Gli Stati Uniti avvertono il Qatar

Karim Zmerli, Tunisie Secret, 1 ottobre 2013

Il sostituto emiro Tamim continua nella politica islamo-terrorista del padre rimosso e, a priori, comincia ad irritare l’amministrazione statunitense. Sacrificando i suoi due servitori, Hamad bin Qalifa e Hamad bin Jassim, Obama, che voleva salvarsi la pelle di fronte a un Senato che l’accusa di sostenere il terrorismo islamista, voleva servirsi di Tamim per la sua nuova tabella di marcia: disimpegno totale dal conflitto in Siria a favore dell’Arabia Saudita, la neutralità nel processo “democratico” in Tunisia, Egitto e Libia, sospensione di tutti gli aiuti agli islamisti e soprattutto ai jihadisti. Ma è nella natura dei beduini non capire l’ordine del padrone una prima volta. Buon fratello musulmano, Tamim, già coinvolto nella destabilizzazione della Tunisia e nell’invasione della Libia, ha continuato la stessa politica criminale del padre, ma più discretamente. Questo è troppo per Obama, che ha appena mandato al Qatar un severo avvertimento.

547752Con la “primavera araba”, Barack Hussein Obama ha voluto cancellare i danni della politica del suo predecessore, George W. Bush. Vale a dire l’inasprirsi del sentimento anti-americano che la guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan ha creato nella coscienza islamica. Lo stratagemma ha funzionato bene nei primi mesi dopo la caduta dei regimi autoritari arabi. Obama era al suo zenit e gli USA più popolari di quanto non lo siano mai stati. Ma ora non più. Il popolo arabo rimpiange l’era di Bush e accusa Obama di tutti i peccati d’Israele. Perché gli statunitensi sono accusati di “usurpare” ai popoli la “primavera araba”, la loro “rivoluzione” e di avergli imposto l’islamismo. Con poche eccezioni, tutti i Paesi occidentali credevano che l’islamismo fosse popolare nel mondo arabo, e che non ci fosse alternativa ai regimi autoritari, quindi, questa ideologia neofascista presentata come “Islam moderato”, aveva la necessità di essere sostenuta. Ma sorpresa e una graffiante confutazione arrivarono dall’Egitto. Non tanto perché il generale Abdelfatah al-Sisi aveva osato, ma perché la stragrande maggioranza del popolo egiziano aveva accolto la sua azione come una seconda “rivoluzione”, come la vera liberazione dall’incubo islamo-fascista. Il principale quotidiano al-Ahram ha poi titolato: “I tunisini ci hanno esportato una rivoluzione falsa, gli diamo una vera rivoluzione!
Come abbiamo scritto a giugno, il risveglio nazionalista egiziano era la conseguenza immediata o l’effetto collaterale del licenziamento dei due Hamad del Qatar. Ma prima vi fu la pulizia dei fascio-islamisti in Mali, sostenuti e sponsorizzati dall’emiro e dal suo visir, come tutti i movimenti islamo-terroristici che imperversano in Africa, tra cui i Shabab che hanno commesso un massacro in Kenya. Per sbarazzarsi dei due Hamad, Obama ha voluto togliere due scomodi testimoni della sua politica filo-islamista. Alcuni ex-diplomatici e militari sono anche convinti che l’alleanza tra al-Qaida e al-Qatar sia provata e che sia una bomba a orologeria che può danneggiare l’immagine della “prima democrazia” del mondo, e dei suoi interessi vitali. Ma il sostituto emiro, Tamim, non sembra capire l’avvertimento degli Stati Uniti. A un mese dal suo insediamento, ha iniziato ad armare Jabhat al-Nusra e al-Qaida in Siria, e la sua rete propagandistica, al-Jazeera, continua la disinformazione sugli eventi in Egitto e in Siria. Da qui il severo avvertimento da uno stretto collaboratore di Obama, un musulmano, cui è bastato contattare Tamim, a casa sua a Doha. Secondo un giornalista del Kuwait, l’inviato di Obama in Qatar s’è rivolto all’emiro come il padrone si rivolge al proprio cane. Già ad agosto, Jeremy Shapiro, vicedirettore del Centro degli Stati Uniti e dell’Europa (CUSE) della Brookings Institution e consigliere dell’ex-segretario di Stato degli USA, ha pubblicato un articolo al vetriolo contro l’emirato. In questo articolo, pubblicato su Foreign Policy (FP) il 28 agosto 2013, Jeremy Shapiro ha scritto: “In Libia, gli sforzi degli Stati Uniti per sostenere la formazione di un governo di transizione moderato e in grado di governare efficacemente la Libia, sono stati costantemente disattesi e minati dalla politica autonoma del Qatar… Non va meglio in Siria. Il Qatar è emerso dal 2011 probabilmente come il più importante supporto estero dell’opposizione siriana al regime di Assad. Il Qatar ha speso, secondo la stampa, più di 3 miliardi dollari in aiuti all’opposizione… come in Libia, il Qatar ha usato la sua influenza per ostacolare gli sforzi degli Stati Uniti e degli altri nel promuovere l’unità nell’opposizione siriana, un prerequisito per una soluzione negoziata della guerra…
Secondo Jeremy Shapiro, il Qatar non è né un amico, né un nemico. Ma la sua politica va sempre contro gli interessi degli Stati Uniti. E per scagionare il capo della Casa Bianca, ha detto che il Qatar ha preso l’iniziativa di sostenere i Fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia, e supporta gli estremisti in Siria e in Iraq. Ha aggiunto che “prevede che la nuova leadership politica del Qatar  cambi rotta, come sembra faccia la Turchia.” E allora? Jeremy Shapiro propone cinque misure contro il Qatar. Pensa di spingere l’Arabia Saudita a svolgere un ruolo di primo piano nella pacificazione della situazione siriana. Intende giocare sulla vecchia disputa tra il Qatar e l’Arabia Saudita, e prevede di ospitare l’opposizione del Qatar e di dare voce alla televisione al-Arabiya. E, se necessario, chiudere la base di al-Udaid. Propone inoltre di denunciare le condizioni dei lavoratori stranieri in Qatar per condurre una campagna mediatica contro la Coppa del Mondo nel 2022. L’ultima raccomandazione sembra già avviata, con la stampa statunitense, inglese e francese che scopre improvvisamente che il Qatar maltratta i lavoratori immigrati!
Il cambiamento nella politica degli Stati Uniti verso l’islamismo sembra essere più strategico che tattico. L’accettazione del piano russo per la risoluzione del conflitto in Siria, la ripresa del dialogo diplomatico con l’Iran, la stabilizzazione dei rapporti con l’Egitto, sono tutte indicazioni che il governo degli Stati Uniti non sia più sotto l’influenza della setta dei Fratelli musulmani, in generale, e in particolare del Qatar. Alla luce di tale cambiamento è necessario leggere l’ultima “pressione” di Jacob Walles sul capo dei Fratelli musulmani in Tunisia, Rashid Ghanuchi! Secondo il Middle East Online, una fonte diplomatica degli Stati Uniti ha detto che il governo statunitense ha avvertito al-Nahda di un possibile scenario egiziano, se i fratelli musulmani tunisini non accettano la roadmap che la prima potenza “capitalista” ha ispirato al “proletariato” dell’UGTT!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Il Bay’ah del Qatar dal re saudita

