Come l’Iran elude il blocco occidentale. Il Triangolo del petro-oro Turchia-Dubai-Iran

Tyler Durden ZeroHedge 23/10/2012

Negli ultimi mesi vi è stata molta speculazione errata sul perché l’Iran, escluso dal regime di mediazione SWIFT sui petrodollari, vedrebbe implodere la propria economia mentre il paese non ha accesso ai verdoni, non potendo quindi effettuare scambi internazionali; il fattore trainante dietro le sanzioni internazionali che cercano di rovesciare il governo dell’Iran facendo morire la sua economica. Mentre vi sono stati periodi d’inflazione rilevante, finora il governo locale sembra essere riuscito a metterci una pietra sopra, frenando la speculazione del mercato grigio, e l’Iran continua a operare più o meno grazie ai suoi allegri metodi nel commercio internazionale, che è certamente vivo, in particolare con la Cina, la Russia e l’India quali principali partner commerciali. “Come è possibile tutto questo” si chiederanno coloro che sostengono l’embargo totale occidentale sul commercio iraniano? Semplice, l’oro. Perché mentre l’Iran potrebbe non avere accesso ai dollari, ha ampio accesso all’oro. Questo di per sé non è una novità, ne abbiamo parlato in passato: l’Iran ha importato notevoli quantità di oro dalla Turchia, nonostante le smentite del governo turco. Oggi, per gentile concessione della Reuters, sappiamo esattamente ciò che sarà l’equivalente della Grande Via della Seta del 21° secolo, e quanto sia stato efficace l’Iran, da bravo topolino da laboratorio, nel sottrarsi al grande esperimento dei petrodollari da cui, secondo la saggezza convenzionale, non ci sarebbe scampo. Vi presento il petro-oro.
Tutto inizia, contrariamente alle smentite ufficiali del governo, in Turchia. La Reuters spiega: “Corrieri che trasportano milioni di dollari in lingotti d’oro nei loro bagagli volano da Istanbul a Dubai, da dove l’oro viene inviato in Iran, secondo fonti del settore che conoscono il business. Le somme in gioco sono enormi. I dati commerciali ufficiali turchi suggeriscono che quasi 2 miliardi di dollari in oro sono stati inviati a Dubai per conto di acquirenti iraniani, ad agosto. Le spedizioni aiutano Teheran a gestire le sue finanze di fronte alle sanzioni finanziarie occidentali. Le sanzioni, imposte sul controverso programma nucleare iraniano, l’hanno in gran parte escluso dal sistema bancario globale, rendendogli difficile poter effettuare trasferimenti internazionali di denaro. Utilizzando l’oro fisico, l’Iran può continuare a muovere le sue ricchezze al di là delle frontiere.”
Quindi …. l’oro è denaro? In altre parole viene ampiamente accettato; si tratta di una riserva della ricchezza, ed è un mezzo di scambio? Huh. Qualcuno lo dica al Presidente. Potrebbe non esserne a conoscenza. Pare proprio di sì, almeno nei paesi che non vivono giorno per giorno sul bordo del quadrilione di dollari in derivati, ragione delle armi di distruzione immediata e di massa. “Ogni moneta nel mondo ha una identità, ma l’oro è un valore senza identità. Il suo valore è assoluto dovunque tu vada“, ha detto un trader di Dubai che conosce il commercio dell’oro tra la Turchia e l’Iran. L’identità della destinazione finale dell’oro in Iran non è nota. Ma la scala delle operazioni attraverso Dubai e la sua crescita improvvisa, suggeriscono che il governo iraniano vi abbia un ruolo. Il commerciante di Dubai e altre fonti familiari al business, hanno parlato con Reuters in condizione di anonimato, a causa della sensibilità politica e commerciale della questione. Che cosa ottiene in cambio la Turchia? Qualunque sia, l’Iran risponde alle esigenze della Turchia, naturalmente. “L’Iran vende petrolio e gas alla Turchia, con pagamenti effettuati a istituzioni statali iraniane. Le sanzioni bancarie statunitensi ed europee vietano i pagamenti in dollari o euro, così l’Iran viene pagato in lire turche. La lira ha un valore limitato nell’acquisto di merci sui mercati internazionali, ma è l’ideale per fare baldoria acquistando oro in Turchia.” E così, in un mondo in cui evitare il dollaro viene considerato dalla maggioranza una follia, Turchia e Iran, in silenzio ed efficacemente, hanno creato la loro scappatoia, in cui le risorse naturali sono scambiate con una valuta locale, che viene scambiata con l’oro, e che poi viene utilizzato dall’Iran per acquistare qualsiasi cosa, e tutto ciò di cui necessita, da tutti quegli altri paesi che non rispettano l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dagli europei. Come quasi tutti i paesi dell’Africa. Perché l’oro parla, e i petrodollari camminano sempre più.
