Qatar, campione di bugie e di occultamenti

Majed Nehme Le Grand Soir 29 aprile 2013

xin_0620306302006968138266AFRICA-ASIA: Senza sponsor e in piena indipendenza, controcorrente rispetto ai libri attualmente ordinati e recentemente pubblicati in Francia sul Qatar, Nicolas Beau e Jacques-Marie Bourget* hanno indagato su questo piccolo Stato tribale, oscurantista e ricco, che a colpi di milioni di dollari e di false promesse sulla democrazia, vuole giocare nel cortile dei grandi imponendo a tutto il mondo la sua interpretazione fondamentalista del Corano. Un lavoro rigoroso e appassionante sulla dittatura morbida, di cui ci parla Jacques-Marie Bourget. Scrittore ed ex giornalista nell’editoria francese, Jacques-Marie Bourget ha seguito molte guerre: Vietnam, Libano, El Salvador, la Guerra del Golfo, la Serbia e il Kosovo, Palestina… a Ramallah un proiettile israeliano lo ferì gravemente. Conoscitore del mondo arabo e di quello occulto, ha pubblicato lo scorso settembre, con il fotografo Marc Simon, Sabra e Shatila nel cuore (Erick Bonnier Publishing, vedasi Africa-Asia ottobre 2012). Nicolas Beau è stato a lungo giornalista investigativo di Libération, Le Monde e Canard Enchainé prima di fondare e dirigere il sito satirico francese Bakchich.info. Ha scritto libri d’inchiesta su Marocco, Tunisia e Bernard-Henri Lévy.

Cosa ti ha portato a scrivere un libro sul Qatar?
Il caso e la necessità. Ho visitato il Paese diverse volte e sono tornato impressionato dal vuoto che emerge a Doha. Si ha l’impressione di stare in un Paese virtuale, una sorta di video globale. Mi sono interessato a capire come un tale piccolo Stato artificiale possa avere, grazie ai dollari e alla religione, un posto del genere nella storia che viviamo. D’altra parte, all’altra estremità della catena, con l’indagine nelle periferie francesi fatta dal mio co-autore Nicolas Beau, ci siamo subito convinti che vi sia una strategia affinché il Qatar diventi finalmente il padrone dell’Islam anche in Francia e in tutto il Medio Oriente e l’Africa. Imponendo la propria interpretazione del Corano, il wahhabismo, quindi essenzialmente una interpretazione salafita, fondamentalista, degli scritti del Profeta. L’esternalizzazione dell’educazione religiosa in Francia agli imam musulmani nominati dal Qatar sembrava incompatibile con l’idea e i principi della Repubblica. Immaginate il Vaticano che diventa improvvisamente produttore di gas, usare i suoi miliardi per congelare il mondo cattolico nelle idee fondamentaliste di Mons. Lefebvre, questi gruppuscoli fondamentalisti che dimostrano violentemente contro il “matrimonio per tutti” in Francia. La nostra società diventerebbe insopportabile, l’oscurantismo e il fondamentalismo sono i peggiori nemici della libertà.
In questo piccolo Paese, abbiamo iniziato pubblicando un dossier per una rivista. Ma l’abbiamo subito trasformato in un libro. Il paradosso del Qatar, che predica la democrazia, senza applicarne un grammo a casa sua, ci ha colpiti. Il nostro libro verrà certamente definito animato da malafede, il pamphlet che colpisce il Qatar… ciò è sbagliato. In questo ambito non abbiamo né controllo, né incontrato amici e sponsor. Per svolgere questo lavoro, è stato sufficiente leggere e osservare. Osservando il Qatar per quel che è: un micro-impero controllato da un satrapo, una dittatura sorridente.

Negli ultimi anni, questo piccolo petro-emirato geopoliticamente insignificante è diventato, almeno mediaticamente, un attore politico che vuole giocare ai grandi e influenzare la storia del mondo musulmano. È megalomania? Il Qatar segue un progetto che lo trascende?
C’è un delirio di grandezza, che viene incoraggiato dai consiglieri e cortigiani che sono riusciti a convincere l’emiro che è sia uno zar che il comandante dei fedeli. Ma è marginale. L’altra verità è, secondo noi, che per paura del suo vicino e potente nemico Arabia Saudita, imita la rana. Senza avere centinaia di migliaia di chilometri quadrati nel Golfo, il Qatar occupa una superficie politico-mediatica, un impero di carta. Doha ritiene che questa espansione sia un mezzo di protezione e sopravvivenza. Infine, vi è la religione. Un profondo sogno messianico cresce a Doha, la conquista di anime e territori. Qui si può confrontarlo con il piccolo Vaticano, che nel XIX.mo secolo inviava missionari in ogni continente. L’emiro è convinto di poter nutrire e far crescere la rinascita dell’Umma, la comunità dei credenti. Questa strategia ha due facce, quella di un possibile incidente, e l’ambizione di portare i sogni del Qatar troppo lontano dalla realtà. Da non dimenticare, inoltre, che Doha occupa un posto vuoto, a suo tempo lasciato dall’Arabia Saudita coinvolta negli attentati dell’11 settembre e costretta ad essere più discreta verso jihad e wahhabismo. Lo scandaloso via libera di cui gode il Qatar nell’aderire alla Francofonia, contribuisce all’obiettivo della “wahhabizzazione” dell’Africa, dove le istituzioni che promuovono la lingua francese possono essere trasformate in scuole islamiche, e Voltaire e Hugo essere sostituiti dal Corano.

Questa megalomania può rivoltarsi contro l’attuale emiro? Soprattutto se guardiamo la breve storia di questo emirato, creato nel 1970 dagli inglesi, scandito da colpi di Stato e rivoluzioni di palazzo.
Megalomania e ambizione dell’emiro Al-Thani sono, è vero, tranquillamente criticati dai “vecchi amici” del Qatar. Alcuni sostengono che il sovrano è un re malato, spingendo l’ascesa al trono del figlio designato come erede, il principe Tamim. Una volta al potere, il nuovo padrone ridurrebbe le ambizioni, tra cui il sostegno di Doha ai jihadisti, come nel caso di Libia, Mali e la Siria. Questa opzione è assai ben considerata dai diplomatici statunitensi, preoccupati da questo nuovo radicalismo islamista nel mondo. Quindi, va ricordato, il Qatar è innanzitutto uno strumento della politica di Washington, con cui è legato da un patto d’acciaio. Detto questo, promuovere Tamim non è semplice in quanto l’emiro, che scacciò il padre con un colpo di Stato nel 1995, non ha annunciato il suo ritiro. Inoltre, il primo ministro Jassim, cugino dell’emiro, l’onnipotente e ricco “HBJ”, non ha intenzione di lasciare un centimetro del suo potere. Meglio: se necessario, gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’emiro e il figlio per insediarvi “HBJ”, devoto anima e corpo a Washington e Israele. Nonostante l’opulenza che mostra, l’emirato non è così stabile come sembra. Sul fronte economico, il Qatar è indebitato a tassi “europei” e lo sfruttamento del gas di scisto è una dura concorrenza, a partire dagli Stati Uniti.

La presenza della più grande base statunitense al di fuori degli Stati Uniti, sul suolo del Qatar, può essere considerata come una polizza di assicurazione per la sopravvivenza del regime o piuttosto è una spada di Damocle che sarà fatale nel prossimo futuro?
La presenza della grande base al-Udai è un’immediata assicurazione sulla vita per Doha. Gli USA hanno qui un luogo ideale per monitorare, proteggere o attaccare a volontà la regione. Proteggere l’Arabia Saudita e Israele dagli attacchi dell’Iran. La Mecca ebbe le sue rivolte, l’ultima repressa dal capitano Barril e dalla logistica francese. Ma Doha potrebbe conoscere una rivolta guidata da pazzi di Allah scontenti della presenza del “Grande Satana” nella terra wahhabita.