Vijay Prashad Counterpunch 7 agosto 2013

947165Le cose non vanno bene per il Qatar del nuovo emiro, lo sceicco 33enne Tamim bin Hamad al-Thani. Questo fine settimana, un volo della Qatar Airways da Doha (Qatar) a Tripoli (Libia) ha dovuto deviare su Alessandria (Egitto) e ritornare a Doha. Uomini armati hanno sequestrato la torre di controllo dell’aeroporto di Mitiga, le cui piste sono state poi chiuse a questo volo da Doha. Il giorno prima, uomini armati erano entrati nell’ufficio della Qatar Airways presso l’aeroporto e minacciato di fare quello che hanno fatto il giorno successivo. Dissero anche che avevano in programma di scacciare la Qatar Airways dagli uffici delle Tripoli Towers. Questa non è la prima indicazione di una violenta reazione anti-Qatar in Libia. A metà giugno, la Qatar Airways sospese i voli per l’aeroporto di Bengasi-Benina, quando uomini armati di quella città turbolenta ne impedirono il transito. Si dice che gli uomini armati provenissero dalla brigata al-Zadin al-Waqwaq, che si risentirebbe per l’influenza del Qatar nella politica e nella società libiche. Tutto questo segue le manifestazioni anti-Qatar in Tunisia e in Libia, in cui i manifestanti hanno detto che vi è armonia tra Qatar e Israele nella loro politica verso la Siria. La dimostrazione davanti al Tibesti Hotel di Bengasi è stata particolarmente grintosa. La rabbia per la politica del Qatar in Siria era accompagnata dalla rabbia per il sostegno del Qatar ai jihadisti in Libia (così come dalle accuse di acquisto di terreni in Libia del Qatar).
Il Qatar aveva dato la sua benedizione e i suoi riyal ai Fratelli musulmani e satelliti in tutto il Nord Africa e l’Asia occidentale. Al-Nahda in Tunisia è stata finanziata da Doha, il cui denaro ha permesso al movimento islamico in esilio di spostare i propri uffici da un vicolo a un edificio del centro, una volta di proprietà di Tunisie Telecom. Le scadenti politiche sociali di al-Nahda assieme all’assassinio di due leader popolari (Shuqri Belaid e Muhammad Brahmi) hanno evocato lo spettro del Qatar ai tunisini. In Egitto, la cacciata di Muhammad Mursi dei Fratelli musulmani da parte dei militari e di una classe politica che includeva il partito filo-saudita al-Nur, ha preso in contropiede il Qatar. Il ministro degli Esteri del Qatar Khalid al-Attiyah è stato inviato ad incontrare il capo della Fratellanza Qairat al-Shatar nel carcere di Tora di Cairo, che ha però rifiutato di vederlo (e anche i rappresentanti degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti nella delegazione). Nel regno dell’ex- emiro, al-Attiyah fu il Vice-ministro degli esteri agli ordini del vecchio cavallo di battaglia, sceicco Hamad bin Jassam al-Thani, uno degli architetti della politica estera assertiva del Qatar durante la primavera araba. Ma al-Attiyah non ha il peso del suo predecessore, né la sua astuzia. È la sua attesa a Cairo è il simbolo della paralisi della politica estera del Qatar.
Se i miliardi del Qatar non hanno seminato radici profonde in Tunisia e in Egitto, le cose vanno  peggio in Siria. I funzionari del Qatar dicono che non porranno fine alla loro politica di armare i ribelli siriani, né faranno marcia indietro nella loro diplomazia aggressiva presso la Lega Araba e l’Organizzazione della Conferenza islamica. Tra i gruppi di ribelli siriani che preoccupano gli USA per i potenziali legami con al-Qaida o almeno il jihadismo estremo, c’è la brigata Ahfad al-Rasul, sconvenientemente finanziata dal Qatar. E qualcuno accusa Doha per il suo sostegno a Jabhat al-Nusra. L’ambasciatore della Coalizione nazionale siriana a Doha, Nizar al-Haraqi, ha incontrato il nuovo emiro ed è rimasto soddisfatto del fatto che la politica del Qatar non cambierà, ma non ha voluto parlare dei finanziamenti del Qatar per le armi (che secondo alcuni non sono tanti quanto  richiesti e che altri dicono probabilmente diminuiranno). Ciò è un flash tra le politiche del vecchio e del nuovo emiro.
L’ultima volta che ho passeggiato tra i baraccamenti diplomatici di Doha, l’entusiasmo per la politica del Qatar verso il mondo musulmano era continuo. Il CNS aveva appena aperto la sua nuova sede presso Onaiza Street, nella zona della baia occidentale. I taliban erano pronti ad aprire il loro ufficio. Il Nord Africa era sul palmo dell’emiro e una delle strade principali di Doha è stata ribattezzata Omar al-Muqtar Street per onorare il grande anticolonialista libico e la battaglia del Qatar nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi in Libia. Le cose sono meno certe adesso. Le discussioni tra Kabul e Islamabad sono al punto di spostare il processo da Doha a Istanbul o Dubai, lontano dallo sguardo di al-Thani. E a dimostrazione del declino precoce dell’indipendenza del Qatar, il nuovo emiro compie il suo primo viaggio all’estero in Arabia Saudita. L’emiro ha incontrato il re saudita Abdullah e il principe ereditario Salman alla Mecca. Non molto è stato rivelato in merito alla riunione. Ciò che è importante è il suo simbolismo, un gesto che il vecchio emiro non avrebbe mai permesso. La sua antipatia per i re di Riyadh è ben nota. Suo figlio è pragmatico non per temperamento (essendo molto simile al padre), ma per disperazione. Washington ritiene che un modo di emarginare la Fratellanza siriana e le sue propaggini jihadiste è sgonfiare le ambizioni del Qatar nella regione. Questo è anche un desiderio saudita. Non è dunque fortuito che il re saudita abbia nominato il principe Bandar bin Sultan, il capo dell’intelligence generale saudita, a sorvegliare gli interessi USA-sauditi in Siria. E’ certo che l’emiro del Qatar ha saputo dai sauditi di questo nuovo sviluppo. Un Qatar oberato dovrà fare i conti con ciò, per ora. Gli Stati Uniti si sono rivolti al loro alleato storico e fedele, per ripetere la loro avventura afghana in Siria, dalla cui strategia deriva un contraccolpo spaventoso.
Il marchio Qatar ne esce ammaccato, la compagnia aerea deve affrontare problemi in Libia, i ribelli affrontano problemi in Siria, e il suo braccio propagandistico al-Jazeera perde spettatori in tutto il mondo arabo. Il nuovo emiro sarà lieto di rivolgere le sue attenzioni al proprio Paese. E poi, la storia ci dimostra che, nonostante le loro divergenze, i sultani d’Arabia sempre compongono e serrano le fila. Non per niente hanno governato per secoli, che per la durata della vita umana sembra un’eternità: Bahrain (gli al-Khalifa dal 1783), Qatar (gli al-Thani dal 1825) e il parvenu dell’Arabia Saudita (gli al-Saud dal 1932).

L’ultimo libro di Vijay Prashad è The Poorer Nations: A Possible History of the Global South (Verso, 2013).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Libano/Siria: un’operazione “segreta” sventata in meno di 24 ore!