Ciò che è inquietante, è che anche Dubai sia entrato nella partita, e le tre vie di transazione potrebbero presto diventare il modello per tutti gli altri paesi che non hanno paura di subire l’ira dell’embargo dello Zio Sam: “A marzo di quest’anno, quando le sanzioni bancarie hanno cominciato a mordere, Teheran ha effettuato un forte aumento di acquisti di lingotti d’oro dalla Turchia, secondo i dati sul commercio del governo turco. L’esportazione d’oro verso l’Iran dalla Turchia, uno dei maggiori consumatori e depositari di oro, è arrivata a 1,8 miliardi di dollari a luglio, pari a oltre un quinto del deficit commerciale della Turchia di quel mese. Ad agosto, tuttavia, un improvviso crollo delle esportazioni turche d’oro dirette in Iran, è coinciso con un balzo delle sue vendite del metallo prezioso negli Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha esportato un totale di 2,3 miliardi dollari in oro ad agosto, di cui 2,1 miliardi dollari erano in lingotti d’oro. Poco più di 1,9 miliardi, circa 36 tonnellate, sono stati inviati negli Emirati Arabi Uniti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio di Statistica della Turchia. A luglio la Turchia ha esportato solo 7 milioni in oro negli Emirati Arabi Uniti. Nello stesso tempo, le esportazioni d’oro dalla Turchia dirette verso l’Iran, che oscillavano tra 1,2 miliardi e circa 1,8 miliardi di dollari ogni mese da aprile, sono crollate a soli 180 milioni ad agosto. Il commerciante di Dubai ha detto che da agosto, le spedizioni dirette verso l’Iran sono state in gran parte sostituite da quelle attraverso Dubai, a quanto pare perché Teheran voleva evitare la pubblicità. ‘Il commercio diretto dalla Turchia verso l’Iran si è fermato perché c’era semplicemente troppa pubblicità in giro’, ha detto il commerciante. Concessionari, gioiellieri e analisti di Dubai hanno detto di non aver notato alcun grande ed improvviso aumento dell’offerta sul mercato dell’oro locale ad agosto. Hanno detto che ciò suggerisce che la maggior parte delle spedizioni negli Emirati Arabi Uniti venga inviata direttamente in Iran. Non è chiaro come l’oro passi da Dubai all’Iran, ma vi è una corrente di scambi tra le due economie, in gran parte condotta con i dhow di legno e altre navi che attraversano il Golfo, a una distanza di soli 150 chilometri nel punto più stretto. Un commerciante turco ha detto che Teheran è passata alle importazioni indirette perché le spedizioni dirette venivano ampiamente riportate sui media turchi e internazionali, all’inizio di quest’anno. ‘Ora sulla carta sembra che l’oro vada a Dubai, non in Iran’, ha detto.”
Che cosa succede se gli Stati Uniti chiedono che lo scambio tra Dubai e l’Iran finisca? Niente: un altro paese si affretterà a sostituirlo nel triangolo d’oro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Dopo tutto, sono pronti ad intervenire nelle condizioni molto redditizie della domanda/offerta delle transazioni. Proprio come avviene nel flusso bancario che sostiene il mercato delle obbligazioni e degli stock scambiati giorno per giorno. Che cosa accadrebbe se la stessa Turchia si ritirasse? “Gli acquirenti possono anche voler rendere i loro acquisti meno vulnerabili a qualsiasi possibile interferenza da parte del governo della Turchia. Lo stretto rapporto della Turchia con l’Iran ha cominciato a scadere da quando i due stati si trovano sui lati opposti della guerra civile in Siria, con la Turchia che sostiene la caduta del presidente Bashar al-Assad e l’Iran che rimane il più fedele alleato regionale di Assad.” Quindi, ancora la stessa cosa: l’Iran semplicemente troverebbe un paese della regionale che ha bisogno di greggio, e molti, molti di costoro sono in giro, e offrirebbe uno scambio oro-greggio che manterrebbe il mini-ciclo petro-oro a galla. Eppure assai ironicamente, nonostante tutte le ostilità palesi tra l’Iran e la Turchia sulla Siria, le due nazioni continuano a trattare, suscitando la domanda su quanto credibili siano tutte quelle storie sull’animosità medio-orientale tra questo o quel paese, o questa o quella fazione o etnia. Non c’è da sorprendersi: l’oro supera tutte le differenze. Tutte.