Questo regime, dall’aspetto moderno, è fondamentalmente tribale e oscurantista nella realtà. Perché così poche informazioni sulla sua vera natura?
A rischio di essere noioso, finalmente il pubblico deve sapere che il Qatar è il campione del mondo della doppia morale: quella della menzogna e della dissimulazione come filosofia politica. Ad esempio, da Doha partono aerei per bombardare i taliban in Afghanistan, mentre questi guerriglieri religiosi hanno un ufficio di coordinamento a Doha, a pochi chilometri dalla base da cui decollano i caccia che li uccidono. Questo si applica in tutti i settori, anche nel caso della politica interna di questo piccolo Paese. Guardate quello che sta succedendo in questo angolo di deserto. Le libertà sono assenti, si praticano punizioni corporali, la lettre de cachet, ovvero l’incarcerazione senza accusa, è una pratica comune. Il voto non esiste che per eleggere alcuni consiglieri, così come associazioni e partiti politici sono vietati, come anche la stampa indipendente… Una costituzione redatta dall’emiro e dal suo clan, non viene nemmeno applicata in tutti i suoi articoli. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri impiegati in Qatar, la sua colonna vertebrale, sono sottoposti a ciò che le associazioni dei diritti umani chiamano “schiavitù”. Questi sfortunati, privati dei loro passaporti e pagati con una miseria, sopravvivono in odiosi campi senza il diritto di lasciare il Paese. Molti di loro, aggrappandosi al cemento dei grattacieli che costruiscono, muoiono d’infarto o precipitando (diverse centinaia di morti ogni anno).
La “giustizia” a Doha viene amministrata direttamente dal palazzo dell’emiro, attraverso giudici che sono spesso dei mercenari provenienti dal Sudan. Sono coloro che hanno condannato il poeta al-Ajami all’ergastolo, perché ha pubblicato su internet una battuta su al-Thani. Osserviamo una doppia morale: poiché questo letterato non è Solzhenitsyn, nessuno pensa di marciare a Parigi per difendere il martire della libertà. Con un aneddoto, quest’anno, poiché il suo insegnamento non era “islamico”, una scuola francese a Doha è stata semplicemente tolta dalla lista delle istituzioni gestite da Parigi.

Fermiamoci qui, perché la situazione dei diritti in Qatar è un attentato permanente ai diritti.
Eppure si cade sul famoso paradosso, Doha non esita, fuori del suo territorio, a predicare la democrazia. Il miglior forum annuale su questo tema viene organizzato nella capitale. Il suo titolo, “Democrazia nuova o restaurata“, mentre in Qatar non c’è democrazia che sia “nuova” o “restaurata”… Secondo la classifica di The Economist, solo in termini di democrazia, il Qatar è il 136.mo su 157 Stati, classificatosi dietro la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il dittatore baffuto Lukashenko, non provano vergogna o rabbia a stringere la mano ad al-Thani. E l’inferno del Qatar non impedisce ai grandi difensori dei diritti umani, tra cui gli ospiti francesi, di venire a prendersi il sole di Doha: Segolene Royal, Najat Belkacem-Vallaud, Dominique de Villepin, Bertrand Delanoë.

Come può un Paese che è essenzialmente antidemocratico presentarsi quale promotore della primavera araba e della libertà di espressione?
Alla luce della “primavera araba” il Qatar ha un ruolo fondamentale, si osservano due fasi. In un primo momento, Doha urla assieme alla gente giustamente indignata. Questo si chiama “democrazia e libertà”. Abbattuti i dittatori, il potere viene preso dai Fratelli musulmani, che sono i veri alleati di Doha. E dimenticano le parole d’ordine di ieri. Come indicato nei supermercati, “libertà e democrazia” sono solo prodotti di grido, sono solo “com” (propaganda). Se il coinvolgimento del Qatar nella “primavera” è apparso sorprendente, è la strategia di Doha che resta discreta. Da anni l’emirato ha rapporti molto stretti con i militanti islamici perseguitati dai potentati arabi, ma anche con gruppi di giovani blogger e utenti di Internet cui offrono corsi sulla “rivolta nella rete.” La politica dell’emiro è duplice. In primo luogo, spediscono avanti la “facciata” dei giovani con i loro Facebook e blogger, ma a mani nude davanti ai fucili della polizia e dei militari. Sconfitti questi, sgomberato il campo, giunge il momento di spiattellare questi islamisti tenuti al caldo e in riserva, sacralizzati dalle saghe eroiche ingigantite da al-Jazeera.

Come si spiega il coinvolgimento diretto del Qatar prima in Tunisia e Libia, e ora in Egitto, nel Sahel e in Siria?
In Libia, come dimostriamo nel nostro libro, l’obiettivo era sia di ripristinare il regno islamico di Idriss che tentare di prendere il controllo di 165 miliardi, l’ammontare del risparmio nascosto da Gheddafi. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, vi è l’applicazione della strategia fredda per “ridisegnare il Medio Oriente”, degno dei “neocon” statunitensi. Ma, ancora una volta, non fu solo  il Qatar che ha rovesciato Ben Ali e Mubaraq, la loro caduta è stata inizialmente il risultato della loro corruzione e della loro politica tirannica e cieca. Nel Sahel, i missionari del Qatar sono presenti da cinque anni. Con le reti delle moschee, l’applicazione sapiente della zaqat, la beneficenza islamica, il Qatar si è ritagliato nel Niger e in Senegal un territorio dipendente dal seno dorato di Doha. Inoltre, in Niger, come in altri Paesi poveri nel mondo, il Qatar ha acquistato centinaia di migliaia di ettari trasformando dei poveri affamati in “contadini senza terra”. Alla fine del 2012, quando i jihadisti presero il controllo del nord del Mali, fu osservato che i membri della mezzaluna rossa del Qatar si recavano a Gao per aiutare i terribili killer del MUJAO…
La Siria è un’estensione del campo della lotta con, in aggiunta, una esagerazione: mostrare concorrenza perfino con il nemico saudita nel sostegno alla jihad. Ecco, è difficile leggere chiaramente lo scopo politico dei due migliori amici del Qatar, gli Stati Uniti e Israele, poiché Doha sembra giocare con il fuoco dell’Islam radicale…

Fatah accusa il Qatar di seminare discordia e divisione tra i palestinesi sostenendo pienamente Hamas, che fa parte della nebulosa della Fratellanza musulmana. Per molti osservatori, questa strategia avvantaggia solo Israele.  Sei d’accordo con questa analisi?
Quando si vuole discutere del volto politico del Qatar verso i palestinesi, dobbiamo attenerci alle immagini. Tzipi Livni, che con Ehud Barak fu il perno dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza, nel 2009, che fece 1.500 morti, fa regolarmente shopping nei centri commerciali di Doha. Ne approfitta quando viaggia per salutare l’emiro. Un sovrano che, durante una visita segreta, si recò a Gerusalemme per visitare la signora Livni… Ricordiamoci del patto firmato da un lato da HBJ e dal sovrano al-Thani e dall’altro dagli Stati Stati: la priorità è aiutare la politica di Israele. Quando il “re” di Doha arrivò a Gaza, promise milioni, un modo di coinvolgere Hamas nel clan dei Fratelli musulmani, spezzando al meglio l’unità palestinese. Si tratta di una politica patetica. Ora, Mishaal, capo di Hamas, vive a Doha nel palmo della mano dell’emiro. Il suo sogno, avendo Hamas abbandonato ogni idea di lotta, è mettere Mishaal alla guida della Palestina annessa alla Giordania, una volta abbattuto re Abdullah. Israele potrebbe quindi estendersi in Cisgiordania. Interessante fantapolitica.