Dottor Amin Hoteit, al-Tayyar 26/06/2013
Articolo tradotto da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca
LEBANON-SYRIA-CONFLICT-UNRESTQuando i portavoce dei “nemici della Siria” s’incontravano a Doha, parlavano di “decisioni segrete” [1] che sarebbero state attuate rapidamente per ristabilire “l’equilibrio militare” [2] tra il governo siriano e coloro che hanno delegato sul terreno per attuare i loro progetti con la violenza e il terrorismo, la grande questione ruotava intorno alla natura di queste decisioni volte a consentirgli di raggiungere i loro criminali obiettivi…
La risposta non si è fatta attendere, Ahmad al-Asir [3] veniva spinto a lanciare un'”operazione terroristica”, chiaramente preparata da tempo, contro l’esercito libanese a Saida. Così, iniziava un processo il cui primo passo era scacciare l’Esercito dalla città e dai suoi dintorni, prima di dispiegare i propri simpatizzanti terroristi in tutta l’area, nella speranza d’isolare la Resistenza e il Sud a maggioranza sciita del Libano. Una volta raggiunto il primo obiettivo, la Resistenza e la maggioranza sciita legata alla sua causa avrebbero dovuto scegliere fra due mali: accettare il “fatto compiuto” e lasciarsi strangolare in una Sidone sigillata o prendere l’iniziativa spezzando l’assedio.  Quest’ultima scelta avrebbe portato inevitabilmente all’agognata guerra per diffondere la discordia [fitna] che avrebbe gettato la resistenza in un bagno di sangue, impedendogli di continuare la lotta contro il piano occidentale-sionista sulla regione. Saida è stata scelta come centro della “Fitna” per tre principali sue caratteristiche di base: una posizione che la rende “la porta verso il sud del Libano”, una demografia che la rende il punto di partenza ideale per una guerra settaria, essendo la sua popolazione prevalentemente sunnita e circondata da una maggioranza sciita, e una rappresentanza politica formale che la rende la roccaforte del “Movimento del Futuro”, contrario alla Resistenza. Pertanto, ogni iniziativa della Resistenza per aprire una breccia nell’assedio, avrebbe potuto tranquillamente essere interpretata come una guerra degli sciiti contro i sunniti e il potere politico predominante a Sidone; la missione di al-Asir era scatenare la scintilla che avrebbe raggiunto, in poche ore, i campi palestinesi presumibilmente pronti a prendere fuoco, prima di raggiungere il resto del Libano il giorno dopo.
Al-Asir ha eseguito l’ordine ricevuto dai suoi padroni riunitisi in Qatar. Questi, a sangue freddo e senza preavviso e senza alcuna considerazione per la legge, la fede o la morale, ha aggredito l’esercito libanese. In tal modo, ha davvero pensato che avrebbe potuto destabilizzare l’esercito e spingerlo a lasciare le sue posizioni, rafforzato in ciò dal clima d’illusione estatica che l’ha privato della copertura politica necessaria ad operare al meglio sul campo. Un errore di calcolo, perché l’esercito non ha atteso tale copertura! Il sangue dei caduti è stato più che sufficiente per una risposta rapida ma ponderata contro il terrorismo di al-Asir, allevato in seno al “Movimento del Futuro” e che infliggeva ai cittadini di Sidone ogni tipo di danni e sofferenze. Questa controffensiva ha sconvolto i padrini internazionali e regionali di al-Asir, che si sono affrettati a chiedere un cessate il fuoco! E’ stato lo stesso con la posizione ufficiale del “Movimento del Futuro” che sperava di gettare l’esercito nell’arcana complessità della politica con l’intenzione di riprodurre il processo contraddittorio dell’incidente del checkpoint Koueikhat, nel maggio 2012 [4]. Ma l’esercito libanese ha deciso di proseguire salvando il Libano dal terrorista al-Asir e dai suoi simili, indipendentemente dal pesante silenzio dei politici libanesi, tra cui quello assordante del capo del governo, che ha preso posizione solo una volta che l’operazione era terminata. L’esercito libanese era ben consapevole di dover controllare la situazione entro al massimo 24 ore, altrimenti avrebbe subito delle complicazioni che avrebbero potuto seriamente minare il morale e subire uno scacco difficilmente recuperabile. I suoi soldati d’elite furono inviati in battaglia, al fine di salvare la vita dei civili e dei prigionieri presi come scudi umani da al-Asir e dalla sua banda, dotati di armamento leggero e medio individuale, e senza ricorrere all’artiglieria pesante. In tal modo, ha accettato di pagare un conto pesante [5]!
Infine, nessuna manovra o piagnisteo degli sponsor del “neo-fenomeno al-Asir” ha potuto impedire all’esercito d’eliminare una forte organizzazione terroristica di 250 persone, per lo più stranieri che si erano barricati per mesi in una specie di castello di cunicoli sotterranei riempiti da un’impressionante quantità di armi e munizioni. Tutti coloro che hanno seguito da vicino le operazioni hanno assistito alla straordinaria performance dei militari, ma la cosa più importante è trarre le implicazioni politiche, di sicurezza, militari e strategiche da questa missione, descritta da alcuni come una “missione per la vita o la morte dell’esercito libanese”. Eccone alcuni:
1. Scacco della prima “decisione segreta” presa a Doha. Il Libano è sfuggito a una “fitna” che doveva portare alla “guerra civile” e al “caos”, voluta dal Congresso per pareggiare la vittoria dell’esercito arabo siriano ad al-Qusayr, una vittoria che ha posto fine all’uso del Libano come testa di ponte per l’invio di terroristi e armi in Siria.
2. Dissoluzione dei sogni di coloro che vorrebbero trascinare la Resistenza in un conflitto civile, per compensare la sconfitta d’Israele nel 2006. Non abbiamo dimenticato la famosa raccomandazione strategica del comando militare israeliano a non impegnarsi in una guerra contro la resistenza libanese, se ciò non fosse preceduto da un conflitto interno che la danneggi. Il Libano è sfuggito a una nuova aggressione israeliana!
3. Distruzione delle barriere artificiali “alla porta verso il sud del Libano”, barriere che non erano riuscite a separare i cittadini della regione. Sidone è di nuovo una città aperta a tutti i libanesi, senza distinzione confessionale o ideologica. Sidone è di nuovo la capitale della Resistenza!
4. Conferma a coloro che lo mettono in dubbio, l’identità dell’esercito libanese, pronto a combattere per il Libano, tutto il Libano, qualunque siano le macchinazioni di coloro che professano il settarismo, il regionalismo, le faziosità…
5. Indubbia dimostrazione che le “armi della Resistenza sono destinate alla Resistenza”, che ha sopportato insulti e provocazioni per più di due anni, senza mai interferire con i doveri dello Stato e ha lasciato che l’esercito nazionale lo risolvesse. La Resistenza ha scommesso sull’esercito nazionale e ha vinto!
Infine, la battaglia di Abra [la roccaforte dello sceicco salafita al-Asir], ha portato non solo all’eliminazione di un’organizzazione terroristica, ma ha anche ostacolato il piano statunitense-sionista, poiché il campo degli aggressori sperava di compensare la sua disfatta ad al-Qusayr,  accumula sconfitte. D’altra parte, contrariamente a quanto avvenuto nel 1975 nella stessa città di Sidone, dove la sconfitta dell’esercito fu seguita da una guerra durata 14 anni, il 2013 ha visto l’esercito libanese uscirne in modo sicuro, e tutto il Libano con esso!

Note:
[1] Gli amici della Siria evocano “decisioni segrete”
[2] Gli “amici della Siria” vogliono cambiare l’equilibrio delle forze
[3] Ahmad al-Asir, l’imam radicale diventato nemico dell’esercito libanese
[4] La morte di un religioso sunnita ha dato fuoco alle polveri
[5] Il bastione di Abra conquistato dall’esercito libanese

A Lebanese army tank is deployed during clashes in SidonIl Dottor Amin Hoteit è un analista politico libanese, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fine della ‘Primavera araba’

Obama sacrifica i suoi servitori arabi, lo sceicco Hamad e il primo ministro
Karim Zmerli, Tunisie-Secret 16 giugno 2013

Era prevedibile per chiunque, tranne che per questi capicosca, che si credevano invulnerabili. Agli ordini di Washington, Hamad abdica in favore del figlio Tamim. Ma, sostenuto da Israele, il primo ministro di questo emirato wahhabita ha tentato di prendere il potere con la forza. Invano. La situazione non è ancora chiara in questo Paese microscopico, ma tutto indica che la sua politica estera cambierà totalmente.

