezuelana. Nel gennaio e febbraio 2011, il logo Canvas, quello di Otpor, veniva brandito da giovani studenti tunisini ed egiziani del movimento 6 aprile che protestavano per le strade di Cairo. Per operare, una tale struttura ha bisogno di notevoli mezzi finanziari. Canvas è finanziata da ricchi filantropi il cui unico scopo è costruire un mondo migliore e far avanzare la democrazia? A credere a Srdja Popovic, fondatore di Otpor e attuale direttore di Canvas, riceve solo fondi privati, senza contributi pubblici. Ma sembra che sia altrimenti. Secondo fonti solitamente bene informate, due agenzie statunitensi contribuiscono in modo significativo al suo finanziamento. International Republican Institute e Freedom House. International Republican Institute è un’organizzazione politica legata al Partito repubblicano. Il suo finanziamento proviene principalmente dal governo federale degli Stati Uniti. Si noti che nella primavera del 2000, l’ex-colonnello dell’esercito statunitense Robert Helvey fu inviato in Serbia dall‘International Republican Institute per condurre seminari sulla non violenza a favore degli attivisti di Otpor. Ambienti vicini ai servizi segreti occidentali dichiarano che infatti l’IRI non sia altro che una facciata della CIA. Freedom House, il cui obiettivo è esportare i valori statunitensi, era presieduta da James Woolsey. È utile ricordare che fu direttore della CIA nel 1993-1995?
0Si noti che il blogger egiziano Abdel Fatah Isra, co-fondatore del movimento 6 aprile, faceva parte di un gruppo di attivisti invitato da Freedom House. Poté partecipare ad un programma di formazione per “riformatori politici e sociali”, finanziato da USAID (United States Agency for International Development). L’agenzia statunitense mira in particolare a ridurre la povertà e promuovere la democrazia e la crescita economica. Durante tali seminari, gli aspiranti rivoluzionari (tunisini, egiziani, algerini, siriani, yemeniti…) imparano anche come utilizzare al meglio i social network ed internet. Giocarono un ruolo di primo piano. Di particolare nota è la creazione di una pagina facebook sei mesi prima della caduta di Mubaraq, chiamata “Siamo tutti Qalid Said“, in omaggio a un giovane surfista torturato a morte dalle autorità, dopo aver pubblicato un video che mostrava poliziotti corrotti. Più di 500000 persone divennero rapidamente membri di tale gruppo che protestava contro la violenza della polizia. Il suo creatore, all’inizio anonimo, finalmente fu smascherato dalla polizia, Wail Ghonim, marketing manager per il Medio Oriente del gigante statunitense d’internet Google. Il vento di rivolta provò a travolgere altri Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Il vicino Sudan non fu risparmiato. Khartoum, che ha perso tre quarti dei suoi proventi petroliferi per la secessione del Sud Sudan, si trova ad affrontare un’alta inflazione e la svalutazione. Nella capitale sudanese, gli studenti scesero in piazza il 30 gennaio 2011 al richiamo di diversi gruppi costituiti su facebook, tra cui “30 gennaio, la parola ai giovani sudanesi”. Violentemente soppresso, il movimento non ebbe l’effetto desiderato. Inoltre il presidente Omar Hasan al-Bashir non si limitò a ordinare la repressione dei manifestanti, ma invitò i jihadisti informatici a combattere in rete. La loro missione è combattere sul loro stesso terreno contro i membri dei due principali gruppi attivisti in grado di raccogliere circa 20000 sostenitori. Si tratta di “Giovani del cambiamento” e “WeR fed-up”. Il metodo sembra efficace perché se gli studenti sudanesi sporadicamente hanno sfidato le autorità dimostrando per le strade di Khartoum, la repressione s’è affrettata a disperdere tali facinorosi. Finora non sono riusciti a trascinare il resto della popolazione, anche se il capo islamista Hasan al-Turabi potrebbe finire per esserne tentato…
stratfor-canvas-wikileaks-venezuelaAll’inizio del 2011, un po’ più a est, un utente anonimo creò la pagina “Yemen rivoluzione” che orgogliosamente mostrava il simbolo del pugno di Otpor. Il 3 febbraio 2011 lo Yemen conobbe le  più grandi manifestazioni degli ultimi decenni. Decine di migliaia di manifestanti adottarono il colore rosa come segno dell’adunata. Nello Yemen solo l’1% della popolazione è connesso ad internet e l’analfabetismo è ancora notevole. Se questa rivoluzione rosa sembrava esaurirsi, un anno dopo il presidente Salah lasciò il potere e si svolsero le elezioni presidenziali. Anche se vi fu un solo candidato, il vicepresidente, e tanti incidenti causati dai separatisti del sud da provocare la chiusura di molti seggi elettorali, lo Yemen divenne il primo Paese arabo in cui la rivolta portò a una soluzione negoziata. Ora il destino dello Yemen non è deciso. Tra separatisti meridionali e la presenza di numerosi militanti di al-Qaida, il Paese è tutt’altro che stabile. Da notare anche la presenza sottile ma molto attiva delle forze speciali statunitensi, pesantemente coinvolte nella lotta al terrorismo, sostenuti da regolari raid dei droni statunitensi della CIA. Nello stesso periodo fu creato un gruppo su facebook chiamato “Algeria pacifica” che adotta il pugno chiuso di Otpor e lo slogan “Insieme tutto è possibile”. Ma le autorità algerine monitorano attentamente internet e le forze di sicurezza vengono dispiegate nelle manifestazioni di massa che disperdono sistematicamente. Anche in questo caso la rivoluzione deve prendere forma. Nel vicino Marocco, il re anticipa ed evita la primavera araba con un referendum per cambiare la costituzione. A fine  novembre 2011, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che riunisce noti islamisti monarchici, è il vincitore delle elezioni. Il re non ha altra scelta che nominare capo del nuovo governo, il capo degli islamisti.
Se si dovesse cercare un denominatore comune a tutte queste pretese azione spontanee volte all’obiettivo lodevole di sconfiggere tiranni e stabilire la democrazia, sarebbe “islamisti e Stati Uniti”. Un esempio: l’egiziano Muhammad Adel fece il suo debutto nei Fratelli musulmani prima di essere addestrato da Canvas, finanziato da organizzazioni statunitensi, o Wail Ghonim, dirigente di Google, il gigante d’internet la cui collaborazione con intelligence degli Stati Uniti non è più un segreto. Più discreto ma non meno attivo, il Qatar non solo fornisce sostegno finanziario, ma anche forze speciali, soprattutto molto attive in Libia. A poco a poco, un’ombra, che alcuni qualificherebbero volentieri come “omertà”, vela le rivoluzioni che hanno trasformato in profondità il volto del mondo arabo come lo conoscevamo. La primavera araba ha anche rivelato la potenza di una nuova forza, ora al centro delle sfide della strategia globale, internet e le reti sociali, segnando un punto di svolta nella storia della “rivoluzioni”.

destroyYves-Marie Peyry, Ricercatore Associato presso il Centro francese per la Ricerca sull’Intelligence (CF2R). Alain Charret, ex-dirigente dei servizi segreti francesi, direttore di “Renseignor“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Comunitaristi e neoconservatori: il sostegno francese all’aggressione israeliana

Bourgoin
sergents1François Hollande ha assicurato sostegno al suo amico Benjamin Netanyahu affermando che “il governo israeliano adotta tutte le misure necessarie per proteggere la sua popolazione“. Inutile dire che il messaggio è stato ricevuto dalla persona che va in overdose nel distruggere Gaza, la sua gente e le sue infrastrutture. I morti (e i feriti) non finiscono di affollarsi senza una prospettiva di un cessate il fuoco all’orizzonte. In Francia, il governo non resta inattivo, lungi da ciò, non risparmia sforzi per mettere a tacere le tante voci contro tale aggressione. I raduni a sostegno del popolo palestinese non sono più consentiti e quando ci sono, i manifestanti sono minacciati e picchiati dagli estremisti ebrei del JDL, milizia del governo socialista (uno dei suoi membri è guardia del corpo di Hollande). Più sottile, ma non meno efficace, molte altre strutture non risparmiano tempo nel spezzare la resistenza: associazioni istituzionali contro il razzismo, circoli neconservatori, siti comunitaristi, gruppi identitari e antifa. A volte contrapposti, ma uniti da un obiettivo comune: difendere la politica d’Israele, combattere la Resistenza, equiparare il sionismo con l’antisemitismo, e con lo stesso metodo: disinformare, e se necessario, intimidire e terrorizzare. Nel sostenere incondizionatamente Israele e le sue politiche, in Palestina e nel resto del mondo, tali “neocon con passaporto francese” si comportano come agenti al servizio di una potenza straniera.