Il Qatar ha “comprato” l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio nel 2022?
Un grande e vecchio amico del Qatar ha detto: “Il loro dramma è che riescono sempre a farsi dire che “ancora una volta, hanno pagato””. Certo, vi sono dei sospetti. Si noti che le federazioni sportive sono così sensibili alla corruzione che con il denaro, l’acquisto di una gara è possibile. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi stranamente attribuite a degli outsider…

Nella disputa di confine tra Qatar e Bahrain, si è scoperto che uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aja è stato comprato dal Qatar. Il caso può essere rivisto alla luce di queste rivelazioni?
Un libro, uno serio, recentemente pubblicato suggerisce una possibile manipolazione del Qatar durante il giudizio arbitrale che ha risolto la controversia di confine tra il Qatar e il Bahrain. La posta in gioco è alta, perché sotto il mare e le isole, c’è il gas. Un esperto mi ha detto che questa rivelazione potrebbe essere utilizzata per riaprire il caso davanti alla Corte dell’Aja…

I legami pericolosi tra il francese Sarkozy e il Qatar continuano con François Hollande. Come si spiega questa continuità?
Parlando del Qatar, si parla di Sarkozy e viceversa. Dal 2007 al 2012, diplomatici e spie francesi ne sono testimoni, è l’emiro che ha impostato la “politica araba” della Francia. E’ divertente sapere oggi che Bashar al-Assad è stato l’uomo che ha introdotto i “Sarkozi” presso l’allora suo migliore amico, l’emiro del Qatar. Non vi è alcuna buona commedia senza traditori. Gheddafi è stato un altro grande amico di al-Thani, è l’emiro che ha facilitato il divertente soggiorno del colonnello e della sua tenda a Parigi. Senza menzionare casi incidenti come l’epopea del rilascio delle infermiere bulgare. Il rapporto tra il Qatar e Sarkozy è sempre stato sostenuto da prospettive finanziarie. Doha oggi ha promesso d’investire 500 milioni di euro in un fondo d’investimento che dovrebbe essere lanciato dall’ex presidente francese a Londra. Lo scambio di buone pratiche avviene con la propaganda o la mediazione di avventure, come quelle sportive, in Qatar.
François Hollande, in rapporto al Qatar, è in bilico. Un giorno il Qatar è il “partner indispensabile” che ha salvato, nella sua roccaforte di Tulle, la fabbrica di borse Tanner, il giorno dopo, bisogna stare in guardia dai suoi amici jihadisti. Nessuna politica è saldamente disegnata, e i diplomatici del Quai d’Orsay nominati da Sarkozy, continuano a giocare la partita di una Doha che deve rimanere l’amica numero uno. In tempi di crisi, gli ambiti miliardi di al-Thani comportano, inoltre, una qualche forma di amicizia nel nome di uno slogan falso e ridicolo secondo cui il Qatar “può salvare l’economia francese”… La realtà è meno entusiasmante: tutti gli investimenti industriali di Doha in Francia sono fallimentari… resta solo l’investimento nel mattone, la vecchia calza di ogni ricchezza. Notiamo ancora un’altra patetica spaccatura: Hollande ha mandato il suo ministro della difesa a Doha per cercare di compensare i costi dell’operazione militare francese in Mali, condotta contro i jihadisti ben visti dall’emiro.

*Le Vilain Petit Qatar – Cet ami qui nous veut du mal, Jacques-Marie Bourget e Nicolas Beau, ed.  Fayard, 300 p., 19 euro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

I giochi da grande potenza del Qatar

Pjotr Lvov, New Eastern Outlook (testo rivisto da Oriental Review), 30 marzo 2013
Hamad+bin+Khalifa+al+Thani+President+Obama+uHhLc2S2EDolIl recente vertice della Lega araba, che ha deciso illegalmente di fornire aiuti militari all’opposizione siriana su pressione di Doha, ha dimostrato ancora una volta che c’è un nuovo equilibrio di potere nel mondo arabo, in cui Paesi tradizionalmente forti come Egitto, Algeria e Iraq si sono di nuovo dimostrati impotenti contro il ricco nano Qatar. L’emirato ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che voleva, compreso il ricatto finanziario. Perfino l’Arabia Saudita ha mostrato meno perseveranza del Qatar. Doha è ovviamente estremamente delusa dalle possibilità di sopravvivenza del legittimo governo della Siria, che resiste da più di due anni nonostante l’attiva pressione estera volta a rimuovere dal potere il regime di Assad e l’assistenza militare straniera fornita all’opposizione armata siriana, che Doha ha generosamente finanziato. Il Qatar ha già speso così tanti soldi che ha sospeso una serie di progetti di sviluppo interno, e gli investimenti stranieri nel Paese si sono notevolmente contratti. Ad esempio, l’emiro non ha mantenuto le promesse di partecipare a diversi importanti progetti russi che aveva fatto durante la sua visita del novembre 2010 a Mosca. La questione si pone, ciò perché è il denaro che manca, o è il Qatar che si vendica sulla Russia per la sua posizione sulla Siria? La ragione principale, naturalmente, è quest’ultima. Dopo tutto, nel novembre 2011 l’ambasciatore russo fu aggredito all’aeroporto di Doha, nel tentativo di prendergli la valigia diplomatica perché si era inimicato i wahhabiti locali, difendendo troppo energicamente la posizione del suo Paese sui media locali.
L’obiettivo del Qatar è chiaro: cercare di porre fine al regime siriano bloccando un progetto di gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti, e quindi diretto ai consumatori europei. Avrebbe contribuito a realizzare l’obiettivo strategico, cacciare la Russia dai mercati tradizionali del gas naturale nell’Europa sud-orientale, così come della Turchia. E Doha non opera solo su propria iniziativa, la pressione degli Stati Uniti la  sopporta. Dopo tutto, l’emirato non può essere considerato uno Stato nel senso classico. In realtà è un grande giacimento di gas naturale dominato dalla statunitense Exxon Mobil e dalla più grande base dell’US Air Force in Medio Oriente, che ha quasi 5000 militari statunitensi, vale a dire quasi la metà delle Forze Armate del Qatar. Quanta autonomia ha in realtà il Qatar? Inoltre, l’emiro e la sua famiglia sono agganciati a Washington. Dopo tutto, l’emirato veniva precedentemente indicato come uno Stato sponsor del terrorismo, e venne tolto dalla lista perché ha permesso che il suo territorio venisse utilizzato nella guerra contro l’Iraq. Ma molti membri della famiglia dell’emiro sostengono  apertamente i terroristi che hanno compiuto gli attentati di New York e Washington l’11 settembre 2001. Infatti, la legittimità dello stesso emiro è messa in discussione da quasi la metà dei membri della famiglia al-Thani. Dopo tutto, ha detronizzato il padre nel 1995, inducendo il fratello e alcuni parenti a lasciare il Paese in segno di protesta e a vivere in esilio fino a oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il Qatar è stato uno dei principali sponsor della guerra in Cecenia, finanziando generosamente mercenari arabi e ribelli ceceni. Quando la ribellione in Cecenia è stata spenta, non è un caso che Zelimkhan Janderbiev, il “presidente” d’Ichkeria, avesse ottenuto rifugio nell’emirato, insieme a più di 800 suoi sostenitori. Oggi, diversi fondi di beneficenza islamici del Qatar finanziano generosamente terroristi in tutto il mondo, dall’Africa alle Filippine, per non parlare del mondo arabo. Inoltre, lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, il portavoce principale dei Fratelli musulmani e presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, trasmette da Doha.  Non ho bisogno nemmeno di parlare di al-Jazeera, dato il suo netto ruolo in tutte le “rivoluzioni arabe”.
Il problema è un altro, come è possibile che questo nano che ha una popolazione di meno di 300.000 abitanti e dà lavoro a 1,5 milioni di stranieri, riesce a imporre la propria volontà agli arabi?  Certamente non a causa di un qualche talento speciale posseduto dal suo Primo ministro e ministro degli Esteri, Hamad bin Jassim, che 20 anni fa era un impiegato di basso livello, in qualche ministero secondario, e che non ha neanche una laurea. È meglio conosciuto per l’affarismo cui si dedica utilizzando il fondo sovrano dell’emirato, che come diplomatico mondiale. La risposta sembra essere semplice. Le risorse finanziarie di Doha le permettono di manipolare la situazione in Egitto e Libia, dove le sue spese li hanno resi finanziariamente dipendenti dal Qatar. Ma l’Algeria e l’Iraq non vogliono affrontare l’emirato per paura che inizi a finanziare i salafiti locali, presenti in gran numero in questi due Paesi. Tanto più che il Qatar ha in realtà già iniziato una guerra in Iraq arruolando dei sunniti, tra cui ex baathisti, contro il governo della maggioranza sciita guidato da Maliki.
Tuttavia, sarebbe l’inizio della fine per il Qatar se il governo legittimo della Siria riuscisse comunque a mantenere il potere. Se l’opposizione armata siriana viene sconfitta, sarebbe un boomerang su Doha, impreparata alla sconfitta. La più grande paura dell’emirato è che la Siria costituirebbe un precedente della sconfitta dei “rivoluzionari islamici”. Doha dovrebbe quindi rispondere a tutto il mondo arabo radicale conservatore, tra cui l’Arabia Saudita, che in poche ore potrebbe rimuovere dal trono l’attuale emiro. Ora che il Qatar ha preso la bandiera della “rivoluzione”, deve andare fino in fondo, fino alla vittoria o alla fine. Nessuno ha bisogno di un Qatar perdente, nemmeno gli statunitensi. Questo è il destino che attende ogni piccolo Stato artificialmente creato sul petrolio e il gas, che vive secondo i precetti dell’Islam del secolo 17.mo, ma che pretende la democrazia negli altri Paesi arabi, la cui storia e civiltà hanno migliaia di anni, non decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Libro – QATAR: L’assolutismo del XXI.mo Secolo