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Mentre la stampa francese ha osservato omertosamente il segreto, il settimanale Le Point evocava il 5 giugno il ritiro di sheikh Hamad in favore del figlio. Le point ha scritto che “L’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, organizza il passaggio di consegne a suo figlio Tamim. Al potere dal 1995, l’attuale emiro sembra stanco e vuole ritirarsi… Quindi questa è una transizione graduale, durante la quale il Primo ministro Hamad bin Jassim al-Thani, dovrebbe lasciare il posto. Inoltre, l’emiro aveva iniziato la trasmissione dei suoi beni immobiliari francesi a una delle figlie.”
L’unica piccola bugia, per omissione, è che lo sceicco Hamad non è né stanco, né malato, né desideroso di lasciare il potere, anche se a favore del figlio. Questo è un ordine di Barack Hussein Obama al capocosca del Qatar di sparire. Il motivo del licenziamento è duplice. In primo luogo, il fallimento del servitore arabo nel far cadere il regime siriano. In secondo luogo, l’indiscrezione con cui ha sostenuto l’ascesa al potere degli islamisti in Tunisia e in Egitto. Alleato strategico dei Fratelli musulmani, Obama avrebbe preferito che i suoi sostenitori servili operassero con tatto e discrezione. Peggio ancora, si credeva autorizzato a sostenere al-Qaida e altre organizzazioni terroristiche islamiche in Mali e nel continente africano. Secondo il nostro collega R. Mahmoudi di Algeria Patriottica, “Sembra che il ricchissimo principe non abbia più il favore dei suoi sponsor statunitensi che non apprezzano, da qualche tempo, l’incoscienza e l’avidità del loro alleato, e vorrebbero un socio più adatto alla nuova realtà… Si scopre che il suo fallimento in Siria e la cattiva situazione di tutti i Paesi che hanno sperimentato il cambiamento di regime, Tunisia, Libia ed Egitto, giocano contro di lui. Gli Stati Uniti, che fin dall’inizio hanno sostenuto la “primavera araba”, ora cercano di stabilizzare il mondo arabo, per evitare di danneggiare i loro interessi nella regione e la sicurezza d’Israele.”
La nostra ben informata fonte ha detto che a Doha, ieri, il Primo ministro e ministro degli Esteri Hamad bin Jassim, molto turbato da questo trasferimento di potere dal padre al figlio di Mozza, avrebbe tentato un colpo di Stato con l’appoggio dei suoi amici israeliani. Il fallito colpo di Stato è stato riferito dal quotidiano palestinese al-Manar, ripreso dall’agenzia di stampa iraniana IRIB, secondo cui “Il colpo di stato fallito è stato inscenato da un gruppo di leader politici e militari guidato dal primo ministro del Paese, Hamad bin Jassim.” Sempre secondo la nostra fonte locale, una trentina di funzionari militari e della sicurezza sono stati arrestati dalle guardie del corpo dell’emiro licenziato. Protetto da Israele e da alcuni potenti alleati neoconservatori statunitensi, Hamad bin Jassim non è stato arrestato, ma privato delle sue guardie del corpo e messo agli arresti domiciliari. Alcuni osservatori occidentali ben consapevoli ritengono che il nuovo emiro dovrà fare i conti con questo incrollabile alleato di Israele e Regno Unito. Di tutti questi avvenimenti, al-Jazeera e i media del Qatar non hanno lasciato filtrare nulla. Come affermato da al-Manar, “in effetti cercano di consolidare le basi del potere del futuro emiro, qualcosa che richiede la previa eliminazione dei leader del colpo di Stato.”
Nato nel 1980 ed erede ufficiale dal 2003, Tamim bin Hamad al-Thani si è laureato alla Royal Military Academy di Sandhurst, Regno Unito. E’ Presidente del Consiglio del QIA, il fondo di investimento del regno, e del Comitato Olimpico del Qatar. È l’uomo della politica sportiva dell’emirato, del PSG e della Coppa del mondo di calcio 2022. La sua influenza è cresciuta negli affari del Qatar in questi ultimi mesi. Da due giorni il giovane emiro ha cominciato le grandi pulire delle stalle di Augia. Ha dato ordine di rimpatriare le ONG pseudo-umanitarie che operano in Egitto, Tunisia, Libia e soprattutto nell’Africa nera. L’ambasciatore del Qatar a Tunisi è stato richiamato. Un’altra spettacolare inversione di tendenza, le figure emblematiche della Fratellanza musulmana residenti a Doha sono state invitate a lasciare rapidamente il territorio. Secondo il quotidiano al-Ahram al-Jadid del 15 giugno, il mercenario palestinese Khaled Mashaal è stato espulso lo scorso venerdì verso una destinazione sconosciuta. Il leader di Hamas che ha tradito i suoi ex protettori siriani per del denaro, viveva a Doha da due anni. Altri giornali egiziani indicano che è arrivato al Cairo con una ventina di compagni. Secondo la nostra fonte presente nella capitale del Qatar, anche Yusif Qaradawi sarebbe colpito da queste misure. Sembra anche che ieri davanti al palazzo dell’imam, chiamato dall’opinione araba “il mufti della NATO“, siano stati visti tre grandi camion in movimento. Destinazione probabile l’Egitto. Il Mufti della NATO ancora gode della cittadinanza del Qatar!
Riguardo all’emiro deposto, la sua scelta è caduta sulla Francia. Secondo le nostre fonti francesi, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani probabilmente si stabilirà in uno dei suoi castelli, non lontano da Nizza, dove potrà finire i suoi giorni frequentando la “Biblioteca”, il più grande casinò della città.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1Per saperne di più: QATAR: L’assolutismo del XXI Secolo

Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tashkent si rivolge a Mosca: l’Uzbekistan non ha più scelta

Lev Vershinin Rete Voltaire Mosca (Russia) 27 maggio 2013

Islam Karimov, il divino capo uzbeko, è stato in grado di mantenere l’equidistanza tra il Cremlino e la Casa Bianca per anni. Continuava a flirtare con uno e a litigare con l’altra, e viceversa. Tuttavia, il pianoo statunitense di destabilizzazione dell’Asia centrale sostituendo il regime talib in Afghanistan non gli lascia altra scelta: l’Uzbekistan si allinea con Mosca.