I neoconservatori: Dreuz.info e il Circolo dell’Oratorio
bhlL’ideologia ufficiale dell’Impero, la teoria dello scontro di civiltà che contrappone il barbaro Islam conquistatore e la civiltà giudaico-cristiana sotto assedio, trova eco mobilitante ed efficace in Francia. Una la linea: la difesa incondizionata d’Israele, testa di ponte dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. L’aggressione contro Gaza, assimilata da Dreuz.info a una “guerra contro il terrore”, viene pienamente giustificata e trova proporzionata la risposta israeliana. E anche lieve, 583 palestinesi morti in 15 giorni “non sono molti”. Soprattutto se si tiene conto della cosiddetta pratica degli scudi umani usati da Hamas, menzogna deliberata d’Israele, che s’è già illustrato nella disinformazione. Ma se Israele “difende solo i propri civili contro razzi e missili di terroristi, criminali e mafiosi“, qual è la ragione della campagna dai media occidentali contro di esso? La risposta ha il pregio della semplicità: perché “odiano questo Paese e vogliono vedere i musulmani europei scendere in piazza e imporre i bazar“, chi dimostra sostegno a Gaza sono gruppi di islamisti radicali. La strategia del vittimismo paga sempre…
Un’altra risorsa neoconservatrice, il Circolo dell’Oratorio, ospita l’avanguardia sionista degli André Glucksmann, Romain Goupil, Cécilia Gabizon, Elisabeth Schemla, Pierre-André Taguieff, Frédéric Encel, Basbous Fadela Amara.. per lo più ex-sinistri divenuti atlantisti furiosi. Tali sostenitori incondizionati d’Israele furono noti per l’intenso lobbying a favore della guerra in Iraq nel 2003, quando dissero: “Da parte nostra, abbiamo scelto il campo del popolo iracheno, la sua libertà ora dipende dalla vittoria degli eserciti anglosassoni…” Senza dubbio mosso dallo stesso altruismo, Frédéric Encel ritiene Hamas così violentemente antisemita che dev’essere neutralizzato, essendo sempre stato “per la politica del peggio e del confronto con Israele” di cui “non riconosce l’esistenza”, con l’obiettivo di prendere il controllo dei palestinesi “nei territori e anche fuori” con la violenza. E infine 95000 morti in 65 anni di occupazione, sono infatti assai ragionevoli, soprattutto se confrontiamo questa cifra alle vittime di altri conflitti, come in Africa. Un cavillo?
Fadela Amara, che considera il velo islamico come una “bara vivente” e si sente “a casa” in Israele, dove ha vissuto la vera diversità senza alcuna pressione razzista, non riesce a trovare parole abbastanza forti nel denunciare l’oscurantismo islamico e il suo corollario, l’antisemitismo: “Purtroppo il problema dell’antisemitismo non è stato completamente risolto nel mio Paese, dove ritorna in forma diversa nelle periferie, dove gli islamisti marciscono i cervelli dei nostri figli. Se avessimo giocato il nostro ruolo in modo corretto ed eliminato l’antisemitismo in Francia, anche nell’amministrazione, non avremmo visto la sua rinascita nei quartieri nella forma islamista, insieme al suo discorso dalle connotazioni fasciste. Tutto per la nostra vigliaccheria, perché non volevamo ammetterlo e non volevamo sapere“. Non sorprendentemente, la sua associazione Né puttane né sottomesse, affiliata al Circolo dell’Oratorio, mira a stigmatizzare la “cultura della città” associata a oscurantismo, sessismo e antisemitismo, anche denunciando il “fascismo verde” musulmano. Ma tali preoccupazioni vanno ben oltre i confini francesi. Insieme a SOS Racisme e Unione degli studenti ebrei di Francia, altre risorse sioniste, ha lanciato un appello comune per la liberazione dei tre membri delle Femen detenute in Tunisia. E al momento dell’operazione Piombo Fuso contro Gaza, non dissero una parola sulle tante vittime palestinesi, unica preoccupazione era “arginare l’ondata di antisemitismo improvviso“, rispondendo alle preoccupazioni dell’Unione degli studenti ebrei di Francia. Preoccupazione che Pierre-André Taguieff condivide per le attuali manifestazioni pro-Gaza, in cui vede l’espressione della Francia “anti-ebraica”. Per non parlare di Rudy Reichstadt membro del Circolo dell’Oratorio e amico di Pierre-André Taguieff, BHL e Caroline Fourest. Sul sito che gestisce, “Conspiracy Watch“, si dedica a denunciare le “teorie del complotto” (in sostanza, le analisi che denunciano l’influenza del sionismo). A geometria variabile, ancora aspettiamo la sua risposta alla tesi di Alexandre Arcady secondo cui molti rapporti o relazioni internazionali sui bambini palestinesi uccisi da bombe e proiettili israeliani, sarebbero una gigantesca cospirazione fomentata dai sostenitori del popolo palestinese.

Islamofobia: Riposte Laïque, Résistance Républicaine e Génération Identitaire
380px-Mossad_seal.svg_Presso l’avamposto del sostegno all’aggressione israeliana, l’associazione di estrema destra Riposta Laica (il cui direttore è anche membro di NPNS), organizza regolarmente azioni contro “l’islamizzazione della Francia” insieme al Blocco Identitario, bersagliando solo i musulmani e le loro pratiche culturali e religiose. Pierre Cassen, uno dei suoi fondatori, ex-trotzkista, promuove regolarmente le tesi di Riposta Laica negli incontri organizzati dal B’nai B’rith. Islamofobo e sionista, considera Dieudonné “islamo-collaborazionista”. Tale associazione promuove la teoria razzista d’Eurabia secondo cui il mondo arabo sarebbe una minaccia demografica e terroristica all’Europa, in particolare, e al “mondo civilizzato” in generale. Abbastanza per giustificare la guerra contro Hamas, “movimento islamico”, d’Israele “che difende solo se stesso” salvando “il più possibile i civili“, secondo Pierre-William Goldnadel, presidente dell’associazione Francia-Israele. E’ vero che dal suo punto di vista, Israele è uno Stato democratico alle prese con un”organizzazione terroristica islamista omofoba ed antisemita“. Inoltre tortura cristiani, minaccia i giornalisti e spara a vista agli abitanti di Gaza, secondo Francia-Israele, che non ha paura di mostrare la corda nel demonizzare l’Islam, e per cui i manifestanti pro-Gaza sono tutti antisemiti e jihadisti. Per tali lobbisti, non c’è nessuno che difenda Israele, neanche France 2, membro della disinformazione pro-palestinese, né i politici francesi, indulgenti nei confronti di Hamas… e verso il criminale, antisemita e cristianofobo islamismo.
Il Blocco identitario è ferocemente islamofobo, nasconde a malapena il suo sostegno a Israele dietro il principio dell’astensione (né kefiah né kippah): “le ultime manifestazioni pro-palestinesi, sostenute da un gran numero di gruppi politicamente orientati a sinistra, ci ricordano tutti i benefici del multiculturalismo e comunitarismo alla francese“, si può leggere sul loro sito di Lione. Per il Blocco Identitario, chi sostiene la Palestina è fondamentalista o di sinistra o antisemita, o anche tutte e tre le cose, mentre “l’antisemitismo in Francia riguarda principalmente musulmani e simpatizzanti di estrema sinistra“. Il sito Français de souche, sempre anti-Islam, ha una visione simile. Stessa storia con Resistenza repubblicana (la cui presidente, Christine Tasin, islamofoba ed antipalestinese patentata, è anche co-presidente di Risposta Laica), che giustifica i tiri dell’artiglieria israeliana contro le ambulanze delle Nazioni Unite con il diritto d’Israele di difendersi contro il terrorismo (come è noto, le ambulanze coprono i terroristi). L’unico responsabile del massacro è comunque Hamasche vuole il massimo di morti a Gaza”, mentre “per Israele la salvaguardia della vita umana è una priorità”. Affermazioni alquanto sorprendenti per un’organizzazione che suona l’allarme sull'”eccessiva presenza di musulmani in Francia” e ritiene Dieudonné (non scherzo) un “agente iraniano sciita“.

Comunitaristi: CRIF e LICRA
ldj10Tale tema xenofobo e razzista identitario si riflette anche sul CRIF che ha recentemente lanciato sul suo sito un documentario israeliano sulla “minaccia islamica” in Europa e che sostiene il giornalista apertamente islamofobo Robert Redeker. La LICRA, nel frattempo, vuole combattere l’antisionismo allo stesso titolo dell’antisemitismo e ritiene che “l’islamofobia sia un diritto“. CRIF e LICRA sono gli avamposti del supporto ad Israele nella guerra contro Hamas. Il CRIF va oltre chiedendo alle autorità francesi di vietare le manifestazioni pro-palestinesi, dicendo che i recenti scontri  preoccupano sulla sorte della comunità ebraica che vive in Francia. Il suo presidente Roger Cuckierman è stato ricevuto da François Hollande per discutere tali questioni e il messaggio passa quando le manifestazioni “antisemite” (secondo la LICRA) vengono vietate in diverse città, con grande sollievo dell’ufficio nazionale di vigilanza sull’antisemitismo, secondo cui ogni sostegno alla Palestina è antisemitismo. Al contrario, il principio di non-importare in territorio francese i conflitti, difeso dal governo e dai sionisti, non sembra applicarsi quando il CRIF fa una dichiarazione alla “riunione unitaria degli amici di Israele” davanti l’ambasciata israeliana, promuovendo “il diritto d’Israele di difendersi dagli attacchi indiscriminati contro la sua popolazione”. Con l’approvazione del governo e, naturalmente, il supporto logistico della JDL, milizia della lobby pro-Israele.