Il Qatar ha un ruolo chiave nei piani degli Stati Uniti sul Medio Oriente-Nord Africa

Jean Shaoul WSWS 9 febbraio 2013

Arab heads of state pose for photos in RiyadhIn seguito all’eruzione delle proteste di massa che hanno rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubaraq in Egitto due anni fa, il Qatar, insieme con l’Arabia Saudita e la Turchia, è diventato un alleato cruciale degli Stati Uniti nel garantirsi i propri interessi predatori in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Qatar è determinato ad assicurare il dominio proprio e quello delle altre cricche al potere nel Golfo Persico, in particolare del suo più grande vicino, l’Arabia Saudita, da cui dipende. A tal fine, ha cercato d’insediare regimi musulmani sunniti guidati dai Fratelli musulmani e dai loro affiliati, come mezzo per reprimere la classe operaia di tutta la regione. Ciò è in linea con la grande strategia di Washington per raffazzonare un’alleanza anti-Iran e reprimere le masse del Medio Oriente, al fine di avere il controllo delle risorse energetiche della regione, a scapito dei suoi rivali Russia e Cina.
Il Qatar, con le sue considerevoli risorse petrolifere, è il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Controlla il 14 per cento delle riserve di gas conosciute del mondo, il terzo più grande dopo la Russia e l’Iran, nel suo enorme giacimento off-shore a nord, adiacente al giacimento iraniano di South Pars. Il LNG fornisce al governo il 70 per cento delle sue entrate. Ma gli elevati costi di gestione richiedono economie di scala e mercati di grandi dimensioni che possono essere riforniti solo da una vasta rete di gasdotti che trasportano il GNL in Europa attraverso il Mediterraneo orientale, se il Qatar compete con l’Indonesia e la Nigeria. L’Arabia Saudita ha negato il permesso di transito ai gasdotti in tutto il suo territorio, nonostante sia il percorso più breve per l’Europa. Ciò ha determinato la politica estera interventista del Qatar, in particolare in Siria, che occupa una posizione strategica posta tra i principali produttori e i loro mercati chiave in Europa.
Il Qatar, governato dalla famiglia al-Thani fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, ha un reddito pro capite di 90.000 dollari US, il più alto del mondo, ma pochi ne beneficiano. Tutti tranne 225.000 su 1,7 milioni di abitanti, sono lavoratori migranti, soprattutto dal Sud e Sud-Est asiatico, che lavorano per una miseria senza diritti o protezione. Il regime ha mantenuto la sua presa sul potere reprimendo ogni dissenso, sciopero e protesta. Tuttavia, è stato costretto a rispondere al disagio sociale con un programma da 65 miliardi dollari di spese per l’edilizia e ampi progetti per  infrastrutture pubbliche e sociali, da sviluppare in cinque anni. Il Qatar ha utilizzato i suoi fondi sovrani per premiare e comprarsi amici e influenza, sostenendo i Fratelli musulmani come suoi emissari all’estero mentre li scioglieva in patria. L’emiro ha cercato di elevare il profilo del Qatar con la sua sponsorizzazione della TV al-Jazeera, canale satellitare, facendone il braccio della proprio politica estera. Al-Jazeera ha coltivato il religioso sunnita Yusif al-Qaradawi, di origine egiziana, che è a capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, e finanziato e trasmesso i suoi programmi di educazione religiosa. Questo ha generato militanti islamici, tra cui alti dirigenti di al-Qaida che il Qatar ha protetto, come la presunta mente dell’11/9, Khalid Shaikh Muhammad. E’ stato protetto dal ministro per gli Affari Religiosi del Qatar e ha ottenuto un lavoro dal governo presso il ministero per l’Elettricità e l’Acqua. Suo nipote, Ramzi Yousif, è stato giudicato colpevole di essere la mente dell’attentato al World Trade Center del 1993.
Il rapporto del Qatar con gli Stati Uniti è decollato dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, quando l’emiro permise alle forze della coalizione di operare dal Qatar, distrutto i propri missili antiaerei Stinger statunitensi, acquistati sul mercato nero, che erano fonte di attriti con Washington, e inviato truppe a combattere nella coalizione contro l’Iraq. Nel 1992, firmò un trattato di difesa che oggi prevede le esercitazioni militari congiunte e tre basi statunitensi. L’attuale sovrano, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, che ha deposto il padre nel 1994, ha speso più di un miliardo di dollari per la costruzione della base aerea al-Udeid, a sud di Doha, che opera come hub per le operazioni degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’Afghanistan, e le loro operazioni di assassinio da parte dei droni in Pakistan. Gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni all’anno per la costruzione di ulteriori impianti ad al-Udeid, al Doha International Air Base, e alla base militare al-Sayliyah, per la sede centrale dell’US Central Command (CENTCOM), dove sono di stanza 5.000 soldati statunitensi.
Doha, insieme al resto del Gulf Cooperation Council (GCC), ha inviato truppe nel vicino Bahrain per schiacciare le proteste sciite contro la dinastia al-Khalifa. In Tunisia, il Qatar ha giocato un ruolo di primo piano nel portare al potere il partito al-Nahda, nelle elezioni del 2011, dopo la caduta di Ben Ali, dotandola di coperture finanziaria e mediatica favorevole di al-Jazeera. Ha firmato numerosi accordi per aiuti economici ed investimenti, tra cui un prestito di 500 milioni di dollari, per quadruplicare la capacità di raffinazione petrolifera della Tunisia. Il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra della NATO contro la Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ha esercitato un’enorme pressione internazionale attraverso la Lega Araba e il GCC, ed inviato la sua forza aerea ad aiutare la NATO e le proprie forze speciali per armare, addestrare e guidare le milizie islamiche, in particolare quelle dei gruppi affiliati al Movimento per il cambiamento islamico libico. Mustafa Abdul Jalil, il capo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha riconosciuto che il loro successo è dovuto in gran parte al Qatar, che vi aveva speso 2 miliardi di dollari. Jalil ha detto: “Nessuno si è recato in Qatar senza aver ricevuto una somma di denaro dal governo“. Con il sostegno del Qatar, questi stessi gruppi di miliziani libici adesso forniscono armi e volontari per i tentativi di spodestare il regime di Assad. Il Qatar aveva investito 10 miliardi di dollari in Libia, con la Società Immobiliare Barwa che ha investito 2 miliardi di dollari per la costruzione di un resort sulla spiaggia nei pressi di Tripoli. Doha aveva sostenuto diversi cavalli in gara, per potersi prendere la Libia, firmando accordi del valore di 8 miliardi di dollari con il CNT, e finanziando Abdel Hakim Belhaj, leader islamista, e Sheikh Ali Salabi, chierico residente a Doha.
Prima della cacciata di Mubaraq, Doha aveva sollecitato le relazioni con Damasco e Teheran della Turchia, soprattutto per via del giacimento di petrolio e gas in comune con l’Iran, e il Qatar aveva anche cercato di mediare tra gli Stati Uniti e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Ciò culminò, all’inizio del 2011, in un accordo per un gasdotto Iran-Iraq-Siria da 10 miliardi dollari, con la possibilità di ulteriori ramificazioni in Libano e Turchia, dall’Egitto al Libano, e da Kirkuk, nella regione irachena autonoma kurda, mentre scoppiava la guerra civile siriana, alla fine di marzo 2011. Tutto questo è cambiato con la decisione delle potenze imperialiste “di pianificare  un regime islamista sunnita con cui sostituire Bashar al-Assad“. Il Qatar vi ha giocato un ruolo chiave, finanziando e armando le bande armate islamiche che conducono attacchi settari e terroristici contro la popolazione civile, e favorendo il sostegno diplomatico della Lega araba e del GCC all’intervento occidentale. Lo scorso novembre, Doha ha mediato la creazione della Coalizione nazionale siriana delle forze rivoluzionarie e di opposizione (SNC), per sostituire l’irrimediabilmente frammentato Consiglio nazionale siriano.
Nell’ambito della sua offensiva per isolare il regime di Assad, il Qatar ha costretto Khalid Mishaal, leader in esilio di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli musulmani, di rompere con la Siria. Assad aveva sponsorizzato il suo ufficio a Damasco dal 1999, quando fu espulso dalla Giordania. Mishaal si trasferì a Doha e ha cercato di rilanciare l’unità nelle discussioni con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, per ordine del Qatar. Doha sta facendo del suo meglio per tenere in piedi il governo dei Fratelli musulmani nell’Egitto del presidente Mohammed Mursi, che affronta l’opposizione di massa della classe lavoratrice egiziana, fornendo 5 miliardi di dollari di prestiti per evitarne la bancarotta e 18 miliardi di dollari in fondi di investimento. Tra essi 8 miliardi di dollari per i grandi progetti a Sharq al-Tafria, East Port Said, per garantirsi il controllo del Canale di Suez come via di transito. I fondi sono arrivati dopo che Mursi ha dato il suo pieno e pubblico appoggio al rovesciamento di Assad alla conferenza dei non allineati a di Teheran, la scorsa estate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI Secolo