political-map-of-UzbekistanA fine di marzo, siamo riusciti a trovare sul web informazioni secondo cui Islam Karimov [1] sarebbe sopravvissuto a un grave infarto, sfiorando la morte [2]. Lo scoop non essendo stato negato dai principali media, ha originato un vero suq. L’opposizione all’estero ha detto che il presidente non si sarebbe più ripreso, fonti ufficiali a Tashkent hanno risposto invece che Islam Karimov è in perfetta salute, ma non erano molto convincenti, come se ci fosse qualcosa di sospetto. Anche quando la figlia [maggiore] del Presidente, Gulnara, persona politicamente attiva con piani a lungo termine, ha detto la stessa cosa, in pochi le hanno creduto. Invece, si sono diffuse voci sul probabile abbandono della sua carica di ambasciatrice dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite, dal momento che “si preparava a un ruolo politico più importante nel Paese [3]“. Le discussioni al riguardo non  finivano, dato che ogni giorno a Tashkent spuntavano “notizie da fonti attendibili” e “prove da persone competenti.” Dopo di che, come al solito, vi furono molte riflessioni e analisi su “cosa succederà adesso?“, “chi gli succederà?” e naturalmente, “e se tutto questo non sia che una bufala?” Tutto ciò ha continuato per un po’ di tempo.
Poi un decreto del presidente uzbeko è stato emanato: nominava a posizioni chiave nel Paese, l’Hakim (governatore) della regione di Tashkent, il generale della polizia Ahmad Usmanov. Questa notizia ha messo in difficoltà tutti i “profeti”. Infatti il generale Usmanov è un uomo delle guardie del corpo del presidente, non è un cortigiano, ma piuttosto un uomo d’azione, nel senso più letterale, interamente dedito al presidente e così vicino che tutte le famiglie dell’élite dell’Uzbekistan, tra cui i sostenitori del presidente, si opposero al suo avvicinamento al potere politico. Si opposero così ferocemente che anche Dio sulla terra avrebbe dovuto accordarsi con il loro risentimento. Per il solo fatto che la sua nomina ha messo i puntini su tutte le i, dal momento che nessuno poteva dare questo ordine, andato di traverso a tutti, se non il presidente, che è in piena salute più che mai.
Infatti, il colpo era inatteso e singolarmente forte. Confrontandolo con gli scacchi, ricorda il Karpov di quando era sulla cresta dell’onda. Tutti gli equilibri vennero infranti da lui. L’alta figura di un “uomo semplice”, che non è legato a nessun clan, messa al centro dell’alta politica di un Paese dove tutto è da tempo stabile e indistruttibile, e dove tutti i clan che appaiono inginocchiati davanti allo “shah”, avevano iniziato a prendere posizione in vista della lotta, nel caso in cui avessero dovuto  condividere il potere, prendendo perciò i necessari consigli. Un uomo personalmente unto dal Signore, che difende i suoi interessi come se fossero suoi, in grado di distruggere tutti gli sporchi trucchi ma che mira anche, è sempre un uomo, a creare il proprio clan.
Ma tutti questi segreti e intrighi della Corte di Tashkent non sono interessanti in se, se non solo agli specialisti, se il soggetto non fosse un altro. Secondo le persone che hanno familiarità con la situazione, non solo dai pettegolezzi, il Generale Usmanov è tra l’altro un nemico convinto dell'”Islam politico” e ritiene che questa tendenza dovrebbe essere stroncata sul nascere, senza tener conto “di ciò che pensa l’estero” [4]. L’ha dimostrato quando era Hakim [governatore] di Andijan riuscendo a spiegare agli estremisti religiosi che dovevano comportarsi bene o l’avrebbero pagata cara. Per il momento, come anche gli specialisti del Pentagono riconoscono, la macchia “barbuta” [5], nella valle di Ferghana, ancora oggetto di tensione, è ridotta al minimo. L’uomo non è di certo un “amico della democrazia”, ecco perché non è amato in occidente, secondo un eufemismo.  Soprattutto perché ritiene, come suggeriscono le circostanze, che Tashkent può fermare l’offensiva islamista se non collaborando con la Russia.
Infine, Islam Karimov è apparso in pubblico. Era molto concentrato, in forma, e ciò che è importante da notare, s’era subito recato in visita ufficiale a Mosca, dove ha avuto lunghi colloqui con il suo omologo russo sull’Afghanistan e la possibilità del suo Paese di aderire all’Unione doganale [6]. Dopo questo colloquio, una serie di ipotesi che sembravano indistruttibili s’è dissolta. In primo luogo, è chiaro che la deriva verso occidente di Tashkent s’è fermata. Era iniziata il 4 luglio 2012, quando l’Uzbekistan annunciò l’abbandono dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva dopo un colloquio probabilmente infelice [con la Russia]. Se vi ricordate, avevo scritto molto sull’argomento, e tutto concludeva che Islam Karimov pensava che dopo di lui vi sarebbe stato il diluvio. Con questo significato: la paura della rivoluzione “arancione” verdeggiante [7] che l’occidente era perfettamente in grado di scatenargli, l’affrettava a mettere il Paese sotto l’ombrello statunitense per garantirsene la stabilità, mentre è al potere, e cioè finché è in vita. Accettando l’arrivo sulla sua scia di un qualche “Saakashvili uzbeko” chiamato a destabilizzare l’Asia centrale, ventre molle della Russia.
L’uomo propone ma Dio dispone. Non è chiaro il motivo per cui gli Stati Uniti hanno deciso di spezzare un piano già pronto. Secondo il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, che ha intervistato il presidente afghano Hamid Karzai in visita in Qatar, dove ha incontrato l’emiro diabetico per l’apertura di un’ambasciata a Doha dei taliban, “il mullah Omar ha il diritto di presentare la propria candidatura alle prossime elezioni presidenziali in Afghanistan, e il governo non ha nulla in contrario“. [8] Oh. Lo stesso mullah Omar ideologo dell’ala estremista dei taliban ed emiro dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il nemico giurato degli statunitensi che l’hanno dichiarato morto ucciso più volte, ma che in realtà è più vivo che mai. Se vi ricordate, un tempo si diceva che fosse nella top ten dei terroristi più ricercati dagli Stati Uniti, che sulla sua testa pendesse una taglia di 10 milioni di dollari. In realtà, come sappiamo, vive tranquillamente e liberamente a Karachi e inoltre ha ancora un forte esercito che mantiene non si sa con quale denaro, ma ottimamente. Meglio ancora, l’FBI ha detto di nuovo nel 2011, dopo 10 anni di interferenze yankee in Afghanistan, che il mullah Omar non è mai stato in nessuna “lista nera” e più tardi, nel febbraio 2012, l’orbo [9] ha scritto una lettera a Obama, da pari a pari, offrendosi di avviare i negoziati di pace. Notizie sulle riunioni di vario tipo e in diversi luoghi tra i “rappresentanti ufficiali” dei taliban e i funzionari del dipartimento di Stato USA, appaiono di tanto in tanto sui media. E ora, come si può vedere, la dichiarazione di Karzai la dice lunga. Ovviamente, l’hanno concordata. Il risultato è molto interessante.
Non dobbiamo dubitare che il “capo militare, il capo della resistenza e il leader dei taliban” più che altro noto per la sua pietà e il suo disinteresse per il denaro, la lealtà e l’odio per il caos illimitato del  feudalesimo, vincerà le elezioni se si candiderà contro Karzai, noto per essere corrotto fino al collo e un burattino [degli USA]. Non c’è dubbio che “la seconda venuta sulla terra dei taliban” avverrà sotto la protezione del Qatar e che questo Paese, e quindi gli Stati Uniti, pianificherà il futuro dell’Afghanistan. E quindi, anche dell’Asia centrale, come vorrebbero. Creando un centro sia per irritare l’Iran, sia per destabilizzare le ex repubbliche sovietiche, costringendo la Russia a voltarsi verso il fronte dell’Asia centrale. Senza la possibilità di evitarlo, perché altrimenti l’onda annegherebbe Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan dove, tenuto contro che anche Nazarbaev è mortale [10] gli ascessi sono pronti a esplodere influenzando la Russia. Anche la Cina avrà problemi molto seri. Ma, a differenza della Russia, non avendo la pretesa di essere “civile”, non limiterà le risorse e le migliori possibilità di difendersi.
In realtà, gran parte di quanto è stato detto precedentemente è risaputo. La stessa ritirata degli statunitensi dall’Afghanistan (ne hanno diritto!) crea alla Russia una serie di problemi che semplicemente non può evitare. A tale riguardo, senza dubbio, è stata giocata dagli USA. Ma per khan, emiri, padishah e altri leader popolari post-sovietici, questa svolta di 180° è dieci volte più sgradevole [11]. In realtà, non hanno alcun margine per trattative e il solito mercanteggiare, ma devono scegliere tra due strade: o mantenere la rotta prostrandosi davanti all’occidente, aspettando i taliban, o volgersi a nord fornendo garanzie della loro sottomissione. Come era di moda dire una volta: non c’è altra possibilità.