Teppisti fascisti: LDJ e Betar
I mercenari del sionismo, LDJ e Betar commettono regolarmente violenze contro i sostenitori della causa palestinese. Attaccano violentemente i dimostranti pro-palestinesi lanciando insulti (“fottiti Palestina”), come si può vedere sul video e dalle numerose testimonianze dei manifestanti present, tra cui quelle dell’Unione ebraica francese per la pace, e sempre sotto la protezione del CRS. Vengono anche utilizzati in combinazione con le forze ausiliarie di polizia, come si vede qui dove caricano i manifestanti di concerto con la polizia. Ma ciò non sorprende dato che la Polizia Nazionale presta i suoi uffici alle truppe della JDL per allenarsi al Krav Maga, l’arte marziale dell’esercito israeliano gestita da consiglieri israeliani… e i cui abusi sono coperti da tutti i politici.

I delatori della disinformazione: JSS News
Nella stessa ottica, la rivista franco-israeliana JSS News ha varato lo scorso inverno una vera e propria caccia all’uomo, vantandosi di “dare in pasto ogni giorno i nomi e qualche volta i dettagli di decine di persone condannate a rovinarsi la vita con la quenelle (sic)”. Con qualche piccolo inconveniente, ma non preoccupante, senza alcuna conseguenza per la rivista che può tranquillamente continuare il suo sporco lavoro. Veri soldati dell’IDF, senza uniformi, (JSS News invita i lettori a fare donazioni online ai militari), i suoi giornalisti vanno oltre la disinformazione, attribuendo ad Hamas i bombardamenti degli ospedali delle Nazioni Unite! In ogni caso, niente disturba abbastanza nel perseguire la “deterrenza”, neanche “radere Gaza” o “sradicare i palestinesi”, leitmotiv della posta dei lettori, in ogni caso; terrorizzare i palestinesi “fino a pisciarsi addosso alla sola menzione del nome d’Israele”. Come ricorda uno dei lettori, “La deterrenza è quando Gaza sarà Groznij e i gazawi liquidati come i ceceni“. L’inenararrabile Frédéric Haziza è andato oltre la sua solita disinformazione, facendo passare un’immagine (del 2009) di un manifestante iraniano che minaccia un poliziotto per un pro-palestinese. Beccato, il giornalista ha ammesso l’errore, ma senza correggersi, a dispetto di ogni etica. E senza attirare le ire dei suoi colleghi.

Falsi amici: antifa e antirazzismo istituzionale
d6fd00909e0f5936f25c8084eGli antifa teorizzano la propria confusione ideologica, mentre hanno la pretesa di sostenere i palestinesi, combattono quasi esclusivamente l’antisionismo, i nemici e i gruppi di attivisti che criticano Israele e la sua politica degli insediamenti: dissidenti, nazionalisti progressisti, sovranisti o veri comunisti, specialmente del Comitato Valmy e il PCRF, vengono qualificati nazional- comunisti. Veri neoconservatori di sinistra, gli antifa concentrano i loro attacchi contro i leader stranieri che resistono all’imperialismo di Stati Uniti o Israele: Assad, Hugo Chavez e Vladimir Putin in particolare, salvando però i sanguinari Stati del Golfo, Israele e l’Ucraina fascista. Un semplice copia/incolla dell’asse del male degli Stati Uniti…
SOS Racisme è sulla stessa lunghezza d’onda, cancellando il colonialismo israeliano. Rivendicando la lotta alla discriminazione razziale in tutte le sue forme, l’organizzazione è completamente mobilitata sul fronte dell’antisemitismo, da 10 anni, risparmiando curiosamente l’islamofobia sulla base del fatto che si tratta di discriminazione religiosa, non di razzismo. In tal modo, SOS Racisme aiuta a banalizzare l’islamofobia che continua a crescere in Francia. Non sorprende se si considera il legame quasi organico con l’UEJF sin dalla sua fondazione, nel 1984. Così, l’avvocato di SOS Racisme è ora Patrick Klugman, ex-presidente dell’UEJF e membro del comitato direttivo del CRIF. L’antirazzismo autentico, a differenza dell’antirazzismo istituzionale, riconosce giustamente l’apartheid israeliano sionista quale forma particolarmente virulenta di discriminazione razziale. L’ONU le aveva all’epoca equiparate. Ancora una volta, la politica dei due pesi e due misure. Così, nel febbraio 2006 SOS-Racisme prese posizione a favore della pubblicazione delle vignette su Muhammad del giornale Jylland-Postens su Charlie Hebdo, firmando una petizione a sostegno. Dominique Sopo, presidente di SOS Racisme, testimoniò anche per Charlie Hebdo nel processo sulle caricature. In tale occasione, SOS Racisme espresse forte impegno alla laicità, ritenuta pilastro fondamentale del vivere insieme e condizione essenziale per l’esistenza di un regime democratico, co-firmando un manifesto contro il fondamentalismo religioso (leggasi musulmano), pubblicato su Libération nel novembre 2011. Al contrario, da brava risorsa sionista, SOS Racisme ha perseguitato inesorabilmente i quenelliers.
Tale indignazione invariabilmente selettiva appare nel trattare i manifestanti di entrambi i lati: tolleranza minima per i rari slogan antisemiti dei filo-palestinesi, utilizzati per vietare le manifestazioni a sostegno di Gaza, e nulla contro gli insulti razzisti della LDJ. Ma le associazioni dell’antirazzismo istituzionale, infine, riprendono la linea pro-Israele dell’UMPS: la ministra degli Interni, come del resto il Partito socialista, Anne Hidalgo e il comunitarista Claude Goasguen, secondo cui i palestinesi sono “un popolo di terroristi selvaggi e terribili“, sono sulla stessa lunghezza d’onda ritenendo che la tranquillità dei coloni israeliani valga il sacrificio di qualche migliaio di bambini palestinesi. Tale unanimità, tale potere schiacciante a favore delle guerra dello Stato ebraico, dimostrano l’efficacia dei sayanim, gli agenti del sionismo in Francia che supportano ad ogni costo l’onnipotenza d’Israele e la sua assoluta impunità.

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L’esrrema destra sionista non è mai esistita! “Non sono antisionista, signor agente, sono solo sionista” “Ops! Perdonatemi”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bin Ladin e l’illusione dell’11 settembre: Deutsche Bank e Blackstone

Dean Henderson 27/07/2014

Nello stesso momento in cui una squadra di Navy Seal scendeva sul complesso di Abbottabad che ospitava il presunto Usama bin Ladin, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti citava in giudizio la Deutsche Bank. Bin Ladin era un discepolo del capo dei Fratelli musulmani Abdullah Azam. Abbottabad prende il nome dall’ufficiale inglese Sir James Abbott. Nella causa civile presentata alla corte federale di Manhattan, il procuratore Preet Bharara indagava su danni e le perdite per l’emissione di mutui della Deutsche Bank sostenuti dai contribuenti statunitensi tramite l’HUD. Seconda banca del mondo, in maggioranza proprietà della dinastia Warburg che finanziò Hitler, deve anche rispondere del suo ruolo nell’11 settembre.