Attacco israeliano: disperato tentativo di salvare la fallita campagna siriana

Land Destroyer 31 gennaio 2013

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Israele ha condotto dei raid aerei in Siria sulla base di “sospetti” trasferimenti di armi chimiche, in flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e della sovranità della Siria. The Guardian nel suo articolo “Israele compie un raid aereo sulla Siria“, afferma: “Gli aerei da guerra israeliani hanno attaccato un obiettivo vicino al confine siriano-libanese, dopo che da diversi giorni crescevano gli avvertimenti dei funzionari del governo sui depositi di armi della Siria.” Ha inoltre continuato: “Israele ha avvertito pubblicamente che avrebbe effettuato un’azione militare per impedire che le armi chimiche del regime siriano  cadano nelle mani di Hezbollah, in Libano, o dei “jihadisti globali” che combattono in Siria. L’intelligence militare israeliana dice che monitorava continuamente via satellite la zona in cui possibili convogli trasportano armi.”
In realtà, questi “jihaidisti globali” sono armati e finanziati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele almeno dal 2007. E sono anche, infatti, i beneficiari diretti della recente aggressione d’Israele. I “sospetti” israeliani sui “trasferimenti di armi”, ovviamente, restano confermati perché lo scopo dell’attacco non era impedire il trasferimento di “armi chimiche” a Hezbollah in Libano, ma provocare un conflitto più ampio volto non a difendere Israele, ma a sostenere le sconfitte forze dei terroristi inviate dall’occidente in Siria per tentare di sovvertire e rovesciare la nazione siriana.
Il silenzio delle Nazioni Unite è assordante. Mentre la Turchia ospita apertamente i terroristi stranieri, armati e finanziati dall’occidente, dall’Arabia Saudita e dal Qatar per condurre incursioni nella vicina Siria, qualsiasi attacco siriano in territorio turco avrebbe come conseguenza immediata la mobilitazione delle Nazioni Unite. Al contrario, alla Turchia viene consentita, da anni, condurre attacchi aerei e persino parziali invasioni terrestri nel vicino Iraq, per attaccare i gruppi curdi accusati di minacciare la sicurezza turca. E’ chiaramente lo stesso doppio standard da tempo applicato in favore d’Israele.