Lev Vershinin Odnako (Federazione Russa)

Note
[1] Presidente dell’Uzbekistan dal 1990, rieletto ripetutamente in condizioni assai antidemocratiche. De facto un presidente a vita proveniente dall’alleanza tra la nomenklatura comunista e le élite gentilizie tradizionali, che hanno ricreato intorno a lui una sorta di corte orientale post-moderna, con  cortigiani e lotte di potere felpate. Contesto: un Paese che produce molto cotone ed è privo dei benefici della democrazia come intesa e imposta dagli occidentali.
[2] “Ислам Каримов находится при смерти?” Asia News, 26 marzo 2013.
[3] “Гульнара Каримова остается послом Узбекистана – миссия ООН в Женеве” Vasilij Bychkov, Profi Forex, 9 aprile 2013.
[4] Questo è il parere dell’occidente (UE, USA), messo qui in gioco.
[5] Barbuta: islamista. La Valle di Fergana è la regione più densamente popolata dell’Asia centrale, con 11 milioni di persone in 22000 kmq. Divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, la valle molto fertile è spesso sottoposta a forti tensioni etniche alimentate dall’Islam combattente. L’ultimo grande episodio finora ha comportato l’eccidio di Andijan nel 2005.
[6] La Russia ricrea attorno a sé un’unione di civiltà ed economica, l’Unione eurasiatica, che ruota attorno al Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), in realtà, piccoli Paesi che ricorrono all’assistenza militare del grande vicino russo, ma anche un’unione doganale che si compone attualmente di Russia, Bielorussia e Kazakshtan. Inoltre Kirghizistan, Tagikistan e Siria, così come Ossezia del Sud e Abkhazia potrebbero aderire all’unione doganale e di libero commercio nei prossimi anni.
[7] L’allusione alla possibilità di una rivoluzione pseudo-democratica guidata dall’estero, sul modello della “primavera araba”. Qui ci si riferisce ad una miscela di rivoluzione “arancione”, che ha portato l’Ucraina a un governo filo-occidentale e la “primavera araba”, che si basa sugli islamici (il cui colore è verde) tradizionalmente forti nella valle di Ferghana. Lo scopo di una tale rivoluzione sarebbe così non tanto installare un potere filo-occidentale ma creare una fonte d’instabilità nel cortile della Russia, mettendo a repentaglio l’organizzazione dell’Unione Eurasiatica.
[8] “Karzai Says Mullah Omar Can Run For President“, Radio Free Europe, 2 aprile 2013.
[9] Impegnato nella guerra contro i sovietici nel 1979, il mullah Omar è stato ferito quattro volte e ha perso un occhio
[10] Il Presidente del Kazakistan ha una malattia incurabile, come è stato annunciato ai primi di aprile 2013, dandogli tra i 6 ai 12 mesi di vita.
[11] “Талибан вновь готовится к схватке с шурави“, Andrej Ivanov e Sergej Ishenko, SVPressa, 20 aprile 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar, campione di bugie e di occultamenti

Majed Nehme Le Grand Soir 29 aprile 2013

xin_0620306302006968138266AFRICA-ASIA: Senza sponsor e in piena indipendenza, controcorrente rispetto ai libri attualmente ordinati e recentemente pubblicati in Francia sul Qatar, Nicolas Beau e Jacques-Marie Bourget* hanno indagato su questo piccolo Stato tribale, oscurantista e ricco, che a colpi di milioni di dollari e di false promesse sulla democrazia, vuole giocare nel cortile dei grandi imponendo a tutto il mondo la sua interpretazione fondamentalista del Corano. Un lavoro rigoroso e appassionante sulla dittatura morbida, di cui ci parla Jacques-Marie Bourget. Scrittore ed ex giornalista nell’editoria francese, Jacques-Marie Bourget ha seguito molte guerre: Vietnam, Libano, El Salvador, la Guerra del Golfo, la Serbia e il Kosovo, Palestina… a Ramallah un proiettile israeliano lo ferì gravemente. Conoscitore del mondo arabo e di quello occulto, ha pubblicato lo scorso settembre, con il fotografo Marc Simon, Sabra e Shatila nel cuore (Erick Bonnier Publishing, vedasi Africa-Asia ottobre 2012). Nicolas Beau è stato a lungo giornalista investigativo di Libération, Le Monde e Canard Enchainé prima di fondare e dirigere il sito satirico francese Bakchich.info. Ha scritto libri d’inchiesta su Marocco, Tunisia e Bernard-Henri Lévy.

Cosa ti ha portato a scrivere un libro sul Qatar?
Il caso e la necessità. Ho visitato il Paese diverse volte e sono tornato impressionato dal vuoto che emerge a Doha. Si ha l’impressione di stare in un Paese virtuale, una sorta di video globale. Mi sono interessato a capire come un tale piccolo Stato artificiale possa avere, grazie ai dollari e alla religione, un posto del genere nella storia che viviamo. D’altra parte, all’altra estremità della catena, con l’indagine nelle periferie francesi fatta dal mio co-autore Nicolas Beau, ci siamo subito convinti che vi sia una strategia affinché il Qatar diventi finalmente il padrone dell’Islam anche in Francia e in tutto il Medio Oriente e l’Africa. Imponendo la propria interpretazione del Corano, il wahhabismo, quindi essenzialmente una interpretazione salafita, fondamentalista, degli scritti del Profeta. L’esternalizzazione dell’educazione religiosa in Francia agli imam musulmani nominati dal Qatar sembrava incompatibile con l’idea e i principi della Repubblica. Immaginate il Vaticano che diventa improvvisamente produttore di gas, usare i suoi miliardi per congelare il mondo cattolico nelle idee fondamentaliste di Mons. Lefebvre, questi gruppuscoli fondamentalisti che dimostrano violentemente contro il “matrimonio per tutti” in Francia. La nostra società diventerebbe insopportabile, l’oscurantismo e il fondamentalismo sono i peggiori nemici della libertà.
In questo piccolo Paese, abbiamo iniziato pubblicando un dossier per una rivista. Ma l’abbiamo subito trasformato in un libro. Il paradosso del Qatar, che predica la democrazia, senza applicarne un grammo a casa sua, ci ha colpiti. Il nostro libro verrà certamente definito animato da malafede, il pamphlet che colpisce il Qatar… ciò è sbagliato. In questo ambito non abbiamo né controllo, né incontrato amici e sponsor. Per svolgere questo lavoro, è stato sufficiente leggere e osservare. Osservando il Qatar per quel che è: un micro-impero controllato da un satrapo, una dittatura sorridente.