911-dollar-backLa Deutsche Bank a corto
Giorni dopo l’11 settembre, il presidente della SEC di Bush, Harvey Pitt, poi costretto a dimettersi per la sua patetica risposta a una serie di scandali societari, apparve alla CNN per rivelare i volumi insolitamente pesanti di vendite allo scoperto di azioni di compagnie aeree e assicurazioni della settimana precedente l’11 settembre. Pitt promise di seguire tali traffici, ipotizzando che al-Qaida potesse esserne coinvolta. Fu l’ultima volta che qualcuno dell’amministrazione Bush ne parlò. Secondo l’Istituto Politico Internazionale di Herzliyah, un’organizzazione anti-terrorismo israeliana, il responsabile del giro di tali titoli era Deutsche Bank Alex Brown. Un articolo su Barons corrobora questo fatto. American e United Airlines, e i giganti delle assicurazioni statunitensi che coprivano il WTC, Munich RE, Swiss RE e la francese Axa, furono specificamente presi di mira. Il 10 settembre, il giorno prima degli attacchi, i rapporti put/call di questi titoli fu senza precedenti. Un put è un’opzione futura che scommette sul declino del titolo, mentre una call è l’opzione futura che scommette sull’ascesa del titolo. Il 10 settembre 2001 presso il Chicago Board Options Exchange c’erano 4516 put su American Airlines e solo 748 call. United Airlines fu presa di mira con 4744 put in contrapposizione a 396 call. I dati sulle compagnie di assicurazione erano egualmente sbilanciati. Il maggiore trader di opzioni fu Deutsche Bank Alex Brown, ramo commerciale statunitense di Deutsche Bank, tradizionale cassaforte delle ricchezze delle Otto famiglie e maggiore azionista bancario dei Quattro cavalieri, divenuta prima banca del mondo con 882 miliardi di dollari di attività. Nel 2001 il senatore Carl Levin (D-MI) del comitato bancario, indicò la Banker’s Trust quale attore importante nel riciclaggio di narcodollari. Il 28 agosto, appena due settimane prima dell’11 settembre, il dirigente di Deutsche Bank Kevin Ingram fu dichiarato colpevole di riciclaggio dei proventi dell’eroina e dell’organizzazione della vendita di armi statunitensi in Pakistan e Afghanistan. Il 15 giugno 2001 un articolo del New York Post disse che Usama bin Ladin ne era il probabile acquirente. Ingram è un caro amico del segretario al Tesoro di Clinton e insider di Goldman Sachs Robert Rubin, ultimamente membro della direzione di Citigroup. Ingram aveva lavorato per Goldman Sachs e Lehman Brothers. Banker’s Trust acquistò la crescente banca d’investimento Alex Brown nel 1997, prima che si fondessero con Deutsche Bank. Alex Brown prende il nome dal fondatore AB “Buzzy” Krongard, che ne fu presidente fino all’acquisto nel 1997 dalla Banker’s Trust. Krongard poi divenne il 3° uomo della CIA. Il 15 settembre, quattro giorni dopo l’11/9, il New York Times riferì che il presidente di Deutsche Bank Global Private Banking, Mayo Shattuck III, si era improvvisamente dimesso. Muhammad Atta e altri due presunti dirottatori avevano i conti presso la sede della Deutsche Bank di Amburgo. Vi furono segnalazioni secondo cui la famiglia bin Ladin aveva appena comprato una grande quota di Deutsche Bank, con l’aiuto del consulente finanziario della Carlyle Group George Bush Sr. I bin Ladin investirono 2 milioni di dollari nel Carlyle Group. Avevano anche grosse partecipazioni in Microsoft e Boeing, ed ampi rapporti d’affari con Citigroup, GE, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Fremont Group, recentemente scorporata dalla Bechtel. A 20 giorni dall’11 settembre, Deutsche Bank allontanò, silenziandolo efficacemente, l’inquirente della SEC Richard Walker, il cui compito principale era approfondire il misterioso giro dei titoli di compagnie aeree e assicurazione prima dell’11 settembre. Deutsche era collegata alla LJM dell’Enron e al partenariato Chewco. Enron assunse funzionari della SEC, mentre reclutava parecchio personale della CIA per le sue operazioni di sicurezza globali. Alcuni ipotizzano che il vasto pool monetario che scomparve nell’abisso Enron fosse un fondo nero per il breve sciacallaggio sull’11 settembre, o anche per l’operazione stessa.
I Quattro cavalieri, ora proprietari di maggioranza della Deutsche Bank via Banker’s Trust, ebbero la desiderata presenza militare statunitense in Asia Centrale per gentile concessione dell’11 settembre. Con l’occupazione  dell’Afghanistan e nuove basi USA che dilagavano in Asia centrale, il premio petrolifero sul Mar Caspio divenne lo sport delle guardie finanziate dai contribuenti statunitensi. Il direttore di BP Amoco, Zbigniew Brzezinski, nel suo libro del 1997 La Grande Scacchiera… definisce l’Asia centrale la chiave del potere globale e individuò l’Uzbekistan come nazione chiave nell’Asia centrale. Una volta che gli Stati Uniti iniziarono a bombardare l’Afghanistan con il pretesto di prendere bin Ladin, nessun Paese ricevette più visite dai funzionari degli Stati Uniti dell’Uzbekistan, governato da ex-comunisti e il cui governo fu “ammorbidito” da anni di destabilizzazione CIA/al-Qaida. Tutto ciò venne fermato all’improvviso con l’11 settembre. Gli Stati Uniti installarono una base militare in Uzbekistan così come in Pakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Nel gennaio 2002, dopo che il governo dell’ex-negoziatore Unocal Hamid Kharzai fu installato a Kabul, l’esecutivo di Unocal Zalmay Khalilzad fu nominato inviato di Bush in Afghanistan.[1] Il primo punto all’ordine del giorno Karzai/Khalilzad era far rivivere lo sforzo di Centgas di Unocal per costruire il gasdotto dei Quattro cavalieri da Dauletabad, Turkmenistan, attraverso l’Afghanistan al porto di Karachi sull’Oceano Indiano, dove era prevista una base navale degli Stati Uniti sul terreno in precedenza ceduto al sultano dell’Oman. Nel 2005 Chevron acquistò Unocal. I 400 miliardi di dollari annuali di narcotraffico mondiale, importante motore economico delle Otto famiglie, balzò dopo l’11 settembre, quando i taliban posero un giro di vite sulla produzione di oppio, nel 1999. Una mossa che contribuì a suggellare il loro destino. Un articolo del 21 novembre 2001 sul London Independent s’intitolava “coltivatori di oppio, rallegratevi della sconfitta dei taliban“. Il 25 novembre l’Independent ebbe un altro pezzo intitolato “I signori della guerra vittoriosi apriranno le cateratte dell’oppio“. L’articolo descrive come i signori della guerra alleati degli USA, dopo la disfatta dei taliban, incoraggiarono i contadini afghani a piantare “più oppio possibile”. Asia Times Online riferì che gli Stati Uniti liberarono dal carcere il signore della droga Ayub Afridi per organizzare una squadra della CIA da 200000 dollari/anno, assumendo teppisti afghani che riavviarono la produzione di oppio. Il loro piano sembra aver funzionato. Il 4 gennaio 2002 il Christian Science Monitor riportava l’esplosione nel sud della Florida del traffico di eroina e cocaina che non si vedeva dall’apogeo dei contra/mujahadin degli anni ’80. Fu una coincidenza che le forze militari colombiani e i loro capi oligarchici, che gestiscono il narcotraffico nel Paese, lanciassero una grande offensiva contro le FARC nel febbraio 2002? Utilizzarono anche loro la copertura della guerra per inviare cocaina nel sud della Florida? Nel 2005 la produzione di oppio afgano era esplosa.
Come lo studioso e dirigente del Forum Tiers Monde in Senegal, Samir Amin,  dichiarò, “… non possiamo fare a meno di notare che gli eventi dell’11 settembre si sono verificati proprio nel momento giusto permettendo agli Stati Uniti d’installarsi nell’Asia centrale ricca di petrolio, una regione che consente per l’ennesima volta la viziosa geo-strategia occidentale per circondare Russia, Cina e India. Obiettivo strategico apertamente proclamato dagli Stati Uniti da oltre dieci anni. Sadam Husayn fu la giustificazione per le permanenti installazioni militari statunitensi nel Golfo. Usama bin Ladin poté esserlo per la politica degli Stati Uniti in Asia centrale. Non si può escludere l’ipotesi che la CIA e il suo fedele alleato Mossad possano esservi coinvolti in qualche modo“.[2] I sospetti di Amin sono confermati da rapporti su internet secondo cui 20000 sacchi per cadaveri furono improvvisamente consegnati dal dipartimento della Difesa a camp Floyd Benet nel Queens, tre settimane prima l’11 settembre. Un militare dell’US Navy di stanza su una portaerei, telefonò alla famiglia prima dell’11 settembre, per avvertirli che “qualcosa di grosso” sarebbe accaduto in una grande città degli Stati Uniti. Disse anche alla famiglia che la sua nave fu dirottata dalla precedente missione dirigendosi  verso la costa orientale degli Stati Uniti, preparandosi a tale evento.[3]