Israele, insieme ad Arabia Saudita e Stati Uniti, è tra i principali sponsor di al-Qaida
Va ricordato che nel lontano 2007, come è stato ammesso da funzionari degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e libanesi che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita hanno intenzionalmente armato, finanziato e organizzato questi “jihadisti globali” con legami diretti con al-Qaida, con l’esplicito scopo di rovesciare i governi di Siria e Iran. Come riportato dal vincitore del premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo articolo del New Yorker, “The Redirection“: “Per indebolire l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, nelle operazioni clandestine destinate ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro Iran e Siria, sua alleata. Una conseguenza di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida“. Di Israele viene specificamente indicato: “Il cambiamento di politica ha portato l’Arabia Saudita e Israele a un abbraccio strategico, soprattutto perché entrambi i Paesi vedono l’Iran come una minaccia esistenziale. Sono coinvolti in colloqui diretti e i sauditi, che credono che la stabilità maggiore in Israele e Palestina darà una leva regionale in meno per l’Iran, sono sempre più coinvolti in negoziati arabo-israeliani.” Inoltre, funzionari sauditi hanno menzionato l’attento bilanciamento della loro nazione quando deve operare in modo da nascondere il suo ruolo di sostegno alle ambizioni USA-Israele nella regione: “Il saudita ha detto che, secondo il suo Paese, vi è un rischio politico nell’appoggiare gli Stati Uniti contro l’Iran: Bandar viene visto nel mondo arabo come troppo vicino all’amministrazione Bush. “Abbiamo due incubi”, mi ha detto l’ex diplomatico. “L’Iran che acquisisce la bomba e gli Stati Uniti che attaccano l’Iran. Preferirei che gli israeliani bombardino gli iraniani, in modo che possiamo condannarli. Se lo fanno gli USA, non potremmo condannarli“.
Può interessare i lettori sapere che mentre la Francia invade e occupa vaste aree del Mali in Africa, accusando il Qatar di finanziare e armare gruppi terroristici nella regione legati ad al-Qaida,  Francia, Stati Uniti e Israele cooperano con il Qatar per finanziare e armare questi stessi gruppi in Siria. In effetti, il think-tank statunitense Brookings Institution ha letteralmente un “Doha Centre” in Qatar, mentre il “Saban Centre” della Brookings del cittadino USA-israeliano Haim Saban, indice  conferenze e ha molti membri del suo consiglio di amministrazione anch’essi residenti a Doha, in Qatar. Doha è anche sede della più recente invenzione dell’occidente, la “Coalizione siriana” guidata da un sostenitore impassibile di al-Qaida, Moaz al-Qatib.
Tutto ciò fa parte della montatura materiale della cospirazione documentata da Seymour Hersh nel 2007. Il Wall Street Journal, sempre nel 2007, ha riferito dei piani degli Stati Uniti di Bush per creare una partnership con Fratelli musulmani della Siria, gruppo noto per essere d’ispirazione ideologica per le organizzazioni terroristiche collegate, tra cui al-Qaida stessa. Nell’articolo intitolato “Per controllare la Siria, gli Stati Uniti ricercano dei legami con i Fratelli musulmani“, si afferma: “In un pomeriggio umido di fine maggio, circa 100 sostenitori del più grande gruppo d’opposizione in esilio della Siria, il Fronte di Salvezza Nazionale, si riuniscono davanti all’ambasciata di Damasco per protestare contro il regime del presidente siriano Bashar Assad. I partecipanti hanno gridato slogan anti-Assad e alzato striscioni che proclamano: “Modificare il regime adesso”. Il FSN riunisce democratici liberali, curdi, marxisti e ex-funzionari siriani nel tentativo di trasformare il regime dispotico del presidente Assad. Ma la protesta di Washington è anche collegata a un paio di giocatori assai improbabili: il governo degli Stati Uniti e i Fratelli musulmani.” L’articolo segnalava anche: “Diplomatici e politici statunitensi hanno anche incontrato i deputati di partiti collegati ai Fratelli musulmani in Giordania, Egitto e Iraq, negli ultimi mesi, per ascoltare le loro opinioni sulle riforme democratiche in Medio Oriente, dicono i funzionari degli Stati Uniti. Il mese scorso, l’unità dell’intelligence del dipartimento di Stato ha organizzato una conferenza di esperti sul Medio Oriente per esaminare la fondatezza dell’impegno con i Fratelli, in particolare in Egitto e in Siria.” Descrive i legami ideologici e operativi tra la Fratellanza e al-Qaida: “Oggi, il rapporto tra la militanza della Fratellanza islamista e al-Qaida in particolare è la fonte di molte discussioni. Usama bin Ladin e altri leader di al-Qaida citano le opere del massimo intellettuale della Fratellanza, Sayyid Qutb, quale fonte d’ispirazione per la loro crociata contro i dittatori occidentali e arabi. I membri dei rami della Fratellanza egiziano e siriano continuato ad avere ruoli direttivi nel movimento di bin Ladin.”
Eppure, nonostante tutto questo, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar, insieme a Israele e Turchia cospirano apertamente con essi, e da anni armano e finanziano questi i gruppi estremisti settari e terroristici in tutto il mondo arabo, dalla Libia all’Egitto, e ora in Siria e dintorni. I timori d’Israele che questi terroristi acquisiscano “armi chimiche” sono assurdi. Le hanno già acquisite con l’aiuto di Stati Uniti, NATO, dei britannici, sauditi, qatarioti e anche israeliani, in Libia nel 2011. In realtà, molti di questi terroristi libici guidano i gruppi stranieri militanti che si riversano in Siria attraverso il confine turco-siriano.

Che cosa significa davvero l’attacco d’Israele
In effetti, la spiegazione del perché Israele abbia colpito la vicina Siria è debole come non mai, non considerando la sua lunga relazione con la realtà documentata del finanziamento e armamento di molti “jihaidisti globali” di cui teme che possano impossessarsi di armi. I suoi timori su Hezbollah sono parimenti infondati. Se Hezbollah, i siriani o gli iraniani fossero stati interessati a inviare armi chimiche in Libano, l’avrebbero già fatto, e certamente l’avrebbero fatto con mezzi diversi dai grandi convogli che semplicemente “attraversano il confine”. Hezbollah ha già dimostrato di essere capace di sconfiggere l’aggressione di Israele con armi convenzionali, come dimostrato durante l’estate del 2006.
In realtà, la pressione esercitata sulle frontiere della Siria sia da Israele che dal suo partner la Turchia del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, a nord, fa parte di un piano documentato per alleviare la pressione sui terroristi armati e finanziati da sauditi, qatarioti occidentali ed israeliani che operano in Siria. Il già menzionato think-tank in politica estera degli Stati Uniti finanziato da Fortune 500, il Brookings Institution, ha stilato dei progetti per un cambiamento di regime in Libia così come per  la Siria e l’Iran, e l’ha pubblicato in particolare nel suo rapporto intitolato “Valutazioni per le opzioni di un cambio di regime“.
La Brookings descrive come gli sforzi israeliani nel sud della Siria, in combinazione con la Turchia che allinea grandi quantità di armi e truppe lungo il confine a nord, potrebbe contribuire a un violento cambiamento del regime in vigore in Siria: “Inoltre, i servizi segreti d’Israele hanno una forte conoscenza della Siria, così come delle attività nel regime siriano che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e avviare la rimozione di Assad. Israele può posizionare forze su o vicino le alture del Golan e così facendo, potrebbe deviare le forze del regime dalla repressione dell’opposizione. Questa posizione può evocare delle paure nel regime di Assad su una guerra su più fronti, in particolare se la Turchia è disposta a fare lo stesso sul suo confine, e se l’opposizione siriana viene rifornita costantemente di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse convincere la leadership militare della Siria a cacciare Assad al fine di preservarsi. Consiglieri sostengono che questa pressione supplementare potrebbe far pendere la bilancia contro Assad in Siria, se altre forze vi si allineano in modo corretto“. Pagina 6, “Valutazione delle opzioni per un cambio di regime”, Brookings Institution.
Naturalmente, gli attacchi aerei sulla Siria vanno oltre gli “atteggiamenti” e indica forse il livello di disperazione in occidente, che sembra aver scelto il suo teppista preferito, Israele, per incrementare gli “interventi”, proprio come aveva previsto in riferimento a un attacco all’Iran, anch’esso documentato in un rapporto della Brookings dal titolo “Quale Via per la Persia?
Per quanto riguarda l’Iran, la relazione “Quale Via per la Persia?” della Brookings afferma specificamente: “Israele sembra aver effettuato accuratamente pianificazione e addestramento per un attacco, ed i suoi aerei si sono probabilmente già posizionati il più vicino possibile all’Iran. Quindi  Israele potrebbe essere in grado di lanciare l’attacco nel giro di settimane o addirittura giorni, a seconda del tempo e delle condizioni d’intelligence di cui necessita. Inoltre, dal momento che Israele avrebbe assai meno bisogno (o interesse) nel garantirsi un sostegno regionale per l’operazione, Gerusalemme probabilmente si sentirebbe meno motivata ad attendere una provocazione iraniana prima di attaccare. In breve, Israele potrebbe muoversi molto velocemente per implementare questa opzione, se i leader israeliani e statunitensi vogliano che accada. Tuttavia, come osservato nel capitolo precedente, gli stessi attacchi aerei sono in realtà solo l’inizio di questa politica. Anche in questo caso, gli iraniani senza dubbio ricostruirebbero i loro siti nucleari. Avvierebbero probabilmente ritorsioni contro Israele e potrebbero anche rivalersi contro gli Stati Uniti, (che potrebbero creare un pretesto per attacchi aerei o addirittura un invasione statunitensi)”. Pagina 91, “Quale Via per la Persia?”, Brookings Institution?
E in questa affermazione possiamo raccogliere l’intuizione dietro l’altrimenti irrazionale atteggiamento belligerante d’Israele nel corso della sua breve storia, così come nella sua ultima aggressione non provocata contro la Siria. Il ruolo d’Israele è quello del “teppista”. Come  testa di ponte regionale degli interessi aziendali e finanziari occidentali, fornisce il “piede nella porta” per i molti conflitti ricercati dall’occidente. Bombardando la Siria, spera di provocare un grande conflitto e l’intervento dell’occidente voluto e progettato da quando è esploso il violento conflitto in Siria nel 2011.
Per la Siria e i suoi alleati l’obiettivo, ora, deve essere scoraggiare ulteriori aggressioni israeliane ed evitare ad ogni costo che il conflitto si amplifichi. Se le forze terroristiche delegate dalla NATO sono deboli come appaiono, incapaci di vantaggi tattici o strategici, e si estinguono in disperati attacchi terroristici, sarà solo questione di tempo prima che la campagna della NATO sia bloccata. Come detto in precedenza, ad esempio un fallimento parziale della NATO sarà l’inizio della sua fine, e degli interessi occidentali che l’hanno usata come strumento per avere l’egemonia geopolitica.
Israele dovrebbe tentare di compiere atti sempre più disperati per provocare la Siria e l’Iran, essendo la sua leadership un’espressione diretta degli interessi aziendali-finanzieri stranieri, e non del popolo israeliano o dei suoi migliori interessi (tra cui la pace e perfino la sopravvivenza). Il popolo israeliano deve rendersi conto che la sua leadership, in effetti, non lo rappresenta e nenache rappresenta i suoi interessi, poiché vuole e desidera dissiparne vite e risorse al servizio degli interessi e dell’egemonia globale corporativo-finanziari stranieri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Qatar, sponsor degli islamisti e principale alleato degli USA