Infine, la realtà è che nessuno, in realtà, infrange alcuna regola. Non vi è alcuna indicazione che con il commercio di oro Dubai stia violando le sanzioni internazionali contro l’Iran. Le sanzioni delle Nazioni Unite vietano l’invio di materiali connessi al nucleare in Iran e congelano i beni di alcuni individui e imprese iraniani, ma non vietano la maggior parte del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno ancora rilasciato i dati relativi al commercio per agosto. Dai funzionari della dogana di Dubai non è stato possibile avere un commento, nonostante i ripetuti tentativi di contattarli. I dati commerciali turchi confermano che l’oro viene trasportato per via aerea a Dubai. Secondo i dati, 1450 milioni dollari di oro turco esportato, in totale, ad agosto sono stati spediti tramite l’ufficio doganale nell’aeroporto Ataturk. Quasi tutto il resto, 800 milioni, è stato spedito dal più piccolo aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokcen. Le esportazioni totali di tutte le merci della Turchia verso gli Emirati Arabi Uniti, sono ammontate a 2,2 miliardi di dollari ad agosto. Di tale somma, 1,19 miliardi dollari sono stati registrati presso l’aeroporto Ataturk, mentre 776 milioni dollari sono stati registrati al Sabiha Gokcen. Un broker doganale che fa affari nell’Ataturk, ha detto che i corrieri si imbarcano sui voli per Dubai della Turkish Airlines e della Emirates, portandosi il metallo nel bagaglio a mano, per evitare il rischio di perderlo o di vederselo rubato. L’importo massimo di lingotti d’oro che è permesso prendere a un passeggero è di 50 kg, ha detto. Ciò suggerisce che durante agosto, diverse centinaia di voli dei corrieri potrebbero aver portato l’oro a Dubai per conto dell’Iran. “E’ tutto legale, dichiarano, danno il loro codice fiscale e tutto viene registrato, quindi non c’è nulla di illegale in questo“, ha detto il broker. “Al momento, c’è un bel po’ di traffico a Dubai. Anche a settembre e ottobre l’abbiamo visto.”
I dati sul commercio mostrano che quasi 1400 milioni di dollari delle esportazioni dalla Turchia agli Emirati Arabi Uniti, ad agosto, provenivano da una o più società con un numero di codice fiscale registrato nella città costiera di Izmir, la terza più grande della Turchia. I funzionari doganali dell’Ataturk hanno rifiutato una richiesta della Reuters di fornire i documenti di identificazione degli esportatori, dicendo che le informazioni sono riservate. L’identità delle società che gestiscono il commercio non poteva essere confermata. I commercianti hanno detto che a causa del rischio di attirare attenzioni indesiderate da parte delle autorità statunitensi, solo poche aziende sono disposte a mettersi in gioco. E il gioco è fatto: un sistema libero perfettamente controbilanciato, in cui si fanno transazioni e nessuna traccia viene lasciata. Ancora più importante, questo è il piano per il futuro, come sempre più paesi eludono l’assoggettamento al regime dei petrodollari, così onnipresente nel secolo passato, ma che si sta lentamente e inesorabilmente spostando a beneficio dei paesi che non sono insolventi, e che in realtà producono cose necessarie per il resto del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qual è la capitale della Libia libera? Doha

Il Qatar, la Turchia e la Libia del CNT

Il ruolo del Qatar nel golpe contro la Libia crea una frattura nella leadership del CNT.  L’ex capo  del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril, accusa il Qatar di giocare un ruolo troppo grande negli affari interni della Libia e di sostenere determinate fazioni. “Il Qatar ha dato molto alla rivoluzione libica all’inizio, e ha veramente svolto un ruolo che non può essere dimenticato“, ha detto Jibril alla TV al-Arabiya di Dubai. “Ma ora penso che il Qatar stia cercando di svolgere un ruolo che è più grande del suo potenziale reale. Il ruolo del Qatar in Libia, se soddisfa gli interessi del popolo libico, è il benvenuto. Ma quando il Qatar appoggia una fazione o un gruppo contro il resto del popolo libico, allora questo non può essere favorevole al popolo libico…” Ha anche dichiarato che una ‘forza straniera ha ordinato l’esecuzione di Gheddafi’, riferendosi sempre al Qatar.