Seguire il denaro del Carlyle Group
carlyle-group-logoUsama bin Ladin ebbe sostegno finanziario dal defunto sceicco miliardario saudita Qalid bin Mahfuz. Bin Mahfuz era rappresentato negli Stati Uniti dallo studio legale Akin, Gump, Strauss, Hauer & Feld di Washington DC, la stessa società che rappresentava la Fratellanza musulmana della Casa dei Saud e il più grande ente islamico caritativo, la Fondazione mondiale per lo sviluppo e il soccorso in Terra Santa. Akin – Gump difese bin Mahfuz, partner di Chevron Texaco in Asia centrale, quando esplose lo scandalo della BCCI. Akin, Gump e partner sono amici intimi del presidente George W. Bush. [4] Un audit del governo nel 1999 rilevava che la saudita National Commercial Bank di bin Mahfuz aveva trasferito quell’anno oltre 3 milioni di dollari ad Usama bin Ladin tramite enti di beneficenza. [5] Bin Mahfouz non poteva essere accusato di slealtà alla famiglia, dato che era cognato di Usama. Il fratello di bin Ladin, Salim, fu uno stretto socio in affari dell’agente della CIA James Bath, la cui Skycraft Airways affittava aerei a bin Mahfuz, quando lo sceicco riciclava i narcodollari del Cartello di Medellin attraverso la filiale alle Cayman della BCCI, assieme al capo dell’intelligence saudita Qamal Adham. Salim era anche  investitore dell’Harken Energy che George W. Bush e Dick Cheney avviarono come Arbusto Energy con i 50000 dollari dati dal padre miliardario di Usama, Muhammad bin Ladin. Salim e Muhammad sono morti in misteriosi incidenti aerei. Mentre i due jumbo jet si schiantavano sul World Trade Center, l’11 settembre, un altro dei fratelli di Usama, Shafiq bin Ladin, era alla conferenza annuale degli investitori del Carlyle Group a Washington DC. Uno dei relatori alla conferenza DC sarebbe stato George Bush Sr., che ora lavora come consulente finanziario del Mellon Carlyle Group, presieduto da Frank Carlucci, segretario alla Difesa di Reagan e Bush e che presiedeva il Consiglio di Sicurezza Nazionale a controllo familiare di Reagan. Carlucci collaborò con i mafiosi, nel 1961, nell’assassinio della CIA del primo ministro congolese Patrice Lumumba. Fu compagno di stanza a Yale del segretario alla Difesa di Bush Jr. Donald Rumsfeld. Incontrò a Yale James Baker e George Bush Sr., membro della Skull & Bones, anche conosciuta come Confraternita della Morte e l’Ordine, nome condiviso dagli antichi terroristi afghani Roshaniya. Il Carlyle Group fu fondata dall’assistente di Carter David Rubenstein, nel 1987. È un fondo private equity specializzato nel riciclaggio dei petrodollari degli sceicchi del Golfo Persico, ritornati nelle banche e società delle Otto famiglie. Fino al novembre 2001 Carlyle fu consulente finanziario del più ricco magnate delle costruzioni in Arabia Saudita, lo sceicco Muhammad bin Ladin. Attraverso Carlyle, lo sceicco bin Ladin fece grandi investimenti nella Citigroup, nel colosso bancario olandese ABN Amro, Nortel, Motorola e GE. Più significativamente, vi furono segnalazioni secondo cui la famiglia bin Ladin lavorasse attraverso Carlyle Group ad acquisire una grande quota della Deutsche Bank, il cui ex-presidente JH Binford Peay siede nel CdA di Carlyle con George Bush Sr. e James Baker.[6] L’azienda legale della famiglia Baker, Baker Botts, ha uffici a Riyadh. L’ex partner di Robert Jordan, che difese George W. nello scandalo Harken Energy, divenne l’ambasciatore di Bush in Arabia Saudita. Baker Botts rappresentò BP Amoco in Asia centrale e fu  consulente legale di Carlyle Group. I Baker da generazioni sono gli uomini di paglia dei Rockefeller. Il presidente Bush Sr. una volta intervenne a nome dei monarchi sauditi, che avrebbe poi consigliato nel Carlyle, in una causa legale dei cittadini statunitensi contro re Fahd e la polizia saudita per l’accusa di torture, poco dopo l’11 settembre. Bush Sr. incontrò il principe ereditario saudita Abdullah a Riyadh, mentre James Baker si unì a un gruppo di banchieri internazionali al Lanesborough Hotel di Londra. Baker Botts rappresentava la famiglia reale saudita nella causa intentatela contro dalle famiglie delle vittime dell’11 settembre.[7]
Bush, Baker e Peay di Deutsche Bank s’incontrarono nel CdA di Carlyle con l’ex primo ministro inglese John Major, l’ex-presidente della SEC Arthur Levitt, il direttore del budget di Reagan Richard Darman e l’ex-presidente del Joint Chiefs of Staff generale John Shalikashvili. L’ex-presidente filippino Fidel Ramos, capo dell’intelligence del regime di Marcos, un ex-primo ministro thailandese, l’ex primo ministro sudcoreano Park Tae Joon e il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority on Asia, contaminata dalla BCCI, fanno parte dell’Advisory Board del Carlyle.[8] Carlyle acquistò la società immobiliare Coldwell Banker dalla Sears nel 1989 e la vendette al Fremont Group della Bechtel. Carlyle  acquistò anche Caterair, il principale servizio di ristorazione delle linee aeree del mondo, dalla Marriott. Caterair aveva accesso senza precedenti alla flotta mondiale aerea commerciale. Il presidente George Bush Jr. diresse Caterair fino al 1994. Poco dopo essere divenuto governatore del Texas, la società fallì. La Carlyle piombò a comprarne i resti ad un prezzo speciale. Bush supervisionò un investimento da 10 milioni di dollari all’Università del Texas della Carlyle, mentre era governatore. Carlyle detiene una grossa fetta della divisione aerospaziale di Ford e Harasco, produttore di veicoli militari. Carlyle è l’11.mo maggiore appaltatore della difesa degli Stati Uniti. Per il 20% è della Mellon Bank ed è controllata dal potente Blackstone Group, che si rimpinzò a buon mercato delle carcasse saccheggiate delle casse depositi e prestiti vendute con la Resolution Trust Corporation da Bush padre. Blackstone, potenza finanziaria controllata dai Rothschild e il cui presidente Peter Fischer fu presidente del Council on Foreign Relations, possedeva anche Bioport, l’unico produttore di vaccini contro l’antrace negli Stati Uniti. Nell’ottobre 2001 i tabloid della Florida, i principali media e congressisti iniziarono a ricevere letali pacchetti di antrace, più tardi identificato nel ceppo “Ames”. I tabloid, tra cui Sun, National Enquirer e Weekly World News, storicamente operano per la disinformazione e diversione della CIA.[9] Il 12 ottobre gli scienziati del laboratorio veterinario dell’Iowa State University, USDA, ad Ames, con la benedizione dell’FBI, incenerirono 100 fiale di culture di antrace risalenti al 1928, distruggendo deliberatamente le prove materiali per le indagini sull’antrace.[10] Il futuro di BioPort sembrava brillante più che mai. Il suo principale azionista è Fuad al-Hibri, ricco uomo d’affari saudita vicino alla famiglia bin Ladin. Al-Hibri era manager per le fusioni e acquisizioni di Citigroup. Il Pakistan News Service riportò il 1 dicembre 2001 che numerosi documenti della BioPort furono trovati in covi di al-Qaida a Kabul. L’ammiraglio William Crowe, membro del CdA di Chevron Texaco ed ex-membro del Joint Chiefs of Staff, acquisì una quota del 22% della Bioport al prezzo molto speciale di 0 dollari. La parte di Crowe nel patto era promuovere il vaccino contro l’antrace della Bioport presso l’esercito statunitense. Molti azionisti della BioPort facevano parte dell’oligarchia inglese di Porton Down. Buon amico di Henry Kissinger, Lord Jacob Rothschild sedeva nel consiglio consultivo internazionale di Blackstone, proprietaria di Bioport. Il gigante farmaceutico tedesco Bayer, nato dal combine nazista IG Farben finanziato dalla Deutsche Bank, vide le vendite del suo antibiotico Cipromyacin balzare del 1000% per effetto della paura dell’antrace, mentre i cittadini statunitensi si precipitarono ad acquistare forniture per 60 giorni di vaccino contro l’antrace al prezzo di 700 dollari. La Bayer era sull’orlo del fallimento prima dell’11 settembre.
Secondo Michael Davidson di From the Wilderness Publications, non meno di dodici microbiologi di fama mondiale morirono in circostanze misteriose dopo l’11 settembre. Il Dr. Don Wiley del Howard Hughes Medical Institute di Harvard fu trovato annegato nel fiume Mississippi, giorni dopo che la sua auto abbandonata venisse trovata sul ponte I-40 a Memphis, non lontano dall’arena Pyramid. Memphis prende il nome da un’antica capitale egizia, di grande importanza per la Fratellanza. Diversi importanti microbiologi russi e israeliani erano sul volo  Air Sibir 1812, abbattuto da un missile ucraino andato fuori rotta per oltre 100 miglia, il 4 ottobre 2001. Molti altri microbiologi importanti erano su un volo Swiss Air che si schiantò mentre tentava di atterrare a Zurigo, il 24 novembre 2001. A parte i miliardi guadagnati da Bioport, Bayer e dall’industria farmaceutica controllata dai Rockefeller grazie al panico pubblico indotto sull’antrace, Davidson vide in questa misteriosa sfilza di scienziati morti, una trama più oscura per scatenare un nuovo massiccio programma di spopolamento globale. Secondo il Dott. Len Horowitz, l’antrace militare è disponibile quasi esclusivamente presso l’American Type Culture Collection (ATCC) di Rockville, MD, guidata dal Dr. Joshua Lederberg. Lederberg è presidente della Rockefeller University. Nel 1994 Don Riegle affermò al Congresso che l’ATCC aveva inviato 19 pacchetti di bacillo di antrace in Iraq, nel 1978-1988.[11]