Nicola Nasser, Global Research, 23 gennaio 2013

1540890Nel suo discorso inaugurale il 21 gennaio, il presidente statunitense Barack Obama ha fatto l’annuncio storico che “un decennio di guerra sta finendo”, e ha espresso la determinazione del suo Paese a “mostrare coraggio cercando di risolvere in pace le nostre differenze con le altre nazioni“, ma il suo messaggio rimane una chiacchiera che deve ancora essere tradotta in fatti, e che non ha ancora raggiunto alcuni dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, che tutt’ora rullano i tamburi di guerra, come Israele contro l’Iran e il Qatar contro la Siria. In considerazione del livello di “coordinamento” e “cooperazione”, da quando rapporti diplomatici bilaterali sono stati istituiti nel 1972 tra Stati Uniti e Qatar, e della concentrazione della potenza militare degli Stati Uniti in questa piccola penisola, sembra impossibile che il Qatar possa muoversi autonomamente, e  parallelamente, lontano o contro i piani regionali e strategici degli Stati Uniti.
Secondo la scheda on-line del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “le relazioni bilaterali sono forti”, entrambi i paesi si “coordinano” diplomaticamente e “cooperano” sulla sicurezza regionale, hanno un “patto di difesa”, “il Qatar ospita la base avanzata del CENTCOM” e sostiene la NATO e gli Stati Uniti nelle loro “operazioni militari regionali”. Il Qatar partecipa attivamente anche agli sforzi degli USA per creare una rete integrata di difesa missilistica nella regione del Golfo Persico. Inoltre, ospita il Combined Air Operations Center e tre basi militari statunitensi, in particolare l’al-Udeid Air Base, la base militare Assaliyah e la Doha International Air Base, presidiati da circa 5.000 effettivi delle forze USA. Il Qatar, vincolato da tale strettissima alleanza con gli Stati Uniti,  recentemente è divenuto il principale sponsor dei movimenti politici islamisti.
Il Qatar oggi sembra essere lo sponsor principale dell’organizzazione internazionale dei Fratelli musulmani che, secondo quanto riferito, si sciolsero in Qatar nel 1999 perché fu vista dalla famiglia al potere come un avversario. Il matrimonio di convenienza tra il Qatar e la confraternita ha creato l’incubatore naturale dei fondamentalisti islamici armati, contro i quali gli Stati Uniti dall’11 settembre 2001 hanno condotto quello che viene etichettata “guerra globale al terrorismo.” La guerra nella nazione africana del Mali offre l’esempio più recente di come gli Stati Uniti e il Qatar, apparentemente, stiano in due modi distinti. Considerando che il segretario della Difesa, Leon Panetta, era a Londra il 18 gennaio a “elogiare” la “leadership francese dello sforzo internazionale” in Mali, per cui il suo paese si impegna nella logistica, nel trasporto e nel supporto dell’intelligence, il Qatar sembrava rischiare i propri legami speciali con la Francia, che raggiunse il picco durante la guerra della NATO contro la Libia, subendo ora la diffidenza statunitense e francese.
Il 15 gennaio, il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Hamad bin Jassim al-Thani, ha detto ai giornalisti di non credere che “la forza risolverà il problema,” consigliando invece che questo problema sia “discusso” tra i “paesi confinanti, l’Unione africana e il Consiglio di Sicurezza (dell’ONU)” unendosi all’ideologo dei Fratelli musulmani e loro sponsor del Qatar, a Doha, Abdullah Yusuf al-Qaradawi, il capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani cui è stato negato il visto di ingresso nel Regno Unito nel 2008 e in Francia lo scorso anno, richiedendo  “dialogo”, “riconciliazione” e “soluzione pacifica” invece dell’”intervento militare”. Con un esempio relativamente vecchio, secondo WikiLeaks, l’ex presidente della Somalia del 2009 Sharif Ahmed ha detto a un diplomatico degli Stati Uniti che il Qatar forniva assistenza finanziaria diretta agli Shabab al-Mujahidin legati ad al-Qaida, che gli Stati Uniti definiscono “terroristi.” In Siria, con un altro esempio, la Fratellanza è la principale forza che “lotta” contro il regime al potere in alleanza con i responsabili delle atrocità e degli attentati terroristici del Fronte al-Nusra, collegato ad al-Qaida, e designato dal Regno Unito come organizzazione terroristica lo scorso dicembre, mentre l’opposizione siriana, guidata dalla Fratellanza e sponsorizzata da Stati Uniti e Qatar, aveva protestato pubblicamente tale designazione da parte degli Stati Uniti, nel silenzio del Qatar, che al riguardo non poteva che essere interpretato che come un sostegno della protesta contro la decisione statunitense. Di recente, il Qatar ha, in un altro esempio, sostituito la Siria, che venne inclusa nella lista degli sponsor del terrorismo dal 1979, come sponsor di Hamas, la cui leadership si è trasferita da Damasco a Doha, che gli Stati Uniti indicano come gruppo “terrorista”, e che ammette pubblicamente di essere il ramo palestinese della Fratellanza.
Il Qatar, in tutti questi esempi, sembra posizionarsi per farsi nominare mediatore, con la benedizione degli Stati Uniti, cercando di ottenere con la leva finanziaria del paese ciò che gli Stati Uniti non potrebbero ottenere militarmente, o che potrebbero avere ma ad un costo molto più alto  in denaro e anime. Nel caso del Mali, il premier del Qatar sceicco Hamad è entrato nelle cronache dichiarando questa ambizione: “Sarà parte della soluzione, (ma) non l’unico mediatore“, ha detto. La benedizione degli Stati Uniti non poteva essere più esplicita dell’approvazione del presidente Obama nell’apertura dell’ufficio dei taliban afgani a Doha, “per facilitare” una “pace negoziata in Afghanistan”, secondo il ministero degli Esteri del Qatar, il 16 gennaio. Tuttavia, una mediazione unilaterale del Qatar fallì nello Yemen; come la mediazione del Qatar in Siria si è rivelata un fallimento simile, nei due anni di crisi siriana; la “Dichiarazione di Doha” per riconciliare le fazioni rivali palestinesi è ancora un risultato di carta; la mediazione del Qatar nella crisi del Darfur del Sudan non ha ancora portato a nulla; la “mediazione” del Qatar in Libia è stata condannata come  intervento negli affari interni del paese dal più importante dei leader post-Gheddafi, e nell’Egitto  post-”primavera araba”, il Qatar ha abbandonato i suoi iniziali sforzi di mediazione per allinearsi pubblicamente con il governo della Fratellanza. Ma a dispetto di questi fallimenti, gli sforzi per la “mediazione” del Qatar hanno avuto successo nel servire la strategia del suo “alleato”, gli Stati Uniti.