Pochi giorni prima anche l’ex ministro degli esteri e attuale ambasciatore del CNT alle Nazioni Unite, Abdurrahman Shalgham, aveva accusato il Qatar di cercare di dominare gli affari libici. “E’ scandaloso. Siamo sorpresi e non lo capiamo. Il (Qatar) assegna finanziamenti ad alcuni partiti, ai partiti islamisti. Danno soldi e armi e cercano di intromettersi in questioni che non li riguardano, cosa che noi rifiutiamo. Il Qatar vuole dominare la Libia. Il leader del CNT e la sua delegazione, che hanno visitato il Qatar di recente, hanno accettato ciò che è stato dettato da Doha, senza avere una esperienza politica e una conoscenza approfondita“, ha detto Shalgam a Maa al-Hadat, programma in arabo del canale satellitare tedesco Deutsche Welle. Shalgham accusa il Qatar di non essere imparziale con tutte le parti della Libia, e respinge la leadership del Qatar sulle forze della coalizione internazionale in Libia. Un altro leader del CNT aveva detto ad Arab News, che una delegazione si era recata a Doha per avvertirla di non interferire più in futuro.
Una fonte diplomatica occidentale affermava che Mahmoud Jibril avrebbe chiesto agli Stati Uniti di appoggiare la sua campagna contro le ingerenze del Qatar. Difatti, molti diplomatici occidentali si lamentano, in privato, di ciò che definiscono le ‘manovre machiavelliche’ del Qatar, la cui presenza a Tripoli è sentita nelle lobby degli hotel, dove i nuovi leader e i comandanti della Libia e gli inviati stranieri si scambiano consigli sul nuovo governo. Un diplomatico ha confessato che non capiva per quali scopi il Qatar abbia inviato armi e finanziamenti ai gruppi islamisti, e anche apparentemente ad alcune figure liberali del CNT, come Mahmoud Shammam: “Qual è la capitale della Libia libera? Doha. La Libia è il loro progetto. Ma qual è lo scopo del gioco? Non lo so, ma sono onnipresenti.”  Un diplomatico mediorientale aveva detto che i liberali libici dovrebbe rendersi conto che i soldi del Qatar seguiranno il probabile risultato delle elezioni libiche, piuttosto che il contrario. “Si dovrebbero chiedere perché il Qatar, come dicono, li ha traditi? E’ perché possono vedere ciò che i libici vogliono”, ha detto il diplomatico. “Questi tizi che ritornano dall’estero, non sono in contatto con la gente. Il Qatar può vedere chi andrà a governare questo paese, e vogliono un ritorno per il loro investimento”. Vi sono pochi dubbi sul fatto che i seguaci di al-Salabi e i potenziali alleati dei Fratelli Musulmani sembrino essere in grado di battere le figure liberali, quando si terranno le elezioni.
Nel frattempo, l’Alleanza 17 febbraio esprimeva il 7 novembre la sua più profonda gratitudine “per tutto quello che il Qatar ha fatto per giungere alla vittoria e per proteggere il popolo libico“. La dichiarazione descrive il sostegno morale, finanziario e logistico del Qatar ai rivoluzionari, come “il migliore sul terreno” e ne loda il ruolo di collegamento tra i ribelli e l’alleanza internazionale (NATO), respingendo le critiche fatte dai leader del CNT e saluta il Qatar alla guida dell’Alleanza degli Amici della Libia. “Siamo molto grati al Qatar, ma non ha alcun diritto di interferire nei nostri affari interni“, avvertiva invece Abdullah Naqir, un comandante delle milizie di Tripoli, “Non accetteremo la dominazione da parte del Qatar o da chiunque altro“.
In effetti, il 2 novembre Mustafa Abdul Jalil annunciava che le imprese turche avrebbero ricostruito le infrastrutture della Libia, mentre riceveva il ministro dell’economia turco Zafer Caglayan, e ringraziava la Turchia per il suo sostegno al CNT. “Il popolo libico assegna molta importanza alle relazioni con la Turchia, in particolare nell’economia e nella ricostruzione“. Abdul Jalil affermava che la Turchia aveva compiuto con successo un notevole sviluppo economico e che le società turche  avevano intrapreso dei grandi progetti in Libia. “Le aziende turche sono famose per il loro alto livello di qualificazione“. Il presidente del CNT avanzava la speranza che le relazioni turco-libiche migliorino la stabilità e il progresso della Turchia, quindi Caglayan ha incontrato il ministro dell’economia del CNT Abdullah Shamiya. Dopo l’incontro, Caglayan dichiarava che i servizi di consulenza e contrattazione sono di grande importanza per la ricostruzione della Libia, e che perciò era stato allocato un budget di 50 milioni di dollari a vantaggio delle società di consulenza e costruzione turche, affermando che queste società si sarebbero prese carico dei progetti in Libia.