Negli ultimi anni, questo piccolo petro-emirato geopoliticamente insignificante è diventato, almeno mediaticamente, un attore politico che vuole giocare ai grandi e influenzare la storia del mondo musulmano. È megalomania? Il Qatar segue un progetto che lo trascende?
C’è un delirio di grandezza, che viene incoraggiato dai consiglieri e cortigiani che sono riusciti a convincere l’emiro che è sia uno zar che il comandante dei fedeli. Ma è marginale. L’altra verità è, secondo noi, che per paura del suo vicino e potente nemico Arabia Saudita, imita la rana. Senza avere centinaia di migliaia di chilometri quadrati nel Golfo, il Qatar occupa una superficie politico-mediatica, un impero di carta. Doha ritiene che questa espansione sia un mezzo di protezione e sopravvivenza. Infine, vi è la religione. Un profondo sogno messianico cresce a Doha, la conquista di anime e territori. Qui si può confrontarlo con il piccolo Vaticano, che nel XIX.mo secolo inviava missionari in ogni continente. L’emiro è convinto di poter nutrire e far crescere la rinascita dell’Umma, la comunità dei credenti. Questa strategia ha due facce, quella di un possibile incidente, e l’ambizione di portare i sogni del Qatar troppo lontano dalla realtà. Da non dimenticare, inoltre, che Doha occupa un posto vuoto, a suo tempo lasciato dall’Arabia Saudita coinvolta negli attentati dell’11 settembre e costretta ad essere più discreta verso jihad e wahhabismo. Lo scandaloso via libera di cui gode il Qatar nell’aderire alla Francofonia, contribuisce all’obiettivo della “wahhabizzazione” dell’Africa, dove le istituzioni che promuovono la lingua francese possono essere trasformate in scuole islamiche, e Voltaire e Hugo essere sostituiti dal Corano.

Questa megalomania può rivoltarsi contro l’attuale emiro? Soprattutto se guardiamo la breve storia di questo emirato, creato nel 1970 dagli inglesi, scandito da colpi di Stato e rivoluzioni di palazzo.
Megalomania e ambizione dell’emiro Al-Thani sono, è vero, tranquillamente criticati dai “vecchi amici” del Qatar. Alcuni sostengono che il sovrano è un re malato, spingendo l’ascesa al trono del figlio designato come erede, il principe Tamim. Una volta al potere, il nuovo padrone ridurrebbe le ambizioni, tra cui il sostegno di Doha ai jihadisti, come nel caso di Libia, Mali e la Siria. Questa opzione è assai ben considerata dai diplomatici statunitensi, preoccupati da questo nuovo radicalismo islamista nel mondo. Quindi, va ricordato, il Qatar è innanzitutto uno strumento della politica di Washington, con cui è legato da un patto d’acciaio. Detto questo, promuovere Tamim non è semplice in quanto l’emiro, che scacciò il padre con un colpo di Stato nel 1995, non ha annunciato il suo ritiro. Inoltre, il primo ministro Jassim, cugino dell’emiro, l’onnipotente e ricco “HBJ”, non ha intenzione di lasciare un centimetro del suo potere. Meglio: se necessario, gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’emiro e il figlio per insediarvi “HBJ”, devoto anima e corpo a Washington e Israele. Nonostante l’opulenza che mostra, l’emirato non è così stabile come sembra. Sul fronte economico, il Qatar è indebitato a tassi “europei” e lo sfruttamento del gas di scisto è una dura concorrenza, a partire dagli Stati Uniti.

La presenza della più grande base statunitense al di fuori degli Stati Uniti, sul suolo del Qatar, può essere considerata come una polizza di assicurazione per la sopravvivenza del regime o piuttosto è una spada di Damocle che sarà fatale nel prossimo futuro?
La presenza della grande base al-Udai è un’immediata assicurazione sulla vita per Doha. Gli USA hanno qui un luogo ideale per monitorare, proteggere o attaccare a volontà la regione. Proteggere l’Arabia Saudita e Israele dagli attacchi dell’Iran. La Mecca ebbe le sue rivolte, l’ultima repressa dal capitano Barril e dalla logistica francese. Ma Doha potrebbe conoscere una rivolta guidata da pazzi di Allah scontenti della presenza del “Grande Satana” nella terra wahhabita.

Questo regime, dall’aspetto moderno, è fondamentalmente tribale e oscurantista nella realtà. Perché così poche informazioni sulla sua vera natura?
A rischio di essere noioso, finalmente il pubblico deve sapere che il Qatar è il campione del mondo della doppia morale: quella della menzogna e della dissimulazione come filosofia politica. Ad esempio, da Doha partono aerei per bombardare i taliban in Afghanistan, mentre questi guerriglieri religiosi hanno un ufficio di coordinamento a Doha, a pochi chilometri dalla base da cui decollano i caccia che li uccidono. Questo si applica in tutti i settori, anche nel caso della politica interna di questo piccolo Paese. Guardate quello che sta succedendo in questo angolo di deserto. Le libertà sono assenti, si praticano punizioni corporali, la lettre de cachet, ovvero l’incarcerazione senza accusa, è una pratica comune. Il voto non esiste che per eleggere alcuni consiglieri, così come associazioni e partiti politici sono vietati, come anche la stampa indipendente… Una costituzione redatta dall’emiro e dal suo clan, non viene nemmeno applicata in tutti i suoi articoli. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri impiegati in Qatar, la sua colonna vertebrale, sono sottoposti a ciò che le associazioni dei diritti umani chiamano “schiavitù”. Questi sfortunati, privati dei loro passaporti e pagati con una miseria, sopravvivono in odiosi campi senza il diritto di lasciare il Paese. Molti di loro, aggrappandosi al cemento dei grattacieli che costruiscono, muoiono d’infarto o precipitando (diverse centinaia di morti ogni anno).
La “giustizia” a Doha viene amministrata direttamente dal palazzo dell’emiro, attraverso giudici che sono spesso dei mercenari provenienti dal Sudan. Sono coloro che hanno condannato il poeta al-Ajami all’ergastolo, perché ha pubblicato su internet una battuta su al-Thani. Osserviamo una doppia morale: poiché questo letterato non è Solzhenitsyn, nessuno pensa di marciare a Parigi per difendere il martire della libertà. Con un aneddoto, quest’anno, poiché il suo insegnamento non era “islamico”, una scuola francese a Doha è stata semplicemente tolta dalla lista delle istituzioni gestite da Parigi.

Fermiamoci qui, perché la situazione dei diritti in Qatar è un attentato permanente ai diritti.
Eppure si cade sul famoso paradosso, Doha non esita, fuori del suo territorio, a predicare la democrazia. Il miglior forum annuale su questo tema viene organizzato nella capitale. Il suo titolo, “Democrazia nuova o restaurata“, mentre in Qatar non c’è democrazia che sia “nuova” o “restaurata”… Secondo la classifica di The Economist, solo in termini di democrazia, il Qatar è il 136.mo su 157 Stati, classificatosi dietro la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il dittatore baffuto Lukashenko, non provano vergogna o rabbia a stringere la mano ad al-Thani. E l’inferno del Qatar non impedisce ai grandi difensori dei diritti umani, tra cui gli ospiti francesi, di venire a prendersi il sole di Doha: Segolene Royal, Najat Belkacem-Vallaud, Dominique de Villepin, Bertrand Delanoë.