Con la benedizione degli Stati Uniti
Gli analisti del Gruppo sull’intelligence Soufan, lo scorso 10 dicembre, hanno concluso che “il Qatar continua a dimostrare di essere un fondamentale alleato degli Stati Uniti… Il Qatar è spesso in grado di realizzare gli obiettivi comuni USA-Qatar che Washington non è in grado o non vuole affrontare da se.” La prima amministrazione Obama, sotto la pressione dell’”austerità fiscale”, ha benedetto il finanziamento del Qatar nell’armamento degli islamisti anti-Gheddafi in Libia, chiudendo gli occhi sull’invio ad opera del Qatar dell’arsenale militare di Gheddafi agli islamisti siriani e non siriani che combattono il regime in Siria; ha “compreso” come “missione umanitaria” la visita dell’emiro del Qatar a Gaza dello scorso ottobre, e recentemente ha approvato l’armamento dell’Egitto guidato dalla Fratellanza sostenuta dal Qatar, con 20 jet da combattimento F-16 e 200 carri armati M1A1 Abrams.
Questa contraddizione solleva la questione sul fatto se ci sia una collusione reciproca USA-Qatar o se ci sia davvero un conflitto di interessi; l’amministrazione Obama nel suo secondo mandato deve tracciare la linea che darà una risposta esplicita. Oggi, apparentemente, Doha e Washington non sembrano d’accordo sui movimenti islamici e islamisti, ma sui campi di battaglia della “guerra al terrore” le due capitali non potrebbero sostenere che, in pratica, i loro ruoli attivi non siano coordinati e non si completino a vicenda. Sulla base dell’esperienza storica del similare approccio “religioso”, ma della rivale tendenza “sciita” settaria iraniana, questo collegamento islamico del Qatar “sunnita” inevitabilmente alimenterà la polarizzazione settaria nella regione, l’instabilità regionale, la violenza e le guerre civili. Data l’alleanza USA-Qatar, la connessione del Qatar islamista rischia di coinvolgere maggiormente gli Stati Uniti nel conflitto regionale, o almeno di rendere gli statunitensi responsabili dei conflitti susseguenti, subendo un profondo anti-americanismo regionale, che a sua volta diventerebbe un altro incubatore dell’estremismo e del terrorismo, aggravati dallo scorso “decennio di guerra” che il presidente Obama, nel suo discorso inaugurale, ha promesso di “far terminare”.
Tradizionalmente, il Qatar, che si trova nell’occhio del ciclone dell’assai geopoliticamente instabile regione del Golfo Persico, teatro di tre grandi guerre nel corso degli ultimi tre decenni, ha fatto del suo meglio per mantenere un equilibrio critico e fragile tra le due grandi potenze che determinano la sua sopravvivenza, vale a dire la decennale presenza militare statunitense nel Golfo e la crescente potenza regionale dell’Iran. Nel 1992 aveva firmato un patto di mutua difesa globale con gli Stati Uniti, e nel 2010 ha firmato un accordo di difesa militare con l’Iran, il che spiega l’allacciarsi di  legami ancor più stretti con l’Iran, sostenendo movimenti di resistenza islamici anti-Israele come Hizbullah in Libano e Hamas nei territori palestinesi occupati da Israele, e spiega anche la “luna di miele” del Qatar con alleato dell’Iran, la Siria. Tuttavia, dallo scoppio della sanguinosa crisi siriana due anni fa, l’apertura del Qatar ai poteri regionali filo-iraniani statali e non statali fu criticata come una mera manovra tattica per allontanare tali poteri dall’Iran. Nei casi della Siria e di Hizbullah, il fallimento di questa tattica ha portato il Qatar ad entrare in rotta di collisione sia con la Siria che con l’Iran, supportati da Russia e Cina, e che sta portando il paese ad allontanarsi dalla vecchia regola del mantenimento dell’equilibrio regionale, un mutamento di cui Doha sembra ignorarne la minaccia verso la propria stessa sopravvivenza, sottoposta alla pressione degli interessi internazionali e regionali in conflitto, come dimostra sanguinosamente la crisi in Siria.
Durante l’ascesa dei movimenti di massa pan-arabi, nazionalisti, socialisti e democratici nel mondo arabo all’inizio della seconda metà del ventesimo secolo, le autoritarie monarchie conservatrici arabe adottarono l’ideologia politica della Fratellanza mussulmana e di altri islamisti, che l’hanno usata contro i propri movimenti per sopravvivere come alleati degli Stati Uniti, che a loro volta hanno utilizzato al-Qaida in Afghanistan sia contro l’ex Unione Sovietica e l’ideologia comunista, che a proprio danno, dopo il crollo dell’ordine mondiale bipolare. Tuttavia la storia sembra ripetersi con le monarchie arabe appoggiate dagli USA, guidate dal Qatar, che ricorrono alla loro vecchia tattica di sfruttare l’ideologia islamista per minare e ostacolare una rivoluzione anti-autoritaria araba volta allo Stato di diritto, alla società civile, alle istituzioni democratiche e alla giustizia sociale e economica nei paesi arabi, alla periferia del bastione protetto dagli statunitensi nella penisola arabica; ma sembrano inconsapevoli di stare aprendo un vaso di Pandora che scatenerà una reazione rispetto alla quale il voltafaccia di al-Qaida verso gli Stati Uniti si rivelerà un precedente secondario.

Nicola Nasser è un veterano del giornalismo arabo di Bir Zeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

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