Il crociato e gli spettri
northrop grummanPoco dopo l’11 settembre, il presidente Bush iniziò a usare la parola “crociata” nel malcelato tentativo di evocare le antiche Crociate, dove società segrete cristiane guidate dai cavalieri templari collaboravano con gli Assassini dei  Fratelli musulmani per attaccare i musulmani nazionalisti saraceni. Il 26 settembre, due settimane dopo l’11 settembre, le United Defense Industries (UDI) del Carlyle Group firmarono un contratto da 66,5 milioni di dollari con il Pentagono per completare l’avanzato sistema di artiglieria Crusader. I titoli UDI salirono alle stelle. Il 14 dicembre Carlyle vendette le sue nuove azioni per 237 milioni dollari in un solo giorno. Il giorno prima il Congresso aveva approvato il bilancio della difesa di Bush, che finanziava il contratto UDI con l’esercito statunitense. [12] Nel maggio 2002, una volta che i proprietari Blackstone della Carlyle avevano incassato, il compagno di stanza a Yale di Carlucci, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld annunciò la cancellazione del programma Crusader. La Carlyle è proprietaria del BDM federale di McLean, VA, proprio lungo la strada per Langley. Gli uffici sauditi del BDM sono anonimi. Il suo ruolo nel regno riguarda l’addestramento dei militari sauditi nei sistemi d’armi made in USA e l’ammodernamento della Guardia nazionale saudita. BDM ebbe un contratto da 50 milioni di dollari per supervisionare l’aeronautica saudita nel 1995-1997. Ebbe un contratto da 44,4 milioni di dollari per costruire alloggi presso la base militare Qamis Mushayt. Parte dei sei statunitensi uccisi nel 1996 con un’autobomba in una base militare statunitense in Arabia Saudita, erano impiegati della BDM.[13] Nel 2000 BDM ebbe un contratto da 65 milioni di dollari per mantenere la flotta di F-15 dell’aeronautica saudita. Nel 1998 Carlyle vendette BDM a TRW, produttore leader di satelliti spia della NSA, la cui sede si trova sulla giustamente denominata Savage Road, a Ft. Meade, MD e le cui attività europee sono dirette dal palazzo della IG Farben a Francoforte. La NSA ha collaborato con IBM negli anni ’70 nel progetto Lucifero, producendo una macchina per cifratura delle dimensioni di un microchip.[14] Dalla simbolica sede centrale a forma di piramide, a San Francisco, TRW è una delle tre agenzie di informazioni statunitensi che raccolgono continuamente informazioni su tutti gli statunitensi. Uno dei più sofisticati satelliti della NSA si chiama Pyramider. Nel luglio 2002 Northrop Grumman acquistò TRW per 7,8 miliardi di dollari divenendo il secondo maggiore appaltatore della difesa statunitense dopo Lockheed Martin. Northrop vanta un fatturato annuo di 26 miliardi di dollari e ha 123000 dipendenti. TRW ha creato Vinnell Corporation, ora al 26.mo anno di “modernizzazione” della Guardia Nazionale saudita in collaborazione con l’esercito statunitense. La Guardia saudita è divisa in due unità. Una protegge il regno dalle minacce esterne. Le altre guardie sorvegliano le installazioni petrolifere Aramco dei Quattro cavalieri, per proteggerle dal popolo saudita. Nel 1998 Vinnell intascò un contratto da 831 milioni di dollari dalla Casa dei Saud. Un primo contratto di tre anni da 163 milioni di dollari vede il cognato del principe ereditario Abdullah come junior partner. Prima di venire in Arabia Saudita, Vinnell fece centinaia di milioni di dollari costruendo basi statunitensi durante la guerra del Vietnam, poi fece ancora più soldi distruggendo quelle basi, quando le forze USA si ritirarono. Un funzionario del Pentagono descrisse una volta Vinnell su Village Voice come “il nostro piccolo esercito mercenario“.
Altri tre enti spettrali operanti in Arabia Saudita sono O’Gara Servizi di protezione, Booz Allen Hamilton e Science Applications International Group (SAIC). O’Gara fornisce la sicurezza alla Casa di Saud e agli altri monarchi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. La sicurezza della Casa dei Saud comprende anche molti mercenari statunitensi. Booz Allen di McLean, VA, ebbe un contratto di 5 anni e da 21,8 milioni dollari per aggiornare la marina saudita nel 1995. Booz consiglia anche i marines sauditi e gestisce la scuola ufficiali delle forze armate saudite.[15] Nel 1990-1995 i sauditi spesero 62 miliardi di dollari in armi statunitensi. Alla fine del 2010 il Pentagono annunciò un accordo da 60 miliardi di dollari per le armi ai sauditi, uno dei più grandi di sempre. Secondo il Center for Public Integrity, Booz Allen iniziò a stipulare contratti sul programma Total Information Awareness della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), prima dell’11 settembre. Booz ebbe 13 contratti con la DARPA, del valore di 23 milioni di dollari, superata solo dai 23 contratti della DARPA da 27 milioni di dollari concessi a Lockheed Martin. L’ex direttore della CIA e CEO della Dyncorp, James Woolsey, ora lavora per Booz Allen. Nel 2008 Carlyle Group acquistò la quota di maggioranza di Booz Allen per 2,54 miliardi di dollari. SAIC ebbe due contratti dalla Casa dei Saud, alla fine degli anni ’90, da 166 milioni di dollari, per fornire veloci sistemi di comunicazione e comando alle Forze navali reali saudite. SAIC addestra spesso personale saudita nel suo quartier generale a San Diego. La CIA ha un contratto con SAIC per rivalutare la malattia della Guerra del Golfo tra le truppe statunitensi, attive nel conflitto del 1991. Nel 1995 SAIC assunse la Network Solutions, la società che assegna i nomi ai domini e che “sorveglia” Internet. Il CdA di SAIC vede l’ex-vicedirettore della CIA ed allievo della Naval Task Force 157 Bobby Inman, il segretario alla Difesa di Nixon Melvin Laird, l’ex-generale Maxwell Thurman, il segretario alla Difesa di Obama Robert Gates, il direttore della CIA di Clinton e membro del consiglio di Citigroup John Deutch e il segretario alla Difesa di Clinton William Perry. SAIC gestisce l’Interstate Identification Index dell’FBI, un database con 30 milioni di fedine criminali. Inoltre ha contratti investigativi per 200 milioni di dollari con l’IRS.[16]

Note
[1] “Wolf Blitzer Reports”. CNN. 1-6-02
[2] “Political Islam”. Samir Amin. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.6
[3] UnwoToday
[4]US Ties to Saudi Elite May be Hurtng War on Terrorism”. Jonathan Wells, Jack Meyers and Maggie Mulvihill. Boston Herald Online. 12-10-01
[5] “The White House Connection: Saudi Agents and Close Bush Friends”. Maggie Mulvihill, Jonathan Wells, Jack Meyers Boston Herald Online 12-11-01
[6] “Arms Buildup Enriches Firm Staffed by Hired Guns”. Mark Fineman. 1-10-92
[7] Dude, Where’s My Country. Michael Moore WarnerBooks New York 2003
[8] Fineman
[9] Spooks: The Haunting of America- Private Use of Secret Agents. Jim Hougan. William Morrow & Company. New York. 1978
[10] “Anthrax Terrorism: Investigative Muddle or Criminally Reckless Endangerment?” David Neiwart. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.36
[11] “The CIA’s Role in the Anthrax Mailings”. Len Horwitz. March 2002
[12] Fineman
[13] “Saudi Bombing Puts Spotlight on US Military Aid”. Washington Post. 11-13-95
[14] The Puzzle Palace: America’s National Security Agency and its Special Relationship with Britain’s GCHQ. James Bamford. Sidgwick and Jackson. London. 1983
[15] “Privatizing War: How Affairs of the State are Outsourced to Corporations Beyond Public Control”. Ken Silverstein. The Nation. 7-28/8-4, 1997.
[16] “Internet Users Spooked about Spies New Role”. Glenn Simpson. Wall Street Journal. 10-2-95