Come può un Paese che è essenzialmente antidemocratico presentarsi quale promotore della primavera araba e della libertà di espressione?
Alla luce della “primavera araba” il Qatar ha un ruolo fondamentale, si osservano due fasi. In un primo momento, Doha urla assieme alla gente giustamente indignata. Questo si chiama “democrazia e libertà”. Abbattuti i dittatori, il potere viene preso dai Fratelli musulmani, che sono i veri alleati di Doha. E dimenticano le parole d’ordine di ieri. Come indicato nei supermercati, “libertà e democrazia” sono solo prodotti di grido, sono solo “com” (propaganda). Se il coinvolgimento del Qatar nella “primavera” è apparso sorprendente, è la strategia di Doha che resta discreta. Da anni l’emirato ha rapporti molto stretti con i militanti islamici perseguitati dai potentati arabi, ma anche con gruppi di giovani blogger e utenti di Internet cui offrono corsi sulla “rivolta nella rete.” La politica dell’emiro è duplice. In primo luogo, spediscono avanti la “facciata” dei giovani con i loro Facebook e blogger, ma a mani nude davanti ai fucili della polizia e dei militari. Sconfitti questi, sgomberato il campo, giunge il momento di spiattellare questi islamisti tenuti al caldo e in riserva, sacralizzati dalle saghe eroiche ingigantite da al-Jazeera.

Come si spiega il coinvolgimento diretto del Qatar prima in Tunisia e Libia, e ora in Egitto, nel Sahel e in Siria?
In Libia, come dimostriamo nel nostro libro, l’obiettivo era sia di ripristinare il regno islamico di Idriss che tentare di prendere il controllo di 165 miliardi, l’ammontare del risparmio nascosto da Gheddafi. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, vi è l’applicazione della strategia fredda per “ridisegnare il Medio Oriente”, degno dei “neocon” statunitensi. Ma, ancora una volta, non fu solo  il Qatar che ha rovesciato Ben Ali e Mubaraq, la loro caduta è stata inizialmente il risultato della loro corruzione e della loro politica tirannica e cieca. Nel Sahel, i missionari del Qatar sono presenti da cinque anni. Con le reti delle moschee, l’applicazione sapiente della zaqat, la beneficenza islamica, il Qatar si è ritagliato nel Niger e in Senegal un territorio dipendente dal seno dorato di Doha. Inoltre, in Niger, come in altri Paesi poveri nel mondo, il Qatar ha acquistato centinaia di migliaia di ettari trasformando dei poveri affamati in “contadini senza terra”. Alla fine del 2012, quando i jihadisti presero il controllo del nord del Mali, fu osservato che i membri della mezzaluna rossa del Qatar si recavano a Gao per aiutare i terribili killer del MUJAO…
La Siria è un’estensione del campo della lotta con, in aggiunta, una esagerazione: mostrare concorrenza perfino con il nemico saudita nel sostegno alla jihad. Ecco, è difficile leggere chiaramente lo scopo politico dei due migliori amici del Qatar, gli Stati Uniti e Israele, poiché Doha sembra giocare con il fuoco dell’Islam radicale…

Fatah accusa il Qatar di seminare discordia e divisione tra i palestinesi sostenendo pienamente Hamas, che fa parte della nebulosa della Fratellanza musulmana. Per molti osservatori, questa strategia avvantaggia solo Israele.  Sei d’accordo con questa analisi?
Quando si vuole discutere del volto politico del Qatar verso i palestinesi, dobbiamo attenerci alle immagini. Tzipi Livni, che con Ehud Barak fu il perno dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza, nel 2009, che fece 1.500 morti, fa regolarmente shopping nei centri commerciali di Doha. Ne approfitta quando viaggia per salutare l’emiro. Un sovrano che, durante una visita segreta, si recò a Gerusalemme per visitare la signora Livni… Ricordiamoci del patto firmato da un lato da HBJ e dal sovrano al-Thani e dall’altro dagli Stati Stati: la priorità è aiutare la politica di Israele. Quando il “re” di Doha arrivò a Gaza, promise milioni, un modo di coinvolgere Hamas nel clan dei Fratelli musulmani, spezzando al meglio l’unità palestinese. Si tratta di una politica patetica. Ora, Mishaal, capo di Hamas, vive a Doha nel palmo della mano dell’emiro. Il suo sogno, avendo Hamas abbandonato ogni idea di lotta, è mettere Mishaal alla guida della Palestina annessa alla Giordania, una volta abbattuto re Abdullah. Israele potrebbe quindi estendersi in Cisgiordania. Interessante fantapolitica.

Il Qatar ha “comprato” l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio nel 2022?
Un grande e vecchio amico del Qatar ha detto: “Il loro dramma è che riescono sempre a farsi dire che “ancora una volta, hanno pagato””. Certo, vi sono dei sospetti. Si noti che le federazioni sportive sono così sensibili alla corruzione che con il denaro, l’acquisto di una gara è possibile. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi stranamente attribuite a degli outsider…

Nella disputa di confine tra Qatar e Bahrain, si è scoperto che uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aja è stato comprato dal Qatar. Il caso può essere rivisto alla luce di queste rivelazioni?
Un libro, uno serio, recentemente pubblicato suggerisce una possibile manipolazione del Qatar durante il giudizio arbitrale che ha risolto la controversia di confine tra il Qatar e il Bahrain. La posta in gioco è alta, perché sotto il mare e le isole, c’è il gas. Un esperto mi ha detto che questa rivelazione potrebbe essere utilizzata per riaprire il caso davanti alla Corte dell’Aja…

I legami pericolosi tra il francese Sarkozy e il Qatar continuano con François Hollande. Come si spiega questa continuità?
Parlando del Qatar, si parla di Sarkozy e viceversa. Dal 2007 al 2012, diplomatici e spie francesi ne sono testimoni, è l’emiro che ha impostato la “politica araba” della Francia. E’ divertente sapere oggi che Bashar al-Assad è stato l’uomo che ha introdotto i “Sarkozi” presso l’allora suo migliore amico, l’emiro del Qatar. Non vi è alcuna buona commedia senza traditori. Gheddafi è stato un altro grande amico di al-Thani, è l’emiro che ha facilitato il divertente soggiorno del colonnello e della sua tenda a Parigi. Senza menzionare casi incidenti come l’epopea del rilascio delle infermiere bulgare. Il rapporto tra il Qatar e Sarkozy è sempre stato sostenuto da prospettive finanziarie. Doha oggi ha promesso d’investire 500 milioni di euro in un fondo d’investimento che dovrebbe essere lanciato dall’ex presidente francese a Londra. Lo scambio di buone pratiche avviene con la propaganda o la mediazione di avventure, come quelle sportive, in Qatar.
François Hollande, in rapporto al Qatar, è in bilico. Un giorno il Qatar è il “partner indispensabile” che ha salvato, nella sua roccaforte di Tulle, la fabbrica di borse Tanner, il giorno dopo, bisogna stare in guardia dai suoi amici jihadisti. Nessuna politica è saldamente disegnata, e i diplomatici del Quai d’Orsay nominati da Sarkozy, continuano a giocare la partita di una Doha che deve rimanere l’amica numero uno. In tempi di crisi, gli ambiti miliardi di al-Thani comportano, inoltre, una qualche forma di amicizia nel nome di uno slogan falso e ridicolo secondo cui il Qatar “può salvare l’economia francese”… La realtà è meno entusiasmante: tutti gli investimenti industriali di Doha in Francia sono fallimentari… resta solo l’investimento nel mattone, la vecchia calza di ogni ricchezza. Notiamo ancora un’altra patetica spaccatura: Hollande ha mandato il suo ministro della difesa a Doha per cercare di compensare i costi dell’operazione militare francese in Mali, condotta contro i jihadisti ben visti dall’emiro.

*Le Vilain Petit Qatar – Cet ami qui nous veut du mal, Jacques-Marie Bourget e Nicolas Beau, ed.  Fayard, 300 p., 19 euro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

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