Intanto, proliferano i partitini e i gruppetti organizzati da qualche ricco ex-esiliato, fenomeno da qualcuno presentato come la ‘rinascita democratica’ della Libia. Uno dei primi partiti ad emergere, a luglio, è stato il Partito Democratico di Bengasi, formato da uomini d’affari che hanno vissuto negli Stati Uniti, seguito dal Partito Nazionale e dal Partito della Nuova Libia, tutti inconsistenti sul piano quantitativo. Infine vi è il Raduno Nazionale per la Libertà, la Giustizia e lo Sviluppo, di Bengasi. S’ispira al partito guidato da Recep Tayyip Erdogan, anche se in realtà è la versione libica dei Fratelli Musulmani d’Egitto. E’ guidato dallo sceicco Ali al-Salabi, appoggiato da numerosi membri del CNT e che vuole imporre la legge della Sharia. È sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, dove ha vissuto negli ultimi anni. A settembre, su al-Jazeera ha attaccato l’ex capo del CNT Mahmoud Jibril, etichettandolo “laicista estremista“, provocando manifestazioni a lui contrarie, in particolare di donne. “Non sarebbe nulla senza al-Jazeera“, ha detto un funzionario del CNT di Tripoli. Salabi paragona il suo partito al partito islamista Ennahda della Tunisia, che avrebbe vinto le elezioni di ottobre, e con cui ha stretti legami. Il suo partito è nazionalista, dice, non islamista. Il capo del CNT, Mustafa Abdul Jalil, aveva detto che la Libia avrebbe vietato le pratiche bancarie non islamiche. Salabi avrebbe risposto che “Questa è la sua opinione, nient’altro, la Libia dovrebbe mantenere il sistema bancario occidentale”. Anche Abdel Hakim Belhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli, un ledaer islamista jihadista, ha deciso di aderire al nuovo partito di Salabi.
Un altro gruppo organizzato basato a Bengasi, rivale del partito di Salabi, è il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL), fondato nel 1981 da Muhammad Yusuf al-Magariaf, ex-ambasciatore libico in India. È stato il principale gruppo di opposizione libico, operando soprattutto all’estero, organizzando  diversi attentati, tra cui uno fallito contro la caserma di Bab al-Aziziya, nel maggio 1984, a Tripoli. L’attuale capo del partito è lo statunitense Ibrahim Sahad, ma è guidato localmente da Mohamed Ali Abdullah. Il primo ministro libico Abdulrahim al-Qyb ne era membro, ma l’aveva lasciato nel 1993. “Sarà una grande forza politica in Libia per via della sua posizione in passato“, afferma Jalal Abdul-Mutalib, ex diplomatico libico e dissidente durante l’era Gheddafi. Il NSFL chiede elezioni entro la fine di marzo per eleggere una assemblea costituente che dovrebbe redigere una nuova costituzione, e quindi elezioni per i nuovi organi legislativi ed esecutivi, da indire entro aprile 2013. Nel frattempo, invoca un congresso nazionale di 200 membri con cui sostituire il CNT.
Un altro partito è il National Congress Party, che fu il principale partito politico durante la monarchia, mentre il Partito Democratico Sociale è totalmente nuovo.
A Misurata, invece, i ribelli locali vanno formando un proprio partito che supporta il mercato libero, e a Tripoli nasce il partito islamista Sahwa (risveglio), il cui fondatore è Hussam Najjar, un immigrato libico-irlandese, quindi si tratta di uno dei mercenari reclutati per l’assalto a Tripoli di agosto, guidati da Mahdi al-Harati. I partiti amazigh delle montagne Nafusa e quello di Misurata supportano la frammentazione del paese. “Dobbiamo avere un sistema federale come gli Stati Uniti“, affermava su Arab News Mahmoud Issa, un miliziano di Bengasi che guidava le proteste per i mancati pagamenti ai ribelli. Infatti, con una serie di dimostrazioni, le milizie di Bengasi chiedevano con insistenza di avocarsi il governo statale. “No a Tripoli“, gridavano.
Nel frattempo, i vari ‘vincitori’ della guerra alla Libia si propongono per smerciare i loro prodotti più rinomati: Stati Uniti, Francia e Turchia starebbero ognuno tentando, di vendere aerei da combattimento alla Libya Air Force (LAF); gli USA propongono gli F-16 Fighting Falcon, la Francia i Dassault Mirage e la Turchia una versione modernizzata del vecchio cacciabombardiere statunitense McDonnell F-4 Phantom. Anche in questo caso il Qatar avrebbe un suo ruolo.

Alessandro Lattanzio, 19/11/2011
SitoAurora

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