46802333Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia Delenda Est

Philippe Grasset Dedefensa 10 luglio 2014
Vladimir-Putin-3E’ stato confermato ieri da un funzionario statunitense a Novosti che la Russia ha accettato la nomina del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia John F. Tefft. (Novosti 9 luglio 2014). Presentato a fine febbraio dalla Casa Bianca, e confermato dal Congresso, Tefft è stato nominato ambasciatore il 30 giugno. Sembra che la Russia abbia subito accettato la nomina, anche se la conferma arriva dieci giorni dopo. La nomina di Tefft e l’accettazione immediata di Mosca offrono una sola spiegazione: Stati Uniti e Russia convengono di essere ora “nemici”, ma il timing è significativo perché è la prima scelta di Washington: gli Stati Uniti offrono o impongono tale antagonismo, ora dichiarato ed ufficiale. (Altre iniziative o interventi nelle relazioni USA-Russia negli ultimi mesi, in realtà mostrano che si tratta di un’iniziativa americanista, ampiamente confermata da estremisti di ogni tipo, neocon, R2P o d’obbedienza, che controllano senza ostacoli la “diplomazia” degli Stati Uniti). Tefft è un personaggio ampiamente discusso, che non lascia dubbi su ciò che farà a Mosca. Il predecessore di Tefft, Michael McFaul, fu senza dubbio un attivista della sovversione, in particolare presso l’opposizione anti-Putin, organizzando l’opposizione attiva “civile”, ecc., Ma lo fece presentandosi sorridente, con una politica di apertura verso la Russia e il governo russo, protestando le sue vere intenzioni o meglio non vedendo tali intenzioni come ostili nei confronti della Russia, ma piuttosto intenzionato ad “aiutare” la Russia ad avanzare verso la “democrazia” dell’inevitabile globalizzazione. Tefft è il contrario, mostra le sue intenzioni aggressive, necessarie al burocrate della sovversione brutale; fu lui che in Georgia, durante la guerra nell’agosto 2008, con mano molto pesante diresse Saakashvili, trattato da tirapiedi, nell’organizzazione dell’invasione del Ossezia del Sud che scatenò il conflitto. I commenti russi sono unanimi nel considerare la situazione: meglio affrontare un avversario scoperto, da cui si sa che non c’è nulla da aspettarsi se non combatterlo…
Tra i vari commenti che accompagnano la sua nomina, in primo luogo notiamo John Robles su Novosti il 30 giugno 2014 (l’annuncio della nomina definitiva di Tefft) che dettaglia la carriera del personaggio e il significato della sua nomina. “La scelta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dei falchi della guerra fredda neo-con che dirigono la politica estera degli Stati Uniti, di John F. Tefft a nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, dovrebbe far suonare i campanelli di allarme al Cremlino e in effetti in tutti i Paesi oggi presi di mira delle operazioni di cambio di regime e destabilizzazione degli Stati Uniti, tra cui Venezuela, Brasile, Siria e tutti gli altri Paesi che perseguono una politica estera indipendente. Con la catastrofe umanitaria e l’ascesa delle forze fasciste in Ucraina, il fatto che il capo architetto dell’operazione in Ucraina sia ora inviato in Russia, è agghiacciante e prevedibile. Dopo il clamoroso fallimento dell’ambasciatore statunitense Michael McFaul nell’istigare la rivoluzione colorata in Russia, liquidandolo come specialista delle rivoluzioni colorate/destabilizzazioni degli Stati Uniti, al solito piuttosto che ammettere di aver sbagliato e perseguire un cammino di pace e cooperazione reciproca, gli USA hanno deciso di snobbare ostinatamente il Cremlino e proseguire lungo la via del confronto. Con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti incline a dichiarazioni come quel famoso “si fotta l’UE” di Victoria Nuland, l’organo diplomatico è sempre sul piede di guerra ed organizzazioni come USAID, cooptate dalla CIA e coinvolte in operazioni di destabilizzazione di ogni Paese che non sia già stato “annesso” da Washington, dovrebbero osservare molto da vicino chi permettono di operare nel proprio Paese. Lo scorso aprile ho riassunto la sua nomina così: “John F. Tefft, odia la Russia ed era ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Georgia e Lituania, promosse l’invasione dell’Ossezia del Sud, quando era in Georgia, l’attuale crisi e rinascita delle forze fasciste in Ucraina e la russofobia rabbiosa e demonizzante in Lituania, è stato scelto come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Russia. Tefft è estremamente attivo e partecipe, e si potrebbe dire abbia contribuito a realizzare le suddette azioni antirusse. Se McFaul non è riuscito ad organizzare la destabilizzazione della Russia e la cacciata del presidente Putin, Obama sembra cercare mani più esperte”. [...] Gli Stati Uniti sono decisi a distruggere la Russia ed impedire che sia una potenza globale competitiva. Ciò è documentato, apertamente dichiarato e non è più un segreto. L’Ucraina ha reso più che evidente anche ai più convinti apologeti di Washington che l’idea di un “reset” o cooperazione pacifica degli Stati Uniti sia nient’altro che una fantasia...”
La situazione che simboleggia l’arrivo di Tefft a Mosca e la strategia della Russia verso tale nomina in linea con la sua accettazione, è riassunta da Karine Bechet-Golovko sul suo blog (Russiepolitic) del 9 luglio 2014, in termini netti e inequivocabili. “L’uomo forte della diplomazia statunitense, in Russia viene utilizzato per preparare e analizzare le rivoluzioni nello spazio post-sovietico. In Georgia al momento giusto, e in Ucraina fomentando una situazione esplosiva, il suo arrivo ufficiale a Mosca è un segnale per Stati Uniti e Russia: “Lanciamo l’attacco frontale alla Russia”. “Ne siamo consapevoli e pronti ad accogliervi.” I giochi sono fatti. [...] Per un po’ gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare tale individuo, John Tefft, inasprendo il conflitto con la Russia, proprio perché così poteva essere interpretato, data la sua carriera “dolosa”. Ma con l’accelerazione della sconfitta politica degli Stati Uniti davanti la Russia, la necessità di radicalizzare non lascia  tempo a una revisione, e le apparenze amichevoli sono l’ultima preoccupazione. In guerra come in guerra. E naturalmente la Russia accetta l’ambasciatore. Almeno sa come affrontarlo. È un nemico puro, tradizionale, classico e competente. Così il confronto è possibile…” Dal punto di vista dei commentatori statunitensi, c’è quasi la stessa analisi, notando che con l’ambasciatore Tefft in realtà “i giochi sono fatti” e tutti sanno cosa aspettarsi. Ecco cosa scrive Marc Champion, su Bloomberg News del 9 luglio 2014, dopo aver semplicemente legato introduzione e conclusione… “per capire quanto poco Stati Uniti e Russia si aspettino in questi giorni dalla loro relazione, considerate ciò: L’amministrazione di Barack Obama ha presentato John Tefft, una sorta di spauracchio per i russi, come prossimo ambasciatore a Mosca, e il Cremlino ha detto oggi che va bene [...] Gli Stati Uniti abbandonano qualsiasi idea di legami positivi con la Russia che accetta con una freddezza che ricorda la guerra fredda. Ciò si si adatta all’antiamericanismo di Putin utilizzato per costruirsi il sostegno interno. I due Paesi vogliono smetterla di fingere di essere amici. Ciò che cercano nell’ambasciatore degli Stati Uniti è qualcuno sicuro con cui avere rapporti senza illusioni. Tefft è perfetto nel ruolo“.
Si osserverà che, nella sua analisi, Champion si riferisce alla Guerra Fredda (“Gli Stati Uniti hanno rinunciato ad avere legami positivi con la Russia che ha accettato con una freddezza che ricorda la guerra fredda“), come fondamentalmente errata e misura della gravità della situazione ai vertici della politica aggressiva degli Stati Uniti (nessun altra parola si adatta a tale estrema “politica aggressiva”). Come abbiamo già detto (20 marzo 2014), la guerra fredda diede alle potenze (le due superpotenze) senso di responsabilità. Gli ambasciatori statunitensi a Mosca, Harriman (1945), Malcolm Toon (1976-1979), Jack Matlock (1986-1991) erano tutti diplomatici che cercavano di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, di capire la politica sovietica, creare accordi, evitare qualsiasi retorica aggressiva e interferenze nella sovranità del Paese ospitante. (Lo stesso vale per gli ambasciatori sovietici a Washington, in particolare con il grande Dobrynin nel 1962-1986, che svolse un ruolo fondamentale nel mantenere relazioni accettabili e migliorarle, avendo un ruolo quasi equivalente al ministro degli Esteri, con Kennedy, Nixon e Kissinger, ecc.) Oggi, con Tefft, è l’opposto, ma è anche un’eccezione nella storia diplomatica: l’ambasciatore nominato con l’esplicito scopo di esercitare una pressione aggressiva sul Paese ospitante. Un rovesciamento totale dell’ambasciatore nella tradizione diplomatica, e quindi un evento che rientra perfettamente nella tendenza generale del Sistema. E’ un momento di completa inversione, dove le attività umane della leadership politica del Sistema sono soggette alla costante ricerca di disintegrazione e dissoluzione. E’ anche necessario vedere il caso dell’ambasciatore Tefft non come eccezione, essendoci casi più estremi d’aggressione americanista al servizio del Sistema, naturalmente. Potremmo e dovremmo anche aggiungere  ictoria Nuland, la cui isteria attivista, sappiamo a volte apparire moderata nel clima generale di Washington… Per esempio, in un’udienza al Senato davanti la commissione Esteri, la povera Victoria “si fotta l’UE” ha disperatamente cercato di apparire una “dura” davanti l’assalto dei senatori. Facendo dichiarazioni assolutamente incredibili (i russi consegnano carri armati, artiglieria pesante, aerei da combattimento alle milizie del Donbas che massacrano sempre più), promettendo nuove sanzioni ai russi, ma niente funzionava venendo travolta dalla marea di critiche dei senatori che l’accusavano di compiacenza e debolezza… Spettacolo più che surreale; di un altro pianeta, un altro mondo. (The Daily Times 10 luglio 2014).
“Siamo pronti ad imporre sanzioni maggiori, anche sanzioni mirate e specifiche per settore, molto presto, se la Russia non decide di cambiare rotta e rompere i legami con i separatisti”, ha detto Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici ai membri del Comitato per le Relazioni Estere del Senato. Nuland accusa i separatisti di aver usato il recente cessate il fuoco di 10 giorni per condurre “violenze, spargimento di sangue e sottrazione di territorio”, e che “la Russia ha permesso il flusso di carri armati, artiglieria pesante e combattenti” in Ucraina e inviato proprie forze sul confine tra Russia e Ucraina. Ha detto che Washington lavora strettamente con gli alleati europei sulle sanzioni, e che una decisione al più presto potrebbe aversi il 16 luglio, quando i leader europei s’incontreranno prima della pausa estiva. [...] Ma in una serie di scambi tesi, il capo repubblicano della commissione, senatore Bob Corker, ha detto a Nuland che gli Stati Uniti si “comportando come una tigre di carta”, nell’adottare misure specifiche contro Mosca. “Ne sono imbarazzato”, ha detto. “Vorrei solo che l’amministrazione smetta di parlare (e che gli Stati Uniti intervengano duramente) agendo”. Il presidente del comitato, senatore Robert Menendez, un democratico, ha anche espresso la preoccupazione che Washington non faccia pressione sulla Russia. Indicando che l’UE chiede alla Russia di por fine al supporto ai separatisti, controllare i confini, restituire i checkpoint sequestrati alle forze ucraine, rilasciare gli ostaggi e iniziare negoziati sul piano di pace del presidente ucraino Petro Poroshenko. “Non vedo avanzare alcuna di queste proposte. Allora, cosa aspettiamo?” chiese a Nuland. Nuland disse che anche se la nuove sanzioni sarebbero più efficaci se concertate con l’Europa, “il presidente ha sempre chiarito che, se necessario, agiremo da soli”.
Per descrivere la situazione, ancora una volta serve il giudizio dell’ex-capo dei servizi segreti sovietici Shebarshin (“L’unica cosa che l’occidente si aspetta dalla Russia è che la Russia non esista più”). Nonostante la sua politica sia oggetto di critiche dai principali circoli nazionalisti, la leadership politica russa è senza dubbio consapevole dei progressi irresistibili verso il confronto, perché è semplicemente impossibile negarlo ed ignorarlo, ecc. Siamo al punto in cui anche la capitolazione, sebbene impensabile, la leadership russa non fermerebbe probabilmente per nulla tale aggressione, visto come nuovo stratagemma ed incentivo per accendere altri incendi. La politica di Putin è volta ancora ad esercitare tutte le pressioni possibili per allontanare i Paesi europei dagli Stati Uniti d’America, con dei risultati. (Per esempio, la telefonata Fabius-Lavrov del 9 luglio, dove i due ministri concordano sul fatto che il potere a Kiev non rispetta il cessate il fuoco ottenuto a Berlino il 2 luglio). S’è parlato in questo sito del punto di confronto dei combattimenti nel Donbas, che potrebbero essere una sorta di “battaglia di Donetsk, e dell’ipotesi che il potere a Kiev sia in pericolo. C’è un’altra possibilità, l’ipotesi di un attacco alla Crimea. (La cosa è possibile, per esempio, se il potere a Kiev, di fronte alle difficili condizioni o minacce interne scelga la fuga in avanti lanciando un attacco per occupare la Crimea, come promesso dal nuovo ministro della Difesa ucraina). Nel corso di una conferenza stampa congiunta con la ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, Lavrov ha osservato, rispondendo a una domanda: “Suggerisco a chiunque (di non tentare una tale azione). Abbiamo una dottrina della sicurezza nazionale che illustra chiaramente quali azioni sarebbero decise in quel caso…” In un modo o nell’altro, e indipendentemente dalla località scelta, i russi non ignorano quindi che potrebbero trovarsi davanti alla scelta suprema, e Lavrov indica che non indietreggeranno in quel caso.

Vladimir PutinUn “estremismo assoluto automatizzato”
Esaminiamo ora di cosa si tratta. A tale livello di impegno, pressione, irresponsabilità, mancanza d’interesse nel conflitto tra decisione e dichiarazione, le verità della situazione, ecc., sembra sempre più chiaro che ciò che avviene non ha nulla in comune con la politica estera, neanche con la pressione d’ambizione egemonica o un complotto per l’aggressione di una potenza, ecc. La dinamica in corso va oltre la consueta attività umana. La nostra valutazione è che siamo al di là di concezioni e inganni umani, e l’angoscia di Nuland che ha trovato gente più estremista di lei nel Comitato per le Relazioni Estere del Senato, ne è un grave indicatore. Nella frase “estremisti di ogni tipo, neocon, R2P o d’obbedienza, ecc. chi controlla la ‘diplomazia’ degli Stati Uniti non ha più alcun ostacolo” si dovrebbe cassare “controllare”, poiché la “politica” degli Stati Uniti è divenuta estremismo puro. L’attuale spinta furiosa, irresistibile, senza interessi ad un accordo politico, né regole o verità della situazione, sovrasta esseri umani e progetti rientrando nella dimensione metastorica da noi pensata. Oramai il sistema è scoperto e ciò che attiva direttamente sembra “politica”, ma non è che “aggressione”, il potere di scatenare esplosioni di rabbia, forza, sfogo cieco e nichilista, la cui logica ovviamente riporta alla nostra discussione iniziale sulla sequenza metastorica dello “scatenamento della Materia“, accompagnata dall’involucro concettuale della “potenza perfetta“. Tale dinamica si precipita su ciò che ritiene, giustamente, essere il principale ostacolo sulla via della disintegrazione e dissoluzione, cioè la Russia.
Si tratta di un’attiva dinamica che consideriamo quasi-autonoma dal sistema, o che appare tale, infatti identificabile come tale in vari casi in cui attori o comparse umani rinunciano ad ogni logica e ragione nei loro giudizi, perfino abbandonando proprie posizioni ideologiche sviluppando semplicemente un estremismo incontrollato. Tale attività è assai più probabile negli Stati Uniti che altrove, soprattutto per ragioni economiche, che rendono difficile sviluppare le solite polemiche come l’indebolimento del ruolo contraddittorio svolto dai “dissidenti” antisistema, che nella crisi ucraina trovano meno alimento alla loro critica al sistema politico e guerrafondaio imperialista dell’americanismo; abbiamo già notato che la crisi ucraina crea assai meno eco delle crisi in Medio Oriente, perché istintivamente identificata con la complessità europea, storicamente sospetta agli Stati Uniti, senza sollevare quell’interesse per le crisi in Medio Oriente, poiché fortemente legate alla narrativa sul terrorismo che governa la sequenza storica degli Stati Uniti dall’11 settembre. D’altra parte, vediamo l’estrema potenza e persistenza del riflesso antirusso negli Stati Uniti, per via degli oneri della storia e relativa narrazione (Russia socialista/comunista/statalista, ecc.), riducendo anche la possibilità che la crisi in Ucraina possa essere motivo di polemica tra sostenitori e oppositori della politica di Washington, e che la tensione estremista si quindi denunciata o rivolta contro se stessa dai dissidenti decisi. (Gli europei hanno un modo diverso di vedere e comprendere la crisi ucraina, essendo molto più vicini alla verità della situazione, e forse più sensibili alle sfumature apprese nella storia). In tali condizioni, gli Stati Uniti hanno sviluppato in particolare la loro tradizionale estrema sensibilità, come gruppo umano, al potere nebbioso e conformista della comunicazione del sistema, divenendo assai più facilmente trascinabili dall’impulso del Sistema. La psicologia americanista, che si basa sui caratteri di incolpevolezza e invincibilità, è di un’estrema vulnerabilità allo slancio del sistema, dato che tale dinamica è assimilata all’eccezionalismo americanista. (Si noti che tale psicologia s’è preparata all’estrema sensibilità che mostra oggi allo scatenarsi della dinamica del sistema, rinnovando dall’autunno del 2013, per via di Putin e del suo articolo sul New York Times, il dibattito sull’eccezionalità degli Stati Uniti, divenuto subito un’operazione comunicativa per riabilitare il concetto. L’azione del sistema può rafforzare tale orientamento). Il comportamento della leadership politica degli Stati Uniti in tutte le sue componenti, appare molto più automatizzato all’estremismo come costante, possibile interpretazione dell’estremismo assoluto automatizzato che comporta, nel modo più efficace, un’ipotesi così quasi auto-evidente da non aver nemmeno bisogno di essere espresso: la scomparsa della Russia (“L’unica cosa che l’occidente si aspetta dalla Russia è che la Russia non esista più“); tale “estremismo assoluto automatizzato” non ha più alcun rapporto con la solita etichettatura ideologica. L’episodio di Nuland al Congresso, scoperto per caso e che non pone alcuna domanda o interesse negli Stati Uniti, ci sembra particolarmente rivelatore. Il capo indiscusso della fazione neocon nella “diplomazia” degli Stati Uniti (dipartimento di Stato, NSC, ecc.) si trova quasi sotto accusa in quanto moderata, come lo furono durante la Guerra Fredda i sostenitori della deterrenza davanti le fazioni estremiste di destra. Ciò non perché la commissione per gli affari esteri abbia cambiato opinione, ma semplicemente perché cede alle dinamiche in questione, essendo particolarmente ben posizionato per farlo. Non c’è nemmeno bisogno di McCain (McCain presidente della minoranza repubblicana nel Comitato Forze Armate). Evolve, come sembra, pensando a “ruota libera”, cioè con un pensiero ridotto alle dinamiche in questione.
Siamo consapevoli che in tale caso continueremo a giudicare la crisi ucraina molto più grave della crisi irachena, che si dispiega in parallelo, mentre negli Stati Uniti la crisi irachena compare sui titoli della stampa così come negli attacchi al sistema dei critici delle reti antisistema, mentre l’accento sulla crisi ucraina è minimo. (In realtà le due crisi sono complementari e dovrebbero interferire sempre più se i russi si avvicinano marcatamente a iracheni e iraniani, in base a un giudizio chiaramente influenzato dall’antagonismo del blocco BAO subito nella crisi ucraina). Riteniamo infatti che l’episodio decisivo del sistema, più che mai, nascerà nel cuore della crisi ucraina e nelle sue varie estensioni, piuttosto che dalla crisi in Iraq e Medio Oriente. Tale episodio sarà esplosivo e necessariamente determinante negli USA sul piano della comunicazione e della psicologia, affrontando una psicologia ridotta agli elementi del disinteresse alla crisi e dell’estremismo antirusso assoluto, con la possibilità che si avveri brutalmente la possibilità del confronto con la Russia, con un possibile conflitto nucleare. Allora, quando si realizzerà tale potenziale, potremo notare gli estremamente brutali e completamente incontrollabili estensioni ed effetti indiretti di un episodio che potrebbe attivare l’ultima fase della crisi di collasso del sistema.

bigTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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